PM10In questi giorni si è tenuto il convegno VERT dedicato al trasporto sostenibile. Tradotto in italiano: "come si fa ad invadere le città di automobili senza però inquinare ed emettere tutte quelle schifezze di polveri sottili ed ultrasottili che siamo abituati a chiamare PM qualcosa". Abbiamo discusso tante volte dei PM, PM10, PM2,5 e giù giù fino alle cosiddette nanopolveri, emesse dalla combustione con elevate temperature e pericolosissime perché si possono infilare dappertutto, mentre le innocue PM10 si fermano in gola e al massimo ti provocano una tracheite.
Ma non è questo il punto. Il punto è che, come sempre succede, anche in questo campo ci sono gli scettici, quelli cioè che è tutta una invenzione dei maledetti ambientalisti che esagerano sempre e che è colpa loro se il pianeta è ridotto uno straccio, perché, come insegna il nostro piccolo premier, l’ottimismo è il sale della vita.', '

Purtroppo in questo sito siamo  poco abituati a fare della filosofia, a parlare tanto per dar aria ai denti e ci rifacciamo sempre ad indagini scientifiche, a risultati di ricerche fatti da università o da aziende e società specializzate nei vari settori. E così faremo anche in questa occasione. Ci sarà solo una conclusione in cui dissentiremo dai risultati, ma è una nostra interpretazione e poi ognuno può, come sempre, pensarla come gli pare.
Bene, durante il convegno VERT, si è discusso molto di polveri ultrasottili.
In realtà non è affatto chiaro quale sia la esatta suddivisione in fasce delle polveri. Ricordo che il numero dopo PM indica il diametro massimo delle particelle espresso in micron, cioè in millesimi di millimetro. Così PM10 significa che le particelle che compongono il particolato tipico degli scarichi delle caldaie e delle automobili sono al massimo grandi 10 micron, cioè un centesimo di millimetro.
Allora possiamo pensare di dividere le particelle in  grossolane (le PM10) – sottili (fino alle PM1) – ultrasottili (fino alle PM0,01) e le nanopolveri quelle di diametro inferiore a 0,01 micron.
Il sistema migliore per non avere questo fastidio è ovviamente quello di non produrre le polveri e quindi di sviluppare tecnologie che sostituiscano la combustione con qualcos’altro oppure di usare strategie politiche e ambientali differenti da quelle in vigore oggi (ad esempio l''incenerimento dei rifiuti). In questo senso, ad esempio, l’uso delle energie da fonti rinnovabili sarebbe un grande passo in avanti. Certo non è semplice, ma la tecnologia deve progredire in questo settore e quindi va opportunamente finanziata. La nostra società industriale è basata sulla combustione di carburanti di vario genere. E anche in questi casi è possibile fare molto. Ad esempio (cosa che era stata iniziata a Padova alcuni anni fa) dare una mano a quelli che decidono di sostituire la caldaia di vecchio tipo con una a condensazione che ha un rendimento migliore e produce molto meno inquinamento. Vedremo che altre soluzioni adottate sono più che altro uno spot per i venditori che una soluzione al problema, come nel caso dei Filtri Antiparticolato.
Da dove partire? Dai dati sul problema, direi.
La società Nomisma, che si occupa di ricerca, consulenza e formazione di studi economici, al servizio di istituzioni pubbliche, ha condotto uno studio sulle polveri sottili, sull’impatto di queste nelle maggiori città italiane e sulle conseguenze di questo impatto. Preparatevi perché i dati sono davvero disarmanti e spesso drammatici.
La prima distinzione che Nomisma fa è tra gli agenti a lungo periodo e quelli immediati. Tra i primi ci sono i gas serra, come la CO2, i cui danni sulle persone si sentono dopo lunghi anni, tanto che di cambiamenti climatici si parla da 40 anni ma solo negli ultimi 5 sono stati presi sul serio e neanche da tutti. Tra gli inquinanti di “breve periodo” le polveri sottili sono quelle che rappresentano oggi uno dei problemi più urgenti, perché non solo affliggono l’ambiente, ma sono, come vedremo, causa di morte per un numero alto di cittadini.
