Parliamo della gestione dei rifiuti, cominciando dall’inizio con un piccolo ripasso sul significato di questa strana parola.
Rifiuti 1La nostra società, dall’avvento dell’industrializzazione e quindi da circa 250 anni, ha inventato un processo produttivo, che siamo abituati a definire lineare. I passi sono, grossomodo, questi.
Si estraggono materie prime: quelle che servono per realizzare le merci, come ad esempio ferro, rame, cellulosa, eccetera; e quelle che servono per produrre l’energia necessaria alla lavorazione di queste materie prime. Quindi gas, petrolio, carbone. Facciamo attenzione, perché queste fonti primarie hanno avuto, nello sviluppo produttivo nostrano, un ruolo storico: prima il carbone, poi soppiantato dal petrolio e dal gas. Ma pensare che l’uso del carbone sia solo un ricordo delle vecchie centrali è un grave errore. Ci sono paesi che hanno il sottosuolo ricchissimo di carbone e quindi basano la produzione della loro energia su questo. Penso alla Cina e all’India, ma anche la Polonia e il Benelux hanno vasti giacimenti da sfruttare. Se molti paesi, sull’onda dell’emergenza climatica ha fatto marcia indietro in questo settore, bisogna valutare quello che avviene complessivamente nel mondo. Nei due paesi più popolosi, Cina e India, 236 GW sono in costruzione e 336 GW sono pianificati. In Europa sono state chiuse centrali per 227 GW. Come vedete, i numeri dicono che la produzione energetica da carbone non è affatto in calo, anzi. Questo per far capire come un conto sono le parole e le promesse, altra è la realtà.
Torniamo al nostro discorso iniziale. Dunque il primo passo della catena produttiva è l’estrazione di materie prime. Per fare questo occorre spendere energia e, inevitabilmente si produce inquinamento e, spesso, devastazione dei territori. Basta pensare alle miniere di ogni genere e sparse ovunque nel mondo. Adesso quei materiali arrivano nel sistema produttivo: industrie, aziende, artigiani e così via, che da quei materiali ricavano gli oggetti che finiscono sul mercato. Segue la fase di commercializzazione: pubblicità, distribuzione fino ai dettaglianti e vendita nei negozi. Anche questo ha il suo impatto ambientale: l’etere invaso da onde elettromagnetiche e le strade invase di camion che portano l’acqua del Trentino in Puglia e quella del Molise in Piemonte. Lo so che questo sembra non avere alcun senso logico, ma in realtà il senso c’è ed è ben preciso, come vedremo tra poco. Ora, gli oggetti sono arrivati a destinazione, nelle nostre case. L’aspirapolvere, il latte nella sua confezione di tetrapak, il gorgonzola racchiuso in tre strati di plastica e polistirolo e così via. Sappiamo bene che gli oggetti si rompono … quante volte avete detto “Quelli di una volta erano eterni, quelli di adesso basta guardarli che si guastano.” E non è tutto, perché basta un piccolo guasto per dover ricomprare quell’oggetto, dal momento che è sempre più difficile trovare chi aggiusta la merce oppure quel particolare è talmente caro che conviene, economicamente intendo, prendere un oggetto nuovo e magari anche nella versione più recente. Tutto questo fa parte della strategia del mercato, indurre il consumatore (è questa la parola chiave) a comprare sempre nuova merce, anche se non ne ha affatto bisogno o a sostituirla in un delirio di rinnovamento indotto da una pubblicità martellante.
E, alla fine, quegli oggetti rotti o abbandonati, da qualche parte vanno messi. Vengono eliminati e diventano, a tutti gli effetti, dei rifiuti.
Ci sono rifiuti e rifiuti. Un conto è buttare via il giornale del giorno prima, altro è buttare via un fusto di sostanza nociva o, addirittura, radioattiva. Per questo non occorre pensare per forza alle centrali nucleari. Ci sono molte attività che hanno a che fare con sostanze radioattive.
Lo sport nazionale, per moltissimi anni, è stato quello di interrare i rifiuti in apposite zone, chiamate discariche. Molte di queste sono illegali, anche in paesi, come l’Italia, dove esistono leggi precise che lo impediscono. Pensiamo a tutti i rifiuti delle industrie del Nord, del Veneto in particolare, mandate in Campania grazie alla connivenza di furfanti in cravatta con la Camorra. Là le discariche abusive sono state (forse lo sono ancora) la regola.
Poi si sono inventati, siamo negli anni ’60, gli inceneritori di rifiuti. Grandi impianti che bruciano milioni di tonnellate all’anno di rifiuti di ogni genere. A qualcuno è poi venuto in mente di utilizzare tutto quel fuoco per produrre energia. Così gli inceneritori sono diventati strumenti di produzione, gestiti da società per azioni, che da noi appartengono spesso ai comuni consorziati. Per fare un esempio, Padova possiede il 5% delle azioni di Hera, una utility che gestisce l’impianto di San Lazzaro nella zona Est della città. Sulla questione degli inceneritori si sono scatenate guerre di informazione. Chi sostiene che è la soluzione finale di ogni problema e chi invece dice che si tratta di un modo per inquinare di più, dal momento che ogni combustione si porta dietro problemi di questo tipo. Non c’è dubbio che problemi ce ne sono, basta pensare alle ceneri prodotte (un sacco di cenere) che vanno stoccate da qualche parte in sicurezza, operazioni mai semplici da realizzare e, sottolineo, sempre piuttosto costose.
Ma c’è un altro approccio da considerare a proposito degli inceneritori. Questi in effetti producono energia. La domanda corretta però è “quanta energia?”. In questi casi è doveroso fare un bilancio energetico. Facciamo un esempio. Nell’inceneritore finisce una bottiglia di plastica … non fate quella faccia, solo il 15% della plastica mondiale viene riciclata, tutto il resto, l’85%, viene o bruciata o dispersa o interrata.
Dunque la nostra bottiglia viene bruciata e produce una certa quantità di energia elettrica. Ma quella bottiglia poi non c’è più e va ricostruita, estraendo materia prima, procedendo al sistema produttivo che ho descritto prima. Secondo gli esperti il “guadagno” (scrivo questa parola tra virgolette) è appena del 10%. Cerchiamo di chiarire: questo significa che viene perduto il 90% dell’energia. Dunque l’operazione di recuperare energia dai rifiuti per questa strada è fallimentare.
Non entro nei dettagli di chi ci guadagna e chi ci perde, perché il discorso sarebbe molto complicato e lungo.
Torniamo al punto. Il sistema produttivo lineare dunque si ferma ai rifiuti. A questo punto si torna da capo con l’estrazione di materie prime e via discorrendo.
Se ci chiediamo come mai la società, quella che abbiamo sempre chiamato società dei consumi, abbia scelto questa strada, la risposta è molto semplice. Chi gestisce la filiera sa perfettamente che, per ognuno di questi passaggi, ricava un profitto. Ne segue che più volte il processo si ripete, più grande è il profitto. Più rapidamente gli oggetti si rompono e diventano rifiuti, più grande è il profitto. 
Rinunciare a questo modello di produzione è dunque una sconfitta economica per i potenti, che sono le multinazionali dell’energia, e tutti quelli che cacciano i soldi per far funzionare la macchina del consumo.
Questo è il motivo per il quale la Terra è invasa dai rifiuti, che non sappiamo più dove mettere. Come si capisce facilmente una soluzione logica non c’è. Ci sono solo palliativi, come, appunto, gli inceneritori. Esiste allora una soluzione?
A dire il vero la soluzione esiste, ma non viene mai presa in considerazione seriamente. É quella di buttare a mare il processo produttivo lineare e farlo diventare circolare. É questo il senso di quella “economia circolare” di cui tanto si parla negli ultimi tempi.
Per poter anche solo pensare di raggiungere un simile risultato, il primo passo da fare è – scusate il gioco di parole – un passo indietro. Occorre cioè allontanarsi da quel consumismo eccessivo che è il motore di tutto il disastro ambientale che ci sta davanti. Occorre essere, in una sola parola, più virtuosi. Evitare gli sprechi di materie prime, cercare soluzioni alternative a quelle della industrializzazione, puntare su forme biodegradabili delle merci, implementare nel sistema l’uso delle fonti rinnovabili di energia. Tutte cose dette e ridette.
Ma le parole non servono a nulla senza l’azione che ne consegue.
Possiamo guardare la situazione da due punti di vista: quello dei consumatori (o dei cittadini se preferite il buonismo) e quello dei padroni del vapore. Questi sono quelli che decidono, quindi sono quelli che assumono politicamente le scelte e rendono operativi gli indirizzi. Ma questi sono anche quelli che hanno in mano il potere economico, che poi è quello vero, e quindi multinazionali, grandi aziende, grandi gruppi e così via. Ed infine sono quelli che possiedono il potere finanziario, quelli che maneggiano il denaro, anche il nostro, e possono decidere di investirlo in modo virtuoso oppure no: parlo di banche, assicurazioni, società di investimento.
Ma, da qualunque parte la guardiamo, la situazione si chiarisce solo cambiando le carte in tavola. Cambiando le regole, innanzitutto, e cambiando i paradigmi di una società che ha fatto del profitto il proprio totem.
I rifiuti, perché di questi abbiamo cominciato a parlare, sono una delle chiavi possibili per aprire la porta del rinnovamento. Anche se sono l’ultimo tassello di un processo produttivo, sono, in realtà, la prima questione da affrontare e risolvere.
L’obiettivo è molto semplice: eliminare del tutto i rifiuti. Cerco di spiegarmi meglio: è il concetto di rifiuto che deve sparire. Non possiamo permetterci più di estrarre dal sottosuolo elementi che poi, nel processo commerciale, diventano produttori di carbonio che finisce in atmosfera e nei mari e negli oceani. Non si può più, perché la misura è colma. E non è colma da oggi. Sono decenni che ne parliamo e non abbiamo di fronte nessuno che ascolti con un minimo di attenzione. L’effetto serra ha raggiunto valori inimmaginabili, che hanno provocato un cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. I pochi a non vederlo, non è che non lo abbiano notato, ma il passo indietro, di cui parlavo, lede i loro interessi economici, finanziari, di potere e quindi fanno finta che siano tutte balle per poter continuare a scavare miniere, insozzare l’aria con le ciminiere delle loro fabbriche e così via.
E come si fa ad eliminare i rifiuti, nel senso che ho appena spiegato? In linea di principio è piuttosto semplice: basta tornare al vecchio sistema, in cui gli oggetti rotti si riparavano, in cui i contenitori erano fatti in modo non invasivo per la natura, in cui si riutilizzavano mille volte le borse per la spesa, in cui non esisteva la TARI e solo raramente veniva buttato via qualcosa. L’usa e getta, o il monouso se preferite, ha fatto cambiare tutto.
Per ovviare a questo inconveniente si sono prese due strade. La prima è quella di sostituire gli oggetti inquinanti con altri che lo siano di meno. Tutto l’universo cosiddetto “bio” si nutre di questo. Siamo arrivati a proibire, in Europa almeno, l’uso degli shopper di plastica e li abbiamo sostituiti con altri sacchetti derivati da vegetali (mais, zucchero, patate eccetera). É una cosa buona, da un lato. Dall’altro, se pensiamo a paesi in cui avere un piatto di mais a tavola ogni giorno è un lusso, è una disgrazia, perché toglie cibo per incartare il formaggio o per far andare il motore di una Mitsubishi.
L’altra strada è quella del riciclo e quindi del recupero delle materie prime da riutilizzare per un secondo ciclo di produzione e poi per un terzo e così via. Qui i problemi sono di varia natura. Innanzi tutto ci sono materiali che non sono riciclabili, perla loro natura, per la difficoltà dell’operazione o per i costi, che sono maggiori di quelli necessari per recuperare nuove materie prime. Quest’ultimo punto è fondamentale per capire gli equilibri del nostro mondo. La scelta tra ecologia ed economia è spesso la causa dell’inazione nell’affrontare le questioni ambientali. Se pensiamo al climate change, il motivo per cui, pur sapendo da così tanti anni che il nostro modello di società porterà verso un’estinzione programmata di buona parte della razza umana, è proprio di natura economica. Ci sono da salvare i guadagni dei potenti, ma anche i posti di lavoro e quindi la sopravvivenza dei più deboli, operai, impiegati, artigiani, commercianti. Questo equilibrio è stato sempre usato come un freno sul quale non si può discutere. In realtà esso nasconde una totale mancanza di programmazione, perché nessuno ha mai nemmeno pensato di travolgere la società per ottenere tutto e subito. Il cambiamento va fatto, sarebbe meglio dire andava fatto, per passi successivi, sostituendo progressivamente al vecchio sistema quello nuovo. 
In questo nuovo modo di pensare le cose i rifiuti non sono più gli scarti di una catena produttiva, ma le risorse per quella successiva. E, se non si possono eliminare i rifiuti, per i morivi appena elencati, si possono drasticamente ridurre.
I numeri, a proposito dei rifiuti sono davvero impietosi, se analizziamo cosa succede al pianeta.
Permettetemi di aprire una piccola parentesi a questo riguardo. Chiunque pensi che quanto accade in Cina o in Indonesia o nell’America latina, non sia un nostro problema o non sa bene come vanno le cose o è davvero molto ingenuo. La frase “guardare a casa nostra” è corretta solo se si considera casa nostra l’intero pianeta. I disastri ambientali continui che registriamo in questi anni sono la conseguenza di guasti enormi creati ovunque: dall’abbattimento delle foreste pluviali in Indonesia, in Gabon e in Amazzonia, all’immissione sempre maggiore, nonostante tutti gli avvertimenti, di CO2 in atmosfera, dalla creazione di centinaia di nuove centrali a carbone, al mantenimento in alcune zone del mondo di gigantesche discariche, dai roghi di rifiuti on po’ ovunque anche non lontano da casa nostra allo smaltimento truffaldino di rifiuti tossici e nocivi.
Questo è il nostro mondo, noi ci viviamo in mezzo e non fare niente è davvero da incoscienti.

Afro women poetryIl 16 dicembre 2016, Radio Cooperativa ha ospitato nei suoi studi il progetto "Afro Women Poetry, l’universo femminile nell’Africa che cambia", che fa capo a Voci Globali, testata giornalistica internazionale. Si tratta di un viaggio nella poesia delle donne africane, che, con i loro versi, raccontano storie del continente in cui vivono, dei paesi in cui vivono. Per ora il progetto ha potuto presentare i lavori di poetesse del Ghana, del Togo, dell'Uganda e della Costa d'Avorio. L'ideatrice e animatrice di Afrowomenpoetry è la giornalista Antonella Sinopoli, che vive gran parte dell'anno in un piccolo villaggio di pescatori in Ghana, sulle coste del golfo di Guinea e che, grazie a questi viaggi alla scoperta della poesia femminile, riporta situazioni, condizioni, delusioni e speranze delle popolazioni dell'Africa sub-sahariana.
In Italia, a Padova, è presente l'altro artefice di questa "lucida follia", Davide Galati, presidente dell'Associazione di Promozione Sociale che sostiene il progetto. Nella registrazione della trasmissione che Radio Cooperativa ha dedicato a Afrowomenpoetry, Antonella e Davide raccontano questa incredibile esperienza, ma anche i progetti futuri, come il viaggio in Sudan, in cerca di nuove poetesse e di nuove storie da raccontare. La voce che magistralmente recita le poesie, a volta difficili e dure per l'argomento trattato, è di Angela Abasimi.
Se avrete voglia di ascoltare, credo sarete ... "colpiti".
Buon ascolto.

Questo è il riassunto testuale della puntata di "Noncicredo" sulla plastica, andata in onda a Radio Cooperativa all'inizio di Novembre 2019.

Introduzione: cos’è la plastica?

Cari amici, bentrovati per questa puntata speciale di Noncicredo. Oggi potrete ascoltare una conferenza che ho avuto l’onore di condividere con gli amici di una associazione del veneziano. Parleremo di plastica, un argomento molto dibattuto, tanto che giornali generalisti, come Repubblica ne hanno fatto dei dossier piuttosto importanti e corposi. Del resto improvvisamente si sono svegliati tutti e molti cavalcano questi temi. Lo fanno adesso non avendo visto abbastanza lontano come chi, Radio Cooperativa compresa e Noncicredo in primissimo piano, ne parla da molti, molti anni, negli stessi termini che oggi tutti riportano con molto e colpevole ritardo.
Non sono in studio, quindi non potrò rispondere alle eventuali chiamate. Se volete contattarmi, fatelo attraverso il mio sito personale: noncicredo.org.
Possiamo cominciare.
Carissimi, prima di cominciare a parlare del tema della serata, vorrei fare una premessa importante per capire di cosa stiamo parlando.
La plastica viene associata tout court ai rifiuti, dal momento che uno dei problemi più gravi degli ultimi 50 anni è stato proprio quello di come smaltire bottiglie, confezioni, imballaggi e via dicendo.
Dunque cominciamo a vedere chi sono i responsabili dei controlli su questa questione.
Siccome è sempre rischioso rivolgersi all’oste che vende il vino per sapere se è buono, ecco che sono andato a spulciare nel sito della confcommercio, che ci regala questa informazioni.
C’è il CONAI (una sigla che sta per COnsorzio Nazionale Imballaggi), un consorzio istituito per legge nel 1997, tra produttori e utilizzatori di imballaggi, per favorire un corretto smistamento e riciclo dei contenitori da imballaggi.
Gli imballaggi possono essere fatti con materiali differenti e per ciascuno di essi esiste una specie di sotto-consorzio. Sono “sette sorelle”: COREPLA per la plastica, COMIECO per carta e cartone, COREVE per il vetro, CIAL per l’alluminio, RILEGNO per il legno, RICREA per l’acciaio. É chiaro, che, visto il tema della serata, a noi interessa soprattutto COREPLA.
Cosa fanno questi consorzi? Fondamentalmente prendono soldi, destinati alla raccolta differenziata e al riciclo dei vari imballaggi. Tutte le imprese che acquistano o rivendono merce imballata devono iscriversi al CONAI entro 30 giorni dall’inizio dell’attività riferita agli imballaggi, pagando una certa cifra che dipende dal tipo di imballaggio e dalla quantità di materia immessa sul mercato e anche dai ricavi.
C’è dunque un contributo ambientale che i vari consorzi reclamano dal mercato e questo alla fine di ripartire tra produttori e consumatori i costi per la raccolta e lo smaltimento degli imballaggi.
Chi non adempie a questo obbligo (iscrizione e pagamento) è sanzionato con multe che vanno dai 10 ai 60 mila euro.
Questo per mettere in chiaro che organi di controllo sugli imballaggi ci sono.
Va, infine, chiarito cosa intendiamo per imballaggio. Secondo la normativa italiana è tutto ciò che serve a contenere, a proteggere le merci, dalle materie prime ai prodotti finiti.
Quindi quando comprate un televisore avete un grosso imballaggio di cartone, quando aprite un barattolo di piselli avete un imballaggio più piccolo e di materiale diverso, ma sempre di un imballaggio si tratta.
Come sappiamo buona parte degli imballaggi sono fatti di plastica e così possiamo entrare nel tema specifico di questa sera.
La prima domanda che ci dobbiamo fare è: “cos’è la plastica?”.
Mi sono rivolto per poter capire un po’ meglio la faccenda ad un amico, che è qui presente, un consulente del CONAI, che ringrazio molto: Claudio Bolzonella.
Già perché la domanda è incompleta. In effetti c’è plastica e plastica, addirittura molto diversa l’una dall’altra, tutte con lo stesso nome, ma con cognomi assai differenti, come vedremo stasera.
Cominciamo dalla definizione di plastica data da COREPLA. Confesso che, a meno di non avere una laurea in chimica, si fa fatica a capirci qualcosa: si parla di polimeri, monomeri, pesi molecolari e via discorrendo. Evitiamo di farci del male e vediamo di rendere la faccenda più semplice possibile.
La plastica è un materiale creato artificialmente, che può essere malleabile e cambiare forma e può diventare duro una volta sagomato. I termini usasti per queste due tipologie sono: materie termoplastiche le prime e termoindurenti le seconde.
Sono quasi cento anni che la plastica ha invaso il nostro mondo, sostituendo altri contenitori o manufatti e inventandone di nuovi.

