Introduzione

Questa sera vi voglio raccontare una storia molto interessante che riguarda uno stato a noi molto vicino, il Vaticano. Meglio chiarire subito: non parleremo di religione, ma di cose molto più terra terra, come le finanze, le banche, le sovvenzioni a partiti stranieri e, come spesso ci capita, parleremo anche di morti ammazzati.
Le fonti, più che mai doverose in questo contesto sono alcuni libri, pubblicati negli ultimi anni, come “Vaticano SpA” di Gianluigi Nuzzi, edito da Chiarelettere; “Vaticano rosso sangue” di Vittorio di Cesare e Sandro Provvisionato, edito da Olimpia; “Mai ci fu pietà” di Angela Camuso, edito da Castelvecchi, quest’ultimo sulla storia della banda della Magliana, che ci servirà soprattutto nella prossima puntata sul Vaticano, quando parleremo del sequestro di Emanuela Orlandi. Ed inoltre tutta la letteratura che si può trovare in rete (articoli di giornali dell’epoca, dossier, interrogatori e quant’altro).
Cominciamo subito.
Visto il tema così venale, la prima domanda da farsi è se lo Stato del Vaticano sia ricco o povero. In effetti a guardarlo dall’esterno ci sono parecchie contraddizioni. Da un lato vediamo una immensa ricchezza nei paramenti, nelle opere d’arte, nelle architetture di chiese e palazzi e nei possedimenti immobiliari della Santa Sede. Dall’altro conosciamo tutti di persona diversi preti che se la passano decisamente male, e che portano avanti la loro missione in mezzo a mille difficoltà economiche.
Del resto, termini come ricco e povero sono relativi e non è sempre chiaro cosa significano. Ma quando ci si mette di mezzo la politica vanno seguiti schemi precisi per definire ogni cosa. Così il Lussemburgo e il Qatar sono ricchi perché il loro PIL pro capite (cioè il reddito medio di un cittadino) supera i 100 mila dollari l’anno. L’Italia è un paese abbastanza ricco con 38 mila $ l’anno, ma c’è chi possiede barche e ville e chi non possiede neppure un lavoro. Ecco perché parlare di ricchezza di un paese non fa necessariamente dei suoi abitanti dei nababbi.
Viceversa la Somalia, con un PIL di 500 $, è povera e basta. Non occorre raccontarlo ai somali: loro lo sanno benissimo.
E il Vaticano? Il Vaticano, nelle classifiche dei PIL non compare, non c’è proprio. Perché?
La spiegazione è molto semplice. Il Vaticano è uno stato improduttivo. Vuol dire che non produce merci e quindi non può scambiare denaro con esse. Dal momento che il PIL proprio questo misura, il Vaticano non compare nella lista perché il suo PIL non è calcolabile.
Eppure ha bisogno di un sacco di soldi per mandare avanti i propri progetti e le proprie missioni. Sono andato a curiosare nel sito della Santa Sede. Alla voce Economy si legge:
La Santa Sede è sostenuta finanziariamente da una varietà di fonti, compresi gli investimenti, il reddito immobiliare, e le donazioni da privati cattolici, diocesi e istituzioni; questi finanziano la Curia Romana (burocrazia vaticana), le missioni diplomatiche, e i media. Il bilancio dello Stato della Città del Vaticano include i Musei Vaticani e l’ufficio postale ed è sostenuta finanziariamente dalla vendita di francobolli, monete, medaglie, cimeli e oggetti turistici; da contributi per l'accesso ai musei, e dalle vendite di pubblicazioni. Inoltre, una raccolta annuale arriva dalle diocesi e da donazioni dirette, che costituiscono un fondo che non rientra nel bilancio ed è conosciuto come Obolo di San Pietro, che viene utilizzato direttamente dal Papa per la carità, in caso di catastrofe, e gli aiuti alle chiese nei paesi in via di sviluppo. Il reddito e tenore di vita dei lavoratori laici sono paragonabili a quelle degli omologhi che lavorano nella città di Roma.
Mi sembra abbastanza chiaro. Anche se qualche industria in Vaticano c’è (stamperie, produzione di monete, medaglie, francobolli, mosaici e uniformi per il personale, servizi bancari internazionali e attività finanziarie) sembra non siano abbastanza per calcolare un PIL.
Ora a noi, in questa sede non interessa molto cosa guadagna il Vaticano o cosa può spendere. Le notizie al riguardo sono piuttosto complicate da trovare in rete. Quello che è certo è che il bilancio dello stato pontificio è di gran lunga inferiore rispetto a quello, ad esempio dell’Italia. Parliamo di migliaia di volte inferiore, quindi di cifre molto basse. Questo significa forse che il tenore di vita dei cittadini vaticani è di gran lunga peggiore di quello italiano? Evidentemente no. Anzi, a leggere un rapporto della CIA (l’intelligence americana) quei cittadini se la passano più o meno come quelli italiani.
Per capire meglio come sono andate le cose occorre dare un’occhiata indietro, perché la Storia (quella con la S maiuscola) spesso costruisce fortune o miserie.
Patti lateranensi 1929Durante il Risorgimento l’Italia in via di formazione si annette lo stato pontificio (praticamente tutta l’Italia centrale), lasciando in piedi solo un piccolo territorio per permettere al papa e al suo seguito di continuare a fare il lavoro apostolico di cui si era persa traccia durante gli sfarzi del potere molto temporale e assai poco spirituale. Nel 1929 il regime fascista di Mussolini ha bisogno di tutti gli appoggi possibili ed immaginabili e così si arriva ad un accordo (i famosi patti lateranensi) che oltre a un sacco di convenzioni bilaterali (come l’aver dichiarato la religione cattolica religione di stato) contiene una parte economica: la convenzione finanziaria. Lo Stato Italiano si riconosce debitore della Chiesa per le guerre del secolo precedente e per essersi incamerato i beni ecclesiastici sparsi sul territorio nazionale e comincia per questo a versare alla Chiesa un obolo mica da ridere a titolo di indennizzo.
Così al nuovo Stato chiamato «Città del Vaticano», oltre all'esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, arriva un risarcimento di «1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire». Le cifre sono ovviamente espresse in Lire di 80 anni fa. Il Sole 24 ore pubblica una applicazione che, grazie ai calcoli dell’ISTAT permette di determinare quanto vale oggi una lira di un certo anno. In questo modo quei 2 miliardi e 750 milioni del 1929 corrispondono oggi a circa due miliardi e mezzo di euro!!! Dopo una pausa continueremo il discorso.

Il Vaticano e lo Stato Italiano

Nel 1948 i Patti lateranensi finiscono dentro la Costituzione. Nel 1984 Craxi li modifica, cambiando alcune cose (ad es. la religione di stato) e introducendone di nuove, come l’8 per mille con il quale viene attualmente finanziata la Santa Sede da parte dei cittadini italiani che pagano le tasse e non destinano diversamente il loro contributo. A molti questi patti lateranensi non piacciono affatto e vorrebbero cancellarli perché non si capisce come uno stato straniero, qual è a tutti gli effetti il Vaticano, debba avere dei privilegi rispetto agli altri. E siccome i rapporti tra gli stati sono di natura politica e non religiosa vorrebbero poter decidere come popolo se questi privilegi sono o non sono legittimi. Beh, questo non si può fare, perché nessun referendum può intervenire sui patti lateranensi in quanto sono un trattato internazionale che la nostra costituzione esclude dal referendum. Una breve pausa e riprendiamo. 
Lo Stato Vaticano nasce all’indomani della firma dei patti lateranensi, nel 1929, appena Mussolini esce dalla Santa Sede. Il papa di allora, Pio XI, vara subito sei leggi, tra le quali la più importante è la prima, quella chiamata “fondamentale” che stabilisce che la Santa Sede è una Monarchia assoluta e il Sommo Pontefice ne è il re.
Dal punto di vista economico per il nuovo stato Pontificio, dimenticate le terre e le tasse da far pagare ai propri sudditi, i bilanci vaticani partono proprio dal gruzzoletto raggranellato dall’Italia fascista. Ma certo non solo. Una organizzazione così vasta distribuita in tutti i continenti e nella maggior parte degli stati del mondo deve avere dei costi davvero enormi. Ed in effetti i soldi circolano grazie agli investimenti internazionali, mobili e immobili, agli oboli dei fedeli e alle rimesse delle quasi 5 mila diocesi sparse per il mondo.
ior 03Sulla quantità di denaro che affluisce alla Santa Sede le informazioni non sono concordi. Molti sostengono che i proventi di tutte le sue operazioni economiche e finanziarie sono molto elevate. Inoltre va tenuto presente che tutto il patrimonio immobiliare della Chiesa sul territorio italiano gode di privilegi fiscali davvero notevoli. Inoltre c’è un occhio di riguardo di molti imprenditori verso la Santa Sede.
Da un punto di vista organizzativo il bilancio dello stato è gestito da un Ente Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e viene controllato dalla Prefettura per gli affari economici; questa controlla anche i bilanci dell’Istituto per le Opere di religione, il famoso o famigerato IOR, conosciuto anche come Banca Vaticana.
Lo IOR non è affatto la banca centrale del Vaticano (una specie di Banca d’Italia della Santa Sede). E’ una banca normale con il suo CdA (formato di tutti cardinali) che risponde direttamente al Papa. Insomma in caso di un buco o di malversazioni il responsabile ultimo è papa Francesco in questo momento.
A noi non interessa qui cosa fa e com’è lo IOR oggi, perché la nostra storia si sviluppa nei decenni passati del secolo scorso. Da allora e soprattutto negli ultimi anni è stato rimodernato e dotato di regole che cercano di impedire illeciti e casi clamorosi come quelli di cui parleremo tra poco. Lo statuto del 1990 prevede che lo IOR debba custodire i “beni mobili e immobili affidati alla banca e destinati a opere di religione e carità”. Altri scopi non sono, oggi, consentiti.
C’è una sola sede non lontana dall’abitazione del papa in Vaticano. L’istituto è gestito da professionisti bancari e guidato da un presidente che non deve per forza essere un religioso (oggi è l’economista francese Jean Babtiste de Franssu). Anche il direttore non è religioso. Si tratta di Gian Franco Mammì, entrato nello IOR nel 1992 come cassiere.
Il presidente riferisce ad un collegio di sei cardinali, nominati direttamente dal papa per 5 anni. Un centinaio sono i dipendenti della banca. Il bilancio è rimasto segreto fino al 2013, quando per la prima volta si è saputo quanti soldi l’istituto vaticano gestisce. Parliamo (i dati sono del 2016) di un patrimonio di oltre 6 miliardi di euro con un utile netto (sempre per il 2016) di 36 milioni di euro. I suoi clienti sono in calo rispetto al passato, ma rimangono comunque circa 15 mila. Gli interessi bancari sono piuttosto elevati, se confrontati con quelli miseri che le banche italiane riservano a noi. Si va da 4 al 12% e, non esistendo tasse all’interno dello Stato vaticano, si tratta di soldi netti. Una utile precisazione è che non ci sono azionisti cui corrispondere i dividendi. É il collegio cardinalizio a stabilire come spendere gli utili di gestione.
Questo oggi. Ma adesso è tempo di fare un salto nel passato, partendo dall’istituzione stessa dello IOR. 
Nel 1887 papa Leone 13° fonda l’Amministrazione delle Opere Religione, come sua banca personale. Nel 1942 questa istituzione viene rifondata da Pio 12° con un nuovo statuto e chiamata, appunto Istituto Opere Religiose, IOR.
É sempre all’interno dei Patti Lateranensi del 1929 che si stabilisce che gli utili dello IOR non saranno mai soggetti a tassazione da parte dell’amministrazione italiana. Come abbiamo visto questo entra a far parte della Costituzione della Repubblica Italiana nel 1947.
Il primo personaggio che incontriamo nella nostra storia si chiama Massimiliano Spada, dirige lo IOR negli anni ’50 ed ha il compito di aumentare le finanze vaticane, ma anche di far diventare l’istituto l’arbitro ideale in tutte le operazioni che riguardano lo Stato Italiano e le società private.
Il salto di qualità avviene quando Monsignor Amleto Todini presenta a Spada un suo lontano parente, un siciliano di Patti, un banchiere che si sta facendo strada nel mondo dell’economia e, soprattutto, degli affari. Si chiama Michele Sindona.

Michele Sindona

Prima che Sindona arrivi dentro il Vaticano, c’è un altro personaggio di cui dobbiamo, anche se brevemente, parlare. Si tratta Ernesto Moizzi. A Sindona lo presenta Franco Marinotti, il capo in testa della SNIA Viscosa, all’epoca la più grande industrie tessile italiana. Moizzi vende a Sindona un’azienda messa proprio male. le acciaierie Vanzetti SpA. Il banchiere siciliano capisce subito che quello che non va non è la produzione siderurgica della fabbrica, ma la gestione pessima da parte del management. In due anni mette a posto i conti, la riporta a fare profitti notevoli e la mette in vendita. Viene acquistata dalla più grande società di acciai speciali, la Crucible Steel of America. É uno dei primi passi di Sindona verso la costruzione di un impero economico e finanziario straordinario.ior 04
Fin qui tuttavia non si parla di banche e banchieri. E adesso ci arriviamo. Moizzi è anche proprietario di un piccolo istituto di credito, la Banca Privata Finanziaria. Come può una simile piccolezza entrare nelle grazie di un colosso come lo IOR? In realtà la Banca Privata gode di due enormi vantaggi. Il primo è che possiede una speciale autorizzazione governativa di operare anche nel settore della mediazione finanziaria, come le banche svizzere per capirci. Il secondo è la sua clientela, costituita da personaggi di primissimo piano nel panorama della produzione nazionale: parliamo delle famiglie Falk (quelli delle barche), Pirelli, Marinotti, Juker (quelli del cotonificio). Insomma la Banca Privata è un boccone ghiotto per chiunque. E così Moizzi si rivolge a Sindona, chiedendogli di vendere le azioni allo IOR. E così Sindona si rivolge a Massimiliano Spada e lo convince a lanciarsi nell’operazione. Spada alla fine ci sta e, per finanziare l’operazione usa un conto fiduciario presso il Credito Lombardo. Compra l’intero pacchetto, ma riserva a Sindona e Marinotti il 40%. Perché? Probabilmente per coprirsi le spalle con un banchiere dal grande avvenire e con uno dei membri influenti di Confindustria, che potrà agevolare l’allargamento della clientela a personaggi di spicco dell’economia italiana.
Ed ecco l’inghippo. Lo IOR in quel momento ha un presidente religioso, monsignor Alberto Di Jorio, che diventerà cardinale di là a poco con Giovanni 23°. Costui, sentendosi escluso dall’affare Banca Privata, intima a Spada di vendere la banca.
Questo avviene e il compratore è una holding, la Fasco A.G., sede nel Lichtenstein, di proprietà, guarda caso, di Michele Sindona.
La Banca Privata adesso è di Sindona all’80% e di Marinotti al 20%. Quando ne viene venduto il 49% delle azioni a due istituti finanziari, uno inglese e l’altro americano, i due avranno introiti favolosi e Sindona manterrà comunque il controllo con il suo 51% del pacchetto azionario.
Ecco dunque che il potere economico di Sindona diventa sempre più grande. Nel 1961 è proprietario di svariate banche e di una infinità di società grandi e piccole, nelle quali fa convogliare gli investimenti di importanti operatori mondiali: la Bank of America, la Nestlè, la Paribas, la banca belga dei Rotschild, giusto per fare qualche nome.
Nel 1964 controlla circa 50 milioni di dollari dell’epoca solo nel settore immobiliare e arrivano profitti da ogni settore industriale e produttivo.
L’ufficio tributario di Sindona, uno dei più prestigiosi della nazione, si trova a Milano Ed è qui che nasce un’amicizia molto forte tra il banchiere siciliano e l’arcivescovo della città, monsignor Giovanbattista Montini, che dal 1963 e fino al 1978 sarà papa Paolo 6°.
Nel 1968 le strade di Sindona e delle finanze vaticane tornano ad incrociarsi.
Perché?
Perché le cose per lo IOR non vanno affatto bene. Da un lato il parlamento italiano ha appena votato il ripristino della tassazione sui dividenti posseduti dal Vaticano e dall’altro per via di una serie di investimenti sbagliati. Per ironia, come scrive Nick Tosches, in una fabbrica d’armi e in un’azienda farmaceutica che produce contraccettivi orali.
Ma gli investimenti maggiori sono concentrati in due giganti dell’economia italiana: le Condotte d’Acqua e la SGI, Società Generale Immobiliare, entrambe in notevole difficoltà e bisognose di una ricapitalizzazione, quindi di nuovi investimenti. Il Vaticano pensa di abbandonare il controllo di entrambe le società.
Nel frattempo Spada, che non è più nello IOR, sostituito da Luigi Mennini, lavora come consigliere di amministrazione in diverse banche di Sindona. All’APSA c’è monsignor Sergio Guerri, al quale Paolo 6° si rivolge perché contatti, attraverso Spada, il vecchio amico Michele Sindona.
ior05Ed ecco il miracolo, termine che oggi possiamo usare visto che parliamo della Santa Sede. Sindona e la Hambros Bank di Londra rilevano i pacchetti del Vaticano e controllano di fatto le due società. Spendono in tutto 50 milioni di dollari. Convocato da Paolo 6° Sindona viene indicato come “uomo mandato da Dio”, ma il banchiere di Patti è abile e si accorge subito che qualcosa non torna. I bilanci presentati dal Vaticano delle due società acquisite sono falsati e la situazione è molto peggiore di quello che sembra. Poi, come sempre, nel giro di pochi anni Sindona rimette in piedi le aziende inserendole nuovamente nel mercato, ma quello sgarbo del Vaticano, non lo dimenticherà.
E non lo dimentica certo nel 1971, quando viene chiamato nuovamente in Vaticano. Questa volta non si tratta di salvare nessuno e neppure di fare un piacere ad un vecchio amico. No. Questa volta si tratta di fare affari insieme.
Alla riunione assieme a Sindona, partecipano il nuovo direttore generale del Banco Ambrosiano e il neo presidente dello IOR: sono Roberto Calvi e Paul Marcinkus.
E qui comincia un’altra storia.

Calvi, Marcinkus e lo IOR

ior06Cominciamo a conoscere Paul Marcinkus: lo facciamo riprendendo un brano del libro “Il mistero Sindona” uscito nel 1986 edito da SugarCo e firmato dallo scrittore statunitense Nick Tosches.
Figlio di un pulitore di finestre, nasce in Illinois nel 1922. Nel 1947 viene ordinato sacerdote, tre anni dopo è a Roma per studiare diritto canonico all’Università Gregoriana. La sua carriera passa attraverso missioni diplomatiche in Bolivia e Canada. Nel 1964 diventa guardia del corpo del papa per la sua corporatura molto robusta. Nel 1965 è l’interprete dell’incontro a New York tra Paolo 6° e Lyndon Johnson. Poi entra nei ranghi dello IOR, di cui diventa presidente nel 1971. Calvi lo aveva conosciuto diversi mesi prima e gli era stato presentato da Michele Sindona.
Ma le cose vanno malissimo. Marcinkus non capisce un fico di finanza e si rivolge ad un suo concittadino, che ne combina di tutti i colori, rischiando di finire nelle mire del fisco americano. Per questo chiama Sindona, il quale capisce tutto: ha di fronte un uomo estremamente ambizioso, ma decisamente sprovveduto in quanto a qualità amministrative.
Anni dopo, dal carcere, Sindona parla con Harmon della Commissione d’indagine sul crimine organizzato, spiegandogli quanto sia facile esportare illegalmente qualunque cifra dall’Italia all’estero. E aggiunge.
La banca del papa, lo IOR, si era prestata a molti servizi come questi e fin dai tempi della sua fondazione. generalmente forniva i servizi ad altre banche, i cui clienti privilegiati ceravano, attraverso i canali vaticani, maggiore sicurezza e massima segretezza. Lo IOR apriva un conto corrente con l’istituto di credito italiano che voleva esportare lire in nero. Il cliente della banca depositava i soldi liquidi sul conto e lo IOR provvedeva ad accreditarglieli all’estero. La commissione dello IOR era poco più alta del normale. La Banca d’Italia ed altre autorità non hanno mai interferito, perché convinte che la Santa Sede, messa alle strette, avrebbe risposto che come governo di uno stato sovrano non era obbligata a fornire informazioni all’Italia. So queste cose – continua Sindona – perché lo IOR agiva in questa veste anche per miei clienti delle mie banche.
Marcinkus, una volta capito il meccanismo, si convinse che si trattava di un delitto perfetto. Ma quando l’Italia dichiarò l’esportazione illecita di capitali un reato penale e non più civile, avvisai Marcinkus da New York di sospendere immediatamente i trasferimenti illegali di valuta. Ne andava di mezzo non solo lo IOR ma anche il buon nome del papato.
Ma Marcinkus, convinto di essere al di fuori del raggio di azione della legge, continuò ad inseguire profitti, che presentava al papa come esempio della sua competenza e del suo valore e che avrebbero finito con l’ottenergli la berretta rossa (diventare cardinale NdT). Fu un errore fatale. Lo IOR alla fine perse la stima che si era creato grazie a uomini come Spada. Marcinkus perdette ogni speranza di diventare cardinale.
Marcinkus, aggiungo io, rimane in Vaticano fino al 1997, quando a 75 si ritira da ogni carica, torna negli Stati Uniti, dove muore a 84 anni a Sun City in Arizona. 
Calvi, Marcinkus e Sindona (in stretto ordine alfabetico) aprono a Nassau, alle Bahamas, un sistema di riciclaggio della valuta. C’è di mezzo il Banco Ambrosiano, quello controllato da Calvi, certo, ma in cui hanno azioni anche Sindona e lo IOR di Marcinkus.
Credo sia noto come finisce l’epopea di Sindona. Nel 1972 acquisisce il controllo della Franklin National Bank di Long Island (stato di New York) con manovre abbastanza oscure che vedono intervenire i massoni della P2, l’amministrazione Nixon e i repubblicani. Solo due anni più tardi l’amministrazione rileva perdite pesanti, i clienti ritirano i loro soldi e mandano in crisi la banca. Sindona è costretto a chiedere un prestito di un miliardo di dollari alla Federal Reserve Bank, la banca centrale degli States. Due anni dopo la Franklin viene dichiarata insolvente per bancarotta fraudolenta, con forti perdite di capitali per speculazioni in valuta straniera e una cattiva politica di gestione dei prestiti. Nel 1979 gli amministratori della banca vengono processati presso la Corte Federale a New York, e condannati. In Italia intanto Giorgio Ambrosoli, che si sta occupando del collasso finanziario di Sindona, muore in un omicidio il cui mandante è lo stesso Sindona. Il banchiere di Patti deve scontare 25 anni nelle carceri degli Stati Uniti, ma viene stradato in Italia per assistere al processo per omicidio. Viene rinchiuso a Voghera. Le condanne fioccano: 12 anni per frode finanziaria e poi l’ergastolo per l’omicidio Ambrosoli. Muore nel 1986, ingerendo un caffè con del cianuro di potassio. Non è chiaro se sia stato avvelenato o se si lui stesso abbia preparato la bevanda, forse per farsi estradare negli Stati Uniti, in quanto c’era un accordo tra Italia e USA che in caso di percolo per la sua vita, Sindona sarebbe tornato negli States.
Ma questa è una storia che è una conseguenza di quello di cui stiamo parlando, per cui adesso torniamo, buoni buoni, a seguire le vicende dello IOR.
Siamo adesso nel 1981, quando l’amministratore delegato dello IOR Luigi Mennini viene arrestato perché coinvolto nel crack di Sindona. Ma il peggio deve venire, perché nel maggio di quell’anno, solo una settimana dopo l’attentato di Alì Agca a papa Woytila, viene arrestato Roberto Calvi. In Vaticano serpeggia il terrore, specie quando Calvi affida un biglietto alla moglie da recapitare in Vaticano. C’è Scritto: “Questo processo si chiama IOR.” Le operazioni illecite, secondo il banchiere milanese, sono state fatte per conto del Vaticano. É così che, in assenza del papa, ancora in convalescenza, si incontrano in Vaticano i vertici del Banco Ambrosiano e dello IOR.
Il direttore del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone, presente all’incontro racconta:
In quel colloquio, monsignor Marcinkus disse che non c’erano problemi, ma che bisognava attendere la scarcerazione di Calvi per poter parlare con lui. … In quell’incontro non venero pronunciati nomi di società, né si parlò di cifre. Monsignor Marcinkus fece solo gli auguri per un pronto rientro del presidente (cioè di Calvi) e parlò di collaborazione che andava proseguita con la dovuta chiarezza e riservatezza.
Quando si arriva al processo, il Vaticano gioca duro con Calvi. Al figlio Carlo arriva prima una telefonata di Marcinkus di riferire al padre di stare zitto e non svelare nessun segreto e di continuare a credere nella Provvidenza (non è una battuta, sono le parole del prelato). Poi arriva da Carlo Francesco Pazienza, che abbiamo già incontrato, come uno dei protagonisti della vicenda riguardante le stragi del 1980. Gli dice che bisogna andare a New York per incontrare monsignor Giovanni Cheli, rappresentate del Vaticano all’ONU. A Manhattan lo aspetta un noto mafioso, amico di Sindone e di Licio Gelli e un prete, che poi verrà arrestato per contrabbando di opere d’arte. All’ONU arrivano Carlo, Pazienza, il prete e il mafioso. Cheli, in termini diplomatici, ribadisce quello che Marcinkus aveva anticipato al telefono. Ma, è il caso di dire, questa volta, da ben altro pulpito.
Cosa poteva rivelare di tanto pericoloso Calvi durante il processo? Lo scopriamo tra poco.

