Scandalo Lockheed

Giovanni Leone

lockheed01Giugno 1978: mancano sei mesi alla fine del mandato presidenziale e il presidente della repubblica, Giovanni Leone, si rivolge alla nazione e pronuncia questo discorso, ripreso dal telegiornale:
I cittadini che era giusto informare, in realtà non è che amassero molto il presidente, soprattutto dopo alcuni fattacci, come quello del Vajont, dove si era recato in mezzo al fango del Piave per rassicurare la gente che giustizia sarebbe stata fatta. Purtroppo poco dopo, come giurista, lo troviamo alla guida del pool di avvocati che difendono l’ENEL, diventata da poco proprietaria della struttura incriminata.
Leone è un senatore a vita, nominato da Giuseppe Saragat nel 1967 quando ancora non ha compiuto 60 anni. Nel 1971 ci sono le elezioni per la Presidenza della Repubblica. É una tornata molto complicata, che termina addirittura dopo 23 scrutini il 24 dicembre. Si salva così il Natale, ma a decidere della sua elezione sono i voti del Movimento sociale, il partito di Giorgio Almirante, il partito neo fascista. Alle sinistre questo non può certo far piacere, ma il giudizio sul personaggio è diviso tra quelli che lo hanno sempre considerato un uomo imparziale, servo devoto della Costituzione, e quelli che invece lo ricordano come il presidente che ha nominato Silvio Berlusconi Cavaliere del lavoro, con tutti i dubbi che la sua ascesa si è sempre portata dietro.
Anche le sue dimissioni sono state viste come una mossa strategica, perché il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer aveva già pronta la richiesta ufficiale, che avrebbe presentato di là a pochissimo.
I motivi delle dimissioni non sono, evidentemente, quelli legati al Vajont, ma il fatto che Leone fosse implicato, così almeno si sosteneva all’epoca, nello scandalo Lockheed.
Ad accusarlo dal 1976 sono i radicali di Marco Pannella e alcuni giornalisti dell’Espresso: Camilla Cederna, che sarebbe stata poi condannata per diffamazione proprio per gli articoli su questa vicenda e Gianluigi Melega, che invece non ha mai ricevuto smentite o richieste di rettifica per i suoi articoli. Del resto la riabilitazione della figura di Giovanni Leone viene molto più tardi, quando le accuse nei suoi confronti si rivelano infondate, talvolta costruite ad arte.
Ma cosa è stato lo scandalo Lockheed?

