Dove finiscono i rifiuti?Vai a parte prima
Vai a parte seconda

Arrivati a questo punto (vedi precedenti puntate 1 e 2) due sono le domande alle quali dobbiamo cercare di rispondere. Esse riguardano i metodi di separazione e recupero dei materiali e quale delle soluzioni possibili per lo smaltimento dei rifiuti sia la più conveniente. E già nasce un problema, perché quando si parla di convenienza è sempre necessario chiedersi: la convenienza di chi? Gli attori di questa “attività” che ruota attorno ai rifiuti sono diversi.
  • L’amministrazione (comunale, provinciale, ecc.) che ha gli obblighi che abbiamo visto e che deve investire una parte dei soldi che i cittadini forniscono attraverso tasse e balzelli in questa impresa.
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  • L’azienda che ha la delega alle operazioni della filiera dei rifiuti (Acegas APS, Etra, A2A, ecc.). Si tratta di solito di ex municipalizzate, con un consiglio di amministrazione e le quote distribuite tra pubblico e privato.
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  • I cittadini che usufruiscono di un servizio “comodo” (nel senso che non devono recarsi lontano per depositare le loro immondizie) e che però pagano il comune perché lo smaltimento avvenga nel miglior modo possibile.
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  • L’ambiente che pur non votando e non pagando è la nostra casa, quella dei nostri figli e nipoti e di tutti quelli che verranno. L’ambiente non può tutelarsi da solo. Lo devono fare i tre soggetti appena citati.
Se la convenienza è basata sul profitto, le soluzioni migliori sono quelle che portano più denaro. In questo momento in Italia quello che conviene maggiormente è bruciare i rifiuti. Perché? Per la semplice ragione che questa attività è incoraggiata e finanziata dallo stato due volte. La prima perché con una legge vergognosa del 1992 si sono equiparati i rifiuti (e le schifezze che escono come prodotti secondari dalla raffinazione del greggio) alle fonti rinnovabili. Questo vuol dire che tutti i vantaggi che giustamente vengono assegnati al solare, eolico, e così via finiscono anche ai petrolieri e agli inceneritoristi. Sono un sacco di soldi. E sono soldi prelevati dalle tasche degli italiani attraverso la bolletta della luce. La maggiDove finiscono i rifiuti?or parte di questi denari finisce nelle mani sbagliate, in chi usa derivati del petrolio (come la plastica) esattamente come se si trattasse di biogas o dell’energia del sole e del vento. Una vergogna delle tante che distingue l’Italia dal resto del mondo. In questo senso (e anche in molti altri) il nostro è un paese mafioso e medioevale. Ma questo non è tutto. L’energia elettrica prodotta con queste porcherie viene ancora una volta incentivata dallo stato pagandola più del prezzo di mercato; questa cosa accade solo da noi: gli altri stati europei tassano l’energia prodotta con i rifiuti, altro che gratificarla.
Una tonnellata di rifiuti che finisce nell’inceneritore di Padova costa al comune (quindi ai cittadini) 131 €. L’azienda (a partecipazione pubblica quindi ancora con soldi del comune) deve poi smaltire le ceneri pesanti (che vanno ai cementifici) pagando 50 €/ton e altri soldi per le polveri leggere che vanno vetrificate per essere trasportate in Germania dove vengono sotterrate in miniere di salgemma. Come si vede se non ci fossero gli incentivi statali, che tutti noi versiamo spesso senza saperlo, l’operazione di bruciare i rifiuti sarebbe un’impresa fallimentare. Il fatto che i Comuni siano spesso azionisti (quasi sempre di maggioranza) delle società per azioni che gestiscono gli impianti fa sì che il ritorno sia garantito. Non entro più di tanto nel merito dei problemi che l’incenerimento provoca all’ambiente e alla salute; si tratta pur sempre di impianti in cui avviene la combustione di un sacco di materie differenti. Vengono quindi creati moltissimi inquinanti sia per l’ambiente che per la salute degli individui. La difesa che viene fatta è che comunque si sta sotto i limiti di legge. Ci mancherebbe altro! Ma i conti di alcuni inquinanti (ad esempio la diossina) non si possono fare calcolando quanta ne esce per metro cubo di aria. Noi dobbiamo sapere che la diossina ha dei tempi di incubazione (cioè dei tempi durante i quali può diventare nociva) di molti anni e quindi la quantità per metro cubo va moltiplicata per i metri cubi che escono ogni giorno e ogni anno e per gli anni durante i quali un individuo ne è a contatto. Se si fanno questi calcoli si noterà che la situazione non è così tranquilla e “sicuramente sicura” come i responsabili degli impianti sostengono.
