videlaQuando in Argentina si parla del “golpe”, nessuno ha dubbi che ci si riferisca, tra i tanti avvenuti, a quello che tra il 1976 e il 1983 ha visto al potere una giunta militare.
I numeri sono importanti e dicono molto, ma non tutto, di questo periodo. Ci sono decine di migliaia di morti ma un numero molto minore di cadaveri, migliaia di prigionieri, cittadini fucilati per strada, un milione di esiliati. Questo orribile conteggio, che ancora oggi non ha spento il suo eco, va, in qualche modo, spiegato, perché la dittatura è stata, anche, un atto politico, una presa di potere per la quale occorre porsi alcune domande. Perché è avvenuta? Chi l’ha resa possibile e chi l’ha sostenuta? Quali novità ha portato nella vita sociale, associativa, economica del paese? E poi: perché e come è finita?
Per rispondere, dobbiamo fare un passo indietro, entrare nella storia tormentata del paese sudamericano, con governi militari e civili, dispotici o democratici, che si sono susseguiti nel tempo. C’è una costante negli anni: agli avversari politici le cose non sono mai andate troppo bene: perseguitati, arrestati, spesso uccisi e fatti sparire, desaparecidos, come si dice in spagnolo, anche se questo termine è associato proprio alla dittatura militare cominciata nel 1976. Lo è, per il numero esagerato di sparizioni, per le modalità, per l’estraneità alla politica della maggior parte dei malcapitati. C’è una frase del poeta Juan Gelman, che vogliamo ricordare: “È necessario sottolineare che la parola ‘desaparecido’ è una sola, ma contiene in sé quattro concetti: il sequestro di cittadine e cittadini inermi, la loro tortura, il loro assassinio e la scomparsa dei loro resti nel fuoco, nel mare e nella terra ignota.” 
La storia dell’Argentina, dal dopo guerra in poi, è incentrata sul peronismo. Juan Perón studia in Italia, durante il fascismo, apprezzando la politica di Mussolini, interpretata come un tentativo di unire capitalismo e socialismo, verso una socialdemocrazia perfetta. É uno strano modo di intendere l’azione del governo, al quale arriva, guarda caso, grazie ad un colpo di stato, quello del GOU del 1943. Qualche anno più tardi fonda il “Partido Justicialista”, dove l’aggettivo “giustizialista” ha significato diverso da quello che gli attribuiamo noi: è la fusione tra “giustizia” e “socialismo”. Ci sono dentro le anime più diverse da quelle di destra a quelle di sinistra. Noi facciamo fatica ad accettare che lo stesso partito usi metodi violenti contro gli avversari, e allo stesso tempo vari una serie di riforme sociali di grande interesse: salario minimo garantito, giornata lavorativa di 8 ore, indennità per incidenti sul lavoro e malattie professionali, tredicesima, ferie retribuite, riconoscimento dei sindacati e così via.
I lavoratori adorano Perón e adorano sua moglie Evita, vero tramite tra il potere e il pueblo. Certo, l’anima fascista riappare, quando si tratta di mettere fuori gioco e arrestare molti dirigenti marxisti e sindacalisti, oppure offrire ospitalità ai gerarchi nazisti sfuggiti alla cattura.
Sappiamo che ciò che determina i destini di uno stato è sempre l’aspetto economico. In Argentina, almeno metà della produzione è in mano a multinazionali inglesi e statunitensi, che non vedono di buon occhio le mosse di Perón. Così la marina militare nel 1955, con un colpo di stato, destituisce Perón, che finisce in carcere e poi esule nella Spagna franchista. Poi, nel 1972, il Partido Justicialista è riammesso alle elezioni. L’anno successivo Perón viene rieletto presidente. Al suo fianco, come vicepresidente, la terza moglie, Isabel Martínez. Non resta in carica molto; pochi mesi dopo muore di infarto nel luglio del 1974. Isabel prende il suo posto, ma non ha la tempra del marito, né il suo carisma e neppure l’abilità politica. L’economia è un problema: i prezzi salgono, l’inflazione galoppa verso cifre pazzesche, così come il debito pubblico. I due anni seguenti sono pieni di conflitti sociali molto duri. La nomina a segretario di stato di José Lopez Rega, innesca una reazione durissima da parte dei movimenti di sinistra, quelli che si riconoscono nell’ERP (Ejército Revolucionario del Pueblo) e, soprattutto, nel gruppo clandestino Montoneros. Si scatena una guerriglia con attentati e omicidi, che vedono cadere esponenti dell’amministrazione, dell’economia, dell’imprenditoria e delle FFAA. Dall’altra parte la “Triple A” (Alianza Anticomunista Argentina), guidata proprio da Rega, non si fa pregare e alla fine si conteranno 400 cadaveri dovuti alle loro azioni. La nazione vive un clima di terrore, che porta Isabela a dichiarare prima lo “stato d’assedio” (novembre 1974) e nell’estate successiva a varare norme di “antiterrorismo”, che prevedono, tra l’altro, l’impiego delle FFAA per “annientare la guerriglia”, con qualunque sistema. Il partito di Perón si sfalda: le sue componenti, così distanti tra loro, non possono più coesistere. La borghesia si lamenta, reclama il ritorno all’ordine, perché gli affari possano riprendere, chiede la presenza dei militari, che vedono come garanti dell’unità nazionale. Alla fine la situazione è intollerabile e il capo dell’esercito, generale Jorge Videla, manda un messaggio chiarissimo alla presidente, nel quale sottolinea che così proprio non si può andare avanti e servono “soluzioni profonde e patriottiche”. Isabela è avvertita. Si arriva al 24 marzo 1976, il giorno del golpe.
