Funghi shiitake e flusso a cascata

ShiitakeMi piacciono i funghi. Mi piace preparare con essi un buon sugo per il risotto o anche solo cucinarli come contorno o usarli per una succulenta frittata.
Dunque, al supermercato o dal verduraio mi piace comprarli. L’altro giorno, per puro caso, trovo una confezione di funghi che assomigliano come colore e forma ai porcini, ma porcini proprio non sono. Leggo sulla confezione … Shiitake e sobbalzo. È la prima volta che incontro questo prodotto in Italia. Ora, uno potrà darmi dello sciocco: sono solo funghi cosa ci sarà mai di tanto strano?
Il fatto è che quella specie di funghi, la più diffusa nel mondo grazie alla quantità enorme venduta in Oriente, è stata resa famosissima da un libro che, proprio qui a Noncicredo, ho raccontato diverse volte. Il libro si chiama “Blue Economy”, è stato scritto da Gunter Pauli e mostra centinaia di esempi di come, imparando dalla natura sia possibile costruire processi produttivi a impatto zero. Il trucco, se così si può chiamare, è semplice: sta nei cosiddetti flussi a cascata. Troppo complicato? Cercherò di fare un esempio, proprio coi funghi di cui sopra.
ShiitakeLa nostra società è abituata a chiudere ogni ciclo di produzione generando quantità più o meno grandi, più o meno dannose di rifiuti, i quali nella peggiore delle ipotesi vengono sepolti in discarica o finiscono nei forni di un inceneritore. In quest’ultimo caso è possibile che questo macchinario, che costa centinaia di milioni solo per essere costruito, restituisca una piccola parte di energia sotto forma di calore o di elettricità. Se, ora, cercate di capire i processi, ogni ciclo produttivo parte dalla necessità di reperire materie prime: combustibili per la produzione di energia, materiali per costruire i prodotti o per fabbricarli come nel caso della plastica. In ogni caso il primo passo consiste nel ridurre la quantità di materia prima disponibile. I considerevoli aumenti di prezzi degli ultimi tempi sono dovuti anche a questo: minore disponibilità di materie prime. Va da sé che il ciclo così impostato impoverisce l’ambiente mano a mano che si procede. E si procede così da quando qualcuno ha inventato la macchina a vapore, strumento indispensabile per avviare la rivoluzione industriale circa 270 anni fa. La nostra società è fatta così. Non si è mai preoccupata del “poi”, ha agito come se le risorse disponibili fossero illimitate, senza una data di scadenza o, se proprio volete, senza un limite oltre il quale il costo di estrazione delle varie materie sarebbe diventato tale da mettere il processo stesso fuori mercato.
Questo è proprio quanto accaduto in questi ultimi decenni. La crisi ambientale conosciuta come emergenza climatica è anche (sottolineo “anche”) il risultato di questo modo di vedere le cose, il che ha impedito di seguire percorsi alternativi, più saggi, meno dispendiosi, meno dipendenti dalla continua "mungitura" della natura. Se, come ciliegina sulla torta, mettete che la stragrande maggioranza di quei processi implica l’emissione di gas serra in atmosfera (non solo CO2, ma anche metano, biossidi di azoto e compagnia bella) avete un quadro impietoso, ma completo della situazione. Negare queste cose è stupido, perché fanno parte della storia dell’umanità.
Ma torniamo ai funghi. Cosa c’entra questo discorso con gli shiitake che ho trovato al supermercato? C’entra molto, perché mi sembra chiaro che il sistema migliore possibile da usare è quello di non produrre rifiuti o, per lo meno, di essere in grado di utilizzare quei rifiuti per un ciclo successivo, anche diverso, anche molto diverso. Farli diventare insomma quello che la Blue Economy chiama dei nutrienti del secondo o terzo o quarto processo e così via.
Ecco in cosa consiste il flusso a cascata.
Bene, ci siamo. Ecco la storia degli Shiitake.
Il ragionamento parte da tutt’altro: il caffè che noi beviamo ogni mattina.
