Il problema

Nel nostro girovagare per gli sporchi affari del nostro paese negli ultimi decenni, abbiamo incontrato morti ammazzati, indagini deviate, ingerenze della politica e dei servizi segreti, disastri evitabili e un mucchio di altre cose sgradevoli.
ItaliaOggi prendiamo una pausa da tutto questo e ci occupiamo di una faccenda sicuramente triste, ma di tutt’altro genere. Questa sera cercheremo di capire cosa è successo alle scorie nucleari italiane dopo la chiusura delle nostre 4 centrali e dopo che un secondo referendum ha dichiarato che sul nostro suolo le centrali non le vogliamo proprio. É un argomento molto vasto che potrebbe portarci ovunque, perciò ho scelto due punti di osservazione, arbitrariamente, ma che mi sembrano interessanti e degni di essere ascoltati.
Il primo riguarda la situazione dello smantellamento del “bagaglio” nucleare italiano: le 4 vecchie centrali ma anche i centri di ricerca. Quante sono? Dove sono? Dove finiranno? Come verrà garantita la sicurezza dell’ambiente e delle persone? Ne parlerò prendendo in esame prima l’opinione dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza Ambientale, incaricata dal Governo nel 2012 di progettare la soluzione e poi raccontando brevemente la storia della Sogin, la società incaricata di realizzare tali progetti e di provvedere ad eliminare ogni rischio nucleare dal paese.
Per completezza ecco l’elenco dei siti nucleari italiani attivi. Ci sono 8 installazioni SOGIN, tre reattori ENEA per la ricerca, tre reattori ospedalieri di ricerca, 1 reattore militare di ricerca. Dunque 15 in tutto, sparsi in tutto il paese, anche se la concentrazione maggiore è in Piemonte. A questi vanno aggiunti i 9 impianti, comprese le quattro vecchie centrali, fuori produzione. E fanno 24 siti che producono o che hanno prodotto scorie radioattive.
Il secondo punto di vista è una scusa per fare un giro in una delle regioni italiane più mortificate dal malaffare, la Basilicata. Vi parlerò di Rotondella, paesino di qualche migliaio di abitanti e dell’impianto ITREC di Trisaia.
Dove è finito il materiale radioattivo e pericoloso di quel centro che nessuno ha mai trovato? Ha qualcosa a che fare con le storie incredibili che ho raccontato nelle scorse puntate di Noncicredo sulle navi dei veleni e sui traffici internazionali di schifezze e di armi?

Decommissioning e SOGIN

Tutti sanno che in Italia hanno funzionato quattro centrali nucleari; a Caorso (provincia di Piacenza), a Sessa Aurunca in Campania, a Trino Vercellese in Piemonte e nel Lazio a Montalto di Castro, anche se questa non è mai stata ultimata per via del referendum del 1987. Apro una piccola parentesi proprio su Montalto perché la storia di questa centrale è curiosa. Nel 1988 si stabilisce di non andare avanti con quest’opera, ma l’anno successivo si decide che tutte le parti dell’impianto utilizzabili vengano usate per costruire una centrale termoelettrica a olio combustibile e gas, che è oggi la centrale italiana più potente di questo tipo. L’emissione in atmosfera di CO2 è imponente e viene compensata non impiantando un bosco, ma comprando CER (crediti di emissione del Meccanismo di Sviluppo Pulito) vale a dire quei certificati che ti permettono di inquinare da noi se finanzi attività di segno opposto in altri paesi soprattutto emergenti. L’ENEL, proprietaria della centrale, ha investito in Cina in una di quelle operazioni di ripulitura del Trifluorometano, conosciuto anche con l'abbreviazione Hfc-23, un potentissimo gas serra. Questo meccanismo non è utilizzato solo da ENEL, ma da molte major energetiche internazionali ed è previsto dal protocollo di Kyoto.
La buona notizia è che oggi a Montalto di Castro sorge una grande centrale fotovoltaica. Chiusa la parentesi.
Le altre tre centrali hanno invece prodotto le loro scorie. A queste vanno aggiunte tutte quelle che in un modo o nell’altro si ottengono da attività di studio, di ricerca e di cura negli ospedali.
MoxC’è poi anche un'altra questione. Quando il combustibile delle centrali si esaurisce, cioè non è più buono per produrre energia, non viene semplicemente buttato nell’immondizia. Viene spedito in centri di riprocessamento, dove si riesce a tirarne fuori sostanze ancora utili, come ad esempio il Plutonio. A cosa serve il Plutonio? Può servire a costruire bombe oppure può essere mescolato all’Uranio per produrre combustibile particolare, il MOX, che viene utilizzato in alcuni tipi di reattori. In Francia, ad esempio, quasi metà degli impianti possono funzionare in questo modo. Anche il Giappone ha reattori a MOX. Il Plutonio è una bestia davvero brutta, perché è l’elemento radioattivo utilizzato nella produzione di energia con i tempi di decadimento più lunghi di tutti. In pratica significa che se abbiamo un po’ di Uranio sotto il letto, come voleva convincerci a fare Umberto Veronesi, dovremmo chiudere bene quella stanza e aspettare qualcosa come 250 mila anni per tornarci dentro, cosa complicata dal fatto che nel frattempo se ne sono andate 10 mila generazioni.
Questi centri di riprocessamento non sono dappertutto. Alcuni paesi ne hanno addirittura fatto un business. Ad esempio la Gran Bretagna guadagna bei soldini dall’operazione, che, meglio dirlo, è rischiosa e costosa. Infatti gli inglesi, molto pragmatici, hanno pensato: “Tanto noi di materiale radioattivo ne abbiamo comunque in casa a causa delle nostre centrali. Un po’ di più o di meno, non cambia le cose. Tanto vale guadagnarci.” Così si sono presi in carico una parte delle barre del combustibile nipponico. Un ragionamento analogo ha fatto la Francia.
Noi non abbiamo centri di riprocessamento, per cui le barre usate dalle nostre centrali devono essere spedite all’estero; buona parte sono in Francia a Le Hague nel Nord del Paese, nel centro gestito da Areva, quindi dallo Stato. Quello che resta, alla fine del processo, viene vetrificato, ma non può comunque finire sotto il letto; deve essere stoccato in profondità, o comunque in un luogo sicuro, sperando che non succeda niente per centinaia di anni. "Quello che resta", nel caso di clienti stranieri, come lo stato italiano, viene rispedito a casa loro, cosa che avverrà anche per noi nei prossimi anni: entro il 2025, secondo gli accordi. Ecco dunque un altro motivo per avere in mente dove sistemarle queste scorie, dove cioè creare un sito di contenimento nazionale per il materiale radioattivo. Questo è il punto più dolente, anche se non l’unico, dell’industria nucleare, perché oggi nessun paese al mondo, nemmeno chi ricava dal nucleare parte importante della propria energia elettrica, sa come fare a risolvere questo problemino.
Nel 2014 la questione delle scorie nostrane torna alla ribalta perché un senatore dei Cinquestelle, Vito Petrocelli, lancia un allarme. Secondo lui sarebbero stati spostati di notte, con un camion, materiali radioattivi dal centro ITREC di Rotondella (Matera) all’aeroporto NATO di Gioia del Colle in Puglia. Operazione piuttosto rischiosa in caso di un incidente lungo il tragitto.
E allora vediamola la nostra situazione. Detto di Le Hague, altro materiale radioattivo italiano è a Sellafield in Gran Bretagna (che ha avuto negli anni una serie di problemi, compreso l’eccesso di radiazioni, per cui è stata costretta a chiudere una parte dell’impianto e a lasciare a casa il personale non necessario alle indagini) e un altro po’ in Svezia.
Facendo la somma di tutto si arriva, secondo i dati ufficiali, a 90 mila metri cubi, che non sono pochi.  In mezzo a questo mucchio ci sono scorie più pericolose ed altre che lo sono meno. Si distinguono, come già detto, per il tempo di decadimento. Senza entrare in dettagli tecnici che qui non hanno molta importanza, possiamo determinare il periodo necessario affinché quelle scorie non presentino più un grave problema in 10 di questi "tempi". Così mentre ad esempio per il Cesio 137 basterà (si fa per dire) aspettare qualche secolo, per il Plutonio servirà un deposito che “tenga” per centinaia di migliaia di anni.