Da dove arrivano queste polveri?
PM10Secondo la ricerca di Nomisma quasi la metà del particolato (47%) deriva dal traffico; l’effetto è sempre maggiore in città, rispetto alle zone rurali (con un abbassamento del 25%). Ma, tra i veicoli, quelli più fortemente indiziati sono quelli a gasolio e in particolare i mezzi commerciali leggeri (furgoni) e gli autobus per il trasporto pubblico. Questo è dovuto a diversi motivi, non ultimo il fatto che hanno accessi privilegiati ai centri urbani, sono spesso di vecchio stampo e quindi poco efficienti e anche poco aderenti alle normative europee in materia di inquinamento.
Legambiente ha disposto le sue centraline in 88 città italiane (e loro periferia) misurando i PM10 e 2,5, non essendo stato usato nessuno strumento che sappia misurare il particolato più sottile. Quindi i risultati sono risultati “ottimisti” perché mancano i veri killer del particolato e cioè le polveri ultrafini e le nanopolveri. Bene le città che sforano i limiti consentiti sono 57 (quasi il 70%).
E’ interessante osservare la tabella delle prime 15 città italiane più abitate (tra queste c’è anche Padova).
Torino è il comune messo peggio, ma è anche quello con la maggior differenza tra città e aerea extraurbana. Il Veneto è messo davvero malissimo, perché conta ben tre dei suoi capoluoghi nella classifica: Verona al terzo posto subito dopo Milano, Padova al quarto e Venezia all’ottavo.

CITTA’
PM in città
PM in area extraurbana
Differenza
Torino
56,5
38,8
17,7
Milano
49,2
48,4
0,8
Verona
47
n.d.
n.d.
Padova
46,7
40,7
6
Bologna
41,3
29
12,3
Roma
40,4
34,1
6,3
Palermo
38,9
26,9
12
Venezia
38,7
32,5
6,2
Firenze
37
32,7
4,3
Napoli
34,7
31,2
3,5
Bari
34
n.d.
n.d.
Genova
32,4
21,7
10,7
Messina
32
n.d.
n.d.
Catania
29,3
24,5
4,8

Trieste

27,8
26,7
1,1

Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati ISPRA - Rete del Sistema Informativo Nazionale Ambientale

Possiamo osservare da questi dati che le città più inquinate sono quelle della pianura Padana.
Su questo punto potremmo fare una osservazione importante. Quando si parla di combustione è sempre difficile sapere cosa salta fuori, perché nell’azione del bruciare gli elementi si combinano senza regole precise. Tanto perché sia chiaro: fumare una sigaretta produce centinaia e centinaia di sostanze diverse, moltissime  delle quali sono sicuramente cancerogene. Lo stesso avviene ovviamente  per le fabbriche (pensiamo alle fonderie, alle acciaierie, ecc.), per gli inceneritori, per le automobili e per le caldaie. La legge  italiana prevede norme di tutela della salute solo in alcune di queste situazioni, con il conseguente obbligo di usare filtri particolari. E’ il caso degli inceneritori. Certo se poi i rifiuti vengono bruciati anche da strutture che non devono seguire quelle norme il danno diventa maggiore. E, come sempre succede, il vantaggio in termini di produzione e quindi economici fa dimenticare l’aspetto dell’ambiente e della salute come se fosse meno importante vivere che portare a casa lo stipendio o il dividendo. E’ il caso dei cementifici, alcuni dei quali sono autorizzati a bruciare di tutto nei loro forni. Così avremo più inquinanti nell’aria e sui terreni e anche più cemento per costruire case e palazzi e centri commerciali, come se fosse questo il destino dell’uomo. A proposito di case, ricordo che attualmente si continua a costruire mentre il 30% delle abitazioni nuove sono invendute.
Ma torniamo alla pianura padana.
Le sostanze dannose che vengono emesse durante la combustione possono essere dunque varie. Una di queste è la diossina. Si presenta ogni volta che nel combustibile è presente del Cloro, come succede in molti tipi di plastica. Per evitare di averne troppa bisogna aumentare la temperatura di combustione. Ma questa soluzione ci pone di fronte ad un altro maledetto problema. Se la temperatura cresce le dimensioni delle particelle del particolato diminuisce. E così diventano sempre più pericolose per la salute. Insomma una sfiga terribile, praticamente senza soluzione.