Banco Ambrosiano e IOR

ior07In effetti, per quanto si è saputo negli anni più recenti, la trama che coinvolgeva Calvi, Marcinkus e soci era di quelle da film dell’orrore. Si tratta di una rete per riciclare i soldi della mafia siciliana, nella quale oltre ai nomi già citati figurano esponenti politici siciliani, padrini, e numerosi iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.
L'allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta impone lo scioglimento del Banco Ambrosiano e la sua liquidazione coatta. É storico il suo discorso in Parlamento, quando riferisce pubblicamente delle responsabilità della banca vaticana e dei suoi dirigenti, fra cui Marcinkus. Secondo i suoi calcoli, il Vaticano è coinvolto nello scandalo per una somma di circa 1.500 miliardi di lire. Nel 1987 Marcinkus venne indagato, assieme ad altri due dirigenti dello IOR, per concorso in bancarotta fraudolenta e venne emesso un mandato di cattura dalla magistratura italiana in rapporto al crack dell'Ambrosiano, ma dopo pochi mesi la Corte di cassazione prima, e quella Costituzionale poi, annullarono il mandato in base all'articolo 11 dei Patti lateranensi, facendo venir meno anche la conseguente richiesta di estradizione.
Ma torniamo a Calvi e al suo processo. Questo può provocare un terremoto anche in Vaticano dal momento che sporchi e loschi traffici erano fino ad allora avvenuti con il beneplacito di alcuni settori dell’amministrazione della Santa Sede. Si tratta di coinvolgimento in società fantasma nei paradisi fiscali di Panama o del Lussemburgo. E poi c’è il banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Ma è proprio suo? Chi governa quella banca per davvero? Quello che emerge durante il dibattito e grazie alle deposizioni di collaboratori di Calvi è che il pacchetto di controllo della banca lombarda è nelle salde mani dello IOR da un bel pezzo. E poi quel finanziamento di ben 150 milioni di dollari alla Cisalpine con sede a Nassau: quella, come abbiamo già visto, costituita apposta per riciclare valuta. E, guarda caso, nel consiglio di amministrazione di questa banca figura anche Paul Marcinkus.
Ci sono anche dichiarazioni al veleno di Roberto Calvi, come quella in cui riferisce di un incontro con Marcinkus. Ecco le sue parole:
Io gli ho detto sul muso a Marcinkus. ‘Guardi che se per caso risulta da qualche contabile che gira per New York che lei manda dei soldi oper conto di Woytila a Solidarnosc, qui in Vaticano tra poco non c’è più pietra su pietra’. E quando ho visto che lui non diceva niente sono andato avanti … Allora Marcinkus ha cambiato discorso …”
Parleremo tra poco di Solidarnosc.
Calvi viene ritenuto colpevole di frode valutaria, condannato a 4 anni e 15 miliardi di lire di multa. Gli viene però concessa la libertà provvisoria in attesa dell’appello.
E qui comincia il gioco del ricatto tra i due protagonisti di questa vicenda: Marcinkus e Calvi. Alla fine si arriva ad un accordo. Calvi firma un documento con il quale libera lo IOR e Marcinkus da responsabilità inerenti l’indebitamento delle società panamensi verso il Banco Ambrosiano. In cambio lo IOR consegna a Calvi alcune lettere a garanzia della situazione debitoria di quelle stesse società. É un modo per assicurare al banchiere lombardo i capitali necessari a salvare il suo impero finanziario. In particolare c’è la dichiarazione che quelle società sono effettivamente controllate dallo IOR.
Ma Calvi non si arrende e si rivolge all’OPUS DEI, chiedendo di rilevare una quota del 10% del banco ambrosiano per un miliardo e duecento milioni di lire e di estromettere Marcinkus dalla presidenza dello IOR. L’Opus Dei ci pensa, ma alla fine rifiuta. La domanda è: perché questa decisione tenendo conto che Marcinkus è odiato in quanto ha in mano un potere finanziario in competizione con l’Opus Dei?
C’è un nuovo personaggio che compare nella nostra storia, il cardinale Agostino Casaroli, una carriera con una lunga sfilza di incarichi della massima importanza. In quel momento è Segretario di Stato vaticano, che sarebbe come dire Ministro degli Esteri. Lui è molto preoccupato di quello che il papa Woytila sta facendo. E cioè della sua politica a favore di Solidarnosc e contro la dirigenza comunista polacca. Allarmato dalla possibilità che l’Opus Dei arrivi a dirigere lo IOR interviene e blocca tutto.
I soldi a Solidarnosc arrivano dallo IOR attraverso il Banco Ambrosiano. La preoccupazione di Casaroli riguarda i difficili equilibri instaurati da una parte con il duro regime di Jaruzeski e dall’altro con la chiesa polacca. Il rischio di una guerra civile e, peggio ancora, di un intervento armato dell’Unione Sovietica, spaventa non poco il cardinale.
Intanto un papa ancora convalescente promuove monsignor Marcinkus che, dopo l’arresto di Calvi, acquista sempre più potere. Perché?
ior08Perché in lui, come capo dello IOR, convergono gli interessi del papato e quello della massoneria. Lo spiegherà bene Licio Gelli, come racconta lo scrittore massone Pier Carpi, in una famosa intervista a Enzo Biagi:
Gelli sosteneva che aveva versato nelle casse del Vaticano quasi 50 milioni di dollari per la causa polacca. Diceva: “La Polonia, come in tutti i paesi a dittatura comunista, la Chiesa e la massoneria debbono essere unite come non mai, poiché entrambe sono perseguitate.” I soldi erano arrivati allo IOR attraverso il Banco Ambrosiano.
Licio Gelli in quegli anni è un burattinaio che muove molti fili e ha molte cose da raccontare. A proposito della vicenda che stiamo seguendo, dice:
Nel settembre 1980 Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc, e aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro.”
Mentre il potere di Marcinkus cresce, quello di Calvi diminuisce. Nel Banco Ambrosiano entra anche Carlo De Benedetti rilevando un 2% delle quote. Ma De Benedetti cerca subito di capire quali legami siano in corso tra la banca di Calvi, lo IOR e la P2. Lo fa chiedendo direttamente a Calvi, il quale svicola e, in pratica, non risponde. Così l’imprenditore torinese si rivolge alle alte sfere del Vaticano, precisamente al cardinale Silvestrini della Segreteria di Stato. Quando De Benedetti si chiede come faccia il Vaticano ad affidare le proprie risorse ad un ladro, questo il termine preciso usato per definire Calvi, il cardinale si stringe nelle spalle e dice trattarsi semplicemente di “una pecorella smarrita”. Visto il clima, De Benedetti rivende la sue quote a Calvi ed esce precipitosamente dal Banco.
Dirà qualche anno dopo di aver capito proprio nel colloquio con Silvestrini che Marcinkus doveva avere un rapporto assolutamente particolare con papa Woytila. E capisce anche che il legame è rafforzato proprio dall’azione dello IOR a favore dei dissidenti polacchi.

La morte di Calvi

Credo tutti sappiano come è stato trovato il cadavere di Roberto Calvi. La mattina del 18 giugno 1982 un impiegato delle poste, camminando lungo il Tamigi, vede un corpo penzolare dalle arcate del Blackfriars Bridge, il ponte dei frati neri, in centro a Londra, non distante dalla cattedrale Saint Paul e da Covent Garden.
Suicidio, come si affretta a dire la stampa e l’inchiesta britannica? Difficile, se non impossibile. Un altro mistero da svelare. Ma andiamo con ordine.
Un paio di mesi prima, il 27 aprile il ragioniere Roberto Rosone esce dall’agenzia 18 del Banco Ambrosiano. Lo aspetta un omone barbuto, cappotto di cammello, vestito grigio e, sotto, una pistola calibro 7,65. C’è un “clic” di arma inceppata, poi uno sparo. Rosone si accascia ma non è morto è solo ferito ad un gluteo. L’omone non spara di nuovo, nessun colpo di grazia. Si allontana, sale su una moto guidata da un complice, che parte a tutta velocità. Ma intanto sono usciti in strada l’autista di Rosone e una guardia giurata. Dalla moto partono dei colpi per coprire la fuga. L’autista cade a terra colpito all’addome. La guardia spara 4 colpi. Uno colpisce l’omone alla nuca. Cade a terra. Morto.
L’omone si chiama Danilo Abbruciati, un professionista come vedremo tra poco, uno che non può aver sbagliato mira. Si è dunque trattato di un avvertimento, ma per chi?
Roberto Rosone, il ragioniere colpito, è vicepresidente e direttore generale del Banco Ambrosiano, il braccio destro di Roberto Calvi. Ecco a chi è diretto l’avvertimento.
Già, ma da parte di chi? Per scoprirlo dobbiamo conoscere meglio Danilo Abbruciati. Nonostante salga alle cronache con la formazione della prima Banda della Magliana, era già stato denunciato nel 1971 per aver picchiato e sequestrato la moglie. Nel ’76 finisce dentro per sequestro e omicidio. Ci rimane tre anni. Quando esce è senza contatti e allora si avvicina alla componente dei testaccini della Banda romana, quella diretta da Renatino De Pedis, diventandone uno dei capi. Seguire le vicende della banda della Magliana è quanto mai interessante per capire che razza di intrecci legassero tra loro la malavita organizzata, le correnti mafiose, i servizi segreti e la politica del periodo. Ma non è il tema di questa puntata di Noncicredo. Dunque Abbruciati. Uno degli affari sporchi della banda è quello dell’eroina. Dopo qualche tempo a fornire la “roba” ci pensa la mafia siciliana, quella di Stefano Bontade e di Pippo Calò. Anche la storia di questi due super-boss sarebbe interessante da raccontare, magari lo faremo in una puntata futura. Calò vive a Roma e ha bisogno di un piccolo esercito di gente senza paura e senza scrupoli. Gli serve per azioni intimidatorie e per omicidi. In quel periodo i morti di mafia non si contano, sia nelle lotte intestine tra famiglie, sia per fare piazza pulita di ogni concorrenza nei traffici illeciti. I testaccini sono l’ideale: Danilo Abbruciati diventa così il collegamento tra la banda e la mafia di Pippo Calò. Ad alcuni membri della Magliana questo non piace per niente; di Danilo non si fidano, ma il fiume di denaro che in questo modo fluisce riesce a convincere molti che, in fondo, che male c’è.
ior09La conclusione è che Danilo Abbruciati lavora per Pippo Calò e l’aver sparato a Roberto Rosone è solo un piacere fatto al capo mafia.
Questo è un punto che dobbiamo tenere a mente per quello che segue.
Dunque Calvi viene trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri. Essendo stato così ammanicato con il Vaticano, ti aspetti da parte delle autorità dello stato un qualche accenno di cordoglio. Invece niente di niente.
Prima di lasciare l’Italia, il banchiere aveva detto alla moglie: “Se mi succede qualcosa, papa Woytila dovrà dare le dimissioni”. Una frase molto pesante, che nasconde la conoscenza di segreti del tutto innominabili, anche se, probabilmente, sono quelli di cui abbiamo sin qui detto: le società finanziarie all’estero, i paradisi fiscali, le sovvenzioni a Solidarnosc e, con ogni probabilità, un’azione di riciclaggio del denaro proveniente dalla mafia, che abbiamo appena visto da che giro d’affari proviene.
Marcinkus sparisce dalla scena giudiziaria, nonostante gli arrivi una convocazione da parte del giudice che indaga su un prestito fatto a suo tempo dallo IOR e nonostante una comunicazione giudiziaria, che in termini attuali corrisponde ad un avviso di garanzia.
Il problema sul quale indaga la magistratura di Milano è un prestito di 50 miliardi delle vecchie lire all’Italmobiliare, ma indicizzato al franco svizzero, vale a dire che è con questa valuta che si devono fare i conti. E con la rivalutazione fortissima del Franco in quel periodo, nel giro di pochi anni il Vaticano si viene a trovare con un credito di oltre 110 miliardi, più del doppio. Sui tratta di una manovra speculativa.
Ecco perché il Vaticano tiene la testa bassa e la bocca cucita. Meglio starsene buoni … come dicono a Napoli: ha da passà a nuttata. L’unico interesse dello Stato pontificio è che sullo scandalo IOR-Banco Ambrosiano sia messa una grossa pietra al più presto, una pietra tombale visto che c’è di mezzo un cadavere: quello Roberto Calvi.

Perizie

Il corpo viene staccato dalle arcate e portato dalla polizia fluviale al Guys Hospital, dipartimento di medicina forense. Il referto del medico legale è chiarissima: si tratta di suicidio per impiccagione. Ma l’esame del corpo non è sufficiente: occorre vedere il contesto, vale a dire capire come diavolo ha fatto Calvi ad impiccarsi lassù.
La successiva indagine si compie davanti al Coroner, che noi traduciamo abitualmente con medico legal, anche se la figura inglese ha compiti più specifici di indagine giudiziaria. Dunque l’indagine si svolge davanti al Coroner e ad una giuria. Qui il verdetto rimane aperto: non si riesce a capire se Calvi si è suicidato o se è stato assassinato. Il caso passa allora alla magistratura italiana.
Che sia un suicidio o no fa una grande differenza. Non solo perché è sempre bene conoscere la verità su fatti del genere, ma fa una grande differenza per la vedova Clara, la quale fa causa alle Generali, che non vogliono pagare l’assicurazione.
É dunque un tribunale civile, quello di Milano, a ritenere fondata l’ipotesi dell’assassinio.
Addosso a Calvi si trovano parecchi soldi in varie valute, tra le altre diecimila dollari, circa 25 mila euro di oggi, due orologi, il passaporto con nome falso. Ma quello che incuriosisce gli investigatori sono cinque pezzi di materiale edile da cinque chili infilati nei pantaloni e nella giacca, come zavorra.
Si arriva al 1997, quindici anni dopo la morte di Calvi, ad avanzare ipotesi concrete su questi fatti. Lo fa il GIP Mario Almerighi al processo contro gli imputati, sospettati del crimine, Flavio Carboni e, guarda chi si rivede, Pippo Calò. Parleremo tra poco di questi due personaggi. Per ora ci concentriamo sulle osservazioni del magistrato.
Le analisi riguardano anche la marea che entra ed esce dal Tamigi. Secondo l’Autorità del Porto di Londra, il livello massimo in città si raggiunge alle 23,30 di quella notte. Questo significa che al momento del decesso di Calvi (avvenuto secondo le perizie attorno alle 2) le acque avrebbero dovuto raggiunge le ascelle di Calvi. Ne segue che solo due modi avrebbero potuto portarlo fin là. Il primo è la discesa dall’alto dell’impalcatura, cosa incredibile con quella zavorra addosso (che tra l’altro sarebbe probabilmente caduta almeno quella che aveva dentro i pantaloni). Il secondo modo è usando una imbarcazione. Ma allora si sarebbe dovuto trovare il natante oppure Calvi quella notte non era solo lungo il Tamigi. Analizzando i pantaloni portati dal banchiere si scopre che sono insudiciati a livello delle natiche, come tipicamente accade a chi viaggia su una imbarcazione destinata al trasporto fluviale.
La seconda perizia del 1998 stabilisce un’altra cosa importante. Dalle analisi più avanzate per l’epoca si stabilisce che le mani di Calvi non sono mai entrate in contatto con i mattoni che portava addosso e che le stesse mani non hanno mai toccato nessuna parte della struttura alla quale è stato appeso.
É sufficiente questo per concludere che Roberto Calvi, quella notte a Londra, è stato suicidato. Si tratta dunque di un omicidio. Adesso bisogna trovare i colpevoli.
Prima del 18 giugno, Calvi dà segni di temere quello che può capitare a lui e alla sua famiglia. In maggio fa allontanare la moglie Clara dall’Italia e pochi giorni prima di andare a Londra manda la figlia Anna in giro per l’Europa fino alla meta definitiva di Washington. Se analizziamo il modo in cui Calvi esce dall’Italia, capiamo quanto fosse preoccupato di far perdere le sue tracce. Il 9 giugno prende l’aereo da Milano per Roma. Qui incontra Flavio Carboni, col quale organizza la sua fuga.
Chi è Flavio Carboni?
É un faccendiere implicato in molte vicende oscure di questo periodo. Secondo il pentito della Banda della Magliana, Antonio Mancini, costituiva un anello di raccordo tra la stessa Banda, la mafia di Pippo Calò, gli esponenti della loggia P2, i servizi segreti deviati e alcuni politici e imprenditori influenti dell’epoca.
Era, carboni, quello che gestiva per conto di Cosa nostra gli investimenti di denaro sporco, utilizzando proprio il Banco Ambrosiano e lo IOR. In effetti l’unica condanna inflittagli riguarda il crack del Banco Ambrosiano: almeno sulla carta, perché grazie ad un paio di indulti se la cava con poco o niente.
Più recentemente finisce sotto inchiesta per la questione dell’energia eolica in Sardegna e per la costituzione della società segreta P3. Ma questa è un’altra storia che qui non ci interessa.
Dunque il 9 giugno 1982 organizza la fuga di Calvi. Costui va a Venezia, di qui a Trieste e ancora in Jugoslavia. Poi in Austria, a Klagenfurt. Il 14 giugno incontra Carboni al confine con la Svizzera, vanno ad Innsbruck nel Tirolo e da qui con un aereo verso Londra. Il 16 giugno Carboni raggiunge Calvi a Londra, partendo da Amsterdam.
Perché tutti questi spostamenti così complicati? Per far perdere le tracce? Per paura di essere seguiti? E, in questo caso, da chi?
Per capirci qualcosa dobbiamo seguire i processi che vengono svolti negli anni ’90 sul caso Calvi.
Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, la ricostruzione è più o meno questa. Calvi, attraverso il Banco Ambrosiano, riciclava molto denaro delle famiglia mafiose più importanti, quella dei Corleonesi in primo piano, ma anche della Camorra, che in quel periodo sta facendo una guerra spietata tra cutoliano e anticutoliani che provocherà oltre 1200 morti.
Sono i soldi ricavati soprattutto dal traffico della droga. A Roma, come detto, gestisce il tutto Pippo Calò, in accordo con la potente Banda della Magliana. Quando il Banco Ambrosiano fa crack, quei soldi spariscono, nei rivoli degli investimenti di Calvi, ritenuto l’unico responsabile di tanta perdita. Va quindi punito, con la morte.

I processi

Secondo le versioni fornite dai pentiti a decretare la sentenza sono Pippo Calò, Flavio Carboni e Ernesto Diotallevi, uno dei boss della banda della Magliana.
ior10Saranno proprio loro a finire sotto processo.  Assieme a loro finiscono sotto processo anche il contrabbandiere Silvano Vittor e la fidanzata di Carboni, Manuela Kleinszig, ben presto ritenuta dalla stessa accusa innocente.
Nel 2007 la sentenza. Tutti gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove. Decisione condivisa tre anni più tardi dalla corte d’appello.
É un finale abbastanza convenzionale per i delitti commessi dalla mafia, ma nel dispositivo del tribunale si leggono frasi che portano ad un finale non scritto, perché, secondo i giudici, la tesi del suicidio “è impossibile e assurda”. Risulta però provato che Cosa nostra utilizzava “il Banco ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio”.
Nelle motivazioni della sentenza della corte di appello si legge: “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso”.
Ritorna ancora la stessa domanda: “Da chi?”.
Il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia accusa Francesco di Carlo, affiliato ai Corleonesi. Quando diventerà collaboratore di giustizia, negherà di aver partecipato alla messa in scena del ponte dei frati neri. Dirà che Pippo Calò lo aveva effettivamente contattato per assassinare Calvi, ma lui era troppo lontano per essere contattato in quel momento. Quando successivamente chiama Calò, il boss gli dice che ormai è tutto risolto con “i napoletani”. Dunque, secondo questa voce gli esecutori dell’omicidio sarebbero stati Vincenzo Casillo e Sergio Vaccari. Il primo, cutoliano, ma anche legato ai corleonesi, verrà ammazzato nel 1983 facendo esplodere la sua auto piena di tritolo. Il secondo viene trovato orrendamente pugnalato e torturato nel suo appartamento di Londra nel settembre del 1982. Certo si tratta di criminali contro i quali la, passatemi l’espressione, concorrenza può essere feroce e quindi il motivo dei due omicidi potrebbe non avere nulla a che fare con Calvi … appunto … potrebbe.
Ecco dunque la storia che stasera ho cercato di raccontare nel modo più semplice possibile, anche se gli intrecci, come sempre, sono incasinati e di molti di essi ho semplicemente accennato, perché gli anni ’70 e ’80 in Italia sono pieni zeppi di incastri tra malavita (pensiamo ad esempio alla Banda della Magliana), cosche mafiose e famiglie camorriste, servizi segreti, organizzazioni eversive soprattutto neofasciste, logge massoniche come la P2 di Licio Gelli, politici corrotti e conniventi come Giulio Andreotti (riconosciuto colpevole di collusione con la mafia, ma prosciolto perché prescritto), faccendieri e, con ogni probabilità, imprenditori in rampa di lancio.
Chiudo questa puntata di Noncicredo con le motivazioni che nel 2016 il giudice romano Simonetta D’Alessandro archivia il procedimento che vede coinvolti Gelli, Carboni e Pazienza. Leggiamo:
Lo sforzo della pubblica accusa consegna comunque un’ipotesi storica dell’assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Il Banco ambrosiano riciclava denaro mafioso e al contempo finanziava segretamente, in chiave anticomunista, “nel quadro di una più ampia strategia del Vaticano”, il sindacato polacco Solidarnosc e i regimi totalitari sudamericani. Dunque né Calò né Marcinkus “potevano accettare il rischio” che Calvi, ormai alle strette, fallito e inseguito da un mandato di cattura, rivelasse agli inquirenti “quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare denari mafiosi in quelle direzioni, e l’attività di riciclaggio che attraverso il Banco veniva espletata”. Tra gli altri possibili moventi, emersi durante i lunghi anni di indagini, l’impossibilità da parte di Calvi di restituire un’ingente somma di denaro ai mafiosi. “Le rogatorie avviate verso lo Stato della Città del Vaticano hanno avuto esiti pressoché inutili”. Per questo non è stato possibile ricostruire il ruolo esatto di Marcinkus e soprattutto i flussi finanziari che legavano il Banco Ambrosiano allo Ior.
C’è ancora un ultimo documento, pubblicato nel libro “Poteri forti” di Ferruccio Pinotti, edito dalla BUR nel 2005. Si tratta di una lettera che Calvi scrive a papa Woytila il 5 giugno del 1982, due settimane prima di morire. Dice:
« Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona...; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest...; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l'espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato... »
I segreti e gli interessi economici legati alla mancata restituzione da parte dello IOR del denaro ricevuto dal Banco Ambrosiano e connessi alle operazioni finanziarie che lo IOR realizzava per conto di propri clienti italiani desiderosi di esportare valuta aggirando le norme bancarie sarebbero quindi all'origine della decisione di uccidere Roberto Calvi, che, disperato e temendo di finire in carcere, avrebbe potuto rivelare quanto sapeva ai magistrati.
ior11Per quanto riguarda la Chiesa, in questa vicenda si fa molta fatica a trovare concetti come “perdono”, “carità cristiana” e tutte le altre belle parole della filosofia cattolica, che restano lontane e suonano come un’imbarazzante ipocrisia quando si tratta di tutelare i propri interessi economici e politici.
E c’è anche un ultimo concetto, espresso molto duramente in “Vaticano SpA”: Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dallo IOR, parte un nuovo e sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire. L'artefice è monsignor Donato de Bonis. Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici di primo piano, compreso Omissis, nome in codice che sta per Giulio Andreotti. Titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca vaticana, ma anche il denaro lasciato dai fedeli per le messe è stato trasferito in conti personali. Lo Ior ha funzionato come una banca nella banca. Una vera e propria "lavanderia" nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato Vaticano. Tutto in nome di dio. 

Introduzione

usticaL’ultima volta abbiamo affrontato la questione della strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto del 1980. Pur essendo uno dei pochi misteri italiani formalmente chiariti, con tanto di condanne, abbiamo visto che restano moltissimi dubbi sui reali responsabili di quell’orrendo eccidio, in particolare sui mandanti e sulle motivazioni. In particolare la storia è piena zeppa di tentativi, spesso perfettamente riusciti, di depistare le indagini e ostacolare così la comprensione di quanto avvenuto. Questa tecnica è stata piuttosto comune nelle storie che trovate in questa sezione del sito. Le stragi della strategia della tensione da Piazza Fontana in poi, e fatti gravissimi come il rapimento di Aldo Moro, sono stati soggetti a depistaggi e inquinamenti di prove che hanno allontanato la verità e, come detto, lasciato nella testa di chi si avvicina a queste vicende il dubbio che non tutto sia stato detto, per coprire persone, istituzioni o azioni. Per coprire anche il comportamento di paesi stranieri ai quali allora e oggi non si vogliono attribuire responsabilità per convenienze politiche, commerciali o strategiche o, più squallidamente per il proprio quieto vivere.
La cosa più schifosa è osservare quelli che condividono la responsabilità dei morti e piangono poi lacrime di coccodrillo davanti alle telecamere. Sono servizi segreti, politici, poteri forti dello stato e non dello stato, intestatari di interessi che volano sopra le teste dei cittadini.
E noi, che ragioniamo prevalentemente con il buon senso, facciamo fatica a capire come sia possibile che, per proteggere e compiacere alleati ritenuti utili, la ragione di stato autorizzi il sacrificio di molte persone o anche di un solo cittadino.
Ebbene, oggi avremo un altro esempio di tutto questo, in quanto cercheremo di indagare e riferire sui depistaggi, sulle mezze verità, sulle prove accertate e poi smentite, sulle differenti versioni dei fatti, insomma sui dubbi enormi che un’altra strage si porta dietro. Cercherò di raccontare i mille dubbi che emergono dall’analisi delle inchieste seguite alla morte di 81 persone che da Bologna stavano dirigendosi vero Palermo, su un DC9 dell’Itavia, il 27 giugno del 1980.

