mmd3NOTA:Questo testo è stato scritto prima della cattura di Matteo Messina Denaro. Fa parte di una mini-serie in quattro puntate, ideata alcuni mesi prima del 16 gennaio 2023. Come tale dev’essere letta. Il video associato ha escluso alcune parti di questo testo, per ovvie ragioni di tempo (aumentato dalle considerazioni sulla cattura). Preferisco lasciare lo scritto originale e invitarvi a guardare il video di Nova Lectio, cliccando sull’immagine a fianco.
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Matteo Messina Denaro è un fantasma. Dal 1993 le sue tracce sono diventate sempre più deboli, fino a scomparire del tutto. E non è che non siano state messe in moto indagini e inchieste per capire dove si trovi.
Le informazioni sulla sua vita dopo il 1993 sono pezzetti di un puzzle che è ben lontano dall’essere completo. Derivano da tre filoni diversi e tutti importanti: i pentiti, i pizzini e le intercettazioni.
Non tutti i collaboratori di giustizia hanno portato vantaggi alle indagini. In alcuni casi si è trattato di veri e propri depistaggi, in altri semplicemente di menzogne. Dobbiamo affidarci alle investigazioni, che hanno saputo distinguere tra pentiti veri e pentiti falsi. La lista di questi personaggi è molto lunga. Ne citeremo qualcuno, ne ometteremo altri per ragioni di tempo.
Il primo che incontriamo è Vincenzo Calcàra, il più classico dei falsi pentiti. Nasce a Castelvetrano e racconta sulla mafia e sugli attentati del ’92, in particolare quello in via D’Amelio, un sacco di cose, che si riveleranno al di fuori delle sue possibilità di saperle. Probabilmente non è neppure un affiliato a Cosa Nostra, dal momento che altri uomini d’onore sostengono di non averlo mai conosciuto come tale.
Vincenzo Sinacòri, importante pentito, ex boss di Mazara, racconta: “Ho appreso da Matteo Messina Denaro che Calcara, che lui ben conosceva in quanto era un suo vicino di casa, inserito in una famiglia di pessima fama, era stato preparato dagli investigatori.”
I numerosi processi, ai quali Calcara partecipa, portano gli inquirenti a definirlo “inattendibile”. C’è un episodio, raccontato da Francesco Geraci, quando fa visita al latitante Francesco Messina Denaro. “Don Ciccio” parla di Calcara come di una persona “indegna” che si è inventata tutto.
Non vanno meglio le cose con Giuseppe Tùzzolino, sedicente collaboratore di giustizia. La sua avventura finisce proprio male, quando viene arrestato nel 2017, condannato per calunnia ed espulso dal programma di protezione. La sentenza è lapidaria: è un “bugiardo patologico”. Le sue rivelazioni hanno creato non poco scompiglio tra le varie figure che indagano su Matteo Messina Denaro, come vedremo nel prossimo capitolo.
Ma ci sono anche pentiti le cui confessioni hanno avuto riscontro e sono servite a capire meglio come stanno le cose all’interno dell’organizzazione. Tra questi c’è Francesco Geraci, gioielliere, amico di Matteo e uomo fidato di Totò Riina, tanto da fornire il proprio caveau per tenere i lingotti d’oro del capo dei capi. Racconta dei primi tempi della latitanza di Matteo, rifugiato a Brancaccio, coperto dai suoi grandi amici, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E racconta, con dovizia di particolari (esattamente come fa Sinacòri), della spedizione a Roma, nel tentativo di uccidere Falcone, Costanzo e altri personaggi importanti, come abbiamo raccontato nel primo episodio.
Tra tutti i pentiti che riferiscono sprazzi di vita del latitante Matteo, uno merita di essere citato: Lorenzo Cimarosa. Quello che lo distingue dagli altri è il fatto di essere un parente, acquisito, di Matteo. Ha, infatti, sposato una cugina del boss di Castelvetrano. Riferisce soprattutto delle vicende legate all’affare delle pale eoliche, quelle che vedono in Vito Nicastri il protagonista della vicenda, come abbiamo raccontato nella seconda puntata. Testimonia nel processo del 2016 a carico di Patrizia, la sorella di Matteo e di Francesco Guttadauro, suo nipote. I due figli di Lorenzo sono sempre rimasti a Castelvetrano, sfidando non solo le ire dei mafiosi, ma anche le occhiate di sdegno della gente, che li guarda come si fa con un traditore del proprio protetto, Matteo Messina Denaro. Come compenso per il coraggio mostrato, lo stato ha pensato bene di confiscare i loro beni. Lorenzo Cimarosa muore di malattia nel 2017. Secondo gli inquirenti ha detto tutto ciò che poteva sapere, compresa la sua frase più celebre: “A Castelvetrano tutto gira attorno ai Messina Denaro.
