In questi giorni è stato pubblicato uno studio che trovo allucinante per le molte inesattezze e colossali balle che contiene. 
Chi segue questo blog sa cosa io pensi degli inceneritori. In questi giorni è uscito un studio dei politecnici di Milano e Torino, che vorrei presentarvi. Prima, tuttavia, vorrei fare qualche osservazione, perché sia chiaro perché il documento che vi presento non mi convince per nulla.
RifiutiCominciamo dalla terminologia. In Italia, e solo in Italia, gli inceneritori vengono chiamati termovalorizzatori, quando, attraverso la combustione dei rifiuti, viene prodotta una certa quantità di energia elettrica. Questo è stato per molti anni passati un fiore all’occhiello degli inceneritoristi, cioè di quelli che pensano che questa strada sia quella migliore. Ora, essendo un fisico, mi appello alle leggi di questa materia, che non sono opinabili. Tra tutte la legge di conservazione dell’energia. Questa legge dice che in un sistema chiuso, cioè senza ingressi o fuoriuscite di energia, il valore complessivo della stessa rimane costante. Se, invece, ci sono ingressi ed uscite, dobbiamo valutare tutto, per compilare un bilancio energetico corretto.
Gli inceneritoristi raccontano solo metà della storia e cioè la produzione di energia elettrica. Ora farò un esempio che non include tutto quello che succede, ma ci serve per capire la situazione.
Immaginiamo che il nostro rifiuto che stiamo per incenerire sia una bottiglia di plastica, di quelle che contengono l’acqua minerale che avete comprato al supermercato. Queste bottiglie all’inceneritore non dovrebbero arrivare per niente, dovrebbero essere riciclate e rimesse sul mercato, ma, come detto, stiamo solo facendo un esempio per capire come funziona.
La bottiglia non è una mela, che cresce sugli alberi. É stata costruita, prendendo materie prime, utilizzando acqua e macchinari, che funzionano consumando energia. Dunque quella bottiglia è costata energia. Possiamo dire che essa "contiene" una certa quantità di energia. Sempre per semplificare il nostro esempio diciamo che il suo valore energetico è 100.
Ora quella bottiglia viene bruciata e, grazie a lei, viene prodotta dell’energia elettrica. La domanda fondamentale adesso diventa: quanta? Secondo i più ottimisti si ricava una quantità 10, cioè il 10% del valore di partenza. Non è molto, ma è sempre meglio di niente. Il processo, se fosse finito qui, sarebbe alla fine vantaggioso. Ma quando voi tornate al supermercato trovate la stessa quantità di bottiglie della prima volta, il che significa che la bottiglia bruciata è stata ricostruita. E, per farlo, è stata spesa una nuova quota di energia di valore 100. Come vedete, alla fine il guadagno non esiste, anzi, la distruzione di quella bottiglia è una perdita molto consistente. Dal punto di vista energetico viene buttato via il 90% dell’energia in gioco. Se questo significa che un inceneritore è un termovalorizzatore, le parole non hanno davvero alcun significato.
Dunque l’inceneritore non fa guadagnare energia, anzi ne fa perdere. Molto meglio recuperare il materiale e utilizzarlo di nuovo, magari per fare un maglione in pile o per realizzare un altro oggetto o, perché no?, riutilizzare la stessa bottiglia.
La domanda allora che dobbiamo farci è "perché ci sono così tanti inceneritori in giro per il mondo?" Per capirci, in Germania sono poco meno di 100 e in Francia addirittura 126. Ce ne sono nell’area urbana di Copenhagen e di Vienna e nessuno si lamenta.
Le cose che non vengono mai dette sono quelle relative ai costi di questo modo di trattare i rifiuti.
Un inceneritore costa un sacco di soldi, sia per la sua realizzazione, che per il suo funzionamento, dal momento che sono strutture che vanno continuamente monitorate per via delle leggi sull’ambiente, sulla qualità dell’aria e così via. Senza entrare nei dettagli tecnici, basta pensare ai tipi di filtri che sono costretti ad utilizzare per fermare le polveri sottili che vengono prodotte. Sono attrezzature sofisticate e costose.
Tanto per dare una cifra, l’inceneritore di Acerra (Napoli) è costato 400 milioni di euro di sola costruzione. Una linea, la terza, dell’inceneritore di Padova è costato ai suoi tempi 100 milioni di euro. Ed ecco la domanda successiva: chi costruisce questi impianti e chi li gestisce? I soldi sono pubblici, dal momento che le società per azioni che sono al comando, sono costituite dai comuni della zona. Come esempio possiamo prendere Hera, i cui soci sono molti comuni del centro nord, con capofila Bologna, ma c'è anche Padova, che detiene il 4,8% delle azioni. Ora, i comuni non hanno soldi propri, li ricavano dalle tasse che i cittadini pagano alle amministrazioni e come bollette alle amministrate. I ricavi di queste aziende entrano nelle casse dei comuni, i quali, proprio per questo, non hanno alcun interesse a disincentivare l’uso dell’incenerimento, ma anzi a loro conviene aumentarlo.
