guineaGuinea equatoriale, una delle quattro raccontate da questo video. La letteratura è povera, a parte quella di qualche agenzia di viaggi. Ci sono invece inchieste di importanti media, come la BBC, dossier di associazioni per i diritti dei popoli, come Amnesty International, numerosi articoli da riviste come Nigrizia dei Comboniani e riferimenti alle decisioni di tribunali internazionali. Questo non può non incuriosire: cosa succede laggiù, in quel pezzetto di terra sulle coste del Golfo di Guinea?
É uno stato piccolo, molto piccolo, con pochi abitanti, un milione duecentomila secondo il censimento del 2015. Alla faccia del nome, non è nemmeno attraversato dall’Equatore, che si trova un po’ più a Sud.
La terraferma è chiamata Rio Muni; ci sono alcune isole. Tre piccole vicino alle coste e Bioko, ben più importante, dove, stranamente, si trova la capitale, Malabo, 300 mila abitanti, assai più vicina alle coste del Camerun che a quelle della madre patria. Era stata un rifugio per gli schiavi liberati e poi un avamposto navale inglese. Per questo si era popolata ed è stata scelta poi come capitale della repubblica.
C’è un’altra piccola isola, di cui parleremo: si chiama Annabòn o Pagalù, [nota gli accenti] usando la lingua degli autoctoni, situata molto lontana dalla madre patria. La costa più vicina è a quasi 500 km ed è in Gabon.
Di stranezze ce ne sono altre, a cominciare dalla lingua. Ci sono ben tre lingue ufficiali e nessuna di esse è legata alle tradizioni africane. Sono tre lingue europee: lo spagnolo, il francese e il portoghese, in quest’ordine. Nessuno parla il francese e nemmeno il portoghese, se non si vuole cercare un legame con la lingua lusitana nel Fá d'Ambô o semplicemente fang, il dialetto dell’isola di Annobòn, che mescola l’antico creolo con l’altrettanto antico ricordo del portoghese. E allora, perché?
La storia della GE è quella della maggior parte dei territori africani. É fatta di colonizzazioni successive, a partire dal 1471 con l’arrivo dei portoghesi, scalzati poi dagli olandesi, ripresa dai portoghesi, che, nel 1778 la vendono alla Spagna in cambio di alcuni territori in Sud America. La Spagna non mostra un interesse esagerato verso il piccolo stato, però qualcosa di buono lo fa. Apre all’agricoltura, soprattutto alla produzione di cacao, per la quale fa arrivare lavoratori nigeriani, investe nell’alfabetizzazione e nelle cure sanitarie. Il paese cresce anche da un punto di vista del benessere, facendo innalzare il reddito pro capite a livelli elevati rispetto ai paesi confinanti. Questo spiega la lingua ufficiale spagnola: la Guinea Equatoriale è l’unica enclave castigliana nel continente africano.
Il 15 dicembre 1963, si tiene un referendum, che approva, a larga maggioranza, l’idea dell’indipendenza. Nonostante la riluttanza di Madrid, le spinte poderose dei nazionalisti equatoguineani e, soprattutto, delle Nazioni Unite, portano, l’11 agosto del 1968, al referendum con il quale il 63% della popolazione si esprime in favore della nascita della Repubblica indipendente della Guinea Equatoriale. Una repubblica federativa, anche se questa organizzazione statale non durerà molto. Francisco Macias Nguema diventa il primo presidente. Democrazia? Libertà? Pluralità? Sono termini che Macias non conosce: nel 1972 abroga larga parte della costituzione, dichiara illegali tutti i partiti, tranne il suo, e si proclama presidente a vita. Le leggi vengono riviste e corrette ad uso e consumo di chi comanda e si instaura un clima di terrore, che Robespierre ci fa la figura di un novizio. Un terzo della popolazione o è uccisa, o imprigionata e mandata ai lavori forzati o scappa dal paese, compresi i lavoratori nigeriani, occupati nel commercio del cacao. L’economia, basata soprattutto sull’agricoltura, crolla di colpo. Nel 1975 vengono chiuse le scuole. Dal marzo 1976 i ragazzi tra i 7 e 14 anni sono costretti alla leva obbligatoria, come dire che servono soldati, non studenti. Nel 1978 vengono chiuse le chiese. Si procede ad una africanizzazione estrema, cambiando nomi, cognomi, nomi delle città. É troppo per chiunque, così nel 1979, un colpo di stato porta al potere l’attuale presidente, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, nipote del deposto tiranno, che viene condannato e ucciso. Cosa cambia?