Molti pentiti, sia dell’area trapanese che di quella palermitana, hanno raccontato di “Tonino” D’Alì e di come siano stati proprio Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro a decidere di puntare sulla nascita di Forza Italia nel 1994, e successivamente, di sostenere D’Alì, candidato al Senato a Trapani.
Dunque la storia di Matteo Messina Denaro, come esce dalle dichiarazioni dei pentiti, si ferma quando questi finiscono in carcere o decidono di collaborare, quasi sempre in tempi lontani da quelli attuali. Non possiamo dunque aspettarci da loro rivelazioni straordinarie sulle vicende recenti o sul luogo dove è nascosto “U siccu”.
C’è un altro filone della nostra storia che porta informazioni importanti, un filone ricco di episodi e di misteri, quello dei pizzini. É talmente importante che entrerà in modo decisivo anche quando, nell’ultimo capitolo di questa storia, racconteremo delle indagini, molte delle quali prendono spunto proprio da questo tipo di “corrispondenza”.
É evidente che le informazioni interne a Cosa Nostra non possono essere veicolate da Whatsapp. Ve lo immaginate un gruppo su Telegram che progetta l’uccisione di Falcone o gli investimenti sulle pale eoliche? Il sistema che la mafia utilizza da tempo è quello di piccoli biglietti, arrotolati, chiusi con la ceralacca, consegnati a mano, per l’appunto i pizzini.
Di questi hanno fatto uso tutti i mafiosi, non è certo una prerogativa di Matteo Messina Denaro. Ci sono episodi curiosi, come quello che avviene alla fine degli anni ’90, quando le regole ferree del 41bis vengono alleggerite e si concede qualche minuto di colloquio senza vetro con i bambini di meno di 10 anni. In una di queste circostanze, un boss mette nelle tasche del bambino un pizzino. C’è scritto l’ordine di ammazzare qualcuno.
Ci sono pizzini che raccontano della caccia alle guardie carcerarie, troppo violente con i detenuti mafiosi o semplicemente “troppo fiscali”. Il 23 dicembre 1995 viene ucciso l’agente Giuseppe Montalto. Aveva sequestrato un pizzino diretto ai boss Mariano Agate (1) e Giuseppe Graviano. È Matteo Messina Denaro a vantarsi con Brusca dell’omicidio.
Poi c’è l’11 aprile 2006. É una data importante: è il giorno in cui viene arrestato Bernardo Provenzano. Il blitz è possibile proprio grazie all’intercettazione di pizzini inviati alla famiglia e al resto del clan. Nel covo dove si è rifugiato, se ne trovano a non finire, molti dei quali costituiscono la corrispondenza tra il boss corleonese e Matteo Messina Denaro.
Da questi si capisce, tra le molte altre cose, che il boss di Castelvetrano è in contatto con T.T.R., sigla usata per indicare Totò Riina, in carcere e sottoposto al 41bis. Il sistema funziona alla grande, non c’è problema di comunicazione, non riesce a fermarla nemmeno il carcere duro.
C’è un abisso di cultura tra Matteo e Provenzano ed è per questo che, quando scrive, si adegua al linguaggio di quest’ultimo. Le lettere trovate nel covo mostrano tutto il rispetto, dovuto al vecchio capo: “La ringrazio per adoperarsi per l’armonia e la pace per tutti noi. […] So che lei non ha bisogno di alcuna raccomandazione perché è il nostro maestro ma è il mio cuore che parla e la prego di stare molto attento, le voglio tanto bene. Con immutata stima e l’affetto di sempre. Suo nipote Alessio.
Alessio è lo pseudonimo che Matteo utilizza per spedire i suoi messaggi. Come vedremo, anche chi riceve e risponde ai pizzini ha il proprio: così, per esempio, 121 è Filippo Guttadauro, Svetonio è Antonio Vaccarino. La comunicazione con Provenzano serve, oltre a rappresentare la stima e, in un certo senso, il riconoscimento della sua autorità, a metterlo al corrente delle azioni che vengono intraprese, o a chiedere consigli su come portare a termine delle trattative. Questo non significa affatto che Matteo si senta un sottoposto. Lo abbiamo visto, nella seconda parte, quando istruisce il vecchio capomafia su come gestire la vicenda del centro DESPAR a Corleone.
Quando però le forze dell’ordine catturano Provenzano e salta fuori che un sacco di pizzini sono ancora presenti nel covo, Matteo si secca non poco. Non è quello il modo di gestirli: i pizzini vanno letti e subito distrutti, bruciati: è così che si proteggono le azioni della mafia e, soprattutto, la sua latitanza. Matteo non nasconde la propria ira, quando scrive: “[…] a quello hanno trovato delle lettere; in particolare di quelle mie pare ne facesse collezione. Non so perché ha agito così e non trovo alcuna motivazione a ciò e, qualora motivazione ci fosse, non sarebbe giustificabile.”
Perché il rispetto per il vecchio capo va bene, ma la sicurezza viene decisamente prima. E aggiunge: “… ci sono persone a me vicine e care che sono nei guai e sono imbestialito, troppo addolorato e dispiaciuto. È una cosa assurda dovuta al menefreghismo di certe persone che non si potevano permettere di comportarsi così.
Eh già, le persone care da tutelare, perché nei pizzini non ci sono solo “cose di mafia”, ci sono anche conversazioni “normali”, sulla propria vita, sui legami con parenti e amici, considerazioni che potrebbero far parte di una corrispondenza tra due persone qualsiasi. E ci sono scritti i nomi di quelle persone care, che possono passare un guaio solo per essere state citate da Matteo Messina Denaro.
Lui è molto sospettoso, non si fa vedere nemmeno dai mafiosi, con rare e sicure eccezioni. É diventato bravissimo a subodorare le trame che potrebbero incastrarlo. Utilizza corrieri fidatissimi per portare i pizzini a destinazione. Molti di questi finiscono alla stessa persona, tra le pochissime ad aver avuto, almeno fino al 2013, quando viene arrestata, degli incontri con Matteo. Si tratta di Patrizia Messina Denaro, sorella minore del boss, sposata con quel Vincenzo Panicola, che viene applaudito dalla folla quando partecipa, sotto scorta, ai funerali della madre nella chiesa di Castelvetrano. Entrambi vengono processati e condannati per associazione mafiosa. Patrizia, nel 2016, a 14 anni.
L’ambiente mafioso, per come lo conosciamo, non è certo femminista, eppure Patrizia assume un ruolo fondamentale nella gestione della mafia trapanese dopo che il fratello si è dato alla macchia. É lei che riceve e trasmette tutte le informazioni del boss, è lei che gli riferisce le richieste dei carcerati, è sempre lei che si preoccupa di sapere cosa si deve fare con Giuseppe Grigoli che sta chiacchierando con i magistrati. É lei che mantiene i rapporti con il Nord Africa, iniziati dal padre Francesco. All’epoca i paesi al di là del Mediterraneo sono terre di approdo per i mafiosi siciliani, che usano quei mercati per i loro affari, specialmente il contrabbando.
É lei che incontra Matteo. Lo fa a più riprese. Secondo i giudici almeno 2 visite, forse 4, nella primavera del 2013. Patrizia rappresenta in tutto e per tutto la voce di Matteo: è ascoltata, rispettata e temuta.
Non è la sola donna che entra nei pizzini di Matteo, ce ne sono altre, perché in quanto a donne, lui non si è mai tirato indietro e di compagne o amanti ne ha avute tante. Qualcuna però conta di più. In particolare Franca Alagna, già fidanzata ufficiale di Matteo. Lo segue anche nel primo periodo di latitanza, come alcuni pentiti ricordano. Poi rimane incinta e nel 1996 nasce Lorenza. Da quel momento Franca si trasferisce nella casa dei Messina Denaro a Castelvetrano e perde qualsiasi autonomia, una prigionia volontaria, accettando le regole ferree di quella situazione. Per quanto ne sappiamo non c’è mai stato un contatto tra padre e figlia, per la quale, pur portando il cognome della madre, le difficoltà non sono mancate. C’è un episodio che accade quando Lorenza frequenta la scuola media. L’insegnante propone un tema in occasione della festa del papà, il classico “parlate del vostro papà”. Non un compito che faccia felice la famiglia Messina Denaro. Intervengono le sorelle di Matteo e quell’anno, della festa del papà alle medie di Castelvetrano, non si parlerà proprio, in nessuna occasione.
Lorenza è citata in alcuni pizzini di Patrizia, in cui racconta a Matteo come sta crescendo. Dice del battesimo, che è giusto che la madrina sia sua sorella maggiore, ma si augura di poter essere lei a farlo alla cresima. I pizzini dunque raccontato storie di famiglia, di famiglia normale intendiamo, non solo di famiglia mafiosa.
Ci sono altre donne importanti nella vita di Matteo. Una di queste è Maria Mesi, detta Meri, di Aspra, sobborgo di Bagheria. Anche qui i pizzini raccontano di una storia d’amore: “Vorrei stare sempre con te, ho pensato molto al motivo per cui non vuoi che viva con te e credo di averlo finalmente capito.”
La relazione con Meri sarà uno dei punti chiave del prossimo capitolo, per cui non aggiungiamo altro, se non che è stata causa del momento in cui le forze dell’ordine sono state più vicine alla cattura di Matteo.
Un’altra donna sale alle cronache recentemente. Si tratta di Angela Porcello, avvocato, che ha confessato il suo ruolo di cassiera del mandamento di Canicattì, in provincia di Agrigento. Arrestata nell’estate del 2021, racconta ai magistrati molti fatti che già conoscono. Ma parla anche di Matteo Messina Denaro.
Quello che Angela riferisce è indicativo del fatto che non c’è alcun problema a comunicare con Matteo, attraverso i membri della sua famiglia, ma soprattutto del ruolo che il boss di Castelvetrano, pur latitante, ancora gioca all’interno di Cosa Nostra. Angela ricorda un episodio, avvenuto nel proprio studio prima del 2004, quando il suo compagno, Giancarlo Buggea, discute con il mafioso Antonino Chiazza sulla necessità di esautorare il vecchio boss locale. Ma per farlo serve il via libera di Matteo. A lui, insomma, è riconosciuto il potere di incidere anche nelle decisioni delle altre province. Le intercettazioni, seppure parziali, sono chiarissime. “E quelli di Trapani lo sanno dov’è?” chiede Chiazza. “Minchia - risponde in maniera chiara Buggea - non lo sanno? Lo sanno… sua madre, non ti ricordi … ”. Si sente Chiazza aggiungere: “Noialtri con Matteo glielo dovremmo dire…”.
Ma la vicenda più intrigante che riguarda i pizzini è quella della corrispondenza tra Matteo e un ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino. Una corrispondenza che salta fuori dalle indagini sui pizzini trovati nel covo di Bernardo Provenzano. I contenuti sono ricchi di citazioni dotte, di riferimenti a scrittori come Pennac,  a film famosi, a libri. C’è un modo di proporre i temi decisamente più simile ad uno scrittore di romanzi che ai vecchi boss. Ma, anche questa storia, è un esempio straordinario di come le indagini sono state condotte e per questo rimandiamo il racconto alla prossima puntata. Entrano infatti in gioco i servizi segreti e il mistero su queste lettere tra Ascanio-Matteo e Svetonio-Vaccarino è fitto, ma, siatene certi, pieno di sorprese.
Durante il processo a Geraci, il pubblico ministero sottolinea come le lettere trovate nel covo di Bernardo Provenzano siano certamente attribuibili a Matteo, anche se alcune parti e addirittura alcuni interi pizzini, sono vergati con una calligrafia differente, non sua. Dunque, se questa interpretazione è corretta, Matteo si serve di qualcuno che scriva per lui.
Una delle piste seguite dagli inquirenti è quella medica. Era già stato fatto con Provenzano che a Marsiglia si era fatto operare per un tumore alla prostata. Matteo soffre di una malattia degenerativa alla cornea. Lo racconta il pentito Sinacòri: il boss gli avrebbe rivelato questo suo problema e l’intenzione di recarsi a Barcellona, per farsi visitare dai medici della clinica Barraquer, una delle migliori strutture specializzate nella cura delle malattie agli occhi. Sembra proprio che qui Matteo abbia subito un intervento chirurgico. Del resto la Spagna aveva dato rifugio, durante e subito dopo la seconda guerra di mafia, a numerosi mafiosi, fuggiti dalla ferocia dei corleonesi. Ad esempio, i fratelli Simi di Alcamo, legati all’epoca a Tano Badalamenti, avevano costruito, proprio in Spagna, un impero economico. Non è inverosimile pensare che questi possibili appoggi abbiano indotto Matteo a scegliere la penisola iberica per il suo intervento. D’altra parte c’è la testimonianza di un confidente di cui non è stato fatto il nome, che ha indicato luoghi e periodi in cui “U siccu” si trovava in varie località spagnole. Una difficoltà nella vista, magari in alcuni periodi particolari, potrebbe dunque spiegare la calligrafia non sua in alcuni pizzini.
La latitanza è uno strumento di difesa dei boss mafiosi da sempre. Ci sono stati Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano e molti altri. C’è sempre stato un grande ricercato di mafia, quasi che lo stato abbia bisogno di un nemico pubblico numero uno da inseguire. Per arrestare Provenzano ci sono voluti 43 anni, che sono una vita intera. Matteo Messina Denaro è ancora latitante e dopo trent’anni le tracce che conducono a lui sono sempre più difficili da individuare. La differenza, rispetto ai vecchi boss, è che la sua latitanza avviene in un periodo in cui la tecnologia a disposizione degli inquirenti diventa sempre più sofisticata e affidabile. É l’era dei GPS invasivi, di minuscole telecamere e microspie, delle intercettazioni facili, comprese quelle ambientali, molto usate, soprattutto nelle carceri, per scoprire cosa si raccontano i mafiosi durante l’ora d’aria o nei colloqui con i parenti.
É anche da qui che molte informazioni sono arrivate nei faldoni delle procure e sui tavoli dei tribunali.
É un modo piuttosto costoso di portare avanti le indagini. Si stima che la sola Procura di Palermo spenda circa dieci milioni di euro ogni anno per le intercettazioni. Sono le singole procure a gestire il sistema, ma sono ditte esterne a fornire attrezzatura e assistenza tecnica. Non è difficile immaginare che in questo caso possa nascere un mercato per accedere ai fondi dello stato e che possa anche capitare qualche inserimento non proprio cristallino nell’affare.
I dati raccolti vengono salvati su server, tenuti nell’aula bunker di Palermo. Può succedere, ed è successo, che, per uno sbalzo di tensione, si cancellino tutti i metadati relativi alle intercettazioni su Matteo Messina Denaro, vale a dire località, ora, interlocutori, annotazioni. Gli investigatori hanno dovuto riascoltare tutto il materiale per catalogarlo nuovamente.
Ma, come gli investigatori si sono adeguati alla nuova realtà tecnologica, altrettanto hanno fatto i mafiosi degli anni 2000, prendendo molto sul serio il pericolo legato alle intercettazioni. Ci sono registrazioni curiose, in cui boss e gregari si muovono alla ricerca di microspie nelle auto o nei locali. Questo atteggiamento fa sì che la ricerca della magica frase che incastra Matteo, non arrivi mai. Ci si ferma sempre in tempo: la riservatezza dei complici e dei sostenitori del boss di Castelvetrano sono un’arma potente per garantirne la latitanza.
É facile immaginare di cosa parlino i mafiosi nelle intercettazioni: le azioni da compiere, i soldi da prelevare o da versare e poi si parla di lui … “iddu” come viene chiamato, ad esempio in carcere, perché il suo nome è meglio non venga pronunciato. Nelle registrazioni degli incontri tra Patrizia, ancora libera, e suo marito Vincenzo già carcerato, il modo di indicare Matteo non ha bisogno di parole: si alzano gli occhi a guardare in alto, come se ci si riferisse al padreterno. Si usa la gestualità nelle conversazioni, perché si sa di essere osservati e filmati: la prudenza non è mai troppa, ma è sempre a beneficio del grande assente, Matteo Messina Denaro.
Ci sono intercettazioni di affiliati mafiosi che parlano di “iddu” come di una persona buona, che fa bene a fare quello che fa, lo ritengono un benefattore del paese e della provincia e, in questo modo, entrano nel gruppo di quelli che ne tutelano e difendono la latitanza. Nell’epoca dei social, il boss non sfugge nemmeno ai commenti entusiastici su twitter o su facebook: qualcuno vorrebbe una sua statua in chiesa o vederlo anche per pochi minuti, tutto il bene fatto viene da lui. (2)
E poi ci sono le reazioni alla massiccia caccia ai fiancheggiatori degli ultimi anni. Il sequestro di beni comprende anche la chiusura di centri di produzione. Un esempio è quello del “re dei supermercati” Giuseppe Grigoli, prestanome di Matteo Messina Denaro. Le società che controllano i punti vendita Despar vengono sequestrate e messe in amministrazione controllata. Comincia un declino inesorabile che porta al fallimento e con esso al licenziamento del personale. Alessandro D’Angelo lavorava al supermercato di Castelvetrano, che contava 190 dipendenti, con 400 persone a formare l’indotto. Lui ha riaperto uno di questi punti, ma molti altri rimangono chiusi. Conclude amaramente che “lo stato vince se mantiene i posti di lavoro, non se li fa perdere.”  Non dice che quando c’era la mafia a guidare il business le cose andavano meglio, ma non ci va molto lontano.
Non ci sono, tuttavia, solo testimonianze di affetto o sudditanza nei confronti di Matteo. Succede quando finiscono in carcere, uno dopo l’altro, i suoi famigliari: il cognato Panicola, la sorella Patrizia, l’altro cognato Filippo Guttadauro, il cugino Matteo Filardo, gli amatissimi nipoti Francesco Guttadauro e Luca Bellomo e altri parenti ancora. Tutti si aspettano che Matteo faccia qualcosa. É nelle regole di Cosa Nostra la tutela della famiglia, l’assistenza a quelli che sono in carcere. Ma non succede niente. E allora anche qualche picciotto comincia a pensarla come Totò Riina: quello si fa gli affari suoi, se non pensa alla sua famiglia, come può pensare ai trapanesi, a tutti noi, all’organizzazione da lui capeggiata? E questa “disaffezione” può, alla lunga, costargli caro.
Nella vicenda Messina Denaro entrano in gioco dunque coperture popolari, ma ci sono anche quelle di più alto livello: quelle politiche, come abbiamo visto con il senatore Tonino D’Alì. Secondo molti analisti e commentatori anche la massoneria, quella deviata, fa parte della sua copertura. In realtà, anche qui ci sono molte congetture, molte ipotesi, ma poche prove concrete, ma se ne è parlato tanto e una breve riflessione, prima di chiudere possiamo farla.
In Sicilia e in particolare a Trapani di logge massoniche ce ne sono molte. Nel 2016 la DIGOS di Trapani segnala l’esistenza di 19 logge in tutta la provincia, con 460 iscritti e una forte concentrazione a Castelvetrano con assessori, consiglieri, personalità di spicco e personaggi vicini al latitante. Ci sono alcune inchieste, la Artemisia ad esempio, che indagano sul possibile intreccio tra mafia e logge massoniche deviate. 27 persone vengono arrestate. Si applica la legge Anselmi, che vieta le associazioni segrete.
Qualche pentito, massone, ha fatto rivelazioni importanti. Tra loro il già citato Tuzzolino ed un chirurgo, Marcello Fondacaro, che riferirà dell’appartenenza dello stesso Matteo alla loggia deviata “La Sicilia”.
Su questo tema si sono espressi molti personaggi che indagano sulla latitanza di “U siccu” e sulle logge massoniche. Il procuratore di Trapani, Gabriele Paci, parla di un “legame profondo tra Cosa Nostra e settori della massoneria trapanese” aggiungendo che i contatti di Matteo con questi massoni potrebbe portare ad una copertura della sua latitanza. Il magistrato Maria Teresa Principato lo dice più chiaramente. Lei non ha molta fiducia nella cattura di Matteo, “perché – dice in una intervista alla RAI – ormai Messina Denaro ha una rete, non solo in Italia, […] che lo protegge, ed è una rete massonica sicuramente.” (4)
Teresa Principato sarà uno dei protagonisti del prossimo capitolo, quando parleremo delle indagini svolte dalle forze dell’ordine, delle difficoltà incontrate e dei motivi per cui, spesso, sono fallite.
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FONTI:
Lirio Abbate - U siccu – Rizzoli
Lirio Abbate – Stragisti – Rizzoli
Marco Bova – Matteo Messina Denaro latitante di stato – Ponte delle Grazie
Antimafia 2000
Rainews
Video (Discovery+): Mafia connection – stagione 1 episodio 3: caccia all’ultimo padrino
Video (Discovery+): Matteo Messina Denaro il superlatitante