La storia

Ci sono moltissimi testi che parlano di quanto accaduto ad DC9 dell’Itavia e del suo viaggio Bologna-Palermo, così tragicamente interrotto. Sono tutti degni di essere letti, anche se a volte propongono tesi completamente difformi da quelle oggi accettate come vere o quantomeno come le più probabili, perché, meglio dirlo subito, la verità su questa vicenda, semplicemente non c’è. A quasi 40 anni dall’eccidio di 81 persone nessuno è in grado di dire come sono andate davvero le cose. Non è in grado di farlo perché non può o perché non vuole, ma l’esito è esattamente lo stesso!
Personalmente ho letto diversi libri, anche se quello che alla fine ho deciso di seguire per raccontarvi questa storia incredibile è quello di Carlo Mazzei: “I segreti di Ustica”, edito da Area51 Publishing, ottenibile anche come ebook a soli 3€.
Fatte le doverose premesse, possiamo cominciare.
Anche se è probabilmente conosciuta da tutti, non possiamo non partire dai fatti, magari in sintesi, perché poi l’analisi del dopo-strage è lungo e, credo, molto interessante, anche se un tantino irritante.
dc9L’aereo DC9 parte da Bologna alle 20,08 del 27 giugno 1980 con quasi due ore di ritardo. Il volo procede regolarmente, fino all’ultimo contatto radio che avviene alle 20,59. Poi, improvvisamente, il silenzio con le conversazioni tra i piloti troncate di netto. Cinque minuti dopo la torre di controllo di Palermo chiama il volo, che non risponde. Da Roma viene chiamato più volte, rivolgendosi anche da un volo dell’Air Malta, che sta seguendo la stessa rotta. Alle 21,13 è previsto l’atterraggio, che non avviene. Alle 21,25 assume il comando delle operazioni il centro del soccorso aereo di Martina Franca, allertando il 15° stormo a Ciampino, dove stazionano gli elicotteri specializzati nel soccorso aereo. Il primo di questi decolla 20 minuti dopo perlustrando l’area presunta senza vedere nulla. L’aereo intanto viene considerato disperso. Solo con le prime luci del giorno seguente, 28 giugno, alcune decine di miglia a nord di Ustica si scoprono detriti, poi una grande chiazza di carburante. Qualche ora dopo affiorano i primi cadaveri dei passeggeri. L’aereo è precipitato in una zona del Tirreno profonda 3’700 metri. Ha inghiottito 81 persone, tutte quelle a bordo del velivolo. Verranno recuperati 38 corpi.
La procura di Palermo dispone l’esame esterno di tutti i cadaveri e l’autopsia di 7 di loro. I periti arrivano alla conclusione che causa di morte sono i traumi da caduta, ma che i passeggeri erano privi di conoscenza a causa della diminuzione improvvisa della pressione esterna, dovuta al fatto che l’aereo durante il volo si era “aperto”, questo il termine utilizzato.
Nessun corpo mostra tracce di ossido di carbonio o di acido cianidrico, il che esclude ustioni. Nei cadaveri vengono trovate tracce di residui metallici, piccole schegge o bulloni. Ma quelle schegge, secondo gli esperti, non provengono dalla rottura dell’involucro di un qualsiasi ordigno esplosivo.
Anche l’analisi della scatola nera dell’aereo non fornisce niente di particolare. Sul velivolo tutto procede con grande tranquillità e regolarità. C’è un dialogo sereno tra il comandante Domenico Gatti e il copilota. Si raccontano barzellette, poi improvvisamente tutto si ferma, come se fosse mancata improvvisamente la corrente elettrica. L’ultima frase registrata è questa: «Allora siamo a discorsi da fare... [...] Va bene i capelli sono bianchi... È logico... Eh, lunedì intendevamo trovarci ben poche volte, se no... Sporca eh! Allora sentite questa... Gua...».
E su quel “Guarda!” finisce ogni cosa.
Non è certo molto e gli inquirenti sono così costretti a indagare su diverse piste, formulando alcune ipotesi, ognuna delle quali esclude tutte le altre.

Le ipotesi delle cause

Queste ipotesi sono:
  • l’aereo è stato colpito da un missile sparato da un aereo militare;
  • c’è stata una collisione con un altro aereo, probabilmente militare;
  • l’aereo è vecchio e ha subito un cedimento strutturale;
  • è esplosa una bomba a bordo.
Come vedremo, ancora oggi, quasi 40 dopo e nonostante i tribunali abbiano stabilito che la prima è l’ipotesi verificata, nessuno è in grado di sapere con assoluta certezza cosa è davvero accaduto quel 27 giugno.
In questo articolo faremo proprio questo. Cercheremo di analizzare le varie ipotesi, proponendo la versione che le rende possibili o probabili e la versione di chi invece sostiene che sono prive di fondamento.
L’altro aspetto di tutta la faccenda è quello che è ormai diventato un tormentone delle vicende che vi ho raccontato. Si tratta dei tentativi di depistaggio di cui parlavo all’inizio di questa puntata. 
filmLa confusione sulle varie ipotesi e i dubbi che ciascuna lascia sono dovuti a ragionamenti sensati e abbastanza logici. L’abbattimento con un missile è stata per anni messa da parte perché, per oltre un decennio, nessuna conferma veniva dagli ambienti militari e osservativi (i radar, le trascrizioni delle torri di controllo, eccetera). Un’altra osservazione è che per coprire una simile possibilità le bocche da cucire erano in numero troppo grande perché non trapelasse nulla per così tanto tempo.
Inoltre sui resti dell’aereo, di cui parleremo più avanti, non vengono trovati frammenti del missile, ma solo tracce di esplosivo.
L’ipotesi della bomba o del cedimento strutturale perdono di sostanza proprio in virtù dei molti depistaggi subiti. Perché mai, in un simile caso, ci si sarebbe dovuto dare tanta pena per nascondere un mare di prove?
C’è un bel po’ di materiale da analizzare. Per farla breve: i tribunali hanno deciso che si sia trattato di un missile sparato da un aereo, “forse” della NATO. Tra i parenti delle vittime, al contrario, c’è chi è convinto che si sia trattato di una bomba. Altri ancora propendono per un urto tra un aereo straniero, probabilmente libico, e l’ala sinistra del DC9.

Il libro di Victor Ostrovky

Un bel rebus, insomma, che analizzeremo partendo da un libro pubblicato nel 1994 da un ex-agente del Mossad, i servizi segreti israeliani. Si intitola “The other side of deception” (l’altra faccia dell’imbroglio) ed è firmato da Victor Ostrovsky.
Costui non ha una reputazione bellissima, anzi alcuni commentatori gli danno molto semplicemente del bugiardo e del millantatore. Nel libro egli descrive alcune delle azioni del Mossad ed espone le sue opinioni su un grande numero di avvenimenti e di situazioni. A pagina 248 cita una conversazione che l’autore avrebbe avuto in un albergo canadese a fine gennaio 1990. Gli viene posta questa domanda: “Credi o pensi o sai se il Mossad può essere implicato in quanto è successo al volo 103 su Lockerbie?”.
Nella cittadina scozzese di cade un boing della PanAm nel dicembre del 1988. Una bomba esplode mentre l’aereo è in volo. Muoiono tutti gli occupanti, 259 persone e 11 abitanti di Lockerbie. I responsabili sono due agenti dei servizi segreti libici. Uno di loro viene condannato all’ergastolo, ma liberato nel 2009 perché ammalato di cancro in fase terminale. Morirà solo tre anni più tardi. Anche in questo caso emergono dubbi sulle prove che incastrano i libici. Un ufficiale della polizia in pensione, nel 2005, dirà che sono false e costruite ad arte dalla CIA.
Ma torniamo a Ostrovsky. Alla richiesta su Lockerby, risponde:
“Sino ad oggi, ogni volta che Israele o il Mossad è stato responsabile dell'abbattimento di un aereo, si è trattato di un incidente, ed in diretta relazione con la cosiddetta sicurezza di Stato, come l'abbattimento dell'aereo libico sul Sinai e l'aereo italiano (che si pensava trasportasse uranio) nel 1980, nel quale furono uccise ottantuno persone. In nessun modo avrebbero fatto una cosa simile".
Può anche che sia per la pessima fama dell’autore del libro, ma è un fatto che Ostrovsky non è mai stato interrogato dai giudici italiani in relazione alla strage di Ustica.
Vorrei ribadire, di nuovo, a costo di sembrare fastidioso, un concetto importante per chi segue questa vicenda. Anche se si è arrivati a conclusioni ritenute certe, ci sono una infinità di dubbi sull’episodio. In particolare vorrei citare un libro, uscito un paio di anni fa e scritto da Eugenio Baresi e intitolato “Ustica: storia e controstoria”. Baresi è un ex parlamentare di area centrodestra: proviene dalla Democrazia Cristiana per passare poi al Centro Cristiano Democratico dei vari Casini e Mastella. In questo libro, dalla prosa piuttosto arzigogolata, si difendono le idee dei famigliari delle vittime.
Seguiremo dunque da un lato le vicende così come sono state proposte alla popolazione da inchieste, processi, tribunali e magistrati e dall’altro lato dai dubbi che le persone come Eugenio Baresi mantengono intatte ancora oggi.

Il recupero dell’aereo in due fasi, ma sono le prime?

Un altro punto oscuro riguarda il ritrovamente e il recupero dell’aereo. Come già anticipato, finisce il fondo al mare e quel “in fondo” significa proprio laggiù, tre chilometri e 700 metri sotto il pelo dell’acqua, dove non tutti sono in grado di arrivare.
Ricordiamo inoltre che siamo negli anni ’80 e la tecnologia non è sviluppata come oggi. Sono quindi pochissime le aziende specializzate per questo compito, quelle cioè con attrezzatura ed esperienza all’altezza. Alla fine viene scelto l’Istituto di ricerca francese per lo sfruttamento del mare, questo il suo nome, raccolto nell’acronimo IFREMER. Le loro operazioni non vengono commentate benissimo (è un eufemismo si intende) sia perché i filmati realizzati durante il recupero non vengono consegnati in originale ma solo in copia e poi perché nasce il dubbio che quella ispezione sia davvero stata la prima là in fondo al mare. Un giudice, Rosario Priore, di cui avremo modo di parlare in seguito, scopre infatti che quella azienda è legata ai servizi segreti francesi, che, nel corso delle indagini diventano, per un certo periodo, sospettati di esserci entrati nell’abbattimento del DC9.
Le operazioni cominciano il 10 giugno del 1987, 7 anni dopo la tragedia.
ifremerPerché così tardi?
I motivi sono molteplici e si va da quelli, diciamo così, comprensibili, come le difficoltà tecniche o problemi di finanziamento ad altri molto meno condivisibili come le forti resistenze delle parti interessate e il continuo rimandare nel tempo l’inizio delle operazioni.
La IFREMER, tra l’88 e l’89, porta in superficie solo il 5% del relitto, soprattutto le parti più voluminose e quindi più facili da trovare. Poi interrompe le operazioni sostenendo di non avere finanziamenti sufficienti.
Tocca allora alla Wimpol, società di recupero inglese, che amplia la zona di ricerca e rastrella con maggiore accuratezza quella già trattata dai francesi: è il 1991 quando parte il secondo intervento. E ci sono delle sorprese. Già … gli operatori inglesi osservano sul fondo marino delle tracce, dei solchi paralleli, come se qualche mezzo meccanico di ricerca fosse stato sul luogo. E né la Wimpol, né la IFREMER possiedono simili tecnologie. Ci sono anche delle buche profonde, come se degli oggetti pesanti fossero caduti sul fondo. Ma nessun oggetto del genere viene trovato nelle due fasi di ricerca. É tutto molto strano!  
Alla fine quasi tutto il velivolo è riportato a terra, il 96% secondo i dati ufficiali. Il materiale viene portato a Pratica di Mare, all’aeroporto militare de Bernardi, uno dei più vasti d’Europa, vicino a Roma. Qui i pezzi sono ricomposti e lasciati finalmente alle indagini e alle perizie dei tecnici. Intanto sono passati 11 anni da quel tragico 27 giugno.

Uno strano serbatoio

Di cose strane in questo periodo ne succedono parecchie. Sembra di tornare a tutte le storie che vi ho raccontato in questi mesi: dall’elicottero Volpe 132 alle navi dei veleni, alla morte di Natale De Grazia, a quella di Ilaria Alpi. Ovunque c’erano cose strane, fatti misteriosi, mai chiariti. Anche nel caso dell’aereo DC9 dell’Itavia ci sono questioni che non si capiscono, altre che si capiscono benissimo, ma che le autorità interpretano in modo quanto meno fantasioso.
Vediamone alcune.
resti aereoDurante il secondo intervento nel maggio del 1992, viene ritrovato, all’estremità della zona di ricerca, un serbatoio molto danneggiato, ma completo di tutte le sue parti, che non ha nulla a che fare con l’aereo dell’ITAVIA. Si tratta di un serbatoio esterno sganciabile di un aereo militare. Viene liberato in caso di pericolo o di necessità, ad esempio in fase di atterraggio per facilitare le manovre con l’aereo. L’oggetto viene identificato dalle scritte che ha impresse sulle sue pareti. É costruito negli Stati Uniti dalla Pastushin Aviation Company e viene di solito installato su almeno quattro tipi di aerei da combattimento, in dotazione alla Marina militare. Ciò significa che l’aereo che portava quel serbatoio deve essere decollato da una portaerei. Richiesti di chiarimenti, gli Stati Uniti rispondono che dopo così tanto tempo non sono in grado di risalire al velivolo. Già questo è strano perché si tratta di materiale molto costoso e se un aereo torna alla base senza, è molto forte il dubbio che il fatto non venga segnalato.
La magistratura non è soddisfatta ed insiste, finché nel 1998 arriva una nuova informativa della Marina americana. Il serbatoio – dicono – era di un aereo inabissatosi nel 1981 ma in una zona molto lontana da quella del ritrovamento. Curioso che abbia viaggiato così a lungo e curioso anche il fatto che di quell’incidente la magistratura italiana non trovi traccia da nessuna parte.

Emergenza!

f104Nel cielo non ci sono strade segnate sulle mappe che si comprano nelle edicole. Ci sono però delle tratte, delle “aerovie”. Quella seguita dal DC9 dell’Italia si chiama “Ambra 13”, che poi diventerà “Ambra 14” con l’avvicinarsi alla Sicilia. Da quelle parti, passano due caccia dell’aviazione italiana. Sono due F104 della Lockheed: sul primo c’è un pilota in addestramente da solo, sul secondo i comandanti, molto esperti, Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Sono loro a lanciare alle 20,24 un segnale: “codice 73”. Cosa significa? É la segnalazione che c’è un’emergenza grave, che non riguarda i due F104, ma la zona che i caccia stanno attraversando. Il segnale viene ripetuto tre volte, poi i caccia virano e atterrano a Grosseto. Ma di quel segnale non si sa niente per molti anni. Forse ai due piloti è stato comunicato che avevano preso un abbaglio o, più semplicemente, che quello che avevano vista era un segreto militare e non se ne doveva parlare.
Quando nel 1990 viene incaricato dell’istruttoria il giudice Rosario Priore, quell’allarme salta fuori. Ma le indagini sono impossibili perché i due piloti sono morti in un incdente tanto tragico quanto assurdo, a Ramstein durante una esibizione delle frecce tricolori. L’allievo, quello che era sul primo caccia, di quella sera non ricorda nulla. E non è il solo, perché di quella sera sono in molti a non ricordare nulla.

Una storia possibile

In cielo quella sera ci sono altri protagonisti. Ci sono dei cacciatori, ai quali non possiamo assegnare un nome, perché viaggiano con il trasponder spento per non farsi identificare. Quanti? Non si sa: forse tre o quattro o anche di più, non lo sappiamo.
E poi c’è un altro aereo, la preda. Si tratta di un Mig di fabbricazione sovietica. Cosa ci fa un simile aereo sulla rotta “Ambra 13”? Il capo libico Gheddafi ha una flotta di quei MIG, che però sono piuttosto delicati e hanno bisogno di manutenzione, che in Libia non sono in grado di fare, per cui viaggiano verso Est, di solito in Jugoslavia, e poi tornano attraversando il cielo italiano. Lo fanno spesso anche se non dovrebbero, perché altrimenti il carburante potrebbe finire; lo fanno di notte, lo fanno anche quella sera. L’Italia, del resto, con la Libia ha affari importanti: non solo il petrolio, anche l’industria italiana accetta la moneta sonante di quel paese. E dunque non deve meravigliare di trovare un Mig sopra il Tirreno. Ma quell’area è destinata spesso ad esercitazioni dell’aviazione americana. Ecco allora il trucco: muoversi su una rotta civile, come “Ambra 13”, magari nascondendosi sotto un aereo di linea civile.
Occorre che anche il controllo sia, come dire?, “annacquato”, con qualche occhio chiuso e orecchie sorde. É quello che accade quella sera.
Il comandante del DC9, parla con il controllo di Ciampino alle 20,26 e dice:
Sì, senta: neanche Ponza funziona?”
Roma Ciampino: “Prego?”
DC-9: “Abbiamo trovato un cimitero stasera venendo... da Firenze in poi praticamente non ne abbiamo trovata una funzionante”.
Roma Ciampino: “Eh sì, in effetti è un po’ tutto fuori, compreso Ponza”.
Il Mig è guidato dal capitano Ezzedin Fadhel Khalil: della preda sappiamo il nome, ma non il carico. I cacciatori infatti sospettano che su quel Mig ci sia un passeggero importante, nientemeno che il capo libico Muhammar Gheddafi. É un buon motivo per tentare di abbatterlo.
Questa è una storia possibile, una delle tante, ma se sia quella vera non lo sappiamo.

Tracciati radar

radarIl traffico aereo viene monitorato di continuo da stazioni incaricate. Le rotte seguite vengono registrate grazie ai radar e le mappe sono custodite per essere eventualmente controllate in caso di incidenti o di casi strani, com’è appunto quello di cui stiamo parlando.
Cosa succede dunque ai tracciati radar di quella notte? Andiamo con ordine.
Dai tracciati risulta che quella sera c’è traffico sui cieli del Tirreno e non si tratta solo di aerei civili. Molti radar registrano il volo Itavia, tra questi quello di una portaerei americana e, così almeno sembra, di una portaerei francese. Ci sono poi i tracciati civili, quelli dell’aeronautica militare e, per finire, abbiamo la scatola nera del DC9. Una pacchia per gli inquirenti che possono tranquillamente controllare tutto ciò che vogliono. Ma … c’è un “ma”, perché i tracciati spariscono uno dopo l’altro.
Nastri cancellati o semplicemente “non disponibili” e nessun aiuto da parte degli enti coinvolti. Il giudice Priore parla di occultamento di prove da parte di figure politiche e militari della NATO, che ostacolano le indagini. In seguito a questo rapporto quattro generali italiani sono accusati di alto tradimento, poi prosciolti per sopraggiunta prescrizione, quindi non dichiarati innocenti, semplicemente prescritti.
A Marsala c’è il 35° Gruppo Radar dell’Aeronautica Militare. Il tracciato segnala altri due velivoli oltre al DC9. Un errore del radar per alcuni periti, la presenza di altri velivoli per altri. In ogni caso, dai registri vengono strappate le pagine del giorno dell’incidente. Il sottufficiale in servizio non sa cosa dire.
A Licola (NA), altro centro dell’Aeronautica, i tracciati non vengono registrati, finiscono solo sul registro, unica prova a disposizione. Quel registro sparisce misteriosamente.
Il registro di Grosseto riporta una piccola descrizione delle tracce, ma i tracciati sono spariti. Quanto trascritto fa riferimento a due aerei supersonici sulla rotta dell’Itavia e a due caccia in volo di intercettazione dalla Corsica.
Le tracce di Ciampino segnalano manovre di avvicinamento da arte di alcuni velivoli al DC9.
I registri e i tracciati della portaerei Saratoga, della Marina Statunitense, in rada a Napoli, sono spariti.
Viste le illazioni della stampa, l’aeronautica italiana si premura di emettere un comunicato in cui “non conferma” che dalle tracce dei centri radar si possa dedurre che ci fossero aerei militari in volo quella notte. “Non conferma” è un termine debole, rispetto, ad esempio ad “esclude”. Se davvero non c’era nulla sulle tracce, perché non mostrarle e farla finita?
C’è un velo di omertà tra i miltari presenti quella sera e rintracciati dopo anni di ricerche. Un fatto curioso si verifica nel maggio 1988, durante una trasmissione di Corrado Augias. Arriva una telefonata che dice:
“...io ero un aviere in servizio a Marsala la sera dell’evento della sciagura del DC-9. (...) gli elementi che comunico sono molto pesanti. Ad ogni modo, noi abbiamo esaminato le tracce – i dieci minuti di trasmissione di cui parlate, di registrazione che non sono stati visti nell’intero perché noi li abbiamo visti perfettamente. Soltanto che il giorno dopo, il maresciallo responsabile del servizio ci disse praticamente di farci gli affari nostri e di non avere più seguito in quella questione. Dopo dieci anni rivedendo la trasmissione, ho avuto questo fatto emotivo interiore di dover dire la verità! Anonimamente, perché cado nel nulla, la verità è questa: ci fu ordinato di starci zitti! La saluto, saluto anche l’on. Rodotà e tutti quelli che hanno cercato di dire la verità, perché non voglio rogne e non voglio fare...”.
Chissà cosa voleva dire con quella frase chiusa a metà, forse “Non voglio fare la fine di …”? Perché anche in questo campo ci sono delle belle storie misteriose, ma ne parleremo più avanti.

Le inchieste

giornaleLe inchieste sulla strage di Ustica costituiscono una lunga e interminabile storia. Si comincia il 3 luglio del 1980, quando la Procura di Roma affida l’inchiesta a Giorgio Santacroce. Questi ordina immediatamente il sequestro di tutti i tracciati radar dei CRAM (i cetri radar dell’aeronautica militare).
Come visto le resistenze sono formidabili: le risposte arrivano con molto ritardo e con il contagocce e molti dati sono semplicemente scomparsi. Così Santacroce chiede aiuto ad un collega americano, John MacIdull. Utilizzando il poco materiale disponibile si arriva alla conclusione che il DC9 è stato attaccato, forse abbattuto con un missile.
Siccome la politica si deve sempre intromettere, il ministro ai trasporti, il socialista Rino Formica, nomina una commissione di esperti che conclude i suoi lavori nel 1982, dicendo: “Causa dell’incidente è stata la deflagrazione di un ordigno esplosivo. Al momento non si è in grado di affermare se l’ordigno fosse stato collocato a bordo prima della partenza ovvero provenisse dall’esterno dell’aeromobile”.
Nel 1984 viene fatta anche una simulazione: un DC-9, identico a quello caduto segue la stessa rotta ed è intercettato da un caccia. A bordo e a terra gli esperti seguono l’esperimento. Le tracce radar, confrontate con quelle di Ciampino, le sole disponibili, confermano la possibilità che l’aereo civile sia stato colpito da un missile. Siamo nel 1985 e l’aereo giace ancora in fondo al Tirreno. Cosa si aspetta a tirarlo su?
Mentre le aziende incaricate cominciano i lavori, Giuliano Amato, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dice di aver saputo che esistono foto americane del relitto. Di queste foto non se ne è mai saputo nulla, ma magari hanno a che fare con quelle famose tracce in fondo al mare e vicino al relitto di cui ho parlato prima.
Si forma anche una Commissione stragi e poi numerose commissioni di esperti.
I risultati sono sempre cotraddittori: non c’è mai unanimità di giudizio.
Il responsabile dell’inchiesta cambia, fino ad arrivare ad assegnarla al giudice Rosario Priore, un vero mastino. Che cambi qualcosa?

Il giudice Rosario Priore

Rosario Priore si mette all’opera, lavora 10 anni e nel 1999 presenta le sue conclusioni. Sono raccolte in cinquemila pagine, con centinaia di migliaia di documenti di perizie di ogni genere.
Le analisi delle varie possibilità possono essere riassunte come segue.
Che ci sia stato un cedimento strutturale viene escluso. Non è mai successo che in un simile frangente non ci fosse il tempo per un comunicato radio o per tentare un ammaraggio. La registrazione dell’ultima chiacchierata tra i piloti, interrotta così bruscamente su quel “Gua…” indica una interruzione di corrente istantanea. Nessun cedimento strutturale potrebbe essere così immediato e letale. Resta dunque una sola ipotesi: una esplosione. Si tratta ora di stabilire se questa sia stata causata da un ordigno che si trovava all’interno dell’aereo o se è arrivato dall’esterno.
prioreCominciamo con l’ipotesi della bomba a bordo.
Le commissioni che si sono susseguite hanno avuto opinioni diverse e spesso nessuna opinione al riguardo. Tuttavia alcune osservazioni possono essere fatte.
Dalle autopsie sulle vittime non emergono dati che facciano credere alla bomba.
Non si trovano tracce delle famose “fiammate” che lascia un’esplosione diretta. Sulle pareti dell’aereo non ci sono fori dall’interno verso l’esterno. Certo ci sono piccole tracce di esplosivo T4 e TNT, ma entrambi questi esplosivi sono compatibili sia con una bomba che con un missile. Inoltre non va dimenticato che l’aereo rimane anni sui fondali e altri in una base militare e non si può escludere una contaminazione di altra natura con queste sostanze.
Sui cadaveri si trovano numerosi frammenti dei vetri degli oblò. Molti di questi sono intatti. Ma un’esplosione dall’interno così violenta da provocare un simile disastro avrebbe dovuto ditruggerli e scagliarli verso l’esterno.
Dunque si è trattato di un missile?
A dire il vero ci sono anche elementi a favore dell’ipotesi della bomba: il notevole numero di schegge conficcate in profondità sui sedili e sui cuscini; e poi molti altri dettagli minimi, ricercati ed esaminati puntigliosamente tra i frammenti.
Alla fine non c’è una risposta certa e le due ipotesi restano entrambe possibili. Per dirimere la questione ci vorrebbero i tracciati radar, ma di quelli abbiamo già parlato e visto che fine hanno fatto.

