Superphenix Il nostro paese consuma più energia di quella che produce (questo avviene per vari motivi non ultimo quello legato ad una serie di inefficienze). Circa un sesto del fabbisogno di energia elettrica lo compriamo dall’estero. La parte più importante di questa energia arriva da Svizzera e Francia, dove è prodotta in larga misura (60% circa) da centrali nucleari.
Questo è uno dei cavalli di battaglia dei nuclearisti, i quali sostengono che se le centrali le avessimo noi diventeremmo autosufficienti (per l’energia elettrica). Questa conclusione è estremamente opinabile per molti motivi che abbiamo discusso più e più volte in questo stesso sito.
Quello che tuttavia rimane è il fatto che abbiamo bisogno di impianti stranieri (di qualsiasi tipo siano) per accendere tutte le lampadine dei nostri alberi di Natale.

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C’è, però una domanda che mi gira per la testa da un po’ di tempo ed è: se, putacaso, un’azienda italiana, magari finanziata da capitali pubblici (cioè dalle nostre tasse) producesse energia all’estero, ad esempio in Slovacchia, quell’energia sarebbe italiana o straniera? E i soldi ricavati da quell’affare sarebbero stornati dalla spesa di acquisto dei 45 mila TWh che ogni anno compriamo al mercato dell’energia?
In Italia esistono due aziende che hanno finanziamenti pubblici e sono l’ENEL e l’ENI. Vorrei qui occuparmi solo della prima, nel cui consiglio di amministrazione siedono rappresentanti della Cassa Depositi e Prestiti (17%) e del Ministero dell’Economia e delle Finanza (14%). Questi “enti” esistono perché i cittadini che pagano le tasse li sostengono con i loro oboli versati puntualmente ogni mese.
Detto tra parentesi anche l’ENI ha come azionisti questi due soggetti per una quota complessiva simile (30% circa).
Ecco dunque che le operazioni di ENEL (ed ENI) sono condotte e realizzate anche in nome del popolo italiano (o di quella parte che paga le tasse).
E diventa così interessante capire quanta e di che tipo è l’energia prodotta da ENEL in giro per il mondo, dal momento che di quella prodotta in Italia è facilissimo trovare tracce in ogni sito o pubblicazione che parli di questa società.
Vediamo un po’ di andare con calma.
Per questa volta analizziamo quello che è successo in passato, poi  (in un altro articolo) vedremo meglio quello che sta accadendo ai nostri giorni. Attenzione però. Quello che è successo in passato non è una pietra tombale chiusa per sempre, perché gli effetti (positivi o negativi che siano) di una scelta effettuata negli anni 80-90, hanno poi una inerzia considerevole, come vedremo.

Alla fine degli anni ’60 i francesi si misero in testa di costruire un reattore nucleare fantascientifico. Oggi diremmo che si tratta di un reattore di quarta generazione, ma allora si usavano abitualmente quelli di seconda generazione e quindi il nome non poteva essere questo.
Credo sia arcinoto come funziona (in linea di principio) un reattore nucleare. Si utilizzano delle barre di Uranio, le si bombarda con dei neutroni in modo da innescare una reazione di fissione nucleare. riprocessamentoLa parte “buona” dell’Uranio è l’isotopo 235, che tuttavia si trova in natura in tracce assai piccole (circa lo 0,7% del totale). Il resto è praticamente tutto Uranio 238, che non è buono per il reattore. Non solo, ma per fare in modo che la reazione abbia luogo è necessario costruire delle barre che contengano una percentuale di uranio 235 molto più alta di quella presente in natura: diciamo circa dieci volte di più. Per questo il combustibile deve essere arricchito in appositi siti, consumando energia, che è normalmente fornita da una o più centrali nucleari dislocate là attorno. Quando i neutroni entrano nella miscela di Uranio 235 e 238, non è che trovino dei cartelli per dirigersi solo nel metallo buono. Molti di loro entrano nei nuclei dell’Uranio 238 e in una buona percentuale di casi vi restano intrappolati. Un nucleo di Uranio con un neutrone in più diventa U239, che è molto instabile e in poco tempo si trasforma in Nettunio 239 e questo a sua volta in Plutonio 239. Ecco quindi che le barre del nocciolo consumano Uranio 235 e 238. Al loro posto si creano scorie di vario genere: nuclei radioattivi più leggeri (Cesio, Rubidio, Stronzio, Iodio, ecc. ) e Plutonio 239.
