Oggi parleremo di uno degli aspetti più controversi del rapimento di Aldo Moro nella primavera del 1978, ma prima di arrivarci facciamo il punto della situazione.
Il 1978, come anno intendo, comincia malissimo. Il 1° gennaio un aereo dell’AIR India esplode in volo non lasciando alcuno scampo ai 213 sfortunati che si trovano a bordo.
Il 7 gennaio vengono uccisi due militanti missini (un terzo lo ucciderà poco dopo la polizia durante le manifestazioni di piazza) il che innesca una sorta di faida che porterà alla morte di Franco e Iaio, militanti di sinistra e frequentatori del Leoncavallo a Milano.
Intanto continuano scelte decisamente poco democratiche (scusate l’eufemismo) da un lato da parte di Pinochet che nega ogni interferenza ONU e blocca ogni tipo di elezione per almeno altri otto anni e dall’altro in Cina, dove il partito comunista proibisce la lettura dei testi di Aristotele, Shakespeare e Charles Dickens.
É l’anno in cui la Francia continua imperterrita le prove di esplosione di ordigni nucleari a Mururoa, quello in cui la guerra tra gli irlandesi dell’IRA e gli inglesi continua a fare stragi, come nel caso delle 12 persone uccise da una bomba a Belfast.
É l’anno dei mondiali di calcio in Argentina, vergognosamente organizzati in un paese preda di una terribile e feroce dittatura, che si porterà via tra i 30 e i 40 mila oppositori o presunti tali, scomparsi nel nulla, appunto desaparecidos.
É, ancora, l’anno in cui in Vaticano cambiano molte cose. In estate muore papa Paolo VI, il milanese Montini. Al suo posto sale al soglio un veneto, il bellunese Albino Luciani, ma non vi si ferma molto, perché viene trovato morto nel suo letto dopo poco più di un mese di regno. I sospetti sulla reale causa della scomparsa rimangono, anche se per molti quella morte è più che sospetta. Al suo posto ecco il papa polacco Carol Woytila, la cui lunga reggenza sarà ricchissima di eventi positivi e negativi, dei quali ho parlato in questa trasmissione, nella puntata dedicata allo IOR.
Ci sono anche buone notizie, come quella che arriva dalla Spagna, dove quella nazione diventa ufficialmente una repubblica democratica dopo la lunghissima dittatura franchista.
E veniamo ai fatti di casa nostra.
All’inizio dell’anno il governo del paese è affidato ad un monocolore democristiano, guidato da Giulio Andreotti. É il suo terzo incarico, quello della solidarietà nazionale, quello che vede, per la prima volta, il partito comunista non opporsi alla formazione del governo, astenendosi nella votazione sulla fiducia. É anche il governo che presenta, novità assoluta per l’Italia, una donna come ministro. Si tratta dell’ex partigiana Tina Anselmi al Lavoro e Previdenza sociale.
Il parlamento è composto da una larga maggioranza democristiana, circa il 42% dei seggi, e da una altrettanto forte rappresentanza dei comunisti che raggiungono il 37%. I socialisti sono al 9%, tutti gli altri partiti sono molto deboli, a parte forse gli ex fascisti del Movimento sociale che ha il 4,5% dei voti.
Un nuovo governo viene approvato dalle camere il 16 marzo, poche ore dopo che Aldo Moro è stato rapito e la sua scorta sterminata. Il governo Andreotti IV, un nuovo monocolore, viene legittimato con un plebiscito. Anche il PCI vota a favore. La situazione drammatica svoltasi in via Fani ha giocato evidentemente un ruolo decisivo.
Dunque il 16 marzo succede qualcosa che nessuno in Italia dimenticherà più: il presidente del più forte partito italiano, la Democrazia Cristiana, viene rapito dalle Brigate Rosse, che lo terranno prigioniero per 55 giorni, prima di giustiziarlo e riconsegnare il corpo.
Il commando, molto ben addestrato, fa strage di Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, la sua scorta.
La morte di Moro avviene il 9 maggio 1978.
In questo periodo, detto del ruolo di Andreotti, quali altri personaggi sono al governo delle varie istituzioni del paese? La DC ha come segretario Benigno Zaccagnini, uomo della corrente di Aldo Moro, che uscirà distrutto come uomo e soprattutto come politico dalla vicenda del suo capo corrente.
RapimentoMinistro degli interni è Francesco Cossiga, che si dimette all’indomani della morte di Moro, sostituito dopo un breve interim di Andreotti, da Virginio Rognoni. Ministro della Difesa è Attilio Ruffini, siciliano, molto chiacchierato per via di suoi presunti collegamenti con la mafia.
Il Partito comunista italiano è nelle salde mani di Enrico Berlinguer, sicuramente il più illuminato leader che quel partito abbia avuto.
I sindacati, per così dire, di sinistra sono guidati: da Luciano Lama la CGIL; Luigi Macario, assieme a Pierre Carniti, la CISL.
Siamo sempre nel 1978 e, in estate, gli italiani sono chiamati ad abrogare con referendum il finanziamento pubblico ai partiti. La legge viene mantenuta, ma la quantità di “SI” all’abrogazione, oltre il 43%, fa capire che la fiducia dei cittadini verso i partiti sta rapidamente calando.
Lo stesso giorno in cui il corpo di Aldo Moro viene riconsegnato, in Sicilia viene ammazzato, dalla mafia di Tano Badalamenti, il giornalista Peppino Impastato.
Termina il processo ai vertici delle Brigate Rosse, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. Le condanne sono severe e ammontano, complessivamente per l’organizzazione terroristica, a più di 200 anni di carcere.
In Italia, intanto, viene approvata la legge sull’aborto.
A seguito dello scandalo Lookheed, il presidente della repubblica Giovanni Leoni si dimette. Paga con ogni probabilità colpe non sue, almeno non sui fatti di cui è accusato.
Al suo posto, e questa è la migliore notizia dell’anno, arriva al Quirinale Sandro Pertini.
Oggi vorrei raccontarvi una storia che parte proprio dalla vicenda Moro e cerca di capire se le Brigate Rosse siano davvero il nemico numero uno dello statista pugliese. Se volete che sia più esplicito: a chi e perché, tutto sommato, non dispiace affatto che Aldo Moro venga tolto di mezzo?

Moro è un pericolo! Per chi? Anzi … per chi no?

LibroAnalizziamo di seguito di seguito alcune tesi, che non è detto siano vere, ma sono sicuramente possibili e riguardano il clima interno e soprattutto internazionale collegato alla vicenda Moro. Ho usato in particolare il libro del giudice Ferdinando Imposimato, quello che ha seguito da magistrato la vicenda Moro dall’eccidio di via Fani al ritrovamento del corpo, ma anche quello che, successivamente ha cercato di capire cosa davvero era successo allora. Il libro si intitola “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”, è del 2013. Ferdinando Imposimato muore nel gennaio di quest’anno a 82 anni, dopo una vita dedicata alla lotta contro mafia, camorra, terrorismo, malaffare. Ha perso un fratello, Franco, assassinato dalla Camorra nel 1983. Usciremo presto dalla vicenda Moro, per capire il clima del periodo e analizzeremo altri omicidi terribili, ma fondamentali per capirci qualcosa.
La prima considerazione da fare è questa. Come si comporta il governo italiano di fronte al rapimento di Moro? La fermezza è la scelta: non si tratta coi terroristi, neppure nel caso di un così importante ostaggio per l’intera politica italiana. Che questa sia la strada giusta da seguire è convinzione non solo in quel periodo. Ancora oggi i più pensano che una vita può essere sacrificata per il bene della democrazia. Mi verrebbe da aggiungere “basta che non sia la mia”.
Partiamo dalle Brigate Rosse. Molti si chiedono chi ci fosse dietro questa organizzazione. Il giudice Imposimato afferma, alla fine degli anni ’70 “Dietro le Brigate Rosse ci sono solo le Brigate Rosse”. Un giudizio tranciante, sicuro, proprio come gli esiti della Commissione parlamentare che si occupa in quel periodo della vicenda Moro. Ma, col passare degli anni, quando nel 1991, si possono leggere i documenti secretati, questa opinione vacilla, e per Imposimato, nel frattempo entrato in Parlamento nelle file del partito comunista, diventa un’ossessione quella di capire come sono andate per davvero le cose in quei terribili momenti.
GiornaleCosì, rispolverando tutta la documentazione, ecco emergere quello che abbiamo visto in molte delle situazioni che ho descritto qui a Noncicredo. Mancano un sacco di documenti, sono semplicemente scomparsi. Ci sono interrogatori eseguiti e mai presi in considerazione. C’è un ruolo decisamente passivo dei servizi segreti, i quali ricevono soffiate su un probabile rapimento ben prima di quel 16 marzo. E c’è molto di peggio, come scopriremo verso la fine di questo articolo. Perché nessuno si è mosso?
Durante le indagini, il 20 marzo 1979, viene ammazzato Mino Pecorelli, altra vicenda che più intricata non si può. E dalle indagini emerge che il giornalista viene ucciso anche, non solo di intende ma anche, perché sapeva troppe cose sulla vicenda Moro.
E poi il suo partito, perché Moro, durante il lungo periodo di segregazione, scrive documenti importanti anche sulla Democrazia Cristiana. Tra l’altro ecco le sue parole:
Di questi problemi terribili e angosciosi, non credo vi possiate liberare anche di fronte alla storia, con la facilità, con l’indifferenza, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze. […] Se questo crimine dovesse essere perpetrato, si aprirebbe una spirale che voi non potreste fronteggiare. Ne saresti travolti. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d’Italia.
Dunque per Moro la decisione finale spetta al partito di cui è presidente, vale a dire ai vari Andreotti, Cossiga, Zaccagnini. Ma, secondo Imposimato, ci sono altri protagonisti, la cui azione influisce non poco sull’esito finale. Di questo si occupa questo lungo articolo.

L’emissario di Jimmy Carter: Steve Pieczenik

In particolare, gli Stati Uniti sono stati dentro la faccenda in modo clamoroso.
Non voglio anticipare troppo, ma se guardiamo a quel periodo, abbiamo visto quali sono le forze in campo in Italia. Dobbiamo aggiungerne un’altra, il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un intermezzo democratico, tra il post nixoniano Ford e i mandati del cowboy Ronald Reagan.
Steve PieczenikGli Stati Uniti hanno in quel periodo (e non solo in quello) probabilmente una tra le organizzazione di intelligence più preparate al mondo. So che non serve sottolinearlo, ma quando si parla di intelligence si intendono i servizi segreti. In questo caso la CIA.
Anche la CIA, tuttavia, deve seguire delle regole. Quando viene rapito Moro, al ministero degli interni c’è Francesco Cossiga. Costui, come di prassi in queste drammatiche circostanze, mette in piedi un comitato di crisi che gestisca la situazione. Arriva anche un super esperto dagli Stati Uniti, uno psichiatra, tale Steve Pieczenik, mandato a Roma direttamente da Jimmy Carter. Eppure le regole, tra l’altro ribadite solo pochi mesi prima, sono quelle di non inviare mai personale dei servizi di informazione all’estero a meno che non ci siano di mezzo la sicurezza o il pericolo per gli USA.
Ora, quale pericolo può mai presentare il caso Moro per Washington?
In realtà i pericoli sono più d’uno. Nonostante non ce ne siano per la NATO, il politico pugliese sa ogni cosa sulle operazioni Stay Behind e sull’emanazione italiana di questa, Gladio, di cui abbiamo parlato altre volte.
A vent'anni dai fatti, nel 1998, si sviluppa una pesante polemica politica, che riguarda alcune affermazioni di Pieczenik. Secondo lui, Moro avrebbe potuto essere salvato e restituito alla vita politica, ma sarebbe stato vittima di un "complotto ad altissimo livello" avente lo scopo di evitare che lo statista fosse liberato; dunque per lo psichiatra americano non c’è alcuna intenzione di liberare Moro, ma ci sono anche una serie di fughe di notizie che sarebbero arrivate perfino alle Brigate Rosse. Tutto questo lo convince che liberare Moro è impossibile e se ne torna a casa sua.
In realtà Pieczenik sparerà successivamente altre sue verità, che faranno il rumore di grosse bombe. In particolare quella sulla decisione di abbandonare Moro al suo destino. Sarebbe avvenuta verso la quarta settimana, quando le lettere di Moro cominciano a diventare disperate e si teme che possano uscire segreti importanti non solo italiani ma anche internazionali, come già detto a proposito dell’operazione segreta Stay Behind, finanziata dalla CIA e gestita dall’interno dei Servizi segreti italiani con il nome di Gladio.
A quel punto la sorte dello statista pugliese è decisa. Ma non dalle Brigate Rosse. Per il bene comune (e cioè per la segretezza degli affari da spie) Moro deve morire. La decisione, sempre secondo Pieczenik, è di Cossiga e, aggiunge, “credo, anche di Andreotti”.
Ecco allora che diventa legittimo chiedersi “Chi ha ucciso Aldo Moro?” o, per lo meno “A chi conveniva che Aldo Moro venisse ucciso?”.
Come sempre trovare la verità in queste vicende è terribilmente complicato. Si cercano appigli, documenti, dichiarazioni, si seguono le cose strane che sono successe navigando a tentoni dentro nebbie molto fitte, aumentate dal fatto che alcuni dei massimi responsabili dell’epoca (Andreotti, Cossiga, Zaccagnini) se ne sono andati per sempre e si sono portati i loro molti e pesanti segreti nella tomba.

I “bau bau” degli USA: URSS e comunisti italiani

bau bauSeguirò adesso i ragionamenti del magistrato Imposimato in una analisi che, così almeno credo, potrà lasciare interdetto qualcuno dei lettori.
La storia e la tragedia di Aldo Moro comincia molto prima di quel 16 marzo, con l’eccidio di via Fani, almeno dieci anni prima.
Ho già tracciato in altri articoli per sommi capi la storia degli anni ’60, sottolineando il ruolo importante negli Stati Uniti di John Kennedy, il quale tenta (al di là della brutta faccenda della Baia dei Porci e dei missili sovietici a Cuba), assieme al leader russo Cruschev, un’operazione difficilissima, che all’epoca viene chiamata “distensione”. Niente di straordinario, si intende, semplicemente il fatto che, pur essendo, anche come cattolici, fermamente anticomunisti, non si può demonizzare più di tanto una rivoluzione che comunque, nelle intenzioni, lotta per la liberazione di miliardi di persone nel mondo da un dominio feudale. Oggi nessuno si scandalizza, del resto il comunismo è scomparso da quelle terre e quindi non ci sono più discussioni da fare. All’epoca tuttavia le cose sono un po’ più complicate. L’Unione Sovietica è il bau bau e i comunisti lo sono altrettanto. Negli Stati Uniti, poveri cari, lo sono ancora, anche se per cercare dei comunisti veraci la ricerca è lunga e difficoltosa. E dunque John Kennedy viene visto, nei suoi ultimi anni di vita, come un sinistrorso, uno che vuole stringere alleanze coi comunisti, uno che vuole abbattere i sani principi di quell’America che si è sempre dipinta come un baluardo della libertà. Oggi sappiamo che è proprio così: è un baluardo della libertà, ma solo della propria libertà di fare e disfare a piacimento quello che crede, poco importa di che colore è il presidente o di che partito. Ne abbiamo viste di tutti i colori e non siamo così ingenui.
Dall’altra parte dell’Oceano, da noi, gli anni ’60 sono quelli del boom economico, che riempie la pancia degli italiani (o quanto meno di una buona percentuale di loro). E così, soddisfatte le esigenze primarie, c’è più tempo per pensare anche ai propri diritti, alle disuguaglianze sociali ed economiche, a richieste di più ampio respiro nella scuola, specie nelle università gestite da inqualificabili baronie e nelle fabbriche.
La Democrazia Cristiana, partito di super-maggioranza, comincia a subodorare qualcosa e qualcuno pensa di dover evitare uno scontro troppo duro, scegliendo il male minore, che è quello di coinvolgere nella gestione dello stato i partiti che, nel parlamento, siedono vicini a quelli democristiani: repubblicani, socialdemocratici e socialisti.
NenniIl partito socialista, in particolare, è, all’epoca, ancora un partito di sinistra, guidato da una icona dell’antifascismo, un eroe della resistenza, Pietro Nenni. Dopo un primo tentativo di Amintore Fanfani è proprio Aldo Moro a varare il primo vero centrosinistra italiano. C’è dentro come vicepresidente Nenni, c’è il socialdemocratico Saragat e altri ministri dei partiti non democristiani. Una svolta, non c’è dubbio, che mette in subbuglio la piccola borghesia italiana, che vede uno scivolamento verso il Partito Comunista, già allora seconda formazione come voti e il più attivo sul territorio. La destra del partito di maggioranza farà alcune scelte clamorose, come l’elezione del Presidente Segni grazie ai voti del MSI, il partito neofascista. Il subbuglio travalica il mare perché anche agli americani, anzi alla CIA, a gran parte dell’economia e della politica la scelta di Moro sembra scellerata. Teniamo presente che l’Italia è terra di confine con il blocco socialista e presenta, come detto, un Partito Comunista forte ed agguerrito. Come si fa a non aver timore di terribili conseguenze per la NATO e per tutta la politica che la CIA ha elaborato, assieme alla DC e alla mafia, per il nostro paese?
Con questa situazione ecco che John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, arriva a Roma; incontra Moro per testimoniargli la sua fiducia in quel tentativo e dare, di fatto, la propria benedizione al centrosinistra italiano.
Ora, mettere così strettamente in relazione i due omicidi, del resto avvenuti a distanza di parecchi anni, può sembrare esagerato e, anzi, lo è di sicuro, ma ci sono, nel libro di Imposimato, alcuni passaggi che meritano attenzione.
Il lavoro di Imposimato ha attraversato vicende di grande importanza. Tra queste quella relativa all’attività di Michele Sindona, ammanicato da un lato con la mafia, dall’altro con lo IOR e il Vaticano, e ancora con i Servizi segreti italiani. Nel 1981 Imposimato sta lavorando appunto al caso Sindona e lo fa in collaborazione con l’FBI, dal momento che le accuse contro il banchiere siciliano, prevedono, oltre al sequestro e ricatto a Roma e all’omicidio Ambrosoli a Milano, anche la bancarotta fraudolenta negli Stati Uniti.
Dunque in quel periodo Imposimato entra in contatto con gli ambienti della diplomazia americana. Tra l’altro, essendo stato per anni bersaglio dei comunicati delle Brigate Rosse, è una figura anticomunista e quindi vista con favore e ammirazione dall’amministrazione di Washington. Egli partecipa spesso a rincontri, anche mondani, all’ambasciata USA. E proprio in una di queste occasioni incontra un uomo, chiamato Louis, ufficialmente addetto all’ufficio legale, ma rivelatosi successivamente un agente della CIA. I dialoghi tra i due, riferiti da Imposimato sono interessanti e inquietanti. Ad esempio, Louis dice: “La morte di Moro è stata un bene per l’Italia e gli Stati Uniti. Non era amato né da Kissinger, né dagli americani. Moro, come Kennedy, dialogava troppo con i comunisti.” A noi sembra che dare del filocomunista a John Kennedy sia una vera eresia, ma gli americani hanno altri parametri rispetto ai nostri. Tutto ciò che esce dal liberismo più integrale è sospetto di comunismo. Ancora oggi, voglio dire.
Altra frase citata di Louis: “I russi sono pericolosi in tutto il mondo. Ci hanno portato il comunismo in casa. A Cuba. Tutta l’America Latina è diventata una polveriera, piena di odio per gli americani, gli yankees! Se fosse stato rieletto Kennedy, sarebbe stato una rovina per l’America.
Certo che si tratta di affermazioni pesanti, perché a guardare bene se ne potrebbe dedurre che sia l’uccisione di Kennedy, sia quella successiva di Moro, siano state quanto meno “benedette” dall’establishment americano, dalle lobby commerciali ed economiche, dagli eserciti e, ovviamente, dai servizi segreti.
Del resto, mentre Kennedy viene osannato all’estero, in patria ha vita veramente difficile. Molte sue leggi vengono bloccate dal congresso. La battaglia per i diritti civili gli attira l’ira dei conservatori del Sud, anche quelli del suo partito. Ed è proprio una grana esplosa nel partito democratico del Texas a portarlo a Dallas quel fatidico 22 novembre del 1963.

L’omicidio di JFK: cosa c’entra? … c’entra, c’entra!

JFKDunque siamo a Dallas, il 22 novembre del 1963. Credo tutti sappiano come si sono svolti i fatti. Un uomo, Lee Osvald, con un fucile di precisione, spara i colpi che colpiscono Kennedy e lo fanno morire. Due giorni dopo, Osvald viene ammazzato da Jack Ruby, sotto lo sguardo esterrefatto di cento poliziotti e di 50 milioni di telespettatori. Ruby è condannato all’ergastolo, ma muore di cancro qualche anno dopo, nel 1967.
Questa catena di morti viene analizzata da una commissione apposita, la commissione Warren. Ma i suoi lavori si basano pesantemente su un precedente rapporto, stilato dall’FBI, diretto all’epoca dal potentissimo J. Edgar Hoover. Un dossier perfetto solo formalmente, mentre in realtà è pieno di inesattezze, di lacune, di menzogne. Non che la commissione Warren sia composta da amici stretti di Kennedy, anzi, la maggior parte di loro ha, per usare un eufemismo, qualche risentimento contro il presidente.
Il fatto che Imposimato sottolinea è che nessuno in quella commissione ha né la voglia né la forza di analizzare altre piste che non siano quelle dettate da Hoover, massone di grado superiore agli altri numerosi massoni inclusi nella commissione Warren e quindi praticamente intoccabile. Così a nessuno viene in mente di pensare ad un eventuale complotto e solo diversi anni più tardi ci si renderà conto di quanto poco professionale sia stata l’indagine e quindi il rapporto finale di Warren. Il risultato è che l’unico colpevole è Lee Osvald, ed essendo morto, il discorso si chiude là.
Ma le segrete storie dei servizi americani in quel periodo sono molte e a volte sorprendenti.
C’è, ad esempio, un accordo, ovviamente illegale, tra CIA e mafia, per uccidere Fidel Castro, con la prospettiva, sulla base dello stesso accordo, di far fuori anche Kennedy. La CIA è sempre stata contraria alle politiche kennediane.
C’è un personaggio, agente CIA e massone, che, nel 1962, arriva a Roma, prende contatto con Licio Gelli, proponendo l’unificazione della massoneria italiana. Secondo la commissione di indagine sulla P2, chiede, in cambio dei suoi servizi, una serie di impegni di carattere politico, tra cui il contrasto all’elezione di Kennedy a presidente USA del 1964.
Questa proposta viene accettata e diventa uno dei motivi per molto di quello che avverrà successivamente. CIA, massoneria, mafia, terrorismo nero, uniti per sconfiggere il comunismo. I mezzi? Attentati, stragi, omicidi individuali. Aldo Mola, il più grande studioso della massoneria al mondo, scrive:
Alla gran loggia di Francia (…) si sottoscriveva la dichiarazione resa dal fratello Warren, quello che con l’altro massone Hoover, già capo dell’FBI, concorse per seppellire l’uccisione di John Kennedy a Dallas sotto migliaia di pagine.”
 […] «Mi è stato domandato se l’appartenenza al Partito comunista comporti una condotta antimassonica: la mia risposta è sì!», disse Warren. Ciò significava che l’appartenenza alla grande fratellanza giustificava un’azione preventiva contro l’avanzata del totalitarismo dell’URSS e dei suoi alleati in Occidente, tra cui l’Italia.”
C’è anche un altro fatto curioso e strano. Il governatore del Texas, all’epoca dell’assassinio di Kennedy, è John Connally. Il suo braccio destro è Philip Guarino, un prete spretato, massone, legato alla CIA, a Cosa Nostra e al Pentagono, amico personale di due personaggi importanti dell’intera vicenda: Licio Gelli e Michele Sindona. Quest’ultimo, come ben sappiamo, legato ai vertici della mafia, in particolare Lucky Luciano, Luciano Liggio e Stefano Bontate.
Bene, Connelly aveva pregato Kennedy di cambiare il proprio itinerario, evitando il passaggio per Dallas. Una coincidenza? Una premonizione? O l’avvertimento che qualcosa di grave sarebbe successo e lui ne era informato?
Insomma nelle analisi sull’omicidio Kennedy molto è stato omesso, dimenticato o sottovalutato. Come i rapporti tra Lee Osvald e le agenzie di sicurezza, CIA e FBI, di cui Hoover è molto bene informato e mente spudoratamente quando lo nega nel rapporto. O il fatto che anche Jack Ruby aveva legami piuttosto stretti con Cosa Nostra, cosa questa dimostrata dal fatto che era stato proprio lui a portare i soldi a Cuba, per corrompere un importante funzionario e liberare così il capomafia Santo Trafficante, uno dei nemici giurati di John Kennedy. E poi c’è la lobby del petrolio che a Kennedy gliela giura senza tanti giri di parole.
Insomma il presidente nel 1963, con la prospettiva di essere rieletto l’anno successivo, è un personaggio decisamente scomodo per molte persone e per organizzazioni potentissime come la mafia, la massoneria, le lobby, i servizi segreti. E scusate se è poco.
E l’Italia? Cosa c’entra il nostro Paese con questi affari interni agli Stati Uniti? Abbiamo già visto che la lotta al comunismo in Italia è fondamentale per due motivi: la vicinanza con il blocco socialista e la presenza di un forte partito comunista, che potrebbe prendere il potere di fronte ad un cedimento dei suoi oppositori.
Così nasce una rete che coinvolge la CIA, Licio Gelli (e quindi i massoni) e la mafia. Del resto è cosa nota il legame stretto tra Gelli e Pippo Calò, di cui ho parlato nella puntata sul rapimento di Emanuela Orlandi, il cassiere della mafia siciliana, quello che teneva in riga a Roma perfino la banda della Magliana.
É Cossiga a rivelare queste trame, quando spiega che la sua adesione alla P2 era solo un modo per avere buoni rapporti con i membri del Governo degli USA, «i quali incaricarono Gelli, che io conosco bene, di organizzare la lotta al comunismo». Il potere di Licio Gelli andava ben oltre quella di un qualsiasi Venerabile Maestro. Era dentro i servizi segreti italiani e ad un livello molto elevato. É il tramite attraverso il quale la CIA e la massoneria americana influenzano le decisioni anche italiane. Questo è quello che emerge dalle conclusioni della commissione parlamentare sulla P2 diretta da Tina Anselmi
E Imposimato commenta:
Certo, la molla che spinse Gelli ad agire fu l’esigenza di contrastare l’avanzata del comunismo, la “partitocrazia”, e di colmare un «vuoto istituzionale e l’assenza di legittimazione del sistema politico e sociale». E la P2 svolse un ruolo di supplenza politica per «reagire alla incalzante minaccia dell’occupazione di settori importanti di potere da parte di un partito (il PCI) una cui consistente quota non nascondeva di mirare al ribaltamento della collocazione internazionale politico-militare dell’Italia».
La stessa minaccia che Gelli e la massoneria americana videro nelle scelte di governo di Kennedy.
Ed ecco di nuovo l’aggancio tra la situazione del ’63 con Kennedy e quella del 1978 con Aldo Moro.

L’assassinio di Bob Kennedy

Bob KennedyA metà strada tra i due omicidi eccellenti di cui ho parlato finora se ne colloca un terzo, forse meno reclamizzato dalla stampa e dalla storia, ma ugualmente importante per gli sviluppi di cui ci stiamo occupando. Mi riferisco all’assassinio di Robert Kennedy, fratello di John, ministro della giustizia, candidato democratico alle elezioni del 1968 e, con grandissima probabilità, futuro presidente americano al posto del repubblicano Richard Nixon.
Robert, Bob per tutti, cade sotto gli spari di pistola di un immigrato giordano, mandato, secondo gli inquirenti, dal sindacalista Jimmy Hoffa, per farla breve un gaglioffo disonesto che si impantanerà in relazioni con mafiosi della peggior specie. Il suo sindacato viene contrastato ferocemente dai Kennedy (tutti e tre, John, Bob ed Edward), sicché una qualche sete di vendetta può anche esistere.
Ma in quell’omicidio c’è qualcosa di molto strano. L’autopsia infatti rivela che i colpi che uccidono Bob Kennedy non sono quelli di Sirhan, che si presenta di fronte al politico con una pistola di bassa qualità, che tiene 8 colpi. I proiettili sono in tutto 13 e quelli mortali non provengono dal davanti. Chiunque, con queste semplici constatazioni, concluderebbe che qualcun altro nello staff di Bob Kennedy abbia premuto il grilletto e che parlare di complotto sia la cosa più sensata del mondo.
Chi ha, questa volta, interesse ad eliminare un altro Kennedy?
C’è la mafia, che Bob rincorre e indaga durante tutto il suo mandato di ministro della giustizia, non ricevendo peraltro alcun aiuto dal solito Hoover, capo dell’FBI, che pensa alla mafia certo non come un cancro da estirpare, neppure quando si scopre il famoso meeting di Apalachin, quando la quasi totalità dei boss mafiosi americani e siciliani si incontrano nella tenuta di Joseph Barbara, ma vengono scoperti dalla polizia e molti si essi arrestati.
Bob Kennedy, nonostante l’evidente ostilità di Hoover, prosegue la sua battaglia, potendo contare anche sul primo grande pentito della mafia, Joe Valachi. Nasce così la lista dei boss mafiosi e dei sindacalisti controllati dalla malavita.
Il 12 luglio del 1961, l’FBI, su ordine di Robert Kennedy, ferma, all’aeroporto di Chicago, Sam Giancana e la sua amante. Alcune piste indicavano proprio nel boss mafioso il mandante dell’omicidio di John Kennedy. In quella occasione Giancana minaccia di rendere pubblici alcuni segreti sul presidente JFK, ma Bob non si lascia ricattare. E la sua offensiva da risultati strepitosi: nel 1962 ci sono 127 rinvii a giudizio di mafiosi, e 74 di loro sono condannati. Dopo pochi mesi, ne rinvia a giudizio altri 350, 138 dei quali sono condannati. Mano a mano che la lotta alla mafia da risultati positivi, aumenta l’odio di Cosa Nostra americana e di quella italiana che vedono minacciati i programmi di “lavoro” concordati a Palermo e Apalachin nel 1957.
Le intercettazioni delle discussioni sono chiarissime. Si parla senza mezzi termini di eliminare Bob Kennedy una volta per tutte. Figurarsi cosa potrebbe succedere se diventasse presidente. 
Del resto il ruolo della mafia è centrale nelle scelte politiche anche di casa nostra. Nel libro di Cangini del 2010 “Fotti il potere”, Cossiga dice: «il potere mafioso, camorrista e ’ndranghetoso non ci sono estranei» e andavano «accettati», e ancora «la mafia quando diventa un fatto di infrastrutture, cessa di allarmare e di indignare.”
Insomma la politica deve adeguarsi alla situazione.

