videlaQuando in Argentina si parla del “golpe”, nessuno ha dubbi che ci si riferisca, tra i tanti avvenuti, a quello che tra il 1976 e il 1983 ha visto al potere una giunta militare.
I numeri sono importanti e dicono molto, ma non tutto, di questo periodo. Ci sono decine di migliaia di morti ma un numero molto minore di cadaveri, migliaia di prigionieri, cittadini fucilati per strada, un milione di esiliati. Questo orribile conteggio, che ancora oggi non ha spento il suo eco, va, in qualche modo, spiegato, perché la dittatura è stata, anche, un atto politico, una presa di potere per la quale occorre porsi alcune domande. Perché è avvenuta? Chi l’ha resa possibile e chi l’ha sostenuta? Quali novità ha portato nella vita sociale, associativa, economica del paese? E poi: perché e come è finita?

mistero01Oggi trattiamo un argomento decisamente inconsueto. Parliamo infatti non di notizie che conosciamo o di argomenti noti. Stasera parliamo di quello che non sappiamo.
In effetti la scuola ci insegna a cercare risposte alle domande. A quelle che gli insegnanti ci fanno per capire se abbiamo studiato e a quelle che noi stessi ci facciamo quando un barlume di curiosità entra nel nostro cervello. Qui facciamo il contrario: cerchiamo delle domande che non abbiano risposta, domande alle quali, almeno finora, nessuno ha saputo dare una spiegazione. A volte, quando discutiamo con gli amici, ci accapigliamo perché ognuno mette sul tavolo la propria verità. C’è subito da dire che se esistono due verità contrapposte, almeno una di queste è falsa, a volte lo sono entrambe. É impossibile che siano entrambe corrette.
É per questo che la scienza ha inventato una risposta saggia di fronte a questioni di cui non sappiamo nulla. Questa risposta è “non lo sappiamo!”, che dovrebbe essere usata più spesso di quanto si faccia così da sembrare più onesti.

Rotondella

basilicata01Questa storia ci porta in Basilicata, una regione che in quanto ad essere stata oggetto di molte porcherie nel corso degli ultimi 60 anni non è seconda a nessuno. Anche qui è scoppiato in tempi molto più recenti uno scandalo legato al petrolio. Tuttavia, prima, permettetemi di spiegarvi perché questa regione, di cui si parla poco, ha attraversato avvenimenti quanto meno misteriosi negli ultimi 40 anni. Buona parte sono legati alle scorie tossiche e a quelle nucleari. Intrecci internazionali, vendita di armi e "polveri da sparo", strane manovre da coprire: c’è di che tesserne un romanzo thriller mica da ridere.
Lo faccio ripercorrendo un capitolo del libro “Bidone nucleare” di Roberto Rossi, uscito nel 2011 per la collana BUR di Rizzoli.
Quando i rifiuti tossici venivano abbandonato su una nave, che veniva poi fatta inabissare al largo delle coste joniche, quello che restava bisognava interrarlo. Occorreva scegliere una zona poco frequentata dalla ‘ndrangheta e dalla camorra e la Basilicata era semplicemente perfetta. Ma c’è di più, come vedremo subito.
Il nostro viaggio parte da Rotondella, un piccolo comune in provincia di Matera, dal quale si vede in lontananza il golfo di Taranto che unisce Puglia e Calabria.
A Rotondella, dunque, nel 1970, viene aperto il centro ITREC: questa sigla significa “Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile”, il che significa che qui finiscono le scorie delle attività radioattive italiane (è il periodo in cui si pensa alla costruzione delle centrali nucleari italiane) e quelle scorie vengono trattate per ricavarne altri elementi utili da destinare a varie attività o per semplice ricerca scientifica. Niente di male dunque: saperne di più è sempre un fatto positivo.

grano01Quante cose strane succedono nel mondo. É che noi, abituati ad essere pigri e a fidarci degli imbonitori che urlano le loro verità come slogan da giornali, radio e televisioni, non ci facciamo caso. Poi, improvvisamente succede qualcosa di eccezionale: un cataclisma, uno scandalo imperdibile o, come è il nostro caso, una guerra tra due nazioni, Russia e Ucraina, nessuna delle quali mi è particolarmente simpatica, anche se devo dire che invadere un paese non è bello e nemmeno legittimo. Per cui il macellaio Putin va condannato, esattamente come i nazisti di ritorno che vivono dall’altra parte delle barricate.
Ma qui la questione dei combattimenti, dei morti ammazzati di chi ha ragione e chi torto non mi interessa. Voglio capire una cosa molto più semplice. Perché al supermercato dove mi servo di solito, i cartellini dei prezzi sembrano non bastare più e vengono rinnovati quasi di giorno in giorno.
Una volta si diceva: “il prezzo del pane non può essere giocato in borsa” senza sapere che è proprio quanto succede. Ma, in effetti, si tratta di quello considerato da sempre l’alimento base di ogni famiglia e toccare il pane (e l’acqua … anche questo è un bel discorso in questo periodo) è visto come un sacrilegio, una bestemmia di tutte le divinità inventate dalla notte dei tempi fino all’altro ieri.