Fatto più unico che raro, a gestirlo sono tutte e tre le forze armate del paese: Videla per l’Esercito, Emilio Eduardo Massera per la Marina, Orlando Ramon Agosti per l’Aeronautica.
In pochi anni si susseguono cinque governi, tutti con l’idea di provvedere al cosiddetto Proceso de Reorganización Nacional o semplicemente “el Proceso”. L’obiettivo dichiarato a più riprese è quello di evitare la dissoluzione naturale del paese, facendo terminare la guerriglia, gli attentati, gli omicidi. Come farlo? Con una violenza terribile, quasi incredibile. Chiunque sia sospettato di remare contro il regime viene eliminato fisicamente. C’è una frase del governatore di Buenos Aires, Ramon Campos, che è lapidaria: “Prima moriranno i sovversivi, poi uccideremo i loro collaboratori, dopo i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e alla fine i timidi”.
É la “guerra sporca”, termine coniato durante il Vietnam, per spiegare una lotta basata su tecniche di guerriglia, anche contro la popolazione. Non è una novità per l’America Latina. Qualche anno prima era toccato al Cile, e prima al Brasile nel 1964. Dietro le quinte si muove l’organizzazione più o meno segreta degli Stati Uniti, che vuole fare piazza pulita di tutti quei governi filo marxisti o supposti tali, che poco si addicono alla loro massiccia presenza economica nella parte meridionale del continente.
A questo riguardo, va ricordato un progetto, che l’amministrazione Nixon porta avanti dal 1973/74, l’Operazione Condor. Sotto la guida, non solo ideologica, degli USA, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay si accordano per cooperare nella caccia dei guerriglieri, si scambiano informazioni, strategie, tattiche, sistemi di tortura. Poi tutto questo viene esteso ad ogni “guerra sporca”, comprese ovviamente quella di Pinochet e della giunta militare argentina.
Ora, però, dobbiamo procedere a mente fredda e dimenticare quello che noi, a quasi mezzo secolo di distanza, sappiamo sui primi anni del golpe. Dobbiamo provare ad entrare nei pensieri della popolazione, dei politici civili, dei media, dei sindacati del 1976, perché quello che pensano è molto diverso da quello che penseranno pochi anni più tardi.
Sovversivo” è un termine vago, in cui vengono compresi tutti quelli che fanno danni all’immagine dello stato e, soprattutto, che non la pensano come i militari. Chiunque, armato o no, può rientrare in questa categoria e dunque il regime non ha bisogno di giustificare azioni contro nessuno: è un sovversivo, tanto basta! Se questa guerra era cominciata prima del golpe, sotto il governo di Isabel, nel 1976 qualcosa cambia, in modo terribile.
La guerra sporca è il vero, forse unico, collante tra le tre armi, sono tutti d’accordo: l’azione è necessaria per evitare di ricadere nel caos degli anni precedenti. L’isolamento internazionale, in cui si viene a trovare il Cile di Pinochet, è dovuto anche all’assurdità strategica di mostrare i detenuti rinchiusi negli stadi. Quella repressione inaccettabile, alla luce del sole, serve da insegnamento. Videla e soci non hanno alcuna intenzione di ripetere quell’errore ed elaborano una strategia del terrore (passateci l’espressione) che si muove su un doppio binario. Il primo è, per così dire, legale, pubblico. Leggi ad hoc portano in carcere i dissidenti ritenuti “recuperabili”. I reati sono del tutto generici, come “tradimento della patria”. Le pene sono severissime. Viene coniato un termine per questi detenuti, sono “a disposizione del potere esecutivo”. Tra loro c’è anche Isabel, ci sono i suoi ministri e decine di funzionari pubblici, sindacalisti, politici peronisti. Questi arresti si sommano ai divieti, tanti, precisi, mirati. La vita sociale è sospesa, quella politica congelata. Anche se i partiti non vengono subito dichiarati illegali, ad essi si impedisce di agire. E il popolo? Il popolo si adegua, pensa che, tutto sommato, è giusto mettere fuori gioco chi nel recente passato non ha saputo governare l’Argentina, tollerando i troppi morti dovuti alla guerriglia e riducendo alla fame parte della popolazione.