I servizi segreti, la CIA e Gladio

Ho già spiegato nell’articolo sul SIFAR di come la CIA abbia praticamente messo in piedi i servizi segreti italiani nel dopoguerra, arruolando persone giuste (anticomuniste e spesso provenienti dalle strutture del passato regime fascista) e dotando il neonato SIFAR gladiodi regole americane. Addirittura nel 1954 la CIA compra un vasto appezzamento in Sardegna, dove verrà poi costruita quella base di Capo Marrargiu, che avrebbe dovuto avere un ruolo di detenzione dei politici arrestati durante il golpe De Lorenzo del 1964.
Ho anche già raccontato del ruolo della CIA nella costituzione di Gladio, l’emanazione italiana dell’operazione Stay Behind, un insieme di gruppi clandestini che avrebbero dovuto operare alle spalle del nemico una volta che l’armata rossa avesse invaso il paese.
Ma il problema degli americani non è solo di tipo militare. Il partito dominante, la Democrazia Cristiana, è un insieme di anime così diverse, che la rendono instabile e non garantiscono una governabilità continua e indirizzata nel modo giusto, cioè con grande spirito anticomunista. La CIA individua in Aldo Moro il responsabile di questa instabilità, bollandolo con la solita superficialità tipica dei militari e degli statunitensi, come marxista. Vanno quindi messe in piedi operazioni diverse, arrivando fino all’omicidio.
La cosa forse più curiosa è che queste decisioni, così poco democratiche, vengono regolarmente registrate su tutta una serie di documenti, che negli anni ’90 potranno essere letti da tutti, a seguito della desecretazione degli stessi. Forse i servizi pensavano di essere intoccabili.
Nel 1954 uno di questi documenti prevede la costituzione di “comitati di esperti” con la presenza di un militare. La stranezza, in questo caso è che tocca agli ambasciatori americani organizzare questi comitati anche all’estero e segnatamente in Italia e Francia. É da qui che nasce l’idea, promossa da Cossiga e appoggiata da Andreotti, del comitato che gestirà il sequestro Moro, immediatamente dopo la strage di via Fani.
E poi c’è tutta la storia di Gladio, la cui nascita viene ufficializzata il 28 ottobre 1956 da un accordo tra il capo di stato maggiore della difesa, generale Aloja e la CIA, anche se la parte, diciamo così pratica, viene approvata in settembre da rappresentati del SIFAR e della CIA.
Cosa può fare Gladio? Quali sono le sue missioni?
Oltre a difendere il paese dall’invasione sovietica, gli obiettivi interni sono chiarissimi: impedire la costituzione di governi di centrosinistra e mantenere l’Italia all’interno della NATO.
L’organizzazione di Gladio è un affare serio. Oltre a reclutare centinaia di uomini, vengono creati dei formidabili depositi di armi, provenienti dagli Stati Uniti, in appositi siti segreti, chiamati NASCO, alcuni di questi addirittura all’interno delle caserme dell’esercito o dei carabinieri. Se qualcuno ha letto l’articolo su Alcamo Marina, ricorderà che proprio in quella zona era stato scoperto uno di questi depositi e quella scoperta aveva collegato la strage di Alcamo alle azioni di Gladio.
Quando il giudice istruttore Leonardo Grassi si occupa delle indagini sulla strage di Bologna e dell’Italicus, scopre che l’assassinio di leader politici in USA e all’estero è prassi abituale della CIA e delle sue emanazioni.
E, ancora una volta, ci sorprendiamo dal fatto che sia tutto diligentemente trascritto in documenti che prima o poi vengono alla luce. Ecco, per fare un esempio, una direttiva del generale Westmorland del 1970, quando è capo del personale dell’esercito americano in Italia.
“Le operazioni in questo particolare campo sono da considerarsi strettamente clandestine, dato che l’ammissione del coinvolgimento dell’Esercito USA negli affari interni dei Paesi ospiti è ristretta all’area di cooperazione contro l’insorgenza o le minacce di insorgenza. Il fatto che il coinvolgimento dell’esercito USA sia di natura più profonda non può essere ammesso in alcuna circostanza.”
Beh, ci mancherebbe altro che si venisse a sapere che l’esercito statunitense collabora a far fuori uomini politici o a fomentare disordini quando non direttamente dei colpi di stato.
C’è un libro, che trovate in rete sia sotto forma di e-book che come usato, intitolato “Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere”, scritto da un ex agente della CIA, poi politico e scrittore, Jesse Ventura, che contiene 63 documenti segreti su birichinate (passatemi l’allegro eufemismo) compiute dai servizi segreti americani.
C’è un paragrafo che sembra il vademecum del perfetto sicario che ammazza un politico importante. É come leggere l’esecuzione a Dallas di J F Kennedy.
Sempre per restare in termini di documenti redatti, eccone un altro. L’autore è Guido Giannettini, chiamato agente Z. Il documento salta fuori durante le indagini sulla strage di piazza Fontana del 1969 a Milano. Ve ne leggo un passaggio:
“La CIA non è né di destra, né di sinistra. È un’agenzia di sicurezza del governo degli Stati Uniti con una vasta organizzazione e attività colossali. I 500 milioni di dollari all’anno di bilancio l’hanno convertita in un mostro il cui controllo è sempre più arduo. Questo denaro ha unto tanto governi di sinistra quanto di destra. […] La CIA ha sempre operato in stretto contatto con il governo e l’amministrazione politica americana.”
Nello stesso rapporto ci si riferisce al presidente Johnson, subentrato a Kennedy dopo l’assassinio di questi. E si dice chiaramente che o fa quello che vuole il potere invisibile o lo si obbliga a rinunciare all’incarico. E si attacca duramente Robert Kennedy, definito, tout court, un marxista. Secondo i più autorevoli storici quel potere invisibile è rappresentato dalla massoneria. Non è così strano pensare all’assassinio di Robert Kennedy come una conseguenza di questo clima.

Il centro, la sinistra e il compromesso storico

Eliminati i due grossi problemi a casa propria, era ora di volgere lo sguardo in Europa, dove, come spiegato prima, Aldo Moro stava agendo davvero male, con quella sua mania di aprircompromesso storicoe a sinistra il fronte politico italiano.
Siamo nel 1969 e Kissinger, ministro degli esteri USA, arriva in Italia assieme al suo presidente Nixon. Qualche anno più tardi, ricordando questa visita, dice:
“Vi erano molte ragioni per interessarsi della politica interna italiana: nel 1963 gli Stati Uniti decisero di sostenere l’apertura a sinistra il cui obiettivo si identificava in una coalizione tra i socialisti di sinistra e democristiani: la cosa, almeno così si sperava, avrebbe isolato i comunisti. Gli esiti ultimi della coalizione si rivelarono, a distanza di dieci anni (1973) diametralmente opposti a quelli sperati. Lungi dall’isolare i comunisti, l’apertura a sinistra (di Moro, n.d.a.) li fece diventare l’unico partito di opposizione vero e proprio. Distruggendo tutti i partiti democratici più piccoli, l’esperienza di centrosinistra privò il sistema politico italiano della necessaria elasticità. Da qui in poi tutte le crisi di governo avrebbero avvantaggiato i comunisti.”
In effetti il centrosinistra italiano degli anni ’60 non fa che rafforzare il PCI, portandolo, nel 1964 ad una quota del 34% dei voti e a candidarsi, pertanto come partito di governo nazionale, mentre già molte regioni sono rette da giunte comuniste.
É da qui che parte l’offensiva americana contro Moro, sempre più violenta e, decisamente, senza esclusione di colpi.
Si comincia nel 1974, una settimana prima che Aldo Moro, come ministro degli esteri, accompagni il presidente Giovanni Leone in un viaggio negli Stati Uniti. Gerald Ford, repubblicano e massone, probabilmente sotto suggerimento di Kissinger, se ne esce tranquillo dicendo che effettivamente gli americani erano intervenuti in Cile per favorire il colpo di stato di Pinochet, perché avevano fatto, testuale ciò che “gli USA fanno per difendere i loro interessi all’estero.”
Kissinger, dopo l’arrivo della delegazione italiana dice: “Ci rimproverate per il Cile. Ci rimproverereste ancora più duramente se non facessimo nulla pgiornalier impedire l’arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri Paesi dell’occidente europeo
All’epoca il governo è un centrosinistra guidato da Mariano Rumor, che sarà ministro anche sotto i governi Moro prima del rapimento di via Fani.
Le minacce diventano sempre più dirette. La moglie di Aldo, Eleonora Moro, racconta di un uomo che spaventato le riferisce questa frase: «Onorevole Moro, lei deve smettere di perseguire il suo disegno politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui o lei smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere». É appena di ritorno dagli USA, ma non rivela chi l’ha detta.
Ma c’è anche di peggio.
Nell’articolo sullo scandalo Lokheed, abbiamo visto che, per vendere una partita di caccia, l’azienda statunitense versa una forte mazzetta ad un importante politico italiano, chiamato in codice Antelope Cobler.
Per questo scandalo finiscono nel mirino della giustizia numerosi personaggi, i condannati Gui e Tanassi, ma anche Rumor, il presidente Leone e Aldo Moro, poi scagionati da ogni addebito.
Le indagini sono condotte anche da una Commissione del congresso americano, che, tra le altre cose, scopre che la CIA elargisce ai partiti anticomunisti e loro affiliati la bella cifra di 65 milioni di dollari in quindici anni. Ricordiamoci che i milioni di quegli anni sono diversi, più di 4 volte più importanti di quelli di oggi.
É Randolph Stone, braccio destro di Kissinger, massone, iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli (tessera 899) e capo della stazione CIA di Roma a lanciare l’attacco a Moro. In suo aiuto arrivano due ambasciatori: John Volpe e Luca Dainelli, il quale fornisce alla stampa la notizia che, dietro Antelope Cobler, si cela l’onorevole Aldo Moro.
Il 14 e 15 marzo 1978, alla vigilia del rapimento di Moro, il Corriere della Sera pubblica due notizie a tutta prima pagina. Mentre nella prima si dà conto di questa voce su Moro, considerandola un diversivo, che ha solo fatto perdere tempo agli inquirenti, nel secondo, quello del 15 marzo, si trova scritto:
Le ultime fasi dell’inchiesta sono state movimentate invece da un altro episodio nato da una intercettazione telefonica […] coinvolgendo in prima persona l’attuale presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. A fare il suo nome e a identificarlo in Antelope Cobler è stato un ex diplomatico, Luca Dainelli, già ambasciatore italiano in estremo oriente, successivamente dimissionario
Si tratta quindi di una pista, non più di una illazione irragionevole da buttare alle ortiche.
Dainelli conferma alla Consulta la sua versione, dicendo che l’informazione gli è arrivata da fonti sicure: un giornalista, un ambasciatore e un agente della CIA.
In realtà la notizia arriva, all’ambasciatore Volpe, direttamente dagli uffici del Segretario di Stato USA, Henry Kissinger.
Questo fatto significa la distruzione della carriera politica di Moro e, decisamente, la fine di ogni possibilità di centro sinistra o, visti i tempi, di cominciare a pensare a quel compromesso storico, che Moro e il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, stanno cercando di mettere in piedi.
Chiudo leggendo qualche riga del libro di Imposimato a proposito di queste accuse. 
“Anche io all’epoca avevo avuto il dubbio, insinuato da quelle testimonianze, che lo statista fosse realmente coinvolto nello scandalo. E questa notizia va tenuta ben presente a sostegno della tesi che esisteva uno schieramento politico-massonico e d’intelligence di vasta dimensione, che aveva interesse alla distruzione dell’immagine di Aldo Moro, in vista del sequestro che i congiurati sapevano imminente.”

Anche i sovietici si mettono in fila

Ho detto prima del rapporto tra Moro e Berlinguer. La politica di quest’ultimo, all’epoca, viene definita “Eurocomunismo” con un sempre più deciso distacco dalle scelte, molto opinabili per gli stessi comunisti italiani, di Mosca. Questo fatto non può certo far piacere ai sovietici, tenuto conto anche che il PCI è il più grande partito comunista d’Occidente. Così, durante il sequestro Moro, la Pravda, il giornale ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, scrive che «l’eurocomunismo propugnato da Berlinguer serve gli oscuri obiettivi della reazione, il discredito del regime socialista, della politica del PCUS e degli altri partiti fratelli. Di fronte a tutto questo, noi non possiamo restare indifferenti».
Ecco quindi che si apre un secondo fronte. Dopo la pista americana, che ho cercato di tratteggiare oggi, si apre un possibile nuovo fronte, quello sovietico. Ma di questa storia avremo modo di parlare nella seconda parte di questo articolo.
E, mentre il mistero si infittisce, diventa sempre più attuale, la domanda: “Chi ha ucciso Aldo Moro?

---------------------------------------------

NOTA: l'articolo non può essere considerato originale, ma un libero riassunto del libro di Ferdinando Imposimato "I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia".

Era il 9 ottobre 1963

(vai al file audio: clicca qui)

vajont01Cari amici, oggi non è una giornata qualsiasi, oggi è il 9 ottobre e sono passati 55 anni da quell’immane tragedia che è avvenuta nei comuni di Longarone, Erto e Casso, che conosciamo come la sciagura del Vajont.
Voglio cominciare con i termini della questione.
Se andate in rete e cercate Vajont, ad esempio su Wikipedia, trovate scritto: “Disastro del Vajont”. Ora, che sia stato un disastro non c’è dubbio: si contano migliaia di morti e alcuni paesi sono stati letteralmente spazzati via, sommersi dal fango. Ma non è che il tutto sia accaduto per una sfiga pazzesca, qualcosa che è capitato senza che nessuno avesse potuto farci niente, un brutto scherzo del destino o, peggio, una punizione divina. Per questo parlare di disgrazia mi sembra francamente fuori luogo.
Come vedremo stasera, e come sicuramente i più sanno, non si è trattato di questo. Assai prima della tragedia molti, moltissimi, sapevano come la storia sarebbe andata a finire. E allora lasciatemi usare il termine strage, la strage del Vajont, anche se ci rammarichiamo di non aver potuto, per una serie di motivi, punire adeguatamente i molti colpevoli che se la sono cavata.
Ripercorrere tutta la storia, tutte le sfaccettature di questa vicenda in una puntata è impossibile. Analizzeremo allora alcuni aspetti, scusandoci se altri verranno ignorati. Concluderò con quello che è successo dopo la strage, quando una nuova strage è avvenuta, questa volta fatta di carte bollate, tribunali, decisioni strane e oscuri e perfidi personaggi che, tanto per cambiare, hanno imbrogliato i superstiti, rintronati e certamente poco lucidi per il dolore che stringeva i loro cuori.
Moltissima documentazione è stata prodotta. Dal pezzo teatrale di Paolini del 1993, al film di Martinelli all’inizio di questo Millennio, agli articoli dell’epoca di Tina Merlin e alle mille pubblicazioni cartacee e a quelle che si trovano in rete. ingrazio anche il mio amico Enzo per il materiale e i suggerimenti che ha voluto regalarmi.
Prima di cominciare un ricordo personale. Alla fine degli anni ’90 con due classi della mia scuola e alcuni colleghi volenterosi, abbiamo sviluppato un progetto per analizzare da diversi punti di vista quello che era successo quel giorno alle 22,39. Ne era uscito un CD, frutto di questo lavoro ma anche di diverse “gite” a Longarone, Erto e Casso, dove avevamo potuto capire meglio cosa la gente del posto pensava e avevamo anche intervistato qualcuno dei superstiti. Una esperienza molto istruttiva, soprattutto per i ragazzi, segnati, tutti, nonostante la giovanissima età, da quella esperienza.

Marco Paolini, 1993

La puntata si divide in tre parti. Innanzitutto vediamo cosa è accaduto quel 9 ottobre del 1963. Non lo farò io, lo lascio fare a Marco Paolini, che nel 1993 realizza una drammatica ricostruzione dei fatti. Lui ci racconta con grande enfasi i minuti cruciali di quella tragica sera.
Poi vedremo perché, da chi e come il progetto nasce. Infine qualche appunto su quello che è accaduto dopo, quando mescolerò fatti storici e ben documentati a impressioni personali, frutto delle mie numerose visite ai centri di quella valle.
Cominciamo con Paolini. Consiglio di seguire con attenzione.

La SADE

La vicenda del Vajont parte da lontano, da molto lontano. Siamo nel 1929 e lungo i dorsali delle montagne della valle, due persone camminano, commentano, si fermano, guardano, tastano il terreno, si interrogano sulla sponda opposta. Cosa diavolo fanno? E, soprattutto, chi sono? e chi ce li ha mandati?
Si tratta di Carlo Semenza e Giorgio Dal Piaz.
Il primo è un ingegnere nato a Milano, ma adottato a Padova, dove si laurea. Subito dopo si presenta alla società SADE, di cui avremo modo di parlare tra poco, offrendo la propria maestria nella “progettazione di impianti idroelettrici per produrre corrente elettrica” ... insomma per la costruzione di dighe. Nel 1929 ha 36 anni.
vajont03Giorgio Dal Piaz ha invece 54 anni, nativo di Feltre, anche compie gli studi a Padova. É un geologo, uno di quelli che vanno per la maggiore, uno che, insomma, quando parla, sa bene quello che dice. Avrà un ruolo decisivo nel massacro del 63, anche se non potrà vedere quel cataclisma, morendo un anno prima, nel 1962, per le ferite riportate in un incidente d’auto dalle parti di Vittorio Veneto.
Facciamo mente locale. Siamo nel periodo del primo dopoguerra. Le strade si stanno riaprendo anche in montagna, proprio là dove i due passeggiano e discutono. La nazione ha bisogno di rinascere, sotto l’impeto della novità rappresentata dal fascismo autoctono di Benito Mussolini. Serve energia, ne serve tanta e occorre provvedere in fretta.
Occorre aggiungere che siamo in un periodo in cui le risorse presenti sul territorio vengono valorizzate al massimo. Il nostro paese, assolutamente povero di materie prime, soprattutto di fonti fossili per produrre energia elettrica, si affida a quello che ha. Con due enormi catene montuose come Alpi e Appennini e una miriade di laghi e di fiumi, la scelta dell’idroelettrico non è solo intelligente, ma anche obbligata.
Per avere corrente elettrica per questa via occorre sfruttare i cosiddetti “salti d’acqua”. Potrebbero essere grandi cascate, valli con dirupi importanti. Oppure basta creare un invaso sufficientemente esteso, dove fermare l’acqua del fiume e farla scendere attraverso dei tubi a valle, dove la turbina di una centrale fa il resto.
La costruzione di dighe è un’attività molto particolare. Serve un architetto, un ingegnere, un geologo per capire dove è meglio collocare le spalle di quella costruzione di modo che non ci sia poi pericolo per la gente che vive sotto la diga.
Ci sono, nel periodo che stiamo esaminando, circa 600 strutture adibite alla produzione idroelettrica di energia. Di questi 300 circa sono pubblici, vale a dire di proprietà dello stato e delle aziende che allo stato riferiscono in primis l’ENEL, altre 300 circa sono private. Solo più avanti si provvederà ad unificare sotto un solo padrone tutti gli impianti idroelettrici e in generale le centrali elettriche italiane.
I nostri due protagonisti, Semenza e Dal Piaz torneranno a passeggiare sulle pendici dei monti anni più tardi, dopo il fascismo, nel 1956. Ma non saranno più soli e non avranno un ruolo di esploratori. Saranno là con la SADE, la Società Adriatica Di Elettricità, un’azienda privata veneziana.
Ci arrivano da padroni, perché nel frattempo le cose si sono mosse e si sono mosse nella direzione voluta proprio dalla SADE. Ma andiamo con ordine.
vajont04Vediamo intanto di chi è la SADE. Viene fondata nel 1905 da Giuseppe Volpi, poi dichiarato nobile dal Re con il titolo di Conte di Misurata, per meriti speciali acquisiti durante la campagna d’Africa. L’azienda negli anni si ingrandisce inglobando altre società e diventando un punto di riferimento importante in diversi ambiti, tra i quali quello che qui ci interessa, la costruzione e l'esercizio di impianti per la generazione, trasmissione e la distribuzione di energia elettrica in Italia e all'estero, come recita testualmente il documento di fondazione.
Soffermiamoci un momento sul conte: Volpi non è certo uno sprovveduto, anzi! Sua è l’idea di avviare i lavori per la realizzazione di porto Marghera sulla laguna di Venezia, con la costruzione della centrale termoelettrica. Ma si occupa anche di questioni meno tecniche, come l’istituzione della mostra del cinema di Venezia, tanto che ancora oggi (Volpi muore nel 1947) il premio destinato al miglior attore e alla migliore attrice della manifestazione si chiama Coppa Volpi.
Un simile personaggio facciamo fatica a pensarlo lontano dai centri del potere nazionale. Infatti nel 1922 si iscrive al partito fascista (cosa del resto abbastanza comune all’epoca) e un anno dopo è già Ministro delle Finanze. Ed è proprio in questo ruolo che riesce a promuovere una legge. Ora noi siamo stato abituati nel corso della nostra vita recente ad avere a che fare con conflitti di interessi piuttosto evidenti, ma evidentemente essi hanno un’origine lontana. Nel 1943 dunque il Ministro delle finanze non ché proprietario di una delle più grandi società italiane nella costruzione di impianti idroelettrici, fa approvare una legge secondo cui lo stato finanzierà al 50% le compagnie che costruiranno nuovi impianti idroelettrici. Nientemeno!

Il progetto “Grande Vajont”

E andiamo avanti. Quale motivo porta la SADE ad investire nella costruzione della diga del Vajont? Sembra ormai assodato che le intenzioni fossero di costruire l’impianto per poi venderlo all’ENEL. Del resto c’erano avvisaglie che prima o poi si sarebbe arrivati alla nazionalizzazione dell’energia elettrica e quindi tanto valeva sfruttare tutti gli appigli (come la legge del ’43) e fare soldi con la vendita alla concorrenza dei proprio impianti.
Ma c’è anche un altro motivo, questa volta tecnico.
La SADE, come già detto, è un colosso nel settore e, a partire dagli anni ’30 si era data da fare mica poco nelle dolomiti, costruendo dighe nel cuore di quei monti.
Nell’alto Cordevole, con i serbatoi di Fedaia e Alleghe erano state costruite le centrali di Malga Ciapela e di Saviner, entrambe frazioni di Rocca Pietore, ai piedi della Marmolada. E poi nel medio Cordevole, con le centrali di Cencenighe, Agordo e La Stanga, quest’ultima frazione di Sedico Bribano.
E ancora nel Cordevole – Mis – Piave, con le centrali di Sospirolo, Bivasi (una frazione di Santa Giustina vicino Belluno), Busche, Quero tutte lungo il Piave. Ed infine il serbatoio del Mis, splendido fiume che scorre tra rocce e dirupi, con le centrali di Fadalto e di Nove.
E poi c’era un ultimo impianto che si riforniva dal torrente Cellina in territorio friulano.
Insomma, la SADE ne aveva di centrali e di invasi. Ne aveva sette, con annesse centrali importanti, perché, messe tutte assieme avrebbero potuto fornire un quindicesimo della corrente totale nazionale, insomma qualcosa di grosso, di molto grosso!
Tutto bene dunque? Perché mai aggiungere a questo popò di impianti un ulteriore nella valle friulana del Vajont?
Il problema è il fiume Piave, che non ha una portata regolare nel corso dell’anno e quindi risulta poco adatto (proprio da un punto di vista tecnico) a rifornire le centrali della SADE. Ecco il motivo del bacino, in una valle abbastanza stretta, con un torrente che abbia acqua tutto l’anno e che non sia molto abitata. La valle a Nord di Longarone, che si inoltra risalendo il torrente Vajont.
C’è anche un’altra osservazione importante da fare. Gli invasi legati a queste centrali di SADE hanno una capienza complessiva di 68 milioni di metri cubi d’acqua, che sembra una cifra enorme, ma, secondo il primo progetto Vajont, nel lago artificiale ce ne staranno 58 milioni di metri cubi d’acqua, quasi tanti quanti tutti gli altri messi assieme. Vedremo poi che questo valore aumenterà sensibilmente.
vajont05Il bacino del Vajont è destinato a diventare una specie di banca, perché qui devono confluire le acque trattenute altrove. Vengono infatti incanalate dalla diga di Pieve di Cadore sul Piave, da quella di Pontesei (sul torrente Maè) e da quella di Valle di Cadore (sul fiume Boite) tramite una serie spettacolare di condutture in cemento armato.
É in questo sistema di vasi comunicanti che si realizzano quei “salti d’acqua” che permettono a piccole centrali elettriche di produrre energia. Ad esempio la centrale di Colomber, ai piedi della diga del Vajont, e quella di Castellavazzo. Le acque scaricate dalla centrale di Soverzene venivano invece portate al lago di Santa Croce e ai successivi con altre centrali.
L’impianto aveva anche lo scopo di regolare le acque del fiume Piave, aggiungendone nei periodi di secca. Insomma un’opera grandiosa, grandiosa davvero.
Tenete presente che l’energia elettrica è una merce che si vende e dunque più ne produci e più guadagni. Tanto per chiarire che la SADE non è serto stata un’opera pia.
Ma la faccenda non finisce qui, perché un torrentello come il Vajont non poteva fornire così tanta acqua. Così l’ingegnosa grande opera allargava i suoi fronti e prevedeva che tutti gli altri invasi dolomitici portassero l’acqua a monte della nuova grande diga che avrebbe chiuso la valle del Vajont, su cui si affacciano i paesini di Erto e, più in alto sulle sponde della montagna, di Casso.
Un mega progetto insomma, e il nome datogli è indicativo. Infatti nel 1940, viene presentato al ministero dei lavori pubblici il progetto “Grande Vajont”.

Permessi, acquisizioni, espropri

Ora mettiamoci per un momento nei panni degli amministratori centrali, quelli del ministero. Il 1940 non è un anno semplice per il nostro paese. Siamo in guerra e le priorità sembrano ben altre rispetto a quelle di valutare con calma e perizia un progetto civile, per quanto importante potesse essere.
Quando arriva l’8 settembre del 1943, con l’armistizio firmato tra Badoglio e gli alleati, del Grande Vajont non se ne è occupato ancora nessuno.
La SADE tuttavia non è una società da quattro soldi. Qualcuno ha paragonato questa azienda alla FIAT come impatto politico e sociale, ciascuna ovviamente nel suo settore industriale.
E così il mese dopo, il 13 ottobre 1943, la società veneziana riesce a convocare la IV commissione dei lavori pubblici, con lo scopo di approvare il famoso progetto. A dire il vero la commissione non è completa, addirittura manca il numero legale, essendo presenti in 13 sui 36 che dovrebbero esserci. Ma il progetto viene approvato ugualmente: tutti i timbri sono a posto e la decisione consentirà di partire con i lavori.
E il conte di Misurata? É contento? Certamente sì, anche se nel frattempo, con un tempismo eccezionale, da ministro di Mussolini, è diventato un antifascista emigrato in Svizzera. Questo voltafaccia è curioso. Del resto Volpi, massone e dunque formalmente contrario al fascismo, era stato governatore coloniale della Tripolitania dove aveva assistito ai massacri perpetrati dal generale e criminale di guerra Rodolfo Graziani. Ma torniamo alla diga.
vajont06Il 1943 è l’anno in cui comincia l’acquisizione dei terreni per costruire la diga e permettere la formazione del lago artificiale. La SADE si presenta a Erto e Casso, dove gli abitanti fanno la conoscenza con un termine che sarà di casa lassù: esproprio. Vanno anche in Comune, dove, senza tanti giri di parole, fanno notare che avendo vinto l’appalto, tanto lassù mica sanno in che modo, la vendita dei terreni è obbligatoria. Ricordiamo che siamo in un piccolo paesino di montagna, poco abituato ad avere a che fare con le strutture statali. Tra l’altro negli anni seguenti verrà costruita una caserma dei carabinieri, che darà ancora più il senso della presenza dello stato lungo i pendii delle montagne. Ma il Comune di Erto-Casso fa un po’ di confusione e vende, oltre ai terreni demaniali, anche qualcosa che non gli appartiene.
Infatti cento cittadini si accorgono che è stato venduto dal comune un pezzo di bosco comune, il che significa che sono loro i proprietari di quel pezzo di terra; si rivolgono al sindaco e pretendono di essere pagati. Ma il comune i soldi non li ha per accontentare tutta quella brava gente. La soluzione può essere una sola: chiedere un prestito alla SADE. Ed ecco che l’amministrazione pubblica della valle diventa improvvisamente debitrice dell’azienda privata.
Facciamo adesso un salto in avanti nel tempo. Dopo aver ottenuto tutto il terreno necessario, viene aperto il cantiere nel luglio del 1957 ed iniziano i lavori. É un grande cantiere, che dà lavoro a 400 operai, a molta gente della valle, ai contadini che vedono nella costruzione della diga la possibilità di uno stipendio fisso, perché anche una volta finiti i lavori ci sarà da controllare, adeguare, sistemare, controllare. Insomma ci sarà ancora lavoro e nelle condizioni in cui sono non si può certo buttarlo via. E poi, dai … una diga; sai quante ce ne sono, quante sono state costruite? Sono opere buone, che servono al Paese (nel senso dell’Italia) per avere energia e pensare a risollevarsi da quel brutto periodo passato tra fez e moschetti. Serve ad avviare il boom economico che verrà nei prossimi anni ’60.
vajont07Un’opera buona per tutti, per il paese e i paesani.
Ma … c’è un ma anche in questa storia. A Belluno c’è una giornalista, di quelle toste, che non guardano in faccia a nessuno. Una giornalista che comincia a scrivere pezzi nei quali sostiene che le cose non sono chiare, che non si capisce bene come stanno procedendo le cose. Mette insomma una pulce nell’orecchio dei suoi lettori. Ora, nella valle del Vajont non è che molti leggano il giornale: hanno altro da fare, devono sopravvivere. Se poi il giornale è l’organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, capite bene che le copie vendute tra Erto e Casso non saranno certo state moltissime. Ad ogni modo va segnalata la presenza di questa “rompicoglioni” (il termine non è mio era usato da quelli della SADE). Il suo nome è Tina Merlin e diventerà presto uno dei personaggi chiave dell’intera vicenda del dramma del Vajont.
Nel frattempo i carabinieri sono arrivati ad Erto e uno dei loro primi compiti è quello di presentarsi alle famiglie per l’esecuzione degli espropri dei terreni. Non che ci sia niente di male in questo: il problema non sono certo quei pochi militari che in fondo non fanno che obbedire ad ordini che arrivano dall’alto … molto dall’alto come vedremo tra poco.
Ma la gente non vuole vendere, sia per un attaccamento alla propria terra, ma anche perché la SADE pretende che quei terreni vengano via a prezzi da saldo, tre, perfino quattro volte più bassi di quelli effettivi di mercato.
Chi ha visto il film di Martinelli sul Vajont, avrà apprezzato questo aspetto, uno di quelli descritti meglio dalla pellicola.

La Cate si ribella, poi cede

Succede qualcosa di straordinario: i cittadini si riuniscono in un comitato per contrastare queste acquisizioni. A dirigerlo come presidente è il medico del paese, che è anche il marito del sindaco. Nel 1956 c’è una giunta di sinistra, guidata dal sindaco Caterina Filippin, per tutti semplicemente la Cate. É nipote di Domenica Filippin, morta sotto le torture della Gendarmeria tedesca. La Cate è socialista, gestisce il negozio di alimentari con annessi bar e tabacchi. La sua energia, tipica di quelle donne di montagna, la fa ammirare e amare da tutti i suoi concittadini. Non solo, lei possiede parecchi terreni, forse quelli più fertili della valle. “Se lei ne ha di più da tutelare, siamo a posto anche noi!” pensano tutti. Ed in effetti la cosa funziona, perché la SADE si vede costretta ad aumentare le proprie offerte, di fronte a questo muro dei paesani.
Poi però succede qualcosa. Qualcosa di brutto per i contadini di Erto e Casso. La Cate, l’emblema della resistenza, vende tutti i suoi terreni, dopo una trattativa privata che le permette di spuntare un incasso decisamente più alto di quello proposto dall’azienda del conte di Misurata.
É un colpo basso che rende la SADE decisamente più forte. Adesso l’azienda non contratta più. Questo è il prezzo, prendere o lasciare.
Come lasciare? Il terreno è mio se lo prendi me lo rubi!
Già, ma l’azienda ribatte: io ti metto i soldi in banca e mi prendo i tuoi terreni, poi, se vuoi, puoi dimostrare che sono tuoi. Tu prendi un avvocato, di rechi da un notaio e alla fine avrai speso molti più soldi di quelli che ti avevo offerto. Insomma i poveri diavoli sono sempre tartassati e le vendite forzate proseguono finché tutto il terreno necessario alla costruzione dell’opera non finisce nelle salde mani della società veneziana.

