Riassunto

PecorelliÉ il 20 marzo 1979, quando Mino Pecorelli viene brutalmente assassinato in via Orazio, a Roma, di fronte alla sede della sua rivista, O.P. verso le nove di sera.
Nella scorsa puntata ho cercato di raccontare come sono andate le cose, quali contatti aveva avuto Mino nell’ultima giornata della sua vita e come erano procedute le indagini, subito dopo.
Ci sono alcune cose strane, come del resto in quasi tutte le storie di questo tipo. Come l’avviso alla pattuglia che arriva per prima sul posto. Si sono sentiti quattro colpi di arma da fuoco, viene detto. La stranezza è che l’arma che spara è dotata di silenziatore. La stessa arma, secondo alcuni pentiti, è in possesso di Enrico De Pedis, il super boss della banda della Magliana, che la tiene come un trofeo. Le armi di questa banda, che entra in ogni losca vicende del periodo che va dal 1975 in poi, vengono trovate dagli investigatori in uno scantinato del Ministero della Sanità. Qui ci sono anche proiettili, abbastanza rari e esattamente dello stesso tipo, di quelli trovati a terra vicino all’auto di Pecorelli il 20 marzo del 1979. Un omicidio da parte della malavita? Difficile da credere, anche perché in quel deposito entrano, con la massima libertà, uomini dei NAR, come Massimo Carminati, e uomini legati alla mafia siciliana come Danilo Abbruciati. Terrorismo, cosa nostra, che a sua volta richiama la politica che conta in quel periodo, come Franco Evangelisti, che confesserà prima di morire la sua vicinanza con i boss siciliani. Ma Franco Evangelisti è il braccio destro di Giulio Andreotti … ecco dunque che tutto è possibile: chiunque può aver deciso che Mino Pecorelli deve morire.
E allora il discorso si sposta sul movente, o sui possibili moventi che portano gli assassini e soprattutto i mandanti a volere la morte del giornalista. Non lo sappiamo con precisione, ma è certo che le indagini e le inchieste giornalistiche di Pecorelli smuovono parecchia polvere nelle alte sfere della politica, dell’imprenditoria, delle forze armate, compresi i servizi segreti. E Mino ha occhi e voci nei punti nevralgici di questi ambienti, tanto da poter pubblicare notizie in anticipo rispetto alle altre agenzie di stampa e, spesso, da poter essere l’unico a farlo. Va dunque cercato in queste pubblicazioni il motivo che scatena l’odio per il giornalista e, di conseguenza, la necessità di farlo fuori.
Quali sono state queste inchieste? E cosa c’era di tanto pericoloso per lo Stato o per i vertici di organizzazioni importanti, come la mafia o la loggia P2 di Gelli o i servizi segreti?
Proviamo a ripercorrere quanto successo.
Dopo l’assassinio i carabinieri svuotano la sede di O.P. La cassaforte è aperta, altra stranezza per un giornale che fa della riservatezza la sua arma fondamentale. Tornano nella sede  altre due volte nei giorni successivi. Anche l’abitazione di Pecorelli viene perquisita. Alla fine le forze dell’ordine portano via molti scatoloni pieni di documenti.
Prima di continuare è bene sottolineare un fatto. Pecorelli è un giornalista, uno bravo e la sua rivista, che nessun cittadino comune legge, pubblica fatti che investono il potere. Lui lo fa come giornalista, non come politico o come aderente ai servizi segreti. Questo almeno è quanto emerge dalle indagini che per molti anni si succedono dopo la sua morte.
Altra cosa da sottolineare è lo stupore che certamente proverà l’ascoltatore che sa poco sulla vicenda, nel chiedersi come diavolo faccia Pecorelli ad avere quelle documentazioni così scottanti, perché, dentro quegli scatoloni, di roba pericolosa ce n’è davvero un sacco.
Tanto per cominciare ci sono documenti classificati, vale a dire coperti dal segreto di Stato: fascicoli sul golpe Borghese del 1970, appunti sulla cospirazione Rosa dei Venti del 1973, fotocopie di corrispondenze confidenziali dei servizi segreti, il rapporto della Banca d’Italia sullo scandalo Italcasse, di cui parleremo stasera, il fascicolo COMINFORM con valutazione dei servizi di un certo Licio Gelli, il dossier Mi.Fo.Biali sul contrabbando di petrolio e una documentazione, mai autorizzata dalla magistratura, fatta dai Servizi Segreti su richiesta di Andreotti su Mario Foligni, segretario del Nuovo Partito Popolare.
Questo dossier e lo scandalo è stato il tema principale della scorsa puntata.
C’è anche un foglio, riservatissimo e battuto a macchina. É arrivato a Pecorelli pochi giorni prima del 20 marzo. C’è scritto:
Telefoni controllati. Silenzio totale per un paio di settimane. Per qualche novità, in cassetta e non di sera. È da ritenersi da non escludere di essere seguiti in tutti i movimenti. Arriverà il seguito per i 500. Nessuna urgenza per un eventuale seguito all’incontro di ieri sera. Escludere con tutti, anche l’amico di Arezzo: una partecipazione ad esaltare la nota persona indebolisce la posizione nell’eventuale discussione e crea notevoli e inutili difficoltà.
Un testo misterioso, per questo degno di nota. L’amico di Arezzo è Licio Gelli.
Pecorelli rivista OPMino Pecorelli, quando muore, ha una lunga esperienza di scoop alle spalle. Tra tutti, quello pubblicato nel 1967, l’anno prima che il suo giornale di allora, Nuovo Mondo d’Oggi, venga chiuso dal Ministero dell’Interno per le notizie riportate.
Dunque nel 1967, Mino scrive un articolo dal titolo “Dovrei uccidere Aldo Moro”, dove riferisce che, nel 1964, Randolfo Pacciardi, capo dell’UDNR, il partito da lui stesso fondato: Unione Democratica per la Nuova Repubblica, commissiona al tenente colonnello Roberto Podestà, l’incarico di preparare un commando per uccidere la scorta di Aldo Moro, rapirlo e condurlo in un luogo segreto. É una delle mosse del Piano Solo, ideato dal generale De Lorenzo, piano al quale Noncicredo ha dedicato la puntata dell’11 settembre scorso e che trovate in audio e testo sul mio sito: noncicredo.org.
Podestà finge di accettare, consegna il piano e poi ne parla con Pecorelli. All’uscita dell’articolo, intitolato “Dovevo uccidere Moro”, Podestà viene arrestato, trasferito a Regina Coeli per “irregolarità amministrative”, poi trasferito in una zona di confine e dimenticato.
Mancano più di 10 anni al rapimento e all’uccisione di Moro da parte delle Brigate Rosse, ma la somiglianza tra quanto avverrà in via Fani e l’articolo di Pecorelli lascia basiti.
Nel 1968 nasce l’agenzia di stampa Osservatorio Politico internazionale, conosciuta semplicemente come O.P. Pecorelli ne è proprietario, direttore, giornalista: fa tutto lui. E manda ai quotidiani comunicati che raccontano le logiche interne ai servizi segreti e della politica, come se lui le vivesse da dentro. Si saprà più tardi che il suo informatore privilegiato è Vito Miceli, capo dell’ufficio D del SID, cioè dell’ufficio che si occupa degli affari interni dello Stato, in una divisione che ricorda un po’ quella tra FBI e CIA negli Stati Uniti. E poi ecco apparire sulla scena Licio Gelli e la sua loggia P2.

Lui, Licio Gelli e i politici democristiani

PecorelliNel 1972, Mino Pecorelli si iscrive alla loggia Propaganda 2 di Licio Gelli. Il maestro massone sta creando una specie di task force per manipolare l’informazione nel paese a proprio vantaggio, che è poi quello di istituire un governo forte, di destra per sconfiggere i comunisti che stanno sempre più prendendo piede grazie ad elezioni democratiche. E Moro, fin dai primi anni ’60, da anni sta aprendo loro la strada
Vede in Pecorelli un uomo di grande prospettiva e cerca di usarlo per i suoi scopi. Ma Mino non è il tipo che si lascia manipolare, anzi. É lui che lo fa, sfruttando i molti contatti importanti, che grazie proprio a Licio Gelli, riesce ad avere.
Tra questi, ma è solo un esempio dei tanti, c’è Romolo Dalla Chiesa, fratello del generale Carlo Alberto, che avrà un ruolo importante nelle informazioni che Pecorelli riceve nel 1978 sul caso Moro, ma di questa storia parleremo la prossima volta.
Le informazioni fioccano, grazie a questi contatti importanti. Come la campagna di stampa che svela il contrabbando del petrolio in cambio di armi fornite all’Africa, in particolare alla Libia (parte dal rapporto Mi.Fo.Biali, di cui ho già detto). Ma quello che stupisce è che Pecorelli pubblica un elenco delle armi, dei veicoli, delle aziende coinvolte così preciso da far rimuovere i vertici della Guardia di Finanza. Inoltre prevede il crack della Tomellini Fassio, uno scandalo enorme che, negli anni 70, coinvolge armatori, aziende, persone. Poi prevede e pubblica articoli sullo scandalo Lockheed, mettendo sotto mira, con pesanti e ingiustificate accuse, anche il presidente della repubblica Giovanni Leone, che risulterà del tutto estraneo alla vicenda.
É abbastanza ovvio che questo essere sempre dentro notizie, che solo lui conosce, lo classifichi come il braccio dei Servizi Segreti. In realtà Pecorelli è semplicemente ben informato, ha gli agganci giusti e pubblica inchieste che sono in anticipo di almeno dieci anni rispetto ai suoi colleghi. Che poi usi un modo di scrivere piuttosto grossolano è tutta un’altra questione.
Dal 1977 O.P. pubblica articoli contro Licio Gelli, svela una lista di 121 cardinali, vescovi e prelati iscritti alla loggia. Scopre, molto prima dell’archivio Mitrokhin, altra puntata di Noncicredo del 23 ottobre scorso, che i palestinesi sono arruolati dal KGB.
Gelli cerca di limitarlo, di farlo ragionare, ma ormai Pecorelli è lanciatissimo e fermarlo a parole è diventato impossibile.
Nel 1978, mentre sta documentando un giro si strozzini, prostitute minorenni, spacciatori e mafiosi, si imbatte in una storia davvero impressionante, una vicenda legata a Sindona, lo IOR, la banca del Papa, e la Democrazia Cristiana.
É un caso clamoroso, come ben sappiamo per averlo già raccontato, in cui entrano Cosa Nostra italiana e americana, il Vaticano e la DC, che ha al Sud in suo grande bacino elettorale. Pecorelli sospetta che la chiave di tutti sia Giulio Andreotti e qui nasce la sua avversione per lo statista romano, contro il quale scrive innumerevoli articoli, spesso criptati, sibillini, ma che lasciano trasparire che lui di cose sul senatore ne sa … e ne sa tante.
Poi c’è il sequestro Moro e, ancora una volta, le sue informazioni sono di primissima mano. É il solo a ritenere falso il comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, quello scritto da Chichiarelli della Banda della Magliana, che indica il lago della Duchessa come luogo dove c’è il cadavere di Moro.
Capisce presto che per Moro non c’è speranza e si scaglia contro i partiti, segnatamente DC e PCI, che, secondo lui hanno già deciso che Moro deve morire. Anche di questo argomento sono presenti, nei podcast, due puntate di Noncicredo.
Pecorelli rivista OPE poi c’è tutta la vicenda del memoriale, che racconterò nei particolari la prossima volta. Gli articoli di O.P. sono pesanti, ancora una volta. I titoli sono “Non c’è blitz senza spina”; “Caso Moro: memoriali veri, memoriali falsi, gioco al massacro”, ad indicare che i memoriali pubblicati sono solo una piccola parte di quelli che lo statista pugliese ha scritto durante la prigionia. Perché mai, infatti, le Brigate Rosse fanno domande di cui tutti conoscevano già le risposte, avendo a disposizione una fonte così importante, che sa tutto quello che è successo negli ultimi decenni? Il capitano Arlati, che guida il blitz nel covo di via Monte Nevoso, racconterà che il memoriale viene raccolto dal colonnello Umberto Bonaventura, capo del controspionaggio, per consegnarlo al governo, cioè ad Andreotti. Quando torna indietro il pacchetto dei fogli è sensibilmente più leggero. Dunque mancano molte pagine. Ne verranno consegnate 49, quante ne manchino nessuno lo sa.
Nei primi mesi del 1979, Pecorelli si reca spesso in carcere a Cuneo. Il generale Dalla Chiesa lo viene a sapere e lo incontra. Poi si rivolge al capo degli ispettori del carcere, Incandela, chiedendo di leggere la corrispondenza e registrare i colloqui privati dei detenuti. Incandela risponde che la stessa richiesta l’ha avuta dai servizi segreti e che non può accontentare Dalla Chiesa. Questi allora gli chiede un colloquio faccia a faccia, che avviene in una stradina di campagna. Quando Incandela arriva, trova il generale seduto sui sedili posteriori di un’automobile, al volante della quale c’è Mino Pecorelli. Questi avverte Incandela che un pacchetto con documenti riguardanti Andreotti e Moro diretti al bandito Francis Turatello, uno dei collaboratori nelle prime ricerche della prigione di Moro.
I fogli, comunque saltano fuori; sono appunti di Aldo Moro che parlano di Giulio Andreotti.
Il 6 marzo, seguendo questa pista, Pecorelli incontra il colonnello Antonio Varisco, collega di Dalla Chiesa e l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario con l’incarico di procedere alla liquidazione della banca Privata di Michele Sindona.
Come sappiamo, Mino Pecorelli viene ucciso, pochi giorni dopo, il 20 marzo, per mano, secondo quanto rivelato dai pentiti, Buscetta in primis, da uomini di Tano Badalamenti e di Stefano Bontate, su commissione di Giulio Andreotti.
Giorgio Ambrosoli viene ammazzato il 12 luglio sotto casa da Joseph Aricò, per ordine di Michele Sindona.
Il colonnello Varisco viene freddato il giorno dopo, il 13 luglio, da cinque brigatisti: Savasta, Algranati e tre ignoti.
Vi racconterò nelle prossime puntate quello che accade dopo: le indagini, l’incriminazione di Andreotti, la condanna e poi l’assoluzione e, come anticipato, la questione del memoriale Moro, che sembra essere, ad oggi, la più probabile causa della decisione di eliminare lo scomodo giornalista Mino Pecorelli.

Le vicende Italcasse e IMI-SIR

Tra i possibili moventi che hanno portato alla decisione di eliminare un testimone scomodo, un possibile divulgatore di notizie che è meglio non si sappiano, c’è anche quello legato allo scandalo Italcasse.
PecorelliNe ho già accennato nella prima puntata parlando degli “assegni del presidente”, ma dobbiamo saperne di più e vedere quali erano i personaggi coinvolti.
Italcasse è il nome che viene dato negli anni ’70 ad una banca. Una banca particolare, perché è una sorta di consorzio di istituti di credito, precisamente di Casse di Risparmio italiane, con in testa quella delle province lombarde, che detiene quasi un quarto delle azioni. Ogni banca investe il denaro che i suoi clienti le affidano. Per farlo con la liquidità in eccesso che arriva da tutti gli istituti dello stesso genere (cioè da tutte le casse di risparmio) ecco nascere Italcasse, nel 1921. Lo scandalo di cui ci occupiamo emerge nel 1977. Successivamente l’istituto viene ricapitalizzato e riprende la sua attività normale, diventando tra l’altro, la prima ad investire, verso la fine degli anni ’80, su varie attività online che oggi fanno parte dell’home banking.
Nel 1998, la Lega Nord di Umberto Bossi, presenta un disegno di legge, numero 4508, che prevede l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sull’Istituto di credito delle casse di risparmio italiane. É firmato praticamente da tutti i parlamentari del partito e, rileggerlo, completandolo nei riferimenti, credo ci permetta di capire gli elementi essenziali della vicenda.
Che sia un partito come la Lega a presentare il progetto è dovuto, anche, al fatto che all’epoca a governare il paese c’è un governo di sinistra, retto prima da Romano Prodi e, successivamente da Massimo D’Alema, dopo la famosa “staffetta” del 1998.
L’accusa è che l’Italcasse abbia elargito migliaia di miliardi alla Democrazia Cristiana, ai partiti del centro sinistra, e alla P2.
La sostanza della vicenda è tutta in finanziamenti, per così dire, “allegri”. Finanziamenti che seguono strade ed hanno indirizzi di destinazione ben precisi. Si tratta, tra l’altro, di un mucchio di soldi.
Questi arrivano da un lato ad industriali insolventi, che tradotto significa pieni di debiti, come Nino Rovelli, proprietario della SIR, Società Italiana Resine. Negli anni ’70, SIR è il terzo gruppo chimico italiano (dopo ENI e Montedison) e conta 13 mila dipendenti. Per far crescere l’azienda in questo modo, Rovelli si avvale di cospicui finanziamenti agevolati, arrivati dallo Stat attraverso banche come IMI e ICIPU, l’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità. Vengono investiti, in particolare, in Sardegna, dove l’industriale crea il polo petrolchimico di Porto Torres. Questa espansione non fa piacere ai due colossi della chimica già citati, ENI e Montedison, tanto da portare ad una vera battaglia che si sviluppa sia sul piano dell’informazione (Rovelli è all’epoca proprietario della Nuova Sardegna e L’Unione Sarda) che su quello politico. Rovelli è molto vicino alla Democrazia Cristiana e in particolare alla corrente di Andreotti, vantando amicizia con quest’ultimo, oltre che con Giovanni Leone e con Giacomo Mancini, già segretario del Partito Socialista Italiano.
Nel 1979, la SIR ha un sacco di problemi economici e così cede la proprietà ad un consorzio bancario, incaricato del salvataggio dell’azienda. É in questo periodo che Rovelli si rivolge alla magistratura, accusando l’IMI di non aver rispettato i patti. Nasce così il caso conosciuto come IMI-SIR, che finisce in tribunale nel 1982, mentre Rovelli ripara in Svizzera. La sentenza del tribunale di Roma del 1990 dà ragione a Rovelli e condanna l’IMI a versare 800 miliardi all’imprenditore, che, però è morto da poco, lasciando alla moglie e al figlio, ormai emigrato negli Stati Uniti, l’incombenza di chiudere la faccenda.
Ma la storia è ben lontana dall’essere terminata. Gli inquirenti milanesi ripercorrono tutta la vicenda. Sono Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, due del famoso pool Mani Pulite, a scoprire che la famiglia Rovelli ha comprato a suon di bustarelle la sentenza decisiva contro IMI. A ricevere l’incarico truffaldino sono gli avvocati della famiglia: Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Per corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde (questo assolto in primo grado) a Previti arrivano 21 miliardi, 33 a Pacifico e 13 ad Acampora. Soldi inviati sui conti esteri degli imputati due anni dopo la sentenza definitiva, nel 1994. Nel frattempo, l’inchiesta IMI-SIR viene riunita con quella del cosiddetto Lodo Mondadori, una causa scatenata per il controllo della casa editrice milanese, tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Il tribunale dà ragione a quest’ultimo, che prende il controllo dell’azienda. Ma Berlusconi impugna la sentenza e il lodo viene annullato. Ma, ecco il legame con il caso IMI-SIR, anche questa sentenza è aggiustata a suon di mazzette.
Nel 2006 la corte di cassazione condanna pressoché tutti gli imputati 'protagonisti' di corruzione in atti giudiziari.
Gli altri industriali insolventi, come recita la proposta di legge della Lega, sono nomi che abbiamo già incontrato in questa nostra storia sul delitto Pecorelli e precisamente i fratelli Caltagirone.
Il più importante dei fratelli è Gaetano, che prende in mano l’azienda immobiliare di famiglia, aperta dal nonno a Bagheria nel lontano 1905. I problemi cominciano nel 1979, quando una ventina di sue aziende falliscono per l’intervento di Italcasse. Gaetano è accusato di peculato. L’ordine di cattura non viene eseguito perché i tre fratelli Caltagirone sono rifugiati negli Stati Uniti. Solo nel 1988 la corte d’Appello lo ritiene innocente e condanna Italcasse a risarcirlo. I Caltagirone sono molto legati a Giulio Andreotti e a politicamente alla sua corrente. In quegli anni è ben conosciuta una frase che circola come un mantra negli ambienti romani: “A Fra’ che te serve?”, che Gaetano Caltagirone rivolgeva al braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti. Di questo parleremo alla fine della puntata. Ora un po’ di musica.>

Italcasse, il grande elemosiniere della Democrazia Cristiana e non solo

Continuiamo l’analisi che la Lega fa, nel 1998, sullo scandalo Italcasse. Oltre a finanziare imprenditori che certo non hanno un’immagine limpidissima, arrivano soldi, molti soldi, anche ai politici. In particolare ai partiti di centro sinistra all’epoca al governo e, a quanto pare, in particolare alla corrente forte della DC dell’epoca, la corrente andreottiana. Per fare questo, vengono creati dei fondi neri, destinati ai partiti, in un momento in cui il finanziamento occulto è un grave reato. Ci sono altre questioni che Italcasse si trascina dietro, come, ad esempio, il trattamento economico dei suoi dirigenti, pagati davvero uno sproposito. Tra questi spicca il nome dell’ex direttore generale Francesco Arcaini.
Pecorelli rivista OPIl bubbone scoppia nel 1977, a seguito del dissesto della banca finanziaria di Michele Sindona. I fondi neri consistono in centinaia di miliardi di vecchie lire, destinati, come detto, soprattutto alla Democrazia Cristiana, ma non solo. A beneficiare della benevolenza della super-banca sono anche, oltre a segretari amministrativi dei partiti di governo, giornali, cooperative, società sia di area democristiana che comunista. Il tutto finisce su conti correnti ben protetti, ma, evidentemente, non troppo.
Le indagini individuano come responsabili di questo giro enorme di soldi sia Italcasse, ma anche l’ENI, che di mazzette ne sa più di qualcosa, fin dal tempo di Mattei, che ne aveva fatto una strategia industriale.
Quando lo scandalo diventa pubblico, Arcaini si dimette e, al suo posto, viene nominato Giampaolo Finardi. Vediamo come, prendendo spunto dagli appunti che Aldo Moro scrive dal carcere delle Brigate Rosse. Secondo Moro la successione ad Arcaini viene trattata dai fratelli Caltagirone, con il beneplacito della Presidenza del Consiglio, cioè di Andreotti. Lo stesso Finardi dichiara di essere stato nominato perché “pressato da autorevoli intermediari.” A spingere perché salga ai vertici della banca sono, in particolare Flaminio Piccoli, della corrente di Aldo Moro, e Franco Evangelisti.
Finardi dura pochi mesi a capo di Italcasse, giusto il tempo per sistemare gli enormi debiti dei fratelli Caltagirone, con un giro di soldi tale, che alla fine quel debito risulta di gran lunga ridotto ad appena (chiedo scusa, ma il termine “appena” è usato dallo stesso Finardi) ad appena 100 miliardi di lire.
Questo però non basta a salvare Italcasse. Interviene infatti la Banca d’Italia che comincia una serie di controlli che portano a risultati sorprendenti.
C’è la questione delle obbligazioni ENEL. Per ogni obbligazione venduta dall’ente elettrico, Italcasse fa guadagnare ai partiti di governo una certa percentuale.  Non si tratta di pochi spiccioli. La prima emissione del 1965 frutta una mazzetta di 5 miliardi, l’ultima, quella del 1974, altri 2 miliardi e mezzo.
Gli ispettori della Banca d’Italia riescono a certificare anche i particolari. Nel periodo 1972-1974, arrivano: 510 milioni alla DC, 340 milioni all’organo di stampa del partito Repubblicano (la Voce Repubblicana), 230 milioni al partito socialista e 60 al socialdemocratico. Poi ci sono i privati. Arcaini incassa, nello stesso periodo, 180 milioni, 10 milioni a Gina Saccardo Aumiller, stretta collaboratrice di Arcaini, quasi 18 milioni alla FRANCIS Spa, società gestita dalla famiglia Arcaini, quasi 73 milioni alla Unione petrolifera, 589 milioni alla SOFID, la finanziaria del gruppo ENI, 168 milioni all'ICCRI, l’istituto di credito delle casse di risparmio e l'elenco potrebbe continuare a lungo.
Insomma un fiume di soldi.
Queste indagini provocano una strana reazione. La stampa mette sotto accusa la Banca d’Italia, per non aver esercitato un controllo sufficiente sulle attività illecite di Italcasse. nasce così un’inchiesta e vengono ascoltasti alcuni funzionari, tra cui Mario Sarcinelli, vicedirettore generale della Banca d’Italia.
Il governatore, all’epoca, è Paolo Baffi, da tutti ritenuto un galantuomo, preparato e competente, oltreché onesto, tutte qualità che possono dare grande fastidio. Forse è per questo che la sua vicenda, come quella di Sarcinelli, appare oggi torbida e guidata da vendette e schifose porcherie. Proviamo a ricordarla.
Tre giorni dopo l’uccisione di Pecorelli, il segretario generale del presidente Pertini, Antonio maccanico, scrive nei suoi diari: «Ho ricevuto Giovanni De Matteo, il quale mi ha informato della proposta di un suo sostituto di procedere contro Baffi e Sarcinelli… Sono rimasto allibito… Ho informato il presidente, La Malfa e Baffi… Ho un gran sospetto che vi sia un legame con l’Affare Caltagirone, cioè che si voglia premere su Baffi e Sarcinelli perché questi divengano più arrendevoli di fronte al caso Caltagirone-Italcasse».
Giovanni De Matteo è il capo della procura di Roma.
Il giorno dopo Sarcinelli viene arrestato e Paolo Baffi viene incriminato per interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento, per non aver trasmesso all’autorità giudiziaria una relazione degli ispettori, che ci stavano lavorando dall’anno precedente.
É come una bomba, perché si tratta del personaggio più importante nel panorama bancario italiano del momento. A tutti risulta chiaro che l’azione arriva dai vertici politici, affaristici e giudiziari e il motivo vero è che i due hanno appena fatto sciogliere il consiglio di amministrazione di Italcasse, il più importante istituto di credito, dominato dal potere democristiano.
Baffi e Sarcinelli, infatti, si accorgono che ci sono istituti di credito che sono dei veri e propri covi di malfattori. Gli ispettori vengono spediti ovunque per raccogliere prove di queste malversazioni. L’ispezione forse decisiva per le sorti dei due alti dirigenti della Banca d’Italia avviene poco prima di ferragosto del 1977. Una breve pausa e ne parliamo. (70)>

Italcasse: Baffi, Sarcinelli capri espiatori "de che?"

PecorelliIl settimanale Panorama, nel 1990, riprende la vicenda Sarcinelli-Baffi e riporta un virgolettato di quest’ultimo: “7 febbraio 1978. Un alto esponente dell’amministrazione finanziaria viene a chiedermi con una incredibile insistenza di approvare la sistemazione del debito dei Caltagirone.”
Come accennato, il debito dei costruttori romani supera i 300 miliardi di lire, prestati a 158 società, investiti solo in parte, spesi anche per fini personali e mai restituiti. É il famoso debito che Italcasse cerca di nascondere con il direttore Finardi. A leggere le cronache degli storici (ad esempio di Alfredo Gigliobianco) Baffi e Sarcinelli appaiono come due sceriffi buoni, in un mare di maleodoranti affari loschi, che cercano di portare alla luce e di contrastare.
Anche Mino Pecorelli scrive della faccenda, parlando di Arcaini e dei banchieri suoi simili, nominati dalla politica, come di “foche ammaestrate” con significato ovvio del termine.
Il mastino a cui Baffi si affida è Vincenzo Desario, che successivamente diventerà Direttore e poi Governatore della Banca.
Ecco cosa scrive Desario a Baffi in un suo rapporto dell’epoca:
Sono stati trascurati i più elementari principi di organizzazione aziendale…Si era fatto frequente ricorso a ‘frenetici’ movimenti contabili, interni o in contropartita con altre aziende di credito, allo scopo di far disperdere ogni traccia di operazioni irregolari, di cui ovviamente non si rinveniva in atti alcuna documentazione probante…
Incredibilmente estesa e ricorrente è risultata l’emissione di assegni Iccri o la richiesta di circolari all’ordine di nominativi di ‘pura fantasia’ per corrispondere senza motivo a terzi somme di pertinenza dell’Istituto’. Il presidente di Italcasse, Giuseppe Arcaini, in modo surreale, cercò di giustificarsi in modo maldestro, scrivendo un appunto per gli Ispettori, dove i movimenti intervenuti nei fondi interni sono ‘Operazioni da me ordinate nell’interesse dell’Istituto e senza alcun onere per lo stesso’. Emergono – conclude Desario - tutte le irregolarità e gli abusi che si sono concretizzati in un danno a carico dell’Iccri a tutto vantaggio di terzi”.
I ‘nomi di fantasia’ dei conti che servono per i traffici del direttore generale sono indicativi del pressapochismo e della poca immaginazione: ‘Pentola Vecchia’, ‘Pentola Calda’, ‘Francis’, ‘Mario Ferrari’, ‘Carlo Sassi’, ‘Taddeo Villa’, ‘Silvio Colli’, ‘Primo Landi’; ‘Micheli Rivelli’, ‘Luigi Fantozzi’. Neanche Ugo Fantozzi – prima apparizione nel 1975 - sarebbe riuscito a fare così tanti danni. Desario scrive ancora:
Si evince con immediatezza che, in un arco di tempo pari a poco più di due anni (1972-1974), l’Iccri ha erogato – mediante artifizi contabili – notevoli disponibilità a persone e organizzazioni che formalmente non avevano alcun titolo per introitare le somme ricevute”.
Baffi, ricevuta la relazione, dopo aver consultato gli uffici legali della Banca, chiede al Ministro del Tesoro il commissariamento dell’Italcasse.
Non c’è solo Desario che scrive dell’Italcasse. Lo fa anche Aldo Moro nelle sue lettere dalla prigione. Leggiamo un passaggio:
«E lo sconcio dell’Italcasse? E le banche lasciate per anni senza guida qualificata, con la possibilità, anche perciò, di esposizioni indebite, delle quali non si sa quando ritorneranno e anzi se ritorneranno. È un intreccio inestricabile nel quale si deve operare con la scure. […] E a proposito d’Italcasse, o, come si è detto, grande elemosiniere della D.C., è pur vero che la trattativa in nome dei pubblici poteri per la scelta del successore dell’On. Arcaini è stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone, che ha tutto sistemato in famiglia».
La vicenda scatena anche la stampa, quella generalista, come il Corriere della Sera, che pubblica un articolo di Renzo Martinelli, che dice: «Dalla pentola sono usciti gli assegni del ministro Evangelisti, quelli dei fratelli Caltagirone, le elargizioni ai partiti, i finanziamenti a Rovelli e a Ursini, i prestiti alle immobiliari. E ancora: i miliardi per i “fondi neri”, quelli fuori bilancio utilizzati per gratifiche e regalie, per investimenti folli, per parcelle favolose, ma soprattutto per ungere le ruote del sistema politico. Per trent’anni l’Italcasse è stato il forziere del palazzo, la cassaforte dei potenti».
Le accuse contro Baffi e Sarcinelli sono mosse, con un astio particolare, da Antonio Alibrandi, il padre del terrorista dei NAR Alessandro, morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981 e probabile responsabile della morte di Water Rossi e legato alla sempre presente Banda della Magliana. Ma lui in questa storia non c’entra. Quel che è certo è che il padre non è meno fascista del figlio.
A difendere la Banca d’Italia dalle accuse di Alibrandi padre c’è Giuliano Vassalli, che sarà anche ministro di Grazia e Giustizia dall’87 al 91. E lui dice: “Il desiderio di Alibrandi di voler fare l’inquisitore del governatore della Banca d’Italia era certamente legato a una procedura, credo quella dell’Italcasse, che doveva essere stroncata e non andare avanti. L’Italcasse era una specie di fondo della Democrazia Cristiana, a capo della quale c’era Arcaini. La faccenda dell’Italcasse dava noia e questo processo doveva essere smontato: siccome il principale accusatore era Sarcinelli, tutto si orientò per trovare qualche cosa a carico di Sarcinelli. Qualcosa fu trovato, ma a carico di Baffi. […] Baffi era consigliere di un ente, l’IMI, che aveva commesso non so quale presunto errore. Insomma vollero scoprire Baffi: quanta pena ci passammo, mamma mia!
Chi c’è dietro questo attacco disperato contro Baffi e Sarcinelli? É una bella domanda ...>