Il secondo binario è quello nascosto, quello del terrore, dei sequestri in massa, della eliminazione di ogni tipo di possibile minaccia, che tale appaia ai militari. Anche questa azione comincia prima del golpe. I campi di concentramento, le caserme adibite a luogo di tortura, non nascono all’improvviso nel 1976. Alla fine sono circa 400 questi lugubri centri di sofferenza per la popolazione. Le persone vengono rapite, di notte, nel silenzio più assoluto, da uomini in borghese, nessun militare sembra coinvolto. Di loro non si saprà più niente. Qualche militare, alla fine, molti anni dopo la dittatura, parlerà e racconterà di chi, come e quando ragazzi, ragazze, uomini e donne, sono diventati “desaparecidos”. E non c’è, in quei racconti, pentimento: era qualcosa che, semplicemente, per loro, “andava fatto per il bene della patria”.
Il conteggio sui vari casi è controverso. Dopo la dittatura, viene creata una commissione che ha l’incarico di chiarire tutto. Si chiama CONADEP (Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas), che fornisce cifre ufficiali, anche se, visto il modo di sequestrare le persone, i dubbi restano molto forti. La guerriglia viene decimata subito. Nel 1976 ci sono oltre 5 mila detenuti, per lo più appartenenti all’ERP o ai Montoneros. Quasi 1200 di questi vengono uccisi e lasciati su campi di battaglie mai avvenute, giustificando così la guerra in corso. Secondo la CONADEP, i desaparecidos sono meno di 8 mila, numero confessato dallo stesso Videla durante una intervista del 2010 al giornalista Ceferino Reato, che la pubblica, due anni più tardi, nel suo libro “Disposicion final”.
Ma, un conto sono le cifre ufficiali, altro sono quelle percepite dalla popolazione. Perché nelle famiglie, non tornano più a casa in tanti, molti più di quelli dichiarati. Così, nella primavera del 1977 nasce un movimento, che diventerà il più importante oppositore al regime dei militari. Le madri degli scomparsi cominciano a radunarsi nella piazza principale di Buenos Aires, proprio di fronte alla Casa Rosada. Nascono così le “Madres de plaza de mayo”, il cui numero cresce continuamente e le cui richieste sono sempre le stesse: dove sono finiti i nostri figli? O quantomeno dove sono i loro cadaveri per poterli seppellire e piangere?
Ma i cadaveri non ci sono, perché la dittatura non se lo può permettere e così costruiscono un macabro e orribile cerimoniale per eliminare fisicamente le prove del massacro. Si tratta dei cosiddetti “Voli della morte”. Le vittime, caricate su aerei e drogate, vengono lasciate cadere nell’Oceano, ancora vive. Sono molte migliaia quelli che muoiono in questo modo, 30 mila, secondo le Madres. Un’ecatombe pazzesca, assurda, incredibile.
Le donne incinta sequestrate vengono fatte partorire prima della “soluzione finale”. I neonati sono affidati a famiglie selezionate, preferibilmente di militari, perché, come dice l’allora capo della polizia di Buenos Aires “I sovversivi educano i loro figli nella sovversione». Nel maggio 1977 nasce il movimento “Abuelas de plaza de mayo”, sono le nonne, che rivendicano la restituzione dei loro nipotini. Questi sono circa 500; una parte di loro è stata rintracciata, qualcuno perfino durante la dittatura. Spesso finiscono per avere come padri adottivi, i responsabili della morte dei loro genitori.
I due movimenti, le Madres e le Abuelas, hanno continuato le loro manifestazioni e le loro iniziative. Sono nati libri, documentari, film, serie televisive, che hanno raccontato a tutto il mondo quello che hanno passato in quei terribili anni. Già nel 1977 è impossibile che la politica internazionale, i media, i partiti politici non abbiano sentore di quello che sta succedendo in Argentina. Tra l’altro tra i desaparecidos ci sono anche centinaia di italiani, in una terra che è stata meta di una massiccia immigrazione delle nostre genti.
Le reazioni internazionali sono, per usare un termine poco offensivo, tiepide. Non è il caso di parlare degli USA e dei loro interessi in Argentina. É più interessante farlo dell’Italia, dove il governo Andreotti con ministro degli esteri Forlani, segue quello che molti ignari argentini dicono degli arrestati e sequestrati “Por algo será” (Ci sarà pure un motivo). Del resto, per quei politici, anteporre gli interessi commerciali dei grandi gruppi pubblici al dramma della popolazione, non può sembrare così strano.
La stampa italiana ha comportamenti diversi. Praticamente in silenzio il Corriere di Rizzoli. Secondo molti a causa della P2 che governa il quotidiano e ha stretti rapporti con la dittatura, con numerosi affiliati tra i generali. Viceversa la neonata Repubblica scrive, già nell’agosto 1976, un articolo dal titolo “Massacri in Argentina” e i suoi corrispondenti, durante il mondiale, parlano “anche” di calcio. Il PSI, grazie alla presidente di Amnesty International Italia, Margherita Boninver e a Sandro Pertini, si schierano apertamente contro la dittatura, tanto che il Presidente si rifiuta di ricevere Videla in visita a Roma, mentre incontra le Madres. Il Pci invece sta vivendo un momento di tensione con l’URSS, che ha bisogno del grano argentino. E non se la sente di inasprire ulteriormente i rapporti, per cui accetta il consiglio del PCUS di lasciar cadere ogni critica ai rispettivi governi per la politica seguita verso il regime di Videla.