Un deposito praticamente eterno?

scorieitaliane03Ecco allora che il problema si sposta: come si costruisce un deposito simile? Ci hanno provato in molti e noi non possiamo che fare riferimento al paese che del nucleare ha fatto una bandiera, gli Stati Uniti. I tentativi di realizzare siti permanenti sotto le montagne del Nevada sono falliti, dopo averci speso un sacco di soldi e dopo aver scoperto varie truffe per convincere i cittadini, ma soprattutto i finanziatori, che tutto era a posto e andava bene.
Così, a quasi 70 anni dall’avvento del nucleare cosiddetto “civile”, la società che su di esso ha basato gran parte del proprio sviluppo non ha la più pallida idea di come fare a buttare l’immondizia prodotta. E questo dà la misura dell’intelligenza della specie che governa il nostro pianeta. Dubito che una qualsiasi persona razionale inizi un progetto senza valutarne l’iter e le conseguenze.
Ma torniamo a noi e ai nostri 90 mila metri cubi di scorie da sistemare. Costruire un deposito permanente non è come fare una casa. Ci vuole tempo e soprattutto occorre sapere bene come comportarsi. L’incarico di dismettere centrali e stoccare materiale radioattivo è della SOGIN, finanziata coi nostri soldi, molti dei quali, negli anni passati, sono spariti o in conti personali o in finanziamenti assurdi. Ma di questo parleremo dopo. I criteri di costruzione però sono questioni tecniche e vanno lasciate ai tecnici. Ecco perché, una volta eliminata l'Agenzia per la sicurezza nucleare, si è deciso che deve essere l’ISPRA a fornire le indicazioni opportune e sarà in base ad esse che SOGIN dovrà comunicare l’elenco delle località papabili per tanta fortuna. É facilmente prevedibile che la scelta non sarà affatto semplice, ricordandoci anche della reazione degli abitanti di Scanzano Jonico, che riuscirono ad impedire che il loro comune diventasse la zona di stoccaggio, come voluto dal governo Berlusconi di allora, con una specie di insurrezione collettiva.

ISPRA

Torniamo indietro di qualche anno: è il 2014 quando l’on. Bobba del Partito Democratico interroga il governo per sapere come procede questa faccenda. Egli si mostra giustamente preoccupato per la situazione. In effetti le scorie “italiane” (quelle attualmente sul suolo patrio) sono tenute nelle vecchie centrali e nei centri di ricerca e stoccaggio di Saluggia (Piemonte) e Casaccia (Lazio), oltre che all’ITREC di Rotondella e in piccole parti in altri centri di ricerca. Situazione che crea pericoli sia per l’ambiente che potrebbe essere contaminato che, soprattutto, per la salute delle persone che in quelle zone abitano. Sulla situazione ad esempio di Saluggia si potrebbe aprire un capitolo a parte per via della contaminazione possibile della Dora Baltea in prossimità della sua confluenza nel Po, una zona ad elevato rischio di alluvioni, con tutte le conseguenze drammatiche che si possono facilmente immaginare. E sostenere che il nostro paese non è a rischio alluvioni sembrerebbe quanto meno azzardato. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.
scorieitaliane04Per capirci qualcosa di più andiamo nel sito di ISPRA: si tratta dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Precisamente nel Dipartimento Nucleare, Rischio Tecnologico e Industriale, e già il nome mette i brividi. Qui c’è un brevissimo documento, che possiamo riassumere in due punti.
  • Il primo fa chiarezza sul fatto che il deposito sarà permanente solo per le scorie meno attive, da usare per qualche secolo. Le scorie più pericolose saranno tenute qui il tempo necessario a capire, anche a livello europeo, come fare a metterle in sicurezza.
  • Il secondo punto richiama sul fatto che in Italia non esiste un’Agenzia per la sicurezza nucleare, soppressa nel dicembre 2011 col decreto di contenimento della spesa “Salva Italia”. I compiti sono stati assegnati provvisoriamente all’ISPRA. Questa non si sogna neppure di dare indicazioni precise prima di aver sentito le Agenzie per la sicurezza nazionale di altri paesi, che hanno lo stesso problema.
C’è però un secondo documento fondamentale del 9 gennaio 2014, che riporta la relazione che l’ISPRA ha fatto di fronte a due commissioni del Senato, la 10a (Industria, Commercio, Turismo) e la 13a (Territorio, Ambiente, Beni Ambientali). La relazione è lunga (22 pagine) ma possiamo cercare di riassumerla il più possibile.
Il linguaggio è di quelli tecnici e politici che occorre tradurre in un italiano comprensibile ai più.
Si comincia ricordando lo stato dell’arte: le centrali, le scorie, quelle in Italia e quelle all’estero, e il ruolo dell’ISPRA. Ed inoltre si sottolinea come nel nostro paese ci siano già alcuni siti di stoccaggio funzionanti, approvati tecnicamente dall’ISPRA e politicamente da decreti governativi o ministeriali. Funzionano ad esempio presso alcune vecchie centrali (come quella di Garigliano) presso centri come quello di Casaccia e altri.
Se la maggior parte del nostro combustibile nucleare esausto è già stato spedito all’estero, ci sono ancora circa 30 tonnellate da riprocessare nei siti piemontesi. E poi c’è l’ITREC di Rotondella con 2 tonnellate di materiale radioattivo che dovrebbe essere restituito ai legittimi proprietari, gli Stati Uniti d’America, ma questa storia ve la racconto dopo.
scorieitaliane05smallLa relazione fa una lunga disquisizione certamente opportuna sull’iter da seguire per disattivare una centrale nucleare. Forse è superfluo dire che esistono norme internazionali e suggerimenti (che sono abbastanza vincolanti) di cui non si può non tenere conto. Sia l’agenzia internazionale IAEA (International Atomic Energy Agency) e la WENRA, (Western European Nuclear Regulators Association) una task force che si occupa di sicurezza nucleare nell’Europa occidentale, hanno messo a punto strategie da seguire in questo campo. Il fatto è che, da noi, alcune procedure sono già state scritte ed approvate, mentre in altri casi mancano completamente, come per la centrale di Latina e il sito dell’ITREC in Basilicata.
E qui arriviamo al punto cruciale. Perché, dice l’ISPRA e non si può che essere d’accordo, sono tutte belle parole, belle frasi scritte sui documenti, ma senza un sito di stoccaggio nazionale definitivo non si va da nessuna parte. La disattivazione insomma non è proprio possibile. Del resto questo è anche quello che dice la direttiva europea (la 96 del 2013) e non si può farla franca non rispettandola. A vedere bene, continua l’ISPRA, ci sono alcuni siti italiani già approvati e realizzati che non hanno nemmeno le caratteristiche minime per essere considerati idonei.
E allora cosa si può fare?

