Stoccaggio sicuro?Tutti sanno che in Italia hanno funzionato quattro centrali nucleari; la più grande a Caorso (provincia di Piacenza), le altre in Campania a Sessa Aurunca, in Piemonte a Trino Vercellese e nel Lazio a Montalto di Castro, anche se questa non è mai stata ultimata per via del referendum del 1987. Oggi a Montalto di Castro sorgono due centrali, una molto inquinante a gas e olio, ma anche uno dei più grandi impianti fotovoltaici del mondo.
Le altre tre centrali hanno invece prodotto le loro scorie. A queste vanno aggiunte tutte quelle che in un modo o nell’altro si ottengono da attività di studio, ricerca e cura negli ospedali.
C’è poi anche un''altra questione. Quando il combustibile delle centrali si esaurisce, cioè non è più buono per produrre energia, non viene semplicemente buttato nell’immondizia. Viene spedito in centri di riprocessamento, dove si riesce a tirarne fuori sostanze ancora utili, come ad esempio il Plutonio. A cosa serve il Plutonio? Può servire a costruire bombe oppure può essere mescolato all’Uranio per produrre combustibile particolare, il MOX, che viene utilizzato in alcuni tipi di reattori. In Francia, ad esempio, quasi metà degli impianti possono funzionare in questo modo. Anche il Giappone ha reattori a MOX. Il Plutonio è una bestia davvero brutta, perché è l’elemento radioattivo utilizzato nella produzione di energia con i tempi di decadimento più lunghi di tutti. In pratica significa che se abbiamo un po’ di Uranio sotto il letto, come voleva convincerci a fare Umberto Veronesi, dovremmo chiudere bene quella stanza e aspettare qualcosa come 250 mila anni per tornarci dentro, cosa complicata dal fatto che nel frattempo se ne sono andate 10 mila generazioni.
riprocessamentoQuesti centri di riprocessamento non sono dappertutto. Alcuni paesi ne hanno addirittura fatto un business. Ad esempio la Gran Bretagna guadagna bei soldini dall’operazione, che, meglio dirlo, è rischiosa e costosa. Infatti gli inglesi, molto pragmatici, hanno pensato: “Tanto noi di materiale radioattivo ne abbiamo comunque in casa a causa delle nostre centrali. Un po’ di più o di meno, non cambia le cose. Tanto vale guadagnarci.” Così si sono presi in carico una parte delle barre del combustibile nipponico. Un ragionamento analogo ha fatto la Francia.
Noi non abbiamo centri di riprocessamento, per cui le barre usate dalle nostre centrali devono essere spedite all’estero; buona parte sono in Francia a Le Hague nel Nord del Paese, nel centro gestito da Areva, quindi dallo Stato. Quello che resta, alla fine del processo, viene vetrificato, ma non può comunque finire sotto il letto; deve essere stoccato in profondità, o comunque in un luogo sicuro, sperando che non succeda niente per centinaia di anni. "Quello che resta", nel caso di clienti stranieri, come lo stato italiano, viene rispedito a casa loro, cosa che avverrà anche per noi nel prossimi anni: dal 2017 al 2025, secondo gli accordi. Ecco dunque un altro motivo per avere in mente dove sistemarle queste scorie, dove cioè creare un sito di contenimento nazionale per il materiale radioattivo. Questo è il punto più dolente, anche se non l’unico, dell’industria nucleare, perché oggi nessun paese al mondo, nemmeno chi ricava dal nucleare parte importante della propria energia elettrica, sa come fare a risolvere questo problemino.
Recentemente la questione è tornata alla ribalta perché un senatore dei Cinquestelle, Vito Petrocelli, ha lanciato un allarme. Secondo Petrocelli sarebbero stati spostati di notte, con un camion, materiali radioattivi dal centro ITREC di Rotondella (Matera) all’aeroporto NATO di Gioia del Colle in Puglia.
VignettaE allora vediamola la nostra situazione. Detto di Le Hague, altro materiale radioattivo italiano è a Sellafield in Gran Bretagna e un altro po’ in Svezia.
Facendo la somma di tutto si arriva, secondo i dati del novembre scorso, a 90 mila metri cubi, come a dire un intero palazzetto dello sport di medie dimensioni.