L’ambasciata italiana a Buenos Aires, come raccontano le cronache, rafforza le misure di sicurezza per impedire ai propri concittadini il rifugio nella sede. Solo il console Enrico Calamai fa sentire il suo dissenso, chiaramente espresso nel suo libro “Niente asilo politico”.
Mentre la conferenza episcopale argentina si compiace dell’avvento dei militari, il Vaticano è rappresentato dal nunzio Pio Laghi (compagno di tennis dell’ammiraglio Massera) per il quale la dittatura è “occidentale e cristiana”, così l’amicizia Stato - Chiesa mantiene unita quest’ultima. Le denunce del terrore arrivano solo da 4 vescovi su 80 della Conferenza Episcopale Argentina (CEA). Una piccola parte di preti prende addirittura parte alla guerriglia, facendo la stessa fine degli altri desaparecidos. Certo, quando vengono assassinati preti, suore e, soprattutto, due vescovi, c’è un risveglio da questo letargo. Risultato? Vengono inviate lettere “riservate” alla giunta, contenente “obiezioni” sui fatti. Nient’altro. All’inizio del 1978, quando il terrore è ancora in atto (ci sono più di mille desaparecidos quell’anno), i vescovi dichiarano che i rapporti con Videla restano “cordiali”.
Nel 1982, dopo la pubblicazione dell’elenco dei desaparecidos italiani, “Il Messaggero” intervista il presidente della CEA e vescovo di Buenos Aires, Juan Carlos Aramburu, il quale sostiene che le fosse comuni non esistono e che le persone scomparse vivono tranquillamente in Europa. Aramburu, che verrà sostituito nel suo incarico dall’attuale papa Bergoglio, aveva regalato alla dittatura una villa, trasformata in uno dei tanti centri di tortura da parte della giunta. Il Vaticano e il suo organo di stampa, l’Osservatore romano, prendono posizione solo dopo il 3 aprile 1983, quando i militari pubblicano il "Documento Final", dichiarando tutti morti i desaparecidos.
Le cose non vanno diversamente in Argentina, dove la maggior parte della stampa “si adegua”, si autocensura facendo sparire parole scomode come “dittatura” e accusando la stampa estera di “campagne antiargentine”. La giunta, grazie ad alcuni giornali (Gente, ParaTi), crea una fobia anti comunista, mette al bando libri scolastici “pericolosi”, incentiva nelle scuole la delazione. Sono questi, le scuole e i centri di cultura, la storia lo insegna, possibili centri di rivolta. Non a caso, i dati della CONADEP, valutano i contributi di studenti e insegnanti come il 21% e rispettivamente il 6% dei desaparecidos, con il 30% degli operai, il 18% di impiegati.
Non va meglio a cantanti, attori, registi, artisti di ogni genere: vengono imprigionati ed esiliati, come accaduto, ad esempio, a Mercedes Sosa, simbolo di libertà in Argentina. Qualcuno può tornare anche a lavorare in patria, ma si deve tenere ben lontano da qualunque attività politica.
É questo il clima in cui vive la gente comune, ignara di quanto succede davvero e per questo indotta a pensare che tutto va bene e se così tanti arresti ci sono, ci sarà pure un perché.
Se il terrore è un elemento di coesione tra le varie FFAA, lo stesso non si può dire per tutto il resto dell’organizzazione della dittatura. Nel 1978, il terrore si allenta, anche se non si ferma affatto, ma la giunta non esalta più le proprie vittorie contro i “sovversivi” in presunte battaglie e cerca di far tornare la cittadinanza ad una vita abbastanza normale. Ne beneficia la classe più agiata che può riprendere i propri affari e tutti quelli che si turano il naso e fanno finta di niente, anche se è utile ripetere che la maggior parte del terrore è ben nascosto.
Nel gioco del potere, le visioni diverse, soprattutto di Videla e Massera, prendono presto il sopravvento. La nomina di Roberto Eduardo Viola a responsabile dei rapporti tra militari e civili non sta affatto bene all’ammiraglio. Troppo populista, Viola, troppo propenso alla mediazione. Videla, di fronte alla possibile rottura dei rapporti con le altre armi, abbozza, annacqua ancora il ruolo dei partiti, in attesa di tempi migliori. Ma la situazione peggiora sempre più, a cominciare dall’aspetto economico.
