Andar per boschi in una giornata di sole, gustare il fresco che l’ombra di quel luogo sa regalarci, assorbire profondamente l’odore della resina, percepire qua e là l’odore dei funghi spuntati la notte. Ascoltare il tintinnio di quel torrentello nascosto dalle larghe foglie delle piante acquatiche che indicano all’acqua il percorso da seguire. Chi mai potrebbe non provare un senso di gratitudine alla natura per tutto questo?
BoscoSe poi ci soffermiamo a pensare anche all’utilità sociale che quel che ci circonda offre, emergono altri pregi: il legname, che, responsabilmente, può essere usato per mille ragioni; il rifugio offerto a molte specie animali e vegetali, le quali tutte assieme costituiscono quella biodiversità di cui oggi cominciamo a sentire la carenza. E poi, ma solo ce pensiamo bene, tutte quelle piante sono responsabili della nostra sopravvivenza. Sono quelle che ci offrono l’ossigeno che, per loro è una schifezza da buttare, per noi è invece il solo motivo a tenerci vivi su questo pianeta.
E torna, quella stessa domanda: “Chi mai potrebbe voler male ad un bosco!”.
In questo blog ho raccontato una storia incredibile, accaduta molti anni fa (addirittura secoli fa) ma che è istruttiva di come una società che si basi su principi sbagliati possa fare una brutta fine. È la storia di Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, che non ripeterò, perché la trovate qui (link).

BoscoC’è un solo motivo per odiare i boschi al punto da fare di tutto per distruggerli: ricavarne un profitto. Non credo ad una sola parola quando si parla di pazzi piromani che se ne vanno in giro con l’accendino pronti a dar fuoco alle foglie secche. La vastità impressionante degli incendi degli ultimi decenni sono figli di chi aveva tutto l’interesse a spogliare quelle terre dal fastidio degli alberi, per arare il terreno ed usarlo per altri scopi. Quali? Dipende dalle zone: in alcuni punti del nostro mondo per coltivare a basso costo altri prodotti, come la soia o le palme da olio. In altre per avere pascoli dove tenere le mucche o, forse anche di più, per coltivare cereali per produrre mangimi da dare agli allevamenti intensivi di bestiame, che forniscono di carne il mondo intero. È chiaro che ciascuna di queste cause ha una sua storia, ma il fine (che ovviamente non giustifica affatto i mezzi) è sempre lo stesso: fare affari, guadagnare soldi o, nel caso dei governi, guadagnare potere portato dai favori fatti alle aziende piccole, medie, grandi e soprattutto grandissime che quei favori richiedono.
Per analizzare quello che è successo non c’è che l’imbarazzo della scelta. Possiamo muoverci in Africa o in Sud America (pensate all’Amazzonia) o in Russia, oppure fermarci un po’ nei paesi dell’Est asiatico, segnatamente l’Indonesia e la Malesia, stati che possiedono una delle più grandi isole al mondo, coperta da una delle più grandi foreste: il Borneo.
BoscoEcco, il Borneo può andare bene. Del resto è un luogo che ci riporta al passato, quando ragazzi seguivamo le gesta di Sandokan, della Perla di Labuan, dell’amico Yanez, di Tremal Naik e dei feroci Dayak, che oggi sono le popolazioni che più di altre soffrono per l’intervento dell’uomo nelle “loro” foreste.
Ma, come sempre, è meglio cominciare dall’inizio.
L’isola del Borneo è divisa tra l’Indonesia, che ne detiene circa il 70%, la Malaysia e, un piccolo angolo è di proprietà del Sultano del Brunei nel Nord Est.
Complessivamente conta oltre 20 milioni di abitanti. La parte indonesiana è chiamata Kalimantan, mentre quella malese si divide in due province: Sabah e Sarawak, che richiama, ancora una volta, le gesta narrate da Emilio Salgari.
Si racconta che siano stati i reduci dalla spedizione di Magellano nel 1521 a scoprirla nel loro viaggio di ritorno. Qui trovano la vera isola del tesoro, perché qui ci sono miniere d’oro, di diamanti, di manganese. E poi coltivazioni di caffè, caucciù, riso e tabacco. Ma quei marinai non colsero la ricchezza più grande, addirittura clamorosa, che il Borneo offriva: la natura dentro la foresta, rappresentata dalla enorme biodiversità: quindicimila specie di piante da fiore, tremila di alberi, duecento mammiferi, quattrocento uccelli e, ancora oggi, nonostante le devastazioni, si continuano a scoprirne di nuove.
