Questo articolo è il prologo ad una trasmissione di  Noncicredo su Radio Cooperativa, che andrà in onda (o che è andata in onda) martedì 10 marzo alle 20,50. La troverete, dopo quella data, nel podcast della trasmissione a questo indirizzo.
---------------------------------------------------------
Caldo invernoCari amici di Radio Cooperativa, ben trovati per questa nuova puntata di Noncicredo. Ormai l’inverno ha le ore contate e finalmente potremo giustificare il caldo che ci ha accompagnato negli ultimi mesi anche dal punto di vista del calendario. Tutto rientrerà, insomma, nella logica delle cose. E, tuttavia, non riusciamo a dimenticare i 16 gradi in gennaio e febbraio, le coste dell’Antartide completamente prive di ghiaccio, il polo Nord percorribile con le navi d’estate e tutte le altre "curiose" manifestazioni, che se risorgesse uno dei nostri nonni direbbe: “Cosa diavolo avete combinato per fare questo macello?”. Forse sapremmo dargli qualche indicazione, ma alla domanda “Perché non ci avete pensato prima?” non sapremmo assolutamente giustificarci.
Qualche amico, di quelli che seguono, bontà loro, questa trasmissione con costanza, mi fa notare che Noncicredo è piena zeppa di analisi, di documentazioni importanti, legate alle attività di centri di ricerca ai quali è difficile non assegnare un ruolo oggettivo e imparziale, che collega spesso il passato con un presente disastroso, che fa derivare quella che oggi siamo costretti a chiamare emergenza climatica da scelte sociali, politiche e soprattutto economiche di un passato nemmeno troppo lontano. Inoltre mi spingono, questi bravi amici, a continuare a sostenere che, pur essendo con l’acqua alla gola, molte politiche anche estremamente importanti (vedi quelle statunitensi del negazionista Trump e della sua Banda Bassotti) … molte politiche – dicevo – fanno di tutto per acuire il disagio, per far crescere i problemi, come se della sopravvivenza della razza umana non gliene fregasse nulla.

Già, la razza umana. Abbiamo perso il senso della misura, chiudiamo stati interi per un virus influenzale, che provoca qualche migliaio di morti, e non facciamo nulla o quasi per milioni di morti dovuti al cambiamento del clima: alle ondate di calore, ai fenomeni idrogeologici estremi come uragani, inondazioni, smottamenti.
Non fatemi fare la figura di quello che se ne frega del Corona virus. Trovo che sia un problema serio e vada affrontato con fermezza. Vorrei si facesse lo stesso per un problema, quello ambientale, che è decine di migliaia di volte più grave ed urgente.
Caldo invernoRiporto, con una punta di ironia mista a tristezza, le osservazioni di questi giorni, che hanno notato una sostanziale diminuzione dell’inquinamento in Cina, addirittura del 25% secondo le rilevazioni della NASA. In quel paese le attività dell’uomo sono state drasticamente ridotte: locomozione, produzione, impianti. E così ci viene la stravagante idea che, effettivamente sì … forse le attività dell’uomo hanno a che fare con i cambiamenti del clima. E ci voleva il Corona virus per accorgercene?
Dunque i miei amici si lamentano di qualcosa che questa trasmissione ha, forse e sicuramente senza volerlo, trascurato. Perché se è vero che molto poco si è fatto in generale, non possiamo passare sopra alle innovazioni importanti che si muovono in direzione opposta, che cercano cioè di adeguare la nostra vita – soprattutto di chi oggi è bambino e ragazzino – al nuovo clima che è già arrivato. Ho spiegato questa affermazione due puntate fa, analizzando un ricco dossier di Legambiente intitolato, per l’appunto, “Il clima è già cambiato”.
Adeguamento, adattamento … sono queste le parole d’ordine delle nuove strategie.
Indietro non si torna a breve … intendiamoci … quando dico a breve non mi riferisco al prossimo mese, ma a centinaia di anni, tanti ce ne vorranno (sempre che tutto venga fatto correttamente, cosa di cui dubito fortemente) per sistemare un pianeta, devastato nel giro di 50 o 60 anni da una società imbecille, arruffona, immorale, corrotta, … potete continuare voi con gli aggettivi che preferite.
E allora, oggi vediamo proprio questo, affrontando un argomento che, finora, non ha mai fatto capolino in questa trasmissione. Immagineremo un futuro così come le attuali situazioni e gli studi di importanti centri di ricerca lasciano prevedere e cercheremo poi di analizzare quali passi l’umanità ha in mente di fare o sta facendo o ha già fatto per adeguare il vivere dell’uomo alle future condizioni dell’ambiente.
Per parlare di tutto questo seguirò un corposo articolo, apparso nella sezione “Scienze” del quotidiano Repubblica il 20 febbraio 2020, quindi un articolo molto recente. Vi si parla di agricoltura e degli effetti che dovrà subire a causa dell’emergenza climatica.
Prima di cominciare, tuttavia, lasciate che vi legga un breve articolo, tratto dallo stesso numero del quotidiano milanese, scritto da Marco Tedesco. Lui è un professore ordinario alla Columbia University di New York e ricercatore per la NASA. Insomma uno che di clima e di ambiente se ne intende parecchio. Ecco cosa scrive.