Altre stranezze

Tra le cose strane di questa storia ce ne sono alcune che meritano una citazione, anche se breve.
Guglielmo Lippolis è un colonnello italiano di stanza al centro di coordinamento di Martina Franca nel 1980. Nel 1989 (chissà perché così tardi) dichiara di aver trovato tra i rottami del relitto, prima che venissero spostati a Praia a Mare, un casco americano con un nome: John Drake e di aver chiesto (non si sa a che titolo) spiegazioni al comando NATO di Bagnoli. La risposta è che effettivamente c’era un pilota con quel nome, che a seguito di una avaria, si era buttato col paracadute, ma questo avveniva prima del 27 giugno, anche se non si sapeva fornire una data precisa. Di questo incidente non si era saputo niente e poi che il comando non sappia quando un suo aereo cade in mare è davvero grossa.
Le rogatorie successive non sono servite a nulla, ma qualcosa è cambiato nelle dichiarazioni dei vertici USA: quell’incidente non c’è mai stato … e il casco è scomparso: è l’unico reperto trovato che ha fatto perdere le sue tracce.
C’è anche un’altra storia che riguarda un casco. Questa volta è verde e viene trovato sulla spiaggia di Capaci, vicino a Palermo. É il casco di un operatore di ponte di una portaerei. Tra i rottami del DC9 si recuperano due giubbotti di salvataggio di una portaerei. Dalla Sicilia viene trasferito allo Stato Maggiore dell’Aeronautica. Poi non si trova più, ma alla fine riappare in una delle casse di legno in cui sono conservati alcuni rottami di un aereo libico, un Mig, precipitato ufficialmente il 18 luglio sulla Sila, in Calabria. Perché “ufficialmente”? Cosa c’è sotto? Ecco questa è un’altra delle storie curiose legate alla vicenda di Ustica.

Il MIG libico sulla Sila

mig18 luglio 1980, Castelsilano sulla Sila calabrese. Una donna vede un aereo volare basso, superare una collina e poi sente un botto. Arrivano tutti: carabinieri, vicepretore, ufficiale sanitario. L’aereo ha un modesto principio di incendio. Là vicino il corpo di un pilota, morto. Si fanno fotografie e si redige un verbale. Il cadavere è abbastanza evidentemente di un nordafricano, ridotto malissimo. Secondo il verbale dell’ufficiale sanitario in evidente stato di decomposizione, tanto da consigliarne l’immediata sepoltura.
Ma come in decomposizione, se l’indicente è avvenuto da poche ore? E come si concilia questa affermazione con l’altra che, nello stesso verbale, recita: “La morte è avvenuta presumibilmente verso le ore 11,30 di oggi 18 luglio 1980.” E inoltre che il corpo, in stato di decomposizione, viene descritto come “fresco”.
Scherziamo vero?
Non serve essere dei geni per capire che qualcosa non va e così il Ministero della Difesa ordina l’autopsia, che viene eseguita da due illustri professionisti dell’ospedale di Crotone, i professori Rondinelli e Zurlo. La scena si ripete esattamente come giorni prima. Si parla di stato avanzatissimo di decomposizione, di larve nei tessuti, di necrosi gassosa, insomma di situazioni che lasciano pensare ad una morte avvenuta parecchi giorni prima dello schianto. Ma la conclusione è incredibile: la morte può essere fatta risalire a cinque giorni prima: il 18 luglio 1980.
I due professori sono professionisti seri e la sera ci ripensano. Il prof. Rondinelli scrive un supplemento di perizia, con le opportune modifiche, che fanno sì che la morte debba essere retrodatata di molti giorni. Il suo collega Zurlo legge e controfirma. Questo supplemento di perizia viene consegnata alla procura di Crotone. É il 24 luglio 1980.
24 ore dopo arriva un alto ufficiale dell’aeronautica che convoca i due professori, mostra loro una foto del pilota a terra morto ma che perde sangue. L’obiezione che quelle foto non hanno data resta inevasa. Di quel supplemento di perizia si perde ogni traccia.
Una commissione mista italo-libica, ma fatta tutta da militari chiude l’indagine dichiarando che il povero pilota aveva avuto un’avaria e si era diretta verso le coste italiane, dove era precipitato e morto. I suoi resti vengono portati in Libia, i rottami dell’aereo tornano in patria, meno alcune parti che finiscono in alcune casse a Pratica di Mare. Le casse dove rispunta il famoso casco verde.
Cosa c’entra questa vicenda con quella dell’aereo Itavia e degli 81 morti?
Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Credo sia chiaro che nessuno sano di mente si può bere una storiella come quella raccontata sul MIG libico, per cui le indagini, gli interrogatori, gli accertamenti minuziosi continuano, fino ad arrivare a conoscere una realtà assai diversa e sconvolgente.
Nel 1990, su Repubblica appare un articolo in cui si intervista un ex militare che aveva fatto la guardia a quel MIG sulla Sila. Il giudice Priore lo convoca per interrogarlo. Era di guardia, assieme ad altri commilitoni, a quel caccia caduto e al cadavere del pilota. Erano gli ultimi giorni di giugno. Poi il cadavere scompare. Un ufficiale lo tranquillizza dicendo che è tutto a posto. E aggiunge che su quel servizio è loro imposto il segreto massimo. Priore coinvolge altri reparti comandati allo stesso incarico. E ha numerose conferme. Qualcuno ricorda che sul luogo era arrivato anche un ufficiale della NATO e altri che parlavano inglese.
Le testimonianze crescono. Molti civili, abitanti nella zona, ricordano quell’episodio. Del resto non è che nella vita ti capiti spesso di veder cadere un aereo. C’è, in particolare, il racconto di un avvocato di Catanzaro, che ricorda perfettamente anche la data, perché – dice – il giorno dopo aveva aperto il giornale per vedere cos’era successo al MIG ed invece legge di un altro aereo precipiato in mare, un aereo civile, quello dell’Itavia. Del MIG, invece, nessuna notizia.
Un funzionario del Ministero delle Finanze, in vacanza sulla costa tirrenica ricorda che dietro quel caccia ce n’erano altri due che l’inseguivano e lanciavano “palle di fuoco” volando così bassi da fargli temere di esserne travolti. Il giorno non lo ricorda, ma è sicuramente vicino a quello della strage di Ustica, perché ricorda di aver associato, allora, i due episodi.

La storia “immaginata” dal giudice Priore

Questi sono solo alcune delle stranezze relative al MIG. Ce ne sono tante altre che vi risparmio. Messe tutte assieme portano il giudice Priore ad una conclusione ben diversa da quella che si vuol far credere. Ecco le sue parole:
disegno
Di fronte a una tale massa di prove, molte delle quali oggettive, si supera ogni ragionevole dubbio e si giunge alla certezza che l’incidente della caduta del Mig non si è verificato il giorno che s’è voluto accreditare – con una messinscena quasi perfetta – è accaduto molto tempo prima, e per più versi si può anche presumere che sia capitato in quelle medesime circostanze in cui precipitò il DC-9 Itavia. Non solo: è caduto in conseguenza di abbattimento e probabilmente anche per mancanza di carburante, perché inseguito da altri velivoli da caccia, e quindi per effetto di un vero e proprio duello aereo, un episodio di natura bellica, avvenuto sul nostro territorio, ad opera di velivoli stranieri (...) e quindi senza, o almeno così appare, che la nostra Difesa s’avvedesse di alcunché”.
Una messinscena, dice Priore. Una storia di inseguimento ad un aereo probabilmente già colpito che, finito il carburante, si schianta sui monti della Sila. Nessun testimone? Le cose non stanno proprio così. Di sicuro il pilota libico avrà comunicato alla radio quello che stava accadendo. Di sicuro i tracciati radar hanno seguito quel duello. Ma nessuno ne parla e poi c’è un fatto più grave su cui concentrarci: il DC9 dell’Itavia caduto in mare.
Passati i giorni roventi il cadavere, manenuto in qualche frigorifero, è stato riportato là, un altro aereo è stato fatto cadere sul luogo e il gioco è fatto.
Questo è quello che immagina il giudice e così va a caccia di un frigo negli aeroporti meridionali. A Gioia del Colle un banco bar dell’aeroporto è stato dismesso il 31 dicembre. É stato dichiarato fuori uso il 17 luglio 1980, il giorno prima del ritrovamento ufficiale del MIG libico. Strano, no?
Ma sono solo illazioni, per portare in tribunale una simile storia occorrono prove certe anzi più che certe.
E le prove non ci sono. Ma il nostro giudice va avanti lo stesso e si forma una sua idea su quello che è successo.
Dunque il MIG libico segue il DC9 sulla rotta “Ambra13”. Due caccia non identificabili lo scoprono e lo attaccano. É questa scena che osservano i due F104 italiani, lanciando il segnale dall’allarme. Il MIG allora si avvicina al DC9, gli va sotto la pancia, ma i due caccia non demordono e si preparano ad un attacco. É questo che devono aver visto i piloti dell’Itavia, senza però avere il tempo per una qualsiasi reazione.
A questo punto le ipotesi sono due. La prima, quella che per Priore è la più probabile, è che il MIG scatti in avanti superando il DC9 passandogli così vicino da provocare una near collision, un sovraccarico aerodinamico e molto probabilmente la rottura dell’ala sinistra, innescando così un effetto devastante. Il crollo del motore di sinistra interrompe la fornitura di energia elettrica. Così si spiega quella frase lasciata a metà; “Gua…”.
L’altra ipotesi è che uno dei caccia lanci un missile ad effetto blast, vale a dire con una esplosione vicina all’obiettivo, senza colpirlo direttamente. Il MIG riesce a sfuggire e l’effetto devastante del missile si rivolge sull’aereo civile.
veritaMentre il DC9 precipita, i tre aerei continuano la loro lotta verso le coste calabresi, volando a pelo d’acqua e sfuggendo così ai tracciati dei radar.
Certo questa storia non spiega tutti i dettagli che sono poi emersi. Manca, nel racconto il serbatoio trovato in mare, il casco di John Drake. Forse nel duello è caduto anche un aereo dei cacciatori, pilotato proprio da John Drake; forse è finito in mare assieme all’aereo civile. Forse quel caccia è stato portato via nei mesi seguenti la tragedia di Ustica e le macchine che hanno eseguito l’operazione hanno lasciato le loro tracce nella sabbia in fondo al mare.
Alla fine il giudice Priore non ha molti dubbi e nella sua conclusione scrive:
L’incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”.
Ma chi siano i cacciatori non si riesce a provarlo e il giudice deve decretare il non luogo a procedere perché gli autori dei fatti rimangono ignoti. Ma qualcuno deve pur pagare. Priore si rivolge contro i militari dell’aeronautica e contro i politici che governano in quel momento il paese.
La messa sotto accusa di un numero impressionante di militari di ogni grado e livello contiene parole durissime. Come già anticipato, quattro generali (Bartolucci, Ferri, Melillo e Tascio) vengono accusati di altro tradimento. Le accuse riguardano l’occultamento di documenti, l’omertà nelle dichiarazioni. Per capire il tono delle conclusioni dell’istruttoria, basta leggere poche righe.
“Quasi tutti gli operatori, ad ogni livello, hanno preferito risposte indecorose mostrando totale ignoranza del proprio mestiere, pur di ostacolare l’inchiesta. Che non hanno ammesso l’evidenza delle loro azioni a consolle, asserendo di non capire le minime nozioni di radaristica, azioni le cui registrazioni venivano loro mostrate e contestate. O che hanno dato spiegazioni assurde, oltre il limite del lecito e del ridicolo”.  

E i politici?

Qui le cose diventano ancora più complicate. Cossiga, presidente del consiglio, Amato, suo sottosegretario e Lello Lagorio, ministro della Difesa, all’epoca dei fatti non muovono neanche una paglia. Tutto è in mano alle commissioni, formate da elementi appartenenti all’Aeronautica militare. Questa scelta non deve scandalizzare. É logico assegnare l’incarico all’organizzazione che può farlo, avendo i mezzi e le competenze opportune. Purtroppo gli ambienti militari hanno sempre riferito ai politici che non c’era niente di strano quella sera sui cieli sopra il Tirreno. Con ogni probabilità indagatori ed indagati facevano parte della stessa famiglia e, sapete come si dice: “cane non mangia cane”.
Certo in quel periodo di cose nascoste o da nascondere ce ne sono davvero tante e quindi non sappiamo in realtà quale ruolo abbiano giocato i vertici del nostro governo. Nel 2007, Cossiga in una intervista a SkyTg24, quindi pubblica, sostiene che i Servizi segreti lo avevano informato, quando era presidente della repubblica che erano stati i francesi ad abbattere il DC9, nel tentativo di colpire un aereo libico che avrbbe trasportato Gheddafi. Lo stesso Gheddafi, al contrario, ribadirà di non essere mai stato su quell’aereo, ma che il caccia che stava andando in Yugoslavia per riparazioni era stato abbattuto da aerei della marina militare statunitense.
Insomma, come vedete, una sagra di dichiarazioni che si contraddicono l’un l’altra. Quello che è certo è che la Libia e il suo capo non stavano molto simpatici agli USA, tanto da bombardare Tripoli nel 1986 nel tentativo di eliminare Gheddafi. Si trattava, all’epoca, di una rappresaglia per l’attentato di Berlino alla discoteca “La Belle” in cui erano morti tre militari statunitensi e moltissimi altri erano rimasti feriti.

I processi

Nonostante non si possa agire contro qualcuno per il reato di strage, alcuni processi si fanno.
Quello contro i militari è una delle tante barzellette della giustizia italiana. Si apre il 28 settembre 2000 e termina nel 2004. Nessuno viene condannato o perché il fatto non sussiste o, nella maggior parte delle situazioni, per l’intervento della prescrizione dei reati. La cosa è talmente disgustosa che evito di entrare nei dettagli. Inoltre si dichiara che la caduta del DC9 e quella del MIG libico non sono da considerare in relazione. Nessuna traccia del supplemento di perizia dei professori calabresi compare in tribunale, mentre viene acquisita agli atti quella famosa foto con il sangue fresco del cadavere del pilota libico.
Cinque anni più tardi parte un nuovo processo nel quale i generali Bartolucci e Ferri vengono dichiarai innocenti (il fatto non sussiste). Nella stessa occasione la Corte nega il risarcimento all’Itavia ed esclude responsabilità a carico dei ministeri cionvolti, quello dei Trasporti e della Difesa.
La procura ricorre in appello. Nel 2007 la sentenza è la stessa: “non è possibile ricavare elementi di prova a conforto della tesi di accusa”.
Sembra finita qui, ma non è così. Questo caso così ricco di sorprese e colpi di scena ha un ultimo sussulto.
La Cassazione nel 2009 accoglie il ricorso dell’Itavia in riferimento alla responsabilità dei due ministeri. Tuttavia la Corte d’Appello di Roma rigetta la domanda di risarcimento, sostenendo che “vero è che vi è stato depistaggio, ma non vi è prova che questa attività sia stata la causa del fallimento della Compagnia Itavia.”
Una sconfitta per l’Itavia, ma questa volta c’è un elemento nuovo: per la prima volta, nella sentenza di un tribunale, si riconosce che “vi è stato depistaggio”.
E allora ecco il processo di Palermo, che si apre nel 2011 e che pone in discussione il diritto al risarcimento da parte delle vittime. Il 10 settembre 2011 la sentenza è chiarissima. Si riconosce tutto quello che abbiamo raccontato fin qui: il depistaggio e le teorie relative all’abbattimento del DC9. I ministeri dei Trasporti e della Difesa sono ritenuti responsabili della mancata sicurezza del volo, di non aver saputo controllare la rotta dell’aereo attraverso i radar e di aver ostacolato la ricerca della verità. Si decreta un risarcimento di oltre 100 milioni di euro per gli eredi delle 81 vittime.
Ricorsi e conferme si susseguono fino alla conclusione dei dibattimenti. Accade a Palermo, il 7 aprile 2015. Le motivazioni delle sentenze vengono ribadite tutte. Va risarcita l’Itavia, gli eredi delle vittime e a pagare devono essere i due ministeri sotto accusa. Il tribunale mette anche la parola fine alla querelle infinita: il DC9 – sostiene la Corte – è stato abbattuto da un missile non identificato in uno scenario di guerra”.
Mi sembra più che evidente che tutto questo abbia un sapore amaro, perché nessuno sa, almeno non ufficialmente, dall’aereo di quale nazione quel missile è partito. Ma c’è anche dell’altro che dà da pensare.
I processi civili sono proseguiti ancora. Così, ad esempio, pochi mesi fa, il 10 luglio 2017 la prima sezione civile della Corte di Appello di Palermo ha condannato il ministero della Difesa e il ministero dei Trasporti a risarcire 45 famigliari di alcune delle 81 vittime della strage di Ustica per complessivi 55 milioni di euro. 

I dubbi rimangono

Ho accennato ad un libro, “Ustica storia e controstoria” scritto da Eugenio Baresi. L’ho letto e devo dire che non mi è piaciuto l’approccio come di uno che sa tutto lui mentre gli altri sono sono degli imbecilli, quando va bene. Tuttavia, per completezza di informazione voglio citarlo ancora, perché pone una serie di dubbi sull’esito dei processi, specialmente di quelli civili. Non ho il tempo di entrare nei particolari, ma chi volesse può leggerlo: è edito da Koinè e costa 15 euro in libreria. On line potete averlo anche per meno.
C’è tuttavia una osservazione, una delle tente che Baldini fa, che mi sembra interessante e condivisibile. Il succo è questo.
Lo Stato è stato chiamato a risarcire, con varie successive sentenze l’Itavia e gli eredi del suo proprietario Davanzali, nel drattempo deceduto. C’è anche da dire che la compagnia aerea, prima del disastro di Ustica, navigava in acque molto cattive e l’episodio del DC9 è stata solo una goccia che ha fatto traboccare un vaso pieno di inadempienze, che hanno portato al fallimento.
Lo Stato è stato chiamato a risarcire i parenti delle vittime. Mettere in primo piano le vittime e i loro eredi è doveroso e giusto. Nessuno, nemmeno la verità e la giustizia, hanno sofferto quanto loro.
Lo Stato insomma, alla fine, deve tirar fuori circa mezzo miliardo di euro di sanzioni, stabilite dagli stessi tribunali che concludono essere un missile straniero la causa della strage. L’osservazione di Baldini è semplice: chi deve pagare quella cifra? Nominalmente sono i ministeri dei Trasporti e della Difesa, i quali vivono grazie alle tasse degli italiani. Ecco quindi l’assurdo: a pagare sono i cittadini itaiani che, ovviamente, non sono responsabili di nulla. Del resto i tribunali penali hanno dichiarato che le alte cariche dell’aviazione, quelli che hanno palesemente manovrato perché non si arrivasse alla verità, sono innocenti o comunque non sono punibili e quindi non possono essere loro a pagare. Allo stesso tempo non c’è un paese straniero o una organizzazione, come potrebbe essere la NATO, a cui chiedere di rendere conto non solo dell’assassinio di 81 persone, ma anche dei risarcimenti dovuti.
Come si capisce, un intreccio diabolico dal quale non si esce in nessuna maniera.
Questa è un’altra delle infinite incongruenze di questa vicenda, che, pur essendo passata al vaglio di numerose indagini, di commissioni parlamentari e di vari tribunali, alla fine resta senza colpevole. Si è cercato il come, ma manca una parola decisiva sul perché e, soprattutto sul chi. Come quasi sempre accaduto per le stragi e le morti misteriose di quegli anni. Alla faccia di 81 cittadini, tra cui 13 bambini, morti, ancora una volta senza nessun motivo.

Tutto qui?

No, non è tutto qui, ci sono alcuni sviluppi successivi ed altri recenti che meritano di essere raccontati.
Cominceremo da una serie di morti, perdonate se abbiamo da riferire di così tanti cadaveri, ma la storia è la storia e chi vi parla non può inventarne una migliore, meno cruda per farvi passare una serata migliore.
Cominciamo con la storia di Mario Alberto Dettori.  Il 27 giugno il maresciallo di seconda classe Dettori si trova nella sala di controllo del centro radar di Poggio Ballone in provincia di Grosseto. L’attività è frenetica si cerca una qualsiasi traccia per capire che fine ha fatto quel DC9 dell’Itavia che non risponde più dalle 21.00 a nessuna richiesta via radio. Il compito del maresciallo è assistente controllore di difesa aerea.
La storia che sto per raccontare è raccolta da un giornalista, Fabrizio Colarieti, che si è occupato con tre pubblicazioni della faccenda Ustica, guardandola da tre punti di vista differenti. A lui va il merito di quanto riporto.
La mattina dopo Alberto è di pessimo umore. A detta della moglie Carla, si aggira in cucina borbottando “É successo un casino, qui vanno tutti in galera”.
Passano sette anni, è il 31 marzo 1987. Dettori esce di casa, accompagna la figlia a scuola, poi deve andare a prendere l’acqua, come al solito, come sempre. Non c’è motivo di dubitare che sia una giornata diversa dalle altre. Ma nel pomeriggio Alberto non torna e la moglie si preoccupa sempre più. Chiama un collega e assieme cominciano la ricerca, che si conclude in riva al fiume Ombrone, in un luogo isolato. C’è il furgone di Alberto e un corpo che pende dall’albero là vicino. Sono le 17. Arrivano i carabinieri e il medico legale, poi il corpo viene portato dall’ambulanza all’obitorio. Qui il comandante del centro di Poggio Ballone, tenente colonnello Carlo Arrivas, e il maggiore Giuseppe Foschi riconoscono nel cadavere il maresciallo Alberto Dettori.
Alle 18,15, il caso è chiuso: il fonogramma spedito dai carabinieri infatti è chiaro: non ci sono responsabilità di terzi. In termini più accessibili significa che Alberto si è suicidato. Nessun esame viene disposto, né un’autopsia, né un esame tossicologico, niente di niente.
Non solo. Il funerale è gestito dall’Aeronautica militare, fiori e tumulazione compresi. Il riconoscimento è fatto dai suoi superiori. Perché la famiglia non viene coinvolta? Eppure Alberto alla famiglia, moglie e tre figli dai 7 ai 16 anni, ci teneva parecchio. Questo lo sapevano proprio tutti.
Il caso viene ufficialmente chiuso il 13 aprile, nemmano due settimane dopo la morte, quando il procuratore della repubblica decreta di non doversi promuovere l’azione penale, poiché non ricorrono gli estremi di reato, trattandosi di suicidio alla cui produzione non ha concorso la responsabilità di terzi. Il caso Dettori, per la giustizia, è archiviato. Perché tutta questa fretta?
Quando il giudice Priore presenta la conclusione della sua istruttoria, trova tempo anche per Dettori e scrive:
Sulla sua morte restano indizi che egli fosse in servizio la sera del disastro in sala operativa, che sia stato teste di quanto avvenuto e “visto” da quel radar, che si sia o sia stata determinata in lui una mania di persecuzione per i fatti in questione, specie nel periodo di missione in Francia. Se ha visto quello che mostravano gli schermi di quel centro radar, che aveva visione privilegiata su tanta parte della rotta del DC9 e di quanto intorno ad esso s’è consumato, se ne ha compreso la portata, al punto tale da confessare a chi gli era più vicino che quella sera s’era sfiorata la guerra, ben si può comprendere quanto grave fosse il peso che su di lui incombeva. E quindi che, in uno stato di depressione, si sia impiccato. O anche, dal momento che egli stava diffondendo le sue cognizioni, reali o immaginarie, e non fosse più possibile frenarlo, che sia stato impiccato. Sui singoli fatti come sulla loro concatenazione non si raggiunge però il grado della prova.
Certo, non ci sono prove, come nella maggior parte degli eventi legati alla strage di Ustica. Tutto inutile allora? Non proprio.
Lo strano suicidio del maresciallo Dettori, entra nuovamente nella storia nel 1990. La moglie Carla, infatti, si presenta al giudice e racconta la sua versione dei fatti, riportando quello che Alberto aveva detto, come era tornato frastornato e un uomo diverso dalla missione in Francia. Priore la ascolta e ascolta tutti gli altri che raccontano fatti curiosi della vita di Alberto. I cognati, gli amici, i colleghi in Italia e in Francia. Viene alla luce una preoccupazione enorme del maresciallo per i fatti di Ustica, mezze frasi, accenni. L’atteggiamento di alcuni colleghi ai funerali sono sospetti. Si muove alla fine anche il governo italiano chiedendo alla Francia chiarimenti sulla vicenda, senza ottenere risposte adeguate.
Recentemente la procura di Grosseto, dopo l'esposto presentato dalla famiglia e l'associazione Rita Atria, ha fatto riesumare i resti e disposto accertamenti presso l'istituto di medicina legale di Siena.
"Finalmente qualcosa si muove" dice Barbara Dettori; lei ha 16 anni quando suo padre viene trovato impiccato. "Hanno scritto che fu scoperto da colleghi dell'aeronautica, ma non è vero: fu trovato da amici di famiglia che non vennero mai sentiti da nessun investigatore... ". Dopo la notte di Ustica, Dettori si era confidato con il capitano Mario Ciancarella e con Sandro Marcucci, ufficiale che aveva aderito al movimento costituito all'interno delle forze armate per "democratizzare" l'universo delle stellette.
Ciancarella e Marcucci indagano: "Mio padre disse a Ciancarella, ti do tre elementi, uno di questi era di andare a vedere a che ora quella notte fossero decollati e atterrati i due caccia dalla base di Grosseto - riprende Barbara - I piloti dei due aerei erano Nutarelli e Naldini, morti a Remstein il 28 agosto 1988, durante una esibizione delle Frecce Tricolori". Anche Marcucci muore in un incidente aereo con il suo piper il 2 febbraio del 1992 e un anno fa la procura di Massa ha disposto la riesumazione dei resti. Ciancarella viene espulso dall'aeronautica con un provvedimento firmato dall'allora presidente Sandro Pertini, ma il tribunale di Firenze lo scorso settembre dichiara falso sia il documento che la firma.
Quante stranezze, quante storie che, forse, sono legate alla vicenda di Ustica. E le morti improvvise non finiscono certo qui.
C’è una serie di morti sospette e di testimoni scomparsi che lo stesso giudice Rosario Priore definisce: «Una casistica inquietante. Troppe morti improvvise».
Vediamola questa lista che, secondo il magistrato, è di una decina di morti strane, ma forse sono di più.
3 agosto 1980 - In un incidente stradale perde la vita il colonnello Pierangelo Tedoldi che doveva assumere il comando dell’aeroporto di Grosseto.
9 maggio 1981 - Stroncato da un infarto muore il giovane capitano Maurizio Gari, capocontrollore della sala operativa della Difesa aerea a Poggio Ballone. Era di servizio la sera del disastro.
23 gennaio 1983 - In un incidente stradale perde la vita Giovanni Battista Finetti, sindaco di Grosseto. Aveva ripetutamente chiesto informazioni ai militari del centro radar di Poggio Ballone.
12 agosto 1988 - Muore in un incidente stradale il maresciallo Ugo Zammarelli. Era in servizio presso il SIOS (Servizio segreto dell’aeronautica) di Cagliari.
28 agosto 1988 - Durante una esibizione delle Frecce Tricolori a Ramstein (Germania) entrano in collisione e precipitano sulla folla i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Quest’ultimo due giorni dopo doveva essere interrogato da Priore. La sera del 27 giugno 1980 si erano alzati in volo da Grosseto e avevano lanciato l’allarme di emergenza generale. Perché? Cosa avevano visto? I comandi dell’aeronautica militare e la Nato non lo hanno mai rivelato. Questa storia l’ho raccontata nella scorsa puntata di Noncicredo.
1° febbraio 1991 - Viene assassinato il maresciallo Antonio Muzio. Era in servizio alla torre di controllo di Lamezia Terme quando sulla Sila precipitò il misterioso Mig libico.
13 novembre 1992 - In un incidente stradale muore il maresciallo Antonio Pagliara, in servizio alla base radar di Otranto.
12 gennaio 1993 - A Bruxelles viene assassinato il generale Roberto Boemio. La sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità per la sciagura del DC 9 e per la caduta del Mig libico sulla Sila. La magistratura belga non ha mai fatto luce sull’omicidio.
21 dicembre 1995 - È trovato impiccato il maresciallo Franco Parisi. Era di turno la mattina del 18 luglio 1980 (data ufficiale della caduta del Mig libico sulla Sila) al centro radar di Otranto.  Doveva essere ascoltato come testimone da Priore. Anche questo un suicidio del tutto inspiegabile.
Certo si può dire che possono essere tutte coincidenze: le morti, il ruolo dei deceduti, i racconti di parenti e amixi. Quelle mezze frasi riportate che, soprattutto Dettori, avrebbe rilasciato del tipo “Abbiamo rischiato la terza guerra mondiale”.
Prendete dunque questo racconto per quello che è, una testimonianza ulteriore, forse legata alla caduta del DC9 dell’Itavia.

