Cos'è il PIL? Ne parlano tutti di questa sigla, che sta per Prodotto Interno Lordo, uno dei totem dell’economia, un punto di riferimento per sapere, in ultima analisi, come siamo messi in quanto a produzione e consumo.
Faccio riferimento ad un articolo, che è stato pubblicato alla fine di dicembre 2019, quindi prima della pandemia, dal Sole 24 ore, che, essendo il giornale della Confindustria, difficilmente può essere tacciato di far parte del bieco mondo comunista o pentastellato. Lo dico tanto per chiarire, semplicemente per precisione.
Il Sole 24ore, dunque, pubblica il 15 dicembre 2019 un articolo dal titolo: “Non di solo PIL è fatto il benessere”.
pil01 Una notizia eccitante, dal momento che sostengo dalla notte dei tempi che è proprio così, ma, vederlo stampato e analizzato su un simile giornale ha mosso tutta la mia curiosità.
L’autore del pezzo è Enrico Giovannini, che non è uno che è passato per strada per caso. É stato per 9 anni uno dei dirigenti dell’OCSE. l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’OCSE appunto, è un'organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un'economia di mercato, insomma del mondo capitalistico. Poi ha diretto l’ISTAT fino al 2013, quando è stato chiamato da Letta al ministero del lavoropil01 e delle politiche sociali. Attualmente insegna statistica all’Università Tor Vergata a Roma e, tra i molti incarichi è anche membro di quel club di Roma, nato da un’idea di Enrico Peccei, di cui vi ho parlato innumerevoli volte.
Siamo dunque di fronte ad uno che sa quello che dice. Magari qualcuno può non essere d’accordo con lui, ma io mi fido della sua esperienze e della sua competenza e quindi mi fa piacere trasmettervi il suo pensiero al riguardo.
Prima però facciamo una premessa, perché parlare di PIL, senza sapere di cosa si tratta, non mi sembra molto corretto.
Faremo un lungo giro, ma, alla fine, lo prometto, torneremo all’articolo del professor Giovannini.
Prodotto Interno Lordo, dunque.
Ci sono diversi modi di misurare quanto un popolo consuma e sono state inventate grandezze economiche ed ecologiche opportune. Come il PIL, ad esempio, che misura per farla breve e semplice, quanta merce viene scambiata con il denaro e quindi quanta merce un popolo consuma. Questo significa, secondo l’opinione diramata dalla sala stampa, dell’Occidente che solo se il PIL è alto e aumenta noi stiamo bene, godiamo insomma del benessere. Questo modo di vedere le cose è opinabile, perché non tutte le merci che vengono prodotte, vendute, consumate producono uno stato di benessere ai cittadini. Ricordo che benessere significa stare bene e il bene è un concetto che ha a che fare con tante situazioni non solo quella di avere un grande televisore in casa. Ci sono merci che sono dei beni ed altre che non lo sono affatto. Le merci prodotte e vendute perché un terremoto ha devastato una regione non possiamo certo farle diventare un punto a favore del benessere di quelle persone. La benzina, le gomme, il fegato rovinato in autostrada perché siamo stati in coda per quattro ore non si può certo dire che ci abbiano reso particolarmente contenti, eppure hanno fatto aumentare il PIL.
Ecco che si scontrano dunque due modi diversi di interpretare il nostro benessere. Il primo (quello ufficiale) tiene conto solo della crescita economica in termini di affari fatti, senza preoccuparsi di distinguere tra quelli fatti per far star meglio le persone e quelli invece fatti per necessità, per disgrazia, per sfiga e via dicendo.
In questa ottica c’è anche qualcosa che non suona benissimo. La logica economica vuole che il PIL cresca indefinitamente, tanto che in tempi di crisi non si fa altro che parlare dei valori negativi di questa crescita. Ora, questa situazione, per essere possibile, dovrebbe disporre di risorse infinite. Ma le risorse infinite non ci sono: non lo è il petrolio, il gas, il carbone e l’uranio da cui il mondo estrae energia; non lo sono le materie prime che servono a costruire le merci. Come si possa pensare di realizzare una crescita infinita con risorse finite è un mistero davvero insormontabile.
pil01Dall’altra parte si punta ad una qualche forma di decrescita, di riduzione dei consumi, di risparmio delle risorse. Per bene che vada (cioè quando si riesce a discutere con calma della questione) l’accusa a chi sostiene la riduzione dei consumi, molti dei quali del tutto inutili, è che si vuole far tornare la società all’età della pietra.
Io mi permetto di fare alcune osservazioni.
La prima è che basare una crescita su qualcosa che per definizione non può crescere è stupido e porterà la società ad un punto in cui ulteriori sviluppi non saranno più possibili. Quella società, convinta della religione del PIL, non sarà preparata a questo e dovrà necessariamente regredire e tornare, allora sì, a qualche età più antica. A suffragio di questo chiedo di riflettere sul cosa potrà succedere quando il petrolio non sarà più estraibile (perché non ce n’è o perché l’operazione sarà troppo cara). Come fabbricheremo gli oggetti che oggi sono tutti in plastica?