Giovanni Leone

lockheed01
Giugno 1978: mancano sei mesi alla fine del mandato presidenziale e il presidente della repubblica, Giovanni Leone, si rivolge alla nazione e pronuncia questo discorso, ripreso dal telegiornale:

I cittadini che era giusto informare, in realtà non è che amassero molto il presidente, soprattutto dopo alcuni fattacci, come quello del Vajont, dove si era recato in mezzo al fango del Piave per rassicurare la gente che giustizia sarebbe stata fatta. Purtroppo poco dopo, come giurista, lo troviamo alla guida del pool di avvocati che difendono l’ENEL, diventata da poco proprietaria della struttura incriminata.

 Via Poma: Cesaroni Premessa  


omicidi20L’ultimo caso di cui ci occupiamo non è un delitto in senso classico; l’accusa più grave attribuita agli imputati è di omicidio colposo, cioè senza premeditazione. Ma i morti ci sono e sono tanti, con ogni probabilità ben più dei 19 registrati.
L’arma del delitto è il vino, opportunamente tagliato col metanolo. La vicenda emerge nel 1986 ed è la più grave sofisticazione alimentare italiana. Certo non l’unica e non solo da noi.
Tra tutte, ricordo che, all’inizio degli anni ’80, scoppia quella dell’olio di colza denaturato, che provoca in Spagna circa mille morti e 25 mila casi di danni gravi alla salute. In questo caso viene messo in commercio olio industriale raffinato, con il colore cambiato. Insomma una porcheria immane.
Qualcuno ricorderà, per restare da noi, i pompelmi avvelenati a Roma nel 1988, i panettoni finiti nel mirino dei terroristi, i mangimi alla diossina nel 1999, le bottiglie di acqua minerale siringate nei supermercati. Insomma di fatti ce ne sono stati un bel po’.
Ma il vino al metanolo ha avuto un impatto terribile sui consumatori, terrorizzati dai morti che il telegiornale continuava ad elencare, e sui produttori con un crollo delle vendite del vino.

L'omicidio di WIlma Montesi Premessa Il caso "metanolo"

Simonetta Cesaroni

Qomicidi15uesta storia è lunga e complicata. Si tratta di un altro delitto, avvenuto nell’estate del 1990, che ha appassionato a lungo gli italiani, reduci dalle “notti magiche” del campionato mondiale di calcio, che si è giocato in quei giorni nel nostro paese.
La vittima è ancora una giovane donna, di 21 anni, una bella ragazza, Simonetta Cesaroni, letteralmente massacrata da 29 pugnalate nell’ufficio dove lavorava due volte la settimana. Quell’ufficio si trova in un condominio di via Poma, a Roma, tanto che la vicenda viene subito ribattezzata dalla stampa il delitto di via Poma.
É il 7 agosto 1990, quando, accompagnata dalla sorella maggiore Paola e dal fidanzato di questa, Antonello Baroni, arriva alla stazione “Subaugusta” della metropolitana. Qui si lasciano. Simonetta procede verso il quartiere Prati, per entrare nel condominio di via Poma 2, dove si trova un ufficio della “Redi”, società che lavora per il comitato regionale degli ostelli della gioventù. Sono due mesi che ogni martedì e giovedì Simonetta è là, per registrare su un computer i dati dell’azienda.
Arriva, come sempre alle 15,30, poi alle 17,30 telefona alla collega Daniela per sapere una password, che peraltro è scritta all’interno dell’ufficio in cui si trova.
Daniela è l’ultima a sentirla.

 L'omicidio Codecà Premessa Via Poma: Cesaroni

Una morte “spettacolare”

omicidi11Anche questa storia si snoda nei primi anni ’50, questa volta a Roma, vicino alla Salaria, dove la famiglia Montesi, padre madre e due figlie, vivono una vita normale, fatta delle cose che la maggior parte degli italiani fanno giorno dopo giorno. Ma il 9 aprile del 1953, la figlia Wilma, esce di casa e da allora non si saprà più nulla di lei, fino a due giorni dopo, quando il suo cadavere viene trovato sulla spiaggia di Torvaianica.
É un delitto che, come vedremo, scuote profondamente la nazione. Al fatto, grave di per sé, si aggiunge la spettacolarizzazione dell’evento, pompato dalla stampa e diventato, non più solo il dramma di una famiglia, ma elemento di gossip di cui discutere al bar.
M. De Luca scrive nel suo libro “Storia d’Italia”:
“Da allora l’Italia non sarebbe più stata la stessa. Avrebbe conosciuto per la prima volta l’intrecciarsi spregiudicato di squassanti scontri all’interno del potere politico col procedere sussultorio di un’inchiesta di polizia e di magistratura. Si sarebbe morbosamente divisa in un crescendo di emozioni ben guidate in innocentisti e colpevolisti e sarebbe stata investita da autentiche slavine di menzogne e rivelazioni, da angeliche intransigenze e da demoniache invenzioni, in un rumoroso viluppo di intrighi capaci di far salire le tirature di molti quotidiani ma, contemporaneamente, di minarne in maniera forte irrimediabile una cospicua dose di credibilità”.
Nonostante questa prosopopea, tipica del periodo, nessuno sarà mai in grado di capirci qualcosa in questo delitto. In compenso verranno a galla comportamenti imbarazzanti di persone molto importanti, come politici e giornalisti. É così quando si pensa di avere il diritto di affermare verità (a favore o contro i protagonisti della vicenda) senza avere uno straccio di una prova, seguendo solo ideologie o simpatie per questo o quel personaggio.

