ghostDopo aver ascoltato una favola di Raffaella Passiatore intitolata “Ghost writer”, in cui Dio cercava un poveraccio che scrivesse, dopo la Bibbia, un altro libro più adatto ai tempi attuali, ho voluto approfondire la questione. Ecco come.

Tutto questo parlare di ghost writer mi ha fatto venir voglia di andare a controllare se la vostra storia regge. Ma cosa sono questi Ghost, questi fantasmi e, se sono solo fantasmi, esistono per davvero? O sono una delle solite invenzioni della concorrenza o delle multinazionali o del Vaticano, che avrà chiamato per quello immagino, figurarsi se chiama per una scomunica.
Mi sono documentato e, senza arrivare ai testi scritti in ebraico antico, ho trovato che questi fantasmi ci sono per davvero e non hanno nemmeno un lenzuolo bianco addosso. Sono proprio come noi. Quindi non li puoi distinguere. É per questo che, quando leggi un libro può venirti il dubbio che il nome scritto sulla prima pagina non sia poi quello di chi si è inventato tutte quelle frasi e le ha messe in fila, rendendo la lettura estremamente piacevole.
Oddio, questo non è sempre vero, perché ci sono anche quelli che hanno le idee di una storia o, più semplicemente, di quello che dovranno dire in pubblico, ma non sono poi capaci di tradurle in un linguaggio accattivante. Succede quando quelle persone non hanno tempo, o non hanno la preparazione o non hanno talento.
C’era una volta un politico molto importante e famoso in tutto il mondo. Così famoso che, quando parlava alla radio o in televisione, tutto il paese si fermava, perché bisognava ascoltare quello che avrebbe detto.
Dalle sue parole, infatti, dipendeva il destino delle famiglie, delle aziende piccole e grandi, delle attività private, dei ristoranti e delle piste da sci.
Ma lui non riusciva a mettere nero su bianco i suoi pensieri, aveva bisogno, come dire?, di un aiutino (termine sdoganato da orripilanti quiz televisivi). Del resto era piuttosto noto che per fare il politico non si doveva essere acculturati … ma questo termine non veniva usato mai, perché la maggior parte di loro non lo capiva, non sapeva di cosa si trattava. Insomma per fare il politico bastava saper leggere e scrivere almeno le 21 lettere dell’alfabeto. Tutto questo era desolante, perché le leggi andavano scritte con cura, usando linguaggi appropriati, con tutta la punteggiatura a posto, andando a capo a fine riga e non usando le espressioni barbare “qual è con l’apostrofo” o il condizionale al posto del congiuntivo. É per questa serie di errori, che mettevano in ridicolo i politici che una legge di fine millennio aveva abolito il congiuntivo, ritenuto pericoloso per le masse e lo aveva sostituito con l’indicativo. Frasi “piange come se piove” sono diventate di uso corrente, e i ragazzi, che si sono nati in mezzo, le usano pensando di essere bravi.
In questa situazione, serviva qualcuno che scrivesse i testi. Così il nostro politico di fama mondiale, si rivolse ad uno scrittore, uno di quelli bravi, che usa il congiuntivo e tutto il resto, che sa trasformare le idee in pezzi di letteratura. “Sarai tu a scrivere i miei discorsi e, successivamente, anche le mie memorie” disse il politico di fama mondiale al povero scrittore, che chiameremo Lorenzo, anche se non è il suo nome vero, perché deve restare in incognito.
Dunque la firma su quegli scritti è del politico di fama mondiale, mentre a Lorenzo vanno un po’ di soldi, per il lavoro fatto. Mai e poi mai si deve venire a sapere che è lui il vero autore dei testi. Lorenzo è un ghost writer, uno scrittore fantasma, anche se esiste davvero e lo potete toccare, ovviamente se lui ve lo permette.
Questa storia attraversò tutto il parlamento e le richieste a Lorenzo fioccarono come coriandoli a carnevale. Accettò di seguire alcuni altri politici, ma poi erano troppi e lui non ce la faceva proprio.
É così che nacque un consorzio, che raccoglieva tutti i ghost writer del paese, tutti anonimi, tutti alle dipendenze di qualche politico.
Questa notizia uscì presto dall’ambito della politica e trovò terreno fertile nel campo dell’editoria e poi della sceneggiatura per i film ed infine nel campo delle soap opera televisive, ma qui devono aver pescato male tra gli scrittori fantasma, perché dialoghi e racconto sono di una noia mortale e decisamente lontani da ogni logica che si rispetti.
Leggendo queste informazioni sono arrivato alle conclusioni che adesso vi dico.
I ghost writer esistono per davvero. Sono scrittori che non firmano le loro opere, le scrivono per altri.
Fare il ghost writer è un lavoro, un lavoro come tanti altri. Esiste un tariffario che varia a seconda del tipo di intervento richiesto e anche a seconda dei paesi in cui si opera. Ad esempio in Italia il ghost writer è pagato assai meno che in Germania o negli Stati Uniti.
Si va dalla semplice correzione di bozze, nel qual caso le idee e lo stile è quello del vero autore, fino alla stesura completa del testo, basato solo sulle indicazioni generali dell’interessato.
Pur essendo avvilente e, tutto sommato, vergognoso che qualcuno venga accreditato del lavoro di un altro, ci sono situazioni in cui lo scrittore ombra non scandalizza nessuno.
Una delle questioni a questo proposito, riguarda il diritto d’autore, che, in questo caso, è molto complicato. Chi detiene il copyright? Chi ha scritto per davvero il pezzo o chi ci ha messo il nome sopra? É vero che esiste un patto tra le due parti, per cui lo scrittore fantasma accetta dei soldi in cambio del suo lavoro e anche del suo silenzio.
Tutto a posto dunque? No, perché c’è una vecchia legge, del 1941, che proprio di questo tratta.
L’articolo 21 di questa legge prevede che l’autore vero (il ghost per capirci) ha sempre il diritto di rivelarsi e di far riconoscere in giudizio la sua qualità di autore. Nonostante si siano stati dei patti diversi, il nome dell’autore vero dev’essere rivelato al pubblico in ogni forma possibile.
Queste due posizioni sono, evidentemente, discordanti. Qual è quella giusta? Qual è quella applicabile?
Il fatto è che, accanto ai diritti legali, ci sono anche dei diritti morali, che la stessa legge (all’articolo 22) definisce inalienabili (che significa che ad essi non si può rinunciare).
E poi c’è un’altra questione, forse la più importante di tutte e riguarda i lettori, cioè quelli che usufruiscono dell’opera. Perché mai non possono sapere chi l’ha scritta?
Tutto questo discorso può essere letto anche a rovescio … sì so che non è molto chiaro quello che ho appena detto. E allora voglio farvi un esempio.