Il paese è sull’orlo del fallimento, così Teodoro riprende contatti con il resto dell’universo africano e con la Spagna e l’Occidente. Non può farcela senza gli aiuti internazionali.
I colpi di stato, o i tentativi di colpo di stato, sembrano uno sport nazionale in Guinea Equatoriale. Tutti sventati, veri o falsi che fossero. Ciò consente a Teodoro di costruirsi un esercito personale, infarcito di mercenari e, secondo i bene informati, di numerosi ex elementi del MOSSAD.
C’è anche una leggera apertura democratica, con la formazione di altri partiti oltre a quello di Teodoro, il Partito Democratico della Guinea Equatoriale. Ma tutte le elezioni portano allo stesso risultato. Teodoro Obiang conserva e rinsalda, ogni volta, la sua posizione di leader unico della Guinea. L’opposizione esiste solo sulla carta, se alza appena la testa, viene, sistematicamente, messa fuori legge e i suoi membri dichiarati terroristi e incarcerati o uccisi.
Le ultime elezioni sono del novembre 2022. Teodoro si ripresenta: ha 80 anni, tutti pensavano si ritirasse. Non ha avversari. L’unico concorrente è del suo stesso partito. Prende il 95% delle preferenze, più o meno come tutte le altre volte. Si racconta che in alcuni distretti sia riuscito a prendere il 103%! Forse è il caso di cambiare la dicitura “maggioranze bulgare”. É presidente per la sesta volta, lo è da 44 anni.
Amnesty International pubblica un dossier, che descrive una realtà terribile. I dati, riferiti al 2022, sono confermati da altre organizzazioni anche politiche e da tribunali internazionali. (1)
Nel 1996 c’è un colpo di scena. Si scopre che il paese ha ricchissimi giacimenti di petrolio, risulta addirittura il terzo produttore africano dopo Nigeria e Angola. E questo cambia le carte in tavola, altro che se le cambia!
I proventi crescono con una rapidità mostruosa, grazie alle concessioni affidate a grandi major statunitensi, come Exxon o Texaco. Gli introiti vengono gestiti da due società, la GEPetrol e la Sonagas, ma se cercate in esse componenti che non facciano parte della famiglia Obiang, perdete il vostro tempo. Ogni definizione di accordo, ogni gestione, ogni rapporto con le multinazionali, viene trattato direttamente dal capo dei capi, Teodoro Obiang e suo figlio, anche lui Teodoro Obiang, ma, per distinguerlo, detto Teodorin, un personaggio di cui parleremo a lungo tra poco.
E il popolo? Avete presente quella scena del Marchese del Grillo? Ecco, così. (2)
Il PIL cresce con variazioni annuali a doppia cifra, arrivando presto ad essere tra i più alti del continente. É vero che sul PIL non possiamo fare affidamento per capire come se la cavano gli abitanti di un paese. Per citare Bob Kennedy il PIL “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” E tuttavia indica un aumento delle possibilità di una vita agiata, che, se condivisa con la popolazione, sarebbe una cosa fantastica. Succede? Certo che no! Lo deduciamo da altri indicatori, come ISU, l’indice di sviluppo umano, che contempla l’aspettativa di vita, gli anni di istruzione e il reddito medio degli occupati, il GPI (Indicatore di progresso autentico), il GNH (Felicità Interna Lorda). Qui cambia tutto. L’ISU guineano per il 2022, colloca lo stato africano al 145° posto su 189 paesi. L’attesa di vita non arriva a 60 anni, la mortalità infantile è del 75 per mille, contro i 3,3 del nostro paese. L’istruzione è decisamente poco incentivata se l’80% dei bambini non frequenta la scuola primaria. Circa metà della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Le stime della povertà variano a seconda delle fonti, ma raccontano tutte di una larghissima parte del popolo che vive con un dollaro al giorno o poco più.
Chi può, vive di agricoltura: cacao, banane, palme, manioca, patate dolci. Ma il terreno arabile è ridotto a poca cosa, il 5%.
Uno può dire: “Che c’è di nuovo? É tipico di altri paesi africani.” É vero! Ma con quel PIL? Con le ricchezze accumulate in modo enorme dallo stato? Lo sottolinea anche il Fondo monetario internazionale: “Nonostante i notevoli investimenti effettuati nel settore delle infrastrutture, gli indicatori sociali della Guinea Equatoriale sono quelli di un Paese a basso reddito.” (3) E nasce quindi la domanda: dove vanno a finire tutti i soldi che provengono dal commercio del petrolio e di tutto il ben di dio che il sottosuolo offre?
Già! Perché, nonostante la flessione economica per l’abbassamento del prezzo del petrolio nel 2014 e nonostante la pandemia, la GE non può certo lamentarsi.  Altre enormi ricchezze sono presenti. Il legname, ad esempio. Il 60% del territorio è coperto dalla seconda foresta pluviale più grande del mondo (dopo l’Amazzonia) che si estende in altri otto stati. Sulla terraferma è abbondante la produzione di okumè, un legno idrorepellente e per questo adatto a costruzioni come infissi o barche. Tutta la filiera è in mano a Teodorin, il quale, oltre che vicepresidente, è anche ministro delle foreste.
E poi ci sono i giacimenti di gas naturale, le miniere di oro, diamanti, uranio, manganese e di coltan, il materiale così prezioso per i nostri cellulari e tablet. Non è difficile trovare finanziatori e aziende che arrivino di corsa, a riempire, ancora e ancora, le tasche di chi controlla l’economia del paese, cioè la famiglia Obiang.
Infatti oltre ai due Teodoro, padre e figlio, ci sono altri fratelli, parenti o personaggi fidatissimi nei posti chiave: nei ministeri, nelle società che gestiscono l’economia, la finanza, la giustizia, l’educazione e tutto il resto. Se fosse un ristorante, ci sarebbe una bella insegna con scritto “a conduzione familiare”.
Se guardiamo ai diritti civili c’è da mettersi le mani nei capelli. Il governo equatoguineano è una dittatura, con tutti i crismi, ma soprattutto con la strafottenza di chi non ha nulla da temere da parte di nessuno, né all’interno né all’esterno del proprio paese. Ci sono decisioni che si configurano come vere e proprie prese in giro, come quando nel 2006, viene varata una legge che abolisce la tortura. Ma questo non impedisce ai carcerieri delle terribili galere dello stato, di continuare imperterriti nel loro scabroso lavoro, come raccontano i pochi sopravvissuti ai lunghi periodi di detenzione nella prigione della “Spiaggia nera”, una sorta di buco pregno dell’umidità che arriva dal mare, in cui si vive in condizioni inumane e dove, ancora oggi, la tortura è la regola.
Se questa è la fine che fanno quelli che non la pensano come i dittatori, è facile immaginare cosa ne è delle minoranze. Ne parla a lungo Amnesty nel suo dossier, ricordando l’espulsione dalla scuola delle ragazze incinta, per non parlare dei diritti del popolo LGBTQ, che viene emarginato con disposizioni legislative.
Per comprendere come vanno le cose possiamo riferire di fatti, sicuramente meno gravi, ma significativi. Abbiamo già visto che ci sono tre lingue ufficiali in GE. Lo spagnolo è la prima, per ragioni storiche di cui abbiamo detto. La seconda è il francese, la terza il portoghese.  Queste due sono state inserite nell’ordinamento dello stato per motivi analoghi. Nel 2010, Teodoro chiede di entrare a far parte della comunità degli stati africani di lingua portoghese. Il tutto avviene sotto la spinta del presidente brasiliano Lula e di quello angolano. In quel periodo Nigeria, Angola e GE sono i tre più importanti produttori africani di greggio e l’idea è quella di riuscire a gestire una larga fetta del mercato petrolifero dell’intero continente. L’opposizione alla domanda di Teodoro è molto ferma, soprattutto da parte del Portogallo, che non vuole sporcarsi le mani con un regime, in cui diritti umani e civili sono calpestati in continuazione. Alla fine però, il petrolio vince sulle coscienze e si concede alla GE di entrare nel consorzio, a due condizioni: l’abolizione della pena di morte e l’istituzione di regolari corsi di portoghese per la popolazione. La legge che abolisce la pena di morte è del 2022, ma viene mantenuta nell’ordinamento militare. Le poche classi di portoghese vengono aperte … nell’ambasciata brasiliana a Malabo.