Andiamo a mietere il grano. In Siberia

Caldo invernoImmaginate enormi distese di grano che si estendono abbondanti di fronte a noi. Non siamo in Italia o nelle grandi distese americane ma in Canada o in Siberia alla fine di questo secolo. È questo lo scenario che anticipano gli scienziati in un nuovo articolo pubblicato di recente sulla rivista PLOS One.
Fondendo le proiezioni per la temperatura e le precipitazioni di 17 modelli climatici con modelli per l’agricoltura, gli autori hanno stimato che le aree che diventeranno adatte ad una o più colture – le cosiddette frontiere agricole determinate dal clima – copriranno un’area equivalente a oltre il 30% di quelle attualmente coltivate nel mondo. Secondo lo studio, grano, patate, mais e soia sono abbastanza resistenti al freddo da riuscire a crescere nelle regioni più a nord in futuro. Mais e soia potrebbero anche essere coltivati, sebbene in modo meno esteso. Il tutto, però, non avverrà senza impatti ambientali legati alla perdita di biodiversità, il declino della qualità dell’acqua e alle emissioni di carbonio attualmente immagazzinato nel suolo. Per esempio: la trasformazione in terreno agricolo delle aree previste nello studio comporterebbe l’emissione di circa 177 miliardi di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un secolo di emissioni di CO2 attualmente prodotte dagli Stati Uniti. Un’agricoltura più intensiva minaccerebbe anche la biodiversità nell’America centrale e nelle Ande settentrionali e degraderebbe la qualità dell’acqua. “Abbiamo bisogno di cibo, ma non vogliamo impatti ambientali. Dobbiamo trovare un modo per bilanciare”, ha affermato Krishna Bahadur, dell’Universita’ di Guelph, Canada, e coautore dello studio. Il mondo dovrà produrre circa il 70% in più di cibo entro il 2050 per sostenere una popolazione di circa 9 miliardi persone, con stime per la fine del secolo che parlano di oltre 16 miliardi. A tale proposito, gli autori dello studio raccomandano l’adozione di pratiche agricole che preservano il carbonio immagazzinato nel suolo, come lasciare intatti i terreni della torba settentrionale. Altre opzioni includono il passaggio a diete più basate sui vegetali, la riduzione degli sprechi alimentari, l’adozione di tecnologie per aumentare la resa e l’uso più intensivo dei terreni coltivati esistenti, sebbene nessuna di queste strategie fornirebbe tanto cibo quanto coltivare i terreni agricoli di frontiera. (92)

