rhonLa valle di Rohn si snodava nella regione di Gussov, circondata da rigogliosi e verdissimi boschi di conifere, nei quali primeggiavano gli abeti bianchi dalle chiome scure, nascondendo qua e là gruppi di pini dai rami ricurvi. Il primo tratto, scosceso, si insinuava nella terra bruna, quasi mosso da un desiderio irrefrenabile di raggiungere presto la pianura. Poi, con la pazienza tipica della montagna, il dislivello si attenuava, progressivamente, lentamente, fino a spianare, allargando i suoi fianchi in un dolce, fertile pianoro.
Fino a qui allungava la sua ombra il grande monte Brassim, che si scorgeva sulla sinistra guardando il sole nascente. Le sue rocce rosate sembravano un indice rivolto al cielo, come un ammonimento che sottolineava la sua superiorità assoluta.
Dalla parte opposta colline sempre più alte sembravano rincorrersi, facendo a gara a quale fosse la più rotondeggiante: una lunga sequenza di cupole silenziose a perdita d’occhio.
Laggiù, proprio sul fondo, il torrente Rhon riempiva di freschezza, di suoni e di allegria la valle, saltando da un sasso all’altro, inanellando una curva dopo l’altra, diventando poi più tranquillo e allargandosi, alla fine, nel placido lago Taruk. A guardarlo da lassù, a quasi 2500 metri d’altitudine, sembrava impossibile che quella sottile striscia d’argento potesse formare, al termine della sua corsa, una tanto grande distesa d’acqua.
Gli abitanti della valle erano tutti animali. I daini, gli scoiattoli, gli orsi dei boschi, gli uccelli multicolori dell’aria e molti, molti altri conducevano le loro esistenze regolate solo dalle leggi e dai tempi della natura. Nessun uomo viveva lungo le rive del torrente, nessuna casa vi era mai stata costruita. I suoni della valle erano scanditi dal ritmo inesorabile del giorno e della notte, senza alcuna sorpresa possibile.
Il Rohn ospitava una intera popolazione di trote, particolarmente bene organizzate, suddivise in famiglie, ognuna delle quali aveva il suo rifugio e il suo territorio privato dove cercare il cibo.
Le trote di montagna, snelle e vigorose, erano assai diverse da quelle di pianura, grasse e pigre a causa delle molto minori difficoltà di movimento. Loro non avevano a che fare con percorsi tortuosi, frequenti cascatelle, con una corrente decisamente violenta, specie in primavera quando lo sciogliersi della neve sui monti agiva come uno stantuffo premuto dentro un pistone. Queste difficoltà avevano, nel corso del tempo, sviluppato nelle trote di montagna doti spiccate di formidabile vivacità natatoria, ma anche una sorta di intelligente intuito, che consentiva loro di affrontare ogni situazione con velocità e brillantezza.
La famiglia Rupov, padre, madre e sette piccole trote appena diventate indipendenti, vivevano a circa un terzo della ripida discesa dal monte Brassim. In quel punto un grande masso, coperto di muschio, costringeva il torrente a virare bruscamente verso sinistra, per poi rituffarsi verso valle con impaziente impeto. Si veniva così a formare una delle tante anse, con l’acqua abbastanza tranquilla. Sotto quel masso i Rupov avevano la loro dimora da così tante generazioni, che l’origine della stirpe si perdeva nella notte dei tempi. Nessuno sapeva perché vivessero proprio là, né da dove fossero arrivati. L’ambiente era ricco di cibo e la vista che si godeva da quell’ansa era invidiata dall’intera comunità: la trasparenza assoluta dell’acqua permetteva di scorgere gran parte del bosco circostante e di individuare così, con forte anticipo, eventuali visite sgradite, specialmente quegli orsi, famosi per la loro abilità di pescatori. La famiglia Rupov aveva perso pochissimi membri negli ultimi anni e, ormai, le incursioni dei predatori si erano fatte sempre più occasionali.