Un regalo della natura da conservare con cura, quasi con gelosia, ma un regalo che non produce profitto, che se ne sta là a veder passare ogni tanto qualche ardimentoso turista, in cerca del brivido di vedersi sotto le scarpe scorpioni letali, o quei serpenti che sembrano liane e se ti mordono ti portano a morte in pochi istanti. E poi le “bestie feroci” che possono attaccarti ad ogni passo … vuoi mettere l’adrenalina?
Già, il Borneo: 200 mila km quadrati di foresta primaria, quella che chiamiamo anche foresta vergine, mai toccata da attività umane, lasciata intatta come natura l’ha creata e come poi si è sviluppata.
Ebbene, è triste dirlo, ma quella foresta non è più vergine.
La storia dell’Indonesia nel dopoguerra, dopo cioè la dominazione olandese di quelle terre, non è certo un esempio di nazione guidata da uomini saggi e giusti. Colpi di stato, guerre civili con molte centinaia di migliaia di morti, esecuzioni sommarie e, soprattutto, corruzione, hanno accompagnato il regime di Suharto, durato 32 anni. Questi fatti probabilmente hanno inculcato nella nazione la convinzione che tutte quelle nefandezze potevano essere compiute.
BoscoPrima di andare avanti è meglio riflettere su un fatto. Quelle foreste non sono solo un esempio di biodiversità assoluta e quindi di habitat per una enorme quantità di animali, ma anche un polmone di ricambio della CO2 decisamente importante vista la vastità della foresta e l’antichità di quegli alberi, che hanno per così tanto tempo accumulato anidride carbonica e rilasciato ossigeno. Questo significa che distruggendo quegli alberi si fa un danno molto grande dal punto di vista dei cambiamenti climatici, molto più grave che se si tagliasse il pero che avete in giardino.
Certo potrebbe essere sostituito, ma non tutti gli alberi hanno lo stesso potere ripulente l’atmosfera (passatemi questo termine impreciso). Sostituire un baobab con una palma non porta il bilancio in pareggio, per niente.
E adesso vediamo cosa è accaduto alle foreste del Borneo negli ultimi decenni.
Cominciamo con il dire che lo stato confinante con l’Indonesia non è certo una verginella, anzi. Anche nella parte malese le cose sono andate malissimo. Tra l’altro è proprio là che esiste la provincia di Sarawak, a proposito delle leggendarie gesta della tigre di Mompracem. E da là cominciamo la nostra analisi.
La prima domanda che viene in mente è questa: come diavolo si fa a sapere quanti alberi sono stati abbattuti e quale impatto sull’effetto serra e sulla biodiversità ha provocato? In effetti è facile convincersi che andare a contare gli alberi uno ad uno in un territorio così vasto e inospitale per l’uomo non è il massimo. Si usano visioni dall’alto, sia da aerei di ricognizione che, soprattutto, da satelliti. Le immagini che si ricavano sono estremamente nitide e chiariscono perfettamente la situazione.
I primi studi sullo stato forestale del Borneo malese sono cominciati nel 2009. Li hanno condotti scienziati delle università di Papua Nuova Guinea e della Carnegie Institution for Science, un’organizzazione di Washington che sostiene la ricerca scientifica ed è anche quella che ha messo a disposizione i propri satelliti.
BoscoIl risultato viene presentato nel 2013, con dati impressionanti. La costruzione di strade e cantieri nella giungla è penetrata fin nel cuore del Borneo malese, riducendo la verginità di quelle foreste in misura inaccettabile. Non si tratta soltanto di tagliere alberi, ma anche di disturbare (per usare un eufemismo) un ecosistema che si mantiene da secoli, di rovinare un equilibrio conquistato con pazienza in moltissimi anni di evoluzione.