É proprio qui che si scatena il dissidio tra il ministro dell’economia José Alfredo Martínez de Hoz e quello del lavoro Horacio Tomás Liendo. Il primo, scelto da Videla, è un liberista sfrenato che vuole la privatizzazione delle industrie, togliendole dal controllo dello stato. Ma questo non suona bene agli altri militari: si perde il controllo, si rischia nelle contrattazioni private di ridare fiato ai sindacati, di innescare contestazioni che è meglio non ci siano. Liendo riesce a fermare molte leggi liberiste e far passare dalla sua parte un certo numero di sindacalisti. Martínez de Hoz allora si lancia in un settore che non può essere bloccato, quello commerciale, monetario, dei cambi. Congela i salari, fa scendere l’inflazione ad “appena” il 200%, abbassa le barriere doganali. Il risultato di questa lotta interna presto si traduce in un disastro. Il potere d’acquisto dei salari scende di colpo, i prezzi vanno alle stelle. Martínez de Hoz allora vara una serie di misure che ottengono un unico risultato: la ricchezza si trasferisce dai risparmiatori e dai contribuenti verso le industrie, che diventano presto dei buchi da riempire con soldi dello stato. Le banche chiedono che i depositi abbiano una garanzia statale. C’è una specie di corsa a chi offre tassi più bassi: la finanza cresce, la produzione cala. Cresce l’importazione, e cresce la disoccupazione. É un tessuto intricato, contraddittorio, dipendente da fattori (ad esempio i tassi di interesse internazionale) che il ministro non è in grado di controllare. É la rottura definitiva? Nemmeno per sogno. I militari hanno tutti qualche interesse da mantenere e quindi l’accoppiata Videla – Martínez de Hoz, mentre si arriva al 1979, passa giorni sereni, ma non per molto.
Il consenso comincia a calare, indipendentemente dai massacri, per la grave crisi economica. Ci vuole qualcosa che compatti la nazione, che faccia leva sull’orgoglio nazionale. I mondiali di calcio del 1978 sono quel qualcosa. La giunta si impegna al massimo per darsi una ripulita apparente, per far sembrare che in Argentina tutto sia normale e fili liscio. Un popolo maniaco di calcio come quello argentino, ci casca alla grande. In più la squadra di Passarella e Kempes alza la coppa, consegnata da Videla nello stadio Monumental, che si trova a poche centinaia di metri dalla ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada), il più terribile e spietato campo di prigionia e di tortura messo in piedi dal regime. Il mondo pallonaro è presente al gran completo. Le manifestazioni contro il mondiale sono rarissime. Eppure gli esuli sono già presenti in Europa a raccontare quello che sta accadendo. E le Madres sono presenti in Plaza de mayo per incontrare i giornalisti stranieri. Anche l’Italia vive una piccola resistenza grazie a singoli coraggiosi giornalisti, ma l’establishment se ne frega, proprio come due anni prima aveva fatto, spedendo a Santiago del Cile la nazionale di tennis a vincere una coppa Davis, macchiata di sangue.
Dunque per 25 giorni un’Argentina invasa da media internazionali fa una bella figura, come se niente fosse successo.
Nel marasma delle varie posizioni delle FFAA, Videla fa preparare un piano che porti, entro alcuni anni alla “convergenza civico-militare”. Ci sono dentro le parole “Costituzione”, “Assemblea Costituente”, “democrazia pluralista federativa”. Ci sono anche i partiti, ma solo quelli già esistenti, nessun nuovo dev’essere formato. Videla si riserva l’elezione a presidente per altri 4 anni, poi, nel 1983, si terranno le elezioni per le altre cariche. Ma questo significa, per i militari, rinunciare a parte del potere acquisito, per cui a loro il piano non piace per niente. É chiarissimo lo stato maggiore dell’esercito quando dichiara: “il più profondo significato del Proceso, impone dei successori che condividano le nostre idee e le applichino.” Nasce così il partito dei militari, il MON (Movimiento de Opinion Nacional), perché i partiti è meglio lasciarli fuori dalle decisioni e dal governo. Per capire la situazione, nemmeno a Viola, che pure era stato voluto da Videla, piace questo piano, perché così lui non sarebbe mai diventato presidente. Contrastato dunque anche dall’interno dei suoi storici sostenitori, Videla deve, una volta di più, abbozzare. In un clima tesissimo, con minacce esplicite da una parte e dall’altra, viene confermato presidente ma solo per due anni e si provvede ad un riassetto, più formale che altro, delle cariche.
Dal canto loro, i partiti cercano di avanzare la richiesta di partecipare. Lo fa Ricardo Balbín, storico rappresentante del più antico partito argentino, l’UCR (Unión Cívica Radical), un personaggio controverso per i silenzi durante la dittatura e alcune prese di posizione a favore di Videla. Ma la risposta è più che chiara: retate e arresti tra i politici e la nuova sospensione delle attività politiche. Al comando dunque ancora Videla con Viola a capo dell’Esercito. Nonostante l’ostracismo di buona parte dei militari è nelle cariche minori (nei comuni ad esempio) che la convergenza comincia a prendere forma. Nel 1979, sono civili 9 sindaci su 10, ma sono personaggi di secondo piano, quelli di spicco restano esclusi. Da un lato, i partiti cominciano a cercare strategie comuni, in particolare i due più importanti, i radicali dell’UCR e i peronisti. Dall’altro anche la classe privilegiata dei conservatori non è contenta della grande confusione che regna nel governo. Bisogna arrivare alla fine 1979 per leggere le “Basi politiche”, documento della giunta in cui c’è un invito alla partecipazione, ma con regole nuove e precisi limiti al dissenso verso il regime.