La variante: nasce il “mostro”

Sono passati molti anni da quando il progetto originario era stato approvato. Ora viene chiesta una variante, ma non una variante da poco. Si chiede di poter realizzare una diga più alta, molto più alta, di oltre 61 m, il che porterebbe l’opera ad avere una altezza di oltre 261 metri in altezza, mentre la capacità del lago che si formerà arriva al valore davvero impressionante di circa 150 milioni di metri cubi d’acqua. Sarà una vera meraviglia, la più alta diga a doppio arco del mondo di quel periodo (ancora oggi tra le prime dieci), un gioiello largo 190 metri, spessore alla base di 22 metri, mentre in cima sarà larga solo 3,40 metri. Un biglietto da visita straordinario per esportare l’immagine folgorante dell’ingegneria e del lavoro italiano.
vajont08Il progetto porta le firme di due personaggi che abbiamo conosciuto fin dall’inizio di questa storia: l’ingegner Semenza e il geologo Dal Piaz. Carlo Semenza ne ha fatta di strada. L’avevamo lasciato giovane trentenne sui terreni della valle, lo ritroviamo nella stessa zona, come direttore della divisione idraulica della SADE. Anche Dal Piaz, allora semplice funzionario del magistrato delle acque di Venezia, poi è diventato un professorone, titolare della cattedra di Geologia all’Università di Padova, ormai in pensione con i suoi 85 anni ed è legato al suo amico Semenza, al quale vuole evidentemente dare una mano. Ma Dal Piaz è un grande geologo e ha qualche perplessità sull’aumento dell’altezza della diga. Chiede così di rivedere il vecchio progetto, lo firma e lo rimanda a Semenza. Questo lo presenta al ministero, con la firma quindi del 1 aprile 1957. Il ministero non capisce evidentemente molto di quei piani e approva tutto, vecchio progetto e nuovo progetto, compreso l’ampliamento dell’opera. Del resto a Roma pensano che solo adesso, dopo il nulla osta possano cominciare i lavori. Questi però sono già iniziati da almeno un anno e mezzo e la ditta costruttrice è ormai a metà strada nella realizzazione dell’impianto. Insomma la diga non viene modificata successivamente all’inizio dei lavori: la variante è presente fin dall’inizio, alla faccia delle autorizzazioni postume del ministero.
Una volta saputo dell’ampiamento il ministro chiede almeno una perizia geologica supplementare, che lo faccia stare tranquillo, nonostante i 150 milioni di metri cubi di acqua, quasi cento milioni in più rispetto a quanto previsto all’inizio.
La SADE risponde: “Tranquilli, ve la faremo avere”. Usare il verbo al futuro è giusto, perché una simile perizia non è mai uscita dalla valle e quindi non è mai arrivata a Roma.

La difesa a tutti i costi della diga

Ma l’aumento di capienza rende necessario espropriare altri terreni, altri 400 per la precisione. Come contentino agli abitanti più incazzati che perplessi, viene costruita una passerella che collega i due lati della valle, in modo da consentire agli abitanti di Erto e Casso di arrivare sui boschi e sui campi presenti sulle pendici del monte Toc, la montagna che guarda la valle del Vajont da Sud.
vajont09Questa specie di circonvallazione non viene approvata da nessuno, quindi è abusiva, se non che una legge dell’epoca consente di costruire qualsiasi cosa serva al cantiere, purché si tratti di un’opera provvisoria. E su questo termine provvisorio potremmo discutere a lungo, visto che non definisce nessuna durata di tempo. Ma agli abitanti la questione della temporaneità non viene affatto raccontata. Così quella circonvallazione può essere letta come un futuro sviluppo per il traffico e quindi come qualcosa di positivo. Ma che bravi quelli della SADE.
Interviene qui un nuovo personaggio, Renzo Desidera, ingegnere capo del genio civile di Belluno. Lui non ci vede chiaro in tutta questa storia e blocca i lavori. Ora noi sappiamo delle lungaggini burocratiche del nostro paese. Quante volte abbiamo dovuto aspettare mesi perché una pratica venisse espletata? Bene, questa volta le cose vanno molto diversamente. Passano appena 24 ore e arriva un ordine da parte del ministero dei lavori pubblici, retto in quel periodo dal democristiano Giuseppe Togni in un governo monocolore eletto coi voti delle destre, missini compresi. L’ordine rimuove Desidera dall’incarico, lo sostituisce con un certo Violino, che non si permetterà mai di interferire con la SADE. In questo modo non c’è più controllo e allora, ecco ‘altra grande trovata di Togni: costituisce una commissione parlamentare, chiamata pomposamente “Commissione di collaudo”. Il compito evidentemente è quello di verificare che sia tutto in regola, tutto a posto, e di non rompere le scatole a quella magnifica opera che serve tanto al paese. Nominata nel 1958, passa un anno prima che si rechi per la prima volta nella valle del Vajont. Ne fanno parte, e questo è il lato più becero della faccenda, due ingegneri e un geologo. Gli ingegneri sono proprio quelli che avevano approvato la variante della diga, il geologo è Francesco Penta, un bravissimo professionista. Ma è sempre quello che aveva firmato le autorizzazioni a procedere per tutti gli impianti precedenti a quello del Vajont, tutti quelli della SADE intendo. Insomma la commissione è legata all’azienda veneziana mani e piedi e la possibilità o la voglia di andare a fare le pulci alla diga del Vajont sono pari a zero!
La storia della commissione di controllo è allucinante. Il tempo trascorso è stato speso tra Venezia e Cortina, a fare gite, prendere il fresco e organizzare cene con i vertici della SADE, altro che controllo!
E arriviamo al 1959. Uno può pensare che il dramma avvenuto 4 anni più tardi sia stata una evenienza improvvisa, che nessuno se ne sia accorto prima. Cerchiamo di saperne di più. Dunque nel 1959 accade qualcosa di particolare, ma non al Vajont, un poco più in là, a Pontesei, dove c’è un’altra diga della stessa SADE, realizzata da Semenza con l’approvazione geologica di Penta. In quell’anno si osservano strani fenomeni: macchie gialle sulla superficie dell’acqua e gli alberi che si inclinano e si aprono delle fessure nel terreno. E non è certo un bel segno: significa che uno dei fianchi dell’invaso sta scivolando verso l’acqua. Cosa fare? La soluzione che viene in mente all’istante è quella di togliere l’acqua dal lago un po’ alla volta. Ma questo non aiuta granché, perché mano a mano che l’acqua diminuisce, la frana accelera. Insomma un cane che sui morde la coda, ma un cane pericoloso non solo per quel sito. Cosa sarebbe successo al Vajont se fosse franato un pezzo di monte a pochi chilometri di distanza?
vajont10La SADE interviene, mostrando anche un notevole senso dell’umorismo, anche se si tratta di umorismo nero. Istituisce una sorveglianza 24 ore al giorno per monitorare quello che sta succedendo. Ma la forza destinata a questo immane lavoro è composta da numero persone … una. Un poveraccio, tra l’altro anche zoppo, costretto a guardare la diga, il lago, i boschi, la frana. Si tratta di Arcangelo Tiziani, che prende servizio la domenica delle Palme, il 22 marzo 1959. É anche il giorno che la frana si stacca e viene giù. Tre milioni di metri cubi di terra si staccano dal monte Castellin e dallo Spitz, raggiungono l’acqua riempiendo parzialmente il lago. Nonostante il livello, per gli svasamenti, sia sceso di 13 metri, l’onda è alta 20 metri, scavalca la diga e si porta via il povero Arcangelo, il cui corpo non sarà più trovato. Nemmeno ci fosse stato l’intero esercito si sarebbe potuto fare qualcosa. La frana ha un fronte di 500 metri e non impiega più di tre minuti a precipitare nel lago.
É un avvertimento, perché quelle montagne non sono così diverse tra loro. Se succedesse un fatto simile con la diga del Vajont cosa potrebbe accadere? Gli avvertimenti dunque ci sono, sono inequivocabili e solo un fesso o un delinquente potrebbe non vederli o trascurarli.
136 famiglie si riuniscono in un comitato. Sono tutti molto preoccupati. Del resto anche i nomi hanno la loro storia. Vajont significa “che viene giù” e Toc deriva da Patoc e significa “marcio”. La sponda sud dell’invaso è quindi chiusa dal monte “marcio”. Chi non sarebbe preoccupato?
C’è una riunione durante la quale la gente vuole spiegazioni anche tecniche. Il morto di Pontesei fa muovere i giornalisti. Arriva Tina Merlin dell’Unità e arrivano anche i giornalisti del Gazzettino, all’epoca unico giornale locale a grande tiratura. Ma il Gazzettino non scriverà mai niente che possa fare ombra alla costruzione del colosso della SADE. Perché? É molto semplice. Perché il proprietario di quella testata era stato proprio il proprietario della SADE, Giuseppe Volpi, conte di Misurata.

Leopold Mueller

Segue un periodo fatto di perizie tecniche, sulle quali sorvoliamo anche per ragioni di tempo.
Le prime avvisaglie che qualcosa non va sono legate alla promessa passerella, che non viene realizzata perché, come sostengono i tecnici incaricati dalla SADE, i punti di appoggio si sgretolano e questo rende poco sicura la passerella. Si sgretola? E il resto? E la montagna? Tranquillizzata la popolazione, l’azienda è comunque in ansia e si rende conto che è ora di fare dei rilievi geologici seri, per i quali occorre chiamare professionisti di altissimo livello, possibilmente non pagati dalla SADE.
vajont11L’incaricato è un luminare assoluto: si chiama Leopold Müller e dirige una scuola geologica all’avanguardia a Salisburgo. Arriva, lavora due anni e nel 1961 emette la sua sentenza. C’è una frana sul Toc e più alto è il livello dell’acqua nel lago, più questa sarà spinta dentro le fessure fungendo da lubrificante. Così quella frana scenderà a valle. La sua sentenza è terribile:
«A mio parere non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve essere quindi considerato di circa 200 milioni di metri cubi.»
La frana c’è ed è enorme, larga circa 2 km, profonda un centinaio di metri, costituita da circa 200 milioni di metri cubi di terra, 70 volte più grande di quella di Pontesei. La linea di demarcazione ha la forma di una “M”, che ancora oggi è possibile osservare dalla diga del Vajont.
Una conferma della versione di Müller arriva da Edoardo Semenza, il figlio del progettista dell’impianto, il quale verifica la presenza della paleofrana da 200 milioni di metri cubi, tenuta su con lo sputo e a rischio di cadere proprio a causa dell’acqua. Edoardo avverte la SADE: più alto sarà il livello dell’acqua e prima il Toc cadrà nel lago. Lui è sicuro di questo e lo dice e lo ridice.
Ma il vecchio Dal Piaz non è per niente d’accordo e non lo è anche un geofisico, Pietro Caloi, che esplora la valle, sale sul Toc e manda una relazione che è l’esatto contrario di quella di Müller. La frana - dice - è una piccola cosa e non ci sarà nessun problema, La costruzione può proseguire tranquillamente.
Avendo investito un sacco di soldi, è chiaro che la SADE scegli e quest’ultima versione, quella, diciamo così, più ottimistica.
I lavori finiscono e, adesso, prima di vendere l’opera all’ENEL, bisogna fare i collaudi. I collaudi sono una storia nella storia. Nel 1961 ecco il primo, a 650 msm e si verifica una frana. SADE pensa allora bene di creare una galleria di by-pass, la cui costruzione dura quasi un anno, durante il quale la quota dell’acqua viene mantenuta tra 590 e 600 msm. Terminata la galleria, ecco il secondo collaudo, effettuato con estrema cautela, controllando i movimenti della frana. Nella primavera del 1962, la terra del Toc riprende a muoversi e a novembre, con l’acqua a quota 700, scende a 1,5 cm al giorno. Si decide allora un nuovo svaso, che termina a marzo del 1963, con il lago a quota 650. La frana si ferma.
Intanto avviene la nazionalizzazione e ENEL diventa proprietaria e responsabile della diga. Il livello dell’acqua viene fatto risalire fino a raggiungere la quota di 700 msm. Quella necessaria per il collaudo è di 715 msm, ma ecco che a 700 m la frana riprende la sua discesa, più veloce dell’altra volta, 2 cm al giorno. Una relazione di uno dei responsabili del collaudo, Augusto Ghetti, direttore dell’istituto di idraulica dell’Università di Padova, pagato ovviamente da SADE/ENEL stabilisce che il livello di sicurezza per evitare che la frana scenda è di 700 msm. Cosa curiosa visto che già a 650 m c’erano stati problemi. Comunque si comincia a togliere l’acqua fino a ritornare a 700 m. E’ il 9 ottobre 1963. E’ la fine. La strage del Vajont è ormai un fatto compiuto.

Il dopo Vajont

vajont12 Abbiamo visto la storia della diga e quella di quella terribile giornata di ottobre, ma purtroppo si è trattato solo dell’inizio delle disavventure dei cittadini di Longarone e di Erto. Certo ci sono i duemila morti, ma ci sono anche i sopravvissuti, disperati per l’immane tragedia che li ha colpiti. Cos’è successo dopo il Vajont?
Il 9 ottobre del 2001 veniva proiettato, in anteprima e praticamente dentro la diga, il film di Martinelli. Noi, e parlo di me e dei miei studenti e colleghi di allora, avevamo appena finito di lavorare ad un progetto integrato sulla vicenda, come ho già avuto modo di dire all’inizio. Eravamo andati più volte a Longarone ed Erto ad incontrare qualcuno dei superstiti, che ci avevano raccontato questa storia pazzesca che abbiamo ascoltato fin qui e poi la storia del dopo Vajont, come loro l’avevano percepita.
Quella sera del 2001 sono presenti un sacco di autorità. Ci sono i sindaci, le personalità del luogo, un sacco di giornalisti (anche quelli del Gazzettino). La cosa che fa più impressione è che questi non sanno praticamente niente di quello che è realmente accaduto in quella valle. Ricordo che qualcuno di loro pensava ancora che il problema fosse stato nella costruzione della diga, che invece si erge bellissima e praticamente intatta sopra le loro teste. Solo qualcuno ha la convinzione che la causa di quella strage sia da ricercare nella gestione politica di un affare che si doveva fare a tutti i costi, poco importava il prezzo che c’era da pagare.
  Ma quella sera, a vedere il film, ci sono soprattutto i cittadini di Erto e Casso, quelli di Longarone e delle altre frazioni coinvolte nel 1963. Sono lì, più che per vedere il film, per gridare il loro sdegno verso uno stato che, prima ha contribuito a causare la morte di duemila persone, poi ha abbandonato i fortunati superstiti ed infine li ha imbrogliati, come vedremo tra poco. Superstite è un termine diffuso, nel quale vengono comprese anche quelle persone che il 9 ottobre ’63 non c’erano lassù, ma che hanno perso quello che avevano: terre, animali, persone care.vajont13I superstiti dunque, quella sera del film, offuscano completamente la prima, il regista, i politici, l’ineffabile rappresentante dell’ENEL, Chicco Testa, e tutti gli altri. Non c’è spazio per altro che per le loro voci.
Sono stato, prima della serata del film, diverse volte ad assemblee di quella gente, ascoltando le stesse parole, lo stesso sdegno, la stessa rabbia di quella sera del 2001. Le ho sentite nella sala comunale di Longarone, nei raduni all’aperto, perfino nei bar e nelle osterie. Quella gente si lamenta dei quattro soldi arrivati a famiglie che hanno perso tutto, parla di donazioni mai arrivate a destinazione, ma finite chissà dove anche nel resto del paese. Raccontano di bambini orfani truffati dai genitori adottivi, ricordano le 600 vittime alle quali non è stato riconosciuto nessun danno sfruttando, come vedremo tra poco, alcuni cavilli legali.
Perfino il recupero delle salme è incomplete. Si sono fermati a quota 1466 e ce ne sono ancora 451 di cui nessuno sa nulla. Alcuni cadaveri sono stati ripescati nel Piave a decine di km di distanza da Longarone. Qualcuno ricorda anche le casseforti delle banche, che la ditta incaricata di recuperarle non ha trovato: scomparse. Pazienza, uno dice. Pazienza un corno, perché là dentro ci sono documenti importanti: polizze assicurative, pensioni dei morti mai pagate agli eredi, certificati di proprietà di terreni, negozi, attività. Non solo i morti dunque, sono affogate nel fango.
I giornalisti presenti quella sera ascoltano esterrefatti, a bocca aperta. Me la ricordo come fosse adesso quella sera al Vajont, mi ricordo le facce di quei giornalisti. Eppure un bravo giornalista basta che vada su a Erto e si fermi a bere un caffè in un bar, per sentire tutto quello che è uscito dalle bocche dei superstiti quella sera: tutti sanno come sono andate le cose, basta ascoltare.
vajont13La stampa se ne è fregata alla grande: nessuno che abbia vigilato prima sui morti e poi che abbia vigilato sui diritti dei vivi; nessuno che abbia indagato su quelli che si sono arricchiti con il Vajont, pur non avendo mai abitato da quelle parti. I giornalisti non sanno niente, perché certe cose è meglio non dirle, è meglio che la gente non sappia, perché la proprietà del giornale non vuole, perché occorre dire chiaro e tondo che lo Stato è corresponsabile di questo assassinio di massa.
Ma generalizzare è sempre poco serio. Perché delle eccezioni ci sono state. Prima tra tutti Tina Merlin, che sull’Unità, ha scritto prima, durante e dopo quel maledetto giorno con lucidità e coraggio, perché non era facile a quei tempi essere comunisti e in prima linea in una regione che più bianca non si può.
Nelle mie visite a Erto ho conosciuto un’altra giornalista brava e coraggiosa, Lucia Vastano. All’epoca lavorava per Narcomafie, un giornale fantastico, ma decisamente poco conosciuto. É stata lassù, ha chiesto, studiato, ha parlato con la gente, ha partecipato a quelle assemblee. Io c’ero, posso testimoniarlo. Poi ha pubblicato alcuni libri sul Vajont. Uno del 2008 con un titolo che dice tutto: “Vajont, l'onda lunga: quarantacinque anni di truffe e soprusi contro chi sopravvisse alla notte più crudele della Repubblica” e uno più recente, del 2014, dal titolo “I palloncini del Vajont, storia di una diga cattiva”. Quest’ultimo è il racconto che i nonni fanno ai loro nipotini, spiegando loro come era bella quella valle prima che il monte Toc scendesse nel lago.
vajont15Ma è nel 1963 che la stampa dà il meglio di sé. Ci sono frasi scritte sulle prime pagine dei giornali dell’11 ottobre che, oggi, fanno rabbrividire. E sono frasi di penne famose: Indro Montanelli parla di tragedie di ogni genere che vanno affrontate con coraggio e senza creare odio interno; Dino Buzzati, con una prosopopea degna di miglior causa, dopo aver magnificato la diga, scrive sul Corriere, cito tra virgolette “ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande e asciutta di quella della scienza”. Giorgio Bocca, un giornalista di punta dell’epoca, una specie di Marco Travaglio, scrive: “nessuno ha colpa, nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita gli uomini non ci hanno messo le mani tutto è stato fatto dalla natura che non è buona o cattiva è indifferente.”
Insomma la stampa diventa il pompiere della situazione. E quei pochi che si azzardano a spiegare come sono andate davvero le cose, vengono tacciati di sciacallaggio, accusati di speculare sui morti. la Democrazia Cristiana il 19 ottobre fa appendere cartelli ovunque accusando il Partito Comunista di sciacallaggio per via degli articoli di Tina Merlin. Lo setto partito aveva un settimanale, chiamato “La discussione” che scrive testualmente: “quella notte nella valle del Vajont si è compiuto un misterioso disegno d'amore” che in quanto a misterioso è davvero molto misterioso.
Ad occuparsi di mettere le cose nei giusti binari dell’informazione è la stampa estera che con gli articoli del New York Times, dell’Herald Tribune, di Le Monde e così via racconta la verità in modo inequivocabile. Ma sono tempi in cui non c’è internet, pochi parlano l’inglese, quasi nessuno compra giornali stranieri.
Un’altra storia è quella del cronista della RAI, Bruno Ambrosi, inviato per un servizio a Longarone, che si ferma più di un mese per dare una mano ai soccorritori, scavando corpi di bambini, recuperando ossa, scavando nel fango. É presente anche al processo di Belluno, assieme al collega Santalmassi deve fare un pezzo sul pubblico ministero Mario Fabbri. Nello studio di questi prepara le lampade e i microfoni. É tutto pronto per l’intervista quando entra il procuratore capo Fabio Mandarino e si porta via il PM. Quando Fabbri torna, comunica ad Ambrosi che l’intervista non si può fare, perché altrimenti avrebbe rischiato un’accusa di furto. Il furto della corrente elettrica che alimentava le lampade. Guardate che queste sono cose successe davvero, non fanno parte di un film di fantascienza.
L’intervista verrà comunque realizzata qualche giorno dopo nella stanza d’albergo del giornalista, oscurando tutte le finestre perché la forte luce delle lampade non insospettisse qualcuno. Pensate un po’.
Ambrosi porta tutto a Roma. É un pezzo decisamente importante, fatto benissimo, addirittura eccellente a sentire le parole del suo direttore Willy De Luca, ma lo stesso dice ad Ambrosi che quell’ottimo lavoro finirà in un cassetto che non si riaprirà più. Perché mai? É lo stesso De Luca a rispondere.
La magistratura usciva piuttosto male da quel servizio. E qui cito ancora “Il procuratore di Roma, Spagnolo ha fior di inchieste sulla RAI nel suo cassetto: se non mandiamo il servizio, viene chiuso il cassetto se va in onda, apre il cassetto: chiaro?
Basterebbe questo per capire come sono andate le cose nell’immediato dopo Vajont.

Faremo giustizia … e poi?

vajont16C’è ancora un episodio che voglio raccontare e riguarda l’allora primo ministro e futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone, che di professione non politica fa l’avvocato. Ebbene, quando arriva a Longarone come primo ministro, promette, tra le lacrime, che giustizia sarà fatta in breve tempo. Poco dopo cade il governo e Leone si trova ad essere uno degli avvocati difensori dell’ENEL nella causa sulla strage.
Ovviamente un processo c’è: si svolge a L’Aquila e questo crea non pochi disagi agli abitanti e ai testimoni bellunesi che hanno un lungo viaggio da affrontare. Finisce tutto in cassazione nel 1971 con due sentenze di colpevolezza: Alberico Biadene, il vice direttore del ramo tecnico della SADE, prende cinque anni di cui tre condonati; Francesco Sensi, ingegnere capo della commissione di collaudo, prende tre anni e 8 mesi, di cui tre anni condonati. Dunque sono puniti, molto leggermente, da un lato gli esecutori e dall’altro i controllori, cioè lo stato, anch’esso responsabile in qualche modo di quel massacro. Gli altri imputati o sono già morti o vengono assolti.
Una bella differenza con i 21 anni chiesti dall’accusa!
Ma il comune di Longarone non ci sta e fa causa al proprietario della SADE, che nel frattempo è diventata la Montedison, perché, pochi mesi prima della frana, la SADE passa all’ENEL. Nel 1982 il tribunale di Firenze accoglie l’istanza e condanna Montedison ed ENEL al pagamento dei danni. Ma è il tribunale civile e penale di Belluno, nel 1997, 34 anni dopo la strage, a dire l‘ultima parola. Montedison viene condannata a pagare al comune di Longarone 22 miliardi, grossomodo 10 milioni di euro. Ma questi soldi non vanno ai singoli cittadini, bensì all’amministrazione, che sicuramente li può usare per migliorare le condizioni di tutti, ma Alberto, Giovanni, Marta non vedono una lira. E tuttavia è chiaro che anche ai singoli individui tocca una indennità per le perdite subite.
Su questo punto occorre tornare al 1968, quando girano per la valle strani individui che si fermano a parlare con la gente. Dicono loro che non avranno una lira e che è meglio se accettano quello che offrono loro. Meglio soldi subito anche se pochi che aspettare anni e anni per averne un po’ di più. Teniamo conto del clima di quella gente, ancora stravolta da una tragedia così incredibile. Alla fine molti accettano. Ma come si calcola il risarcimento per un morto?
C’è un vero e proprio prezziario, una lista di cifre in lire, che ho cercato di tradurre alla buona con il controvalore di oggi: coniuge 25 mila euro, un figlio unico 17 mila euro, al figlio minorenne per la perdita di un genitore 12mila euro, al fratello convivente 7 mila euro, al fratello non convivente 5 mila, al nipote, nonno, zio anche se convivente niente di niente. Le transazioni sono tutte legali: nessuno può avanzare contestazioni.
Ci sono situazioni limite, come quella di Vincenzo Tesa, che ha perso 7 familiari e viene rimborsato con 6 milioni, più o meno 40 mila euro attuali, una cifra ridicola soprattutto pensando che sono andate perdute, oltre agli affetti, la casa, i terreni, gli animali, lo stesso senso della vita.
Chi sono quei personaggi che girano tra Longarone ed Erto? Ho già accennato al fatto che la SADE è stata ceduta all’ENEL e quindi alla Mvajont17ontedison. Loro capiscono subito che di là a poco sarebbero fioccate richieste di risarcimento a centinaia e così cercano di anticipare una botta sicura, offrendo transazioni molto basse. Così la Montedison assolda un pool di avvocati, che in quel periodo fanno solo questo: girano di casa in casa proponendo soldi, pochi soldi, per pagare i morti.
E poi quella povera gente semplice ha di fronte una delle più grandi aziende dello Stato e lo Stato stesso: come si fa a pensare di far causa a questi colossi? Meglio accettare quello che offrono. Il 94% degli aventi diritto prende i soldi e scompare dalla scena dei ricorrenti.
Possiamo mai giudicarli con quello che sappiamo oggi? La maggior parte ha appena cominciato a ricostruire, a crearsi una nuova vita, a fare mutui per una casa e così via. I soldi servono subito, anche per mangiare, per tirare avanti.
Solo pochi, un centinaio, resiste, aspettando i processi e i rimborsi. Sono quelli che hanno una situazione economica meno disastrata o quelli che hanno alle spalle una organizzazione, un partito, un’associazione, la parrocchia. Qualcuno dovrà attendere 40 anni per avere un po’ di più di quello che gli avvocati della Montedison gli propongono. Altri non avranno nulla perché nel frattempo sono morti o perché la loro documentazione è incompleta o ha qualche di vizio di forma.

La storia più sporca: le licenze

L’ultima questione che voglio trattare questa sera è quella delle licenze. All’indomani del 9 ottobre, riprendere a vivere non è facile. Oltre a tutto il resto, gli abitanti hanno perso anche i loro punti di riferimento, il medico, il parroco, i carabinieri. A quelli di Erto le cose vanno anche peggio: gli tolgono perfino il paese. Vengono sparpagliati qua e là. Personalmente sono stato a visitare Vajont, dove sono finiti quelli che poi tornano indietro, occupano le vecchie case, rubano la corrente all’ENEL per rimettere in piedi la comunità. Bene, Vajont è un paesino in fondo al fiume Livenza, lontanissimo dalle montagne. La sua vista mi ha messo una grande tristezza addosso, pensando alle montagne, ai boschi, alle valli, che gli ertani erano abituati a guardare ogni mattina appena svegli.
I tre soggetti chiamati in causa dalla tragedia sono Montedison, ENEL e lo Stato. Partiamo da quest’ultimo.
Il Vajont è una grandissima opportunità, perché lassù è stata fatta tabula rasa, quindi è possibile pianificare tutto da capo, senza vincoli o piani regolatori da rispettare. Nel 1964 viene fatta una legge, la numero 357, chiamata poi Legge Vajont. Le intenzioni non sono però quelle di venire incontro ai sopravvissuti, ma quello di impegnarsi in “uno sviluppo capitalistico, in primo luogo industriale in un quadro programmatico secondo una programmazione comprensoriale dentro un disegno che puntava decisamente alla realizzazione della realtà economica e sociale e non ultimo culturale del bellunese.
Questa frase non è mia, è di Vincenza D’Alberto, un ricercatore, citato nel libro di Ferruccio Vendramini sul Vajont.
La legge 357 stanzia 300 milioni di lire per Erto. Italo Filippin, sindaco del paese, racconta che ne sono arrivati solo 12, il 4%. Perché?
vajont18Il trucco e l’inganno stanno nella parola comprensorio. Quanto grande è un comprensorio? Si potrebbe ragionevolmente pensare alle zone colpite, ma lo Stato ha altre idee al riguardo e nel comprensorio finiscono, com’è ovvio, le province di Belluno e di Udine, ma anche quelle di Trento, di Bolzano, di Gorizia, di Vicenza, di Treviso, di Venezia, di Trieste. Perché mai?
Perché qui possono arrivare i benefici della legge e i finanziamenti molto vantaggiosi dello Stato.
Ma, anche se sembra impossibile, c’è di peggio. Chi possedeva una licenza commerciale nell’ottobre 1963, aveva diritto ad un contributo del 20% a fondo perduto e al finanziamento del restante 80% ad un tasso molto agevolato. Inoltre non doveva pagare tasse per 10 anni. Tenete presente che è un periodo con una inflazione pazzesca e avere tassi agevolati è una vera manna.
La legge però è ancora più buona. Le licenze possono essere vendute ad altri e questi godono degli stessi vantaggi purché aprano la loro attività all’interno del comprensorio, vale a dire in quasi tutto il triveneto.
Le licenze riguardano attività di poco conto: barbieri, falegnami, gelatai, venditori ambulanti. Ecco allora una nuova ondata di personaggi invadere la valle: sono commercialisti e avvocati, questa volta mandati da imprenditori. Si presentano nelle case dei “commercianti” e offrono pochi soldi per acquistare la loro licenza. Parliamo di 50 o 100 mila lire dell’epoca. In alcuni casi si arriva ad un milione, valori ridicoli se pensate che gli imprenditori pagavano gli avvocati 5 milioni per ogni licenza che riuscivano ad arraffare.
I valligiani non sanno a cosa stanno rinunciando, probabilmente quasi nessuno sa di quella legge del 1964, del comprensorio e di tutto il resto. Le transazioni sono tutte documentate, scritte nero su bianco e pubbliche. Voglio fare qualche esempio perché si capisca cosa è successo.

  • Giacomo Solari, commerciante di legname di Longarone, vende la licenza alle Industrie Meccaniche di Alano di Piave, che a Sud di Feltre aprono una fonderia, che ottiene un miliardo e 125 milioni di lire per la riattivazione;
  • Fedele Olivotto è il calzolaio del paese e vende la licenza alla “Tegola Inglese”, aperta nel 1966 a Trichiana, vicino a Belluno, che riceve 200 milioni di finanziamento;
  • Agostino e Leonardo De Mas hanno una segheria e vendono la licenza alle “Cartiere di Verona”, che aprono a Santa Giustina a Sud di Belluno, ricevendo una sovvenzione di 3 miliardi;
  • Quella più conosciuta riguarda gli eredi del calzolaio Marco Celso, morto il 9 ottobre. Vendono la licenza alla Zanussi, fabbrica di compressori, che ottiene 3 miliardi per riattivare il centro di Mel, vicino a Belluno.
Sono solo pochi esempi dei moltissimi che si potrebbero fare e che sono tutti documentati.
Quello che si deduce è che lo scopo della legge è proprio quello di favorire lo sviluppo industriale in una zona rurale, che è rimasta forse un pochivajont19no indietro rispetto al resto del Nord Italia e il Vajont è un'occasione troppo ghiotta per non approfittarne. Le emergenze ai bisogni della gente sono soltanto un fastidio. Tutto questo avviene all'ombra di una legge dello stato. Possiamo essere schifati fino al vomito, ma non c'è nessun illecito, è tutto perfettamente in regola.
Ma non tutto fila liscio. Nonostante l’ampia libertà d’azione offerta dalla legge, qualcuno vuole fare il furbo e prendere una scorciatoia. É, ancora una volta, Tina Merlin, a raccontare i fatti.
Nel 1980 si celebra un processo contro 14 individui. A Erto c’è un geometra, Arturo Zambon, che raccoglie e dà il via libere alle pratiche sulle licenze: non è dunque un problema intercettarle. A Pordenone il commercialista Aldo Romanet (che sarà coinvolto anche nel caso Roberto Calvi) istruisce le pratiche e le invia al notaio Diomede Fortuna, che a sua volta le legalizza. Da qui con tutti i timbri a posto vengono spedite alla commissione provinciale di Udine, dove un altro componente della banda, il segretario Pier Luigi Manfredi le sottoponeva con una insolita velocità all’approvazione della commissione, il cui presidente Vinicio Tumente, il quale non trova niente di strano in tutto questo, anche perché quelli che presentavano le pratiche sono tutti suoi buoni amici.
Ma le licenze sono tutte false. Le nuove industria sono in realtà villaggi turistici e condomini. E Tina Merlin scrive che si tratta di una organizzazione di stampo mafioso, che ha addentellati fin dentro il ministero dei lavori pubblici. Questo finte attività rastrellano molti miliardi di lire di allora allo Stato, denaro che poi viene inviato in conti correnti dalle intestazioni più fantasiose in banche svizzere. In quel periodo portare capitali all’estero è un grave reato.
Il processo porta a pene molto lievi, probabilmente anche perché i giudici si rendono conto che dietro questi personaggi c’è qualcosa di molto più grosso e con ogni probabilità inattaccabile. Un testimone svizzero non si presenta al processo, dicendo che è stato minacciato di morte se lo avesse fatto.
Come si vede il Vajont è sì una frana che spazza via paesi e vite, ma è anche lo specchio di uno stato brutto sporco e cattivo che ha reso quella tragedia ancora più tragica con le porcherie combinate nel cosiddetto dopo – Vajont.
Chiudo con un ricordo personale: nelle giornate che ho passato ad Erto, ho incontrato i pochi superstiti rimasti. Già allora, vent’anni fa, dicevano che potevano starci dentro una corriera. Ricordo benissimo che, travolti dai ricordi, ti guardavano con occhi lucidi, ma ti dicevano con voce ferma “io non li perdonerò mai”.