In mezzo a questo mucchio ci sono scorie più pericolose ed altre che lo sono meno. Si distinguono, come già detto, per il tempo di decadimento. Senza entrare in dettagli tecnici che qui non hanno molta importanza, possiamo determinare il periodo necessario affinché quelle scorie non presentino più un grave problema in 10 di questi "tempi". Così mentre ad esempio per il Cesio 137 basterà (si fa per dire) aspettare qualche secolo, per il Plutonio servirà un deposito che “tenga” per centinaia di migliaia di anni.
Ecco allora che il problema si sposta: come si costruisce un deposito simile? Ci hanno provato in molti e noi non possiamo che fare riferimento al paese che del nucleare ha fatto una bandiera, gli Stati Uniti. I tentativi di realizzare siti permanenti sotto le montagne del Nevada sono falliti, dopo averci speso un sacco di soldi e dopo aver scoperto varie truffe per convincere i cittadini, ma soprattutto i finanziatori, che tutto era a posto e andava bene.
Così, a 60 anni dall’avvento del nucleare cosiddetto “civile”, la società che su di esso ha basato gran parte del proprio sviluppo non ha la più pallida idea di come fare a buttare l’immondizia prodotta. E questo da la misura dell’intelligenza della specie che governa il nostro pianeta. Dubito che una qualsiasi persona razionale inizi un progetto senza valutarne l’iter e le conseguenze.
scorie04.jpgMa torniamo a noi e ai nostri 90 mila metri cubi di scorie da sistemare. Costruire un deposito permanente non è come fare una casa. Ci vuole tempo e soprattutto occorre sapere bene come comportarsi. L’incarico di dismettere centrali e stoccare materiale radioattivo è della SOGIN, finanziata coi nostri soldi, molti dei quali, negli anni passati, sono spariti o in conti personali o in finanziamenti assurdi. Ma i criteri di costruzione sono questioni tecniche e vanno lasciate ai tecnici. Ecco perché, una volta eliminata l''Agenzia per la sicurezza nucleare, si è deciso che deve essere l’ISPRA a fornire le indicazioni opportune e sarà in base ad esse che SOGIN dovrà comunicare l’elenco delle località papabili per tanta fortuna. E’ facilmente prevedibile che la scelta non sarà affatto semplice, ricordandoci anche della reazione degli abitanti di Scanzano Jonico, che riuscirono ad impedire che il loro comune diventasse la zona di stoccaggio, come voluto dal governo Berlusconi di allora, con una specie di insurrezione collettiva.
E proprio dalle considerazioni dell’ISPRA ripartiamo.

Cosa dice ISPRA

\r\nQualche giorno fa l’on. Bobba del Partito Democratico interroga il governo per sapere come procede questa faccenda. Egli si mostra giustamente preoccupato per la situazione. In effetti le scorie “italiane” (quelle attualmente sul suolo patrio) sono tenute nelle vecchie centrali e nei scorie05.jpgcentri di ricerca e stoccaggio di Saluggia (Piemonte) e Casaccia (Lazio), oltre che all’ITREC di Rotondella e in piccole parti in altri centri di ricerca. Situazione che crea pericoli sia per l’ambiente che potrebbe essere contaminato che, soprattutto, per la salute delle persone che in quelle zone abitano. Sulla situazione ad esempio di Saluggia si potrebbe aprire un capitolo a parte per via della contaminazione possibile della Dora Baltea in prossimità della sua confluenza nel Po, una zona ad elevato rischio di alluvioni, con tutte le conseguenze drammatiche che si possono facilmente immaginare. E sostenere, proprio in questi giorni, che il nostro paese non è a rischio alluvioni sembrerebbe davvero incivile ed arrogante. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.
Per capirci qualcosa di più andiamo nel sito di ISPRA: si tratta dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Precisamente nel Dipartimento Nucleare, Rischio Tecnologico e Industriale, e già il nome mette i brividi. Qui c’è un brevissimo documento, che possiamo riassumere in due punti.
  • Il primo fa chiarezza sul fatto che il deposito sarà permanente solo per le scorie meno attive, da usare per qualche secolo. Le scorie più pericolose (come il Plutonio) saranno tenute qui il tempo necessario a capire, anche a livello europeo, come fare a metterle in sicurezza.