E adesso?

Vediamo adesso le novità degli ultimi anni, gli sviluppi più recenti di questa incredibile vicenda.
Cominciamo con il 2014, quando il primo ministro Matteo Renzi decide che i documenti segretati relativi alla strage di Ustica, possono essere resi pubblici. Purtroppo quello che emerge non è un granché, nel senso che si tratta di documenti che riportano le notizie che si sapevano già. Non tutto però viene portato alla luce. Ci sono ancora documenti che sono rimasti nei cassetti. Secondo i politici, tuttavia, questi sono perfettamente inutili. Ma se sono inutili, perché coprirli ancora col segreto? Sarà vero?
Poi ci sono ancora nuove rivelazioni, che vengono diramate a gran voce dalla televisione La7, nel programma condotto da Andrea Purgatori. Sono scioccanti, secondo la pubblicità dell’emittente. Un marinaio statunitense si fa vivo con verità strabilianti 37 anni dopo la strage. Perché non prima? Strano!
Ecco, comunque, la sua versione.
Brian Sandlin è un marinaio in servizio sulla portaerei Saratoga quel 27 giugno 1980. La nave sta viaggiando in mare e non è in rada a Napoli, come sostenuto dal governo degli Stati Uniti. Il marinaio è in plancia e assiste al rientro di due caccia Phantom, che erano partiti per una missione nei cieli del Mediterraneo.
Dice: “Eravamo coinvolti in una operazione NATO e affiancati da una portaerei britannica e una francese. Il capitano Flatley ci informò che durante le nostre operazioni di volo due Mig libici ci erano venuti incontro in assetto aggressivo e avevamo dovuto abbatterli. In plancia c’era un silenzio assoluto. Non era consentito parlare, non potevamo neppure berci una tazza di caffè o fumare. Gli ufficiali si comportavano in modo professionale ma parlavano poco fra loro".
Secondo Sandlin poi i radar della Saratoga funzionavano benissimo, smentendo così le dichiarazioni ufficiali che avevano sotenuto che erano spenti. Non solo, il marinaio racconta che la Saratoga aveva mollato l’ancora e aveva lasciato Napoli per una esercitazione cruciale. Si trattava di far vedere a Gheddafi che le sue minacce non spaventavano gli Usa. Giunti nella zona di operazione, furono fatti decollare decine di aerei, fra caccia e velivoli di supporto. Sandlin non poté fare a meno di notare che i Phantom tornarono scarichi. Senza i missili aria-aria che sono la loro ragion d’essere. “Lo videro tutti, qualcosa bisognava dire”, e infatti qualcosa il comandante disse. Parlando direttamente dagli altoparlanti con cui si fanno le comunicazioni a tutto l’equipaggio l’ammiraglio James H. Flatley spiegò che “due MIG libici ci erano venuti incontro in atteggiamento aggressivo e avevamo dovuto abbatterli”.
C’è un altro personaggio che entra in questa storia. Si tratta di un detenuto nelle carceri londinesi. Dopo 12 anni chiede di poter terminare la pena in Italia e quindi viene estradato. Si tratta di Franco Di Carlo, che conosce a Londra un agente segreto siriano, che gli confida un sacco di cose sulle stragi del 1980: Bologna e, appunto Ustica.
In particolare sostiene che la bomba di Bologna è una conseguenza di quella di Ustica. Infatti la sera del 27 giugno i servizi segreti di mezza Europa e la CIA vengono a sapere di un viaggio segretissimo del presidente libico Gheddafi. Un viaggio che evidentemente tanto segreto non è. Così si progetta l’eliminazione del capo libico.
Così gli americani mettono un caccia sulla scia del velivolo sul quale vola Gheddafi, e il volo Itavia avrebbe reso quell’attacco invisibile ai radar. Ma qualcosa non funziona: i libici sono avvertiti e intervengono. Così sui cieli del Tirreno si scatena una vera e propria azione di guerra. Un aereo americano viene colpito e cade in mare, un MIG viene inseguito fino in Calabria. Nel duello a rimetterci è l’aereo civile che, come ben sappiamo, cade in mare, colpito e affondato.
Lo stesso colonnello Gheddafi, anni dopo, ammetterà che Ustica aveva a che fare con un attentato alla sua persona.
E Di Carlo, interrogato dai magistrati che indagano sulla vicenda del DC9, compreso Rosario Priore, racconta questo: “Ai libici non era andato giù che i servizi italiani e alcuni politici avessero complottato con gli americani per uccidere il colonnello. Programmarono un attentato per farcela pagare. Bologna non fu scelta a caso, era la città dal quale era partito l’aereo Itavia”.
Veri o falsi che siano questi racconti, inquadrano perfettamente il periodo storico, del quale Noncicredo vi ha già raccontato molti episodi e non ci fermeremo certo qui.
Depistaggi, trattative e mentalità mafiosa esistono e sempre sono esistite nel nostro Paese, verità emerse in tutta la loro evidenza, continuano ad essere negate e, nel contempo, si attacca coloro che lottano per la legalità, per negare e insabbiare ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti.
É tutto, su questa triste vicenda, che riesce difficile perfino riassumere, per la quantità di sfaccettature che la compongono. Ci sono certo alcuni punti fermi. L’intervento di una o più potenze straniere con aerei da guerra sul nostro territorio. Una serie infinita di depistaggi e di ostacoli alle indagini portate avanti dall’Aeronautica militare. Una posizione quanto meno dubbia dei vertici politici dell’epoca, che nulla hanno fatto a suo tempo per chiarire la vicenda. E come in molte altre storie che ho raccontato qui a Noncicredo, è molto forte la sensazione che chi governava allora sapesse tutto, ma che si sia portato nella tomba anche questo grande segreto. C’è il fatto che tutti noi paghiamo economicamente per quello che è successo, probabilmente paghiamo al posto di quelle potenze straniere.
E poi c’è il fatto assodato più importante: 81 cittadini italiani ammazzati, i resti della maggior parte dei quali giacciono da qualche parte nelle profonde acque del Tirreno a poche decine di miglia da Ustica.
Ancora una volta questo giallo finisce senza colpevoli con la rabbia di chi è impotente e può solo riferire, perché i morti non tornano e neppure la fiducia dei cittadini.
Nonostante ci siano versioni differenti, questa non è stata una storia di fantasia, ma il racconto di come si sono snodati gli eventi nel corso degli anni.
Spero di avervi incuriosito al punto da voler ripercorrere in autonomia la vicenda leggendo articoli e libri che, sul tema, sono presenti in abbondanza. Buona caccia!

Armiamoci per garantire la pace

bikini000Parliamo di Bikini ... no, non del costume da bagno che ha fatto sognare generazioni intere di qualche decennio fa; Bikini è il nome di un piccolo atollo del Pacifico che fa parte delle isole Marshall.
La sua storia sarebbe del tutto irrilevante se non fosse stata per molti anni sotto la giurisdizione degli Stati Uniti, se non fosse un luogo speciale, a detta degli esperti, particolarmente adatto a sperimentazioni militari, se non fosse che le vicende che lo hanno coinvolto sono state tra le più drammatiche dell’ultimo secolo.
Ma cominciamo dall’inizio.
Come tutti sanno, le prime esplosioni nucleari avvengono in Giappone, nei primi giorni d’agosto del 1945, quando due cittadine nipponiche, Hiroshima e Nagasaki, sono spazzate via da due ordigni che oggi ci sembrano quasi dei piccoli petardi, se pensiamo all’enorme potenza realizzata dalle cosiddette superpotenze negli anni successivi. Assieme alle case scompaiono circa centomila cittadini inermi, che non hanno avuto neppure il tempo di dire “oh” e lasciamo da parte tutto quello che è avvenuto dopo, grazie alla ricaduta radioattiva e ai danni permanenti e terrificanti che le radiazioni producono.
Finita la guerra combattuta sui campi di battaglia, ne è cominciata un’altra. A noi hanno raccontato che era per arginare un pericolo incredibile, il comunismo, che avrebbe invaso le chiese, arrostito i parroci e, questo era la cosa più sicura di tutte, divorato quantità enormi di bambini, che sembravano essere il piatto nazionale di quei militari che arrivavano da Mosca e dintorni. Solo più tardi abbiamo scoperto che in realtà quei figli di cosacchi preferiscono il borsh, una minestra a base di legumi e verdure, innaffiata magari con qualche buon bicchiere di vodka. I più ricchi mangiano caviale, ma nessun testo di cucina russa cita una ricetta con i bambini come ingrediente fondamentale.
Ad ogni modo, la tensione diventa ogni giorno più grande e ai nostril bambini si racconta che da un giorno all’altro da “quella porta” (non ho mai capito quale, ma da “quella porta”) sarebbe entrato un esercito di satanassi indiavolati contro i quali neppure Dio può mettere in campo difese sufficienti. Ed allora cosa si può fare se non armarci per difenderci? É così che i missili nucleari si moltiplicano a dismisura, fino ad ottenere un arsenale che, dall’Occidente avrebbe potuto distruggere la vita sul pianeta qualche migliaio di volte. Certo, a chi è più giovane deve sembrare un’assurdità, perché non ha senso uccidere il nemico tremila volte, ne basta una, toh, al massimo due. Ma tant’è questo è quello che succede in quegli anni.
bikini00Ora, noi siamo al di qua della cortina di ferro …
Qui serve un altro chiarimento. La cortina di ferro non è qualcosa di fisicamente esistente se non in alcuni casi molto particolari come ad esempio il muro che sarebbe stato costruito a Berlino nel 1961 e chiamato propriamente “Barriera di protezione antifascista”. La cortina di ferro – dicevo – è una linea che divide in due l’Europa, quella Occidentale invasa quasi di soppiatto e senza dare troppo nell’occhio dagli USA, e quella orientale, invasa dando nell’occhio eccome dall’allora Unione Sovietica.
Dalle nostre parti questa cortina passa grossomodo per l’Adriatico e quindi noi siamo il confine della parte occidentale, la prima nazione da invadere se i figli dei cosacchi avessero terminato le loro porzioni di cavoli e fagioli per prepararsi il borsh.
Ma torniamo in tema. Dunque un arsenale impressionante viene realizzato dai vincitori della seconda guerra mondiale: Francia e soprattutto USA da questa parte, URSS dall’altra. Entrambi sono in grado di ridurre il pianeta intero ad un ammasso di piccoli ciotoli con i quali al massimo si potrebbe giocare a scalone.
Teniamo anche presente che gli studi sull’energia nucleare (quella violenta delle bombe) erano stati condotti durante la guerra (Oppenheimer, Fermi, lo stesso Einstein ne erano stati protagonisti assieme a tanti altri).
Non c’era stato troppo tempo per fare delle prove, data l’urgenza di far fuori qualche migliaio di musi gialli, come John Wayne, un simbolo dell’America maccartista, continua a chiamarli nei film anche 20 anni dopo. Un esperimento sulle bombe al Plutonio è condotto nell’estate del ’45 nel Nuovo Messico, mentre la prima “prova” di bomba all’Uranio è quella che cadde su Hiroshima il successivo 6 agosto. A Nagasaki va anche meglio (certo non per gli abitanti giapponesi) perché viene usata una bomba uguale a quella già sperimentata nel New Mexico, quindi con la consapevolezza di quello che sarebbe avvenuto. Anche in questo caso non sappiamo con precisione quanti muoiono all’istante: la cifra è compresa tra 100 mila e 200 mila, tutti civili … un atto di terrorismo militare per far arrendere l’impero del sol levante.

I “test atomici”

In queste condizioni, con pochissima esperienza, non è che se ne sappia tantissimo sulla potenza e sugli effetti di questi ordigni e così, finita la guerra, diventa necessario continuare e anzi intensificare gli esperimenti. Ora però non ci sono più nemici da abbattere e quindi scuse pronte per sganciare bombe un po’ dappertutto. Bisogna trovare dei posti adatti per eseguire i test. Magari scoprendo come avrebbero distrutto la natura e quali reazioni avrebbero prodotto sulle cose e sulle persone: un piano diabolico sta per andare in scena.
Prima di continuare voglio sottolineare che l’avversità che sentite non è contro gli americani, ma contro l’uso di queste armi assurde. Di quelle esplose in Occidente si viene a sapere, in tempi successivi, quasi tutto; degli esperimenti sovietici non si sa nulla all’epoca e quindi non ci si può scandalizzare allo stesso modo, ma che le cose non siano affatto differenti è molto più che un semplice sospetto. Dunque il racconto che segue potrebbe essere probabilmente replicato per esplosioni dall’altra parte della cortina di ferro.
bikini02Eccoci dunque di fronte ai cosiddetti “test atomici”: sulla distinzione tra atomici e nucleari si potrebbe aprire un capitolo: dirò semplicemente che il termine atomico non è corretto perché l’energia in gioco deriva da reazioni che avvengono nel nucleo: si deve dunque parlare di energia nucleare, bombe nucleari e, appunto, test nucleari.
Per quasi vent’anni, non si sa se per incuria e negligenza o per semplice ignoranza, le esplosioni di questi ordigni sempre più potenti e sofisticati avvengono in condizioni non protette senza alcun riguardo per l’ambiente e, cosa assai più grave, senza preoccuparsi delle conseguenze che le popolazioni locali e i militari addetti all’esperimento possono subire.
Fare esplodere una bomba nucleare a terra o nell’atmosfera non è uno scherzo. Tra le conseguenze c’è anche il fallout radioattivo, vale a dire la “nube” di materiale radioattivo che il vento trasporta anche a distanze molto grandi e per tempi decisamente lunghi. Del resto, trattandosi di armi di distruzione, bisogna pur capire cosa avrebbe subito il nemico, facendo esplodere la bomba un po’ dappertutto: a terra, a livello del mare, e a varie altezze in atmosfera.
E nessuno protesta? No, a dire il vero dal 1963 in poi si susseguono vari tentativi di ostacolare i test, imponendo che le esplosioni avvengano solo sotto terra; riducendo, 10 anni più tardi, la potenza dei test e firmando un trattato di messa al bando delle sperimentazioni nel 1996, ma mai entrato in vigore perché non ratificato da cinque paesi: Cina, Egitto, Iran, Israele e Stati Uniti, mentre tre non hanno mai firmato il trattato: Corea del Nord, India e Pakistan.
Secondo i dati disponibili in rete, gli ultimi test sarebbero stati eseguiti nel 2006 e nel 2009 entrambi dalla Corea del Nord, che ha ripreso la sua attività recentemente con i missili di cui le cronache hanno parlato

Crossroads: la follia al potere

Un gruppo di test viene progettato, come detto, nell’atollo di Bikini. Qui vivono 167 persone che sono semplicemente prelavate e spostate in un altro atollo disabitato, Rongerik, distante poco più di 200 km.
bikini03Il motivo degli esperimenti viene spiegato da Lewis Strauss, una settimana dopo l’esplosione di Nagasaki. Cosa succederà alle nostre navi nel caso vengano attaccate da bombe nucleari? L’esperimento dunque consiste nel far esplodere uno o più ordigni in mezzo ad una flotta, per poi andare a vedere come quelle navi escono dall’inferno. In effetti l’intera flotta verrà distrutta e affondata o comunque resa inservibile sia per i danni subiti che per essere diventata radioattiva, così da non poter neppure essere avvicinata.
Tocca alla Marina progettare e controllare il test e qui le invidie esplodono, come in ogni racconto sui conflitti di interessi degni di questo nome.
Deve intervenire il presidente Truman per istituire una commissione civile di revisione che coordini e prenda le decisioni più imparziali possibili sull’operazione, nome in codice “Crossroads”,  anche “per convincere il pubblico che si tratta di una prova utile e condotta con obiettività”.
Il 24 gennaio 1946 l’ammiraglio Blandy, a capo dell’intera operazione, decide che Bikini va benissimo, perché presenta tutte le caratteristiche migliori per la sicurezza dell’esperimento, in particolare perché tutte quelle isole del pacifico sono poste dal presidente Truman sotto la giurisdizione degli Stati Uniti a seguito della vittoria contro il Giappone.
Quattro giorni dopo gli abitanti dell’isola vengono informati. C’è molta retorica, tipicamente statunitense, attorno a questa vicenda. Si cerca di far passare per eroici patrioti i 167 disgraziati che devono lasciare le loro case. Faccio molta fatica a pensare che sia andata come è stata poi raccontata dal commodoro Wyatt, secondo il quale i bikiniani erano felici di contribuire al successo del test. Credo piuttosto che lo abbiano mandato a quel paese senza mezzi termini e siano stati costretti al trasloco, non potendo fare altrimenti.

Bikini

Si sistemano quindi le navi bersaglio: 95 di varie dimensioni e caratteristiche: corazzate, portaerei, cacciatorpedinieri, otto sommergibili e varie altre tipologie di imbarcazioni più piccole. Le bombe sono due, entrambe al Plutonio, identiche a quelle esplose su Nagasaki e trasportate dallo stesso bombardiere.
Il primo luglio venne sganciata la prima bomba: il suo nome è Able.
L’effetto della prima esplosione, avvenuta a 160 m da terra è però molto deludente. Solo poche navi vengono affondate e la stampa critica subito gli esecutori, ma quando si scopre un difetto nello stabilizzatore di coda dell’ordigno, l’equipaggio viene scagionato.
Sulle navi più grandi erano stati sistemati aerei, carburante ed esplosivi per rendere più realistico il tutto. C’erano perfino degli animali a bordo: svariate mucche, 146 maiali, 176 capbikini05re, 57 cavie, 109 topi e 3030 topolini distribuiti in 22 navi. Il 35% di loro muore o per l’onda d’urto o per le radiazioni. Altri sono poi sacrificati in laboratorio per studiarne le reazioni.
Tre settimane più tardi, il 24 luglio, è il turno del test Baker. Questa volta la bomba viene ancorata sotto una nave da sbarco, la LMS-60. Nessun pezzettino di questa imbarcazione verrà trovato dopo l’esplosione: la LMS-60 viene semplicemente vaporizzata dalla sfera incandescente. La detonazione avviene 27 m sotto il livello del mare. Gli effetti sono devastanti per la flotta bersaglio e stupefacenti per gli osservatori. Ogni rivista che parli di Bikini mostra una sfera enorme di acqua nebulizzata e sabbia in espansione, alta fino a 2 km e larga 700 m. Si tratta del fenomeno conosciuto come singolarità di Prandtl-Glauert.
Ora, non essendo militari, di cosa avviene alle navi bersaglio ci importa relativamente. Ci interessa di più vedere cosa succede dopo, a causa delle radiazioni prodotte. La Baker produce in tutto, meno di 1 kg di prodotti di fissione. Potrebbe sembrare una cosa da niente, ma, dal punto di vista della sua radioattività, è come se venissero liberate diverse centinaia di tonnellate di radio. La maggior parte delle polveri radioattive ricadono nella laguna, affondano e restano là o vengono portate in giro dalle correnti marine. L’analisi mostra che il resto della nube radioattiva ha contaminato tutte le navi, perfino quelle che si trovano a parecchi km di distanza. Purtroppo all’epoca non si conoscono ancora bene gli effetti nocivi delle radiazioni e nei primi sei giorni dopo Baker, quasi 5 mila uomini vengono mandati sulle navi per grattare via con spazzole, acqua e lisciva la radioattività, un’operazione folle, estremamente pericolosa e del tutto inutile.
Alla fine la contaminazione è talmente elevata che il terzo test previsto viene annullato per mancanza di bersagli utilizzabili.
bikini08Quella della decontaminazione delle navi è una storia lunga e dolorosa. Portate in acque non contaminate si cerca di recuperare quello che si può, ma alla fine si riesce a rottamare solo otto navi anziché affondarle. Il fatto grave è che l’affondamento non avviene solo a Bikini, ma anche alle Hawaii e davanti alle coste della California, vicino alle isole Farallones, dove è stato prodotto un grave inquinamento radioattivo. In quelle zone l’incidenza di tumore al seno è la più elevata di tutti gli Stati Uniti.
Un anno dopo, le autorità militari emettono un rapporto ufficiale sugli effetti prodotti dalle esplosioni.
La rivista Life commenta questo rapporto, riassumendolo in modo terribile con queste frasi: "Se tutte le navi nell'atollo delle Bikini fossero state complete dei loro equipaggi, la bomba Baker avrebbe ucciso 35.000 marinai. Se questo tipo di bomba atomica fosse stato sganciato a sud della New York's Battery (punta di Manhattan) in presenza di un vento costante da sud, sarebbero morte 2 milioni di persone."
Ma, a parte Life, il rapporto dei militari passa quasi del tutto inosservato, nel totale disinteresse dell’opinione pubblica.
Abbiamo parlato di oggetti, le navi, e di animali: e gli uomini?

