Depositi provvisori in Italia(Questo post riassume e integra un capitolo del libro "Bidone nucleare" di Roberto Rossi, Rizzoli, 11€, la cui lettura è molto istruttiva e viene caldamente consigliata)
Ma le centrali che l’Italia ha messo in piedi e fatto funzionare erano complessivamente quattro e c’è di che riflettere anche sulle altre tre, oltre a quella del Garigliano. Oggi i residui di queste attività nucleari sono valutate in circa 93 mila tonnellate di detriti, 15 mila delle quali di terza categoria, le più pericolose, quelle che devono essere messe al sicuro per molte migliaia di anni. Si tratta di circa 80 mila metri cubi, di cui 27 mila di scorie pericolose. A queste andranno aggiunte, secondo SOGIN, quelle di natura ospedaliera, quelle della filiera nucleare non direttamente produttiva (centri di ricerca ad esempio) per un totale finale di circa 100 mila metri cubi (dati SOGIN). Secondo la legge ogni metro cubo di scorie radioattive deve essere contenuto in un volume almeno dieci volte superiore. Questo significa che il deposito che contenga tutte le scorie italiane dovrà avere un volume di almeno un milione di m³ complessivamente.
E, sempre rimanendo a livello generale, è interessante analizzare i dati della produzione di energia di queste centrali. Va tenuto presente che, a parte Caorso, con una potenza di 860MW, le altre centrali erano piccoline: Garigliano 150 MW, Trino Vercellese 260 MW, Latina 153 MW. Tutte assieme non fanno una centrale attuale. Ma questo non è tutto. I molti problemi che il nucleare italiano ha avuto durante il periodo di funzionamento degli impianti ha fatto in modo che l’energia prodotta sia stata sempre molto poca. Estraendo i dati TERNA del periodo si può calcolare che mediamente non si sia mai andati al di là del 3-4% di energia elettrica, vale a dire un 1% di energia complessiva, davvero una miseria. Se comunque fosse stata gratuita e senza contraccolpi per la salute delle persone e dell’ambente, nessun problema. Dell’impatto esterno ho già detto a proposito del Garigliano. Dei soldi si può fare qualche conto per capire cosa abbiamo pagato come cittadini, dal momento che tutto il progetto nucleare dell’epoca era interamente a carico dello stato e quindi dei suoi azionisti, i cittadini.
Oltre alle spese necessarie per la costruzione dei siti e degli stabilimenti collegati (ad esempio l’impianto di riprocessamento di Saluggia o l’ISPRA di Varese per la sperimentazione e così via) vediamo quanto è costato chiudere gli impianti. Prima che qualcuno accusi il referendum del 1987 di questi esborsi voglio ricordare che Garigliano era già chiusa e Trino e Latina stavano per esserlo per raggiunti limiti di età. Delle centrali funzionanti la sola ad essere stata chiusa a causa del voto del 1987 è quella di Caorso. Va tuttavia per onestà di cronaca ricordato che altri due centri erano in fase realizzativa: il prototipo Cirene di Latina che era quasi pronto per i collaudi e la centrale di Montalto di Castro dove gli stabili erano stati costruiti al 70%, ma gli ordini per materiali vari erano stati già tutti effettuati. Anche questi accordi venivano meno e gli italiani si sono trovati a pagare anche questo conto.
Complessivamente dunque abbiamo già versato 6 miliardi e rotti per i risarcimenti ottenuti dall’ENEL per l’uscita dal nucleare, più un miliardo e mezzo per le altre ditte coinvolte nell’affare. Dal 1999 paghiamo circa 400 milioni di euro l’anno per il decommissioning e lo paghiamo come onere aggiuntivo nella bolletta della luce sotto la voce A2. Per almeno 10 anni lo abbiamo pagato inutilmente perché i lavori gestiti da SOGIN non sono avanzati di un centimetro, come abbiamo visto nella scorsa puntata (si fa qui e successivamente riferimento alla puntata trasmessa l''8 giugno 2011 a Radio Cooperativa sul tema). Sullo smantellamento grava come un macigno il fatto che nessuno sa come stoccare le scorie. Ci sono nel nostro paese (come negli altri del resto) solo siti provvisori sparsi un po’ ovunque lungo la penisola, ma nessuno sa dove e soprattutto come realizzarne uno di definitivo. I fautori del nuovo nucleare italiano, durante la campagna referendiaria hanno sempre minimizzato il problema sostenendo che quando le nuove centrali termineranno il loro ciclo produttivo una soluzione si sarà certamente trovata. E’ un modo assolutamente irresponsabile di ragionare soprattutto se teniamo conto del fatto che sono già passati 60 anni di produzione nucleare e nessuno è riuscito a capire qualcosa di questo problema. Dobbiamo vivere sperando che il futuro sia migliore o fare di tutto perché lo sia?
Ed infine i tempi. Se 10 anni, in assenza di intoppi, sono sufficienti per costruire una centrale e farla produrre, alla fine del suo ciclo vitale (30 anni per quelle attuali, 40 per quelle nuove) non è che l’impianto si spenga come una lampadina, perché continua a vivere per decenni o per secoli e quindi a costare denaro anche da morto. Il confinamento del Plutonio che si produce nella fissione dell’Uranio deve essere garantita per 250 mila anni. Si alzi in piedi chi è in grado di offrire questa garanzia.
La scorsa settimana abbiamo parlato di Saluggia e Avogadro in Piemonte, dove sono finite o stanno finendo tutte le scorie italiane. Le barre di combustibile esausto vanno a finire in Francia a Le Hague, dove vengono riprocessate. Significa che attraverso procedimenti pericolosi e costosi vengono estratti l’Uranio 235 residuo e il Plutonio che i reattori francesi utilizzano o direttamente (Uranio) o indirettamente costruendo la miscela U + Pu chiamata MOX che è il combustibile di 20 reattori dei 58 in attività.
Per questo da febbraio ci sono trasporti eccezionali (prevalentemente treni) che partono dal Piemonte verso la Normandia con il loro carico estremamente pericoloso. La speranza è che non succeda nulla a quei treni e che a qualche terrorista non venga in mente di centrarli con un aereo come accaduto per le torri gemelle a Manhattan.\r\n