Introduzione

Questa sera vi voglio raccontare una storia molto interessante che riguarda uno stato a noi molto vicino, il Vaticano. Meglio chiarire subito: non parleremo di religione, ma di cose molto più terra terra, come le finanze, le banche, le sovvenzioni a partiti stranieri e, come spesso ci capita, parleremo anche di morti ammazzati.
Le fonti, più che mai doverose in questo contesto sono alcuni libri, pubblicati negli ultimi anni, come “Vaticano SpA” di Gianluigi Nuzzi, edito da Chiarelettere; “Vaticano rosso sangue” di Vittorio di Cesare e Sandro Provvisionato, edito da Olimpia; “Mai ci fu pietà” di Angela Camuso, edito da Castelvecchi, quest’ultimo sulla storia della banda della Magliana, che ci servirà soprattutto nella prossima puntata sul Vaticano, quando parleremo del sequestro di Emanuela Orlandi. Ed inoltre tutta la letteratura che si può trovare in rete (articoli di giornali dell’epoca, dossier, interrogatori e quant’altro).
Cominciamo subito.
Visto il tema così venale, la prima domanda da farsi è se lo Stato del Vaticano sia ricco o povero. In effetti a guardarlo dall’esterno ci sono parecchie contraddizioni. Da un lato vediamo una immensa ricchezza nei paramenti, nelle opere d’arte, nelle architetture di chiese e palazzi e nei possedimenti immobiliari della Santa Sede. Dall’altro conosciamo tutti di persona diversi preti che se la passano decisamente male, e che portano avanti la loro missione in mezzo a mille difficoltà economiche.
Del resto, termini come ricco e povero sono relativi e non è sempre chiaro cosa significano. Ma quando ci si mette di mezzo la politica vanno seguiti schemi precisi per definire ogni cosa. Così il Lussemburgo e il Qatar sono ricchi perché il loro PIL pro capite (cioè il reddito medio di un cittadino) supera i 100 mila dollari l’anno. L’Italia è un paese abbastanza ricco con 38 mila $ l’anno, ma c’è chi possiede barche e ville e chi non possiede neppure un lavoro. Ecco perché parlare di ricchezza di un paese non fa necessariamente dei suoi abitanti dei nababbi.
Viceversa la Somalia, con un PIL di 500 $, è povera e basta. Non occorre raccontarlo ai somali: loro lo sanno benissimo.
E il Vaticano? Il Vaticano, nelle classifiche dei PIL non compare, non c’è proprio. Perché?
La spiegazione è molto semplice. Il Vaticano è uno stato improduttivo. Vuol dire che non produce merci e quindi non può scambiare denaro con esse. Dal momento che il PIL proprio questo misura, il Vaticano non compare nella lista perché il suo PIL non è calcolabile.
Eppure ha bisogno di un sacco di soldi per mandare avanti i propri progetti e le proprie missioni. Sono andato a curiosare nel sito della Santa Sede. Alla voce Economy si legge:
La Santa Sede è sostenuta finanziariamente da una varietà di fonti, compresi gli investimenti, il reddito immobiliare, e le donazioni da privati cattolici, diocesi e istituzioni; questi finanziano la Curia Romana (burocrazia vaticana), le missioni diplomatiche, e i media. Il bilancio dello Stato della Città del Vaticano include i Musei Vaticani e l’ufficio postale ed è sostenuta finanziariamente dalla vendita di francobolli, monete, medaglie, cimeli e oggetti turistici; da contributi per l'accesso ai musei, e dalle vendite di pubblicazioni. Inoltre, una raccolta annuale arriva dalle diocesi e da donazioni dirette, che costituiscono un fondo che non rientra nel bilancio ed è conosciuto come Obolo di San Pietro, che viene utilizzato direttamente dal Papa per la carità, in caso di catastrofe, e gli aiuti alle chiese nei paesi in via di sviluppo. Il reddito e tenore di vita dei lavoratori laici sono paragonabili a quelle degli omologhi che lavorano nella città di Roma.
Mi sembra abbastanza chiaro. Anche se qualche industria in Vaticano c’è (stamperie, produzione di monete, medaglie, francobolli, mosaici e uniformi per il personale, servizi bancari internazionali e attività finanziarie) sembra non siano abbastanza per calcolare un PIL.
Ora a noi, in questa sede non interessa molto cosa guadagna il Vaticano o cosa può spendere. Le notizie al riguardo sono piuttosto complicate da trovare in rete. Quello che è certo è che il bilancio dello stato pontificio è di gran lunga inferiore rispetto a quello, ad esempio dell’Italia. Parliamo di migliaia di volte inferiore, quindi di cifre molto basse. Questo significa forse che il tenore di vita dei cittadini vaticani è di gran lunga peggiore di quello italiano? Evidentemente no. Anzi, a leggere un rapporto della CIA (l’intelligence americana) quei cittadini se la passano più o meno come quelli italiani.
Per capire meglio come sono andate le cose occorre dare un’occhiata indietro, perché la Storia (quella con la S maiuscola) spesso costruisce fortune o miserie.
Patti lateranensi 1929Durante il Risorgimento l’Italia in via di formazione si annette lo stato pontificio (praticamente tutta l’Italia centrale), lasciando in piedi solo un piccolo territorio per permettere al papa e al suo seguito di continuare a fare il lavoro apostolico di cui si era persa traccia durante gli sfarzi del potere molto temporale e assai poco spirituale. Nel 1929 il regime fascista di Mussolini ha bisogno di tutti gli appoggi possibili ed immaginabili e così si arriva ad un accordo (i famosi patti lateranensi) che oltre a un sacco di convenzioni bilaterali (come l’aver dichiarato la religione cattolica religione di stato) contiene una parte economica: la convenzione finanziaria. Lo Stato Italiano si riconosce debitore della Chiesa per le guerre del secolo precedente e per essersi incamerato i beni ecclesiastici sparsi sul territorio nazionale e comincia per questo a versare alla Chiesa un obolo mica da ridere a titolo di indennizzo.
Così al nuovo Stato chiamato «Città del Vaticano», oltre all'esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, arriva un risarcimento di «1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire». Le cifre sono ovviamente espresse in Lire di 80 anni fa. Il Sole 24 ore pubblica una applicazione che, grazie ai calcoli dell’ISTAT permette di determinare quanto vale oggi una lira di un certo anno. In questo modo quei 2 miliardi e 750 milioni del 1929 corrispondono oggi a circa due miliardi e mezzo di euro!!! Dopo una pausa continueremo il discorso.

Il Vaticano e lo Stato Italiano

Nel 1948 i Patti lateranensi finiscono dentro la Costituzione. Nel 1984 Craxi li modifica, cambiando alcune cose (ad es. la religione di stato) e introducendone di nuove, come l’8 per mille con il quale viene attualmente finanziata la Santa Sede da parte dei cittadini italiani che pagano le tasse e non destinano diversamente il loro contributo. A molti questi patti lateranensi non piacciono affatto e vorrebbero cancellarli perché non si capisce come uno stato straniero, qual è a tutti gli effetti il Vaticano, debba avere dei privilegi rispetto agli altri. E siccome i rapporti tra gli stati sono di natura politica e non religiosa vorrebbero poter decidere come popolo se questi privilegi sono o non sono legittimi. Beh, questo non si può fare, perché nessun referendum può intervenire sui patti lateranensi in quanto sono un trattato internazionale che la nostra costituzione esclude dal referendum. Una breve pausa e riprendiamo. 
Lo Stato Vaticano nasce all’indomani della firma dei patti lateranensi, nel 1929, appena Mussolini esce dalla Santa Sede. Il papa di allora, Pio XI, vara subito sei leggi, tra le quali la più importante è la prima, quella chiamata “fondamentale” che stabilisce che la Santa Sede è una Monarchia assoluta e il Sommo Pontefice ne è il re.
Dal punto di vista economico per il nuovo stato Pontificio, dimenticate le terre e le tasse da far pagare ai propri sudditi, i bilanci vaticani partono proprio dal gruzzoletto raggranellato dall’Italia fascista. Ma certo non solo. Una organizzazione così vasta distribuita in tutti i continenti e nella maggior parte degli stati del mondo deve avere dei costi davvero enormi. Ed in effetti i soldi circolano grazie agli investimenti internazionali, mobili e immobili, agli oboli dei fedeli e alle rimesse delle quasi 5 mila diocesi sparse per il mondo.
ior 03Sulla quantità di denaro che affluisce alla Santa Sede le informazioni non sono concordi. Molti sostengono che i proventi di tutte le sue operazioni economiche e finanziarie sono molto elevate. Inoltre va tenuto presente che tutto il patrimonio immobiliare della Chiesa sul territorio italiano gode di privilegi fiscali davvero notevoli. Inoltre c’è un occhio di riguardo di molti imprenditori verso la Santa Sede.
Da un punto di vista organizzativo il bilancio dello stato è gestito da un Ente Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e viene controllato dalla Prefettura per gli affari economici; questa controlla anche i bilanci dell’Istituto per le Opere di religione, il famoso o famigerato IOR, conosciuto anche come Banca Vaticana.
Lo IOR non è affatto la banca centrale del Vaticano (una specie di Banca d’Italia della Santa Sede). E’ una banca normale con il suo CdA (formato di tutti cardinali) che risponde direttamente al Papa. Insomma in caso di un buco o di malversazioni il responsabile ultimo è papa Francesco in questo momento.
A noi non interessa qui cosa fa e com’è lo IOR oggi, perché la nostra storia si sviluppa nei decenni passati del secolo scorso. Da allora e soprattutto negli ultimi anni è stato rimodernato e dotato di regole che cercano di impedire illeciti e casi clamorosi come quelli di cui parleremo tra poco. Lo statuto del 1990 prevede che lo IOR debba custodire i “beni mobili e immobili affidati alla banca e destinati a opere di religione e carità”. Altri scopi non sono, oggi, consentiti.
C’è una sola sede non lontana dall’abitazione del papa in Vaticano. L’istituto è gestito da professionisti bancari e guidato da un presidente che non deve per forza essere un religioso (oggi è l’economista francese Jean Babtiste de Franssu). Anche il direttore non è religioso. Si tratta di Gian Franco Mammì, entrato nello IOR nel 1992 come cassiere.
Il presidente riferisce ad un collegio di sei cardinali, nominati direttamente dal papa per 5 anni. Un centinaio sono i dipendenti della banca. Il bilancio è rimasto segreto fino al 2013, quando per la prima volta si è saputo quanti soldi l’istituto vaticano gestisce. Parliamo (i dati sono del 2016) di un patrimonio di oltre 6 miliardi di euro con un utile netto (sempre per il 2016) di 36 milioni di euro. I suoi clienti sono in calo rispetto al passato, ma rimangono comunque circa 15 mila. Gli interessi bancari sono piuttosto elevati, se confrontati con quelli miseri che le banche italiane riservano a noi. Si va da 4 al 12% e, non esistendo tasse all’interno dello Stato vaticano, si tratta di soldi netti. Una utile precisazione è che non ci sono azionisti cui corrispondere i dividendi. É il collegio cardinalizio a stabilire come spendere gli utili di gestione.
Questo oggi. Ma adesso è tempo di fare un salto nel passato, partendo dall’istituzione stessa dello IOR. 
Nel 1887 papa Leone 13° fonda l’Amministrazione delle Opere Religione, come sua banca personale. Nel 1942 questa istituzione viene rifondata da Pio 12° con un nuovo statuto e chiamata, appunto Istituto Opere Religiose, IOR.
É sempre all’interno dei Patti Lateranensi del 1929 che si stabilisce che gli utili dello IOR non saranno mai soggetti a tassazione da parte dell’amministrazione italiana. Come abbiamo visto questo entra a far parte della Costituzione della Repubblica Italiana nel 1947.
Il primo personaggio che incontriamo nella nostra storia si chiama Massimiliano Spada, dirige lo IOR negli anni ’50 ed ha il compito di aumentare le finanze vaticane, ma anche di far diventare l’istituto l’arbitro ideale in tutte le operazioni che riguardano lo Stato Italiano e le società private.
Il salto di qualità avviene quando Monsignor Amleto Todini presenta a Spada un suo lontano parente, un siciliano di Patti, un banchiere che si sta facendo strada nel mondo dell’economia e, soprattutto, degli affari. Si chiama Michele Sindona.

Michele Sindona

Prima che Sindona arrivi dentro il Vaticano, c’è un altro personaggio di cui dobbiamo, anche se brevemente, parlare. Si tratta Ernesto Moizzi. A Sindona lo presenta Franco Marinotti, il capo in testa della SNIA Viscosa, all’epoca la più grande industrie tessile italiana. Moizzi vende a Sindona un’azienda messa proprio male. le acciaierie Vanzetti SpA. Il banchiere siciliano capisce subito che quello che non va non è la produzione siderurgica della fabbrica, ma la gestione pessima da parte del management. In due anni mette a posto i conti, la riporta a fare profitti notevoli e la mette in vendita. Viene acquistata dalla più grande società di acciai speciali, la Crucible Steel of America. É uno dei primi passi di Sindona verso la costruzione di un impero economico e finanziario straordinario.ior 04
Fin qui tuttavia non si parla di banche e banchieri. E adesso ci arriviamo. Moizzi è anche proprietario di un piccolo istituto di credito, la Banca Privata Finanziaria. Come può una simile piccolezza entrare nelle grazie di un colosso come lo IOR? In realtà la Banca Privata gode di due enormi vantaggi. Il primo è che possiede una speciale autorizzazione governativa di operare anche nel settore della mediazione finanziaria, come le banche svizzere per capirci. Il secondo è la sua clientela, costituita da personaggi di primissimo piano nel panorama della produzione nazionale: parliamo delle famiglie Falk (quelli delle barche), Pirelli, Marinotti, Juker (quelli del cotonificio). Insomma la Banca Privata è un boccone ghiotto per chiunque. E così Moizzi si rivolge a Sindona, chiedendogli di vendere le azioni allo IOR. E così Sindona si rivolge a Massimiliano Spada e lo convince a lanciarsi nell’operazione. Spada alla fine ci sta e, per finanziare l’operazione usa un conto fiduciario presso il Credito Lombardo. Compra l’intero pacchetto, ma riserva a Sindona e Marinotti il 40%. Perché? Probabilmente per coprirsi le spalle con un banchiere dal grande avvenire e con uno dei membri influenti di Confindustria, che potrà agevolare l’allargamento della clientela a personaggi di spicco dell’economia italiana.
Ed ecco l’inghippo. Lo IOR in quel momento ha un presidente religioso, monsignor Alberto Di Jorio, che diventerà cardinale di là a poco con Giovanni 23°. Costui, sentendosi escluso dall’affare Banca Privata, intima a Spada di vendere la banca.
Questo avviene e il compratore è una holding, la Fasco A.G., sede nel Lichtenstein, di proprietà, guarda caso, di Michele Sindona.
La Banca Privata adesso è di Sindona all’80% e di Marinotti al 20%. Quando ne viene venduto il 49% delle azioni a due istituti finanziari, uno inglese e l’altro americano, i due avranno introiti favolosi e Sindona manterrà comunque il controllo con il suo 51% del pacchetto azionario.
Ecco dunque che il potere economico di Sindona diventa sempre più grande. Nel 1961 è proprietario di svariate banche e di una infinità di società grandi e piccole, nelle quali fa convogliare gli investimenti di importanti operatori mondiali: la Bank of America, la Nestlè, la Paribas, la banca belga dei Rotschild, giusto per fare qualche nome.
Nel 1964 controlla circa 50 milioni di dollari dell’epoca solo nel settore immobiliare e arrivano profitti da ogni settore industriale e produttivo.
L’ufficio tributario di Sindona, uno dei più prestigiosi della nazione, si trova a Milano Ed è qui che nasce un’amicizia molto forte tra il banchiere siciliano e l’arcivescovo della città, monsignor Giovanbattista Montini, che dal 1963 e fino al 1978 sarà papa Paolo 6°.
Nel 1968 le strade di Sindona e delle finanze vaticane tornano ad incrociarsi.
Perché?
Perché le cose per lo IOR non vanno affatto bene. Da un lato il parlamento italiano ha appena votato il ripristino della tassazione sui dividenti posseduti dal Vaticano e dall’altro per via di una serie di investimenti sbagliati. Per ironia, come scrive Nick Tosches, in una fabbrica d’armi e in un’azienda farmaceutica che produce contraccettivi orali.
Ma gli investimenti maggiori sono concentrati in due giganti dell’economia italiana: le Condotte d’Acqua e la SGI, Società Generale Immobiliare, entrambe in notevole difficoltà e bisognose di una ricapitalizzazione, quindi di nuovi investimenti. Il Vaticano pensa di abbandonare il controllo di entrambe le società.
Nel frattempo Spada, che non è più nello IOR, sostituito da Luigi Mennini, lavora come consigliere di amministrazione in diverse banche di Sindona. All’APSA c’è monsignor Sergio Guerri, al quale Paolo 6° si rivolge perché contatti, attraverso Spada, il vecchio amico Michele Sindona.
ior05Ed ecco il miracolo, termine che oggi possiamo usare visto che parliamo della Santa Sede. Sindona e la Hambros Bank di Londra rilevano i pacchetti del Vaticano e controllano di fatto le due società. Spendono in tutto 50 milioni di dollari. Convocato da Paolo 6° Sindona viene indicato come “uomo mandato da Dio”, ma il banchiere di Patti è abile e si accorge subito che qualcosa non torna. I bilanci presentati dal Vaticano delle due società acquisite sono falsati e la situazione è molto peggiore di quello che sembra. Poi, come sempre, nel giro di pochi anni Sindona rimette in piedi le aziende inserendole nuovamente nel mercato, ma quello sgarbo del Vaticano, non lo dimenticherà.
E non lo dimentica certo nel 1971, quando viene chiamato nuovamente in Vaticano. Questa volta non si tratta di salvare nessuno e neppure di fare un piacere ad un vecchio amico. No. Questa volta si tratta di fare affari insieme.
Alla riunione assieme a Sindona, partecipano il nuovo direttore generale del Banco Ambrosiano e il neo presidente dello IOR: sono Roberto Calvi e Paul Marcinkus.
E qui comincia un’altra storia.

Calvi, Marcinkus e lo IOR

ior06Cominciamo a conoscere Paul Marcinkus: lo facciamo riprendendo un brano del libro “Il mistero Sindona” uscito nel 1986 edito da SugarCo e firmato dallo scrittore statunitense Nick Tosches.
Figlio di un pulitore di finestre, nasce in Illinois nel 1922. Nel 1947 viene ordinato sacerdote, tre anni dopo è a Roma per studiare diritto canonico all’Università Gregoriana. La sua carriera passa attraverso missioni diplomatiche in Bolivia e Canada. Nel 1964 diventa guardia del corpo del papa per la sua corporatura molto robusta. Nel 1965 è l’interprete dell’incontro a New York tra Paolo 6° e Lyndon Johnson. Poi entra nei ranghi dello IOR, di cui diventa presidente nel 1971. Calvi lo aveva conosciuto diversi mesi prima e gli era stato presentato da Michele Sindona.
Ma le cose vanno malissimo. Marcinkus non capisce un fico di finanza e si rivolge ad un suo concittadino, che ne combina di tutti i colori, rischiando di finire nelle mire del fisco americano. Per questo chiama Sindona, il quale capisce tutto: ha di fronte un uomo estremamente ambizioso, ma decisamente sprovveduto in quanto a qualità amministrative.
Anni dopo, dal carcere, Sindona parla con Harmon della Commissione d’indagine sul crimine organizzato, spiegandogli quanto sia facile esportare illegalmente qualunque cifra dall’Italia all’estero. E aggiunge.
La banca del papa, lo IOR, si era prestata a molti servizi come questi e fin dai tempi della sua fondazione. generalmente forniva i servizi ad altre banche, i cui clienti privilegiati ceravano, attraverso i canali vaticani, maggiore sicurezza e massima segretezza. Lo IOR apriva un conto corrente con l’istituto di credito italiano che voleva esportare lire in nero. Il cliente della banca depositava i soldi liquidi sul conto e lo IOR provvedeva ad accreditarglieli all’estero. La commissione dello IOR era poco più alta del normale. La Banca d’Italia ed altre autorità non hanno mai interferito, perché convinte che la Santa Sede, messa alle strette, avrebbe risposto che come governo di uno stato sovrano non era obbligata a fornire informazioni all’Italia. So queste cose – continua Sindona – perché lo IOR agiva in questa veste anche per miei clienti delle mie banche.
Marcinkus, una volta capito il meccanismo, si convinse che si trattava di un delitto perfetto. Ma quando l’Italia dichiarò l’esportazione illecita di capitali un reato penale e non più civile, avvisai Marcinkus da New York di sospendere immediatamente i trasferimenti illegali di valuta. Ne andava di mezzo non solo lo IOR ma anche il buon nome del papato.
Ma Marcinkus, convinto di essere al di fuori del raggio di azione della legge, continuò ad inseguire profitti, che presentava al papa come esempio della sua competenza e del suo valore e che avrebbero finito con l’ottenergli la berretta rossa (diventare cardinale NdT). Fu un errore fatale. Lo IOR alla fine perse la stima che si era creato grazie a uomini come Spada. Marcinkus perdette ogni speranza di diventare cardinale.
Marcinkus, aggiungo io, rimane in Vaticano fino al 1997, quando a 75 si ritira da ogni carica, torna negli Stati Uniti, dove muore a 84 anni a Sun City in Arizona. 
Calvi, Marcinkus e Sindona (in stretto ordine alfabetico) aprono a Nassau, alle Bahamas, un sistema di riciclaggio della valuta. C’è di mezzo il Banco Ambrosiano, quello controllato da Calvi, certo, ma in cui hanno azioni anche Sindona e lo IOR di Marcinkus.
Credo sia noto come finisce l’epopea di Sindona. Nel 1972 acquisisce il controllo della Franklin National Bank di Long Island (stato di New York) con manovre abbastanza oscure che vedono intervenire i massoni della P2, l’amministrazione Nixon e i repubblicani. Solo due anni più tardi l’amministrazione rileva perdite pesanti, i clienti ritirano i loro soldi e mandano in crisi la banca. Sindona è costretto a chiedere un prestito di un miliardo di dollari alla Federal Reserve Bank, la banca centrale degli States. Due anni dopo la Franklin viene dichiarata insolvente per bancarotta fraudolenta, con forti perdite di capitali per speculazioni in valuta straniera e una cattiva politica di gestione dei prestiti. Nel 1979 gli amministratori della banca vengono processati presso la Corte Federale a New York, e condannati. In Italia intanto Giorgio Ambrosoli, che si sta occupando del collasso finanziario di Sindona, muore in un omicidio il cui mandante è lo stesso Sindona. Il banchiere di Patti deve scontare 25 anni nelle carceri degli Stati Uniti, ma viene stradato in Italia per assistere al processo per omicidio. Viene rinchiuso a Voghera. Le condanne fioccano: 12 anni per frode finanziaria e poi l’ergastolo per l’omicidio Ambrosoli. Muore nel 1986, ingerendo un caffè con del cianuro di potassio. Non è chiaro se sia stato avvelenato o se si lui stesso abbia preparato la bevanda, forse per farsi estradare negli Stati Uniti, in quanto c’era un accordo tra Italia e USA che in caso di percolo per la sua vita, Sindona sarebbe tornato negli States.
Ma questa è una storia che è una conseguenza di quello di cui stiamo parlando, per cui adesso torniamo, buoni buoni, a seguire le vicende dello IOR.
Siamo adesso nel 1981, quando l’amministratore delegato dello IOR Luigi Mennini viene arrestato perché coinvolto nel crack di Sindona. Ma il peggio deve venire, perché nel maggio di quell’anno, solo una settimana dopo l’attentato di Alì Agca a papa Woytila, viene arrestato Roberto Calvi. In Vaticano serpeggia il terrore, specie quando Calvi affida un biglietto alla moglie da recapitare in Vaticano. C’è Scritto: “Questo processo si chiama IOR.” Le operazioni illecite, secondo il banchiere milanese, sono state fatte per conto del Vaticano. É così che, in assenza del papa, ancora in convalescenza, si incontrano in Vaticano i vertici del Banco Ambrosiano e dello IOR.
Il direttore del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone, presente all’incontro racconta:
In quel colloquio, monsignor Marcinkus disse che non c’erano problemi, ma che bisognava attendere la scarcerazione di Calvi per poter parlare con lui. … In quell’incontro non venero pronunciati nomi di società, né si parlò di cifre. Monsignor Marcinkus fece solo gli auguri per un pronto rientro del presidente (cioè di Calvi) e parlò di collaborazione che andava proseguita con la dovuta chiarezza e riservatezza.
Quando si arriva al processo, il Vaticano gioca duro con Calvi. Al figlio Carlo arriva prima una telefonata di Marcinkus di riferire al padre di stare zitto e non svelare nessun segreto e di continuare a credere nella Provvidenza (non è una battuta, sono le parole del prelato). Poi arriva da Carlo Francesco Pazienza, che abbiamo già incontrato, come uno dei protagonisti della vicenda riguardante le stragi del 1980. Gli dice che bisogna andare a New York per incontrare monsignor Giovanni Cheli, rappresentate del Vaticano all’ONU. A Manhattan lo aspetta un noto mafioso, amico di Sindone e di Licio Gelli e un prete, che poi verrà arrestato per contrabbando di opere d’arte. All’ONU arrivano Carlo, Pazienza, il prete e il mafioso. Cheli, in termini diplomatici, ribadisce quello che Marcinkus aveva anticipato al telefono. Ma, è il caso di dire, questa volta, da ben altro pulpito.
Cosa poteva rivelare di tanto pericoloso Calvi durante il processo? Lo scopriamo tra poco.

Banco Ambrosiano e IOR

ior07In effetti, per quanto si è saputo negli anni più recenti, la trama che coinvolgeva Calvi, Marcinkus e soci era di quelle da film dell’orrore. Si tratta di una rete per riciclare i soldi della mafia siciliana, nella quale oltre ai nomi già citati figurano esponenti politici siciliani, padrini, e numerosi iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.
L'allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta impone lo scioglimento del Banco Ambrosiano e la sua liquidazione coatta. É storico il suo discorso in Parlamento, quando riferisce pubblicamente delle responsabilità della banca vaticana e dei suoi dirigenti, fra cui Marcinkus. Secondo i suoi calcoli, il Vaticano è coinvolto nello scandalo per una somma di circa 1.500 miliardi di lire. Nel 1987 Marcinkus venne indagato, assieme ad altri due dirigenti dello IOR, per concorso in bancarotta fraudolenta e venne emesso un mandato di cattura dalla magistratura italiana in rapporto al crack dell'Ambrosiano, ma dopo pochi mesi la Corte di cassazione prima, e quella Costituzionale poi, annullarono il mandato in base all'articolo 11 dei Patti lateranensi, facendo venir meno anche la conseguente richiesta di estradizione.
Ma torniamo a Calvi e al suo processo. Questo può provocare un terremoto anche in Vaticano dal momento che sporchi e loschi traffici erano fino ad allora avvenuti con il beneplacito di alcuni settori dell’amministrazione della Santa Sede. Si tratta di coinvolgimento in società fantasma nei paradisi fiscali di Panama o del Lussemburgo. E poi c’è il banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Ma è proprio suo? Chi governa quella banca per davvero? Quello che emerge durante il dibattito e grazie alle deposizioni di collaboratori di Calvi è che il pacchetto di controllo della banca lombarda è nelle salde mani dello IOR da un bel pezzo. E poi quel finanziamento di ben 150 milioni di dollari alla Cisalpine con sede a Nassau: quella, come abbiamo già visto, costituita apposta per riciclare valuta. E, guarda caso, nel consiglio di amministrazione di questa banca figura anche Paul Marcinkus.
Ci sono anche dichiarazioni al veleno di Roberto Calvi, come quella in cui riferisce di un incontro con Marcinkus. Ecco le sue parole:
Io gli ho detto sul muso a Marcinkus. ‘Guardi che se per caso risulta da qualche contabile che gira per New York che lei manda dei soldi oper conto di Woytila a Solidarnosc, qui in Vaticano tra poco non c’è più pietra su pietra’. E quando ho visto che lui non diceva niente sono andato avanti … Allora Marcinkus ha cambiato discorso …”
Parleremo tra poco di Solidarnosc.
Calvi viene ritenuto colpevole di frode valutaria, condannato a 4 anni e 15 miliardi di lire di multa. Gli viene però concessa la libertà provvisoria in attesa dell’appello.
E qui comincia il gioco del ricatto tra i due protagonisti di questa vicenda: Marcinkus e Calvi. Alla fine si arriva ad un accordo. Calvi firma un documento con il quale libera lo IOR e Marcinkus da responsabilità inerenti l’indebitamento delle società panamensi verso il Banco Ambrosiano. In cambio lo IOR consegna a Calvi alcune lettere a garanzia della situazione debitoria di quelle stesse società. É un modo per assicurare al banchiere lombardo i capitali necessari a salvare il suo impero finanziario. In particolare c’è la dichiarazione che quelle società sono effettivamente controllate dallo IOR.
Ma Calvi non si arrende e si rivolge all’OPUS DEI, chiedendo di rilevare una quota del 10% del banco ambrosiano per un miliardo e duecento milioni di lire e di estromettere Marcinkus dalla presidenza dello IOR. L’Opus Dei ci pensa, ma alla fine rifiuta. La domanda è: perché questa decisione tenendo conto che Marcinkus è odiato in quanto ha in mano un potere finanziario in competizione con l’Opus Dei?
C’è un nuovo personaggio che compare nella nostra storia, il cardinale Agostino Casaroli, una carriera con una lunga sfilza di incarichi della massima importanza. In quel momento è Segretario di Stato vaticano, che sarebbe come dire Ministro degli Esteri. Lui è molto preoccupato di quello che il papa Woytila sta facendo. E cioè della sua politica a favore di Solidarnosc e contro la dirigenza comunista polacca. Allarmato dalla possibilità che l’Opus Dei arrivi a dirigere lo IOR interviene e blocca tutto.
I soldi a Solidarnosc arrivano dallo IOR attraverso il Banco Ambrosiano. La preoccupazione di Casaroli riguarda i difficili equilibri instaurati da una parte con il duro regime di Jaruzeski e dall’altro con la chiesa polacca. Il rischio di una guerra civile e, peggio ancora, di un intervento armato dell’Unione Sovietica, spaventa non poco il cardinale.
Intanto un papa ancora convalescente promuove monsignor Marcinkus che, dopo l’arresto di Calvi, acquista sempre più potere. Perché?
ior08Perché in lui, come capo dello IOR, convergono gli interessi del papato e quello della massoneria. Lo spiegherà bene Licio Gelli, come racconta lo scrittore massone Pier Carpi, in una famosa intervista a Enzo Biagi:
Gelli sosteneva che aveva versato nelle casse del Vaticano quasi 50 milioni di dollari per la causa polacca. Diceva: “La Polonia, come in tutti i paesi a dittatura comunista, la Chiesa e la massoneria debbono essere unite come non mai, poiché entrambe sono perseguitate.” I soldi erano arrivati allo IOR attraverso il Banco Ambrosiano.
Licio Gelli in quegli anni è un burattinaio che muove molti fili e ha molte cose da raccontare. A proposito della vicenda che stiamo seguendo, dice:
Nel settembre 1980 Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc, e aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro.”
Mentre il potere di Marcinkus cresce, quello di Calvi diminuisce. Nel Banco Ambrosiano entra anche Carlo De Benedetti rilevando un 2% delle quote. Ma De Benedetti cerca subito di capire quali legami siano in corso tra la banca di Calvi, lo IOR e la P2. Lo fa chiedendo direttamente a Calvi, il quale svicola e, in pratica, non risponde. Così l’imprenditore torinese si rivolge alle alte sfere del Vaticano, precisamente al cardinale Silvestrini della Segreteria di Stato. Quando De Benedetti si chiede come faccia il Vaticano ad affidare le proprie risorse ad un ladro, questo il termine preciso usato per definire Calvi, il cardinale si stringe nelle spalle e dice trattarsi semplicemente di “una pecorella smarrita”. Visto il clima, De Benedetti rivende la sue quote a Calvi ed esce precipitosamente dal Banco.
Dirà qualche anno dopo di aver capito proprio nel colloquio con Silvestrini che Marcinkus doveva avere un rapporto assolutamente particolare con papa Woytila. E capisce anche che il legame è rafforzato proprio dall’azione dello IOR a favore dei dissidenti polacchi.

