2 agosto 1980, ore 10,25

bologna02Come ho avuto modo di scrivere più e più volte, quello che leggete in questa sezione è quanto emerge dalle dichiarazioni, dagli interrogatori, dalla varia documentazione disponibile sui vari casi. Pretendere che sia per forza anche la verità non è possibile, dal momento che, con tutti i lati oscuri di ogni vicenda, spesso la verità riposa con protagonisti ormai defunti. Resta tuttavia l’interesse per un mondo che è stato quello del nostro paese e, per molti di noi, il mondo in cui siamo vissuti e cresciuti.
Oggi vorrei raccontarvi la storia di una strage, un odioso attentato che ha provocato molte decine di morti e moltissimi feriti, lasciando, a quasi 40 anni di distanza, una ferita nel nostro paese e nella città dove tutto questo è accaduto, Bologna.
Prima di cominciare, i Pink Floyd e l’annuncio al telegiornale di quel tragico 2 agosto del 1980.

Addio mondo crudele, addio a voi tutti, non c’è niente che possiate dirmi per farmi cambiare idea” cantano i Pink Floyd all’inizio dell’introduzione. Oggi parlerò di questo, della strage alla stazione di Bologna.
É estate e fa molto caldo. La gente parte per le vacanze. Chi dal Nord scende sulla riviera adriatica passa per Bologna. Chi dal Centro Sud sale per recarsi ai laghi o in montagna passa per Bologna. Bologna è il centro del mondo. La sala d’aspetto di seconda classe è piena. Ci sono anche molti bambini assieme alle famiglie. Ci sono ritardi come capita spesso in quel periodo dell’anno e in quegli anni.
Vicino alla porta di ingresso c’è un tavolino, alto mezzo metro. Sopra una valigia. Dentro una bomba. La bomba scoppia.
L’intera ala della stazione che contiene la sala d’aspetto, con gli uffici al secondo piano, il bar e il ristorante viene sollevata per aria e ricade giù, tirandosi dietro tutto, dalle fondamenta al tetto. Si crea un’onda d’urto che si infila nel sottopassaggio, arriva fino ai treni in attesa sui binari e dall’altra parte esce sulla piazza e si porta via come fossero giocattoli i taxi in attesa di clienti. Tutta la città di Bologna sente il boato. Si conteranno 85 morti e 200 feriti. Sono le 10,25 del 2 agosto del 1980.
La prima voce che gira è che si tratti di un incidente. Forse è scoppiata una vecchia caldaia, proprio sotto la sala d’aspetto, una sfortunata disgrazia. Ma non ci vuole molto a capire che questa è una balla. La caldaia è da tutt’altra parte e poi funziona benissimo.
I lavoratori della stazione hanno subito capito tutto: è stata una bomba. L’odore di polvere da sparo dopo il botto è molto forte, loro non hanno dubbi.
Arriva il presidente del consiglio, Francesco Cossiga che usa termini inequivocabili: “deflagrazione dolosa”. E così parte l’inchiesta.
Viene affidata al procuratore Ugo Sisti, il quale apre un fascicolo per strage. La prima parte dell’inchiesta si occupa del come. Poi servirà occuparsi del chi e infine del perché.
Nella borsa – dice la perizia – c’erano 23 kg di esplosivo: 18 di nitroglicerina e 5 di un composto che si chiama “Compound B”, formato da tritolo e T4, un esplosivo che si ricava dalle ogive dei proiettili usati dai militari. É importante ricordare questo fatto per quello che racconteremo dopo.
La posizione della bomba proprio sotto il muro portante di quell’ala non lascia spazio a molti dubbi. Chi ce l’ha messa voleva proprio fare una strage, voleva fare il massimo numero di morti.
É un periodo per niente tranquillo quello degli anni ’70 in Italia. Sono attivi vari gruppi neofascisti, sotto la guida ideologica di Franco Freda, editore padovano e implicato in numerose vicende piene di morti.
bologna03Si parte dalla strage di Piazza Fontana a Milano, per la quale i tribunali di assise hanno concluso che Freda veniva assolto per mancanza di prove. É anche vero che nel 2005 la Cassazione ha affermato che la strage di Piazza Fontana fu realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell'alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», dichiarandoli però non più processabili in quanto «irrevocabilmente assolti dalla Corte d'assise d'appello di Bari». Freda ha sempre negato tutto questo, definendo la strage milanese come “immorale”.
Ai 16 morti e 88 feriti vanno aggiunti quelli di altre stragi successive: quella di Peteano con 3 morti, quella alla questura di Milano con 4 morti, quella del treno Italicus con 12 morti e quella di piazza della Loggia a Brescia con 8 morti.
Tutto questo sangue rientra in quella che viene definita “strategia della tensione”. Il mezzo è quello di creare allarme e panico tra i cittadini e lo scopo quello di favorire un governo forte, autoritario, non democratico. Chi può mai avere interesse a questo?
Nel 1978 nelle questure italiane erano nate delle squadre specializzate nell’indagine su reati particolari, compresi quelli legati al terrorismo. Queste organizzazioni si chiamano DIGOS: esistono e sono operative ancora oggi.
Bene, tocca proprio alla DIGOS indicare agli inquirenti la strada da prendere. Loro hanno pochi dubbi: cercare i colpevoli tra gli estremisti di destra.
Vengono emessi 28 ordini di cattura, che poi diventeranno 50 e riguardano elementi dell’eversione fascista di quegli anni.
E, proprio come in tutte le storie che ho raccontato qui a Noncicredo, avvengono fatti curiosi e strani durante le indagini. Ci sono molti tentativi di depistare le indagini, di far seguire filoni diversi e alternativi a quella dell’eversione di destra nostrana.

La pista internazionale

bologna04Cominciamo con una telefonata che arriva ai magistrati e indica nei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) gli esecutori della strage. I Nar sono in quegli anni la nuova frontiera dell’estremismo nero. Molto lontani dai loro “padri politici” Ordine nuovo, Avanguardia Nazionale, ecc. e ancora più distanti dalle logiche neofasciste del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante; impugnano apertamente le armi contro lo stato, trovando addirittura dei punti di contatto con elementi della sinistra armata. Li accomunano, in particolare, la lotta contro la borghesia capitalista e l’imperialismo sia sovietico che statunitense.
I NAR sono attivi per 4 anni, fino al 1981, ma hanno sulla coscienza una serie enorme di omicidi.
Dicevo della telefonata. Viene controllata e si scopre essere la stessa che aveva attribuito a Marco Affatigato, un noto esponente dell’estrema destra, l’esplosione del DC10, precipitato a Ustica nel giugno dello stesso anno. A dire il vero Affatigato era considerato dagli estremisti neri un “infame”, una specie di spia, uno che avrebbe tradito e confessato ogni cosa. Ma la cosa più incredibile è che quelle due telefonate si rivelano entrambe false. Non solo ma provengono dall’ufficio di Firenze del SISMI, vale adire dai servizi segreti militari dell’epoca.
É questa la prima forma di depistaggio delle indagini, ma non sarà certo l’ultima, come possiamo ascoltare dalla voce del giudice istruttore di Bologna Libero Mancuso, che racconta: {mp3}storie/bologna/bolgna02{mp3} Notiamo che qui si parla di SISDE: si tratta dei servizi segreti civili, vale a dire dipendenti dal ministero dell’Interno. Negi anni ’80 i Servizi segreti sia civili che militari sono coinvolti in numerosi scandali, primo tra tutti quello della loggia massonica P2, di cui parleremo più avanti. Nel 2007 queste sigle spariscono e l’intelligence nazionale viene completamente ristrutturata.

I protagonisti “noti”

Prima di entrare nel racconto, dobbiamo presentare alcuni personaggi chiave dell’intera storia. Anche se in alcuni casi non ce ne sarebbe bisogno, lo faccio per completezza.
Licio Gelli, capo supremo della loggia massonica P2
Francesco Pazienza, faccendiere (termine coniato per lui), consulente del SISMI, responsabile della creazione del SuperSISMI, la costola deviata dei servizi segreti militari, affiliato alla loggia P2
Giuseppe Santovito, generale e capo del SISMI e affiliato alla loggia P2
Pietro Musumeci, generale, segretario del SISMI e affiliato alla loggia P2
Giovanni Belmonte, colonnello del SISMI, affiliato alla loggia P2.
bologna05Di Licio Gelli si è scritto e detto moltissimo. Quello che sembra non opinabile è che abbia esercitato una notevole influenza su molti ambienti, per così dire, non limpidissimi della nostra Repubblica. Politici o futuri politici, militari, servizi segreti, organizzazioni varie.
Così, un mese dopo la strage, Licio Gelli incontra Elio Cioppa, un funzionario del SISDE e gli suggerisce che non sono in Italia i veri responsabili, ma in Germania, dove in quel periodo sono attive alcune cellule eversive del terrorismo nero e neonazista.
Andrea Barbieri è un giornalista di Panorama, all’epoca settimanale di notevole impatto e di denuncia, fino a che nel 1994 viene acquistato da Silvio Berlusconi che ne fa uno zerbino delle proprie attività commerciali e politiche.
Dunque nel 1980, Panorama è un giornale molto serio. Il faccendiere Francesco Pazienza porta ad Andrea Barbieri una corposa documentazione, dalla quale risulta che ad organizzare la strage della stazione di Bologna sarebbe stato nientemento che il KGB, il servizio segreto dell’Unione Sovietica.
É piuttosto scioccante, specie se si considera che siamo ancora in clima di guerra fredda e i rapporti tra Occidente e Oriente non sono da baci e abbracci.
Secondo Pazienza, in Italia il referente dell’organizzazione criminosa sarebbe Stefano Delle Chiaie, altro estremista nero, di cui avremo modo di parlare in seguito.
E dunque si mescolano sottobosco comunista ed eversione nera, in un romanzo che definire complicato è davvero un eufemismo.
Barbieri fa di mestiere il giornalista e quindi pubblica tutto. Si scopre presto da dove saltano fuori queste notizie. La talpa è il generale Santovito del SISMI, che viene indagato per fuga di notizie riservate e segrete. Curiosamente a capo della commissione di indagine viene messo il generale Musumeci, anch’egli del SISMI, e per di più compagno di loggia P2 dell’indagato. Com’è finita? Provate ad indovinare.
Ma certo: con un niente di fatto.
Questo è anche il periodo del terrorismo palestinese, quando lungo l’Italia viaggiano armi ed esplosivi destinati ad attentati in varie parti del mondo. Questa è un’altra storia, alla quale accennerò più avanti.
E anche i servizi segreti palestinesi si mettono in mezzo, suggerendo a Rita Porena, che lavora per un giornale svizzero di pubblicare pure le loro informazioni. Queste raccontano che i terroristi, che hanno causato la morte di 85 persone, sono neri, sono italiani e tedeschi e si sono addestrati nei campi militari del terrorismo internazionale in Libano.
É evidente che siamo di fronte ad una costante e pericolosa manipolazione delle notizie e dei giornalisti.
Solo negli anni seguenti si capisce lo scopo di tutta questa informazione. Occorre condizionare le scelte dei magistrati, sommergendoli sotto un mare di notizie difficili da approfondire, ma che comunque vanno vagliate e seguite. I magistrati si trovano così a perdere un sacco di tempo dovendo eseguire lunghe, faticose ed inutili ricerche. La situazione è anche esasperata dal fatto che le notizie arrivano un po’ alla volta, a distanza di tempo. E si usa la stampa e non la magistratura per mettere gli investigatori anche di fronte ai sentimenti dei cittadini, che in un momento così drammatico non possono che essere quelli della ricerca della verità seguendo tutte le piste, anche le più strane.
C’è, infine, da considerare che tra tutte le notizie false ce ne sono anche di vere. Magari non c’entrano con la strage, ma i magistrati sono costretti a seguire tutte le piste fino in fondo.