Questo materiale ha due impieghi possibili.
Il primo è quello per la costruzione di bombe. Dopo la seconda guerra mondiale e durante tutto il periodo della guerra fredda, USA e URSS fabbricavano Plutonio proprio in questo modo. E’ così che hanno creato aree inquinate in modo inconcepibile, con danni devastanti sull’ambiente e sulla salute delle persone (vedi ad esempio qui).
Il secondo è che anche il Plutonio può essere impiegato come combustibile per i reattori nucleari. E’ per questo che alcuni paesi (la Francia, la Gran Bretagna, il Giappone ed altri) estraggono periodicamente le barre dai reattori per “recuperare" quello che c’è rimasto di buono da riutilizzare. Questo fenomeno è conosciuto come riprocessamento. Altri paesi (ad es. gli USA) non lo fanno (non ancora almeno) e mandano il tutto come scorie direttamente allo stoccaggio (che peraltro ancora non sanno come fare).
Un modo per aumentare la produzione di Plutonio nei reattori è quello di utilizzare neutroni veloci. Va tenuto presente che nei reattori “normali” o termici i neutroni non sono più lenti perché sono pigri. Essi vengono moderati nella loro corsa da un mezzo di contrasto che generalmente è acqua. La stessa acqua che serve a  portar via il 70% dell’enorme calore generato dalla fissione. La conclusione è piuttosto evidente: nei reattori a neutroni veloci non possiamo usare l’acqua per raffreddare l’impianto. E così si fa ricorso a metalli liquidi (ad esempio il Sodio) che, se hanno un comportamento termodinamico più adatto, sono decisamente più cari e, come vedremo, presentano anche altre magagne.
L''araba fenicePer concludere dunque un reattore veloce è in grado di produrre del combustibile semplicemente funzionando; potremmo dire che esso rinasce dalla proprie ceneri, proprio come la mitica Araba Fenice.
Questo uccello meraviglioso inventato dagli egizi e poi adottato dai greci e dai romani, viveva una vita lunghissima (almeno 500 anni) e quando sentiva arrivare la fine si costruiva un nido a forma di uovo, fatto con numerosi legni dal profumo incantevole (poco importa se quelle piante non vivono tutte nello stesso posto) in cima ad una quercia o ad una palma (dipende da chi racconta la leggenda). Si lasciava incendiare dai raggi del sole tra nuvole profumatissime e accompagnando il trapasso con un canto dalla dolcezza indicibile. Dalle sue ceneri nasceva un uovo che in tre giorni grazie al calore del sole si dischiudeva dando origine alla nuova Fenice. Non si sa cosa succedesse se in quei tre giorni ci fosse brutto tempo e nemmeno dove la Fenice abitasse per il resto dei suoi 500 anni di vita. Scusate la digressione.
Un animale dunque che in un certo senso “si nutre” delle proprie ceneri è proprio una analogia perfetta con un reattore veloce che utilizza le proprie ceneri per poter continuare a funzionare. Fu per questo che il progetto francese della fine degli anni ’60 prese il nome di “Phenix”. Ma come si sa i nostri cugini d’oltralpe sono famosi per la loro grandeur e così, accanto ad un piccolo reattore vollero costruirne uno simile ma molto più grande, che chiamarono pomposamente "Superphenix".

La storia di questo straordinario oggetto della tecnica è quanto mai travagliata fin dall’inizio. Non che l’idea di partenza fosse malvagia. In quegli anni (parliamo del 1968) prefigurare un problema nelle forniture di petrolio e addirittura di uranio significava avere un occhio incredibilmente attento e l’orecchio molto sensibile. Ecco quindi che ai francesi, che potevano contare su enormi investimenti nel nucleare, perché derivato dal militare, poco costava seguire la via della tecnologia del Plutonio, grazie al quale Phenix e Superphenix avrebbero stupito il mondo.
Il sito scelto per la centrale non era lontano dal confine con la Svizzera e l’Italia a Sud Ovest di Ginevra. Il paese si chiama Creys-Mépieu e si trova sul fiume Rodano. La vicinanza alla Svizzera diventerà un elemento importante.