Nel 1977 esce un film delizioso, intitolato “Il prestanome”, titolo originale “The front”. É scritto da quel monumentale sceneggiatore che è Walter Bernstein ed è diretto da Martin Ritt.  Nel ruolo di protagonista un geniale Woody Allen.
La storia si svolge negli anni ’50, mentre una delle inutili guerre americane, quella di Corea, sta sullo sfondo. Negli Stati Uniti è un periodaccio, quello del maccartismo. Per i due che non lo sanno, il Maccartismo è stata una allucinazione terribile, figlia delle fobie americane di avere delle spie sovietiche in casa. Chiunque non fosse allineato con le idee, decisamente di destra, del governo americano, finiva in una lista di proscrizione, che era anche peggio di quella di Lucio Cornelio Silla dell’82 avanti Cristo.
Se, per puro caso, vent’anni prima eri passato di fianco ad una manifestazione pacifista, o avevi fatto parte dell’associazione della giovane camiciaia, in cui era presente il cugino di terzo grado di un tale che vendeva cravatte rosse, quindi ispirate alla bandiera dell’Unione Sovietica, erano guai, guai seri, perché rischiavi il posto di lavoro e spesso anche la libertà. Qualcuno ci ha rimesso anche la vita, condannato a morte per le sue idee, dalla patria della libertà e della democrazia. Ça va sans dire!
Sullo sfondo anche il processo Rosemberg, che portò alla condanna a morte e all’uccisione su sedia elettrica dei coniugi Rosemberg, giudicati colpevoli di cospirazione contro gli Stati Uniti, in quanto spie sovietiche.
Un periodo assurdo in un paese libero, del tutto analogo a quanto avvenuto in Germania e in Italia nel decennio precedente, quando, per non perdere lavoro e libertà, molte persone si sono viste costrette a denunciare, colleghi, amici e perfino parenti di attività che, in quanto a pericolosità per il paese, facevano sorridere.
Eleanore Roosevelt, attivista e moglie del presidente del New Deal statunitense, ha scritto: “È stata una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo Paese abbia mai avuto.”
Questo dunque è il clima nel quale si inserisce il film “Il Prestanome”. É quasi ovvio che tra i settori più colpiti ci siano quelli che fanno opinione: scrittori, sceneggiatori, attori, comici. Tra di essi anche Bernstein e Ritt, sceneggiatore e regista del film, e tutti gli attori che hanno interpretato i vari personaggi del film, come Zero Mostel, profondamente colpito dal maccartismo.

A Manhattan c’è un cassiere, che svolge anche l’attività clandestina di allibratore, un essere senza opinioni, piatto e insignificante, quei personaggi che Woody Allen sa presentare in modo magistrale. Si chiama Howard Prince, è una persona abbastanza pulita politicamente e sempre in cerca di soldi. Ha un amico, Alfred Miller, che scrive sceneggiature, e che è finito sotto indagine per attività antiamericane. Tradotto in termini pratici, non può più lavorare, perché nessuno potrebbe accettare un suo contributo con il rischio di venire a sua volta coinvolto.
Così Alfred si rivolge ad Howard, chiedendogli di fargli da prestanome, in cambio di una percentuale sui diritti d’autore.
I soldi sono importanti per Howard, che presto diventa il prestanome di altri scrittori e, per tutti, un incredibilmente bravo realizzatore di trame televisive. Con i soldi e la fama, arriva anche un amore, finalmente ricambiato. La testardaggine della commissione che indaga sulle attività antiamericane, finisce per coinvolgere anche lui e un suo nuovo amico, un comico molto famoso, ma tolto di mezzo perché finito, come moltissimi altri artisti, nelle liste nere del governo.
L’essere inutile, abulico, lontano da qualunque pensiero sociale o politico, si sveglia di colpo quando il suo amico muore suicida. La commissione gli cvhiede solo un nome, basta quello di quel comico, tanto è morto, ma Howard preferisce, alla fine, il carcere, lo fa per principio e anche per riconquistare il cuore della donna che ama. E, con la prigione, arriva la sua consacrazione ad eroe.
Ora, questa è solo una storia inventata, ma che rappresenta una realtà ampiamente vissuta nei primi anni ’50 negli Stati Uniti. Il Prestanome, anzi, è la prima pellicola a parlare esplicitamente di questo tema.
Dunque cari amici, che ci avete raccontato la storia di Moshe, chiamato lo scemo, nonostante la finzione, avete centrato perfettamente il tema. Non si dovrebbe permettere, nemmeno al più potente di tutti, di sfruttare il lavoro degli altri per farsi belli di fronte al mondo.