Operazione terrore sui treni

Nel 1981 la strategia del depistaggio arriva al suo massimo.
Parte dal SISMI l’operazione “terrore sui treni”. Il generale Stantovito e Francesco Pazienza emettono una serie di informative, dirette agli organi centrali di polizia, in cui si spiega per filo e per segno chi è stato a mettere la bomba alla stazione e con quali scopi.
Come responsabili vengono indicati gli esponenti più in vista di Ordine Nuovo, Franco Freda, Giovanni Ventura e Stefano Delle Chiaie. Ma questi non hanno agito da soli, bensì in collaborazione con altri gruppi eversivi francesi e tedeschi.
bologna06Le indicazioni sono straordinariamente precise: ci sono nomi e cognomi anche degli stranieri. Seguendo i suggerimenti del SISMI, i carabinieri scoprono sul treno Taranto – Milano una borsa piena di armi, proiettili e otto barattoli di esplosivo. É Compound B, lo stesso di quello usato il 2 agosto a Bologna. Ma nella borsa, guarda caso, ci sono anche giornali francesi e tedeschi e due biglietti aerei intestati proprio ai due terroristi segnalati dal SISMI.
É tutto troppo facile, troppo preciso, troppo dilettantesco: la faccenda puzza di depistaggio.
La storia va raccontata per capire che legami ci sono in quel periodo tra le frange estremiste violente, i servizi segreti e la malavita comune.
Tra le armi trovate sul treno c’è un fucile M.A.B. della Beretta, modificato artigianalmente e identico a quello sequestrato a suo tempo alla Banda della Magliana. Era stato Paolo Carminati, feroce aderente sia alla Banda romana che ai NAR, a recuperare quell’arma in una lunga storia di conflitti interni alla Banda della Magliana, che un giorno racconterò qui a Noncicredo.
Sempre tutto semplicissimo: Paolo Carminati viene accusato di aver deposto quella borsa sul treno. C’è da dire che il personaggio è entrato e uscito con grande frequenza dalle aule dei tribunali per una serie lunghissima di reati. Ha scontato molti anni in carcere, anche se spesso se l’è cavata per riduzioni di pena o soppravvenuto indulto.
Il tribunale di Bologna, nel 2000 condanna Carminati a nove anni perché colpevole dei reati di detenzione e porto di armi da guerra e di calunnia.
Ma i successivi gradi di giudizio lo assolvono con formula piena, perché il M.A.B. trovato sul treno non corrisponde affatto a quello posseduto a suo tempo dal Carminati.
Per completezza va detto che nel 2014 Paolo Carminati finisce dentro nell’inchiesta su Mafia Capitale. Nel luglio scorso è stato condannato a 20 anni di carcere per associazione a delinquere.
Ci vogliono 4 anni per arrivare a capire come sono andate le cose. A mettere quella borsa è stato un maresciallo dei carabinieri, su mandato del SISMI e precisamente del colonnello Belmonte per incarico del generale Musumeci. Nel 1990 Belmonte e Musumeci vengono condannati dalla corte d’appello di Bologna per calunnia con l’aggravante del numero di persone coinvolte. Tuttavia viene escluso il motivo eversivo e quindi la pena risulta essere di circa otto anni per entrambi. I ricorsi presentati da tutti i condannati vengono rigettati dalla Cassazione nel 1995.
In questo guazzabuglio di false piste, si inserisce anche quella di un altro criminale, Elio Ciolini, coinvolto in mille questioni sporche, tra mafia, truffe, raggiri e altre quisquiglie simili. Negli anni che stiamo analizzando è detenuto in Svizzera e viene ascoltato dal giudice bolognese Aldo Gentile. Riferisce di sapere che la strage alla stazione è stata commissionata da una loggia massonica, la Montecarlo, emanazione della P2 di Licio Gelli. Il destinatario di questo, come dire? “incarico”, è Stefano Delle Chiaie, ma gli esecutori materiali sono, secondo Ciolini, il tedesco Fiebelkorn e il francese Danet. E ritorna dunque la pista internazionale. Ma questa volta le informazioni sono ancora più dettagliate. La strage, infatti, sarebbe servita per coprire una colossale operazione finanziaria Eni-Petromin. Lo scandalo Eni-Petromin era scoppiato nel 1979 e aveva portato alle dimissioni del presidente di Eni, Mazzanti, un altro degli affiliati alla loggia P2 di Licio Gelli.
In seguito Ciolini cerca di ritrattare tutto, accusando i giudici con i quali aveva parlato, di essere loro gli inquinatori delle indagini. Nei primi anni 90, uscito dal carcere svizzero, Ciolini è stato processato e condannato per calunnia aggravata a nove anni, di cui quattro condonati.
Come si capisce, le indagini sulla strage incontrano talmente tanti ostacoli che, nel 1981, tutti i 50 indagati vengono scagionati e comincia una discussione lunghissima se sia il caso di continuare o di chiuderla lì e archiviare le indagini.
É a questo punto che si inserisce una associazione che tiene, allora e ancora oggi, viva la memoria di quel maledetto giorno di agosto: l’associazione dei parenti delle vittime. E così i processi vanno avanti.
La svolta avviene nel 1985. Ci sono nuovi mandati di cattura: per Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, accusati di un tentativo di sovvertire l’ordine democratico dello Stato, usando i neofascisti come mano d’opera per le stragi.
Chi sono questi estremisti neri?
bologna07C’è Massimiliano Fachini, esperto in esplosivi, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, sua compagna nella vita e nella lotta armata. Fioravanti è tra i fondatori dei NAR, uomo di una violenza inaudita. Ha alle spalle 8 omicidi, proprio come la Mambro. Ha ucciso avversari, passanti e uomini del suo stesso gruppo per rappresaglia o per dare una lezione o per paura che potessero parlare. É lui ad ammazzare il poliziotto Serpico a Roma, è moralmente responsabile dell’omicidio del giudice Amato. Viene arrestato a Padova mentre cerca di recuperare delle armi. Nel conflitto uccide due poliziotti di 20 anni: Enea Codotto e Luigi Maronese.
La sua faccia di ragazzino era conosciuta da tutti in Italia, grazie alla sua partecipazione in numerose serie televisive (la più famosa è La famiglia Benvenuti) e in alcuni spaghetti western. Nel 1970 diventa militante del MSI, il partito neofascista guidato da Giorgio Almirante, poi passa alcuni anni negli Stati Uniti. Tra il 75 e il 77 entra nell’Esercito, dove subirà una serie di punizioni e condanne, anche per la sottrazione di una cassa di bombe a mano che finiranno un po’ ovunque, in particolare ai NAR e alla Banda della Magliana.
I NAR nascono verso la fine del 1977 attorno alla sede del MSI di Monteverde, un quartiere di Roma. Il gruppo che lo fonda comprende Valerio e Cristiano Fioravanti, Franco Anselmi, che verrà ucciso l’anno dopo dal proprietario di un’armeria che i NAR stanno rapinando, Alessandro Alibrandi, un altro bel personaggino, ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia nel dicembre 1981. Poco dopo si aggiunge anche Francesca Mambro, militante neofascista del FUAN (il fronte giovanile del MSI) che diventerà la fidanzata e poi la moglie di Valerio Fioravanti.
Ma torniamo ai fatti della strage. Dunque qualcuno ha fatto i nomi dei due terroristi neri. Chi è stato?
Chi ha dunque accusato Fioravanti e Mambro della strage? C’è un nuovo personaggio, che entra nella nostra storia. Si tratta di Massimiliano Sparti. Lui è un elemento di minore importanza della Banda della Magliana. É quello che procura documenti falsi. Ed è lui a raccontare che Fioravanti lo raggiunge a Roma per avere documenti falsi per sé e per la Mambro. La frase incriminata detta da Giusva sarebbe stata “Hai visto che botto?”.
É quello che basta a far decollare di nuovo il processo. Ma sulla deposizione di Sparti i dubbi sono moltissimi, come vedremo tra poco.
Il problema per i due terroristi neri è che manca loro un alibi per quel 2 agosto. Dicono infatti di essere stati a Padova, assieme al camerata Gilberto Cavallini, per incontrare un misterioso “zio Otto”. Si contraddicono e nessuno crede loro.
Il fatto di usare dei soprannomi, come “zio Otto”, e di non sapere mai di chi si tratta è tipico del periodo in cui è meglio stare defilati con la testa bassa non far sapere chi si è davvero.
É solo nel 1998 che il giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, si trova tra le mani proprio quel nome, “zio Otto”. Salvini sta indagando sui legami tra terrorismo nero e apparati militari più o meno segreti, quando conosce un neofascista, Carlo Digilio, così legato ai servizi americani da far pensare che sia in realtà un agente della CIA. Lui confermerà di conoscere un neofascista dei NAR, Gilberto Cavallini e di averlo incontrato il 2 agosto 1980 a Padova.
Questo non significa che Fioravanti e Mambro fossero anch’essi a Padova. Ma nemmeno il contrario.
E così, anche se la massa enorme di informazioni che arrivano da ogni parte sono evidentemente tutte tentativi di depistare le indagini, la strada che si segue porta proprio là dove qualcuno vuole che arrivi. Già, ma chi? E perché?
C’è una domanda che tutti si fanno durante il processo ai NAR. Fioravanti e Mambro hanno la faccia degli stragisti? Sembrerebbe di no. Hanno condanne per quasi 10 ergastoli, hanno confessato tutto entrando spesso nei particolari di omicidi, esecuzioni, rapine e quant’altro. Ma la strage no, non è nel loro stile. Sono abituati a uccidere faccia a faccia, a sangue freddo. Non sono dei vigliacchi. Questo emerge dall’analisi della personalità dei due capi dei NAR. Ascoltiamoli in una delle deposizioni durante il processo. {mp3}storie/bologna/bologna03{/mp3} I magistrati però non danno loro credito. Una strage del genere, dicono, non la confessa nessuno.
Accanto a Fioravanti e Mambro altre due persone sono coinvolte nel processo. Sono Sergio Picciafuoco e Luigi Ciavardini, solo 17enne all’epoca della bomba. Il primo era presente alla stazione di Bologna: sarà infatti medicato al pronto soccorso per una ferita alla testa riportata in seguito all’esplosione.
Ciavardini invece telefona alla fidanzata a Roma dicendole di non prendere il treno il 2 agosto, ma il giorno dopo perché ci sarebbero stati problemi. Il suo processo si farà più tardi, una volta diventato maggiorenne. 

Le varie fasi dei processi

E veniamo adesso ai processi, molti e abbastanza incasinati nel loro procedere.
bologna08Quello di primo grado comincia nel marzo 1987 e si conclude con molte condanne:
Fioravanti, Mambro, Picciafuoco e Fachini prendono l’ergastolo.
Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte sono condannati a 10 anni per calunnia aggravata.
In appello le condanne per strage spariscono e quelle per i depistaggi vengono sensibilmente ridotte. Licio Gelli è dichiarato innocente.
Si arriva così in cassazione nel 1992 e qui ecco la sorpresa: quel tribunale infatti dichiara l’ultima sentenza “illogica e priva di fondamento”, come a dire che i giudici del tribunale di appello avevano avuto delle visioni o si erano bevuti troppi fiaschi di Sangiovese.
E così bisogna tornare indietro e cominciare di nuovo.
Si riparte dall’appello: Fioravanti, Mambro, Picciafuoco sono condannati all’ergastolo per strage. Fachini viene assolto.
Nel 1996 Picciafuoco viene assolto dalla corte d’assise di Firenze, con conferma l’anno successivo da parte della cassazione. Quindi restano in carcere per aver commesso quell’orrendo delitto solo Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.
Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte sono condannati a 9 anni per calunnia aggravata da finalità di terrorismo.
Nel 1996 la cassazione conferma queste sentenze.
Nel 2002 Luigi Ciavardini è condannato a 30 anni per la strage di Bologna. La sua posizione, come ricordavo prima, era stata stralciata nei primi processi perché era ancora minorenne.
Tutto a posto dunque, almeno dal punto di vista della giustizia. La faccenda è chiusa. I colpevoli sono stati condannati e sono rinchiusi in carcere. Ma c’è qualcosa che non quadra, di cui non si riesce a dare conto. Mancano risposte ad alcune domande fondamentali: chi sono i mandanti? qual è il movente di questa strage? Perché i due condannati, che hanno ammesso una montagna di omicidi continuano a sostenere che di quella brutta vicenda non sono per niente responsabili? E che fine hanno fatto i Servizi segreti che hanno cercato in ogni modo di depistare le indagini? Perché lo hanno fatto? Per coprire chi o che cosa?
Ascoltiamo ancora la voce Libero Mancuso
E le domande continuano. Perché mai questa dovrebbe essere una strage “speciale”, ben diversa da tutte le altre che hanno insanguinato il paese durante la strategia della tensione da Piazza Fontana in poi?
Ce ne parla Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissioni Stragi:

I dubbi sull’inchiesta: i testimoni sono credibili?

Ci sono, inutile girarci attorno, dubbi molto forti sulla reale colpevolezza dei condannati. Sono dubbi trasversali; qui non c’entra la destra o la sinistra, ma un procedimento quanto meno allegro da parte dei magistrati. Vediamo alcuni esempi.
L’impianto accusatorio è basato su due testimoni chiave: Massimiliano Sparti e Angelo Izzo.
Sparti lo abbiamo già incontrato di sfuggita. É quello che procura i documenti falsi ai due terroristi due giorni dopo la strage. In un primo momento dichiara di aver richiesto quei documenti ad un certo Ginesi, detto “Ossigeno”, poi però si ricorda che la foto della Mambro l’aveva data ad un altro falsario, Fausto De Vecchi.
De Vecchi viene allora interrogato, ma nega ogni cosa, specie di aver ricevuto fotografie femminili per quei documenti. Solo dieci anni dopo confermerà che della faccenda dei documenti di Fioravanti e Mambro aveva saputo perché glielo aveva raccontato Sparti, ma non era aveva avuto alcun ruolo nella vicenda.
Sparti non conosce la Mambro, ma afferma che la donna si era tinta i capelli per non essere riconosciuta e tuttavia quando viene fatta l’analisi dei capelli, dopo l’arresto della terrorista, non si trova alcuna traccia di tintura, che solitamente rimane in residuo per molto tempo.
Probabilmente grazie alla sua testimonianza, che incastra i due terroristi, viene lascito uscire dal carcere di Pisa dov’era rinchiuso, perché i sanitari diagnosticano un tumore terminale al pancreas. Ricoverato al San Camillo di Roma, ecco il miracolo. Di quel tumore non c’è alcuna traccia. Nel 1997, durante il processo di Bologna, i carabinieri vanno all’ospedale per prelevare la cartella clinica. Ma quella cartella non si trova più: è andata distrutta in un incendio scoppiano nel 1991, proprio nell’archivio del San Camillo. Guarda caso.
Anche in famiglia, Sparti non gode di molta credibilità. La moglie, Argene Zucchetti, la domestica e due conoscenti di famiglia, Luciana Torchia e Vincenzo Tallarico (zio della domestica) lo smentiscono ripetutamente, affermando, tra l’altro che Massimiliano nemmeno si trovava a Roma il 4 agosto 1980, ma a Vetralla, vicino a Viterbo.
Anche il figlio racconta che in punto di morte il padre gli confessa di aver inventato tutta quella storia, ma che a fare questo era stato costretto, senza però aggiungere da chi.
Nonostante tutto questo e nonostante lo Sparti cada in diverse contraddizioni durante la sua testimonianza, viene sempre ritenuto affidabile dai giudici, che tirano dritti per la loro strada. E anche questo è davvero strano.
Il secondo testimone è un delinquente pericoloso: si tratta di Angelo Izzo, uno dei due responsabili del cosiddetto massacro del Circeo. In quell’occasione due ragazze, di 17 e 19 anni, vengono rapite, drogate, stuprate ripetutamente per un giorno e mezzo e poi uccise. Una di loro, tuttavia, sopravvive e questo porta Izzo e il suo compare Andrea Ghira ad essere condannati. Entrambi fanno parte di una formazione giovanile del Movimento Sociale, dalla quale tuttavia vengono espulsi perché scoperti a rubare motorini, che nascondono nel cortile interno della sezione. Insomma due delinquenti comuni.
Durante la detenzione, Angelo Izzo manifesta più volte il desiderio di diventare un collaboratore di giustizia, sostenendo di aver ricevuto in carcere molte informazioni importanti dai detenuti di estrema destra. Per quanto riguarda la strage di Bologna, fa i nomi degli esecutori: Fioravanti e Mambro e poi Luigi Ciavardini, Massimiliano Taddeini e Nanni De Angelis. Questi ultimi due sono di Terza Posizione, altro movimento eversivo nero.
Anche il giudice Falcone aveva interrogato Izzo durante una deposizione sulla mafia; il risultato? Falcone lo aveva accusato di calunnia.
La magistratura di Bologna invece gli crede. Poco importa che De Angelis e Taddeini abbiano un alibi di ferro ed escano quindi subito di scena.
Se questi sono i testimoni chiave, credo sia più che legittimo avere dei dubbi su quanto avvenuto nel processo contro Fioravanti e Mambro. Rimane aperta la domanda: “Chi si doveva coprire?”.
Ma i depistaggi non finiscono qui. 