PM10L’aria che respiriamo è composta in massima parte di Azoto (quasi l’80%). Quando bruciamo un combustibile accade che l’azoto si combini con l’Ossigeno (circa il 20% nell’aria) formando dei composti chiamati Ossidi di Azoto, che sono pericolosi per la salute, alcune volte letali. Bene, ci sono delle fotografie dai satelliti, come quella qui a fianco, che sono in grado di rilevare le regioni con più Ossido di Azoto (biossido per la precisione). Questo inquinante è ritenuto un indicatore di un inquinamento più generale e quindi di una qualità della vita davvero molto bassa. Le cinque zone più inquinate del mondo sono: la Cina, il Sudafrica, il Benelux, gli USA al confine con il Canada e, proprio la pianura padana, che a giudicare dalle colorazioni delle immagini computerizzate risulta essere la più inquinata di tutte.
Dunque non c’è affatto da meravigliarsi se proprio la pianura padana sia quella messa peggio anche dal punto di vista delle polveri sottili, che, lo ricordano, derivano dallo stesso processo che forma gli ossidi di azoto.
Insomma noi viviamo nella schifezza più schifezza di tutti. In questa situazione si dovrebbero mettere in atto tutte le possibili contromisure, ma dobbiamo produrre e guadagnare alla faccia dell’inquinamento e della salute.
Ma questo è proprio il caso in cui si dice di aver fatto i conti senza l’oste. Vediamo di cosa si tratta.
Quando si ha un quadro ambientale così compromesso, anche il quadro sanitario non può che essere  critico. I medici calcolano il “peso della malattia”  che sarebbe la ricaduta non solo sull’individuo e sulla famiglia, ma anche sulla collettività e quindi sulla società di questo inquinamento. Si tratta di calcoli complicati che dipendono da molti fattori. Ma,  i documenti scientifici al riguardo ci dicono che  elevati livelli di polveri sottili, diminuiscono la speranza di vita, producono rilevanti perdite di produttività economica, nonché incrementi dei costi per ricoveri ospedalieri, che a loro volta fanno peggiorare l’efficienza del sistema sanitario nel suo complesso. Insomma oltre alla salute e alla lunghezza della vita, il peso della malattia incide anche sui soldi e su tutti gli altri servizi sanitari nazionali. Un bel guaio!
Ma fermiamoci alle malattie. Di cosa stiamo parlando?
Nomisma elenca le possibili conseguenze: si va da effetti subclinici: cambiamento di alcune funzionalità polmonari, riduzione di alcune capacità fisiche come la resistenza e la potenza, a fenomeni più gravi come l’asma e la bronchite, soprattutto nei bambini, fino ai ricoveri ospedalieri per malattie cardio-respiratorie per arrivare alla morte.
No, non è una esagerazione. Le indagini condotte negli ultimi anni hanno stabilito non solo quanti decessi sono collegati all’inquinamento da polveri sottili, ma anche le cause più specifiche. Così scopriamo che tra tutte le cause di morte il 10% sono tumori della laringe, della  trachea, ai bronchi e ai polmoni. Accanto a queste cause croniche (che cioè impiegano del tempo per instaurarsi) ci sono i cosiddetti effetti acuti e cioè malattie cardiovascolari e respiratorie. La ricerca di cui stiamo parlando fornisce i dati, città per città dei decessi nel periodo 2006-2008
L’indagine considera solo le persone oltre i trent’anni e non conta le cause accidentali di morte. In questo ambito ci sono 7000 morti legate all’eccesso di polveri sottili all’anno nelle 15 città più popolate. 1000 di questi sono dovuti agli effetti acuti: 800 a problemi circolatori e 200 a patologie respiratorie .