É questo che mi fa essere decisamente contrario a questa attività, perché questo modo di procedere va contro tutte le buone pratiche ambientali di cui abbiamo parlato qui dentro un sacco di volte. Dunque il comune si dibatte tra la voglia di bruciare qualsiasi cosa e la coscienza che, al punto in cui siamo arrivati, la salvaguardia delle materie prime e quindi il riciclo, assai prima di ogni altra azione, è doveroso e saggio.
Come vedete in questa mia analisi non coinvolgo mai le emissioni, la diossina, le polveri e le ceneri, che pure vengono create e vanno smaltite con ulteriore aggravio di spesa. Niente di tutto questo. Quello che a me preme sottolineare è il principio di funzionamento dell’incenerimento, che è contrario a qualunque etica ambientalista.
Detto tutto questo, possiamo arrivare allo studio dei politecnici di Milano e Torino.
Il confronto viene fatto con le discariche.
Quindi ci si muove su un altro terreno, quello appunto delle emissioni e dei danni che l’abbandono o l’incenerimento dei rifiuti producono sulla nostra salute.
L’articolo di Repubblica che racconta tutto questo, a firma Luca Pagni, comincia con una frase che mi fa rabbrividire: Uno studio dei Politecnici di Milano e Torino e dell'università di Trento e Tor Vergata, per conto di Utilitalia, vuole dimostrare la mancanza di alternative ai termovalorizzatori per raggiungere gli obiettivi imposti dalle direttive Ue sullo smaltimento. Al di là dell’uso della terminologia scorretta, è assolutamente falso quello che qui si sostiene. L’Unione Europea ha sempre posto al primo posto della gestione dei rifiuti il recupero, il riciclo e il riuso dei materiali. Solo al penultimo posto c’è l’incenerimento e all’ultimo il loro conferimento in discarica.Rifiuti
Chiunque abbia letto qualche documento al riguardo sa perfettamente che la discarica è il peggior sistema di gestione dei rifiuti, perché si perde completamente il materiale (in sostanza qui è il 100% dell’energia che va perduta) e perché la quantità di inquinamento prodotto è largamente superiore a quella degli inceneritori, anche se, lo ribadisco, non è questo il loro problema.

E tuttavia due parole si possono spendere anche in questo caso, perché, quando si afferma che un inceneritore non inquina più di un’azienda come una ventrale termoelettrica o una raffineria, non si dice affatto che l’inceneritore non inquina, ma che lo fa, anche lui, come gli altri. Se fosse indispensabile sarebbe un conto, ma davvero lo è?
Lo studio si rivolge soprattutto alla situazione nel Sud Italia, dove, secondo gli scienziati dei politecnici, la causa della disseminazione di discariche è dovuta principalmente alla mancanza di inceneritori. Anche questa è una bugia, perché a disseminare discariche ovunque è stata una politica cieca e sorda, spesso connivente con associazioni mafiose sparse in tutto il territorio. Una politica gestita da affaristi, intrallazzatori e figli di buona donna, di cui abbiamo letto così spesso nelle cronache nazionali, da farci venire il voltastomaco. Mettere per sempre in galera molti di questi farabutti funzionerebbe assai meglio della costruzione di cento inceneritori.
Il documento fornisce anche i dati di energia elettrica prodotta dai cosiddetti termovalorizzatori e anche qui c’è un punto che lascia perplessi. Vi leggo il trafiletto:
In Italia sono attivi 37 inceneritori: nel 2019, ultimi dati disponibili, sono stati trattati 5,5 milioni di rifiuti urbani e speciali. Smaltendo i rifiuti, gli impianti hanno prodotto 4,6 milioni di megawatt di energia elettrica e 2,2 milioni di MWh di energia termica. Per il 51% si tratta di energia rinnovabile, capace di soddisfare il fabbisogno di 2,8 milioni di famiglie.
Sarei davvero curioso di sapere quali fonti rinnovabili sono state usate, dal momento che tutti i rifiuti sono fatti con materiali che non si rinnovano affatto, ma vanno reperiti da qualche parte, ogni volta che un nuovo oggetto viene costruito.
Ed infine c’è il giusto riferimento alle normative europee. Entro il 2035, il 65% dei rifiuti nazionali dovrà essere riciclato e solo il 10% potrà andare ancora in discarica.
Resta il 25%, per il quale gli scienziati dei politecnici prevedono l’uso di inceneritori. Ma, e questa è la domanda finale, siete proprio sicuri che aumentando l’incenerimento potremo aumentare la quota di rifiuti riciclati?