La pista palestinese

C’è infatti un’altra strada che si è fatta largo negli anni: la pista palestinese.
bologna09Nel 1979 ad Ortona vengono arrestate tre persone dell’autonomia operaia romana. Stanno trasportando due missili destinati in Libano. Nell’operazione finisce dentro anche Anzeh Saleh, responsabile in Italia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Abbash, una delle costole più violente dell’OLP di Yasser Arafat. Compito di Saleh è quello di organizzare il transito di armi attraverso l’Italia e sostenere così la lotta palestinese contro Israele.
La storia dei rapporti italiani con Israele da un lato e la Palestina dall’altro negli anni ’70 meriterebbe una intera puntata, e magari lo faremo qui a Noncicredo. Adesso cerchiamo solo di raccogliere le informazioni che ci servono per capire da cosa derivi questa pista palestinese nel caso della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Settembre Nero, in quegli anni, è l’organizzazione più violenta del panorama palestinese. Basta ricordare i fatti avvenuti durante le olimpiadi di Monaco di Baviera con 17 morti tra ostaggi e terroristi.
In Italia non abbiamo mai avuto problemi di questo genere. Perché? Eppure siamo sempre legati strettamente agli USA e di conseguenza a Israele.
A dire il vero qualcosa succede. Nell’agosto del 1972 saltano in aria quattro cisterne dell’oleodotto Trieste Monaco. Sempre in agosto due turiste inglesi conoscono a Roma due giovanotti arabi, con cui passano un po’ di tempo. Questi regalano loro un mangianastri. Le due turiste prendono un aereo israeliano per recarsi in Israele. Nel mangianastri c’è una carica di tritolo. Per fortuna esplode troppo presto, quando l’aereo è ancora in fase di decollo e non muore nessuno. Entrambi gli attentati vengono rivendicati da Settembre Nero.
Niente di grave, niente di irreparabile, ma sono segnali che spaventano il governo italiano, che decide che bisogna fare qualcosa. Così un colonnello dei carabinieri, uno di quelli duri, che dirige i Servizi Segreti in Medio Oriente, viene incaricato di risolvere la questione. Si tratta di Stefano Giovannone, che entrerà nella tragica storia di Italo Toni e Graziella De Palo, spariti nel nulla in Libano. Ma questa è un’altra storia che vi racconterò un’altra volta.
In quel periodo, ministro degli Esteri è Aldo Moro, il quale si accorda segretamente con i palestinesi (con Arafat e gli altri). In sostanza di può riassumere così: “Noi chiudiamo un occhio sui terroristi che sono o transitano nel nostro paese e voi lasciate in pace l’Italia e non fate attentati”.
Come si sanno queste cose?
Quando Moro viene rapito dalle Brigate Rosse, scrive alcune lettere rimaste famose. In una di queste invita esplicitamente lo Stato a trattare coi terroristi, a scambiare i prigionieri, come del resto era stato fatto a suo tempo con i palestinesi!
Ecco come lo storico Aldo Giannuli racconta questi fatti
Questa scelta non può certo far felici gli americani e i rapporti si deteriorano, anche perché succedono alcune cose strane.
I due ragazzi che avevano consegnato la bomba alle turiste inglesi vengono arrestati, ma dopo qualche mese sono scarcerati e svaniscono nel nulla.
Nel 1973 due iraniani sono fermati a Fiumicino; hanno addosso pistole e bombe a mano; vengono scarcerati e svaniscono nel nulla.
Poco dopo vengono arrestati 5 membri dell’OLP che hanno in casa due lanciamissili terra-aria. Si ipotizza che vogliano abbattere un aereo israeliano. Mandati sotto processo, ai due viene concessa la libertà provvisoria. Questi due sono accompagnati dallo stesso colonnello Giovannone in Libia. Gli altri sono condannati a 5 anni dopo un processo a porte chiuse e scarcerati dietro il pagamento di una cauzione di 20 milioni di lire. Qualcuno la paga e anche di loro non si saprà più nulla.
L’accordo Moro funziona e per alcuni anni l’Italia rimane fuori dagli attentati palestinesi.
Ma gli israeliani non ci stanno.
L’aereo che porta in Libia i due terroristi liberati cade a Marghera. I membri dell’equipaggio muoiono. Il sospetto che dietro questo “incidente” ci sia il Mossad è molto forte.
C’è anche un processo, durante il quale il capo del Mossad stesso viene accusato di strage, mentre sei ufficiali del SISDE lo sono per aver depistato le indagini. Come è ovvio, vengono tutti assolti perché il fatto non sussiste. Insomma la parola d’ordine è non entrarci per niente o il meno possibile. Gli interessi di stato vengono prima di ogni altra cosa.
In Israele è al governo Golda Meir. Lei stila una lista di nomi: ci sono tutti i terroristi che hanno partecipato all’attentato di Monaco. L’ordine è inequivocabile: vanno eliminati tutti. Per farlo crea un gruppo speciale nel Mossad, il Comitato X.
bologna10Dal 72 al 79 c’è la cosiddetta “guerra degli spettri”. Il primo nome della lista viene rintracciato in Italia. E’ un poeta e traduttore, ma anche un cugino di Arafat e rappresenta l’OLP in Italia. Viene ucciso nell’androne di casa sua con 11 colpi di pistola.
Fatta questa doverosa premessa, torniamo alla strage di Bologna. Possibile che non ci sia stata nessuna avvisaglia di quello che stava per accadere?
In effetti, quando Anzeh Salesh finisce in carcere per la questione dei missili di Ortona, il capo del Fronte per la liberazione della palestina, George Abbash non la prende per niente bene. Per questo nel gennaio del 1980 l’UCIGOS (l’ufficio della polizia che si occupa della prevenzione di fatti criminosi come quello della strage) dirama questa segnalazione:
George Habbash, leader del FPLP, contrariato per l’arresto del Saleh e la conseguente dannosa pubblicità per il suo Fronte, starebbe manovrando contatti informali con ambiti diplomatici arabi per far pressioni sul governo italiano al fine di ottenerne il rilascio. Il leader del FPLP non escluderebbe il ricatto terroristico nei confronti dell’Italia pur di liberare il Saleh, anche perché quest’ultimo conoscerebbe le strutture clandestine del Fronte ed i suoi collegamenti politici occulti”.
É il timore di una minaccia e da parte di organizzazioni che non si fanno certo scrupolo di far seguire i fatti alle parole.
L’8 marzo 1980, cinque mesi prima della strage alla stazione, è la questura di Bologna a segnalare al Viminale un certo nervosismo negli ambienti della resistenza palestinese per la detenzione di Saleh. E, infine, l’11 luglio 1980, è il prefetto Gaspare De Francisci, capo dell’UCIGOS, a rinnovare l’allarme, inviando un’informativa al SISDE, il servizio segreto civile e al questore di Bari (Saleh in quel periodo era detenuto nel carcere speciale di Trani). “Fonte qualificata - scrive De Francisci - ha riferito che la condanna dell’arabo Abu Anzeh Saleh ha determinato negative reazioni negli ambienti del FPLP e non viene escluso che, da parte della stessa organizzazione, possa essere tentata una ritorsione nei confronti del nostro Paese”.
Certo che non ha senso parlare di attentato dimostratico con tutti quei morti. Si avanza allora l’ipotesi che il disastro sia dovuto alla presenza non prevista di un treno sul primo binario e che l’onda d’urto uscita dalla sala d’aspetto abbia investito il treno, sia rimbalzata indietro, facendo crollare il tetto con le conseguenze che sappiamo.
Questa pista viene seguita da due giornalisti coraggiosi, che ho già citato: Italo Toni e Gabriella De Palo. Indagano in Italia e poi vanno in Libano, dove, secondo le informazioni ufficiali chiedono proprio al Fronte di Abbash di poter visitare le postazioni palestinesi nel Sud del Libano. Partono il 2 settembre da Beirut in una macchina guidata da uomini di Abbash. Da quel momento di loro non si saprà più niente: altre due vittime della strage di Bologna?

Ustica e Bologna: stessa matrice?

Come ultima ipotesi avanzata da più parti c’è quella che collega l’esplosione del DC9 sopra Ustica con la strage alla stazione. I due episodi sono distanti soltanto 36 giorni. Non importa qui cosa sappiamo oggi di quell’episodio. Conta quello che si pensa all’epoca delle analisi sulla strage di Bologna.
bologna11L’ipotesi più rilevante è quella sostenuta, a più riprese, dall’on. Zamberletti: ad abbattere il DC9 dell’ITAVIA sono stati aerei da caccia libici, per una forma cruenta di ritorsione contro l’Italia, colpevole di essere intenzionata a sottoscrivere un accordo con Malta che in questo modo sarebbe uscita dalla sfera d’influenza di Gheddafi.
Dal momento che questo "avvertimento" non viene raccolto, il 2 agosto, alla stazione di Bologna, una bomba esplode proprio nello stesso momento in cui a Malta quell’accordo viene firmato.
Ma, in realtà, di ipotesi se ne può formulare anche un'altra. Ancora più grave. Nei cieli di Ustica, la sera del 27 giugno, avviene qualcosa di innominabile, un vero atto di guerra che coinvolge il nostro aereo civile. Protagonisti dell’abbattimento del DC9 sono velivoli che appartengono al Patto Atlantico. Per "coprire" questo tragico evento che avrebbe immense ripercussioni internazionali e rischierebbe di minare i delicati equilibri esistenti all’interno della NATO, ecco che, nell’immediatezza dell’accaduto, vengono diffuse due versioni.
La prima è quella dell’attentato, versione avvalorata dalla telefonata anonima che indica Marco Affatigato, estremista di destra - ma in realtà in stretto rapporto sia con i servizi segreti italiani, sia con quelli francesi - come presente sull’aereo con una bomba. Versione che ha poco senso di esistere, visto che Affatigato è ancora vivo ed è stato arrestato un paio di anni fa perché deve scontare diversi anni per bancarotta e truffa.
La seconda versione diventerà a lungo quella ufficiale: il cedimento strutturale. In altre parole l’aereo, vecchio, si sarebbe, praticamente, autodistrutto.
Tutte ipotesi poi smentite, ma l’affare di Ustica è un’altra storia che prima o poi racconterò quei a Noncicredo.
Per avvalorare la bomba a bordo ecco allora che, 36 giorni dopo la strage di Ustica, un’altra bomba esplode alla stazione di Bologna, ordigno quest’ultimo che viene subito indicato – e dal capo del governo in carica, Francesco Cossiga - come di chiara matrice fascista. L’equazione che si prospetta all’opinione pubblica è elementare: i fascisti stanno attaccando il sistema dei trasporti che hanno il loro nodo a Bologna. Non va infatti dimenticato che – con due, misteriose, ore di ritardo – il DC9 è decollato proprio dall’aeroporto del capoluogo emiliano.
Resta però sempre la stessa domanda: chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna?
La risposta sta in un altro episodio, che ho già raccontato, quello del ritrovamento dell’esplosivo T4 sul treno Taranto Milano. Non appena la valigia viene ritrovata, sono proprio gli agenti del SISMI a far sapere alla magistratura che l’esplosivo contenuto nella valigia è dello stesso tipo di quello impiegato per far saltare l’aereo di Ustica. E in effetti tracce di T4 militare verranno trovate sui reperti del DC9, ma molto tempo dopo.
Domanda: come facevano i servizi segreti a sapere – con largo anticipo sulle perizie - di questa coincidenza di esplosivo? Abbiamo già visto che l’esplosivo era stato messo sul treno dagli stessi agenti del SISMI.
Potranno sembrare ipotesi fantasiose: 85 morti per coprire la morte di altre 81 vittime innocenti. Ma questa è la storia dei fatti, delle cronache e come tali ve li ho offerti in questa puntata di Noncicredo.

Gelli, Pazienza e i Servizi

La nostra storia della strage alla stazione di Bologna potrebbe finire qui, senza una conclusione. Certo è che tra tutte le stragi avvenute negli anni di piombo nel nostro paese senza sentenze e colpevoli, questa che ha una conclusione giudiziaria e tanto di condannati, è probabilmente quella che lascia più dubbi di tutte. É un altro dei numerosi e imbarazzanti Misteri d’Italia.
Rileggendo le vicende di quel 1980, altre domande saltano fuori, perché i nomi che compaiono sono quelli che determineranno negli anni seguenti, fino al terremoto di Mani Pulite, la storia nascosta del nostro paese.
In particolare è abbastanza interessante cercare di capire come Gelli e Pazienza diventano, passatemi l’espressione non esattissima, i proprietari del SISMI. Cominciamo dall’inizio.

Ecco come Gelli e Pazienza s'impossessarono del SISMI

Licio Gelli è il regista nascosto che tutto ha mosso. Come accennato, qui interviene tutto un sottobosco: i gruppi neofascisti romani e veneti, uomini legati alle varie mafie come Aldo Semerari, i servizi segreti militari e civili, la banda della Magliana, che porta dritto al capo mafia Pippo Calò, responsabile della strage di Natale, quella sul rapido 904 Napoli Milano. La Banda della Magliana poi è intrecciata con camorra e ‘ndrangheta. Insomma un bel purè.
Ma torniamo all’accoppiata Gelli-Pazienza. Perché Gelli è stato così potente da tentare di determinare tutta la politica italiana?
Secondo le analisi fatte da molti magistrati dell’epoca, a proteggere il Venerabile (com’era chiamato) è nientemeno che Giulio Andreotti, per anni presidente del consiglio e ministro della difesa. Sarebbe stato lui a mettere in contatto Gelli con ambienti della NATO, consentendo così a Gelli di ottenere importanti commesse molto redditizie. Forte di queste protezioni può dunque iniziare con successo l’opera di proselitismo che porta nomi molto importanti della politica, dell’economia e della difesa ad iscriversi alla sua loggia massonica. Questo lavoro finisce nel marzo 1981 con la scoperta dei famosi elenchi degli adepti.
Francesco Pazienza fa la sua comparsa nel 1978. Secondo il professor Ferracuti, un consulente del SISDE, Pazienza viene presentato come candidato per entrare nei servizi segreti civili da Michael Ledeen, noto giornalista americano, che compare in numerose cronache giudiziarie e scandalistiche degli USA. I vertici del SISDE non ne vogliono sapere di Pazienza e così Ledeen si rivolge direttamente al ministro della difesa Giulio Andreotti. É così che Pazienza invece di finire al SISDE, entra nel SISMI del generale Santovito.
Secondo il giudice Libero Mancuso, giudice istruttore al tribunale di Bologna nel 1980, a dirigere il SISMI in quel fatidico anno erano Pazienza, Musumeci, Santovito e Gelli. 
Appena le indagini cominciano a puntare sui vari Semerari, Signorelli, Fachini che avrebbero portato al cuore della loggia P2, i quattro mettono in atto tutta la serie di depistaggi che ho raccontato stasera. Il vincolo che lega gli ambienti della P2 agli esecutori della strage è lo stesso che emerge in altri delitti, come quello di Mino Pecorelli, il giornalista assassinato a Roma nel marzo 1979.
Gelli è morto, Pazienza è libero e vive in Liguria. È stato condannato a 13 anni, ritenuto responsabile non solo del depistaggio di cui ho parlato stasera, ma anche di essere entrato nella vicenda del crack del Banco Ambrosiano e quindi di associazione a delinquere. Resta in carcere 12 anni: esce nel 2007.