La seconda è che il modo di ragionare degli adoratori del PIL è davvero molto, ma molto egoista. Essi infatti pensano solo a se stessi, al loro benessere e mai a quello del pianeta. Provate a chiedervi se un abitante del Bangla Desh o dell’Eritrea si metterebbe mai a disquisire se il PIL misura una crescita reale o fittizia? Certo, possiamo fregarcene altamente di quello che succede nel resto del mondo. In fondo noi siano stati fortunati: siamo nati nel ventre della vacca, in un continente che ha avuto l’immensa fortuna di poter sfruttare per potenza economica e pil01militare il resto del pianeta, specialmente l’Africa e parte dell’Asia a cui sono state tolte risorse e molte, ma molte speranze. Ora però le cose stanno cambiando. La globalizzazione e la tecnologia (pensate all’uso di internet per spostare notizie, informazioni, know how da una parte all’altra del globo) piano piano ha reso disponibile a chiunque abbia la forza di farlo, gli strumenti per crescere economicamente. Ed allora popoli che fino all’altro ieri giravano sul dorso di un mulo o in bicicletta, adesso sfrecciano coi suv e lavorano in grandi imprese multinazionali con centinaia di migliaia di colleghi di lavoro. Paesi che raccolgono più di un terzo della popolazione (come la somma dei cinesi e degli indiani) adesso reclamano la loro parte di benessere, vogliono anche loro un boom economico come quello nostrano degli anni sessanta.
Tradotto in termini economici anche loro vogliono avere un PIL occidentale. E qui nasce il problema.
Oggi la situazione cinese è di avere un reddito pro capite di circa 10 mila $ all’anno, contro i 63 mila degli USA (seguita attorno ai 50 mila dai paesi più ricchi come Canada e Australia). Dunque 6 volte di meno. Certo non sarà facile aumentare questo valore se i salari dei lavoratori cinesi rimarranno quelli di adesso. Tuttavia un nuovo scenario si sta aprendo e sarà realizzato nel giro di appena cinque anni. Le oltre 700 mila aziende straniere (oltre a quelle cinesi) che operano nel paese della grande muraglia hanno bisogno di un mercato interno valido, altrimenti la produzione non potrà raggiungere i livelli di concorrenza con gli altri continenti. Come sempre molto sensibili agli aspetti economici e pragmatici, i dirigenti cinesi hanno così deciso che entro cinque anni gli stipendi dei lavoratori saranno raddoppiati. Questo farà sì che i consumi potranno aumentare e tutto il resto viene di conseguenza.
Torneremo tra poco su questa questione, perché adesso abbiamo bisogno di un’altra grandezza per valutare i consumi del mondo.
L’impronta ecologica è una misura proposta nel 1996 dallo svizzero Mathis Wackernagel e dal canadese Wiliam Rees. Rappresenta in sostanza la quantità di risorse che un popolo consuma. Si misura in ettari e ci dice quanto terreno è necessario per far fronte alle esigenze della popolazione. E’ evidente che se un popolo (ad esempio quello italiano) ha un’impronta superiore al proprio territorio qualcosa non funziona e occorre rivedere i calcoli. Ma questa situazione è proprio quella che è presente nella maggior parte delle cosiddette società economicamente avanzate. Il che significa che sfrutta il terreno di qualcun altro per mantenere il proprio tenore di vita. Secondo i dati più recenti, per consumare come un americano ci volevano 6 cinesi o 12 indiani. Quest’anno servono due terre e mezzo all’anno per provvedere alle esigenze dei terrestri.
Insomma siamo presi, grazie alle società che più consumano, con le pezze al sedere. Credo non ci sia alcun dubbio sulla necessità di una riduzione dei consumi.
Ora immaginate di guardare in una sfera di cristallo che mostri il nostro pianeta nel 2050, tra trent’anni. Allora grandi popoli come il Brasile (200 milioni di abitanti con un PIL pro capite oggi stimato in circa 9 mila $, un settimo di quello americano), l’India (un miliardo trecento milioni di abitanti con un PIL pro capite di 2’000 $), la Cina (1 miliardo 430 milioni di abitanti con un PIL pro capite di 10’000 $), questi paesi allora avranno lo stesso PIL degli Stati Uniti. I loro abitanti, sommati assieme, rappresentano il 40% della popolazione mondiale, quasi nove volte di più degli americani. Quando i PIL dei paesi oggi emergenti avranno raggiunto i valori occidentali avremo nove Americhe in più da sfamare e questo sarà assolutamente impossibile.
Se ragioniamo a mente fredda, senza lasciarci trasportare dal nostro ruolo di fortunelli europei, capiamo che la strada è obbligata. Dal momento che non si possono moltiplicare le risorse per il futuro, occorre che i paesi ricchi abbassino i loro consumi, che provvedano cioè ad una riduzione pilotata, una riduzione intelligente prima di essere costretti ad una riduzione brutale.

Detto questo vorrei andare un po’ oltre e leggervi un testo interessante.
pil01"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani."