L’inchiesta Church

La Lockheed è una delle più grandi industrie aerospaziali degli Stati Uniti, che nel 1995 si fonde con la Martin Marietta, diventando quella Lockheed Martin che avrebbe prodotto i famosi F35, che sono stati alcuni anni fa al centro di un vivace dibattito parlamentare sull’opportunità o meno di acquistare i nuovi aerei.
Nel 1969 la Lockheed vende all’Italia quattordici aerei militari Hercules C-130. Costo complessivo, pezzi di ricambio compresi, 60 milioni di dollari, che, al cambio attuale fanno circa un miliardo di euro. Gli aerei sono destinati a sostituire i vecchi bimotori C-119, che l’amministrazione di Washington aveva regalato nel 1951 a Roma, aerei che, dopo vent’anni, sono diventati decisamente poco affidabili.
C’è anche da aggiungere che quello dei C-130 è il secondo tentativo di accordo tra l’azienda USA e il governo italiano. Un anno prima non si era trovata l’intesa per l’acquisto di un altro modello, l’Orion P3.
lockheed02Le informazioni su quello che è poi diventato per tutti lo scandalo Lockheed derivano dalla sentenza emessa dalla Corte Costituzionale il 1 marzo 1979, ma queste a loro volta emergono dal lavoro di una commissione di inchiesta statunitense, presieduta dal senatore democratico Frank Church, che si occupa, tra il 75 e il 76, di molte questioni davvero spinose come il controllo illegale della posta dei magistrati e dello spionaggio che le agenzie federali stanno compiendo nei confronti dei cittadini americani. Poi si passa ad esaminare la vicenda della corruzione internazionale nella vendita d’armi, estesa anche a paesi europei, tra i quali l’Italia.
La commissione Church nasce per volere del presidente Gerald Ford sull’onda dello scandalo Watergate, che aveva costretto il presidente Nixon a dimettersi.  Quando mette il naso nelle faccende della Lockheed, saltano fuori i documenti che dimostrano un giro di corruzione verso paesi stranieri, tra i quali c’è immancabilmente anche il nostro. Come spesso avviene, i giornali sono i primi ad avere le notizie e le pubblicano la mattina del 5 febbriaio 1976. Ad esempio Il Messaggero titola: “Corrotti per far acquistare aerei USA dalla Difesa. Un miliardo e cento milioni ai ministri Gui e Tanassi”.
Il parlamento chiede la visione delle conclusioni della commissione americana e il 9 febbraio finalmente può leggerla. Ma nelle pagine del rapporto c’è tutto e non c’è niente, perché sono piene di “omissis” (cioè di parti secretate) e comunque non sono affatto chiare. Tocca al sostituto procuratore Ilario Montella decifrare questo rebus, trovare riscontri, ricostruire l’intera vicenda. Agli USA non importa nulla di quello che può succedere negli altri paesi: sono fatti loro, si arrangino. Del resto la commissione Church non è un organo giudiziario e quindi sarà meglio – dicono – che ognuno si lavi i panni sporchi a casa propria.
Il giudice italiano si trova davanti ad una trattativa commerciale anomala, con una sfilza di intermediari militari, avvocati, finanzieri e prestanome. I soldi della Lockheed sono passati di mano in mano per finire su un nugolo di conti e operazioni bancarie, inestricabili.
Qualche dato chiaro tuttavia salta fuori. Ad esempio il fatto che fra spese legali e tangenti la società aveva impegnato 2 milioni e 18 mila dollari, l’80 per cento dei quali è finita ai partiti italiani di governo.
Nel periodo dei pretori d’assalto, delle stragi nere e dei morti ammazzati dall’estremismo rosso, la procura di Roma acquisisce anche un altro dossier. Stavolta a fornirlo è la Securities & Exchange Commission, fondata dal presidente Roosvelt all’indomani della grande crisi del 1929. Ilario Martella comincia così il suo lavoro da certosino, navigando in un mare di carte, documenti, contratti, aziende strane. Alla fine la documentazione comprende ben 27 mila pagine. Siamo alla fine di febbraio 1976. La magistratura è pronta a fare i passi successivi, ad istruire l’inchiesta ad ascoltare i coinvolti, ma … c’è un “ma”.  