Le ultime notizie

Dunque siamo di fronte ad una strage in cui si fa fatica a capire chi è stato, chi l’ha organizzata e perché. I dubbi sulle conclusioni alle quali la giustizia è arrivata sono talmente grandi da far riaprire il caso nel 2017.
Nel frattempo che ne è dei due principali condannati, Fioravanti e Mambro?
bologna15Giusva è un uomo libero dall’aprile del 2009 dopo 26 anni di carcere. Dagli anni ’90 collabora, come beneficiario di un programma di reinserimento di detenuti con “Nessuno tocchi Caino”, associazione contro la pena di morte legata al Partito Radicale.
Francesca Mambro invece è libera dal settembre 2013, avendo scontato la pena e il periodo di libertà condizionale. Anche lei lavora con il marito per l’associazione “Nessuno tocchi Caino”.
Per entrambi la documentazione della revisione parla di un sicuro ravvedimento e pentimento per i numerosi ed efferati delitti commessi. Ma, lo ribadisco, i due si sono sempre dichiarati estranei ad ogni coinvolgimento nella strage della stazione.
Dunque, nel 2017, parte un nuovo filone di inchiesta gestito dalla procura generale di Bologna, che avvia una rogatoria in Svizzera per verificare i movimenti di denaro (parliamo di diversi milioni di dollari) che prima della strage sarebbero partiti da un conto bancario, riconducibile a Licio Gelli, in favore di personaggi appartenenti ad ambienti dei Servizi Segreti, a giornalisti e a elementi della sezione veneta di Ordine Nuovo. Si parla di Carlo Maria Maggi e Maurizio Belmonte, condannati l’estate scorsa in via definitiva all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974.
L’ipotesi che si avanza è che Licio Gelli non sia stato solo responsabile dei depistaggi di cui ho parlato stasera, ma che sia stato anche il mandante o uno dei mandanti della strage. C’è un documento ritenuto importante dagli inquirenti, classificato come “Bologna Bologna – 525779 – X.S.”, che proviene dai fascicoli del processo per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
Nel frattempo mancano ormai pochi giorni per l’apertura di un nuovo processo per la strage di Bologna. Anche se sono passati quasi 40 anni, è evidente che non c’è soddisfazione su come sono finite le cose. Alla sbarra ci sarà Gilberto Cavallini, ergastolano in semilibertà, accusato di aver fornito supporto logistico a Fioravanti, Mambro e Ciavardini, vale a dire ai tre condannati per l’eccidio della stazione. Avrebbe fornito alloggio a Padova, documenti e l’auto per arrivare a Bologna.
«A Bologna - ha commentato il difensore di Cavallini - c’è questa verità ideologica. La strage è fascista e guai a chi si azzarda a dire il contrario: sarà sempre così, immagino, non cambierà».
Non so come finirà tutta questa storia e se finalmente i parenti delle vittime riusciranno a capire perché i loro cari, 85 persone innocenti, sono morti quella maledetta mattina d’agosto.
E che la strage sia da definire fascista o meno credo sia irrilevante, anche se in tutta questa vicenda il terrorismo nero e neofascista è sempre presente, anche all’interno dei servizi segreti deviati.
Quello che resta, nel rileggere tutta la storia che, ancora una volta, settori importanti dello stato pertecipano ad una gestione di potere e di interessi, che passa sopra la vita dei cittadini come un carro armato.

Armiamoci per garantire la pace

bikini000Parliamo di Bikini ... no, non del costume da bagno che ha fatto sognare generazioni intere di qualche decennio fa; Bikini è il nome di un piccolo atollo del Pacifico che fa parte delle isole Marshall.
La sua storia sarebbe del tutto irrilevante se non fosse stata per molti anni sotto la giurisdizione degli Stati Uniti, se non fosse un luogo speciale, a detta degli esperti, particolarmente adatto a sperimentazioni militari, se non fosse che le vicende che lo hanno coinvolto sono state tra le più drammatiche dell’ultimo secolo.
Ma cominciamo dall’inizio.
Come tutti sanno, le prime esplosioni nucleari avvengono in Giappone, nei primi giorni d’agosto del 1945, quando due cittadine nipponiche, Hiroshima e Nagasaki, sono spazzate via da due ordigni che oggi ci sembrano quasi dei piccoli petardi, se pensiamo all’enorme potenza realizzata dalle cosiddette superpotenze negli anni successivi. Assieme alle case scompaiono circa centomila cittadini inermi, che non hanno avuto neppure il tempo di dire “oh” e lasciamo da parte tutto quello che è avvenuto dopo, grazie alla ricaduta radioattiva e ai danni permanenti e terrificanti che le radiazioni producono.
Finita la guerra combattuta sui campi di battaglia, ne è cominciata un’altra. A noi hanno raccontato che era per arginare un pericolo incredibile, il comunismo, che avrebbe invaso le chiese, arrostito i parroci e, questo era la cosa più sicura di tutte, divorato quantità enormi di bambini, che sembravano essere il piatto nazionale di quei militari che arrivavano da Mosca e dintorni. Solo più tardi abbiamo scoperto che in realtà quei figli di cosacchi preferiscono il borsh, una minestra a base di legumi e verdure, innaffiata magari con qualche buon bicchiere di vodka. I più ricchi mangiano caviale, ma nessun testo di cucina russa cita una ricetta con i bambini come ingrediente fondamentale.
Ad ogni modo, la tensione diventa ogni giorno più grande e ai nostril bambini si racconta che da un giorno all’altro da “quella porta” (non ho mai capito quale, ma da “quella porta”) sarebbe entrato un esercito di satanassi indiavolati contro i quali neppure Dio può mettere in campo difese sufficienti. Ed allora cosa si può fare se non armarci per difenderci? É così che i missili nucleari si moltiplicano a dismisura, fino ad ottenere un arsenale che, dall’Occidente avrebbe potuto distruggere la vita sul pianeta qualche migliaio di volte. Certo, a chi è più giovane deve sembrare un’assurdità, perché non ha senso uccidere il nemico tremila volte, ne basta una, toh, al massimo due. Ma tant’è questo è quello che succede in quegli anni.
bikini00Ora, noi siamo al di qua della cortina di ferro …
Qui serve un altro chiarimento. La cortina di ferro non è qualcosa di fisicamente esistente se non in alcuni casi molto particolari come ad esempio il muro che sarebbe stato costruito a Berlino nel 1961 e chiamato propriamente “Barriera di protezione antifascista”. La cortina di ferro – dicevo – è una linea che divide in due l’Europa, quella Occidentale invasa quasi di soppiatto e senza dare troppo nell’occhio dagli USA, e quella orientale, invasa dando nell’occhio eccome dall’allora Unione Sovietica.
Dalle nostre parti questa cortina passa grossomodo per l’Adriatico e quindi noi siamo il confine della parte occidentale, la prima nazione da invadere se i figli dei cosacchi avessero terminato le loro porzioni di cavoli e fagioli per prepararsi il borsh.
Ma torniamo in tema. Dunque un arsenale impressionante viene realizzato dai vincitori della seconda guerra mondiale: Francia e soprattutto USA da questa parte, URSS dall’altra. Entrambi sono in grado di ridurre il pianeta intero ad un ammasso di piccoli ciotoli con i quali al massimo si potrebbe giocare a scalone.
Teniamo anche presente che gli studi sull’energia nucleare (quella violenta delle bombe) erano stati condotti durante la guerra (Oppenheimer, Fermi, lo stesso Einstein ne erano stati protagonisti assieme a tanti altri).
Non c’era stato troppo tempo per fare delle prove, data l’urgenza di far fuori qualche migliaio di musi gialli, come John Wayne, un simbolo dell’America maccartista, continua a chiamarli nei film anche 20 anni dopo. Un esperimento sulle bombe al Plutonio è condotto nell’estate del ’45 nel Nuovo Messico, mentre la prima “prova” di bomba all’Uranio è quella che cadde su Hiroshima il successivo 6 agosto. A Nagasaki va anche meglio (certo non per gli abitanti giapponesi) perché viene usata una bomba uguale a quella già sperimentata nel New Mexico, quindi con la consapevolezza di quello che sarebbe avvenuto. Anche in questo caso non sappiamo con precisione quanti muoiono all’istante: la cifra è compresa tra 100 mila e 200 mila, tutti civili … un atto di terrorismo militare per far arrendere l’impero del sol levante.

I “test atomici”

In queste condizioni, con pochissima esperienza, non è che se ne sappia tantissimo sulla potenza e sugli effetti di questi ordigni e così, finita la guerra, diventa necessario continuare e anzi intensificare gli esperimenti. Ora però non ci sono più nemici da abbattere e quindi scuse pronte per sganciare bombe un po’ dappertutto. Bisogna trovare dei posti adatti per eseguire i test. Magari scoprendo come avrebbero distrutto la natura e quali reazioni avrebbero prodotto sulle cose e sulle persone: un piano diabolico sta per andare in scena.
Prima di continuare voglio sottolineare che l’avversità che sentite non è contro gli americani, ma contro l’uso di queste armi assurde. Di quelle esplose in Occidente si viene a sapere, in tempi successivi, quasi tutto; degli esperimenti sovietici non si sa nulla all’epoca e quindi non ci si può scandalizzare allo stesso modo, ma che le cose non siano affatto differenti è molto più che un semplice sospetto. Dunque il racconto che segue potrebbe essere probabilmente replicato per esplosioni dall’altra parte della cortina di ferro.
bikini02Eccoci dunque di fronte ai cosiddetti “test atomici”: sulla distinzione tra atomici e nucleari si potrebbe aprire un capitolo: dirò semplicemente che il termine atomico non è corretto perché l’energia in gioco deriva da reazioni che avvengono nel nucleo: si deve dunque parlare di energia nucleare, bombe nucleari e, appunto, test nucleari.
Per quasi vent’anni, non si sa se per incuria e negligenza o per semplice ignoranza, le esplosioni di questi ordigni sempre più potenti e sofisticati avvengono in condizioni non protette senza alcun riguardo per l’ambiente e, cosa assai più grave, senza preoccuparsi delle conseguenze che le popolazioni locali e i militari addetti all’esperimento possono subire.
Fare esplodere una bomba nucleare a terra o nell’atmosfera non è uno scherzo. Tra le conseguenze c’è anche il fallout radioattivo, vale a dire la “nube” di materiale radioattivo che il vento trasporta anche a distanze molto grandi e per tempi decisamente lunghi. Del resto, trattandosi di armi di distruzione, bisogna pur capire cosa avrebbe subito il nemico, facendo esplodere la bomba un po’ dappertutto: a terra, a livello del mare, e a varie altezze in atmosfera.
E nessuno protesta? No, a dire il vero dal 1963 in poi si susseguono vari tentativi di ostacolare i test, imponendo che le esplosioni avvengano solo sotto terra; riducendo, 10 anni più tardi, la potenza dei test e firmando un trattato di messa al bando delle sperimentazioni nel 1996, ma mai entrato in vigore perché non ratificato da cinque paesi: Cina, Egitto, Iran, Israele e Stati Uniti, mentre tre non hanno mai firmato il trattato: Corea del Nord, India e Pakistan.
Secondo i dati disponibili in rete, gli ultimi test sarebbero stati eseguiti nel 2006 e nel 2009 entrambi dalla Corea del Nord, che ha ripreso la sua attività recentemente con i missili di cui le cronache hanno parlato

Crossroads: la follia al potere

Un gruppo di test viene progettato, come detto, nell’atollo di Bikini. Qui vivono 167 persone che sono semplicemente prelavate e spostate in un altro atollo disabitato, Rongerik, distante poco più di 200 km.
bikini03Il motivo degli esperimenti viene spiegato da Lewis Strauss, una settimana dopo l’esplosione di Nagasaki. Cosa succederà alle nostre navi nel caso vengano attaccate da bombe nucleari? L’esperimento dunque consiste nel far esplodere uno o più ordigni in mezzo ad una flotta, per poi andare a vedere come quelle navi escono dall’inferno. In effetti l’intera flotta verrà distrutta e affondata o comunque resa inservibile sia per i danni subiti che per essere diventata radioattiva, così da non poter neppure essere avvicinata.
Tocca alla Marina progettare e controllare il test e qui le invidie esplodono, come in ogni racconto sui conflitti di interessi degni di questo nome.
Deve intervenire il presidente Truman per istituire una commissione civile di revisione che coordini e prenda le decisioni più imparziali possibili sull’operazione, nome in codice “Crossroads”,  anche “per convincere il pubblico che si tratta di una prova utile e condotta con obiettività”.
Il 24 gennaio 1946 l’ammiraglio Blandy, a capo dell’intera operazione, decide che Bikini va benissimo, perché presenta tutte le caratteristiche migliori per la sicurezza dell’esperimento, in particolare perché tutte quelle isole del pacifico sono poste dal presidente Truman sotto la giurisdizione degli Stati Uniti a seguito della vittoria contro il Giappone.
Quattro giorni dopo gli abitanti dell’isola vengono informati. C’è molta retorica, tipicamente statunitense, attorno a questa vicenda. Si cerca di far passare per eroici patrioti i 167 disgraziati che devono lasciare le loro case. Faccio molta fatica a pensare che sia andata come è stata poi raccontata dal commodoro Wyatt, secondo il quale i bikiniani erano felici di contribuire al successo del test. Credo piuttosto che lo abbiano mandato a quel paese senza mezzi termini e siano stati costretti al trasloco, non potendo fare altrimenti.