Le persone e Bravo

Alle persone va un pochino meglio che agli animali nelle stive delle navi del test Baker. Certo che all’epoca non ci sono scudi protettivi o tute speciali, per cui la sicurezza consiste nel controllare il livello di radiazione assorbita da ciascuno grazie ad un dosimetro badge e nel monitorare e stabilire i tempi di permanenza sulle navi dopo l’esplosione. Si stabilisce che 0,1 roentgen al giorno sono un limite sopportabile per quei militari. Purtroppo l’85% del contenuto della nube è costituito da particelle di Plutonio non fissionato, che decade emettendo particelle alfa, le quali non vengono, all’epoca, rilevate né dal badge né dal contatore geiger.
Nel 1996 il governo finanzia uno studio sulla mortalità dei veterani dell’operazione, scoprendo che l’incidenza dei decessi è stata del 5% superiore a quella di chi a Bikini non c’era.
Ancora peggio va agli abitanti dell’isola, come detto trasferiti preventivamente a Rongerik, dove però non riescono a procurarsi il cibo e devono essere accuditi dall’amministrazione USA. Comincia così una diaspora per cui i 4000 discendenti degli abitanti di Bikini vivono oggi in svariate isole del Pacifico e in paesi stranieri.
Ma il racconto non è completo se non si aggiunge quello che avviene dieci anni dopo Crossroads. Tra il 1954 e il 1958 altre 21 bombe nucleari vengono fatte esplodere nella laguna di Bikini, con una potenza complessiva circa 3 mila volte superiore a quella di Baker.
bikini06La più sporca di queste manovre ha luogo il 1 marzo 1954, quando una bomba termonucleare da 15 Megatoni provoca un fallout che colpisce gli isolani. Si tratta del più grande esperimento termonucleare mai eseguito dagli Stati Uniti.
Solo per completezza ricordo che una bomba termonucleare non usa la fissione di nuclei pesanti come il Plutonio o l’Uranio, ma la fusione di nuclei leggeri, come l’idrogeno da cui il nome di “bomba H”. Insomma funziona come una piccola stella e sprigiona quantità enormi di energia anche rispetto alle bombe a fissione.
Anche questa storia merita di essere raccontata.
E' bene non dimenticare che siamo in piena guerra fredda, con il terrore che i comunisti sovietici, mangiatori di bambini, sbarchino a Hollywood per fare una strage. Quello che è sicuramente vero è che la scienza russa, in forte competizione con quella americana, ha operato un sorpasso nella realizzazione delle armi nucleari creando per prima la bomba termonucleare.
A questo punto occorre far presto: mettere a punto la propria bomba e sperimentarla subito. Bisogna far vedere che anche da questa parte si dispone di una potenza distruttiva almeno pari a quella sovietica. Nasce così il nuovo progetto che porta nel 1954 a sganciare nel cielo delle Marshall un nuovo ordigno, chiamato con sottile e perfido sarcasmo “Bravo”.
C’è un peschereccio nei paraggi, il Lucky Dragon 5, che viene investito dalle ceneri radioattive. I 23 dell’equipaggio ci convivono non avendo assolutamente idea di cosa sia quella polvere bianca. La storia di questi sfortunati è raccontata nel Museo della Mutazione Atomica. Uno muore nel giro di sei mesi di cancro, gli altri finiscono in ospedale per periodi molto lunghi.
Poi c’è un altro guaio. Già dieci anni prima, l’atollo di Bikini era stato scelto per la costanza dei venti e quindi la possibilità di prevedere il tragitto della nube radioattiva. Ma in quel giorno vale la legge di Murphy: il vento gira di colpo verso Sud-Est, spostando le nubi dritte verso Rongerik.
Lo spettacolo, se così si può dire, viene descritto nel 1957 da un articolo apparso sul Saturday Evening Post a firma John C. Clark. Un boato e un lampo di fuoco nel cielo, chiarissimo nonostante i 200 km di distanza. Dopo alcune ore cominciano a cadere sull’isola fiocchi grigi. “Sarà neve”, pensano i nativi e i bambini ci giocano pure, mentre le colture vengono invase da queste ceneri radioattive di corallo. Alcuni militari, chiusi nella locale stazione meteorologica, si rendono invece conto di essere in trappola. E proprio così titola l’articolo: “Eravamo intrappolati dal fallout radioattivo”.
bikini07Eppure quel cambio di direzione del vento è preannunciato la sera prima dai meteorologi e alcune navi passano non lontano dall’isola, ma nessuno si preoccupa delle persone che vi si trovano.
Evidentemente la situazione non è simpatica neppure per mandarci dei dottori, che più di altri sanno cosa significa frequentare quegli ambienti. Così passa un po’ di tempo prima che qualche camice bianco si avvicini alle popolazioni. Sono muniti di contatori Geiger che ticchettano come impazziti, ma non si fa poi molto. Qualche abitante viene impacchettato e trasportato in ospedali molto grandi e molto attrezzati a Chicago. Dopo averli esaminati per bene vengono rimandati a casa loro.
Oggi sappiamo che gli effetti delle radiazioni sono una lunga storia, nel senso che i loro effetti si possono sentire anche a grande distanza di tempo. E così in quella zona compaiono tumori di ogni genere, la cui frequenza aumenta sempre più in modo decisamente anomalo. Colpita in modo particolare la tiroide, ma ci sono anche molti aborti e nascite di bambini deformi (che è poi quello che le bombe di Hiroshima e Nagasaki hanno lasciato in eredità al popolo giapponese).
I livelli di radioattività misurati nei corpi degli abitanti, ma anche sui vestiti e sul cibo risultano inaccettabili e perfino tracce di Plutonio nelle urine, anche se i laboratori di analisi Bookheaven di New York etichettano questi risultati come “radioattivamente non significanti”. Non so voi, se in una simile situazione sareste tranquilli e sereni.
Si arriva così al 1975, quando gli abitanti fanno causa al governo americano per costringerlo a intervenire per capire quale sia la situazione. Il via libera del governo avviene nel dicembre del 1975, ma per altri tre anni nulla si muove per questioni burocratiche, almeno così si dice.

Cosa fa il governo per gli abitanti?

Quello che si fa, nel 1978, è di spostare tutti gli abitanti da Rongerik verso altre isole. In questo modo la vicenda degli uomini esposti alle radiazioni delle bombe su Bikini viene risolta, perché non c’è più nessuno sul quale fare delle verifiche.
Nel 1984 il periodo di protettorato statunitense termina e viene fondata la repubblica delle isole Marshall. In un commovente quanto assurdo discorso, l’allora presidente Ronald Reagan augura ai superstiti un periodo lunghissimo di prosperità, felicità, rispetto dei diritti umani e democrazia. A me continua a sembrare una clamorosa presa per il sedere! 
bikini09Ma torniamo alle vicende delle isole del pacifico.
Solo nel 1986 il governo delle isole Marshall intenta una causa agli Stati Uniti ed ottiene dal Nuclear Claims Tribunal degli USA il diritto ad un risarcimento di oltre mezzo miliardo di dollari. In realtà di risarcimenti si è parlato a lungo con cifre anche più elevate di questa (fino a due miliardi), ma di moneta sonante si è visto molto poco.
Voglio chiudere con poche righe di un articolo scritto nel 2004 da Stefano Liberti del Manifesto, al quale rimando non avendo avuto la possibilità di controllare personalmente i documenti citati.
«Il vento aveva soffiato dalla parte sbagliata e l'esplosione era stata di cinque volte più potente del previsto», hanno detto i responsabili americani agli isolani attoniti e impauriti che si accingevano a lasciare le proprie case. Ma la spiegazione dell'errore di calcolo non sembra del tutto convincente. «I militari americani sapevano che il vento quella mattina stava soffiando verso gli altri atolli, ma hanno deciso di procedere lo stesso», racconta Jack Niedenthal, 46enne della Pennsylvania che si è trasferito sulle Marshall, ha sposato una bikinese e da anni si batte per far conoscere questa vicenda dimenticata. «Non a caso tutte le barche nell'area con personale statunitense a bordo ricevettero l'ordine di tenere gli uomini al riparo». Niedenthal non lo dice esplicitamente, ma sono in molti a credere plausibile un'orribile ipotesi: gli abitanti degli atolli vicini a Bikini sarebbero stati usati come cavie da laboratorio, esposti scientemente alle conseguenze delle radiazioni «a scopo sperimentale». Un sospetto che si è rafforzato negli ultimi anni, quando, durante l'amministrazione Clinton, sono stati declassificati decine di documenti che alludevano a un certo progetto 4.1, lanciato proprio nel 1953 per studiare gli effetti di un'esplosione nucleare sull'organismo umano.

Cosa resta a Bikini di questa esperienza?

E oggi? Com’è oggi l’atollo di Bikini?
Ecco, questa è una storia istruttiva e interessante. Ho sempre detto in questa trasmissione che nessun evento creato dall’uomo potrà mai distruggere l’ambiente o il pianeta, come si ostinano a dire in molti. Quello che l’umanità sta facendo è cambiare le condizioni per la nostra sopravvivenza sul pianeta. In altri termini ci troveremo, come genere umano intendo, a vivere in una situazione difficile che non ci piacerà per niente, piena di difficoltà climatiche, di scarsità di risorse primarie (come l’acqua e il cibo). Per racchiudere il tutto in una immagine noi stiamo tagliando il ramo sul quale siamo seduti.
La Terra non avrà alcun problema a riprendersi alla grande, non appena questo piccolo fastidio che è l’homo sapiens avrà finito il suo percorso e sarà scomparso come altri milioni di specie prima di lui.
É quanto sta avvenendo a Bikini. L’esplosione Bravo del 1954 e le altre 22 che vi ho raccontato oggi hanno creato un cratere sotterraneo largo 2 km facendo di colpo sparire ogni traccia di vita vegetale e animale. Oggi quel cratere pullula di vita. Una ricerca australiana ha individuato 183 specie diverse di corallo. Il 65% della biodiversità biologica delle profondità marine di prima dei test, è oggi nuovamente presente. Ovviamente manca la specie umana che ancora non si può avventurare in un territorio devastato dalle bombe e ancora colpito in maniera pesante dalle radiazioni ionizzanti. Tutto bene dunque? Aspettate a gioire e seguite l’ultima parte di questa puntata.

Nessun problema dunque? No, non è così …

300 km a Ovest di Bikini c’è l’atollo Enewetak, dove si trova l’isola Runit. Cosa c’entra adesso quest’altra isola con la nostra storia?
bikini10Qui c’è un deposito di scorie radioattive, che gli abitanti dell’arcipelago chiamano semplicemente “The Dome”, “La cupola”. É una discarica in cui sono rinchiuse le scorie dei test nucleari statunitensi degli anni ’40 e ’50.
Questa vicenda è poco conosciuta. É stata riportata alla luce da un recente reportage australiano (alla fine di dicembre 2017) di Mark Willacy, intitolato “A poison in our island”, letteralmente “Un veleno sulla nostra isola”. Si vedono i bambini e gli abitanti di questo paradiso terrestre, circondati da una natura lussureggiante e da un mare che lascia senza fiato. Cantano, i bimbi, una canzone tradizionale, che racconta della nuova situazione “Non abbiamo più paura delle bombe; fiori e palme ondeggianti, questo è il mio tempo, questa è la mia terra!”.
Certo, questi bimbi sono nati molti anni dopo l’ultima bomba, ma l’eco di quegli esperimenti è ancora nella loro testa e nella loro cultura. E i bambini non vanno molto per il sottile; loro, quella discarica, non la chiamano “The dome”, la chiamano “The tomb”, la tomba.
The tomb è una enorme struttura che assomiglia ad un disco volante, sprofondato nella sabbia dell’isola deserta tra l’Oceano e la laguna interna. Là dentro ci sono 85 mila metri cubi di scorie radioattive. Dalla bonifica degli anni ’70 tutto quello che faceva ticchettare un contatore Geiger è stato buttato in un cratere, creato da uno degli esperimenti. Poi il tutto è stato sigillato con un tappo in cemento.
Tranquilli?
Mica tanto: il tappo è spesso solo mezzo metro e questa non è neppure la notizia peggiore.
Ho raccontato decine e decine di volte le conseguenze dei cambiamenti climatici. Bene, uno di questi riguarda proprio gli atolli: l’innalzamento del livello del mare infatti ha già costretto alcune popolazioni in giro per il mondo a sloggiare e cercare casa altrove.
E a Runit Island le cose non vanno diversamente. Già nel 2013 il Dipartimento dell’Energia USA fa sapere che i materiali radioattivi si stanno disgregando per via dell’acqua che penetra nella cupola.
Secondo l’ex sindaco di Bikini «Quella cupola è il legame tra l’era nucleare e l’era del cambiamento climatico. Se ci saranno davvero delle fuoriuscite sarà un evento molto devastante. Non stiamo parlando solo delle Isole Marshall, stiamo parlando dell’intero Pacifico».
bikini11All’epoca degli esperimenti, il governo di Washington non si faceva scrupoli di vaporizzare atolli e di spostare intere popolazioni, e intanto accantonava fondi per costruire il deposito. Inizialmente il progetto prevedeva di rivestire il fondo della voragine di Runit con cemento, ma poi non se ne fece nulla.
Perché?
É semplice, perché costava troppo. Sì, lo so che a sentire queste cose uno si incazza di brutto. Ma come, spendete miliardi per far saltare per aria isole e per distruggere le vostre navi e poi lesinate su una questione così fondamentale?
Beh, cosa volete che vi dica? É andata proprio così.
Così il fondo del “deposito” è permeabile, nessun lavoro è stato fatto per metterlo in sicurezza e quindi l’acqua del mare è entrata là dentro, all’interno della cupola.
Per questo Runit Island è diventato territorio tabù. Nessuno si avventura là; la paura delle radiazioni è troppo forte.
Quello che sembra un paradiso è in realtà un inferno; lo è anche da un punto di vista sociale. Perché la vita degli abitanti, sostenuta un tempo da pesca e coltura delle palme, è cambiata, drasticamente. La preoccupazione per la contaminazione radioattiva della catena alimentare marina ha modificato radicalmente la dieta tradizionale. Il ministero statunitense dell’Energia ha addirittura vietato le esportazioni di pesce da quell’isola. Così a Enewetak si mangia cibo confezionato e importato. L’unico negozio di alimentari ha gli scaffali pieni di barrette di cioccolato, lecca-lecca e patatine. L’obesità e il diabete sono la naturale conseguenza di tutto questo.
Attorno alla cupola non ci sono cartelli segnaletici o avvisi di pericolo, niente di niente. La cupola, l’isola e gli abitanti sono lasciati semplicemente al loro destino.
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2 agosto 1980, ore 10,25

bologna02Come ho avuto modo di scrivere più e più volte, quello che leggete in questa sezione è quanto emerge dalle dichiarazioni, dagli interrogatori, dalla varia documentazione disponibile sui vari casi. Pretendere che sia per forza anche la verità non è possibile, dal momento che, con tutti i lati oscuri di ogni vicenda, spesso la verità riposa con protagonisti ormai defunti. Resta tuttavia l’interesse per un mondo che è stato quello del nostro paese e, per molti di noi, il mondo in cui siamo vissuti e cresciuti.
Oggi vorrei raccontarvi la storia di una strage, un odioso attentato che ha provocato molte decine di morti e moltissimi feriti, lasciando, a quasi 40 anni di distanza, una ferita nel nostro paese e nella città dove tutto questo è accaduto, Bologna.
Prima di cominciare, i Pink Floyd e l’annuncio al telegiornale di quel tragico 2 agosto del 1980.

Addio mondo crudele, addio a voi tutti, non c’è niente che possiate dirmi per farmi cambiare idea” cantano i Pink Floyd all’inizio dell’introduzione. Oggi parlerò di questo, della strage alla stazione di Bologna.
É estate e fa molto caldo. La gente parte per le vacanze. Chi dal Nord scende sulla riviera adriatica passa per Bologna. Chi dal Centro Sud sale per recarsi ai laghi o in montagna passa per Bologna. Bologna è il centro del mondo. La sala d’aspetto di seconda classe è piena. Ci sono anche molti bambini assieme alle famiglie. Ci sono ritardi come capita spesso in quel periodo dell’anno e in quegli anni.
Vicino alla porta di ingresso c’è un tavolino, alto mezzo metro. Sopra una valigia. Dentro una bomba. La bomba scoppia.
L’intera ala della stazione che contiene la sala d’aspetto, con gli uffici al secondo piano, il bar e il ristorante viene sollevata per aria e ricade giù, tirandosi dietro tutto, dalle fondamenta al tetto. Si crea un’onda d’urto che si infila nel sottopassaggio, arriva fino ai treni in attesa sui binari e dall’altra parte esce sulla piazza e si porta via come fossero giocattoli i taxi in attesa di clienti. Tutta la città di Bologna sente il boato. Si conteranno 85 morti e 200 feriti. Sono le 10,25 del 2 agosto del 1980.
La prima voce che gira è che si tratti di un incidente. Forse è scoppiata una vecchia caldaia, proprio sotto la sala d’aspetto, una sfortunata disgrazia. Ma non ci vuole molto a capire che questa è una balla. La caldaia è da tutt’altra parte e poi funziona benissimo.
I lavoratori della stazione hanno subito capito tutto: è stata una bomba. L’odore di polvere da sparo dopo il botto è molto forte, loro non hanno dubbi.
Arriva il presidente del consiglio, Francesco Cossiga che usa termini inequivocabili: “deflagrazione dolosa”. E così parte l’inchiesta.
Viene affidata al procuratore Ugo Sisti, il quale apre un fascicolo per strage. La prima parte dell’inchiesta si occupa del come. Poi servirà occuparsi del chi e infine del perché.
Nella borsa – dice la perizia – c’erano 23 kg di esplosivo: 18 di nitroglicerina e 5 di un composto che si chiama “Compound B”, formato da tritolo e T4, un esplosivo che si ricava dalle ogive dei proiettili usati dai militari. É importante ricordare questo fatto per quello che racconteremo dopo.
La posizione della bomba proprio sotto il muro portante di quell’ala non lascia spazio a molti dubbi. Chi ce l’ha messa voleva proprio fare una strage, voleva fare il massimo numero di morti.
É un periodo per niente tranquillo quello degli anni ’70 in Italia. Sono attivi vari gruppi neofascisti, sotto la guida ideologica di Franco Freda, editore padovano e implicato in numerose vicende piene di morti.
bologna03Si parte dalla strage di Piazza Fontana a Milano, per la quale i tribunali di assise hanno concluso che Freda veniva assolto per mancanza di prove. É anche vero che nel 2005 la Cassazione ha affermato che la strage di Piazza Fontana fu realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell'alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», dichiarandoli però non più processabili in quanto «irrevocabilmente assolti dalla Corte d'assise d'appello di Bari». Freda ha sempre negato tutto questo, definendo la strage milanese come “immorale”.
Ai 16 morti e 88 feriti vanno aggiunti quelli di altre stragi successive: quella di Peteano con 3 morti, quella alla questura di Milano con 4 morti, quella del treno Italicus con 12 morti e quella di piazza della Loggia a Brescia con 8 morti.
Tutto questo sangue rientra in quella che viene definita “strategia della tensione”. Il mezzo è quello di creare allarme e panico tra i cittadini e lo scopo quello di favorire un governo forte, autoritario, non democratico. Chi può mai avere interesse a questo?
Nel 1978 nelle questure italiane erano nate delle squadre specializzate nell’indagine su reati particolari, compresi quelli legati al terrorismo. Queste organizzazioni si chiamano DIGOS: esistono e sono operative ancora oggi.
Bene, tocca proprio alla DIGOS indicare agli inquirenti la strada da prendere. Loro hanno pochi dubbi: cercare i colpevoli tra gli estremisti di destra.
Vengono emessi 28 ordini di cattura, che poi diventeranno 50 e riguardano elementi dell’eversione fascista di quegli anni.
E, proprio come in tutte le storie che ho raccontato qui a Noncicredo, avvengono fatti curiosi e strani durante le indagini. Ci sono molti tentativi di depistare le indagini, di far seguire filoni diversi e alternativi a quella dell’eversione di destra nostrana.

La pista internazionale

bologna04Cominciamo con una telefonata che arriva ai magistrati e indica nei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) gli esecutori della strage. I Nar sono in quegli anni la nuova frontiera dell’estremismo nero. Molto lontani dai loro “padri politici” Ordine nuovo, Avanguardia Nazionale, ecc. e ancora più distanti dalle logiche neofasciste del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante; impugnano apertamente le armi contro lo stato, trovando addirittura dei punti di contatto con elementi della sinistra armata. Li accomunano, in particolare, la lotta contro la borghesia capitalista e l’imperialismo sia sovietico che statunitense.
I NAR sono attivi per 4 anni, fino al 1981, ma hanno sulla coscienza una serie enorme di omicidi.
Dicevo della telefonata. Viene controllata e si scopre essere la stessa che aveva attribuito a Marco Affatigato, un noto esponente dell’estrema destra, l’esplosione del DC10, precipitato a Ustica nel giugno dello stesso anno. A dire il vero Affatigato era considerato dagli estremisti neri un “infame”, una specie di spia, uno che avrebbe tradito e confessato ogni cosa. Ma la cosa più incredibile è che quelle due telefonate si rivelano entrambe false. Non solo ma provengono dall’ufficio di Firenze del SISMI, vale adire dai servizi segreti militari dell’epoca.
É questa la prima forma di depistaggio delle indagini, ma non sarà certo l’ultima, come possiamo ascoltare dalla voce del giudice istruttore di Bologna Libero Mancuso, che racconta: {mp3}storie/bologna/bolgna02{mp3} Notiamo che qui si parla di SISDE: si tratta dei servizi segreti civili, vale a dire dipendenti dal ministero dell’Interno. Negi anni ’80 i Servizi segreti sia civili che militari sono coinvolti in numerosi scandali, primo tra tutti quello della loggia massonica P2, di cui parleremo più avanti. Nel 2007 queste sigle spariscono e l’intelligence nazionale viene completamente ristrutturata.

I protagonisti “noti”

Prima di entrare nel racconto, dobbiamo presentare alcuni personaggi chiave dell’intera storia. Anche se in alcuni casi non ce ne sarebbe bisogno, lo faccio per completezza.
Licio Gelli, capo supremo della loggia massonica P2
Francesco Pazienza, faccendiere (termine coniato per lui), consulente del SISMI, responsabile della creazione del SuperSISMI, la costola deviata dei servizi segreti militari, affiliato alla loggia P2
Giuseppe Santovito, generale e capo del SISMI e affiliato alla loggia P2
Pietro Musumeci, generale, segretario del SISMI e affiliato alla loggia P2
Giovanni Belmonte, colonnello del SISMI, affiliato alla loggia P2.
bologna05Di Licio Gelli si è scritto e detto moltissimo. Quello che sembra non opinabile è che abbia esercitato una notevole influenza su molti ambienti, per così dire, non limpidissimi della nostra Repubblica. Politici o futuri politici, militari, servizi segreti, organizzazioni varie.
Così, un mese dopo la strage, Licio Gelli incontra Elio Cioppa, un funzionario del SISDE e gli suggerisce che non sono in Italia i veri responsabili, ma in Germania, dove in quel periodo sono attive alcune cellule eversive del terrorismo nero e neonazista.
Andrea Barbieri è un giornalista di Panorama, all’epoca settimanale di notevole impatto e di denuncia, fino a che nel 1994 viene acquistato da Silvio Berlusconi che ne fa uno zerbino delle proprie attività commerciali e politiche.
Dunque nel 1980, Panorama è un giornale molto serio. Il faccendiere Francesco Pazienza porta ad Andrea Barbieri una corposa documentazione, dalla quale risulta che ad organizzare la strage della stazione di Bologna sarebbe stato nientemento che il KGB, il servizio segreto dell’Unione Sovietica.
É piuttosto scioccante, specie se si considera che siamo ancora in clima di guerra fredda e i rapporti tra Occidente e Oriente non sono da baci e abbracci.
Secondo Pazienza, in Italia il referente dell’organizzazione criminosa sarebbe Stefano Delle Chiaie, altro estremista nero, di cui avremo modo di parlare in seguito.
E dunque si mescolano sottobosco comunista ed eversione nera, in un romanzo che definire complicato è davvero un eufemismo.
Barbieri fa di mestiere il giornalista e quindi pubblica tutto. Si scopre presto da dove saltano fuori queste notizie. La talpa è il generale Santovito del SISMI, che viene indagato per fuga di notizie riservate e segrete. Curiosamente a capo della commissione di indagine viene messo il generale Musumeci, anch’egli del SISMI, e per di più compagno di loggia P2 dell’indagato. Com’è finita? Provate ad indovinare.
Ma certo: con un niente di fatto.
Questo è anche il periodo del terrorismo palestinese, quando lungo l’Italia viaggiano armi ed esplosivi destinati ad attentati in varie parti del mondo. Questa è un’altra storia, alla quale accennerò più avanti.
E anche i servizi segreti palestinesi si mettono in mezzo, suggerendo a Rita Porena, che lavora per un giornale svizzero di pubblicare pure le loro informazioni. Queste raccontano che i terroristi, che hanno causato la morte di 85 persone, sono neri, sono italiani e tedeschi e si sono addestrati nei campi militari del terrorismo internazionale in Libano.
É evidente che siamo di fronte ad una costante e pericolosa manipolazione delle notizie e dei giornalisti.
Solo negli anni seguenti si capisce lo scopo di tutta questa informazione. Occorre condizionare le scelte dei magistrati, sommergendoli sotto un mare di notizie difficili da approfondire, ma che comunque vanno vagliate e seguite. I magistrati si trovano così a perdere un sacco di tempo dovendo eseguire lunghe, faticose ed inutili ricerche. La situazione è anche esasperata dal fatto che le notizie arrivano un po’ alla volta, a distanza di tempo. E si usa la stampa e non la magistratura per mettere gli investigatori anche di fronte ai sentimenti dei cittadini, che in un momento così drammatico non possono che essere quelli della ricerca della verità seguendo tutte le piste, anche le più strane.
C’è, infine, da considerare che tra tutte le notizie false ce ne sono anche di vere. Magari non c’entrano con la strage, ma i magistrati sono costretti a seguire tutte le piste fino in fondo.