Indagine italiana: quante difficoltà

lockheed01Passa meno di un mese: ai magistrati arriva un memoriale che li invita (è chiaro si tratti di un eufemismo) a passare tutta la documentazione alla commissione inquirente per i procedimenti d’accusa. La differenza non è certo di poco conto. A giudicare i fatti e gli eventuali responsabili saranno i deputati e i senatori, cioè i colleghi e soprattutto gli amici e compagni di partito degli indagati più illustri. In questo frangente sotto la lente inquisitrice c’è Mario Tanassi, ex ministro della difesa, che sceglie la via delle dimissioni dal proprio partito, il PSDI, il partito socialdemocratico.
Come anticipato, il materiale accusatorio arriva da fonti diverse, quelle americane già analizzate, ma anche il sequestro di documenti bancari, l’acquisizione di atti ministeriali, documenti dell’Istituto mobiliare italiano sulla compravendita degli aerei Hercules ed infine intercettazioni telefoniche. Ovviamente vengono anche interrogati alcuni testimoni, tra di essi il predecessore di Tanassi al ministero della difesa, il padovano democristiano Luigi Gui.
Infatti già nel 1969 l’azienda americana fa un primo versamento su una banca di Roma. Il ministro Gui spedisce allora una “lettera di intenti”, vale a dire una specie di promessa che le intenzioni sono proprio quelle di acquistare gli aerei. Ma, evidentemente, alla Lockheed quegli “intenti” sembrano troppo fumosi, per cui ritira il versamento. Solo successivamente si arriva ad accordi veri e propri e i finanziamenti (chiamiamoli così) vengono depositati su conti esteri attraverso società romane e di Panama come la Tezorefo e la Com.El, e poi anche attraverso l’Ikaria, società lussemburghese. Sono previste tre rate: una prima all’arrivo di una nuova lettera di intenti da parte del nuovo ministro, Tanassi; una seconda alla stipula del contratto o del prestito che l’avrebbe finanziato ed infine la terza alla registrazione dell’accordo.
Va sottolineato come quanto sta accadendo in Italia negli anni ’70 avviene anche in altri paesi: in Olanda, dove viene coinvolta la monarchia, in Germania, dove vengono coinvolte le strutture tecniche del ministero della difesa, in Giappone, dove, come da noi, vengono coinvolti i ministri della difesa e i primi ministri.
E i soldi?
I soldi della Lockheed arrivano in Italia tra il giugno 1970 e l’autunno 1971 e vengono puntualmente incassati. L’inchiesta si basa anche su alcune testimonianze interessanti, che forniscono versioni perfettamente concordi. Si tratta del direttore delle vendite internazionali della Lockheed, William Cowden e del presidente dell’industria americana, Archibald Kotchian.
I nostri ministri, Gui e Tanassi, denunciati dai due, smentiscono tutto. Il primo dice di aver agito su insistenza degli ambienti militari; l’altro sostiene di essere vittima di una macchinazione. E poi – dice – l’ho fatto per il bene della nazione, visto che gli americani garantiscono una contropartita, come quella di fabbricare e assemblare gli aerei in Italia, precisamente a Brindisi o a Pomigliano. Insomma la tangente serviva a procurare posti di lavoro, in un periodo che è decisamente diverso da quello attuale per quel che riguarda questo problema sociale.

Il libro nero della Lockheed e Antilope

lockheed02Nel 1976 la Lockheed fa outing, come si dice oggi, e porta a galla tutta la storia in una specie di libro nero, in cui si racconta ogni cosa, anche se l’identità dei responsabili è talvolta coperta da nomi d’arte e fittizi, perché si tratta di personalità molto importanti del nostro paese. Così Antelope Coppler forse è il presidente del consiglio e anche se ce n’erano stati ben cinque nel periodo incriminato, la Corte Costituzionale nel 1979 individua in Mariano Rumor, vicentino e democristiano, il possibile Antelope. Il secondo personaggio, chiamato Pun dalla Lockheed, potrebbe essere Duilio Fanali, capo di stato maggiore dell’aeronautica, che nel marzo precedente finisce dentro assieme ad Antonio Lefevre D’Ovidio, amico del presidente Leone, uno dei presunti mediatori dell’affare.
Altro nome altisonante è quello di Camillo Crociani, rappresentante della grande borghesia italiana, ma, quello che più conta, presidente di Finmeccanica, che è un’azienda di stato che ha avuto nella sua storia alcuni problemi, soprattutto per l’ingerenza spesso stringente dei partiti politici sulla sua politica aziendale. Crociani, per sfuggire ad un mandato di cattura internazionale, scappa in Messico, dove muore nel 1980.
Nei guai finiscono anche gli ex primi ministri Rumor e Leone. Il primo da alcuni viene identificato come il “mangiatore di antilopi”. Qui va fatta una breve digressione linguistica. Infatti il termine inglese usato è “Antelope coppler” con la C di Cane, ma secondo alcuni quella c di coppler in realtà è una g e così viene fuori “Antelope goppler” con la G di Gatto, appunto mangiatore di antilopi.
Il fatto vero è che non si è mai saputo, con certezza assoluta, a quale personaggio così importante nella politica italiana, questo nomignolo appartenga.
Per molti “onorevoli” è Rumor, il quale esce di scena senza danni, grazie al voto determinante del presidente della commissione inquirente, Mino Martinazzoli. Per altri si tratta invece dell’eternamente presente Giulio Andreotti, come sostiene Ernest Hauser, un ex dipendente della Lockheed. Un personaggio, questo Hauser, non molto affidabile. Già in precedenza aveva cercato soldi dal giornalista Vittorio Zucconi (5 mila dollari dell’epoca, non una cifra da poco) per fornirgli una lettera con le prove delle sue affermazioni.
C’è però un altro testimone, decisamente più affidabile di Hauser. Queste cose le sappiamo grazie al lavoro di Julian Assange, che è ruscito a declassificare moltissimi documenti riservati, confluiti nella famosissima Wikileaks. Il documento che qui interessa è dell’ottobre 1976. L’altra fonte che indica in Andreotti l’Antilope è un cittadino tedesco, Fred Meuser. A parlare è John Volpe, un curioso ambasciatore statunitense in Italia; quello che nomina nel 1974 Michele Sindona uomo dell’anno, che intrattiene rapporti con Eugenio Cefis (uno dei coinvolti nei vari scaldali del petrolio nel nostro paese), temendo che i comunisti prendano il potere, una vera mania della maggior parte degli statunitensi di quel periodo.
Dunque, secondo John Volpe, Meuser avrebbe dovuto saperne qualcosa perché «coinvolto nei pagamenti illeciti della Lockheed in Olanda e in Italia. [Inoltre] era stato stretto amico di […] Andreotti […]. Più tardi i giornali scrissero che [i due] avevano avuto uno scontro e Andreotti era riuscito a ottenere dalla Lockheed il trasferimento di Meuser dall’Italia all’Olanda
C’è anche una terza versione, quella che indica in Aldo Moro l’Antilope, ma gli elementi di identificazione, usciti da una soffiata di un membro del partito repubblicato statunitense, viene ritenuta poco attendibile. Così la Corte Costituzionale, decide di sospendere qualunque tipo di indagine sull’identità di Antilope e quindi di non trasmettere gli atti per nuove indagini. É il 3 marzo 1978, due settimane dopo avviene l’agguato di via Fani, con l’uccisione degli uomini della scorta e il rapimento di Aldo Moro.
In tutta questa vicenda ci sono due commissioni parlamentari che si occupano dello scandalo Lockheed. Una prima, guidata da Angelo Castelli (DC) non ha tempo di fare praticamente nulla perché finisce la legislatura. La seconda è invece guidata da Mino Martinazzoli. Oltre ai politici di minoranza i commissari d’accusa vedono avvocati professori come Alberto Dall’Ora, Marcello Gallo e Carlo Smuraglia, che diventerà presidente nazionale dell’ANPI, l’associazione nazionale dei partigiani. Si arriva così alla comunicazione delle conclusioni in aula, con senatori e deputati riuniti assieme. Si comincia il 3 marzo 1977: sarà una settimana di sedute di fuoco.