Italcasse, Banca d'Italia e i mandanti

Per scoprire chi c’è dietro questo attacco disperato contro Baffi e Sarcinelli, forse possiamo dedurre qualcosa dal comportamento dei principali protagonisti della vicenda.
Pecorelli rivista OPCominciamo con il Divo Giulio, appellativo, lo ricordo, creato da Pecorelli per Andreotti.
Il senatore non dice mai una parola in difesa dei due rappresentanti della Banca d’Italia. Eppure dovrebbe essendo lui il rappresentante più importante dello Stato in quel momento. In compenso si incontra molte volte con l’avvocato Rodolfo Guzzi, per discutere del salvataggio delle banche di Michele Sindona, di cui Guzzi è l’avvocato. Ha un rapporto strettissimo con i fratelli Caltagirone. Va anche considerato che la DC, di cui è in quel momento il massimo esponente, una caduta dalle vicende Italcasse la riceve e neanche troppo lieve. Ci sono poi i molti incontri del suo braccio destro, Evangelisti, con Sarcinelli per trovare una soluzione alla vicenda Caltagirone. Sono tutti elementi che portano a pensare che Andreotti abbia un forte interesse ad allontanare quei due rompiscatole dalla Banca d’Italia.
Un’altra delle colpe attribuite a Baffi e Sarcinelli è l’ispezione fatta al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Non è forse un caso che l’arresto di Sarcinelli avvenga subito dopo la fine di quella ispezione.
E poi, ancora, l’opposizione ai piani di salvataggio delle banche di Sindona, il cui commissario liquidatore è Giorgio Ambrosoli, che finisce ammazzato da un sicario di Sindona l’11 luglio del 1979.
Il figlio Umberto, a proposito delle interferenze sulla liquidazione delle banche, scrive: “Queste sollecitazioni mirano a far sì che alla liquidazione sia data una soluzione fantasiosa ... il buco lasciato dalle condotte criminose di Sindona sarebbe stato ripianato con i soldi della collettività. Di fatto, sarebbe stato annullato il provvedimento di commissariamento e messa in liquidazione della banca, Sindona sarebbe stato restituito vergine alla sua capacità di continuare a fare affari in Italia, sarebbe venuto meno il processo penale: tutto grazie ai soldi della collettività”.
Le sollecitazioni, di cui parla il figlio di Ambrosoli, sono quelle che arrivano da Andreotti, Evangelisti e dal già citato avvocato Guzzi, a Sarcinelli, il quale si stupisce e risponde: “Noi non guardiamo cose che ci provengono dagli avvocati di persone che secondo noi sono dei bancarottieri, perché dobbiamo guardarle?
C’è anche di mezzo la Loggia P2 di Licio Gelli. É Francesco Pazienza a parlarne durante il processo a suo carico. Pazienza è un faccendiere, condannato a 13 anni, che entra ed esce dalle inchieste più oscure di quel periodo, dalla vicenda Alì Agca, al rapimento di Ciro Cirillo, alla strage di Bologna. Secondo il faccendiere sarebbe stato proprio Licio Gelli a decidere l’incriminazione dei due funzionari della Banca d’Italia.
Se questo sia vero non lo sappiamo, sappiamo però che pochi giorni dopo l’arresto, il 2 aprile 1979, i migliori economisti italiani firmano una dichiarazione a favore di Baffi e Sarcinelli, definendo un “ignobile attacco” quello della magistratura nei loro confronti. Qualche settimana dopo vengono tutti convocati in massa a Palazzo di giustizia da Alibrandi e, secondo le cronache, trattati malissimo dal giudice istruttore, con frasi denigratorie e accusatorie. Davanti a lui c’è il gotha dell’economia italiana: robe da non credere. É evidente che si sente sicuro e protetto.
Si arriva così al 1981, quando Baffi e Sarcinelli vengono scagionati da tutte le accuse. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, proporrà, dieci anni dopo questa vicenda a Paolo Baffi di riprendere il suo ruolo di Governatore. Ma l’economista rifiuta per paura che il suo ruolo venga in qualche modo ostacolato dalle vicende giudiziarie passate.
Chiudo questa storia con un commento di Marco Vitale, economista, professore, coscienza critica e feroce degli affari milanesi. Il 30 marzo 1979 scrive:
“Ho sempre sostenuto che la nomina di Baffi a governatore della Banca d'Italia è stata l'unica riforma di struttura degli anni '70. Non è dunque un caso che Baffi e Sarcinelli siano trattati come malfattori. Così come non è un caso che tutta l'Italia seria, quella che guarda al futuro e non al passato, ha subito compreso, al di là del merito giuridico, il significato politico dell'episodio e dice a Baffi ed a Sarcinelli: resistete. La realtà è che questa Banca d'Italia seria dava fastidio e meritava una lezione. Così come merita una lezione tutta questa Italia seria che sta cercando, con tanta fatica, di ricostruire il proprio tessuto economico e il proprio volto di paese civile.”
Come entra Pecorelli in questa vicenda così intricata? Ne ho accennato nella scorsa puntata. Il giornalista in effetti sostiene di essere in possesso delle matrici degli assegni elargiti, in quest’affare, al senatore Andreotti e di stare preparando una copertina che non lascerà dubbi e articoli che raccontano tutta la vicenda.
Dagli estratti degli interrogatori nei vari processi per la morte di Mino, emergono alcuni fatti davvero inquietanti.
É il 24 gennaio del 1979, due mesi prima dell’assassinio, quando Mino Pecorelli viene invitato a cena. Ha appuntamento presso la Casa Piemontese, un locale molto scic a Roma, facente parte di un club privato molto esclusivo, che conta tra i suoi soci i nomi più importanti dell’epoca, perfino Oscar Luigi Scalfaro, deputato per tutta la vita nelle file della Democrazia Cristiana, ministro un gran numero di volte e futuro presidente della Repubblica. Lui in questa storia non c’entra nulla, è solo per capire il tipo di personaggi che frequentano il locale.
Ad invitare Pecorelli è il vicepresidente del circolo, Walter Bonino, che fa accomodare i suoi ospiti in una saletta riservata. Non ci sono altri avventori: il circolo per chiunque altro è chiuso. Alla sua destra l’anfitrione fa sedere il personaggio più importante della serata, Claudio Vitalone, il magistrato di cui ho già parlato nella scorsa puntata.
Seguono Pecorelli, Adriano Testi, altro magistrato invitato da Vitalone e il generale della guardia di finanza Donato Lo Prete, quello coinvolto nello scandalo petroli, nella faccenda Isomir e in altre losche questioni, di cui ho parlato, sempre nella prima puntata su questo argomento. Cos’hanno in comune queste persone, a parte Pecorelli? Che sono tutti legati a doppio filo a Giulio Andreotti.>

La cena alla Famiglia Piemontese

Dopo la morte di Pecorelli, quella cena diventa un motivo di indagine piuttosto serio, visto i personaggi che vi hanno partecipato. All’inizio nessuno parla, nessuno spiega il perché di quell’invito. Poi però succede qualcosa. É Testi il primo a parlare. Racconta di una serata movimentata. Che Pecorelli si lamenta di un sacco di cose: del ritiro del suo passaporto, degli attacchi che ha rivolto alla finanza, della mancanza di fondi per la rivista e poi della copertina di O.P., che sarebbe uscita quella settimana. Una copertina sugli assegni Italcasse presi da Andreotti, assieme ad un articolo sul presidente. Vitalone è molto agitato e insiste perché quelle informazioni non escano sul giornale. Pecorelli però non assicura nulla e, in quel momento, è convinto che pubblicherà tutto, anche se poi all’ultimo momento la copertina verrà cambiata.
PecorelliA quel tavolo ci sono due magistrati importanti e un generale della Guardia di Finanza. Per 15 anni nessuno svelerà il segreto di cosa si sia davvero detto quella sera.
Poi Pecorelli viene ammazzato e, dalle indagini, salta fuori anche la cena e qualcuno fa il nome di Vitalone, come possibile coinvolto nell’omicidio. Allora il magistrato si presenta spontaneamente per fare alcune dichiarazioni. Dice che proprio in quell’occasione ha appreso con stupore che Pecorelli veniva finanziato da Franco Evangelisti, il più stretto collaboratore, amico e fedelissimo di Andreotti. Pecorelli si lamenta che le sovvenzioni sono via via calate, fino a scomparire. É evidente agli inquirenti che Vitalone cerca di tirarsi fuori dalla questione, mettendo al centro il rapporto Pecorelli-Evangelisti. Nel contempo però con le sue dichiarazioni fa capire che durante la cena si è parlato di ben altro che delle piccole cose di cui aveva riferito Testi.
15 anni dopo la cena, il 24 febbraio 1994 Testi, Bonino e Lo Prete vengono raggiunti da un avviso di garanzia per il reato di aver reso false dichiarazioni al pubblico ministero di Perugia. É allora che gli illustri convitati alla cena alla Famiglia Piemontese, improvvisamente recuperano la memoria e ricordano che, sì … si è discusso di soldi, quelli che Evangelisti aveva dato a Pecorelli, ma che adesso non arrivavano più.
Il primo a parlare è Bonino, che in una lunghissima deposizione racconta come si sono svolti i fatti. E racconta di una strana, per lui, animosità del generale Lo Prete verso Pecorelli, con ogni probabilità legata alla conoscenza da parte di Pecorelli dei retroscena dello scandalo Italcasse e dello scandalo petroli. E poi saltano fuori i famosi soldi pagati da Evangelisti con Vitalone che casca dalle nuvole. Anche di questo Bonino si stupisce e ricorda che Vitalone gli aveva chiesto come fare a contattare Pecorelli. Al che, Bonino aveva risposto che, essendo lui un caro amico di Andreotti, non poteva avere difficoltà, visto che il braccio destro del presidente, l’onorevole Evangelisti, aveva colloqui costanti e duraturi con il giornalista molisano.
Ho già detto della copertina accusatoria nei confronti di Andreotti. Bonino è convinto che Vitalone abbia riferito, subito dopo la cena, i discorsi a Evangelisti e questi, al presidente.
Del resto lo stesso Vitalone è amico stretto di Andreotti, tanto da essere stato attaccato più volte per un uso strumentale della giustizia, in particolare in riferimento al Golpe Borghese. Ma di questo abbiamo già parlato nella scorsa puntata di Noncicredo. Bonino continua a raccontare e c’è un particolare interessante che rivela. L’impressione che ha Bonino, sia dagli incontri precedenti la cena, che durante la serata alla Famiglia Piemontese, è che l’interesse di Vitalone per Pecorelli non sia personale, ma attinente alla corrente andreottiana della Democrazia Cristiana e, ancora più in particolare, alle vicende di Gaetano Caltagirone, grande e intimo amico di Andreotti.
Il Pubblico Ministero chiede, ad un certo punto, perché mai Bonino se ne sia stato in silenzio per 15 anni, prima di vuotare il sacco. La risposta è netta: è Vitalone, che agiva per conto di Andreotti, a raccomandare il silenzio e l’omertà. Nessuna minaccia, ma Vitalone fa presente a Bonino che raccontare di quella cena e dei discorsi fatti (in particolare sui soldi, sulla copertina, sull’atteggiamento di Lo Prete), avrebbero messo in imbarazzo Andreotti e con lui le alte cariche dello stato. Insomma, secondo Vitalone, il silenzio era dovuto, per salvaguardare le istituzioni democratiche della repubblica. Se volete, potete aggiungere voi “Me cojoni!”, io non posso farlo per decenza.
Dopo che Bonino ha vuotato il sacco, tocca a Testi. Lui continua a negare fino al 24 marzo 1994, quando invia un memoriale alla Procura di Perugia, nel quale ritratta tutto e spiega che effettivamente:>

  1. Pecorelli si è lamentato degli scarsi contributi da parte di Evangelisti
  2. Pecorelli ha preannunciato un attacco ad Andreotti per la questione degli assegni (quelli legati agli scandali Italcasse e petroli)
  3. Vitalone ha invitato il giornalista a desistere dalla pubblicazione
  4. le ragioni vere della cena sono dovute all’intento di conciliare Pecorelli con Vitalone e Lo Prete, criticati sulle pagine della rivista O.P.

L’anno prima di queste dichiarazioni era stata sentita, sempre a Perugia, anche la sorella Rosita di Mino Pecorelli. Aveva raccontato quello che sapeva e le confidenze che tra fratelli si fanno. Il giorno della sua morte, dice Rosita, era contento perché aveva raggiunto un accordo con il gruppo di Andreotti, nella persone di Franco Evangelisti. Una promessa che la rivista, che non navigava affatto in buone acque dal punto di vista economico, sarebbe stata stampata da Ciarrapico a Cassino a prezzi decisamente inferiori.
Giuseppe Ciarrapico, oggi 85-enne, è stato un altro caro amico di Andreotti, anche se sempre molto vicino al movimento neofascista di Almirante, gestore delle terme di Fiuggi, poi senatore del Popolo della Libertà di Berlusconi.
Insomma si prospetta, alla data del 20 marzo, una soluzione per la rivista, con maggiori introiti pubblicitari e minori spese.
Nel febbraio dello stesso anno, il 1979, Mino fa venire a casa sua la sorella, perché è solo, non sta bene ed è molto preoccupato per un processo per diffamazione che il generale Roberto Jucci ha sporto contro di lui. Jucci, che ha compiuto 93 anni la settimana scorsa, ha alle spalle una carriera importante, anche se poi, da pensionato, riceve incarichi per i quali la sua condotta ha destato qualche malumore da parte della stampa del Sarno.
C’è anche un incontro con il giornalista Roberto Fabiani, che scrive un articolo molto duro contro Pecorelli. Alle rimostranze della sorella, il giornalista risponde testualmente: “Ma lei lo sa che la vipera morde quando ha paura?”.
Da tutto questo, si deduce che Mino Pecorelli, un po’ se l’aspettava che la sua vita fosse in grave pericolo, il pericolo magari di finire in galera, non quello di essere ammazzato.>

Altri personaggi in cerca d'autore.

Nell’ultima parte di questa puntata di Noncicredo, lasciamo a margine le vicende di Pecorelli per sapere qualcosa di più su alcuni dei personaggi citati più volte nella trasmissione: Andreotti, Evangelisti, Caltagirone, eccetera.
A proposito di Gaetano Caltagirone, ho già ricordato la frase famosa “A’ Fra’ che te serve?” rivolta a Franco Evangelisti e diventata, dagli anni ’80 in poi, un modo per indicare un sistema di corruzione e di potere.
É il 1972 quando Giulio Andreotti diventa primo ministro. Il suo governo dura appena 9 giorni, poi ci sono le prime elezioni anticipate in Italia. Nel 1976 ecco il famoso governo della “non sfiducia”, quello legato al neonato compromesso storico, sullo sfondo di un paese in profonda crisi economica e in lotta col terrorismo.
Il governo cade alla fine del 1977, quando ci sono grandi manifestazioni contro Andreotti, ma anche violenze per le strade e attentati terroristici. La crisi dura circa due mesi, dopodiché un altro governo Andreotti viene insediato dal parlamento lo stesso giorno in cui le Brigate Rosse rapiscono Moro e ne uccidono la scorta.
A fianco di Andreotti c’è sempre Franco Evangelisti, definito il suo braccio destro, più volte sottosegretario, anche in governi non diretti dall’amico.
Mentre è ministro della marina mercantile nel governo Cossiga, il 4 marzo 1980, si dimette per il clamore suscitato da una sua intervista a La Repubblica di qualche giorno prima, intervista nella quale ammette di aver ricevuto finanziamenti illeciti da Gaetano Caltagirone. É in questa occasione che racconta della frase, che lo saluta all’inizio di ogni telefonata: “A Fra’ che te serve?”.
Entra in vicende importanti, come nel 1993, poco prima di morire, quando confessa di aver assistito ad un incontro tra Andreotti e Carlo Alberto Dalla Chiesa, durante il quale i due parlano del memoriale, quello completo, di Aldo Moro.
Nel 2003 la corte d’Appello di Palermo accerta “una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980”, sentenza confermata l’anno successivo dalla corte di Cassazione.
Nell’intervista, rilasciata a Paolo Guzzanti, conferma di aver ricevuto soldi da Caltagirone, tanti soldi, in vent’anni e di averli usati per finanziare la corrente cui apparteneva, quella di Giulio Andreotti, per finanziare le proprie campagne elettorali, per finanziare il partito. E lo fa sostenendo che non sapeva certo di fare qualcosa di illecito, altrimenti non avrebbe mai ritirato personalmente assegni intestati a suo nome.
Ma Caltagirone non finanziava solo lui; di soldi ne arrivavano a tanti altri politici della DC e anche direttamente al partito.
Da qui in poi è meglio leggere le domande e le risposte:
Si rende conto della gravità di queste sue ammissioni?
«Io facendo quest’intervista è come se parlassi davanti al Parlamento: non posso dire il falso e non voglio tacere il vero. E nel vero c’è anche questo: che mai c’è stata la minima interferenza, la più piccola sovrapposizione fra l’affare dell’Italcasse e noi. Per “noi” intendo la corrente andreottiana»
Scusi, lei da dove pensava che venissero tutti i milioni che Gaetano Caltagirone tanto generosamente le metteva a disposizione?
«E che dovevo sapere io? lo pensavo che fossero soldi suoi, roba sua propria. Io non sapevo niente di tutte quelle società di Gaetano e neppure sapevo che l’Italcasse avesse erogato 205 miliardi a un solo uomo. Ma andiamo! Che cosa ci stavano a fare gli organismi di vigilanza?»
Che cosa le chiedeva Caltagirone in cambio dei suoi versamenti?
«Gaetano? Niente. Lui era, anzi è, un amico. Un amico della DC e non soltanto amico mio. Anzi, è amico di tanta altra gente che non è neppure democristiana. In fondo, a parte la provenienza dei soldi, di cui io non so niente, dove sta lo scandalo
Già: secondo lei dove sta lo scandalo?
«Posso dire? Guardi, me lo metta fra virgolette: io ero strasicuro che la questione sarebbe esplosa durante il congresso e che sarebbe stata strumentalizzata. È chiaro che qualcuno ha tirato fuori le carte e le ha fatte avere ai giornali. Ed è chiaro che è stato violato il segreto istruttorio e anche altri segreti. lo però vorrei sapere una cosa»
Dica.
«lo vorrei sapere perché, quando non ci sono di mezzo degli amici di Andreotti, non si va mai a fondo. Vorrei che finalmente si conoscessero i nomi dei 500 esportatori di capitali all’estero. Sugli altri non si rivela mai niente. E qui con la storia Caltagirone l’unico nome che esce fuori è il mio. Evidentemente gli altri o sono protetti, oppure sono nomi che non fanno cronaca.»
Come detto, subito l’intervista Evangelisti si dimette. Poi negli anni ’90 c’è una clamorosa rottura con Andreotti, raccontata, all’epoca, dalla stampa come un vero e proprio tradimento verso chi lo aveva portato così in alto nelle sfere politiche nazionali.
In realtà la separazione ha origini molto più attinenti la puntata di oggi. É durante le indagini sull’omicidio Pecorelli che esplode il bubbone. Evangelisti, infatti, rivela i suoi legami con Cosa Nostra e anche quelli di Giulio Andreotti con la mafia. Il Divo Giulio ha sempre negato sia il tradimento dell’amico Franco, sia, ovviamente, i suoi rapporti con Cosa Nostra. Ma la corte d’Appello di Palermo riconoscerà in pieno i rapporti tra Andreotti e la mafia fino al 1980, come chiaramente scritto nel dispositivo della sentenza. Il non luogo a procedere non è dovuto all’innocenza di Andreotti, ma solo all’intervenuta prescrizione.
É bugiardo, molto bugiardo, chiunque sostenga che Andreotti è innocente del reato di aver avuto rapporti organici con Cosa nostra almeno fino al 1980. Questa è la frase usata dai giudici di Palermo e confermata dalla Cassazione, altro che innocenza.
Nel 1993 Evangelisti entra in coma in seguito ad un’emorragia cerebrale. Il suo amico, o ex-amico, lo visiterà nella clinica di un altro amico della DC, Ciarrapico, con soste brevissime due volte: il primo giorno del ricovero e il giorno della sua morte.
Gaetano Caltagirone viene assolto nel 1988 da ogni addebito e muore nel 2010. Tre anni più tardi lo segue anche Giulio Andreotti, portando con sé una quantità impressionante di segreti, compreso quello di come sono andate davvero le cose con Mino Pecorelli.>

É tutto per ora. Dalla rievocazione dei fatti, che portano all’assassinio di un giornalista così scomodo e così chiacchierato come Mino Pecorelli, mancano ancora numerosi tasselli. La prossima volta parleremo del Memoriale di Aldo Moro e delle pubblicazioni su O.P. di parte di essi. Cercheremo anche di scoprire il ruolo di Licio Gelli nella vicenda e di come i tribunali hanno giudicato i possibili responsabili, in primo luogo quello che i pentiti hanno indicato come mandante e cioè Giulio Andreotti e gli esecutori, Tano Badalamenti e Stefano Bontate. Cercheremo anche di capire il ruolo di personaggi come Carminati, membro dei NAR e della banda della Magliana, di Danilo Abbruciati, servo fedele di Pippo Calò, in un intreccio complesso e articolato.

Introduzione

01 minoOggi ci occupiamo dell’assassinio di Mino Pecorelli, ammazzato il giorno prima che cominci la primavera del 1979.
Avviene alla fine di una decade, che di delitti e di sangue ne ha visti a non finire. Alcuni di questi fatti li ho raccontati qui a Noncicredo, tra tutti la prigionia e l’uccisione di Aldo Moro e quella, purtroppo troppo spesso dimenticata, della sua scorta in via Fani nel 1978.
Sono gli anni di piombo che si racchiudono, come dentro due parentesi, tra la strage di Piazza Fontana nel 1969 e quelle di Ustica e di Bologna del 1980. In mezzo ce ne sono altre, con un numero di morti più o meno importante, la bomba in piazza della Loggia a Brescia, quella sull’Italicus, le stragi di Peteano, Gioia Tauro, Questura di Milano.
Anni complicati, difficili, durante i quali la dialettica politica lascia spazio a soluzioni più estreme, quelle definite terrorismo. Terrorismo da entrambe le parti in lizza. Quella di destra e quella di sinistra: i NAR, le BR e tutti gli altri gruppi aderenti ad associazioni più o meno vicine alle estremità delle ideologie delle formazioni politiche presenti in parlamento. Questa almeno è la versione ufficiale. Ma non è solo questo, perché ci sono altri avvenimenti cruciali in quel periodo.
C’è l’affermazione criminale di un gruppo di romani, che si riuniscono in una banda, chiamata, dal quartiere di origine, Banda della Magliana, che entrerà in quasi tutte le “operazioni” (passatemi questo termine) del periodo. Banda dai forti legami con Camorra e Mafia, tanto che Pippo Calò, un importante esattore di Cosa Nostra, ha la sua sede a Roma e contatti costanti con la Banda, che spesso utilizza come manovalanza per delitti e omicidi. Dentro la banda, e in collaborazione con le organizzazioni mafiose, si muovono elementi di estrema destra, anche appartenenti ai NAR, come Massimo Carminati.
Come si vede un intreccio fitto fitto, che tuttavia non finisce qui.
Perché a fianco della malavita (come dire?) di strada, si muove quella in giacca e cravatta e addirittura quella in abito porporato. Da un lato la ricerca del potere da parte di Licio Gelli, che raccoglie nella sua loggia massonica il fior fiore di politici, industriali, militari e moltissimi nomi importanti dei servizi segreti. Dall’altra parte ci sono i banchieri che cercano facili guadagni, guadagni enormi, sfruttando l’abilità di uomini come Michele Sindona, la sete di soldi di Roberto Calvi e l’ombrello molto largo e sempre ben aperto dello IOR, la banca del papa, guidata da menti corrotte e intrallazzatrici come quella del vescovo Paul Marcinkus.
Niente (o troppo poco) di questo appare sui libri di storia. Del resto è chiaro che, se quei libri fossero riempiti con tutti i retroscena, diventerebbero dei romanzi gialli e, probabilmente, sarebbero troppo appetibili anche per gli studenti, che, così magari sarebbero assaliti, loro malgrado, dalla voglia di studiare. Ma questo non ha niente a che fare con la storia che sto per raccontare e che, pur essendo incentrato sulla figura di Pecorelli, tira in ballo quasi tutti i protagonisti citati fin qui.
Come sempre, occorre partire dall’inizio e rispondere alla prima domanda: “Chi è Carmine Pecorelli, detto Mino?
Nasce in Molise nel 1928, partecipa alla guerra di liberazione nell’esercito polacco, poi si trasferisce a Roma, dove lavora come avvocato fino ai primi anni ’60. Diventa capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo ed è proprio questo ad introdurlo nell’ambiente del giornalismo. Nel 1967 diventa giornalista a tutti gli effetti, lavorando al periodico mensile Nuovo Mondo d’Oggi, che diventa poi un settimanale. La rivista è caratterizzata da una serie di “scoop” negli ambienti del potere. Questo lavoro gli regala amicizie, ma anche molti nemici. Tanto che l’ultimo numero di Nuovo Mondo non esce mai, perché il Ministero dell’Interno fa chiudere la rivista il 2 ottobre 1968.
Allora Pecorelli apre una propria agenzia di stampa, chiamata OP, Osservatore Politico, sede in via Tacito a Roma, che segue la strada della rivista precedente, spulciando tra scandali e retroscena nei vari settori del potere pubblico e privato. Mino è molto bravo e riesce a catturare l’attenzione di politici, importanti dirigenti statali, alte sfere militari (compresi i servizi segreti), industriali, che diventano lettori assidui della pubblicazione, sempre attenti a scoprire se tra quelle pagine si parla anche di loro.02 OP Costruisce attorno a sé un gruppo di informatori in posizioni chiave dello Stato. Questo gli permette anche di avere aiuti finanziari, spesso perfino da personaggi bersagliati dai suoi articoli, come il politico democristiano Antonio Bisaglia e l’allora segretario generale della Camera, Francesco Cosentino, uomo di Andreotti e di Licio Gelli, coinvolto in numerose inchieste tra rapimenti, inciuci politici, responsabile del “piano di rinascita” di Gelli e, forse, della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Per OP lavorano anche Nicola Falde, ex capo della sezione che si occupa di ricerche economiche e industriali dei Servizi segreti italiani e Annibale Ilari, prelato romano della Sacra Rota. Per alcuni servizi, come quelli contro Camillo Crociani e Antonio Lefevre, entrambi condannati per lo scandalo Lockheed, si avvale delle informazioni che arrivano nientemeno che da Vito Miceli, direttore del SID, i servizi segreti dell’epoca, nei primi anni ’70 e coinvolto, ma poi assolto, nei complotti contro lo stato Rosa dei Venti e golpe Borghese.
Dieci anni dopo, nel 1978, Pecorelli annuncia la decisione di trasformare l’agenzia in un periodico, regolarmente venduto in edicola. Il primo numero esce due settimane dopo la strage di via Fani ai danni della scorta di Aldo Moro. OP segue tutta la prigionia di Moro, con una precisione incredibile e notizie esclusive, perfino alcune che sfuggono agli stessi inquirenti riguardanti la prigionia di Moro e i comunicati delle BR.
I bersagli di OP sono diversi e non ci sono sconti per nessuno. In particolare, uno dei grandi nemici è Giulio Andreotti e tutta la sua corrente, tanto che il braccio destro del leader democristiano, Franco Evangelisti, cerca di convincere Pecorelli, con un assegno di 30 milioni di lire, a lasciar perdere un articolo su fondi che lo stesso Andreotti avrebbe girato ad esponenti del SID.
I metodi di Pecorelli non sono certo da educanda. La campagna contro il presidente della repubblica Giovanni Leone è di quelle che non si dimenticano. Vengono tirati in ballo non solo vicende politiche, come l’affare Lockheed, ma anche squallidi reportage sulle abitudini personali e sessuali del politico e di sua moglie. Come sappiamo, Leone si dimette, pur non risultando responsabile di quelle accuse.
E poi altri scandali pubblicati su OP sono quello dell’Italpetroli, la vicenda di Papa Luciani, delle logge massoniche e così via.
Queste osservazioni portano ad un unico risultato. Di nemici, Mino Pecorelli, ne ha in abbondanza.

Mino Pecorelli viene assassinato

La vicenda dell’assassinio di Mino Percorelli è uno degli intrighi più complessi della storia del nostro paese e, alla fine, ci sono un sacco di sospetti, ma nessuna certezza.
04 assassinioNella preparazione di questo e dei prossimi articoli sull’argomento, mi sono avvalso di numerosi testi e di articoli che sono reperibili in rete in quantità enorme. Segnalo, tuttavia, per chi volesse approfondire la questione, il testo di Mary Pace, “Mino Pecorelli il delitto irrisolto” edito da Arnaldo Curcio. Lo segnalo perché è diverso da tutti gli altri, in quanto riporta, nelle sue 300 pagine, le dichiarazioni e gli interrogatori, producendo una documentazione processuale unica e completa. É stato, per me, una guida molto preziosa.
Proverò dunque a ripercorrere la storia di questo scomodo e, per molti versi, ambiguo giornalista molisano, cominciando dalla fine, dall’ultima giornata della sua vita.
É il 20 marzo del 1979, sono le 17,30. Pecorelli è nel suo ufficio, indaffarato in una lunga conversazione con uno sconosciuto, ma che ha, evidentemente, molte cose da raccontare. É un martedì e quella sera, come ogni settimana, il giornalista deve andare a cena con Egidio Carenini, deputato democristiano. Arriva anche la compagna di Mino, Franca Mangiavacca, che, a casa, ha preparato la cena che il giornalista dovrà consumare più tardi.
Due cene sono un po’ troppe: c’è qualcosa che non torna.
Arriva anche la sorella Rosita, che dichiarerà che al suo arrivo, alle 15,30, c’è una macchina con un uomo davanti alla sede del giornale. Quando la donna se ne va, due ore più tardi, l’automobile è ancora là … e anche l’uomo.
Nemmeno Franca Mangiavacca, pur facendo capolino nell’ufficio del suo uomo, riesce a capire chi è quella persona con cui Mino sta discutendo da molto tempo. É in penombra e non riesce a riconoscerlo.
Si saprà solo in seguito che si tratta di Vincenzo Cafari, ufficialmente assicuratore, ma con contatti con i servizi segreti e con la guardia di finanza.
Per Franca è un giorno di festa: ha appena ottenuto il divorzio dal marito, ma non riesce a comunicarlo a Mino, perché quel tizio rimane nell’ufficio fino oltre l’orario di chiusura. Finalmente, alle 20,30, si può chiudere e tutti escono in strada. Il portiere non c’è più. Ognuno si dirige verso la propria meta, compresa la compagna di Mino, che ha parcheggiato l’auto un poco più in là. Pecorelli entra nella sua Citroen verde e gira la chiavetta d’accensione. É allora che vede un’ombra dalla parte del finestrino di guida. Non fa in tempo a reagire: quattro colpi di pistola mettono fine alla sua vita.
Franca Mangiavacca sta facendo manovra quando vede l’auto di Mino di traverso sulla strada e nota un uomo abbassato verso il finestrino della Citroen: indossa un impermeabile chiaro. In un attimo si allontana nella strada deserta e poco illuminata.
Franca parte verso l’auto di Mino, scende e capisce tutto. Si lancia all’inseguimento dell’uomo dall’impermeabile chiaro, ma inutilmente. Allora fa il giro dell’isolato e torna da Mino dando l’allarme.
Quando arrivano gli inquirenti, si recano subito nella sede del giornale. Le porte sono aperte, anche la cassaforte. Molto strano! I carabinieri portano via tutto e sigillano l’appartamento. Alle 3 di notte è tutto finito.
05 proiettiliA terra, vicino all’auto verde, si trovano quattro bossoli calibro 7,65, due di marca Fiocchi e altri due di marca Gevelot, molto rari da reperire sul mercato.
Durante l’inchiesta viene sentito Giuseppe Mascia (all’epoca tenente, comandante del nucleo operativo della zona). Racconta di aver sentito alla radio l’allarme, lanciato perché nella zona di via Tacito si sono sentiti 4 colpi di arma da fuoco. Anche questo è strano, perché le perizie scopriranno che quella pistola calibro 7,65 era dotata di silenziatore.
Nemmeno l’ubicazione del delitto corrisponde: perché mandare le pattuglie in via Tacito, se l’omicidio è avvenuto in via Orazio?
Se state cercando un aggettivo, che caratterizzi questa vicenda, posso suggerire “strano”. Le stranezze qui sono all’ordine del giorno, come vedremo di seguito.
Si comincia già due giorni dopo l’omicidio, con una telefonata anonima fatta al telefono di casa del procuratore di Roma, Giovanni De Matteo. L’informatore dice quello che molti già pensano: il movente per cui Mino ha perso la vita è da ricercare nella documentazione che il giornalista ha raccolto su alte personalità.
Passano appena 4 giorni e arriva una lettera anonima, sempre a De Matteo. In questa sono i NAR a rivendicare l’omicidio. I NAR, come abbiamo visto in altre occasioni, sono collegati alla malavita organizzata (segnatamente la banda della Magliana) e alla P2 di Licio Gelli.
Altre stranezze riguardano i protagonisti. Prima il colonnello Antonio Cornacchia, a cui sono affidate le indagini, poi Umberto Nobili, e Federico Mannucci Benincasa, entrambi con ruoli importanti nei servizi segreti, i più che probabili autori delle informazioni anonime. Cos’hanno in comune? Sono tutti affiliati alla loggia di Licio Gelli. Le indagini, che vedono un altro massone della P2 sospettato, non portano a nulla, ma servono a sondare i rapporti Pecorelli-Gelli, dal momento che negli ultimi numeri di OP, usciti prima della morte del giornalista, gli attacchi sono diretti contro Gelli e contro Andreotti per lo scandalo Italcasse, di cui parleremo a lungo nel prossimo articolo.
I legami tra Pecorelli e la gente che conta del periodo non sono mai limpidi. D’altra parte OP non naviga mai in buone acque dal punto di vista economico, per cui la rivista accetta finanziamenti da chiunque, anche dalle proprie vittime.
Il processo intentato contro Licio Gelli per l’omicidio di Pecorelli si chiude nel 1991 con l’assoluzione del Gran Maestro. Mino Pecorelli, a quel punto, è ucciso da ignoti.