ShiitakeQuel caffè che ingeriamo deriva dalla raccolta di una biomassa fatta da un contadino del Kenia o della Colombia. Le successive trasformazioni industriali hanno portato alla polvere nera che abbiamo messo assieme all’acqua nella moka per ottenere la bevanda che di solito ci sveglia la mattina. Bene, la quantità di caffè che finisce nella nostra tazzina è solo lo 0,2% della biomassa di partenza. Significa che il 99,8%, cioè quasi tutto il prodotto iniziale è uno scarto. La domanda che la blue economy si è fatta è stata quella di come utilizzare quello scarto.
La soluzione sta nell’utilizzare questi rifiuti nella coltivazione di funghi, privilegiando proprio gli shiitake, che meglio reagiscono all’iniziativa. Non solo il substrato si dimostra un ottimo supporto per la coltura, ma garantisce uno sviluppo più rapido del fungo e quindi un maggior numero di raccolti, il che significa ovviamente un maggiore profitto economico.
Attualmente ci sono molte iniziative come questa in tutto il mondo, anche in Italia. La scelta degli shiitake è dovuta al fatto che le loro proprietà sono davvero eccellenti. Una di queste è il loro contenuto proteico, così elevato da competere con quello della stessa carne. Se aggiungiamo l’assenza di acidi grassi saturi, il fatto che contengono sostanze che favoriscono il controllo della pressione arteriosa, la riduzione del livello di colesterolo, il rafforzamento del sistema immunologico e l'inibizione dello sviluppo di tumori, virus e batteri, beh, non possiamo certo stupirci della loro enorme diffusione.
La produzione in proprio ovviamente riduce drasticamente i costi rispetto a quelli importati dal lontano Oriente. Dunque abbattimento dei costi, produzione di posti di lavoro per un cibo molto sano. Va tenuto presente che la funghicoltura richiede molti posti di lavoro e questa non è certo una brutta notizia. Ma non è finita qui. Perché quello che resta nel terreno è ricco di aminoacidi e può essere utilizzato come mangime per gli animali domestici o di allevamento. E da qui se proprio volete possiamo passare alle deiezioni e alla produzione di biogas e di energia pulita attraverso un cogeneratore.
É questa la cascata di cui parlavo prima: ogni processo genera non più rifiuti da buttare ma nuove risorse da utilizzare per un processo successivo.
Forse ora guarderete con più rispetto il vostro caffè quando andate al bar.
Un’ultima notazione … il risotto con gli shiitake era davvero gustoso!

Economia circolare

La storia del caffè si è diffusa in tutto il mondo. C’è voluto qualche anno, ma adesso coltivazioni con il supporto dei fondi del caffè si rovano ovunque, anche in Italia. Ci sono almeno altri duecento esempi come questi. Se siete curiosi trovate una parte delle soluzioni su questo sito (cercate blue economy), sia sotto forma di articoli da leggere che di audio da ascoltare. Oppure comperate il libro Blue economy, di cui sono uscite altre edizioni aggiornate che troverete in libreria o in rete.
ShiitakeL’esempio del caffè e dei funghi, di questa simbiosi perfetta che aumenta la produttività riducendo i costi, ma soprattutto riduce drasticamente la produzione di rifiuti è un esempio molto semplice di economia circolare.
Questo termine oggi è diffuso in ogni discussione politica sull’ambiente. È ormai entrata nel vocabolario di molti politici e nei programmi elettorali di molti partiti ed è parte fondante dei progetti ambientalisti di stati come l’Italia o di confederazioni come l’Unione Europea.
Sapete che tra poco comincerà la 26^ COP a Glasgow, l’incontro tra tutti gli stati ad altissimo livello per decidere come intervenire contro l’emergenza climatica. Ho analizzato il documento dell’IPCC, l’ente dell’ONU che si occupa specificamente di clima e che quelle annuali conferenze COP organizza. Il documento in questione è particolarmente duro e non lascia spazio ad alcuna immaginazione (ascolta qui). 14 mila ricerche esaminate portano tutte allo stesso risultato. Siamo partiti tardi, molto tardi e non c’è più tempo. Se vogliamo riuscire ad adattarci alla nuova situazione (come genere umano intendo) bisogna intervenire drasticamente subito. Significa buttare a mare molti paradigmi sociali e politici, smetterla di produrre gas climalteranti (CO2, metano, NO2 e così via) e sperare che tutto questo sia sufficiente, il che non è affatto detto.