Il deposito fantasma italiano

Il governo aveva, come già detto, incaricato l’ISPRA di far sapere come si potesse scegliere un sito idoneo e quali caratteristiche dovrebbe avere il deposito.
Insisto sul fatto che stiamo parlando di un sito definitivo solo per le scorie a bassa e media attività. Per quelle ad alta attività e quindi ad elevato rischio è notte fonda.
Tra le tante caratteristiche, una risulta addirittura propedeutica. L’acqua è un elemento indispensabile per il funzionamento delle centrali a fissione in quanto serve a raffreddare il reattore durante la produzione. Ma è un elemento che non deve assolutamente esserci dalle parti di un deposito come quello di cui stiamo parlando.
Se guardiamo al resto dell’universo nucleare, notiamo come ci sia una grande differenza nei progetti per lo stoccaggio di materiali radioattivi a bassa o media attività e gli altri. Per i primi si parla di depositi in profondità, a 50-100 m sotto il suolo, mentre per gli altri si parla di depositi geologici, quindi a profondità molto maggiori, fino a circa 1000 metri. Non c’è traccia al mondo di questo tipo di depositi. Certo ci si sta lavorando, ma, a sentire i tecnici dell’ISPRA, non se ne parla per almeno altri 20 anni, quando i paesi oggi più avanti, Svezia e Finlandia, potranno forse realizzare il primo progetto.
Queste difficoltà hanno fatto cambiare rotta alle proposte dell’ISPRA, che parla di un deposito in superficie, con annesso Parco Tecnologico dove continuare la ricerca in questo settore della scienza. Seguendo tutti i criteri internazionali e analizzando i progetti dei paesi europei, si è arrivati a stabilire che serve una guida tecnica, chiamata Guida Tecnica 29. Al governo è stata consegnata nel 2015 avendo come sottotitolo “Criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività”, indirizzata ad indicare i criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. “
E allora leggiamoli questi criteri, così come riportati nella relazione dell’ISPRA al Senato.
Nella Guida Tecnica “sono definiti i ”Criteri di Esclusione” e “Criteri di Approfondimento” per la cui formulazione, con riferimento alle raccomandazioni emanate dagli organismi internazionali ed in particolare quelle formulate dalla IAEA, si è tenuto conto dei seguenti aspetti :”
A questo punto mi sono permesso di tradurre in un linguaggio meno tecnico il seguito. Magari perdiamo in precisione assoluta, ma sicuramente guadagnamo in comprensione. Ecco i punti, molti dei quali sembrano davvero ovvii.
  • Serve stabilità geologica ed idraulica. Insomma zone a rischio sismico e di alluvione sono da escludere
  • Serve una zona dove esistano barriere naturali che impediscano ai radionuclidi di finire in atmosfera
  • bisogna che il progetto del sito tenga conto delle leggi vigenti in modo assoluto. La tutela del territorio e del patrimonio artistico e naturale non può essere in discussione. Quindi niente parchi naturali o nella Cappella degli Scrovegni.
  • L’area dev’essere isolata da attività umane attuali ma anche che si possano prevedere in un lungo periodo. Insomma se in Italia avessimo un deserto, andrebbe benissimo.
  • L’area dev’essere lontana da risorse naturali del sottosuolo già sfruttate o che potranno esserlo in futuro. Lontano dunque da giacimenti di qualsiasi genere.
  • Il deposito andrà tutelato da condizioni meteorologhe estreme. Probabilmente si riferisce ancora a zone sismiche, di smottamento o analoghe.
Questi “Criteri di esclusione”, come sembra ovvio, servono ad eliminare dall’elenco le zone che non rispondono ai criteri appena descritti. Certo che rientrare nei casi visti sarà a questo punto come avere il biglietto vincente della lotteria di Capodanno. Non è da escludere che i comuni litigheranno per essere riconosciuti a rischio sismico o alluvionale. La relazione di ISPRA infatti sottolinea che, aperte virgolette:
L’applicazione dei “Criteri di Esclusione” è effettuata attraverso verifiche basate su normative, dati e conoscenze tecniche già disponibili per l’intero territorio nazionale e immediatamente fruibili, anche mediante l’utilizzo dei Sistemi Informativi Geografici.””
E conclude:
“I Criteri di Esclusione ed i Criteri di Approfondimento rappresentano i requisiti minimi da soddisfare per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività.”
C’è un’ultima annotazione nella relazione che trovo giusta e opportuna. Non possiamo infatti dimenticare che, se è vero che le centrali sono spente da un sacco di tempo, il paese continua a produrre scorie radioattive derivanti dalla ricerca scientifica e dall’attività ospedaliera e anche queste scorie sono pericolose e da qualche parte dovranno, prima o poi, essere messe.
E poi ci sono i costi da considerare. All’epoca dei fatti che sto raccontando (circa tre anni fa) si calcolava che la spesa per il decommissioning fosse compresa tra 6 e 8 miliardi di euro. Tutti a carico dei contribuenti.
Vedremo tra poco la situazione al giorno d’oggi.
L’ISPRA dunque ha fatto il suo. Da qui in avanti la palla passa al governo e alla SOGIN, cui spetta il compito di realizzarlo questo sito, entro, si dice, il 2021 al massimo. Nel 2021 tuttavia le scorie attualmente a Sellafield saranno tornate indietro da qualche anno. Chissà dove avranno soggiornato nel frattempo?

SOGIN

Questa parte della nostra storia non vuole raccontare cos’è la Sogin oggi, ma cosa ha combinato in passato, perché i ritardi accumulati e i molti soldi spesi hanno avuto sicuramente un riflesso sulla situazione attuale. Per quello che sappiamo, oggi la società che deve provvedere allo smantellamento del vecchio nucleare sta facendo il suo dovere. Questo dunque non è in discussione.
La SOGIN è una società per azioni, nata nel 1999 dall’ENEL con il compito di mettere in sicurezza le centrali nucleari e poi smantellarle. Il costo di questa azienda statale è ovviamente a carico dei cittadini. Si tratta di 400 milioni all’anno.
Nessuno ne sa niente fino al novembre 2002 quando viene nominato presidente della società Carlo Jean, generale, amico stretto di Giulio Tremonti.
Berlusconi lo nomina poi commissario delegato per la messa in sicurezza dei materiali nucleari. Il generale decide che cosa c’è da fare come commissario e poi assegna i lavori alla società di cui è presidente … altro caso italico di conflitto di interessi.
É un uomo potente, il generale, e pensa di poter fare quello che vuole.
C’è una relazione della Corte dei Conti del 2005 in cui si accusa la SOGIN di aver operato ben al di là della sua mission ... insomma di aver ampiamente pisciato fuori dal vaso. Ma i soldi non bastano. Con Jean i costi esterni passano in un anno da 25 a 45 milioni. E l’attività iniziale, quella per la messa al sicuro delle vecchie centrali nucleari, non è cresciuta di una virgola. Si sono solo aggiunti nuovi incarichi, come i siti delle scorie radioattive dei centri di ricerca e lo smantellamento dei sommergibili russi. Troppo. Anche il perscorieitaliane06sonale cresce; molti degli ingegneri che si occupavano del nucleare italiano vengono riciclati nella SOGIN, alcuni senza avere le competenze adatte. Quando Jean lascia la società il personale è una volta e mezzo quello iniziale del 1999: 760 persone e senza nessuna previsione di un ritorno italiano nel nucleare.
Aleandro Longhi dell’Ulivo scopre tra loro circa 200 nomi di amici e parenti di vari parlamentari, dirigenti importanti, fratelli di ministri ed ex ministri, capo gabinetto e un’altra serie di figure analoghe. Longhi presenta 4 interrogazioni sull’argomento: ma non ottiene risposta!
E poi ci sono le sponsorizzazioni esterne. 260 mila euro per ottenere le prestazioni della Civicom che vende prodotti di comunicazione, quando SOGIN può contare su una propria direzione e ufficio stampa molto qualificato e nutrito. Ci sono consulenze legali attribuite allo studio di Cesare Previti, o tributarie allo studio dove lavora Tremonti. C’è la partecipazione alla mostra del libro antico (270 mila euro) che si fa fatica ad inserire nel contesto nucleare della SOGIN.
Dietro questa società si muove un mondo di interessi privati, di manovre nascoste che coinvolgono anche partiti politici come la Lega Nord.
Uno dei suoi parlamentari, Massimo Polledri, uno che fa collezione di brutte figure in pubblico con frasi aberranti sulle donne, i gay e gli stranieri, scrive alla SOGIN sostenendo che bisogna che gli italiani sappiano cosa sta avvenendo a Caorso. In meno di un mese vengono stanziati 200mila euro per un opuscolo su Caorso, commissionato alla Integra Solution di Francesco Ferro, che è, guarda caso, quello che cura l’immagine di alcuni parlamentari tra i quali proprio Polledri. Semplici coincidenze? Forse sì, ma il dubbio rimane.
La Lega spinge però perché la Sogin venga commissariata. Parte un attacco furibondo contro l’allora AD della società Massimo Romano, che percepisce uno stipendio doppio rispetto al suo predecessore. La Conte dei Conti conferma: si tratta di quasi 900 mila euro lordi l’anno. Ma nel fare queste ricerche vengono alla luce consulenze sospette per 10 milioni di euro l’anno. Nel 2009 Romano se ne va e diventa consulente per energie verdi … un bel passo non c’è che dire!
Ma la SOGIN nel frattempo sta cambiando, in meglio. Nel 2009 l’attività di smantellamento è più che doppia rispetto a quella fatta nel 2008 e tre volte quella dei sette anni precedenti. Dunque la società funziona, perché mai dev’essere commissariata? Non si sa, nessuno ha mai dato una giustificazione al riguardo.
I giochi di potere dietro SOGIN sono parecchi. Se ne interessano i carabinieri con intercettazioni telefoniche da cui emergono i nomi del generale Jean, di Silvio Cao, ex consigliere SOGIN fino al 2008, e dei politici Massimo Polledri e Paolo Mancioppi, entrambi di Piacenza ed entrambi del Carroccio. Per chi si fosse perso, ricordo che Caorso è in provincia di Piacenza.
Il progetto è quello di commissariare la SOGIN, rimettendole a capo Carlo Jean e di potenziare Nucleco, una società per la gestione dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività. NUCLECO è proprietà di ENEA (40%) ed ENI (60%); nel 2004 SOGIN rileva le quote ENI e ne diventa l’azionista di maggioranza. Nel frattempo nasce tra i partiti della destra l’idea del nuovo nucleare. É una grandissima opportunità di guadagno se si è al posto giusto. Nel 2009 Polledri riesce a far commissariare nuovamente SOGIN; nel 2010 viene nominato il nuovo a.d. di Nucleco: è il suo collega ed amico Paolo Maccioppi.
Tante manovre dunque dietro l’affare nucleare che viene visto certo non come la soluzione dei problemi energetici italiani, ma come la soluzione dei problemi dei propri conti correnti.
E ce ne sono altri di affari nascosti, come quello del Cemex, che risale a qualche tempo prima. É Silvio Cao, amico del generale, al centro della faccenda. Quello che vuole fare è lanciare un nuovo modo di inertizzazione dei rifiuti nucleari più pericolosi. Abbiamo visto che all’estero si usa la vetrificazione. La cementificazione prevista da Cemex costa esattamente il doppio. Ma Cao è amico di Jean, il quale ha avuto i poteri doppi da Berlusconi. Si individua come sito adatto Saluggia, in Piemonte, dove erano confluite scorie radioattive assieme ai reattori delle centrali del Garigliano e di Trino Vercellese. 
saluggiaA parte il costo, i lavori partono solo nel 2005, quando invece avrebbero dovuto essere già finiti. Le conseguenze del ritardo sono gravissime. E non si tratta di soldi. Le scorie lasciate là potrebbero causare un inquinamento delle falde acquifere. Ci sono interrogazioni in Parlamento e così interviene la SOGIN: è il 2006 e la soluzione è presto trovata: “Raduniamo tutte le scorie italiane e mandiamole in Francia a Le Hague, dove verranno vetrificate”. Tutte le schifezze nucleari vengono ammassate nel deposito Avogadro (di proprietà della FIAT), sempre situato nell’area di Saluggia. É il 2007. Bene, quei detriti rimangono là per anni e solo nel febbraio del 2011 sono pronti i contenitori, comprati in Francia, per spedire le barre verso Le Hague. 
Dunque il progetto Cemex, dietro il quale c’è l’accoppiata Jean – Cao, non ha prodotto niente di niente, ma è stato pagato in progettazione, consulenze e annessi, ovviamente con i soldi dei contribuenti.
Il generale viene poi cacciato da Sogin, si dice per una furiosa litigata con Pecoraro Scanio, ministro dell’ambiente del governo Prodi, per la scelta inopportuna di Scanzano Jonico come luogo dove realizzare il deposito nazionale definitivo.
Gli succede Giuseppe Nucci, che si preoccupa di ridurre le spese riuscendo a portare finalmente in attivo (risicato) un bilancio che fino a quel momento era in rosso.
Ma la Corte dei Conti non è per niente contenta.
Ma come? – dice la Corte dei Conti – Una società senza alcuna concorrenza, finanziata dallo Stato per coprire le spese, come diavolo fa ad essere in rosso o ad avere un attivo appena appena decente? Il fatto è che SOGIN non lavora. Dal 2002 al 2007 ha utilizzato circa 850 milioni, ma di questi pochissimi per la sua missione, quasi tutti per la gestione. Il lavoro da eseguire in otto anni è arrivato ad appena il 9%!
Nucci arriva e promette di fare un quarantotto, di controllare tutte le procedure, le storture degli anni passati; riduce gli stipendi esagerati, le consulenze, insomma fa un po’ di pulizia. E, per fare questo ci vuole l’uomo giusto e Nucci incarica l’uomo che in tutti gli anni precedenti ha fatto il bello e brutto tempo nell’azienda: il generale Jean. Nucci però non si accontenta del ruolo e si fa nominare direttore di due progetti (esterni, uno per il nucleare e uno per il settore ambientale) … cosa ci faccia in questi progetti non si sa.
Quello che si sa è che blinda il proprio stipendio e quello di Jean per tre anni, mentre la pratica vuole che ogni anno il consiglio di amministrazione decida su questo aspetto anche in base ai risultati ottenuti. Ma non è tutto qui. Se il governo decidesse di mandarli a casa, dovrebbe comunque corrispondere una buonuscita pari a tutti i soldi che avrebbero ottenuto rimanendo al loro posto. E’ tutto molto strano anche perché una parte dello stipendio è legata agli obiettivi ottenuti. Ma se uno è fuori, come sarà possibile calcolare questa parte? Sono domande che la Corte dei Conti e la magistratura si fanno.
Prodi, alla fine del 2006 cambia i vertici SOGIN. Allora Nucci tira fuori la calcolatrice e fa le sue brave moltiplicazioni. Risultato: lo stato gli deve un milione di euro. Che incassa. Per quindici mesi di lavoro … o sarebbe meglio dire di non lavoro.

I sommergibili sovietici …

E adesso parliamo di sommergibili russi. Per farlo dobbiamo tornare al 1989, con la caduta del regime comunista e l’avvento di un personaggino come lo zar Vladimir Putin. Non è un mistero che Berlusconi, per molti anni primo ministro italiano, avesse per Vladimir un’amicizia particolare, che legava in maniera molto forte i due paesi tra loro. Ma non si può dimenticare il ruolo fondamentale di fornitore di gas della Russia al nostro paese, non solo, ma è anche un partner commerciale ed economico importante.
sottomarinoUna delle questioni di rilevanza assoluta nella nostra epoca è lo smantellamento dell’enorme eccesso di armamenti nucleari delle varie potenze. Nel 2002 in Canada c’è una riunione del G8, durante la quale si stanziano 20 miliardi di $, di cui 10 a carico degli USA, per questo obiettivo. Tra le armi da eliminare ci sono anche i famigerati sommergibili russi. Secondo le informazioni fornite dalla Russia nel periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale al 2000 ne sono stati costruiti 248, oltre a 5 incrociatori nucleari. 190 di questi sono fermi e una sessantina si trovano al confine con Finlandia e Norvegia, paesi che certo non sono felici di questa situazione.
L’Italia ovviamente partecipa al progetto e, nel luglio 2005, la convenzione è pronta per essere attuata. E’ firmata dal ministro per lo Sviluppo (allora delle attività produttive) Claudio Scajola e da SOGIN. La cifra stanziata è di 360 milioni di euro da spendere in dieci anni per rottamare alcuni sommergibili. Ma quel denaro non finisce tutto a Mosca, una parte prende la strada di aziende liguri come Fincantieri e Ansaldo.
La lista delle cose da fare era
  • smantellare sommergibili e navi ad energia nucleare;
  • riprocessare, trattare, trasportare e stoccare le scorie radioattive e il combustibile esausto;
  • creare un sistema di protezione dei siti nucleari
  • bonificare i siti contaminati da sostanze radioattive
  • creare e mantenere una infrastruttura per tutte queste operazioni
Insomma ogni cosa possibile ed immaginabile. A gestire il tutto da un lato il Ministero dello Sviluppo italiano e dall’altro il ministero per l’energia atomica russo.
A SOGIN viene assegnato, oltre al coordinamento generale (dal momento che i soldi sono italiani), anche la vigilanza. Il che non significa che devono fare la guardia ai siti, ma controllare tutte le operazioni del progetto e in particolare l’attività della Unità di Gestione Progettuale. Questa è composta di dodici persone: due contabili, cinque ingegneri italiani e cinque russi. Tutti gli italiani sono scelti da SOGIN, tutti, compresi i russi, sono pagati dallo Stato Italiano.
C’è una relazione del 2010 che ci informa che nei cinque anni passati sono stati smantellati tre sottomarini e un quarto è in lavorazione. Il primo è costato poco meno di 6 milioni, il secondo e il terzo 9 milioni e i lavori sono stati eseguiti da “imprese russe”. Qui avrebbe dovuto finire l’avventura italiana coi sommergibili di Putin, ma siccome non sapevano cosa farne dei soldi hanno finanziato nel 2009 un nuovo smantellamento per 4,6 milioni di euro.
Riassumiamo. L’accordo era di smantellare 3 sottomarini per 15 milioni, ma siccome erano avanzati dei soldi ne sono stati alla fine spesi 20 per smantellare quattro sottomarini. Siccome l’operazione serve a tutelare l’ambiente e garantire la sicurezza dei popoli, possiamo starci, ma c’è una domanda che ronza in testa: che fine hanno fatto i restanti 340 milioni di euro?
C’è una seconda fase del progetto: la messa in sicurezza delle scorie. Viene costruita una nave speciale, una “nave multifunzionale per il trasporto di contenitori per il combustibile irraggiato”: insomma una nave in grado di trasportare per mare in sicurezza delle scorie radioattive. Costa più di 70 milioni, è pronta nel 2010, la realizza Fincantieri. Ma alle spalle non c’è nessuna gara d’appalto; solo il via libera della Marina Militare. L’Italia la paga, la costruisce, la mette in acqua, ma entra nel registro navale russo: un regalo insomma allo zar Vladimir Putin. Siamo a 90 milioni, ne mancano ancora 270.
La SOGIN intanto sovrintende e piazza i suoi uomini dappertutto. Perché?
Il costo del lavoro sui sommergibili è uno scherzo rispetto a quello per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari. Intanto bisogna trovare un posto adatto. Si sceglie la penisola di Kola, vicino ad Andreeva Bay al confine con la Scandinavia. Ormai abbiamo capito come funziona: serve un impianto di riprocessamento e un luogo dove sistemare le scorie: sei capannoni in tutto. E’ una questione delicata e importante. Lo sottolinea anche Gianni Letta (il braccio desto di Berlusconi). Il progetto è quello di realizzare una struttura che permetta poi di portare là in futuro anche le barre italiane spedite a Sellafield e Le Hague.
Lo studio preliminare è piuttosto a buon mercato, appena 640 mila euro, ma la realizzazione costa tra 140 e 170 milioni. E a chi andranno mai questi denari?
A sorpresa, per le modeste dimensioni dell’azienda, vanno ad Ansaldo Nucleare, del gruppo Finmeccanica, il cui maggior azionista è all’epoca il Ministero dell’Economia e Finanze (32%). Accanto ad Ansaldo c’è la Techint per il trattamento liquidi, la russa AtomStroyExport e la SOGIN (per il deposito scorie).
La SOGIN è quella che sovrintende il progetto, che controlla l’Unità di Gestione Progettuale con cui deve contrattare la commessa (prezzi, tempi, risorse). Insomma la SOGIN è tutto, in un chiaro conflitto di interessi. Il Ministero dello Sviluppo si accorge dell’inghippo e intima ai componenti dell’Unità di Gestione di stare attenti a non farsi beccare a fare tramacci con altre aziende, l’Ansaldo prima di tutte.
Ma, sapete come si dice: il diavolo perde il pelo … Così da lì a poco arriva il commissariamento.
Nel 2009 dunque viene nominato il commissario nella persona dell’ingegner Francesco Mazzucco. Uno dice: e chi sarà mai costui? da dove salta fuori? E’ semplicissimo, è il presidente di Ansaldo Nucleare.
E qual è il compito del commissario e dei suoi collaboratori? E’ quello di preparare il terreno per il ritorno dell’Italia nel nucleare civile e di travasare i beni e i rami delle società controllate da SOGIN ad una nuova società che però deve avere caratteristiche particolari: dev’essere nel settore nucleare; deve avere una partecipazione statale di almeno il 20% e il resto delle quote divise in pacchetti piccoli piccoli … in Italia c’è una sola azienda con queste caratteristiche: la Ansaldo Nucleare, la società di cui il commissario Mazzucco è stato fino al giorno prima presidente. Ecco dunque il trucchetto: SOGIN e Ansaldo, un matrimonio perfetto. Come a dire che fungono contemporaneamente da giocatore e arbitro nella stessa partita.
Insomma un intreccio in cui controllati e controllori sono le stesse persone e in cui quindi è possibile fare qualsiasi porcheria. Se ne accorge anche Scajola che sottolinea in una nuova lettera la faccenda (agosto 2009). Nel maggio 2010 il governo si rimangia tutto: via il commissario e SOGIN torna ad essere una società a gestione ordinaria.
E i soldi corrono a fiumi: chi li caccia? e chi li controlla? 

L’Unità di gestione: soldi, soldi, soldi

L’Unità di Gestione costa 3 milioni l’anno di mantenimento: 108 mila € l’anno se ne vanno per la sede moscovita, un mega appartamento di Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia. I consulenti russi dell’Unità si fanno pagare mica male. Nel 2009 percepiscono più di 260 mila euro netti da parte dei contribuenti italiani. Già, ma per fare cosa è pagata questa Unità? Servono dei controlli e dunque vengono nominati dei controllori.
Ma lo smantellamento dei sommergibili e il riprocessamento delle barre avviene in luoghi assolutamente inaccessibili ai civili, tanto più se stranieri. A Mayak, dove avviene il riprocessamento, non ci andrebbero neppure sotto tortura, trattandosi di una delle aree più contaminate del pianeta.
I controlli semplicemente non si fanno. Ma sono pagati 2 milioni di euro l’anno. Sono i giornalisti del Corriere Sergio Rizzo e Gianantonio Stella a fornire i dati che sto elencando. Siccome quando è troppo è troppo, l’Autorità per l’energia e la Corte dei Conti chiedono a SOGIN di giustificare i quasi 5 milioni di euro spesi per la sede di Mosca, soldi che arrivano dalle bollette dell’ENEL. Ma a SOGIN nessuno si spaventa di questa ingerenza, anzi: fa ricorso al TAR. Interviene il Parlamento che ratifica l’accordo e il suo finanziamento; bastano sei giorni a Scajola per firmare la convenzione. Tutto a posto dunque, si può riprendere a spendere e spandere.
Quando ci si infila in questi conteggi ne escono sempre anche cose curiose.
A parte un mare di soldi spesi in opuscoli e DVD, nell’accordo tra Ministero e SOGIN per lo smantellamento dei sommergibili è previsto che all’azienda vengano dati 44 milioni annui per le spese (dal 2006). I soldi arrivano dal Ministero dello Sviluppo e sono versati su un conto chiamato Global Partnership. É qui che SOGIN addebita le spese, che però non vengono esaminate prima dal ministero, assieme alle spese dell’Unità di Gestione Operativa. E dovrebbe essere proprio questa unità a controllare le spese, ma i suoi uomini non dipendono dal ministero, ma dalla SOGIN. Dunque chi controlla le spese dipende da chi deve essere controllato. E c’è un altro aspetto inquietante. Il Ministero infatti, nel contratto, riconosce a SOGIN un importo aggiuntivo del 25% sui costi sostenuti.  Perché mai il Ministero dovrebbe riconoscere una quota di maggiorazione ad una società, la SOGIN, che gli appartiene?
Il dubbio di un fondo nero comincia a farsi avanti, come adombrato da alcuni parlamentari dell’Ulivo nel 2006.
Credo che possiamo chiudere qui questa storia fatta di inciuci e conflitti, di cose strane e soprattutto di soldi spesi in maniera esagerata. Che non ci importerebbe forse tanto se quei soldi non fossero tutti nostri. 

E oggi?

Nel maggio dello scorso anno i nuovi vertici di SOGIN, il presidente Marco Ricotti e l’amministratore delegato Luca Desiata, si sono presentati di fronte alla commissione che indaga sulle attività illecite collegate al ciclo dei rifiuti, per riferire sullo stato dell’arte dell’attività della società.
Al 31 gennaio 2016 solo il 25% del decommissioning era stato completato, con una spesa di quasi 600 milioni di euro. La SOGIN valuta che le operazioni potranno concludersi non prima del 2035, con una spesa di circa 6 miliardi e mezzo di euro. resta intatto il problema del famoso e famigerato deposito nazionale delle scorie, di cui non si sa proprio nulla, nemmeno il luogo dove dovrebbe sorgere. Nel frattempo i rifiuti nucleari continuano ad aumentare ad un ritmo di circa 500 m³ l’anno. E non solo nessuno sa quali potrebbero essere i siti possibili, ma non è stato nemmeno avviato l’iter per creare l’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, che dovrebbe sostituire ISPRA per gli incarichi in questo settore.
A settembre scorso si è tenuto a Vienna un incontro dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, durante la quale SOGIN ha ricevuto un sacco di complimenti, venendo indicata come un’eccellenza in questo campo.
Ma, dalla stessa riunione, sono arrivate anche notizie meno confortanti. Si è infatti stimato il costo del decommissioning, appurante che esso sarà più caro di quanto previsto: 7,2 miliardi di euro, 400 milioni in più, che, ovviamente, ricadranno sulle bollette degli italiani.
Nel frattempo SOGIN dovrebbe consegnare al Ministero dell’Ambiente la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, inizialmente prevista per la fine del 2017, ma poi spostata a prima delle elezioni, anche se sembra ovvio che fornire la lista dei comuni interessati da un possibile deposito di scorie radioattive non sarà certo un incentivo a votare per chi gestisce l’intera faccenda.
Dunque questo documento resta nei cassetti della SOGIN. Nessuno ne sa nulla.
Arriviamo così ai nostri giorni, i primi di questo mese di gennaio, quando la Francia ha fatto le pulci all’Italia, mettendo in dubbio la capacità del nostro paese di iniziare i lavori del deposito nazionale entro il 2021.
La Francia si era impegnata nel 2006 a ritirare 235 tonnellate di scorie radioattive, analogamente a quanto aveva fatto tre anni prima l’Inghilterra.
Come spiegato stasera, il vantaggio è per entrami. I francesi recuperano materiale fissile ancora utilizzabile, noi ci liberiamo di un ingombro estremamente fastidioso. Ma l’accordo è temporaneo. A partire dal gennaio 2019 le scorie cominceranno a rientrare e sarà necessario allora avere le idee chiare su dove metterle e come custodirle. Bene che vada le operazioni di rientro termineranno nel 2024.
Vista la situazione di stallo, non si può certo dare torto alle preoccupazioni dei francesi. 