Le conclusioni della commissione in aula

Quando i parlamentari in seduta comune vengono chiamati ad ascoltare le conclusioni della commissione, succede di tutto. É una settimana (dal 3 all’11 marzo 1977) di fuoco in cui volano parole grosse e i toni sono durissimi, tanto da indurre il presidente della camera, il comunista Pietro Ingrao, a richiamare i parlamentari ad un linguaggio più consono al luogo in cui si trovano. La relazione riguarda tutti i coinvolti: gli ex ministri Gui e Tanassi, ma anche i cosiddetti “laici”: il generale Duilio Fanali, Bruno Palmiotti (segretario particolare di Tanassi), Ovidio e Antonio Lefèbvre D’Ovidio, Camillo Crociani, Vittorio Antonelli, Luigi Olivi, Maria Fava e Victor Max Melca.
Durante il dibattimento c’è anche un incidente aereo, proprio di un C-130 della Lockheed. E non è neanche la prima volta, perché nel 1971 al largo di Livorno 52 persone muoiono nello schianto. Questa volta a lasciarci la pelle sono 44 persone, 38 delle quali sono allievi dell’Accademia militare, ragazzi dunque imbarcati sull’aereo da trasporto. Evidentemente questa insicurezza diventa un punto di forza per chi sostiene che l’acquisto degli Hercules è solo una speculazione. I sostenitori dell’affare, invece, continuano a ricordare il raid di Entebbe, quando quattro Hercules israeliani erano atterrati in Uganda per liberare 260 persone di un aereo francese che era stato dirottato. Nessuno però parla dei morti tra passeggeri e dirottatori.
Nella discussione girano anche dati fantascientifici, come il fatto che uno di quegli aerei aveva volato senza scalo per oltre 10 mila km, mentre un altro ha trasportato un carico superiore a 12 tonnellate. É il senatore della Sinistra indipendente Nino Pasti, già militare di carriera, a riportare le cifre ufficiali degli Hercules, nettamente inferiori a quelle appena citate. Insomma, secondo Pasti, la questione Lockheed viene presentata in aula in forma non corretta. Chiede quindi di rinviare tutti gli inquisiti alla Corte Costituzionale, sostenuto dai colleghi della sinistra, il cui pensiero si può condensare nelle parole pronunciate da Massimo Pinto: “Quando dei ministri democristiani difendono a spada tratta l’appartenenza dell’Italia al Patto atlantico, l’appartenenza alla sfera degli Stati Uniti, io mi rendo conto che questo significa bustarelle, prima o dopo, per chi amministra”.