Purtroppo siamo nelle mani di politici che hanno ben altro a cui pensare e che litigano per questioni che con la sopravvivenza delle specie umana niente hanno a che fare. Prestigio, potere, spocchia e molta, molta ignoranza vivono nei loro inutili cervelli. Vale per tutti, sia ben inteso, da noi e altrove. Quando si leggono i dati del disboscamento (vedi qui) o dell’apertura di nuove centrali a carbone in ogni angolo del pianeta, come si fa a credere che quelli che prendono decisioni del genere siano sani di mente? Il mondo è nelle mani di questi personaggi, che sono il vero cancro del sistema.
Ho lasciato da parte il potere delle multinazionali e delle confederazioni che esse hanno creato (Big Oil, Big Pharma e così via) per non farvi troppo male, ma so bene che mentre leggevate, avete pensato … “e le multinazionali?”.
Finito questo sfogo, cerco di tornare più sereno e analizzare la situazione. Come sempre, mi faccio aiutare dalle ricerche che vengono pubblicate man mano. La prima che prendo in considerazione è molto recente (settembre 2021) e per di più realizzata in Italia.
Prima però dobbiamo metterci d’accordo su quello di cui vogliamo parlare. In sostanza: cosa diavolo è l’economia circolare?
Per non perdere troppo tempo a cercare definizioni rigorose, uso quella di Wikipedia, che, pur non essendo un vangelo, ha il vantaggio di essere controllata da molti esperti e quindi, quasi sempre, dice la verità. Ecco dunque come comincia la pagina sull’economia circolare.
Economia circolare è un termine che definisce un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo garantendo dunque anche la sua ecosostenibilità. Secondo la definizione che ne dà la Ellen MacArthur Foundation, in un'economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.
Forse qui una piccola spiegazione serve: la buccia di patata è biologica e può essere ridotta in elementi primitivi dai batteri, quindi rientra nella biosfera, la sfera terrestre in cui esiste la vita; la bottiglia di plastica è tecnica e deve essere processata per poterla riutilizzare ma non tornerà mai ad essere un insieme di elementi primari della biosfera. Continuiamo la definizione:

In particolare, l’economia circolare è un modello di produzione e consumo attento alla riduzione degli sprechi delle risorse naturali e consistente in condivisione, riutilizzo, riparazione e riciclo di materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. Una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è composto, laddove possibile, vengono reintrodotti nel ciclo economico e possono essere continuamente riutilizzati all’interno del ciclo produttivo generando ulteriore valore. I principi dell’economia circolare contrastano con il tradizionale modello economico lineare, fondato su uno schema opposto: estrarre, produrre, utilizzare e gettare. Tale modello, sensibile a mere ragioni di gettito e di prelievo, dipende dalla disponibilità di grandi quantità di materiali ed energia facilmente reperibili e a basso prezzo.
Mi permetto di aggiungere che questo modello è fondato soprattutto sul profitto, perché ogni passaggio, anche quello dei rifiuti e dell’intervento per bonificare dopo un inquinamento, comporta una spesa e quindi un incasso da parte di qualcuno … indovinate chi? Continuiamo la definizione:
L’incentivazione dell’economia circolare si fonda su due capisaldi:
1. la riduzione della quantità di rifiuti da gestire, raggiungibile sia attraverso misure di prevenzione da applicare non solo durante il processo produttivo, ma già in sede di progettazione dei beni, sia selezionando con attenzione quegli scarti di lavorazione che possono essere qualificati come sottoprodotti e dunque idonei alla commercializzazione;
2. la diffusione, tramite il riciclaggio e le operazioni di recupero, dei procedimenti e dei trattamenti volti alla cessazione della qualifica di rifiuto.
Quest’ultima affermazione è piuttosto forte e dice sostanzialmente quello che Gunter Pauli sostiene da così tanti anni. Il rifiuto non esiste, lo chiamiamo così per convincerci che non serve più. Chiamiamolo nutriente o seconda occasione e le cose cambiano anche da un punto di vista puramente lessicale o linguistico.

L'economia circolare a cosa serve?

Forse adesso abbiamo qualche elemento in più per comprendere quello che i centri di ricerca ci raccontano. Bene: il primo documento che analizziamo è molto recente, essendo del 2 ottobre 2021. È redatto da Agici finanza d’impresa, gruppo di lavoro dell’Alleanza per l’economia circolare. Si tratta di una società di ricerca e consulenza specializzata nel settore delle infrastrutture che ha il suo centro operativo a Milano.