omicidi01Questo è un articolo introduttivo, che serve da premessa ad alcuni altri che trattano di delitti perfetti o imperfetti, assassinii premeditati dagli autori o da altri per addossare la colpa a innocenti. La conclusione più frequente è che non abbiamo la più pallida idea di quale sia la verità. Ecco lo schema:
  1. Premessa
  2. Il caso Fenaroli
  3. L'omicidio Codecà
  4. L'omicidio di Wilma Montesi
  5. L'omicidio di via Poma: Nicoletta Cesaroni
  6. Vino e metanolo

Avvertimento

Questo articolo è stato scritto nel gennaio 2019 ed è quindi antecedente sia la pandemia che la guerra in Ucraina.

Introduzione

ItalcasseGli anni ’70 e ’80 sono conosciuti, nel nostro paese, come gli anni di piombo, ma anche gli anni degli scandali. Oggi vorrei raccontarvi la storia di uno di questi, lo scandalo Italcasse. Detta così potrebbe sembrare che quella vicenda sia a sè stante, mentre in realtà è solo una costola di un comportamento generalizzato, di una piaga di corruzione e di mazzette, di gente disonesta, che non è neanche il loro male maggiore, dal momento che si tratta di elementi rappresentativi della nazione, banchieri, industriali e, ovviamente, politici.
In questa vicenda entreranno un sacco di personaggi di quel periodo che, solo apparentemente, non hanno molto a che fare con lo scandalo, mentre sono tutti importanti, a volte importantissimi, per capire come sono andate le cose. Sono Mino Pecorelli, il giornalista ucciso nel 1979 perché ne sapeva troppo di troppe cose, Aldo Moro che coi suoi memoriali ha detto a tutti quello che già pensavano dei suoi colleghi di partito a cominciare da Giulio Andreotti e poi Sindona, Calvi, i Caltagirone, il giudice Vitalone, Cesare Previti in una anticipazione delle malefatte all’ombra di Berlusconi, e tanti altri.
Dunque lo scandalo Italcasse si incastra in un periodo che di scandali ne vede parecchi, molti evidenti fin da subito, altri ben nascosti e saltati fuori solo anni più tardi.
Adesso però, occupiamoci di questa nuova vicenda, che fa scrivere a Wikipedia: Nel 1977 l'Italcasse fu al centro di uno scandalo politico-giudiziario.

Introduzione

petroli00Oggi vorrei parlare di petrolio e più precisamente di come la gestione politica di questo bene così prezioso nella società dei consumi abbia finito per far commettere ogni genere di nefandezza a chi quella gestione aveva in mano. Quindi politici, industriali, criminali, soprattutto quelli delle grandi organizzazioni mafiose e, a volte, organi di controllo dello stato come la guardia di finanza.
Vorrei, insomma raccontarvi la storia di due scandali legati al petrolio. Ce ne sono parecchi, conclamati o solo vociferati, scoperti e nascosti. Farò due esempi, uno lontano negli anni, ma che ha prodotto terremoti sociali, perdita di fiducia nelle istituzioni di controllo, perché quella nella politica non c’è mai stata. Ci sono casi anche recentissimi, come quello della cantante Ana Bettz, che proprio in questi giorni la stampa ha sottolineato, e quello di cui vi parlerò alla fine dell’articolo, che ha visto coinvolto, anche se indirettamente, un ministro del governo di quel birichino di Matteo Renzi. Uno scandalo che ha mostrato come grandi aziende di stato abbiano inquinato vasti territori della Basilicata. E, a proposito di inquinamenti e contaminazioni, vi racconterò anche quello che in quella regione, da sempre considerata la cenerentola delle regioni italiane, è successo quando il nostro paese ha cominciato a dismettere le centrali nucleari. Insomma, un po’ di tutto, ma con la dicitura comune di “scandalo”.
Andiamo, però, con ordine e cominciamo, come è sempre meglio fare, dall’inizio.