  • Il secondo richiama sul fatto che in Italia non esiste un’Agenzia per la sicurezza nucleare, soppressa nel dicembre 2011 col decreto di contenimento della spesa “Salva Italia”. I compiti sono stati assegnati provvisoriamente all’ISPRA. Questa non si sogna neppure di dare indicazioni precise prima di aver sentito le Agenzie per la sicurezza nazionale di altri paesi, che hanno lo stesso problema.
C’è però un secondo documento fondamentale del 9 gennaio 2014, che riporta la relazione che l’ISPRA ha fatto di fronte a due commissioni del Senato, la 10a (Industria, Commercio, Turismo) e la 13a (Territorio, Ambiente, Beni Ambientali). E'' un documento di 22 pagine, che possiamo cercare di riassumere il più possibile.
Si comincia ricordando lo stato dell’arte: le centrali, le scorie, quelle in Italia e quelle all’estero, e il ruolo dell’ISPRA. Ed inoltre si sottolinea come nel nostro paese ci siano già alcuni siti di stoccaggio funzionanti, approvati tecnicamente dall’ISPRA e politicamente da decreti governativi o ministeriali. Funzionano ad esempio presso alcune vecchie centrali (come quella di Garigliano) e presso centri come quello di Casaccia.
Se la maggior parte del nostro combustibile nucleare esausto è già stato spedito all’estero, ci sono ancora circa 30 tonnellate da riprocessare nei siti piemontesi. E poi c’è l’ITREC di Rotondella con 2 tonnellate di materiale radioattivo che dovrebbe essere restituito ai legittimi proprietari, gli Stati Uniti d’America, ma questa è un’altra storia incredibile.
La relazione fa una lunga disquisizione, certamente opportuna, sull’iter da seguire per disattivare una centrale nucleare. Forse è superfluo dire che esistono norme internazionali e suggerimenti (che sono abbastanza vincolanti) di cui non si può non tenere conto. Sia l’agenzia internazionale IAEA (International Atomic Energy Agency) e la WENRA, (Western European Nuclear Regulators Association), una task force che si occupa di sicurezza nucleare nell’Europa occidentale, hanno messo a punto strategie da seguire in questo campo. Il fatto è che da noi alcune procedure sono già state scritte ed approvate, mentre in altri casi mancano completamente, come per la centrale di Latina e l’ITREC di Rotondella.
E qui arriviamo al punto cruciale. Perché, dice l’ISPRA, e non si può che essere d’accordo, sono tutte belle parole, belle frasi scritte sui documenti, ma senza un sito di stoccaggio nazionale definitivo non si va da nessuna parte. La disattivazione insomma non è proprio possibile. Del resto questo è anche quello che dice la direttiva europea (la 96 del 2013) e non si può farla franca non rispettandola. A vedere bene, continua l’ISPRA, ci sono alcuni siti italiani già approvati e realizzati che non hanno nemmeno le caratteristiche minime per essere considerati idonei.
E allora cosa si può fare?
Il governo nel 2012 incarica l’ISPRA di riferire quali criteri seguire nella scelta della località e nella costruzione del sito di stoccaggio.
Insisto sul fatto che stiamo parlando di un sito definitivo solo per le scorie a bassa e media attività. Per quelle ad alta attività e quindi ad elevato rischio è notte fonda.
Tra le tante caratteristiche una risulta addirittura propedeutica. L’acqua è un elemento indispensabile per il funzionamento delle centrali a fissione in quanto serve a raffreddare il reattore durante la produzione. Ma è un elemento che non deve assolutamente esserci dalle parti di un deposito come quello di cui stiamo parlando. Il motivo per cui il sito nella miniera di salgemma di Asse in Germania è stata abbandonato è proprio questo. Si è trovata acqua nell''interno, cosa che era stato tassativamente escluso potesse accadere.
StoccaggioSe guardiamo al resto dell’universo nucleare, notiamo come ci sia una grande differenza nei progetti per lo stoccaggio di materiali radioattivi a bassa o media attività e gli altri. Per i primi si parla di depositi in profondità, a 50-100 m sotto il suolo, mentre per gli altri si parla di depositi geologici, quindi a profondità molto maggiori, fino a circa 1000 metri. Non c’è traccia al mondo di questo tipo di depositi. Certo: ci si sta lavorando, ma a sentire i tecnici dell’ISPRA, ci vorranno almeno altri 20 anni, perché i paesi oggi più avanti negli studi, probabilmente Svezia e Finlandia, possano realizzare il primo progetto.