La lavorazione della plastica

Come si “fabbrica” la plastica? Tutto comincia da alcuni composti di carbonio e idrogeno, chiamati monomeri, che si ricavano dal petrolio e dal metano. Questi monomeri sono piccolissime particelle che si uniscono tra loro, formando lunghe catene, chiamate polimeri. Questi sono la base per una pasta molle, chiamata resina sintetica, alla quale vengono poi aggiunti coloranti e altre sostanze che servono per dare alla plastica le caratteristiche desiderate: consistenza, durezza, colore, ecc. Questa pasta viene poi ridotta in granuli, che sono inviati alle aziende produttrici di merci fatte in plastica.
É una descrizione semplicistica dei processi coinvolti, ma serve per avere un’idea generale di cosa succede.
Quello che emerge da tutto questo è che la plastica si ricava da fonti fossili.
Credo tutti sappiano che ci sono vari tipi di plastica, che sono elencati e descritti nel sito di COREPLA. Si tratta di 48 differenti soluzioni, quasi tutti Poli-qualcosa, ma ci sono anche i siliconi, le cellulose rigenerate e così via.
Le due che ci interessano sono il Politene (sigla PE) e il polipropilene (sigla PP). Noi siamo legati principalmente al PET, che ha un nome assurdo: polietilentereftalato, con cui vengono costruiti molti contenitori di cibo e bevande. La sua produzione è enorme, si parla di decine di milioni di tonnellate l’anno, che vanno principalmente in Cina, che assorbe più di metà del mercato.

Produzione e consumo

Un’altra bella domanda da farsi è: quanta plastica viene prodotta? e quanta ne utilizziamo?
Come certo sapete i dati forniti non sempre sono coerenti e sinceri. C’è chi minimizza e chi esagera. Per questo è bene sapere quale fonte fornisce le informazioni che leggete.
Osserviamo il grafico: siamo passati dai 15 milioni di tonnellate l’anno nel 1964 agli oltre 400 di oggi. Il dato forse più significativo è che dal 2000 ad oggi, in piena crisi climatica e quindi con la consapevolezza di quello che stava per accadere, produttori e consumatori hanno raddoppiato la produzione della plastica.
Certo: c’entra non poco l’aumento della popolazione mondiale, ma tutto questo è indicativo anche di un cambiamento nello stile di vita dei cittadini, che hanno scelto la strada del monouso, del consumo, dell’acqua in bottiglie e via discorrendo.
I produttori di plastica secondo i dati del 2016 forniti da PlasticsEurope vedono nettamente in testa l’Asia che fornisce la metà del totale. Va sottolineato che la sola Cina contribuisce per il 29%. Seguono Europa e Nord America con quote appena sotto il 20% e via via gli altri.
Per quanto riguarda i consumi, nel 2016, l’Europa ha utilizzato circa 50 milioni di tonnellate di plastica. I paesi maggiormente responsabili di questo mercato sono la Germania (24%), l’Italia (14%) e la Francia (10%).
Dal momento che parliamo di produzione e consumo, ecco un punto che tornerà più avanti nella discussione di questa sera. Non possiamo, infatti, mai dimenticare che ogni aspetto legato all’ambiente ha un contraltare nelle questioni economiche della nostra società. Tanto per fare una anticipazione di quello che dirò più avanti, se voglio aumentare la produzione, quindi il profitto e i posti di lavoro, con i metodi tradizionali, è molto probabile che aumentino anche i danni che causo all’ambiente.
E così è ovvio che l’invasione della plastica nella nostra società ne ha profondamente modificato il mercato. Secondo la stessa fonte, in Europa lavorano circa 60 mila aziende nella filiera (produzione, trasformazione, riciclo, lavori collaterali) che danno lavoro ad oltre un milione e mezzo di persone. Il giro d’affari è di circa 350 miliardi di euro, con un bilancio commerciale in attivo per circa 15 miliardi di euro. Sempre secondo la fonte dei costruttori di plastica europei, il settore ha contribuito con 30 miliardi di euro alle finanze pubbliche e al welfare. Certo, qui è l’oste che parla del suo vino, ma non ho trovato smentite a questi dati.
Per quanto riguarda i settori in cui la plastica viene utilizzata, al primo posto ci sono gli imballaggi con il 40%, poi le costruzione con il 20%, la mobilità con il 10% e il settore elettrico/elettronico con il 6%.
C’è poi l’impatto ambientale, ma di questo parlerò a parte tra non molto.
Prima di parlare di come la plastica ha rovinato l’ambiente, riflettiamo su come essa è riuscita a cambiare il mondo in cui viviamo.
Ci sono aspetti positivi e negativi, come sempre succede quando la tecnologia rivoluziona i comportamenti delle popolazioni.
Non c’è alcun dubbio che la plastica sia stata un cavallo di troia per imporre nel mondo il consumismo. In effetti, prima, era impensabile lo stile “usa e getta”. A nessuno sarebbe venuto in mente di buttare nell’immondizia piatti e bicchieri di porcellana, cosa che invece viene fatta regolarmente con quelli di plastica. Noi sappiamo, ne ho parlato qui dentro un sacco di volte, che il consumismo è alla base della situazione che viviamo, compresi i cambiamenti climatici. Non entro nella questione per ragioni di tempo.
Certo la plastica ha anche vinto scommesse importanti, ad esempio in campo medico. Pensate, è l’esempio più banale che mi viene in mente, la sicurezza delle siringhe attuali, rispetto a quella in vetro che veniva bollita e usata innumerevoli volte. Ci sono poi le lenti a contatto, le valvole cardiache. Con la plastica si realizzano strumenti piccolissimi come i microfoni per i telefonini. Sono solo pochi esempi di come la plastica ha cambiato in meglio le nostre vite.

La plastica inquina?

I danni, al contrario, sono contenuti in una frase che in queste settimane si legge ovunque sui media di ogni genere. “La plastica inquina” e dovrebbe essere abolita.
Andiamoci piano con affermazioni così massimaliste e cerchiamo, come sempre, di ragionare.
Il problema è che la plastica è l’emblema di una operazione di marketing che ha sconvolto il mondo: l’usa e getta o il monouso se preferite. Questo si riflette, ovviamente, sulla quantità di rifiuti prodotti. Insomma: voi non buttate la pentola ogni volta che preparate il sugo, ma buttate la bottiglia di plastica da cui avete bevuto l’acqua o il contenitore dei pomodori o la vaschetta di insalata prelavata. Se il mercato offre questo, questo noi acquistiamo. Nessun moralismo, per carità, sarebbe poco carino da parte mia.
La quantità di plastica immessa sul mercato, in altre parole va smaltita. Ora, si dovrebbe chiarire, prima di tutto, cosa si intende per “inquinante”.
Se cerchiamo la definizione di questo termine, troviamo: Gli inquinanti sono sostanze che, direttamente o indirettamente, producono inquinamento costituendo un pericolo per la salute dell'uomo o per l'ambiente, provocando alterazioni delle risorse biologiche e dell'ecosistema.
La plastica è così? Non lo è, ma bisogna fare qualche distinguo.
Prendo a prestito le parole di un chimico, Marco Ortenzi, che dice:
La tossicità per l’uomo non riguarda il polimero base usato per la plastica, ma gli additivi utili a dare proprietà. Un esempio: le prese elettriche nelle nostre case. Il polimero base è la poliammide (o nylon), ma per prevenire incendi dovuti a cortocircuiti, si aggiunge un additivo antifiamma, per il 20% del peso totale, e un altro additivo, la fibra di vetro, per il 30% del peso, per dare tenacità. Come additivo antifiamma si usano le molecole poli-bromurate, che da 10 anni sono nell’occhio del ciclone perché potenzialmente molto tossiche per l’uomo.”
La tossicità non riguarda certo l’uso domestico, ma l’abbandono in ambiente di questi oggetti. Se, invece, consideriamo le classiche bottiglie in Pet, vediamo che sono composte al 99,5% dal polimero base, magari con un minimo di colorante per dare la nuance bluastra o verde delle acque minerali. Sono pertanto riciclabilissime, mentre dalle plastiche che hanno tanti additivi non si riesce a ottenere un materiale davvero puro per produrre altri oggetti: al più si ottiene un materiale un po’ misto dal basso valore aggiunto, con cui si possono magari produrre vasi da fiori o poco più. Per questo, correttamente, l’Europa chiede che entro il 2030 tutto il packaging alimentare sia riciclabile.
Torneremo tra poco su questo argomento.
Accanto alla possibilità di inquinare, c’è quella dell’essere o meno biodegradabile. La legge europea al riguardo ci dice che una sostanza è biodegradabile se viene fatta sparire per il 90% dai microrganismi presenti in natura (batteri) nel giro di sei mesi.
Vediamo qualche esempio, fornito dal NH Department of Environmental Services, il dipartimento dei servizi ambientali del Hew Hempshire negli USA. I valori sono indicativi, ma sono significativi.
  • Scarti di frutta e carota: due settimane
  • Vegetali in genere: circa 1 mese
  • Eccezioni: buccia di banana e arancia: 5/6 settimane
  • Carta: 2/3 settimane (ma dipende dal tipo: tovagliolo 2 sett, giornale 6 sett)
  • Cartoni alimenti (frutta, latte, ecc.) – fino a 3 mesi ma dipende da come sono fatti
  • Cotone: circa due mesi, ma una T-shirt quando fa caldo degrada in una settimana, mentre una corda impiega 14 mesi.
  • Lana – maglie, guanti, giacche – fino a 2 anni, ma un calzino anche 5 anni.
  • Tessuti sintetici e trattati – Nylon 30/40 anni; pelle: 50; stivale in gomma: 80 anni.
  • Legno compensato: da 1 a 3 anni, se verniciato fino a 13 anni
  • Scatole in latta: 50 anni
  • L’alluminio può arrivare a 200 anni.
  • Plastica: fino a 450 anni (bottiglia) – tazza espansa circa 50 anni; shopper vecchio: 20 anni.
  • Vetro: a seconda dei casi si decompone in uno o due milioni di anni.
  • Le batterie alcaline (pile) impiegano tempi biblici per decomporsi a causa delle sostanze chimiche che contengono e che sono altamente tossiche e resistenti: piombo, cloruro di zinco, mercurio e cadmio. Occhio dunque!!

Alla luce di tutto questo possiamo dire che il vetro inquina? Se usiamo lo stesso criterio, dobbiamo dire che inquina molto più della plastica.
Dobbiamo cercare altre strade per capire bene cosa succede e perché il mondo intero ce l’ha con la plastica.

Gli sporcaccioni

Alla base della società in cui noi viviamo ci sono le persone. Queste sono tutte diverse una dall’altra. E non solo fisicamente: quelle belle e quelle brutte, quelle basse e quelle alte, quelle magre e quelle grasse. Anche da un punto di vista caratteriale ci distinguiamo tra noi: irosi e pacifici, sensibili e menefreghisti, e così via. Ma ci sono anche altri caratteri distintivi. C’è la cultura, ad esempio. Vorrei prestaste attenzione: non ho detto l’istruzione che è cosa molto diversa, ho detto proprio cultura, una parola che forse spaventa. La differenza, per quel che riguarda il discorso che stiamo facendo tra istruzione e cultura è nel fatto che il diploma di ragioniere, quello di Fantozzi per capirci, non insegna quali siano i comportamenti corretti da usare nelle varie circostanze che ci capitano nella vita. A questo provvede l’esperienza del quotidiano, la sensibilità, il contatto con altre realtà, altre culture, altre persone. Contribuiscono i viaggi (si badi bene non ho detto vacanze), le letture, il confronto, insomma tutto quello che fa di una vita qualcosa di degno di essere vissuto.
É questo che porta al rispetto: per gli altri, dove questo termine, altri, ingloba davvero ogni cosa: uomini e donne, esseri viventi non parlanti, dunque animali e piante. Siamo abituati a raggruppare tutto ciò con un solo termine: natura. É una parola che deriva dal latino “natus”, vale a dire ciò che è nato. La domanda è: che diritto abbiamo noi di far morire qualcosa che è nato? Sì, certo, la risposta corretta è nessuno.
Purtroppo però, per le distinzioni che ho appena fatto, qualcuno la pensa in modo differente. Pensa che, dal momento che noi siamo in cima alla catena di comando, possiamo fare ciò che vogliamo. Se mi consentite, chi la pensa così è davvero un imbecille e non ha capito niente di niente. Ve l’immaginate un’azienda in cui il padrone può decidere vita e morte dei suoi dipendenti? Dite che ce ne sono? Beh, la differenza con la natura è che, mentre quel dispotico padrone può sostituire i propri dipendenti con altri e poi con altri ancora, quando noi devastiamo un’area, ad esempio appiccando il fuoco a milioni di ettari di foreste pluviali in Indonesia, non ne abbiamo di riserva, e il danno, una volta fatto, è come i diamanti … è per sempre!
Ecco, queste persone, che danneggiano il pianeta in cui vivono, sono degli sporcaccioni. Lo sono perché riducono una schifezza la casa in cui vivono e dubito che, almeno in larga parte, facciano lo stesso nella propria cucina o nella camera dove dormono.
É, e qui torniamo sul pezzo, una questione di cultura, che è stata spazzata via da tutta una serie di armi di distrazione di massa, di cui abbiamo parlato qui dentro un sacco di volte. La televisione, la pubblicità, la follia di promettere una vita facile senza dover fare alcuna fatica (e senza rendersi conto che questa è una prerogativa della mafia) e altre cosette simili.
Cosa c’entra con la plastica? C’entra un sacco e adesso lo vediamo.
Sappiamo tutti che la nostra società è fondata sui rifiuti. Troppo radicale? Aspettate a giudicare.
Il progetto di società basato sulla produzione lineare: estraggo materia, la lavoro producendo energia, costruisco oggetti, li distribuisco nel mondo, li vendo. Punto.
La mia catena produttiva qui finisce. Gli oggetti vengono usati e poi buttati (tutto o una loro parte, ad esempio l’imballaggio) e diventano, secondo la denominazione ufficiale, dei rifiuti che vengono messi da qualche parte … vedremo poi dove adesso non ci interessa.
Il ciclo così può ricominciare da capo: materie, energia, lavorazione, eccetera.
Ogni passo di questo ciclo prevede un compenso o, se preferite, un profitto per chi gestisce la filiera. Più lineare è il sistema più profitto c’è. Più veloce è il processo, più profitto c’è. Dunque più rifiuti si producono, più profitto c’è.
Qui si potrebbe aprire una lunga discussione sui rapporti tra Ecologia ed Economia, cui magari accennerò più avanti se avremo tempo.
Noi siamo i consumatori o, se preferite un termine più adatto alla discussione, i produttori di rifiuti e quindi di profitto per i grandi capi: aziende, multinazionali, finanziari, banche, governi … già anche i governi piccoli e grandi che possiedono le azioni di società che gestiscono la filiera: un esempio per tutti è quello dell’incenerimento, i cui proventi arrivano (in molti casi) ai comuni consorziati.
La soluzione a questo problema è piegare quel processo lineare tentando di farlo diventare circolare. Basterebbe eliminare il concetto di rifiuto e farlo diventare una risorsa per un nuovo ciclo. Rifiuti ce ne sarebbero ancora, ma molti, moltissimi di meno.
É questa, in estrema sintesi, quella economia circolare di cui avrete sentito parlare o letto sui giornali. É l’obiettivo ideale a cui tendono i buoni di cuore, i saggi e quelli che vedono abbastanza lontano.
Certo questo non risolve i problemi, ce ne sono un sacco di altri. Pensate ad esempio all’enorme quantità di foreste che vengono distrutte per due motivi: creare nuovi pascoli e nuove coltivazioni di cereali, soprattutto soia e mais. Servono al mercato della carne e a quello dei combustibili. Meno carne sui piatti e un progetto serio per la mobilità sono inevitabili nel futuro. É solo un esempio, ce ne sono altri, ma noi dobbiamo tornare al tema di questa sera, alla plastica.
Se abbiamo seguito tutto il discorso, ecco la conclusione: la maggior parte dei rifiuti è fatto di plastica.
Uno dice: che problema c’è, basta che venga messa in un luogo sicuro o, meglio ancora, che venga riciclata o riutilizzata e la questione non si pone nemmeno.
Giusto, ma le cose non sono così semplici. Vediamo perché.
Il primo motivo per cui questo non succede siamo noi, noi esseri umani, intendo. Se proprio volete chiamarvi fuori, date la colpa a quelli che prima ho definito sporcaccioni.
Cominciamo con le immagini.
Siamo sulle pendici dell’Himalaya, la montagna più alta e più inaccessibile di tutte. Uno si immagina distese innevate immacolate, invece quello che si scopre è che le continue spedizioni arrivate fin lassù non ce l’hanno fatta a riportare a valle i rifiuti prodotti e così perfino l’Himalaya è diventato una discarica.
Qui potremo chiudere ogni discorso, perché è il peggio del peggio, ma c’è dell’altro.
Ecco alcune delle nostre montagne. Noi mica siamo come gli asiatici o gli africani: abbiamo una cultura ambientalista, noi non sporchiamo. Ecco allora in sequenza, un’alta via di trekking in Nepal, una spiaggia ai Caraibi, un disastro ecologico e sanitario in Africa e poi arriviamo in Italia. Palermo, Benevento, Terni, boschi vari, Como.
E noi? Siamo davvero fuori dai giochi come suggerisce il nostro governatore? Probabilmente siamo solo più furbi e delinquenti ….