Il J’accuse del partito radicale

lockheed01Oggi però noi possiamo guardare all’intera vicenda con occhi distaccati, senza l’animosità da ultras dell’epoca. E allora l’intervento più pesante, ma anche più interessante, è quello dell’esponente radicale Emma Bonino, intervento che voglio proporvi per intero.
“Ha ragione – e ha ragione da vendere – la gente. Hanno ragione da vendere gli uomini e le donne che, nel Paese, guardano con scetticismo e con sfiducia a questo ‘processone’, a questo polverone che ora stiamo alzando su una gravissima, ennesima vicenda di corruzione che – fino a un anno fa – la stampa, l’intera opinione pubblica, vedeva emblematica di una corruzione più generale, di connivenze più generali e più gravi […]. Forse voleranno un paio di corna di un qualche tipo di capro espiatorio – magari un Tanassi qualsiasi –, ma perché serve un capro espiatorio per meglio salvare l’intera mandria, che è la mandria degli affamatori pubblici, degli speculatori dello Stato, dei tramatori neri, dei potenziali golpisti. La gente dice, la gente pensa: hanno rubato miliardi e miliardi, sottoponendo le scelte politiche e addirittura militari del nostro Paese ai loro sporchi interessi privati […]. Ma già, per voi rubare per il partito non è reato […]. Per noi, come per la gente, il fine non giustifica i mezzi e […] il furto rimane un furto. Io non so quanti di questi soldi sono finiti nelle sezioni di partito e quanti nelle ville di Capri o di Anacapri, o nei panfili da vacanza delle borghesie di Stato e di regime.
E poi, rivolgendosi ad Aldo Moro:
“Collega […], la corruzione non è solo prendere realmente i soldi, è soprattutto la disponibilità a prenderli”. L’esponente radicale, accusando l’intero sistema democristiano che comprende anche gli alleati di governo, denuncia pressioni sulla stampa e sulla televisione di Stato perché della Lockheed, ma non solo di quella, non si parli:
«Quante cose sono state insabbiate per anni! Quante cose non si sono mai sapute: fondi neri della Montedison, petrolieri, INGIC, ANAS. Perché? Non c’era per caso una volontà di fare quadrato? […] Vi dovreste vergognare di tutto questo, ma la vostra impudicizia è senza limiti».
Il giorno dopo interviene Adele Faccio, usando gli stessi argomenti e gli stessi toni della collega. Ma l’intervento più duro è quello di Marco Pannella, in un clima di continue minacce di sciogliere il parlamento, di richiami agli ideali della resistenza e così via.
Siamo in un periodo in cui gli scandali sono quasi all’ordine del giorno. Perché allora occuparsi di questo della Lockheed e farlo diventare quasi un emblema? Il motivo più importante, secondo me, sta proprio nel dibattito parlamentare e nelle accuse al sistema democristiano di potere. Alcuni degli interventi sembrano anticipare di 15 anni la descrizione di quello che accadrà con Tangentopoli. Saltano fuori tutti gli scheletri: le tangenti sulla fornitura di armi a Gheddafi, i casi del petrolio, i conti all’estero, la mazzette dei petrolieri e degli industriali ai partiti e così via.
Ecco dunque che la storia dello scandalo Lockheed diventa un atto d’accusa contro una classe politica che, da trent’anni, occupa i gangli del potere, rifiutando non solo di lasciarli, ma anche di sottoporsi a qualsiasi giudizio a fronte delle azioni di propri esponenti, quando non di intere correnti, spesso trasversali a singole appartenenze partitiche. Insomma la frase di Aldo Moro “noi non ci faremo processare”, che è il titolo di questo capitolo, è quanto mai azzeccata.