Questo discorso, che è conosciutissimo, è stato fatto il 18 marzo 1968 presso l’università del Kansas. Chi lo ha pronunciato stava per diventare presidente degli Stati Uniti. Ve l’immaginate quale impatto un simile personaggio poteva avere sulle multinazionali o sulle grandi banche o sulle grandi lobby dell’energia, delle armi e per di più nel mezzo di una inutile guerra dall’altra parte del mondo? No, meglio farlo fuori, cosa puntualmente avvenuta tre mesi dopo, il 6 giugno dello stesso anno.
Era Bob Kennedy.
Come già detto la società non ha tenuto conto di questa opinione per moltissimo tempo, ma, piano piano le cose sono cambiate ed è in questo senso che l’articolo del professor Giovannini, sul Sole24ore diventa interessante.
In Itala e in Europa, dice il professore, l’ossessione per la crescita economica domina il dibattito e le strategie politiche, ma la qualità della vita delle persone dipende sempre più anche da altri fattori.
Nel 2007 un sacco di organizzazioni internazionali firmano un documento, conosciuto come “Dichiarazione di Istanbul”. Vi aderiscono la banca mondiale, l’ONU, la Commissione Europea, l’OCSE, l’Organizzazione dei paesi Islamici, per citarne alcune. In questo documento si pone proprio la questione che stiamo affrontando e cioè che è richiesto uno sforzo di andare oltre il punto di vista economico nel valutare il progresso della società, ma di farlo in maniera più complessa e globale. Oltre all’economia, dovevano essere presi in esame criteri sociali e ambientali in senso ampio.
Era stata l’OCSE ad iniziare questo discorso, qualche anno prima, nel 2004 a Palermo e già allora i partecipanti, Giovannini in testa, avevano capito che questo progetto avrebbe fatto nascere un movimento mondiale su questo tema, che un giorno sarebbe stato riconosciuto come centrale per il funzionamento della società e, scusate se uso questa parola, della democrazia.
Arriviamo così al settembre 2015, quando le Nazioni Unite varano l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Si tratta di un programma di azione per le persone, il pianeta e la proprietà sottoscritto da ben 193 paesi membri dell’ONU. In questo progetto ci sono 17 Obiettivi e ben 169 target, cioè traguardi da raggiungere. L’avvio ufficiale di Agenda 2030 è del gennaio 2016 e quindi vuole guidare i paesi del mondo per i 15 anni seguenti, fino, appunto, al 2030.
Bene, i target 17 e 18 fanno riferimento alla necessità di misurare lo sviluppo usando indicatori complementari e quindi diversi dal PIL. Nel frattempo, nel 2010 ISTAT e CNEL (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro) lanciano il progetto che vuole definire gli indicatori per il benessere equo e sostenibile. Questo pone l’Italia all’avanguardia nell’opera di programmazione. Ma questo significa forse che, oggi, la politica italiana è tutta un’altra cosa e le cose vanno benissimo? Purtroppo non è per niente così.
Anzi è esattamente il contrario, l’ossessione per la pura crescita economica domina ancora, in Italia e anche in Europa, il dibattito pubblico e il disegno delle politiche.
Cerchiamo di essere chiari. Con l’attuale sistema economico, senza crescita non c’è aumento di occupazione, soprattutto di buona qualità. Senza crescita vengono a mancare quelle risorse aggiuntive per tutto il sistema-paese: dall’educazione alla cura della salute, al sistema per il welfare, così importante in una nazione che sta rapidamente invecchiando e così via. Soprattutto, per un paese così indebitato come il nostro, la crescita economica è indispensabile per cercare di onorare i nostri debiti.
Ma i dati, che qui a Noncicredo abbiamo citato decine di volte, ci raccontano anche un’altra storia. Ci sono fattori altrettanto decisivi per valutare la qualità della vita delle persone, a cominciare da un ambiente salutare, come ci viene ricordato da quei 70 mila morti l’anno causate da malattie legate all’inquinamento. Per non parlare di una distribuzione del reddito spaventosamente disomogenea con pochissimi che possiedono moltissimo e moltissimi che possiedono poco. E si potrebbe continuare parlando delle opportunità, di una carente coesione sociale, che rende le persone sempre più sole di fronte alle difficoltà, che in questi anni certo non mancano.
Questo non significa che gli altri fattori non siano stati presi in considerazione da nessuno. Ci sono responsabili e buoni comportamenti di cittadini, di aziende, di amministrazioni, ma quando si affronta la realtà, analizzando ad esempio una Legge di Bilancio o le ricette politiche dei partiti (di tutti i partiti) ecco che la visione è quella del Novecento, vecchia e obsoleta e soprattutto del tutto inadeguata rispetto alle sfide del 21° secolo.
La responsabilità di ciò non è certo del signor Rossi, ma dei media (che non spiegano mai o raramente queste questioni) e di chi fa opinione (i cosiddetti opinion leader), non solo in Italia, ma anche e soprattutto in Italia.

Viviamo, per dirla in modo schietto, in un paese governato (a qualsiasi livello di decisione e informazione) da gente che vive nel passato e non si rende conto di essere decisamente da rottamare.