I dati sono raccolti in un Quaderno, realizzato specificamente allo scopo di preparare la conferenza di Glasgow. Il titolo è chiarissimo: “Economia circolare e mitigazione del cambiamento climatico”. Sottolineo qui un aspetto che mi è capitato di ricordare molte volte da questo microfono. Ormai non parliamo più di lotta ai cambiamenti climatici, ma di mitigazione.  a tradurlo in un italiano terra-terra: la battaglia con il cambiamento del clima l’abbiamo persa, cerchiamo adesso di adattarci a quello che ci aspetta, riducendo il più possibile (appunto mitigando) gli effetti e le conseguenze.
ShiitakeChe in un futuro molto prossimo l’umanità sarà costretta a vivere in un ambiente profondamente modificato è chiarissimo a tutti. Basta considerare tutte le strane manifestazioni che già oggi ci stupiscono. Mi riferisco alle mattanze del clima: dalle alluvioni improvvise alla desertificazione galoppante in regioni insospettabili (come purtroppo anche l’Italia), dal numero pazzesco di uragani o simili alla fuga di un sacco di specie dal loro abituale habitat in cerca di condizioni migliori per sopravvivere e via discorrendo.
Chi è abbastanza vicino alla morte, quella naturale si intende, non ha molto di che preoccuparsi: vedrà probabilmente solo una piccola parte del primo tempo di questa immane tragedia. I ragazzi, quelli che passano il loro tempo a riempirsi di spritz e di idiozie televisive, invece, rimarranno sorpresi e dovranno riconoscere che gli altri giovani, quelli che il venerdì scendono in piazza o che manifestano contro l’immobilismo dei governi, quei giovani avevano dannatamente ragione. Ma allora sarà troppo tardi.
Torniamo adesso all’economia circolare. Quali sono i problemi da cui occorre partire? Credo non sia sbagliato affermare che la madre di tutte le disgrazie sia l’eccessiva presenza di gas serra in atmosfera. È questo che modifica il clima, cioè le correnti, i venti, la consistenza dei ghiacci polari e montani e tutto questo crea scompensi enormi alle abitudini rese standard in milioni di anni sul nostro pianeta. È chiaro allora che la seconda questione diventa automaticamente: chi ha aumentato in modo così massiccio e repentino la quantità di gas serra in atmosfera? Ho risposto mille volte a questa domanda. Secondo l’IPCC non c’è ombra di dubbio che la maggiore responsabilità sia delle azioni dell’uomo. La produzione da un lato, il consumo dall’altro hanno portato ad avere ammassato nella nostra aria quantità impressionanti di Anidride carbonica, che ha fatto aumentare la temperatura media del pianeta di quasi un grado e mezzo. Se pensiamo che questo è il limite fissato dall’accordo di Parigi del 2015 entro questo secolo, si capisce facilmente come sia impossibile centrare l’obiettivo. Torniamo così all’adattamento, alla mitigazione.
Uno degli elementi sui quali si può facilmente intervenire è la gestione dei rifiuti. Dopo aver detto no alle discariche e dicendo no agli inceneritori (*), restano solo i centri di riciclo, per rimettere sul mercato la maggior parte del materiale diventato obsoleto: plastica, vetro, legno e quant’altro. Faccio ancora un’osservazione che dovrebbe essere ovvia. Quando parliamo di emergenza climatica (e quindi di tutto il resto che le va dietro) non esiste un problema italiano, uno danese e uno nigeriano. Il danno perpetrato in un qualsiasi punto del pianeta, crea difficoltà anche a tutto il resto del mondo. Questo vale per il disboscamento in Asia e in America Latina; vale per il continuo ampliamento dell’estrazione di carbone in Cina, vale per l’estrazione di petrolio nell’Artico, per lo shale gas estratto negli Stati Uniti e altrove, vale, insomma, per tutto quello che fa crescere l’effetto serra.
Quindi non misurate la bontà o meno dell’azione sui rifiuti prendendo i numeri europei, perché nel mondo il ricorso a discariche, non raramente senza controlli, è più diffuso di quanto possiate pensare. Il riciclo dei materiali è una buona azione, ma limitata. Perfino da noi il nostro ministro dell’ambiente ha ripetutamente sollecitato la costruzione di inceneritori nel centro sud, perché non sa come fare coi rifiuti prodotti.