Le bande e la malavita

06 maglianaIl periodo di cui stiamo parlando è quanto mai burrascoso a Roma. Sono gli anni dell’uccisione di Aldo Moro, delle Brigate Rosse e delle formazioni terroristiche di sinistra e destra. Nella Capitale domina la Banda della Magliana, arricchitasi con alcuni sequestri, non sempre finiti con la restituzione dell’ostaggio. Nel 1977 i vari gruppi di delinquenti romani si riuniscono per fare piazza pulita della concorrenza ed è qui che nasce, ufficialmente, la famigerata Banda, che fa parlare di sé ancora oggi. Poi ci sono i NAR, quelli di Giusva Fioravanti e di Francesca Mambro, condannati per la strage di Bologna del 1980. Ma il fascista che qui ci interessa è un altro: Massimo Carminati. Lui, come altri suoi camerati, capisce presto che con le azioni politiche c’è poco da guadagnare: meglio rapine, gestione di bische e spaccio di droga, che procurano denari sonanti. Così ecco che parte dei NAR confluiscono nella Banda della Magliana, all’epoca governata da Franco Giuseppucci, il libanese della serie televisiva che forse qualcuno ha visto.
07 de pedisQuando questi viene ucciso, si scatena una faida tra la banda e altri soggetti della malavita romana, ma anche all’interno del gruppo le cose non sono tranquille. Assume allora il comando Enrico De Pedis, il Dandy della serie televisiva, e lo terrà finché anche lui non verrà fatto fuori da altri componenti della banda perché non rispetta più i patti, che sono quelli di divedere tra tutti i proventi del malaffare, anche, anzi soprattutto, con le famiglie dei carcerati. De Pedis gestisce le cose come se fosse il padrone, per questo viene fatto fuori.
Ho dedicato un articolo su questo sito alle vicende della banda, in relazione al rapimento di Emanuela Orlandi e alla sepoltura di De Pedis nella chiesa di Sant’Apollinare a Roma.
La morte di Renatino, come veniva soprannominato il boss, fa vacillare alcuni dei suoi complici, i quali cominciano a collaborare con le forze dell’ordine. É dai racconti di questi che molti fatti di quegli anni vengono alla luce, perché, in un modo o nell’altro, la Banda della Magliana, è sempre presente in tutti i fatti delittuosi dagli anni 70 in poi.
C’è ancora da ricordare il legame, stretto per motivi (come dire?), “commerciali” con Pippo Calò, tesoriere della mafia a Roma, strettamente legato a Stefano Bontate da un lato e ai gruppi eversivi come i NAR dall’altro.
A proposito di collaboratori di giustizia, il primo mafioso pentito è Tommaso Buscetta, che racconterà molti fatti agli inquirenti, compreso l’omicidio di Mino Pecorelli.
Qui faccio riferimento agli interrogatori di Buscetta. Ovviamente nessuno può sapere se quanto riportato sia vero o falso.
Buscetta è latitante in Brasile, quando lo raggiunge Tano Badalamenti, capo della cosca di Cinisi. Ricordo che il boss, morto nel 2004, è stato condannato in America a 45 anni per traffico di droga e all’ergastolo in Italia per l’uccisione di Peppino Impastato, avvenuta lo stesso giorno di quella di Aldo Moro.
Dunque Tano racconta a Buscetta come sono andate le cose. I cugini Salvo sono in quel periodo associati a Bontate e Badalamenti, poi passeranno molto velocemente alla corte di Totò Riina, quando questi farà piazza pulita dei mafiosi a lui non graditi e diventerà il super-boss di Cosa Nostra. I cugini Salvo sono anche esponenti politici democristiani, molto legati ad alcuni colleghi di Roma, in particolare a Giulio Andreotti.
Secondo Buscetta, dunque, i cugini Salvo, per fare un piacere ad Andreotti, avrebbero chiesto a Bontate e Badalamenti di far fuori quel giornalista. Il pentito ricorda la frase detta da Tano: “u ficimo nuatri, io e Stefano”, lo abbiamo fatto noi, io e Stefano.
Dunque a far fuori Mino Pecorelli sono stati i due boss mafiosi. Certo non personalmente, perché – come dichiara Buscetta – “Stefano Bontate non è l’uomo che viene a Roma e spara a Pecorelli. Lo può dire ad altre 5 mila persone, ma farlo lui no.
08 buscettaSe le affermazioni di Buscetta sono vere, abbiamo, in un colpo solo, gli esecutori (i picciotti della cosca mafiosa di Silemi) e il mandante, nientemeno che Giulio Andreotti.
Non solo, Tano Badalamenti confessa a Buscetta anche il movente. Pecorelli stava per pubblicare documenti scottanti, che gli erano arrivati non si sa come, e riguardavano la vicenda di Moro e i suoi appunti. C’è anche un altro legame: quello con l’uccisione, qualche anno più tardi, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Lui era stato incaricato di far luce sulla vicenda Moro ed era stato tra quelli che avevano perquisito i covi delle BR, dove si trovavano i memoriali dello statista pugliese. Il sospetto è che proprio Dalla Chiesa sia il “messaggero” che porta a Pecorelli carte così compromettenti, forse per divulgare i rapporti segreti tra politica e mafia. Anche di questo parleremo in un prossimo articolo.
E la banda della Magliana? Cosa c’entra con l’omicidio di Pecorelli?
Come detto, le imprese della banda della Magliana saltano fuori quando diversi pentiti cominciano a raccontare quello che è successo. Uno dei discorsi che, durante i vari dibattimenti in tribunale, vengono fatti, riguardano le armi della banda.
Si tratta di un vero e proprio arsenale, che viene nascosto in un posto impensabile, uno scantinato di proprietà del Ministero della Sanità. Vi arrivano attraverso conoscenze e grazie al custode, Biagio Alesse, che viene arrestato nel 1981.
Tra i pentiti più importanti c’è Maurizio Abbatino, il cui ingresso nella banda è abbastanza curioso. É Franco Giuseppucci a rintracciarlo intimandogli di restituire una borsa di armi che gli sono state rubate da qualcuno dei suoi. Abbatino non fa una piega, recupera le armi, le restituisce e i due si accordano per formare una unica banda che domini sulla malavita romana: è il 1977.
Qui però ci interessa sapere qualcosa che riguardi il caso Pecorelli.
Dunque partiamo dal deposito di armi. Vi hanno accesso alcuni della banda, ma non tutti; alcuni possono accedervi solo se accompagnati, altri da soli. Tra questi ci sono due nomi importanti: Massimo Carminati, quello dei NAR che abbiamo già incontrato, e Danilo Abbruciati. Questi, all'interno della Banda, nonostante le strette regole autoimposte dagli stessi componenti, mantiene una certa indipendenza che rispecchia il suo spirito imprenditoriale e che lo porterà a stringere rapporti di collaborazione con politici corrotti, estremisti di destra, mafiosi del calibro di Pippo Calò, e, indirettamente, anche con faccendieri come Flavio Carboni con i quali Abbruciati investe i proventi dello spaccio della droga in operazioni immobiliari in Sardegna. Grazie al buon rapporto con Calò e con l'altro boss palermitano Stefano Bontade, Abbruciati porta in dote alla Banda, un prezioso canale di rifornimento di stupefacenti direttamente connesso a Cosa Nostra.
11 Danilo AbbruciatiAbbruciati viene ucciso nel 1982, quando partecipa al ferimento di Roberto Rosone, il direttore del Banco Ambrosiano, attentato fatto per intimidire Roberto Calvi che in quel momento deve una forte somma proprio alla mafia siciliana.
É questo legame che ci porta all’omicidio Pecorelli.
Sull’uso delle armi del deposito al ministero della sanità non c’è un grande controllo. Quelli che possono entrare le prendono, le usano e poi le riportano. Ci sono anche molte pistole e ci sono munizioni, anche di calibro 7,65 delle ditte Fiocchi e i Gevelot, che presentano le stesse identiche imperfezioni di quelli trovati vicino al cadavere di Mino Pecorelli.
Un altro pentito della banda è Antonio Mancini, molto legato a Enrico De Pedis e finito in carcere diverse volte, l’ultima a seguito di una condanna di 28 anni da scontare nella fortezza di Pianosa. Ma da lì viene presto trasferito, inaspettatamente. Racconterà che a ottenere questo risultato è il suo capo, Enrico De Pedis, che ha relazioni importanti (e probabilmente anche motivi sufficienti per essere ascoltato) al ministero di Grazia e Giustizia.
Nel 1994 diventa collaboratore di giustizia e racconta molti episodi degli anni ’70 e ’80, che hanno a che fare con il rapimento di Emanuela Orlandi, con la prigionia e l’assassinio di Aldo Moro e, ovviamente, con quello di Mino Pecorelli.
Nelle rivelazioni del pentito si legge che l’arma che ha ucciso Pecorelli gli viene mostrata dallo stesso Enrico De Pedis, il quale la conserva come un trofeo.
Per riepilogare il tutto, ecco un passaggio del testo, che si può leggere negli atti del Senato della Repubblica, stilato dalla Commissione antimafia nella 14^ legislatura tra il 2001 e il 2005. Si tratta di oltre mille fogli. A pagina 895 si legge:
«La tesi accusatoria nel processo prospettava che il delitto sarebbe stato deciso dal senatore Andreotti il quale, attraverso l’on. Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Ignazio e Antonino Salvo l’eliminazione di Pecorelli. I Salvo avrebbero attivato Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali, attraverso la mediazione di Giuseppe Calò, avrebbero incaricato Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci di organizzare il delitto che sarebbe stato eseguito da Massimo Carminati e da Michelangelo La Barbera
Abbiamo già parlato dei personaggi citati dalla commissione antimafia, tranne dell’on. Vitalone, amico intimo di Giulio Andreotti.
In effetti i nemici giurati di Pecorelli, nei suoi articoli, sono proprio loro due: l’onorevole Andreotti e i Vitalone. Vediamo come e perché.
Partiamo da Andreotti, il cui nome figura quasi come punteggiatura nel documento della commissione antimafia citato. É Pecorelli ad assegnargli il nomignolo di “Divo Giulio”, ma anche Padrino, Super Padrino per non lasciare adito a fraintendimenti su quello che pensa del senatore. Le accuse, in particolare, riguardano le frequentazioni di Andreotti con noti esponenti della mafia, come Salvo Lima, sindaco del capoluogo siciliano all’epoca del Sacco di Palermo, che devasta la città con licenze edilizie affidate a ditte gestite da Cosa Nostra. Entrerà negli atti delle commissioni parlamentari antimafia a più riprese. Durante il maxiprocesso, i boss mafiosi, con Totò Riina in testa, spingono perché la politica intervenga per ridurre le pene degli accusati. L’incarico viene affidato, secondo la commissione antimafia, proprio a Salvo Lima. Ma l’intervento non produce l’effetto desiderato e gli ergastoli fioccano. Per questa sua incapacità, viene ucciso da Cosa Nostra, anche per lanciare un avvertimento ad Andreotti, responsabile, con un decreto legge, di aver fatto tornare in carcere i mafiosi, usciti per decorrenza dei termini.
Altra frequentazione molto criticata da Pecorelli è quella con “La banda Caltagirone” (sono parole di Pecorelli), famiglia formata da tre fratelli, costruttori, protetti, sempre secondo la rivista OP, dal Divo Giulio.
12 andreotti e vitalonevitalone400Claudio Vitalone, fratello di Wilfredo, è stato un politico e magistrato, che ha attraversato mille battaglie giudiziarie, non solo professionalmente, ma anche come imputato. Dalle accuse rivoltegli è sempre stato assolto. Ma questo, nella nostra storia, non ha molta importanza. Quello che ci interessa è vedere cosa pensava e scriveva Mino Pecorelli di Vitalone. I primi interventi risalgono al 1975, quando sostiene che i due fratelli si adoperano continuamente per interferire sul corso della giustizia. Il fatto sarebbe l’intervento di Claudio per ammorbidire la situazione del fratello Wilfredo, spesso in tribunale in veste di accusato. Ecco un pezzetto dell’articolo di O.P.:
Insomma in casa Vitalone la prassi è sempre questa. Wilfredo incappa nelle maglie della giustizia? Niente paura, ecco i ripari: Wilfredo denuncia a sua volta Pinco Pallino …
Quando i magistrati competenti avranno assolto l’imputato Pinco Pallino e si tratterà di escutere contro Wilfredo, ecco accorrere Claudio con tutte le sue batterie a denunciare e intimidire i suoi colleghi che hanno osato colpirgli il congiunto.
Pecorelli è sempre sul pezzo. Non si sa come né perché, ma le sue informazioni sono sempre di prima mano. Si tratta di questioni importanti, come il materiale lasciato da Moro durante la sua prigionia, dossier segreti come Mi.Fo.Biali, documenti relativi al Golpe Borghese, informazioni sullo scandalo Italcasse e sui cosiddetti “assegni del presidente”, di cui Pecorelli ha le matrici e, come annunciato poco prima di morire, anche gli assegni … il presidente, in questo caso, è quello del Consiglio, Giulio Andreotti. Gli assegni costituiscono la tangente pagata alla politica da Italcasse.
La mattina del 20 marzo, il giorno in cui viene ucciso, Mino parla con il giudice Luciano Infelisi, autore di molte delle inchieste scottanti di quel periodo. Al magistrato dice che sta aspettando documenti che nascondono “informazioni bomba” (sono le sue parole), ma nessuno saprà mai di che documenti si tratta. Che tuttavia ci fosse grande attesa nella redazione di O.P. lo confermano anche la sua compagna Franca, la sorella Rosita e il suo collaboratore Paolo Patrizi.
Entreremo nei dettagli delle vicende citate poco fa, ma, a proposito degli assegni, nell’ottobre del 1977, Pecorelli pubblica un’agenzia dal titolo: “Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha dati?
13 Assegni presidenteDal testo, con pochi omissis, che non modificano per nulla il significato:
Questo è un primo elenco di assegni bancari per un pagamento effettuato personalmente brevi manu dal Presidente Giulio Andreotti, per un ammontare complessivo che supera i due miliardi di lire. Dall’esame dei titoli bancari risulta che, tra le firme di girata, manca quella dello statista ciociaro, che evidentemente ha cose da nascondere alla giustizia. Chiediamo formalmente alla procura di Roma e di Milano di aprire un’inchiesta volta ad accertare:
  1. la reale esistenza dei nominativi figuranti quali intestatari degli assegni sopra elencati;
  2. nel caso tale esistenza possa essere provata, il rapporto dei predetti con Giulio Andreotti …;
  3. la posizione giudiziaria del predetto Andreotti in ordine al “traditio” dei titoli in oggetto;
  4. la provenienza del denaro: cioè chi, a che titolo e a quale fine ha voluto far pervenire all’on. Andreotti assegni intestati a nominativi di copertura;
  5. il motivo per cui l’on. Andreotti non ha ritenuto opportuno girare gli assegni in questione;
  6. l’ammontare complessivo delle somme versate al Presidente del Consiglio da questo suo benefattore ignoto, per motivi da accertare.
Ecco, questo è quanto scrive Pecorelli il 14 ottobre 1977. Il suo elenco comprende 15 assegni: 14 da dieci milioni e uno da 4 milioni. Torna sull’argomento poco prima di essere ucciso. Per mettere fine a questi attacchi, il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, interviene. Siccome Pecorelli è indebitato con la tipografia Abete, versa a quest’ultima 30 milioni di lire.
Metodi poco ortodossi da parte del giornalista? Forse sì, ma da tutto questo si capisce che Pecorelli sa tante, tantissime cose e questo dà fastidio, dà fastidio a tante persone importanti e potenti.

Il dossier M.Fo.Biali

Uno dei moventi addotti per l’eliminazione di Mino Pecorelli è la pubblicazione su O.P. di larghi stralci di un dossier segreto, realizzato dal SID, il servizio segreto italiano, tra il 1974 e il 1975.
Vediamo di cosa si tratta. In quegli anni Mario Foligni si mette in testa di fondare un partito alternativo alla Democrazia Cristiana, che avrebbe, a suo dire, perduto lo spirito iniziale, quello di Don Sturzo. La nuova formazione dovrebbe chiamarsi Nuovo Partito Popolare. Foligni è uno ammanicato con il Vaticano e in particolare con lo IOR, essendo in stretto contatto con monsignor Paul Marcinkus, presidente della Banca del Vaticano.
L’allora ministro della difesa, Giulio Andreotti, preoccupato per la nascita di questo nuovo partito, ordina al Generale Gian Adelio Maletti, di controllare la situazione. Maletti è il responsabile della sezione D del SID, quella incaricata di occuparsi degli affari interni al Paese. Maletti ha come capo il generale Vito Miceli, entrambi afferenti alla DC ma a due correnti diverse, anche se Miceli diventerà parlamentare nelle file del partito neofascista MSI.
Ad ogni modo Mario Foligni viene pedinato e intercettato, senza peraltro autorizzazione da parte della magistratura, il che rende illegali quelle intercettazioni, e il SID scrive un dossier sul caso. Si chiama Mi.Fo.Biali: le due prime parti, M e Fo sono le iniziali di nome e cognome del Foligni. Biali è l’anagramma di Libia e vedremo tra poco perché c’è di mezzo anche il paese nordafricano. I risultati vanno riportati direttamente al ministro, cioè ad Andreotti, cosa ammessa più tardi dallo stesso governo italiano, rispondendo ad un quesito sia alla camera che al senato.
Quello che segue è ripreso dalla sentenza di primo grado durante il processo per l’uccisione di Pecorelli.
I servizi, in un impeto di stakanovismo, allargano la loro indagine, oltre che al Foligni, anche alla guardia di finanza. I documenti arrivano a Pecorelli, che ne pubblica ampi stralci e non solo e non tanto la parte riguardante il Nuovo Partito Popolare, ma soprattutto gli episodi di corruzione ed esportazione illecita di valuta degli alti gradi della Finanza. In particolare il dito è puntato contro il comandante generale dell’arma Raffaele Giudice, di sua moglie, del suo segretario, Giuseppe Trisolini e del vicecomandante generale dell’arma Donato Lo Prete.
C’è poi una parte che riguarda un traffico di petrolio con la Libia (da cui il nome del dossier, come detto), al quale sono interessati non solo Mario Foligni, ma anche il fratello del premier di Malta, Don Mintoff, petrolieri italiani, alti prelati e, ancora una volta, il generale Raffaele Giudice.
Tanto per fare un esempio delle cose riportate nel dossier, si descrivono le indagini svolte in Svizzera, dalle quali salta fuori che c’è un legame tra il denaro usato per la corruzione e quello relativo al traffico di stupefacenti e, nientemeno, che Cosa Nostra.
Comincia qui una collaborazione tra il PM di Milano Ilda Boccassini e l’allora giudice istruttore di Palermo, Giovanni Falcone. C’è anche un clamoroso caso di riciclaggio che coinvolge il ministro della Giustizia svizzera, Elisabetta Kopp, il cui marito, avvocato Hans Kopp, risulta essere in affari nientemeno che con il capo della mafia turca, Yasar Musullulu, per riciclare circa un miliardo di dollari del 1986, che non sono certo bruscolini.
14 finanzaI nomi degli indagati entrano anche in un altro scandalo, conosciuto come “scandalo petroli”, che tra la metà degli anni ’70 e i primi ’80 investe il mondo imprenditoriale, politico e la Guardia di Finanza.
É una lunga storia, che merita di essere raccontata, anche perché coinvolge, come vedremo, direttamente O.P. e il suo direttore, Mino Pecorelli.
Nell’autunno del 1980, esce un articolo che fa scalpore. Un giornale locale, che noi conosciamo bene, la Tribuna di Treviso, scrive di una truffa all’erario di 2 mila miliardi di lire e sostiene che “il contrabbando di petrolio aveva provocato uno scarto del 20 per cento tra il petrolio effettivamente consumato e le imposte pagate, con conseguenti effetti sui dati statistici sui quali venivano impostati i, peraltro mai realizzati, piani energetici.
La beffa è che, nei primi anni 80, in Italia si riscontra un aumento dei consumi energetici, in controtendenza con gli altri paesi europei. I cittadini vengono aspramente criticati per questo, ma l’aumento è dovuto al fatto che vengono a mancare i litri di carburante arrivati illegalmente. Quindi l’aumento è solo quello della quantità legale di prodotti petroliferi.
Visto l’articolo, le indagini partono proprio dai magistrati trevigiani, nel 1978, assieme ai colleghi di altre 17 procure, tra cui Venezia, Milano e Torino. Già dai primi rilievi appare chiara una cosa. Lo scandalo, o la truffa se preferite, è possibile grazie a disposizioni legislative favorevoli, grazie a stretti legami tra politica e affari, grazie alla connivenza di alti funzionari degli organi di controllo, segnatamente la Guardia di Finanza.
Come nasce questa inchiesta? A Padova c’è un capitano della Guardia di Finanza, Antonio Ibba, del servizio segreto interno all’arma. Stende, nel 1976, un verbale che arriva, dopo qualche settimana, tra le mani del colonnello Aldo Vitali, che lo legge, si stupisce, e stila anche lui una nota interna di 10 cartelle e 186 fogli allegati. In questa c’è scritto che esiste un grossissimo giro di contrabbando di petrolio, gestito dalla “Costieri Alto Adriatico” di Marghera, protetta da un personaggio politico di alto livello. Vitali fa nomi e cognomi, tra i quali quello del petroliere Brunello, e ipotizza come il “giro” sta avvenendo. La nota arriva, nel febbraio del 1976, nelle mani di Pietro Spaccamonti, generale ispettore dell’Italia Settentrionale della Guardia di Finanza, che prende l’incartamento e lo manda al Comando Generale, vale a dire al più alto grado dell’arma.
A dirigere la GdF ci sono due personaggi: Raffaele Giudice, il capo in testa, e il capo di stato maggiore Donato Lo Prete. Risultato? Vitali viene trasferito e su di lui si apre un’inchiesta, suffragata da una relazione denigratoria su Vitali di tale Ciccone dell’Ufficio Informazioni di Padova. Si scopre presto che quella relazione è realizzata con la macchina da scrivere di Giulio Formato, amico di Ciccone, ma, soprattutto, legale dei petrolieri coinvolti nello scandalo. Per i magistrati è la prova del nove della collusione tra finanzieri e imprenditori.
Le accuse per Vitali sono di essere troppo credulone e quindi poco serio. Viene mandato a Roma e sostituito da altri militari, che sono tutti uomini fidati di Lo Prete.
Poi però, ormai siamo abituati a questo, c’è un colpo di scena. Accade su un’autostrada non lontano da Venezia.
Un’autobotte piena di gasolio viene fermata e si scopre che è senza bolla di accompagnamento. É della Brunello Lubrificanti, l’azienda citata nel documento di Vitali. L’indagine comincia: a Vicenza la Brunello ha un deposito e si scopre il legame delittuoso tra la Brunello e la Costieri Alto Adriatico. Ma i documenti raccolti arrivano praticamente illeggibili alla magistratura. La stampa carica a testa bassa: si tratta di pochi milioni di evasione, roba da ridere, altro che i duemila miliardi di quel credulone di Vitali.
Poi i carabinieri di Vimercate fermano due individui sospetti. Uno di questi, tale Bormida, ha con sé dei moduli H ter. Si tratta dei moduli di accompagnamento della merce trasportata. Ma la merce non c’è e Bormida non sa spiegare a cosa si riferiscano quegli H-ter. Viene avvertita la guardia di finanza, ma, ancora una volta, le indagini non portano a niente. Strano no?
Passa un anno e, alla fine, il pretore di Monza, archivia tutti i procedimenti, ma le indagini continuano lo stesso finché si scopre, tra le società, legate a Bormida, la “Isomar” del petroliere Chiabotti ed è qui che salta fuori il contrabbando. Viene aperto un procedimento, detto Isomar 1, che si conclude con la condanna dei principali imputati.
Ci sarà anche un altro processo, Isomar 2, con il coinvolgimento di altre aziende e la condanna degli imputati con sentenza definitiva nel 1984. 
Intanto a Treviso, nel 1978, … ma questo lo racconto dopo un intervallo musicale.

Lo scandalo petroli

Il petroliere Gianni Savoia ha partecipato alla truffa, ma essendo stato estromesso dal giro grosso, si presenta al giudice di Treviso nel 1978, denunciando la ditta Brunello come quella da cui partire per scoprire il traffico illecito. Nello stesso periodo due sottufficiali della Guardia di Finanza subiscono un tentativo di corruzione durante una verifica. É il punto di svolta: le verifiche portano gli inquirenti all’indirizzo del deposito carburante della Brunello, ma vi trovano solo un prato con l’erba alta un metro. Il 9 settembre 1978, il Brunello viene arrestato con l’accusa di contrabbando. I legami cominciano a diventare chiari: la guardia di finanza c’entra ai suoi massimi livelli. Il 29 dicembre, il giudice di Treviso emette una comunicazione giudiziaria nei confronti di Lino Ausiello, il colonnello che è stato messo da Lo Prete al posto di Vitali. Ausiello è un furbastro e avverte Brunello dei controlli in modo da far trovare tutto in ordine. Usa anche uno stratagemma: invia alla Guardia di Finanza una lettera anonima con la denuncia di traffici illeciti da parte della Brunello; si incarica lui stesso dell’indagine e quindi sequestra i registri dell’azienda, evitando in tal modo ogni ulteriore controllo. É l’inizio di un domino di aziende implicate e di alti gradi della finanza conniventi. La faccenda comincia a diventare interessante per il magistrato Felice Napolitano di Treviso. Convoca i comandanti di zona del Veneto, i quali dicono che, sì, c’è un vecchio rapporto di un certo Vitali chiuso in un cassetto. Viene interrogato Vitali, che racconta tutto quello che due anni prima aveva scoperto. Finalmente il suo rapporto viene letto con attenzione e diventa una parte decisiva dell’inchiesta.
15 giudiceIntanto Raffaele Giudice va in pensione e lo sostituisce Donato Lo Prete. Ma, l’inchiesta Isomar 2 ha portato alla luce diversi pagamenti ai vertici della GdF. Comincia una nuova istruttoria, chiamata Giudice 1, che si conclude con la condanna dei due generali Giudice e Lo Prete.
Da Giudice 1 il groviglio piano piano si dipana: viene spiccato un mandato di cattura per Bruno Musselli, proprietario della “Costieri Alto Adriatico”. Musselli è irreperibile.
Finalmente anche la stampa si rende conto della situazione e racconta non solo della truffa, ma dei moltissimi interventi per insabbiare le cose o per depistare le indagini.
Alla fine del 1979, il giudice Napolitano accusa i due generali Lo Prete e Giudice di interesse privato e favoreggiamento. Il primo ha inoltre rapporti d’affari proprio con il latitante in Svizzera, Musselli. Sul libro paga di questi figurano molti nomi illustri. Lui è titolare di una finanziaria, che controlla almeno trenta società di vari settori industriali: petrolifero, immobiliare, metalmeccanico, tessile. Tra queste la Bitumoil, che rifornisce il giro del petrolio di contrabbando. Tra l’altro Musselli diventa console del Cile, quindi ha passaporto diplomatico che gli consente di viaggiare senza troppi intoppi.
Dai controlli saltano fuori anche versamenti cospicui di denaro ai politici. Si comincia con Sereno Freato, che è il capo della segreteria di Aldo Moro, che riceve decine di milioni da Musselli. E soldi arrivano anche ad esponenti socialisti, decine di milioni per Di Vagno e Magnani Noya, oltre a Tommaso Pesce, vicesegretario della federazione socialista di Milano.
La faccenda esplode proprio indagando sugli intrallazzi di Musselli. Saltano fuori legami con mezzo mondo, tra cui anche i vertici della guardia di finanza.
L’indagine passa a Venezia, per competenza territoriale e qui cominciano i guai, perché gli accusati sono potenti e intentano un vero e proprio contro-processo, fondato su una quantità di lettere anonime che minimizzano il contrabbando e denunciano i magistrati come sovversivi e agenti per motivi politici e non inerenti alla giustizia. La Procura di Venezia chiede alla Cassazione di scegliere un luogo idoneo per il processo. Viene così scelta Modena, dove il giudice istruttore proscioglie da ogni addebito i magistrati di Treviso e Venezia, indicati negli esposti dei difensori dei contrabbandieri.
I politici si scatenano in una ridda di dichiarazioni e conferenze stampa per difendere l’onore dei propri parlamentari e addossando la colpa a tutti gli altri. Una scena impietosa e vergognosa, purtroppo non infrequente nel nostro parlamento.
Alla fine del 1980 il ministro dell’interno, Reviglio, nomina una commissione, fatta tuttavia apposta per mettere in sordina le responsabilità politiche. Pochi giorni dopo, lo stesso ministro consegna a ciascun parlamentare copia del rapporto Vitali, che, finalmente ha la soddisfazione di poter dire “io lo avevo detto e scritto”.
Ora, chi ha seguito fin qui questa puntata potrebbe essere spaesato e farsi la domanda: “Cosa c’entra tutta questa lunga storia dello scandalo petroli con Mino Pecorelli?”. Beh … vedrete che c’entra, c’entra eccome!
16 reviglioIntanto, la famosa commissione Reviglio continua la sua opera. Con calma, molta, anzi troppa calma, ostacolata continuamente dal suo stesso presidente, il democristiano Remo Segnana. La sua azione è quella tipica dell’insabbiatore, allungando a dismisura i tempi di consegna dei risultati. Ma non finisce qui, perché nell’ottobre 1980, l’Espresso pubblica un dossier, che raccoglie tutte le informazioni che abbiamo ascoltato fin qui. Interviene Domenico Sica, procuratore della Repubblica di Roma, il quale firma un ordine di perquisizione del giornale e perfino delle abitazioni dei giornalisti firmatari dell’inchiesta, P. Calderoni e G. Modolo. Questo fatto, anche alla luce di quello che accadrà negli anni seguenti appare come qualcosa di estremamente grave, che limita la libertà di informazione dell’opinione pubblica. Ma i giornali riportano il fatto come notizia di secondaria importanza.
A proposito di stampa, torniamo adesso a Mino Pecorelli. Cominciano infatti a circolare voci di un coinvolgimento nello scandalo, della sua rivista. Già all’inizio dell’indagine Isomir, Pecorelli annuncia l’esistenza di un traffico illecito di prodotti petroliferi. Proprio quando si prepara ad attaccare con la solita ferocia il coinvolgimento di certi politici nello scandalo petroli, avendo già preparato una copertina dedicata ad Andreotti, Mino cambia atteggiamento. Va a cena con Vitalone, uomo della corrente del Divo Giulio e con il generale Danilo Lo Prete. Della raffica di notizie, anticipata dal giornalista si perde ogni traccia. Pochi giorni dopo viene ammazzato. Di quella cena parleremo nel prossimo articolo.
C’è anche un’altra anomalia. In quegli anni Bisaglia è ministro dell’Industria e potrebbe essere accusato se non altro di non essersi accorto di nulla. Ma Bisaglia non appare mai su O.P. Il motivo, già accennato, è che lo stesso politico è uno dei finanziatori della rivista di Pecorelli, come si rileva da una lettera che la sorella consegna ai magistrati dopo la morte del fratello. Bisaglia allora si dimette da Ministro alla fine del 1980. É il solo politico a pagare, in qualche modo, lo scandalo dei petroli.