La morte di Calvi

Credo tutti sappiano come è stato trovato il cadavere di Roberto Calvi. La mattina del 18 giugno 1982 un impiegato delle poste, camminando lungo il Tamigi, vede un corpo penzolare dalle arcate del Blackfriars Bridge, il ponte dei frati neri, in centro a Londra, non distante dalla cattedrale Saint Paul e da Covent Garden.
Suicidio, come si affretta a dire la stampa e l’inchiesta britannica? Difficile, se non impossibile. Un altro mistero da svelare. Ma andiamo con ordine.
Un paio di mesi prima, il 27 aprile il ragioniere Roberto Rosone esce dall’agenzia 18 del Banco Ambrosiano. Lo aspetta un omone barbuto, cappotto di cammello, vestito grigio e, sotto, una pistola calibro 7,65. C’è un “clic” di arma inceppata, poi uno sparo. Rosone si accascia ma non è morto è solo ferito ad un gluteo. L’omone non spara di nuovo, nessun colpo di grazia. Si allontana, sale su una moto guidata da un complice, che parte a tutta velocità. Ma intanto sono usciti in strada l’autista di Rosone e una guardia giurata. Dalla moto partono dei colpi per coprire la fuga. L’autista cade a terra colpito all’addome. La guardia spara 4 colpi. Uno colpisce l’omone alla nuca. Cade a terra. Morto.
L’omone si chiama Danilo Abbruciati, un professionista come vedremo tra poco, uno che non può aver sbagliato mira. Si è dunque trattato di un avvertimento, ma per chi?
Roberto Rosone, il ragioniere colpito, è vicepresidente e direttore generale del Banco Ambrosiano, il braccio destro di Roberto Calvi. Ecco a chi è diretto l’avvertimento.
Già, ma da parte di chi? Per scoprirlo dobbiamo conoscere meglio Danilo Abbruciati. Nonostante salga alle cronache con la formazione della prima Banda della Magliana, era già stato denunciato nel 1971 per aver picchiato e sequestrato la moglie. Nel ’76 finisce dentro per sequestro e omicidio. Ci rimane tre anni. Quando esce è senza contatti e allora si avvicina alla componente dei testaccini della Banda romana, quella diretta da Renatino De Pedis, diventandone uno dei capi. Seguire le vicende della banda della Magliana è quanto mai interessante per capire che razza di intrecci legassero tra loro la malavita organizzata, le correnti mafiose, i servizi segreti e la politica del periodo. Ma non è il tema di questa puntata di Noncicredo. Dunque Abbruciati. Uno degli affari sporchi della banda è quello dell’eroina. Dopo qualche tempo a fornire la “roba” ci pensa la mafia siciliana, quella di Stefano Bontade e di Pippo Calò. Anche la storia di questi due super-boss sarebbe interessante da raccontare, magari lo faremo in una puntata futura. Calò vive a Roma e ha bisogno di un piccolo esercito di gente senza paura e senza scrupoli. Gli serve per azioni intimidatorie e per omicidi. In quel periodo i morti di mafia non si contano, sia nelle lotte intestine tra famiglie, sia per fare piazza pulita di ogni concorrenza nei traffici illeciti. I testaccini sono l’ideale: Danilo Abbruciati diventa così il collegamento tra la banda e la mafia di Pippo Calò. Ad alcuni membri della Magliana questo non piace per niente; di Danilo non si fidano, ma il fiume di denaro che in questo modo fluisce riesce a convincere molti che, in fondo, che male c’è.
ior09La conclusione è che Danilo Abbruciati lavora per Pippo Calò e l’aver sparato a Roberto Rosone è solo un piacere fatto al capo mafia.
Questo è un punto che dobbiamo tenere a mente per quello che segue.
Dunque Calvi viene trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri. Essendo stato così ammanicato con il Vaticano, ti aspetti da parte delle autorità dello stato un qualche accenno di cordoglio. Invece niente di niente.
Prima di lasciare l’Italia, il banchiere aveva detto alla moglie: “Se mi succede qualcosa, papa Woytila dovrà dare le dimissioni”. Una frase molto pesante, che nasconde la conoscenza di segreti del tutto innominabili, anche se, probabilmente, sono quelli di cui abbiamo sin qui detto: le società finanziarie all’estero, i paradisi fiscali, le sovvenzioni a Solidarnosc e, con ogni probabilità, un’azione di riciclaggio del denaro proveniente dalla mafia, che abbiamo appena visto da che giro d’affari proviene.
Marcinkus sparisce dalla scena giudiziaria, nonostante gli arrivi una convocazione da parte del giudice che indaga su un prestito fatto a suo tempo dallo IOR e nonostante una comunicazione giudiziaria, che in termini attuali corrisponde ad un avviso di garanzia.
Il problema sul quale indaga la magistratura di Milano è un prestito di 50 miliardi delle vecchie lire all’Italmobiliare, ma indicizzato al franco svizzero, vale a dire che è con questa valuta che si devono fare i conti. E con la rivalutazione fortissima del Franco in quel periodo, nel giro di pochi anni il Vaticano si viene a trovare con un credito di oltre 110 miliardi, più del doppio. Sui tratta di una manovra speculativa.
Ecco perché il Vaticano tiene la testa bassa e la bocca cucita. Meglio starsene buoni … come dicono a Napoli: ha da passà a nuttata. L’unico interesse dello Stato pontificio è che sullo scandalo IOR-Banco Ambrosiano sia messa una grossa pietra al più presto, una pietra tombale visto che c’è di mezzo un cadavere: quello Roberto Calvi.

Perizie

Il corpo viene staccato dalle arcate e portato dalla polizia fluviale al Guys Hospital, dipartimento di medicina forense. Il referto del medico legale è chiarissima: si tratta di suicidio per impiccagione. Ma l’esame del corpo non è sufficiente: occorre vedere il contesto, vale a dire capire come diavolo ha fatto Calvi ad impiccarsi lassù.
La successiva indagine si compie davanti al Coroner, che noi traduciamo abitualmente con medico legal, anche se la figura inglese ha compiti più specifici di indagine giudiziaria. Dunque l’indagine si svolge davanti al Coroner e ad una giuria. Qui il verdetto rimane aperto: non si riesce a capire se Calvi si è suicidato o se è stato assassinato. Il caso passa allora alla magistratura italiana.
Che sia un suicidio o no fa una grande differenza. Non solo perché è sempre bene conoscere la verità su fatti del genere, ma fa una grande differenza per la vedova Clara, la quale fa causa alle Generali, che non vogliono pagare l’assicurazione.
É dunque un tribunale civile, quello di Milano, a ritenere fondata l’ipotesi dell’assassinio.
Addosso a Calvi si trovano parecchi soldi in varie valute, tra le altre diecimila dollari, circa 25 mila euro di oggi, due orologi, il passaporto con nome falso. Ma quello che incuriosisce gli investigatori sono cinque pezzi di materiale edile da cinque chili infilati nei pantaloni e nella giacca, come zavorra.
Si arriva al 1997, quindici anni dopo la morte di Calvi, ad avanzare ipotesi concrete su questi fatti. Lo fa il GIP Mario Almerighi al processo contro gli imputati, sospettati del crimine, Flavio Carboni e, guarda chi si rivede, Pippo Calò. Parleremo tra poco di questi due personaggi. Per ora ci concentriamo sulle osservazioni del magistrato.
Le analisi riguardano anche la marea che entra ed esce dal Tamigi. Secondo l’Autorità del Porto di Londra, il livello massimo in città si raggiunge alle 23,30 di quella notte. Questo significa che al momento del decesso di Calvi (avvenuto secondo le perizie attorno alle 2) le acque avrebbero dovuto raggiunge le ascelle di Calvi. Ne segue che solo due modi avrebbero potuto portarlo fin là. Il primo è la discesa dall’alto dell’impalcatura, cosa incredibile con quella zavorra addosso (che tra l’altro sarebbe probabilmente caduta almeno quella che aveva dentro i pantaloni). Il secondo modo è usando una imbarcazione. Ma allora si sarebbe dovuto trovare il natante oppure Calvi quella notte non era solo lungo il Tamigi. Analizzando i pantaloni portati dal banchiere si scopre che sono insudiciati a livello delle natiche, come tipicamente accade a chi viaggia su una imbarcazione destinata al trasporto fluviale.
La seconda perizia del 1998 stabilisce un’altra cosa importante. Dalle analisi più avanzate per l’epoca si stabilisce che le mani di Calvi non sono mai entrate in contatto con i mattoni che portava addosso e che le stesse mani non hanno mai toccato nessuna parte della struttura alla quale è stato appeso.
É sufficiente questo per concludere che Roberto Calvi, quella notte a Londra, è stato suicidato. Si tratta dunque di un omicidio. Adesso bisogna trovare i colpevoli.
Prima del 18 giugno, Calvi dà segni di temere quello che può capitare a lui e alla sua famiglia. In maggio fa allontanare la moglie Clara dall’Italia e pochi giorni prima di andare a Londra manda la figlia Anna in giro per l’Europa fino alla meta definitiva di Washington. Se analizziamo il modo in cui Calvi esce dall’Italia, capiamo quanto fosse preoccupato di far perdere le sue tracce. Il 9 giugno prende l’aereo da Milano per Roma. Qui incontra Flavio Carboni, col quale organizza la sua fuga.
Chi è Flavio Carboni?
É un faccendiere implicato in molte vicende oscure di questo periodo. Secondo il pentito della Banda della Magliana, Antonio Mancini, costituiva un anello di raccordo tra la stessa Banda, la mafia di Pippo Calò, gli esponenti della loggia P2, i servizi segreti deviati e alcuni politici e imprenditori influenti dell’epoca.
Era, carboni, quello che gestiva per conto di Cosa nostra gli investimenti di denaro sporco, utilizzando proprio il Banco Ambrosiano e lo IOR. In effetti l’unica condanna inflittagli riguarda il crack del Banco Ambrosiano: almeno sulla carta, perché grazie ad un paio di indulti se la cava con poco o niente.
Più recentemente finisce sotto inchiesta per la questione dell’energia eolica in Sardegna e per la costituzione della società segreta P3. Ma questa è un’altra storia che qui non ci interessa.
Dunque il 9 giugno 1982 organizza la fuga di Calvi. Costui va a Venezia, di qui a Trieste e ancora in Jugoslavia. Poi in Austria, a Klagenfurt. Il 14 giugno incontra Carboni al confine con la Svizzera, vanno ad Innsbruck nel Tirolo e da qui con un aereo verso Londra. Il 16 giugno Carboni raggiunge Calvi a Londra, partendo da Amsterdam.
Perché tutti questi spostamenti così complicati? Per far perdere le tracce? Per paura di essere seguiti? E, in questo caso, da chi?
Per capirci qualcosa dobbiamo seguire i processi che vengono svolti negli anni ’90 sul caso Calvi.
Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, la ricostruzione è più o meno questa. Calvi, attraverso il Banco Ambrosiano, riciclava molto denaro delle famiglia mafiose più importanti, quella dei Corleonesi in primo piano, ma anche della Camorra, che in quel periodo sta facendo una guerra spietata tra cutoliano e anticutoliani che provocherà oltre 1200 morti.
Sono i soldi ricavati soprattutto dal traffico della droga. A Roma, come detto, gestisce il tutto Pippo Calò, in accordo con la potente Banda della Magliana. Quando il Banco Ambrosiano fa crack, quei soldi spariscono, nei rivoli degli investimenti di Calvi, ritenuto l’unico responsabile di tanta perdita. Va quindi punito, con la morte.

I processi

Secondo le versioni fornite dai pentiti a decretare la sentenza sono Pippo Calò, Flavio Carboni e Ernesto Diotallevi, uno dei boss della banda della Magliana.
ior10Saranno proprio loro a finire sotto processo.  Assieme a loro finiscono sotto processo anche il contrabbandiere Silvano Vittor e la fidanzata di Carboni, Manuela Kleinszig, ben presto ritenuta dalla stessa accusa innocente.
Nel 2007 la sentenza. Tutti gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove. Decisione condivisa tre anni più tardi dalla corte d’appello.
É un finale abbastanza convenzionale per i delitti commessi dalla mafia, ma nel dispositivo del tribunale si leggono frasi che portano ad un finale non scritto, perché, secondo i giudici, la tesi del suicidio “è impossibile e assurda”. Risulta però provato che Cosa nostra utilizzava “il Banco ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio”.
Nelle motivazioni della sentenza della corte di appello si legge: “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso”.
Ritorna ancora la stessa domanda: “Da chi?”.
Il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia accusa Francesco di Carlo, affiliato ai Corleonesi. Quando diventerà collaboratore di giustizia, negherà di aver partecipato alla messa in scena del ponte dei frati neri. Dirà che Pippo Calò lo aveva effettivamente contattato per assassinare Calvi, ma lui era troppo lontano per essere contattato in quel momento. Quando successivamente chiama Calò, il boss gli dice che ormai è tutto risolto con “i napoletani”. Dunque, secondo questa voce gli esecutori dell’omicidio sarebbero stati Vincenzo Casillo e Sergio Vaccari. Il primo, cutoliano, ma anche legato ai corleonesi, verrà ammazzato nel 1983 facendo esplodere la sua auto piena di tritolo. Il secondo viene trovato orrendamente pugnalato e torturato nel suo appartamento di Londra nel settembre del 1982. Certo si tratta di criminali contro i quali la, passatemi l’espressione, concorrenza può essere feroce e quindi il motivo dei due omicidi potrebbe non avere nulla a che fare con Calvi … appunto … potrebbe.
Ecco dunque la storia che stasera ho cercato di raccontare nel modo più semplice possibile, anche se gli intrecci, come sempre, sono incasinati e di molti di essi ho semplicemente accennato, perché gli anni ’70 e ’80 in Italia sono pieni zeppi di incastri tra malavita (pensiamo ad esempio alla Banda della Magliana), cosche mafiose e famiglie camorriste, servizi segreti, organizzazioni eversive soprattutto neofasciste, logge massoniche come la P2 di Licio Gelli, politici corrotti e conniventi come Giulio Andreotti (riconosciuto colpevole di collusione con la mafia, ma prosciolto perché prescritto), faccendieri e, con ogni probabilità, imprenditori in rampa di lancio.
Chiudo questa puntata di Noncicredo con le motivazioni che nel 2016 il giudice romano Simonetta D’Alessandro archivia il procedimento che vede coinvolti Gelli, Carboni e Pazienza. Leggiamo:
Lo sforzo della pubblica accusa consegna comunque un’ipotesi storica dell’assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Il Banco ambrosiano riciclava denaro mafioso e al contempo finanziava segretamente, in chiave anticomunista, “nel quadro di una più ampia strategia del Vaticano”, il sindacato polacco Solidarnosc e i regimi totalitari sudamericani. Dunque né Calò né Marcinkus “potevano accettare il rischio” che Calvi, ormai alle strette, fallito e inseguito da un mandato di cattura, rivelasse agli inquirenti “quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare denari mafiosi in quelle direzioni, e l’attività di riciclaggio che attraverso il Banco veniva espletata”. Tra gli altri possibili moventi, emersi durante i lunghi anni di indagini, l’impossibilità da parte di Calvi di restituire un’ingente somma di denaro ai mafiosi. “Le rogatorie avviate verso lo Stato della Città del Vaticano hanno avuto esiti pressoché inutili”. Per questo non è stato possibile ricostruire il ruolo esatto di Marcinkus e soprattutto i flussi finanziari che legavano il Banco Ambrosiano allo Ior.
C’è ancora un ultimo documento, pubblicato nel libro “Poteri forti” di Ferruccio Pinotti, edito dalla BUR nel 2005. Si tratta di una lettera che Calvi scrive a papa Woytila il 5 giugno del 1982, due settimane prima di morire. Dice:
« Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona...; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest...; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l'espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato... »
I segreti e gli interessi economici legati alla mancata restituzione da parte dello IOR del denaro ricevuto dal Banco Ambrosiano e connessi alle operazioni finanziarie che lo IOR realizzava per conto di propri clienti italiani desiderosi di esportare valuta aggirando le norme bancarie sarebbero quindi all'origine della decisione di uccidere Roberto Calvi, che, disperato e temendo di finire in carcere, avrebbe potuto rivelare quanto sapeva ai magistrati.
ior11Per quanto riguarda la Chiesa, in questa vicenda si fa molta fatica a trovare concetti come “perdono”, “carità cristiana” e tutte le altre belle parole della filosofia cattolica, che restano lontane e suonano come un’imbarazzante ipocrisia quando si tratta di tutelare i propri interessi economici e politici.
E c’è anche un ultimo concetto, espresso molto duramente in “Vaticano SpA”: Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dallo IOR, parte un nuovo e sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire. L'artefice è monsignor Donato de Bonis. Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici di primo piano, compreso Omissis, nome in codice che sta per Giulio Andreotti. Titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca vaticana, ma anche il denaro lasciato dai fedeli per le messe è stato trasferito in conti personali. Lo Ior ha funzionato come una banca nella banca. Una vera e propria "lavanderia" nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato Vaticano. Tutto in nome di dio. 

Gli anni ‘60

SifarLa nostra storia comincia negli anni ’60. Sono anni difficili da valutare, perché chiunque come il sottoscritto, li abbia vissuti, ne ha un’immagine romantica, in cui gli aspetti positivi giganteggiano e ho il sospetto che la giovane età di chi li racconta non sia estranea a tanta clemenza.
Quello che si può dire è che è stato sicuramente un decennio di enormi cambiamenti, sia da un punto di vista della vita delle persone che da quello sociale e politico.
Credo non serva un lungo discorso per ricordare come tutto è cambiato anche per gli italiani, intenti a firmare cambiali per comprare la vespa o la prima cinquecento. Dall’altro lato è il periodo che vede molti giovani scender in piazza per rivendicare un ruolo da protagonisti, con una visione differente della vita rispetto a quella dei propri genitori, dei matusa (come si diceva all’ora), responsabili degli orrori della guerra, della fame e della povertà.
Erano anni in cui tutto era possibile: un mondo migliore non era una frase retorica e poetica. La stragrande maggioranza dei ragazzi ci credeva davvero e faceva progetti sul proprio futuro. Che poi siano naufragati miseramente non toglie a quelle iniziative una grande importanza.
C’era, di là dell’oceano, la generazione che partiva per il Vietnam, una guerra assurda, combattuta a 20 mila km di distanza, che si rivelerà un clamoroso flop sia da un punto di vista geopolitico che per l’enorme numero di vittime statunitensi.
In Italia a dominare la scena politica è il partito della Democrazia Cristiana. É presente ovunque ed è ammanicata, si dice, con tutti i poteri forti presenti nella nazione. Con il Vaticano perché scudo contro i senzadio comunisti ed infatti il simbolo è uno scudo con una croce. Con l’economia che sostiene con aiuti di vario genere, usando i soldi dei cittadini, i quali, ovviamente, niente sanno di tutto questo. Ma, accadrà, che legami meno ufficiali si innestino in questo partito: con la mafia ad esempio.
Le manifestazioni di piazza sono, con ogni probabilità, un segnale anche per la Democrazia Cristiana che qualche modifica va fatta e così si comincia a pensare di coinvolgere il Partito socialista italiano, guidato da un eroe della resistenza, come Pietro Nenni, che sarà per diversi anni il vice del capo del governo Aldo Moro. Insomma nasce il cosiddetto centro-sinistra. Si badi bene che, nonostante l’assonanza, quel centro-sinistra non ha nulla a che fare con quello odierno, del resto praticamente scomparso dopo le ultime elezioni politiche.
Del resto cambiamenti in quegli anni erano stati tentati anche a livello internazionale. Negli Stati Uniti la presidenza Kennedy e quella sovietica di Chruscĕv avevano dato, soprattutto dopo i fattacci della Baia dei Porci e dei conseguenti missili nucleari a Cuba, qualche speranza di rendere meno fredda la guerra tra le due superpotenze. Speranza che si potrà realizzare solo molto più tardi e in una situazione geopolitica completamente diversa. Ma i tentativi ci sono stati.
Tornando all’Italia, l’avvicinamento del potere centrale, un potere fortissimo, che si avvaleva di ogni organizzazione possibile dalla chiesa all’esercito, all’economia, non poteva essere visto di buon occhio dagli americani. Questi, subito dopo la guerra avevano addirittura preso accordi con la mafia siciliana per impedire un successo di qualunque tipo da parte dei comunisti. E vedere un uomo di sinistra come Pietro Nenni in posizioni di prestigio all’interno dell’esecutivo, fece scattare l’idea di un colpo di stato come quello del generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo nel 1964.
Del colpo di stato non se ne fa niente, ma la stessa idea di provarci rende più prudente la DC sui cambiamenti di rotta verso la sinistra.
Il tentativo di farla finita con queste manie sinistrorse è racchiuso in quello che l’Espresso definirà il caso SIFAR.
Per entrare meglio nel discorso facciamo un passo indietro.
SIfarA livello internazionale, come accennato, la guerra aveva lasciato un mondo diviso in due: da una parte le terre conquistate dall’Armata Rossa, fuse in un blocco ad indirizzo socialista, dove al “potere del proletariato”, si andava rapidamente sostituendo il “potere del partito”. Dall’altra parte la potenza militare, economica e politica degli Stati Uniti domina l’Occidente capitalista. Nonostante gli sforzi già richiamati prima, la cosiddetta distensione è davvero un piccolo sogno, perché due fatti gravi intervengono a modificare in peggio le relazioni tra i due paesi: la decennale guerra nel Vietnam, di cui si è parlato moltissimo anche in questa trasmissione e la guerra del Kippur tra un Israele sostenuto dagli USA e i paesi arabi confinanti (Egitto e Siria), sostenuti anche militarmente dall’Unione Sovietica.
A metà degli anni ’70 tutti i passi avanti fatti dieci anni prima erano stati cancellati e si dovrà arrivare, come detto, al 1989, per una diversa soluzione internazionale con la caduta emblematica del muro di Berlino e di molti governi del blocco socialista.
In Italia le cose vanno diversamente, almeno all’inizio. Cresce il benessere e con esso i consumi, soprattutto quelli legati all’acquisto di veicoli. La Vespa e la cinquecento, diventano uno status symbol irrinunciabile di un’Italia che cambia. L’aumento dei mezzi a motore modifica anche l’urbanistica, legata anche ad una marcata urbanizzazione della popolazione. Cambia anche la società, che, una volta acquisiti i beni primari, può cominciare a pensare a cose meno prosaiche, come i propri diritti civili. A questo non è estranea la scolarizzazione che cresce vertiginosamente in quegli anni. A cittadini più attenti servono mezzi di informazione migliori. Nascono L’Espresso, nel 1955, e Il Giorno l’anno seguente. Le notizie vengono raccontate con linguaggio moderno e con un piglio che prima semplicemente non esisteva.
Diverso il destino della Televisione, come era stato prima per la radio, colonizzata dai potenti boss della Democrazia Cristiana.
Politicamente c’è il secondo partito per voti, il Partito Comunista Italiano, che viene emarginato e considerato da quasi tutti il pericolo pubblico numero uno.
Nel 1960 nasce il governo Tambroni, con il sostegno dei voti dei neofascisti del MSI. Lo stesso governo consente ai missini di tenere il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Cerchiamo di non fare confusione con quello che si può pensare oggi. Siamo nel 1960 e i ricordi di una dittatura durata oltre vent’anni sono ben presenti negli italiani, molti dei quali hanno vissuto il ventennio in maniera tragica. La conseguenza è un’ondata di proteste, di manifestazioni di piazza, alle quali partecipano un po’tutti: i comunisti, i socialisti, i sindacati, ma anche parte del mondo cattolico e quindi democristiano. La polizia reagisce e a Reggio Emilia vengono uccisi cinque manifestanti. Tambroni è costretto a dimettersi. Al suo posto ecco Fanfani che l’anno dopo, siamo nel 1962, succederà a se stesso guidando un governo con l’appoggio esterno del partito socialista. É il primo vagito del centrosinistra italiano. Ancora un anno e Aldo Moro guiderà il primo governo con ministri socialisti, socialdemocratici e repubblicani, tutti avversi al PCI e quindi degni di entrare nella compagine. Oltre al già citato Pietro Nenni, ci sono ministri importanti come Saragat, reale, Giolitti, Tremelloni, Mancini ed altri. C’è anche l’immancabile Giulio Andreotti e Bernardo Mattarella, il padre dell’attuale presidente della repubblica.
Sifar
Pietro Nenni e Aldo Moro
La cosa davvero nuova però più che la formazione della compagine è il programma che viene presentato alle camere. Un programma di grande rinnovamento: riforma della scuola, con l’obbligo scolastico innalzato a quattordici anni, riforma urbanistica, riforma della pubblica amministrazione, attuazione delle regioni, secondo quanto stabilito dalla Carta Costituzionale, nazionalizzazione delle imprese elettriche e programmazione economica.
Belle prospettive, ma di queste solo due verranno portate a compimento (la scuola e la nazionalizzazione). Poi succede qualcosa. Pietro Nenni verifica che il PSI sta perdendo voti a favore del PCI, il quale nel 1964 supera il 25%. Le masse, insomma, stanno col partito comunista. Nenni è costretto ad una riflessione sul suo desiderio di creare un grande centro socialdemocratico italiano.
Dall’altra parte ci sono le destre interne alla DC, che non digeriscono bene, questo centrosinistra. Queste correnti dimostrano la loro forza quando impongono nel 1962 l’elezione a presidente della repubblica di Antonio Segni, con i voti determinanti dei fascisti del Movimento Sociale.
Anche l’industria era preoccupata, soprattutto quella media-piccola borghesia, che vedeva l’ingresso al governo del PSI come una specie di cavallo di Troia che avrebbe poi aperto la stanza dei bottoni ai comunisti del PCI.
Tutte queste reazioni, accompagnate dal benestare della CIA e del governo americano, portano nel 1964, non tanto a realizzare un colpo di stato (quello del generale De Lorenzo), quanto a cercare di persuadere Aldo Moro a liquidare i socialisti, attraverso un piano, il famoso “Piano Solo”, che avrebbe riportato l’ordine e messo fuori combattimento le opposizioni. Né il colpo di stato, né il piano solo trovarono realizzazione per il rifiuto di molti vertici democristiani a parteciparvi. Tuttavia gli stessi capi della DC si affrettarono a mettere sotto silenzio la trama golpista di De Lorenzo. I fatti emersero solo qualche anno più tardi, nel 1967, grazie a due giornalisti de L’Espresso, Eugenio Scalfari e Lino Iannuzzi, che pubblicarono i retroscena dell’intera vicenda. I fatti vennero racchiusi in una nuova dicitura: il caso SIFAR.
Tutto questo portò ad un deciso rallentamento nel progetto di centrosinistra in Italia, fermando riforme che erano impellenti ed assumendo un atteggiamento che fu tra le cause delle manifestazioni di piazza che, a partire dal 1967 e soprattutto nel ’68 e ’69 infiammarono la scena politica e sociale del nostro paese.

Le premesse

Per comprendere le situazioni di cui parleremo occorre aver ben presente il periodo di cui stiamo parlando. Dopo la guerra, nel 1949, l’Unione Sovietica dispone di armi nucleari, mentre nasce la NATO, una organizzazione tesa alla difesa degli stati occidentali da una eventuale mossa dei comunisti russi. Una delle possibilità del nemico è di usare azioni insurrezionali e di guerriglia, il che porta dritti alla necessità di creare strutture segrete per una guerra non convenzionale. Insomma un’organizzazione che stesse dietro le linee nemiche in particolare in paesi come l’Italia, perché terra di confine col blocco sovietico e perché sede di un Partito Comunista particolarmente forte e attivo. Nasce così Stay Behind, di cui ho parlato in una delle scorse puntate, che in Italia prende il nome in codice di Gladio.
Le informative degli Stati Uniti e in particolare dei dirigenti la CIA sono chiarissimi nel merito. Il Partito Comunista va fermato con ogni mezzo, legittimo e illegittimo poco importa.
A gestire questo particolare settore è l’NSC (National Security Council) massima organizzazione statunitense in tema di sicurezza nazionale.
Teniamo anche presente che l’Italia è ancora occupata dalle forze armate americane. Nel 1949 viene costituito il SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate) con una semplice circolare del ministro della difesa Randolfo Pacciardi. Il protocollo che lo regola è segreto e comporta la totale rinuncia alla sovranità italiana. Anche il personale deve essere approvato dalla CIA. Il SIFAR, in base alla dottrina statunitense, è costituito da militari di provata fede anticomunista, in gran parte provenienti dalle file degli apparati militari ed informativi dell’ex regime fascista.
La strategia di propaganda e guerra psicologica, viene elaborata il 13 novembre del 1951 dalla Commissione C del Psychological Strategy Board, un organismo che riunisce rappresentanti del Dipartimento di Stato, della Difesa e della CIA. Prevede un piano di discriminazione dei comunisti italiani, inviato al governo De Gasperi, che ha tra i vari compiti: “discriminare” le aziende con manodopera comunista, azioni per far fallire o ridurre le cooperative controllate dai comunisti, stimolare il deviazionismo nel PCI, screditare il partito comunista e distruggere la rispettabilità delle sue figure di spicco, compromettere i comunisti che rivestono cariche pubbliche, creare scandali ad hoc, ridurre il potere della stampa comunista. Inoltre il piano sollecita una riforma della legge elettorale “per tagliare la rappresentanza comunista in Parlamento”.
Le indagini che si sono svolte negli anni hanno appurato che i servizi segreti italiani sono tenuti a passare le informazioni e ricevere le istruzioni da una apposita centrale della CIA in Italia che dipende direttamente dalla presidenza degli Stati Uniti. Da un accordo SIFAR-CIA del 1952 viene poi sviluppato il piano Demagnetize per depotenziare e tentare di mettere fuori legge il PCI in Italia.
sifar05Questo piano viene sottoscritto dal direttore del SIFAR che all’epoca è il generale Umberto Broccoli. Si tratta di un piano super segreto di cui non deve venire a conoscenza nemmeno il governo italiano. Si tratta dunque di creare uno stato nello stato. A rendere operativo il piano è, nel 1955, il generale De Lorenzo, diventato capo del SIFAR, quel De Lorenzo già citato per il tentativo di golpe di nove anni dopo.
Nel 1956 nasce Gladio, come detto, la costola italiana di Stay Behind. Di questa organizzazione ho parlato più dettagliatamente nella puntata sulla strage di Alcamo Marina, che trovate integralmente nel mio sito “noncicredo.org”.
Quella del 1964 non è stata l’unica volta che si assiste al tentativo di effettuare un colpo di stato nel nostro paese. Avviene nel 1970, quando Junio Valerio Borghese occupa Viminale, Rai ed altri centri nevralgici del paese. E, anche in questa occasione, i servizi segreti sanno tutto. All’epoca si tratta del SID, guidato dal generale Vito Miceli, il quale si guarda bene dall’informarne la magistratura, lasciando i fascisti tornarsene tranquilli alle loro case come se niente fosse accaduto.
E poi c’è la Rosa dei Venti, quella del 1973, un colpo di stato in sei fasi, tra le quali un intervento militare e la fucilazione di ministri e parlamentari socialisti e comunisti, dirigenti della sinistra, vecchi comandanti partigiani. La “Rosa dei Venti”, secondo una confessione raccolta dai magistrati, era composta da venti organizzazioni fasciste e da gruppi clandestini di militari e al suo vertice c’erano ben 87 ufficiali superiori, rappresentanti tutti i corpi militari e i servizi di sicurezza italiani.
Un altro colpo di stato viene sventato, l’anno successivo, dal ministro della difesa, l’On. Giulio Andreotti che il 15 luglio destituisce una dozzina di ammiragli e generali per prevenire, appunto, un golpe previsto per il 10 agosto.
Nello stesso mese, il 23 agosto, la magistratura di Torino scopre un complotto, noto come “golpe bianco”, che fa capo a Edgardo Sogno, Randolfo Pacciardi, ex ministro della Difesa, ed altri. Il progetto ha il sostegno degli Stati Uniti e della loggia massonica P2 di Licio Gelli e l’obiettivo di forzare l’intervento dei militari a favore di una repubblica presidenziale. Tutte le inchieste relative ai tentativi di colpo di stato vengono definitivamente archiviate nell’autunno del 1978 dalla procura di Roma.
Questo elenco fa capire chiaramente come i servizi segreti italiani (e i loro partner d’oltreoceano) hanno un ruolo fondamentale nel determinare le linee politiche dei vari governi e quindi lo sviluppo stesso del paese.
A dire il vero i Servizi cambiano nome e capi. Si comincia dopo il golpe De Lorenzo. Sparisce il SIFAR e nasce il SID, guidato dall’ammiraglio Eugenio Henke. É in questo periodo che si innesca la strategia della tensione a partire dalla strage milanese della banca dell’agricoltura in piazza Fontana il 12 dicembre 1969. L’anno dopo ad Henke succede Vito Miceli, quello del tentato golpe Borghese. Sono gli anni forse più terribili, quelli dello stragismo da Peteano alla questura di Milano, dall’Italicus a piazza della Loggia a Brescia.
Poi nel 1977 finalmente la riforma. Due organismi separati: Il SISMI, affidato ai militari con compito di occuparsi dell’estero e il SISDE (Servizio informativo per la Sicurezza Democratica) affidato al corpo demilitarizzato della polizia. nascono nuove figure di controllo e di collegamento tra i Servizi e il parlamento. La riforma trova l’approvazione anche del PCI, ormai ad un passo dal partecipare alle decisioni governative.
Ma, anche questa volta, ecco uno scandalo enorme, quello della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Sono coinvolti praticamente tutti i vertici dei Servizi in una organizzazione che certo non ha molto di democratico. Per tutti gli anni ’80 uomini del SISMI sono implicati in scandali e inchieste, avendo responsabilità e coprendo con depistaggi continui inchieste su fatti gravissimi che sono costati la vita a molti cittadini italiani.
Solo negli ultimi anni sembra che questi organismi abbiano scelto la via del basso profilo e vengano guidati da figure non eclatanti, ma di sicuro spirito democratico.