La costruzione della centrale come quella di tutte le centrali (… è meglio che chi sostiene il nucleare nel nostro paese se la metta via) ebbe tappe piuttosto lunghe e travagliate. Nel 1968 si presentò il progetto, che venne approvato nel 1972. La costruzione cominciò in quella data e terminò nel 1981, ma la produzione commerciale di energia non partì prima del 1985, 17 anni dopo che l’idea era stata messa in pista.
Pensate che combinazione: si tratta dello stesso numero di anni che sono previsti per ottenere energia dalla centrale EPR di Areva ad Olkiluoto in Finlandia.
Ma la storia del Superphenix è molto più avvincente e si tinge di giallo quando le forze dell’ordine francesi dovettero disperdere nel 1977 una marcia di protesta di 60 mila persone. Ci furono più di 100 feriti ed un morto, Vital Michalon, un fisico di 31 anni ammazzato da una granata lanciata dalla polizia.
Chaim NissimNel 1982 a lavori già avanzati ci fu un attacco armato alla centrale. A dire il vero ce n’erano stati altri ma di scarsa importanza e soprattutto poco efficaci. Ma in quella occasione cinque razzi di fabbricazione belga vennero lanciati da un lanciarazzi sovietico. Due di questi sfiorarono il nocciolo, che tuttavia (e per fortuna) era ancora vuoto. Solo vent’anni dopo si saprà, per confessione del suo autore, che a ideare il piano era stato Chaim Nissim, nato a Gerusalemme ed eletto nel 2003 al parlamento svizzero nel partito dei Verdi. Non voglio fare della facile ironia sui mezzi che la sua guerra “eco-pacifista” impiegava. A fornirgli le armi era stato un noto terrorista professionista venezuelano, chiamato Carlos lo Sciacallo, che attualmente sta scontando l’ergastolo in Francia per una serie interminabile di attentati e omicidi.
Ma riguardo a Nissim, per chi volesse conoscere questo personaggio davvero curioso, il suo blog in francese è facilmente reperibile in internet.
Ma torniamo adesso alla nostra centrale Superphenix. Aveva una potenza nominale di 1200 MW (come le altre grosse centrali di seconda generazione), ma non riuscì mai ad andare oltre il 33% di questo valore. Anzi spesso la produzione era proprio assente. Ci furono anche grossi problemi con il sistema di raffreddamento. Come detto, veniva usato del sodio liquido, che garantiva una maggiore efficienza termodinamica, ma presentava anche problemi di contenimento e di corrosione.
Nel 1990 l’impianto venne chiuso una prima volta perché si verificarono tre incidenti nel giro di poco tempo. L’ultimo spense il reattore. Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1990, il tetto della sala macchine crollò a causa di una nevicata. Ci vollero quasi due anni perché dal governo arrivasse una nuova autorizzazione per produrre energia. Finalmente l’impianto partì e cominciò a dare i suoi frutti. Alla fine del 1994 venne collegata alla rete nazionale EDF e, sempre con potenze molto al di sotto di quella nominale, durante il 1995 riuscì ad erogare 4,3 TWh di energia elettrica per un valore di 1 miliardo di Franchi francesi. Nel 1996 finalmente la sua potenza raggiunse il 90% di quella nominale, ma fornì ai francesi soltanto 3,4 TWh di energia elettrica per un valore di 850 milioni di franchi francesi.
E’ tutto, perché, come vedremo tra pochissimo, l’anno dopo nel 1997 la centrale venne chiusa.
L’impianto ha quindi avuto una vita di 11 anni, durante i quali ha fornito energia in modo decente per meno di due. Oltre due anni furono usati per risolvere problemi di natura tecnica, 5 anni furono necessari per dirimere questioni burocratiche, amministrative e politiche. Un successone!

Prima di analizzare la questione soldi, vediamo come si arrivò alla chiusura definitiva del Superphenix.
Chaim NissimCi sono molte bugie che si raccontano quando si fa propaganda a favore o contro scelte ambientali. Così si dice che in Germania e in Austria nessuno si lamenta degli inceneritori. E’ una grossa bugia, anzi sono due grosse bugie. La prima perché in quei paesi c’è un fortissimo movimento a favore della riduzione e del riciclo dei rifiuti, la seconda perché l’Austria ha un solo inceneritore in tutto il paese che è molto più un’attrazione turistica che una strategia. L’Austria è uno dei paesi più avanzati del mondo nella raccolta differenziata e nel riciclo dei rifiuti. Andrebbe quindi citato per questo motivo e non perché ha un piccolo inceneritore (ripeto l’unico del paese) a Vienna a 5 km dal centro.