Quasi in risposta all’abolizione della pena di morte, scatta l’“Operacion Limpieza”, operazione pulizia, contro – così sostiene il governo - l’incremento delle bande giovanili e della delinquenza in genere. 400 ragazzi tra i quali diversi minorenni sono arrestati nella prima settimana e gli arresti proseguono poi a decine al giorno. É stata fatta una legge per questa operazione? No! Teodorin, in partenza per le vacanze in Italia, le ha dato il via semplicemente con un tweet sul suo profilo twitter.
Di fronte al potere assoluto di Teodoro padre e figlio, nemmeno i parenti più stretti sono al sicuro. In gennaio 2023 Teodorin fa arrestare un suo fratello, Rusland Obiang, reo di aver venduto un aereo ad una compagnia spagnola, fatto che sarà anche grave, ma di fronte alle malefatte del regime è solo acqua fresca. Anche queste notizie provengono direttamente dai social del vicepresidente.
Il potere di Teodorin è assoluto, come quello di suo padre. La sua ricchezza immensa, come quella di suo padre: nessuno ha avuto modo di quantificarle. Le risorse che entrano per ogni iniziativa economica, finiscono tutte nelle mani della famiglia Obiang, senza distinzione, se non quella di oliare le ruote di una macchina perversa e diabolica: compagnie petrolifere, aziende dei vari settori e banche internazionali.
C’è una parola che ricorre continuamente, quando si leggono documenti sulla GE, una parola che non si sente così frequentemente come si dovrebbe: cleptocrazia. É inutile girarci tanto intorno con frasi ad effetto. Possiamo tradurla in un italiano facilmente comprensibile come “governo di ladri”. É proprio così: le risorse naturali sono di tutti gli equatoguineani, i quali tuttavia non vedono nulla, ma proprio nulla, qualunque sia il modo in cui interpretate questa parola.
Come spesso capita, accanto alla cleptocrazia c’è anche una forma di garanzia di impunità [se trovi un’espressione migliore …] che sfocia in una ostentazione esagerata del proprio potere, anche economico. Lasciando per un momento da parte le spese di Teodorin, su cui torneremo, il governo si lancia in operazioni colossali, acquisizioni di palazzi storici nelle capitali europee, acquisti di beni di lusso, opere d’arte, macchine lussuosissime e tutto il resto che potete immaginare.
Nel 2006 si prende la decisione di sostituire la capitale Malabo, troppo distante sulla sua isola in mezzo all’oceano, con una nuova. La chiamano Oyala e la collocano in mezzo alla giungla nel centro della terraferma. Due anni dopo cambia nome e diventa “Ciudad de la Paz”. É un centro iper-moderno, in cui non si è badato a spese: hotel di superlusso, autostrade a sei corsie, centri congressi, aeroporto poco distante dalla casa di Teodoro, università, campi da golf e così via. Una città fantasma, senza automobili, senza cittadini, ancora in costruzione dopo 11 anni di lavori e ce ne vorranno probabilmente altrettanti per terminarli. E poi? Chi ci abiterà? L’idea è di trasferire 200, forse 260 mila abitanti per farne una capitale adeguata al lignaggio dei capi. (4)
Il petrolio, le risorse, la necessità di coinvolgere compagnie straniere (Oyala è finanziata, tra gli altri, anche dalla Corea del Nord) spesso si portano dietro strascichi giudiziari. Certo non in casa, dove la giustizia è “cosa nostra”, ma alcuni guai internazionali si sono verificati.
Nel 2004 scoppia lo scandalo alla Riggs Bank, una delle più prestigiose di Washington, accusata di riciclaggio, segnatamente di denaro arrivato da persone o organizzazioni che con la democrazia non hanno alcun rapporto. Nello specifico, come informano i media USA, [vedi FONTI]si indaga sui rapporti tenuti dall’istituto con l’ex dittatore cileno Pinochet e quello equatoguineano Teodoro Obiang, sui cui conti sono finiti 300 milioni di dollari. Va tenuto presente che siamo sull’onda delle reazioni a quanto accaduto l’11 settembre, ma anche che è in atto la corsa delle major statunitensi dell’energia, come Exxon e Texaco, verso il petrolio che non provenga dal Medio Oriente. La banca americana si dichiarerà colpevole un anno più tardi.