Introduzione

La storia che sto per raccontarvi fa parte della cronaca nera, anche se qualcuno ha sussurrato che dietro i protagonisti della vicenda poteva esserci la mafia e che le indagini sono state un tantino strane.
La vicenda è quella di una banda di criminali che ha terrorizzato l’Italia, in particolare l’Emilia Romagna, con un centinaio di rapine e decine di morti ammazzati. L’hanno chiamata la banda della Uno bianca, perché questa è l’automobile usata per la maggior parte delle azioni criminose.
unobianca01Le fonti sono, anche qui, molte e alcune particolarmente interessanti. Ad esempio la puntata di Blu notte che Lucarelli ha dedicato alla vicenda e, voglio sottolinearlo in particolare, perché è quello che ho seguito di più, “Gli infedeli”, il libro di Carmelo Pecora, un poliziotto in pensione, che, proprio per questo e per essere stato in servizio nella stessa zona della banda, ha vissuto in maniera sentita tutta la storia. Un libro che forse non merita il premio Bancarella, ma che racconta con precisione quasi maniacale i fatti, i retroscena e tutto il resto. Da leggere!
La Uno bianca in realtà appare in alcune delle rapine. E' una macchina molto diffusa negli anni in cui la nostra storia si sviluppa, il decennio a cavallo del 1990. Quindi facile da rubare e difficile da identificare. Nei primi tempi, però, viene utilizzata una Regata con targa falsa, di proprietà di uno dei componenti la banda. Questi sono, all’inizio, tre fratelli, i fratelli Savi: Roberto, Fabio e Alberto.

Ricapitoliamo

Eccoci alla terza ed ultima puntata sul Vaticano.
VaticanoNelle prime due abbiamo seguito le vicissitudini dello IOR di Marcinkus, legato a molti dei tragici avvenimenti italiani da metà anni 70 alla fine degli anni ’80.
Ciò che emerge da questo racconto sono, soprattutto, gli intrecci che parte del Vaticano ha avuto con personaggi e organizzazioni, come dire?, poco raccomandabili della nostra Repubblica. Si comincia con Michele Sindona, chiamato al capezzale delle finanze vaticane da Paolo VI e, di fatto, inserito nei maneggi che la banca del papa, l’Istituto Opere Religiose, per tutti semplicemente IOR, nei maneggi di una finanza “spensierata” e decisamente malavitosa. Dai documenti, di cui parlerò tra poco, emerge una visione orripilante di un istituto che dovrebbe dedicarsi al bene degli altri, alle opere pie, al sostegno delle persone in difficoltà.

Il caso Fenaroli Premessa L'omicidio di WIlma Montesi

L’omicidio

omicidi08La storia che sto per raccontare ci porta a Torino nel 1952, in via Villa della Regina, una strada di quelle aristocratiche, piene di villette singole, a volte decorate in stile liberty. Qui abita Erio Codecà. É un ingegnere, uno degli alti dirigenti della FIAT.
É il 16 aprile. Codecà è appena tornato da qualche giorno di riposo a Rapallo. É tornato da solo: la moglie Elena Piasescki e la figlia Gaby sono rimaste in riviera. Passa la giornata nel suo ufficio, dove ha funzioni di marketing (anche se questo termine è molto più recente dei fatti che sto raccontando). Dunque non maneggia denaro, non ha niente a che fare con la produzione o con le politiche dell’azienda, non ha alcun rapporto con i sindacati. Inoltre è un uomo tranquillo, descritto da tutti quelli che lo conoscono come mite e sempre disponibile. Una pasta d’uomo.
In passato ha diretto la fabbrica in Romania ed è là che ha conosciuto Elena, che diventa sua moglie. Durante la guerra e fino al 1950 dirige il laboratorio sperimentale della FIAT, per poi passare a direttore della S.P.A.
Quella sera, uscito dall’ufficio, torna a casa, verso le sette di sera, saluta la domestica e innaffia il giardino. Cena e, attorno alle 21, esce a fumare una sigaretta. Non c’è niente di strano in questo. Sono tutte cose che fa praticamente ogni giorno, un’abitudine. Poi, senza avvisare la domestica, prende il cane e lo porta a passeggio.
Sono passate da poco le nove, quando in strada si sente uno sparo, un solo sparo, secco a rompere il silenzio di quel quartiere residenziale.
Quasi subito, alcune persone vanno a vedere, si avvicinano alla 1100 di servizio dell’ingegnere. La portiera è socchiusa, dentro c’è il cane, un cocker, terrorizzato. Accanto all’automobile il corpo senza vita di Erio Codecà.

