Scorie in sicurezza?E’ curioso che nel momento in cui si sta spingendo per realizzare il folle progetto nuclearista di questo governo, vengano a galla tutte le falle di un sistema che non è in grado di sostenere se stesso. Quando un processo si attiva è l’atto conclusivo a dover essere esaminato per primo. Nel caso del nucleare la domanda diventa “dove mettiamo le scorie prodotte”? Nella nostra atom story, arrivata al suo epilogo, vogliamo oggi analizzare la storia americana delle scorie nucleari.
Perché proprio gli USA?
Per vari motivi: il primo è che essi sono stati e sono tuttora i più grandi produttori di energia da nucleare e quindi di scorie radioattive. In secondo luogo perché sono sicuramente il paese più progredito dal punto di vista tecnologico e quindi non c’è che da imparare dalle loro vicende. Infine gli Stati Uniti costituiscono il paese con il massimo controllo dell’informazione e della giustizia sulle pubbliche amministrazioni e dobbiamo ammettere con non poca invidia che questo ha una sua rilevante importanza. Gli Usa producono scorie nucleari dal 1942, da quando cioè il gruppo del progetto Manhattan ha acceso il primo reattore a fissione. Essendo nata come una missione di guerra (lo scopo era quello di costruire le bombe) a dirigere le operazioni erano i militari e nessuno si sognava allora, di andare a chiedere che cosa ne facesse l’esercito delle scorie radioattive prodotte. La situazione si protrasse anche negli anni successivi, quando alla guerra sul fronte si sostituì la guerra fredda con il potenziamento continuo di armamenti nucleari. Continuavano pertanto a funzionare le “fabbriche di Uranio e Plutonio” (esattamente come in URSS) con produzioni pazzesche. Le scorie, nella stragrande maggioranza dei casi, venivano stoccate alla bell’e meglio, spesso sepolte nei luoghi di produzione, a volte messe “in sicurezza” in contenitori, la cui tenuta, quando andava bene, era garantita per pochi anni. Ad un certo punto il problema non può più essere ignorato, così, nel 2000 viene investito della faccenda il DOE (Department of Energy). L’obiettivo è quello di sempre: trovare un posto sicuro dove mettere le scorie radioattive. Il progetto è faraonico: mille persone, mille miliardi di dollari e cento anni di tempo. L’avvio è di quelli da fare un botto: in dodici mesi si spendono 6,4 miliardi di dollari, più che per la sicurezza nazionale e molto più che per tutti gli altri interventi riguardanti l’ambiente sommati assieme. Del resto i problemi sono davvero rilevanti. Carlsbad (New Mexico), luogo di produzione di materiali nucleari, era stata scelta fin dal 1976 come sito di stoccaggio. Là ci sono 160 milioni di litri di sostanze contaminanti, stivate in 177 contenitori lunghi venti metri l’uno. Questi erano “garantiti” per 25 anni, ma la data di scadenza è già passata da un pezzo e il materiale radioattivo ha cominciato da tempo a fuoriuscire andandosene in giro: 3 milioni di litri, secondo i dati del DOE, hanno già invaso l’ambiente circostante. La prima cosa da fare è quella di analizzare la situazione dentro i contenitori. Per questo viene interpellata la multinazionale Westinghouse. I suoi tecnici impiegano un anno per predisporre delle sonde che sbircino senza eccessivo pericolo dentro i bidoni. La registrazione ottenuta ha un effetto a dir poco devastante sull''opinione pubblica; fa il giro di tutte le televisioni e la sua visione - si disse all''epoca - "era come osservare il centro di un vulcano alla vigilia di un''eruzione". Tra le altre cose, in quel periodo cade il muro di Berlino e si vengono a sapere alcune cose interessanti sullo stoccaggio delle scorie radioattive nella ex URSS. A Mayak, una delle zone più inquinate del pianeta, nel 1957 era esploso proprio uno di quei contenitori. L’opinione pubblica americana si scandalizza alla rivelazione perché non sa che anche a casa loro c’è lo stesso identico problema. Dunque, Carlsbad diventa la prima discarica nucleare “definitiva” americana. Viene situata in una miniera di sale a 700 m. di profondità. Costa 1 miliardo di dollari e può contenere un milione di bidoni. Ma il problema è sempre lo stesso. Se è vero che la maggior parte delle scorie è costituita da elementi che decadono con un tempo di dimezzamento di qualche decina d’anni e diventano inoffensivi dopo circa tre secoli, è anche vero che le scorie