Sono decenni che il mondo ambientalista si batte su questo punto che ritiene – secondo me giustamente – basilare e preliminare ad ogni altro discorso. Bisogna ridurre la produzione di rifiuti e per fare questo è necessario che ci siano regole chiare nei confronti delle aziende e senso civico da parte dei consumatori. Senso civico che sappiamo essere merce molto, molto rara dalle nostre parti.
Ora, il documento dell’Agici, ricorda che ogni tonnellata di plastica riciclata, non solo fa risparmiare il petrolio con cui deve essere ricostruita, ma permette un risparmio sensibile nelle emissioni climalteranti, come se un’auto di grossa cilindrata rimanesse chiusa in garage per un anno intero. Altro dato interessante: ogni 30% di materie prime non estratte (e sostituite da quelle riciclate) può portare ad una riduzione del 65% delle relative emissioni e ad una crescita economica dell’1,5%.
Ed è certo anche una questione economica, perché l’economia circolare, abbinata ad un cambiamento degli stili di vita dei cittadini, potrebbe far risparmiare fino all’8% sugli investimenti per la produzione di energia pulita (ad esempio attraverso l’idrogeno).
A questo documento, si aggiunge quello dell’Agenzia europea sull’ambiente, che non fa che ribadire quanto detto da Agici.  Giacomo Salvatori, coordinatore di Agici,  afferma:
“La nostra ricerca dimostra che in ogni settore industriale esistono strategie che possono coniugare efficienza nell’uso delle risorse materiali, riduzione delle emissioni climalteranti ed efficienza economica: il vero punto d’incontro di economia circolare e mitigazione del cambiamento climatico. C’è però ancora molto da fare per quantificare l’effettivo potenziale di riduzione delle emissioni di queste strategie, che va valutato caso per caso, e per identificare le politiche che possono abilitare la circolarità come strumento chiave in vista dell’obiettivo di neutralità climatica al 2050”.
Come dire “L’economia circolare è una gran bella cosa e probabilmente una soluzione efficace; ci stiamo lavorando, ma ci vorrà un bel po’ di tempo!”
Agici fa anche qualche esempio concreto.
La moda potrebbe abbattere emissioni e costi di oltre il 60% usando energie rinnovabili e fibre riciclate, oltre che trasporti sostenibili e, guaio comune a tutti, imballaggi ridotti all’osso.
Nei trasporti, il cui contributo all’effetto serra è valutato al 16%, è necessaria una rivoluzione, basata sul cosiddetto trasporto dolce: piste ciclabili, trasporti collettivi funzionanti, mobilità condivisa, elettrificazione dei mezzi e modifiche ove possibile dell’impatto del lavoro, adottando ad esempio lo smart working e soprattutto la riduzione di tutti quei viaggi di mezzi pesanti vuoti.
Si potrebbe continuare con il cibo, dove le emissioni globali dalla produzione al consumo incidono per il 34% delle emissioni. L’agricoltura di precisione, l’agricoltura biologica e l’agri-fotovoltaico contribuiscono ancora di più nel mitigare gli effetti del cambiamento se accompagnati da comportamenti che limitano lo spreco alimentare. Dinamica identica per l’edilizia e per le industrie energetiche
Dunque fare dell’economia circolare si può, a due condizioni. La prima che i cittadini capiscano che ne sono parte attiva e devono cambiare alcuni loro comportamenti poco virtuosi. La seconda che si faccia chiarezza sul ruolo che politica e produzione devono avere in questo contesto. Che manchi l’una o l’altra poco importa. In quel caso anche l’economia circolare sarà un fallimento.

Nuove disposizioni sui rifiuti italiani

In Italia sono uscite le nuove disposizioni riguardanti i rifiuti il 26 settembre scorso. Si tratta prevalentemente dell’organizzazione necessaria per far diventare il rifiuto un attore importante del riciclo e quindi dell’economia circolare. La legislazione recepisce quella europea e non è che si potesse farne a meno, altrimenti i finanziamenti comunitari sarebbero svaniti.