Il primogenito, Brick, splendido esemplare di 35 cm di lunghezza, dalle grandi pinne, si era posto spesso domande relative all’origine della propria specie, senza, tuttavia, trovare alcuna risposta. La sua curiosità era molto grande anche sul destino di quell’acqua che scorreva nel torrente, lo faceva continuamente, da sempre, e per di più, per quanto almeno se ne sapeva, non era mai la stessa da tempo immemorabile. Da dove veniva e dove andava con tanta fretta?
Alla scuola che aveva frequentato, nell’ansa di Vadim, cinque cascate più su della sua abitazione, il maestro non aveva mai affrontato l’argomento e nessuno scolaro si era mai permesso di fare domande su un tema così complicato e delicato.
Il maggior numero di ore l’aveva trascorso frequentando corsi molto avanzati di nuoto. I primi rudimenti di quest’arte venivano appresi in famiglia e, quando l’abilità era sufficiente per nuotare controcorrente, subentrava la scuola pubblica di quartiere, che serviva, in tutto, le trote di una decina di cascatelle e di anse. Al termine di quelle lezioni, i più bravi erano in grado di risalire le cascate e di fare piroette fuori dall’acqua, segno questo di grande allegria e divertimento. Le discese poi, come il suo ritorno da scuola verso casa, erano uno spasso ancora più grande. Brick si lanciava a tutta velocità, ma sapeva benissimo che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto arrestare la sua corsa in pochi, brevissimi istanti.
Non gli piacevano, invece, le ore di tecnica della mimetizzazione: stare a lungo nascosto sotto un sasso, mentre il maestro faceva finta di cercarlo, non lo entusiasmava affatto. Si rendeva però conto che quelle tecniche avrebbero potuto, un giorno, salvargli la vita.
Interessanti erano, al contrario, le lezioni sull’approvvigionamento. La ricerca di cibo, la scelta di quello più energetico, lo studio dei metodi di caccia, si concludevano quasi sempre con una merenda di insetti o di larve e ciò rendeva piacevole quella materia.
Brick era stato un bravo studente, tanto da meritare il diploma con il massimo dei voti. Quando i suoi genitori si erano recati a Vadim per ritirare il certificato, il direttore della scuola aveva letteralmente riempito la piccola trota di complimenti, ma, nel contempo, aveva avvertito, con un’aria piuttosto preoccupata, il padre che Brick aveva strane idee in testa e si poneva a volte domande assai particolari. Una volta – lo aveva sentito proprio lui, il direttore, di persona – aveva chiesto al maestro il senso di quello scorrere d’acqua. Insomma, i genitori avrebbero dovuto stare attenti, perché da qui all’eresia il passo non era poi tanto lungo.

La neve si era ormai completamente sciolta sui monti ed erano trascorse le settimane durante le quali l’impeto della corrente era cresciuto, portando con sé grande abbondanza di cibo. Il grande disco giallo che attraversava il cielo di giorno e che le trote chiamavano Knut, passava proprio a perpendicolo sulla valle di Rohn, riscaldando l’acqua e rendendo piacevole e semplice la vita di tutti.
Mentre Brick se ne stava a guardare Knut, si chiedeva a cosa fosse dovuto il suo pallore notturno e la sua trasformazione così radicale. Una teoria molto diffusa tra le trote voleva che, in realtà, anche Knut andasse a riposare con il calar delle tenebre, e fosse sostituito da sua sorella, Lasset, la quale però era così volubile da mostrarsi ora di fronte, ora di fianco e, in certi casi, da non mostrarsi affatto.
Mentre seguiva questi pensieri, Brick prese la sua decisione: sarebbe sceso assieme all’acqua per vedere dove andava a finire. 
La legge delle trote della valle di Rhon prevedeva che, alla sua età, egli potesse fare ciò che voleva in quanto era terminato il periodo durante il quale i genitori erano responsabili delle azioni dei propri figli. Ma Brick era un pesce bravo davvero e così, quella sera, dopo cena, parlò con mamma e papà, comunicando loro la sua grave decisione. Nessuna trota aveva mai osato tanto. Il padre cercò di dissuaderlo, raccontandogli il poco che sapeva e il molto che si mormorava. Anche lui aveva seguito l’acqua fino alla ventisettesima ansa, ma poi era tornato indietro perché aveva avuto paura a proseguire. In quel tragitto, tuttavia, non aveva osservato nulla di particolare, nulla di diverso dal territorio in cui vivevano.