L’Italia del dopo-guerra

Adesso però dobbiamo tornare indietro e cercare di capire cosa è successo negli anni che hanno portato al tentativo di colpo di stato del 1964.
Ne ho già accennato. Gli Stati Uniti sono molto preoccupati, dopo la guerra, e mandano i loro uomini migliori a supervisionare le nuove organizzazioni di difesa in ambito NATO. Così, per quasi tutto il decennio ’50 è a Roma William Colby, futuro dirigente della CIA, in quegli anni semplicemente agente segreto con incarichi speciali. É lui a fondare le operazioni Stay Behind in Scandinavia. Nello stesso periodo l’ambasciatrice USA a Roma è Claire Boothe Luce, una fanatica anticomunista, proveniente dall’ambiente del cinema e della moda, che avrà alcuni fastidi per certe sue uscite esageratamente maccarthiste e quanto mai inopportune. Il punto di riferimento italiano di questi personaggi è il ministro Fernando Tambroni, di cui ho già detto prima.
Uno degli uomini di punta nella lotta al comunismo italiano in quegli anni è Carmel Offie, membro dell’OPC, un Ufficio creato dal ministero degli esteri statunitense per la guerra psicologica, per la propaganda e il finanziamento di iniziative che destabilizzassero l’Unione Sovietica e tutti quelli che le vanno dietro, quindi anche il PCI. É lui, Offie, a patrocinare l’intervento autonomo della CIA nel nostro paese e a suggerire che a guidare il SIFAR sia il generale Giovanni De Lorenzo. É il 1955 e qui comincia un’opera imponente di schedatura dei personaggi in vista della nazione. Non solo dei politici o dei comunisti. Nei 157 mila fascicoli compilati, si trovano politici, sindacalisti, imprenditori, uomini d’affari, intellettuali, religiosi, militari. Indicazioni quasi maniacali. Per fare un esempio c’erano tutte le marche e le quantità degli alcolici utilizzati dal futuro presidente della repubblica Giuseppe Saragat. É il giornalista Renzo Trionfera dell’Europeo a scrivere i primi articoli su questa vicenda nel 1967qualche anno più tardi. Si forma di conseguenza una commissione parlamentare guidata dal generale Aldo Beolchini, che si trova di fronte ad una quantità di materiale davvero imponente. Lo stesso generale dirà in una intervista che, per l'onorevole Fanfani, ad esempio, c'erano quattro volumi, ciascuno gonfio come un doppio dizionario.
Torneremo su questi fascicoli più avanti.
Dunque migliaia di italiani vivevano in una specie di casa del grande fratello, spiati di continuo e osservati anche nelle loro abitudini quotidiane. Chi ci fosse dietro questa manovra non è mai stato chiarito. Se la responsabilità di De Lorenzo è chiara, pare che l’input di questa schedatura sia venuto dai vertici della CIA e precisamente dal capo stazione italiano Thomas Karamessines, per la già spiegata paura dell’ingresso socialista e in futuro comunista alla guida del paese.
Anche sul ruolo dei nostri politici ci sono molti dubbi. Uno dei collaboratori di De Lorenzo, il colonnello Rocca, che sarà quello che organizzerà la struttura clandestina Gladio, riferisce alla commissione Beolchini che i servizi schedavano quelle persone per rispondere alle continue richieste nientemeno che del presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Ma, ancora oggi, non è per niente chiaro il ruolo che la politica italiana abbia giocato in questa triste vicenda.
Nel 1962 il Quirinale vede il cambio della guardia. Nuovo inquilino è Antonio Segni democristiano decisamente di destra, grande sostenitore di De Lorenzo, che divenne anche per questo comandante dell’arma dei carabinieri. Il mandato di Segni dura solo due anni, dal momento che una grave malattia gli impedisce di portare a termine il mandato, ma sono due anni in cui succedono cose importanti per il paese.
C’è un balletto continuo tra chi spinge per un governo di centro sinistra (Aldo Moro su tutti) e chi fa di tutto perché le innovazioni volute da Pietro Nenni vengano chiuse in un cassetto. Tra questi anche il nuovo presidente della repubblica.
Sempre nel 1962 termina anche il mandato di De Lorenzo a capo del SIFAR, il mandato più lungo di tutti. Tuttavia egli riesce a controllare le azioni dei servizi, avendo messo suoi uomini fidatissimi nei posti chiave dell’organizzazione.    
Il generale rivoluziona, letteralmente, il corpo dei carabinieri, facendolo diventare uno dei punti di forza dell’esercito italiano. Nuovi armamenti, nuovo spirito di corpo, nuovi obiettivi, una istituzione efficiente e all’avanguardia, agguerrita e pronta a tutto.
In un periodo ricco di dubbi, il generale suggerisce al presidente Segni di varare un governo del presidente con a capo il presidente del senato Cesare Merzagora. Le sinistre sarebbero ovviamente state fuori da questo progetto.
Così De Lorenzo propone a Segni un piano, di adesso parleremo, che coinvolge solo i carabinieri e nessun’altra forza. Per questo quel piano prende il nome di Piano Solo.
A Segni il tutto va bene e si appresta a dare a Merzagora l’incarico di fare il governo, quando succede un colpo di scena. Di questo però parleremo tra poco, perché prima dobbiamo capire cosa contiene, nei fatti, la proposta di De Lorenzo, cioè il Piano Solo.
Una prima mossa da fare è quella di prelevare i personaggi politici ritenuti pericolosi, quelli per così dire di sinistra, e raggrupparli a Capo Marragiu, in Sardegna, dove c’è la sede del Centro di Addestramento Guastatori. Per trasportarli si usano aerei coi finestrini oscurati o elicotteri o, addirittura, sommergibili, che però vanno chiesti in prestito alla marina statunitense, l’unica ad averne sul territorio. Nessun massacro, per carità, una volta finita l’emergenza sarebbero tornati liberi. Gli autori di questa fase sono i Carabinieri, affiancati da gruppi di civili, tutti ex parà e repubblichini di Salò. I soldi arrivano invece dalla Confindustria e da alcuni circoli paramilitari. Non c’è dubbio dunque che si tratti di un golpe di chiaro stampo fascista, ma nel vero senso del termine, con la fattiva collaborazione della CIA.
E qui si capisce l’utilità di quelle liste che De Lorenzo, quando era a capo del SIFAR, aveva fatto così scrupolosamente redigere su migliaia di personaggi italiani.
Poi i Carabinieri assumono il controllo delle istituzioni (Camera, Senato, presidenza della repubblica, palazzo Chigi) e dei centri più importanti dei servizi pubblici: le redazioni de L’Unità (all’epoca organo ufficiale del Partito comunista italiano), le sedi della RAI e tutte le prefetture.
Come detto la CIA sapeva tutto. Nei suoi dispacci di quel periodo si fa spesso riferimento ad un possibile colpo di stato in Italia. Non solo, si indica con precisione gli incontri che De Lorenzo ha con il capo dello stato Segni e con il papabile capo del nuovo governo Cesare Merzagora. Dunque era tutto programmato.
Il 2 giugno, giorno della festa nazionale, le truppe sfilano per Roma. Sono stranamente più del solito, ma pochi giorni dopo, in occasione del 150° anniversario della fondazione dell’Arma, De Lorenzo mostra alla nazione la sua nuovissima brigata meccanizzata, dotata di imponente armamento anche pesante. Non solo: De Lorenzo impose che le truppe arrivate a Roma vi si sarebbero trattenute per altri mesi per motivi logistici. Molti importanti esponenti dei partiti di sinistra mangiano la foglia e si dileguano. Qualche giorno dopo il governo di centrosinistra Moro, per le richieste troppo innovatrici avanzate da Nenni, è costretto a dimettersi.
Sembra che tutto combaci: è l’ora della mossa di De Lorenzo.
Il dibattito politico verte tutto sull’opportunità di avere le sinistre al governo. Mentre Moro insiste in quella direzione, Segni sostiene (secondo molti minaccia) un governo autoritario, fatto di tecnici e sostenuto dai militari. Al comando ci sarebbe stato il senatore Merzagora.
Lo stesso Aldo Moro ha modo di confrontarsi con De Lorenzo per questioni di ordine pubblico e, sicuramente, viene a conoscenza di questa minaccia e delle larghe intese istituzionali che la sostengono. É qui che accade il colpo di scena. Pietro Nenni rinuncia a gran parte delle sue richieste e si viene a formare un governo di centro sinistra sì, ma “edulcorato”, come lo stesso Moro ebbe a definirlo. Nel programma delle richieste di innovazione e di riforma non c’è più alcuna traccia. Alla fine, insomma, Segni, De Lorenzo e la stessa CIA vincono la battaglia.  (105)

Le commissioni d’inchiesta: fu vero golpe?

Il fatto, così come l’ho presentato è molto grave. Significa che pochi anni dopo la fine del regime fascista i rigurgiti di tornare ad una forma non democratica di governo erano ancora molti e ben radicati in una pare delle nostre istituzioni.
Ma, all’epoca, nel 1964, nessuno sapeva niente. Non il popolo, il quale quasi mai si rende conto di quello che avviene, non la magistratura e nemmeno la stampa, la quale spesso è l’unica sentinella vigile a meno che non si tratti di stampa di regime e ce n’è molta ancora oggi.
A denunciare per primo il Piano Solo è Ferruccio Parri, partigiano, primo presidente del governo di unità nazionale, una icona dell’antifascismo. Ma il ministro della difesa, Tremelloni, dichiara che i fascicoli del SIFAR sono già andati al macero da un pezzo. Una bugia, smentita, alla metà febbraio 1967 da un articolo dell’Europeo, che pubblica l’intero dossier con il coinvolgimento dell’ormai ex presidente della repubblica Antonio Segni. Uno scandalo colossale che fa partire una serie di inchieste giornalistiche sui fatti di quell’estate 1964. Tra queste la più puntuale arriva da l’Espresso, dove due giornalisti, entrambi oggi ultranovantenni, Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, rivelano le trame golpiste del generale De Lorenzo, nel frattempo promosso (dal ministro della Difesa Giulio Andreotti, a capo di stato maggiore. I due finiscono sotto processo, denunciati dal generale golpista, ma di questo parleremo tra poco. Tutto questo subbuglio ha come aspetto rilevante la costituzione di una serie di commissioni parlamentari d’inchiesta su quello che ormai tutti chiamano lo “scandalo SIFAR”.
La prima di queste commissioni, ne ho accennato, è diretta dal generale Beolchini. Occorre avere presente gli obiettivi.
Primo: perché il generale aveva ordinato di indagare su così tante personalità?
Secondo: l’iniziativa del generale può essere considerata un vero colpo di stato?
La commissione lavora alacremente e arriva a conclusioni importanti: si prende atto dell’esistenza dei dossier e ci si chiede a cosa servissero. Ci si domanda perché il SIFAR dipendesse ancora da De Lorenzo, il cui incarico era terminato anni prima. Va tenuto presente cos’era all’epoca il parlamento italiano. La Democrazia Cristiana godeva di una larghissima maggioranza relativa di oltre il 42% dei seggi sia alla Camera che in Senato. Se si sommano i loro alleati di governo si arriva a oltre il 61%. Insomma i parlamentari del governo potevano fare e disfare quello che volevano e come volevano.
In effetti, come lo stesso generale Beolchini dirà nel 1974, la sua relazione non era mai stata pubblicata integralmente; su 37 testimoni interrogati erano stati allegati solamente 32 documenti e nessuno di essi giunse in Parlamento.
Vale la pensa rileggere un brevissimo passaggio della relazione sui fascicoli del SIFAR. Beolchini scrive che a De Lorenzo andava addebita la colpa “di aver dato una decisa svolta all’indirizzo operativo del SIFAR, spingendo indagini su personalità civili e militari che nulla avevano a che fare con la sicurezza interna o con il controspionaggio e creando le premesse per la proliferazione dei fascicoli e delle pratiche.”
Insomma la difesa dello stato non c’entrava proprio per niente. De Lorenzo aveva ben altre mire.
Dopo la commissione Beolchini arriva quella diretta dal vicecomandante dell’Arma dei Carabinieri, generale Giorgio Manes. In realtà questi non doveva indagare sul suo capo, ma scoprire chi dei carabinieri aveva passato informazioni a L’Espresso, chi era, insomma, la talpa.
Ma Manes, forse tirato dentro una vicenda così torbida, scopre ben altro. Che un gruppo di potere si era stabilito all’interno dell’arma, che agiva all’ombra di qualche protettore politico. Tra questi, guarda caso, ecco spuntare il nome di Francesco Cossiga. Costui smentì in Parlamento e, ovviamente, i suoi soci gli credettero.
Ma il generale Manes aveva idee ben diverse. Era convinto fermamente che De Lorenzo aveva progettato un vero e proprio colpo di stato. Questa sua posizione lo isola completamente e riceve l’accusa di aver superato e non di poco il mandato che gli era stato dato. Muore poco dopo a Montecitorio per infarto, dopo aver bevuto un caffè e poco prima di deporre presso la commissione parlamentare sul golpe. Un caso? Forse sì … o forse no. 
Abbiamo lasciato da parte la questione dei due giornalisti. Bene essi vengono processati e condannati a 14 e 15 mesi di reclusione con la condizionale, nonostante il Pubblico Ministero ne avesse chiesto il proscioglimento perché avevano solo esercitato il loro diritto di cronaca.
In questo processo saltano fuori tutte le magagne del caso. Si chiede la lettura del rapporto Manes, ma una telefonata di Aldo Moro blocca l’intero processo e requisisce il rapporto. Questo torna in aula più avanti, ma è coperto dal segreto di stato e oscurato da ben 72 omissis, cosa piuttosto strana perché, come chiarirà Jannuzzi diverso tempo dopo, i punti incriminati non erano più di tre o quattro.
Anche il processo d’appello ai due giornalisti ebbe qualche sorpresa. Salta fuori infatti un nastro nel quale è presente una conversazione tra De Lorenzo e il capo di gabinetto del ministero della difesa, in cui si afferma la volontà del governo di insabbiare l’inchiesta sul SIFAR. Interviene il SID (il neonato nuovo Servizio Segreto) che lo requisisce prima che si possa ascoltare in aula. Verrà consegnato alla commissione parlamentare d’inchiesta sul piano Solo.
I due giornalisti vengono nuovamente condannati ed evitano il carcere perché sono eletti in Parlamento uno nelle file del partito Radicale e l’altro nel Partito Socialista.
Curiosamente la loro elezione consente di ottenere una nuova commissione di inchiesta, questa volta presieduta dal senatore democristiano Giuseppe Alessi.  Riuscirà questa nuova commissione a capire come sono andate le cose? Lo scopriremo tra poco.

Altre commissioni

Per evitare questa nuova indagine, il governo forma una commissione di tre generali che, in pochi mesi di riunioni stabilisce che “non ci fu tentativo di colpo di stato”, ma ammette che De Lorenzo in quel 1964 aveva messo in atto misure illegali tese ad assumere il controllo delle grandi città, confermando il reclutamento di squadre fiancheggiatrici formate da civili.
La commissione Alessi non ha maggior fortuna della precedente. Appena richiesto il nastro uscito nel processo contro i giornalisti, il ministero della difesa sequestra tutto e restituisce il materiale quasi un anno dopo con il divieto assoluto di audizione perché coperto dal segreto di stato. É il 14 dicembre 1969. Il giorno dopo la commissione chiude i battenti e Alessi prepara la sua relazione. Altre di minoranza vengono predisposte da PCI, PSIUP e dalla Sinistra Indipendente.
Nessun colpo di stato, ma un eccessivo zelo del generale, pericoloso perché si rischiava di far tornare l’Italia nella situazione del 1960, quella del governo Tambroni e dei morti di Reggio Emilia.
Una delle decisioni importanti della relazione Alessi è la decisione della Camera dei deputati, di distruggere i fascicoli SIFAR, quelli con tutte le schedature stilate dai Servizi Segreti.
Su questo punto occorre una precisazione. La domanda “Quei fascicoli sono poi stati distrutti?” ha come risposta “Non si sa”. Vediamo come sono andate le cose.
Siamo nel 1971. Incaricato della distruzione del materiale è il ministro della difesa, Giulio Andreotti. Dopo tre anni, nel 1974, niente è ancora stato fatto. E allora l’incarico passa al tenente colonnello Antonio Viezzer, direttore dell'archivio del SID, il quale, essendo uno stretto collaboratore di Licio Gelli, dirottò i fascicoli verso gli archivi di quest'ultimo. Questa è una versione. Ce ne sono altre, che tuttavia portano sempre al Venerabile maestro della P2. I fascicoli per così dire più pericolosi riguardano l'ambasciatore Francesco Malfatti, l'ex Ministro della difesa Roberto Tremelloni, il più volte Presidente del Consiglio Amintore Fanfani, il politico fiorentino Giorgio La Pira e l'ex Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Nel 1988 vengono distrutti 497 fascicoli illegittimi (sono parole dell’allora ministro della difesa il liberale Valerio Zanone), un numero insignificante rispetto ai 157 mila di cui si parlava all’inizio. Per quanto riguarda le copie presunte effettuate prima della distruzione e, secondo qualcuno, portate da Gelli in Uruguay, le cose stanno come sempre nella nebbia più fitta. Quella della fine dei fascicoli del SIFAR è un altro mistero della nostra repubblica che non ha per ora alcuna spiegazione.
Ma la questione non muore qui.
Si arriva al 1988 quando una commissione parlamentare, chiamata commissione stragi, si occupa di tutto il marcio che il sottobosco politico, militare, economico, ha regalato a piene mani al nostro paese. Tra i vari temi, anche la questione SIFAR e il piano Solo.
La novità è che, dal 1990 non ci sono più documenti secretati e quindi è possibile accede ad atti che le precedenti indagini non avevano avuto a disposizione. Purtroppo tra tutti gli incartamenti ne manca uno fondamentale: l’elenco delle persone che avrebbero dovuto essere rischiuse nella base militare in Sardegna.
Le conclusioni tengono conto di alcuni passaggi agghiaccianti dei documenti esaminati. Ad esempio:
L’occupazione dei giornali avrebbe dovuto protrarsi “per il tempo strettamente necessario a rendere inefficienti tutte le macchine tipografiche, onde rendere impossibile la stampa dei giornali”.
I commissari hanno chiaro che non poteva trattarsi di un piano all’interno delle normali regole democratiche e nemmeno di un paino predisposto per eventuali insurrezioni contro lo stato. Perché allora coinvolgere solo l’Arma dei carabinieri? Perché prevedere l’occupazione di ogni centro di potere, di informazione, di attività politica? Certo, la conclusione sarebbe semplice: si tratta del progetto di un colpo di stato. Ma anche questa commissione non arriva a tanto e conclude:
appare improduttivo indugiare sulla “realtà” di un progetto golpista da parte del generale De Lorenzo ovvero se non vi sia stato nulla di tutto ciò ma soltanto un improvvido attivismo del generale, un maldestro eccesso di zelo la cui importanza sarebbe stata a torto enfatizzata negli anni successivi
Traduciamo in italiano: è inutile domandarsi se si trattò di una minaccia reale ma soltanto di un eccesso di zelo del generale. E male ha fatto chi ha, negli anni seguenti, enfatizzato la cosa. Insomma alla fine la colpa è di Scalfari e Jannuzzi e di quelli che quel tentativo lo hanno preso maledettamente sul serio.
Chiudo questo argomento con le parole di Aldo Moro. Le scrive mentre è prigioniero delle Brigate Rosse. Questo almeno è quando emerge dai suoi scritti arrivati a noi, perché anche sulle carte di Moro ci sarebbe da discutere a lungo e magari lo faremo in una puntata di Noncicredo. Ecco il testo:
Nel 1964 si era determinato uno stato di notevole tensione per la recente costituzione del centrosinistra […], per la crisi economica che per ragioni cicliche e per i concorrenti fatti politici si andava manifestando. Il Presidente Segni […] era fortemente preoccupato. Era contrario alla politica di centrosinistra. Non aveva particolare fiducia nella mia persona che avrebbe volentieri cambiato alla direzione del governo. […] Fu allora che avvenne l’incontro con il generale De Lorenzo […]. Per quanto io so il generale De Lorenzo evocò uno dei piani di contingenza, come poi fu appurato nell’apposita Commissione parlamentare di inchiesta, con l’intento soprattutto di rassicurare il Capo dello Stato e di pervenire alla soluzione della crisi”. “Il tentativo di colpo di Stato nel ’64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare […] ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centrosinistra, ai primi momenti del suo svolgimento
Concludo con una mia osservazione. Il fatto che l’elenco dei personaggi da rapire non sia stato reso pubblico mai, nemmeno quando il resto della documentazione è stata desecretata non lascia spazio a molte ipotesi. La sola che, personalmente, mi viene in mente è che quell’elenco conteneva dei nomi talmente importanti nella vita politica e sociale del paese, che sarebbero essi stessi stata prova più che sufficiente che il tentativo di De Lorenzo non era certo un gioco di ruolo o un piano di difesa delle istituzioni. Con quei nomi nell’elenco non poteva che trattarsi di un tentativo di colpo di stato. Il fatto che il governo italiano per molti anni abbia nascosto la verità lo rende, una volta di più responsabile di quanto è accaduto.
E a noi rimane ancora un altro mistero di fronte al quale, come ormai abbiamo imparato, non abbiamo risposte, solo sospetti.

Il ruolo dei giornali

Resta un ultimo aspetto da considerare: il ruolo dei giornali all’epoca dei fatti. Ne ho già parlato, ma è interessante notare che, mentre l’Espresso e successivamente Repubblica dedicano pagine di fuoco e titoli cubitali alle loro inchieste, il resto della stampa non prende nemmeno in considerazione un evento che, secondo molti, era davvero epocale. Ho letto da qualche parte che il Tempo, giornale di Roma schierato a destra dedicò solo due trafiletti in tutto il tempo durante il quale le notizie venivano sbattute in prima pagina dal giornale di Scalfari.
Nel 2004 il giornalista Paolo Mieli esce con dichiarazioni che adesso riporterò. É direttore del Corriere della Sera, perfettamente allineato alla ideologia berlusconiana, decisamente di destra, nonostante una gioventù passata tra movimenti e giornali decisamente di sinistra (tra i quali anche l’Espresso).
Mieli dunque sostiene in quell’occasione che:
1) I moti di piazza del ‘60 contro Tambroni furono una interferenza dei comunisti, che volevano a tutti i costi favorire la nascita del centrosinistra.
2) le proteste stradaiole - pur lecite costituzionalmente - sono sempre foriere di guai poiché sovvertono lo svolgersi ordinato della democrazia parlamentare.
3) Il famoso "golpe" del generale De Lorenzo, appoggiato ai servizi di sicurezza e al Comando generale dell'Arma dei carabinieri, non fu affatto un "golpe", non sovvertì le istituzioni, non provocò né moti di piazza né sedizione di corpi militari.
4) La campagna di stampa che rivelò il preteso "golpe" e ne drammatizzò gli effetti politici fu una forzatura se non addirittura una montatura.
5) Da quella montatura scaturirono conseguenze nefaste e addirittura la motivazione alla nascita del terrorismo brigatista il quale, con la scusa di contrastare un golpismo della destra sempre latente, decise di prendere le armi ed entrare in clandestinità. Si deve pertanto anche alla montatura d’un golpismo inesistente la fosca stagione degli anni di piombo e le vittime che essa seminò sul suo cammino.
Dunque gli articoli di Scalfari e Iannuzzi, secondo Mieli, sarebbero responsabili della nascita delle Brigate Rosse e di tutti gli altri gruppi armati. Tesi difficile da digerire. Ecco come risponde Eugenio Scalfari. Tra virgolette: l’articolo è del 31 gennaio 2004.
----------------------------------------
Tralascio "l'idea" di Mieli sul governo Tambroni e sulla caduta provocata da moti di piazza patrocinati dal Pci. Lo tralascio per brevità non senza però osservare che i comunisti non furono affatto contenti della nascita del centrosinistra. Temevano infatti - e dal loro punto di vista non sbagliavano - che l'arrivo del partito di Nenni al governo avrebbe ancor più approfondito il solco tra il Psi e il Pci avvicinando i socialisti ai socialdemocratici di Saragat e alla Dc e aumentando la ghettizzazione politica del Partito comunista. Cade dunque la tesi che sta alla base dei ragionamenti di Mieli e cioè che i moti anti-tambroniani fossero patrocinati dal Pci per favorire la nascita del centrosinistra, mentre è certamente vero che a Porta San Paolo, a Genova, a Bologna, a Modena, a Reggio, i giovani comunisti scesero in piazza insieme ai socialisti, ai repubblicani, ai cattolici di sinistra, ai radicali, come è sempre accaduto in Italia tutte le volte che l’antifascismo è ridiventato un valore fondante e repubblicano minacciato e da difendere.
>>> É stato un "golpe" il tentativo del generale De Lorenzo? Caro Paolo si tratta di intendersi sulla parola. Se per "golpe" si vuol definire una sedizione di corpi armati che rovesci con la forza le istituzioni legittime, allora De Lorenzo non fece nessun golpe poiché le istituzioni non furono rovesciate. De Lorenzo in realtà dette il suo nome e la sua opera ad un confronto, certamente temibile per le fragili strutture democratiche del nostro Paese. Utilizzò ai fini del complotto il Sifar guidato dal suo pupillo generale Allavena e il Comando generale dei carabinieri con la sola eccezione del vicecomandante, generale Manes, il quale fu ostracizzato e tenuto all’oscuro dei piani predisposti e, quando ne ebbe sentore, li denunciò pubblicamente. Le predisposizioni, attivate con lo stimolo costante dell’allora Capo dello Stato Antonio Segni, sfociarono nel famoso "Piano Solo" che prevedeva l’enucleazione di centinaia di comunisti, socialisti, sindacalisti, democratici, il loro trasporto in Sardegna, la requisizione di navi e aerei per la bisogna, l’occupazione dei principali palazzi pubblici a cominciare dalla televisione. Quando sull’Espresso rivelammo queste circostanze (era il maggio del 1967) ne seguì un processo clamoroso a metà del quale - e dopo avere ascoltato come testimoni tutti i componenti dello Stato maggiore dell’Arma e i comandanti delle divisioni - il pubblico ministero Occorsio chiese l’assoluzione dei giornalisti dell’Espresso e la remissione degli atti alla Procura per procedere contro il querelante. La richiesta non fu accolta, il governo Moro (il terzo o il quarto del centrosinistra) oppose il segreto di Stato, i giornalisti furono condannati. Ho viva memoria di come i grandi giornali e in particolare il Corriere della Sera seguirono quel processo e la sua conclusione, relegandolo in spazi marginali e parlandone, appunto, come una montatura giornalistica. All’epoca Repubblica non era ancora nata e la pelle dei grandi quotidiani nazionali aveva lo spessore di quella dei rinoceronti. Seguì un’inchiesta parlamentare; lo Stato maggiore dell’Arma che aveva negato tutto davanti ai giudici sotto giuramento, ammise tutto dinanzi alla Commissione d’inchiesta parlamentare, certo comunque dell’impunità e infatti gli fu data. Questa è la storia. La provano gli atti di giustizia e i documenti parlamentari.
>>> Il risultato politico di quel complotto di De Lorenzo fu molto chiaro. Era in atto tra il maggio e il giugno del ‘64 una grave crisi politica ed economica; il business italiano, già colpito dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica, tremava al pensiero che i socialisti volessero attuare la nazionalizzazione dei suoli edificabili, che avrebbe spezzato la speculazione sulle aree ed avrebbe impresso un corso diverso allo sviluppo delle città, delle coste, insomma del Paese. Si verificò in quei mesi un esodo di capitali verso la Svizzera e altri luoghi di riparo che non ha precedenti nella nostra storia. In queste condizioni fu deciso, nel business e nei palazzi del potere a cominciare dal Quirinale, che bisognava dare una svolta netta alla politica italiana. De Lorenzo predispose e si tenne pronto. Anche Moro sapeva e con lui tutti i capi dorotei della Dc. Con la consueta abilità Moro decise di piegare i socialisti per arginare il complotto e le sue conseguenze. Nenni fu convocato e messo al corrente. Da vecchio "politicien" misurò le forze e cedette. Nel comitato centrale del suo partito spiegò la sua decisione confessando che aveva sentito il «rumore delle sciabole». A me lo confermò personalmente quando, essendo io stato eletto deputato, lo sollecitai a schierare il gruppo parlamentare socialista contro le conclusioni perdonatorie della Commissione d’inchiesta. «Se lo facessi - mi disse - il governo cadrebbe. Dovetti cedere allora, non posso impuntarmi oggi». Ora, caro Mieli, se tu non hai ricordi e documenti che diano una versione diversa di questi fatti, non mi pare che ci siano alternative. E se non ci sono alternative in punto di fatto, resta dunque assodato che la fine del centrosinistra riformatore avvenne sotto il ricatto di una minaccia militare appoggiata da consistenti forze politiche. Come vuoi chiamare un fatto di questo genere? Un fatto sicuramente eversivo, un’interferenza infinitamente più grave e fuori dalla Costituzione di fronte alle proteste stradaiole dei ragazzi con la maglietta a righe contro il governo Tambroni. Quanto al terrorismo, farlo discendere dalla nostra campagna di stampa del ‘67 mi sembra un esercizio che nessun acrobata potrebbe portare a termine. Forse ti sei dimenticato che prima degli omicidi delle Br c’erano state le stragi di Piazza Fontana e di Brescia. Una persona della mia età può avere la memoria debole, ma tu no, non ancora. (Eugenio Scalfari).
----------------------------------------
Questa vicenda è un’altra delle tante che riempiono di mistero il passato recente della nostra repubblica. Certo sono passati tanti anni e probabilmente a molti non importa di sapere qual è stata la storia del paese ai suoi albori. Ma la Storia è proprio questo: cercare di capire cosa è successo e perché, perché da quelle scelte, quelle di Segni, di Moro e dello stesso Pietro Nenni, nasce un paese diverso da quello che avremmo potuto avere, forse con meno vandalismo sul territorio, forse con meno morti, forse con più giustizia.
Forse.