É un passo importante, perché viene messo nero su bianco anche nei sacri libri delle leggi italiane che il futuro sta proprio nella economia circolare. Inoltre ad essere coinvolti, questa volta, sono direttamente i produttori di rifiuti (pensate se volete agli imballaggi) oltre che il mercato e il consumatore.
Vedremo quale impulso darà questa presa di posizione legislativa all’intera faccenda.
Voglio far presente che qui si tratta di cosa assai diversa da quella finora affrontata. Finora il problema è stato “Dove diavolo li mettiamo tutti questi rifiuti?”. É chiaro, che, tolta la possibilità di confinarli in discarica, cosa assolutamente sconsigliata dall’Unione Europea, e nonostante i richiami da almeno dieci anni delle normative comunitarie ad avviare centri di riciclo, i nostri pigri politici (spesso non solo pigri, ma anche molto ignoranti) avevano visto nella moltiplicazione degli inceneritori una buona soluzione. In effetti con quelle diaboliche strutture i rifiuti spariscono alla vista, anche se sono sostituiti da ceneri, fumi e particelle che sono molto più dannose degli stessi rifiuti. E comunque da qualche parte devono essere messe. Non soddisfano però la condizione principale che è quella di ridurre il consumo di materie prime, spesso fonti importanti di gas serra.
Dunque viva l’economia circolare e viva il fatto che finalmente qualcosa si muove anche da noi.

Il caso di Rotterdam

La domanda allora diventa: ma non esiste da qualche parte qualcuno che ci è già passato e ha, magari, trovato soluzioni più intelligenti degli inceneritori a questi problemi?
Ovvero: ci sono paesi in cui l’economia circolare è già diventata realtà? Se sì, come funzionano? Hanno avuto vantaggi?
Le risposte sono tutte “sì”. Ci sono città in cui l’economia circolare è partita da qualche anno e dove funziona bene. Come esempio per tutti ho scelto una città olandese, Rotterdam.
Le informazioni hanno qualche mese (sono dell’inizio del 2021) proprio perché quella città si è mossa per tempo e ha implementato questa novità nella vita sociale, produttiva, politica della città. Ma credo non cambi di molto l’attualità delle notizie che sto per darvi.
A parlarci, attraverso un’intervista rilasciata a Antonella Totaro, giornalista della rivista online Materia Rinnovabile, pubblicata il 10 giugno 2021 è Arno Bonte. Lui è un amministratore di Rotterdam da molti anni e dal 2018 ha tra le sue competenze quella di dirigere quella che da noi è chiamata transizione ecologica.
Nessuno di noi sa quello che succederà in futuro, ma l’Olanda ha dei progetti davvero fantastici e, a giudicare dalle premesse, raggiungibili. Entro il 2050 vogliono essere un paese ad economia circolare, riducendo entro il 2030 del 50% il consumo di materie prime, sostituendole con quelle riciclate o riutilizzate. Per questo progetto il governo ha scelto un certo numero di città che lavorino in sinergia per cominciare a rendere l’economia cittadina circolare. Rotterdam è uno dei punti di forza di questo progetto.
L’azione a Rotterdam è cominciata nel 2017 con gli stessi obiettivi governativi. Qualcosa si è ottenuto in termini di riduzione delle emissioni e dei rifiuti. I campi dove si è intervenuti, oltre ad aumentare la raccolta differenziata, sono quelli della mobilità e dell’edilizia.
Un passo importante è stata l’introduzione di un fondo di 100 milioni di euro da assegnare a quelle start-up o aziende sostenibili, in grado di accelerare non solo la transizione energetica, ma anche quella circolare. In questo modo il comune diventa investitore di quelle società, potendone in futuro ricavare anche un guadagno da reinvestire in modo analogo.
È chiaro che questo presuppone la collaborazione da parte delle aziende. Nel 2019 oltre 100 società hanno aderito al progetto cittadino. Sono stati fissati anche i campi di intervento: porto e industria, ambiente, mobilità, energia pulita e consumi.
Nel porto verranno creati dei centri per il riciclo dei tessuti e delle plastiche. L’obiettivo è diventare leader della sostenibilità entro 10 anni.