Bikini

Si sistemano quindi le navi bersaglio: 95 di varie dimensioni e caratteristiche: corazzate, portaerei, cacciatorpedinieri, otto sommergibili e varie altre tipologie di imbarcazioni più piccole. Le bombe sono due, entrambe al Plutonio, identiche a quelle esplose su Nagasaki e trasportate dallo stesso bombardiere.
Il primo luglio venne sganciata la prima bomba: il suo nome è Able.
L’effetto della prima esplosione, avvenuta a 160 m da terra è però molto deludente. Solo poche navi vengono affondate e la stampa critica subito gli esecutori, ma quando si scopre un difetto nello stabilizzatore di coda dell’ordigno, l’equipaggio viene scagionato.
Sulle navi più grandi erano stati sistemati aerei, carburante ed esplosivi per rendere più realistico il tutto. C’erano perfino degli animali a bordo: svariate mucche, 146 maiali, 176 capbikini05re, 57 cavie, 109 topi e 3030 topolini distribuiti in 22 navi. Il 35% di loro muore o per l’onda d’urto o per le radiazioni. Altri sono poi sacrificati in laboratorio per studiarne le reazioni.
Tre settimane più tardi, il 24 luglio, è il turno del test Baker. Questa volta la bomba viene ancorata sotto una nave da sbarco, la LMS-60. Nessun pezzettino di questa imbarcazione verrà trovato dopo l’esplosione: la LMS-60 viene semplicemente vaporizzata dalla sfera incandescente. La detonazione avviene 27 m sotto il livello del mare. Gli effetti sono devastanti per la flotta bersaglio e stupefacenti per gli osservatori. Ogni rivista che parli di Bikini mostra una sfera enorme di acqua nebulizzata e sabbia in espansione, alta fino a 2 km e larga 700 m. Si tratta del fenomeno conosciuto come singolarità di Prandtl-Glauert.
Ora, non essendo militari, di cosa avviene alle navi bersaglio ci importa relativamente. Ci interessa di più vedere cosa succede dopo, a causa delle radiazioni prodotte. La Baker produce in tutto, meno di 1 kg di prodotti di fissione. Potrebbe sembrare una cosa da niente, ma, dal punto di vista della sua radioattività, è come se venissero liberate diverse centinaia di tonnellate di radio. La maggior parte delle polveri radioattive ricadono nella laguna, affondano e restano là o vengono portate in giro dalle correnti marine. L’analisi mostra che il resto della nube radioattiva ha contaminato tutte le navi, perfino quelle che si trovano a parecchi km di distanza. Purtroppo all’epoca non si conoscono ancora bene gli effetti nocivi delle radiazioni e nei primi sei giorni dopo Baker, quasi 5 mila uomini vengono mandati sulle navi per grattare via con spazzole, acqua e lisciva la radioattività, un’operazione folle, estremamente pericolosa e del tutto inutile.
Alla fine la contaminazione è talmente elevata che il terzo test previsto viene annullato per mancanza di bersagli utilizzabili.
bikini08Quella della decontaminazione delle navi è una storia lunga e dolorosa. Portate in acque non contaminate si cerca di recuperare quello che si può, ma alla fine si riesce a rottamare solo otto navi anziché affondarle. Il fatto grave è che l’affondamento non avviene solo a Bikini, ma anche alle Hawaii e davanti alle coste della California, vicino alle isole Farallones, dove è stato prodotto un grave inquinamento radioattivo. In quelle zone l’incidenza di tumore al seno è la più elevata di tutti gli Stati Uniti.
Un anno dopo, le autorità militari emettono un rapporto ufficiale sugli effetti prodotti dalle esplosioni.
La rivista Life commenta questo rapporto, riassumendolo in modo terribile con queste frasi: "Se tutte le navi nell'atollo delle Bikini fossero state complete dei loro equipaggi, la bomba Baker avrebbe ucciso 35.000 marinai. Se questo tipo di bomba atomica fosse stato sganciato a sud della New York's Battery (punta di Manhattan) in presenza di un vento costante da sud, sarebbero morte 2 milioni di persone."
Ma, a parte Life, il rapporto dei militari passa quasi del tutto inosservato, nel totale disinteresse dell’opinione pubblica.
Abbiamo parlato di oggetti, le navi, e di animali: e gli uomini?

Le persone e Bravo

Alle persone va un pochino meglio che agli animali nelle stive delle navi del test Baker. Certo che all’epoca non ci sono scudi protettivi o tute speciali, per cui la sicurezza consiste nel controllare il livello di radiazione assorbita da ciascuno grazie ad un dosimetro badge e nel monitorare e stabilire i tempi di permanenza sulle navi dopo l’esplosione. Si stabilisce che 0,1 roentgen al giorno sono un limite sopportabile per quei militari. Purtroppo l’85% del contenuto della nube è costituito da particelle di Plutonio non fissionato, che decade emettendo particelle alfa, le quali non vengono, all’epoca, rilevate né dal badge né dal contatore geiger.
Nel 1996 il governo finanzia uno studio sulla mortalità dei veterani dell’operazione, scoprendo che l’incidenza dei decessi è stata del 5% superiore a quella di chi a Bikini non c’era.
Ancora peggio va agli abitanti dell’isola, come detto trasferiti preventivamente a Rongerik, dove però non riescono a procurarsi il cibo e devono essere accuditi dall’amministrazione USA. Comincia così una diaspora per cui i 4000 discendenti degli abitanti di Bikini vivono oggi in svariate isole del Pacifico e in paesi stranieri.
Ma il racconto non è completo se non si aggiunge quello che avviene dieci anni dopo Crossroads. Tra il 1954 e il 1958 altre 21 bombe nucleari vengono fatte esplodere nella laguna di Bikini, con una potenza complessiva circa 3 mila volte superiore a quella di Baker.
bikini06La più sporca di queste manovre ha luogo il 1 marzo 1954, quando una bomba termonucleare da 15 Megatoni provoca un fallout che colpisce gli isolani. Si tratta del più grande esperimento termonucleare mai eseguito dagli Stati Uniti.
Solo per completezza ricordo che una bomba termonucleare non usa la fissione di nuclei pesanti come il Plutonio o l’Uranio, ma la fusione di nuclei leggeri, come l’idrogeno da cui il nome di “bomba H”. Insomma funziona come una piccola stella e sprigiona quantità enormi di energia anche rispetto alle bombe a fissione.
Anche questa storia merita di essere raccontata.
E' bene non dimenticare che siamo in piena guerra fredda, con il terrore che i comunisti sovietici, mangiatori di bambini, sbarchino a Hollywood per fare una strage. Quello che è sicuramente vero è che la scienza russa, in forte competizione con quella americana, ha operato un sorpasso nella realizzazione delle armi nucleari creando per prima la bomba termonucleare.
A questo punto occorre far presto: mettere a punto la propria bomba e sperimentarla subito. Bisogna far vedere che anche da questa parte si dispone di una potenza distruttiva almeno pari a quella sovietica. Nasce così il nuovo progetto che porta nel 1954 a sganciare nel cielo delle Marshall un nuovo ordigno, chiamato con sottile e perfido sarcasmo “Bravo”.
C’è un peschereccio nei paraggi, il Lucky Dragon 5, che viene investito dalle ceneri radioattive. I 23 dell’equipaggio ci convivono non avendo assolutamente idea di cosa sia quella polvere bianca. La storia di questi sfortunati è raccontata nel Museo della Mutazione Atomica. Uno muore nel giro di sei mesi di cancro, gli altri finiscono in ospedale per periodi molto lunghi.
Poi c’è un altro guaio. Già dieci anni prima, l’atollo di Bikini era stato scelto per la costanza dei venti e quindi la possibilità di prevedere il tragitto della nube radioattiva. Ma in quel giorno vale la legge di Murphy: il vento gira di colpo verso Sud-Est, spostando le nubi dritte verso Rongerik.
Lo spettacolo, se così si può dire, viene descritto nel 1957 da un articolo apparso sul Saturday Evening Post a firma John C. Clark. Un boato e un lampo di fuoco nel cielo, chiarissimo nonostante i 200 km di distanza. Dopo alcune ore cominciano a cadere sull’isola fiocchi grigi. “Sarà neve”, pensano i nativi e i bambini ci giocano pure, mentre le colture vengono invase da queste ceneri radioattive di corallo. Alcuni militari, chiusi nella locale stazione meteorologica, si rendono invece conto di essere in trappola. E proprio così titola l’articolo: “Eravamo intrappolati dal fallout radioattivo”.
bikini07Eppure quel cambio di direzione del vento è preannunciato la sera prima dai meteorologi e alcune navi passano non lontano dall’isola, ma nessuno si preoccupa delle persone che vi si trovano.
Evidentemente la situazione non è simpatica neppure per mandarci dei dottori, che più di altri sanno cosa significa frequentare quegli ambienti. Così passa un po’ di tempo prima che qualche camice bianco si avvicini alle popolazioni. Sono muniti di contatori Geiger che ticchettano come impazziti, ma non si fa poi molto. Qualche abitante viene impacchettato e trasportato in ospedali molto grandi e molto attrezzati a Chicago. Dopo averli esaminati per bene vengono rimandati a casa loro.
Oggi sappiamo che gli effetti delle radiazioni sono una lunga storia, nel senso che i loro effetti si possono sentire anche a grande distanza di tempo. E così in quella zona compaiono tumori di ogni genere, la cui frequenza aumenta sempre più in modo decisamente anomalo. Colpita in modo particolare la tiroide, ma ci sono anche molti aborti e nascite di bambini deformi (che è poi quello che le bombe di Hiroshima e Nagasaki hanno lasciato in eredità al popolo giapponese).
I livelli di radioattività misurati nei corpi degli abitanti, ma anche sui vestiti e sul cibo risultano inaccettabili e perfino tracce di Plutonio nelle urine, anche se i laboratori di analisi Bookheaven di New York etichettano questi risultati come “radioattivamente non significanti”. Non so voi, se in una simile situazione sareste tranquilli e sereni.
Si arriva così al 1975, quando gli abitanti fanno causa al governo americano per costringerlo a intervenire per capire quale sia la situazione. Il via libera del governo avviene nel dicembre del 1975, ma per altri tre anni nulla si muove per questioni burocratiche, almeno così si dice.

Cosa fa il governo per gli abitanti?

Quello che si fa, nel 1978, è di spostare tutti gli abitanti da Rongerik verso altre isole. In questo modo la vicenda degli uomini esposti alle radiazioni delle bombe su Bikini viene risolta, perché non c’è più nessuno sul quale fare delle verifiche.
Nel 1984 il periodo di protettorato statunitense termina e viene fondata la repubblica delle isole Marshall. In un commovente quanto assurdo discorso, l’allora presidente Ronald Reagan augura ai superstiti un periodo lunghissimo di prosperità, felicità, rispetto dei diritti umani e democrazia. A me continua a sembrare una clamorosa presa per il sedere! 
bikini09Ma torniamo alle vicende delle isole del pacifico.
Solo nel 1986 il governo delle isole Marshall intenta una causa agli Stati Uniti ed ottiene dal Nuclear Claims Tribunal degli USA il diritto ad un risarcimento di oltre mezzo miliardo di dollari. In realtà di risarcimenti si è parlato a lungo con cifre anche più elevate di questa (fino a due miliardi), ma di moneta sonante si è visto molto poco.
Voglio chiudere con poche righe di un articolo scritto nel 2004 da Stefano Liberti del Manifesto, al quale rimando non avendo avuto la possibilità di controllare personalmente i documenti citati.
«Il vento aveva soffiato dalla parte sbagliata e l'esplosione era stata di cinque volte più potente del previsto», hanno detto i responsabili americani agli isolani attoniti e impauriti che si accingevano a lasciare le proprie case. Ma la spiegazione dell'errore di calcolo non sembra del tutto convincente. «I militari americani sapevano che il vento quella mattina stava soffiando verso gli altri atolli, ma hanno deciso di procedere lo stesso», racconta Jack Niedenthal, 46enne della Pennsylvania che si è trasferito sulle Marshall, ha sposato una bikinese e da anni si batte per far conoscere questa vicenda dimenticata. «Non a caso tutte le barche nell'area con personale statunitense a bordo ricevettero l'ordine di tenere gli uomini al riparo». Niedenthal non lo dice esplicitamente, ma sono in molti a credere plausibile un'orribile ipotesi: gli abitanti degli atolli vicini a Bikini sarebbero stati usati come cavie da laboratorio, esposti scientemente alle conseguenze delle radiazioni «a scopo sperimentale». Un sospetto che si è rafforzato negli ultimi anni, quando, durante l'amministrazione Clinton, sono stati declassificati decine di documenti che alludevano a un certo progetto 4.1, lanciato proprio nel 1953 per studiare gli effetti di un'esplosione nucleare sull'organismo umano.

Cosa resta a Bikini di questa esperienza?

E oggi? Com’è oggi l’atollo di Bikini?
Ecco, questa è una storia istruttiva e interessante. Ho sempre detto in questa trasmissione che nessun evento creato dall’uomo potrà mai distruggere l’ambiente o il pianeta, come si ostinano a dire in molti. Quello che l’umanità sta facendo è cambiare le condizioni per la nostra sopravvivenza sul pianeta. In altri termini ci troveremo, come genere umano intendo, a vivere in una situazione difficile che non ci piacerà per niente, piena di difficoltà climatiche, di scarsità di risorse primarie (come l’acqua e il cibo). Per racchiudere il tutto in una immagine noi stiamo tagliando il ramo sul quale siamo seduti.
La Terra non avrà alcun problema a riprendersi alla grande, non appena questo piccolo fastidio che è l’homo sapiens avrà finito il suo percorso e sarà scomparso come altri milioni di specie prima di lui.
É quanto sta avvenendo a Bikini. L’esplosione Bravo del 1954 e le altre 22 che vi ho raccontato oggi hanno creato un cratere sotterraneo largo 2 km facendo di colpo sparire ogni traccia di vita vegetale e animale. Oggi quel cratere pullula di vita. Una ricerca australiana ha individuato 183 specie diverse di corallo. Il 65% della biodiversità biologica delle profondità marine di prima dei test, è oggi nuovamente presente. Ovviamente manca la specie umana che ancora non si può avventurare in un territorio devastato dalle bombe e ancora colpito in maniera pesante dalle radiazioni ionizzanti. Tutto bene dunque? Aspettate a gioire e seguite l’ultima parte di questa puntata.