Allo stesso modo si pensa che tutti i francesi siano favorevolissimi all’uso dell’energia nucleare. Beh, non è affatto così. Anche là, a fronte di una maggioranza di favorevoli e soprattutto di menefreghisti, ci sono movimenti che si battono per una riduzione delle centrali nucleari a favore della produzione di energia attraverso fonti rinnovabili (vedi immagine a fianco).
E proprio in quegli anni, dopo gli attentati di Nissim, era nata una forte rete nazionale chiamata “Uscire dal nucleare” che raccoglieva un sacco di associazioni ambientaliste, movimenti di cittadini e anche qualche partito politico. Questa associazione spingeva per la chiusura del Superphenix.  Quando nell’autunno del 1996 la centrale venne fermata per una manutenzione ordinaria, gli oppositori della centrale intentarono una causa, sostenendo che i decreti che autorizzavano la produzione di energia con quella centrale erano illegali. Il Consiglio di Stato accolse l’istanza nel febbraio del 1997. Quell’anno in Francia ci furono elezioni anticipate, che vennero vinte dallo schieramento di sinistra. Jacques Chirac, presidente eletto dalla destra, mandò al governo Lionel Jospin, capo del partito socialista. Era la prima volta che la Francia si trovava ad avere un Presidente e un primo ministro espressioni di due differenti schieramenti politici.
E comunque uno dei primi provvedimenti presi da Jospin fu proprio la chiusura della tanto contestata centrale nucleare sulle rive del Rodano.
La valutazione non può però essere solo ambientalista, perché queste strutture sono fatte per guadagnare dei soldi. Secondo la Corte dei Conti francese, il Superphenix era costato complessivamente oltre 60 miliardi di franchi, producendo un incasso di meno di due miliardi. Questo dato è confermato da uno studio realizzato dall’Università di Grenoble. Un pessimo affare dunque, ma non è ancora finita qua, perché al peggio non c’è mai fine.
Una centrale nucleare che termina la sua produzione non può semplicemente essere abbandonata a se stessa. Ci sono strutture contaminate, barre di materiale altamente radioattivo, in questo caso c’è anche il sodio del raffreddamento che è anch’esso radioattivo.
Occorre quindi provvedere allo smantellamento dell’impianto. Vediamo brevemente di cosa si tratta.
Dal Superphenix sono state rimosse tutte le barre che costituiscono il nocciolo (una centrale di seconda generazione come quella di 3Miles Island ne contiene 90 mila). Le ultime 650 sono state estratte nel marzo del 2003 e messe a riposare in vasche di raffreddamento. Dopo un periodo di uno e due anni queste barre possono essere stoccate definitivamente (come avviene negli USA) oppure mandate ai siti di riprocessamento (come in Francia e in Russia) per estrarne il plutonio e l ‘uranio fissile da poter riutilizzare.
Poi c’è il Sodio di raffreddamento. Stiamo parlando di 3000 tonnellate di sodio primario (cioè quello che raffreddava il nocciolo) e 2500 tonnellate di sodio secondario (quello che raffreddava i circuiti ausiliari). Al momento non si sa cosa farne. Si dovranno costruire delle unità per il suo trattamento dove il sodio viene trasformato in Soda.
Secondo altre fonti (Sortirdunucleaire) il sodio secondario sarebbe di meno e di più quello primario. Si tratterebbe di 4000 tonnellate ancora presenti nel nocciolo. Il sodio, in ogni caso, dev’essere mantenuto a 180°C perché rimanga liquido prima di venire trattato e trasformato. Questo comporta una notevole spesa di energia e quindi di denaro.
La meraviglia della tecnologia quindi non solo non è riuscita a produrre vantaggi da viva, ma sta facendola pagare ai francesi (e non solo a loro come vedremo) anche da morta.
Ecco :questo è un punto importante quando si valutano i costi del nucleare. La dismissione delle centrali è un costo che deve rientrare nel calcolo complessivo. Non importa niente che non lo paghiamo noi; lo pagheranno le generazioni future, così come tutti gli sbagli che stiamo facendo e tutte le violenze sulla natura che stiamo perpetrando.
