Nova Lectio

matteo Abbandonato il tritolo e la lupara, la mafia si concentra sul business.
Con la maggior parte dei grandi capi in carcere duro, a guidare gli affari e ad essere considerato dai suoi picciotti il punto di riferimento più importante è Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 e vera e propria primula rossa della mafia. Di questo vogliamo parlare: gli affari e “U siccu”. Occorre distinguere, perché ci sono affari e affari. In questo caso ci riferiamo agli affari legali, all’apertura di aziende, al controllo dei consigli di amministrazione di società quotate in borsa, all’acquisto di pacchetti di azioni, alla gestione di appalti importanti e così via. Come è facile immaginare, queste attività servono non solo a fare soldi puliti, ma anche a riciclare quelli derivati dagli altri affari, quelli, diciamo così, meno leciti.
Del resto che Matteo sia tagliato per questo lavoro lo riconosce anche Totò Riina, quando gli affibbia il nomignolo “l’affarista”. La strategia passa dallo stragismo al coinvolgimento del tessuto produttivo, fatto di imprenditori e commercianti, che non subiscono più la mafia … sono loro la mafia. Cresce una società con regole diverse, molto diverse da quelle classiche, regole fatte di solidarietà, sostegno, vicinanza. La mafia si fa impresa e “U siccu” costruisce un impero economico, che ha il suo “ombelico” nella provincia di Trapani. Antonino Giuffrè, ex capomafia pentito, lo dirà chiaramente: se volete sconfiggere la mafia è da là che dovete partire, là dove regna incontrastato Matteo Messina Denaro.

matteoParlare di Matteo Messina Denaro è piuttosto complicato. Non che sia problematico inserire, tra le tante storie di mafia, anche la sua, ma gli elementi di cui si dispone sono - come dire? - aleatori, impalpabili, come se si avesse a che fare con un fantasma, che aleggia in mille situazioni, mai ben definite. Il “si dice” è sempre presente, legato a congetture di chi lo cerca, al racconto di pentiti, i quali non si sa mai se sono affidabili oppure no, come dimostrano alcune vicende giudiziarie di cui parleremo. É una lunga storia, che ci induce a dividerla in parti: nella prima incontriamo il giovane Matteo, la sua amicizia con Giuseppe Graviano, il rapporto con Totò Riina, la strategia stragista, fino alla latitanza. É un intreccio, la sua vita, con gli avvenimenti di quel periodo, con le guerre interne, le riunioni segrete, la mafia di una provincia, Trapani, dove si trova Castelvetrano, il suo paese d’origine. Di Matteo, detto “U siccu”, sappiamo di sicuro solo due cose: la prima che scompare dalla scena nel 1993 e la seconda che non è mai stato catturato. Qui cerchiamo di capire qual è la situazione nella quale si muove, qual è l’ambiente, il clima all’interno dell’universo di Cosa Nostra fino ai primi anni ’90.

demauroC’è un giornalista a Palermo, che scrive per un giornale della sera, L’Ora. É un giornale di sinistra, molto vicino al Partito Comunista Italiano. Nell’estate del 1970, a capo della redazione sportiva, c’è un professionista bravo, molto bravo, ammirato da tutti, anche dai colleghi della concorrenza.
Viene rapito il 16 settembre e di lui non si saprà più nulla. Si chiama Mauro De Mauro.
Che c’entri lo sport? No, Mauro non capisce molto di attività sportive. É stato messo là solo per tirare su una redazione che fa acqua, rispetto al resto del quotidiano. Lui è un giornalista d’inchiesta, come ce ne sono pochissimi in quel periodo. Si occupa di tutto, di cronaca quotidiana, fa inchieste di costume come quella sul delitto d’onore, scrive della banda dei cappuccini, quattro frati che gestivano truffatori e assassini, segue le questioni politiche locali. E poi … siamo in Sicilia: ovviamente si occupa anche di mafia.
Sul suo rapimento è stata realizzata una infinità di trasmissioni, di filmati, di documentari, di libri, per cui non c’è niente di nuovo da raccontare, ma proviamo a farlo lo stesso con la massima chiarezza possibile. La RAI ha scomodato due pezzi da novanta sul tema: Carlo Lucarelli con “Blu notte” e Giovanni Minoli con “La storia siamo noi

