Costo Uranio sul mercato
C’è un grafico che tutti mostrano (anch’io) nelle relazioni che tengono sul nucleare. E' l’andamento del costo dell''Uranio nel periodo 2002 – 2008. Il prezzo sale dal valore di 10 $/lb (16-17 €/kg) a 100 $/lb. Una impennata decisamente preoccupante per chi doveva comprare combustibile e far funzionare le centrali. Ma, dopo il 2008, il costo dell’Uranio è decisamente diminuito: nel 2010  era sceso a 40 $/lb. Oggi, tuttavia, costa 70 $/lb e il prezzo è di nuovo in crescita. Perché questi cambiamenti?
Il fatto è che negli anni 2000 diverse nazioni,  (...)C’è un grafico che tutti mostrano (anch’io) nelle relazioni che tengono sul nucleare. E'' l’andamento del costo dell''Uranio nel periodo 2002 – 2008. Il prezzo sale dal valore di 10 $/lb (16-17 €/kg) a 100 $/lb. Una impennata decisamente preoccupante per chi doveva comprare combustibile e far funzionare le centrali. Ma, dopo il 2008, il costo dell’Uranio è decisamente diminuito: nel 2010  era sceso a 40 $/lb. Oggi, tuttavia, costa 70 $/lb e il prezzo è di nuovo in crescita. Perché questi cambiamenti?
Il fatto è che negli anni 2000 diverse nazioni, e per motivi differenti, hanno cominciato o ricominciato ad affezionarsi alla produzione di energia elettrica da nucleare. Lo hanno fatto gli Stati Uniti, sotto la spinta di Dabeliu Bush (che ha licenziato leggi apposite che sostenevano coi soldi dei contribuenti i costruttori, leggi poi applicate dallo stesso Obama), lo hanno fatto i paesi emergenti dell’Asia, in particolare la Cina che ha ordinato un pacchetto di quasi 30 centrali … crepi l’avarizia!
Parlando di soldi, ci sono le solite domande sul costo del nucleare. Quanto costa? E da cosa dipende il costo? Tra questi raramente si menziona quello del denaro avuto in prestito dalle banche che, secondo Citigroup, Moody’s, MIT e svariate agenzie finanziarie di ogni parte del pianeta non può essere al di sotto del 10% visti i rischi (economici!) che comporta un progetto nucleare. La NEA (Nuclear Energy Agency, agenzia nuclearista dell’OCSE) aveva stimato nel 2010 il costo del MWh da nucleare tra 58 $ e 100 $, un’ampia forchetta che trova giustificazione (la scoperta è di Edo Ronchi, ex ministro del governo Prodi-D’Alema) proprio nel diverso costo del denaro (rispettivamente il 5% e il 10%). Ora credo tutti sappiano che una banca eroga prestiti a tasso tanto maggiore quanto più elevato è il rischio dell’impresa che finanzia. Dopo Fukushima non solo si è dimostrato che la sicurezza degli impianti è una favola ancor meno credibile di Cappuccetto Rosso, ma anche che finanziare queste avventure è pericoloso dal punto di vista economico. E’ forse il caso di fare presente che 100 $ al MWh (circa 70 €) è un costo ampiamente più elevato (quasi il doppio) di quello promesso da governo italiano e da ENEL agli industriali riuniti nel gennaio 2010 quando si favoleggiava di un nuovo periodo d’oro legato al nucleare; è anche superiore al costo del MWh pagato oggi in Italia.
Tornando al grafico, la “rinascita nuclearista” degli anni 00 ha comportato una maggiore richiesta di combustibile e dunque un rincaro dei prezzi secondo la legge della domanda e dell’offerta.
Alla fine del primo decennio di questo secolo alcuni paesi hanno aumentato in modo considerevole l’estrazione di Uranio. Sono stati alcuni stati africani (Niger, Tanzania, Gabon, …) e il Kazakistan. I primi sotto la spinta di aziende molto potenti e per niente inclini alla tutela del paesaggio e della salute dei cittadini. Valga per tutti l’esempio di AREVA in Niger, che ha fatto terra bruciata nelle zone minerarie di quel disgraziato paese. Queste aziende potevano contare su governi deboli e facilmente corruttibili e su situazioni spesso incerte e mutabili (in Niger ci sono stati due colpi di stato negli ultimi due anni). Il Kazakistan è retto da un presidente (Nazarbaiev), che te lo raccomando in quanto a rispetto delle regole democratiche. Non mi sembra che averci a che fare sia molto diverso da trattare con Gheddafi e soci.
Con la crescita dell’offerta il prezzo sul mercato dell’Uranio è progressivamente sceso. Ma poi è risalito nei primi mesi di quest’anno. Secondo molti analisti questi aumenti sono legati alla diminuita possibilità di ulteriori estrazioni seguita proprio alla accelerazione estrattiva.
Ma c’è un altro aspetto da sottolineare.
Proprio il recente incidente di Fukushima ha fatto capire molte cose. Ad esempio che uno dei reattori dell’impianto (il 3) non funzionava con il solito combustibile (Uranio arricchito al 4%), ma con uno diverso, chiamato MOX, Mixed OXide fuel.
Di cosa si tratta? E cosa c’entra con il costo del combustibile?
A differenza di quanto avviene nel nostro caminetto, quando il combustibile di un reattore ha fatto il proprio lavoro, non è ancora morto. L’Uranio utilizzato è arricchito in U235, il solo isopoto naturale “buono per l’uso”. Con procedimenti particolari si costruisce una combinazione di U238 e U235 di modo che di quest’ultimo non ci sia solo lo 0,7% presente in natura, ma un 4-5% per garantire un numero di fissioni sufficiente a produrre energia nella quantità desiderata. Quando il metallo ha esaurito la sua “carica” torna ai suoi valori naturali. Quello che manca si è trasformato in sostanze di scarto (Cesio, Iodio, Stronzio, Kripton, ecc.) tutte radioattive con periodi di stoccaggio dell’ordine di alcuni secoli (300 anni per il Cesio 137). Una parte dell’U238 si è trasformato in Plutonio 239, probabilmente il più tossico dei prodotti di una fissione nucleare, che ha un periodo di stoccaggio necessario di almeno 250 mila anni!
Questo insieme di “resti” rappresenta quello che si deve “mettere in sicurezza”. Ciclo Uranio (Francia)
Proviamo a fare dei calcoli. Se parto con 7 tonnellate di uranio naturale, ricavo 1 ton di Uranio arricchito e mi restano 6 ton di Uranio impoverito. Di questo ne mettiamo da parte una porzione che ci servirà più avanti. Il resto lo usiamo per costruire ogive di bombe e proiettili.
La fissione dell’Uranio arricchito produce circa 40 kg di scorie radioattive, 950 kg di Uranio “depleto” (cioè usato e quindi non più arricchito) e 10 kg di Plutonio, elemento che in natura non esiste: questo è il modo di "fabbricarlo".
Perché dovrebbe interessare a qualcuno se produciamo Plutonio, che è la bestia nera di ogni stoccaggio delle scorie radioattive?
La risposta è semplicissima: perché con il Plutonio si fabbricano le bombe. Praticamente tutte le armi strategiche americane e sovietiche erano a base di Plutonio. Durante decenni non si è fatto altro: centri specializzati come Mayak in Russia, Le Hague in Francia, Sellafield in Inghilterra, e svariati altri centri negli USA e altrove avevano questo preciso compito. La produzione di energia elettrica era una semplice costola di questa attività.
Ma da allora le cose sono cambiate: abbiamo assistito dai primi anni 90 in poi ad un progressivo smantellamento degli arsenali militari. Addirittura USA e Russia (accordo ventennale del 1993 tra Eltsin e Clinton) si sono scambiati combustibile derivato dalle bombe (400 ton) con dollari (12 mld). Perché dunque continuare a produrre Plutonio?
Il fatto è che a nessuno sfugge che il combustibile tradizionale prima o poi finirà e a nessuno sfugge che lo stoccaggio delle scorie è un problema senza soluzione, tanto più con la presenza di così tanto Plutonio che nessuno sa dove mettere al sicuro.
Ed ecco allora il trucco. Usiamo gli scarti della fissione nucleare come combustibile per altri reattori. E così alcuni stati (Francia, Gran Bretagna, Russia, Giappone, …) sono dotati di centrali con reattori che funzionano a MOX: una combinazione del Plutonio ottenuto dalla fissione e di Uranio impoverito (ricordate? quello che avevamo messo da parte all’inizio).
Nel mondo ci sono una trentina di reattori che usano il MOX, 20 di questi sono in Francia. La preparazione del MOX è estremamente pericolosa e i centri di riprocessamento del materiale radioattivo altrettanto a rischio di incidenti: ne sanno qualcosa sia a Le Hague che a Sellafield dove non sono riusciti a far passare sotto silenzio tutti quelli che sono accaduti con fuoriuscita di sostanze radioattive. Aggiungete il fatto che per produrre MOX in quantità sufficiente a Le Hague arrivano tutti gli scarti dei 59 reattori francesi e di quelli di mezza Europa e non solo: treni e navi carichi di Plutonio, Cesio e compagnia bella in giro per le pianure francesi … una follia!
Se dal punto di vista del risparmio delle risorse si può capire questa mossa, essa appare enormemente azzardata se la si considera in relazione ai rischi. La rottura di un reattore a MOX è ben più pericolosa di quella di un reattore ad Uranio: a Fukushima è successo!

Ma il discorso era centrato sui prezzi e sui costi e lì voglio tornare.
Infatti l’impiego del MOX è giustificato proprio da evidenti ragioni economiche: meno scorie da stoccare, meno Uranio da comprare e con i prezzi che corrono …
Gli Stati Uniti hanno sempre considerato i prodotti della fissione dell’Uranio (quindi anche il Plutonio una volta messo da parte quello per fare le bombe) come scarti da stoccare, ma anche loro alcuni anni fa hanno accarezzato l’idea di percorrere la strada dei francesi. E così hanno messo in piedi un progetto a Savannah (South Carolina) finanziandolo con 5 miliardi di $ per il riprocessamento dei combustibili e la produzione di MOX. "E’ davvero un peccato lasciare tutto questo ben di dio alla Francia", devono aver pensato i vertici USA e così hanno messo in piedi il loro giocattolo. A gestire l’impresa una joint-venture americana e francese: quest’ultima parte rappresentata – ti pareva? – ancora da AREVA.
Il "botto" del reattore 3 a Fukushima ha guastato i piani, ma Obama e soci sono sicuri che da loro questo non potrà mai accadere: da dove derivino certe certezze è un mistero ben più oscuro di quello dei Maya; così continueranno imperterriti a riempire di MOX il paese, trasformando i forni di alcuni reattori (ad esempio quello della nuova centrale proprio di Savannah) con concentrazioni di MOX 5 volte superiori a quelle giapponesi.
Evviva!