Introduzione

usticaL’ultima volta abbiamo affrontato la questione della strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto del 1980. Pur essendo uno dei pochi misteri italiani formalmente chiariti, con tanto di condanne, abbiamo visto che restano moltissimi dubbi sui reali responsabili di quell’orrendo eccidio, in particolare sui mandanti e sulle motivazioni. In particolare la storia è piena zeppa di tentativi, spesso perfettamente riusciti, di depistare le indagini e ostacolare così la comprensione di quanto avvenuto. Questa tecnica è stata piuttosto comune nelle storie che trovate in questa sezione del sito. Le stragi della strategia della tensione da Piazza Fontana in poi, e fatti gravissimi come il rapimento di Aldo Moro, sono stati soggetti a depistaggi e inquinamenti di prove che hanno allontanato la verità e, come detto, lasciato nella testa di chi si avvicina a queste vicende il dubbio che non tutto sia stato detto, per coprire persone, istituzioni o azioni. Per coprire anche il comportamento di paesi stranieri ai quali allora e oggi non si vogliono attribuire responsabilità per convenienze politiche, commerciali o strategiche o, più squallidamente per il proprio quieto vivere.
La cosa più schifosa è osservare quelli che condividono la responsabilità dei morti e piangono poi lacrime di coccodrillo davanti alle telecamere. Sono servizi segreti, politici, poteri forti dello stato e non dello stato, intestatari di interessi che volano sopra le teste dei cittadini.
E noi, che ragioniamo prevalentemente con il buon senso, facciamo fatica a capire come sia possibile che, per proteggere e compiacere alleati ritenuti utili, la ragione di stato autorizzi il sacrificio di molte persone o anche di un solo cittadino.
Ebbene, oggi avremo un altro esempio di tutto questo, in quanto cercheremo di indagare e riferire sui depistaggi, sulle mezze verità, sulle prove accertate e poi smentite, sulle differenti versioni dei fatti, insomma sui dubbi enormi che un’altra strage si porta dietro. Cercherò di raccontare i mille dubbi che emergono dall’analisi delle inchieste seguite alla morte di 81 persone che da Bologna stavano dirigendosi vero Palermo, su un DC9 dell’Itavia, il 27 giugno del 1980.

La storia

Ci sono moltissimi testi che parlano di quanto accaduto ad DC9 dell’Itavia e del suo viaggio Bologna-Palermo, così tragicamente interrotto. Sono tutti degni di essere letti, anche se a volte propongono tesi completamente difformi da quelle oggi accettate come vere o quantomeno come le più probabili, perché, meglio dirlo subito, la verità su questa vicenda, semplicemente non c’è. A quasi 40 anni dall’eccidio di 81 persone nessuno è in grado di dire come sono andate davvero le cose. Non è in grado di farlo perché non può o perché non vuole, ma l’esito è esattamente lo stesso!
Personalmente ho letto diversi libri, anche se quello che alla fine ho deciso di seguire per raccontarvi questa storia incredibile è quello di Carlo Mazzei: “I segreti di Ustica”, edito da Area51 Publishing, ottenibile anche come ebook a soli 3€.
Fatte le doverose premesse, possiamo cominciare.
Anche se è probabilmente conosciuta da tutti, non possiamo non partire dai fatti, magari in sintesi, perché poi l’analisi del dopo-strage è lungo e, credo, molto interessante, anche se un tantino irritante.
dc9L’aereo DC9 parte da Bologna alle 20,08 del 27 giugno 1980 con quasi due ore di ritardo. Il volo procede regolarmente, fino all’ultimo contatto radio che avviene alle 20,59. Poi, improvvisamente, il silenzio con le conversazioni tra i piloti troncate di netto. Cinque minuti dopo la torre di controllo di Palermo chiama il volo, che non risponde. Da Roma viene chiamato più volte, rivolgendosi anche da un volo dell’Air Malta, che sta seguendo la stessa rotta. Alle 21,13 è previsto l’atterraggio, che non avviene. Alle 21,25 assume il comando delle operazioni il centro del soccorso aereo di Martina Franca, allertando il 15° stormo a Ciampino, dove stazionano gli elicotteri specializzati nel soccorso aereo. Il primo di questi decolla 20 minuti dopo perlustrando l’area presunta senza vedere nulla. L’aereo intanto viene considerato disperso. Solo con le prime luci del giorno seguente, 28 giugno, alcune decine di miglia a nord di Ustica si scoprono detriti, poi una grande chiazza di carburante. Qualche ora dopo affiorano i primi cadaveri dei passeggeri. L’aereo è precipitato in una zona del Tirreno profonda 3’700 metri. Ha inghiottito 81 persone, tutte quelle a bordo del velivolo. Verranno recuperati 38 corpi.
La procura di Palermo dispone l’esame esterno di tutti i cadaveri e l’autopsia di 7 di loro. I periti arrivano alla conclusione che causa di morte sono i traumi da caduta, ma che i passeggeri erano privi di conoscenza a causa della diminuzione improvvisa della pressione esterna, dovuta al fatto che l’aereo durante il volo si era “aperto”, questo il termine utilizzato.
Nessun corpo mostra tracce di ossido di carbonio o di acido cianidrico, il che esclude ustioni. Nei cadaveri vengono trovate tracce di residui metallici, piccole schegge o bulloni. Ma quelle schegge, secondo gli esperti, non provengono dalla rottura dell’involucro di un qualsiasi ordigno esplosivo.
Anche l’analisi della scatola nera dell’aereo non fornisce niente di particolare. Sul velivolo tutto procede con grande tranquillità e regolarità. C’è un dialogo sereno tra il comandante Domenico Gatti e il copilota. Si raccontano barzellette, poi improvvisamente tutto si ferma, come se fosse mancata improvvisamente la corrente elettrica. L’ultima frase registrata è questa: «Allora siamo a discorsi da fare... [...] Va bene i capelli sono bianchi... È logico... Eh, lunedì intendevamo trovarci ben poche volte, se no... Sporca eh! Allora sentite questa... Gua...».
E su quel “Guarda!” finisce ogni cosa.
Non è certo molto e gli inquirenti sono così costretti a indagare su diverse piste, formulando alcune ipotesi, ognuna delle quali esclude tutte le altre.

Le ipotesi delle cause

Queste ipotesi sono:
  • l’aereo è stato colpito da un missile sparato da un aereo militare;
  • c’è stata una collisione con un altro aereo, probabilmente militare;
  • l’aereo è vecchio e ha subito un cedimento strutturale;
  • è esplosa una bomba a bordo.
Come vedremo, ancora oggi, quasi 40 dopo e nonostante i tribunali abbiano stabilito che la prima è l’ipotesi verificata, nessuno è in grado di sapere con assoluta certezza cosa è davvero accaduto quel 27 giugno.
In questo articolo faremo proprio questo. Cercheremo di analizzare le varie ipotesi, proponendo la versione che le rende possibili o probabili e la versione di chi invece sostiene che sono prive di fondamento.
L’altro aspetto di tutta la faccenda è quello che è ormai diventato un tormentone delle vicende che vi ho raccontato. Si tratta dei tentativi di depistaggio di cui parlavo all’inizio di questa puntata. 
filmLa confusione sulle varie ipotesi e i dubbi che ciascuna lascia sono dovuti a ragionamenti sensati e abbastanza logici. L’abbattimento con un missile è stata per anni messa da parte perché, per oltre un decennio, nessuna conferma veniva dagli ambienti militari e osservativi (i radar, le trascrizioni delle torri di controllo, eccetera). Un’altra osservazione è che per coprire una simile possibilità le bocche da cucire erano in numero troppo grande perché non trapelasse nulla per così tanto tempo.
Inoltre sui resti dell’aereo, di cui parleremo più avanti, non vengono trovati frammenti del missile, ma solo tracce di esplosivo.
L’ipotesi della bomba o del cedimento strutturale perdono di sostanza proprio in virtù dei molti depistaggi subiti. Perché mai, in un simile caso, ci si sarebbe dovuto dare tanta pena per nascondere un mare di prove?
C’è un bel po’ di materiale da analizzare. Per farla breve: i tribunali hanno deciso che si sia trattato di un missile sparato da un aereo, “forse” della NATO. Tra i parenti delle vittime, al contrario, c’è chi è convinto che si sia trattato di una bomba. Altri ancora propendono per un urto tra un aereo straniero, probabilmente libico, e l’ala sinistra del DC9.

Il libro di Victor Ostrovky

Un bel rebus, insomma, che analizzeremo partendo da un libro pubblicato nel 1994 da un ex-agente del Mossad, i servizi segreti israeliani. Si intitola “The other side of deception” (l’altra faccia dell’imbroglio) ed è firmato da Victor Ostrovsky.
Costui non ha una reputazione bellissima, anzi alcuni commentatori gli danno molto semplicemente del bugiardo e del millantatore. Nel libro egli descrive alcune delle azioni del Mossad ed espone le sue opinioni su un grande numero di avvenimenti e di situazioni. A pagina 248 cita una conversazione che l’autore avrebbe avuto in un albergo canadese a fine gennaio 1990. Gli viene posta questa domanda: “Credi o pensi o sai se il Mossad può essere implicato in quanto è successo al volo 103 su Lockerbie?”.
Nella cittadina scozzese di cade un boing della PanAm nel dicembre del 1988. Una bomba esplode mentre l’aereo è in volo. Muoiono tutti gli occupanti, 259 persone e 11 abitanti di Lockerbie. I responsabili sono due agenti dei servizi segreti libici. Uno di loro viene condannato all’ergastolo, ma liberato nel 2009 perché ammalato di cancro in fase terminale. Morirà solo tre anni più tardi. Anche in questo caso emergono dubbi sulle prove che incastrano i libici. Un ufficiale della polizia in pensione, nel 2005, dirà che sono false e costruite ad arte dalla CIA.
Ma torniamo a Ostrovsky. Alla richiesta su Lockerby, risponde:
“Sino ad oggi, ogni volta che Israele o il Mossad è stato responsabile dell'abbattimento di un aereo, si è trattato di un incidente, ed in diretta relazione con la cosiddetta sicurezza di Stato, come l'abbattimento dell'aereo libico sul Sinai e l'aereo italiano (che si pensava trasportasse uranio) nel 1980, nel quale furono uccise ottantuno persone. In nessun modo avrebbero fatto una cosa simile".
Può anche che sia per la pessima fama dell’autore del libro, ma è un fatto che Ostrovsky non è mai stato interrogato dai giudici italiani in relazione alla strage di Ustica.
Vorrei ribadire, di nuovo, a costo di sembrare fastidioso, un concetto importante per chi segue questa vicenda. Anche se si è arrivati a conclusioni ritenute certe, ci sono una infinità di dubbi sull’episodio. In particolare vorrei citare un libro, uscito un paio di anni fa e scritto da Eugenio Baresi e intitolato “Ustica: storia e controstoria”. Baresi è un ex parlamentare di area centrodestra: proviene dalla Democrazia Cristiana per passare poi al Centro Cristiano Democratico dei vari Casini e Mastella. In questo libro, dalla prosa piuttosto arzigogolata, si difendono le idee dei famigliari delle vittime.
Seguiremo dunque da un lato le vicende così come sono state proposte alla popolazione da inchieste, processi, tribunali e magistrati e dall’altro lato dai dubbi che le persone come Eugenio Baresi mantengono intatte ancora oggi.

Il recupero dell’aereo in due fasi, ma sono le prime?

Un altro punto oscuro riguarda il ritrovamente e il recupero dell’aereo. Come già anticipato, finisce il fondo al mare e quel “in fondo” significa proprio laggiù, tre chilometri e 700 metri sotto il pelo dell’acqua, dove non tutti sono in grado di arrivare.
Ricordiamo inoltre che siamo negli anni ’80 e la tecnologia non è sviluppata come oggi. Sono quindi pochissime le aziende specializzate per questo compito, quelle cioè con attrezzatura ed esperienza all’altezza. Alla fine viene scelto l’Istituto di ricerca francese per lo sfruttamento del mare, questo il suo nome, raccolto nell’acronimo IFREMER. Le loro operazioni non vengono commentate benissimo (è un eufemismo si intende) sia perché i filmati realizzati durante il recupero non vengono consegnati in originale ma solo in copia e poi perché nasce il dubbio che quella ispezione sia davvero stata la prima là in fondo al mare. Un giudice, Rosario Priore, di cui avremo modo di parlare in seguito, scopre infatti che quella azienda è legata ai servizi segreti francesi, che, nel corso delle indagini diventano, per un certo periodo, sospettati di esserci entrati nell’abbattimento del DC9.
Le operazioni cominciano il 10 giugno del 1987, 7 anni dopo la tragedia.
ifremerPerché così tardi?
I motivi sono molteplici e si va da quelli, diciamo così, comprensibili, come le difficoltà tecniche o problemi di finanziamento ad altri molto meno condivisibili come le forti resistenze delle parti interessate e il continuo rimandare nel tempo l’inizio delle operazioni.
La IFREMER, tra l’88 e l’89, porta in superficie solo il 5% del relitto, soprattutto le parti più voluminose e quindi più facili da trovare. Poi interrompe le operazioni sostenendo di non avere finanziamenti sufficienti.
Tocca allora alla Wimpol, società di recupero inglese, che amplia la zona di ricerca e rastrella con maggiore accuratezza quella già trattata dai francesi: è il 1991 quando parte il secondo intervento. E ci sono delle sorprese. Già … gli operatori inglesi osservano sul fondo marino delle tracce, dei solchi paralleli, come se qualche mezzo meccanico di ricerca fosse stato sul luogo. E né la Wimpol, né la IFREMER possiedono simili tecnologie. Ci sono anche delle buche profonde, come se degli oggetti pesanti fossero caduti sul fondo. Ma nessun oggetto del genere viene trovato nelle due fasi di ricerca. É tutto molto strano!  
Alla fine quasi tutto il velivolo è riportato a terra, il 96% secondo i dati ufficiali. Il materiale viene portato a Pratica di Mare, all’aeroporto militare de Bernardi, uno dei più vasti d’Europa, vicino a Roma. Qui i pezzi sono ricomposti e lasciati finalmente alle indagini e alle perizie dei tecnici. Intanto sono passati 11 anni da quel tragico 27 giugno.

Uno strano serbatoio

Di cose strane in questo periodo ne succedono parecchie. Sembra di tornare a tutte le storie che vi ho raccontato in questi mesi: dall’elicottero Volpe 132 alle navi dei veleni, alla morte di Natale De Grazia, a quella di Ilaria Alpi. Ovunque c’erano cose strane, fatti misteriosi, mai chiariti. Anche nel caso dell’aereo DC9 dell’Itavia ci sono questioni che non si capiscono, altre che si capiscono benissimo, ma che le autorità interpretano in modo quanto meno fantasioso.
Vediamone alcune.
resti aereoDurante il secondo intervento nel maggio del 1992, viene ritrovato, all’estremità della zona di ricerca, un serbatoio molto danneggiato, ma completo di tutte le sue parti, che non ha nulla a che fare con l’aereo dell’ITAVIA. Si tratta di un serbatoio esterno sganciabile di un aereo militare. Viene liberato in caso di pericolo o di necessità, ad esempio in fase di atterraggio per facilitare le manovre con l’aereo. L’oggetto viene identificato dalle scritte che ha impresse sulle sue pareti. É costruito negli Stati Uniti dalla Pastushin Aviation Company e viene di solito installato su almeno quattro tipi di aerei da combattimento, in dotazione alla Marina militare. Ciò significa che l’aereo che portava quel serbatoio deve essere decollato da una portaerei. Richiesti di chiarimenti, gli Stati Uniti rispondono che dopo così tanto tempo non sono in grado di risalire al velivolo. Già questo è strano perché si tratta di materiale molto costoso e se un aereo torna alla base senza, è molto forte il dubbio che il fatto non venga segnalato.
La magistratura non è soddisfatta ed insiste, finché nel 1998 arriva una nuova informativa della Marina americana. Il serbatoio – dicono – era di un aereo inabissatosi nel 1981 ma in una zona molto lontana da quella del ritrovamento. Curioso che abbia viaggiato così a lungo e curioso anche il fatto che di quell’incidente la magistratura italiana non trovi traccia da nessuna parte.

Emergenza!

f104Nel cielo non ci sono strade segnate sulle mappe che si comprano nelle edicole. Ci sono però delle tratte, delle “aerovie”. Quella seguita dal DC9 dell’Italia si chiama “Ambra 13”, che poi diventerà “Ambra 14” con l’avvicinarsi alla Sicilia. Da quelle parti, passano due caccia dell’aviazione italiana. Sono due F104 della Lockheed: sul primo c’è un pilota in addestramente da solo, sul secondo i comandanti, molto esperti, Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Sono loro a lanciare alle 20,24 un segnale: “codice 73”. Cosa significa? É la segnalazione che c’è un’emergenza grave, che non riguarda i due F104, ma la zona che i caccia stanno attraversando. Il segnale viene ripetuto tre volte, poi i caccia virano e atterrano a Grosseto. Ma di quel segnale non si sa niente per molti anni. Forse ai due piloti è stato comunicato che avevano preso un abbaglio o, più semplicemente, che quello che avevano vista era un segreto militare e non se ne doveva parlare.
Quando nel 1990 viene incaricato dell’istruttoria il giudice Rosario Priore, quell’allarme salta fuori. Ma le indagini sono impossibili perché i due piloti sono morti in un incdente tanto tragico quanto assurdo, a Ramstein durante una esibizione delle frecce tricolori. L’allievo, quello che era sul primo caccia, di quella sera non ricorda nulla. E non è il solo, perché di quella sera sono in molti a non ricordare nulla.

Una storia possibile

In cielo quella sera ci sono altri protagonisti. Ci sono dei cacciatori, ai quali non possiamo assegnare un nome, perché viaggiano con il trasponder spento per non farsi identificare. Quanti? Non si sa: forse tre o quattro o anche di più, non lo sappiamo.
E poi c’è un altro aereo, la preda. Si tratta di un Mig di fabbricazione sovietica. Cosa ci fa un simile aereo sulla rotta “Ambra 13”? Il capo libico Gheddafi ha una flotta di quei MIG, che però sono piuttosto delicati e hanno bisogno di manutenzione, che in Libia non sono in grado di fare, per cui viaggiano verso Est, di solito in Jugoslavia, e poi tornano attraversando il cielo italiano. Lo fanno spesso anche se non dovrebbero, perché altrimenti il carburante potrebbe finire; lo fanno di notte, lo fanno anche quella sera. L’Italia, del resto, con la Libia ha affari importanti: non solo il petrolio, anche l’industria italiana accetta la moneta sonante di quel paese. E dunque non deve meravigliare di trovare un Mig sopra il Tirreno. Ma quell’area è destinata spesso ad esercitazioni dell’aviazione americana. Ecco allora il trucco: muoversi su una rotta civile, come “Ambra 13”, magari nascondendosi sotto un aereo di linea civile.
Occorre che anche il controllo sia, come dire?, “annacquato”, con qualche occhio chiuso e orecchie sorde. É quello che accade quella sera.
Il comandante del DC9, parla con il controllo di Ciampino alle 20,26 e dice:
Sì, senta: neanche Ponza funziona?”
Roma Ciampino: “Prego?”
DC-9: “Abbiamo trovato un cimitero stasera venendo... da Firenze in poi praticamente non ne abbiamo trovata una funzionante”.
Roma Ciampino: “Eh sì, in effetti è un po’ tutto fuori, compreso Ponza”.
Il Mig è guidato dal capitano Ezzedin Fadhel Khalil: della preda sappiamo il nome, ma non il carico. I cacciatori infatti sospettano che su quel Mig ci sia un passeggero importante, nientemeno che il capo libico Muhammar Gheddafi. É un buon motivo per tentare di abbatterlo.
Questa è una storia possibile, una delle tante, ma se sia quella vera non lo sappiamo.

Tracciati radar

radarIl traffico aereo viene monitorato di continuo da stazioni incaricate. Le rotte seguite vengono registrate grazie ai radar e le mappe sono custodite per essere eventualmente controllate in caso di incidenti o di casi strani, com’è appunto quello di cui stiamo parlando.
Cosa succede dunque ai tracciati radar di quella notte? Andiamo con ordine.
Dai tracciati risulta che quella sera c’è traffico sui cieli del Tirreno e non si tratta solo di aerei civili. Molti radar registrano il volo Itavia, tra questi quello di una portaerei americana e, così almeno sembra, di una portaerei francese. Ci sono poi i tracciati civili, quelli dell’aeronautica militare e, per finire, abbiamo la scatola nera del DC9. Una pacchia per gli inquirenti che possono tranquillamente controllare tutto ciò che vogliono. Ma … c’è un “ma”, perché i tracciati spariscono uno dopo l’altro.
Nastri cancellati o semplicemente “non disponibili” e nessun aiuto da parte degli enti coinvolti. Il giudice Priore parla di occultamento di prove da parte di figure politiche e militari della NATO, che ostacolano le indagini. In seguito a questo rapporto quattro generali italiani sono accusati di alto tradimento, poi prosciolti per sopraggiunta prescrizione, quindi non dichiarati innocenti, semplicemente prescritti.
A Marsala c’è il 35° Gruppo Radar dell’Aeronautica Militare. Il tracciato segnala altri due velivoli oltre al DC9. Un errore del radar per alcuni periti, la presenza di altri velivoli per altri. In ogni caso, dai registri vengono strappate le pagine del giorno dell’incidente. Il sottufficiale in servizio non sa cosa dire.
A Licola (NA), altro centro dell’Aeronautica, i tracciati non vengono registrati, finiscono solo sul registro, unica prova a disposizione. Quel registro sparisce misteriosamente.
Il registro di Grosseto riporta una piccola descrizione delle tracce, ma i tracciati sono spariti. Quanto trascritto fa riferimento a due aerei supersonici sulla rotta dell’Itavia e a due caccia in volo di intercettazione dalla Corsica.
Le tracce di Ciampino segnalano manovre di avvicinamento da arte di alcuni velivoli al DC9.
I registri e i tracciati della portaerei Saratoga, della Marina Statunitense, in rada a Napoli, sono spariti.
Viste le illazioni della stampa, l’aeronautica italiana si premura di emettere un comunicato in cui “non conferma” che dalle tracce dei centri radar si possa dedurre che ci fossero aerei militari in volo quella notte. “Non conferma” è un termine debole, rispetto, ad esempio ad “esclude”. Se davvero non c’era nulla sulle tracce, perché non mostrarle e farla finita?
C’è un velo di omertà tra i miltari presenti quella sera e rintracciati dopo anni di ricerche. Un fatto curioso si verifica nel maggio 1988, durante una trasmissione di Corrado Augias. Arriva una telefonata che dice:
“...io ero un aviere in servizio a Marsala la sera dell’evento della sciagura del DC-9. (...) gli elementi che comunico sono molto pesanti. Ad ogni modo, noi abbiamo esaminato le tracce – i dieci minuti di trasmissione di cui parlate, di registrazione che non sono stati visti nell’intero perché noi li abbiamo visti perfettamente. Soltanto che il giorno dopo, il maresciallo responsabile del servizio ci disse praticamente di farci gli affari nostri e di non avere più seguito in quella questione. Dopo dieci anni rivedendo la trasmissione, ho avuto questo fatto emotivo interiore di dover dire la verità! Anonimamente, perché cado nel nulla, la verità è questa: ci fu ordinato di starci zitti! La saluto, saluto anche l’on. Rodotà e tutti quelli che hanno cercato di dire la verità, perché non voglio rogne e non voglio fare...”.
Chissà cosa voleva dire con quella frase chiusa a metà, forse “Non voglio fare la fine di …”? Perché anche in questo campo ci sono delle belle storie misteriose, ma ne parleremo più avanti.

Le inchieste

giornaleLe inchieste sulla strage di Ustica costituiscono una lunga e interminabile storia. Si comincia il 3 luglio del 1980, quando la Procura di Roma affida l’inchiesta a Giorgio Santacroce. Questi ordina immediatamente il sequestro di tutti i tracciati radar dei CRAM (i cetri radar dell’aeronautica militare).
Come visto le resistenze sono formidabili: le risposte arrivano con molto ritardo e con il contagocce e molti dati sono semplicemente scomparsi. Così Santacroce chiede aiuto ad un collega americano, John MacIdull. Utilizzando il poco materiale disponibile si arriva alla conclusione che il DC9 è stato attaccato, forse abbattuto con un missile.
Siccome la politica si deve sempre intromettere, il ministro ai trasporti, il socialista Rino Formica, nomina una commissione di esperti che conclude i suoi lavori nel 1982, dicendo: “Causa dell’incidente è stata la deflagrazione di un ordigno esplosivo. Al momento non si è in grado di affermare se l’ordigno fosse stato collocato a bordo prima della partenza ovvero provenisse dall’esterno dell’aeromobile”.
Nel 1984 viene fatta anche una simulazione: un DC-9, identico a quello caduto segue la stessa rotta ed è intercettato da un caccia. A bordo e a terra gli esperti seguono l’esperimento. Le tracce radar, confrontate con quelle di Ciampino, le sole disponibili, confermano la possibilità che l’aereo civile sia stato colpito da un missile. Siamo nel 1985 e l’aereo giace ancora in fondo al Tirreno. Cosa si aspetta a tirarlo su?
Mentre le aziende incaricate cominciano i lavori, Giuliano Amato, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dice di aver saputo che esistono foto americane del relitto. Di queste foto non se ne è mai saputo nulla, ma magari hanno a che fare con quelle famose tracce in fondo al mare e vicino al relitto di cui ho parlato prima.
Si forma anche una Commissione stragi e poi numerose commissioni di esperti.
I risultati sono sempre cotraddittori: non c’è mai unanimità di giudizio.
Il responsabile dell’inchiesta cambia, fino ad arrivare ad assegnarla al giudice Rosario Priore, un vero mastino. Che cambi qualcosa?

Il giudice Rosario Priore

Rosario Priore si mette all’opera, lavora 10 anni e nel 1999 presenta le sue conclusioni. Sono raccolte in cinquemila pagine, con centinaia di migliaia di documenti di perizie di ogni genere.
Le analisi delle varie possibilità possono essere riassunte come segue.
Che ci sia stato un cedimento strutturale viene escluso. Non è mai successo che in un simile frangente non ci fosse il tempo per un comunicato radio o per tentare un ammaraggio. La registrazione dell’ultima chiacchierata tra i piloti, interrotta così bruscamente su quel “Gua…” indica una interruzione di corrente istantanea. Nessun cedimento strutturale potrebbe essere così immediato e letale. Resta dunque una sola ipotesi: una esplosione. Si tratta ora di stabilire se questa sia stata causata da un ordigno che si trovava all’interno dell’aereo o se è arrivato dall’esterno.
prioreCominciamo con l’ipotesi della bomba a bordo.
Le commissioni che si sono susseguite hanno avuto opinioni diverse e spesso nessuna opinione al riguardo. Tuttavia alcune osservazioni possono essere fatte.
Dalle autopsie sulle vittime non emergono dati che facciano credere alla bomba.
Non si trovano tracce delle famose “fiammate” che lascia un’esplosione diretta. Sulle pareti dell’aereo non ci sono fori dall’interno verso l’esterno. Certo ci sono piccole tracce di esplosivo T4 e TNT, ma entrambi questi esplosivi sono compatibili sia con una bomba che con un missile. Inoltre non va dimenticato che l’aereo rimane anni sui fondali e altri in una base militare e non si può escludere una contaminazione di altra natura con queste sostanze.
Sui cadaveri si trovano numerosi frammenti dei vetri degli oblò. Molti di questi sono intatti. Ma un’esplosione dall’interno così violenta da provocare un simile disastro avrebbe dovuto ditruggerli e scagliarli verso l’esterno.
Dunque si è trattato di un missile?
A dire il vero ci sono anche elementi a favore dell’ipotesi della bomba: il notevole numero di schegge conficcate in profondità sui sedili e sui cuscini; e poi molti altri dettagli minimi, ricercati ed esaminati puntigliosamente tra i frammenti.
Alla fine non c’è una risposta certa e le due ipotesi restano entrambe possibili. Per dirimere la questione ci vorrebbero i tracciati radar, ma di quelli abbiamo già parlato e visto che fine hanno fatto.

Altre stranezze

Tra le cose strane di questa storia ce ne sono alcune che meritano una citazione, anche se breve.
Guglielmo Lippolis è un colonnello italiano di stanza al centro di coordinamento di Martina Franca nel 1980. Nel 1989 (chissà perché così tardi) dichiara di aver trovato tra i rottami del relitto, prima che venissero spostati a Praia a Mare, un casco americano con un nome: John Drake e di aver chiesto (non si sa a che titolo) spiegazioni al comando NATO di Bagnoli. La risposta è che effettivamente c’era un pilota con quel nome, che a seguito di una avaria, si era buttato col paracadute, ma questo avveniva prima del 27 giugno, anche se non si sapeva fornire una data precisa. Di questo incidente non si era saputo niente e poi che il comando non sappia quando un suo aereo cade in mare è davvero grossa.
Le rogatorie successive non sono servite a nulla, ma qualcosa è cambiato nelle dichiarazioni dei vertici USA: quell’incidente non c’è mai stato … e il casco è scomparso: è l’unico reperto trovato che ha fatto perdere le sue tracce.
C’è anche un’altra storia che riguarda un casco. Questa volta è verde e viene trovato sulla spiaggia di Capaci, vicino a Palermo. É il casco di un operatore di ponte di una portaerei. Tra i rottami del DC9 si recuperano due giubbotti di salvataggio di una portaerei. Dalla Sicilia viene trasferito allo Stato Maggiore dell’Aeronautica. Poi non si trova più, ma alla fine riappare in una delle casse di legno in cui sono conservati alcuni rottami di un aereo libico, un Mig, precipitato ufficialmente il 18 luglio sulla Sila, in Calabria. Perché “ufficialmente”? Cosa c’è sotto? Ecco questa è un’altra delle storie curiose legate alla vicenda di Ustica.