ad alta attività hanno tempi di dimezzamento di decine di migliaia di anni e, pur essendo meno dell’1% del materiale, producono il 95% degli effetti radioattivi. Questo è decisivo per la costruzione dei siti di stoccaggio: un conto è che debbano “tenere” per 300 anni, un altro per l’eternità (o quasi). Se pensiamo all’Europa di 300 anni fa e a quella attuale non facciamo fatica a capire che le cose potrebbero essere molto ma molto diverse e sicuramente oggi non prevedibili. Ma torniamo a Carlsbad. La miniera di sale sembra sicura. La presenza di tantissimo sale, un km di altezza, esclude quella dell’acqua, vera iattura per lo stoccaggio delle scorie. Secondo i rilievi quel sale è così da 240 milioni di anni: che problemi possono esserci? E quindi si parte a scavare gallerie, realizzare cunicoli per portarci tutte le scorie americane. Si tratta di circa 100 mila tonnellate sparpagliate sul territorio; c’è perfino ancora l’Uranio usato da Enrico Fermi per accendere il primo reattore. Diventa un problema anche il trasporto: incidenti, terrorismo, eventi climatici possono danneggiare il carico e provocare un cataclisma. E poi succede quello che nessuno poteva aspettarsi! Un giorno una trivellazione fa saltare fuori acqua sotto pressione da una "sacca" contenuta tra due strati di sale. Acqua molto antica, rimasta intrappolata là da chissà quanto tempo. Ma cosa succederebbe se tra parecchi secoli, quando nessuno potrà "vedere" dall''esterno la presenza della discarica, qualcuno trivellerà il terreno e salterà fuori acqua sotto pressione magari mescolata con sostanze radioattive? E se i gas sprigionati e ad alta pressione si libereranno?
Servono pertanto altri controlli; migliaia di sensori vengono attivati e il risultato è che quella soluzione “definitiva” non lo è per niente. Si decise quindi di abbandonare il progetto. Ma il rendimento degli investimenti è altrettanto importante quanto la salute delle persone. Dopo aver cercato inutilmente altre strade, ecco la conclusione: "Ma come; abbiamo speso un miliardo di dollari per questo impianto e adesso lo buttiamo via così?". Oggi a Carslbad le scorie nucleari sono sepolte nelle miniere di sale, sulla cui stabilità geologica nessuno giura, ma ci sono solo scorie di bassa attività (ad esempio i vestiti, gli strumenti e i macchinari contaminati). Le altre sono state destinate nel sito "sicuro e definitivo" di Yucca Mountain: ma lo è davvero?
Un conto è avere a che fare con le scorie della Svizzera, un altro con quelle degli Stati Uniti. Qui si calcola che si producano ogni anno 2.300 tonnellate di materiale contaminante. Per di più ci sono conti che raramente si fanno (specialmente da parte di chi, come da noi, promuove questa tecnica di produzione di energia). Quando una centrale ha funzionato (a seconda del tipo) 20-30-40 anni ed è diventata obsoleta è necessario "smaltirla" proprio come si fa con le bottiglie di plastica, il vetro e la carta. Tutto quello che per così tanto tempo è stato a contatto con materiali radioattivi, lo è a sua volta. Smaltire una vite di una centrale nucleare non è affatto lo stesso che smaltire una vite dell''armadio di una camera da letto. Il solo smantellamento di una centrale nucleare alla fine della sua vita operativa produce una quantità di scorie di quasi tre volte superiore a quella prodotta durante i 40 anni della sua attività. Ecco allora che la scelta del sito “sicuro e definitivo” cade all''interno di una zona molto protetta, quell''"area 51" così famosa per i misteri che attorno ad essa aleggiano, non solo per le sperimentazioni "strane" supposte, ma soprattutto per le voci circa la presenza di extraterrestri, trattenuti come ospiti dall''esercito americano. Siamo nel deserto del Nevada, a meno di 200 km da Las Vegas, una zona davvero poco frequentata. Il caveau si realizza sotto il monte Yucca. Si spendono 8 miliardi di dollari per gli studi preliminari; il budget per la realizzazione è di 60 miliardi di dollari. Alla fine dei lavori la montagna conterrà una serie di gallerie a spina di pesce, a 300 m di profondità, completamente "foderate" di un acciaio particolare (lega 22) e rivestite di titanio che ha una funzione antisgocciolante per impedire infiltrazioni di acqua. Il deposito è previsto per 77.000 tonnellate di materiale, proveniente da 131 depositi di 39 stati. Apertura prevista: 2017.
