Rapa NuiRapa Nui, più conosciuta da noi come Isola di Pasqua (Cile), è un esempio perfetto di come lo sviluppo di una società che non tenga conto delle esigenze ambientali porti alla sua distruzione e alla morte dei suoi abitanti.
Le informazioni sulla storia dell’isola sono diventate abbastanza complete negli ultimi anni 90, grazie allo studio del sottosuolo, all’analisi del DNA delle ossa trovate, alla datazione dei reperti. L’isola venne occupata verso il 400 d. C. da una popolazione proveniente dalla Polinesia. Erano esperti marinai, “specializzati” nella costruzione di grandi zattere con le quali potevano affrontare le insidie del mare aperto. Questo era assolutamente indispensabile visto che l’isola si trova proprio in mezzo all’Oceano Pacifico.
Il territorio non molto grande (circa 120 kmq, più o meno come la città di Torino) era completamente ricoperto di palme (durante recenti ricerche nel sottosuolo si sono trovati strati enormi di polline di palma, ma neanche un albero).
Vivendo prevalentemente di pesca (anche se sull’isola esistevano coltivazioni di banane, patate dolci, canna da zucchero e allevamento soprattutto di polli) si poneva il problema delle coste molto scoscese e del fatto che appena lasciata la riva la profondità dell’oceano era notevole (fino a 3000 m). Questa conformazione costringeva i pescatori a cercare il pesce al largo e a costruire grandi zattere e canoe, utilizzando il legname dei palmeti. L’analisi delle ossa trovate sull’isola conferma che la preda più catturata era il delfino, ciò che implica a maggior ragione una pesca al largo e quindi imbarcazioni importanti.
C’era un tipo di palma, “hua hua”, con le cui fibre si facevano le corde e un altro, il “toromiro” che veniva usato come combustibile.
Finché l’equilibrio tra l’uso del legname per queste attività e la ricrescita si mantenne, tutto filò liscio. Nel periodo di massimo splendore l’isola contava una popolazione di circa 8 mila unità.
Poi cominciò la costruzione dei “moai”, le grandi statue di pietra, alte fino a 10 m e pesanti quasi 100 tonnellate. Queste statue sembra fossero un omaggio verso i potenti dell’isola (capi, funzionari, sacerdoti) o verso le sottotribù dominanti. Venivano realizzate in una cava all’interno dell’isola e poi trasportate verso la costa, distante 10 km. Per il trasporto servivano corde e tronchi, che si ottenevano, ancora una volta, dalla foresta di palme. Oggi restano una cinquantina di statue ma alcune ancora più grandi sono state trovate in via di realizzazione.
Piano piano la sostenibilità dell’isola venne meno, perché le esigenze di pesca, di combustibile e “sociali” consumavano gli alberi ad un ritmo enormemente maggiore di quello della loro riproduzione. Poco dopo il 1400 la palma era completamente estinta. Secondo gli studiosi a ciò contribuì anche una veloce riproduzione di ratti che rosicchiavano i frutti della palma impedendo così la nascita di nuovi germogli; gli uccelli selvatici che consentivano l’impollinazione si estinsero, così come gli animali domestici; i molluschi che si raccoglievano lungo le scogliere presto finirono.
Si cercò allora di incrementare l’allevamento di pollame, ma alla fine l’unica risorsa di proteine possibile erano gli altri esseri umani. La pratica del cannibalismo viene confermata dal ritrovamento di ossa umane “rosicchiate” tra la spazzatura e anche dai racconti raccolti dai primi visitatori europei a Rapa Nui.
Moai di Rapa NuiNon c’era più cibo e così non si potevano più mantenere i capi, i sacerdoti, i funzionari che erano esentati dal lavoro. Nacquero fazioni, con capi militari, guerre intestine e faide che ridussero la popolazione a poche centinaia di unità. E’ assai probabile che durante questa fase di guerra si cominciasse a distruggere i “moai”.
La datazione delle ossa dei delfini mostra che attorno al 1500 la pesca d’altura terminò. La mancanza di legno impedì di costruire le zattere per pescare o – in caso estremo – per tentare una fuga.
E fu la fine.
Quando gli esploratori europei, nel sec. XVIII, arrivarono sull’isola trovarono molta desolazione e pochissimi abitanti. L’olandese Jacob Roggeven vi approdò per primo il 5 aprile 1722, lunedì di Pasqua (da qui il nome dell’isola) e vide solo pochi alberi che non superavano i tre metri di altezza. Secondo i botanici solo 47 specie di piante (prevalentemente tipi di erba) sopravvivono su Rapa Nui, che viene considerata tra le terre più aride del pianeta.
E’ difficile giudicare questa popolazione; probabilmente la deforestazione progredì in modo inconsapevole e altrettanto probabilmente per favorire chi su quelle foreste vantava dei diritti economici o politici o sociali.
C’è tuttavia di che riflettere: un pugno di uomini senza macchine e strumenti, con la sola forza delle braccia e attrezzi di pietra si è autodistrutto.
Cosa potrà fare una popolazione tecnologicamente avanzata, costituita da miliardi di unità, che erige i suoi “moai” al dio denaro?