I sindacati, che avevano trovato una specie di intesa con il ministro del lavoro Liendo, sono spiazzati quando Videla lo sostituisce con un generale, molto vicino alle posizioni di Martínez de Hoz. Scelta che ai sindacati non piace per niente, tanto da proclamare il primo sciopero generale dall’inizio della dittatura. Un fallimento in quanto a partecipazione, con una reazione dura della giunta, che agisce nel solito modo: arresti e sospensione delle attività sindacali.
In tutto questo casino, si cominciano a profilare altri guai. Il primo si chiama Beagle.
Beagle è il nome di un canale che collega Atlantico e Pacifico, vicino all’estrema punta del continente americano, nella terra del fuoco. A Sud ci sono alcune isole, sulle quali, da sempre, è accesa la polemica se siano territorio cileno o argentino. Ci sono stati, a cominciare dal 1881, un sacco di tentativi di dirimere la questione attraverso trattati più o meno rispettati. Quelle isole appaiono del tutto inutili, disabitate, senza risorse, ma estremamente interessanti per via delle norme internazionali. I paesi confinanti (il Cile lo fa nel 1947) rivendicano il diritto di una zona di “interesse economico” per 200 miglia dalla costa. E possedere quelle isole diventa dunque importante, magari come testa di ponte per le risorse del continente antartico che non si trova poi così lontano da esse. I cileni, forti degli accordi del 1881, le abitano. Gli argentini ci pensano su e invocano altre convenzioni, come quella del bioceanismo, per rivendicarne il possesso. Quando un tribunale internazionale nel febbraio 1977 decreta che quelle isole sono cilene, la giunta dichiara guerra al Cile e si prepara all’invasione.  É un atto calcolato. Serve a compattare la popolazione in un momento di grave crisi del sistema, una nuova causa nacional, che avrebbe unito e rafforzato “l’organismo nazione” sotto la leadership militare. Non si arriva allo scontro, perché di mezzo ci si mette il Vaticano. Papa Wojtyla si prende la briga di fare chiarezza. La giunta, che si era tenuto buono lo Stato Pontificio, presentando il golpe come salvaguardia, tra l’altro, anche del cattolicesimo, accetta. La sentenza lascia le isole al Cile, ma riduce lo spazio di influenza da 200 a sole 12 miglia.  L’accettazione della risoluzione pontificia da parte di Videla non viene presa bene dai falchi, ai quali si aggiunge anche Viola, inasprendo ancora più le contestazioni all’interno delle FFAA.
É un brutto colpo, una figuraccia nei confronti della popolazione. Come se non bastasse, l’isolamento internazionale cresce, quando, negli Stati Uniti, cambia l’amministrazione. Se il vecchio segretario di stato, Henry Kissinger, era quello che aveva consigliato Videla a fare in fretta a far sparire gli oppositori per non cadere nello stesso errore di Pinochet, il nuovo presidente, Jimmy Carter, mette in primo piano la questione dei diritti umani, sospende la vendita di armi e la concessione di crediti all’Argentina. Intanto la commissione dell’ONU sui diritti umani condanna molto duramente el Proceso, rivelando al mondo che, tra i desaparecidos non ci sono solo cittadini argentini, ma anche 304 italiani, 164 spagnoli, 48 tedeschi, 36 francesi e altri di nazionalità diverse. Videla, sempre più isolato, non sa come muoversi e concorda con il vicepresidente statunitense, Walter Mondale, la visita di una commissione interamericana sui diritti umani (CIDH), per verificare che tutto è passato e adesso la situazione è tranquilla. In cambio Mondale si impegna a togliere l’embargo sui crediti. Ma, per gli USA, l’Argentina non riveste una importanza strategica come altre nazioni (quelle petrolifere, ad esempio) per cui la commissione chiede di poter ascoltare tutti, compresi i parenti delle vittime del terrore. Videla accetta, che altro può fare? Libera centinaia di prigionieri e smantella una quantità di campi di concentramento. Il risultato è sorprendente. I partiti “legali”, i giornali e soprattutto la Chiesa locale (nonostante l’ammonimento del Vaticano a dire la verità) danno un’immagine pulita e normalizzata del paese. Sono poche le voci contrastanti questa specie di beatificazione del Proceso. Tra esse, quelle di Raul Alfonsín dei radicali e di Deolindo Bittél dei peronisti. Quest’ultimo viene contestato dal suo stesso partito, compresa Isabel Martínez Perón, la quale, nonostante cinque anni di carcere e il successivo esilio, ammonisce la commissione di non venire ad insegnare i diritti umani all’Argentina, frase che, ovviamente, si commenta da sola. La CIDH raccoglie oltre 5'500 denunce circostanziate e conclude riferendo del terrore, dei morti, dei sequestri, dei voli della morte e di tutto il resto che abbiamo fin qui raccontato. Un risultato importante è che le organizzazioni contrarie al regime, come le Madres de plaza de mayo, cominciano ad avere visibilità sulla stampa e il mondo a quel punto non può più dire di non sapere.