Conclusioni?

La vicenda che ho raccontato è molto complessa e articolata e coinvolge moltissimi nomi noti della finanza, dell’imprenditoria, oltre ai politici corrotti.
Prima di chiudere, un accenno alle condanne comminate. C’è da dire che i tre gradi di giudizio portano a risultati molti simili, pur con qualche differenza che sottolineerò.
A Torino, è il 30 aprile 1987, vengono condannati gran parte dei petrolieri e dei finanzieri, ma non c’è stata nessuna regia degli uomini politici coinvolti e quando, come nel caso di Freato, si accerta il crimine di frode, i termini di prescrizione sono scaduti e tanti saluti. La sentenza di appello riduce la pena per Lo Prete e Musselli, mentre Freato viene assolto con formula piena. Cosa è successo? Come mai da così tante indagini non saltano fuori tutti i nomi coinvolti? Lo si capisce leggendo la motivazione della sentenza, che dice, in sostanza, che non ci sono prove per accertare la consegna delle tangenti nelle mani di personaggi vicini alla DC, al PRI, al PSI, al PSDI. I giudici quindi non possono condannare in assenza di prove certe.
La corte di Cassazione confermerà le decisioni della corte d’appello di Torino.
Giorgio Galli, uno dei più eminenti politologi italiani, oggi novantenne, scrive:
"A questo punto, ovviamente non volendo criminalizzare alcuno, (...) è forse configurabile questa ipotesi: se il ruolo dominante e determinante di un gruppo sociale si misura dalla capacità di controllo di un sistema e di una situazione tale da consentirgli di superare crisi che travolgono altri vertici (dai generali, agli alti magistrati, ai grandi finanzieri) quello che accadde in Italia nel 1977-1982 ci dice che questo gruppo dominante e determinante in Italia è il ceto politico di governo. Qui è la cuspide della piramide. Se altrove si dice che i governi passano, ma la polizia resta, in Italia si può dire che i falsi burattinai passano, ma i veri burattinai restano".
Resta da chiedersi se queste vicende, la M.Fo.Biali e lo scandalo dei petroli possano essere il movente per l’assassinio di Mino Pecorelli. La stessa compagna del giornalista, Marta Mangiavacca sostiene che il dossier in possesso di O.P. le avrebbe salvato la vita. Tuttavia questo può essere vero solo se le informazioni sono ancora tenute nascoste, minacciando di pubblicarle. In realtà nei due casi la rivista di Pecorelli aveva già pubblicato tutto quello che si poteva sapere sulla vicenda di Mario Foligni, nel secondo era disponibile il dossier Vitali. Dunque difficilmente la mano che ha ucciso Mino Pecorelli si è mossa per evitare la pubblicazione di queste notizie.
E allora, perché? E, se non è per questo, chi ha avuto un interesse così grande da assassinare un giornalista tanto conosciuto nella capitale.
Ci sono altre vicende di cui Pecorelli si è occupato, a partire dal memoriale di Moro e poi lo scandalo Italcasse e tante altre vicende.
Ne parleremo prossimamente.
Chiunque abbia vissuto quegli anni, magari non in una grande città, avrà ricordi come quelli che ho io quando ero bambino. Se qualcuno ha vissuto nei paesi di campagna o di montagna, sono certo avrà una riserva di immagini nella sua testa e nel suo cuore simili a quelle che ogni tanto mi tornano in mente.
carson01Non c’era la televisione, che si vedeva solo in occasioni speciali al bar … ricordo i primi video in casa di amici verso i primi anni sessanta e la prima TV in casa solo attorno al 1964, quando l’economia di famiglia aveva preso ad andare un pochino meglio. Era tutto molto più semplice. C’era una radio in cucina, di quelle con la tela davanti, le grandi manopole ai lati e il cursore che correva avanti e indietro su quella serie di numeri strani e misteriosi. E mi vedo ancora arrampicato sulle ginocchia di mio padre ad ascoltare notizie che non capivo molto bene, ma dal silenzio che regnava in casa sospettavo che fossero davvero importanti. Si trattava del giornale radio, appuntamento obbligato con l’informazione, la sola disponibile in una famiglia dove comprare un giornale in quel periodo era un lusso e comunque si preferiva spendere quei soldi per il pane.
Dalla radio uscivano frasi pompose, piene di parole strane che non avevo mai sentito. E proprio il modo così reboante di raccontare i fatti, che oggi ci sembra ridicolo e fuori dal tempo, dava ad essi un significato più profondo e sembrava che tutte le notizie, anche quelle raccolte subito prima della sigla di chiusura della trasmissione, non potessero proprio mancare nel bagaglio culturale di ogni cittadino perbene.
Poi c’era la pubblicità, quella sempliciotta di allora, diretta, senza secondi fini se non quello di consigliarti il tal dentifricio, che magari faceva schifo e danneggiava i denti, ma che ne sapevamo noi di marketing e di strategie mediatiche?
E’ così che cominciava la corsa verso gli acquisti importanti, quelli che ti facevano sentire inserito nella società che conta e non un pezzente o, come si direbbe oggi, uno sfigato. E nascevano gli status symbol: uno dei primi la vespa o la lambretta; a casa mia sempre e solo biciclette, ma tutte col sellino per i bambini e tanti tratti di strada a piedi. Avevo però uno zio ferroviere e ogni tanto potevo fare qualche pezzo di strada ferrata (così la chiamava lui che sapeva). Era un orgoglio salire sulla littorina, una specie di regalo, come ricevere oggi l’ultima versione di una costosissima play station. Ma i desideri indotti nelle teste delle persone crescevano di anno in anno. Arrivava la cinquecento, ma anche gli elettrodomestici più costosi: il frigorifero, la lavatrice. Per la lavastoviglie si dovrà aspettare ancora un bel po’ di anni.
E per rinunciare a tutto questo occorreva essere davvero forti oppure bastava essere poveri. E tutti parlavano del boom economico come di una conquista epocale, quasi come se a guadagnarci fossimo noi poveracci, i contadini che avevo attorno, i dipendenti come mio padre e mia madre, i mezzadri e gli operai che cominciavano a trovare lavoro nelle prime fabbriche ai confini con il paese. E non servivano nemmeno i soldi; tutti firmavano cambiali e si sentivano più ricchi. E intanto si indebitavano.
E così piano piano ci si convinceva che il consumo fosse un totem da difendere, perché era lo stile di vita occidentale, quasi una barriera contro quei disgraziati che dalla Russia volevano venire a fare delle nostre chiese stalle per i cavalli dei cosacchi. Non c’è molto da ridere. In una terra radicalmente legata alla chiesa e a tutte le sue emanazioni, compresa quella politica rappresentata dalla Democrazia Cristiana (tenete presente che proprio nel mio paese abitava la famiglia di Alcide De Gasperi), il pericolo comunista era considerato il peggiore di tutti, un po’ come nell’America del maccartismo. Che male c’era ad avere un po’ di comodità? Come poteva venirti in mente di associare questo nuovo benessere con la devastazione del pianeta? Sembrava davvero assurdo.
Il negozio nel quale la mia mamma mi mandava a fare la spesa non aveva da scegliere. Tu chiedevi un chilo di pasta e non c’erano discussioni sulle marche. Ce n’era una sola, la pasta appunto. Ti veniva data dentro un cartoccio di carta blu, spessa così. La stessa dove finiva lo zucchero, i fagioli e le uova. Poi tutto si tuffava nella sporta di vimini per arrivare a destinazione.
carson02Era normale così, lo facevano tutti al mio paese. Oggi diremmo che si tratta di un atteggiamento sostenibile, virtuoso. Non si producevano rifiuti, non c’erano cassonetti. Ogni tanto passava lo “strassaro” che comprava quello che noi non usavamo più. Il ferro di attrezzi che si erano rotti e altri metalli, le stoffe di abiti rivoltati troppe volte per essere ancora usabili e altre cianfrusaglie che avevamo in casa. Mi chiedevo perché mai quell’uomo così strano con la sua bicicletta e quel grande carrello che si tirava dietro recuperasse oggetti rotti, inutili; cosa diavolo poteva farsene?
Ma era un periodo che, appena fuori casa, in un paese di campagna ai piedi delle montagne trentine, ti si apriva un mondo meraviglioso di ruscelli e torrenti pulitissimi, tanto che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di impedirti di bere quell’acqua, un mondo fatto di laghi trasparenti pieni di pesci, di foreste fresche e rigogliose che fornivano tutta la legna di cui avevamo bisogno.
Insomma una specie di cartone animato con le caprette che fanno ciao.
Mio padre, insegnante elementare, era appassionatissimo di ogni cosa che avesse un qualsiasi legame con la natura, dalle piante che studiava da botanico, agli insetti che mi insegnava a riconoscere scostando i sassi lungo il torrente, alle lunghe passeggiate in montagna che faceva con strani individui che insegnavano materie altrettanto strane all’università di Innsbruck. Partivano ben prima dell’alba quasi di nascosto alla ricerca di una pianta, magari di un’erba che però si trovava solo in cima alla Panarotta o sul versante Nord della Cima Dodici. Quando tornava mi raccontava delle stelle alpine che aveva visto in grande quantità, ma non aveva raccolto, perché stanno bene lassù, mi diceva. E mi spiegava che ogni specie ha diritto al proprio ambiente e cambiarlo è come pretendere che noi umani vivessimo nel deserto oppure tra i ghiacci del polo. Non mi diceva ancora che quell’ambiente ha bisogno di tutela, di essere difeso, forse perché allora non ce n’era poi tutto questo bisogno o forse perché neppure lui immaginava quale strada stesse per imboccare la nostra società.
Ho capito da grande che mio padre è stato in quegli anni il primo ambientalista che io ho conosciuto. Il resto della mia giovinezza, trascorso in un villaggio di montagna dove le auto non potevano circolare e il risparmio di ogni cosa era una premessa essenziale per la vita, ha completato l’opera.
Non so perché ho deciso di raccontarvi tutto questo, forse per far capire ai più giovani, ammesso che qualcuno abbia la pazienza di ascoltare questo tipo di trasmissione, che devono avere pazienza con quelli più grandi di loro. A noi capita ancora di fare confronti e i ricordi servono proprio a questo scopo. A vedere nel cosiddetto progresso i lati buoni e quelli che lo sono meno. Le comodità che indubbiamente abbiamo visto aumentare di giorno in giorno, le televisioni coi megaschermi, le automobili sempre più potenti, i supermercati con quantità di cibo da far sopravvivere mesi un’intera popolazione africana, e le mille altre cose che incontriamo ogni giorno e alle quali non facciamo più caso.
Ma anche l’inquinamento dell’aria, l’impoverimento delle fonti di acqua, lo sperpero di risorse con il solo scopo di fare più soldi. Fare soldi ha sostituito la lambretta, la lavatrice, la lavastoviglie. Fare soldi e fare in fretta a farli. Perché è questo che davvero conta: non importa dove dobbiamo passare, chi abbiamo da sopravanzare o chi dobbiamo calpestare.
E ci convincono che siamo felici. Ma lo siamo davvero?

Rachel Louise Carson

Il personaggio del quale voglio raccontarvi la storia è una donna americana. E’ morta molti anni fa, nel 1964, di cancro all’età di 56 anni, mentre era all’apice della sua attività e della sua notorietà. 16 anni più tardi sotto la presidenza di Jimmy Carter le verrà assegnata la Medaglia Presidenziale della libertà, l’onorificenza civile più alta prevista negli Stati Uniti.
carson03Il suo nome è Rachel Louise Carson. Nasce all’inizio del secolo scorso in una piccola cittadina di campagna in Pennsylvania, una regione ricca di montagne e colline, ma anche una zona con vasti giacimenti di fonti primarie di energia, tra cui quel gas di scisto di cui ho parlato tanto a lungo negli anni in cui questa trasmissione si occupava quasi esclusivamente di questioni ambientali. É qui, infatti, che venne aperto il primo pozzo di petrolio al mondo, nel lontano 1859. Ma di tutto questo la bambina Rachel non sa nulla. Lei se va per i boschi, innamorandosi di quella natura che le avrebbe riempito la vita. La sua strada viene segnata dall’indirizzo di studi che prende: biologia marina al college, per poi laurearsi alla John Hopkins University a Baltimora nel vicino Maryland, in zoologia nel 1932.
E in quella università si ferma come insegnante per molti anni, barcamenandosi in mezzo a mille problemi soprattutto economici, dovendosi curare anche della madre anziana, rimasta vedova subito dopo la sua laurea.
Questo le impedisce di proseguire i suoi studi, ma non di cominciare a scrivere testi scientifici che hanno come riferimento gli animali del mare e delle acque dolci. In soli 4 anni riesce ad essere assunta come biologa marina nel Dipartimento statunitense della Pesca, che è come un nostro ministero dedicato appunto alla pesca. Non è un periodo facile quello degli anni trenta negli USA e lo è ancora molto meno per una donna, che deve lottare contro pregiudizi maschilisti e mille difficoltà per riuscire ad imporsi e infatti, Rachel è solo la seconda donna ad ottenere quell’incarico.
carson04Nel 1937 a trent’anni, vive uno dei suoi momenti salienti. Un suo articolo viene pubblicato sul mensile di scienza Monthly Atlantic con il titolo di Undersea (Sottomarino: inteso come aggettivo, qualcosa che sta dentro all’acqua). E mentre i suoi guai economici crescono (la morte della sorella le impone di dover mantenere anche due nipoti), la sua vita professionale ha una poderosa svolta. Accade, infatti, che la casa editrice Simon&Schuster le propone di trasformare l’articolo Undersea in un libro. Ci vogliono anni e un sacco di lavoro serale per arrivare al prodotto finale. Il titolo diventa: Under the sea-wind. Viene recensito molto bene, ma non vende granché, anche perché esce nel momento più sbagliato possibile; un mese dopo l’uscita del libro, infatti, i giapponesi attaccarono a Pearl Harbor e comincia anche per gli americani la seconda guerra mondiale.
Dopo la guerra, Rachel sale nella gerarchia del ministero e trova il tempo per un secondo libro, che viene rifiutato da un sacco di riviste, prima che compaia a puntate su alcune pubblicazioni importanti del paese, tra le quali quel Nature che è considerata ancora oggi una delle riviste più prestigiose dell’ambientalismo mondiale. Poi l’università di Oxford si decide a pubblicarlo come libro con il titolo “The Sea around us” (Il mare attorno a noi). É un grande successo: rimane quasi due anni tra i best sellers del New York Times, mentre Rachel riceve due dottorati al merito.
É il 1951, il libro diventa un must, perché racconta l’importanza dell’oceano nella nostra vita e la sua autrice riesce a farci ascoltare le molteplici voci dell'oceano, i suoi sussurri e le sue grida, i suoi gemiti e il suo silenzio assoluto. E la sua forza risiede nella sua erudizione ed elaborata organizzazione dei fatti, e nella sua personale reticenza che cattura la nostra attenzione in modo pacato. Ci descrive le montagne e i canyon sommersi, il rapporto che nei secoli l'uomo ha avuto col mare, gli effetti dei venti, delle onde, fino a oltrepassare i limiti della nostra immaginazione, raccontando il modellamento delle rocce liquide che fluttuano nelle grandi maree.
Due anni più tardi il regista Irwin Allen ne trae un documentario che vince l’Oscar come miglior documentario del 1953.
Il successo si porta dietro anche una situazione economica decisamente migliore, tanto che nel 1952, a 45 anni, la Carson può ritirarsi dal lavoro per pensare solamente a scrivere. Ne trae un sacco di articoli e un nuovo libro: The Edge of the Sea (La riva del mare).
Poi avviene un triste fatto che cambia ancora una volta la vita di Rachel. Una delle sue nipoti muore lasciandole un bambino piccolo da accudire. Compra allora una proprietà rurale nel Maryland per avere più spazio e questo cambia la sua prospettiva e la sua vita.
Come certamente sanno tutti quelli che hanno vissuto abbastanza, in quel periodo i parassiti delle piante, ma anche mosche e zanzare vengono combattuti in un solo modo, con il DDT.
Nonostante quello che ne pensiamo oggi, il DDT ha avuto una funzione veramente notevole. Negli anni ’40 e ’50 viene usato massicciamente nelle aree colpite dalla malaria per eliminare le zanzare che la trasportano e non occorre andare molto lontano, perché la Sardegna è una regione italiana dove questa malattia provoca molti decessi.
carson05A sintetizzare questo prodotto era stato un austriaco, Othmar Zeidler nel 1873, ma dovevano passare quasi 70 anni prima che il chimico svizzero Hermann Mueller stabilisse le sue proprietà insetticide nel 1939. L’impatto sociale del DDT fu talmente grande che a Mueller venne assegnato il Nobel per la medicina.
Credo che le persone più grandi all’ascolto ricordino quella pompetta un po’ naif, un po’ antiquata, fatta di un barattolino di latta con un lungo manico metallico e una impugnatura in legno. Il suo uso era quotidiano o quasi e veniva fortemente suggerito e raccomandato da una pubblicità martellante.
Nel 1950 l’associazione che si occupa di cibo e droghe a livello mondiale (Food & drug Administration) dichiara che “con tutta probabilità i rischi potenziali del DDT sono stati sottovalutati”.
Nel 1972 il DDT venne proibito negli Stati Uniti. Solo sei anni più tardi anche in Italia. Ne parleremo più avanti. Per ora basta ricordare che nell’UE è classificato come una sostanza dai “possibili effetti cancerogeni con prove insufficienti”. La stessa agenzia internazionale per il cancro lo classifica come “limitati indizi di cancerogenicità”.
E’ interessante notare come in questo caso la messa al bando del prodotto abbia seguito quel “principio di precauzione” che invochiamo ogni volta che si parla di possibili effetti nefasti di un prodotto o di un processo, ad esempio l’incenerimento dei rifiuti.
carson06Negli anni in cui vive Rachel Carson il DDT è usato in agricoltura e in dosi molto più massicce di quelle adoperate per la salute delle persone. Va sottolineato come questo prodotto una volta depositato sul terreno ha una persistenza molto lunga dai 2 ai 15 anni. E si degrada in prodotti come il DDD e il DDE, anch’essi altamente persistenti. Nel 1970 una ricerca negli USA su un campione di persone, mostra presenza di queste sostanze nel sangue. Dieci anni dopo lo stesso campione ha livelli minori, ma ancora ben presenti delle stesse sostanze.
Se il DDT non è particolarmente tossico verso le persone, lo è molto verso le altre forme di vita. Gli studi mostrano come esso si accumuli lungo la catena alimentare … e noi siamo proprio in cima a questa catena.
Torneremo tra breve alla storia del DDT. Adesso riprendiamo il filo del discorso su Rachel Carson che abbiamo interrotto.

Primavera silenziosa

E’ proprio l’uso dei pesticidi in generale e del DDT in particolare che sposta l’attenzione di Rachel Carson dal mare alle coltivazioni e all’ambiente più in generale. Dalla metà degli anni ’40 si occupa di una battaglia che sarà la prima dell’ambientalismo, inteso come movimento d’opinione, una battaglia che cambierà completamente il modo di intendere la natura e di interpretarne le vicende.
Qui non ha importanza se davvero il DDT è quella micidiale arma mortale che viene dipinta dall’opera di Rachel e soprattutto dal movimento successivo alla pubblicazione dei suoi scritti. Quello che davvero conta è il modo nuovo di avvicinarsi alla natura.
carson08Il suo libro più importante, quello per il quale è famosa in ogni angolo del pianeta, si intitola “Primavera Silenziosa” e lei ci lavora praticamente fino alla morte.
"Più cose imparo sull'uso dei pesticidi, più divento preoccupata. – scriverà - Quello che ho scoperto era che tutto ciò che era importante per me come naturalista veniva maltrattato, e che non c'era nient'altro di più importante che io potessi fare".
Il libro parte ovviamente dalla crociata contro i pesticidi e il DDT, ma per la prima volta si esplorano i collegamenti ambientali. Un pesticida è creato e usato per eliminare un insetto, ma la sua azione non termina là perché i suoi effetti si risentono attraverso la catena alimentare. Così quello che è nato per eliminare un solo insetto finisce per avvelenare animali e uomini.
Probabilmente a noi sembrano frasi ovvie e scontate, ma negli anni 50 e 60 non lo sono affatto, come ho cercato di ricordare prima. La Carson è la prima a diffondere tra il grande pubblico questa interpretazione.
Perché un simile libro viene scritto?
Tutto comincia con una lettera che le invia la sua amica Olga Huckins, la quale possiede un santuario per uccelli, una specie di piccola riserva nella quale uccelli di ogni genere vivono liberi. Il terreno è stato abbondantemente cosparso di pesticidi da parte del governo. Molti uccelli muoiono. Olga chiede a Rachel di intervenire presso il governo, visto la sua autorità e anche il posto pubblico che aveva occupato a suo tempo. Ma la Carson decide che sarebbe molto più efficace scrivere un articolo in una rivista. Ma nessuna delle riviste scientifiche alle quali si rivolge è interessata ad una simile storia e così nasce l’idea del libro, che impegnerà Rachel per oltre 4 anni. Il libro esce nel 1962, due anni prima della morte della sua autrice.
Ci sono due aspetti della questione da sottolineare.
Il primo che, data la sua autorità professionale, Rachel Carson, può contattare e far collaborare nomi illustri nel campo della biologia, della chimica, della patologia e dell’entomologia. Insomma le tesi riportate in “Primavera silenziosa” poggiano su solide basi scientifiche.
Il secondo aspetto da sottolineare è il fatto che quel libro ha un risultato straordinario in quanto riesce a creare nella testa della gente un collegamento, una associazione mentale tra la mortalità nell’ambiente naturale (i pesci, gli uccelli di Olga, la flora, …) e l’uso spropositato di pesticidi vari, dei quali negli anni 70 si scoprono le implicazioni estremamente pericolose per la salute umana e da allora assolutamente vietati.
Il lettore può così rendersi conto perfettamente che l’introduzione di quantità così massicce e con una varietà così grande di prodotti industriali e di rifiuti negli ambienti terrestri e acquatici, ma anche in quelli umani, con poco o nessun interesse per la tossicità conseguente non può portare dei benefici alla società e ai suoi componenti. Ed è proprio questa, l’identificazione del progresso con il benessere dell’uomo, la tesi delle autorità e soprattutto dei proprietari della macchina economica e produttiva. É uno scontro contro la società intera, contro la sua gestione, contro le multinazionali, contro buona parte della politica militante.carson07
Ecco un breve passaggio del libro:
"Stiamo sottoponendo intere popolazioni all'esposizione di sostanze chimiche che sono state dichiarate estremamente velenose e in molti casi con effetti cumulativi. Queste esposizioni cominciano alla nascita, se non addirittura prima, e - a meno che le cose non cambino - continuerà per tutta la vita delle persone."
Siamo negli anni 50 ma se una frase del genere fosse detta oggi, che ne so, dal presidente di Legambiente o del WWF, si collocherebbe perfettamente nel modo di pensare l’ambiente oggi, anzi oggi si è andati ancora oltre.
Uno degli aspetti che emerge nella stesura di “Primavera silenziosa” e soprattutto da quelli che sono stati gli avvenimenti collaterali è un argomento del quale noi discutiamo ogni giorno e cioè il fatto che usare l’ambiente come un immondezzaio è pericoloso e dannoso, ma conviene. E conviene a quelli che queste schifezze producono e spacciano, a quelli che traggono profitti enormi dall’inquinamento di ogni genere e tipo.
E già allora la Carson si accorge dell’aria che tira per quelli che si mettono di traverso alla macchina del sistema.  
In un articolo del 1999 il Time, il prestigioso settimanale americano, scrive: “La Carson venne assalita violentemente da minacce di cause e da derisione, inclusa l’insinuazione che questa scienziata così meticolosa fosse una donna isterica non qualificata a scrivere un libro di tale portata. Un imponente contrattacco venne organizzato e guidato dalla Monsanto, Velsicol, American Cyanamid - come da tutta l'industria chimica - puntualmente supportata dal Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti come pure dai più cauti nel mondo dei mass media."
E i ragionamenti sono sempre gli stessi, come quelli di oggi, quando proponiamo di fermarci un attimo a riflettere sugli effetti nocivi delle pratiche che questa società dei consumi ha imposto a tutti. Pratiche non sostenibili, dal costo enorme e pazzesco. Oggi rispondono come allora.
carson09Robert White-Stevens è uno scienziato pagato dall’American Cyanamid, un’azienda chimica importante, sorta nel 1907 che produsse per prima il vaccino anti-polio e altre medicine legate alle profilassi oncologiche. Ma l’American Cyanamid produce anche pesticidi che fanno sicuramente guadagnare un sacco di soldi. Dunque questo scienziato, stipendiato dagli inquinatori scrive: "Se l'uomo dovesse seguire gli insegnamenti di Miss Carson, si tornerebbe al Medioevo e gli insetti e le malattie erediterebbero ancora una volta la terra".
Credo che questo ricordi qualcosa, ad esempio le frasi dei nuclearisti nostrani prima dei fatti giapponesi, di quelli che si oppongono alla diffusione delle energia rinnovabili, di quelli che ostinatamente negano l’esistenza dei cambiamenti climatici: “Voi volete farci tornare all’età della pietra”. Chissà se sanno quello che stanno dicendo o non sono semplicemente imbeccati dai vari Trump di turno.
Tornando a Primavera silenziosa, altre compagnie chimiche e altri critici attaccano i dati e le interpretazioni presenti nel libro. Altri vanno ancora più a fondo attaccando le credenziali scientifiche della Carson, perché la sua specializzazione è la biologia marina e la zoologia, non la biochimica. Alcuni la definiscono addirittura una semplice birdwatcher con molto più tempo libero che conoscenza scientifica, qualificandola come non professionale. Una parte dei suoi oppositori la accusa addirittura di essere comunista. Che, nel periodo di massima negazione della libertà, come quello che negli anni 50 colpisce un’America razzista, sessista e completamente rincoglionita dai vaneggiamenti assurdi di Maccarty, significa un sacco di problemi soprattutto nella sfera professionale.
Inoltre, molti critici affermano ripetutamente che lei stia richiedendo l'eliminazione di tutti i pesticidi, nonostante il fatto che la Carson abbia messo in chiaro che non sta sostenendo la messa al bando o il completo ritiro dei pesticidi utili, ma ne sta invece incoraggiando un uso responsabile e amministrato con cautela con la consapevolezza dell'impatto delle sostanze chimiche sull'intero ecosistema. Infatti, conclude la sua sezione sul DDT in Primavera Silenziosa con questa frase “Un consiglio pratico dovrebbe essere ‘Spruzza il meno che ti sia possibile’ piuttosto che ‘Spruzza al limite delle tue capacità’".
Ma questo ostracismo e questa difesa dei privilegi economici, alla fine si rivela un boomerang. Intanto, nonostante le pressioni, la casa editrice Houghton Mifflin non cede mai alle numerose richieste di stroncare il libro. Che anzi riceve recensioni positive da molte personalità esterne al mondo dell’agricoltura e della chimica, insomma da parte di chi è estraneo alla logica di potere e di interessi che difendono le compagnie chimiche e farmaceutiche. E così il libro, scritto in modo che tutti comprendano il messaggio che contiene, diventa presto un best seller sia negli Stati Uniti che in Europa. Sempre leggendo il Time scopriamo che effettivamente il polverone alzato dagli enti governativi e dalle società coinvolte fa un clamore tale da incuriosire i lettori che si affrettano a comprare il lavoro di Rachel Carson. "La maggior parte degli oppositori della Carson stanno velocemente tornando sulle loro posizioni. Nella loro infima campagna per portare la loro protesta ai livelli di una questione di pubbliche relazione, - scrive il settimanale americano nel 1963 - gli interessi delle aziende chimiche hanno solo aumentato la consapevolezza dell'opinione pubblica."
Il colpo di grazia di questa donna al sistema dei pesticidi arriva nell’aprile 1963, durante un dibattito televisivo in cui Rachel letteralmente straccia un portavoce di un’azienda chimica che difende i prodotti di questa. In quell’occasione la levatura della Carson, la sua preparazione scientifica e il suo livello morale ed umano invadono tutte le case degli americani. E la questione dei pesticidi diventa finalmente una questione pubblica.
Rachel Carson viene onorata con molti premi e invitata a centinaia di dibattiti e apparizioni televisive. Ma ormai è tardi. Il cancro al seno, che l’ha colpita a metà della scrittura di Primavera silenziosa, non le permette più una vita normale. Una delle ultime apparizioni avviene quando testimonia di fronte alla commissione consultiva scientifica del presidente Kennedy, il quale pubblica il 15 maggio del 1963 una relazione in cui appoggia largamente le tesi scientifiche di Rachel.
Quando muore, il 14 aprile del 1964, il DDT e altri pesticidi sono ancora utilizzati. Come detto sarebbero stati messi al bando solo qualche anno più tardi. Il merito di questo cambiamento è facilmente attribuibile proprio a Rachel Carson.
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L'influenza della Carson