Nessun problema dunque? No, non è così …

300 km a Ovest di Bikini c’è l’atollo Enewetak, dove si trova l’isola Runit. Cosa c’entra adesso quest’altra isola con la nostra storia?
bikini10Qui c’è un deposito di scorie radioattive, che gli abitanti dell’arcipelago chiamano semplicemente “The Dome”, “La cupola”. É una discarica in cui sono rinchiuse le scorie dei test nucleari statunitensi degli anni ’40 e ’50.
Questa vicenda è poco conosciuta. É stata riportata alla luce da un recente reportage australiano (alla fine di dicembre 2017) di Mark Willacy, intitolato “A poison in our island”, letteralmente “Un veleno sulla nostra isola”. Si vedono i bambini e gli abitanti di questo paradiso terrestre, circondati da una natura lussureggiante e da un mare che lascia senza fiato. Cantano, i bimbi, una canzone tradizionale, che racconta della nuova situazione “Non abbiamo più paura delle bombe; fiori e palme ondeggianti, questo è il mio tempo, questa è la mia terra!”.
Certo, questi bimbi sono nati molti anni dopo l’ultima bomba, ma l’eco di quegli esperimenti è ancora nella loro testa e nella loro cultura. E i bambini non vanno molto per il sottile; loro, quella discarica, non la chiamano “The dome”, la chiamano “The tomb”, la tomba.
The tomb è una enorme struttura che assomiglia ad un disco volante, sprofondato nella sabbia dell’isola deserta tra l’Oceano e la laguna interna. Là dentro ci sono 85 mila metri cubi di scorie radioattive. Dalla bonifica degli anni ’70 tutto quello che faceva ticchettare un contatore Geiger è stato buttato in un cratere, creato da uno degli esperimenti. Poi il tutto è stato sigillato con un tappo in cemento.
Tranquilli?
Mica tanto: il tappo è spesso solo mezzo metro e questa non è neppure la notizia peggiore.
Ho raccontato decine e decine di volte le conseguenze dei cambiamenti climatici. Bene, uno di questi riguarda proprio gli atolli: l’innalzamento del livello del mare infatti ha già costretto alcune popolazioni in giro per il mondo a sloggiare e cercare casa altrove.
E a Runit Island le cose non vanno diversamente. Già nel 2013 il Dipartimento dell’Energia USA fa sapere che i materiali radioattivi si stanno disgregando per via dell’acqua che penetra nella cupola.
Secondo l’ex sindaco di Bikini «Quella cupola è il legame tra l’era nucleare e l’era del cambiamento climatico. Se ci saranno davvero delle fuoriuscite sarà un evento molto devastante. Non stiamo parlando solo delle Isole Marshall, stiamo parlando dell’intero Pacifico».
bikini11All’epoca degli esperimenti, il governo di Washington non si faceva scrupoli di vaporizzare atolli e di spostare intere popolazioni, e intanto accantonava fondi per costruire il deposito. Inizialmente il progetto prevedeva di rivestire il fondo della voragine di Runit con cemento, ma poi non se ne fece nulla.
Perché?
É semplice, perché costava troppo. Sì, lo so che a sentire queste cose uno si incazza di brutto. Ma come, spendete miliardi per far saltare per aria isole e per distruggere le vostre navi e poi lesinate su una questione così fondamentale?
Beh, cosa volete che vi dica? É andata proprio così.
Così il fondo del “deposito” è permeabile, nessun lavoro è stato fatto per metterlo in sicurezza e quindi l’acqua del mare è entrata là dentro, all’interno della cupola.
Per questo Runit Island è diventato territorio tabù. Nessuno si avventura là; la paura delle radiazioni è troppo forte.
Quello che sembra un paradiso è in realtà un inferno; lo è anche da un punto di vista sociale. Perché la vita degli abitanti, sostenuta un tempo da pesca e coltura delle palme, è cambiata, drasticamente. La preoccupazione per la contaminazione radioattiva della catena alimentare marina ha modificato radicalmente la dieta tradizionale. Il ministero statunitense dell’Energia ha addirittura vietato le esportazioni di pesce da quell’isola. Così a Enewetak si mangia cibo confezionato e importato. L’unico negozio di alimentari ha gli scaffali pieni di barrette di cioccolato, lecca-lecca e patatine. L’obesità e il diabete sono la naturale conseguenza di tutto questo.
Attorno alla cupola non ci sono cartelli segnaletici o avvisi di pericolo, niente di niente. La cupola, l’isola e gli abitanti sono lasciati semplicemente al loro destino.
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Introduzione

Nell’ultimo articolo ho raccontato cosa è successo e cosa dovrà succedere delle scorie radioattive italiane, sparpagliate tra alcuni centri nostrani e in giro per l’Europa, in Francia, in Inghilterra e in Svezia, da dove dovranno tornare per essere conservate qui da noi. Come? Dove? Nessuno lo sa, perché il problema della costruzione di un sito nazionale, come abbiamo visto, non è praticamente ancora stato affrontato.
Allargando il discorso, proviamo a scoprire cosa è avvenuto nei decenni passati in due paesi chiave di tutta la storia mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica poi diventata Russia, mantenendo però le stesse problematiche delle repubbliche socialiste in questo campo.
Voglio premettere che i discorsi che faccio su questo tema non sono contro questo o quello stato, ma contro l’uso del nucleare, perché, secondo la mia opinione, i rischi e i guasti che produce sono enormi rispetto ai vantaggi dell’energia elettrica prodotta.
La questione è grave perché non si tratta solo di test sulle armi nucleari, ma dei “resti” di un’azione considerata civile come quella di produrre energia elettrica attraverso la fissione dell’Uranio. Ancora una volta mi preme sottolineare che questi problemi, pur con le differenze del caso, non sono stati molto diversi in ogni paese in cui il cosiddetto “nucleare civile” ha imperato, come ad esempio in Francia.
ScorieCredo sia chiaro che tutti, ma proprio tutti, anche chi vede nel nucleare la soluzione ad ogni problema energetico, non abbia dubbi su quale sia la difficoltà numero uno.
Sono quasi 70 anni che energia elettrica viene prodotta con centrali nucleari, dove i nuclei di Uranio vengono spezzati, liberando grandi quantità di energia, ma anche radiazioni che, come ben sappiamo, sono estremamente pericolose per la salute dell’uomo. La radioattività insomma è una gran brutta bestia. Quello che succede nelle centrali è che buona parte del combustibile si trasforma in altre sostanze, un po’ come quando accendiamo un fuoco con della legna e ci restano le ceneri che da qualche parte dobbiamo poi mettere. In quel caso non ci facciamo troppi problemi: le mettiamo in un sacchetto e le mandiamo in discarica o le usiamo per distribuirle attorno alle piante di fiori (non so perché si faccia questo ma ho visto molte persone comportarsi così). Con le ceneri dei reattori nucleari le cose sono un tantino differenti. Già, perché quelle ceneri sono, appunto, radioattive. Questo significa che non sono affatto inerti, ma sono, in un certo senso, vive. Esse emettono particelle e radiazioni nel tentativo di trasformarsi in qualcosa di meno instabile, in un’altra sostanza che non dia più fastidio a nessuno e se ne resti così per tutti i secoli a venire. Non c’è niente di speciale in questo: anche noi durante la nostra vita cerchiamo, se possibile, stabilità: lo facciamo con la famiglia, con il lavoro, con la salute. Il guaio di quelle sostanze radioattive riguarda i tempi di esecuzione di questo loro desiderio. Non è possibile dire con esattezza quanto ci metteranno a diventare innocue, ma un modo di valutazione è stato inventato: si chiama tempo di dimezzamento o emivita, che poi significa mezza vita e quindi il concetto è lo stesso.
Immaginate di avere 1000 particelle radioattive (è un numero insignificante rispetto alla realtà, ma è per semplificare i conti). Per diventare la metà, cioè 500 occorre che passi un tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà, cioè 250 occorre un altro tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà della metà, cioè 125, occorre ancora un altro tempo di dimezzamento. E così via. Ogni volta che passa un tempo di dimezzamento le particelle ancora attive sono la metà del periodo precedente. Si può ragionevolmente pensare che dopo 10 tempi di dimezzamento il rischio collegato con la presenza delle sostanze radioattive sia sufficiente a rendere sopportabile la situazione all’uomo.
Ora non resta che da capire quali sono queste sostanze e, soprattutto, quanto grande o piccolo è il loro tempo di dimezzamento.
Da una fissione di Uranio escono diverse sostanze, tra queste il Cesio 137. Il suo tempo di dimezzamento è di circa 30 anni. Secondo quello che ho appena detto dunque la sua presenza non sarà più un grande problema dopo circa 300 anni. Deve essere chiaro cosa questo significa. Significa che per 3 secoli quelle sostanze devono essere tenute in posti assolutamente sigillati e sicuri.
Un’altra sostanza che nasce nella fissione dell’Uranio è il Plutonio239. Avremo modo di parlarne più tardi. Per ora valutiamo solo il suo tempo di dimezzamento, che è di 24'200 anni. Ecco il problema cardine: chi è in grado di garantire la custodia sicura di questo materiale per 240 mila anni? 240 mila anni fa l’homo sapiens ancora non c’era: i primi esemplari probabilmente si presentarono in Africa 40 mila anni più tardi e oltre 100 mila anni più tardi in Europa e Asia. Siamo sicuri che sia ragionevole pensare che noi (nel senso di specie si intende) saremo ancora qui tra altri 240 mila anni? Se le cose vanno come stanno andando in questi ultimi decenni è estremamente probabile che un’altra specie dominante avrà preso il posto di quella umana, l’unica che non è riuscita ad adeguarsi all’ambiente che ha trovato, ma ha cercato di piegarlo ai suoi desideri, ai suoi sogni, ai suoi vizi.
Senza tirarla troppo per le lunghe e senza entrare in particolari che ho raccontato molte altre volte, sottolineo che oggi, nel 2018, nessuno al mondo ha uno straccio di soluzione a questo problema. Insomma nessuno oggi è in grado di dirci cosa possiamo fare delle scorie nucleari in modo che non rappresentino un pericolo per la salute dell’umanità.
Non hanno una soluzione nemmeno le nazioni che sulla produzione nucleare basano parte importante della loro energia come gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone, la Russia e soprattutto la Cina che sta costruendo centrali a rotta di collo, avendone in fase realizzativa o di progettazione almeno trenta.
Qui non voglio sottolineare più di tanto gli aspetti per così dire “collaterali” che la produzione di energia elettrica con la fissione comporta. Basta qualche accenno.
Già la fase di reperimento della materia prima, l’Uranio, porta problemi gravissimi specie quando le nazioni che lo fanno sono decisamente fuori controllo come il Kazakistan o quelli succubi da un lato di governi corrotti e dall’altro di multinazionali che se ne fregano si tutto, come il Niger. L’estrazione dell’Uranio dalle miniere, spesso a cielo aperto, è sempre una operazione che comporta rischi molto elevati di contaminazione del territorio e quindi delle persone che lo abitano.
Poi ci sono i costi non solo di costruzione e mantenimento delle centrali, ma quelli legati alla sicurezza, che dopo il disastro di Fukushima sono notevolmente aumentati. Infine i costi esorbitanti per demolire le centrali diventate obsolete (come ormai è il caso della maggior parte di quelle oggi funzionanti in Occidente). C’è il problema dell’acqua di raffreddamento, presa da fiumi, laghi e a volte dal mare: questa operazione poco o tanto modifica le condizioni dell’invaso e quindi le condizioni di vita degli ecosistemi presenti. Oggi, nel mondo l’energia prodotta attraverso le reazioni nucleari è una piccola parte del totale, supera solo di poco il 10%.