La centrale di Trino Vercellese

Costruita sulla Dora Baltea viene inaugurata nel 1964. Ma ha subito un sacco di problemi, tanto da restare chiusa prima tre anni di fila e poi altri quattro per adeguamenti tecnici di sicurezza. Trino è la centrale in fase più avanzata di smantellamento, ma gli elementi radioattivi sono ancora là. Ci vorranno almeno altri 40 o 50 anni per arrivare in fondo al processo senza ovviamente contare il confinamento delle scorie. E c’è di più. A pochi km da Trino si trovano i depositi di Saluggia e Avogadro. A 1 km e mezzo dal deposito si trova la Dora Baltea e l’acqua dell’acquedotto che serve 100 comuni del Monferrato. Il problema è che anche in questa zona ci sono ogni tanto delle alluvioni e l’acqua che entra poi se ne esce portandosi via materiale radioattivo. Gli organismi deputati a risolvere questi problemi (ARPA e SOGIN) sono intervenuti, ma troppo tardi. Ormai la zona è contaminata e sull’area che doveva tornare “prato verde” secondo la legge, sono previsti due depositi lunghi 70 m, che dovranno ospitare le scorie liquide vetrificate di terza categoria,  le più pericolose tra quelle più pericolose. A Trino era stata costruita, come già detto, una seconda centrale, la più grande del progetto italiano con due reattori e due grandi torri per il raffreddamento dell’acqua. Ma non si fece in tempo a metterla in funzione perché bloccata dal referendum del 1987. E’ stata trasformata in una centrale a gas a ciclo combinato.