Ho già detto che l’opera della Carson non deve essere considerata la summa del sapere sui pesticidi. Del resto sono passati più di 50 anni da allora e le conoscenze in generale sono decisamente aumentate. Per questo io credo che della scienziata e scrittrice americana debba essere sottolineato l’approccio ai problemi dell’ambiente ben più che i risultati tecnici.
Fino ad allora infatti l’ambiente era qualcosa che con i problemi generali della società e dell’uomo entrava solo localmente. Nel senso che gli effetti di operazioni inquinanti venivano considerate solo come derivati direttamente dalla causa e nello stesso luogo in cui il danno veniva provocato. Con Rachel cambia proprio l’impostazione dell’analisi. Se inquini l’ambiente tu non inquini il prato o il fiume in cui metti le tue porcherie, perché l’erba e l’acqua alimenteranno animali che produrranno latte o bistecche e il tuo inquinamento locale salirà su-su lungo la catena alimentare fino a danneggiare uomini e bambini.
E’ per questo, soprattutto, che Primavera Silenziosa rimane un testo fondamentale per l’intero movimento ambientalista e viene ancora considerata un’opera così importante.
Oggi non si è proprio sicuri del tutto che il DDT sia la causa dei mali che la Carson descrive nella sua o pera e molte specie che allora erano sull’orlo dell’estinzione (come ad esempio il pellicano bruno, l’aquila calva o il falco pellegrino) si sono riprese. C’è qualcuno che accusa addirittura la Carson di essere la responsabile di “milioni di morti” e di averne uccisi più di Hitler. Lo fa ad esempio Michael Crichton, lo scrittore conservatore autore del libro Jurassic Park ed inventore della serie TV “E.R. Medici in prima linea”. Ma in realtà la proibizione all’uso di DDT è solo una conseguenza del nuovo spirito ambientalista che pervade gli USA dopo il 1962 e che ritroviamo ad esempio nella filosofia hippy di quei tempi e nei testi di moltissime canzoni della beat generation, quella che faceva riferimento a mostri sacri come Joan Baez, Bob Dylan, John Lennon, tanto per citarne qualcuno. Come anticipato, negli USA la proibizione all’uso del DDT avviene solo nel 1972, quando la malaria è completamente debellata. Negli stati africani il pesticida si continua ad utilizzare in quelle zone dove la malaria è endemica e rappresenta una malattia molto grave per la popolazione. Tuttavia l’efficacia del prodotto è andata diminuendo nel tempo. In Primavera Silenziosa Rachel Carson predice con estrema precisione che le zanzare avrebbero sviluppato resistenza all’insetticida, cosa che è puntualmente ed inesorabilmente accaduta.
Restano dunque frasi senza molto senso quelle accuse di avere le mani sporche di sangue. In realtà proprio il movimento ambientalista che dai lavori della Carson ha preso origine si è battuto in centinaia di battaglie per sottrarre vittime alle industrie, quelle chimiche in particolare, contro le quali forse sarebbe stato meglio che Crichton indirizzasse il suo odio, e così avrebbe fatto un po’ meno la figura dell’idiota.
Lo ripeto ancora perché sia chiarissimo. Il merito primo ed indiscutibile di questa donna è stato quello di essere stata la prima a descrivere scopi e sinistre conseguenze di una società chimica, mostrando a tutti la possibilità che, attraverso erbicidi, pesticidi e altro, stavamo avvelenando non solo i parassiti, o non solo parassiti e uccellini e qualche lavoratore dei campi, ma tutto e tutti, per un lungo periodo a venire.
E se la pericolosità delle sostanze chimiche individuate dalla Carson è diminuita abbastanza da far apparire il suo libro non più attuale, anche questa è una misura del suo successo. Un’altra è il livello molto maggiore di cultura ambientalista delle persone che guardano alla natura con più rispetto, base necessaria di qualunque movimento ambientalista.
Vorrei adesso approfondire ancora la questione della messa al bando del DDT negli Stati Uniti; quello negli altri paesi come l’Italia è una semplice conseguenza di questa decisione.
Nel 1962 esce dunque il libro della Carson. La sua enorme diffusione negli USA provoca, verso la fine degli anni ’60, una grande pressione che spinge perché si tolga di torno questa sostanza. All’inizio del 1971 viene ordinato al direttore dell’EPA (il più importante ente per la protezione ambientale) William Ruckelshaus di avviare le pratiche per togliere dal mercato il DDT. Ma sei mesi dopo l’EPA risponde che non se ne fa nulla, perché sono stati condotti degli studi da tecnici della stessa EPA, secondo i quali il DDt non rappresenta alcun pericolo per l’ambiente e le persone. Ma dal momento che questi tecnici dipendono e vengono pagati dal Ministero dell’Agricoltura si configura un conflitto di interessi e il procedimento riparte da zero. A questo punto l’associazione ascolta entrambe le parti, in una inchiesta durata sette mesi e ancora una volta la conclusione è la stessa. Non ci sono insomma evidenze scientifiche sufficienti per bandire il DDT. Vorrei far presente, anche se probabilmente non servirebbe, che non si tratta qui solo di una misura a tutela dell’ambiente, perché in gioco ci sono interessi economici colossali di aziende di grande spessore negli Stati Uniti.
Il presidente dell’EPA vuole allora fare un ultimo controllo centrato sulle relazioni che chiedono il bando e conclude che, in ogni caso, nel dubbio si sarebbe dovuto applicare il principio di precauzione. La frase esatta usata nella sentenza finale è la seguente:
Il pesticida è un segnale che l'uomo sta esponendosi a una sostanza che a lungo termine potrebbe produrre seri effetti sulla sua salute.”
Ai nostri tempi il DDT è ancora usato in quelle nazioni (soprattutto ai tropici) dove la malaria diffusa dalle zanzare ed il tifo, provocano un numero di morti molto superiore a quello da inquinamento di DDT e li provocano oggi, dunque sono morti sicure da evitare a tutti i costi. Ma la somministrazione è radicalmente cambiata, basta pensare che l’intera quantità di DDT usato in Guyana, uno stato che è due terzi dell’Italia, è uguale a quanto se ne irrorava nei decenni della Carson in una singola stagione su un campo di 4 km² coltivato a cotone. Una quantità 54 mila volte minore.
Nel 2001 è stata ratificata la convenzione di Stoccolma, che proibisce l’uso del DDT e di altri inquinanti persistenti. E’ stata firmata da quasi 100 nazioni e trova l’appoggio dei grandi movimenti ambientalisti. Ma l’eliminazione completa del DDT in quelle nazioni infestate dalla malaria non è praticabile, perché si tratta quasi sempre di nazioni povere che non possono sostenere l’alto costo degli insetticidi alternativi. Questi stati dunque possono chiedere un’esenzione all’OMS che la concede per tre anni e può rinnovarla.
Potrà sembrare strano che questo scenario di fantapolitica non sia dentro un film. Qualcuno magari si chiede se davvero la malaria è una malattia così grave da richiedere deroghe all’uso di uno dei grandi inquinanti.
I colpiti da malaria sono circa mezzo miliardo all’anno e l’OMS calcola che ci siano da uno a due milioni di morti all’anno per questa causa. La maggior parte delle vittime sono bambini africani con meno di 5 anni di età.
Ci sono naturalmente problemi e situazioni particolari nei paesi che fanno uso del DDT. Così ad esempio in Vietnam, dove il DDT è bandito da ormai 25 anni, si assiste ad un costante calo di casi di malaria. Ma lo stesso avviene anche in Thailandia (anche meglio del Vietnam) che invece usa questo insetticida. Lo stesso è avvenuto in Mozambico, in Ecuador, nello Swaziland.
C’è tuttavia una questione di cui soffre ad esempio l’Uganda, che ha di recente ripristinato l’uso del DDT in agricoltura. Infatti il paese africano rischia l’embargo dei propri prodotti agricoli in Europa.
La lotta tra chi vuole bandire del tutto il prodotto e quelli che premono per reintrodurlo è aperta e, come si vede, le motivazioni sono di vario genere, dalla tutela ambientale a quella della salute umana, fino a quella del profitto e dell’economia.

Il movimento ambientalista: gli hippy

carson12Bene, adesso possiamo allargarci un pochino e cominciare a parlare di ambientalismo in generale, specie dei primi movimenti cosiddetti “ecologici”, anche se per molti questo termine è usato a sproposito. In effetti ecologia deriva da ecosfera, che è l’area attorno alla terra in cui avvengono i processi vitali e coincide praticamente con la biosfera, cioè la sfera della vita. I movimenti ambientalisti hanno adottato questo termine soprattutto negli anni ’60 e ‘70, con un significato diverso. Essi intendevano comprendere nell’ecologia tutte le azioni che tendono a proteggere, difendere, migliorare l’ambiente. Si tratta quindi non di uno studio di qualcosa di preesistente, ma della interazione degli uomini e dei loro comportamenti con la natura, con l’ambiente. Per questo è meglio parlare di ambientalismo che di ecologismo. Il primo è un attivismo, il secondo una scienza.
Detto questo però non possiamo fermarci alle parole. Di cosa si occupa? In questa interazione uomo-natura entrano in gioco un mucchio di aspetti: la conservazione della Natura e degli equilibri ambientali, l'inquinamento, la protezione della fauna selvatica, gli ecosistemi e le aree protette, la politica di gestione dei rifiuti, la produzione agricola biologica, la gestione delle risorse energetiche (con particolare interesse alle fonti alternative di energia e alle rinnovabili),  ideali di sviluppo (sviluppo sostenibile o decrescita), i mutamenti climatici, la pace.
Abbiamo accompagnato Rachel Carson nel suo viaggio. Uno dei risultati davvero importanti della sua opera (non solo Primavera silenziosa) è la spinta a varare leggi e norme a tutela dell’ambiente, norme che prima non esistevano. Se guardate a come è ridotto oggi l’ambiente in cui viviamo nonostante questa legislazione, pensate cosa sarebbe successo senza.
Anche se molti aspetti dell’ambientalismo, come ad esempio la protezione degli animali, erano stati introdotti nella società già dal secolo precedente, possiamo pensare che i movimenti ambientalisti organizzati nascano negli anni ’60 del ‘900. Ne troviamo traccia abbondante in tutto il movimento giovanile di quel periodo e nelle sue manifestazioni sia artistiche che di costume. Ci sarebbe da scrivere un libro su questo punto e quindi mi limiterò a due sole situazioni. Si tratta di situazioni profondamente diverse e per questo le ho scelte. In effetti si fa un po’ fatica a mettere fianco a fianco ragazzotti svagati e persi nel fumo con diplomatici, uomini d’affari, politici e premi Nobel. Vediamo comunque cosa succede.
La prima situazione riguarda il movimento hippy, la seconda il club di Roma. Cominciamo con i primi.
Il movimento hippy è abbastanza controverso. Le tendenze assolutamente fuori dagli schemi convenzionali dell’epoca sono bollate dai benpensanti e dalla stampa soprattutto per due motivi: la libertà sessuale che professa e l’uso di droghe per esplorare tutte le esperienze del mondo. Naturalmente a nessuno frega niente della libertà sessuale dei maschi (che poi non si capisce come si potesse realizzare senza quella delle ragazze). Fregava molto invece il comportamento libero delle ragazze; la cosa era considerata inaudita da un’America bigotta, puritana ed ipocrita. E per di più con l’uso di sostanze stupefacenti, in particolare acidi come l’LSD e la marijuana. É per questo che lo stato della California, la roccaforte degli hippies, dichiara nel 1966 l’LSD “sostanza controllata”, mettendo di fatto la droga fuori legge.
Ma il movimento dei figli dei fiori non è solo questo. Se da un lato è vero che c’è dell’esagerazione e dell’esaltazione nei loro comportamenti, la filosofia e lo spirito hippy va ben oltre, come mostrano molti episodi della storia di quegli anni.
La voglia di stare assieme e di conoscere si esplica nelle comuni e nei viaggi (quelli veri, non indotti da droghe), come il mito di ogni hippy che si rispettasse di raggiungere l’India via terra con l’autostop e pochissimi soldi al seguito. E si traduce anche nei grandi raduni musicali con alcuni dei massimi esponenti della storia della musica che rendono quasi immortale il movimento hippy ovunque nel mondo.
Possiamo ricordare il raduno a Manhattan (10 mila con Lou Reed) e quello di 20 mila hippies a San Francisco al Golden Gate Park.
Poi, nel 1969, il gigantesco e davvero mitico raduno a Bethel (New York) conosciuto come Festival di Woodstock, dove per tre giorni ininterrottamente, giorno e notte, suonano gruppi e artisti di fama assoluta, tra i quali Janis Joplin, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, Carlos Santana, The Who e Jimi Hendrix. Mezzo milione di persone assistono all’evento in condizioni spesso disagiate perché nessuno poteva prevedere un simile afflusso. Ma non c’è un solo incidente. Poco dopo si tiene un altro di questi mega-raduni, vicino a S. Francisco in California con la presenza dei Rolling Stones. Ha un impatto minore anche se vi parteciparono 300 mila persone. Qui sì, c’è anche un morto, accoltellato proprio durante il concerto degli Stones.
Uno si può chiedere: “Va bene, ma cosa c’entra l’ambientalismo con tutto questo?” All’interno della filosofia hippy una parte importante riguarda proprio la natura. Certamente la coscienza del movimento non ha molto a che fare con Rachel Carson. Probabilmente pochissimi di loro ha letto Primavera Silenziosa, ma che la natura non vada toccata e modificata fa parte del loro modo di vedere e sentire la vita. C’è un episodio che avviene a Berkley, sempre in California. L’Università locale ha progettato di demolire tutti gli edifici attorno al campus su una superficie di quasi 3 ettari, per costruirvi un grande parcheggio e dei campi da gioco. Sotto la guida del movimento hippy, migliaia di cittadini di ogni genere e grado, cominciano a piantare alberi, fiori, erba, arbusti, qualsiasi cosa sia riconducibile alla vita vegetale per trasformare quel terreno in un parco. Interviene il governatore dello stato, Ronald Reagan, futuro tragico presidente degli Stati Uniti, che fa occupare la città dalla guardia nazionale per due settimane. Una specie di atto di guerra. Al quale i figli dei fiori rispondono con mille atti di disobbedienza civile, piantando fiori ovunque ci sia la possibilità di farlo, negli spazi vuoti di tutta Berkeley. E nasce proprio qui, così e per questo motivo, il “Flower Power” con lo slogan “Let a Thousand Parks bloom” (Fai nascere un migliaio di parchi).
Il movimento hippy si espande in tutto il mondo, confondendosi con quel movimento studentesco e giovanile che lotta su temi più profondi come la guerra (in Corea prima e in Vietnam poi), i diritti civili dei neri e delle donne, che vengono ancora discriminati pesantemente nella cosiddetta patria delle libertà. Gli anni ’60 e ’70 hanno in America la configurazione di una vera e propria rivoluzione. Personaggi come Martin Luther King, Malcom X, Betty Friedan, Kate Millet sono testimoni di questo periodo.
In Italia il movimento hippy non ha un grandissimo seguito, anche perché arriva mentre cresce il movimento studentesco che affronta temi più stringenti e politici che porteranno al ’68 e alle lotte successive. Il movimento americano, da questo punto di vista, ha notevole confusione in testa e una vera e propria linea politica non viene mai scritta. Restano, da noi, brandelli di canzoni come il “mettete dei fiori nei vostri cannoni” dei Giganti, che certo non avevano la forza evocativa di un assolo di Jimi Hendrix o di una canzone di Janis Joplin.
Dal movimento hippy escono, tuttavia, indicazioni per una vita che può essere alternativa, senza incidere così pesantemente sull’ambiente. In Nuova Zelanda, ad esempio, nasce un forte movimento che comincia a vivere usando energie alternative. Il concetto di sostenibilità nasce proprio da qui. Nambassa è il nome associato ad una serie di manifestazioni musicali, artistiche e alternative, incentrate sulla pace, amore (secondo il vecchio slogan “fate l’amore non fate la guerra”) ed uno stile di vita “ecologico”. Contemporaneamente avvengono incontri di studio e lavoro sulla medicina olistica e alternativa, sui cibi non alterabili e, appunto, sulle energie pulite e sostenibili. 

Rapporto sui limiti dello sviluppo

C’è un altro libro, un altro documento fondamentale di quel periodo, una pubblicazione un pochino sottovalutata, ma che dovrebbe essere letto in tutti i corsi di formazione dei giovani. Il suo titolo in inglese è “The Limits to Growth” che coglie il senso del lavoro meglio della traduzione italiana “Rapporto sui limiti dello sviluppo”. Dovrebbe essere Rapporto sui limiti della crescita. Il lavoro viene commissionato dal Club di Roma, di cui vi parlerò tra breve, al MIT, l’istituto tecnologico del Massachussets, una delle università più prestigiose del mondo. La sua autrice principale è Donella Meadows. Viene pubblicato nel 1972. Quello che c’è scritto è una previsione impietosa e drammatica degli effetti della crescita della popolazione mondiale sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.carson13 Il club di Roma è una di quelle associazioni “non-governative e non-profit” che si farebbe meglio a ricordare ogni tanto. Viene fondata nel 1968 da due personaggi molto diversi tra loro: un industriale legato alla FIAT, Aurelio Peccei, e uno scienziato scozzese residente a Parigi, Alexander King. Peccei, morto nel 1984, ha avuto una vita di grandi successi in campo industriale, ma la sua militanza antifascista durante la guerra, che lo portò veramente ad un passo dalla fucilazione, e soprattutto gli anni di lavoro in Argentina, dove incontra tutti i problemi dei popoli dei paesi in via di sviluppo, fanno nascere in lui una sensibilità rara in dirigenti di tale importanza. Tanto per capire egli è, tra le altre cose, uno dei fondatori dell’Alitalia. Dopo aver inventato la Italconsult (che raggruppa famose aziende italiane come FIAT, Innocenti, Montecatini con lo scopo di fornire consulenza economica ai paesi in via di sviluppo) e dopo aver salvato dal fallimento la Olivetti nel 1964, collabora anche con altre organizzazioni, ad esempio la ADELA, un consorzio internazionale di banchieri di supporto allo sviluppo economico dell'America del Sud. E proprio in occasione del discorso inaugurale di ADELA, nel 1965, nasce l’idea di costituire il club di Roma.
Il club raccoglie l’adesione di nomi illustri nel campo della scienza e della politica internazionale. Tra questi premi Nobel, diplomatici, industriali, esponenti della società civile. Un piccolo gruppo che si riunisce in una silenziosa villa a Roma, precisamente all’accademia dei Lincei alla Farnesina. Lo scopo non è tanto quello di farsi una chiacchierata, quanto di valutare il futuro del mondo a fronte del consumo illimitato di risorse da parte di una società che diventa sempre più dipendente da queste.
Come primo compito ognuno degli intervenuti si impegna a dedicare l’anno successivo al tentativo di sensibilizzare i responsabili delle decisioni su temi cruciali (sia in campo politico che economico e produttivo) e sui pericoli che un simile sviluppo avrebbe comportato.
L’approccio al problema globale del club è davvero originale e sicuramente nessuno fino ad allora ha osato mettere in campo tante perplessità su termini come sviluppo, crescita, consumo. Nel 1972, come detto, esce il lavoro commissionato dal club al MIT. Un gruppo di scienziati di questa università esplora i diversi scenari possibili usando tecniche di previsione elaborate al computer (siamo agli albori dell’informatica). Lo scopo è quello di scoprire se è possibile conciliare il cosiddetto progresso sostenibile con i vincoli ambientali necessari per salvare l’ambiente.
Non abbiamo il tempo di entrare nei particolari del rapporto, che peraltro viene rinnovato altre due volte nel 1992 e nel 2004.
In estrema sintesi i risultati degli scienziati americani sono due:
  1. Se l'attuale tasso di crescita della popolazione, dell'industrializzazione, dell'inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.
  2. È possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.
Possiamo tradurre con un linguaggio molto terra terra che, se si continua così, non ce ne sarà abbastanza per sostenere la vita sul pianeta. Il più recente aggiornamento del rapporto introduce due concetti, che si sono affermati solo dopo gli anni ’70 e precisamente l’esigenza di uno sviluppo sostenibile e la misura dell’impatto dell’uomo sulla Terra mediante l’impronta ecologica, temi dei quali abbiamo discusso molte volte in questa trasmissione.
E’ curioso e drammatico insieme notare come questo modo di interpretare i fatti nel 1972 fosse di gran lunga profetico della situazione che si è puntualmente verificata e di cui noi siamo testimoni. Ma ancora una volta il potere e l’economia se ne sono altamente fregati triturando risorse e futuro. Se si leggono i recenti rapporti sullo stato del pianeta, fornito da varie organizzazioni (tra cui l’ONU) si trovano numerose coincidenze con queste conclusioni “vecchie di quasi 50 anni”.
Gli effetti che la pubblicazione del rapporto ha nei settori politico, economico e scientifico si possono paragonare ad una sorta di Big Bang. In un colpo solo il Club di Roma mette in cima all’agenda internazionale una contraddizione che oggi è sotto gli occhi di tutti. Quella tra il pretendere una crescita illimitata e senza limiti nei consumi di risorse e il fatto assodato che le risorse sono finite a cominciare da quella che è il motore di tutto, il petrolio. Con anticipazioni del pensiero moderno che si rifà alla sostenibilità e alla decrescita di Serge Latouche.
Tra l’altro proprio l’anno successivo all’uscita del rapporto si verifica la prima crisi petrolifera. Nel 1973, mentre da noi cominciano le prime domeniche a piedi, è chiaro a tutti che basare lo sviluppo solo sul petrolio è una follia.
Nel 1992 viene pubblicato un primo aggiornamento del Rapporto, col titolo Beyond the Limits (oltre i limiti), nel quale si sostiene che sono già stati superati i limiti della "capacità di carico" del pianeta.
carson14Un secondo aggiornamento, dal titolo “Limiti alla crescita: aggiornamento dopo 30 anni” è pubblicato il primo giugno 2004. In questa versione, Donella Meadows, Jorgen Randers e Dennis Meadows aggiornano e integrano la versione originale, spostando l'accento dall'esaurimento delle risorse alla degradazione dell'ambiente.
Il testo del MIT è tradotto in 30 lingue e venduto in circa 12 milioni di copie nel mondo. Ha subito attacchi da vari fronti, compreso quello del complottismo.
Il Club di Roma esiste ancora oggi, è una organizzazione più forte, numerosa e ben strutturata che continua a fornire spunti di discussione sulle questioni globali nel tentativo di aumentare il senso di responsabilità dei potenti della Terra in particolare a proposito del delicato rapporto tra umani e sviluppo economico da un lato e la fragilità del pianeta dall’altro.
Rachel Carson dedica la sua opera Primavera silenziosa ad un altro personaggio straordinario di quegli anni, il medico Albert Schweitzer, un missionario, che passa la sua intera vita tra i lebbrosi e i malati del Gabon in quella Lambarenè dove oggi esiste un reparto specializzato proprio nella cura della malaria.
Schweitzer, Nobel per la pace nel 1952, scrive: "L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra".
Occorre dire, con amarezza, che, a questo proposito, è sulla strada buona.

Introduzione

craxiOggi vorrei parlarvi di un personaggio storico, morto quasi 19 anni fa e responsabile delle sorti del nostro paese prima della fragorosa caduta della prima repubblica all’inizio degli anni ’90.
Vorrei parlare, lo avrete certo capito, di Bettino Craxi.
Prima di cominciare tuttavia sono necessarie alcune premesse fondamentali per togliere di torno eventuali antipatici fraintendimenti.
Personalmente detesto quando si trasforma un delinquente, lo dico in generale non necessariamente nel caso di cui sto per parlarvi, in un santo, semplicemente perché è morto. Capisco perfettamente l’affetto dei suoi cari e dei suoi amici, che cercano sempre di valorizzare gli aspetti positivi del caro estinto. É comprensibile e pienamente giustificabile, ci mancherebbe altro.
Quando però il caro estinto è un personaggio pubblico, magari di quelli importanti, il giochino non può più funzionare, perché esiste una realtà storica alla quale non si può sfuggire.
Nel caso di un politico, le cose diventano più complicate, perché il giudizio sull’operato dei politici non è mai obiettivo, è sempre di parte … per questo l’aggregazione di uomini e donne che seguono un progetto politico si chiama “partito”.
Provate a pensarci e a farvi venire in mente un quesito qualsiasi che riguardi la vita del nostro paese: che so … le riforme scolastiche, le leggi finanziarie, l’atteggiamento verso gli immigrati, le scelte in tema di politica estera, … uno qualsiasi va benissimo. In questa situazione ci sono i seguaci del partito A che pensano bianco, quelli del partito B pensano nero e magari ci sono anche altre posizioni con varie sfumature di grigio. La domanda che uno si deve fare è questa: “siccome il quesito è unico, non possono avere tutti ragione, qualcuno deve per forza avere torto.” Sì, è vero: c’è anche la possibilità che tutti abbiano torto, ma di certo è impossibile che abbiano tutti ragione.
Questo vale, ovviamente, anche quando si dà un giudizio sulle imprese, buone o cattive, di un personaggio importante, uno che ha rappresentato il nostro paese, come primo ministro, per molti anni. Tra l’altro, anni importanti, quegli anni ’80, durante i quali sono successe molte brutte cose, come ho avuto modo di raccontare negli ultimi 15 mesi qui a Noncicredo. Non lo ricordate? Potete ritrovare tutte le puntate realizzate per Radio Cooperativa qui, sul mio sito, come file audio e, per moti argomenti, anche come file di testo.
Pensiamo, tanto per fare un accenno, allo sport preferito in quegli anni da parte dei servizi segreti nostrani. Quello cioè di insabbiare o depistare le indagini che cercavano di scoprire perché a Bologna muoiono 85 persone mentre aspettano il treno alla stazione. O come mai si rende possibile che sopra i cieli siciliani si scateni una guerra tra aerei nostri alleati (gli Stati Uniti per ragioni politiche e la Libia per ragioni economiche). Una guerra che pone fine alla vita di 81 persone con l’unica colpa di aver preso un aereo, evidentemente molto sfortunato. E così via.
Dunque Bettino Craxi. Prima di raccontare la sua storia, soffermiamoci un momento su quanto è accaduto dopo la sua morte, avvenuta in Tunisia, ad Hammamet, dove Bettino è scappato, inseguito inutilmente dalla magistratura di Mani Pulite. É il gennaio del 2000 e, mentre il secolo comincia il suo ultimo anno, ecco salire al cielo voci benedicenti lo statista appena scomparso.
Lo fanno i socialisti come De Michelis e Rino Formica, lo fanno diversi seguaci di Silvio Berlusconi e perfino alcuni esponenti comunisti del PD, come Fassino e D’Alema tanto per non fare dei nomi, non si capisce bene se per convinzione o per accondiscendere l’amico Silvio.
Lo fa, nel modesto clamore delle deboli proteste popolari, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, che vuole intitolare al leader socialista scomparso una strada. Il che, visto la levatura del personaggio può anche starci, ma la giustificazione è di quelle che si fa fatica a capire. La Letizia infatti dice: “Che male c’è? Abbiamo strade intitolate a Giordano Bruno e a Garibaldi, perché non a Bettino?”.
In fondo anche i due personaggi, vissuti uno nel ‘500 e l’altro 3 secoli dopo, sono stati condannati, eppure hanno strade e piazze a loro intestate e pagine e pagine dei libri di storia ne parlano.
Se è per questo ci sono pagine e pagine di storia dedicate a Hitler, ma non mi risulta che qualcuno abbia mai avuto il coraggio di intestargli una qualsiasi cosa.
Mi sembra anche chiaro che si sono condanne e condanne e che un conto è essere bruciati vivi dalla Inquisizione per aver espresso opinioni libere sulla scienza e sulla religione e un conto è aver ammesso pubblicamente di aver incassato soldi non leciti per finanziare se stesso e il proprio partito. Un conto è essere stato tacciato di terrorismo per aver combattuto nell’800 una guerra per liberare un popolo dalla tirannia e un altro è aver corrotto, esportato capitali illeciti all’estero o fatto licenziare giornalisti scomodi (come Giorgio Bocca da Canale 5).
Ecco, pur con tutta la benevolenza possibile nei confronti della Moratti, sulla cui buona fede o sulla cui preparazione storica nutro dei dubbi molto seri, a questi paragoni proprio non ci sto, specie quello con Giordano Bruno, che considero, da fisico, l’iniziatore dell’era moderna della scienza con quel rogo a Roma nel febbraio del 1600.
Va anche sottolineato che, un anno fa (2017) anche il sindaco Giuseppe Sala, indipendente sì, ma del centrosinistra, ha avanzato la stessa possibilità. Le prese di posizione a favore di Bettino non si contano negli ambienti della destra italiana. Berlusconi ha dichiarato recentemente che considera un onore ogni volta che il suo nome viene accostato a quello di Craxi. Contento lui …
E però è davvero complicato venire fuori da questa faccenda. Già perché molti di questi attori sono ancora vivi e vegeti e qualcuno sta ancora sulla scena politica e sociale italiana.
É il caso, ad esempio, di Silvio Berlusconi, che dall’amministrazione Craxi ha avuto innegabili gratificazioni, quando era ancora un rampante imprenditore. Molti sostengono che la sua entrata in politica sia stata la prosecuzione della storia di Bettino.
É anche il caso di Antonio Di Pietro, il fustigatore dei politici corrotti, il PM di Mani Pulite, l’ultima grande rivoluzione nella politica italiana. All’inizio degli anni 90 la vicenda di Tangentopoli ha indici d’ascolto che il Grande Fratello può andarsi a nascondere. Le udienze del processo vengono seguite con un interesse spasmodico. Si capisce, in quegli anni, che sta avvenendo una svolta epocale nel nostro paese. Partiti di enormi dimensioni (come la DC) semplicemente spariscono e i suoi rappresentanti finiscono riciclati un po’ ovunque: nel PD, passando attraverso la Margherita, e nel PDL, passando attraverso Forza Italia.
Tanti personaggi riescono a rientrare nel giro della politica come i già citati Gianni De Michelis e Rino Formica, oggi 91-enne, che nel 2003 diventa presidente di un partito (Socialismo è Libertà).
É ancora vivo Arnaldo Forlani, ex capo della DC e primo ministro, socio di Craxi e Andreotti nel CAF di cui parleremo, che ha oggi 93 anni e ha scritto un libro sulla storia della DC uscito nel 2009, dal titolo che mi sembra piuttosto anche se involontariamente ironico: “Potere Discreto”.
Andreotti, invece, non c’è più.
Tra tutti questi protagonisti, Di Pietro e Berlusconi costituiscono, negli anni successivi alla morte di Craxi, i due estremi opposti della politica italiana per posizioni su tutte le questioni: dalla giustizia al lavoro, dall’ambiente al welfare. Accade quando Tonino entra in politica, fonda un suo partito, l’Italia dei Valori, che ha un buon successo, fino alla sua caduta per vicende non del tutto chiarite sulla integrità del leader molisano.
A me sembra che in queste condizioni diventi complicato fare dei discorsi senza cadere in posizioni di parte, senza cioè rischiare di essere fraintesi, per non essere presi in mezzo, come dicevo all’inizio, in discorsi da ultras, come accade nelle partite di calcio, quando 60 mila persone lontane dal campo di gioco pretendono di vedere meglio quel che succede di un arbitro, un professionista, che si trova a un metro dal presunto fattaccio. Perché credono di essere più bravi dell’arbitro. Quei sessantamila non lo fanno mai con l’oculista o il dentista che li sta curando, chissà perché?
Con questo rischio c’è una sola strada da seguire, che è quella di analizzare solo i fatti storici, quelli raccontati dagli stessi protagonisti durante le interviste o i procedimenti giudiziari o le dichiarazioni in Parlamento.
Prima però c’è un’altra questione da risolvere, perché le vicende che racconto questa sera sono finite spesso davanti a giudici nei tribunali.
Dobbiamo decidere se ci fidiamo o no della giustizia di questo paese, della magistratura che compie le indagini e delle forze dell’ordine che ne rappresentano l’azione, l’applicazione, l’esecuzione.
Abbiamo visto, nelle precedenti “storie” di Noncicredo, che avere dei dubbi non solo è legittimo, ma spesso ci si prende meglio che a non averne. Tuttavia una scelta va fatta, perché non è possibile che i processi siano corretti se condannano i nostri avversari e diventino faziosi se si tratta di nostri amici o peggio di noi stessi. Non si può elogiare la magistratura che mette dentro dieci mafiosi e dichiarare che sono dei comunisti sporchi e cattivi quando bocciano una legge che ci va bene o arrestano qualche assessore della regione che il nostro partito governa. Il riferimento a Berlusconi non è per niente casuale.
In questo nostro paese così strano, ognuno vuole saper fare il lavoro degli altri e saperlo fare molto meglio. Tutti sanno come fare la formazione delle squadre di calcio, tutti sanno come ridurre le tasse, tutti sanno come funziona l’economia, la finanza, l’approvvigionamento energetico, tutti sanno tutto di tutto. O almeno lo credono.
E poi ci sono quelli, e non solo tra i cittadini, che la sparano grossa, perché in un mondo pieno zeppo di ignoranza, veicolata in maniera tossica e acritica dai cosiddetti social, è diventata abitudine dare ragione a chi grida più forte o la spara più grossa. Ci sono mille esempi di questo, basta leggere i messaggi che compaiono su facebook. Ricordo che, durante la campagna referendaria sul nucleare (era il 2010), un tizio scrive, su Repubblica.it, sito prestigioso e serio, che con le centrali nucleari che Berlusconi voleva appiopparci, si sarebbe risparmiato il 37,5% sulla produzione di energia. Qui non si tratta di stabilire se quel signore abbia ragione o torto, ma non si possono usare le cifre così buttate là senza uno straccio di spiegazione (meglio sarebbe di prova) tanto per impressionare gli altri frequentatori del sito. É come una partita a poker in cui chi bluffa di più vince. Diffidate sempre da chi vi dà dei valori precisi quando non serve, da chi vi dice, per far capire che si tratta di un grande valore “questa cosa vale 45'397 euro”, perché una persona normale vi dirà che vale circa 45 mila euro, gli spiccioli non spostano di un millimetro la questione. Nessuno che non sia un bugiardo vi dirà “Ho aspettato un’ora e sette minuti”, perché i sette minuti non cambiano niente del discorso. Diffidate perché probabilmente avete davanti un bugiardo.
Lo stesso vale per i processi e per le sentenze. Ci sono dei professionisti che fanno quel lavoro. Non si capisce perché dovrebbero farlo male apposta.
Bene, io partirò dal presupposto che le sentenze emesse e passate in giudicato, siano suffragate da prove inconfutabili e quindi rappresentino la verità. Qualcuno può sostenere che ci sono gli errori giudiziari. Questo è vero, ma credo siano enormemente di più i casi di delinquenti non puniti che quelli di innocenti puniti. Solo che questi ultimi fanno notizia, gli altri molto meno.
Ad ogni modo il mio metro di analisi sarà questo; giochiamo con queste regole e vediamo dove andiamo a finire.