Questa seconda parte della trasmissione sul Vajont è stata realizzata per gli amici di Nova Lectio. Il testo è esattamente quello della trasmissione radiofonica. Sono stati invece ridotti gli spazi musicali per non allungare troppo l'ascolto.
Questa seconda parte prende in esame quello che è successo dopo l’onda che ha distrutto Longarone e provocato quasi duemila morti. Ma, oltre ai morti, ci sono i vivi, quelli che sono riusciti a salvarsi, spesso per puro caso, o perché si trovavano altrove. A loro cos’è successo? Hanno avuto giustizia? Come si è comportato lo Stato nei loro confronti? C’è un libro fantastico che racconta tutto questo: è di Lucia Vastano. Di lei parlo in questa puntata e di tutte le porcherie che dal 1963 in poi i sopravvissuti hanno dovuto subire.

vajont01Ci sono disastri e disastri. Ci sono quelli naturali, a volte imprevedibili e quelli provocati dall’uomo.
Tra questi rientra anche una delle più gravi tragedie italiane del Novecento, avvenuta in una valle veneta, quella del Piave, il fiume sacro alla Patria.
É mercoledì 9 ottobre 1963, un mercoledì di coppa dei campioni con i bar di Longarone pieni di tifosi che seguono la partita tra i Rangers di Glasgow e la fantastica squadra del Real Madrid di Puskas e Di Stefano. La partita finisce 6 a 0, ma nessuno di quegli avventori conoscerà il risultato finale. All’inizio del secondo tempo la luce se ne va, pochi minuti dopo se ne vanno anche le loro vite.
Cosa succede? Cos’è quel rumore che sembra quello di un temporale amplificato cento volte? Cos’è quella polvere che arriva? Da dove viene? Da quella valle che si inerpica in Friuli … oddio! La diga … la diga del Vajont!

peppino2É sempre così. Quando un evento è talmente dominante da diventare un caso mondiale, tutti gli altri spariscono, anche se sono, a loro volta, importanti. Succede il 9 maggio 1978. Quella mattina, due cadaveri vengono rinvenuti. Uno a Roma, rannicchiato dentro il bagagliaio di una Renault 4, l’altro lungo la ferrovia che costeggia Cinisi, un paesino della Sicilia in provincia di Palermo, saltato in aria con del tritolo. Il primo corpo, come tutti sanno, è di Aldo Moro. Il secondo è di un ragazzo di trent’anni: si chiama Giuseppe Impastato, per tutti semplicemente Peppino.
Torniamo indietro al settembre del 1977. A Cinisi c’è un funerale. Un importante luogotenente dei capi mafiosi del paese è stato ammazzato, travolto da un’automobile. Non si sa, e non si saprà mai, se si sia trattato di un incidente o di una esecuzione, ma non è questo il punto.

videoAlcamo è un paese a metà strada tra Trapani e Palermo, località balneare grazie ad una bella spiaggia sabbiosa sul golfo di Castellamare. Nella caserma dei Carabinieri, la Alkamar, quella notte stanno dormendo due militari, l’appuntato Salvatore Falcetta di Castelvetrano (TP) e un ragazzo di 19 anni, il carabiniere Carmine Apuzzo, di Castellamare di Stabia (NA). É una notte di temporale con tuoni e molta pioggia. Verso le 7 della mattina del 27 gennaio 1976, la scorta di Giorgio Almirante, che passa di là, si accorge che qualcosa non va nella caserma. Il portoncino è stato scassinato, usando la fiamma ossidrica. I carabinieri di Alcamo, chiamati immediatamente, entrano e si trovano di fronte ad una scena raccapricciante. Carmine è steso nella sua branda crivellato di colpi: non si è neppure accorto di quello che stava accadendo. Salvatore invece i rumori li sente, cerca di prendere la sua pistola, ma non fa in tempo: viene assassinato come il suo collega. Dalla caserma sono sparite pistole, divise e altri oggetti.