Premessa Premessa Il delitto Codecà

Il caso Fenaroli

Il primo caso di cui ci occupiamo, avviene nel 1958 a Roma.
omicidi04La mattina dell’11 settembre (che sembra una data destinata a fatti di sangue eclatanti) verso le 8,30, la domestica di casa Fenaroli suona alla porta dell’appartamento signorile, di via Monaci 21, vicino a piazza Bologna. Lo occupano il geometra Giovanni Fenaroli, originario di Como e la moglie Maria Martirano, che invece proviene dalla provincia di Lecce. La donna ha 47 anni.
Un vicino di casa aiuta la domestica ed entrare nell’appartamento dove trova Maria distesa a terra, morta, strangolata. Le prime indagini notano che mancano gioielli di valore e si pensa quindi ad una rapina finita male. Il marito è a Milano a cena con degli amici, che gli forniscono pertanto un alibi di ferro. La donna era molto guardinga e difficilmente avrebbe fatto entrare di notte qualcuno che non conosceva. Si scopre che quel qualcuno è arrivato verso le 23,20, mentre la morte risale all’incirca all’una di notte. Nel posacenere ci sono molte sigarette, il che testimonia di una permanenza lunga dell’ospite e probabile assassino in compagnia di Maria.
In questi casi, pensare a una responsabilità del marito non è certo peccato. Nonostante l’alibi milanese, si scopre che la sua azienda versa in cattive acque e che, poco prima e senza dire nulla alla moglie, il geometra aveva acceso una polizza sulla vita di entrambi. Il coniuge avrebbe incassato 150 milioni di lire, che, in quel periodo, sono una cifra molto importante.
Nonostante questo e nonostante la richiesta di arresto da parte della polizia, la magistratura non procede nei confronti di Fenaroli, perché non ci sono prove a giustificare l’atto.

Introduzione

VaticanoHo già raccontato la storia dello IOR e dei personaggi che attorno ad esso hanno ruotato, arrivando a suicidare un banchiere che sapeva troppe cose, Roberto Calvi. Personaggi che non sono tutti malavitosi incalliti come Pippo Calò, ma sono banchieri importanti come Michele Sindona, alti prelati come Paul Marcinkus e di sicuro le alte sfere della Santa Sede non erano all’oscuro di tutte le schifezze che avvenivano nel piccolo stato. È Paolo VI a chiamare il suo buon amico Sindona, con il quale lo IOR diventa una banca che cura gli interessi di assassini come quelli della banda della Magliana, di sporche figure politiche e di importanti famiglie mafiose. Diventa una lavanderia di soldi da riciclare, perché derivano da affari che più sporchi non si può. È Giovanni Paolo II ad imbastire, assieme a Marcinkus, il sovvenzionamento di Solidarność, usando quegli stessi soldi, che arrivano sì alla formazione di Lech Wałęsa, ma anche ai regimi totalitari dell’America Latina, che con la supposta filosifia religiosa del cristianesimo non si capisce proprio cosa abbiano in comune.

Peppino ImpastatoSiamo alla vigilia di una data importante, quella del 9 maggio. É il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ucciso (forse) dalle Brigate Rosse. Tutti lo sanno e se ne ricordano.
Sfugge però alla memoria che quella notte, tra l’8 e il 9 maggio, viene ritrovato un altro cadavere, meno conosciuto, anche meno ricordato, il cadavere di un ragazzo di trent’anni, uno dei tanti cadaveri sparsi dalla mafia nel nostro paese. É Giuseppe Impastato, per tutti Peppino, proprietario, redattore e anima di Radio AUT, che a Cinisi invita la popolazione a capire cosa sta succedendo.
L’anno prima era morto suo padre, uno dei luogotenenti del boss mafioso della città. Ed è straordinario il solo pensare che, uscendo da una simile famiglia, quel ragazzo si sarebbe iscritto a Democrazia Proletaria, e avrebbe inondato di parole e di prove l’ambiente mafioso di Cinisi.
Il boss è Gaetano Badalamenti, detto Tano, uno di quelli che ha contato davvero nella storia della malavita siciliana e poi statunitense, paese dove ha finito la sua vita in un carcere del Massachusetts nel 2004.

Introduzione

Questa sera vi voglio raccontare una storia molto interessante che riguarda uno stato a noi molto vicino, il Vaticano. Meglio chiarire subito: non parleremo di religione, ma di cose molto più terra terra, come le finanze, le banche, le sovvenzioni a partiti stranieri e, come spesso ci capita, parleremo anche di morti ammazzati.
Le fonti, più che mai doverose in questo contesto sono alcuni libri, pubblicati negli ultimi anni, come “Vaticano SpA” di Gianluigi Nuzzi, edito da Chiarelettere; “Vaticano rosso sangue” di Vittorio di Cesare e Sandro Provvisionato, edito da Olimpia; “Mai ci fu pietà” di Angela Camuso, edito da Castelvecchi, quest’ultimo sulla storia della banda della Magliana, che ci servirà soprattutto nella prossima puntata sul Vaticano, quando parleremo del sequestro di Emanuela Orlandi. Ed inoltre tutta la letteratura che si può trovare in rete (articoli di giornali dell’epoca, dossier, interrogatori e quant’altro).
Cominciamo subito.

