Nucleare franceseCi siamo occupati molto a lungo di energia nucleare da quando Berlusconi se ne è uscito con l’idea balzana di installare alcune nuove centrali nel nostro paese, affidandosi per la loro realizzazione ad una delle aziende più sotto inchiesta e condannate, la francese AREVA, di proprietà dello Stato transalpino.
Immagino tutti sappiano che la Francia fonda la propria produzione di energia elettrica sul nucleare in modo estremamente pesante, nel senso che quasi tutta l’elettricità è prodotta grazie ad una cinquantina di reattori sparsi per il paese.
Il tutto nasce dopo la guerra, quando gli stati più potenti si erano convinti che disporre di un arsenale militare d’avanguardia fosse garanzia per la pace, che è un po’ come credere che rimpinzarsi di dolci sia un’ottima cura per dimagrire.
Lo sviluppo militare ha trascinato con sé uno sviluppo civile, anche se, nel caso del nucleare, mi fa un po’ impressione usare questo termine. Da qui la grande quantità di centrali e la potenza delle aziende che vi partecipano, come le aziende pubbliche EDF (Electricite de France) e AREVA.
Ho raccontato alcune volte anche di recente, i danni che questa azienda ha compiuto nel mondo e le pesanti accuse e anche le condanne che ha subito, ma, oggi, il problema non è questo.
C’è qualche osservazione da fare, prima di entrare nella cronaca di questi giorni. La produzione di energia con la fissione nucleare, in linea di principio, non è demonizzabile. In fondo si tratta di sfruttare un processo naturale, la radioattività, esaltandone i lati, per così dire, produttivi. Che è poi quello che si fa con le dighe o con le centrali termoelettriche.
I problemi nascono dalle conseguenze possibili. Tra i maggiori disastri nella produzione di energia elettrica, noi italiani ricordiamo la tragedia del Vajont, quando una manica di affaristi imbecilli ha lasciato 2 mila morti nel fango.
Tuttavia, pur piangendo quei morti e avendo un moto di disgusto per il cinismo di chi sapeva cosa sarebbe potuto accadere e, in nome del profitto, è andato avanti lo stesso, dobbiamo convenire che si tratta di una strage “locale”, che coinvolge solo il territorio e le popolazioni della zona.
Le conseguenze di un incidente nucleare sono ben diverse. Ricorderà, chi c’era nel 1986, la preoccupazione di noi italiani quando a Chernobyl si è rotto il reattore, che pure si trovava a 2 mila km di distanza. Il problema infatti di questo tipo di incidenti è che le polveri radioattive possono essere spostate dai venti a distanze enormi e quindi coinvolgono anche le popolazioni che con quegli aggeggi niente hanno a che fare.
La seconda osservazione riguarda le scorie radioattive, estremamente pericolose per la nostra salute, che devono essere confinate in posti molto, ma molto sicuri per tempi enormi, centinaia di migliaia di anni. Ad oggi non esiste alcun deposito di questo tipo nel mondo. Il che significa, da un lato che in 60 anni di sviluppo non è stata trovata alcuna soluzione e quindi credo ci sia consentito di dubitare che se ne troverà una in futuro; dall’altro lato che l’uomo non è in grado di controllare il giocattolo che ha creato. E questo è davvero molto, ma molto stupido.
L’ultima osservazione riguarda i soldi, che entrano sempre nei nostri discorsi, perché è con essi che occorre fare sempre i conti quando si inizia un progetto. Sappiamo che costruire una centrale nucleare costa molto, ma costa molto più smantellarla. Uno può chiedere: “Perché mai smantellarla? In fondo ci sono costruzioni del medio evo perfettamente intatte, come le cattedrali!”. Il fatto è che gli oggetti, passatemi l’espressione, “vivi”, cioè quelli che si modificano nel tempo per aver svolto una certa attività, invecchiano e ad un certo punto non sono più in grado di svolgere la loro funzione nello stesso modo di prima. Nel caso delle centrali nucleari l’invecchiamento arriva all’incirca dopo 40 anni e ciò che quelle strutture non sono più in grado di garantire è la sicurezza dell’impianto. Dunque i rischi di incidente aumentano. Questo comporta che le centrali che hanno compiuto 40 anni devono essere rimodernate oppure abbattute e ricostruite.
Questo procedimento ha un nome in inglese: decomissioning. Non la farò lunga, dirò solo che noi italiani stiamo ancora pagando il decomissioning delle centrali che abbiamo chiuso negli anni ’80. Bene, la maggior parte delle centrali attive nel mondo, quelle francesi in particolare, si avvicinano alla data di scadenza e quindi diventa impellente trovare i soldi per la riconversione industriale.
La domanda è: “indovinate a chi chiederà i soldi il governo francese?“
Non che negli Stati Uniti o in Russia la situazione sia molto diversa, ma oggi parliamo dei francesi perché qualche giorno fa i giornali hanno dato, con molta enfasi, la notizia di una “esplosione nella centrale di Flamanville”.
Quando avvengono queste cose ci sono sempre due elementi da considerare. Il primo è che non si sa nulla di quanto accaduto per lungo tempo, il secondo è che tutti si affrettano a dire che non c’è alcun pericolo per la popolazione. Che è giusto, da un certo punto di vista, per non creare allarme eccessivo, ma ormai la gente si è fatta sospettosa e non sa davvero cosa pensare, al di là del fatto che spesso queste affermazioni vengono dai costruttori o dai gestori dell’impianto.