Il contesto

Bettino Craxi nasce a Milano nel febbraio del 1934. Cresce in una famiglia socialista. Il padre, prefetto di Como, gli indica la strada e, a soli 17 anni, Bettino ha in tasca la sua prima tessera del PSI. A noi, tuttavia interessa qui non tanto la sua storia personale, quando quella politica, che diventa importante negli anni 70, quando Bettino comincia a contare abbastanza all’interno del partito. Sostenitore di un grande personaggio come Pietro Nenni, rappresenta l’ala più a sinistra, quella per capirci che confina con le posizioni del PCI, in quegli anni retto da Enrico Berlinguer. Come responsabile degli esteri, stringe amicizie importanti per l’epoca. Tra queste quella che si rivelerà decisiva con Francoise Mitterand, presidente della Francia per 14 anni dal 1981 al 1995, figura non limpidissima per i suoi supposti trascorsi filo-nazisti. Sempre in questa veste, Craxi finanzia (per conto del PSI) partiti socialisti che in quel periodo vivono anni difficili, come quello spagnolo, quello cileno di Salvador Allende e quello greco.
É il 1976 e in Italia il PSI sostiene il Governo Moro, ma uno scritto di De Martino, l’allora segretario PSI, lo fa cadere. Si sciolgono le camere e si va ad elezioni anticipate. Già nel 1974 le elezioni amministrative vedono un crollo del partito di maggioranza, la DC di Andreotti, Moro, Fanfani, ecc. e un guadagno pazzesco del PCI di Berlinguer, che si porta al 30% dei consensi. La faccenda si ripete nelle elezioni politiche; la DC rimane primo partito per pochi voti e il PSI ha una dura sconfitta, scendendo al di sotto del 10% dei consensi, che rappresenta la soglia da superare per stare tra i “grandi” e quindi per contare davvero. Il segretario De Martino, che cerca un’intesa con i comunisti, si dimette e al suo posto l’assemblea socialista nomina Bettino Craxi.
L’idea è che il politico milanese sia un segretario di transizione, in attesa che le varie correnti del partito riescano a concordare un candidato comune. Tra queste correnti c’è quella di Claudio Signorile, del quale avremo modo di parlare più avanti.
Craxi però non ha alcuna intenzione di essere una meteora di passaggio e fa subito capire le sue intenzioni. Butta fuori dalla segreteria tutti i vecchi compagni, sostituendoli con più giovani elementi in quella che viene chiamata la “rivoluzione dei quarantenni”. Ma il passo decisivo è lo strappo con il PCI e con tutta la storia del socialismo. Abbandonato Marx e Lenin, nasce una visione diversa, assai più vicina alle idee delle socialdemocrazie europee (come quella tedesca della SPD, guidata all’epoca dal cancelliere Willy Brandt). Dunque niente compromesso storico, che è invece la linea portata avanti da Enrico Berlinguer e da Aldo Moro.
Queste posizioni impressionano gli italiani. Ma Craxi è probabilmente il primo a capire quanto sia importante l’immagine nella politica. Un’immagine che cura nei dettagli, attraverso stampa e televisione, in una prima edizione di quella politica-spettacolo che sarà consacrata definitivamente da Silvio Berlusconi.
E, mentre si stacca sempre più dalla sinistra, fa però l’occhiolino ai movimenti civili, come quelli dei radicali che in quegli anni si battono, tra l’altro, per divorzio e aborto. É anche il solo parlamentare ad esprimere pubblicamente il desiderio di trattare con le BR per evitare l’uccisione di Aldo Moro.
Nel successivo congresso viene rieletto nonostante le correnti storiche di Signorile e Manca lo ostacolino.
Uno dei suoi cavalli di battaglia è il concetto di “governabilità” che non abbiamo più abbandonato da allora.
Nel 1983 le elezioni politiche gli danno ragione ed ottiene un notevole successo, tornando sopra l’11% e meritando quindi di essere nominato Presidente del Consiglio. Nella DC intanto prevale la linea di Donat Cattin, che tutto vuole tranne che il PCI entri nel governo o nell’area governativa. In questa situazione non c’è scelta. Per avere i numeri per governare il paese occorre far entrare nel governo cani e porci. Nasce così il pentapartito che va dai liberali fino ai socialisti, lasciando fuori gli estremi rappresentati da MSI a destra e dal PCI a sinistra.
Il primo governo Craxi, tuttavia ha una vita complicata per via dei cosiddetti “franchi tiratori” democristiani che fanno prevalere le faide interne al loro partito sugli interessi comuni del governo. Numerose sono le volte in cui Craxi viene battuto in aula per questo motivo. Tanto che ad un certo punto di dimette. Ma Cossiga, diventato Presidente della Repubblica, lo rinomina per un secondo tentativo, che dura fino al 1987. Poi il PSI sostiene il monocolore Fanfani che porta alle elezioni del 1987, dove il partito di Craxi ha un grande successo, sfiorando il 15% dei consensi.
Ma è il tempo dei grandi mutamenti internazionali. Nel 1989 si sfaldano le ideologie e i partiti comunisti (come quello italiani) si sgretolano, come il muro di Berlino. Craxi, da vecchio marpione, apre una casa che chiama “Unità Socialista” dove ricondurre i socialisti, i socialdemocratici e tutti gli orfani del PCI che non confluiranno nel nuovo soggetto di sinistra, il PDS. É l’apice della figura di Bettino; alle elezioni del 1990 i consensi arrivano al 18% e ormai il PSI è sempre più la rappresentazione del suo leader, tanto che si parla non tanto di socialismo, quanto di craxismo.
É il 1992. Cossiga si affida ancora al PSI per formare il governo. Craxi manda avanti Giuliano Amato, un economista, il cui governo tuttavia durerà solo un anno. Poi verrà schiacciato dalle indagini su oscuri e illeciti finanziamenti dei partiti e su fatti di corruzione. Nel 1993 i radicali propongono otto referendum che segnano la sconfitta netta del governo. Il 90% dei partecipanti al voto (affluenza del 77%) boccia il meccanismo del finanziamento pubblico dei partiti, l’82% abolisce il metodo proporzionale nella legge elettorale, oltre ad altre questioni su droghe leggere, ministeri vari (abolizione di quello dell’agricoltura) e tutela dell’ambiente.
A maggio arrivano i primi avvisi di garanzia. Sono per gli ex sindaci di Milano, Gian Paolo Pillitteri e Carlo Tonioli. A Novembre il colpo più pesante. Giuseppe Balzamo, tesoriere del PSI (quello che gestiva dunque i fondi anche pubblici), viene avvisato per i reati di ricettazione, corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti.
A dicembre viene indagato anche Bettino Craxi, poco prima delle elezioni amministrative dalle quali il PSI uscirà con le ossa rotte. I suoi voti vanno a finire nel MSI e nella Lega Nord, partito appena formato. Sono i soli che, al momento, non risultano pesantemente coinvolti nell’inchiesta di Mani Pulite.
Intanto arriva l’avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta, relativa al crack del Banco Ambrosiano e legata al famoso conto protezione svizzero (di cui parleremo più avanti); per questo saranno condannati Craxi, Claudio Martelli (il suo delfino), Licio Gelli e Silvano Larini, un faccendiere del partito socialista e uomo di fiducia di Bettino Craxi. L’11 febbraio di quell’anno Craxi si dimette da segretario del PSI. Ha ormai raccolto una ventina di avvisi di garanzia.
Il 29 aprile 1993 si presenta alla Camera e in un discorso rimasto famoso accusa l’intero parlamento di usare fondi non leciti per finanziare le attività di partito. "Basta con l'ipocrisia!"; tutti i partiti – dice Craxi – si servono delle tangenti per autofinanziarsi, anche quelli "che qui dentro fanno i moralisti". L’ultima frase è diretta al PDS, lasciato fuori dalle inchieste come la Lega e l’MSI (anche se poi qualche scheggia delle indagini finirà contro la Lega e anche contro l’ex PCI).
Insomma la tesi di Craxi è che lui, si dichiara sì colpevole, ma lo è come tutti gli altri. Il discorso rientra nella sua difesa contro la richiesta di “autorizzazione a procedere” che arriva alla Camera dei Deputati dalla pretura di Milano. L’autorizzazione viene negata dal Parlamento con il voto di tutti i partiti della maggioranza. I leghisti e i missini insorgono urlando ai propri colleghi “ladri ladri”. Ci sono manifestazioni di piazza organizzate dai tre partiti. Una folla attende Bettino all’uscita dall’albergo dove alloggia e lo riempie di insulti e cori irriverenti, sommergendolo di monetine.
Alle elezioni successive del 1994, Craxi non viene ricandidato e quindi può essere arrestato. Si decide di confiscargli il passaporto, ma ormai è troppo tardi. Bettino si trova già in Tunisia, ad Hammamet, dove passa gli ultimi anni della sua vita, fino alla morte avvenuta nel gennaio del 2000.
Ci sono tante domande che vengono alla mente. Craxi è per 20 anni al centro della scena politica italiana. Quali risultati ottiene? Cosa si nasconde dietro le attività ritenute illecite? Quali condanne subisce? Perché oggi si cerca di rivalutarlo?
Cercherò di rispondere a queste domande, tranne all’ultima, perché chiedersi perché si voglia rivalutare la figura di una persona condannata per reati gravi va al di là di ogni mia comprensione e quindi non ho risposte da dare.

La politica dei governi Craxi

É sempre difficile tirare fuori dal contesto alcune azioni, perché si rischia di cadere nel massimalismo o nella superficialità. E però non abbiamo molta scelta a meno di non trasformare l’articolo in un libro grosso così.
Non mi resta quindi che elencare alcuni dei punti importanti o famosi ottenuti dai 2 governi Craxi o da quelli ai quali ha dato sostegno con il suo partito.

  • La revisione del Concordato, che era stato siglato da Mussolini, porta alla abolizione del concetto di religione di stato e della “congrua”, una specie di stipendio per i parroci (a dire il vero piuttosto misero) sostituito dall’introduzione dell’8 per mille; altra novità la facoltà di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. La Chiesa mantiene tuttavia molti privilegi, legati ad esenzioni di tasse di varia natura.
  • il taglio di 4 punti della scala mobile, contestatissimo dalla CGIL e dal PCI, che raccoglie le firme per un referendum che Craxi riesce, contro ogni previsione, a vincere.
  • All’inizio degli anni 80 l’inflazione nel nostro paese è mostruosa, sfiorando il 20%. Bettino la riduce al 4% in 4 anni (‘83-‘87). Contemporaneamente si ha un grande sviluppo produttivo che porta l’Italia al 5 posto tra i paesi industrializzati, superando per la prima volta la Gran Bretagna. Ma, negli stessi anni, il debito pubblico fa un salto in avanti spaventoso, diventando più che doppio (da 230 a 550 miliardi di euro – secondo la valuta attuale).
  • C’è anche un tentativo di lotta all’evasione fiscale con l’introduzione del registratore di cassa e dello scontrino fiscale obbligatorio per gli esercenti.
  • Nel 1985 Franco Nicolazzi, un maestro che è ministro per i lavori pubblici per quasi dieci anni, compresi i due governi Craxi, vara una legge urbanistica che parte da un condono e vuole dare ai comuni nuovi poteri di controllo. Ma la buone intenzioni della legge non trovano una adeguata applicazione.
  • Poi ci sono i tre decreti Berlusconi. Craxi è un amico stretto di Berlusconi, tanto che gli fa da testimone al matrimonio con Veronica Lario.  A quell’epoca la legge prevede per la trasmissione televisiva nazionale (quindi su tutte le regioni contemporaneamente) un monopolio riservato alla RAI. Berlusconi con le sue tre reti (C5, R4 e Italia1) usa un metodo basato su programmi che vengono registrati su cassette e queste vengono poi programmate nello stesso momento in tutte le regioni coperte dal segnale. Secondo i pretori di Torino, Pescara e Roma, questo metodo lede i diritti della RAI e quindi ingiungono alle televisioni di Berlusconi di sospendere la programmazione nazionale. L’azione dei pretori avviene grazie alla denuncia fatta dalla RAI. Ed è proprio in questo senso che il governo Craxi interviene, per fare in modo che l’amico Silvio possa continuare a trasmettere sul territorio nazionale. Va ricordato come questa sia, all’epoca, una fetta importante degli interessi del cavaliere per via degli introiti pubblicitari.
    All’inizio Craxi vara un decreto che il parlamento respinge perché giudicato incostituzionale, ma, pochi giorni dopo la bocciatura, il decreto viene ripresentato quasi identico solo che il governo su di esso pone la questione di fiducia e così diventa legge dello stato. C’è anche un terzo decreto Berlusconi che serve per prolungare nel tempo le concessioni fatte dallo stato a Berlusconi. Infatti la legge organica che mette a punto la legislazione sulle emittenti italiane, viene approvata solo 5 anni più tardi, la legge Mammì. In quell’occasione un giornalista di una certa fama, scrive sull’Europeo (11/8/1990):


"Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlusconi', cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna."
Il giornalista in questione si chiama Vittorio Feltri ... si fa fatica a riconoscerlo leggendo quello che scriverà negli anni seguenti con Berlusconi non più imprenditore ma importante politico e amministratore del Paese.

  • Un’altra grande passione di Craxi è quella di trasformare lo stato italiano in una repubblica presidenziale, alla francese per capirci, assegnando all’esecutivo (quindi al suo premier) poteri molto maggiori di quelli che la Costituzione gli attribuisce. Questo lo avvicina alle idee di Licio Gelli e della sua loggia massonica P2.

Poi c’è la sua politica estera, davvero complessa. Convinto alleato degli americani, tanto che permette loro di installare i cosiddetti “euro-missili” in Sicilia per puntarli sull’URSS (il governo Carter sostiene che questa è una delle mosse decisive per vincere la guerra fredda). Ma contemporaneamente Craxi mostra un grande interesse nei confronti dei paesi terzomondisti. Sostiene l’Argentina (senza peraltro intervenire in alcun modo) nella guerra delle Falkland contro la Gran Bretagna. Stringe alleanze con Tito in Jugoslavia (il paese che meno di ogni altro è legato al patto di Varsavia e alla politica sovietica), con la Turchia, con Siad Barre dittatore somalo, e continua il progetto che era stato di Aldo Moro di intrattenere relazioni amichevoli con i palestinesi dell’OLP di Yasser Arafat, del quale diventa anche amico personale. Insomma lo scopo è chiaro; quello di fare dell’Italia un paese decisivo nelle questioni mediterranee che riguardino il Nord Africa e il vicino Medio Oriente.
Ci sono tre episodi da ricordare a questo riguardo.

Sigonella

Sigonella è stato, per quelli che c’erano e seguivano le vicende alla radio e in televisione, l’episodio più vicino alla scintilla che fa scatenare una guerra che si possa pensare. Vediamo i fatti. Nel 1985 un commando del FPLP (Fronte Popolare Liberazione Palestina) assalta una nave da crociera, l’Achille Lauro. Anziché intervenire con la forza, Craxi e il suo ministro degli esteri, Giulio Andreotti, contrattano la restituzione della nave e la liberazione degli ostaggi, garantendo ai terroristi e ad Abu Abbas, l’uomo mandato da Yasser Arafat per condurre le trattative, l’immunità e il rilascio in territorio egiziano. Purtroppo il dramma è già stato consumato. Un disabile americano viene ucciso e gettato in mare dal commando. Così, mentre il presidente americano Reagan intima all’Italia di sospendere ogni trattativa e ordina ai suoi caccia di intervenire, Craxi se ne frega e continua il suo dialogo con Yasser Arafat. Intanto Abu Abbas fa dirigere la nave verso l’Egitto. Il comandante della nave giura (sotto minaccia) che tutti i passeggeri sono sani e salvi e così viene firmato un salvacondotto per Abbas e i 4 palestinesi che hanno sequestrato la nave. Viene preso un Boeing 737 civile e i sequestratori, accompagnati da alcuni funzionari del governo e da una squadra dei servizi di sicurezza egiziani, partono per la Tunisia, dove l’OLP ha la sua base. Reagan interviene e intima al governo tunisino di non lasciar atterrare il Boeing. Poi lo fa intercettare da aerei dell’aviazione USA e lo costringe ad atterrare nella base di Sigonella, in Sicilia.
Quando atterra, l’aereo venne circondato da 50 tra avieri e militari perché al governo italiano non va giù che un delitto commesso in territorio italiano e un accordo sottoscritto dall’esecutivo venga infranto in un modo così violento.
Da due C-141 sbarcano 50 teste di cuoio statunitensi che circondarono i nostri soldati.
A questo punto Craxi interviene e fa circondare gli americani da un nutrito numero di carabinieri. L’ordine è quello di non lasciare assolutamente perdere e si arriva davvero ad un niente dall’uso delle armi. In quel caso la ragione è da parte italiana, poiché per nessun motivo è possibile, senza nemmeno una richiesta di estradizione, sottrarre alla giustizia italiana quei terroristi.
In questo clima di tensione pazzesca, in piena notte, Reagan chiama direttamente Craxi, chiedendo ancora la consegna dei palestinesi, ma il premier è irremovibile e Abu Abbas viene trasferito a Ciampino, mentre un aereo militare americano viola lo spazio aereo italiano, cosa che Craxi denuncia in Parlamento, parlando così bene di Yasser Arafat e così male degli USA da provocare l’uscita dall’aula dei repubblicani (che avevano il ministro della difesa, Giovanni Spadolini) da sempre molto legati agli USA. Il paese invece reagisce benissimo, rafforzando la figura del leader socialista, che, come detto, ottiene un secondo incarico, con l’appoggio anche dei repubblicani e con Spadolini di nuovo ministro della difesa.

Bombardamento americano di Tripoli

L’anno successivo alla “crisi” di Sigonella, c’è un altro episodio che mette di fronte USA, Italia e paesi Arabi. Nella sua guerra contro il terrorismo della OLP, Ronald Reagan sferra nel 1986 un attacco missilistico contro la capitale della Libia, Tripoli, nel tentativo di far fuori Mohammar Gheddafi, considerato allora come il nemico numero uno degli Stati Uniti. Le bombe arrivano dalle navi della VI flotta, che si trovano nel golfo della Sirte (di fronte alla costa Est della Libia). Gheddafi scampa all’attentato e, per ritorsione, lancia due missili contro l’Italia che però finiscono in mare al largo di Lampedusa. Oltre vent’anni dopo si saprà come sono andate le cose. Avvertito dal governo americano, Craxi avvisa Gheddafi salvandogli così la vita. I missili verso Lampedusa sono solo un modo di non far ricadere sospetti sull’Italia. Ma all’epoca nessuno sa questo e il fatto che Craxi non reagisca al lancio dei missili verso l’Italia gli provoca un sacco di critiche.
Negli ultimi mesi del 2009 si è venuta a sapere un’altra verità. Tolto il segreto di stato sull’episodio da parte dell’amministrazione americana, sembra che Craxi, mentre urlava in pubblico, avesse invece stipulato accordi in privato con l’amministrazione Reagan. Il ministro degli esteri americano dell’epoca, Gorge Shultz, scrive, in una nota al presidente cow boy, che «i rapporti con Craxi erano eccellenti», l’episodio dell’Achille Lauro era ormai «cosa del passato» e che «su base confidenziale, l’Italia aveva permesso l’uso di Sigonella per operazioni di supporto in relazione all’esercitazione nel golfo della Sirte». A una sola condizione: la riservatezza.

Bourghiba e Ben Ali

In Tunisia governa da tempo immemore Habib Bourguiba, eroe della resistenza al colonialismo francese e padre della moderna Tunisia. Quello che ha fatto di una nazione islamica un gioiello di diritto moderno fin dal dopoguerra. Introduce nuovi modelli di vita e di pensiero, arrivando a sostenere la necessità di normalizzare i rapporti con Israele, molti anni prima che altri (Sadat in Egitto) ci pensino. Ma quando comincia ad invecchiare, le cose cambiano in fretta e, all’inizio degli anni 80, la Tunisia è sede della lega Araba, che lotta contro Israele. Poi arriva l’OLP a mettere le proprie basi. La corruzione aumenta e il paese sta andando a rotoli. É così che i francesi cominciano a lavorare per la sua sostituzione. Ma, quasi improvvisamente, il generale Zine El-Abidine Ben Ali, che stava conducendo una battaglia senza quartiere contro l’estremismo islamico di origine algerina, porta a termine un colpo di stato veramente particolare, un colpo di stato sui generis. Qualcuno lo definisce un colpo di stato medico, nel senso che non se ne accorge quasi nessuno e Ben Ali assume il potere. É una fortuna per la Tunisia, che torna al clima di paese moderno, con le riforme che riprendono a pieno regime.
Il primo a riconoscere e a intrattenere rapporti amichevoli con Ben Ali è proprio Bettino Craxi. Dieci anni dopo, Fulvio Martini, che all’epoca è il capo del SISMI (i servizi segreti militari italiani), racconta come sono andate le cose. L’Italia ha avuto parte attiva nella deposizione di Bourguiba e nell’ascesa di Ben Ali, “scelto” da Craxi in anticipo rispetto al rappresentante francese. Tra i due c’è una grande amicizia e questo è forse il motivo principale della scelta del luogo di latitanza. Dalla Tunisia, finché Ben Ali è al potere, non c’è verso di far muovere Craxi, nonostante la gravità delle accuse e delle condanne ricevute. E così infatti è stato.

Il C.A.F. e la fine

Alla fine degli anni 80, la situazione politica è la seguente. Il partito di maggioranza, la DC, è divisa in due forti correnti. Quella del segretario Ciriaco De Mita, più orientata a sinistra e l’altra, che ha i suoi più importanti capi in Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti. La prima prevale, tanto che De Mita subentra a Craxi come premier per portare il paese a nuove elezioni nel luglio del 1989. Bettino lavora sottotraccia ad un accordo di ferro con Forlani e Andreotti, costituendo quell’alleanza che passa alla storia come la C.A.F., appunto Craxi, Andreotti e Forlani. De Mita subisce una disfatta sia personale, perché perde la segreteria della DC, che politica, perché la sua corrente esce sconfitta dalle elezioni. A palazzo Chigi arriva, per guidare i suoi ultimi due governi, il 6° e il 7°, Giulio Andreotti, con un pentapartito che ingloba DC, socialisti e i partitini più piccoli (liberali, repubblicani e socialdemocratici).
Sono due governi molto deludenti, accusati di immobilismo dalla critica politica e molto osteggiati dalla gente, che comincia ad essere informata su vari retroscena, come l’affare Gladio, una organizzazione internazionale guidata dagli USA che avrebbero dovuto prevenire una invasione sovietica dell’Europa. L’organizzazione appare illegittima anche perché usa i servizi segreti per scopi non conformi a quelli previsti dalla costituzione. Anche questa di Gladio è una storia di cui ho parlato qui a Noncicredo.
É l’inizio della fine per Bettino Craxi, una fine che, molto probabilmente, arriva per vari motivi.
Anzitutto, la sua malattia (diabete mellito), che lo sta indebolendo e alla quale non reagisce in modo deciso (1990).
La fine delle ideologie con la caduta del muro di Berlino, induce Craxi a sperare di potersi sedere in riva al fiume per veder passare il cadavere del PCI, in modo da diventare l’unico punto di riferimento delle sinistre italiane. Ma per gestire le novità, e quella è una novità bella grossa, ci vogliono proposte e progetti, che il PSI di quel periodo proprio non ha. E dunque la tanto desiderata sostituzione al Partito Comunista resta solo un sogno.
Infine le vicende giudiziarie che cominciano ad affiorare e che segnano, come abbiamo già detto, la fine della presenza di Bettino Craxi sulla scena politica italiana.

Mani pulite

Le inchieste di Tangentopoli partono da Milano, dove Craxi ha il suo centro di potere. Sindaco di Milano viene eletto nel 1986 Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, che sostituisce un altro socialista, Carlo Tonioli.
Il 17 febbraio 1992 viene arrestato Mario Chiesa, esponente del PSI milanese, presidente del Pio Albergo Trivulzio, mentre intasca mezza tangente da una impresa di pulizie. Il titolare di questa impresa, Luca Magni, denuncia il tutto ai carabinieri e si mette d’accordo con il PM Antonio Di Pietro, uno dei magistrati del pool che lavora agli ordini di Saverio Borrelli. In questo pool, oltre a Di Pietro, ci sono i magistrati Piercamillo Davigo, Gerardo D'Ambrosio, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Francesco Greco, Tiziana Parenti e Armando Spataro.
Alla consegna della tangente, Luca Magni si presenta con microfono e telecamera nascosti.
Chiesa confessa tutto e viene così alla luce quello che gli italiani nei bar dicono da sempre, quello che hanno sempre saputo e cioè che per far strada nel paese è da sempre necessario “oliare le ruote”. Craxi ovviamente prende le distanze da Chiesa, che definisce una “scheggia impazzita” di un partito per il resto onesto e integro. Ma Chiesa rivela che il sistema delle tangenti è una regola, una specie di tassa che si paga a chi decide gli appalti. E siccome a decidere sono i partiti al governo, ecco che le accuse si indirizzano prevalentemente contro gli uomini della DC e del PSI. Di questi Chiesa fa nomi e cognomi.
Ma le elezioni sono vicine e il pool di Milano non fa trapelare molto dell’inchiesta in corso. Tuttavia quelle elezioni vedono la sconfitta dei partiti tradizionali (la DC perde oltre il 5%) e la grande affermazione di due nuove formazioni politiche: la Lega Nord nel Settentrione (al grido di “Roma ladrona”) e La Rete al Sud, guidata dall’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, formazione di cattolici fuoriusciti dalla DC e fortemente impegnati contro la mafia.
Subito dopo le elezioni, cominciano gli arresti. Si trattava di industriali e di politici, quasi sempre di secondo piano. I pezzi grossi se ne discostano, sconfessandoli e lasciandoli soli. E allora quasi per ritorsione vengono fuori le confessioni più incredibili. Un socialista milanese confessa dei reati a due carabinieri che hanno suonato alla sua porta, ma sono là solo per contestargli una multa.
In questo clima, la politica italiana va nel pallone. Presidente della repubblica viene nominato Oscar Luigi Scalfaro, che prevale sui nomi forti della DC, Forlani ed Andreotti. Scalfaro si rifiuta di dare incarichi istituzionali a chi sia anche minimamente coinvolto o vicino alle vicende di Mani Pulite. Così diventa primo ministro Giuliano Amato, socialista, con grande dispiacere di Bettino Craxi che pensava di avere già in tasca la sua nomina per il terzo governo.
C’è una grande battaglia mediatica contro il pool di Mani Pulite e in particolare contro Antonio Di Pietro, sul quale si costruiscono storie inverosimili come il fatto che sia un abituale consumatore di droga. Ufficiali dei carabinieri vengono mandati in giro per il paese a caccia di notizie sulla vita privata del PM per offuscare la sua immagine. La procura di Brescia inizia un’indagine su questi ufficiali, ma la stessa viene poi archiviata.
La gente però ne ha le scatole piene degli intrallazzi dei politici e si schiera apertamente dalla parte dei magistrati, i quali riscuotono un gradimento pazzesco, dell’80%. Si coniano slogan che inneggiano al pool e alla sua punta di diamante, Tonino Di Pietro.
Ci sono anche dei casi tragici, come quello di Sergio Moroni, socialista, che si uccide, lasciando una lettera in cui confessa le sue colpe dirette tuttavia, dice, non al proprio interesse, ma a quello del partito. Ed inoltre sottolinea che il sistema è comune a tutti i partiti e non solo a quello socialista.
Gli avvisi di garanzia arrivano dappertutto e coinvolgono deputati, senatori, perfino ministri. Giuliano Amato pretende le dimissioni da chiunque sia, in qualunque modo, coinvolto. Il governo Amato ha il record di sostituzioni per cause non politiche.
Le accuse arrivano alla fine anche a colpire i pezzi più grossi: Bettino Craxi e Claudio Martelli (i due capi del PSI) e Severino Citaristi, il tesoriere della DC. Significa mettere in piedi un processo nei confronti non tanto di alcuni personaggi ma dei due partiti che hanno retto l’Italia negli ultimi dieci anni e nei confronti di un sistema di potere diffuso nel paese.
Nel febbraio del 1993, un anno dopo l’inizio di Mani Pulite, Silvano Larini del PSI si consegna alle forze dell’ordine raccontando tutto sul conto protezione, il conto n. 633369 aperto presso la sede di Lugano dell’UBS (Unione Banche Svizzere). É un conto che porta i soldi, attraverso Martelli e Craxi, al PSI. Per questo fatto lo stesso Larini, Craxi, Martelli e il venerabile maestro Licio Gelli saranno condannati. Questa scoperta permette di annodare altre questioni, come quella legata al crack del Banco Ambrosiano, con le vicende di Calvi e dello IOR di Marcinkus. La presenza di Licio Gelli nelle vicende narrate fa sì che un altro filone di indagine si rivolge ai rapporti tra PSI e la loggia massonica P2, di cui, nel frattempo, sono stati scoperti gli elenchi degli iscritti.
Nelle indagini si incontrano anche dichiarazioni di pentiti della mafia che sostengono che era stato progettato un attentato a Di Pietro per fare un favore ad un politico del Nord Italia.
Poi arriva il decreto Conso, un antesignano del lodo Alfano, un tentativo di passare un colpo di spugna sulle indagini in corso. Il ministro di Giustizia, Conso vara un decreto che elimina di fatto i reati legati al finanziamento dei partiti ed è per di più retro-attivo. La reazione è clamorosa, un vero e proprio sollevamento generale, da parte del pool, della stampa e della gente. Per la prima volta nella storia della repubblica, il presidente Scalfaro si rifiuta di firmare un decreto che ritiene contrario ai principi costituzionali. Conso non ha possibilità di scelta e si deve dimettere da ministro. Nel frattempo il referendum sulla legge elettorale (voluto da Mariotto Segni) stravince nel paese mostrando tutta la sfiducia della gente nei partiti. Amato si dimette e al suo posto viene nominato primo ministro Carlo Azeglio Ciampi, che costituisce il primo governo “tecnico” (cioè non politico) della storia. Fa una nuova legge elettorale, introducendo una quota di maggioritario, e si va a nuove elezioni.
É questo l’ultimo atto politico della prima repubblica.