La giovane trota apprese in quell’occasione le informazioni che erano riservate ai saggi della popolazione e a quelli che erano scampati ad almeno tre attacchi degli orsi pescatori.
Il mondo – gli venne confidato - era stato creato in una notte di Lasset piena, dal dio Barux, che veniva raffigurato come una grande trota argentata dalle pinne e dalla coda d’oro. Il mondo era tutto là, era costituito dalla valle di Rhon, oltre la quale non esisteva assolutamente nulla. Ogni animale era stato messo al suo posto e cercare di risolvere il mistero dell’acqua che scorre, significava andare contro la volontà di Barux e finire nei guai. Una antica maledizione voleva che i temerari che avessero sfidato questi comandamenti, sarebbero stati mandati in un luogo completamente privo di acqua, andando così incontro ad una atroce morte per asfissia.
Brick ascoltava con grande attenzione il padre, ma non riusciva a capire il motivo di queste costrizioni: a chi poteva mai nuocere la conoscenza del mistero dell’acqua?
La mamma lo guardava senza dire una parola, ma un fremito della coda lasciava trasparire la preoccupazione e lo spavento per il suo piccolo, con quelle strane idee in testa.
Quella notte Brick non riusciva a dormire. Guardava le lunghe ombre degli alberi dolcemente illuminate da Lasset, che splendeva in tutta la sua pallida figura in alto nel cielo, circondata da una infinità di Sacket, quei misteriosi, innumerevoli puntini luminosi che, all’apparire di Knut, si spegnevano, forse per la vergogna di essere così poco luminosi rispetto a Knut o semplicemente per rispetto verso di lui. Sentiva i rumori degli animali notturni nei boschi, il canto della civetta, il fruscio delle foglie, accompagnate dal sottofondo musicale continuo, che il torrente Rhon regalava alla natura. Egli cercava di cogliere tra quei rumori un piccolo segno di incitamento a partire, oppure un segno altrettanto inequivocabile che glielo impedisse, lo facesse rimanere a casa con la sua famiglia.
Ma quella notte aveva gli stessi rumori di ogni altra notte. Brick si sentiva così piccolo, così insignificante, un granello inutile di un enorme mosaico perfettamente riuscito.
All’alba partì senza salutare nessuno.
Scese le prime ventisette anse a folle velocità con la grande tranquillità che gli derivava dal racconto del padre. Non scorse nulla di particolare, se non un progressivo, leggero allargamento del letto. Ogni tanto incontrava qualche trota e cercava nel suo sguardo un segno di comprensione o, quantomeno, di rimprovero. Ma i pesci erano tutti occupati a cercare il cibo e non badavano al giovane nuotatore che passava così velocemente da non rappresentare alcun pericolo.
Alla ventisettesima ansa si fermò di colpo. Quattro grandi massi chiudevano il torrente, lasciando scorrere l’acqua in sei rivoli stretti, ma tremendamente veloci. Brick capì allora perché suo padre si era arreso davanti a quella barriera, oltre la quale non si poteva vedere assolutamente nulla. Esitò, si voltò indietro così spaventato da non riuscire a pensare. Trascorsero pochi attimi che a Brick sembrarono un’eternità, poi si tuffò, con una delle sue piroette gioiose, attraverso il passaggio tra il terzo e il quarto masso. Chiuse gli occhi e li riaprì solo quando fu sicuro di essere immerso nell’acqua. Quando si guardò indietro poté tirare un sospiro di sollievo: ce l’aveva fatta, la barriera era stata superata. Il cuore gli batteva forte per l’emozione e per una sottile paura che lo aveva pervaso.