Le “marachelle” del rampollo Teodorin riempiono faldoni interi dei tribunali di mezzo mondo. Nel 2016 la Svizzera lo accusa di “riciclaggio di denaro e infedeltà nella gestione pubblica”. La magistratura olandese, su mandato elvetico, sequestra un super yacht da 120 milioni di dollari. L’imbarcazione viene restituita il 7 febbraio 2019, quando il tribunale di Ginevra comunica di aver abbandonato il procedimento. Questo avviene in due casi: il ravvedimento e la riparazione dei danni oppure l’impossibilità di procedere. Indovinate quale delle due?
Nel 2017 un tribunale francese ritiene il vicepresidente colpevole di “riciclaggio, abuso di beni aziendali e appropriazione indebita di denaro pubblico”. Il 30 luglio 2021, la Corte di Cassazione di Parigi condanna Teodorin a 3 anni di reclusione da scontare in Francia (poi sospesi), ad una multa di 30 milioni di dollari (mai pagati) e consente allo stato francese di  vendere i beni sequestrati, il cui valore si aggira attorno ai 150 milioni di euro. Teodorin aveva acquistato, tra il 2000 e il 2011, in Francia una collezione di beni di lusso, tra cui un palazzo di Avenue Foch, situato in uno dei più ricchi distretti di Parigi, dotato di “interni confortevoli e prestigiosi”, che includono una piscina coperta, un home cinema e un night club privato, come viene descritto dalla casa d’aste Christie’s. Insomma un’abitazione tipica degli abitanti equatoguineani. La storia non è finita, perché nell’ottobre 2022, la GE avvia un procedimento contro la Francia nel tentativo di impedire la vendita dei beni, perché in quel palazzo c’è la loro ambasciata.
A proposito di ambasciate c’è anche la curiosa storia di Roma, documentata da un servizio di Striscia la Notizia. Lo stato africano ha un debito con la proprietà dell’immobile, perché da un decennio non paga le spese condominiali e da due (siamo nel 2019) non versa l’affitto. Deve intervenire il ministero degli Esteri, ma una Convenzione internazionale del 1961“riconosce l’inviolabilità ai locali delle sedi diplomatiche, a prescindere dalla proprietà dell’immobile” (5). Il proprietario, allora, cerca di venderlo a prezzo ridotto, ma i guineani rispondono che preferiscono abitarlo gratis. Siamo a Roma, l’espressione più coerente rimane “a’ mpuniti!”.
In Brasile, nel 2018, vengono requisiti a Teodorin beni per 15 milioni di dollari, tra cui orologi di lusso del valore di 13 milioni di euro, che Obiang giustifica come “uso personale”. La legge brasiliana consente l’importazione di non più di 2 mila euro a persona e Teodorin è là come privato cittadino.
Per chiudere questo argomento, ci spostiamo in Spagna, che, nel gennaio 2022, apre un’inchiesta per rapimento e torture contro il capo dell’intelligence estera, Carmelo Ovono Obiang, uno dei figli del presidente Teodoro. Implicati sono anche il ministro della Sicurezza nazionale e il responsabile della sicurezza presidenziale. É il quotidiano El Pais a rivelare la notizia. Quattro persone di origine equatoguineana, tra cui due cittadini spagnoli, sono stati rapiti in Sud Sudan, deportati a Malabo e qui pesantemente torturati di fronte ai tre indagati.
E Teodorin in tutto questo trambusto cosa fa? Affida ai suoi profili social, accuse contro la Spagna di ingerenza negli affari di un altro paese.