E poi dipende anche dal tipo di piante che vengono abbattute. Lo studio del 2013 sottolinea che quelle abbattute, con diametro superiore ai 45 cm, sono pronte per essere nuovamente abbattute dopo 25-30 anni. Ma questa non è certo una consolazione, come scrivono gli estensori del rapporto, i quali dicono:
“Questa forma di disboscamento danneggia in maniera considerevole il suolo, i corsi d’acqua e la struttura della foresta nonché gli alberi residui, con un progressivo degrado della biomassa nel corso dei diversi cicli di raccolta. I bulldozer, poi, impattano circa il 30-40% delle aree deforestate e danneggiano dal 40 al 70% degli alberi residui. La produzione iniziale di legname non può, dunque, essere effettuata su cicli multipli: 25-30 anni rappresentano un periodo di tempo troppo breve per la rigenerazione delle riserve di legname.
Di conseguenza, le foreste subiscono danni enormi. Le foreste della regione, infatti, sono state classificate per il 44% come “degradate” o “severamente degradate,” mentre un altro 28% è stato convertito in piantagioni o si trova in una fase di rigenerazione successiva all’abbattimento.
Insomma un vero disastro.
La cosa curiosa è che le strade del disboscamento nelle regioni malesi del Borneo finiscono di colpo al confine con il confinante Brunei. La differenza tra le due foreste è incredibile, perché nel Brunei esse risultano praticamente intatte. Il motivo è abbastanza semplice. L’economia del piccolo stato è sostenuta principalmente dal petrolio offshore, sul gas e sui servizi ad essi associati. E quindi non hanno bisogno né di legname, né di ulteriori territori per sviluppare la propria agricoltura.
É ovvio che della situazione malese e di quella indonesiana, che vedremo tra poco, sono preoccupati tutti gli stati che sono chiamati a ridurre le emissioni di CO2 in base ai vari accordi internazionali: quelli di Parigi del 2015, il Green Deal Europeo e quelli dei singoli stati. La deforestazione è una delle cause principali dell’aumento della quantità impressionante di anidride carbonica presente in atmosfera, non esserne consapevoli è un delitto assai grave.
Che la situazione, rispetto al 2013 non sia migliorata lo dimostrano molte ricerche effettuate anche di recente. L’Indonesia è stata letteralmente invasa negli ultimi anni da incendi mastodontici. “Beh – dice uno – è successo anche altrove, anche da noi.” Certo, ma le dimensioni e la durata di quelli indonesiani sono davvero un’altra cosa.
Bosco
Prima di continuare voglio ribadire un concetto che ho già esposto nelle scorse puntate. Spesso ci abituano a dare un senso positivo al verbo ridurre. Ma, quando dico che un certo paese ha ridotto le sue emissioni, non sto affatto dicendo che non ne emette più, ma semplicemente che, pur continuando ad emetterne, lo fa ad un ritmo inferiore, magari di poco eppure molti sono contenti. Ricordiamoci di questo aspetto quando incontreremo situazioni del genere.
Cominciamo con le notizie più dure. Come sempre facciamo qui a Noncicredo, ci affidiamo alle informazioni ufficiali, essendo piuttosto refrattari a fare dietrologia o a inventarci notizie inesistenti. Dunque nel 2016 esce un rapporto di una ricerca condotta dalle Università di Harvard e Columbia, rispettivamente di Cambridge nel Massacchussets e di New York. Viene pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica, l’Environmental Research Letters. Il dato più clamoroso è questo: gli incendi boschivi del 2015, legati alla deforestazione nel sud-est asiatico hanno causato più di centomila morti. Si è trattato di roghi titanici, appiccati di proposito dalle multinazionali dell’olio di palma e poi sfuggiti di mano. Il fumo prodotto riesce a coinvolgere perfino i paesi confinanti, Malesia e Singapore, ci sono mezzo milioni di casi di infezione alle vie respiratorie, circa 50 milioni di persone esposte a fumi tossici 24 ore al giorno per settimane. Le conseguenze, per così dire, civili, sono annullamento dei voli, chiusura delle scuole e di altre attività. Insomma un vero disastro sociale.
BoscoLo studio statunitense calcola 90 mila morti in Indonesia, 6 mila in Malesia e 2200 a Singapore. Non è la prima volta che una simile disgrazia avviene. Era accaduto già nel 2006, ma questa volta gli effetti sono tre volte peggiori.