Ecco dunque che la convenienza è relativa, dipende da cosa cerchiamo. Una buona soluzione è sicuramente quella di spingere perché il riciclo dei materiali contenuti nei rifiuti sia portato al massimo livello in ogni posto. Questo avrebbe delle conseguenze molto positive per diversi motivi.
  1. Un beneficio ovvio per l’ambiente e i cittadini;
  2. Un mercato molto favorevole con profitti notevoli per molti operatori, molti di più di quelli che impiega un inceneritore e posti di lavoro molto più numerosi (circa 20 volte di più a parità di costi);
  3. Dagli esempi che sono attivi in Italia e all’estero (USA – California) i costi di questi impianti sono enormemente minori di quelli di un inceneritore (circa 25-30 volte di meno), hanno bisogno di manutenzione molto meno impegnativa; e poi producono reddito perché i materiali recuperati vengono riveduti come materie prime seconde alle aziende che non vedono l’ora. Nessuno di questi impianti ha mai chiuso per mancanza di commesse, anzi …;
  4. Gli impianti possono essere diversificati in base alle esigenze del territorio. Perché ci sono zone in cui si producono più rifiuti di un certo tipo e zone in cui se ne producono altri;
  5. Il conferimento dei rifiuti a questi centri costa molto meno ai comuni di quello che pagano per mandare le immondizie all’inceneritore o in discarica (da 2 a 4 volte di meno!).
Ecco allora che la convenienza per i cittadini e per l’ambiente non è la stessa convenienza per le aziende e per le amministrazioni. Dev’essere chiaro a tutti che in una società in cui la delega a governare è sempre data a scatola chiusa (il 95% degli elettori non ha la più pallida idea di cosa vorranno fare gli amministratori eletti) le scelte saranno sempre le stesse. Bisogna allora o confidare che gli eletti siano illuminati (come avviene peraltro in numerosi comuni anche italiani: Capannoni, Ponte nelle Alpi, Colorno, ecc.) oppure svegliarsi e darsi da fare.

L’ultima domanda che abbiamo da fare è “come si separano materiali che vengono messi negli stessi sacchetti o negli stessi contenitori?” Qui occorre fare una ulteriore distinzione.
Ci sono comuni nei quali la differenziata è molto fine: ad esempio lattine e plastica vanno in contenitori diversi e vengono raccolti separatamente, altri (Padova ad esempio) in cui queste due tipologie finiscono (se i cittadini sono virtuosi) nella stessa campana e quindi vengono portate via mescolate.
In realtà, se vogliamo dirla tutta, esiste la possibilità di recuperare perfino l’indifferenziato, utilizzando strumenti e macchinari opportuni. Quello che si deve valutare è se l‘operazione conviene da un punto di vista economico e cioè se l’energia messa in moto dalle operazioni di recupero non sia alla fine maggiore di quella che serve per ottenere il materiale vergine. Così, ad esempio, c’è un grande dibattito attorno al tetrapak che è una combinazione di carta (circa 75%), plastica e alluminio. L’azienda svedese che produce questi contenitori e che da lavoro a più di 20 mila persone, è molto attenta alla questione ambientale sia dal punto di vista dell’uso dei materiali (solo carta nordeuropea prodotta in modo da non danneggiare le foreste da cui proviene) che dal punto di vista energetico (attenzione allo spreco) che delle emissioni in atmosfera. Inoltre è un’azienda che spinge per la raccolta differenziata ed il riciclo del materiale. L’indicazione a livello europeo è quello di riciclare la carta della confezione che rappresenta la maggior parte del materiale presente sulla confezione. In realtà da noi ci sono molti comuni (solo un quarto raccoglie il tetrapak) che fanno mettere il tetrapak assieme a plastica e lattine. Tuttavia l’indicazione del COMIECO (il consorzio italiano che si occupa proprio del recupero degli imballaggi a base cellulosica) è quella europea.
In realtà le due scelte hanno entrambe le loro ragioni d’essere. Dal momento che prima di questo accordo il recupero dei materiali da tetrapak risultava costosissimo, sono nate aziende che si sono specializzate proprio in questa operazione. Vediamo come vanno a finire le cose.
Se il tetrapak finisce assieme alla plastica le aziende che provvedono al riciclo separano carta, alluminio e plastica ottenendo (oltre alla carta) un nuovo materiale plastico, chiamato Ecoallene che viene utilizzato nei settori dello stampaggio.
Se invece il tetrapak finisce con la carta (come suggerisce Comieco) allora del riciclo si occupano delle cartiere, che ottengono una nuova carta che si utilizza in campo grafico. Si chiama rispettivamente Cartalatte quella di color bianco-crema e Cartafrutta quella di colore avana.