Le proposte di Rotterdam si inseriscono perfettamente nella strategia nazionale. “Prendiamo molto sul serio – dice Bonte – gli accordi di Parigi. L’area metropolitana di Rotterdam è responsabile del 20% delle emissioni di anidride carbonica dei Paesi Bassi. Ciò è dovuto all’enorme area industriale di cui disponiamo. Ci sentiamo, quindi, moralmente responsabili e sentiamo la necessità di agire contro il cambiamento climatico.
E non solo con il governo centrale c’è la necessità di interagire ma anche con l’Unione Europea per accedere a fondi senza i quali difficilmente potremo ottenere i risultati che speriamo. Questo è un punto cruciale, quello dei finanziamenti, altrimenti il Green Deal Europeo rischia di rimanere solo un bellissimo progetto e niente più. “L’esperienza che stiamo maturando qui a Rotterdam – racconta Bonte – sarà sicuramente preziosa per altre città europee, con le quali potremo condividere i nostri risultati. Non che tutto quello che facciamo sia automaticamente replicabile in ogni altra città. Noi siamo abituati, come olandesi intendo, a cooperare e discutere riuscendo così ad ottenere il supporto di imprese, imprenditori e cittadini. Non so se altrove questo sia altrettanto semplice.”
Mi intrometto: da noi, visti i litigi sull’aria fritta dei nostri politici questo punto è decisamente dolente.
Qui Bonte chiude gli occhi e sogna. Dice:
“La Rotterdam che sogno tra 10 anni è una città che non solo ha realizzato la transizione verso un’economia sostenibile, ma ha anche creato nuovi posti di lavoro. In primo luogo, penso ai nuovi posti di lavoro che possono essere creati nell’industria eolica off-shore. Si tratta di un settore al momento emergente, ma che in futuro sarà una delle principali industrie anche nel porto di Rotterdam.
Non so dire quanti saranno i posti di lavoro guadagnati. Quello che so è che oggi l’80% degli impieghi nel porto sono legati all’industria fossile. Ecco, il mio sogno è che tra 10 anni l’80% dei posti di lavoro sarà legato all’industria sostenibile. Ed è a questa nuova industria e nuova economia che stiamo lavorando. Sogno un’economia che faccia uso di fonti di energia sostenibile, che sia circolare, ma che, prima di ogni cosa, crei una città più verde e sana. Cerchiamo sempre di collegare anche l’elemento sociale. Economia sostenibile e competitiva, nuovi posti di lavoro, città verde e sana devono andare di pari passo con persone che respirano aria pulita e sono felici di vivere a Rotterdam.”Shiitake
Finisce qui l’intervista all’amministratore Arno Bonte di Rotterdam. Prima di chiudere l’argomento, vorrei però darvi qualche altra informazione sulla città.
Qui è stata creata un’iniziativa chiamata Blue City. Si tratta di una piattaforma che adotta, pari pari, i principi della Blue Economy di Gunter Pauli, quella blue economy di cui ho parlato moltissime volte qui a Noncicredo. E quindi (ricordate l’inizio di questa puntata?) i fondi del caffè di bar e ristoranti vengono usati come terreno fertile per coltivare i funghi. La CO2 rilasciata viene utilizzata per produrre l’alga azzurra spirulina, che ha innumerevoli effetti benefici per la salute e quindi viene venduta. Il micelio dei funghi viene usato per creare materiali di imballaggio; gli scarti della frutta diventano una specie di pelle per fare borse o contenitori. I rifiuti di cartone dell’azienda Vendraaid sono trattati dai vermi del seminterrato. E si potrebbe andare avanti.
Se leggerete il trattato dio Gunter Pauli o andrete a risentire le puntate di Noncicredo sulla Blue Economy, troverete descritte tutte queste meraviglie e molte altre ancora.
-----------------------------------
(*) Il "no" agli inceneritori deriva dal fatto che essi non risolvono alcun problema, anzi lo fanno aumentare. La quantità di energia che se ne ricava è ridicola rispetto a quella che si butta via brusiando plastica e altrimateriali, che dovranno essere ricostruiti (spendendo una quantità di energia enormememtne maggiore di quella ottenuta dall'inceneritore. E poi, qui il problema più grave è proprio quello di non consumare troppa materia prima e non è certo bruciandola questamateria prima che se ne limita il consumo. Lascio da parte tutto il discorso sui fumi, sulel ceneri tossiche prodotte e quant'altro. In questo caso l'inceneritore è un flop proprio dal punto di vista economico.