Energia nucleare, plutonio e MOX

Ora tuttavia i favorevoli al nucleare fanno il seguente ragionamento. Se di colpo togliessimo tutti i reattori presenti nel mondo, sarebbe necessario produrre una enorme quantità di energia con altri sistemi. Essendo oggi insufficiente la quota fornita dalle energie rinnovabili (si badi che parliamo del mondo intero non di questo o quello stato), bisognerebbe ricorrere ai combustibili fossili. É facile prevedere in questo caso un grande aumento dell’uso del carbone, per motivi soprattutto economici e legati alla grande offerta da parte di molti paesi produttori e della loro stabilità politica. Del resto non è un mistero che la Germania, dopo aver chiuso 8 reattori in seguito all’incidente di Fukushima, abbia aumentato, oltre alle rinnovabili, anche l’uso del carbone. Questo porterebbe dunque ad un aumento delle condizioni favorevoli ai cambiamenti climatici con una crescita sensibile dell’immissione di CO2 in atmosfera. Non c’è molto da sperare nel confinamento della CO2 o nell’uso del carbone pulito: siamo ancora molto lontani da soluzioni di questo genere. Ne segue che, con ogni probabilità, il futuro vedrà ancora sorgere centrali nucleari un po’ dappertutto, tranne nei paesi che potranno permettersi il lusso di investire molto denaro sulle fonti rinnovabili di energia per l’elettricità, la mobilità e il riscaldamento.
Rimane, in ogni caso, inalterato il problema delle scorie radioattive.
Prima di entrare nel racconto di quello che è successo in Russia (in quella comunista prima e quella attuale poi), serve una premessa, che potrà farci capire meglio le cose.
Nelle centrali nucleari viene usato Uranio arricchito, vale a dire quello per così dire normale, il 238, con l’aggiunta (appunto l’arricchimento) di una quota di U235, in una percentuale variabile dal 4 all’8%.
La fissione di 1 tonnellata di Uranio arricchito produce circa 40 kg di scorie radioattive, 950 kg di Uranio “depleto” (cioè usato e quindi non più arricchito) e 10 kg di Plutonio. Ora attenzione: il Plutonio in natura non esiste, occorre fabbricarlo e questo è il modo di ottenerlo, vale a dire con la fissione dell’Uranio. Un reattore nucleare dunque non produce solo energia elettrica, produce anche Plutonio.
Perché dovrebbe interessare a qualcuno se produciamo Plutonio? A cosa può mai servire una sostanza così pericolosa come quella che per decadere ha bisogno di un tempo enorme valutabile in quasi 250 mila anni?
La risposta è semplicissima: perchécon il Plutonio si fabbricano le bombe. Praticamente tutte le armi strategiche americane e sovietiche erano a base di Plutonio. Durante decenni non si è fatto altro: centri specializzati come Majak in Russia, Le Hague in Francia, Sellafield in Inghilterra, e svariati centri negli USA e altrove avevano questo preciso compito. La produzione di energia elettrica era una semplice costola di questa attività.
Ma da allora le cose sono cambiate: abbiamo assistito, dai primi anni 90 in poi, ad un progressivo smantellamento degli arsenali militari. Addirittura USA e Russia (accordo ventennale del 1993 tra Eltsin e Clinton) si sono scambiati combustibile derivato dalle bombe (400 ton) con dollari (12 mld). Perché dunque continuare a produrre Plutonio?
Il fatto è che a nessuno sfugge che il combustibile tradizionale prima o poi finirà e nemmeno il fatto che lo stoccaggio delle scorie è un problema senza soluzione, tanto più con la presenza di così tanto Plutonio che nessuno sa dove mettere al sicuro.
Ed ecco allora il trucco. Usiamo gli scarti della fissione nucleare come combustibile per altri reattori. E così alcuni stati (Francia, Gran Bretagna, Russia, Giappone, …) sono dotati di centrali con reattori che funzionano a MOX: una combinazione del Plutonio ottenuto dalla fissione e di Uranio.
Nel mondo ci sono una trentina di reattori che usano il MOX, 20 di questi sono in Francia. La preparazione del MOX è estremamente pericolosa e i centri di riprocessamento del materiale radioattivo altrettanto a rischio di incidenti: ne sanno qualcosa sia a Le Hague che a Sellafield dove non sono riusciti a far passare sotto silenzio tutti quelli che sono accaduti con fuoriuscita di sostanze radioattive. Aggiungete il fatto che per produrre MOX in quantità sufficiente a Le Hague arrivano tutti gli scarti dei 59 reattori francesi e di quelli di mezza Europa e non solo: treni e navi carichi di Plutonio, Cesio e compagnia bella in giro per le pianure francesi … una follia!
Se dal punto di vista del risparmio delle risorse si può capire questa mossa, essa appare enormemente azzardata se la si considera in relazione ai rischi. La rottura di un reattore a MOX è ben più pericolosa di quella di un reattore ad Uranio: a Fukushima è successo proprio questo!
Ma il discorso si fa anche più interessante se parliamo di prezzi e di costi.
Infatti l’impiego del MOX è giustificato proprio da evidenti ragioni economiche: meno scorie da stoccare, meno Uranio da comprare e con i prezzi che corrono …
Gli Stati Uniti hanno sempre considerato i prodotti della fissione dell’Uranio (quindi anche il Plutonio una volta messo da parte quello per fare le bombe) come scarti da stoccare, ma anche loro alcuni anni fa hanno accarezzato l’idea di percorrere la strada dei francesi. E così hanno messo in piedi un progetto a Savannah (South Carolina) finanziandolo con 5 miliardi di $ per il riprocessamento dei combustibili e la produzione di MOX. "E’ davvero un peccato lasciare tutto questo ben di dio alla Francia", devono aver pensato i vertici USA e così hanno messo in piedi il loro giocattolo. A gestire l’impresa una joint-venture americana e francese: quest’ultima parte rappresentata – ti pareva? – ancora da AREVA, la multinazionale di stato.
Il "botto" del reattore 3 a Fukushima ha guastato i piani, ma Obama e soci prima, Trump più che mai adesso sono sicuri che da loro questo non potrà mai accadere: da dove derivino certe certezze è un mistero ben più oscuro di quello dei pastorelli portoghesi di Fatima; così continueranno imperterriti a riempire di MOX il paese, trasformando i forni di alcuni reattori (ad esempio quello della nuova centrale proprio di Savannah) con concentrazioni di MOX 5 volte superiori a quelle giapponesi.
Ecco perché c’è tanto Plutonio in giro per il mondo: da un lato perché non si sa dove mettere le scorie dei reattori per così dire normali e dall’altro per riempire le bocche dei forni di quelli a MOX.

Majak, il sito più contaminato al mondo

Detto questo possiamo decisamente passare alle vicende sovietiche: incontreremo luoghi ameni come Majak, forse il territorio più inquinato del mondo, sicuramente quello in cui sono avvenute nefandezze assurde.
Voglio ribadire ancora una volta che il discorso che sto per fare riguarda il periodo socialista dell’attuale Russia, ma non è una presa di posizione contro questo sistema politico. É semplicemente il racconto di come regimi differenti (vedremo quello statunitense nel prossimo articolo) se ne freghino bellamente della natura e dei propri concittadini, quando mettono le ragioni di stato davanti ad ogni altra cosa. Niente politica dunque, solo storia.
E adesso cominciamo.
Se cercate “Majak” su Wikipedia, trovate scritto:
“Majak è una zona della città di Ozërsk che ospita un impianto per la produzione di materiale nucleare (soprattutto plutonio) destinato alla fabbricazione di bombe atomiche attraverso il riprocessamento del combustibile proveniente da reattori nucleari. Majak è situato a circa 150 km a nord-ovest della città di Čeljabinsk, negli Urali meridionali tra le cittadine di Kasli e Kyštym. L'impianto si trova nel comprensorio amministrato dalla città di Ozërsk, meglio conosciuto come Čeljabinsk-40 e successivamente come Čeljabinsk-65. Il territorio di Majak è uno dei siti esistenti maggiormente contaminati radioattivamente a seguito del rilascio nell'ambiente di radionuclidi in tre separate circostanze dal 1949 al 1967”
Non una grande presentazione, vero?
Per la cronaca: Ozërsk conta oggi oltre 80 mila abitanti, Čeljabinsk più di un milione.
La parola Majak significa “Faro” non si sa se tutta quella radioattività sia in grado di illuminare la regione o se si trattasse di un faro che illuminava la potenza sovietica nel periodo della guerra fredda.
Ad ogni modo qui si ricava plutonio dal 1948; plutonio che usato, ad esempio, per la prima bomba nucleare fatta esplodere dall’URSS in un test dell’agosto 1949.
La zona di Majak è ricca di laghi ed è attraversata dal fiume Techa, la sola risorsa idrica per gli oltre centomila abitanti che vivevano nella valle. In questo fiume le industrie per la produzione di plutonio scaricavano le proprie scorie. Nel 1951 fu registrata radioattività nel mar Artico alla foce del Techa, lontana 2000 km da Majak, e questo nonostante praticamente tutto il materiale radioattivo venisse depositato nel fiume lungo i primi 35 km dalla centrale sugli Urali.
Il governo decise allora che era il caso di intervenire e vietò lo scarico in acque destinate alle popolazioni. Si costruirono dighe e si deviarono corsi d’acqua isolando il lago di Karachai dal fiume e dall’oceano. Questo lago divenne la pattumiera di Majak. Ma almeno era isolata.
Nel 1967 ci fu un anno molto secco e il lago si ritirò, lasciando lungo le sponde un fango radioattivo che presto si seccò, si trasformò in polvere e venne portato via dal vento. Un’area di oltre duemila km quadrati ne fu investita.
Per avere un’idea di quello che accadde consideriamo le cifre seguenti.
Il rilascio totale di radionuclidi nel lago Karachai è 4 volte superiore all’attività della bomba su Hiroshima dopo 12 ore dalla esplosione e circa 11 volte più grande di quello legato al famosissimo incidente di Chernobyl del 1986.
Si è scoperto che quasi 300 mila persone sono state esposte a radiazioni; 125 mila sono state contaminate con isotopi radioattivi di alto livello (cesio, plutonio, stronzio). Ma loro non ne sapevano nulla. Un paio di volte all’anno venivano mandate a un controllo medico. Majak è diventata negli anni uno dei più grandi laboratori di ricerca sugli effetti della radioattività sugli esseri umani. Solo negli anni ’90 la verità è venuta a galla e si è percepito la pazzesca dimensione del disastro.
La zona di Majak è oggi considerata la più inquinata al mondo e il villaggio di Muslyumovo è il centro assoluto di questa disgrazia. L’acqua del fiume è radioattiva e non utilizzabile. Le persone che soffrono per la contaminazione non muoiono necessariamente in tempi brevi, però possono trasmettere geni modificati a generazioni future...
Di tanti aborti spontanei avvenuti a Muslyumovo, quasi tutti sono feti con grosse anomalie.
I divieti di pesca o di raccogliere funghi e frutta sono disattesi; la gente li prende e li mangia nonostante tutto.
Il governo aveva promesso che, entro 30 anni, l’acqua sarebbe tornata potabile, ma, come abbiamo visto, per stare tranquilli col Plutonio ce ne vorranno almeno 240'000 prima che passi il pericolo …

Come fare soldi con le scorie radioattive

Uno dei modi di fare soldi per un paese è quello di accogliere le scorie nucleari prodotte da altri. É un po’ quello che è avvenuto e avviene ancora in Campania con i rifiuti tossico-industriali. Ma un conto è che di tale traffico se ne avvantaggi un’organizzazione criminosa come la camorra e una amministrazione connivente, ben altra se ad organizzare il tutto è direttamente lo Stato, attraverso un suo ministero.
Questo ministero, in Russia, si chiama Minatom il Ministero Atomico. Poi, come sappiamo, nel 1989, cade il muro di Berlino e il comunismo va a carte 48.
Che succede allora?
Dopo la caduta del muro e il profondo cambiamento introdotto da Gorbaciov, che elimina l’organizzazione comunista dello stato nell’ex URSS, molti cambiamenti vengono fatti. Tra questi, alcuni anni più tardi, anche la decisione di non importare più scorie radioattive dall’estero. Un brutto colpo per paesi come la Finlandia, che devono cercare un’altra pattumiera.
Il parlamento russo (la Duma) crea un proprio ministero dell’ambiente e comincia a parlare di valutazione di impatto ambientale anche per le centrali nucleari.
I tre siti più inquinati del mondo sono all’epoca (e ancora oggi) Seversk, Majak e Zheleznogorsk; la situazione è talmente grave da meritare l’attenzione degli Stati Uniti. Questo anche perché la nuova Russia viene vista dagli USA come il trionfo del capitalismo sul socialismo. Arrivano a Mosca ingenti aiuti tecnici, politici ed economici per smaltire le enormi quantità di plutonio presenti nel paese. In particolare 100 milioni di dollari vengono stanziati dietro la promessa che la Russia non userà più le proprie scorie nucleari per la produzione di plutonio.
Ma i soldi americani non bastano.
A testimoniare che il passaggio del 1989 non è affatto indolore, nel 1999 la Duma delibera, su proposta del Minatom, di accogliere nuovamente scorie radioattive dagli altri paesi, in cambio di denaro.
Si raggiunge un curioso accordo: le scorie vengono “date in prestito” per 50 anni alla Russia, in attesa che la tecnologia trovi un rimedio definitivo al problema.
Si cerca perfino di coinvolgere la popolazione, ma si scopre che la stragrande maggioranza è contraria, quindi … la Duma approva l’accordo per proprio conto, potendo comunque contare sull’88% dei voti a favore. E poi dite che la matematica non è un’opinione!
Il sito scelto come discarica nucleare del mondo è … indovinate un po? … Majak!
Del resto è un po’ come facciamo nelle nostre case. Se avete una stanza in disordine totale e avete delle cose che non sapete dove mettere, mica andrete a fare confusione nel salotto buono, no? Così, già che Majak è una pattumiera inquinata, buttiamo pure là tutte le schifezze, ancora e ancora.
Molti dei reattori oggi sono chiusi, ma Majak resta un centro per riprocessare le scorie nucleari che arrivano dalle centrali, dai reattori di ricerca e dagli armamenti (in particolare dalla flotta dei sommergibili “atomici”). Qui il plutonio viene separato dalle altre scorie. Ci sono anche stabilimenti per la produzione del combustibile MOX.
Il riciclaggio e la riconversione delle scorie radioattive sono, però, procedimenti molto costosi, che i russi non sono più in grado di sostenere.
Dunque a Majak si accumulano scorie non trattate. Si è provveduto alla costruzione di un enorme deposito, dove verranno conservate circa 50 tonnellate di Plutonio, estratto dalle testate nucleari russe. Questo deposito è stato finanziato dagli USA, ma non si sa nulla della sua realizzazione.
Sul fondo del lago Karachai sono stati calati enormi blocchi di cemento per evitare quanto avvenuto nel 1967 e cioè che il vento risollevi la polvere radioattiva e combini un altro disastro.
Il rischio che tale materiale finisca nel sistema idrico del fiume Irtysh e raggiunga l’Oceano Artico è assolutamente reale.
Dopo aver offerto Majak al mondo Occidentale come pattumiera nucleare a Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, con la prospettiva di ricevere 20 milioni di tonnellate di combustibile nucleare esaurito, per un totale di 20 miliardi di dollari, nel maggio 2002 la Russia ha deve fare marcia indietro, poiché non è in grado di soddisfare il rispetto degli standard di sicurezza. Ecco il comunicato.
Le possibilità tecniche che dovrebbero garantire l’appropriata amministrazione delle scorie radioattive in accordo con le richieste normative e legislative approvate nel campo dell’uso dell’energia nucleare, della sicurezza radioattiva per la popolazione e per la protezione dell’ambiente sono assenti. Manca il necessario equipaggiamento per il trattamento e la vetrificazione delle scorie radioattive (gli esperimenti effettuati nella fornace di vetrificazione sono insoddisfacenti). Tutto ciò rappresenta una conferma dell’impossibilità di accettare il combustibile nucleare spento dai paesi stranieri per il loro riprocessamento, senza una modernizzazione generale dell’impianto di Majak.
Il Minatom sta valutando se rimodernare l'ormai obsoleto impianto di Majak.

La gente di Majak

Come già detto, nel comprensorio nucleare di Majak, le persone che vi abitano non godono di buona salute e portano geni mutati che danno origini a numerosi aborti e malformazioni. I divieti in vigore nell'area sono ignorati dagli abitanti, tutti contadini in condizioni economiche di assoluta povertà, purtroppo costretti a coltivare la terra, a pascolare e quindi ad usufruire del fiume Techa per irrigare i campi, nutrirsi e nutrire il bestiame. Le misure di sicurezza adottate in questi anni sono pressoché insignificanti dinanzi al rischio effettivo.
Ancora oggi esistono cartelli stradali che esortano chi transita in automobile a chiudere finestrini e prese d'aria durante il passaggio attraverso alcune zone ancora fortemente contaminate.
Al di là delle questioni economiche dette, in Europa non si è mai discusso di questi fatti. Del resto, cosa volete? gli Urali sono molto lontani e a noi poco importa se i contadini russi muoiono di cancro o se i loro figli sono talmente deformi da non poter neppure iniziare la vita. E poi ci sono gli aborti … sono donne, che ci importa?
Le radiazioni mica si vedono, non è come la frana che ha devastato la valle del Vajont, non ci sono migliaia di morti a terra come nel caso indiano di Bophal. Le radiazioni non si vedono e i loro effetti a volte si manifestano anni più tardi. Coprire un simile scenario, per di più con l’organizzazione sovietica è uno scherzetto.