I sostenitori del nucleare devono sperare che non si facciano mai i viaggi nel tempo, perché se saranno possibili posso predire una invasione di uomini del futuro che verranno a farci un culo così.
Per i più curiosi il Phenix (il fratellino minore del Superphenix) invece è un reattore veloce autofertilizzante di bassa potenza, costruito più che altro con scopi di ricerca e di studio. La sua produzione di energia elettrica è molto piccola (circa 145 MW) con un rendimento che non supera il 40%.
Ora giustamente chi legge dirà:  cosa c’entra l’ENEL in tutto questo? E’ vero mi sono lasciato un po’ prendere la mano dal racconto di questa incredibile avventura del Superphenix, ma adesso chiudiamo il cerchio.
Dunque in questa avventura ENEL aveva partecipato con una quota del 33%. Il ricavo doveva essere il 33% dell’energia elettrica prodotta.

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Alla Francia, oltre alla centrale, serviva un sito di arricchimento dell’Uranio da abbinare al Superphenix. Lo costruì Eurodif, una società costituita nel 1973 da Francia, Spagna, Italia e Svezia, gestita da Areva, e più tardi venduta all’Iran dello scià.
ENEL mise nel progetto il 25% del capitale con la promessa di avere in cambio uranio arricchito per le decine di centrali nucleari che si volevano costruire nel nostro paese. Non solo, anche da noi si voleva costruire un centro di arricchimento dell’uranio e si era pensato anche al posto dove metterlo. La scelta era tra l’isola di Pianosa e i dintorni di Brindisi. Al centro venivano affiancate anche 4 centrali nucleari da 1000 MW ognuna, che avrebbero fornito l’energia necessaria anche per le operazioni di arricchimento. Immaginate la felicità dei brindisini alla notizia. Bisogna tenere ben presente il periodo storico. Il nucleare veniva visto come la soluzione definitiva dell’energia, un’energia sicura, pulita e praticamente infinita. Pochi parlavano allora di scorie, di inquinamento radioattivo, di costi. E così il piano nazionale per l’energia prevedeva una quantità smisurata di centrali nucleari nella penisola.
Ma poi avvenne il primo grande incidente in una centrale nucleare di cui si ebbe notizia, quello  di Three Miles Island (Harrisburg USA) nel 1979. Ci fu una fuga di materiali radioattivi. 200 mila persone vennero evacuate dalla zona, si fuse il nocciolo con danni enormi anche da un punto di vista economico. E così, anche in Italia, le certezze sulla sicurezza del nucleare cominciarono a vacillare. Si fece un nuovo piano con molte meno centrali, solo che adesso tutto l’uranio arricchito comprato in Francia non serviva più. Così si ridusse la partecipazione all’arricchimento francese dal 25 al 16,5% e si svendette l’uranio arricchito che era di troppo.
Nel 1986 poi ci fu l’incidente di Chernobyl e allora i piani italiani vennero ulteriormente ridotti. Si trattava di costruire solo quattro centrali nucleari però da 2000 MW l’una (quindi con due reattori). Inoltre si contava sulla quota di circa 400 MW che il Superphenix doveva all’Italia, in virtù del suo investimento di un terzo della spesa.
Come abbiamo visto l’entrata in produzione del Superphenix è successiva al referendum del 1987, che non abolì affatto il nucleare tout court, ma ne impedì lo sviluppo con tre  quesiti ad hoc. Uno di questi impediva a società italiane (come l’ENEL) di gestire impianti nucleari all’estero. Un quesito preciso per il quale una grande maggioranza degli italiani si espresse. Venivano anche impediti i finanziamenti all’estero in tema di nucleare.
BerlusconiPoi arrivò Berlusconi. Durante il suo secondo governo (siamo nel 2003) venne approvata la  “legge Marzano” che non ha niente a che fare coi pomodori.
Questa legge, disprezzando la decisione popolare del 1987, reintroduceva dal 2004, la possibilità di creare associazioni con imprese straniere che il nucleare lo producevano eccome.