Operazione terrore sui treni

Nel 1981 la strategia del depistaggio arriva al suo massimo.
Parte dal SISMI l’operazione “terrore sui treni”. Il generale Stantovito e Francesco Pazienza emettono una serie di informative, dirette agli organi centrali di polizia, in cui si spiega per filo e per segno chi è stato a mettere la bomba alla stazione e con quali scopi.
Come responsabili vengono indicati gli esponenti più in vista di Ordine Nuovo, Franco Freda, Giovanni Ventura e Stefano Delle Chiaie. Ma questi non hanno agito da soli, bensì in collaborazione con altri gruppi eversivi francesi e tedeschi.
bologna06Le indicazioni sono straordinariamente precise: ci sono nomi e cognomi anche degli stranieri. Seguendo i suggerimenti del SISMI, i carabinieri scoprono sul treno Taranto – Milano una borsa piena di armi, proiettili e otto barattoli di esplosivo. É Compound B, lo stesso di quello usato il 2 agosto a Bologna. Ma nella borsa, guarda caso, ci sono anche giornali francesi e tedeschi e due biglietti aerei intestati proprio ai due terroristi segnalati dal SISMI.
É tutto troppo facile, troppo preciso, troppo dilettantesco: la faccenda puzza di depistaggio.
La storia va raccontata per capire che legami ci sono in quel periodo tra le frange estremiste violente, i servizi segreti e la malavita comune.
Tra le armi trovate sul treno c’è un fucile M.A.B. della Beretta, modificato artigianalmente e identico a quello sequestrato a suo tempo alla Banda della Magliana. Era stato Paolo Carminati, feroce aderente sia alla Banda romana che ai NAR, a recuperare quell’arma in una lunga storia di conflitti interni alla Banda della Magliana, che un giorno racconterò qui a Noncicredo.
Sempre tutto semplicissimo: Paolo Carminati viene accusato di aver deposto quella borsa sul treno. C’è da dire che il personaggio è entrato e uscito con grande frequenza dalle aule dei tribunali per una serie lunghissima di reati. Ha scontato molti anni in carcere, anche se spesso se l’è cavata per riduzioni di pena o soppravvenuto indulto.
Il tribunale di Bologna, nel 2000 condanna Carminati a nove anni perché colpevole dei reati di detenzione e porto di armi da guerra e di calunnia.
Ma i successivi gradi di giudizio lo assolvono con formula piena, perché il M.A.B. trovato sul treno non corrisponde affatto a quello posseduto a suo tempo dal Carminati.
Per completezza va detto che nel 2014 Paolo Carminati finisce dentro nell’inchiesta su Mafia Capitale. Nel luglio scorso è stato condannato a 20 anni di carcere per associazione a delinquere.
Ci vogliono 4 anni per arrivare a capire come sono andate le cose. A mettere quella borsa è stato un maresciallo dei carabinieri, su mandato del SISMI e precisamente del colonnello Belmonte per incarico del generale Musumeci. Nel 1990 Belmonte e Musumeci vengono condannati dalla corte d’appello di Bologna per calunnia con l’aggravante del numero di persone coinvolte. Tuttavia viene escluso il motivo eversivo e quindi la pena risulta essere di circa otto anni per entrambi. I ricorsi presentati da tutti i condannati vengono rigettati dalla Cassazione nel 1995.
In questo guazzabuglio di false piste, si inserisce anche quella di un altro criminale, Elio Ciolini, coinvolto in mille questioni sporche, tra mafia, truffe, raggiri e altre quisquiglie simili. Negli anni che stiamo analizzando è detenuto in Svizzera e viene ascoltato dal giudice bolognese Aldo Gentile. Riferisce di sapere che la strage alla stazione è stata commissionata da una loggia massonica, la Montecarlo, emanazione della P2 di Licio Gelli. Il destinatario di questo, come dire? “incarico”, è Stefano Delle Chiaie, ma gli esecutori materiali sono, secondo Ciolini, il tedesco Fiebelkorn e il francese Danet. E ritorna dunque la pista internazionale. Ma questa volta le informazioni sono ancora più dettagliate. La strage, infatti, sarebbe servita per coprire una colossale operazione finanziaria Eni-Petromin. Lo scandalo Eni-Petromin era scoppiato nel 1979 e aveva portato alle dimissioni del presidente di Eni, Mazzanti, un altro degli affiliati alla loggia P2 di Licio Gelli.
In seguito Ciolini cerca di ritrattare tutto, accusando i giudici con i quali aveva parlato, di essere loro gli inquinatori delle indagini. Nei primi anni 90, uscito dal carcere svizzero, Ciolini è stato processato e condannato per calunnia aggravata a nove anni, di cui quattro condonati.
Come si capisce, le indagini sulla strage incontrano talmente tanti ostacoli che, nel 1981, tutti i 50 indagati vengono scagionati e comincia una discussione lunghissima se sia il caso di continuare o di chiuderla lì e archiviare le indagini.
É a questo punto che si inserisce una associazione che tiene, allora e ancora oggi, viva la memoria di quel maledetto giorno di agosto: l’associazione dei parenti delle vittime. E così i processi vanno avanti.
La svolta avviene nel 1985. Ci sono nuovi mandati di cattura: per Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, accusati di un tentativo di sovvertire l’ordine democratico dello Stato, usando i neofascisti come mano d’opera per le stragi.
Chi sono questi estremisti neri?
bologna07C’è Massimiliano Fachini, esperto in esplosivi, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, sua compagna nella vita e nella lotta armata. Fioravanti è tra i fondatori dei NAR, uomo di una violenza inaudita. Ha alle spalle 8 omicidi, proprio come la Mambro. Ha ucciso avversari, passanti e uomini del suo stesso gruppo per rappresaglia o per dare una lezione o per paura che potessero parlare. É lui ad ammazzare il poliziotto Serpico a Roma, è moralmente responsabile dell’omicidio del giudice Amato. Viene arrestato a Padova mentre cerca di recuperare delle armi. Nel conflitto uccide due poliziotti di 20 anni: Enea Codotto e Luigi Maronese.
La sua faccia di ragazzino era conosciuta da tutti in Italia, grazie alla sua partecipazione in numerose serie televisive (la più famosa è La famiglia Benvenuti) e in alcuni spaghetti western. Nel 1970 diventa militante del MSI, il partito neofascista guidato da Giorgio Almirante, poi passa alcuni anni negli Stati Uniti. Tra il 75 e il 77 entra nell’Esercito, dove subirà una serie di punizioni e condanne, anche per la sottrazione di una cassa di bombe a mano che finiranno un po’ ovunque, in particolare ai NAR e alla Banda della Magliana.
I NAR nascono verso la fine del 1977 attorno alla sede del MSI di Monteverde, un quartiere di Roma. Il gruppo che lo fonda comprende Valerio e Cristiano Fioravanti, Franco Anselmi, che verrà ucciso l’anno dopo dal proprietario di un’armeria che i NAR stanno rapinando, Alessandro Alibrandi, un altro bel personaggino, ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia nel dicembre 1981. Poco dopo si aggiunge anche Francesca Mambro, militante neofascista del FUAN (il fronte giovanile del MSI) che diventerà la fidanzata e poi la moglie di Valerio Fioravanti.
Ma torniamo ai fatti della strage. Dunque qualcuno ha fatto i nomi dei due terroristi neri. Chi è stato?
Chi ha dunque accusato Fioravanti e Mambro della strage? C’è un nuovo personaggio, che entra nella nostra storia. Si tratta di Massimiliano Sparti. Lui è un elemento di minore importanza della Banda della Magliana. É quello che procura documenti falsi. Ed è lui a raccontare che Fioravanti lo raggiunge a Roma per avere documenti falsi per sé e per la Mambro. La frase incriminata detta da Giusva sarebbe stata “Hai visto che botto?”.
É quello che basta a far decollare di nuovo il processo. Ma sulla deposizione di Sparti i dubbi sono moltissimi, come vedremo tra poco.
Il problema per i due terroristi neri è che manca loro un alibi per quel 2 agosto. Dicono infatti di essere stati a Padova, assieme al camerata Gilberto Cavallini, per incontrare un misterioso “zio Otto”. Si contraddicono e nessuno crede loro.
Il fatto di usare dei soprannomi, come “zio Otto”, e di non sapere mai di chi si tratta è tipico del periodo in cui è meglio stare defilati con la testa bassa non far sapere chi si è davvero.
É solo nel 1998 che il giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, si trova tra le mani proprio quel nome, “zio Otto”. Salvini sta indagando sui legami tra terrorismo nero e apparati militari più o meno segreti, quando conosce un neofascista, Carlo Digilio, così legato ai servizi americani da far pensare che sia in realtà un agente della CIA. Lui confermerà di conoscere un neofascista dei NAR, Gilberto Cavallini e di averlo incontrato il 2 agosto 1980 a Padova.
Questo non significa che Fioravanti e Mambro fossero anch’essi a Padova. Ma nemmeno il contrario.
E così, anche se la massa enorme di informazioni che arrivano da ogni parte sono evidentemente tutte tentativi di depistare le indagini, la strada che si segue porta proprio là dove qualcuno vuole che arrivi. Già, ma chi? E perché?
C’è una domanda che tutti si fanno durante il processo ai NAR. Fioravanti e Mambro hanno la faccia degli stragisti? Sembrerebbe di no. Hanno condanne per quasi 10 ergastoli, hanno confessato tutto entrando spesso nei particolari di omicidi, esecuzioni, rapine e quant’altro. Ma la strage no, non è nel loro stile. Sono abituati a uccidere faccia a faccia, a sangue freddo. Non sono dei vigliacchi. Questo emerge dall’analisi della personalità dei due capi dei NAR. Ascoltiamoli in una delle deposizioni durante il processo. {mp3}storie/bologna/bologna03{/mp3} I magistrati però non danno loro credito. Una strage del genere, dicono, non la confessa nessuno.
Accanto a Fioravanti e Mambro altre due persone sono coinvolte nel processo. Sono Sergio Picciafuoco e Luigi Ciavardini, solo 17enne all’epoca della bomba. Il primo era presente alla stazione di Bologna: sarà infatti medicato al pronto soccorso per una ferita alla testa riportata in seguito all’esplosione.
Ciavardini invece telefona alla fidanzata a Roma dicendole di non prendere il treno il 2 agosto, ma il giorno dopo perché ci sarebbero stati problemi. Il suo processo si farà più tardi, una volta diventato maggiorenne. 

Le varie fasi dei processi

E veniamo adesso ai processi, molti e abbastanza incasinati nel loro procedere.
bologna08Quello di primo grado comincia nel marzo 1987 e si conclude con molte condanne:
Fioravanti, Mambro, Picciafuoco e Fachini prendono l’ergastolo.
Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte sono condannati a 10 anni per calunnia aggravata.
In appello le condanne per strage spariscono e quelle per i depistaggi vengono sensibilmente ridotte. Licio Gelli è dichiarato innocente.
Si arriva così in cassazione nel 1992 e qui ecco la sorpresa: quel tribunale infatti dichiara l’ultima sentenza “illogica e priva di fondamento”, come a dire che i giudici del tribunale di appello avevano avuto delle visioni o si erano bevuti troppi fiaschi di Sangiovese.
E così bisogna tornare indietro e cominciare di nuovo.
Si riparte dall’appello: Fioravanti, Mambro, Picciafuoco sono condannati all’ergastolo per strage. Fachini viene assolto.
Nel 1996 Picciafuoco viene assolto dalla corte d’assise di Firenze, con conferma l’anno successivo da parte della cassazione. Quindi restano in carcere per aver commesso quell’orrendo delitto solo Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.
Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte sono condannati a 9 anni per calunnia aggravata da finalità di terrorismo.
Nel 1996 la cassazione conferma queste sentenze.
Nel 2002 Luigi Ciavardini è condannato a 30 anni per la strage di Bologna. La sua posizione, come ricordavo prima, era stata stralciata nei primi processi perché era ancora minorenne.
Tutto a posto dunque, almeno dal punto di vista della giustizia. La faccenda è chiusa. I colpevoli sono stati condannati e sono rinchiusi in carcere. Ma c’è qualcosa che non quadra, di cui non si riesce a dare conto. Mancano risposte ad alcune domande fondamentali: chi sono i mandanti? qual è il movente di questa strage? Perché i due condannati, che hanno ammesso una montagna di omicidi continuano a sostenere che di quella brutta vicenda non sono per niente responsabili? E che fine hanno fatto i Servizi segreti che hanno cercato in ogni modo di depistare le indagini? Perché lo hanno fatto? Per coprire chi o che cosa?
Ascoltiamo ancora la voce Libero Mancuso
E le domande continuano. Perché mai questa dovrebbe essere una strage “speciale”, ben diversa da tutte le altre che hanno insanguinato il paese durante la strategia della tensione da Piazza Fontana in poi?
Ce ne parla Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissioni Stragi:

I dubbi sull’inchiesta: i testimoni sono credibili?

Ci sono, inutile girarci attorno, dubbi molto forti sulla reale colpevolezza dei condannati. Sono dubbi trasversali; qui non c’entra la destra o la sinistra, ma un procedimento quanto meno allegro da parte dei magistrati. Vediamo alcuni esempi.
L’impianto accusatorio è basato su due testimoni chiave: Massimiliano Sparti e Angelo Izzo.
Sparti lo abbiamo già incontrato di sfuggita. É quello che procura i documenti falsi ai due terroristi due giorni dopo la strage. In un primo momento dichiara di aver richiesto quei documenti ad un certo Ginesi, detto “Ossigeno”, poi però si ricorda che la foto della Mambro l’aveva data ad un altro falsario, Fausto De Vecchi.
De Vecchi viene allora interrogato, ma nega ogni cosa, specie di aver ricevuto fotografie femminili per quei documenti. Solo dieci anni dopo confermerà che della faccenda dei documenti di Fioravanti e Mambro aveva saputo perché glielo aveva raccontato Sparti, ma non era aveva avuto alcun ruolo nella vicenda.
Sparti non conosce la Mambro, ma afferma che la donna si era tinta i capelli per non essere riconosciuta e tuttavia quando viene fatta l’analisi dei capelli, dopo l’arresto della terrorista, non si trova alcuna traccia di tintura, che solitamente rimane in residuo per molto tempo.
Probabilmente grazie alla sua testimonianza, che incastra i due terroristi, viene lascito uscire dal carcere di Pisa dov’era rinchiuso, perché i sanitari diagnosticano un tumore terminale al pancreas. Ricoverato al San Camillo di Roma, ecco il miracolo. Di quel tumore non c’è alcuna traccia. Nel 1997, durante il processo di Bologna, i carabinieri vanno all’ospedale per prelevare la cartella clinica. Ma quella cartella non si trova più: è andata distrutta in un incendio scoppiano nel 1991, proprio nell’archivio del San Camillo. Guarda caso.
Anche in famiglia, Sparti non gode di molta credibilità. La moglie, Argene Zucchetti, la domestica e due conoscenti di famiglia, Luciana Torchia e Vincenzo Tallarico (zio della domestica) lo smentiscono ripetutamente, affermando, tra l’altro che Massimiliano nemmeno si trovava a Roma il 4 agosto 1980, ma a Vetralla, vicino a Viterbo.
Anche il figlio racconta che in punto di morte il padre gli confessa di aver inventato tutta quella storia, ma che a fare questo era stato costretto, senza però aggiungere da chi.
Nonostante tutto questo e nonostante lo Sparti cada in diverse contraddizioni durante la sua testimonianza, viene sempre ritenuto affidabile dai giudici, che tirano dritti per la loro strada. E anche questo è davvero strano.
Il secondo testimone è un delinquente pericoloso: si tratta di Angelo Izzo, uno dei due responsabili del cosiddetto massacro del Circeo. In quell’occasione due ragazze, di 17 e 19 anni, vengono rapite, drogate, stuprate ripetutamente per un giorno e mezzo e poi uccise. Una di loro, tuttavia, sopravvive e questo porta Izzo e il suo compare Andrea Ghira ad essere condannati. Entrambi fanno parte di una formazione giovanile del Movimento Sociale, dalla quale tuttavia vengono espulsi perché scoperti a rubare motorini, che nascondono nel cortile interno della sezione. Insomma due delinquenti comuni.
Durante la detenzione, Angelo Izzo manifesta più volte il desiderio di diventare un collaboratore di giustizia, sostenendo di aver ricevuto in carcere molte informazioni importanti dai detenuti di estrema destra. Per quanto riguarda la strage di Bologna, fa i nomi degli esecutori: Fioravanti e Mambro e poi Luigi Ciavardini, Massimiliano Taddeini e Nanni De Angelis. Questi ultimi due sono di Terza Posizione, altro movimento eversivo nero.
Anche il giudice Falcone aveva interrogato Izzo durante una deposizione sulla mafia; il risultato? Falcone lo aveva accusato di calunnia.
La magistratura di Bologna invece gli crede. Poco importa che De Angelis e Taddeini abbiano un alibi di ferro ed escano quindi subito di scena.
Se questi sono i testimoni chiave, credo sia più che legittimo avere dei dubbi su quanto avvenuto nel processo contro Fioravanti e Mambro. Rimane aperta la domanda: “Chi si doveva coprire?”.
Ma i depistaggi non finiscono qui. 

La pista palestinese

C’è infatti un’altra strada che si è fatta largo negli anni: la pista palestinese.
bologna09Nel 1979 ad Ortona vengono arrestate tre persone dell’autonomia operaia romana. Stanno trasportando due missili destinati in Libano. Nell’operazione finisce dentro anche Anzeh Saleh, responsabile in Italia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Abbash, una delle costole più violente dell’OLP di Yasser Arafat. Compito di Saleh è quello di organizzare il transito di armi attraverso l’Italia e sostenere così la lotta palestinese contro Israele.
La storia dei rapporti italiani con Israele da un lato e la Palestina dall’altro negli anni ’70 meriterebbe una intera puntata, e magari lo faremo qui a Noncicredo. Adesso cerchiamo solo di raccogliere le informazioni che ci servono per capire da cosa derivi questa pista palestinese nel caso della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Settembre Nero, in quegli anni, è l’organizzazione più violenta del panorama palestinese. Basta ricordare i fatti avvenuti durante le olimpiadi di Monaco di Baviera con 17 morti tra ostaggi e terroristi.
In Italia non abbiamo mai avuto problemi di questo genere. Perché? Eppure siamo sempre legati strettamente agli USA e di conseguenza a Israele.
A dire il vero qualcosa succede. Nell’agosto del 1972 saltano in aria quattro cisterne dell’oleodotto Trieste Monaco. Sempre in agosto due turiste inglesi conoscono a Roma due giovanotti arabi, con cui passano un po’ di tempo. Questi regalano loro un mangianastri. Le due turiste prendono un aereo israeliano per recarsi in Israele. Nel mangianastri c’è una carica di tritolo. Per fortuna esplode troppo presto, quando l’aereo è ancora in fase di decollo e non muore nessuno. Entrambi gli attentati vengono rivendicati da Settembre Nero.
Niente di grave, niente di irreparabile, ma sono segnali che spaventano il governo italiano, che decide che bisogna fare qualcosa. Così un colonnello dei carabinieri, uno di quelli duri, che dirige i Servizi Segreti in Medio Oriente, viene incaricato di risolvere la questione. Si tratta di Stefano Giovannone, che entrerà nella tragica storia di Italo Toni e Graziella De Palo, spariti nel nulla in Libano. Ma questa è un’altra storia che vi racconterò un’altra volta.
In quel periodo, ministro degli Esteri è Aldo Moro, il quale si accorda segretamente con i palestinesi (con Arafat e gli altri). In sostanza di può riassumere così: “Noi chiudiamo un occhio sui terroristi che sono o transitano nel nostro paese e voi lasciate in pace l’Italia e non fate attentati”.
Come si sanno queste cose?
Quando Moro viene rapito dalle Brigate Rosse, scrive alcune lettere rimaste famose. In una di queste invita esplicitamente lo Stato a trattare coi terroristi, a scambiare i prigionieri, come del resto era stato fatto a suo tempo con i palestinesi!
Ecco come lo storico Aldo Giannuli racconta questi fatti
Questa scelta non può certo far felici gli americani e i rapporti si deteriorano, anche perché succedono alcune cose strane.
I due ragazzi che avevano consegnato la bomba alle turiste inglesi vengono arrestati, ma dopo qualche mese sono scarcerati e svaniscono nel nulla.
Nel 1973 due iraniani sono fermati a Fiumicino; hanno addosso pistole e bombe a mano; vengono scarcerati e svaniscono nel nulla.
Poco dopo vengono arrestati 5 membri dell’OLP che hanno in casa due lanciamissili terra-aria. Si ipotizza che vogliano abbattere un aereo israeliano. Mandati sotto processo, ai due viene concessa la libertà provvisoria. Questi due sono accompagnati dallo stesso colonnello Giovannone in Libia. Gli altri sono condannati a 5 anni dopo un processo a porte chiuse e scarcerati dietro il pagamento di una cauzione di 20 milioni di lire. Qualcuno la paga e anche di loro non si saprà più nulla.
L’accordo Moro funziona e per alcuni anni l’Italia rimane fuori dagli attentati palestinesi.
Ma gli israeliani non ci stanno.
L’aereo che porta in Libia i due terroristi liberati cade a Marghera. I membri dell’equipaggio muoiono. Il sospetto che dietro questo “incidente” ci sia il Mossad è molto forte.
C’è anche un processo, durante il quale il capo del Mossad stesso viene accusato di strage, mentre sei ufficiali del SISDE lo sono per aver depistato le indagini. Come è ovvio, vengono tutti assolti perché il fatto non sussiste. Insomma la parola d’ordine è non entrarci per niente o il meno possibile. Gli interessi di stato vengono prima di ogni altra cosa.
In Israele è al governo Golda Meir. Lei stila una lista di nomi: ci sono tutti i terroristi che hanno partecipato all’attentato di Monaco. L’ordine è inequivocabile: vanno eliminati tutti. Per farlo crea un gruppo speciale nel Mossad, il Comitato X.
bologna10Dal 72 al 79 c’è la cosiddetta “guerra degli spettri”. Il primo nome della lista viene rintracciato in Italia. E’ un poeta e traduttore, ma anche un cugino di Arafat e rappresenta l’OLP in Italia. Viene ucciso nell’androne di casa sua con 11 colpi di pistola.
Fatta questa doverosa premessa, torniamo alla strage di Bologna. Possibile che non ci sia stata nessuna avvisaglia di quello che stava per accadere?
In effetti, quando Anzeh Salesh finisce in carcere per la questione dei missili di Ortona, il capo del Fronte per la liberazione della palestina, George Abbash non la prende per niente bene. Per questo nel gennaio del 1980 l’UCIGOS (l’ufficio della polizia che si occupa della prevenzione di fatti criminosi come quello della strage) dirama questa segnalazione:
George Habbash, leader del FPLP, contrariato per l’arresto del Saleh e la conseguente dannosa pubblicità per il suo Fronte, starebbe manovrando contatti informali con ambiti diplomatici arabi per far pressioni sul governo italiano al fine di ottenerne il rilascio. Il leader del FPLP non escluderebbe il ricatto terroristico nei confronti dell’Italia pur di liberare il Saleh, anche perché quest’ultimo conoscerebbe le strutture clandestine del Fronte ed i suoi collegamenti politici occulti”.
É il timore di una minaccia e da parte di organizzazioni che non si fanno certo scrupolo di far seguire i fatti alle parole.
L’8 marzo 1980, cinque mesi prima della strage alla stazione, è la questura di Bologna a segnalare al Viminale un certo nervosismo negli ambienti della resistenza palestinese per la detenzione di Saleh. E, infine, l’11 luglio 1980, è il prefetto Gaspare De Francisci, capo dell’UCIGOS, a rinnovare l’allarme, inviando un’informativa al SISDE, il servizio segreto civile e al questore di Bari (Saleh in quel periodo era detenuto nel carcere speciale di Trani). “Fonte qualificata - scrive De Francisci - ha riferito che la condanna dell’arabo Abu Anzeh Saleh ha determinato negative reazioni negli ambienti del FPLP e non viene escluso che, da parte della stessa organizzazione, possa essere tentata una ritorsione nei confronti del nostro Paese”.
Certo che non ha senso parlare di attentato dimostratico con tutti quei morti. Si avanza allora l’ipotesi che il disastro sia dovuto alla presenza non prevista di un treno sul primo binario e che l’onda d’urto uscita dalla sala d’aspetto abbia investito il treno, sia rimbalzata indietro, facendo crollare il tetto con le conseguenze che sappiamo.
Questa pista viene seguita da due giornalisti coraggiosi, che ho già citato: Italo Toni e Gabriella De Palo. Indagano in Italia e poi vanno in Libano, dove, secondo le informazioni ufficiali chiedono proprio al Fronte di Abbash di poter visitare le postazioni palestinesi nel Sud del Libano. Partono il 2 settembre da Beirut in una macchina guidata da uomini di Abbash. Da quel momento di loro non si saprà più niente: altre due vittime della strage di Bologna?

Ustica e Bologna: stessa matrice?