Videla nega tutto, cercando di mettere a tacere ogni cosa almeno a casa sua, usando giudici e tribunali per tacitare le oltre 5000 domande di habeas corpus. Poi però la Corte suprema non può fare a meno di imporre la liberazione di un detenuto molto importante, il giornalista Jacobo Timerman, smascherando così i trucchi di Videla. Timerman funziona come una bomba tra le forze armate. Le sue dichiarazioni sul regime fanno il giro del mondo in un amen. Mettendo insieme tutte le cose: la commissione, la liberazione dei prigionieri, Timerman e la faccenda Beagle, ai militari, Videla sembra una pappamolla. É in questo momento che un nuovo personaggio, un falco di quelli duri e puri, si affaccia sulla scena, il generale Leopoldo Fortunaro Galtieri. Nel 1981 Viola ha ancora un seguito nell’Esercito e, nonostante la forte avversione della marina, succede a Videla venendo eletto presidente da due armi su tre, in contrasto con le norme previste a suo tempo dal Proceso. Ma la situazione è del tutto cambiata. I sindacati, gli oppositori, i partiti hanno più coraggio. Perfino la Chiesa locale prende le distanze dal regime. L’economia è un disastro totale e, nonostante i tentativi di intervento, la catastrofe è a due passi. I suoi avversari militari non devono fare nulla, basta che aspettino il crollo definitivo. Ed è quello che avviene: l’occupazione cala in due anni di quasi il 40%, la produzione industriale del 25%, il PIL del 12%, il valore del peso nei confronti del dollaro dell’80%. Alla fine del 1981 le riserve sono praticamente esaurite. Viola, in un disperato tentativo, apre ai civili, ai quali consegna buona parte dei ministeri, riattiva parte delle libertà, senza tuttavia cambiare la dura realtà economica e sociale del paese. Tutte le critiche, da qualunque parte arrivino, sono dirette contro di lui, non contro il regime dei militari. In taluni settori, anche ecclesiastici, si arriva ad invocare un ritorno ai progetti originari del Proceso. I militari, isolati e aggrappati ai falchi, continuano a pensare di essere la soluzione e non la causa di quello sfacelo. I partiti tentano un’ultima mossa. Si mettono tutti assieme nella Multipartidaria, chiedendo una data precisa per le elezioni, che facciano tornare alla democrazia. Nel frattempo le cose sono cambiate nel continente americano. La salita al potere di Ronald Reagan e le lotte anticomuniste un po’ ovunque, ridanno fiato a Galtieri, entrato nella giunta e a capo dei falchi argentini. Non ci sono date, non ci sono elezioni, c’è solo el Proceso, che non ha affatto finito il suo tempo. Così pensano i militari. E la storia corre veloce. Poco prima di Natale, Viola viene estromesso e a capo del paese sale il generale Galtieri, che mantiene anche il suo ruolo di comandante dell’esercito, tutto come una volta. E tornano il blocco dei salari e la privatizzazione in massa delle imprese pubbliche. Ma come può Galtieri opporsi alla forza elettorale della Multipartidaria e conquistare l’adesione dei cittadini argentini? La risposta ha un nome: Malvinas.
Due isole più grandi circondate da 700 più piccole costituiscono l’arcipelago delle Falkland se usate la dicitura inglese o Malvinas se usate quella ispanica. Anche in questo caso le discussioni sui legittimi proprietari di quelle terre si perde nei secoli passati, quando portoghesi, spagnoli, francesi e inglesi a turno le hanno amministrate.
Possiamo passare direttamente agli anni più recenti, quando l’ONU, nel 1960 provvede alla decolonizzazione dei territori non governati da se stessi. La considerazione principale riguarda gli abitanti, tutti di discendenza britannica con usi e costumi tipici degli inglesi, come la guida delle automobili sulla sinistra della strada. L’ONU si rende conto della situazione molto particolare della faccenda e invita le due nazioni a mettersi d’accordo tra loro. Per la Gran Bretagna quelle isole non sono certo tra le priorità della corona. E poi ci sono gli ottimi rapporti con l’Argentina, da cui arriva, ad esempio, gran parte del grano usato nel regno Unito. Sono quasi sul punto di cedere il controllo delle isole. Ma il piccolo popolo delle Falkland si ribella: non ne vuol sapere di mettersi a ballare il tango o a guidare dall’altra parte della strada.