Maledetto pool, suicidi, arresti e processi

Il resto dei fatti che riguardano Craxi li abbiamo raccontati.
Le accuse si fanno sempre più pesanti e la gente comincia a seguire con vivo interesse le vicende giudiziarie.
A metà marzo si sa di uno scandalo di 250 milioni di $ che coinvolge l’ENI (che di mazzette, fin dai tempi di Enrico Mattei ne ha passate un sacco ai partiti politici).
Si scoprono conti di Craxi a Hong Kong, mentre una “falange armata” minaccia a più riprese Di Pietro di ucciderlo o di uccidergli i famigliari.
A giugno viene arrestato il primo dirigente Fininvest, Aldo Brancher. Un mese dopo arriva a Il Giornale un fax che ordina di sparare a zero contro il pool. Ma il direttore Indro Montanelli si rifiuta di farlo.
In questo periodo gli attacchi al pool e in particolare a Di Pietro si sprecano. Arrivano dai settori coinvolti, come nel caso del Sabato, il giornale di Comunione e Liberazione, l’ala oltranzista della DC, quella legata allo IOR e alla Compagnia delle Opere. Le accuse si moltiplicano e dipingono il magistrato come un approfittatore e un mezzo delinquente. Nessuna delle accuse verrà provata e tutte le inchieste e i procedimenti giudiziari a carico di Di Pietro termineranno con la sua completa assoluzione.
É anche il periodo in cui ci sono suicidi eccellenti. Come quello di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’ENI. Certo è triste ma non si può dimenticare che la moglie, dopo il suicidio, restituisce 6 miliardi di lire di fondi illegali. Si uccide anche Raul Gardini, che sta per essere coinvolto nelle indagini.
E inizia la stagione dei processi. Il primo è quello contro Sergio Cusani per il suo ruolo di collegamento tra Raul Gardini e il mondo politico nella realizzazione della joint venture tra ENI e Montedison (chiamata Enimont). Il processo va in diretta RAI ed ha ascolti record. La popolarità di Di Pietro aumenta ancora e diventa quasi un eroe, anche per quel suo modo di parlare certo non raffinato, ma popolare e vicino alla gente comune.
Cusani ha un ruolo marginale nella trama di illegalità che si stanno scoprendo, ma il suo processo è importante perché, nella vicenda Enimont, sono coinvolti politici di grande importanza in quel momento, come Arnaldo Forlani, un ex primo ministro. Lo stesso Bettino Craxi in aula confessa che il PSI ha avuto finanziamenti illeciti, ma in quell’aula non ci sono innocenti. Le mazzette sono una prassi che accomuna tutti i partiti, anche il PCI e la Lega, non coinvolti nell’inchiesta.
Così anche queste due formazioni, Lega Nord e PCI, vengono toccate dall’inchiesta, ma solo in modo marginale. Bossi e il suo tesoriere Patelli per un versamento di 200 milioni; il PCI viene coinvolto nella condanna a 3 anni di Primo Greganti. Durante il processo salta fuori una valigia di soldi, trovata a Botteghe oscure, ma il pool non riesce a stabilire in quali mani e, come dice lo stesso Di Pietro, non è possibile mettere sotto processo qualcuno di nome Partito e cognome Comunista. L’indagine quindi finisce là. Questo fatto rappresenterà, nel seguito della storia molto contestata di Di Pietro, una delle accuse più frequenti rivoltegli da parte dei suoi avversari.
Tutto il resto riguarda la seconda repubblica, che è una storia che non appartiene a Bettino Craxi e perciò ne darò solo pochissimi accenni.
Nell’indagine sulla corruzione nel nostro paese finiscono giudici (come Diego Curtò), industriali a centinaia e 80 uomini della guardia di finanza, che sarebbero stati corrotti per aver chiuso un occhio nei loro controlli. É in questo ambito che la procura di Milano tira in ballo Silvio Berlusconi, attraverso la Finivest. É l’inizio di una lunga guerra politica tra Di Pietro e Silvio, anche e soprattutto quando il primo smette la toga e si mette a capo di un nuovo partito.
Da una parte la convinzione che l’entrata in politica di Berlusconi (1994) sia solo un modo per evitare processi e inchieste e dall’altra una lotta senza quartiere facendo intervenire tutta la sua enorme macchina mediatica. Famosa è rimasta l’uscita di Vittorio Feltri, che dopo aver sostituito Indro Montanelli a Il Giornale, con una accusa di partecipazione dei giudici di Milano ad una cooperativa con Salvatore Ligresti, immobiliarista siciliano operante a Milano e coinvolto in Mani Pulite. Feltri verrà condannato per diffamazione in quanto quella cooperativa non è mai esistita.
Uno dei primi provvedimenti del primo governo Berlusconi è il decreto Bondi, che commuta il carcere per la vicenda Tangentopoli in arresti domiciliari. É così che delinquenti del calibro di De Lorenzo del PLI, condannato a 5 anni e mezzo per associazione a delinquere per finanziamento illecito del PLI, sottraendo i fondi destinati alla sanità di cui era ministro, se ne tornano a casa. L’indignazione popolare è altissima, ai giornali e alle televisioni arrivarono decine di migliaia di fax (l’uso delle mail non è ancora diffuso), la Lega e Alleanza Nazionale, alleati di Berlusconi, minacciano di uscire dal governo e così il decreto Bondi viene ritirato. C’è notevole imbarazzo; Maroni, ministro dell’interno, dice che quel decreto non ha nemmeno potuto leggerlo e sostiene che, in realtà, a scrivere il decreto è stato il ministro della difesa Cesare Previti, entrato nel partito di Berlusconi provenendo dalle fila del Movimento Sociale. Previti finisce nei processi SME e Mondadori con condanne in appello piuttosto pesanti, mentre è definitiva la condanna a sei anni per corruzione nell’ambito dell’inchiesta IMI-SIR. Previti sconta a Rebibbia sei giorni, grazie alla legge exCirielli del 2005 e viene affidato quasi subito ai servizi sociali. Rimane attivo in politica fino al 2007. Ha compiuto da poco 84 anni.
Ma queste sono cose che con Bettino Craxi non hanno molto a che fare, se non che sono situazioni figlie di un modo di interpretare la politica piuttosto allegro, in cui fondi e finanziamenti vanno e vengono senza troppi controlli, quando forse, la gente non è ancora abituata alle battaglie giudiziarie contro il potere o organi dello stato come nel caso della guardia di finanza.
L’impressione, leggendo i giornali, è che quel clima sia rimasto intatto, solo che, oggi, ci sono più occhi che guardano e più orecchie che ascoltano.

L’articolo di Ivo Maj

Chiudo questa prima puntata su Bettino Craxi leggendo un articolo di Ivo Maj, giornalista e scrittore per la televisione. É di un anno fa, ma credo possa risultare comunque attuale. Ovviamente i riferimenti temporali risentono di questa differenza di data rispetto ad oggi. Ecco il testo.

‘I conti con Craxi’: rievocato e riabilitato, Bettino torna di moda

Italia fanalino di coda in Europa per corruzione. Il malaffare permea la macchina pubblica, secondo uomini d’affari ed esperti. La corruzione è strutturalmente integrata nel settore pubblico. I dati parlano di un 60° posto per noi, su 176 paesi, terzultima in Europa, prima di Grecia e Bulgaria. Non so a voi, ma a me l’ultima denuncia di Transparency non meraviglia neanche un po’.
Diciassette anni fa moriva, latitante ad Hammamet, in Tunisia, Bettino Craxi, già segretario nazionale del Partito Socialista e condannato definitivamente a dieci anni per la corruzione dell’Eni-Sai e per i finanziamenti illeciti della Metropolitana milanese; si aggiungevano altre condanne provvisorie, in primo e in secondo grado, per circa quindici anni. Eppure, sono ormai diciassette gli anni in cui si moltiplicano i tentativi di riabilitazione del più ruggente protagonista dei ruggenti anni 80.
Ma se la vicenda personale di Craxi ed il suo mesto, solitario epilogo può oggi suscitare qualche sentimento di compassione, la sua parabola politica intinta nell’illegalità può solo fare (ancora) indignare. Un vero monumento alla riabilitazione quello in fase di costruzione, il cui primo passo fu un monumento vero nel decimo anniversario di Mani Pulite: una statua “a Craxi statista, esule e martire” in marmo bianco di Carrara, eretta nel comune di Aulla in Lunigiana, per volere del sindaco Lucio Barani, attualmente senatore della Repubblica con tanto di garofano rosso perennemente nell’occhiello.
Ma, come ricordava nel 2009, il Direttore di questo giornale, Marco Travaglio, “Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire”. Altro che mazzette.
L’ultima pietra di quel monumento riabilitativo la forgia oggi Paola Sacchi, una giornalista orvietana passata con disinvoltura da L’Unità a Il Secolo d’Italia attraverso Il Dubbio, Lettera 43 e Panorama. Oggi, come ci informa la quarta di copertina, collabora con Formiche.net. Il suo libro si intitola I conti con Craxi, laddove sarebbe stato fin troppo faceto I conti di Craxi.
Sacchi esordisce con “Oggi Craxi è tornato di moda”. Evidentemente è memore dell’analisi di Transparency, la quale evidenzia come, in effetti, gli emuli di Craxi si siano talmente moltiplicati da arrivare alla medesima fattispecie di azioni criminose ma su livelli decisamente infimi: nel 2016 sono stati 8.300 gli evasori totali scoperti, 775 milioni di euro di finanziamenti illeciti, 158 milioni di truffe al sistema sanitario. Cifre enormi, ma divise una pletora di mariuoli che al Psi del tempo avrebbero raddoppiato i consensi. Per Craxi, da solo, il pool Mani Pulite aveva accertato introiti illeciti per almeno 150 miliardi di lire, quasi 78 milioni di euro.
“Ci sarà via Craxi nella sua Milano, almeno nel ventennale della sua drammatica morte?” si chiede Paola Sacchi. Alla luce dei dati di Transparency, non gli si potrebbe davvero negare. Uno che ha fatto tanto per portare così in basso il proprio paese nella considerazione morale della cosa pubblica, non può non essere ricordato.
“Ce n’è voluto per abbattere quel gigante di quasi un metro e novanta, l’anticomunista, della sinistra moderna, in jeans, con i quali si presentò in tutta fretta al Quirinale per ricevere il primo mandato da Presidente del Consiglio”, prosegue in estasi da ammirazione la giornalista.
Secondo lei, una delle cose che facevano maggiormente arrabbiare Bettino nelle interviste rilasciate ad Hammamet, che la Sacchi definisce “esilio” anziché “latitanza” (come correttamente dovrebbe) era il sospetto che lui anche per un solo momento avesse mai pensato ad arricchirsi o a condurre una vita fastosa. Come dubitarne infatti?
Nella sentenza All Iberian, confermata in Cassazione, si legge: “Craxi è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito, finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti […] non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari […]. Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti”.
Ma a sorprendere in Italia non sono certo i patetici tentativi di ribaltamento storico in atto. Quello che sorprende è che non sia stato sufficiente un ricambio di due generazioni per portare il nostro Paese in Europa. E non parlo certo della UE, ma di una mentalità moderna e antimafiosa che porta, per esempio, una ciclista tedesca a preoccuparsi di togliere i vetri di una bottiglia rotta dalla ciclabile del Tevere per chi verrà dopo di lei. Provate a spiegare a lei che Craxi deve essere riabilitato.
In un’unica cosa possiamo dare ragione a Paola Sacchi: quando scrive che all’assoluzione di Andreotti, Craxi pensò: “Qui l’unico delinquente per gli italiani sono rimasto io”. Era solo il precursore.

Introduzione

Nella prima parte di questa “storia” (che ripercorriamo super-velocemente) abbiamo visto, tra l’altro, come la Democrazia Cristiana, il partito di cui è presidente Aldo Moro, adotti la politica di non trattare con le Brigate Rosse, come a dire che un morto solo si poteva anche immolare pur di non compromettere lo stato in una trattativa con dei banditi.
Tlettera utto questo sarebbe comprensibile e forse anche condivisibile se le motivazioni profonde fossero proprio queste. Nelle lettere che scrive dal carcere a varie personalità della politica, Moro affronta più volte questo tema, affermando che uno scambio di prigionieri si potrebbe fare. E non lo dice solo perché la vita in gioco questa volta è la sua. Già in altre occasioni (ad esempio nel caso Sossi, il magistrato di destra rapito dalle Brigate Rosse e poi liberato) Moro si era dichiarato favorevole ad uno scambio di prigionieri pur di salvare la vita delle personalità rapite. Queste lettere sono dirette ai vertici della DC, segnatamente al segretario Zaccagnini e al ministro degli interni Cossiga, oltre che all’onorevole Taviani, sempre contrario ad ogni possibile trattativa.
Ma, in questo caso, non si tratta di una presa di posizione per principio, per difendere l’autorevolezza dello stato o la sua verginità. Moro è tra i pochi, assieme ad Andreotti, Cossiga e qualche altro, a conoscere tutti i segreti della politica italiana, che, a dirla tutta, non è stata certo irreprensibile fino ad allora.
Nelle lettere dal carcere, le accuse rivolte al partito per la sua condotta sono molte e precise. Leggere quel memoriale, o quel che ne rimane, facilmente reperibile in rete, è interessante ed istruttivo, altroché se lo è. E’ una lezione di storia vista da dietro le quinte.
Tra i molti segreti che Moro custodisce ci sono anche quelli che riguardano la politica internazionale, anche quelle parti che non si devono conoscere, come, ma è solo per fare un esempio, la formazione di quell’esercito segreto, voluto dagli statunitensi che da noi è chiamato “Gladio”. Gladio fa parte di una vasta operazione gestita dalla CIA, il servizio segreto americano, chiamata “Stay Behind”, che significa “Stare dietro”. L’intento è quello di creare gruppi di combattenti che, stando dietro le linee (da qui il nome), combattano il nemico, identificato nell’armata rossa, in procinto, secondo la CIA, di invadere l’Occidente. Dal momento che un simile evento non solo non si è mai verificato, ma non è neppure mai stato nei sogni dei sovietici, quelle brave persone (quelle di Gladio) hanno fatto altro, creando terrore e portando morte in modo da favorire sempre un governo forte, autoritario, insomma un governo di destra, di destra vera intendo.
Aldo Moro ha idee ben diverse. Fin dai primi anni ‘60 cerca di condividere la gestione dello stato con le forze progressiste, rappresentate all’epoca dai repubblicani, dai socialdemocratici e dai socialisti di Pietro Nenni. Occorre precisare, per i più giovani e i meno attenti, che i partiti degli anni ‘60 sono ben diversi da come si evolveranno successivamente. Insomma la figura di Pietro Nenni è qualche chilometro più in alto di quella del segretario Psi forse più famoso, Bettino Craxi.
Mberlinguer a la vera scommessa dello statista pugliese diventa, nei primi anni ‘70, quella di coinvolgere il Partito Comunista Italiano, diretto in modo estremamente illuminato da Enrico Berlinguer, nella gestione dello stato. E ci riesce, tanto che il giorno del suo rapimento deve essere anche quello del primo passo verso la realizzazione di quel compromesso storico, che vede una non belligeranza nei confronti dei comunisti italiani, che stanno abbandonando Mosca e le sue imposizioni, per adottare un comunismo autonomo, democratico, chiamato “eurocomunismo”.
Questo cambiamento, così radicale per tutti i vecchi compagni che ancora inneggiano a Stalin, non può certo far breccia nel buon cuore degli statunitensi, i quali non hanno mai avuto una grande passione per la storia, a meno che si trattasse della propria. E non hanno mai avuto un grande rispetto per la libertà, a meno che non si trattasse della propria. E non hanno mai avuto un grande feeling con la democrazia, a meno che non si trattasse della propria. A tirare le fila di questo sentimento comune del popolo americano sono, da un lato, il governo, qualunque sia il residente della casa bianca, e dall’altro la CIA. Solo Kennedy ha idee diverse e viene a Roma nel 1963 a “benedire” (passatemi questa espressione forse poco rispettosa) il tentativo di Moro di varare un centro-sinistra con Nenni come vicepresidente del consiglio. Questo è un buon motivo per venire assassinato, come del resto accade in quel di Dallas.
In effetti sulla sua morte pesano una quantità enorme di dubbi e di misteri, ai quali ho accennato nella prima parte dell’articolo su Aldo Moro.
Insomma, l’intelligence americana non ha alcun interesse che Moro venga liberato e fa il possibile perché la DC arrivi alla conclusione di non fare alcun passo nella direzione indicata da Moro di uno scambio di prigionieri. La decisione dunque è quella di lasciare che le Brigate Rosse lo facciano fuori. Se a sparare allo statista pugliese sono i brigatisti, ad armare le loro mani sono tutti quelli che non vogliono che un personaggio di tale importanza salti fuori a raccontare a tutti i fatti loro, che poi, se il popolo conosce la verità, magari si incazza e li manda tutti a lavorare.

La pista sovietica

Visto che non c’è solo la Democrazia Cristiana ad essere parte in causa nella realizzazione di quel progetto chiamato compromesso storico, anche ai vertici sovietici non va giù più di tanto che il partito dei lavoratori italiano si ammucchi con quei reazionari della DC, pappa e ciccia con gli americani, i grandi nemici della classe operaia e con la chiesa che resta, in ogni caso un covo di destrorsi. Insomma quel matrimonio non s’ha da fare, anche se scimmiottare Manzoni forse non è il massimo della raffinatezza in questo contesto.
E’ mai possibile che anche i sovietici abbiano tramato per l’uccisione, o quanto meno per la non liberazione di Aldo Moro?
Le cose sono molto meno evidenti che per gli statunitensi, ma c’è un episodio curioso da portare alla luce. Riguarda una spia di Mosca, il sui nome è Feodor Sergey Sokolov. Tutte le vicende che lo riguardano vengono alla luce 20 anni dopo il sequestro Moro, quando è possibile accedere agli atti del dossier Mitrokhin. Nel 1998 la Russia comunista non esiste più e, come accaduto per altre repubbliche dell’ex blocco socialista, ad esempio la DDR, saltano fuori documenti e fascicoli piuttosto interessanti e compromettenti.
VMitrokhin asilji Mitrokhin è un agente segreto del KGB, ma uno di quelli che vede, prima nella gestione Stalin-Berja e poi nella troppo debole destalinizzazione di Kruschev, qualcosa che non va bene. Troppe violazioni dei diritti più elementari. Quando si permette di esprimere questi suoi pensieri, viene immediatamente tolto dall’operatività e messo dietro una scrivania. E’ qui che matura la decisione di raccogliere tutto il materiale possibile su quello che il regime sovietico ha commesso. Raccoglie dati, documenti, ricavati non solo dagli archivi di stato, ma anche dalla stampa clandestina. Una serie di circostanze favorevoli, tra cui un trasloco di sede del KGB a Mosca, curato proprio da Mitrokhin, gli permette l’accesso a una quantità impressionante di documenti, circa 300 mila, in particolare quelli riguardanti gli agenti segreti dislocati all’estero. Mitrokhin, snobbato dall’ambasciata USA di Riga, dove si reca per mostrare il materiale dopo la caduta del muro, all’inizio del 1992, viene ricevuto dall’ambasciata inglese e riesce ad espatriare in un luogo segreto del Regno Unito alla fine dell’anno. Dopo le necessarie verifiche, i documenti del dossier vengono parzialmente pubblicati nel 1996. Il restante volume esce nel 2005, l’anno dopo la morte di Mitrokhin.
Ma torniamo a Sokolov e alla questione Moro. Della spia sovietica, nel dossier Mitrokhin, si legge che è un ufficiale del dipartimento V del primo direttorato principale del KGB, quello dedito alle cosiddette “azioni speciali”, cioè gli assassinii e i sequestri di persona in tempo di pace. E’ Jurij Andropov, nominato da Brezniev presidente del KGB nel 1967, a reintrodurre gli “incarichi speciali”, chiamati anche “azioni esecutive”, come strumento essenziale della politica sovietica durante la Guerra Fredda. Per compierli, vengono sempre più spesso utilizzati terroristi non russi e Andropov è convinto che anche la CIA ne stia facendo ricorso «contro i funzionari del KGB e altri cittadini sovietici all’estero». Idea quest’ultima certo non da scartare come incredibile.
Detto tra parentesi, uno di questi agenti è Ali Agca, mandato a Teheran per assassinare Khomeini, impresa fallita per la stretta sorveglianza attorno all’ayatollah.
Dunque Sokolov fa parte di questa schiera di bravi giovani. Arriva in Italia probabilmente nel 1977 come studente per seguire un corso di Storia del Risorgimento italiano. Una breve permanenza a Perugia e poi eccolo alla Sapienza, l’università di Roma. Questa data è fornita dai servizi segreti italiani, mentre, secondo il dossier, entra nel nostro paese solo nel 1981 come giornalista della TASS, l’agenzia di stampa sovietica. Va però ricordato che il dossier Mitrokhin contiene solo parte della storia, quella cui l’archivista moscovita ha potuto avere accesso.
Secondo la documentazione del SISMI, Sokolov, arriva per tenere d’occhio Moro, pedinarlo e informare i suoi superiori delle mosse dello statista. A sua volta il SISMI riferisce a Cossiga (all’epoca ministro dell’Interno) le mosse della spia sovietica, come quella di altri personaggi sospettati di appartenere a intelligence straniere non gradite.
E la cosa curiosa è che i rapporti sugli strani spostamenti di Sokolov arrivano al ministro Cossiga dopo il rapimento Moro. Eppure si sa perfettamente anche prima che la spia russa frequenta spesso le lezioni di Aldo Moro, lezioni di Diritto, che nulla hanno a che fare con l’indirizzo di studio del borsista sovietico. Ma su questa faccenda ci sono notizie ben più dirette di quelle dei resoconti del SISMI.
Etritto ntra, infatti, in scena uno dei collaboratori più stretti di Moro all’Università, Franco Tritto, il quale racconta del rapporto molto cordiale, almeno all’inizio, tra il docente e il sovietico. Questi pone domande interessanti ed intelligenti e mostra grande interesse per le lezioni seguite. Ma, col passare del tempo, le domande diventano quasi un interrogatorio e non più legate all’attività accademica, ma i luoghi frequentati da Moro, i viaggi programmati in Italia e all’estero, le abitudini e perfino la sua scorta. Insomma Tritto ha paura per il suo maestro e si convince che il proposito di Sokolov sia quello di colpirlo in qualche modo. E’ questo che riferisce nel 1999 al magistrato Rosario Priore, uno dei più attivi a cercare di capire come è avvenuta tutta la storia di Aldo Moro.
Ecco uno stralcio della lettera inviata da Tritto a Priore:
In tal contesto ebbi a rivolgere al professor Moro una domanda: ‘Non possiamo fare qualcosa per avere informazioni su questo giovane? Non potremmo avere notizie tramite ambasciata?’.
Il professore rispose testualmente: ‘Anche se volessimo, lì sono tutte spie; se lui ti pone qualche domanda cerca di essere vago e generico’.
Peraltro non mancai di far presente il mio stupore relativamente al fatto che il giovane parlasse così bene la lingua italiana e la risposta di Moro fu: ‘Di solito usano le cuffie; li tengono lì per molte ore e alla fine o impazziscono o imparano bene la lingua’”.
Anche il maresciallo Leonardi, che morirà durante il rapimento in via Fani, nota strani movimenti attorno a Moro e di questo avvisa il generale dei carabinieri Arnaldo Ferrara. Ma questi liquida quei sospetti come semplici fantasie cui non dare alcun peso. Intanto Sokolov continua ad indagare, arrivando a chiedere ad alcuni studenti chi siano gli agenti di scorta. Questo può anche non voler dire niente, ma nel clima dell’epoca un aumento della sicurezza è per lo meno da prendere in considerazione. Cossiga, che pure viene continuamente informato dagli agenti delle preoccupazioni di Moro e di Tritto, rassicura il politico, attraverso il capo della polizia Parlato, che quello che succede attorno al lui non è rilevante. Non si tratta di terrorismo, ma di volgari scippatori. Questo modo arrogante di sviare i discorsi è tipico di Cossiga.
Dopo il rapimento del 16 marzo, Tritto e il collega Matarrese vanno a denunciare Sokolov al Viminale, ricevendo ancora risposte tranquillizzanti. I servizi segreti sanno che Sokolov è solo un innocuo studente straniero in Italia con una borsa di studio. La cosa curiosa è che di quella borsa di studio a Perugia non c’è alcuna traccia: nessuno gliel’ha conferita.
La sua appartenenza ai servizi sovietici, e con un importante ruolo, viene confermato da uno dei maggior esperti di KGB, il giornalista britannico del Daily Mail, Brian Freemantle, che scrive: “Il dipartimento delle azioni esecutive, conosciuto come dipartimento V, è quello in cui vengono addestrati i sicari”.
Quando Cossiga e i suoi più stretti collaboratori vengono sentiti sulla vicenda, ecco un numero impressionante di bugie e di dichiarazioni che si contraddicono l’una con l’altra. Al Viminale conoscono perfettamente la situazione, ma nessuno muove un dito in una direzione qualsiasi.
Che poi Sokolov non si sia reso responsabile di un atto criminoso nei confronti di Moro poco importa. In presenza di un pericolo nei confronti di un così importante personaggio della politica italiana, l’attenzione è stata decisamente insufficiente.
Sokolov è a Roma durante la prima settimana del sequestro, poi va a Mosca, ufficialmente per la Pasqua ortodossa. Torna in Italia il 2 aprile e vi rimane fino a luglio. Viene costantemente pedinato dagli uomini dei nostri servizi segreti.
Tornerà nel nostro paese, come riferito dal dossier Mitrokhin, nel 1981 come giornalista della TASS e resterà qui per 4 anni. Interferisce sulle inchieste che riguardano l’attentato al papa e cerca di manipolare anche le notizie sulla vicenda Moro.
Dunque un’altra storia curiosa, questa di Sokolov, che si inserisce tra i molti misteri della vicenda di Aldo Moro.

R AF e STASI

Da un punto di vista militare, l’azione delle Brigate Rosse in via Fani è perfetta. Tuttavia il modus operandi ricorda molto da vicino quello utilizzato sei mesi prima a Colonia in Germania. In quell’occasione il capo della confindustria tedesca Hans Martin Schleyer, politico della UCD, la democrazia cristiana germanica, ed ex ufficiale delle SS, viene rapito da un gruppo armato appartene

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nte alla RAF, la Rote Armee Fraktion. Il corteo con l’auto del politico viene bloccata, la scorta, composta da 4 uomini, viene massacrata e Schleyer viene caricato su un’auto e portato via. Resterà prigioniero per 43 giorni, poi il suo corpo verrà restituito dentro il bagagliaio di un’auto nella cittadina francese di Mulhouse, in Alsazia al confine con la Germania.
La straordinaria somiglianza con la vicenda Moro è più che evidente. Questo ha fatto sospettare che ci fosse, nell’organizzazione del sequestro, la mano della RAF. Nonostante Moretti e la Faranda abbiano ripetutamente negato ogni coinvolgimento di questa organizzazione, il sospetto rimane.
In effetti il giudice Imposimato, nel suo libro che sto seguendo, riferisce che numerose sono le prove del rapporto tra BR e RAF. Documenti e oggetti tipici della RAF nei covi delle BR e viceversa. Sono alcuni pentiti come Patrizio Peci e alcuni documenti, anche successivi, a testimoniare questo legame. Ad

esempio le risoluzioni emesse durante il rapimento del generale statunitense Lee Dozier, liberato a Padova nel 1982. L’idea, o il sogno, delle Brigate Rosse, è quello di creare un fronte unico dei movimenti proletari in guerra, quelli autonomisti come l’IRA o l’ETA e quelli marxisti come, appunto la RAF. Lo scopo è quello di costituire una Terza Internazionale, con l’obiettivo di scambiarsi armi, inform azioni e consigli. Tra i contatti ci sono anche i servizi bulgari e il KGB, iniziati prima del rapimento Moro e proseguiti ancora più intensamente dopo. Ad esempio il brigatista Casimirri, usa documenti falsi, procurati da un vecchio compagno del PCI, e la copertura dell’URSS per fuggire in Nicaragua, dove si trova ancora oggi.
Una conferma importante – sostiene Imposimato - della sinergia tra gli autori dell’operazione Moro e l’Unione Sovietica.
Ora, uno dice: “Cosa c’entra l’Unione Sovietica con tutto questo?“
Beh … c’entra. Molti anni dopo i fatti del 1978 si viene a sapere che la RAF altro non è se non il braccio armato della STASI, la polizia segreta della Germania dell’Est e, a sua volta, braccio armato dell’Unione Sovietica. Questa notizia, dice Imposimato, arriva da Markus Wolf e Gunther Bohnsack, vertici all’epoca della STASI. Dunque, se i militanti della RAF hanno aiutato le BR nel sequestro Moro (magari semplicemente collaborando a progettare l’azione), non è possibile che ciò sia avvenuto senza il beneplacito dell’Unione Sovietica. Per giunta, la RAF è stata il legame con l’OLP e soprattutto con la sua ala marxista, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” di George Habbash, al servizio di Mosca.
Troppe coincidenze per pensare ad un puro e semplice caso.
In realtà i contatti tra le BR ed il vasto mondo delle organizzazioni autonomiste e terroriste mondiali sono in piedi da tempo, fin dal 1970, quando un convegno in Liguria decide di intraprendere la lotta armata contro lo Stato. Lo stesso Rapporto Mitrokhin svela che fin dal 1975 in Cecoslovacchia c’è una base operativa delle BR. E’ un centro di addestramento e un luogo dove rifornirsi di armi. La cosa grave è che il PCI è al corrente tanto che si lamenta con Mosca e con Praga. Il partito di Berlinguer invia a Praga un proprio funzionario, Salvatore Cacciapuoti, per protestare. Il resoconto di costui è che “una delle basi terroristiche delle Brigate Rosse era ubicata in Cecoslovacchia e che le agenzie di sicurezza cecoslovacche stavano cooperando con essa.STASI
In conclusione, - scrive Imposimato - il legame tra BR e RAF e tra RAF, STASI e KGB, il ruolo di Sokolov e del KGB nel comitato di crisi, i contatti con il FPLP dimostravano che i servizi segreti dell’Unione Sovietica avevano partecipato all’operazione Moro.”
La questione però non finisce qui. Mentre è comprensibile che un’organizzazione di estrema sinistra come le Brigate Rosse cerchi alleati nel mondo socialista, in particolare nei paesi del blocco sovietico e tra le organizzazioni che i loro servizi segreti gestiscono, come appunto la Rote Armee Fraktion, risulta più difficile pensare ad un legame con paesi fortemente inseriti nel mondo capitalistico occidentale.
Eppure le cose stanno così. Infatti le Brigate Rosse hanno un legame forte con i servizi segreti israeliani. Certo l’intento del Mossad è ben diverso da quello del KGB. Anche loro però vogliono creare problemi in Italia e lo fanno in chiave filo-americana, nel senso che ho spiegato nell’ultimo articolo e, brevemente, all’inizio di questo.
Il Mossad, già all’inizio della fase operativa delle BR, verso il 1971 e fino al 1973, prende contatto con Moretti e Franceschini, offrendo loro armi, finanziamenti e coperture. In cambio chiedono di intensificare l’impegno diretto a destabilizzare la situazione politica italiana. E il mezzo per farlo è indicato in “eclatanti azioni politico militari delle Brigate Rosse”. Questa frase è riportata nel documento conclusivo della Commissione parlamentare Moro del 1983.
A quale conclusione si arriva vista questa così complicata visione degli scenari internazionali, proprio mentre lo statista pugliese è prigioniero delle BR? Probabilmente c’è un interesse convergente tra Ovest (Stati Uniti e alleati) e Est (Unione Sovietica e alleati) nel contrastare il progetto di Moro, basato sul compromesso storico.
C’è una minaccia in quel progetto, una minaccia che colpisce entrambe le parti, le quali basano il loro potere proprio sulla contrapposizione dei blocchi e sulla spartizione del mondo in due imperi.