La centrale di Caorso

Lo chiamano tutti Arturo. E’ il nome assegnato al reattore della centrale nucleare di Caorso in provincia di Piacenza. La più nuova e la più grande di quelle entrate in funzione. 850 MW, ad Uranio arricchito con raffreddamento ad acqua sotto pressione. La sua vita attiva è stata molto breve, dal 1981 al 1986, quando venne fermata per la consueta ricarica del materiale fissile, ma non fu mai più riaccesa per le vicende legate al referendum del 1987. Dunque questo impianto è sempre stato “nuovo” durante il suo funzionamento e non ha mai dato seri problemi né prima né dopo la sua chiusura. Con i tempi che ormai conosciamo SOGIN ha provveduto allo smantellamento. Nell’estate del 2010 le ultime barre di Uranio sono state spedite a Le Hague. Tutto a posto dunque? Non proprio. Tanto per cominciare come ormai sappiamo i residui di quelle barre torneranno indietro nel 2025 e saranno scorie da stoccare per tempi molto lunghi (secoli). E poi a Caorso permangono ancora elementi radioattivi, come il reattore (svuotato) ma continuamente monitorato da 100 persone. I residui contaminati dello smantellamento infatti devono essere sorvegliati da qualcuno. Si trovano in depositi interni provvisori e, per quello che ho detto fin qui, si tratta di depositi provvisori in via definitiva.

C’è anche da considerare quello che si è speso per queste operazioni: 200 milioni finora e ne serviranno altri 450 per concludere il ciclo, senza contare le spese della spedizione delle barre di Uranio in Francia.

Borgo Sabotino (Latina)

Quella di Borgo Sabotino in provincia di Latina è la centrale più vecchia del nostro paese. Si tratta di una piccola centrale da 153 MW di potenza (più o meno come quella del Garigliano). All’epoca era la più potente in Europa anche se si era agli albori delle costruzioni di questi impianti e quindi ogni nuovo impianto abbatteva il record precedente. A parte un paio di brevi interruzioni per sistemare alcune sue parti, la centrale di Latina ha funzionato vent’anni, fino al 1986. Nel momento di andare in pensione l’autorità di controllo aveva dato il benestare per altri dieci anni di attività, che non poterono essere sfruttati per l’esito del referendum del 1987. Il reattore di questa centrale era diverso dagli altri italiani, un modello decisamente più vecchio, come la maggior parte di quelli inglesi. Si trattava di un reattore Magnox, che anziché acqua per il raffreddamento usa del gas. Veniva poi utilizzata la grafite per moderare la fissione, cioè per fare in modo che non ci fossero troppi neutroni e quindi che si potesse controllare la produzione di energia. Magnox deriva invece dalla lega in Magnesio e Alluminio che fungeva da guaina alle barre di Uranio (ruolo poi avuto dallo zirconio nei reattori più moderni). Questo tipo di reattori sono stati abbandonati nei primi anni 70. Il Magnox garantiva una produzione molto alta di Plutonio; questo fatto poteva essere positivo quando si trattava di mettere da parte questa sostanza per costruire le bombe. Ma la presenza di grafite era decisamente deleteria, perché questo materiale, una volta attivato (cioè reso radioattivo) lo rimane per migliaia di anni, con conseguenti ulteriori problemi di stoccaggio. Tanto per farci un’idea questi erano i reattori delle centrali di Three mile Island e di Chernobyl, cioè dei siti dove sono avvenuti i più grandi incidenti nucleari della storia prima di Fukushima.
Bene, nel reattore di Latina c’erano 2200 tonnellate di grafite radioattiva. Sono state spedite a Sellafield in Gran Bretagna per essere riprocessate. Torneranno anche loro da noi e bisognerà mettere anche quelle scorie da qualche parte.
Intanto a Latina si sono arrangiati come hanno potuto. 400 m³ di rifiuti sono già stati condizionati e aspettano il deposito nazionale, altri 800 sono in fase di condizionamento. Quello che dev’essere compreso è che anche se la centrale non produce energia ed è stata spenta, l’attività radiologica continua e continuerà per un sacco di tempo. Per questo serve personale, che va ovviamente pagato. Ci sono 80 addetti a Latina. Intanto la centrale invecchia e le cure sono sempre più necessarie e i costi dell’operazione di smantellamento aumentano sempre più. Non se ne sa molto perché a controllare tutte le fasi ci pensa la SOGIN, che è poi la stessa che quelle fasi le esegue. Insomma fatti una domanda e datti una risposta. La data prevista per la fine del decommissioning anche qui, come a Caorso, è il 2019, quella per inviare le scorie al deposito nazionale semplicemente non esiste.