Introduzione

usticaAbbiamo già affrontato la questione della strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto del 1980. Pur essendo uno dei pochi misteri italiani formalmente chiariti, con tanto di condanne, abbiamo visto che restano moltissimi dubbi sui reali responsabili di quell’orrendo eccidio, in particolare sui mandanti e sulle motivazioni. In particolare la storia è piena zeppa di tentativi, spesso perfettamente riusciti, di depistare le indagini e ostacolare così la comprensione di quanto avvenuto. Questa tecnica è stata piuttosto comune nelle storie che trovate in questa sezione del sito. Le stragi della strategia della tensione da Piazza Fontana in poi, e fatti gravissimi come il rapimento di Aldo Moro, sono stati soggetti a depistaggi e inquinamenti di prove che hanno allontanato la verità e, come detto, lasciato nella testa di chi si avvicina a queste vicende il dubbio che non tutto sia stato detto, per coprire persone, istituzioni o azioni. Per coprire anche il comportamento di paesi stranieri ai quali allora e oggi non si vogliono attribuire responsabilità per convenienze politiche, commerciali o strategiche o, più squallidamente per il proprio quieto vivere.

Premessa

Vi sto raccontando in queste pagine le storie che hanno riempito di mistero la nostra storia recente. Alcune di queste sono conosciutissime, come quella relativa ad Ilaria Alpi, allo scandalo Lockheed, l’incendio della Moby Prince e così via. Altre invece sono poco conosciute, spesso del tutto sconosciute al grande pubblico, perfino a quello nella cui zona le vicende si sono verificate. Un esempio è l’abbattimento dell’elicottero della Guardia di Finanza Volpe 132 e un altro esempio è il fatto di cui vi voglio parlare adesso. É conosciuto come la strage di Alcamo Marina. Ci sono stati due morti, due carabinieri, ma il caso è estremamente intricato e quindi vi consiglio di seguire tutta la puntata con attenzione. In ogni caso potrete riascoltarla con calma visitando il mio sito noncicredo.org, dove trovate tutte le puntate trasmesse negli ultimi anni da questa emittente. E adesso possiamo cominciare.
Alcamo è un paese a metà strada tra Trapani e Palermo. Si affaccia sul mar Tirreno. Oggi parleremo di un fatto avvenuto il 27 gennaio 1976 nella frazione Alcamo Marina, località balneare grazie ad una bella spiaggia sabbiosa sul golfo di Castellamare, quella in provincia di Trapani.
Nella caserma dell’arma, la Alkamar, quella notte stanno dormendo due militari, l’appuntato Salvatore Falcetta di Castelvetrano (TP) e un ragazzo di 19 anni, il carabiniere Carmine Apuzzo, di Castellamare di Stabia (NA). É una notte di temporale con tuoni e molta pioggia. Del resto siamo in pieno inverno e la località balneare è praticamente deserta di turisti.

PecorelliÉ il 20 marzo 1979, quando Mino Pecorelli viene brutalmente assassinato in via Orazio, a Roma, di fronte alla sede della sua rivista, O.P. verso le nove di sera.
Nella scorsa puntata ho cercato di raccontare come sono andate le cose, quali contatti aveva avuto Mino nell’ultima giornata della sua vita e come erano procedute le indagini, subito dopo.
Ci sono alcune cose strane, come del resto in quasi tutte le storie di questo tipo. Come l’avviso alla pattuglia che arriva per prima sul posto. Si sono sentiti quattro colpi di arma da fuoco, viene detto. La stranezza è che l’arma che spara è dotata di silenziatore. La stessa arma, secondo alcuni pentiti, è in possesso di Enrico De Pedis, il super boss della banda della Magliana, che la tiene come un trofeo. Le armi di questa banda, che entra in ogni losca vicende del periodo che va dal 1975 in poi, vengono trovate dagli investigatori in uno scantinato del Ministero della Sanità. Qui ci sono anche proiettili, abbastanza rari e esattamente dello stesso tipo, di quelli trovati a terra vicino all’auto di Pecorelli il 20 marzo del 1979. Un omicidio da parte della malavita? Difficile da credere, anche perché in quel deposito entrano, con la massima libertà, uomini dei NAR, come Massimo Carminati, e uomini legati alla mafia siciliana come Danilo Abbruciati. Terrorismo, cosa nostra, che a sua volta richiama la politica che conta in quel periodo, come Franco Evangelisti, che confesserà prima di morire la sua vicinanza con i boss siciliani. Ma Franco Evangelisti è il braccio destro di Giulio Andreotti … ecco dunque che tutto è possibile: chiunque può aver deciso che Mino Pecorelli deve morire.

Premessa

In questi ultimi mesi abbiamo esplorato alcune vicende tristi e sanguinose dell’Italia degli anni che vanno dal ’70 alla fine della prima repubblica. Ho raccontato la storia dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, le vicende delle navi dei veleni, del capitano di corvetta Natale De Grazia, dell’abbattimento dell’elicottero della finanza Volpe 132, dello scandalo Lockheed, storie con le quali si potrebbe riempire un contenitore molto, molto grande.
Pensate alle stragi, da quella di piazza Fontana del 1969 in poi, agli assassini impuniti di giornalisti e comunicatori, come Mauro Rostagno, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Pippo Impastato e la lettura della lista potrebbe scorrere come un fiume. E poi personaggi dello stato come il generale Della Chiesa, i magistrati Borsellino e Falcone e tantissimi altri. Una ecatombe, come se vivere nel nostro paese da protagonisti, fosse una guerra. Una guerra tra chi vuole cercare e far conoscere la verità e quelli che vogliono impedirlo.