Noi e loro, i ragazzi del duemila

L’articolo di Tedesco può sembrare una provocazione, eppure si fonda su dati ragionevoli, destinati, con ogni probabilità, a disegnare la nuova realtà. E i segnali ci sono tutti, solo che o non li conosciamo o ci illudiamo che siano irrilevanti. Non mi riferisco solo alla evidente migrazione di molte specie che vanno in cerca di un habitat più consono alle loro caratteristiche, spostandosi, ad esempio, verso mari più freschi e meno acidi, di quelli del Sud del Mondo, ma ad una migrazione generale, anche di abitudini e di produzione, come vedremo tra poco, esaminando il documento di Repubblica.
C’è una cosa che voglio dire prima di affrontare il discorso più generale. Noi conduttori non sappiamo chi è all’ascolto delle trasmissioni che prepariamo e diffondiamo. Non sappiamo che interessi abbiano, cosa pensino delle questioni che affrontiamo. quale sia il loro background sociale e culturale e, lasciatemelo dire, soprattutto, non sappiamo che età abbiano.
Come dite? Caldo invernoChi se ne frega dell’età? Attenzione che proprio su questo potremmo aprire un dibattito lungo così.
In questi giorni, seguendo un progetto che sfocerà in una trasmissione qui a Radio Cooperativa in Maggio, ho conosciuto un gruppetto di ragazzi e ragazze meravigliosi. Loro si occupano di questioni mafiose e già questo è straordinario, sono stati a Cinisi, vicino Palermo, dove Tano Badalamenti ha avuto la sua sede e dove un ragazzo che trasmetteva da una piccola radio locale ha avuto il coraggio di accusare lui e la sua cricca di delinquenti e l’ha fatto con l’arma più terribile che l’intelletto umano abbia prodotto: l’ironia o, per dirla con parole più aderenti al contesto, la presa per il culo.
Quel ragazzo era Peppino Impastato, ammazzato dalla mafia di Tano Badalamenti il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, il 9 maggio 1978.
Ma questo non c’entra, mi sono solo lasciato trasportare dall’ottima impressione che i ragazzi di Vicenza mi hanno fatto, era un altro il concetto legato alla loro età che volevo esprimere.
Noi "anziani" abbiamo chiaro in mente com’erano le nostre terre quando eravamo bambini e così sappiamo perfettamente cosa e quanto è andato distrutto e perduto. É quello il nostro punto di riferimento e là vorremmo che l’ambiente tornasse, ai prati verdi percorsi da ruscelli da cui si poteva bere, alle montagne perfettamente innevate, tanto da rendere del tutto inutile lo stesso concetto di neve artificiale e così via.
Loro queste cose non le hanno viste. Sono nati dentro un’epoca, quella del millennio che stiamo vivendo, in cui tutto è già cambiato. Quando parliamo di ghiacci polari ridotti al minimo, di inverni senza neve, con temperature estive perfino in Antartide, di fenomeni idrogeologici estremi che si susseguono con un ritmo vertiginoso, stiamo parlando del mondo in cui questi ragazzi sono nati e cresciuti. Loro non hanno nessuna scelta se non quella di adeguarsi a quello che hanno trovato.
Se è per questo, lo dobbiamo fare anche noi, ma noi lo facciamo col rimpianto di quelli che cominciano le frasi con “C’era una volta …” come se si trattasse di una fiaba, ma di quelle finite male, anzi malissimo.
Ecco dunque che Greta Thunberg e tutti i ragazzi della sua età che le sono andati dietro, non possono ragionare come noi, loro ragionano sul futuro e, lasciate che lo dica con molta franchezza, hanno ragione loro, hanno mille volte ragione.
Dunque la parola d’ordine è “adeguarsi”, perché, come ho sottolineato ormai molte volte da questo microfono, il clima non sta cambiando, è già cambiato, lo ha fatto in modo rapido e brutale.
Sappiamo di chi sono le colpe, certo non delle maledizioni dei Maya o di extraterrestri brutti e cattivi, venuti a farci dei dispetti malvagi.
Di questo parla l’articolo di Repubblica che mi appresto a commentare. Va da sé che nessun intervento è possibile senza capire le cause che hanno prodotto il guasto, senza analizzare la situazione nella quale siamo finiti. Facciamo dunque tutto con calma, analizziamo come siamo messi e cosa si sta facendo, lo ripeto a scanso di equivoci, non per tornare indietro, ma per andare avanti nella situazione che si è creata, nonostante tutto e nonostante tutti.
Buon ascolto!