Così, dal 1968, Westminster torna sui propri passi e le riunioni si concludono con un nulla di fatto. Dall’altra parte, l’Argentina ha un diverso approccio, sul quale influiscono le stesse ambizioni già viste per il Beagle sui possibili sfruttamenti dell’area dell’Atlantico meridionale e, forse, delle coste antartiche. In più c’è di mezzo l’orgoglio nazionale, che può, per i militari del Proceso, compattare la popolazione, al fianco di un esercito che riconquisti le terre che pensa di meritare.
Il 2 aprile 1982 avviene l’invasione, silenziosa e incruenta. Basta un solo giorno all’ONU per intimare a Galtieri di tornarsene a casa propria e ritirare le truppe. In gran Bretagna, il primo ministro Margaret Thatcher non se la passa benissimo, per via di una politica sociale non troppo amata dai suoi concittadini e con problematiche elezioni non molto lontane. Galtieri confida nei buoni rapporti con Reagan, il quale però non può non tenere presente la forte alleanza con la corona britannica e quindi tenta una mediazione, che non ha effetto. La giunta argentina si mostra miope in questo caso, pensando che il lavoro sporco fatto per gli Stati Uniti in America Latina sia sufficiente a diventare un alleato privilegiato della casa bianca. La Thatcher invece legge benissimo la posizione di Reagan e invia 100 navi e 20 mila uomini verso le Falkland. Così comincia la guerra delle Falkland/Malvinas. Quello che qui ci interessa di più è l’atteggiamento del popolo argentino in patria. Tutti uniti per questa avventura, per questo rigurgito di nazionalismo. La Multipartidaria parla di “totale appoggio e solidarietà” per questa azione. Perfino le Madres de plaza de mayo, pur continuando le loro proteste, sono convinte che i loro figli scomparsi sarebbero stati orgogliosi di partecipare alla guerra. Vi aderiscono perfino prigionieri politici e gli stessi Montoneros si offrono per azioni dinamitarde contro la flotta inglese. Non sono molti a rifiutare questo clima entusiastico. Tra questi Raul Alfonsín, del partito radicale, e pochi altri.
La guerra dura poco più di due mesi e si porta via la vita di mille militari, 700 argentini e 300 britannici. Il 14 giugno, i militari argentini si arrendono, mentre Galtieri urla che si deve lottare fino alla morte. Due giorni più tardi, Marina e Aeronautica escono dalla giunta, cercando così di far apparire Galtieri e l’esercito come unici colpevoli di quel disastro. Diventa presidente Reynaldo Bignone, che si affretta a garantire la transizione verso la democrazia.
E questa è la fine, perché i militari, sfiduciati, avviliti, incapaci di analizzare lucidamente la situazione, non hanno più nemmeno capi che prendano in mano la situazione. I civili, dal canto loro, abbandonano le FFAA al proprio destino, addossando ad esse ogni sorta di colpa, della guerra perduta, dell’economia fallimentare, delle violazioni dei diritti umani, distinguendo finalmente i carnefici dalle vittime. Bignone fissa la data delle elezioni il 23 ottobre 1983. Nell’attesa la giunta e i vertici nuovi delle forze armate cercano di evitare che nella normalizzazione si torni sulla repressione, varando, addirittura, una “legge di pacificazione”, che dichiara prescritti tutti i reati legati al Proceso. Nelle caserme arrivano dispacci segreti che intimano di distruggere o di riportare alle normali funzioni, gli edifici sedi di campi di concentramento e di tortura.
In dicembre del 1983 le elezioni portano alla presidenza Raul Alfonsín. Si scrive una nuova costituzione, e si insedia una corte di giustizia. I processi sono in tutto circa due mila. I capi militari vengono condannati all’ergastolo. Ma nel 1990 il nuovo presidente Carlos Menem applica loro un indulto, che viene tolto 20 anni dopo da Néstor Kirchner. Videla muore in carcere nel 2013, raggiungendo Massera, Viola e i trentamila desaparecidos argentini.
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Fonti principali
  • Marcos Novaro - “La dittatura argentina (1976-1983)” – Carocci editore
  • Sito 24marzo.it - articoli e materiale vario
  • Incontro con Enrico Calamai – autore di “Niente asilo politico” - 2004 (https://www.provincia.lucca.it/sites/default/files/07_aprile_2004.pdf)
  • Passato e presente – filmati RAI sulla dittatura e sulla guerra delle Malvinas
  • Film: Argentina, 1985, sul processo alla dittatura
  • Riccardo Verrocchi, Le utopie sono possibili: le Madres de Plaza de Mayo nell'Argentina di ieri oggi e domani - SBN/UBO – 2014
  • Atlantide – I desaparecidos - La7
  • Antimafia duemila – diversi articoli sulla dittatura
  • Moltissimi articoli in rete da quotidiani, riviste, blog
  • La consulenza dell'amico Gustavo Claros