E’ comunque chiaro che l’uso di poliaccoppiati (cioè di materiali fatti con più sostanze primarie) non è il massimo nell’ottica di un riciclo che sia veloce e poco costoso. Tanto per fare chiarezza la carta da cioccolata è un poliaccoppiato (carta + alluminio) mentre il rotolo da cucina per metterci il pollo da conservare è alluminio puro.
La faccenda dei poliaccoppiati però rappresenta il massimo della difficoltà. Vediamo cosa succede con il resto.
Quando il materiale arriva nei centri di riciclo viene suddiviso tra il materiale misto e quello già separato, ad esempio la carta e il cartone o il vetro, che passano direttamente alla lavorazione e all’imballaggio.
Il materiale misto viene prima separato grossolanamente a mano, togliendo la parte che c’è finita dentro per errore e che non fa parte di quel ciclo di riciclo. Chiunque visiti un impianto di riciclo vedrà gli operai intenti a guardare un nastro trasportatore e a togliere quello che non va bene. Si passa poi alla fase più fine della separazione.
Dove finiscono i rifiuti?I materiali ferrosi vengono tolti dai nastri grazie ad un magnete che esercita il suo campo solo su di essi e non, ad esempio, sull’alluminio o sul rame. Ce ne sono tantissimi tipi e ogni azienda può acquistare quello che sembra fare più al suo caso. Cercando in rete (ad esempio nel sito directindustry.it dove brevi filmati ne mostrano anche il funzionamento) se ne scoprono decine e decine di piccoli e grandi.
Poi ci sono le lattine fatte di alluminio che nessuna calamita può catturare. L’alluminio (come il rame) vengono separati sfruttando un fenomeno fisico chiamato induzione elettromagnetica. Per restare in termini molto semplici i materiali non ferrosi reagiscono in modo differente quando si muovono all’interno di un campo magnetico; essi vengono infatti attraversati da piccole correnti elettriche che sono diverse a seconda del materiale di cui sono formati: rame, ottone, alluminio, eccetera. Le macchine che eseguono la separazione (anche in questo caso ce ne sono molte) sono così in grado di distinguere non solo i metalli non ferrosi, ma anche gli inerti (vetro, plastica ecc.) e perfino le piccole parti di materiali ferrosi che siano sfuggite al primo controllo con la macchina a magnete.
A curiosare nei siti si incontrano macchine che fanno veramente di tutto. Ad esempio i cavi elettrici contengono materiali preziosi e costosi come il rame e lo stesso alluminio. Bene esiste un macchinario in grado di ottenere dai cavi elettrici rame, alluminio, gomma e plastica.
Rimane da esaminare la plastica. Come sappiamo esistono molti (troppi) tipi di plastiche e c’è un grande sforzo in atto per ridurre sensibilmente questo numero. In uno dei centri di riciclo vicino a Padova ho visto in funzione uno strumento in grado di separare le plastiche per tipo e addirittura per colore. Si tratta di uno scanner ottico che emette luce di varie lunghezze d’onda. Ogni pezzetto di materiale che viene colpito riflette una parte della luce in modo differente a seconda della sua composizione chimica e del suo colore. In questo modo, attraverso una serie di passaggi successivi è possibile dividere la plastica per tipo e colore.
Queste soluzioni sono ormai a disposizione di tutti: non c’è nulla di miracoloso o fantascientifico. Esse devono diventare una normale abitudine nella filiera dei rifiuti se vogliamo ridurre lo spreco di materie prime, di energia e abbassare gli inquinanti immessi nell’ambiente.
Concludo con alcune considerazioni sul recupero dell’alluminio.
Questo metallo può essere riciclato al 100% del 100%: nel senso che non si butta via niente e può venire riutilizzato un numero infinito di volte senza che perda le sue caratteristiche. Il suo uso ormai è fondamentale. Basta pensare che il 90% dello Shuttle è fatto di alluminio così come l’80% del peso degli aerei di linea.
Noi non abbiamo miniere di bauxite da cui si ricava e questo lo rende ancora più prezioso; allora ci siamo impegnati a recuperarlo da ogni cosa: lattine, bombolette, fogli da cucina. L’Italia insomma, almeno in questo campo, merita un voto alto. E poi ci sono i vantaggi economici: estrarre un kg di bauxite costa 14 kWh, riciclare la stessa quantità impiega solo 0,7 kWh, cioè 20 volte di meno. E questo significa anche meno immissioni di gas serra in atmosfera. Attualmente in Italia si recupera oltre il 50% dell’alluminio prodotto, più o meno come la Germania.
Come diceva una vecchia pubblicità “meditate, gente, meditate!”.