La plastica e il mare

Cosa succederà mai a tutta questa plastica che si estende dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno? Piano piano, arriva grazie a fiumi e torrenti, fino al mare e all’oceano. Uno dice: sai quanto tempo ci vuole? Che problemi ci sono: l’immondizia ha tutto il tempo del mondo e poi non è che arrivi per forza dalla cima dell’Everest, come abbiamo visto, sono invase le spiagge e i litorali e, purtroppo, direttamente l’acqua di mari e oceani.
Qualche esempio dobbiamo fornirlo.
Il più grande aggregato di plastica si trova nel Pacifico, tra Giappone e Hawai, si chiama “Pacific Trash Vortex”, cioè Gorgo di immondizia nel Pacifico. É un ammasso, portato qui dalle correnti marine, grande come gli Stati Uniti, più o meno 65 volte il nostro paese. La plastica che vi si raduna arriva al mare da grandi fiumi non europei. Solo il 20% è dovuta agli sporcaccioni che solcano il mare: pescherecci, navi da crociera, semplice navi e imbarcazione dei ricchi, oltre alle varie piattaforme petrolifere. Tutto il resto arriva dalla terraferma.
Le sue dimensioni sono colossali: 2500 km di diametro, 30 metri di profondità, diviso in due isole galleggianti, che contengono complessivamente circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti. É costituito per l’80% da plastica e si è cominciato a formare degli anni ’50. In questi 70 anni ha continuato a crescere e, nonostante tutte le conferenze sull’ecologia, continua ad aumentare ancora oggi.
Molti dicono che noi europei non c’entriamo niente: sono i grandi fiumi di altri continenti a provocare questo disastro.
Purtroppo anche questa volta non possiamo proprio chiamarci fuori. Infatti, non è che gli altri mari siano meno ricchi di plastica. Vediamo, come altro esempio la situazione del Mediterraneo. Credo non servano molti dati, bastano questi che sono entrambi molto recenti, della scorsa estate. (vedi due immagini)
Ora, è risaputo anche per una pubblicità di Legambiente in televisione che a farne le spese direttamente sono uccelli marini (100 mila ne muoiono all’anno a causa dell’ingestione di plastica) i rettili come le tartarughe e i pesci. Potremmo anche dire che, in fondo non è che ci importi poi tanto se un cormorano o una tartaruga muoiono soffocati a causa della nostra inciviltà.
Del resto siamo ancora dentro il conflitto natura-produzione. É notizia di questi giorni che la Regione Lombardia abbatterà circa mille cormorani per proteggere i pescatori che vanno ai laghi della cosiddetta pesca sportiva per tirare su carpe e trote rincoglionite. É un po’ come se si intervenisse contro gli uccelli a causa della loro concorrenza sleale.
Ma i problemi che la plastica in mare pone sono ben altri, più sottili e più bastardi e, cosa che ci interessa maggiormente, ci riguardano da molto vicino.
C’è una premessa da fare. Il degrado dei materiali in mare è diverso che su un prato. Inoltre teniamo presente che, a causa dei cambiamenti climatici in corso, la temperatura di mari e oceani cresce un pochino ogni anno e anche questo fa una certa differenza.
Cosa succede, allora, alla plastica quando sguazza in mezzo alle onde?
Abbiamo visto che i rifiuti, prima o poi si degradano. Certo quelli che hanno tempi lunghissimi di degrado possiamo considerarli decisamente non biodegradabili. La plastica non si degrada per niente, ma si polverizza lentamente in pezzi sempre più piccoli, fino alle dimensioni dei polimeri che la costituiscono. Sono queste piccolissime porzioni che vengono mangiate dagli animali marini, come se si trattasse di plancton. Come si vede dall’immagine, sono i piccoli crostacei e i piccoli pesci a nutrirsene. Questi sono l’inizio di una catena alimentare marina, in cima alla quale ci siamo noi. Se, dunque, di plastica si nutrono i pescetti, di plastica ci nutriamo anche noi.
Basta allora non mangiare pesce? Non è così semplice, perché nella decomposizione della plastica compaiono cose davvero poco simpatiche.
Intanto va detto che c’è rifiuto e rifiuto in mare. Ad esempio il polistirolo impiega appena un anno a decomporsi e di polistiroli tra gli imballaggi non ce n’è certo poco, anzi!
É stato effettuato qualche anno fa uno studio giapponese (prof. Saido dell’università di Chiba) che ha portato a risultati deprimenti. Risulta infatti che nella decomposizione della plastica vengono rilasciati vari tipi di “stireni”. Questi idrocarburi aromatici sono stati riconosciuti nel 2011 come cancerogeni dal Dipartimento Statunitense di salute, Programma Tossicologico Nazionale.
Viene anche rilasciato il famigerato bisfenolo A, sostanza chimica utilizzata nel packaging alimentare (bottiglie, contenitori, rivestimenti interni di lattine). Ora, io non sono un medico e quindi quello che dico lo ricavo da pubblicazioni. Tutti noi assumiamo questa sostanza col cibo fin da bambini.
Le simulazioni fatte dai ricercatori nipponici parlano chiaro: la plastica negli oceani trova un ambiente ideale per rilasciare i suoi veleni e minacciare gli organismi che ne abitano le acque. Un motivo in più, concludono gli esperti, per incentivare il riciclaggio dei materiali plastici. 
Dunque non c’è niente da fare?
Chiudiamo questa parte con una buona notizia. Sette anni fa un ragazzo olandese di 19 anni, Boyan Slat, diceva che si poteva fare una macchina per ripulire i mari dalla plastica. Sembrava una boutade, una fantasia di un ragazzo, ma oggi quel progetto è attivo, si chiama System 001/B e può intercettare detriti di plastica di qualsiasi dimensione. Il successo è di questi giorni (Ottobre 2019). Una ONG olandese, la Ocean Cleanup (letteralmente ripulire l’oceano) ha messo in pratica quell’idea e la plastica dell’isola del pacifico comincia ad essere radunata, un po’ come un gregge di pecore, sfruttando il vento, le onde e le correnti. Secondo le previsioni ci vorranno cinque anni per rimuovere metà della plastica presente davanti alla California.
Il dato forse più incoraggiante di questa impresa è che ci sono voluti dei ragazzi come Boyan come Greta Thunberg, come gli studenti appassionati che hanno messo in piedi il System 001/B, per dare concretezza ad un movimento fatto di molte parole e pochissimi fatti. Del resto è anche giusto che sia così. Noi, ormai adulti, non ci saremo quando le cose si metteranno davvero male, loro sì.

Altri sistemi di difesa

Difenderci dalla plastica diventa quindi un obbligo. Insisto nel dire che questa è solo una delle disgrazie che ci ha regalato la società dei consumi e degli sporcaccioni, ma questo è il tema e a questo mi attengo.
La plastica si può riciclare. Ci sono alcune domande riguardo questa affermazione. La prima: è proprio vero che tutta la plastica è riciclabile?
La seconda: quanta plastica riciclabile viene riciclata davvero?
Ma la domanda zero viene prima: per riciclare la plastica occorre raccoglierla in modo corretto e differenziato: lo facciamo in modo giusto?
Cominciamo da qui.
A livello planetario la raccolta differenziata è davvero poca cosa. Nel caso della plastica si raggiunge a malapena il 15%, con paesi che sfiorano il 100% e altri in cui non si sa nemmeno cosa sia.
Lo stesso avviene in Italia, dove l’imposizione comunitaria di raccogliere in modo differenziato il 65% dei rifiuti non viene raggiunto affatto. Solo in Nord-Est con oltre il 68% è in regola. Il nord-Ovest si avvicina con il 64,5%, il centro si ferma al 55% e il Sud ad un misero 31%, ma qui andrebbero analizzate le singole regioni, perché a dronte di uno scandaloso 20% della Sicilia c’è un dignitoso 63% della Sardegna.
Purtroppo nel nostro paese si fa una gran confusione tra raccolta differenziata e riciclo che, nelle parole dei politici diventano la stessa cosa. Non è così, non lo è assolutamente.
Guardate questa frase dell’on. Realacci.
Di tutta la merce raccolta anche in maniera differenziata, solo una parte viene avviata al riciclo e l’Italia è assai meno virtuosa di come sembra. Ne parliamo tra poco.
Intanto ecco i dati del CONAI, relativi allo scorso anno, con gli obiettivi prefissati per il futuro, obiettivi il cui raggiungimento dipende da molti fattori e non solo dalla buona volontà.
La questione è molto più complessa di quanto non appaia se leggiamo superficialmente le istruzioni per la raccolta. C’è anche da dire che alcuni tipi di plastica che non potevano essere riciclati dieci anni fa, oggi possono esserlo e quindi non sappiamo cosa succederà tra altri dieci anni. Ma al momento, in generale, possiamo dire che si possono riciclare gli imballaggi non gli oggetti. E poi non possiamo mettere nei cassonetti per la plastica imballaggi sporchi di cibo (potrebbe fermentare) o di colle o oli. Lavare un vasetto di yogurth porta via un po’ di tempo ma è la cosa giusta da fare.
C’è anche l’aspetto economico da valutare. Ci sono procedimenti di recupero della plastica che sono semplicemente troppo costosi perché valga la pena di attuarli. Altri possono essere impiegati solo un numero limitato di volte: capita ad esempio al Polipropilene che più di tre volte non può essere recuperato.
Ecco dunque che l’industria del riciclo ha i suoi limiti e tutta la plastica non si può recuperare.
A proposito di riciclo ecco i risultati di un rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) del 2018 sulla destinazione finale dei rifiuti plastici.  Il 15% viene riciclata (l’Europa sale in media al 30%, l’Italia raggiunge il 41% secondo i dati COREPLA del 2016, il che significa che altri, ad esempio gli Stati Uniti con il 10%, fanno scendere di molto la media). Il 25% viene incenerito, il 60% finisce in discarica (specie nei paesi del terzo mondo) o abbandonata o, peggio che mai, bruciata all’aperto.
Non solo la plastica prodotta è troppa, ma ci sono anche troppi tipi diversi di plastica in commercio. Questo è legato al fatto che, per soddisfare i tanti requisiti voluti dai consumatori, dobbiamo usare un insieme di plastiche diverse, miscelandole e sovrapponendole. Ciò limita molto la riciclabilità. Ad esempio le bustine per le mozzarelle: sono formate da uno strato di nylon, che dà resistenza alla lacerazione, e uno strato di polietilene, che dà impermeabilità all’ossigeno e quindi conserva la mozzarella. Una volta buttato quell’involucro, io non posso riciclarlo né come nylon né come polietilene, perché non posso più separare i due strati. Quindi: il consumatore lo getta nel cassonetto della plastica, ma poi alla fine quell’involucro sarà destinato all’inceneritore e non al riciclo. Per risolvere serve ancora tanta ricerca: per questo le direttive europee fissano una data di scadenza che è il 2030".
Teniamo infine conto che in molte situazioni è meno costoso produrre plastica vergine che riciclare quella usata.
Questi sono alcuni motivi che rendono impossibile il recupero totale della plastica.
Quella che non viene differenziata o riciclata o recuperata finisce oggi, in generale, negli inceneritori. Sapete cosa penso di queste macchine infernali, che solo i poco informati si ostinano a chiamare termovalorizzatori. Anche qui ci sono rischi e problemi, perché la combustione produce polveri e sostanze difficilmente catalogabili e ceneri che vanno stoccate da qualche parte con spese non indifferenti.

Riscaldamento globale

C’è ancora un aspetto importante, anzi, decisivo, da affrontare. Tutti questi rifiuti plastici ingestibili o bruciati non fanno altro che aumentare l’effetto serra e quindi i cambiamenti climatici in corso. Lo fa la plastica negli oceani, impedendo ad essi di assorbire parte dell’anidride carbonica che così finisce in atmosfera.
Senza entrare in dettagli tecnici possiamo prendere in esame uno studio eseguito dal CIEL, il centro americano per le leggi ambientali. Il titolo del riferimento è piuttosto emblematico e dice: La plastica non muore mai e produce effetto serra come 189 centrali a carbone. IL CIEL considera i dati relativi alla produzione e allo smaltimento della plastica.
Ci sono vario studi al riguardo. Uno è quello di un gruppo di ricercatori che ha eseguito numerosi test nei pressi delle isole Hawaii, pubblicando poi i risultati sulla rivista scientifica PlosOne. Degradandosi, la plastica emette in particolare l’etilene e il metano. Quest’ultimo è un gas serra meno persistente della CO2, ma terribilmente più efficace dal momento che ogni kg di metano vale come 25 kg di CO2.
Un altro studio è eseguito dall’Università delle Hawaii. Si scopre così che il degrado non avviene solo in acqua, anzi. Gli studiosi (Sarah-Jeanne Royer, Sara Ferrón e Samuel T. Wilson i loro nomi) scoprono che la produzione di etilene in ambiente asciutto e assolato è addirittura 76 volte maggiore che in acqua marina. Il campione del mondo di questo tipo di plastica è il polietilene. Purtroppo non si tratta di una sostanza poco usata, dal momento che rappresenta il 36% di tutta la plastica prodotta nel mondo. Si trova in imballaggi, giocattoli, tubi, tappi eccetera.
Indovinate, in Europa, quali sono i litorali più invasi da plastica? Coraggio, non è lontano da qui, solo pochi km.
Sempre secondo questa ricerca, dal momento che solo il 15% della plastica mondiale viene riciclata (abbiamo visto che non sempre non si vuole, a volte non si può) il problema dei gas serra prodotti è gigantesco e lo diventerà sempre più in futuro.
Un discorso a parte meritano le microplastiche. Sono i frammenti piccolissimi, inferiori ai 5 mm, provenienti dalla degradazione. L’effetto evidente è che così la superficie coperta si moltiplica, accelerando la produzione di gas serra. Ma ci sono effetti molto più vicini a noi, come si legge in questa slide.

Le soluzioni possibili

Dunque cosa fare? Ci sono varie strade che possono essere seguite. La prima è quella di evitare di usare fonti fossili per costruire i sacchetti, imballaggi e manufatti. Esiste una ricca e diffusa filiera che porta alla cosiddetta bioplastica. Vediamo qualche esempio.
La ditta forse più conosciuta in questo campo è la Enimont, diretta da quel genio di Katia Bastioli, che si è inventata il Mater-Bi. É una specie di plastica ricavata dall’amido di mais.
Entrare nel mondo delle bioplastiche porterebbe vie ore. Basta dire che il mercato si sta sviluppando ed è passato attraverso contestazioni, processi, normative UE, resistenze del mercato e perfino l’altolà di zelanti amministratori, perché il loro impianto di recupero non funzionava con il Mater-Bi (cosa accaduta a Bolzano qualche anno fa).
Quello che ci interessa qui è sapere se queste nuove plastiche hanno un senso, se funzionano davvero e se non sono inquinanti.
Un’importante precisazione da fare, poiché c’è una certa confusione al riguardo, è che a base bio non è sinonimo di biodegradabile. Alcuni materiali bio sono biodegradabili (è per esempio il caso dell’acido polilattico, PLA), altri invece no (per esempio, il BIO-PET). La differenza tra le terminologie è, in questo caso, fondamentale. Riciclabile, biodegradabile e compostabile non sono la stessa cosa. La situazione ideale è che il materiale che usiamo sia compostabile. Così torna alla terra, sotto forma di compost organico.
Secondo i dati dell’associazione European Bioplastic, nel 2016 la bioplastica in Europa occupava l’1,7% del mercato, ma solo un quarto di questa è biodegradabile. E con meno dello 0,5% del mercato non è proprio possibile salvare il mondo.
Un altro problema delle bioplastiche, da un punto di vista imprenditoriale, riguarda i costi. In media un kg di bioplastica, ricavata da sostanze vegetali, costa il doppio o anche più di 1 kg di plastica tradizionale.
Se è vero che per avere bioplastica serve una apporto energetico minore, l’acqua da usare è fino a 5 volte maggiore, secondo gli studi più recenti.
Ci sono poi aspetti tecnici da non sottovalutare, per quanto riguarda gli imballaggi in bioplastica. Infatti solo alcune bioplastiche sono compostabili, il Mater-Bi e il PLA, derivate dal mais o comunque da cereali. E addirittura la compostabilità può dipendere dallo spessore della bioplastica. Ci sono poi problemi pratici, ad esempio per gli imballaggi flessibili, che presentano il rischio di non fare sufficiente barriera, il che comporterebbe un deterioramento dei cibi che contengono, cosa che succede ad esempio con le bottiglie d’acqua.
C’è poi l’efficacia nel combattere il climate change. Uno studio di un paio di anni fa delle Università di Toronto e Pittsbourgh, conclude così: "I polimeri derivanti dal mais prodotti con energia convenzionale sono la principale opzione di bioplastiche nel breve termine, e possono ridurre le emissioni di gas serra dell'intera industria del 25%", mentre "passare all'energia rinnovabile taglia le emissioni di gas serra del 50%-75%", con costi per il settore che la ricerca stima nel primo caso fino a 3mila dollari a tonnellata di plastica, e nel secondo fino a 85 dollari. I ricercatori consigliano di "dare la precedenza alla sostituzione di energia rispetto a quella di materia prima", che rimane comunque la strategia finale.
C’è poi l’eterna questione se il mais debba servire per fare polenta e sfamare le popolazioni o per costruire shoppers per andare al mercato. La questione è importante specie nei paesi con difficoltà di sopravvivenza. É vero che, per fare un esempio, l’amido di mais serve anche a realizzare cibi, farine, cosmetici e altro e nessuno, prima del Mater-Bi, aveva avuto niente da ridire. Tuttavia, il problema rimane, perché per fare bioplastiche servono terreni coltivabili, che si rischia siano forniti grazie ad una deforestazione selvaggia, come avvenuto per le piantagioni di palma da olio.
Ecco, queste sono alcune delle cause che fanno sì che, oggi, la quantità di bioplastica sia pochissima cosa, pochi punti percentuali. É vero che ormai tutti i sacchetti nei supermercati sono compostabili, ma i sacchetti sono solo una piccola parte dei manufatti in plastica presenti sul mercato.
Detta in termini brutali. Non sarà la bioplastica, quella attualmente disponibile, a salvare la nostra sopravvivenza su questo pianeta.
Poi, però, c’è il futuro, al quale sempre ci affidiamo con speranza. Sono attive molte ricerche per migliorare la situazione. É probabile che tra qualche decina di anni, la plastica verrà realizzata usando scarti alimentari o altri rifiuti non riciclabili, rendendo il termine “riciclo” finalmente pieno di significato.
Ma, questo, è, per l’appunto, il futuro.

Cosa fare adesso?

E allora non resta che una strada sola: ridurre le tipologie prodotte, ridurre le quantità prodotte, ridurre il consumo di plastica, in modo drastico e molto urgente.
Abbiamo guardato il mondo, sbirciamo dentro casa nostra. In marzo il WWF rende noti i risultati di uno studio sui consumi italiani di plastica. Sono piuttosto deprimenti.
In media gli italiani impiegano solo 5 giorni a produrre 1 kg di rifiuti di plastica. Troppo se pensiamo che il 60% di questo materiale viene perso e non avviato al riciclo per i vari motivi già detti. Nei prossimi 15 anni, secondo il WWF, assisteremo ad un aumento causato dall’abbassamento dei costi di produzione. E poi c’è di mezzo anche la Cina. Ora, uno dice, cosa c’entra la Cina? Il paese orientale è uno dei maggiori importatori di plastica riciclata. Dal 2030 l’importazione sarà ridotta e occorrerà trovare posto ad ulteriori 111 milioni di tonnellate di rifiuti plastici.
Questa chiusura ha di fatto cambiato tutte le regole del gioco. I grandi esportatori di rifiuti plastici si sono rivolti altrove. Lo ha fatto anche l’Italia, che, come ci informa Greenpeace, esporta una grande quantità della plastica raccolta invece di essere riciclata. La maggior parte finisce in Austria e in altri paesi europei, ma anche in Malesia e in altri stati del Sud Est asiatico, come Thailandia e Vietnam.
Un'altra decisione di grande importanza è il provvedimento dell’Unione Europea di varare una normativa, che entrerà in vigore nel 2021. Gli stati hanno due anni per adeguarsi. Vediamo brevemente di cosa si tratta.
Dunque dal 2021 saranno banditi numerosi oggetti usa e getta: piatti, posate, cannucce, aste per palloncini, cottonfioc, bastoncini per mescolare il caffè. Per quanto riguarda le bottiglie dovranno essere fatte per almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e del 30% entro il 2030. Entro il 2029 sarà obbligatoria la raccolta differenziata del 90% delle bottiglie di plastica.
Ci sono anche altre iniziative in programma. Una, interessante, riguarda produttori di sigarette. Si vuole tassare l’industria del tabacco, per coprire i costi della raccolta dei filtri delle sigarette. Sembra impossibile, eppure questi sono una vera piaga per l’ambiente, costituendo il secondo prodotto monouso per consumo nell’Unione Europea.
Insomma, se le intenzioni verranno seguite, si tratta di una vera rivoluzione: l’UE va alla guerra contro l’inquinamento da plastica.
Si potrebbe anche pensare ad un’altra soluzione, quella di sostituire i contenitori di plastica con contenitori di vetro.
Come accennato prima ci scontriamo con i problemi produttivi. Per costruire una bottiglia da 200 ml in PET servono 0,7 litri di acqua e per una tonnellata dello stesso materiale occorrono 2 tonnellate di petrolio. A parità di massa, per il vetro servono 230 litri di acqua e 33 tonnellate di petrolio. Ci sono poi i costi, ad esempio quelli del trasporto che sono nettamente favorevoli al PET.
Tutto questo per dire che anche il vetro è un elemento che, se disperso, causa inquinamento ed effetto serra. Certo il riuso del vetro è molto più facile essendoci assai meno oggetti usa e getta di questo materiale. 

E noi, che facciamo?

Chiudo con le parole di Marco Lambertini, direttore generale di WWF Internazionale:
Questo materiale di per sé non è cattivo, nonostante ciò sono evidenti i danni alla vita marina e solo oggi stiamo iniziando a capire gli effetti sulla salute umana. Questa crisi la possiamo superare se ognuno saprà dare conto di come usa la plastica. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità condivise lungo tutta la filiera della plastica intervenendo in tutte le fasi, dalla progettazione al fine vita dei beni di consumo.
Tradotto in termini da bar dello sport: non è la plastica che inquina, ma l’uomo con i suoi comportamenti assurdi e nefasti. Su questo non c’è molto da aggiungere a tutti i dati elencati questa sera. C'è una vignetta che circola nel web. Ci sono due sportelli. Su quello di sinistra c'è scritto "persone preoccupate per il futuro dell'ambiente" e sull'altro "persone che intendono cambiare vita per tutelare l'ambiente". Davanti ad uno dei due sportelli c'è unba lunghissima fila, davanti all'altro nessuno. Credo non debba dirvi di fronte al quale staziona la lunga fila.

Introduzione

Questo articolo riprende e diffonde lavori di altri, presenti in rete. Ho il solo merito di averli letti e “resi più semplici”, dove si faceva fatica a capire, inserendo mie considerazioni, ampliamenti e spiegazioni.
Ho avuto modo di dire ormai molte volte che negli ultimi mesi, improvvisamente, tutti si sono riscoperti sensibili ai temi ambientali, spronati dalle richieste dei ragazzi che hanno seguito Greta Thunberg, ma soprattutto dai disastri che si stanno moltiplicando a vista d’occhio e che rientrano nelle varie e drammatiche conseguenze del cambiamento climatico.
Qui parlerò, invece, degli altri, di quelli che a queste cose non credono e, anzi, insistono che è tutta una messa in scena, un imbroglio voluto dagli ambientalisti per motivi che sono davvero difficili da comprendere.
Li chiamiamo “negazionisti del cambiamento climatico”; a me fanno un po’ pena, come i negazionisti della shoah, che sembrano arrancare appesi a dei vetri molto, ma molto scivolosi. Tuttavia è un fenomeno che non deve essere sottovalutato, soprattutto perché, con l’enorme ignoranza che c’è in giro, si fa presto a far passare idee assurde, sfruttando i social e cercando di gridare più forte degli altri.
In parole povere: se c’è gente che crede che la terra sia piatta e su questo si fanno convegni e congressi, capite bene che si può convincere molta gente di qualsiasi cosa.
Prima di capire come e perché lo fanno, analizziamo gli schieramenti.
É evidente che a non mi interessano le parole pronunciate al bar da chiunque si sia fatto un goccio. Mi interessano ragionamenti seri, suffragati da documentazione, da ricerche, possibilmente corredate da dati e non semplicemente da un “è evidente che …” oppure “è stato dimostrato che …” senza riportare nomi cognomi, ricerche, dati e conclusioni. Altrimenti resta sempre valida la mia affermazione di aver visto nelle fogne della mia città una decina di coccodrilli, cavalcati da altrettanti hobbit.

Quanti sono e cosa vogliono?

Prima di stabilire quanti sono e, successivamente, cosa vogliono questi personaggi, vediamo qual è l’oggetto del contendere. I climatologi sostengono che questi cambiamenti sono una novità assoluta, almeno per quanto si possa tornare indietro nel tempo. Per quel che ne sappiamo, non era mai accaduto che il pianeta intero subisse un aumento di temperatura media, generalizzato, vale a dire in ogni sua parte e tutto insieme. É vero che nel passato variazioni di temperatura in più e in meno ci sono state, ma non hanno mai avuto le caratteristiche di quel che sta capitando adesso. Inoltre l’aumento dell’effetto serra è evidente ed è diventato sempre più impetuoso dall’inizio dell’industrializzazione e quindi dall’uso di così tante fonti fossili tutte assieme.
I negazionisti si dividono in due categorie. Quelli che sostengono che, “sì, è vero che il clima è cambiato, ma ciò è dovuto a fenomeni del tutto naturali, nei quali l’uomo non ci ha messo lo zampino”. Gli altri negano tutto, anche la presenza di un cambiamento del clima in corso.
negaz 02Per tornare ai nostri discorsi di quanti sono i negazionisti, dobbiamo rifarci a studi di questi ultimi anni. Nel 2013 la rivista scientifica Environmental Research Letter, pubblica i dati di una ricerca condotta da un gruppo di scienziati, diretti da John Cook. Fare un nome a volte non significa nulla, perché credo che solo pochissimi lettori sappiano di chi si tratta. John Cook è il direttore di un blog, chiamato Skeptical Science (ovvero la scienza scettica) che non solo pubblica articoli sul tema del climate change, ma ha un archivio che consente di determinare quanti sono gli articoli a favore e contro la consapevolezza di un intervento umano in questo campo.
Nel 2013, dunque, la rivista pubblica un articolo che calcola quante sono le ricerche che concludono che l’intervento umano è determinante.
Sono tra il 97 e il 98%.
Passano 4 anni ed ecco un nuovo articolo, questa volta pubblicato su Theoretical and Applied Climatology, che seziona quel 2% restante, valutando nello 0,4% la quantità di quelli che decisamente negano l’esistenza del climate change.
Questi sono i numeri. Se, quindi, troverete qualcuno che vi dirà che la maggior parte degli scienziati nega l’esistenza di questo problema, dopo esservi assicurati che sia sobrio, mandatelo a quel paese.
La cosa più divertente e istruttiva è che gli scienziati sono andati a spulciare 38 studi negazionisti, ricontrollando le assunzioni di base e rifacendo tutti i calcoli.
Il risultato è quanto mai interessante, perché, secondo gli autori del controllo, alcuni dei quali della Tech University del Texas, ognuna di quelle ricerche contiene almeno un errore. Pazienza, si potrà dire, succede.
No, per niente, perché se si corregge quell’errore, i risultati sono perfettamente in linea con quelli del resto della comunità scientifica. E dunque anche quelle ricerche negazioniste, se fossero corrette, porterebbero a dichiarare che i cambiamenti climatici, non solo esistono, ma sono provocati da attività umane.
E allora, chi sono e cosa vogliono questi negazionisti del climate change? É quello che scopriremo stasera.

Il discorso di Caro Rubbia

negaz 03Ai negazionisti piace usare termini offensivi (ne parleremo più avanti). Così l’ascesa di Greta Thunberg, che noi vecchi ambientalisti consideriamo importante, anche se decisamente tardiva (non per sua colpa si intende, ma per colpa di tutti i giovani dal cervello anchilosato che l’hanno preceduta) … l’ascesa di Greta – dicevo – ha fatto coniare a questi signori il termine Gretini, con ovvia assonanza con un insulto all’intelligenza dei moltissimi, giovani e meno giovani, che seguono il suo esempio.
Ma i Gretini non sono affatto cretini, tutt’altro, sono persone ammirevoli; chi le insulta, non avendo altre armi, fa sempre, lui sì, la figura del cretino.
Analizziamo, per cominciare, alcuni dei pilastri del negazionismo e cerchiamo di capire se si tratta di qualcosa di fondato oppure no.
La pubblicazione dell’articolo da cui ho tratto quanto segue è pubblicato dall’Agenzia di stampa francese, una delle più famose e autorevoli al mondo.
Tra le fonti dei negazionisti, una delle più citate è un discorso fatto dal premio Nobel Carlo Rubbia al Senato nel 2014. Con tutto l’affetto dovuto al nostro grande Rubbia, vale la pena di ricordare che ha vinto il Nobel per la Fisica, studiando le particelle elementari e non l’evoluzione del clima e, secondo i bene informati, per le sue capacità manageriali più che per la sua competenza scientifica, tanto che per essa è stato premiato, nella stessa occasione, Simon Van de Meer, deceduto nel 2011. Carlo Rubbia, nel campo della climatologia, è solo uno studioso come ce ne sono migliaia di altri che non la pensano come lui, niente di più.
Entrando poi nel merito delle sue affermazioni, ci sono diversi errori alla loro base. Ad esempio quando afferma che la temperatura nella Roma antica era un grado e mezzo superiore a quella di oggi. Questo è falso: oggi la temperatura media del pianeta è due gradi superiore a quella del tempo degli imperatori dell’Urbe.
Seguiamo un altro passaggio del discorso di Rubbia: “Vorrei ricordare che dal 2000 al 2014 la temperatura della Terra non è aumentata: essa è diminuita di 0,2 gradi e noi non abbiamo osservato negli ultimi 15 anni alcun cambiamento climatico di una certa dimensione. Non siamo di fronte ad un’esplosione della temperatura”. Queste frasi sono del 2014 e si basano su una lettura non corretta dei dati, perché comincia nel 1998 e si ferma al 2013. Ma proprio nel 1998 c’è stato un caldo anomalo e la temperatura è diminuita l’anno successivo. Se si prendono i dati dal 2000 al 2018 non solo la temperatura media è aumentata, ma ci sono stati i 18 anni più caldi dal 1860. E addirittura il 2018 è stato l’anno più caldo per l’Italia dal 1800, quando sono iniziate le rilevazioni.
Dunque il discorso di Rubbia fa acqua da tutte le parti. Il senatore non deve prendersela. Ha già fatto abbastanza per la scienza; ora, passati gli 85 anni, può riposare tranquillo.

I caposaldi dei negazionisti

negaz 02Veniamo adesso ai punti più importanti della dottrina negazionista.
Primo: non c’è un consenso unanime sul fatto che gli esseri umani siano responsabili del cambiamento climatico.
Ho già risposto a questa obiezione in precedenza, citando il 98% dei favorevoli a questa tesi. Si potrebbe obiettare che, magari, il 2% è formato da climatologi molto più esperti della media. Ma lo studio del già citato John Cook e di altri 15 scienziati, pubblicato nel 2016, fa notare che maggiore è la competenza sul clima tra gli intervistati, maggiore è il consenso sul riscaldamento globale causato dall'uomo.
Secondo: gli uomini sono sempre sopravvissuti al clima differente che è cambiato nel corso dei secoli molte volte.
Cominciamo a dire che quel molte volte è esagerato. É vero che ci sono stati, nella storia della Terra, grandi cambiamenti climatici, come le ere glaciali, ma noi dobbiamo considerare il periodo in cui l’uomo è stato presente. L’homo sapiens è comparso sul pianeta circa 200 mila anni fa, ma la civiltà moderna può essere datata 12 mila anni fa, con lo sviluppo dell’agricoltura grazie al ritiro dei ghiacci dopo l’ultima glaciazione. In questo periodo le temperature globali non sono mai cambiate più di un grado in più o in meno, mentre gli scienziati sarebbero ben lieti se si riuscisse a limitare ad un aumento di soli 2 gradi l’aumento delle temperature nei prossimi cento anni. E cento anni sono davvero pochissimi rispetto ai periodi di transizione tra un’era e un’altra, durati migliaia di anni. Se è possibile adeguare la propria esistenza in tempi così lunghi, non lo è affatto in periodi brevissimi come un solo secolo.
Terzo: L’aumento di CO2 è naturale. Non è causato dall’uomo. Da quando gli esseri umani hanno incominciato a bruciare combustibili fossili a un ritmo forsennato, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera è aumentata del 30% dopo essere stata relativamente stabile per 650mila anni. É chiaro che la singola inondazione, lo scioglimento dei ghiacciai o l’uragano, non dipendono dal comportamento umano, ma l’umanità è responsabile del clima che porta a questi fenomeni. La crescita dell’effetto serra, dovuto ad una maggior concentrazione di anidride carbonica non può non avere niente a che fare con i numeri che sto per dirvi. I livelli di CO2 nell'atmosfera aumentano di 15 miliardi di tonnellate all'anno. Gli esseri umani ne immettono nell'atmosfera 26 miliardi di tonnellate. Non è poi così difficile fare i conti.
Quarto: Non c’è stato il riscaldamento globale durante la prima rivoluzione industriale. E al tempo non c’erano i controlli che ci sono ora.
Questo è vero, tuttavia dobbiamo ancora una volta dare i numeri. Fino alla seconda guerra mondiale le emissioni prodotte sono state una frazione minuscola rispetto a quelle odierne. Guardiamo ai numeri: nel Settecento le emissioni globali di CO2 sono state tra i 3 e i 7 milioni di tonnellate all’anno, arrivando nella prima metà dell’Ottocento a 54 milioni di tonnellate. Nulla in confronto agli oltre ottomila milioni di tonnellate all’anno prodotte nel 2018.
Quinto: la Groenlandia un tempo era verde.
L’intento è di affermare che non c’è niente di strano se ghiaccio e permafrost se ne stanno andando. Questo è un mito in ogni senso e si basa sul nome dato dai Vichinghi, che colonizzarono una parte dell’isola a nord del Canada nel Mar Glaciale Artico intorno all’anno mille. Lì fondarono alcuni insediamenti e chiamarono l’isola chiamandola "terra verde". Davvero la Groenlandia un tempo è stata tutta verde? Non proprio, solo una piccola parte dovuta al breve periodo del Caldo medievale ma la calotta glaciale dell’isola ha tra i 400mila e gli 800mila anni, quindi sarebbe scorretto dire che era tutto un prato verde fiorito.
Questi sono i dati e le considerazioni. Non spetta a me dire chi ha ragione e chi ha torto, ma pensare che il 98% degli scienziati menta spudoratamente, a me pare, francamente, meno probabile dei miei coccodrilli cavalcati dagli hobbit.

Dal tabacco al clima: stesso sistema

Forse non sapete chi è Ben Sander e allora permettetemi di presentarvelo. Nato nel 1955 è uno scienziato climatico che ha lavorato fino al 1992 all’Istituto di Metereologia Planck con sedi ad Amburgo e Monaco in Germania, poi all’Unità di Ricerche climatiche dell’Università East Anglia a Norwich in Gran Bretagna ed infine nel Laboratorio Nazionale Lawrence a Livemore, istituitonegaz 02esperti di climatologia mondiale, uno dei più attivi scienziati della vastissima schiera di collaboratori dell’IPCC, il gruppo intergovernativo che lavora per l’ONU su questo tema specifico. Ben è quello che per primo e più di ogni altro ha ipotizzato, dimostrato e sostenuto l’origine antropica dei cambiamenti climatici in corso. Ben Sander è, per farla breve, il campione che la scienza schiera contro il negazionismo.
Se cercate in rete troverete una montagna di documentazioni che cercano di smontare le tesi di Sander, una montagna di documenti che assomigliano molto a quelli che nei decenni passati hanno difeso il fumo e il tabacco e quindi le grandi aziende multinazionali (come Philip Morris o Rothmans), raccolte sotto il nome “Big Tobacco”. Sappiamo come è andata a finire quella faccenda. Oggi nessuno al mondo osa più dire che fumare fa bene alla salute e che non c’è nessun collegamento tra le sigarette e alcuni tipi di tumori.
Bene la stessa strategia di allora, e spesso gli stessi uomini della politica o della scienza, oggi si prestano per una operazione molto simile, solo che l’obiettivo è di screditare la tesi che la responsabilità dei cambiamenti climatici vada attribuita all’uomo e all’industria delle fonti fossili, quella del petrolio in primo piano.
Sono gli stessi di allora anche i mezzi per stimolare questi personaggi e fornire loro il motivo principale per andare avanti: il denaro, le mazzette, le sovvenzioni, insomma i soldi, tanti, tantissimi soldi, perché l’interesse in gioco è enorme. Dietro loro c’è Big Oil, l’insieme delle industrie petrolifere, c’è Big gas, l’insieme delle multinazionali dell’estrazione di gas (soprattutto quello di scisto che sta distruggendo mezza America) e ci sono i ricchi possessori delle miniere di carbone.
Sono questi che lavorano a pieno regime nel tentativo di travolgere quello che Ben Sander e moltissimi altri continuano a sostenere. E poi riferiscono a chi di dovere, ai negazionisti che stanno più in alto, a cominciare dal loro capo, Donald Trump, che, per sventura del mondo, è anche presidente degli Stati Uniti.
Abbiamo fatto l’esempio del tabacco, ma ci sono state altre questioncine difese a spada tratta da questi signori della disinformazione: l’asbesto (il famigerato amianto), le piogge acide, il buco nell’Ozono, tutte cose che hanno provocato danni, pericolo e molte morti. negaz 07
Facciamo adesso la conoscenza con l’Organizzazione Non Governativa Influence Map, che raccoglie un certo numero di associazioni che si occupano di ambiente e che segue gli sviluppi delle varie posizioni sul clima. Secondo questa ONG, nei tre anni successivi all’accordo di Parigi sul clima (2015), le cinque più grandi compagnie petrolifere al mondo – Exxon, Shell, Chevron, BP e Total – hanno investito più di 1 miliardo di dollari per finanziare varie campagne per screditare l’emergenza climatica.
La cosa curiosa è che di queste attività ci sono tracce nelle stesse compagnie, documenti e file, che possono essere rintracciati e pubblicati. Lo fa, ad esempio, la associazione “Concerned scientist”, che potremmo tradurre con “Scienziati affidabili”. Da questi documenti emerge un quadro che farebbe la fortuna di più di un film di spionaggio. Le grandi multinazionali (ad esempio la Exxon) sapevano fin dagli anni ’80 che le proprie attività avrebbero avuto conseguenze non piacevoli sull’ambiente in generale e sul clima in particolare e hanno così avviato campagne per premere sui consumatori e sui governi. Da un lato per manipolare l’opinione pubblica e dall’altro per impedire le politiche ambientaliste dei governi. Ricordo che la potenza di queste multinazionali è immensa, tanto che i loro bilanci fanno impallidire quelli di molti stati anche industrializzati.
negaz 02Ci sono, tra quelli pubblicati, dei documenti pazzeschi. C’è un grafico della Exxon, risalente al 1982, che mostra l’aumento previsto della temperatura media del pianeta. Viene stimata una crescita che tocca i 2 gradi Celsius attorno al 2050, che è esattamente quello che la maggior parte degli scienziati oggi temono. Lo stesso grafico mostra la quantità di CO2 prevista nell’atmosfera. Per la data odierna è previsto un valore di 440 ppm, che è, purtroppo, proprio quello che abbiamo.
Nel 2010 esce un libro fondamentale per l’argomento che stiamo trattando. Lo scrivono due storici della scienza statunitensi, Naomi Oreskes e Erik Conway e lo intitolano Merchants of doubt, vale a dire Mercanti del dubbio, e sviluppa un parallelismo, già citato stasera, tra i negazionisti del tabacco e quelli dei cambiamenti climatici. Nel 2014 ne viene tratto un documentario, acquistabile su DVD.

The denial machine

I nomi da cui partire, secondo questa pubblicazione, sono quelli di due fisici americani: Frederik Seitz e Fred Singer. Seitz è morto nel 2008, ma la sua storia è interessante, perché dopo aver contribuito a costruire la bomba nucleare durante la seconda guerra mondiale, diventa presidente dell’Accademia nazionale delle scienze statunitensi.
Anche Singer, oggi 95-enne, ha ricoperto importanti incarichi scientifici, soprattutto durante l’era Reagan. Insomma due nomi illustri della scienza americana del dopoguerra. Ma anche due falchi anticomunisti, ossessionati dalla minaccia dell’Unione Sovietica e questo la dice lunga sull’apertura mentale dei due.
A loro si aggiunge un altro personaggino tutto pepe, Robert Jastrow, astrofisico, scomparso nel 2008. Questa triade è conosciuta come “The denial machine”, “la macchina negazionista”. É il 1998 e i tre scienziati sono in riunione, assieme ad altri presunti esperti, a Washington all’American Petroleum Institute. Ah sì, con loro ci sono anche i vertici della Exxon. Sappiamo tutto questo da una inchiesta svolta anni più tardi dal settimanale Newsweek, uno dei più letti non solo in America ma anche nel resto del mondo.
É qui che nasce l’idea e il progetto negazionista a sostegno delle attività delle multinazionali. E queste, prima quelle del tabacco, poi quelle dei combustibili fossili, stanziano cifre folli per questa impresa.
negaz 07Facciamo una piccola deviazione. Le grandi multinazionali finanziano anche i politici, i cosiddetti lobbysti, il cui compito non è certo quello istituzionale di servire il paese, ma quello di tutelare le multinazionali da leggi e decisioni che possano contrariarle. Il più grande lobbista di tutti i tempi è (occorre dirlo?), Donald Trump. Gli investimenti sono enormi, ma il ritorno, secondo le associazioni che hanno fatto i calcoli in questo senso, è davvero mostruoso.
La loro strategia cambia mano a mano che prove sempre più evidenti si accumulano a sostegno del global warming.
  • Primo: negare che esistano dei cambiamenti nel clima.
  • Secondo: sostenere che si tratta di naturali variazioni climatiche senza l’intervento dell’uomo.
  • Terzo: anche se l’emergenza climatica ci fosse e fosse causata dall’uomo, non ci sarebbe da preoccuparsi in quanto ci potremo facilmente adattare (di questo abbiamo già parlato).
Il metodo è tipico dei negazionisti e di quelli che sostengono tutti i misteri e le dietrologie del mondo. Nessun risultato di proprie ricerche, ma solo la denigrazione di quelle degli altri.
Il problema però non è tanto questo, non lo è nemmeno oggi, quando cani e porci scrivono di tutto, spesso delle enormi fesserie, che purtroppo vengono ritrasmesse e così si costruiscono e si alimentano le fake news.
In questo caso è successo davvero di tutto.
negaz 07Trattandosi di scienziati famosi a nessuno è venuto in mente che fossero tre delinquenti prezzolati e così le loro informazioni, o meglio la loro disinformazione, è finita dappertutto. Nel 1989 il rapporto di Seitz arriva dritto alla Casa Bianca, dove George Bush senior subisce la grande influenza della ExxonMobil per i suoi mandati. Se possiamo essere abituati alla dabbenaggine dei politici (ricordo a casa nostra la disinformazione incredibile di molti politici sull’incenerimento) siamo meno abituati a pensare che grandi testate giornalistiche cadano nel tranello tessuto dai negazionisti e dai costruttori di balle in generale.
Così New York Times, Washington Post, lo stesso Newsweek, assieme a molte altre, cascano nel tranello e cominciano a pubblicare le affermazioni e le ricerche della lobby degli scienziati contro il clima. Se le bugie vengono ripetute continuamente da persone importanti (presidente e vicepresidente della nazione, scienziati, giornalisti, eccetera) alla fine tutti credono che siano vere. Nessuno capisce che non di tratta di un dibattito scientifico, ma il prodotto di una strategia di disinformazione, cominciata con il tabacco e replicata con il clima.
I primi studi sull’impatto ambientale del riscaldamento atmosferico risalgono agli anni ’60 ed è del 1988 con James Hansen la prima prova che il cambiamento climatico prodotto dall’uomo aveva avuto inizio con un aumento di temperatura globale di circa 1 ° Fahrenheit. Eppure, secondo una ricerca del 2007, il 40% degli americani è ancora convinta che gli stessi scienziati abbiano dei dubbi sulla reale esistenza dei cambiamenti climatici. E sì, che dagli anni ’80 ad allora di documenti e ricerche ne sono state prodotte in quantità industriale.
A dire la verità solo i poco attenti o i creduloni potevano essere convinti dalle teorie dei tre. Ad un certo punto fanno circolare un libro bianco dal titolo “Riscaldamento Globale: che cosa ci dice la scienza?”. In esso si dava tutta la colpa dell’aumento di temperatura al Sole, usando i dati forniti proprio da Hansen. Ma Seitz e soci avevano usato uno solo dei grafici di Hansen, quello che si riferiva, per l’appunto al sole, escludendo tutti gli altri. Nessun riferimento, nel documento negazionista, alle emissioni umane prodotte dai combustibili fossili.
Nel 1995 a Berlino cominciano le riunioni annuali gestite dall’IPCC, come detto l’organismo dell’ONU che si occupa di cambiamenti climatici, quelle denominate COP (Conferenze delle Parti) e arrivate ormai alla 25^ edizione, che si terrà tra poco a Madrid.
Nel 1995 uno dei relatori è quel Ben Sander di cui ho già parlato. É l’occasione in cui lo scienziato americano presenta i suoi studi sul clima, nel primo giorno della riunione plenaria. É una specie di terremoto e si capisce subito che aria tira. I delegati di Arabia Saudita e Kuwait si oppongono immediatamente, seguiti a ruota da altri stati petroliferi. La frase incriminata nelle conclusioni è questa:
L’insieme delle evidenze suggerisce che esiste una apprezzabile influenza umana sul clima globale”. L’aggettivo apprezzabile scatena una lotta e alla fine viene sostituito con “discernibile”, un modo complicato per dire riconoscibile, che è molto meno drastico della proposta originaria.
Questi ritocchi estetici saranno la chiave di innumerevoli altre riunioni COP in un gioco di equilibrismi che sono sempre serviti per evitare di prendere posizioni concrete.
Nonostante queste frasi, che restano comunque forti e decisive, le informazioni dei negazionisti continuano a sfornare documenti che negano i risultati degli scienziati senza mai presentare risultati propri.
Tra le multinazionali più attive in questo campo c’è la ExxonMobil. Tra il 1998 e il 2005, secondo la Union of Concerned Scientists, spende 16 milioni di dollari per finanziare organizzazioni scientifiche per realizzare ricerche contrarie sul clima. Ci sono anche studiosi di fama come Willie Soon, che pubblica nel 2003 un saggio negazionista, immediatamente confutato, punto per punto, da 13 colleghi e per di più con l’accusa di non essere affatto indipendente, come dichiarato, ma finanziato dall’American Petroleum Institute, che ha come compito anche quello di gestire i lobbisti per le varie compagnie petrolifere, ExxonMobil in testa.

Negazionisti politici

Gli effetti della disinformazione, cavalcata da giornali e pubblicazioni, sono notevoli e investono presto il mondo della politica. Si comincia fin da subito, nel 1995, quando Dana Rohrabacher, membro repubblicano del congresso, presenta una proposta di legge che riduca di un terzo i fondi per la ricerca sul clima, definita “scienza alla moda sostenuta da politici liberal-di sinistra, piuttosto che buona scienza”.
Nel luglio 2003 un altro repubblicano, James Inhofe, definisce il global warming “la più grande truffa commessa nei confronti del popolo americano”.
Fino a che si tratta di esponenti della destra repubblicana, tutto rientra nella logica delle cose. Nella maggior parte dei casi si tratta di lobbisti delle grandi multinazionali che finanziano pesantemente il partito conservatore.
negaz 07Nel 2007 però interviene direttamente la casa bianca, per bocca del vicepresidente Dick Cheney. Cheney è un personaggio incredibile nella storia statunitense. Lo troviamo a difendere molte delle azioni pericolose per l’ambiente e i cittadini, non ultimo il fracking, cioè la trivellazione per ricavare gas di scisto, che ha inquinato molte enormi falde d’acqua. Il nostro amico Cheney, del resto, prima di diventare vice presidente con il più giovane Bush, ha lavorato con un ruolo dirigenziale ai massimi livelli in una delle più grandi multinazionali del settore, la Halliburton.
Dunque nel 2007 il vice presidente in una conferenza dice: “Non sembra esserci accordo, o comincia a esserci incertezza, sul fatto che il riscaldamento sia parte di un ciclo naturale anziché essere causato dall’uomo”. Sappiamo bene quale enorme fiducia ripongano gli americani nel loro presidente, un po’ come i cattolici nel papa, tanto da non pensare, gli uni e gli altri che si tratta solo di uomini, i quali possono fare cose meravigliose, ma anche spaventose fesserie.
A seguire l’evoluzione di queste prese di posizioni dei politici statunitensi si perderebbero giorni interi. Basta dunque che arriviamo al 2018 quando il presidente attuale, Trump, dichiara alla CBS (una delle grandi emittenti televisive del paese) di dubitare che il riscaldamento del pianeta fosse causato dalle attività umane. Nella stessa occasione, Trump accusa gli scienziati del clima di avere un “programma politico”. Sorvolo su altre amenità dette dal presidente, che mostrano solo la sua ignoranza e la sua malafede.
Ma anche questo fa parte del gioco. L’elezione di Trump è avvenuta dopo una campagna elettorale tutta improntata a smontare ogni pensiero ambientalista e ogni associazione che si occupi della tutela dell’ambiente. La recente uscita dagli accordi di Parigi è solo l’ultimo passa di una lunga strategia che vuole premiare tutte le attività legate in un modo o nell’altro alle fonti fossili. Del resto quelle hanno finanziato pesantemente la sua campagna elettorale.
Ma qui non ci interessa tanto Trump, quanto i negazionisti. Nel febbraio del 2017, un gruppo di sedicenti esperti, guidati dal climatologi Richard Lindzen, scrive una lettera al presidente per sostenere la sua politica e dare una specie di sostegno scientifico al rifiuto degli accordi di Parigi.
Lindzen è uno stimatissimo scienziato che nella sua carriera ha fatto notevoli scoperte e pubblicato un sacco di libri. Ha collaborato per anni con l’IPCC prima di diventare critico nei confronti delle conclusioni dell’ente dell’ONU e consigliare, come abbiamo visto, di non credere alle teorie sul cambiamento climatico. Alcuni passi nella sua vita recente tuttavia fanno sorgere dubbi sulla validità delle sue proposte. Una pubblicazione del 2007, che fornisce conclusioni alternative a quelle dell’IPCC, deve essere riscritta perché contiene “alcuni stupidi errori”, come ammette lo stesso autore. Nonostante la correzione, l’Accademia Nazionale delle Scienze rifiuta la pubblicazione, che avviene su una rivista coreana, dal momento che quel lavoro è firmato, oltre che da Lindzen, da Yong Sang Choi dell’Università di Seul.
Gli adepti di Lindzen sono 300.
Come inciso riporto il senso di un articolo riportato da Repubblica.it il 5 di questo mese di Novembre 2019. Undicimila scienziati hanno firmato un documento, dicendosi preoccupati per quanto sta accadendo al clima, suggerendo alcune vie da seguire e dichiarandosi tutti disponibili ad affiancare politici e amministrazioni perché le scelte siano le migliori e più convenienti per tutti.
Undicimila!
negaz 07In questo clima c’è un approfondimento da fare. Tutta la scienza moderna, da Galilei in poi, è basata sul sospetto e sulla diffidenza. Cerco di piegarmi meglio. Nessuno scienziato è disposto ad accettare qualche teoria o a condividere qualche scoperta, per sentito dire, o perché un collega ha detto di averlo provato. Pensate, giusto per fare un esempio, che la teoria della relatività generale di Albert Einstein ha ormai superato il secolo di vita, essendo stata pubblicata del 1916, eppure ancora oggi ne parliamo come di una teoria e, nonostante la grandezza geniale di Einstein è stata sottoposta a milioni di verifiche, teoriche e sperimentali. La prova della validità di una affermazione è quella della comunità scientifica. É probabile che chi non è dentro questo modo di pensare non capisca. Forse diamo troppo abituati, grazie ai moderni mezzi di comunicazione, a leggere affermazioni assolute, che non lasciano dubbi e questo induce i più sprovveduti a far passare per vere affermazioni che non lo sono affatto e per geni degli emeriti imbecilli.
Nel 2006, Eugene Linden, un autore di numerosi libri sulla scienza, pubblica “The winds of change” – I venti del cambiamento, racconta come negli anni ’90 i media (leggo testualmente) “si trovarono a essere assediati da esperti che scambiavano la diffidenza scientifica con l’incertezza scientifica, e che inviavano lettere infuocate agli editori quando un servizio non includeva anche il loro dissenso.”
É la stessa strategia adottata con il tabacco. Molte aziende, anche del petrolio, a voce dichiarano di sostenere le politiche dei tagli alle emissioni, facendosi promotrici di progetti che prevedono ad esempio la produzione di biocombustibili, allo stesso tempo continuano a finanziare i lobbisti in parlamento.
Devo aggiungere, visto che non lo ho fatto prima, che questo fenomeno è macroscopico negli Stati Uniti, mentre è del tutto marginale in Europa.

Dalla denial machine a Franco Battaglia

Prima di dare uno sguardo a casa nostra, chiudiamo la parte sul negazionismo americano. Le iniziative contro le azioni per contrastare i cambiamenti del clima continuano. Pensate che in rete è ancora presente una petizione di Fred Seitz, uno dei tre della Denial machine, anche se lui è morto da oltre dieci anni. Risulta che sia stata firmata da oltre 30 mila scienziati americani, di cui 9 mila laureati. Il principale sponsor della petizione è un istituto sconosciuto dell’Oregon, una piccola organizzazione di pochi scienziati impegnati anche nel promuovere alcuni servizi, che definire strani è poco. Forse sarebbe meglio definirli fuori dal tempo. In effetti, oltre all’ostracismo alla scienza sul clima, sono molto impegnati a vendere un kit per l’apprendimento scolastico a casa propria rivolto ai genitori preoccupati per la diffusione del socialismo nelle scuole oltre a vari libri su come sopravvivere alla guerra nucleare.
Ora, di stranezze nella nostra vita ne incontriamo un sacco e spesso ci viene solo da sorridere, ma il negazionismo sui cambiamenti climatici rischia di essere pericoloso.
Ne segue che è meglio se le persone dotate di buon senso si preparino per saper distinguere le cose, magari leggendo dei libri o seguendo trasmissioni sensate.
Sabato scorso si è tenuto a Brisighella in Romagna un convegno dal titolo “Non c’è alcuna emergenza climatica”. La questione è grave, sottolinea Legambiente Romagna, da un lato per la presenza di amministratori locali e di esponenti di aziende nazionali, come l’ENI, che sta dichiarando a tutto spiano la propria adesione ai progetti climatici, anche se poi, nella pratica i risultati sono molto pochi. E inoltre, dice ancora Legambiente, si nota l’assenza totale di climatologi ed esperti della questione climatica, il che rende chiaro l’intento di questo convegno.
Qualche mese fa c’è stato, a Milano, un convegno di Terrapiattisti. Ci sono molte iniziative che con la scienza hanno un contatto molto tenue, comprese quelle che fanno leva sulle paure di complotti internazionali per cambiare le nostre vite. Chiunque pensi che ci sia qualcuno di nascosto a tramare per ucciderci tutti, è un ingenuo, perché è semplicissimo capire chi sono e cosa fanno, comprese le presunte associazioni segrete, come il gruppo Bildenberg, sul cui sito potete trovare date e partecipanti alle riunioni così segrete.
Ma sto divagando e voglio tornare sul tema per un’ultima considerazione, che traggo da Climalteranti.it, che pubblica qualche mese fa un lungo articolo intitolato “Dal negazionismo al livore: e magari chiedere scusa?.
Quello che si sostiene è che ormai i negazionisti non sanno più cosa inventare per convincere il popolo delle loro ragioni e sono passati agli insulti contro chiunque si metta in mostra nella lotta ai cambiamenti climatici.
Come ho ricordato prima, è successo con Greta Thunberg, la quale, oltre ad essere l’alfiere di una nutrita schiera di giovani che si riuniscono sotto il nome di “Fridays for future”, vale a dire Venerdì per il futuro, è anche una ragazzina di 16 anni e come tale, come persona intendo, meriterebbe il rispetto di tutti, amici e sostenitori, ma anche avversari.
Preciso, per i pochi che non lo sapessero che quel Venerdì non ha nulla a che fare con il compagno di sventure di Robinson Crosuè, ma è il giorno della settimana in cui vengono organizzate le manifestazioni e le azioni in ogni parte del mondo.
Uno dei più feroci oppositori di qualunque cosa vada contro quello che già esiste è Franco Battaglia.
Se posso usare un’espressione forte è un sedicente esperto che ormai è stato sputtanato ovunque. Una sua recente partecipazione televisiva è stata stroncata da veri esperti, i quali hanno individuato una enorme quantità di falsi dati e di errori scientifici nei suoi interventi in trasmissione. In media, un errore ogni 26 secondi. Ogni volta che prende la parola in media riesce a dire almeno due cose sbagliate, si legge in una lettera inviata alla conduttrice Lilli Gruber da un gruppo di climatologi.
negaz 07A me pare, lo dico con serena tranquillità, che la preparazione del Battaglia sia davvero risibile e che le sue affermazioni potrebbero figurare tranquillamente in un libro che raccolga il guiness delle scemenze. Ricordo che questo personaggio ha fatto capolino anche durante altre battaglie, come quella contro la rinascita del nucleare, voluta da Berlusconi, nel nostro paese.
Non voglio lasciarvi senza una piccola traccia delle affermazioni di cui sto parlando. Eccone alcune tra le più significative:
  • La CO2 non ha nulla a che vedere col clima. L’effetto serra è determinato proprio dai gas come la CO2 ed è decisivo per determinare la temperatura del pianeta.
  • A fine anni ’70 ci terrorizzavano con l’imminente era glaciale. Questa affermazione è semplicemente falsa perché quella indicazione di un raffreddamento globale, durato pochi mesi, è stata una semplice disinformazione giornalistica, mentre la scienza, come abbiamo visto stasera, ha sempre indicato una tendenza al riscaldamento del pianeta, certo non ad un raffreddamento.
  • Dal 2000 le temperature sono diminuite. Altra affermazione falsa come evidenziano centinaia di studi e ricerche.
  • É un fatto che l’energia fotovoltaica non funziona. Oggi il fotovoltaico rappresenta una voce importante nelle nuove fonti di energia. Secondo i dati forniti da Irena, l’Agenzia internazionale per le rinnovabili, nel 2018 sono stati aggiunti 171 GW di potenza nel mondo. Di questi 94 derivano dal fotovoltaico, vale a dire ben oltre la metà, segno evidente che si tratta di una forma di energia che funziona.
  • Il 30% dell’energia tedesca deriva dal nucleare. Anche questa affermazione è falsa. Il nucleare contribuisce oggi per il 13% all’energia complessiva tedesca ed è in diminuzione, vista la politica energetica di quel paese che sta cercando di uscire dal nucleare.
  • Nella scienza la voce di Einstein e la voce di Paperino sono sullo stesso piano. Qui, davvero, non ci sono commenti da fare.
Il fatto che la Gruber abbia accettato un simile personaggio non depone certo a suo favore, ma tant’è, a volte le necessità di marketing di una trasmissione vengono prima della sua credibilità. Sta di fatto che anche Il Giornale, che ha sempre seguito e sostenuto questo individuo, ha smesso di dargli credito e spazio. E questo mi pare sia un segno incontrovertibile sulla credibilità del personaggio.
Di personaggi come Franco Battaglia ce ne sono altri. Il dibattito ora si sposta sul metodo. Noi sappiamo bene che di fronte alle scelte che i cittadini sono chiamati a fare c’è l’obbligo della imparzialità. In vista di elezioni o di referendum, i media sono costretti a sospendere giudizi personali e a non permettere ad alcuno di pubblicizzare la propria parte senza che esista un contraddittorio dei suoi antagonisti.
Trovo giusto questo modo di procedere, perché i media hanno un potere molto superiore a quello di ogni singolo individuo.
La domanda che si pone adesso è se lo stesso criterio sia applicabile alle questioni climatiche, ovvero se debba esistere una par condicio anche in questo campo.
Ne è stata un esempio la trasmissione citata di Lilli Gruber (Otto e mezzo, format ideato da Gad Lerner e Giuliano Ferrara, in onda su La7 la rete di Urbano Cairo).
Credo che sia sufficiente leggere l’articolo di Elisabetta Ambrosi, con il quale sono d’accordo al cento per cento.

Ed infine

A proposito di The Guardian, ecco un’altra informazione degna di essere condivisa. Riguarda i finanziamenti che arrivano ai negazionisti anche da fonti diverse da quelle citate fin qui, come la ExxonMobil, la Shell e le altre multinazionali di Big Oil.
negaz 07 Le informazioni più recenti raccontano che l’accusa di sostenere i negazionisti viene mossa anche contro Google. L’azienda di Santa Clara, California, fa bella mostra piuttosto frequentemente di iniziative a favore del clima e della sostenibilità. Questa è una cosa molto importante dal momento che il motore di ricerca Google è sicuramente il più usato al mondo e quindi le informazioni raggiungo miliardi di persone ogni giorno. Secondo il Guardian Google avrebbe finanziato più di una decina di organizzazioni «che hanno condotto campagne contro la legislazione sul clima, messo in discussione la necessità di intervenire sul problema o promosso il superamento delle misure approvate durante l’amministrazione Obama».
L’azienda californiana non ha negato nulla, ma ha dichiarato che il fatto di finanziare quelle organizzazioni non significa che ci sia stata una adesione alla loro politica. Personalmente trovo questa giustificazione quanto meno poco convincente.
I giornalisti inglesi hanno cercato di scoprire anche le cifre di questi finanziamenti, ma non sono riusciti nell’intento in quanto le loro richieste non hanno avuto alcuna risposta. Tra i beneficiari c’è l’Istituto Competitve Enterprise, un organismo conservatore, diventato famoso per aver chiesto alla NASA di eliminare dal proprio sito il riferimento ad una statistica sul consenso quasi unanime, il 98% di cui ho parlato questa sera, degli scienziati sull’origine antropica del cambiamento climatico.
Questa organizzazione, come riferisce nel giugno scorso il New York Times, ha avuto sovvenzioni anche da Amazon e da Uber, l’azienda che gestisce il trasporto mettendo in contatto guidatori e passeggeri. Infine, sempre questo organismo, secondo il Guardian, avrebbe ispirato Donald Trump ad abbandonare gli accordi di Parigi.
Devo dire che su questo punto nutro qualche dubbio, perché Trump ha sempre avuto un atteggiamento critico nei confronti delle misure contro il Climate Change, anche prima di diventare presidente degli Stati Uniti.
Detto delle pubblicazioni permettetemi di fare una piccola riflessione. Le grandi aziende si comportano sulla base di ciò che economicamente conviene loro. A volte quelle sovvenzioni poco attente sono semplicemente un sistema pratico per ridurre le tasse da pagare.
In effetti non possiamo dimenticare che Google ha sponsorizzato eventi molto importanti, come il Global Climate Action summit, tenutosi a San Francisco nel dicembre del 2018.
La paura degli ambientalisti è che queste iniziative così lodevoli siano semplicemente delle azioni di greenwashing, vale a dire di una pulizia verde. Il termine greenwashing, cui Noncicredo ha dedicato una puntata parecchio tempo fa, significa che le aziende coinvolte buttano fumo negli occhi delle popolazioni senza tuttavia essere cambiate di una virgola. Ricordo, come esempio l’azione della British Petroleum di usare per le proprie insegne il colore verde pochi mesi prima del terribile incidente nel golfo del Messico alla piattaforma Deepwater Horizon, che ha causato, nel 2010, una catastrofe naturale e ambientale di cui ancora oggi si sentono le conseguenze.
Insomma occorre sempre stare sul “chi va là”, perché le azioni delle grandi compagnie, specie quelle che trattano fonti fossili, possono provocare danni all’ambiente e, di conseguenza, alle persone.
Noi cerchiamo di farlo, nei nostri limiti e con le nostre forze, proprio come oggi con questo articolo.

Riassunto

PecorelliÉ il 20 marzo 1979, quando Mino Pecorelli viene brutalmente assassinato in via Orazio, a Roma, di fronte alla sede della sua rivista, O.P. verso le nove di sera.
Nella scorsa puntata ho cercato di raccontare come sono andate le cose, quali contatti aveva avuto Mino nell’ultima giornata della sua vita e come erano procedute le indagini, subito dopo.
Ci sono alcune cose strane, come del resto in quasi tutte le storie di questo tipo. Come l’avviso alla pattuglia che arriva per prima sul posto. Si sono sentiti quattro colpi di arma da fuoco, viene detto. La stranezza è che l’arma che spara è dotata di silenziatore. La stessa arma, secondo alcuni pentiti, è in possesso di Enrico De Pedis, il super boss della banda della Magliana, che la tiene come un trofeo. Le armi di questa banda, che entra in ogni losca vicende del periodo che va dal 1975 in poi, vengono trovate dagli investigatori in uno scantinato del Ministero della Sanità. Qui ci sono anche proiettili, abbastanza rari e esattamente dello stesso tipo, di quelli trovati a terra vicino all’auto di Pecorelli il 20 marzo del 1979. Un omicidio da parte della malavita? Difficile da credere, anche perché in quel deposito entrano, con la massima libertà, uomini dei NAR, come Massimo Carminati, e uomini legati alla mafia siciliana come Danilo Abbruciati. Terrorismo, cosa nostra, che a sua volta richiama la politica che conta in quel periodo, come Franco Evangelisti, che confesserà prima di morire la sua vicinanza con i boss siciliani. Ma Franco Evangelisti è il braccio destro di Giulio Andreotti … ecco dunque che tutto è possibile: chiunque può aver deciso che Mino Pecorelli deve morire.
E allora il discorso si sposta sul movente, o sui possibili moventi che portano gli assassini e soprattutto i mandanti a volere la morte del giornalista. Non lo sappiamo con precisione, ma è certo che le indagini e le inchieste giornalistiche di Pecorelli smuovono parecchia polvere nelle alte sfere della politica, dell’imprenditoria, delle forze armate, compresi i servizi segreti. E Mino ha occhi e voci nei punti nevralgici di questi ambienti, tanto da poter pubblicare notizie in anticipo rispetto alle altre agenzie di stampa e, spesso, da poter essere l’unico a farlo. Va dunque cercato in queste pubblicazioni il motivo che scatena l’odio per il giornalista e, di conseguenza, la necessità di farlo fuori.
Quali sono state queste inchieste? E cosa c’era di tanto pericoloso per lo Stato o per i vertici di organizzazioni importanti, come la mafia o la loggia P2 di Gelli o i servizi segreti?
Proviamo a ripercorrere quanto successo.
Dopo l’assassinio i carabinieri svuotano la sede di O.P. La cassaforte è aperta, altra stranezza per un giornale che fa della riservatezza la sua arma fondamentale. Tornano nella sede  altre due volte nei giorni successivi. Anche l’abitazione di Pecorelli viene perquisita. Alla fine le forze dell’ordine portano via molti scatoloni pieni di documenti.
Prima di continuare è bene sottolineare un fatto. Pecorelli è un giornalista, uno bravo e la sua rivista, che nessun cittadino comune legge, pubblica fatti che investono il potere. Lui lo fa come giornalista, non come politico o come aderente ai servizi segreti. Questo almeno è quanto emerge dalle indagini che per molti anni si succedono dopo la sua morte.
Altra cosa da sottolineare è lo stupore che certamente proverà l’ascoltatore che sa poco sulla vicenda, nel chiedersi come diavolo faccia Pecorelli ad avere quelle documentazioni così scottanti, perché, dentro quegli scatoloni, di roba pericolosa ce n’è davvero un sacco.
Tanto per cominciare ci sono documenti classificati, vale a dire coperti dal segreto di Stato: fascicoli sul golpe Borghese del 1970, appunti sulla cospirazione Rosa dei Venti del 1973, fotocopie di corrispondenze confidenziali dei servizi segreti, il rapporto della Banca d’Italia sullo scandalo Italcasse, di cui parleremo stasera, il fascicolo COMINFORM con valutazione dei servizi di un certo Licio Gelli, il dossier Mi.Fo.Biali sul contrabbando di petrolio e una documentazione, mai autorizzata dalla magistratura, fatta dai Servizi Segreti su richiesta di Andreotti su Mario Foligni, segretario del Nuovo Partito Popolare.
Questo dossier e lo scandalo è stato il tema principale della scorsa puntata.
C’è anche un foglio, riservatissimo e battuto a macchina. É arrivato a Pecorelli pochi giorni prima del 20 marzo. C’è scritto:
Telefoni controllati. Silenzio totale per un paio di settimane. Per qualche novità, in cassetta e non di sera. È da ritenersi da non escludere di essere seguiti in tutti i movimenti. Arriverà il seguito per i 500. Nessuna urgenza per un eventuale seguito all’incontro di ieri sera. Escludere con tutti, anche l’amico di Arezzo: una partecipazione ad esaltare la nota persona indebolisce la posizione nell’eventuale discussione e crea notevoli e inutili difficoltà.
Un testo misterioso, per questo degno di nota. L’amico di Arezzo è Licio Gelli.
Pecorelli rivista OPMino Pecorelli, quando muore, ha una lunga esperienza di scoop alle spalle. Tra tutti, quello pubblicato nel 1967, l’anno prima che il suo giornale di allora, Nuovo Mondo d’Oggi, venga chiuso dal Ministero dell’Interno per le notizie riportate.
Dunque nel 1967, Mino scrive un articolo dal titolo “Dovrei uccidere Aldo Moro”, dove riferisce che, nel 1964, Randolfo Pacciardi, capo dell’UDNR, il partito da lui stesso fondato: Unione Democratica per la Nuova Repubblica, commissiona al tenente colonnello Roberto Podestà, l’incarico di preparare un commando per uccidere la scorta di Aldo Moro, rapirlo e condurlo in un luogo segreto. É una delle mosse del Piano Solo, ideato dal generale De Lorenzo, piano al quale Noncicredo ha dedicato la puntata dell’11 settembre scorso e che trovate in audio e testo sul mio sito: noncicredo.org.
Podestà finge di accettare, consegna il piano e poi ne parla con Pecorelli. All’uscita dell’articolo, intitolato “Dovevo uccidere Moro”, Podestà viene arrestato, trasferito a Regina Coeli per “irregolarità amministrative”, poi trasferito in una zona di confine e dimenticato.
Mancano più di 10 anni al rapimento e all’uccisione di Moro da parte delle Brigate Rosse, ma la somiglianza tra quanto avverrà in via Fani e l’articolo di Pecorelli lascia basiti.
Nel 1968 nasce l’agenzia di stampa Osservatorio Politico internazionale, conosciuta semplicemente come O.P. Pecorelli ne è proprietario, direttore, giornalista: fa tutto lui. E manda ai quotidiani comunicati che raccontano le logiche interne ai servizi segreti e della politica, come se lui le vivesse da dentro. Si saprà più tardi che il suo informatore privilegiato è Vito Miceli, capo dell’ufficio D del SID, cioè dell’ufficio che si occupa degli affari interni dello Stato, in una divisione che ricorda un po’ quella tra FBI e CIA negli Stati Uniti. E poi ecco apparire sulla scena Licio Gelli e la sua loggia P2.

Lui, Licio Gelli e i politici democristiani

PecorelliNel 1972, Mino Pecorelli si iscrive alla loggia Propaganda 2 di Licio Gelli. Il maestro massone sta creando una specie di task force per manipolare l’informazione nel paese a proprio vantaggio, che è poi quello di istituire un governo forte, di destra per sconfiggere i comunisti che stanno sempre più prendendo piede grazie ad elezioni democratiche. E Moro, fin dai primi anni ’60, da anni sta aprendo loro la strada
Vede in Pecorelli un uomo di grande prospettiva e cerca di usarlo per i suoi scopi. Ma Mino non è il tipo che si lascia manipolare, anzi. É lui che lo fa, sfruttando i molti contatti importanti, che grazie proprio a Licio Gelli, riesce ad avere.
Tra questi, ma è solo un esempio dei tanti, c’è Romolo Dalla Chiesa, fratello del generale Carlo Alberto, che avrà un ruolo importante nelle informazioni che Pecorelli riceve nel 1978 sul caso Moro, ma di questa storia parleremo la prossima volta.
Le informazioni fioccano, grazie a questi contatti importanti. Come la campagna di stampa che svela il contrabbando del petrolio in cambio di armi fornite all’Africa, in particolare alla Libia (parte dal rapporto Mi.Fo.Biali, di cui ho già detto). Ma quello che stupisce è che Pecorelli pubblica un elenco delle armi, dei veicoli, delle aziende coinvolte così preciso da far rimuovere i vertici della Guardia di Finanza. Inoltre prevede il crack della Tomellini Fassio, uno scandalo enorme che, negli anni 70, coinvolge armatori, aziende, persone. Poi prevede e pubblica articoli sullo scandalo Lockheed, mettendo sotto mira, con pesanti e ingiustificate accuse, anche il presidente della repubblica Giovanni Leone, che risulterà del tutto estraneo alla vicenda.
É abbastanza ovvio che questo essere sempre dentro notizie, che solo lui conosce, lo classifichi come il braccio dei Servizi Segreti. In realtà Pecorelli è semplicemente ben informato, ha gli agganci giusti e pubblica inchieste che sono in anticipo di almeno dieci anni rispetto ai suoi colleghi. Che poi usi un modo di scrivere piuttosto grossolano è tutta un’altra questione.
Dal 1977 O.P. pubblica articoli contro Licio Gelli, svela una lista di 121 cardinali, vescovi e prelati iscritti alla loggia. Scopre, molto prima dell’archivio Mitrokhin, altra puntata di Noncicredo del 23 ottobre scorso, che i palestinesi sono arruolati dal KGB.
Gelli cerca di limitarlo, di farlo ragionare, ma ormai Pecorelli è lanciatissimo e fermarlo a parole è diventato impossibile.
Nel 1978, mentre sta documentando un giro si strozzini, prostitute minorenni, spacciatori e mafiosi, si imbatte in una storia davvero impressionante, una vicenda legata a Sindona, lo IOR, la banca del Papa, e la Democrazia Cristiana.
É un caso clamoroso, come ben sappiamo per averlo già raccontato, in cui entrano Cosa Nostra italiana e americana, il Vaticano e la DC, che ha al Sud in suo grande bacino elettorale. Pecorelli sospetta che la chiave di tutti sia Giulio Andreotti e qui nasce la sua avversione per lo statista romano, contro il quale scrive innumerevoli articoli, spesso criptati, sibillini, ma che lasciano trasparire che lui di cose sul senatore ne sa … e ne sa tante.
Poi c’è il sequestro Moro e, ancora una volta, le sue informazioni sono di primissima mano. É il solo a ritenere falso il comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, quello scritto da Chichiarelli della Banda della Magliana, che indica il lago della Duchessa come luogo dove c’è il cadavere di Moro.
Capisce presto che per Moro non c’è speranza e si scaglia contro i partiti, segnatamente DC e PCI, che, secondo lui hanno già deciso che Moro deve morire. Anche di questo argomento sono presenti, nei podcast, due puntate di Noncicredo.
Pecorelli rivista OPE poi c’è tutta la vicenda del memoriale, che racconterò nei particolari la prossima volta. Gli articoli di O.P. sono pesanti, ancora una volta. I titoli sono “Non c’è blitz senza spina”; “Caso Moro: memoriali veri, memoriali falsi, gioco al massacro”, ad indicare che i memoriali pubblicati sono solo una piccola parte di quelli che lo statista pugliese ha scritto durante la prigionia. Perché mai, infatti, le Brigate Rosse fanno domande di cui tutti conoscevano già le risposte, avendo a disposizione una fonte così importante, che sa tutto quello che è successo negli ultimi decenni? Il capitano Arlati, che guida il blitz nel covo di via Monte Nevoso, racconterà che il memoriale viene raccolto dal colonnello Umberto Bonaventura, capo del controspionaggio, per consegnarlo al governo, cioè ad Andreotti. Quando torna indietro il pacchetto dei fogli è sensibilmente più leggero. Dunque mancano molte pagine. Ne verranno consegnate 49, quante ne manchino nessuno lo sa.
Nei primi mesi del 1979, Pecorelli si reca spesso in carcere a Cuneo. Il generale Dalla Chiesa lo viene a sapere e lo incontra. Poi si rivolge al capo degli ispettori del carcere, Incandela, chiedendo di leggere la corrispondenza e registrare i colloqui privati dei detenuti. Incandela risponde che la stessa richiesta l’ha avuta dai servizi segreti e che non può accontentare Dalla Chiesa. Questi allora gli chiede un colloquio faccia a faccia, che avviene in una stradina di campagna. Quando Incandela arriva, trova il generale seduto sui sedili posteriori di un’automobile, al volante della quale c’è Mino Pecorelli. Questi avverte Incandela che un pacchetto con documenti riguardanti Andreotti e Moro diretti al bandito Francis Turatello, uno dei collaboratori nelle prime ricerche della prigione di Moro.
I fogli, comunque saltano fuori; sono appunti di Aldo Moro che parlano di Giulio Andreotti.
Il 6 marzo, seguendo questa pista, Pecorelli incontra il colonnello Antonio Varisco, collega di Dalla Chiesa e l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario con l’incarico di procedere alla liquidazione della banca Privata di Michele Sindona.
Come sappiamo, Mino Pecorelli viene ucciso, pochi giorni dopo, il 20 marzo, per mano, secondo quanto rivelato dai pentiti, Buscetta in primis, da uomini di Tano Badalamenti e di Stefano Bontate, su commissione di Giulio Andreotti.
Giorgio Ambrosoli viene ammazzato il 12 luglio sotto casa da Joseph Aricò, per ordine di Michele Sindona.
Il colonnello Varisco viene freddato il giorno dopo, il 13 luglio, da cinque brigatisti: Savasta, Algranati e tre ignoti.
Vi racconterò nelle prossime puntate quello che accade dopo: le indagini, l’incriminazione di Andreotti, la condanna e poi l’assoluzione e, come anticipato, la questione del memoriale Moro, che sembra essere, ad oggi, la più probabile causa della decisione di eliminare lo scomodo giornalista Mino Pecorelli.

Le vicende Italcasse e IMI-SIR

Tra i possibili moventi che hanno portato alla decisione di eliminare un testimone scomodo, un possibile divulgatore di notizie che è meglio non si sappiano, c’è anche quello legato allo scandalo Italcasse.
PecorelliNe ho già accennato nella prima puntata parlando degli “assegni del presidente”, ma dobbiamo saperne di più e vedere quali erano i personaggi coinvolti.
Italcasse è il nome che viene dato negli anni ’70 ad una banca. Una banca particolare, perché è una sorta di consorzio di istituti di credito, precisamente di Casse di Risparmio italiane, con in testa quella delle province lombarde, che detiene quasi un quarto delle azioni. Ogni banca investe il denaro che i suoi clienti le affidano. Per farlo con la liquidità in eccesso che arriva da tutti gli istituti dello stesso genere (cioè da tutte le casse di risparmio) ecco nascere Italcasse, nel 1921. Lo scandalo di cui ci occupiamo emerge nel 1977. Successivamente l’istituto viene ricapitalizzato e riprende la sua attività normale, diventando tra l’altro, la prima ad investire, verso la fine degli anni ’80, su varie attività online che oggi fanno parte dell’home banking.
Nel 1998, la Lega Nord di Umberto Bossi, presenta un disegno di legge, numero 4508, che prevede l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sull’Istituto di credito delle casse di risparmio italiane. É firmato praticamente da tutti i parlamentari del partito e, rileggerlo, completandolo nei riferimenti, credo ci permetta di capire gli elementi essenziali della vicenda.
Che sia un partito come la Lega a presentare il progetto è dovuto, anche, al fatto che all’epoca a governare il paese c’è un governo di sinistra, retto prima da Romano Prodi e, successivamente da Massimo D’Alema, dopo la famosa “staffetta” del 1998.
L’accusa è che l’Italcasse abbia elargito migliaia di miliardi alla Democrazia Cristiana, ai partiti del centro sinistra, e alla P2.
La sostanza della vicenda è tutta in finanziamenti, per così dire, “allegri”. Finanziamenti che seguono strade ed hanno indirizzi di destinazione ben precisi. Si tratta, tra l’altro, di un mucchio di soldi.
Questi arrivano da un lato ad industriali insolventi, che tradotto significa pieni di debiti, come Nino Rovelli, proprietario della SIR, Società Italiana Resine. Negli anni ’70, SIR è il terzo gruppo chimico italiano (dopo ENI e Montedison) e conta 13 mila dipendenti. Per far crescere l’azienda in questo modo, Rovelli si avvale di cospicui finanziamenti agevolati, arrivati dallo Stat attraverso banche come IMI e ICIPU, l’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità. Vengono investiti, in particolare, in Sardegna, dove l’industriale crea il polo petrolchimico di Porto Torres. Questa espansione non fa piacere ai due colossi della chimica già citati, ENI e Montedison, tanto da portare ad una vera battaglia che si sviluppa sia sul piano dell’informazione (Rovelli è all’epoca proprietario della Nuova Sardegna e L’Unione Sarda) che su quello politico. Rovelli è molto vicino alla Democrazia Cristiana e in particolare alla corrente di Andreotti, vantando amicizia con quest’ultimo, oltre che con Giovanni Leone e con Giacomo Mancini, già segretario del Partito Socialista Italiano.
Nel 1979, la SIR ha un sacco di problemi economici e così cede la proprietà ad un consorzio bancario, incaricato del salvataggio dell’azienda. É in questo periodo che Rovelli si rivolge alla magistratura, accusando l’IMI di non aver rispettato i patti. Nasce così il caso conosciuto come IMI-SIR, che finisce in tribunale nel 1982, mentre Rovelli ripara in Svizzera. La sentenza del tribunale di Roma del 1990 dà ragione a Rovelli e condanna l’IMI a versare 800 miliardi all’imprenditore, che, però è morto da poco, lasciando alla moglie e al figlio, ormai emigrato negli Stati Uniti, l’incombenza di chiudere la faccenda.
Ma la storia è ben lontana dall’essere terminata. Gli inquirenti milanesi ripercorrono tutta la vicenda. Sono Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, due del famoso pool Mani Pulite, a scoprire che la famiglia Rovelli ha comprato a suon di bustarelle la sentenza decisiva contro IMI. A ricevere l’incarico truffaldino sono gli avvocati della famiglia: Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Per corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde (questo assolto in primo grado) a Previti arrivano 21 miliardi, 33 a Pacifico e 13 ad Acampora. Soldi inviati sui conti esteri degli imputati due anni dopo la sentenza definitiva, nel 1994. Nel frattempo, l’inchiesta IMI-SIR viene riunita con quella del cosiddetto Lodo Mondadori, una causa scatenata per il controllo della casa editrice milanese, tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Il tribunale dà ragione a quest’ultimo, che prende il controllo dell’azienda. Ma Berlusconi impugna la sentenza e il lodo viene annullato. Ma, ecco il legame con il caso IMI-SIR, anche questa sentenza è aggiustata a suon di mazzette.
Nel 2006 la corte di cassazione condanna pressoché tutti gli imputati 'protagonisti' di corruzione in atti giudiziari.
Gli altri industriali insolventi, come recita la proposta di legge della Lega, sono nomi che abbiamo già incontrato in questa nostra storia sul delitto Pecorelli e precisamente i fratelli Caltagirone.
Il più importante dei fratelli è Gaetano, che prende in mano l’azienda immobiliare di famiglia, aperta dal nonno a Bagheria nel lontano 1905. I problemi cominciano nel 1979, quando una ventina di sue aziende falliscono per l’intervento di Italcasse. Gaetano è accusato di peculato. L’ordine di cattura non viene eseguito perché i tre fratelli Caltagirone sono rifugiati negli Stati Uniti. Solo nel 1988 la corte d’Appello lo ritiene innocente e condanna Italcasse a risarcirlo. I Caltagirone sono molto legati a Giulio Andreotti e a politicamente alla sua corrente. In quegli anni è ben conosciuta una frase che circola come un mantra negli ambienti romani: “A Fra’ che te serve?”, che Gaetano Caltagirone rivolgeva al braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti. Di questo parleremo alla fine della puntata. Ora un po’ di musica.>

Italcasse, il grande elemosiniere della Democrazia Cristiana e non solo

Continuiamo l’analisi che la Lega fa, nel 1998, sullo scandalo Italcasse. Oltre a finanziare imprenditori che certo non hanno un’immagine limpidissima, arrivano soldi, molti soldi, anche ai politici. In particolare ai partiti di centro sinistra all’epoca al governo e, a quanto pare, in particolare alla corrente forte della DC dell’epoca, la corrente andreottiana. Per fare questo, vengono creati dei fondi neri, destinati ai partiti, in un momento in cui il finanziamento occulto è un grave reato. Ci sono altre questioni che Italcasse si trascina dietro, come, ad esempio, il trattamento economico dei suoi dirigenti, pagati davvero uno sproposito. Tra questi spicca il nome dell’ex direttore generale Francesco Arcaini.
Pecorelli rivista OPIl bubbone scoppia nel 1977, a seguito del dissesto della banca finanziaria di Michele Sindona. I fondi neri consistono in centinaia di miliardi di vecchie lire, destinati, come detto, soprattutto alla Democrazia Cristiana, ma non solo. A beneficiare della benevolenza della super-banca sono anche, oltre a segretari amministrativi dei partiti di governo, giornali, cooperative, società sia di area democristiana che comunista. Il tutto finisce su conti correnti ben protetti, ma, evidentemente, non troppo.
Le indagini individuano come responsabili di questo giro enorme di soldi sia Italcasse, ma anche l’ENI, che di mazzette ne sa più di qualcosa, fin dal tempo di Mattei, che ne aveva fatto una strategia industriale.
Quando lo scandalo diventa pubblico, Arcaini si dimette e, al suo posto, viene nominato Giampaolo Finardi. Vediamo come, prendendo spunto dagli appunti che Aldo Moro scrive dal carcere delle Brigate Rosse. Secondo Moro la successione ad Arcaini viene trattata dai fratelli Caltagirone, con il beneplacito della Presidenza del Consiglio, cioè di Andreotti. Lo stesso Finardi dichiara di essere stato nominato perché “pressato da autorevoli intermediari.” A spingere perché salga ai vertici della banca sono, in particolare Flaminio Piccoli, della corrente di Aldo Moro, e Franco Evangelisti.
Finardi dura pochi mesi a capo di Italcasse, giusto il tempo per sistemare gli enormi debiti dei fratelli Caltagirone, con un giro di soldi tale, che alla fine quel debito risulta di gran lunga ridotto ad appena (chiedo scusa, ma il termine “appena” è usato dallo stesso Finardi) ad appena 100 miliardi di lire.
Questo però non basta a salvare Italcasse. Interviene infatti la Banca d’Italia che comincia una serie di controlli che portano a risultati sorprendenti.
C’è la questione delle obbligazioni ENEL. Per ogni obbligazione venduta dall’ente elettrico, Italcasse fa guadagnare ai partiti di governo una certa percentuale.  Non si tratta di pochi spiccioli. La prima emissione del 1965 frutta una mazzetta di 5 miliardi, l’ultima, quella del 1974, altri 2 miliardi e mezzo.
Gli ispettori della Banca d’Italia riescono a certificare anche i particolari. Nel periodo 1972-1974, arrivano: 510 milioni alla DC, 340 milioni all’organo di stampa del partito Repubblicano (la Voce Repubblicana), 230 milioni al partito socialista e 60 al socialdemocratico. Poi ci sono i privati. Arcaini incassa, nello stesso periodo, 180 milioni, 10 milioni a Gina Saccardo Aumiller, stretta collaboratrice di Arcaini, quasi 18 milioni alla FRANCIS Spa, società gestita dalla famiglia Arcaini, quasi 73 milioni alla Unione petrolifera, 589 milioni alla SOFID, la finanziaria del gruppo ENI, 168 milioni all'ICCRI, l’istituto di credito delle casse di risparmio e l'elenco potrebbe continuare a lungo.
Insomma un fiume di soldi.
Queste indagini provocano una strana reazione. La stampa mette sotto accusa la Banca d’Italia, per non aver esercitato un controllo sufficiente sulle attività illecite di Italcasse. nasce così un’inchiesta e vengono ascoltasti alcuni funzionari, tra cui Mario Sarcinelli, vicedirettore generale della Banca d’Italia.
Il governatore, all’epoca, è Paolo Baffi, da tutti ritenuto un galantuomo, preparato e competente, oltreché onesto, tutte qualità che possono dare grande fastidio. Forse è per questo che la sua vicenda, come quella di Sarcinelli, appare oggi torbida e guidata da vendette e schifose porcherie. Proviamo a ricordarla.
Tre giorni dopo l’uccisione di Pecorelli, il segretario generale del presidente Pertini, Antonio maccanico, scrive nei suoi diari: «Ho ricevuto Giovanni De Matteo, il quale mi ha informato della proposta di un suo sostituto di procedere contro Baffi e Sarcinelli… Sono rimasto allibito… Ho informato il presidente, La Malfa e Baffi… Ho un gran sospetto che vi sia un legame con l’Affare Caltagirone, cioè che si voglia premere su Baffi e Sarcinelli perché questi divengano più arrendevoli di fronte al caso Caltagirone-Italcasse».
Giovanni De Matteo è il capo della procura di Roma.
Il giorno dopo Sarcinelli viene arrestato e Paolo Baffi viene incriminato per interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento, per non aver trasmesso all’autorità giudiziaria una relazione degli ispettori, che ci stavano lavorando dall’anno precedente.
É come una bomba, perché si tratta del personaggio più importante nel panorama bancario italiano del momento. A tutti risulta chiaro che l’azione arriva dai vertici politici, affaristici e giudiziari e il motivo vero è che i due hanno appena fatto sciogliere il consiglio di amministrazione di Italcasse, il più importante istituto di credito, dominato dal potere democristiano.
Baffi e Sarcinelli, infatti, si accorgono che ci sono istituti di credito che sono dei veri e propri covi di malfattori. Gli ispettori vengono spediti ovunque per raccogliere prove di queste malversazioni. L’ispezione forse decisiva per le sorti dei due alti dirigenti della Banca d’Italia avviene poco prima di ferragosto del 1977. Una breve pausa e ne parliamo. (70)>

Italcasse: Baffi, Sarcinelli capri espiatori "de che?"

PecorelliIl settimanale Panorama, nel 1990, riprende la vicenda Sarcinelli-Baffi e riporta un virgolettato di quest’ultimo: “7 febbraio 1978. Un alto esponente dell’amministrazione finanziaria viene a chiedermi con una incredibile insistenza di approvare la sistemazione del debito dei Caltagirone.”
Come accennato, il debito dei costruttori romani supera i 300 miliardi di lire, prestati a 158 società, investiti solo in parte, spesi anche per fini personali e mai restituiti. É il famoso debito che Italcasse cerca di nascondere con il direttore Finardi. A leggere le cronache degli storici (ad esempio di Alfredo Gigliobianco) Baffi e Sarcinelli appaiono come due sceriffi buoni, in un mare di maleodoranti affari loschi, che cercano di portare alla luce e di contrastare.
Anche Mino Pecorelli scrive della faccenda, parlando di Arcaini e dei banchieri suoi simili, nominati dalla politica, come di “foche ammaestrate” con significato ovvio del termine.
Il mastino a cui Baffi si affida è Vincenzo Desario, che successivamente diventerà Direttore e poi Governatore della Banca.
Ecco cosa scrive Desario a Baffi in un suo rapporto dell’epoca:
Sono stati trascurati i più elementari principi di organizzazione aziendale…Si era fatto frequente ricorso a ‘frenetici’ movimenti contabili, interni o in contropartita con altre aziende di credito, allo scopo di far disperdere ogni traccia di operazioni irregolari, di cui ovviamente non si rinveniva in atti alcuna documentazione probante…
Incredibilmente estesa e ricorrente è risultata l’emissione di assegni Iccri o la richiesta di circolari all’ordine di nominativi di ‘pura fantasia’ per corrispondere senza motivo a terzi somme di pertinenza dell’Istituto’. Il presidente di Italcasse, Giuseppe Arcaini, in modo surreale, cercò di giustificarsi in modo maldestro, scrivendo un appunto per gli Ispettori, dove i movimenti intervenuti nei fondi interni sono ‘Operazioni da me ordinate nell’interesse dell’Istituto e senza alcun onere per lo stesso’. Emergono – conclude Desario - tutte le irregolarità e gli abusi che si sono concretizzati in un danno a carico dell’Iccri a tutto vantaggio di terzi”.
I ‘nomi di fantasia’ dei conti che servono per i traffici del direttore generale sono indicativi del pressapochismo e della poca immaginazione: ‘Pentola Vecchia’, ‘Pentola Calda’, ‘Francis’, ‘Mario Ferrari’, ‘Carlo Sassi’, ‘Taddeo Villa’, ‘Silvio Colli’, ‘Primo Landi’; ‘Micheli Rivelli’, ‘Luigi Fantozzi’. Neanche Ugo Fantozzi – prima apparizione nel 1975 - sarebbe riuscito a fare così tanti danni. Desario scrive ancora:
Si evince con immediatezza che, in un arco di tempo pari a poco più di due anni (1972-1974), l’Iccri ha erogato – mediante artifizi contabili – notevoli disponibilità a persone e organizzazioni che formalmente non avevano alcun titolo per introitare le somme ricevute”.
Baffi, ricevuta la relazione, dopo aver consultato gli uffici legali della Banca, chiede al Ministro del Tesoro il commissariamento dell’Italcasse.
Non c’è solo Desario che scrive dell’Italcasse. Lo fa anche Aldo Moro nelle sue lettere dalla prigione. Leggiamo un passaggio:
«E lo sconcio dell’Italcasse? E le banche lasciate per anni senza guida qualificata, con la possibilità, anche perciò, di esposizioni indebite, delle quali non si sa quando ritorneranno e anzi se ritorneranno. È un intreccio inestricabile nel quale si deve operare con la scure. […] E a proposito d’Italcasse, o, come si è detto, grande elemosiniere della D.C., è pur vero che la trattativa in nome dei pubblici poteri per la scelta del successore dell’On. Arcaini è stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone, che ha tutto sistemato in famiglia».
La vicenda scatena anche la stampa, quella generalista, come il Corriere della Sera, che pubblica un articolo di Renzo Martinelli, che dice: «Dalla pentola sono usciti gli assegni del ministro Evangelisti, quelli dei fratelli Caltagirone, le elargizioni ai partiti, i finanziamenti a Rovelli e a Ursini, i prestiti alle immobiliari. E ancora: i miliardi per i “fondi neri”, quelli fuori bilancio utilizzati per gratifiche e regalie, per investimenti folli, per parcelle favolose, ma soprattutto per ungere le ruote del sistema politico. Per trent’anni l’Italcasse è stato il forziere del palazzo, la cassaforte dei potenti».
Le accuse contro Baffi e Sarcinelli sono mosse, con un astio particolare, da Antonio Alibrandi, il padre del terrorista dei NAR Alessandro, morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981 e probabile responsabile della morte di Water Rossi e legato alla sempre presente Banda della Magliana. Ma lui in questa storia non c’entra. Quel che è certo è che il padre non è meno fascista del figlio.
A difendere la Banca d’Italia dalle accuse di Alibrandi padre c’è Giuliano Vassalli, che sarà anche ministro di Grazia e Giustizia dall’87 al 91. E lui dice: “Il desiderio di Alibrandi di voler fare l’inquisitore del governatore della Banca d’Italia era certamente legato a una procedura, credo quella dell’Italcasse, che doveva essere stroncata e non andare avanti. L’Italcasse era una specie di fondo della Democrazia Cristiana, a capo della quale c’era Arcaini. La faccenda dell’Italcasse dava noia e questo processo doveva essere smontato: siccome il principale accusatore era Sarcinelli, tutto si orientò per trovare qualche cosa a carico di Sarcinelli. Qualcosa fu trovato, ma a carico di Baffi. […] Baffi era consigliere di un ente, l’IMI, che aveva commesso non so quale presunto errore. Insomma vollero scoprire Baffi: quanta pena ci passammo, mamma mia!
Chi c’è dietro questo attacco disperato contro Baffi e Sarcinelli? É una bella domanda ...>

Italcasse, Banca d'Italia e i mandanti

Per scoprire chi c’è dietro questo attacco disperato contro Baffi e Sarcinelli, forse possiamo dedurre qualcosa dal comportamento dei principali protagonisti della vicenda.
Pecorelli rivista OPCominciamo con il Divo Giulio, appellativo, lo ricordo, creato da Pecorelli per Andreotti.
Il senatore non dice mai una parola in difesa dei due rappresentanti della Banca d’Italia. Eppure dovrebbe essendo lui il rappresentante più importante dello Stato in quel momento. In compenso si incontra molte volte con l’avvocato Rodolfo Guzzi, per discutere del salvataggio delle banche di Michele Sindona, di cui Guzzi è l’avvocato. Ha un rapporto strettissimo con i fratelli Caltagirone. Va anche considerato che la DC, di cui è in quel momento il massimo esponente, una caduta dalle vicende Italcasse la riceve e neanche troppo lieve. Ci sono poi i molti incontri del suo braccio destro, Evangelisti, con Sarcinelli per trovare una soluzione alla vicenda Caltagirone. Sono tutti elementi che portano a pensare che Andreotti abbia un forte interesse ad allontanare quei due rompiscatole dalla Banca d’Italia.
Un’altra delle colpe attribuite a Baffi e Sarcinelli è l’ispezione fatta al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Non è forse un caso che l’arresto di Sarcinelli avvenga subito dopo la fine di quella ispezione.
E poi, ancora, l’opposizione ai piani di salvataggio delle banche di Sindona, il cui commissario liquidatore è Giorgio Ambrosoli, che finisce ammazzato da un sicario di Sindona l’11 luglio del 1979.
Il figlio Umberto, a proposito delle interferenze sulla liquidazione delle banche, scrive: “Queste sollecitazioni mirano a far sì che alla liquidazione sia data una soluzione fantasiosa ... il buco lasciato dalle condotte criminose di Sindona sarebbe stato ripianato con i soldi della collettività. Di fatto, sarebbe stato annullato il provvedimento di commissariamento e messa in liquidazione della banca, Sindona sarebbe stato restituito vergine alla sua capacità di continuare a fare affari in Italia, sarebbe venuto meno il processo penale: tutto grazie ai soldi della collettività”.
Le sollecitazioni, di cui parla il figlio di Ambrosoli, sono quelle che arrivano da Andreotti, Evangelisti e dal già citato avvocato Guzzi, a Sarcinelli, il quale si stupisce e risponde: “Noi non guardiamo cose che ci provengono dagli avvocati di persone che secondo noi sono dei bancarottieri, perché dobbiamo guardarle?
C’è anche di mezzo la Loggia P2 di Licio Gelli. É Francesco Pazienza a parlarne durante il processo a suo carico. Pazienza è un faccendiere, condannato a 13 anni, che entra ed esce dalle inchieste più oscure di quel periodo, dalla vicenda Alì Agca, al rapimento di Ciro Cirillo, alla strage di Bologna. Secondo il faccendiere sarebbe stato proprio Licio Gelli a decidere l’incriminazione dei due funzionari della Banca d’Italia.
Se questo sia vero non lo sappiamo, sappiamo però che pochi giorni dopo l’arresto, il 2 aprile 1979, i migliori economisti italiani firmano una dichiarazione a favore di Baffi e Sarcinelli, definendo un “ignobile attacco” quello della magistratura nei loro confronti. Qualche settimana dopo vengono tutti convocati in massa a Palazzo di giustizia da Alibrandi e, secondo le cronache, trattati malissimo dal giudice istruttore, con frasi denigratorie e accusatorie. Davanti a lui c’è il gotha dell’economia italiana: robe da non credere. É evidente che si sente sicuro e protetto.
Si arriva così al 1981, quando Baffi e Sarcinelli vengono scagionati da tutte le accuse. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, proporrà, dieci anni dopo questa vicenda a Paolo Baffi di riprendere il suo ruolo di Governatore. Ma l’economista rifiuta per paura che il suo ruolo venga in qualche modo ostacolato dalle vicende giudiziarie passate.
Chiudo questa storia con un commento di Marco Vitale, economista, professore, coscienza critica e feroce degli affari milanesi. Il 30 marzo 1979 scrive:
“Ho sempre sostenuto che la nomina di Baffi a governatore della Banca d'Italia è stata l'unica riforma di struttura degli anni '70. Non è dunque un caso che Baffi e Sarcinelli siano trattati come malfattori. Così come non è un caso che tutta l'Italia seria, quella che guarda al futuro e non al passato, ha subito compreso, al di là del merito giuridico, il significato politico dell'episodio e dice a Baffi ed a Sarcinelli: resistete. La realtà è che questa Banca d'Italia seria dava fastidio e meritava una lezione. Così come merita una lezione tutta questa Italia seria che sta cercando, con tanta fatica, di ricostruire il proprio tessuto economico e il proprio volto di paese civile.”
Come entra Pecorelli in questa vicenda così intricata? Ne ho accennato nella scorsa puntata. Il giornalista in effetti sostiene di essere in possesso delle matrici degli assegni elargiti, in quest’affare, al senatore Andreotti e di stare preparando una copertina che non lascerà dubbi e articoli che raccontano tutta la vicenda.
Dagli estratti degli interrogatori nei vari processi per la morte di Mino, emergono alcuni fatti davvero inquietanti.
É il 24 gennaio del 1979, due mesi prima dell’assassinio, quando Mino Pecorelli viene invitato a cena. Ha appuntamento presso la Casa Piemontese, un locale molto scic a Roma, facente parte di un club privato molto esclusivo, che conta tra i suoi soci i nomi più importanti dell’epoca, perfino Oscar Luigi Scalfaro, deputato per tutta la vita nelle file della Democrazia Cristiana, ministro un gran numero di volte e futuro presidente della Repubblica. Lui in questa storia non c’entra nulla, è solo per capire il tipo di personaggi che frequentano il locale.
Ad invitare Pecorelli è il vicepresidente del circolo, Walter Bonino, che fa accomodare i suoi ospiti in una saletta riservata. Non ci sono altri avventori: il circolo per chiunque altro è chiuso. Alla sua destra l’anfitrione fa sedere il personaggio più importante della serata, Claudio Vitalone, il magistrato di cui ho già parlato nella scorsa puntata.
Seguono Pecorelli, Adriano Testi, altro magistrato invitato da Vitalone e il generale della guardia di finanza Donato Lo Prete, quello coinvolto nello scandalo petroli, nella faccenda Isomir e in altre losche questioni, di cui ho parlato, sempre nella prima puntata su questo argomento. Cos’hanno in comune queste persone, a parte Pecorelli? Che sono tutti legati a doppio filo a Giulio Andreotti.>

La cena alla Famiglia Piemontese

Dopo la morte di Pecorelli, quella cena diventa un motivo di indagine piuttosto serio, visto i personaggi che vi hanno partecipato. All’inizio nessuno parla, nessuno spiega il perché di quell’invito. Poi però succede qualcosa. É Testi il primo a parlare. Racconta di una serata movimentata. Che Pecorelli si lamenta di un sacco di cose: del ritiro del suo passaporto, degli attacchi che ha rivolto alla finanza, della mancanza di fondi per la rivista e poi della copertina di O.P., che sarebbe uscita quella settimana. Una copertina sugli assegni Italcasse presi da Andreotti, assieme ad un articolo sul presidente. Vitalone è molto agitato e insiste perché quelle informazioni non escano sul giornale. Pecorelli però non assicura nulla e, in quel momento, è convinto che pubblicherà tutto, anche se poi all’ultimo momento la copertina verrà cambiata.
PecorelliA quel tavolo ci sono due magistrati importanti e un generale della Guardia di Finanza. Per 15 anni nessuno svelerà il segreto di cosa si sia davvero detto quella sera.
Poi Pecorelli viene ammazzato e, dalle indagini, salta fuori anche la cena e qualcuno fa il nome di Vitalone, come possibile coinvolto nell’omicidio. Allora il magistrato si presenta spontaneamente per fare alcune dichiarazioni. Dice che proprio in quell’occasione ha appreso con stupore che Pecorelli veniva finanziato da Franco Evangelisti, il più stretto collaboratore, amico e fedelissimo di Andreotti. Pecorelli si lamenta che le sovvenzioni sono via via calate, fino a scomparire. É evidente agli inquirenti che Vitalone cerca di tirarsi fuori dalla questione, mettendo al centro il rapporto Pecorelli-Evangelisti. Nel contempo però con le sue dichiarazioni fa capire che durante la cena si è parlato di ben altro che delle piccole cose di cui aveva riferito Testi.
15 anni dopo la cena, il 24 febbraio 1994 Testi, Bonino e Lo Prete vengono raggiunti da un avviso di garanzia per il reato di aver reso false dichiarazioni al pubblico ministero di Perugia. É allora che gli illustri convitati alla cena alla Famiglia Piemontese, improvvisamente recuperano la memoria e ricordano che, sì … si è discusso di soldi, quelli che Evangelisti aveva dato a Pecorelli, ma che adesso non arrivavano più.
Il primo a parlare è Bonino, che in una lunghissima deposizione racconta come si sono svolti i fatti. E racconta di una strana, per lui, animosità del generale Lo Prete verso Pecorelli, con ogni probabilità legata alla conoscenza da parte di Pecorelli dei retroscena dello scandalo Italcasse e dello scandalo petroli. E poi saltano fuori i famosi soldi pagati da Evangelisti con Vitalone che casca dalle nuvole. Anche di questo Bonino si stupisce e ricorda che Vitalone gli aveva chiesto come fare a contattare Pecorelli. Al che, Bonino aveva risposto che, essendo lui un caro amico di Andreotti, non poteva avere difficoltà, visto che il braccio destro del presidente, l’onorevole Evangelisti, aveva colloqui costanti e duraturi con il giornalista molisano.
Ho già detto della copertina accusatoria nei confronti di Andreotti. Bonino è convinto che Vitalone abbia riferito, subito dopo la cena, i discorsi a Evangelisti e questi, al presidente.
Del resto lo stesso Vitalone è amico stretto di Andreotti, tanto da essere stato attaccato più volte per un uso strumentale della giustizia, in particolare in riferimento al Golpe Borghese. Ma di questo abbiamo già parlato nella scorsa puntata di Noncicredo. Bonino continua a raccontare e c’è un particolare interessante che rivela. L’impressione che ha Bonino, sia dagli incontri precedenti la cena, che durante la serata alla Famiglia Piemontese, è che l’interesse di Vitalone per Pecorelli non sia personale, ma attinente alla corrente andreottiana della Democrazia Cristiana e, ancora più in particolare, alle vicende di Gaetano Caltagirone, grande e intimo amico di Andreotti.
Il Pubblico Ministero chiede, ad un certo punto, perché mai Bonino se ne sia stato in silenzio per 15 anni, prima di vuotare il sacco. La risposta è netta: è Vitalone, che agiva per conto di Andreotti, a raccomandare il silenzio e l’omertà. Nessuna minaccia, ma Vitalone fa presente a Bonino che raccontare di quella cena e dei discorsi fatti (in particolare sui soldi, sulla copertina, sull’atteggiamento di Lo Prete), avrebbero messo in imbarazzo Andreotti e con lui le alte cariche dello stato. Insomma, secondo Vitalone, il silenzio era dovuto, per salvaguardare le istituzioni democratiche della repubblica. Se volete, potete aggiungere voi “Me cojoni!”, io non posso farlo per decenza.
Dopo che Bonino ha vuotato il sacco, tocca a Testi. Lui continua a negare fino al 24 marzo 1994, quando invia un memoriale alla Procura di Perugia, nel quale ritratta tutto e spiega che effettivamente:>

  1. Pecorelli si è lamentato degli scarsi contributi da parte di Evangelisti
  2. Pecorelli ha preannunciato un attacco ad Andreotti per la questione degli assegni (quelli legati agli scandali Italcasse e petroli)
  3. Vitalone ha invitato il giornalista a desistere dalla pubblicazione
  4. le ragioni vere della cena sono dovute all’intento di conciliare Pecorelli con Vitalone e Lo Prete, criticati sulle pagine della rivista O.P.

L’anno prima di queste dichiarazioni era stata sentita, sempre a Perugia, anche la sorella Rosita di Mino Pecorelli. Aveva raccontato quello che sapeva e le confidenze che tra fratelli si fanno. Il giorno della sua morte, dice Rosita, era contento perché aveva raggiunto un accordo con il gruppo di Andreotti, nella persone di Franco Evangelisti. Una promessa che la rivista, che non navigava affatto in buone acque dal punto di vista economico, sarebbe stata stampata da Ciarrapico a Cassino a prezzi decisamente inferiori.
Giuseppe Ciarrapico, oggi 85-enne, è stato un altro caro amico di Andreotti, anche se sempre molto vicino al movimento neofascista di Almirante, gestore delle terme di Fiuggi, poi senatore del Popolo della Libertà di Berlusconi.
Insomma si prospetta, alla data del 20 marzo, una soluzione per la rivista, con maggiori introiti pubblicitari e minori spese.
Nel febbraio dello stesso anno, il 1979, Mino fa venire a casa sua la sorella, perché è solo, non sta bene ed è molto preoccupato per un processo per diffamazione che il generale Roberto Jucci ha sporto contro di lui. Jucci, che ha compiuto 93 anni la settimana scorsa, ha alle spalle una carriera importante, anche se poi, da pensionato, riceve incarichi per i quali la sua condotta ha destato qualche malumore da parte della stampa del Sarno.
C’è anche un incontro con il giornalista Roberto Fabiani, che scrive un articolo molto duro contro Pecorelli. Alle rimostranze della sorella, il giornalista risponde testualmente: “Ma lei lo sa che la vipera morde quando ha paura?”.
Da tutto questo, si deduce che Mino Pecorelli, un po’ se l’aspettava che la sua vita fosse in grave pericolo, il pericolo magari di finire in galera, non quello di essere ammazzato.>

Altri personaggi in cerca d'autore.

Nell’ultima parte di questa puntata di Noncicredo, lasciamo a margine le vicende di Pecorelli per sapere qualcosa di più su alcuni dei personaggi citati più volte nella trasmissione: Andreotti, Evangelisti, Caltagirone, eccetera.
A proposito di Gaetano Caltagirone, ho già ricordato la frase famosa “A’ Fra’ che te serve?” rivolta a Franco Evangelisti e diventata, dagli anni ’80 in poi, un modo per indicare un sistema di corruzione e di potere.
É il 1972 quando Giulio Andreotti diventa primo ministro. Il suo governo dura appena 9 giorni, poi ci sono le prime elezioni anticipate in Italia. Nel 1976 ecco il famoso governo della “non sfiducia”, quello legato al neonato compromesso storico, sullo sfondo di un paese in profonda crisi economica e in lotta col terrorismo.
Il governo cade alla fine del 1977, quando ci sono grandi manifestazioni contro Andreotti, ma anche violenze per le strade e attentati terroristici. La crisi dura circa due mesi, dopodiché un altro governo Andreotti viene insediato dal parlamento lo stesso giorno in cui le Brigate Rosse rapiscono Moro e ne uccidono la scorta.
A fianco di Andreotti c’è sempre Franco Evangelisti, definito il suo braccio destro, più volte sottosegretario, anche in governi non diretti dall’amico.
Mentre è ministro della marina mercantile nel governo Cossiga, il 4 marzo 1980, si dimette per il clamore suscitato da una sua intervista a La Repubblica di qualche giorno prima, intervista nella quale ammette di aver ricevuto finanziamenti illeciti da Gaetano Caltagirone. É in questa occasione che racconta della frase, che lo saluta all’inizio di ogni telefonata: “A Fra’ che te serve?”.
Entra in vicende importanti, come nel 1993, poco prima di morire, quando confessa di aver assistito ad un incontro tra Andreotti e Carlo Alberto Dalla Chiesa, durante il quale i due parlano del memoriale, quello completo, di Aldo Moro.
Nel 2003 la corte d’Appello di Palermo accerta “una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980”, sentenza confermata l’anno successivo dalla corte di Cassazione.
Nell’intervista, rilasciata a Paolo Guzzanti, conferma di aver ricevuto soldi da Caltagirone, tanti soldi, in vent’anni e di averli usati per finanziare la corrente cui apparteneva, quella di Giulio Andreotti, per finanziare le proprie campagne elettorali, per finanziare il partito. E lo fa sostenendo che non sapeva certo di fare qualcosa di illecito, altrimenti non avrebbe mai ritirato personalmente assegni intestati a suo nome.
Ma Caltagirone non finanziava solo lui; di soldi ne arrivavano a tanti altri politici della DC e anche direttamente al partito.
Da qui in poi è meglio leggere le domande e le risposte:
Si rende conto della gravità di queste sue ammissioni?
«Io facendo quest’intervista è come se parlassi davanti al Parlamento: non posso dire il falso e non voglio tacere il vero. E nel vero c’è anche questo: che mai c’è stata la minima interferenza, la più piccola sovrapposizione fra l’affare dell’Italcasse e noi. Per “noi” intendo la corrente andreottiana»
Scusi, lei da dove pensava che venissero tutti i milioni che Gaetano Caltagirone tanto generosamente le metteva a disposizione?
«E che dovevo sapere io? lo pensavo che fossero soldi suoi, roba sua propria. Io non sapevo niente di tutte quelle società di Gaetano e neppure sapevo che l’Italcasse avesse erogato 205 miliardi a un solo uomo. Ma andiamo! Che cosa ci stavano a fare gli organismi di vigilanza?»
Che cosa le chiedeva Caltagirone in cambio dei suoi versamenti?
«Gaetano? Niente. Lui era, anzi è, un amico. Un amico della DC e non soltanto amico mio. Anzi, è amico di tanta altra gente che non è neppure democristiana. In fondo, a parte la provenienza dei soldi, di cui io non so niente, dove sta lo scandalo
Già: secondo lei dove sta lo scandalo?
«Posso dire? Guardi, me lo metta fra virgolette: io ero strasicuro che la questione sarebbe esplosa durante il congresso e che sarebbe stata strumentalizzata. È chiaro che qualcuno ha tirato fuori le carte e le ha fatte avere ai giornali. Ed è chiaro che è stato violato il segreto istruttorio e anche altri segreti. lo però vorrei sapere una cosa»
Dica.
«lo vorrei sapere perché, quando non ci sono di mezzo degli amici di Andreotti, non si va mai a fondo. Vorrei che finalmente si conoscessero i nomi dei 500 esportatori di capitali all’estero. Sugli altri non si rivela mai niente. E qui con la storia Caltagirone l’unico nome che esce fuori è il mio. Evidentemente gli altri o sono protetti, oppure sono nomi che non fanno cronaca.»
Come detto, subito l’intervista Evangelisti si dimette. Poi negli anni ’90 c’è una clamorosa rottura con Andreotti, raccontata, all’epoca, dalla stampa come un vero e proprio tradimento verso chi lo aveva portato così in alto nelle sfere politiche nazionali.
In realtà la separazione ha origini molto più attinenti la puntata di oggi. É durante le indagini sull’omicidio Pecorelli che esplode il bubbone. Evangelisti, infatti, rivela i suoi legami con Cosa Nostra e anche quelli di Giulio Andreotti con la mafia. Il Divo Giulio ha sempre negato sia il tradimento dell’amico Franco, sia, ovviamente, i suoi rapporti con Cosa Nostra. Ma la corte d’Appello di Palermo riconoscerà in pieno i rapporti tra Andreotti e la mafia fino al 1980, come chiaramente scritto nel dispositivo della sentenza. Il non luogo a procedere non è dovuto all’innocenza di Andreotti, ma solo all’intervenuta prescrizione.
É bugiardo, molto bugiardo, chiunque sostenga che Andreotti è innocente del reato di aver avuto rapporti organici con Cosa nostra almeno fino al 1980. Questa è la frase usata dai giudici di Palermo e confermata dalla Cassazione, altro che innocenza.
Nel 1993 Evangelisti entra in coma in seguito ad un’emorragia cerebrale. Il suo amico, o ex-amico, lo visiterà nella clinica di un altro amico della DC, Ciarrapico, con soste brevissime due volte: il primo giorno del ricovero e il giorno della sua morte.
Gaetano Caltagirone viene assolto nel 1988 da ogni addebito e muore nel 2010. Tre anni più tardi lo segue anche Giulio Andreotti, portando con sé una quantità impressionante di segreti, compreso quello di come sono andate davvero le cose con Mino Pecorelli.>

É tutto per ora. Dalla rievocazione dei fatti, che portano all’assassinio di un giornalista così scomodo e così chiacchierato come Mino Pecorelli, mancano ancora numerosi tasselli. La prossima volta parleremo del Memoriale di Aldo Moro e delle pubblicazioni su O.P. di parte di essi. Cercheremo anche di scoprire il ruolo di Licio Gelli nella vicenda e di come i tribunali hanno giudicato i possibili responsabili, in primo luogo quello che i pentiti hanno indicato come mandante e cioè Giulio Andreotti e gli esecutori, Tano Badalamenti e Stefano Bontate. Cercheremo anche di capire il ruolo di personaggi come Carminati, membro dei NAR e della banda della Magliana, di Danilo Abbruciati, servo fedele di Pippo Calò, in un intreccio complesso e articolato.