Gli onorevoli sono “immuni”

C’è una curiosità che il libro di cui stiamo parlando sottolinea: è una dichiarazione di Francesco Crispi relativa ad uno scandalo piuttosto famoso, scoppiato nel 1891 e relativo alla Banca Romana per alcune attività illecite. Crispi era accusato di aver insabbiato una relazione che cercava di fare chiarezza sulla questione. Bene, Francesco Crispi tuonò in aula: «Né tribunale né inchiesta parlamentare. All’età mia, dopo aver servito il Paese per cinquant’anni, posso avere il diritto di credermi invulnerabile e superiore alle ingiurie e alle diffamazioni».
Questa pretesa di immunità, che assomiglia tanto a quella dei nobili nelle monarchie assolutiste, emerge spesso, da parte dei rappresentanti democristiani, nel dibattito in aula per lo scandalo Lockheed.
La difesa di Gui e Tanassi era proprio questo. Da un lato la difesa corporativa di una società del malaffare, per cui bustarelle e imbrogli erano nel DNA dei partiti che governano. Dall’altro lato la convinzione che lasciar perdere non significhi lasciar liberi due probabili colpevoli, ma che sia in pericolo la stessa democrazia nel paese, in presenza, questo il succo dei discorsi, di una vera e propria dittatura del partito di maggioranza.
C’è un altro personaggio che i meno giovani ricorderanno bene: Luciana Castellina di Democrazia Proletaria, che sciorina nel suo discorso tutti i casi scandalosi della storia recente, oltre a quelli già citati dai colleghi radicali e cioè: “cedolare vaticana, fondo addestramento lavoratori, Poligrafico, vari ‘sacchi di Roma’, Italcasse, Croce rossa, banane, aeroporto di Fiumicino, danni di guerra e così via.”
Qualcuno, nel suo intervento, rammenta gli sforzi fatti da Indro Montanelli, sulle pagine de “ll Giornale”, prima che diventasse la schifezza dispensatrice di gossip di Feltri e compagnia bella, gli sforzi dicevo per trovare soluzione alle pendenze dalla fondazione Baldan di padre Enrico Zucca. Ecco questa è un’altra storia poco conosciuta, che merita di essere raccontata brevemente per capire quanta tracotanza gli esponenti dei partiti si portassero dentro.