Lo spettacolo che aveva di fronte lo costrinse a fermarsi. Poche anse più a valle il torrente diventava molto più largo e quasi pianeggiante; l’acqua scorreva con calma e tranquillità, senza quella frenesia cui era abituato, senza quella musica fatta di fruscii, di tintinnii, di gorgheggi, che avevano accompagnato la sua vita fino a quel momento. Sembrava che l’acqua fosse più serena, in pace con se stessa, come qualcuno che ha raggiunto lo scopo per cui stava lottando. Poi alzò lo sguardo e lo spinse appena un poco più lontano; il respiro si fermò e uno stupore indicibile si dipinse sul suo viso.
Una simile quantità d’acqua non l’avrebbe nemmeno potuta immaginare. Per quanto osservasse lontano, in avanti, a destra, a sinistra, dappertutto, acqua.
Brick era arrivato al lago Faruk.
Nuotò, senza fretta, fino alla fine del torrente, stupendosi ad ogni spinta di pinna di quel paesaggio incredibile. Gli vennero in mente le parole del suo maestro sul paradiso delle trote; doveva assomigliare in modo straordinario al luogo che aveva raggiunto.
Tutto si stendeva in orizzontale: vide le numerose trote, grasse e tranquille, che lo osservavano sdegnate con un’aria di commiserazione. Forse non avevano mai visto una trota di montagna e pensavano fosse un pesce riuscito male.
Poi Brick scoprì una nuova dimensione, la profondità. Poteva nuotare in verticale, verso il basso, a lungo senza arrivare a toccare il fondo. Era eccitato per la grande scoperta e felice per aver finalmente svelato il mistero dell’acqua che scorre. Ogni goccia scendeva la valle per riunirsi a tutte le altre, per stare assieme ai propri simili e già immaginava che ognuna avrebbe raccontato il proprio viaggio, la propria storia, avrebbe descritto la valle che aveva attraversato … qualcuna che lo aveva incontrato, forse avrebbe parlato anche di lui.
Mentre inseguiva, affascinato, questi pensieri, Brick urtò contro un masso.
Gli venne da ridere, ricordando le innumerevoli raccomandazioni del suo maestro di nuoto e cercò di aggirare l’ostacolo. Ma quel materiale era molto diverso da quello con cui erano fatti i sassi immersi nel torrente Rhon. Era compatto, molto compatto, uguale dappertutto, con scanalature e rilievi orizzontali, che non aveva mai visto. Impiegò molte ore a percorrerlo tutto, prima in largo, poi verso il basso, poi risalendo fino al pelo dell’acqua.
Niente! Nessun passaggio!
Nemmeno il più piccolo foro, dal quale, per lo meno, guardare cosa c’era dall’altra parte. Quel masso così strano e monumentale si ergeva per molti metri sopra l’acqua, con una forma incurvata. Era chiuso alle estremità dalle rocce di due monti che sembravano finire là.
Era quasi sera. Brick vide Knut scavalcare il grande masso e sparire. Poi più nulla.
Caparbio e ostinato, rimase altri tre giorni nelle acque immobili del grande lago Faruk, cercando inutilmente un varco qualsiasi. Mano a mano che il tempo passava, una sensazione di sconfitta e di impotenza si impossessava della giovane trota di montagna. Alla fine si arrese e riprese, mestamente, senza alcuna fretta, la strada di casa.

Quando giunse alla sua ansa, trovò l’intera famiglia riunita e, assieme ad essa, il vecchio maestro, che si era recato a far visita ai Rupov. Si fermò, di fronte alle trote che lo guadavano, ansiose e stupite, e disse:
Non siamo affatto liberi; siamo tutti, anche l’acqua, prigionieri di Barux.”
I suoi fratelli non capirono, il maestro scosse il capo, come a dire “io lo sapevo da tempo”, il padre aveva un’espressione triste e rammaricata. La madre piangeva. Brick lo intuì, perché la presenza dell’acqua corrente non avrebbe mai potuto far vedere una trota che piange.
Brick non seppe mai se le lacrime della mamma fossero dovute alla drammaticità della sua rivelazione o alla felicità di aver ritrovato, ancora vivo, un figlio dato ormai per perduto.
Brick non parlò mai più della sua grande avventura e visse nell’ansa per il resto dei suoi giorni. Nessuno, però, lo vide da allora fare una gioiosa piroetta fuori dall’acqua.