Queste difficoltà hanno fatto cambiare rotta alle proposte dell’ISPRA, che parla di un deposito in superficie, con annesso Parco Tecnologico dove continuare la ricerca in questo settore della scienza. Seguendo tutti i criteri internazionali e analizzando i progetti dei paesi europei, si è arrivati alla necessità di costruireuna guida tecnica, chiamata Guida Tecnica 29. Al governo è stata consegnata una – cito testualmente – “versione preliminare della Guida Tecnica n. 29, “Criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività”, indirizzata ad indicare i criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. “
E allora leggiamoli questi criteri, così come riportati nella relazione dell’ISPRA al Senato.
Nella Guida Tecnica sono definiti”Criteri di Esclusione” (CE) e “Criteri di Approfondimento” (CA) per la cui formulazione, con riferimento alle raccomandazioni emanate dagli organismi internazionali ed in particolare quelle formulate dalla IAEA, si è tenuto conto dei seguenti aspetti : \r\n
  • stabilità geologica, geomorfologica ed idraulica dell’area al fine di garantire la sicurezza e la funzionalità delle strutture ingegneristiche da realizzare secondo barriere artificiali multiple;
  • confinamento dei rifiuti radioattivi mediante barriere naturali offerte dalle caratteristiche idrogeologiche e chimiche del terreno per contrastare il possibile trasferimento di radionuclidi nella biosfera;
  • compatibilità della realizzazione del deposito con i vincoli normativi, non derogabili, di tutela del territorio e di conservazione del patrimonio naturale e culturale;
  • isolamento del deposito da infrastrutture antropiche ed attività umane, anche di prevedibile insediamento nel lungo periodo, tenendo conto dell’impatto reciproco derivante dalla presenza del deposito e dalle attività di trasporto dei rifiuti;
  • isolamento del deposito da risorse naturali del sottosuolo già sfruttate o di prevedibile sfruttamento;
  • protezione del deposito da condizioni meteorologiche estreme.
“Criteri di Esclusione” sono stati definiti per escludere, nella prima fase di localizzazione, quelle aree del territorio nazionale le cui caratteristiche non rispondono ai requisiti sopra elencati, atti ad assicurare, unitamente alle caratteristiche del condizionamento dei rifiuti ed a quelle delle strutture ingegneristiche del deposito, i necessari margini di sicurezza per il confinamento e l’isolamento dei rifiuti dal contatto con la biosfera, sia nel periodo di controllo istituzionale che in quello ad esso successivo. L’applicazione dei “Criteri di Esclusione” è Sogineffettuata attraverso verifiche basate su normative, dati e conoscenze tecniche già disponibili per l’intero territorio nazionale e immediatamente fruibili, anche mediante l’utilizzo dei Sistemi Informativi Geografici.
I “Criteri di Esclusione” ed i “Criteri di Approfondimento” rappresentano i requisiti minimi da soddisfare per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività.”
A chi toccherà? Lo sapremo quando la relazione diventerà completa e si potrà cominciare ad escludere dall''elenco questo o quel comune.
C’è un’ultima annotazione nella relazione che trovo giusta e opportuna. Non possiamo infatti dimenticare che, se è vero che le centrali sono spente da un sacco di tempo, il paese continua a produrre scorie radioattive derivanti dalla ricerca scientifica e dall’attività ospedaliera e anche queste scorie sono pericolose e da qualche parte dovranno, prima o poi, essere messe.
La palla adesso passa al governo e alla SOGIN, cui spetta il compito di realizzarlo questo sito, entro, si dice, il 2021 al massimo. Nel 2021 tuttavia le scorie attualmente a Sellafield saranno tornate indietro da quatro anni. Chissà dove avranno soggiornato nel frattempo?
La realizzazione dell’opera, qualunque e dovunque essa sia, e il suo controllo spetterà alla Sogin, i cui trascorsi truffaldini speriamo siano del tutto dimenticati e passati.
Ma questa è un’altra storia.