Come ultima ipotesi avanzata da più parti c’è quella che collega l’esplosione del DC9 sopra Ustica con la strage alla stazione. I due episodi sono distanti soltanto 36 giorni. Non importa qui cosa sappiamo oggi di quell’episodio. Conta quello che si pensa all’epoca delle analisi sulla strage di Bologna.
bologna11L’ipotesi più rilevante è quella sostenuta, a più riprese, dall’on. Zamberletti: ad abbattere il DC9 dell’ITAVIA sono stati aerei da caccia libici, per una forma cruenta di ritorsione contro l’Italia, colpevole di essere intenzionata a sottoscrivere un accordo con Malta che in questo modo sarebbe uscita dalla sfera d’influenza di Gheddafi.
Dal momento che questo "avvertimento" non viene raccolto, il 2 agosto, alla stazione di Bologna, una bomba esplode proprio nello stesso momento in cui a Malta quell’accordo viene firmato.
Ma, in realtà, di ipotesi se ne può formulare anche un'altra. Ancora più grave. Nei cieli di Ustica, la sera del 27 giugno, avviene qualcosa di innominabile, un vero atto di guerra che coinvolge il nostro aereo civile. Protagonisti dell’abbattimento del DC9 sono velivoli che appartengono al Patto Atlantico. Per "coprire" questo tragico evento che avrebbe immense ripercussioni internazionali e rischierebbe di minare i delicati equilibri esistenti all’interno della NATO, ecco che, nell’immediatezza dell’accaduto, vengono diffuse due versioni.
La prima è quella dell’attentato, versione avvalorata dalla telefonata anonima che indica Marco Affatigato, estremista di destra - ma in realtà in stretto rapporto sia con i servizi segreti italiani, sia con quelli francesi - come presente sull’aereo con una bomba. Versione che ha poco senso di esistere, visto che Affatigato è ancora vivo ed è stato arrestato un paio di anni fa perché deve scontare diversi anni per bancarotta e truffa.
La seconda versione diventerà a lungo quella ufficiale: il cedimento strutturale. In altre parole l’aereo, vecchio, si sarebbe, praticamente, autodistrutto.
Tutte ipotesi poi smentite, ma l’affare di Ustica è un’altra storia che prima o poi racconterò quei a Noncicredo.
Per avvalorare la bomba a bordo ecco allora che, 36 giorni dopo la strage di Ustica, un’altra bomba esplode alla stazione di Bologna, ordigno quest’ultimo che viene subito indicato – e dal capo del governo in carica, Francesco Cossiga - come di chiara matrice fascista. L’equazione che si prospetta all’opinione pubblica è elementare: i fascisti stanno attaccando il sistema dei trasporti che hanno il loro nodo a Bologna. Non va infatti dimenticato che – con due, misteriose, ore di ritardo – il DC9 è decollato proprio dall’aeroporto del capoluogo emiliano.
Resta però sempre la stessa domanda: chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna?
La risposta sta in un altro episodio, che ho già raccontato, quello del ritrovamento dell’esplosivo T4 sul treno Taranto Milano. Non appena la valigia viene ritrovata, sono proprio gli agenti del SISMI a far sapere alla magistratura che l’esplosivo contenuto nella valigia è dello stesso tipo di quello impiegato per far saltare l’aereo di Ustica. E in effetti tracce di T4 militare verranno trovate sui reperti del DC9, ma molto tempo dopo.
Domanda: come facevano i servizi segreti a sapere – con largo anticipo sulle perizie - di questa coincidenza di esplosivo? Abbiamo già visto che l’esplosivo era stato messo sul treno dagli stessi agenti del SISMI.
Potranno sembrare ipotesi fantasiose: 85 morti per coprire la morte di altre 81 vittime innocenti. Ma questa è la storia dei fatti, delle cronache e come tali ve li ho offerti in questa puntata di Noncicredo.

Gelli, Pazienza e i Servizi

La nostra storia della strage alla stazione di Bologna potrebbe finire qui, senza una conclusione. Certo è che tra tutte le stragi avvenute negli anni di piombo nel nostro paese senza sentenze e colpevoli, questa che ha una conclusione giudiziaria e tanto di condannati, è probabilmente quella che lascia più dubbi di tutte. É un altro dei numerosi e imbarazzanti Misteri d’Italia.
Rileggendo le vicende di quel 1980, altre domande saltano fuori, perché i nomi che compaiono sono quelli che determineranno negli anni seguenti, fino al terremoto di Mani Pulite, la storia nascosta del nostro paese.
In particolare è abbastanza interessante cercare di capire come Gelli e Pazienza diventano, passatemi l’espressione non esattissima, i proprietari del SISMI. Cominciamo dall’inizio.

Ecco come Gelli e Pazienza s'impossessarono del SISMI

Licio Gelli è il regista nascosto che tutto ha mosso. Come accennato, qui interviene tutto un sottobosco: i gruppi neofascisti romani e veneti, uomini legati alle varie mafie come Aldo Semerari, i servizi segreti militari e civili, la banda della Magliana, che porta dritto al capo mafia Pippo Calò, responsabile della strage di Natale, quella sul rapido 904 Napoli Milano. La Banda della Magliana poi è intrecciata con camorra e ‘ndrangheta. Insomma un bel purè.
Ma torniamo all’accoppiata Gelli-Pazienza. Perché Gelli è stato così potente da tentare di determinare tutta la politica italiana?
Secondo le analisi fatte da molti magistrati dell’epoca, a proteggere il Venerabile (com’era chiamato) è nientemeno che Giulio Andreotti, per anni presidente del consiglio e ministro della difesa. Sarebbe stato lui a mettere in contatto Gelli con ambienti della NATO, consentendo così a Gelli di ottenere importanti commesse molto redditizie. Forte di queste protezioni può dunque iniziare con successo l’opera di proselitismo che porta nomi molto importanti della politica, dell’economia e della difesa ad iscriversi alla sua loggia massonica. Questo lavoro finisce nel marzo 1981 con la scoperta dei famosi elenchi degli adepti.
Francesco Pazienza fa la sua comparsa nel 1978. Secondo il professor Ferracuti, un consulente del SISDE, Pazienza viene presentato come candidato per entrare nei servizi segreti civili da Michael Ledeen, noto giornalista americano, che compare in numerose cronache giudiziarie e scandalistiche degli USA. I vertici del SISDE non ne vogliono sapere di Pazienza e così Ledeen si rivolge direttamente al ministro della difesa Giulio Andreotti. É così che Pazienza invece di finire al SISDE, entra nel SISMI del generale Santovito.
Secondo il giudice Libero Mancuso, giudice istruttore al tribunale di Bologna nel 1980, a dirigere il SISMI in quel fatidico anno erano Pazienza, Musumeci, Santovito e Gelli. 
Appena le indagini cominciano a puntare sui vari Semerari, Signorelli, Fachini che avrebbero portato al cuore della loggia P2, i quattro mettono in atto tutta la serie di depistaggi che ho raccontato stasera. Il vincolo che lega gli ambienti della P2 agli esecutori della strage è lo stesso che emerge in altri delitti, come quello di Mino Pecorelli, il giornalista assassinato a Roma nel marzo 1979.
Gelli è morto, Pazienza è libero e vive in Liguria. È stato condannato a 13 anni, ritenuto responsabile non solo del depistaggio di cui ho parlato stasera, ma anche di essere entrato nella vicenda del crack del Banco Ambrosiano e quindi di associazione a delinquere. Resta in carcere 12 anni: esce nel 2007.

Le ultime notizie

Dunque siamo di fronte ad una strage in cui si fa fatica a capire chi è stato, chi l’ha organizzata e perché. I dubbi sulle conclusioni alle quali la giustizia è arrivata sono talmente grandi da far riaprire il caso nel 2017.
Nel frattempo che ne è dei due principali condannati, Fioravanti e Mambro?
bologna15Giusva è un uomo libero dall’aprile del 2009 dopo 26 anni di carcere. Dagli anni ’90 collabora, come beneficiario di un programma di reinserimento di detenuti con “Nessuno tocchi Caino”, associazione contro la pena di morte legata al Partito Radicale.
Francesca Mambro invece è libera dal settembre 2013, avendo scontato la pena e il periodo di libertà condizionale. Anche lei lavora con il marito per l’associazione “Nessuno tocchi Caino”.
Per entrambi la documentazione della revisione parla di un sicuro ravvedimento e pentimento per i numerosi ed efferati delitti commessi. Ma, lo ribadisco, i due si sono sempre dichiarati estranei ad ogni coinvolgimento nella strage della stazione.
Dunque, nel 2017, parte un nuovo filone di inchiesta gestito dalla procura generale di Bologna, che avvia una rogatoria in Svizzera per verificare i movimenti di denaro (parliamo di diversi milioni di dollari) che prima della strage sarebbero partiti da un conto bancario, riconducibile a Licio Gelli, in favore di personaggi appartenenti ad ambienti dei Servizi Segreti, a giornalisti e a elementi della sezione veneta di Ordine Nuovo. Si parla di Carlo Maria Maggi e Maurizio Belmonte, condannati l’estate scorsa in via definitiva all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974.
L’ipotesi che si avanza è che Licio Gelli non sia stato solo responsabile dei depistaggi di cui ho parlato stasera, ma che sia stato anche il mandante o uno dei mandanti della strage. C’è un documento ritenuto importante dagli inquirenti, classificato come “Bologna Bologna – 525779 – X.S.”, che proviene dai fascicoli del processo per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
Nel frattempo mancano ormai pochi giorni per l’apertura di un nuovo processo per la strage di Bologna. Anche se sono passati quasi 40 anni, è evidente che non c’è soddisfazione su come sono finite le cose. Alla sbarra ci sarà Gilberto Cavallini, ergastolano in semilibertà, accusato di aver fornito supporto logistico a Fioravanti, Mambro e Ciavardini, vale a dire ai tre condannati per l’eccidio della stazione. Avrebbe fornito alloggio a Padova, documenti e l’auto per arrivare a Bologna.
«A Bologna - ha commentato il difensore di Cavallini - c’è questa verità ideologica. La strage è fascista e guai a chi si azzarda a dire il contrario: sarà sempre così, immagino, non cambierà».
Non so come finirà tutta questa storia e se finalmente i parenti delle vittime riusciranno a capire perché i loro cari, 85 persone innocenti, sono morti quella maledetta mattina d’agosto.
E che la strage sia da definire fascista o meno credo sia irrilevante, anche se in tutta questa vicenda il terrorismo nero e neofascista è sempre presente, anche all’interno dei servizi segreti deviati.
Quello che resta, nel rileggere tutta la storia che, ancora una volta, settori importanti dello stato pertecipano ad una gestione di potere e di interessi, che passa sopra la vita dei cittadini come un carro armato.

Introduzione

Puntiamo l’attenzione sul paese che più di ogni altro ha fatto della produzione di energia elettrica da fissione una bandiera, gli Stati Uniti d’America. Nonostante la percentuale di tale energia non sia paragonabile, ad esempio, a quella francese, raccontare le vicende statunitensi ha senso in quanto si tratta del paese tecnologicamente più avanzato e anche più ricco, Cina permettendo, quindi quello che più di ogni altro sembra essere in grado di risolvere i problemi collegati al cosiddetto nucleare civile.
In fondo la questione assomiglia molto da vicino alla nostra, vale a dire al fatto che nessuno oggi sa come e dove realizzare quel deposito nazionale delle scorie radioattive che permettano di tenere al sicuro cesio, plutonio, stronzio e tutto il resto delle schifezze che restano dal processo di fissione dell’Uranio.
Gli americani avevano individuato alcune aree di stoccaggio, una per i materiali meno pericolosi (si fa per dire), a Carlsbad nel New Mexico, il secondo a Hanford (stato di Washington) e il terzo in Nevada, all'interno di una montagna, l'ormai celebre Yucca Mountain. Vediamo come sono andate le cose.

Il WIPP di Carlsbad (New Mexico)

WIPP CarlsbadDurante la seconda guerra mondiale, nel 1943, ad Hanford, lungo il fiume Columbia non lontano da Seattle, il colosso chimico Du Pont costruisce una base per la produzione di Plutonio. Ci lavorano 42 mila operai, in un’area di 200 mila ettari di terreno, comprato dall'esercito sotto la guida del generale responsabile del progetto Manhattan. Le scorie dei reattori sono conservate da allora in contenitori certificati per 25 anni e tanto sono durati, poi il materiale è fuoriuscito. Le sostanze adoperate per neutralizzare il materiale radioattivo si sono decomposte in altre, altamente esplosive. Insomma, ad Hanford, sono presenti delle vere e proprie bombe nucleari pronte a far saltare tutto per aria. Il problema è grave e va risolto. Si mettono all’opera più di mille persone con un budget di più di mezzo miliardo di dollari l'anno.
L’altra area destinata a contenere le scorie si trova a Carlsbad, in New Mexico, 200 km in linea d’aria da El Paso. Qui sorge il WIPP (Waste Isolation Pilot Plant), il centro sperimentale per l’isolamento dei rifiuti.
Per avere un'idea della gravità della situazione, solo a Carlsbad si calcola che oltre 3 milioni di litri di materiale radioattivo abbiano invaso l'ambiente. E le sostanze contaminanti occupano un volume di 160 milioni di litri e sono stivate in 177 contenitori lunghi venti metri l'uno.
Nel 1990 viene interpellata la Westinghouse per una analisi. La società si rifiuta di fare qualsiasi cosa perché non si sa quali sostanze possono essere presenti e cosa potrebbe accadere infilando una sonda nei contenitori. Ci vuole un anno prima che i tecnici siano pronti per realizzare un video di quello che accade "là dentro".
La registrazione ottenuta ha un effetto a dir poco devastante sull'opinione pubblica; fa il giro di tutte le televisioni e la sua visione – per riprendere un commento dell’epoca - "è come osservare il centro di un vulcano alla vigilia di un'eruzione".
Tra le altre cose nel 1989 si viene a sapere che un contenitore simile a questi era esploso, nel 1957, sugli Urali (a Majak, naturalmente). Gli americani dicono: "Lo sapevamo, birichini!" ma nessuno sa ancora che anche gli USA hanno di quei contenitori e ne hanno tanti.
Questo (ed altri problemi) spingono gli Stati Uniti a cercare una "soluzione finale". L'intento, come detto all'inizio, è quello di realizzare alcune mega-discariche.
MinieraQuella di Carlsbad si trova in una miniera di sale a 700 m di profondità, è costata 1 miliardo di dollari e può contenere un milione di bidoni. Il fatto è che negli USA ci sono circa 100 mila tonnellate di combustibile nucleare ancora sparso per il paese in depositi provvisori. Perfino l'Uranio usato da Enrico Fermi nel 1942 sta ancora aspettando una sistemazione definitiva.
Il problema è sempre lo stesso. Occorre trovare materiali che garantiscano una "tenuta" per l'eternità (ricordo che il Plutonio 239 ha un tempo di dimezzamento di 24'000 anni, come ho spiegato nell’articolo su Majak). Inoltre i siti dei depositi devono essere geologicamente stabilissimi. Se tra qualche secolo la terra si muovesse, i rifiuti potrebbero o tornare in superficie o finire in qualche falda o cadere in un canale con alte temperature. Un bel problema: si cercano alternative possibili (come quella di mandare le scorie nello spazio), ma alla fine, tra le opzioni possibili, quella delle miniere sembra comunque la migliore.
A Carlsbad, lo strato di sale è profondo un chilometro e da almeno 240 milioni di anni non si è mosso. La stessa presenza del sale indica inoltre che nelle vicinanze non scorrono fiumi sotterranei altrimenti si sarebbero notati i segni dell'erosione. Ma vi sono anche altri vantaggi: le gallerie scavate tendono a richiudersi a causa della plasticità degli strati salini. In questo modo le scorie dopo qualche decennio rimarranno sigillate e inaccessibili ai curiosi e soprattutto all'acqua.
Tutto bene? No, proprio per niente!

Cominciano i problemi

Un giorno una trivellazione fa saltare fuori acqua sotto pressione da una "sacca" contenuta tra due strati di sale. Acqua molto antica, rimasta intrappolata là da chissà quanto tempo. Ma cosa succederebbe se tra qualche secolo, quando nessuno potrà "vedere" dall'esterno la presenza della discarica, qualcuno trivellerà il terreno e salterà fuori acqua sotto pressione magari mescolata con sostanze radioattive? E se i gas sprigionati e ad alta pressione si libereranno, cosa potrà avvenire?
Così sono stati predisposti controlli preventivi usando migliaia di sensori, ma (secondo un giudice del New Mexico) nessun piano per rimuovere le scorie nel caso i test andassero male.
CarlsbadLa conclusione è che ci sono ancora troppi rischi e che quella soluzione "definitiva" non ha molto di definitivo.
Si decide quindi di soprassedere e di abbandonare il progetto. Ma l'America (non solo lei ovviamente!), si sa, è un paese straordinario, dove il rendimento degli investimenti è altrettanto importante quanto la salute delle persone. Si cercano altre strade e infine il genio americano rifà capolino. "Ma come - è la conclusione - abbiamo speso un miliardo di dollari per questo impianto e adesso lo buttiamo via così?".
Oggi a Carslbad le scorie nucleari ci sono, sono sepolte nelle miniere di sale, sulla cui stabilità geologica nessuno giura, ma ci sono solo scorie di bassa attività (ad esempio i vestiti, gli strumenti e i macchinari contaminati). Resta, ancora oggi, l’unico sito scavato in profondità. Garanzie? I tecnici assicurano che possiamo dormire sonni tranquilli per 10 mila anni. Che ci sia da fidarsi? E comunque siamo ben lontani dai tempi necessari per il confinamento delle scorie più pericolose. E in questo caso non possiamo neanche dire: non c’è che da aspettare per vedere cosa succederà. Tra 10 mila anni potrebbe anche non esserci più nessuno in superficie per un simile controllo e non è detto che la causa non possa essere una fuoriuscita di materiali radioattivi mal conservati. 

Yucca Mountain

Le scorie più pericolose gli Stati Uniti hanno pensato di rinchiuderle ancora più in profondità, scegliendo come sito "sicuro" le viscere di una montagna: Yucca Mountain in Nevada: ma siamo sicuri che sia un deposito sicuro?
Un conto è avere a che fare con le scorie della Svizzera, altro con quelle degli Stati Uniti. Qui si calcola che si producano ogni anno 2'300 tonnellate di materiale contaminante. Per di più ci sono conti che raramente si fanno, specialmente da parte di chi vede nel nucleare la soluzione a tutti i problemi energetici. Quando una centrale ha funzionato 40/50 anni ed è diventata obsoleta è necessario "smaltirla" proprio come si fa con le bottiglie di plastica, il vetro e la carta. Tutto quello che per così tanto tempo è stato a contatto con materiali radioattivi, lo è a sua volta. Smaltire una vite di una centrale nucleare non è affatto lo stesso che smaltire una vite dell'armadio della vostra camera da letto.
Il solo smantellamento di una centrale nucleare alla fine della sua vita operativa produce una quantità di scorie di quasi tre volte superiore a quella prodotta durante i 40 anni della sua attività.
Sistemate le scorie meno pericolose (quelle con tempi di dimezzamento fino a 30 anni) che sono, tuttavia, anche la parte più cospicua, stoccandole in siti appositi, come il Wipp di Carlsbad, si tratta ora di prendere di petto la questione delle scorie più pericolose, quelle con tempi di dimezzamento lunghissimi, come il Plutonio.
La scelta del sito è caduta all'interno di una zona molto protetta, quell'"area 51" così famosa per i misteri che attorno ad essa aleggiano, non solo per le sperimentazioni "strane" supposte, ma soprattutto per le voci circa la presenza di extraterrestri, trattenuti come ospiti dall'esercito americano.
Siamo nel Nevada, a meno di 200 km da Las Vegas, una zona davvero poco frequentata. Il caveau è in costruzione sotto il monte Yucca.
La spesa per gli studi preliminari è stata di 8 miliardi $, il budget per la realizzazione è (per ora) di 60 miliardi $.
Alla fine dei lavori, la montagna conterrà una serie di gallerie a spina di pesce, a 300 m di profondità, completamente "foderate" di un acciaio particolare (lega 22) e rivestite di titanio che ha una funzione anti-sgocciolante per impedire infiltrazioni di acqua. Il deposito è previsto per 77'000 tonnellate di materiale, proveniente da 131 depositi di 39 stati. Doveva essere attivato nel 2017. Siamo nel 2018 e non è ancora successo niente.
Le cose vanno così: nel 2002 il congresso americano approva il progetto presentato dall'amministrazione Bush, con 69 voti favorevoli e 39 contrari: tra questi ultimi quelli dei democratici e tutti quelli, conservatori o democratici poco importa, dello stato del Nevada. Perché tanto ostracismo da parte dei politici locali?
Il traffico per far arrivare i container in Nevada sarà pazzesco e già questo mette la popolazione sul chi va là. Un sondaggio ha evidenziato come il 70% dei cittadini sia nettamente contrario alla realizzazione e nelle comunità scientifiche e in quelle amministrative le perplessità sul progetto sono molto forti. In particolare si sottolinea il fatto che sigillare il monte (una volta sistemate tutte le scorie previste) non sia opportuno oggi, quando abbiamo una tecnologia probabilmente non sufficientemente progredita relativa a questo problema.
I tecnici "garantiscono" che da Yucca Mountain non ci saranno fuoriuscite di nessun genere di scorie per 10 mila anni.
Beh, 10 mila anni è un bel po' di tempo, ma non basta!
La National Academy of Sciences e il National Research Council ritengono questa grandezza temporale del tutto insufficiente perché si possa parlare di “messa in sicurezza” di materiale radioattivo che rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni. Proprio in virtù di queste osservazioni, la Corte d’Appello Federale ha recentemente stabilito che un sito destinato al seppellimento delle scorie nucleari deve dimostrare di potere accogliere in sicurezza le stesse per almeno 300.000 anni, fino al decadimento della loro radioattività. É tutto? No, ci sono ancora altri elementi da valutare.
Lo stato del Nevada ha messo in campo propri esperti e tecnici per controllare la situazione. Dalle indagini sono emerse alcune cosette simpatiche.
Si è scoperto che il "deserto" tanto deserto non è. L'umidità (19 cm acqua/anno) è ampiamente in grado, con tutti i millenni a disposizione di corrodere i contenitori delle scorie col risultato di ritrovarsi pozzi d'acqua fosforescenti e cavoli abnormi, perché irrigati con l'acqua contaminata.
Inoltre le scorie non tengono la temperatura; esse si riscaldano per via dell'energia prodotta. L'aumento di temperatura provocherà l'insorgere di vapore d'acqua e saremo da capo.
Quando una particella decade, vengono emesse radiazioni che possono in qualche modo interagire con il materiale delle pareti circostanti, frantumandoli o producendo idrogeno e favorendo così le condizioni di una esplosione e di incendi che non sarebbero proprio poca cosa.
Las VegasForti dubbi sono sorti anche sulla stabilità geologica di Yucca, una montagna di tufo di origine vulcanica, formatasi oltre 10 milioni di anni fa. A circa 150 km di distanza c'è Las Vegas, con i suoi 1,5 milioni di abitanti (compresa l'area urbana); la città non sarebbe affatto al sicuro in caso di un sisma che facesse fuoriuscire i materiali radioattivi.
Come già accennato, c'è poi il trasporto dai 39 stati coinvolti verso la Yucca Mountain delle scorie. Ci sarebbero migliaia di treni e camion per strada con il loro carico pericolosissimo.
Qualunque situazione di pericolo connessa ad eventuali incidenti, attentati terroristici, guasti dei mezzi preposti ad effettuare il trasporto, rischierebbe di creare una tragedia senza paragoni.
Arriviamo così al 2005, quando il DOE ha rilevato irregolarità ed omissioni nelle pratiche che avrebbero dovuto testimoniare la sicurezza (soprattutto geologica) di Yucca Mountain.
Tali sospetti ingenerati dal contenuto di alcune mail intercettate, hanno contribuito a creare nuove perplessità sulla reale affidabilità di un progetto che era già costato circa 8 miliardi di dollari.
A denunciare le anomalie è stato il Dipartimento dell'Energia, che ha scoperto una serie di e-mail scambiate fra i tecnici del servizio geologico che potrebbero provare l'esistenza di gravi omissioni e irregolarità nelle procedure che hanno stabilito la sicurezza del sito.
Dalle e-mail emerge che alcuni strumenti usati per misurare le condizioni interne alla montagna sono stati usati prima che fossero calibrati e alcuni dati compaiono addirittura prima che la strumentazione sia disponibile, quindi evidentemente inventati di sana pianta. Altri strumenti risultano essere stati usati per mesi interi senza venire mai calibrati. Insomma sembra credibile l'ipotesi che a Yucca Mountain siano stati creati dei dati ad arte relativi alla sicurezza, per poter procedere coi lavori.
Cosa aggiungere? Perfino gli Stati Uniti, la nazione al mondo con la più avanzata tecnologia e il più grande controllo, sono in difficoltà grave di fronte al problema del "confinamento" delle scorie radioattive. Chi potrà risolvere questo problema? Ha senso pensare alla costruzione di nuove centrali? Una volta costruite dove metteremo le scorie?
vignettaAnche se Barak Obama non è stato quel presidente verde che molti aspettavano fosse, sulla questione Yucca Mountain ha avuto una posizione netta. Non se ne fa niente. Così i lavori sono terminati e si è ricominciato a pensare a qualcosa di differente.
Poi è arrivato Donald Trump, il quale, come in quasi tutte le decisioni assunte ha semplicemente detto: “Facciamo il contrario di quello che ha fatto Obama”. Così la questione Yucca si sta riproponendo e vedremo nei prossimi anni cosa ne salterà fuori.
Una notizia curiosa di poche settimane fa è la presa di posizione dell’associazione AGA contro la riapertura dei lavori a Yucca. Per questi infatti è stato proposto dall’amministrazione federale un finanziamento di 120 milioni di dollari.
Chi è AGA? É l’associazione americana dei casinò, che si trovano là vicino, a Las Vegas e in altri centri del Nevada. La preoccupazione non è ambientalista o medica, ma economica. L’area di Las Vegas e dintorni è quella in più rapida crescita negli Stati Uniti, tanto da contare oggi più di 2 milioni di persone che vivono stabilmente nella città del Nevada. Per questo a muoversi, oltre ai cittadini, sono operatori di piccole imprese e membri del Congresso che non vedono certo di buon occhio l’ammassarsi di pericolose scorie radioattive a due passi da un centro di enorme interesse turistico. Talmente enorme che nel 2017 Las Vegas ha contato ben 42 milioni di visitatori, una cifra enorme con un indotto spaventoso, visto il tipo di attività che viene offerta e che possiamo tradurre con: lascia i tuoi soldi nelle sale da gioco.
Questa dunque è la storia, tutta ancora da scrivere, del deposito di Yucca Mountain. Aggiungo solo che l’unico serio tentativo in corso d’opera per realizzare un deposito permanente si trova in Finlandia, vicino alla centrale in costruzione di Olkiluoto. I lavori, cominciati nel 2004 dovrebbero arrivare a compimento entro il 2020.
Anche se il sito fosse davvero quello che vuole essere, non c’è da fare salti di gioia: conterrà solo le scorie finlandesi, perché una saggia legge di quel paese proibisce l’esportazione all’estero delle proprie schifezze.
Concludendo la domanda “Cosa ne facciamo delle scorie nucleari?” ha una sola risposta: “Non lo sappiamo!