Il MIG libico sulla Sila

mig18 luglio 1980, Castelsilano sulla Sila calabrese. Una donna vede un aereo volare basso, superare una collina e poi sente un botto. Arrivano tutti: carabinieri, vicepretore, ufficiale sanitario. L’aereo ha un modesto principio di incendio. Là vicino il corpo di un pilota, morto. Si fanno fotografie e si redige un verbale. Il cadavere è abbastanza evidentemente di un nordafricano, ridotto malissimo. Secondo il verbale dell’ufficiale sanitario in evidente stato di decomposizione, tanto da consigliarne l’immediata sepoltura.
Ma come in decomposizione, se l’indicente è avvenuto da poche ore? E come si concilia questa affermazione con l’altra che, nello stesso verbale, recita: “La morte è avvenuta presumibilmente verso le ore 11,30 di oggi 18 luglio 1980.” E inoltre che il corpo, in stato di decomposizione, viene descritto come “fresco”.
Scherziamo vero?
Non serve essere dei geni per capire che qualcosa non va e così il Ministero della Difesa ordina l’autopsia, che viene eseguita da due illustri professionisti dell’ospedale di Crotone, i professori Rondinelli e Zurlo. La scena si ripete esattamente come giorni prima. Si parla di stato avanzatissimo di decomposizione, di larve nei tessuti, di necrosi gassosa, insomma di situazioni che lasciano pensare ad una morte avvenuta parecchi giorni prima dello schianto. Ma la conclusione è incredibile: la morte può essere fatta risalire a cinque giorni prima: il 18 luglio 1980.
I due professori sono professionisti seri e la sera ci ripensano. Il prof. Rondinelli scrive un supplemento di perizia, con le opportune modifiche, che fanno sì che la morte debba essere retrodatata di molti giorni. Il suo collega Zurlo legge e controfirma. Questo supplemento di perizia viene consegnata alla procura di Crotone. É il 24 luglio 1980.
24 ore dopo arriva un alto ufficiale dell’aeronautica che convoca i due professori, mostra loro una foto del pilota a terra morto ma che perde sangue. L’obiezione che quelle foto non hanno data resta inevasa. Di quel supplemento di perizia si perde ogni traccia.
Una commissione mista italo-libica, ma fatta tutta da militari chiude l’indagine dichiarando che il povero pilota aveva avuto un’avaria e si era diretta verso le coste italiane, dove era precipitato e morto. I suoi resti vengono portati in Libia, i rottami dell’aereo tornano in patria, meno alcune parti che finiscono in alcune casse a Pratica di Mare. Le casse dove rispunta il famoso casco verde.
Cosa c’entra questa vicenda con quella dell’aereo Itavia e degli 81 morti?
Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Credo sia chiaro che nessuno sano di mente si può bere una storiella come quella raccontata sul MIG libico, per cui le indagini, gli interrogatori, gli accertamenti minuziosi continuano, fino ad arrivare a conoscere una realtà assai diversa e sconvolgente.
Nel 1990, su Repubblica appare un articolo in cui si intervista un ex militare che aveva fatto la guardia a quel MIG sulla Sila. Il giudice Priore lo convoca per interrogarlo. Era di guardia, assieme ad altri commilitoni, a quel caccia caduto e al cadavere del pilota. Erano gli ultimi giorni di giugno. Poi il cadavere scompare. Un ufficiale lo tranquillizza dicendo che è tutto a posto. E aggiunge che su quel servizio è loro imposto il segreto massimo. Priore coinvolge altri reparti comandati allo stesso incarico. E ha numerose conferme. Qualcuno ricorda che sul luogo era arrivato anche un ufficiale della NATO e altri che parlavano inglese.
Le testimonianze crescono. Molti civili, abitanti nella zona, ricordano quell’episodio. Del resto non è che nella vita ti capiti spesso di veder cadere un aereo. C’è, in particolare, il racconto di un avvocato di Catanzaro, che ricorda perfettamente anche la data, perché – dice – il giorno dopo aveva aperto il giornale per vedere cos’era successo al MIG ed invece legge di un altro aereo precipiato in mare, un aereo civile, quello dell’Itavia. Del MIG, invece, nessuna notizia.
Un funzionario del Ministero delle Finanze, in vacanza sulla costa tirrenica ricorda che dietro quel caccia ce n’erano altri due che l’inseguivano e lanciavano “palle di fuoco” volando così bassi da fargli temere di esserne travolti. Il giorno non lo ricorda, ma è sicuramente vicino a quello della strage di Ustica, perché ricorda di aver associato, allora, i due episodi.

La storia “immaginata” dal giudice Priore

Questi sono solo alcune delle stranezze relative al MIG. Ce ne sono tante altre che vi risparmio. Messe tutte assieme portano il giudice Priore ad una conclusione ben diversa da quella che si vuol far credere. Ecco le sue parole:
disegno
Di fronte a una tale massa di prove, molte delle quali oggettive, si supera ogni ragionevole dubbio e si giunge alla certezza che l’incidente della caduta del Mig non si è verificato il giorno che s’è voluto accreditare – con una messinscena quasi perfetta – è accaduto molto tempo prima, e per più versi si può anche presumere che sia capitato in quelle medesime circostanze in cui precipitò il DC-9 Itavia. Non solo: è caduto in conseguenza di abbattimento e probabilmente anche per mancanza di carburante, perché inseguito da altri velivoli da caccia, e quindi per effetto di un vero e proprio duello aereo, un episodio di natura bellica, avvenuto sul nostro territorio, ad opera di velivoli stranieri (...) e quindi senza, o almeno così appare, che la nostra Difesa s’avvedesse di alcunché”.
Una messinscena, dice Priore. Una storia di inseguimento ad un aereo probabilmente già colpito che, finito il carburante, si schianta sui monti della Sila. Nessun testimone? Le cose non stanno proprio così. Di sicuro il pilota libico avrà comunicato alla radio quello che stava accadendo. Di sicuro i tracciati radar hanno seguito quel duello. Ma nessuno ne parla e poi c’è un fatto più grave su cui concentrarci: il DC9 dell’Itavia caduto in mare.
Passati i giorni roventi il cadavere, manenuto in qualche frigorifero, è stato riportato là, un altro aereo è stato fatto cadere sul luogo e il gioco è fatto.
Questo è quello che immagina il giudice e così va a caccia di un frigo negli aeroporti meridionali. A Gioia del Colle un banco bar dell’aeroporto è stato dismesso il 31 dicembre. É stato dichiarato fuori uso il 17 luglio 1980, il giorno prima del ritrovamento ufficiale del MIG libico. Strano, no?
Ma sono solo illazioni, per portare in tribunale una simile storia occorrono prove certe anzi più che certe.
E le prove non ci sono. Ma il nostro giudice va avanti lo stesso e si forma una sua idea su quello che è successo.
Dunque il MIG libico segue il DC9 sulla rotta “Ambra13”. Due caccia non identificabili lo scoprono e lo attaccano. É questa scena che osservano i due F104 italiani, lanciando il segnale dall’allarme. Il MIG allora si avvicina al DC9, gli va sotto la pancia, ma i due caccia non demordono e si preparano ad un attacco. É questo che devono aver visto i piloti dell’Itavia, senza però avere il tempo per una qualsiasi reazione.
A questo punto le ipotesi sono due. La prima, quella che per Priore è la più probabile, è che il MIG scatti in avanti superando il DC9 passandogli così vicino da provocare una near collision, un sovraccarico aerodinamico e molto probabilmente la rottura dell’ala sinistra, innescando così un effetto devastante. Il crollo del motore di sinistra interrompe la fornitura di energia elettrica. Così si spiega quella frase lasciata a metà; “Gua…”.
L’altra ipotesi è che uno dei caccia lanci un missile ad effetto blast, vale a dire con una esplosione vicina all’obiettivo, senza colpirlo direttamente. Il MIG riesce a sfuggire e l’effetto devastante del missile si rivolge sull’aereo civile.
veritaMentre il DC9 precipita, i tre aerei continuano la loro lotta verso le coste calabresi, volando a pelo d’acqua e sfuggendo così ai tracciati dei radar.
Certo questa storia non spiega tutti i dettagli che sono poi emersi. Manca, nel racconto il serbatoio trovato in mare, il casco di John Drake. Forse nel duello è caduto anche un aereo dei cacciatori, pilotato proprio da John Drake; forse è finito in mare assieme all’aereo civile. Forse quel caccia è stato portato via nei mesi seguenti la tragedia di Ustica e le macchine che hanno eseguito l’operazione hanno lasciato le loro tracce nella sabbia in fondo al mare.
Alla fine il giudice Priore non ha molti dubbi e nella sua conclusione scrive:
L’incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”.
Ma chi siano i cacciatori non si riesce a provarlo e il giudice deve decretare il non luogo a procedere perché gli autori dei fatti rimangono ignoti. Ma qualcuno deve pur pagare. Priore si rivolge contro i militari dell’aeronautica e contro i politici che governano in quel momento il paese.
La messa sotto accusa di un numero impressionante di militari di ogni grado e livello contiene parole durissime. Come già anticipato, quattro generali (Bartolucci, Ferri, Melillo e Tascio) vengono accusati di altro tradimento. Le accuse riguardano l’occultamento di documenti, l’omertà nelle dichiarazioni. Per capire il tono delle conclusioni dell’istruttoria, basta leggere poche righe.
“Quasi tutti gli operatori, ad ogni livello, hanno preferito risposte indecorose mostrando totale ignoranza del proprio mestiere, pur di ostacolare l’inchiesta. Che non hanno ammesso l’evidenza delle loro azioni a consolle, asserendo di non capire le minime nozioni di radaristica, azioni le cui registrazioni venivano loro mostrate e contestate. O che hanno dato spiegazioni assurde, oltre il limite del lecito e del ridicolo”.  

E i politici?

Qui le cose diventano ancora più complicate. Cossiga, presidente del consiglio, Amato, suo sottosegretario e Lello Lagorio, ministro della Difesa, all’epoca dei fatti non muovono neanche una paglia. Tutto è in mano alle commissioni, formate da elementi appartenenti all’Aeronautica militare. Questa scelta non deve scandalizzare. É logico assegnare l’incarico all’organizzazione che può farlo, avendo i mezzi e le competenze opportune. Purtroppo gli ambienti militari hanno sempre riferito ai politici che non c’era niente di strano quella sera sui cieli sopra il Tirreno. Con ogni probabilità indagatori ed indagati facevano parte della stessa famiglia e, sapete come si dice: “cane non mangia cane”.
Certo in quel periodo di cose nascoste o da nascondere ce ne sono davvero tante e quindi non sappiamo in realtà quale ruolo abbiano giocato i vertici del nostro governo. Nel 2007, Cossiga in una intervista a SkyTg24, quindi pubblica, sostiene che i Servizi segreti lo avevano informato, quando era presidente della repubblica che erano stati i francesi ad abbattere il DC9, nel tentativo di colpire un aereo libico che avrbbe trasportato Gheddafi. Lo stesso Gheddafi, al contrario, ribadirà di non essere mai stato su quell’aereo, ma che il caccia che stava andando in Yugoslavia per riparazioni era stato abbattuto da aerei della marina militare statunitense.
Insomma, come vedete, una sagra di dichiarazioni che si contraddicono l’un l’altra. Quello che è certo è che la Libia e il suo capo non stavano molto simpatici agli USA, tanto da bombardare Tripoli nel 1986 nel tentativo di eliminare Gheddafi. Si trattava, all’epoca, di una rappresaglia per l’attentato di Berlino alla discoteca “La Belle” in cui erano morti tre militari statunitensi e moltissimi altri erano rimasti feriti.

I processi

Nonostante non si possa agire contro qualcuno per il reato di strage, alcuni processi si fanno.
Quello contro i militari è una delle tante barzellette della giustizia italiana. Si apre il 28 settembre 2000 e termina nel 2004. Nessuno viene condannato o perché il fatto non sussiste o, nella maggior parte delle situazioni, per l’intervento della prescrizione dei reati. La cosa è talmente disgustosa che evito di entrare nei dettagli. Inoltre si dichiara che la caduta del DC9 e quella del MIG libico non sono da considerare in relazione. Nessuna traccia del supplemento di perizia dei professori calabresi compare in tribunale, mentre viene acquisita agli atti quella famosa foto con il sangue fresco del cadavere del pilota libico.
Cinque anni più tardi parte un nuovo processo nel quale i generali Bartolucci e Ferri vengono dichiarai innocenti (il fatto non sussiste). Nella stessa occasione la Corte nega il risarcimento all’Itavia ed esclude responsabilità a carico dei ministeri cionvolti, quello dei Trasporti e della Difesa.
La procura ricorre in appello. Nel 2007 la sentenza è la stessa: “non è possibile ricavare elementi di prova a conforto della tesi di accusa”.
Sembra finita qui, ma non è così. Questo caso così ricco di sorprese e colpi di scena ha un ultimo sussulto.
La Cassazione nel 2009 accoglie il ricorso dell’Itavia in riferimento alla responsabilità dei due ministeri. Tuttavia la Corte d’Appello di Roma rigetta la domanda di risarcimento, sostenendo che “vero è che vi è stato depistaggio, ma non vi è prova che questa attività sia stata la causa del fallimento della Compagnia Itavia.”
Una sconfitta per l’Itavia, ma questa volta c’è un elemento nuovo: per la prima volta, nella sentenza di un tribunale, si riconosce che “vi è stato depistaggio”.
E allora ecco il processo di Palermo, che si apre nel 2011 e che pone in discussione il diritto al risarcimento da parte delle vittime. Il 10 settembre 2011 la sentenza è chiarissima. Si riconosce tutto quello che abbiamo raccontato fin qui: il depistaggio e le teorie relative all’abbattimento del DC9. I ministeri dei Trasporti e della Difesa sono ritenuti responsabili della mancata sicurezza del volo, di non aver saputo controllare la rotta dell’aereo attraverso i radar e di aver ostacolato la ricerca della verità. Si decreta un risarcimento di oltre 100 milioni di euro per gli eredi delle 81 vittime.
Ricorsi e conferme si susseguono fino alla conclusione dei dibattimenti. Accade a Palermo, il 7 aprile 2015. Le motivazioni delle sentenze vengono ribadite tutte. Va risarcita l’Itavia, gli eredi delle vittime e a pagare devono essere i due ministeri sotto accusa. Il tribunale mette anche la parola fine alla querelle infinita: il DC9 – sostiene la Corte – è stato abbattuto da un missile non identificato in uno scenario di guerra”.
Mi sembra più che evidente che tutto questo abbia un sapore amaro, perché nessuno sa, almeno non ufficialmente, dall’aereo di quale nazione quel missile è partito. Ma c’è anche dell’altro che dà da pensare.
I processi civili sono proseguiti ancora. Così, ad esempio, pochi mesi fa, il 10 luglio 2017 la prima sezione civile della Corte di Appello di Palermo ha condannato il ministero della Difesa e il ministero dei Trasporti a risarcire 45 famigliari di alcune delle 81 vittime della strage di Ustica per complessivi 55 milioni di euro. 

I dubbi rimangono

Ho accennato ad un libro, “Ustica storia e controstoria” scritto da Eugenio Baresi. L’ho letto e devo dire che non mi è piaciuto l’approccio come di uno che sa tutto lui mentre gli altri sono sono degli imbecilli, quando va bene. Tuttavia, per completezza di informazione voglio citarlo ancora, perché pone una serie di dubbi sull’esito dei processi, specialmente di quelli civili. Non ho il tempo di entrare nei particolari, ma chi volesse può leggerlo: è edito da Koinè e costa 15 euro in libreria. On line potete averlo anche per meno.
C’è tuttavia una osservazione, una delle tente che Baldini fa, che mi sembra interessante e condivisibile. Il succo è questo.
Lo Stato è stato chiamato a risarcire, con varie successive sentenze l’Itavia e gli eredi del suo proprietario Davanzali, nel drattempo deceduto. C’è anche da dire che la compagnia aerea, prima del disastro di Ustica, navigava in acque molto cattive e l’episodio del DC9 è stata solo una goccia che ha fatto traboccare un vaso pieno di inadempienze, che hanno portato al fallimento.
Lo Stato è stato chiamato a risarcire i parenti delle vittime. Mettere in primo piano le vittime e i loro eredi è doveroso e giusto. Nessuno, nemmeno la verità e la giustizia, hanno sofferto quanto loro.
Lo Stato insomma, alla fine, deve tirar fuori circa mezzo miliardo di euro di sanzioni, stabilite dagli stessi tribunali che concludono essere un missile straniero la causa della strage. L’osservazione di Baldini è semplice: chi deve pagare quella cifra? Nominalmente sono i ministeri dei Trasporti e della Difesa, i quali vivono grazie alle tasse degli italiani. Ecco quindi l’assurdo: a pagare sono i cittadini itaiani che, ovviamente, non sono responsabili di nulla. Del resto i tribunali penali hanno dichiarato che le alte cariche dell’aviazione, quelli che hanno palesemente manovrato perché non si arrivasse alla verità, sono innocenti o comunque non sono punibili e quindi non possono essere loro a pagare. Allo stesso tempo non c’è un paese straniero o una organizzazione, come potrebbe essere la NATO, a cui chiedere di rendere conto non solo dell’assassinio di 81 persone, ma anche dei risarcimenti dovuti.
Come si capisce, un intreccio diabolico dal quale non si esce in nessuna maniera.
Questa è un’altra delle infinite incongruenze di questa vicenda, che, pur essendo passata al vaglio di numerose indagini, di commissioni parlamentari e di vari tribunali, alla fine resta senza colpevole. Si è cercato il come, ma manca una parola decisiva sul perché e, soprattutto sul chi. Come quasi sempre accaduto per le stragi e le morti misteriose di quegli anni. Alla faccia di 81 cittadini, tra cui 13 bambini, morti, ancora una volta senza nessun motivo.

Tutto qui?

No, non è tutto qui, ci sono alcuni sviluppi successivi ed altri recenti che meritano di essere raccontati.
Cominceremo da una serie di morti, perdonate se abbiamo da riferire di così tanti cadaveri, ma la storia è la storia e chi vi parla non può inventarne una migliore, meno cruda per farvi passare una serata migliore.
Cominciamo con la storia di Mario Alberto Dettori.  Il 27 giugno il maresciallo di seconda classe Dettori si trova nella sala di controllo del centro radar di Poggio Ballone in provincia di Grosseto. L’attività è frenetica si cerca una qualsiasi traccia per capire che fine ha fatto quel DC9 dell’Itavia che non risponde più dalle 21.00 a nessuna richiesta via radio. Il compito del maresciallo è assistente controllore di difesa aerea.
La storia che sto per raccontare è raccolta da un giornalista, Fabrizio Colarieti, che si è occupato con tre pubblicazioni della faccenda Ustica, guardandola da tre punti di vista differenti. A lui va il merito di quanto riporto.
La mattina dopo Alberto è di pessimo umore. A detta della moglie Carla, si aggira in cucina borbottando “É successo un casino, qui vanno tutti in galera”.
Passano sette anni, è il 31 marzo 1987. Dettori esce di casa, accompagna la figlia a scuola, poi deve andare a prendere l’acqua, come al solito, come sempre. Non c’è motivo di dubitare che sia una giornata diversa dalle altre. Ma nel pomeriggio Alberto non torna e la moglie si preoccupa sempre più. Chiama un collega e assieme cominciano la ricerca, che si conclude in riva al fiume Ombrone, in un luogo isolato. C’è il furgone di Alberto e un corpo che pende dall’albero là vicino. Sono le 17. Arrivano i carabinieri e il medico legale, poi il corpo viene portato dall’ambulanza all’obitorio. Qui il comandante del centro di Poggio Ballone, tenente colonnello Carlo Arrivas, e il maggiore Giuseppe Foschi riconoscono nel cadavere il maresciallo Alberto Dettori.
Alle 18,15, il caso è chiuso: il fonogramma spedito dai carabinieri infatti è chiaro: non ci sono responsabilità di terzi. In termini più accessibili significa che Alberto si è suicidato. Nessun esame viene disposto, né un’autopsia, né un esame tossicologico, niente di niente.
Non solo. Il funerale è gestito dall’Aeronautica militare, fiori e tumulazione compresi. Il riconoscimento è fatto dai suoi superiori. Perché la famiglia non viene coinvolta? Eppure Alberto alla famiglia, moglie e tre figli dai 7 ai 16 anni, ci teneva parecchio. Questo lo sapevano proprio tutti.
Il caso viene ufficialmente chiuso il 13 aprile, nemmano due settimane dopo la morte, quando il procuratore della repubblica decreta di non doversi promuovere l’azione penale, poiché non ricorrono gli estremi di reato, trattandosi di suicidio alla cui produzione non ha concorso la responsabilità di terzi. Il caso Dettori, per la giustizia, è archiviato. Perché tutta questa fretta?
Quando il giudice Priore presenta la conclusione della sua istruttoria, trova tempo anche per Dettori e scrive:
Sulla sua morte restano indizi che egli fosse in servizio la sera del disastro in sala operativa, che sia stato teste di quanto avvenuto e “visto” da quel radar, che si sia o sia stata determinata in lui una mania di persecuzione per i fatti in questione, specie nel periodo di missione in Francia. Se ha visto quello che mostravano gli schermi di quel centro radar, che aveva visione privilegiata su tanta parte della rotta del DC9 e di quanto intorno ad esso s’è consumato, se ne ha compreso la portata, al punto tale da confessare a chi gli era più vicino che quella sera s’era sfiorata la guerra, ben si può comprendere quanto grave fosse il peso che su di lui incombeva. E quindi che, in uno stato di depressione, si sia impiccato. O anche, dal momento che egli stava diffondendo le sue cognizioni, reali o immaginarie, e non fosse più possibile frenarlo, che sia stato impiccato. Sui singoli fatti come sulla loro concatenazione non si raggiunge però il grado della prova.
Certo, non ci sono prove, come nella maggior parte degli eventi legati alla strage di Ustica. Tutto inutile allora? Non proprio.
Lo strano suicidio del maresciallo Dettori, entra nuovamente nella storia nel 1990. La moglie Carla, infatti, si presenta al giudice e racconta la sua versione dei fatti, riportando quello che Alberto aveva detto, come era tornato frastornato e un uomo diverso dalla missione in Francia. Priore la ascolta e ascolta tutti gli altri che raccontano fatti curiosi della vita di Alberto. I cognati, gli amici, i colleghi in Italia e in Francia. Viene alla luce una preoccupazione enorme del maresciallo per i fatti di Ustica, mezze frasi, accenni. L’atteggiamento di alcuni colleghi ai funerali sono sospetti. Si muove alla fine anche il governo italiano chiedendo alla Francia chiarimenti sulla vicenda, senza ottenere risposte adeguate.
Recentemente la procura di Grosseto, dopo l'esposto presentato dalla famiglia e l'associazione Rita Atria, ha fatto riesumare i resti e disposto accertamenti presso l'istituto di medicina legale di Siena.
"Finalmente qualcosa si muove" dice Barbara Dettori; lei ha 16 anni quando suo padre viene trovato impiccato. "Hanno scritto che fu scoperto da colleghi dell'aeronautica, ma non è vero: fu trovato da amici di famiglia che non vennero mai sentiti da nessun investigatore... ". Dopo la notte di Ustica, Dettori si era confidato con il capitano Mario Ciancarella e con Sandro Marcucci, ufficiale che aveva aderito al movimento costituito all'interno delle forze armate per "democratizzare" l'universo delle stellette.
Ciancarella e Marcucci indagano: "Mio padre disse a Ciancarella, ti do tre elementi, uno di questi era di andare a vedere a che ora quella notte fossero decollati e atterrati i due caccia dalla base di Grosseto - riprende Barbara - I piloti dei due aerei erano Nutarelli e Naldini, morti a Remstein il 28 agosto 1988, durante una esibizione delle Frecce Tricolori". Anche Marcucci muore in un incidente aereo con il suo piper il 2 febbraio del 1992 e un anno fa la procura di Massa ha disposto la riesumazione dei resti. Ciancarella viene espulso dall'aeronautica con un provvedimento firmato dall'allora presidente Sandro Pertini, ma il tribunale di Firenze lo scorso settembre dichiara falso sia il documento che la firma.
Quante stranezze, quante storie che, forse, sono legate alla vicenda di Ustica. E le morti improvvise non finiscono certo qui.
C’è una serie di morti sospette e di testimoni scomparsi che lo stesso giudice Rosario Priore definisce: «Una casistica inquietante. Troppe morti improvvise».
Vediamola questa lista che, secondo il magistrato, è di una decina di morti strane, ma forse sono di più.
3 agosto 1980 - In un incidente stradale perde la vita il colonnello Pierangelo Tedoldi che doveva assumere il comando dell’aeroporto di Grosseto.
9 maggio 1981 - Stroncato da un infarto muore il giovane capitano Maurizio Gari, capocontrollore della sala operativa della Difesa aerea a Poggio Ballone. Era di servizio la sera del disastro.
23 gennaio 1983 - In un incidente stradale perde la vita Giovanni Battista Finetti, sindaco di Grosseto. Aveva ripetutamente chiesto informazioni ai militari del centro radar di Poggio Ballone.
12 agosto 1988 - Muore in un incidente stradale il maresciallo Ugo Zammarelli. Era in servizio presso il SIOS (Servizio segreto dell’aeronautica) di Cagliari.
28 agosto 1988 - Durante una esibizione delle Frecce Tricolori a Ramstein (Germania) entrano in collisione e precipitano sulla folla i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Quest’ultimo due giorni dopo doveva essere interrogato da Priore. La sera del 27 giugno 1980 si erano alzati in volo da Grosseto e avevano lanciato l’allarme di emergenza generale. Perché? Cosa avevano visto? I comandi dell’aeronautica militare e la Nato non lo hanno mai rivelato. Questa storia l’ho raccontata nella scorsa puntata di Noncicredo.
1° febbraio 1991 - Viene assassinato il maresciallo Antonio Muzio. Era in servizio alla torre di controllo di Lamezia Terme quando sulla Sila precipitò il misterioso Mig libico.
13 novembre 1992 - In un incidente stradale muore il maresciallo Antonio Pagliara, in servizio alla base radar di Otranto.
12 gennaio 1993 - A Bruxelles viene assassinato il generale Roberto Boemio. La sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità per la sciagura del DC 9 e per la caduta del Mig libico sulla Sila. La magistratura belga non ha mai fatto luce sull’omicidio.
21 dicembre 1995 - È trovato impiccato il maresciallo Franco Parisi. Era di turno la mattina del 18 luglio 1980 (data ufficiale della caduta del Mig libico sulla Sila) al centro radar di Otranto.  Doveva essere ascoltato come testimone da Priore. Anche questo un suicidio del tutto inspiegabile.
Certo si può dire che possono essere tutte coincidenze: le morti, il ruolo dei deceduti, i racconti di parenti e amixi. Quelle mezze frasi riportate che, soprattutto Dettori, avrebbe rilasciato del tipo “Abbiamo rischiato la terza guerra mondiale”.
Prendete dunque questo racconto per quello che è, una testimonianza ulteriore, forse legata alla caduta del DC9 dell’Itavia.

E adesso?

Vediamo adesso le novità degli ultimi anni, gli sviluppi più recenti di questa incredibile vicenda.
Cominciamo con il 2014, quando il primo ministro Matteo Renzi decide che i documenti segretati relativi alla strage di Ustica, possono essere resi pubblici. Purtroppo quello che emerge non è un granché, nel senso che si tratta di documenti che riportano le notizie che si sapevano già. Non tutto però viene portato alla luce. Ci sono ancora documenti che sono rimasti nei cassetti. Secondo i politici, tuttavia, questi sono perfettamente inutili. Ma se sono inutili, perché coprirli ancora col segreto? Sarà vero?
Poi ci sono ancora nuove rivelazioni, che vengono diramate a gran voce dalla televisione La7, nel programma condotto da Andrea Purgatori. Sono scioccanti, secondo la pubblicità dell’emittente. Un marinaio statunitense si fa vivo con verità strabilianti 37 anni dopo la strage. Perché non prima? Strano!
Ecco, comunque, la sua versione.
Brian Sandlin è un marinaio in servizio sulla portaerei Saratoga quel 27 giugno 1980. La nave sta viaggiando in mare e non è in rada a Napoli, come sostenuto dal governo degli Stati Uniti. Il marinaio è in plancia e assiste al rientro di due caccia Phantom, che erano partiti per una missione nei cieli del Mediterraneo.
Dice: “Eravamo coinvolti in una operazione NATO e affiancati da una portaerei britannica e una francese. Il capitano Flatley ci informò che durante le nostre operazioni di volo due Mig libici ci erano venuti incontro in assetto aggressivo e avevamo dovuto abbatterli. In plancia c’era un silenzio assoluto. Non era consentito parlare, non potevamo neppure berci una tazza di caffè o fumare. Gli ufficiali si comportavano in modo professionale ma parlavano poco fra loro".
Secondo Sandlin poi i radar della Saratoga funzionavano benissimo, smentendo così le dichiarazioni ufficiali che avevano sotenuto che erano spenti. Non solo, il marinaio racconta che la Saratoga aveva mollato l’ancora e aveva lasciato Napoli per una esercitazione cruciale. Si trattava di far vedere a Gheddafi che le sue minacce non spaventavano gli Usa. Giunti nella zona di operazione, furono fatti decollare decine di aerei, fra caccia e velivoli di supporto. Sandlin non poté fare a meno di notare che i Phantom tornarono scarichi. Senza i missili aria-aria che sono la loro ragion d’essere. “Lo videro tutti, qualcosa bisognava dire”, e infatti qualcosa il comandante disse. Parlando direttamente dagli altoparlanti con cui si fanno le comunicazioni a tutto l’equipaggio l’ammiraglio James H. Flatley spiegò che “due MIG libici ci erano venuti incontro in atteggiamento aggressivo e avevamo dovuto abbatterli”.
C’è un altro personaggio che entra in questa storia. Si tratta di un detenuto nelle carceri londinesi. Dopo 12 anni chiede di poter terminare la pena in Italia e quindi viene estradato. Si tratta di Franco Di Carlo, che conosce a Londra un agente segreto siriano, che gli confida un sacco di cose sulle stragi del 1980: Bologna e, appunto Ustica.
In particolare sostiene che la bomba di Bologna è una conseguenza di quella di Ustica. Infatti la sera del 27 giugno i servizi segreti di mezza Europa e la CIA vengono a sapere di un viaggio segretissimo del presidente libico Gheddafi. Un viaggio che evidentemente tanto segreto non è. Così si progetta l’eliminazione del capo libico.
Così gli americani mettono un caccia sulla scia del velivolo sul quale vola Gheddafi, e il volo Itavia avrebbe reso quell’attacco invisibile ai radar. Ma qualcosa non funziona: i libici sono avvertiti e intervengono. Così sui cieli del Tirreno si scatena una vera e propria azione di guerra. Un aereo americano viene colpito e cade in mare, un MIG viene inseguito fino in Calabria. Nel duello a rimetterci è l’aereo civile che, come ben sappiamo, cade in mare, colpito e affondato.
Lo stesso colonnello Gheddafi, anni dopo, ammetterà che Ustica aveva a che fare con un attentato alla sua persona.
E Di Carlo, interrogato dai magistrati che indagano sulla vicenda del DC9, compreso Rosario Priore, racconta questo: “Ai libici non era andato giù che i servizi italiani e alcuni politici avessero complottato con gli americani per uccidere il colonnello. Programmarono un attentato per farcela pagare. Bologna non fu scelta a caso, era la città dal quale era partito l’aereo Itavia”.
Veri o falsi che siano questi racconti, inquadrano perfettamente il periodo storico, del quale Noncicredo vi ha già raccontato molti episodi e non ci fermeremo certo qui.
Depistaggi, trattative e mentalità mafiosa esistono e sempre sono esistite nel nostro Paese, verità emerse in tutta la loro evidenza, continuano ad essere negate e, nel contempo, si attacca coloro che lottano per la legalità, per negare e insabbiare ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti.
É tutto, su questa triste vicenda, che riesce difficile perfino riassumere, per la quantità di sfaccettature che la compongono. Ci sono certo alcuni punti fermi. L’intervento di una o più potenze straniere con aerei da guerra sul nostro territorio. Una serie infinita di depistaggi e di ostacoli alle indagini portate avanti dall’Aeronautica militare. Una posizione quanto meno dubbia dei vertici politici dell’epoca, che nulla hanno fatto a suo tempo per chiarire la vicenda. E come in molte altre storie che ho raccontato qui a Noncicredo, è molto forte la sensazione che chi governava allora sapesse tutto, ma che si sia portato nella tomba anche questo grande segreto. C’è il fatto che tutti noi paghiamo economicamente per quello che è successo, probabilmente paghiamo al posto di quelle potenze straniere.
E poi c’è il fatto assodato più importante: 81 cittadini italiani ammazzati, i resti della maggior parte dei quali giacciono da qualche parte nelle profonde acque del Tirreno a poche decine di miglia da Ustica.
Ancora una volta questo giallo finisce senza colpevoli con la rabbia di chi è impotente e può solo riferire, perché i morti non tornano e neppure la fiducia dei cittadini.
Nonostante ci siano versioni differenti, questa non è stata una storia di fantasia, ma il racconto di come si sono snodati gli eventi nel corso degli anni.
Spero di avervi incuriosito al punto da voler ripercorrere in autonomia la vicenda leggendo articoli e libri che, sul tema, sono presenti in abbondanza. Buona caccia!