La prigionia

Come detto, subito dopo l’attacco di via Fani, il ministro degli interni Cossiga mette in piedi un “comitato di crisi”, dei quali fanno parte, tra gli altri, il sottosegretario Nicola Lettieri, il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, esperto di strategia, Steve Pieczenik, del dipartimento di Stato americano, già consigliere di Kissinger di cui vi ho raccontato nella prima parte di questa storia.
Molti membri del comitato sono iscritti alle liste della P2 di Licio Gelli. Tra questi i due capi del SISMI, Giuseppe Santovito e Pietro Musumeci.
Questo comitato impedisce di fatto alla Procura di Roma, durante i 55 giorni di prigionia, di occuparsi della vicenda Moro.
DPRIGIONE ove è stato lo statista pugliese in questo periodo? Secondo il giudice Imposimato l’unico nascondiglio, o se preferite, l’unica prigione del popolo, è quella di via Montalcini n. 8, anche se molti esperti di valore all’epoca sono convinti che quella non sia l’unica prigione, parlando di altri covi, come via Gradoli, il ghetto ebraico o via Caetani.
Ora facciamo un salto in avanti e arriviamo al 2008, quando tre finanzieri si presentano nello studio del giudice Imposimato. Vanno da lui per avere conferma di un rapporto inoltrato dal brigadiere Ladu (anch’egli presente all’incontro), nel quale sostiene di essere stato, assieme ad altri militari, dal 24 aprile all’8 maggio 1978, a Roma in via Montalcini a sorvegliare l’appartamento al civico 8. Ricordo che l’8 maggio è il giorno precedente all’esecuzione di Aldo Moro e al ritrovamento del suo corpo in via Caetani.
Perché il militare aspetta 30 anni per parlare di un fatto che sembra così importante?
Ladu risponde che aveva la consegna del silenzio e del segreto su tutto quello che hanno potuto vedere e sentire il quell’operazione. E poi, nel ‘78, è solo un ragazzo di 19 anni e il timore di ritorsioni verso la sua famiglia lo inducono a tacere, come tutti i suoi colleghi dell’epoca coinvolti nella missione.
Arrivati in via Montalcini, Ladu identifica la palazzina al numero 8 come la prigione di Moro e ricorda che osservavano i movimenti da un gabbiotto con un monitor, grazie ad una piccola telecamera fissata sul lampione di fronte all’ingresso della prigione del popolo.
Il gruppo di militari ingaggiati per questo compito è di 40 elementi. Sono tutti soldati giovanissimi, di leva, e arrivano da ogni parte d’Italia. Ladu è sardo, arriva a Napoli, dove si forma il battaglione e da qui a Roma, dove viene istruito nella caserma dei carabinieri in via Aurelia. Sanno solo di dover controllare dei palazzi nella capitale, niente di più. Vestono in borghese e hanno tutti soprannomi tratti da Topolino. Ladu, in codice, è Archimede.
Una delle stranezze che nota, quando un pulmino senza insegne militari lo porta in via Montalcini, è la presenza di persone che parlano in inglese.
I compiti dei militari sono semplici. Osservare il caseggiato al numero 8, sia dalla casupola con i monitor, che gironzolando vicino all’appartamento in coppie di due. E poi raccogliere sempre l’immondizia, che, sigillata, viene consegnata ai carabinieri.
Nell’alloggio dei militari trovano sopra i letti divise da netturbino, alcune dell’ENEL e delle tute nere con cappucci anch’essi neri. Sanno che stanno osservando una prigione in cui è tenuto un uomo importante. Solo qualcuno dei militari ha letto o visto in televisione di Moro, ma nessuno parla, nessuno chiede, perché la consegna è quella.
Nelle indagini, dopo l’uccisione del politico, si racconta di un pulmino dell’ENEL parcheggiato spesso in via Montalcini. Ladu ricorda un altro fatto importante. All’inizio dell’operazione, forse il 24 o il 25 di aprile, entrando nel caseggiato dal retro, osservano una Renault 4 rossa e una Rover con targa straniera, probabilmente tedesca e sul parabrezza una quantità di verbali di infrazioni.
Questa macchina viene usata normalmente da un uomo, che Ladu chiama “baffo”, ma che riconoscerà poi nelle foto di Mario Moretti. Quando esce ha una borsa con sé, ma quando torna è sempre senza.
Un giorno un carro attrezzi porta via la Rover, che finisce nella caserma dei carabinieri.
Obalzerani ltre a Moretti, c’è anche una bella donna che esce dal caseggiato. Ladu l’avvicina un giorno, vestito da operaio, chiedendole di riempirgli una bottiglia di acqua. Cosa che “miss”, così era stata soprannominata per la sua bellezza, fa volentieri. Miss è in realtà Barbara Balzerani, che sarà arrestata nel 1985 e uscirà in libertà vigilata 21 anni più tardi. Ha scontato definitivamente la pena nel 2011. Attualmente ha 69 anni e lavora per una cooperativa informatica.
Ma torniamo in via Montalcini nel 1978. Quello che i militari vedono nell’appartamento sono solo sagome. Di notte, con la luce accesa si vede anche una grande libreria in fondo alla stanza. E’ la parete libreria che nasconde la prigione di Aldo Moro.
Poi succedono alcune cose strane. Ai militari, il 7 maggio viene spiegato che il compito cambia. Bisogna liberare l’ostaggio e quindi far uscire tutti i condomini dal palazzo. Bisogna farlo in silenzio e in ore opportune in modo da non destare sospetti nei carcerieri. Nel frattempo vengono messi i cartelli di divieto di sosta con rimozione forzata nel tratto davanti al civico 8. Probabilmente servono per giustificare la rimozione della Rover. Nel parco antistante viene montata una tenda della croce rossa. E’ la notte tra il 7 e l’8 maggio. Poi, improvvisamente, la smobilitazione. Tutti gli osservatori, compreso Ladu, vengono portati via e rispediti alle loro caserme. Anche la tenda della croce rossa viene smontata. Cos’è successo?

Dietro front!

Il racconto di Ladu continua. Nell’appartamento sopra quello della prigione di Moro, agenti stranieri piazzano microfoni molto sensibili, in grado di captare qualsiasi rumore. Le voci e i suoni vengono raccolti da registratori. Quell’appartamento è il primo ad essere evacuato. Vi rimane uno di questi stranieri, anche di notte. Chi sono quelle persone? Si scoprirà successivamente che si tratta di investigatori stranieri di varia nazionalità, sotto la diretta gestione del SISMI. Anche Ladu e il suo commilitone, chiamato Pippo, sono andati sopra, per aiutare a portare il materiale, poi montato solo da quelli che parlano in inglese.
Sembra che tutto vada nella direzione di una irruzione. Viene perfino allestita una infermeria in un edificio adiacente per eventuali feriti tra i militari.
Ladu termina il suo racconto così:
Tutto era pronto, ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché dovevamo abbandonare la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti, perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire.”
E ancora:
L’8 maggio 1978, presso la caserma dei carabinieri, alcuni dei militari che dovevano partecipare al blitz commentavano polemicamente l’ordine di smobilitare. Era arrivata, ci venne detto, una telefonata dal ministero dell’Interno che aveva imposto di non intervenire.
Come detto in precedenza, il ministro in questione è Francesco Cossiga. Il premier è Giulio Andreotti.
C’è un altro particolare del racconto di Ladu che è molto interessante. Riguarda due bobine, registrate dai sofisticati aggeggi del servizi stranieri, che lo stesso militare trova nella spazzatura e consegna al suo superiore. Che fine hanno fatto? Perché sono state buttate via? Sono mai state ascoltate?
Una volta tornato alla caserma di Avellino, dove tutti i militari vengono radunati, un capitano dell’esercito è molto chiaro: “Dimenticati di quello che hai fatto in questi quindici giorni”.
Così fa il finanziere Ladu, almeno fino al 2008, al suo incontro con il giudice Imposimato. Costui però è in pensione e non può più usare gli strumenti di indagine che aveva un tempo. Non può, ad esempio, cercare gli altri militari coinvolti nell’operazione, chiamarli per interrogarli, verificare insomma il racconto di Ladu, che qualche perplessità lascia, specie quando si viene a sapere che lo stesso Ladu vuole scrivere un libro su questi fatti, inseguendo quindi notorietà e forse denaro.
L’ex giudice dunque deve sperare che qualcun altro prenda in mano le dichiarazioni di Ladu e avvii un’inchiesta. I finanzieri si rivolgono al procuratore di Novara, dove sono di stanza, e raccontano tutta la storia daccapo. Il procuratore è Francesco Saluzzo, ma si inserisce la procura di Roma che si prende tutti gli atti della vicenda. A farlo è il procuratore Giovanni Ferrara. Dopo due anni le carte non si spostano di un centimetro dalla sua scrivania. Quando Imposimato fa presente che si tratta di cose di rilievo, Ferrara è già diventato sottosegretario alla giustizia nel governo di Mario Monti.
Imaletti dubbi su Ladu dell’ex giudice, sembrano sciogliersi il 10 ottobre 2009, quando il finanziere gli telefona per raccontare una novità importante. La RAI sta trasmettendo le magnifiche puntate di “Blu notte” di Carlo Lucarelli. In particolare va in onda quella sulla P2. Vi appaiono il generale Vito Miceli, il capitano Antonio Labruna e il generale Gianadelio Maletti. Proprio quest’ultimo, condannato per il favoreggiamento delle azioni dei terroristi di destra in Italia, viene riconosciuto da Ladu come uno degli ufficiali che aveva gestito il gruppo dei militari incaricati delle operazioni in via Montalcini. Ladu non ha neanche un piccolo dubbio: è proprio lui, il generale Maletti, uno dei pezzi grossi dei servizi segreti italiani fino al 1975 e poi generale dei granatieri di Sardegna.
Maletti, nel 1977, diventa capo dell’organizzazione Gladio, la costola italiana dell’operazione Stay Behind, di cui ho parlato a lungo nella prima parte della storia su Moro. Sempre Maletti è quello che molto più tardi, nel 2001, dalla sua nuova patria, il Sudafrica, dirà che la CIA era coinvolta nelle stragi del terrorismo nero, a partire da quella di Piazza Fontana. Non solo, la stessa CIA finanziava i servizi italiani, ma i rapporti tra servizi italiani e CIA sono una cosa che sappiamo bene, visto che ne abbiamo parlato molte volte qui a Noncicredo.
Ma torniamo alla vicenda Moro. Il giudice Imposimato è piuttosto deluso perché sembra che a nessuno importi molto della ricerca della verità su quel clamoroso caso del 1978. Finchè, siamo nel settembre 2012, un altro militare si mette in contatto con lui, dicendo di avere delle cose molto interessanti da raccontare sulla vicenda Moro. Dice di chiamarsi Oscar Puddu e quella che segue è la sua testimonianza.
Imposimato non incontra né sente mai Puddu direttamente. Il tutto avviene via mail con domande e risposte, che cercherò di riassumere.

La versione di Oscar Puddu

Tanto per cominciare, Puddu conferma la versione di Ladu. Lui a quel gruppo di osservatori porta i viveri, ma, essendo anche esperto in elettronica, monta la telecamerina sul lampione. Come autista poi accompagna alcune volte ufficiali dei carabinieri in località segrete per incontrarsi con il responsabile dei militari alloggiati in via Montalcini.
Puddu fa parte di Gladio e del SISMI. E’ un istruttore, anche di uomini dei servizi segreti stranieri, inglesi, tedeschi dell’Ovest e dell’Est e russi del KGB. Le lingue parlate nel periodo del sequestro Moro sono due: inglese e tedesco.
E’ piuttosto strana questa presenza di uomini di schieramenti opposti (inglesi e russi, ad esempio), ma Puddu spiega che avvengono in periodi diversi, in modo da non far incontrare agenti dei due schieramenti mondiali.
L’operazione Moro è gestita da NASCO G15, dove la G sta appunto per Gladio. Gli stranieri coadiuvano con appostamenti, vivendo tra l’altro nello stesso appartamento degli italiani. I capi in testa sono Giuseppe Santovito, capo del servizio segreto militare (SISMI) e Pietro Musumeci, generale ammanicato non poco con l’eversione nera attraverso il noto criminale dei NAR e della banda della Magliana, Massimo Carminati. Entrambi i generali fanno da tramite con il ministero dell’Interno, costantemente informato di tutto.
Puddu vede, in quelle circostanze, Santovito, Musumeci e Maletti. Quest’ultimo lo conosce bene. Lo porta infatti in via Montalcini per ritirare una valigetta con due bobine trovate in un bidone della spazzatura. Ecco che di nuovo i racconti di Puddu e Ladu coincidono perfettamente.
La presenza di spie straniere che coadiuvano le forze italiane nella faccenda Moro è scritta fin da subito sulla stampa italiana. Ne dà, ad esempio, notizia il Corriere della Sera, giustificando questa collaborazione proprio per il fatto che il rapimento Moro assomiglia molto da vicino a quello dell’industriale tedesco Schleyer, avvenuto sei mesi prima, come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza.
Saranno anche Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, negli anni seguenti, a raccontare di questa collaborazione. I collaboratori sono quelli dei servizi tedeschi e lo Special Air Service inglese, che ha come copertura dell’azione in via Montalcini una fantomatica “Operazione Smeraldo”. Ecco perché le lingue parlate in quell’occasione sono l’inglese e il tedesco.
Ma nessuno racconta mai, neppure durante i procedimenti penali, che quelle forze straniere sono alloggiate nell’appartamento sopra a quello in cui si trova Moro prigioniero.
Igladio nsomma Gladio non solo è partecipe, ma addirittura organizzatore dell’intervento per liberare Moro, poi rientrato all’ultimo momento. Ne parlerà ancora Cossiga, diventato presidente della Repubblica, durante un’intervista per il settimanale Panorama.
È vero, Gladio intervenne. [Era la] famosa quinta divisione (del SISMI, n.d.a.) che era il vertice operativo e amministrativo della Stay Behind Net in Italia. Poche erano le cose che il servizio segreto militare comunicava al ministero dell’Interno.
Questa affermazione puzza di falso, in quanto la relazione riservata dei servizi segreti tedeschi che parlano della presenza dei gladiatori nella missione Moro, è stata inviata direttamente al ministro, quindi a Cossiga, il quale ammette che è stato spesso a capo Marrargiu, base di Gladio costruita dalla CIA, dove si è fatto insegnare ad usare il plastico, le armi automatiche, i kalashnikov e le UZI israeliane.
Sia Ladu che Puddu e anche, molto più tardi nel 2011, un’anonima inquilina dello stabile, raccontano di un paio di sopralluoghi effettuati all’interno dello stabile, anche di fronte alla prigione, ma fatti di notte, senza scarpe per non fare rumore, vestiti con le tute nere e i passamontagna.
E Puddu conferma tutto: la Reault 4 rossa e la Rover con targa tedesca. Non solo, aggiunge anche che quella macchina è presente il giorno dell’agguato di via Fani. Una ulteriore testimonianza della partecipazione della RAF, la Rote Armee Fraktion, alla vicenda Moro.
Lbraghetti ’intestataria dell’appartamento-prigione è una giovane 25-enne incensurata: Anna Laura Braghetti, che diventerà latitante dopo l’uccisione di Moro, partecipando ad alcune sanguinose imprese delle BR. Arrestata nel 1980, viene condannata all’ergastolo, ma nel 2002 usufruisce della liberazione condizionale. Nel 1981 sposa Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro e per lungo tempo ritenuto quello che gli spara, anche se poi sarà scagionato da questo episodio da Mario Moretti.
Durante i 55 giorni di prigionia Anna Laura Braghetti è dunque l’intestataria dell’appartamento, dove alloggia, secondo la copertura delle BR, con il fidanzato, il fantomatico “ingegner Altobelli”, che si rivelerà poi essere il brigatista Germano Maccari, condannato a 26 anni di carcere. Muore nel 2001 a Rebibbia per un aneurisma cerebrale.
La Braghetti scrive un libro sulla vicenda Moro e racconta, tra le altre cose, di aver fatto amicizia con la inquilina del piano di sopra, una donna magrolina, bruna, garbata. Quell’incontro non è casuale, è organizzato dai servizi segreti, per far credere ai brigatisti che sopra di loro abiti una famiglia tranquilla che non avrebbe dato problemi.
La storia dell’appartamento sopra quello dei brigatisti è un altro segno della bontà delle conversazioni sia di Ladu che di Puddu. Al piano sopra la prigione abita, nel 1978, una vedova, forse una certa Pennacchi, con un figlio. C’è una causa di sfratto nei suoi confronti per morosità. Ma lei non se ne vuole andare assolutamente. Poi, nella primavera del 1978, il colpo di scena. I due inquilini spariscono da quell’appartamento prima che la causa si concluda. E’ anche curioso il fatto che l’abbandono dell’appartamento, avvenuto in marzo, venga registrato solo in giugno di quell’anno. E, forse ancora più curioso, il fatto che i mesi non pagati di affitto vengano saldati tutti assieme. Un’altra testimonianza è quella dell’inquilina dell’appartamento sopra quello in cui si installano i servizi con le loro apparecchiature elettroniche. Si tratta di una professoressa, De Seta, che racconta di aver sentito più volte la sera dei “beep beep” tipici dei collegamenti radio. Ed infine, durante le indagini di Imposimato, nonostante la richiesta precisa ed esplicita, tutti gli inquilini sono chiamati a testimoniare, ma nessuno dell’appartamento 3 si presenta. Il 3 è quello sopra la prigione di Moro.
Pochi giorni prima dell’irruzione prevista, quelli di Gladio decidono di evacuare l’edificio e mandano via gli inquilini dei primi due piani. Questi vengono avvertiti con una lettera. Secondo Imposimato questo azzardo di farsi scoprire, mostra che in quel momento l’obiettivo è quello di salvare Moro, un gesto eroico per cui le tracce dell’azione possono venire alla luce senza problemi.
Solo quando si decide di non intervenire, ecco cambiare tattica: silenzio, omertà, distruzione di ogni prova. Come non capire, se per un mese si studia la strategia per liberare l’ostaggio e poi lo si lascia morire?
L’ordine di lasciar perdere porta un enorme sconcerto tra i militari di Gladio, considerando anche come sono stati usati i soldati di leva, poco più che ragazzini, mandati allo sbaraglio senza un minimo di preparazione. Ma i più sconcertati, secondo Puddu, sono gli agenti stranieri presenti. Questo dimostra come sia falso quanto raccontato da Cossiga davanti a giornalisti e magistrati, che siano i servizi stranieri a volere la morte di Moro.
Restano ovviamente alcune domande a cui rispondere. Perché il bliz, che i carabinieri del GIS sono pronti ad eseguire, con tanto di medico e ambulanza al seguito in previsione di un più che probabile conflitto a fuoco coi brigatisti, improvvisamente viene annullato? Gli uomini vengono avvertiti poco prima dell’ora X da un contatto a Forte Braschi, all’epoca il centro operativo dei servizi segreti militari. In questa caserma, durante il sequestro di Moro, arrivano più volte Andreotti e Zaccagnini. Cossiga invece manda un uomo di sua fiducia, l’onorevole Nicola Lettieri, il vice di Cossiga nel comitato di crisi. E’ ovvio quindi che il Ministro sappia tutto quello che accade a Forte Braschi e in via Montalcini.
Dal 20 marzo, per esplicita dichiarazione di Lettieri, Cossiga ha altri impegni. Ed è piuttosto strano che il ministro dell’interno, mentre il presidente del suo partito è tra la vita e a morte, abbia altro da fare.
Va aggiunto che Giovanni Ladu viene indagato per calunnia nel 2013 e che la magistratura sospetta che Ladu e Puddu siano in realtà òa stessa persona. Qui viene raccontata una storia, presa dal libro di Imposimato. Per ulteriori approfondimenti la rete è piena zeppa di informazioni. Sapere quali sono vere e quali no è un problema grande così.

Dalla camorra ad Arconte: altre stranezze

Credo sia noto che anche le grandi organizzazioni mafiose si interessano alla liberazione di Aldo Moro. Lo fa Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra, quando, latitante, offre allo Stato i propri servizi in cambio di uno sconto di pena. In quell’occasione incarica Nicolino Selis della banda della Magliana. Il covo viene presto scoperto (tra l’altro non è molto distante da quello della banda romana) e avviene così l’incontro con l’emissario di Cossiga. É sempre Lettieri a metterci la faccia. In quell’occasione consegna a Cutolo messaggi di ringraziamento di Cossiga e di Attilio Ruffini, messaggi rinvenuti quando Cutolo verrà arrestato dai carabinieri e poi misteriosamente spariti nel nulla. Ma a Cutolo arriva anche un messaggio forte di Vincenzo Casillo, altro affiliato alla camorra, che gli intima di lasciar perdere. I politici campani non vogliono entrarci. La frase lapidaria non ammette repliche: “Don Rafè, faciteve ‘e fatte vuoste”».
Anche la ‘ndrangheta calabrese partecipa alle operazioni. Il pentito Fonti, quello che ha raccontato un sacco di cose sull’organizzazione che affondava le navi dei veleni di fronte alle coste e sui traffici illeciti di rifiuti, lo spiega in una delle tante audizioni.
Fonti sostiene di aver saputo perfettamente dove si trova rinchiuso Aldo Moro nell’appartamento in via Montalcini. Il suo capo, Sebastiano Romeo, gli ordina di trovare l’indirizzo. Richiesta poi confermata dal segretario della DC Benigno Zaccagnini. Fonti si rivolge al suo contatto per i rifiuti, Pino. Ma è il Cinese della banda della Magliana ad indicargli l’appartamento. Alcuni contatti della ‘ndrangheta gli danno conferma e anche Giuseppe Sansovito, generale del SISMI e appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Insomma tutti lo sanno, mentre la nazione ascolta sbigottita i telegiornali che vomitano ore e ore di trasmissioni su Moro e le Brigate Rosse. Ma quando torna a S. Luca con l’informazione, il suo boss gli dice che i politici non hanno più interesse nella ricerca di Aldo Moro.
Sono informazioni piuttosto sorprendenti per chi crede ancora che le Brigate Rosse abbiano fatto tutto da sole. Tra l’altro, nei processi che seguiranno dopo l’arresto della maggior parte dei brigatisti, si viene a sapere che l’idea era quella di rapire Moro in un modo diverso, senza dover uccidere gli uomini della scorta. Ed erano parecchi mesi, almeno da gennaio che la colonna romana delle BR studiava il piani migliore per intervenire. Possibile che nessuno abbia subodorato niente? Possibile che i servizi segreti italiani, che sembrano sapere tutto in anticipo non siano intervenuti?
Sono domande belle e pericolose ed è qui che si inserisce la storia di un altro gladiatore, un appartenente alla struttura segreta Gladio. Il suo nome è Antonio Arconte, militare della Marina. Passa attraverso numerosi esami e addestramenti, che riguardano sì materie abbastanza logiche, come l’uso di apparecchiature radio, ma anche tattiche di guerriglia e superamento di complicati percorsi di guerra.
Poi, nel 1971, viene presentato al generale Miceli e al capitano La Bruna, i cui nomi abbiamo già incontrato. Lo ricordo: si tratta del capo e del suo vice dei servizi segreti militari italiani.
Arconte è ancora minorenne e non sa bene quello che gli sta per accadere. Non sa, ovviamente, nulla di Gladio, eppure viene inserito nell’organizzazione, passando attraverso alcune coperture. Infatti nel 1972 fa parte del Comsubin. Cos’è adesso questa nuova sigla?
Si tratta di un reparto speciale della marina, voluto da Francesco Cossiga. Andato a visitare a Londra le strutture di Scotland Yard, resta colpito dall’efficienza dello Special Air Service Regiment (quello invitato poi a sorvegliare la prigione di Moro come abbiamo visto). Sul modello di questo reparto, crea i NOCS della polizia e i GIS dei carabinieri e poi il Comsubin, il gruppo subacqueo della marina. Cossiga si vanterà varie volte di essere il padre di questi reparti e di aver finanziato coi soldi del ministero degli interni l’addestramento necessario.
Arconte dunque entra nel Comsubin e viene destinato ad una missione in Libia nel novembre del 1973. Non parte però, perché l’aereo che dovrebbe portarlo in Africa esplode in volo. Si tratta del famoso Argo 16, che era stato usato per trasportare il Libia un gruppo di terroristi arabi, accusati di aver progettato un attentato contro le linee aeree israeliane El Al. Che la bomba a bordo sia messa dal Mossad non è certo, ma molto probabile.
E’ il periodo del famoso “lodo Moro”, di cui ho scritto altre volte qui dentro. In pochissime battute, Moro aveva sottoscritto con Arafat e quindi con i palestinesi una specie di accordo di non belligeranza e questo testimoniava l’assenza o quasi di attentati nel nostro paese da un lato e dall’altro la benevolenza con la quale i terroristi venivano trattati. Questo chiarisce anche l’ostilità di Stati Uniti e Israele nei confronti di Aldo Moro.
Dunque Arconte non parte, è di stanza a Oristano fino al 1977. Riceve gli ordini direttamente dall’ufficio X di via 20 settembre 8. E’ l’ufficio in cui opera il capo di Gladio, il generale Vito Miceli e lo fa anche quando è indagato. Poi viene sostituito dal generale Gianadelio Maletti, tutti legati dall’appartenenza alla loggia P2.
Il 26 febbraio 1978, viene convocato a La Spezia, sede del comando Comsubin, e riceve un incarico. Va detto subito che Arconte è un tipo scrupoloso e conserva ogni documento che gli arriva, anche la lettera di convocazione, nella quale gli si chiede di eseguire una operazione “per le esigenze del Paese”.
Cosa deve fare? Portare una lettera a Beirut e consegnarla nelle mani dell’agente G219, dove G sta ovviamente per Gladio. Ci sono anche 5 passaporti falsi, con le intestazioni di persone incensurate e senza fotografia.
L ’agente G219 è il colonnello Mario Ferraro, che verrà suicidato alcuni anni dopo. E qui accade il patatrac. Arconte fa una cosa che non avrebbe mai dovuto fare: legge il documento. E’ del 2 marzo e così verrà chiamato: documento 2 marzo. Non sembra una cosa molto interessante; parla di Moro, ma il caso del politico democristiano non è ancora avvenuto e nessuno sa nulla di ciò che potrà accadere.
Ferraro è un tramite e consegna la lettera all’agente G216, il colonnello Stefano Giovannone, che abbiamo incontrato nei nostri racconti sulle questioni di armi e rifiuti in medio oriente.
La lettera, proveniente dal Ministero della Difesa, dice, oltre alle solite frasi di prammatica:
L’agente G219 è autorizzato ad ottenere informazioni di terzo grado e più, se utili alla condotta di operazione di ricerca contatto con gruppi del terrorismo [mediorientale] al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro.
Liberazione di Aldo Moro? Il rapimento avverrà solo 5 giorni più tardi e due settimane dopo che il documento è stato redatto. Strano, no?

Liberare Moro prima del rapimento? Strano!

ferraroDunque il documento che Arconte porta in Libano parla della liberazione di un prigioniero che prigioniero ancora non è. Come detto, è l’11 marzo 1978, mancano cinque giorni all’eccidio di via Fani e al rapimento di Aldo Moro. Perché mai si dovrebbe chiedere aiuto ai terroristi mediorientali per un fatto che ancora non è accaduto? Chi sapeva, fin dal 2 marzo, che l’onorevole Moro sarebbe stato rapito e si sarebbe dovuto fare qualcosa per liberarlo? Il Ministero della Difesa certamente, ma quale reparto nei meandri segreti di quel dicastero?
Un mistero molto, ma davvero molto misterioso.
Le domande su questo fatto sono moltissime. Intanto: quel documento è vero? O è un falso, creato apposta?
Se fosse vero, come è secondo il giudice Imposimato, la gravità di non intervenire è davvero pazzesca. Magari gli inquirenti non sanno chi, come e quando il rapimento avverrà. Del resto, a sentire Mario Moretti, era qualche anno che le BR avevano intenzione di sequestrare un politico democristiano. E, dopo aver escluso Fanfani e Andreotti, perché operazioni troppo complicate, avevano puntato proprio sul politico pugliese. Un vero arcano.
Resta anche il fatto che Arconte non avrebbe dovuto leggere quelle righe e che il documento avrebbe dovuto essere distrutto appena letto.
Ma torniamo ad Arconte. Il suo viaggio prosegue, assieme all’agente Mario Ferraro, che ha con sé l’originale del documento, verso Alessandria. Arconte, alias G71, scatta foto per documentare i traffici di armi destinati al Libano, poi proseguono per la Siria con compiti di osservazione sempre di traffici di armi. La questione Moro è lontanissima, ma le notizie arrivano anche a loro e i due, diventati nel frattempo buoni amici, cominciano a sospettare che dietro tutto questo di sia l’organizzazione internazionale Stay Behind e, in particolare, Gladio, cui loro stessi appartengono.
Arconte e Ferraro diventano così due agenti scomodi, pericolosi, pazzi e visionari. Come detto però, Arconte è uno preciso e ha documenti inoppugnabili che testimoniano il viaggio del 1978. I vertici militari e i politici dicono che quel documento è un falso. Ma dimostrarlo è la cosa più semplice del mondo. Basta interrogare i molti personaggi citati da Arconte: che gli ha commissionato il viaggio, chi l’ha imbarcato, il comandante della nave e così via. Eppure nessuna di queste semplici operazioni viene fatta. Perché?
Come detto il non intervento può essere giustificato dalla mancanza di informazioni precise sulle modalità dell’azione da parte delle BR. Del resto anche loro avevano vagliato molte ipotesi e numerosi erano i luoghi dove il sequestro poteva avvenire. Ma qualcuno, probabilmente molti, nelle istituzioni, sanno in largo anticipo, che il progetto esiste.
Incontriamo nuovamente Antonio Arconte alcuni anni più tardi, nel 1986, di ritorno dal Marocco. Si reca, come sempre all’ufficio X per fare rapporto al generale Maletti. Questi nel frattempo, accusato di aver depistato le indagini sulla strage di piazza Fontana, è fuggito in Sudafrica. Ma la sorpresa più grande per Arconte è che lui non esiste più tra i gladiatori; non fa nemmeno più parte del Ministero della Difesa. Congedato il 14 settembre 1973, si legge. Quel viaggio e le successive missioni non sono mai avvenute. L’agente G71 non è mai esistito.
Gli viene detto di sparire, ma Arconte è uno tosto e non vuole tacere. Deve resistere ad un tentativo di omicidio nel 1993 e ad accuse gravi di traffico di droga.
Resta l’amicizia con Mario Ferraro, che Arconte rivede all’EUR nel marzo 1995. In quell’occasione l’ex G219 gli consegna il documento 2 marzo originale. Quattro mesi dopo lo trovano impiccato al portasciugamani del suo bagno con la cintura dell’accappatoio. Un suicidio molto dubbio, ma a nessuno viene in mente di eseguire un’autopsia.
E’ allora che Arconte decide di venire allo scoperto e pubblica un libro, “L’ultima missione”, ricco di dati e di documenti inediti sull’attività di Gladio e sul caso Moro. arconte
Il documento 2 marzo viene bollato come falso da tutti gli interessati: servizi segreti, organi investigativi, Ministero della Marina e perfino dalla stampa, che non si sa proprio che razza di autorità possa avere se non quella di essere lo zerbino del potere.
E ovviamente da Francesco Cossiga. Lui, il capo in testa politico di Gladio, col suo fare da primo della classe, da quello che “so tutto io”, dichiara nel 2003 che quel documento è un falso, anche se prodotto da falsificatori molto abili. Ma cosa poteva saperne Cossiga che l’originale di quel documento non aveva mai visto?
Come può liquidare come non vero il timbro del ministero, la firma del capitano di vascello Remo Malusardi e il riferimento al G219, il nome in codice del capitano Ferraro? E come può aver fatto tutto questo Arconte, che nel 1978 non sa neppure dell’esistenza di Gladio?
C’è invece da dubitare e fortemente della bontà delle intenzioni di Francesco Cossiga, che di quel documento era a conoscenza fin dall’inizio, visto che all’epoca bazzicava spesso dalle parti del ministero della difesa. Ed è interessante notare che il personale importante di quel periodo era:
capo di Stato maggiore della Marina e capo dell’ufficio del personale ammiraglio Giovanni Torrisi, il suo vice, contrammiraglio Antonino Geraci, ammiraglio di squadra Marcello Celio, capitani di fregata Carlo Bertacchi, Bruno Di Fabio, capitano di corvetta Alessandro Boeris Clemen, contrammiraglio ausiliario Rubens Jannuzzi, ammiraglio di divisione ausiliario Aldo Massarini, ammiraglio squadra ausiliaria Giovanni Ciccolo, ammiraglio di squadra ausiliario Gino Birindelli. Tutti, senza esclusione alcuna appartenenti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.
Tutti, senza esclusione alcuna, appartenenti contemporaneamente alla Marina, alla Loggia di Gelli e a Stay Behind, al comando della quale ci sono in Italia il generale Vito Miceli, il ministro Cossiga e il presidente Andreotti.
Strano no?

Conclusioni

Siamo arrivati alla fine di questa storia sul caso Moro.
Qmorte uello che possiamo dire è che sembra, da quanto raccolto fin qui, che ai danni di Aldo Moro ci sia stato un vero e proprio complotto. Non c’è dubbio che tra le fila delle organizzazioni politiche, militari e segrete ci sia stata una componente che voleva davvero che Moro venisse salvato, ma, evidentemente, questa componente ha perso la propria battaglia. Agli altri, italiani e stranieri, tutto sommato, non è dispiaciuta la scomparsa di un politico così scomodo per motivi differenti, ma sempre rientranti nei propri interessi, e nulla è stato fatto per evitarlo. Certo, molte delle cose raccontate hanno un sapore di romanzo, o di un film, quei film di azione in cui i servizi segreti sono i cattivi e arrivano a distruggere propri agenti, per raggiungere uno scopo che ha sempre l’odore del mantenimento del potere.
La vicenda Moro assomiglia molto da vicino a quei film, ma, purtroppo, è un pezzo di storia, triste ed amara, della nostra nazione.
Questo non fa di Aldo Moro un politico buono in assoluto, ma, in questa vicenda, lui è solo una vittima del potere.

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NOTA: l'articolo non può essere considerato originale, ma un libero riassunto del libro di Ferdinando Imposimato "I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia".