rhonAgnese stava lavando le pentole e mettendo via le stoviglie, che aveva usato per l’arrosto di cappone. Per la festa invernale del giorno dopo aveva pensato di seguire la tradizione, perfino lei che era vegetariana. Di solito, in tavola arrivavano grandi portate di minestrone dell’orto … del suo orto, si intende. Mai usati quei prodotti industriali che promettevano una riuscita fantastica in appena cinque minuti. Cinque minuti! Scherziamo? Il minestrone di Agnese bolliva pian piano, faceva glu glu glu, un po’ come un tacchino, lanciando sulla superficie piccole bolle, che era un piacere guardarle.
Era appena suonata la campana di mezzogiorno. Dodici rintocchi dal campanile della chiesa. Il suono di quel richiamo religioso era piuttosto fastidioso. Doveva esserci qualcosa che non andava nella campana, magari una piccola crepa. Si accorse di pensare che il parroco, prima o poi, sarebbe passato a chiedere sovvenzioni per questo. E non erano tempi felici. Una pestilenza improvvisa, forse arrivata dall’Oriente, aveva messo al tappeto l’economia, anche per i ritardi e le incertezze con le quali i governanti erano intervenuti. Che dire poi dell’intero apparato politico: litigare potrà essere una consuetudine della democrazia, ma litigare sui morti … questo proprio no, non si doveva fare.
Mentre seguiva questi pensieri, Agnese sentì un “toc toc” alla porta. Andò ad aprire, ben sapendo di chi si trattava, perché a nessuno veniva in mente di bussare, invece di usare il campanello elettrico.
Davanti a lei due facce ben conosciute, quelle della figlia Lucia e del suo promesso sposo Lorenzo, che però tutti chiamavano Renzo, forse per risparmiare una sillaba.
Renzo era responsabile di quel cappone. In un certo senso era colpa sua se Agnese aveva dovuto rinunciare al solito minestrone e cuocere quella bestia.
Le cose erano andate più o meno così … il più o meno è d’obbligo, perché Renzo non era proprio un fenomeno in fatto di eloquenza e a volte dimenticava un passaggio o lo saltava di netto, così che dal suo racconto si poteva trarre qualsiasi conclusione si volesse. In un certo senso era comodo così, ma alla fine non si sapeva mai quale fosse la versione reale.
C’era stato un diverbio piuttosto acceso con un industrialotto del posto, un certo Rodrigo, di cui Agnese non ricordava il cognome, ma tutti lo chiamavano Rodrigo Don, perché era stato lui a regalare al parroco le campane nuove al posto di quelle vecchie che non funzionavano più. Del resto, come abbiamo visto, anche quelle regalate non è che fossero fantastiche.
Dunque Rodrigo aveva una piccola azienda che fabbricava lacci per scarpe. Erano dei lacci molto belli, di cotone, non come quelli che vendono assieme alle scarpe, che dopo un po’ sono così lunghi che devi tagliarli. Operazione semplicissima sì, ma poi bisognava stare attenti a non farle uscire dagli occhielli, che senza quella punta rigida, diventava un problema infilarli di nuovo. Rodrigo Don vendeva merce di primordine, era molto amato dalla popolazione e aveva anche un certo appeal nei confronti delle signorine in età da marito. Tutti i suoi dipendenti erano molto soddisfatti sia del loro lavoro che dello stipendio, che del resto meritavano, essendo tutti molto bravi.
Nonostante tutto, però, ogni tanto qualche eccezione capitava. E, fatalità, quell’eccezione era capitata proprio a Lorenzo, detto, per brevità, Renzo.
Aveva comprato dei lacci che non andavano bene per niente: uno era addirittura più lungo dell’altro. Vivendo tutti in un piccolo paese, Renzo si era recato direttamente da Rodrigo Don per chiedere che quei lacci venissero cambiati con altri più decenti. Ma il piccolo industriale aveva risposto con un “no” deciso e anche piuttosto seccato. Non si capiva proprio perché non accontentasse il suo concittadino. In fondo si trattava di una cifra così misera che non era nemmeno il caso di discutere.
Renzo, che era sgrammaticato ma per niente stupido, aveva cominciato ad indagare, chiedendo ai bravi dipendenti dell’azienda, informazioni su un fatto così strano e inspiegabile.
Tra i bravi dipendenti ce n’era uno che voleva assolutamente dare una mano a Renzo. Lui sapeva tante cose su quella faccenda, ma non voleva essere tirato in mezzo, non voleva che il suo nome saltasse fuori. Aveva moglie e sei figli da mantenere e non poteva proprio perdere quel posto di lavoro. Dal momento che il suo nome non è pronunciabile, lo chiameremo Innominato.
Il discorso che stava per fare a Renzo, lo avrebbe messo in una posizione di rischio, ma quel discorso avrebbe fatto montare l’ira di Renzo, che era sì buono, ma quando si passava il limite, diventava furente, rosso paonazzo in viso, gli veniva il mal di pancia, con qualche effetto rumoroso da evitare in pubblico.