L’Anello

La storia è in qualche modo legata al Noto Servizio o Anello, una specie di servizio segreto parallelo e ovviamente illegale, composto da ex ufficiali della Repubblica di Salò, imprenditori, industriali, soggetti del mondo politico ed economico, della malavita e della criminalità organizzata, fondato verso la fine della seconda guerra mondiale e sopravvissuto, con varie trasformazioni, fino agli inizi degli anni novanta.
Una sorta di servizio segreto parallelo, che fungeva da elemento di congiunzione tra gerarchie politiche e civili e gerarchie militari, tutte unite nella lotta al comunismo. Durante gli anni ’70 contava circa 170 adepti, tutti stipendiati dallo Stato. La scoperta di questa struttura viene alla luce nel 1996, grazie alle indagini del giudice Guido Salvini e della procura di Brescia, mentre cercano di capirci qualcosa sul terrorismo nero e sulla strage di Piazza Fontana. I documenti saltano fuori da un archivio dell’Ufficio Affari Riservati, abbandonato sulla via Appia a Roma. La documentazione viene inviata, nel 2000, alla Commissione Parlamentare sulle stragi. Secondo gli inquirenti, l’Anello ha avuto un ruolo in molte vicende oscure: dal rapimento di Aldo Moro, al caso Cirillo, l'assessore campano della Dc rapito dalle Brigate Rosse nel 1981, ai traffici di armi e di petrolio e anche nella vicenda della fuga del colonnello delle Ss, Herbert Kappler, responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine e fatto evadere dall'ospedale militare del Celio nel 1977. Nel 1978, pochi giorni dopo il rapimento Moro, tramite l'intervento dell'Anello, sarebbe stato individuato il covo di via Gradoli, a Roma.  Questo è un altro punto oscuro delle vicende di quel periodo: perché la malavita organizzata (mafia, ‘ndrangheta) e i servizi sapevano dove si trovava Aldo Moro: perché non sono intervenuti? Chi glielo ha impedito? Secondo alcuni pentiti sarebbero stati i vertici del suo stesso partito. Se così fosse credo siano chiari i motivi: il timore di rivelare cose che nessuno avrebbe mai dovuto ascoltare. (vedi qui e qui)
Secondo alcuni testimoni, a partire dal 1964, politicamente, l'Anello faceva riferimento direttamente alla figura di Giulio Andreotti.
Ovviamente racconto i fatti così come li ho raccolti, senza avere certezze o prove.
Ma torniamo a Enrico Zucca e alla fondazione Baldan. Nel 1964 era iniziata un’inchiesta (condotta tra l’altro dal giudice Alessandrini, assassinato nel 1979 da Prima Linea) per una serie di presunti falsi dei ministeri degli Esteri e della Pubblica Istruzione. Vengono coinvolti nomi eccellenti della politica come Moro, Gui, Tanassi e Saragat, anche se per nessuno di questi si arriva mai a un qualsiasi provvedimento.
Proprio Saragat, anticipando di molti anni le tirate dei politici contro i giudici, diceva:
Questa è l’Italia! Si spiega allora il clima [di persecuzione politica] che si crea nel Paese. Quando la magistratura si comporta in questo modo e quando i giornali si comportano in questo, come volete che la pubblica opinione possa avere il senso della giustizia e il senso della verità?”
Facciamo chiarezza: il modo in cui la magistratura si comporta è quello di cercare di verificare ipotesi di reato; il modo in cui si comportano i giornalisti è raccontare le risultanze giudiziarie emerse dal lavoro della magistratura. Insomma, entrambi non fanno che il loro lavoro, cosa ci sarà mai di strano?
Saragat evidentemente difende se stesso (come accadrà più tardi ad altri politici durante Tangentopoli e durante gli scandali di cui è stato accusato Berlusconi) e difende anche la propria parte politica. Anche contro queste uscite le opposizioni si scagliano accusando il sistema di controllare un potere enorme attraverso uomini corrotti. 

Noi non ci faremo processare (Aldo Moro)

lockheed02I temi trattati durante questo affare, ribattezzato il Watergate all’italiana, torneranno fuori ai tempi dell’inchiesta Mani Pulite, trovando solo allora documentazioni e prove che incastreranno i partiti al governo, primo fa tutti il Partito Socialista di Bettino Craxi, facendoli sparire e sostituire da altri.
Nel marzo 1977, quando si tratta di difendere, come detto non solo Gui e Tanassi, ma l’intero sistema democristiano, il compito viene affidato ad Aldo Moro, il quale elenca i motivi dell’innocenza di Gui e riconferma la sua stima a Leone e Tanassi. Il suo intervento è di quelli pesanti, affermando che l’accusa poggia sul vuoto e che quelle sono normali operazioni ministeriali e che non c’è nulla di illegale nella storia degli aerei. Poi però rivolge la sua attenzione alla questione generale, quella di cui Castellina e i radicali avevano a lungo tracciato la storia e dice:
“Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio d’infamia […]. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero […]. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque […] voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione […]. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero […]. Abbiamo certo commesso anche errori politici […]. Certo, un’opera trentennale, per la quale si realizza una grande trasformazione morale, sociale e politica, ha necessariamente delle scorie, determina contraccolpi, genera squilibri che debbono essere risanati, tenendo conto delle ragioni per le quali essi si sono verificati. Ecco perché al balzo in avanti innegabile di questi anni segue una crisi che deve essere diagnosticata con rigore e curata con coraggio. Ma essa non significa affatto che tutto fosse sbagliato, ma solo che vi sono stati eccessi ed errori in qualche misura inevitabili, in questo processo storico […]. Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare.”
Ma le cose vanno in modo differente. Gui, Tanassi e tutti i laici vengono rinviati a giudizio. Interessanti gli esiti delle votazioni, avvenute a scrutinio segreto. Per Gui i voti favorevoli a processarlo sono 487 contro 451; per Tanassi (non democristiano) sono 513 contro 425; per i laici (non politici) sono ben 835 contro 66. Il tentativo di dare la colpa ai non politici e di salvare in ogni modo i due colleghi è piuttosto evidente.