Un altro capitolo dell’indagine ha calcolato l’impatto sulla sanità nelle tre città di Milano, Roma e Bologna. I ricoveri ospedalieri a Milano sono stati 400 nel 2007, 138 a Bologna e ben 635 a Roma. Per questi ricoveri ospedalieri lo stato ha speso qualcosa come 5 milioni e mezzo di euro. A questo vanno aggiunti i costi relativi ad eventuali terapie adottate in contesti extra-ospedaliari (spesa per farmaci, riabilitazioni,…) e alla perdita di ore di lavoro, con conseguente calo della produttività ad esso associata. Lo studio di Numisma valuta in 6,4 milioni di euro la “perdita” economica complessiva ogni anno.
Insomma un disastro.
Cosa fare?
C’è una legge della comunità europea, la direttiva 96/62/CE è la prima che è stata varata per “valutare e gestire la qualità dell’aria”. I piani devono essere regionali per le differenze di cause e di effetti sul territorio. Così in Italia le regioni più colpite sono il Vento, la Lombardia e l’Emilia, ma regioni come il Lazio e la Campania sono altrettanto a rischio per il numero alto dei loro abitanti.
Le strade lungo cui ci si deve muovere sono due: da un lato il risanamento dell’aria dove è inquinata (come da noi) e dall’altro il mantenimento della qualità se è sufficientemente buona.
I piani regionali non sono tutti uguali, anche se si assomigliano. Quello che accade è che alla fine sono sempre i Comuni chiamati a  gestire l’applicazioni degli interventi.
Interventi che sono di due tipi:
il primo è una strategia mista a lungo termine, che deve passare attraverso un radicale cambiamento delle abitudini sociali.
Si fa presto a dire che i cittadini devono cambiare il proprio stile di vita, ad esempio andare più a piedi o in bicicletta, usare il riscaldamento in modo meno selvaggio, accettare il fatto che la società dei consumi è alla fine un danno sanitario oltre che economico per tutti, insomma diventare un po’ meno ciglioni e un po’ più virtuosi.
Ma questa considerazione sui cittadini deve tenere conto di quello che hanno attorno. Una società costruita su alcuni miti pazzeschi. Quello dei combustibili fossili in primis che andrebbero sostituiti con altri meno inquinanti, una strategia della mobilità che riduca l’impatto, una riduzione drastica delle potenze installate sui veicoli che possono andare a 250 km/h in un paese dove il limite sulle strade urbane è di 50 e su quelle extraurbane secondarie di 90 km/h, sulle extraurbane principali di 110 km/h ma solo se non piove, sulle autostrade di 130 km/h.
Altre misure importanti sono l’ampliamento delle zone pedonali, delle piste ciclabili, delle ferrovie metropolitane (anche dei tram purché siano compatibili con le strade cittadine). Tutte mosse che vanno verso una minore produzione di polveri sottili, ma che hanno bisogno di anni per l’applicazione e della volontà politica che in questo nostro paese manca completamente, perché è un paese di egoisti che pensano solo a se stessi. E quando uno ha la pancia piena gli altri, fossero anche i loro figli possono morire tutti.
Ma, accanto a questa strategia a lungo termine, ce ne vuole una ad impatto veloce. Lo studio di AMISMA segnala in questo senso l’uso dei nuovi filtri antiparticolato da mettere sui veicoli a gasolio. Il riferimento è chiaramente a quelli che maggiormente circolano in città, primi tra tutti gli autobus e i mezzi commerciali.
Non sono in grado di entrare nelle questioni tecniche di questi nuovi filtri a “sistema retrofit chiuso”.
Mi viene però da pensare che quei filtri comunque vadano smaltiti da qualche parte e che debbano essere puliti ogni tanto (ogni 400-500 km). E siccome la materia non può mai sparire ma solo trasformarsi sarebbe carino che qualcuno ci spiegasse dove vanno a finire quelle polveri immagazzinate nel FAP.
Il sospetto che sia un colossale imbroglio per fare altri soldi non mi abbandona di certo.
Rimangono tuttavia le cifre drammatiche segnalate. E’ importante che si sappia che le soluzioni si riesce a trovarle solo se si considera la salute delle persone e l’ambiente in cui queste vivono più importanti degli interessi della Confindustria o degli amici dei politici di turno. Amen.