Ora la domanda è la seguente. Se il Superphenix è stato un fallimento (anzi è considerato il più grande fallimento della politica energetica nucleare) chi ha pagato le spese degli investimenti molto ingenti fatti dallo Stato attraverso ENEL? Ve lo devo proprio dire? Per molti anni c’è stata un’addizionale alla bolletta elettrica che tutti abbiamo pagato perché dei presuntuosi politici e degli strapagati amministratori non hanno saputo vedere al di là del loro naso.
E’ finita qui? Assolutamente no.
Grazie alla legge Marzano, ENEL ha potuto riprovarci, investendo altro denaro pubblico in altre imprese nucleari. Una di queste è ancora in Francia, si tratta di un’altra primizia, la prima centrale di terza generazione con reattore EPR prodotto da Areva. Vi dice niente? Già! Si tratta proprio di quel tipo di centrali che il nostro premier ha comprato dal suo amicone monsiuer Carla Bruni Sarkozy. La centrale in costruzione è quella di Flamanville, in Normandia.
Ascoltate anche questa storia, che è curiosa anch’essa.
Nell’accordo siglato tra ENEL ed EDF a proposito di Flamanville 3 (si chiama così il sito che ospiterà il reattore EPR di AREVA) l’investimento è minore, si tratta del 12,5%, anche se nel tempo potrà aumentare. Anche qui la partecipazione sarà ripagata in energia. Inizialmente saranno (mi pare) 35 TWh all''anno per poi aumentare mano a mano che nuovi reattori verranno realizzati nel sito (ne sono previsti cinque complessivamente). L’inizio non è stato dei più promettenti. Sia a Flamanville che a Olkiluoto (altro progetto di Areva con un reattore simile) i ritardi sono stati sensibili e le inefficienze molte e ben distribuite. Cemento di scarsa qualità, errori di progettazione, tecnici non sufficientemente preparati, fessurazioni nelle strutture di contenimento che sono la vera grande novità di queste centrali rispetto a quelle di seconda generazione. Tutto questo non lo invento io e non lo dice nemmeno Greenpeace; lo dice la STUK, che è l’autority statale finlandese per l’energia nucleare. In un rapporto reso pubblico e quindi consultabile da parte di chiunque conosca il finlandese o l’inglese, si sono evidenziate 3000 infrazioni nella costruzione della centrale EPR di Areva di Olkiluoto. Quello  stesso tipo di centrale che il governo italiano ha comprato a scatola chiusa senza nemmeno sapere se funzionerà oppure no. Ad Abu Dhabi sono stati più furbi e hanno rimandato a casa l’offerta francese, scegliendo altri tipi di reattori (coreani). Areva ha così perso un affare di circa 30 miliardi di euro. Ben gli sta.
E’ chiaro che se i progetti falliscono o se sono troppo costosi, le spese verranno a gravare sugli investitori. In questo caso, come abbiamo visto all''inizio, si tratta dei cittadini che sono l’unica fonte di reddito sicura di un governo, come tutte le manovre finanziarie dimostrano ampiamente. E’ piuttosto desolante considerare che nel caso del Superphenix abbiamo pagato due volte l’avventura dell’ENEL. Una prima per finanziare l’impresa e una seconda per pagare i cocci che avevano fatto. E come fa il governo a farci pagare questi soldi?
Basterà aumentare le tasse senza farsene accorgere, ad esempio aumentando le voci misteriose della bolletta della luce, quelle indicate con A1, A2, ecc. che adesso non sono nemmeno più riportate e che hanno a che fare con misteriose donazioni non si sa bene a chi. Tra queste anche i famigerati CIP6 e i certificati verdi che vanno a finire nelle tasche di inquinatori di professione come i petrolieri, gli inceneritori o le centrali abbinate ai petrolchimici. Mentre dovrebbero andare alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Ma c’è anche dell’altro su queste voci.
Di queste “voci delle bollette elettriche” parleremo in un altra occasione, magari andando a scoprire chi e quanto sta pagando per lo smantellamento delle vecchie centrali chiuse dopo il 1987 … non nascondetevi perché ci siete tutti.
Come si vede dunque lo stato italiano ha in piedi accordi con altri stati dove il nucleare è legale. Se ricordate, tutto il discorso è nato dalla domanda se davvero l’energia che proviene dall’estero è prodotta solo con soldi stranieri o anche con soldi italiani.
Abbiamo già visto che un po’ di soldi italiani hanno viaggiato verso la Francia e, purtroppo, là si sono fermati.