Il fatto è che Rodrigo Don aveva messo gli occhi sulla promessa sposa di Renzo e se ne era invaghito … innamorato forse no, ma la voleva nel suo letto almeno per una notte. Insomma, per usare una terminologia più moderna, il nostro Don voleva farsela.
Renzo, ascoltando la confessione di Innominato, era rimasto senza parole, annichilito e molto, molto incazzato. Ma come, pensava, questo qui, che non è neanche bello, anche se ricco sfondato, vuole portarmi via la Lucia? Era un vezzo tipico di quel paese anteporre ai nomi femminili un articolo determinativo, anche se Renzo non sapeva che questa era una regola grammaticale di uso locale e non generale.
Cosa fare? Con chi consigliarsi?
In un piccolo paese, i riferimenti importanti sono pochi. Il medico, il direttore del piccolo ufficio postale, l’allenatore della locale squadra di calcio e il parroco. A questi, Renzo decise di affidare quel pensiero così triste che lo opprimeva e non lo lasciava mangiare e dormire. Il reverendo, che gestiva la locale chiesa, si chiamava Abbondio. La parrocchia era di quelle poverissime. Spesso non c’erano nemmeno le ostie per la comunione, tanto che il prelato le aveva sostituite con dei pezzetti di pane secco. Non aveva nemmeno la perpetua, né il campanaro. Era Agnese che, ogni tanto, dava una mano, pulendo i banchi, scopando per terra e, assai più spesso, offrendo un piatto di minestra al reverendo.
Di Abbondio si può dire tutto, ma non che fosse un tipo coraggioso. Infatti, appena appreso che la questione riguardava Rodrigo Don, aveva cominciato a menare il can per l’aia, vomitando una quantità di scuse da record mondiale. La prostata gli dava fastidio, aveva da confessare i carcerati, la zia era malata e doveva assisterla. Renzo non capiva cosa c’entrassero quelle cose con il suo caso. Aveva bisogno di un consiglio, mica che il parroco organizzasse una rivoluzione contro il suo avversario in amore.
Era stata Agnese a spiegargli ogni cosa. Abbondio, in realtà, era il fratello di Rodrigo, ma, siccome era nato fuori dal matrimonio del padre, nessuno ne aveva mai parlato e nessuno avrebbe mai dovuto farlo. L’ultima cosa che il prete poteva volere era di mettersi contro Rodrigo Don, con il rischio di diventare oggetto di ogni possibile ricatto.
Ed è a quel punto che Renzo aveva preso una decisione drastica. Si sarebbe rivolto ad un avvocato, che aveva il suo studio in un paese vicino, sicuro così che non ci fossero altri inciuci con Rodrigo Don.
Certo, avrebbe dovuto pagarlo e di soldi non ne aveva in quel momento in cui tutti i denari servivano per preparare le nozze con la Lucia.
Era allora andato da un suo cugino, portando a casa un bel cappone, come dono anticipato di matrimonio.
Era fiducioso che quell’avvocato, che tutti chiamavano Azzecca Garbugli per la grande abilità di muoversi tra i piccoli cavilli della legge e per il fatto di accettare pagamenti anche in natura, gli avrebbe fornito una soluzione per il suo problema, magari facendo emettere una ingiunzione restrittiva nei confronti di Rodrigo Don, così che non potesse avvicinarsi a più di cento passi dalla Lucia.
Mentre camminava, sbattendo il cappone di qua e di là, verso il paese di Azzecca Garbugli, una locandina appesa ad una piccola edicola lo colpì e si fermò.
Un grande titolo campeggiava su quella carta e diceva “Don Rodrigo arrestato dalla guardia di finanza”. La notizia era di quelle che fanno tremare i polsi. Renzo chiese al giornalaio di poter leggere la prima pagina della Gazzetta Locale. Rodrigo Don aveva evaso il fisco, esportato capitali all’estero, finanziato una tratta delle bianche in medio oriente, importato illegalmente animali esotici e sputato in un occhio ad un finanziere. Ne avrebbe avuto per almeno vent’anni di galera.
Ed è così che quel cappone, che doveva finanziare lo studio dell’avvocato Azzecca Garbugli, era finito invece nella cucina di Agnese, per celebrare anche a tavola l’imminente festa invernale.
Avevamo lasciato Agnese sulla porta, mentre Renzo e la Lucia stavano per entrare, Era sul punto di salutarli con grande affetto, quando improvvisamente la luce se ne andò, ovunque. Era mezzogiorno, eppure un grande buio circondava tutti. Agnese guardò verso l’alto e vide una … una … una cosa enorme richiudersi su tutti loro. Sembrava uno spesso rettangolo di cartone. Subito prima che tutto svanisse, Agnese riuscì a sentire qualcuno che da sopra quel cartone diceva:
“Potremmo cominciare così: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi…”
Poi più nulla, il silenzio e la notte.