Abbiamo già visto che questa tecnica è di uso comune in GE per tutti gli oppositori del regime o semplicemente ritenuti tali. A nessuno importa niente. Importa solo quando capita a nostri connazionali, come avvenuto per i due spagnoli nel 2019, ma come capitato anche all’ingegnere pisano Fulgencio Esono, attirato in Togo dai servizi segreti di Teodoro, trasferito in GE e qui processato e condannato a 58 anni di carcere. Perché? Perché un suo cugino, dieci anni prima, aveva aderito ad un movimento contrario al dittatore.  Di Fulgencio nessuno sa niente, solo che è tenuto in carcere in condizioni drammatiche, sempre che sia ancora vivo. La notizia è di quelle che occupano poco spazio sui giornali locali (Il Tirreno) e un paragrafo nel dossier di Amnesty International.
L’imprenditore di Latina, Roberto Berardi, diventa socio al 40% di Teodorin in una società di costruzioni. Nel gennaio 2013 si accorge di ammanchi di cassa e chiede spiegazioni al socio di maggioranza. Viene arrestato (per lesa maestà?) e condannato ad oltre due anni di carcere. Nonostante i tentativi di intervento della politica italiana ed europea, esce solo nel 2015. La sua vicenda è raccolta nei documenti del senato italiano (https://www.senato.it/Leg17/1383?documento=27939&voce_sommario=90# ).
Strafottenti, impuniti, senza vergogna o pudore … quello che impressiona di questa gente è la noncuranza con la quale sfoggia una immensa ricchezza, fatta di auto di lusso come se piovesse (parliamo di Ferrari, Bentley, Lamborghini), di opere d’arte, di residenze sfarzose e ogni giorno che passa il divario con la povera gente che vive, suo malgrado, in quel paese, non fa che aumentare.
Le ultime vacanze prima delle elezioni del novembre 2022, Teodorin le ha passate da noi, in Sardegna, per poi spostarsi in costiera amalfitana, in mezzo a feste che Briatore sembra un poveraccio. La cosa che colpisce è che di Teodorin nel mondo ce ne sono altri, magari meno vistosi, ma ugualmente dannosi per la popolazione. Eppure c’è voluta una guerra, quella in Ucraina, perché gli stati si decidessero a colpire gli oligarchi russi. Quelli come Teodoro padre e figlio sono semplicemente “tollerati”. Qualche esempio?
In vista delle elezioni del 2016, gli Obiang avevano promesso l’inizio di un processo di democratizzazione nel loro paese. Conoscendo la storia della repubblica, nessuno sano di mente poteva cascare in questo tranello. Il risultato è stato che Teodorin si è presentato con una delegazione alle Nazioni Unite, dove ha tenuto un discorso, a detta dei commentatori del tutto fuori luogo, e ha dispensato sorrisi e strette di mano, venendo accolto con tutti gli onori. É poi stato ricevuto alla casa bianca dove Barak e Michel Obama hanno posato mostrando tutti i denti in sorrisi strepitosi. Ma, si sa, gli Stati Uniti, che non avevano voluto intrattenere rapporti con i tiranni, hanno cambiato idea alla fine del secolo scorso, quando l’odore del petrolio è diventato così forte, da sopraffare quello disgustoso della tirannia. Gli interessi delle multinazionali hanno fatto il resto. E questo, come commenta il portale AfricaExpress dell’epoca, nonostante i guai giudiziari di Teodorin con il Dipartimento di Giustizia USA, “che attende ancora che il rampollo di casa Obiang onori il patteggiamento da 30 milioni di dollari al termine di un processo per riciclaggio internazionale dei proventi di vari reati (corruzione ed appropriazione indebita) perpetrati come governante nel proprio paese.” (6)
Può darsi che nel 2015 le scappatelle di questo birichino fossero “sopportabili” e poco conosciute, ma come la mettiamo con la visita di Teodorin del 2021 in Italia? Il 9 aprile di quell’anno infatti, il figlio del capo, viene ricevuto, in udienza privata, nientemeno che da papa Francesco. Perché? Per raccontargli cosa? Bugie? Per chiedere perdono? Forse ciò è dovuto al fatto che, grazie alla lunga colonizzazione spagnola, la GE è uno stato fondamentalmente cattolico e il papa ha avuto - come dire? - quasi l’obbligo di incontrarne il rappresentante? Speriamo sia andata così, perché non vediamo davvero come sia possibile far coincidere la politica di Francesco con quella becera degli Obiang.