Altri dati clamorosi: le emissioni giornaliere prodotte dai roghi superano quelle medie giornaliere degli Stati Uniti, mentre i livelli di inquinanti emessi in atmosfera toccano un tesso di un indice standard pari a 3'000, mentre la soglia di pericolo è 300.
Le torbiere (cioè il sottosuolo delle foreste) su cui gli incendi si sviluppano contengono molto materiale organico combustibile e rilasciano in atmosfera grandi quantità di polveri sottili (soprattutto PM 2,5) che sono la principale causa di morte delle persone colpite.
C’è un ultimo avvertimento da parte dei ricercatori: abbiamo indagato – dicono - solo tra gli adulti. Probabilmente, considerando anche i bambini i numeri così terribili, potrebbero essere anche più grandi.
Il governo indonesiano ha giudicato questo report semplicemente “privo di senso” ed ha stimato che i morti sarebbero stati appena 24.
Questo negli anni passati. E oggi?

Fino al 2018 venivano dati in concessione alle multinazionali terreni vastissimi per piantare le palme da olio, quell’olio di palma, che la stragrande produzione alimentare usa nei propri prodotti (di questo parleremo poi). Sono ovvie due cose. La prima che per poter sfruttare quei terreni è necessario togliere di mezzo la foresta che vi sta sopra e la seconda che l’apporto in quanto a rimozione di CO2 da parte delle piante crolla vertiginosamente. C’è poi tutta la questione degli habitat distrutti, della sopravvivenza di molte specie, della biodiversità e così via.
Nel 2018 il governo di Jakarta, sotto l’insistenza di associazioni ambientaliste e anche di qualche esponente politico, ha dovuto varare una moratoria per la concessione di terreni per la produzione dell’olio di palma.
Ma proprio a Settembre quella moratoria è scaduta e ci si aspettava che il governo di Jakarta la rinnovasse, stante anche le informazioni sempre più preoccupanti che arrivano sui cambiamenti climatici.
Invece, finora nessuna mossa è stata fatta. Voglio riassumervi un articolo pubblicato qualche giorno fa su Rinnovabili.it.Bosco
Mentre il governo non dà informazioni chiare su come intende tenere sotto controllo la deforestazione del paese, l’industria dell’olio di palma si porta ai blocchi di partenza, pronti ad approfittare di nuovi permessi. Così l’Indonesia si trova ai primi posti nella triste classifica di chi non si preoccupa dei cambiamenti climatici, pur non essendo un paese industrializzato. La maggior parte delle sue emissioni proviene proprio dalla deforestazione e dai cambi di destinazione d’uso del suo suolo.
A dire la verità, il governo di Jakarta una mossa l’ha fatta, anzi due.
La prima è l’affermazione che sta valutando se la prima moratoria è stata efficace e solo in questo caso potrebbe rinnovarla, la seconda, ben più drammatica, ha iniziato a smantellare un accordo che aveva stretto nel 2010 con la Norvegia. Secondo questo accordo, il paese scandinavo avrebbe pagato la tutela delle foreste, tanto che dopo dieci anni si era arrivati a degli ottimi risultati, grazie al lavoro fatto gomito a gomito con Oslo.
Se questo accordo salta, non c’è più controllo, nessun monitoraggio e la via alla deforestazione si riapre clamorosamente.
Ci sono, anche per l’Indonesia, accordi internazionali da rispettare. Entro il 2030, le sue immense foreste dovrebbero diventare una specie di cassaforte della CO2 immagazzinata dagli alberi. Ma se si tolgono gli alberi …
Va ricordato che l’Indonesia possiede il 10% delle foreste pluviali tropicali del mondo e il 36% delle torbiere tropicali.

Abbiamo parlato dell’olio di palma. Credo molti di voi abbiano notato negli ultimi anni la comparsa nei negozi e nei supermercati della scritta “Non contiene olio di pala” come se quel prodotto fosse stricnina o comunque un alimento che procura gravi danni alla salute. Le cose stanno così?
Cominciamo dall’inizio: cos’è questo olio di palma?
È un grasso che si ricava dalle drupe, che sono i frutti di alcuni tipi di pama e assomigliano a delle grosse olive di color rosso – marrone. Dei tre tipi di palma che lo producono, la più diffusa è la palma africana, la quale, a dispetto, del nome, trova la sua maggior diffusione proprio in Malesia e Indonesia e nelle zone tropicali delle Americhe. Poi tutto procede come per il comune olio di oliva. Si spremono le drupe e si ottiene l’olio, che poi può essere raffinato attraverso passaggi successivi.