Rotondella e l’ITREC …

L’ultima parte della trasmissione la dedico alla Basilicata, partendo da Rotondella dove è presente il centro ITREC. Questa sigla sta per Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile. Qui arrivavano materiali radioattivi usati in un ciclo sperimentale uranio-thorio per confrontare la convenienza di questo ciclo rispetto a quello tradizionale dell’uranio-plutonio. Una buona cosa perché si cerca di escludere il Plutonio, che tanti problemi da, come abbiamo visto anche prima. itrecE’ il CNEN (Comitato nazionale energia nucleare) poi diventato ENEA a volere l’impianto che si realizza tra il 1965 e il 1970. Uno dei primi incarichi deriva dagli accordi con l’USAEC, l’agenzia per l’energia atomica statunitense (anche questa fatta fuori poi nel 1974 perché il Congresso statunitense si rese conto che non era all’altezza del suo compito). Dalla centrale sperimentale di Elk River (Minnesota) arrivano, nel 1973, 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-thorio, sui quali i tecnici cominciano i loro studi ed esperimenti. Di questi 20 vengono ritrattati. Si arriva così al 1987, quando il nucleare italiano è bloccato dal referendum e così pure l’attività dell’ITREC. Restano 64 barre molto pericolose.
Passano 16 anni prima che la SOGIN assuma la gestione dell’impianto, che va smantellato e reso sicuro. A cominciare da quei 64 elementi da riprocessare e vetrificare, come avviene per quelli di ogni altra centrale nucleare dismessa. Purtroppo nessun centro di riprocessamento sa come rendere inerte quel tipo di combustibile.
SOGIN (che almeno stavolta non ha responsabilità dirette) non sa cosa fare. Il combustibile non si può riutilizzare e quindi va stoccato in qualche modo ed è proprio questo “in qualche modo” che rende l’operazione senza futuro. Le 64 barre non sono neanche italiane e si potrebbero rispedire al mittente. Ma, nel frattempo, la centrale di Elk River è stata chiusa e il governo di Washington non ne vuole sapere di riprendersi un così grazioso giocattolo. E non c’è neppure la possibilità di un risarcimento, del pagamento di un qualche affitto, perché il vecchio contratto non lo prevede. Un bel casino, insomma, ma solo uno dei tanti che riguardano la Basilicata, regione che con il vecchio nucleare italiano ha un conto aperto lungo così.
Sui misteri nucleari della Basilicata si apre un'inchiesta. E' archiviata nel 2009. Ha, secondo il giudice, una “indiscutibile e oggettiva gravità sotto il profilo della sicurezza pubblica in generale” insomma la situazione in Basilicata fa paura, tanta paura. Ma l’inchiesta viene chiusa lo stesso!
Il tutto nasce per caso, nel 1994, quando un magistrato, Nicola Pace, vede una foto di un siloi, un tipico silos del 6° secolo a.C., con dentro un bidone di scorie radioattive. Decide allora di scoprire dove diavolo si trovi quel bidone e se ce ne sono altri in giro per la regione.
Dei bidoni nessuna traccia, ma altre cosette saltano fuori.
Pace infatti comincia a mettere il naso nei registri di entrata ed uscita dall’impianto di Rotondella, l’unico che potrebbe aver avuto a che fare con quelle scorie. Ma lì non c’è traccia di Plutonio e anche il bilancio dell’uranio non quadra. Strano …
E poi c’è il racconto della gente del luogo che assicura che c’è stato un gran movimento dentro l’ITREC con camion che andavano e venivano e per di più là dentro ci sono materiali che con il lavoro del centro non hanno molto a che fare.
Durante le indagini si trova di tutto, come quattordici container di materiali radioattivi di provenienza ospedaliera e un sacco di altro materiale non nucleare regolarmente registrato. Il sospetto del magistrato è che ci sia una doppia contabilità, solo che i libri contabili di Rotondella non ci sono più.
Nelle ultime puntate vi ho parlato a lungo delle navi dei veleni e del ruolo che questo centro ha avuto come deposito di scorie radioattive che venivano poi caricate sulle navi in partenza per le coste africane o per essere affondate al largo nel mare Jonio.  
Nel 1995, l’ingegner Giglio, che all'epoca svolgeva attività di sorveglianza per la radioprotezione degli impianti dell’ENEA, mette a verbale che “la registrazione delle scorie nucleari di Rotondella era falsificata per consentire la fuoriuscita di materiale radioattivo a scopi militari”. Anche la CIA emette un rapporto nel 2004, secondo cui una parte del combustibile nucleare iracheno è uscito da Rotondella. Secondo i servizi americani responsabile di questa “fuga” è la Techint, una delle aziende usate da SOGIN nell’affare dei sommergibili russi e che si occupa proprio del decommissioning di Rotondella. E proprio la Techint aveva subito alcuni attentati attribuiti al Mossad, il servizio segreto israeliano, come ritorsione per l’approvvigionamento all’Iraq. Del resto che Saddam, con il beneplacito USA che aveva il problema di frenare l’Iran degli Imam, si rifornisse a Rotondella è una storia che molti altri autori hanno confermato. C’è una prima inchiesta in cui finiscono imputati i responsabili del centro, tra cui quel Claudio Cao, amico del generale Jean che abbiamo già incontrato. Ci sono due condanne, ma del plutonio nessuna traccia!
Per cercare il Plutonio si apre una nuova inchiesta (a Potenza) alla fine del 1998. Finiscono sotto inchiesta i vertici dell'ENEA di Rotondella, ma 6 anni più tardi a questi si aggiungono nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Tra loro Francesco Fonti, il pentito di cui ho parlato nelle puntate sulle navi dei veleni. Fonti era stato in carcere con Guido Garelli, il quale racconta storie che vengono verificate e si scopre così che la Basilicata è un centro di affari internazionali più o meno loschi che riguardano materiale nucleare e che sono monitorati e seguiti dal Mossad, dal Sismi e dalla CIA.
Ma ci sono altri testimoni importanti.
C’è la giornalista Patrizia Volpin, che aveva denunciato nel 1997 un traffico di rifiuti illeciti e poi si era rifugiata in India. La Volpin viene sentita al telefono e dice quello che tutti noi abbiamo letto nella storia italiana degli ultimi anni. Che c’è un traffico di rifiuti radioattivi verso l’Africa proveniente da tutta Europa e dall’America. Che c’è stato un accordo tra Italia e Somalia per spostare di 10 milioni di m³ di scorie non definite. Che dall’Italia arrivano armi ai paesi stranieri in misura molto maggiore al consentito; che la mafia calabrese e pugliese si occupa di interrare nella ex-Jugoslavia i bidoni di rifiuti tossici; che sulla strada tra Mogadiscio e Bosaso 10 cm di bitume coprono migliaia di fusti di sostanze radioattive. Che Ilaria Alpi è morta per questo e che il Sismi non è certo estraneo alla sua morte. Questo racconta Patrizia Volpin, giornalista, dall’India. Rimane là perché è gravemente malata e perché ha paura di tornare. Non sa niente dei bidoni lucani, ma suggerisce due nomi.
Il primo è Carlo Alberto Sartor, padovano, tecnico informatico. Un giorno gli capita una storia da film. Arrivano dei personaggi che dicono di essere carabinieri dei ROS, lo portano in un capannone anonimo con una macchina anonima e gli dicono di decriptare alcuni dischetti, nei quali Sartor vede movimenti di svariate migliaia di miliardi di lire, frutto di operazioni anonime e non rintracciabili. Sartor, che era stato messo in guardia dalla Volpin, subisce infine un pestaggio che lo porta in ospedale con un trauma cranico. Finisce sotto processo per calunnia perché riconosce in un colonnello dei servizi segreti uno degli individui da cui era stato rapito. Ma lui non sa niente di Rotondella e della Basilicata. Sa solo che tutto quel casino glielo hanno provocato i servizi segreti italiani.
E poi c’è Mohammed Aden Sheikh, un medico somalo, già ministro per la sanità nel suo paese prima dell’arrivo di Siad Barre. É lui che testimonia di aver appreso da altri cittadini somali dei traffici illeciti di scorie radioattive tra la Somalia ed altri paesi. E’ lui ad indicare Giancarlo Marocchino ed Enzo Scaglione come coinvolti nell’affare. Questi nomi li aveva fatti anche Fonti nella questione delle navi dei veleni. Ma la verità non può venire a galla perché i fatti sono coperti da segreto di stato.
Marocchino è un uomo di grande potere in Somalia. E’ quello che ha costruito il porto di El Ma’an, le cui banchine non sono fatte solo di pietre e cemento. Le testimonianze di questi fatti sono racchiuse anche nelle fotografie del 1997, che Greenpeace ha pubblicato nella primavera del 2010. Si vedono le banchine in costruzione con i container che spuntano dal molo in mezzo al cemento. Se le foto sono così vecchie perché prima non se ne è saputo nulla? Dove si trovavano così ben nascoste?
Non erano affatto nascoste, ma incluse negli atti investigativi della procura di Asti, solo che non interessavano nessuno. E’ grazie alla "curiosità" di Greenpeace che oggi ne possiamo parlare.
Le foto mostrano cosa c’è dentro quelle banchine. Ci sono i container usati per portare i rifiuti nello stato africano, una marea di container. E non solo quelle banchine sono fatte con i rifiuti europei e americani. La strada che da Garoe va verso Bosaso è indicata da tutti come il sito dei rifiuti tossici che vi venivano interrati prima di realizzare la pavimentazione. "Curiosamente" le ultime riprese di Miran Hrovatim sono lunghe immagini proprio di quella strada. Miram Hrovatim è il reporter che accompagna Ilaria Alpi nell’ultimo reportage della sua vita.