Nel 2002 il congresso americano approva il progetto presentato dall''amministrazione Bush, con 69 voti favorevoli e 39 contrari: tra questi, quelli dei democratici e tutti quelli (anche repubblicani) dello stato del Nevada. Il traffico per far arrivare i container in Nevada sarà pazzesco e già questo mette la popolazione sul chi va là. Un sondaggio evidenzia come il 70% dei cittadini sia nettamente contrario alla realizzazione e nelle comunità scientifiche e in quelle amministrative le perplessità sul progetto sono molto forti. In particolare si sottolinea il fatto che sigillare il monte (una volta stoccate tutte le scorie previste) non sia opportuno oggi, quando abbiamo una tecnologia probabilmente non sufficientemente progredita relativa a questo problema. I tecnici "garantiscono" che da Yucca Mountain non ci saranno fuoriuscite di nessun genere di scorie per 10 mila anni. Beh, 10 mila anni è un bel po'' di tempo, ma non basta! La National Academy of Sciences e il National Research Council ritengono questa grandezza temporale del tutto insufficiente perché si possa parlare di “messa in sicurezza” di materiale radioattivo che rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni. Proprio in virtù di queste osservazioni, la Corte d’Appello Federale ha stabilito che un sito destinato al seppellimento delle scorie nucleari deve dimostrare di potere accogliere in sicurezza le stesse per almeno 300.000 anni, fino al decadimento della loro radioattività.
Ma ci sono altre quisquiglie che vanno valutate. Lo stato del Nevada mette in campo propri esperti e tecnici per controllare la situazione. Dalle indagini emergono alcune cosette curiose. Si scopre che il "deserto" tanto deserto non è. L''umidità (19 cm acqua/anno) è ampiamente in grado, con tutti i millenni a disposizione, di corrodere i contenitori delle scorie col risultato di ritrovarsi pozzi d''acqua fosforescenti e cavoli abnormi, perché irrigati con acqua contaminata.
Inoltre le scorie si riscaldano per via dell''energia prodotta. L''aumento di temperatura provocherà l''insorgere di vapore d''acqua e saremo da capo. Quando una particella decade, vengono emesse radiazioni che possono in qualche modo interagire con il materiale delle pareti circostanti, frantumandoli o producendo idrogeno e favorendo così le condizioni di una esplosione e di incendi che non sarebbero proprio poca cosa. Forti dubbi sorgono anche sulla stabilità geologica di Yucca, una montagna di tufo di origine vulcanica, formatasi oltre 10 milioni di anni fa. A circa 150 km di distanza c''è Las Vegas, con i suoi 1,5 milioni di abitanti (compresa l''area urbana); la città non sarebbe affatto al sicuro in caso di un sisma che facesse fuoriuscire i materiali radioattivi. Arriviamo così al 2005, quando il DOE rileva irregolarità ed omissioni nelle pratiche che avrebbero dovuto testimoniare la sicurezza (soprattutto geologica) di Yucca Mountain. Esaminando le e-mail scambiate tra i tecnici del servizio geologico, il DOE nota che qualcosa non quadra e comincia ad indagare più a fondo. Si viene così a scoprire che gli strumenti usati per confermare la “sicurezza” del sito sono stati usati in condizioni non conformi (prima della calibratura) e, in alcuni casi, addirittura prima che fossero disponibili. Non è ancora chiara la dimensione e la gravità di queste falsificazioni, ma sembra sempre più credibile l''ipotesi che siano stati creati dei dati ad arte relativi alla sicurezza. L''elezione di Barack Obama alla casa Bianca ha spostato decisamente la politica energetica degli USA verso l''utilizzo di fonti rinnovabili e il progressivo abbandono (o quanto meno una forte limitazione) del nucleare. Questo "anche" per evitare il ricorso alla soluzione Yucca, che non convince l''entourage del presidente. La posizione sull''energia e il nucleare peraltro era stata ampiamente dichiarata nel corso di tutta la campagna elettorale sia da lui che dall''altra candidata democratica Hillary Clinton, attuale ministro degli esteri USA. Cosa aggiungere? Perfino gli Stati Uniti, la nazione al mondo con la più avanzata tecnologia e il più grande controllo, sono in difficoltà grave di fronte al problema del "confinamento" delle scorie radioattive. Chi potrà risolvere questo problema? Ha senso pensare alla costruzione di nuove centrali? Una volta costruite dove metteremo le scorie (quelle più e quelle meno energetiche?).
Forse questo governo costruirà nuove centrali nucleari. Anche se non saranno nel vostro giardino, dove finiranno le scorie? Vorrei concludere segnalando l’articolo di Alessandro Iacuelli sulle scorie francesi, che trovate in questo stesso numero della rivista. Aggiungo che i francesi stanno progettando un sito definitivo sperimentale (sic) a Bure, dove stoccare le scorie radioattive più pericolose. Costerà 60 miliardi di Euro e si riempirà in 5 anni, dopo di che ne servirà un altro e poi un altro e un altro ancora.
Questi costi vengono calcolati quando si parla di "vantaggi economici" dell’energia nucleare?

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Deposito di Yucca mountain