Nella seconda metà del XX secolo c’è un boom di richieste per l’uso commerciale di questo prodotto. I motivi sono diversi. Intanto l’olio di palma ha caratteristiche simili al burro, unico grasso vegetale. Poi può sostituire le margarine, molto osteggiate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. E ancora: costa molto meno di altri grassi, si conserva molto meglio del burro, per il suo gusto insapore può essere utilizzato senza che alteri il sapore dei cibi in cui è presente. Anche l’industria cosmetica ne fa un grandissimo uso.
E così, nonostante l’olio di palma non sia un prodotto della nostra tradizione, ha presto spopolato anche da noi.
Alla domanda “fa male alla salute” io non posso, ovviamente rispondere, ma solo riporBoscotare quello che viene scritto. Anche qui è un vero casino, perché a fronte di chi dice che fa malissimo c’è un altro che sostiene che non è vero e che, anzi, fa bene alla salute.
Cercando di raccogliere le informazioni qua e là mi sembra di aver capito che:
Nell’olio di palma c’è un acido che fa crescere il colesterolo e sottopone a rischi cardiovascolari. Ma, d’altra parte, contiene anche altre sostanze che svolgono importante azione antiossidante. In ultima analisi la maggior parte degli specialisti in materia è propensa a dire che questo prodotto non è così dannoso per la salute come lo si dipinge. È chiaro che i rischi derivano dagli eccessi, ma questo vale per ogni grasso, dal burro all’olio allo strutto al lardo e così via. Sono gli eccessi, di ogni tipo, da evitare. I grassi saturi non dovrebbero mai superare al massimo il 10% sulle calorie del nostro fabbisogno quotidiano.
Anche la notizia che l’olio di palma sia cancerogeno è falsa o, quanto meno, non esiste alcuna evidenza scientifica che ne dimostri la cancerogenicità.
E, comunque, avere la possibilità di scelta tra prodotti con e senza l’olio di palma, che, ribadiamo, come tutti i grassi, bene non fa, è in ogni caso una garanzia è un vantaggio.
Dunque tranquilli: la vostra salute non viene messa in pericolo dall’olio di palma più del sugo grasso fatto con burro o margarina.
Ma, dal punto di vista della sostenibilità, le cose sono assai diverse. Abbiamo già visto come l’abbattimento di aree immense di foreste pluviali per realizzare piantagioni di palma significhi immettere una quantità enorme di gas serra in atmosfera. Ma c’è di più.
Il motivo per cui le multinazionali si sono rivolte a questo tipo di coltura risiede nel fatto che, contrariamente ad altre piante, non c’è bisogno di molta manutenzione, di molta acqua, di pesticidi, di fertilizzanti. Purtroppo però la pianta di palma esaurisce rapidamente e completamente il terreno e le sue proprietà nutritive, per cui si devono attuare interventi di recupero o di ripristino che sono molto costosi e per nulla convenienti per i coltivatori. E così, dopo un ciclo di circa 20-25 anni quel terreno deve essere abbandonato e c’è bisogno di un’altra area, che, come visto, si ricava da un ulteriore abbattimento di foresta pluviale.
È allora possibile produrre olio di palma in modo sostenibile? Forse sì, ma non con il sistema attualmente utilizzato. Con molto ritardo si è formato un organo di controllo, il Roundtable in Sustainable Palm Oil, che tradotto significa Tavola rotonda per un olio di palma sostenibile. Uno strumento che, seppur ancora giovane, veglia sulla produzione secondo modalità etiche dell’olio di palma e combatte i fenomeni che per lungo tempo si sono protratti a discapito di una produzione etica.
Ci sono studi che cercano vie diverse per produrre questo alimento. Recentemente la ricerca si è orientata verso alcune alghe che sarebbero in grado di produrre qualcosa di simile all’olio di palma. Ma la strada è appena cominciata e sarà, probabilmente, lunga e piena di conflitti con il mondo dell’imprenditoria al quale poco importa dell’ambiente se questo incide sui suoi profitti.