Del resto il nostro paese, che non si è mai tirato indietro nei rapporti con figuri oscuri della politica internazionale, è stato per anni il secondo fornitore al mondo della GE. Teodoro padre è stato ricevuto nel 2008 dal premier Berlusconi in occasione di un incontro con Finmeccanica, azienda che, come noto, non produce cioccolatini.
Crediamo, con questi episodi “simbolici”, di aver reso l’idea di chi sia questo personaggio pubblico, che sfoggia tutta la sua opulenza nelle pagine dei suoi profili social.
Ci rimane un’ultima questione da annotare ed è quella dell’ambiente. Lo facciamo raccontando la storia di una piccola isola, una storia dalla quale si capiscono molte cose.
Che rifiuti tossici viaggino dai paesi industrializzati verso l’Africa, non è una novità. Alla base del traffico gli interessi delle aziende e la cupidigia di governi facilmente corruttibili e insensibili alle esigenze dei propri amministrati. La GE è campione del mondo in questi campi. Figura tra gli ultimi 5 posti in tutte le classifiche sull’indice di corruzione. (7)
Abbiamo parlato di sfuggita di una piccola isola a circa 500 km dalla costa, Annabòn o Pagalù. Una piccola isola di 17 km quadrati, abitata da qualche migliaio di abitanti, tutti discendenti degli schiavi che portoghesi e spagnoli hanno deportato qui nei secoli passati. Un popolo fiero che ha pagato a caro prezzo il suo desiderio di indipendenza da Malabo in più di una occasione. Annabòn viene abbandonata dalla famiglia Obiang, come se non esistesse, ma poi le cose cambiano di colpo, quando si scopre che il mare attorno all’isola è ricco di giacimenti petroliferi. Le infrastrutture principali vengono rimesse in piedi e si impone agli isolani di lavorare nei campi e sulle piattaforme. E così la gente torna ad essere schiava e si ribella. E, ancora una volta, la repressione di Teodoro Obiang è terribile e violenta.
Ma è la storia più nascosta e segreta di quest’isola ad essere atroce e sconvolgente. É la stampa internazionale a darne notizia. Comincia la rivista inglese West Africa il 20 giugno 1988, anno in cui Teodoro Obiang sigla un accordo di dieci anni con la società britannica UK Buckinghamshire: su Annabòn possono sversare 10 milioni di rifiuti tossici, in cambio di un assegno di due milioni di dollari. É solo l’inizio, perché i contratti di allargano ad altre aziende europee e americane. “El Pais” scopre un accordo siglato con un’azienda statunitense per il confinamento di sette milioni di tonnellate di scorie nucleari, 720 mila all’anno. A questo si aggiunge la rivista svizzera Weltwoche, che nel 1994 pubblica un articolo dal titolo “L'affare mortale viene gestito da Ginevra”, in cui si fanno i conti delle entrate extra per il dittatore, valutate in circa 200 milioni di dollari l’anno. Una cifra – conclude il giornale elvetico – per cui evidentemente vale la pena vendere un’isola, il suo ambiente e tutti i suoi abitanti.
Ci sono testimonianze anche del clima che si vive sull’isola. La linguista olandese Marike Post ci va per studiare quel dialetto, Fá d'Ambô. Si rende conto che l’isola, presidiata pesantemente dai militari, è destinata a svuotarsi degli abitanti per rimanere unicamente come discarica internazionale. Intanto la natura piano piano muore, la fauna mostra alterazioni, la popolazione è devastata, i bambini sottopeso, attaccati dai ratti che imperversano sull’isola, la mortalità infantile alle stelle. Il governo se ne vuole disfare, prendendoli, letteralmente, per fame. L’isola è contaminata pesantemente dal radon, una sostanza radioattiva, ma anche da pesticidi, diossina, formaldeide, metalli pesanti, cianuro e fenolo.
Questa è dunque la Guinea Equatoriale, un paradiso tropicale che nasconde veleni, una repubblica gestita come un regno, un paese ricchissimo e poverissimo, uno stato democratico con a capo da più di mezzo secolo un tiranno.
La pubblicità dell’operatore turistico italiano in Africa, Kanaga, dice: La Guinea Equatoriale è un mistero naturalistico ben custodito, da visitare subito!
Su una parola siamo d’accordo … mistero.

 

FONTI E RIFERIMENTI