E così viene in mente la solita frase che riguarda l’oste e la bontà del suo vino. 
Nucleare franceseFlamanville si trova a circa 1500 km dal Nord Italia, sulla Manica proprio di fronte alle coste inglesi. E’ un centro nucleare importante con una serie di reattori: due per così dire tradizionali (PWR) e uno ancora in fase di costruzione, un reattore EPR che doveva essere pronto nel 2014 con un costo di stimato di 5 miliardi di euro, ma poi il costo e i tempi sono notevolmente aumentati. Le ultime informazioni stimano l''avvio del reattore a fine 2018 con un costo finale di 10,5 miliardi di euro. I dati sono forniti dal proprietario dell’impianto, cioè l’azienda statale EDF.
Il reattore danneggiato si avvicina ai 40 anni di vita, essendo stato costruito nel 1980, ed è stato, giustamente, spento in via precauzionale.
Credo, personalmente, che non si debba mai assegnare ad un singolo caso un ruolo eccessivo, perché può capitare e se niente di grave ne consegue meglio ancora. Tuttavia, l’incidente di Flamanville arriva in un momento non troppo sereno per l’energia nucleare francese. La stessa Autorità per la sicurezza nazionale si è mossa, dichiarando che, sono parole loro, “la situazione è molto preoccupante”.
Sono seguiti controlli su tutto il territorio partendo proprio da Flamanville, dove si sono riscontrate microfratture nell’acciaio della vasca che contiene il nocciolo. E’ una cosa di estrema gravità, perché quella vasca isola una fonte di radiazioni letali dal resto del mondo. Ne sono pertanto seguiti controlli a tappeto, che hanno fatto chiudere temporaneamente 12 impianti, accanto ai 9, già fermi per manutenzione ordinaria. Questo significa che la Francia si è trovata a dover rinunciare al 40% della produzione di energia elettrica da nucleare, vale a dire a circa un terzo della propria elettricità.
Al di là dunque dell’aspetto economico, c’è quello della sicurezza, perché bisognava capire da dove veniva quel guasto nella vasca di Flamanville. Gli investigatori sono risaliti all’azienda che produce le vasche: si tratta della fonderia Creusot, uno dei più importanti costruttori di vessel al mondo (vessel è il termine tecnico per quelle vasche). E qui è scoppiato il bubbone. Dalle indagini infatti è emersa l’esistenza di ben 400 dossier riguardanti anomalie e documenti di fabbricazione falsificate. Tutto ben nascosto sia al cliente (EDF) che all’Agenzia di sicurezza nazionale.
Ecco il motivo di quella frase “la situazione è molto preoccupante!”.
Tutto questo ha avuto anche un riflesso economico, perché la Francia, uno dei maggiori esportatori di energia, si è vista costretta ad importarne dai paesi vicini, anche dall’Italia. Si è scritto che tutto questo ha inciso sulle bollette degli italiani. E’ vero, ma ciò non dipende, come qualche furbone ha scritto, dal fatto che ci è venuta a mancare la quota di energia che compriamo dai nostri vicini. Quella quota è una parte decisamente misera del nostro fabbisogno nazionale (meno dell’1,5%) e lo facciamo per sfruttare il basso prezzo quando la produzione francese supera di gran lunga il loro fabbisogno. La produzione nucleare non è facilmente modulabile e quando è eccessiva rispetto al fabbisogno è meglio vendere energia anche se a basso prezzo. D’altra parte le nostre centrali, alimentate da fonti fossili e gli impianti di energia rinnovabile, sono ampiamente in grado di supportare la nostra economia e anche di avanzarne per poter esportare elettricità. Il problema vero è che con l’ingresso della Francia tra i paesi importatori è cresciuta la domanda e quindi sono saliti anche i prezzi energetici, per via della “normale” legge della domanda e dell’offerta.
A settembre l’aumento è stato particolarmente consistente, di più del 20%.
Nel mese di gennaio 9 dei 12 reattori sono stati riavviati, ma la preoccupazione sul nucleare francese non si è attenuata.
Intanto, il 25 gennaio, il CDA del più vecchio impianto, quello di Fessenheim, in Alsazia, ha deciso per la chiusura, come del resto era stato promesso a suo tempo dal presidente Hollande. La road map non è chiarissima. Sembra che la data sia la fine del 2018, anche se, come già anticipato, il percorso sarà molto lungo e costoso. In tal senso il governo ha già stanziato 400 milioni di euro. Ci sono poi le dichiarazioni di Fillon, candidato alla corsa presidenziale della destra, che, come la maggior parte dei politici di destra, è a favore del nucleare e ha detto che quella centrale resterà aperta, in caso di sua elezione. Sono parole inutili di chi non capisce che in ogni caso ad avere l’ultima parola è l’Agenzia per la sicurezza nazionale e in caso di pericolo per la popolazione non ci sono presidenti che tengano.
C’è anche un’altra notizia con cui mi sembra si possa chiudere questa informazione sui reattori nucleari francesi. Sono usciti da poco i dati relativi ai nuovi impianti di energia in Europa. Ebbene, l’86% della nuova energia proviene da fonti rinnovabili, con in testa l’eolico che ha ormai superato il 10% del fabbisogno elettrico del continente. Tra i paesi che si sono particolarmente distinti per queste innovazioni, in testa c’è la Germania, ma al secondo posto figura la Francia. E questo, mi sembra lo si possa dire con soddisfazione, qualcosa vorrà pur dire!