Introduzione

Elicottero Agusta 109La storia che vi racconto qui è basata sulle inchieste che giornalisti coraggiosi e preparati hanno condotto, spulciando tra documenti di ogni tipo. Si tratta prevalentemente di quanto raccolto da Repubblica e l’Espresso, almeno nella prima parte della trasmissione.
Cominciamo dal quadro d’insieme.
Il 2 marzo del 1994, quattro testimoni vedono o sentono una esplosione nel cielo di Capo Ferrato (Sardegna). Come conseguenza sparisce dalla vista un elicottero: è un Agusta A-109 della Guardia di Finanza che sta sorvolando una nave mercantile a poca distanza dalla costa. L'elicottero porta il nome in codice di Volpe 132, ai comandi c'è il brigadiere Fabrizio Sedda; con lui il maresciallo Gianfranco Deriu. L'indagine della Procura di Cagliari non porta a nessuna conclusione. Una nave presente sul luogo della tragedia (il cargo "Lucina") si dilegua subito dopo l’esplosione, per riapparire mesi dopo nel porto algerino di Djendjen ed essere teatro dell'eccidio di sette marinai italiani ad opera, così si dice, di un gruppo di estremisti islamici. A un certo punto, sulla relazione interna della Gdf viene persino opposto il segreto di Stato che i magistrati, insistendo, riescono a far togliere. Il documento risulta, però di una banalità disarmante: la conclusione è che, forse, si è trattato di un incidente ma che, senza relitto, è impossibile dire di più. Perché allora il segreto di stato?

Introduzione

01 minoOggi ci occupiamo dell’assassinio di Mino Pecorelli, ammazzato il giorno prima che cominci la primavera del 1979.
Avviene alla fine di una decade, che di delitti e di sangue ne ha visti a non finire. Alcuni di questi fatti li ho raccontati qui a Noncicredo, tra tutti la prigionia e l’uccisione di Aldo Moro e quella, purtroppo troppo spesso dimenticata, della sua scorta in via Fani nel 1978.
Sono gli anni di piombo che si racchiudono, come dentro due parentesi, tra la strage di Piazza Fontana nel 1969 e quelle di Ustica e di Bologna del 1980. In mezzo ce ne sono altre, con un numero di morti più o meno importante, la bomba in piazza della Loggia a Brescia, quella sull’Italicus, le stragi di Peteano, Gioia Tauro, Questura di Milano.
Anni complicati, difficili, durante i quali la dialettica politica lascia spazio a soluzioni più estreme, quelle definite terrorismo. Terrorismo da entrambe le parti in lizza. Quella di destra e quella di sinistra: i NAR, le BR e tutti gli altri gruppi aderenti ad associazioni più o meno vicine alle estremità delle ideologie delle formazioni politiche presenti in parlamento. Questa almeno è la versione ufficiale. Ma non è solo questo, perché ci sono altri avvenimenti cruciali in quel periodo.

Introduzione

craxiOggi vorrei parlarvi di un personaggio storico, morto nel gennaio del 2000 e responsabile delle sorti del nostro paese prima della fragorosa caduta della prima repubblica all’inizio degli anni ’90.
Vorrei parlare, lo avrete certo capito, di Bettino Craxi.
Prima di cominciare tuttavia sono necessarie alcune premesse fondamentali per togliere di torno eventuali antipatici fraintendimenti.
Personalmente detesto quando si trasforma un delinquente, lo dico in generale non necessariamente nel caso di cui sto per parlarvi, in un santo, semplicemente perché è morto. Capisco perfettamente l’affetto dei suoi cari e dei suoi amici, che cercano sempre di valorizzare gli aspetti positivi del caro estinto. É comprensibile e pienamente giustificabile, ci mancherebbe altro.
Quando però il caro estinto è un personaggio pubblico, magari di quelli importanti, il giochino non può più funzionare, perché esiste una realtà storica alla quale non si può sfuggire.
Nel caso di un politico, le cose diventano più complicate, perché il giudizio sull’operato dei politici non è mai obiettivo, è sempre di parte … per questo l’aggregazione di uomini e donne che seguono un progetto politico si chiama “partito”.
Provate a pensarci e a farvi venire in mente un quesito qualsiasi che riguardi la vita del nostro paese: che so … le riforme scolastiche, le leggi finanziarie, l’atteggiamento verso gli immigrati, le scelte in tema di politica estera, … uno qualsiasi va benissimo. In questa situazione ci sono i seguaci del partito A che pensano bianco, quelli del partito B pensano nero e magari ci sono anche altre posizioni con varie sfumature di grigio. La domanda che uno si deve fare è questa: “siccome il quesito è unico, non possono avere tutti ragione, qualcuno deve per forza avere torto.” Sì, è vero: c’è anche la possibilità che tutti abbiano torto, ma di certo è impossibile che abbiano tutti ragione.