Scanzano Jonico

Proviamo a riassumere: c’è un probabile, ma non accertato traffico di rifiuti radioattivi che passa per la Basilicata. Probabile perché non ci sono tracce, solo coincidenze. C’è il fatto che a Rotondella c’è un centro nucleare che non produce nulla; c’è il fatto che i bidoni radioattivi in Somalia arrivano e ci sono, ma nessuno è stato trovato sepolto in Basilicata e poi c’è Scanzano Jonico.
scanzanoNel 2003 questo Scanzano Jonico viene scelto come sede del deposito nazionale dei rifiuti nucleari. Lo scelgono il padrone di SOGIN, Carlo Jean e l’ex sindaco di Scanzano Mario Altieri, poi arrestato per brogli elettorali. Come tutti sanno, i cittadini insorgono e il decreto viene immediatamente ritirato.
La domanda è: perché Scanzano e perché tutta quella fretta di indicare il paese lucano come il più adatto? Perché i carabinieri non hanno svolto le verifiche previste per la tutela ambientale?
Ho raccontato, nelle puntate sull’intervento delle mafie nei traffici dei rifiuti pericolosi, che una parte dei bidoni vengono interrati in Basilicata, terra che alla ‘ndrangheta non interessa, perché sulla nave in partenza per la Somalia non ci stanno tutti. E Fonti racconta quanti (100 quella volta) e dove sono stati seppelliti.
La ricerca non è complicatissima, dal momento che la temperatura del terreno che contiene attività radioattiva è più caldo di quello circostante. Basterà usare aerei opportunamente attrezzati. Ma non si trova nulla: che Fonti sia un bugiardo?
In realtà, leggendo il verbale di archiviazione, si scopre che quei voli non sono mai stati effettuati. Perché? Perché i soldi destinati a quell’indagine sono dirottati a risolvere l’emergenza rifiuti napoletana (siamo nel 2008) e perché la Basilicata è stata semplicemente esclusa dalla lista delle regioni che di quel tipo di fondi possono disporre tra il 2007 e il 2013.
I magistrati non si arrendono e si rivolgono a chiunque possa fare qualcosa, le amministrazioni locali, l’ARPA, ma nessuno si prende la briga di fare un passo che sia uno.
C’è ancora un’altra storia curiosa. Eugenio Tabet è un professore, esperto in materia nucleare, uno di quelli che partecipano alla commissione incaricata di stilare un elenco dei siti dove piazzare il famoso deposito nazionale delle scorie. E succede una cosa piuttosto strana. Alla SOGIN viene dato l’incarico di individuare il posto del sito PRIMA che la commissione termini i suoi lavori. E ancora più strano è che la SOGIN individui con una rapidità sorprendente Scanzano Jonico come il luogo più indicato.
Ci sono altre intercettazioni che svelano particolari da orrore. Ci sono due personaggi minori in questa storia che si chiamano Agostino Massi e Gaetano Trezza, entrambi ex dipendenti dell’ENEA. Dopo le dichiarazioni molto soft agli inquirenti vengono beccati più volte a chiacchierare tra loro, parlando dei bidoni radioattivi che erano stati sepolti sotto la mensa del sito. Rendendosi conto che c’è un’indagine che potrebbe coinvolgerli, i due a loro volta si incontrano con altri protagonisti e parlano di fustini prelevati dalla Trisaia e portati a Casaccia e di qualcosa da nascondere con questi traslochi di materiale estremamente pericoloso.
Nonostante tutte queste indagini e un mare di indizi nessuna prova conferma la presenza di materiale radioattivo sepolto da qualche parte in Basilicata. E l’indagine piano piano si arena fino alla sua definitiva chiusura il 27 ottobre 2009.
E’ interessante leggere il verbale dell’archiviazione:
E’ oggettivamente quasi impossibile ricostruire cosa i vari organi, i tecnici e i soggetti titolari della politica del nucleare abbiano fatto all’interno del centro Trisaia nel corso degli anni, considerando che le lavorazioni nel campo nucleare sono state dal principio un po’ pionieristiche, le misure di sicurezza utilizzate erano spartane e le conseguenza degli errori dell’uomo erano imprevedibili.”
E conclude:
coloro che virtualmente potevano essere a conoscenza di fatti e circostanze a suffragio dell’ipotesi investigativa non hanno inteso fornire alcun contributo o per timore di ritorsioni da parte di alcuno o perché le loro conoscenze erano e sono solo millantate”.
Ma le scorie restano e con loro i pericoli di contaminazione.