Il resto che non si dice mai

L’Italia non aveva solo quattro centrali nucleari attive, ma una serie di siti di contorno che servivano o per sperimentazione o, come nel caso di Saluggia, a riprocessare le barre di Uranio una volta esaurito il compito di produrre energia elettrica.
Vediamoli velocemente:
4 in Lombardia: a Ispra (VA) Centro comune di ricerca della UE, che era un centro molto avanzato negli anni 50, conteneva due reattori sperimentali, un deposito di materiale radioattivo, un laboratorio che si occupava di uranio e plutonio e un altro per la ricerca di trizio. Lo smantellamento è cominciato nel 2005. Si pensa che possa terminare nel 2016 e ci vorranno ancora 500 milioni per chiudere il discorso. Il centro contiene anche 12 mila m³ di materiale radioattivo, messo in migliaia di fusti. Un centro sicuramente all’avanguardia anche dal punto di vista della sicurezza, eppure nel 1980 l’ENEA vietava di bere l’acqua del lago maggiore, di non mangiarne i prodotti e di non farci il bagno … che l’acqua fosse troppo fredda?
Gli altri tre siti in Lombardia si trovano a Legnano, Pavia e Milano. In questi ultimi due ci sono due reattori funzionanti destinati alla ricerca.
In Piemonte abbiamo già parlato di Saluggia e Avogadro. Ma il ciclo del combustibile cominciava a Bosco Marengo (AL). Il combustibile (112 ton) è già stato portato via, mentre le scorie sono messe come al solito in un deposito temporaneo. Per capire la faciloneria e la cialtroneria su queste questioni possiamo raccontare un breve episodio. Nel 2003 c’è un terremoto di grado 5 della scala Richter. L’epicentro è a 15 km da Bosco Marengo, l’area del deposito è a 100 m da una strada statale, dove le automobili passano tutto il giorno. A seguito di questo evento l’ARPA fa un inventario del deposito e scopre non solo che alcuni bidono mostrano evidenti segni di usura, ma che sono impilati alla bell’e meglio su bancali di legno. Una situazione estremamente pericolosa. Servivano 750 mila euro per mettere in sicurezza il deposito (ripeto provvisorio!), ma la ditta privata (Controlsonic srl)che si occupava della gestione dell’impianto era fallita e fu quindi la provincia di Alessandria a cacciare il denaro. Ancora soldi dei cittadini.
Nel Lazio c’è Anguillara nel cui comune sorge il centro ricerche nucleari Casaccia dell’ENEA. Due centri di ricerca che hanno funzionato anche dopo il referendum del 1987, occupandosi di medicina nucleare. Anche qui si rende necessario il decommissioning per la presenza di scorie radioattive e soprattutto per il fatto che SOGIN ha realizzato proprio qui il deposito nazionale delle scorie ospedaliere (scarti di radiografie, chemioterapie, ecc.) che hanno portato a 7 mila m³ il conto totale del materiale radioattivo presente nel sito. Il sito di Casaccia è stato ad un passo dal provocare disgrazie a catena. Si tratta di strutture vecchie e decrepite. Nell’ottobre 2006 una esplosione causata dal malfunzionamento dell’impianto antincendio provocò un aumento terrificante di pressione fino a 100 volte quella normale; questo aumento scagliò lontano 4 porte antincendio, spalancando la sala dove erano contenuti i fusti di Plutonio. Con grande facilità uno di questi avrebbe potuto essere danneggiato con conseguenze inimmaginabili. C’erano 6 kg di Plutonio là dentro e un centinaio di kg di Uranio. Curiosamente la ditta responsabile della sicurezza per l’impianto che non aveva funzionato, la Elektron avrebbe avuto dal generale Carlo Jean, delle cui malefatte abbiamo parlato la scorsa settimana, l’incarico per la protezione antiterrorismo dell’intero settore nucleare in Italia. Pensate in che mani siamo. Altri tre incidenti si sono verificati a Casaccia tra il 2006 e il 2007.
Nonostante tutto i vecchi reattori ormai cinquantenni sono ripartiti nell’Ottobre 2010.