Introduzione

Nella prima parte di questa “storia” (che ripercorriamo super-velocemente) abbiamo visto, tra l’altro, come la Democrazia Cristiana, il partito di cui è presidente Aldo Moro, adotti la politica di non trattare con le Brigate Rosse, come a dire che un morto solo si poteva anche immolare pur di non compromettere lo stato in una trattativa con dei banditi.
Tlettera utto questo sarebbe comprensibile e forse anche condivisibile se le motivazioni profonde fossero proprio queste. Nelle lettere che scrive dal carcere a varie personalità della politica, Moro affronta più volte questo tema, affermando che uno scambio di prigionieri si potrebbe fare. E non lo dice solo perché la vita in gioco questa volta è la sua. Già in altre occasioni (ad esempio nel caso Sossi, il magistrato di destra rapito dalle Brigate Rosse e poi liberato) Moro si era dichiarato favorevole ad uno scambio di prigionieri pur di salvare la vita delle personalità rapite. Queste lettere sono dirette ai vertici della DC, segnatamente al segretario Zaccagnini e al ministro degli interni Cossiga, oltre che all’onorevole Taviani, sempre contrario ad ogni possibile trattativa.
Ma, in questo caso, non si tratta di una presa di posizione per principio, per difendere l’autorevolezza dello stato o la sua verginità. Moro è tra i pochi, assieme ad Andreotti, Cossiga e qualche altro, a conoscere tutti i segreti della politica italiana, che, a dirla tutta, non è stata certo irreprensibile fino ad allora.
Nelle lettere dal carcere, le accuse rivolte al partito per la sua condotta sono molte e precise. Leggere quel memoriale, o quel che ne rimane, facilmente reperibile in rete, è interessante ed istruttivo, altroché se lo è. E’ una lezione di storia vista da dietro le quinte.

Oggi parleremo di uno degli aspetti più controversi del rapimento di Aldo Moro nella primavera del 1978, ma prima di arrivarci facciamo il punto della situazione.
Il 1978, come anno intendo, comincia malissimo. Il 1° gennaio un aereo dell’AIR India esplode in volo non lasciando alcuno scampo ai 213 sfortunati che si trovano a bordo.
Il 7 gennaio vengono uccisi due militanti missini (un terzo lo ucciderà poco dopo la polizia durante le manifestazioni di piazza) il che innesca una sorta di faida che porterà alla morte di Franco e Iaio, militanti di sinistra e frequentatori del Leoncavallo a Milano.
Intanto continuano scelte decisamente poco democratiche (scusate l’eufemismo) da un lato da parte di Pinochet che nega ogni interferenza ONU e blocca ogni tipo di elezione per almeno altri otto anni e dall’altro in Cina, dove il partito comunista proibisce la lettura dei testi di Aristotele, Shakespeare e Charles Dickens.
É l’anno in cui la Francia continua imperterrita le prove di esplosione di ordigni nucleari a Mururoa, quello in cui la guerra tra gli irlandesi dell’IRA e gli inglesi continua a fare stragi, come nel caso delle 12 persone uccise da una bomba a Belfast.
É l’anno dei mondiali di calcio in Argentina, vergognosamente organizzati in un paese preda di una terribile e feroce dittatura, che si porterà via tra i 30 e i 40 mila oppositori o presunti tali, scomparsi nel nulla, appunto desaparecidos.

2 agosto 1980, ore 10,25

bologna02Come ho avuto modo di scrivere più e più volte, quello che leggete in questa sezione è quanto emerge dalle dichiarazioni, dagli interrogatori, dalla varia documentazione disponibile sui vari casi. Pretendere che sia per forza anche la verità non è possibile, dal momento che, con tutti i lati oscuri di ogni vicenda, spesso la verità riposa con protagonisti ormai defunti. Resta tuttavia l’interesse per un mondo che è stato quello del nostro paese e, per molti di noi, il mondo in cui siamo vissuti e cresciuti.
Oggi vorrei raccontarvi la storia di una strage, un odioso attentato che ha provocato molte decine di morti e moltissimi feriti, lasciando, a quasi 40 anni di distanza, una ferita nel nostro paese e nella città dove tutto questo è accaduto, Bologna.
Prima di cominciare, i Pink Floyd e l’annuncio al telegiornale di quel tragico 2 agosto del 1980.

Addio mondo crudele, addio a voi tutti, non c’è niente che possiate dirmi per farmi cambiare idea” cantano i Pink Floyd in uno dei brani di The Wall. Oggi parlerò di questo, della strage alla stazione di Bologna.