La Corte Costituzionale decide

Questa tuttavia è solo la prima parte, perché il processo deve ancora iniziare. La Corte Costituzionale, presieduta dal giurista Paolo Rossi, prima di emettere il verdetto, resta chiusa 23 giorni in camera di consiglio. Tra l’altro si tratta di una sentenza definitiva contro la quale non ci si può appellare. Il risutato è questo:
Luigi Gui viene assolto dal reato di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio aggravato.
Per lo stesso reato, la corruzione vengono assolti Vittorio Antonelli, Luigi Olivi (però gli atti che lo riguardavano vengono trasmessi alla magistratura ordinaria), Victor Max Melca e Maria Fava.
I fratelli Lefèbvre D’Ovidio sono ritenuti innocenti per la truffa, ma ritenuti colpevoli di corruzione e condannati rispettivamente a due anni e quattro mesi e due anni e due mesi di carcere, e a pagare rispettivamente sanzioni di 300 e 400mila lire.
Anche a Tanassi va male, perché viene condannato a due anni e quattro mesi di reclusione e a 400mila lire di multa per il reato di corruzione. La Corte aggiunge nel suo caso l’interdizione dai pubblici uffici per il periodo di anni due, mesi sei e giorni venti e la sanzione costituzionale della decadenza dall’ufficio di deputato. Colpevoli dei reati loro ascritti vengono ritenuti anche Duilio Fanali, Bruno Palmiotti e Camillo Crociani. Nel 1984 la Corte dei conti non ravvisa alcun danno per lo Stato attribuibile a Tanassi, Fanali e Palmiotti, perché le tangenti non sono andate a incidere sulle casse pubbliche, ma su quelle della Lockheed, che ha guadagnato meno dalla compravendita.

Una stampa sopra le righe 

lockheed01In questa vicenda i toni sono esasperati da entrambe le parti. In particolare qualcuno sottolinea come alcuni interventi della stampa, in particolare de L’Espresso siano decisamente sopra le righe. Ad esempio gli attacchi al presidente Leone sono spesso fuorvianti perché mettono a nudo la sua vita privata e quella della sua famiglia, che niente hanno a che vedere con la sua attività, non sempre limpida, di uomo politico. Pannella e Emma Bonino si scuseranno nel 1998 di alcune affermazioni, per così dire, tropo pesanti, nei confronti dell’ex presidente napoletano, riconoscendo la sua estraneità ai fatti di cui abbiamo parlato. É il giorno in cui Leone compie 90 anni e forse non gli importa molto di questa marcia indietro dei due esponenti radicali.
Tuttavia credo si riesca a capire l’esasperazione di una parte della politica e dell’opinione pubblica per un sistema di governo che sembra più una setta con tanto di grande fratello che altro. Chi, come me, faceva politica in quegli anni, ricorda perfettamente come gli oppositori di questa specie di regime venissero messi in un angolo con allusioni e aperte manifestazioni di odio da parte di soggetti che non avevano nessun titolo per farlo. Mi riferisco, giusto per fare un esempio, alle omelie dei parroci dei paesi in cui operavo, che non avevano nessuna remora ad indicare come scomunicati e poco di buono durante la predica domenicale chi faceva propaganda politica per i partiti di sinistra. Questo clima, che si respirava in quegli anni, era, ovviamente, ancora più grave dentro le stanze della politica, in parlamento.
Prima di passare ad altre considerazioni voglio aggiungere che a me, semplice lettore di quanto è successo, la condanna di Tanassi sembra proprio quello che molti storici dicono sia stato: la scelta cioè di un capro espiatorio. Della vera Antilope non c’è traccia e, ormai, non ci sarà mai, aggiungendo un altro tassello alle malefatte misteriose di questo nostro paese.