Metamorphosen , un documentario agghiacciante su Majak

Ne ho parlato sul mio sito diversi anni fa, nel 2010, con un articolo che ripercorre in breve la storia che oggi ho raccontato, ma ho fatto molta fatica a trovare materiale attendibile da fonti serie.
Qualche anno fa è uscito un film, un documentario, che è stato presentato al 62° Trento Film Festival, uno dei più antichi festival, avendo avuto la prima nel 1952 grazie al Club Alpino Italiano. Accanto ai documentari tipicamente dedicati alla montagna, hanno man mano trovato spazio anche proiezioni sulle questioni ambientali e quella di Majak lo è davvero, altro che se lo è!
Il filmato (Metamorphosen) di un’ora e venti circa è stato girato, in bianco e nero, dal regista tedesco Sebastian Metz nel 2013 e riprende quello che si osserva girando oggi per le vie di quella disgraziata zona. (Potete vederne di seguito il trailer ufficiale).

Nonostante si incontrino persone, uomini, donne e molti bambini che conducono una vita del tutto normale, ci sono scene agghiaccianti. Mentre i ragazzi giocano, corrono, ridono e ballano, il paesaggio è immobile, quasi si percepisca l’attesa di una catastrofe imminente, che però è già avvenuta e sta avvenendo ancora adesso. Le immagini delle case contaminate, i lunghi silenzi rendo il film decisamente inquietante, come alcune affermazioni dei personaggi intervistati.
La ricostruzione di un testimone oculare dell’incidente in cui il reattore Ludmilla fu sul punto di esplodere, i racconti sulle malattie di persone e animali esposti alle crescenti radiazioni…tutto non fa che confermare ciò che le immagini suggeriscono. Oltretutto, l’impianto rimane in funzione e continua a contaminare l’area circostante. “Viviamo qui come cavie da laboratorio, vogliono vedere quanto sopravviviamo” afferma con sorprendente compostezza una coppia che abita vicino al fiume.
Lascio la chiusura al regista del film: le sue parole sono una conferma di quanto vi ho fin qui raccontato:
Nel 2011, dopo il disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, i media di tutto il mondo stimarono le conseguenze delle radiazioni rilasciate sulle persone e sull’ambiente. Esperti e scienziati fecero paragoni con il disastro di Chernonbyl del 1986. Fui sorpreso che nessuno parlasse di Majakafferma il regista. “Mi sono reso conto che, ancora oggi, uno dei peggiori disastri nucleari della storia è sconosciuto al grande pubblico. Ho pensato che questa storia dovesse essere raccontata e ho quindi deciso di farne un film”.
Riuscire a trasformare subdole, impercettibili radiazioni in qualcosa di visibile attraverso gli occhi, le facce e le voci delle persone che vivono nell’area è la vera sfida del film, girato in bianco e nero.Invece di avere un personaggio investigatore, con il suo atteggiamento scandalizzato, con molti fatti e informazioni, volevo l’attenzione su quel che per me era davvero necessario: la gente. Ho cercato di realizzare le immagini più adatte alle loro storie, delle loro esperienze e che, combinate con il suono, provocassero la sensazione di “qualcosa” che non è visibile o udibile. Volevo che il pubblico percepisse il pericolo nelle immagini, senza dover mostrare un rilevatore di radiazioni per tutto il tempo”.
Il film è reperibile in rete cercando “Metamorphosen”.

2017: una nube tossica si aggira per l’Europa

Veniamo adesso ai giorni nostri, agli ultimi mesi del 2017.
Nel settembre scorso ci arriva la notizia, ampiamente diffusa non senza una notevole enfasi, che una nube tossica e radioattiva si aggira per l’Europa. Ci siamo tutti molto preoccupati, almeno quelli ai quali è rimasto un briciolo di cervello, perché molti di noi hanno ricordato i fantasmi del 1987, quando da Chernobyl aveva raggiunto mezzo mondo quella nube radioattiva pieni di nanocurie, che all’epoca mica sapevamo bene cosa fossero. Ma in questo caso, nessuno sa da dove venga e di che cosa si tratti nei dettagli. Poi finalmente si scopre che la sostanza pericolosa di quella nube è il Rutenio, un elemento innocuo nelle sue forme naturali, ma l’isotopo 106, ottenibile solo artificialmente, è radioattivo, ha un decadimento beta meno, il che significa che emette particelle ionizzanti e quindi in grado di modificare atomi, molecole e strutture, anche quelle del nostro organismo. Insomma non una bella cosa. Questo isotopo, uno dei prodotti del decadimento dell’Uranio 235, si ottiene dal combustibile nucleare esaurito, ha una emivita di poco più di un anno e quindi deve essere lasciato in strutture sicure per almeno una decina di anni prima di poterlo trattare.
A dire il vero l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese aveva rilevato un anno prima, nel settembre del 2016, la presenza di tracce di questo isotopo nell’aria europea, ma i livelli erano così bassi da non presentare alcun pericolo né per l’uomo né per l’ambiente e quindi la cosa viene registrata e messa in un cassetto. L’origine era stata supposta in una zona tra il Volga e gli Urali, cioè in Russia o Kazakhistan.
E veniamo al 2017, quando le tracce radioattive cominciano a farsi sentire nei rilevatori europei il 27 settembre e proprio in Italia. Si dileguano poche settimane dopo, precisamente il 13 ottobre. Nel nostro paese sono le ARPA, l’ISPRA e la protezione civile a monitorare la situazione. Va detto subito che quando parliamo di tracce, intendiamo valori molto bassi e quindi non pericolosi, ma anche che da qualche parte una falla o un incidente ci deve essere stato. Per capirci, da noi il livello della contaminazione radioattiva è stata decine di migliaia di volte più bassa di quella legata al disastro di Chernobyl. Possiamo fregarcene, trascurarne gli effetti o dobbiamo preoccuparci lo stesso?
Un pochino sì, visto che l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese afferma che nella zona di emissione i valori devono essere stati importanti o, per usare la terminologia dell’Istituto “di tutto rilievo”.
Per sicurezza vengono fatte analisi delle merci importate dalla probabile zona a campione, ma senza riscontrare nessun pericolo né reale né probabile.
Per quanto riguarda l’origine della nube, invece, il buio più totale. L’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese avanza, all’epoca, un sacco di ipotesi, escludendo tuttavia che si possa trattare di un incidente in una centrale nucleare. In quel caso infatti sarebbero arrivati anche altri nuclidi, probabilmente ben più pericolosi del rutenio.
I cittadini, scarsamente informati in generale e mediamente molto ignoranti in questioni scientifiche, giustamente temono conseguenze gravi per loro e per i loro cari, in particolare per i bambini. Nei bar si parla spesso di questo fatto, con, a volte, ipotesi fantascientifiche, sicuramente coinvolgenti ma poco documentate.
Alla fine di novembre, Mosca comincia ad ammettere qualcosa. Quella nube è stata osservata anche in Russia dicono. Ma i dati forniti da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare russo, non hanno niente a che vedere con quelli registrati dalle nostre parti. Si parla di livelli mille e più volte superiori alla norma. É un grado di contaminazione estremamente alto – conferma Rosatom – affrettandosi poi a negare ogni possibile incidente entro i confini nazionali.
Ora vi faccio un altro indovinello. Indovinate dove si sono registrati i valori massimi della contaminazione?
Bravi!
A Majak!
Greenpeace ha formalmente chiesto a Rosatom di aprire un’inchiesta e di rendere pubblici tutti i dati in suo possesso, dopo che l’agenzia russa aveva contestato alcune informazioni fornite da altre analisi. Ma la vicenda riapre con forza la discussione sulle responsabilità degli stati nel momento in cui si verificano incidenti, come quelli nucleari, che interessano anche altri paesi.
Nel 2017 si sono verificati incidenti in Francia, in Svizzera e in Slovenia, solo per parlare di quelli più vicini all’Italia.
Ora noi sappiamo che spesso gli incidenti che si verificano non incidono direttamente sull’impianto nucleare di produzione di energia. Tuttavia questi indicenti provocano comunque timore nelle persone, perché la maggior parte di loro sa che il pericolo è sempre elevatissimo, difficile da individuare. Questo, ad esempio è quanto accaduto a Flamanville, in Francia, nel novembre 2016. Nessun rischio nucleare, hanno detto tutti, solo una esplosione nella sala macchine dove non ci sono materiali radioattivi. Eppure, anche se solo per precauzione, un reattore è stato spento e questo non può che allarmare i cittadini.
Tra l’altro Flamanville è tristemente famosa per essere uno dei due luoghi (l’altro è in Finlandia) in cui sta per essere costruita una centrale EPR, la cui data di ultimazione è continuamente slittata dal 2012 per essere fissata di recente alla fine dell’anno in corso (2018). I costi dell’impianto sono nel contempo lievitati in modo quanto mai imbarazzante.
Nell’autunno di quest’anno sembra esserci stato un incidente grave in una centrale della Corea del Nord. La TV giapponese ha parlato di 200 morti e indicato la causa in uno dei test nucleari di Pyongyang. Questo test avrebbe provocato un terremoto di magnitudo 6,3, avendo come conseguenza l’indebolimento del sottosuolo e quindi l’incidente.
Insomma incidenti piccoli o medi ne succedono spesso. Qualcuno calcola che ad oggi quelli degni di nota siano stati circa 130, anche se personalmente non ho dati a conferma di questo valore.
Ma quello che conta nel nostro discorso è il fatto che quando un incidente avviene in uno Stato, gli altri paesi devono sapere cosa succede.
É un sacco di tempo che si parla di accordi internazionali su questo tema. Nel 1978 si comincia a parlare di Nuclear Safety Standards, cioè di standard della sicurezza nucleare, prendendo dentro un po’ tutti gli aspetti. L’anno dopo, il 28 marzo 1979, ecco il primo grave incidente di cui abbiamo notizia, quello della centrale statunitense di Three Miles Island. Lo spavento è forte e induce i paesi membri della IAEA a stabilire nuovi standard. Nasce così l’Incident Reporting System che avrebbe dovuto registrare e analizzare a livello internazionale tutti i malfunzionamenti degli impianti nucleari. Ma solo dopo Chernobyl, l’accordo diventa operativo.
É proprio in quell’occasione, siamo, lo ricordo, nel 1986, che diventano evidenti le conseguenze drammatiche di una informazione scorretta, sia interna che internazionale. All’epoca l’Unione Sovietica non è certo trasparente, almeno all’inizio. Va anche detto che non c’è, a quel punto, nessun obbligo di informare le autorità straniere, se non regole più o meno di buona educazione verso i vicini di casa.
Per questo nel 1986 viene stipulato un accordo che obbliga uno stato in cui avvenga un incidente nucleare a notificarlo immediatamente agli altri stati precisando la natura, il momento in cui si è verificato e la localizzazione esatta. Nel 2005, l’Unione Europea adotta la Convenzione sulla tempestiva notifica di un incidente nucleare. Da allora sono stati molti gli accordi sottoscritti, ma tutti concordano su un aspetto: è necessaria la tempestività e l’accuratezza delle informazioni che riguardano: il luogo, la natura, le cause, la probabile evoluzione delle conseguenze. Tutti dati che la Russia, nella circostanza della nube tossica, pare non abbia fornito se non dopo mesi e a seguito di pesanti pressioni.
majak

Introduzione

Puntiamo l’attenzione sul paese che più di ogni altro ha fatto della produzione di energia elettrica da fissione una bandiera, gli Stati Uniti d’America. Nonostante la percentuale di tale energia non sia paragonabile, ad esempio, a quella francese, raccontare le vicende statunitensi ha senso in quanto si tratta del paese tecnologicamente più avanzato e anche più ricco, Cina permettendo, quindi quello che più di ogni altro sembra essere in grado di risolvere i problemi collegati al cosiddetto nucleare civile.
In fondo la questione assomiglia molto da vicino alla nostra, vale a dire al fatto che nessuno oggi sa come e dove realizzare quel deposito nazionale delle scorie radioattive che permettano di tenere al sicuro cesio, plutonio, stronzio e tutto il resto delle schifezze che restano dal processo di fissione dell’Uranio.
Gli americani avevano individuato alcune aree di stoccaggio, una per i materiali meno pericolosi (si fa per dire), a Carlsbad nel New Mexico, il secondo a Hanford (stato di Washington) e il terzo in Nevada, all'interno di una montagna, l'ormai celebre Yucca Mountain. Vediamo come sono andate le cose.

Il WIPP di Carlsbad (New Mexico)

WIPP CarlsbadDurante la seconda guerra mondiale, nel 1943, ad Hanford, lungo il fiume Columbia non lontano da Seattle, il colosso chimico Du Pont costruisce una base per la produzione di Plutonio. Ci lavorano 42 mila operai, in un’area di 200 mila ettari di terreno, comprato dall'esercito sotto la guida del generale responsabile del progetto Manhattan. Le scorie dei reattori sono conservate da allora in contenitori certificati per 25 anni e tanto sono durati, poi il materiale è fuoriuscito. Le sostanze adoperate per neutralizzare il materiale radioattivo si sono decomposte in altre, altamente esplosive. Insomma, ad Hanford, sono presenti delle vere e proprie bombe nucleari pronte a far saltare tutto per aria. Il problema è grave e va risolto. Si mettono all’opera più di mille persone con un budget di più di mezzo miliardo di dollari l'anno.
L’altra area destinata a contenere le scorie si trova a Carlsbad, in New Mexico, 200 km in linea d’aria da El Paso. Qui sorge il WIPP (Waste Isolation Pilot Plant), il centro sperimentale per l’isolamento dei rifiuti.
Per avere un'idea della gravità della situazione, solo a Carlsbad si calcola che oltre 3 milioni di litri di materiale radioattivo abbiano invaso l'ambiente. E le sostanze contaminanti occupano un volume di 160 milioni di litri e sono stivate in 177 contenitori lunghi venti metri l'uno.
Nel 1990 viene interpellata la Westinghouse per una analisi. La società si rifiuta di fare qualsiasi cosa perché non si sa quali sostanze possono essere presenti e cosa potrebbe accadere infilando una sonda nei contenitori. Ci vuole un anno prima che i tecnici siano pronti per realizzare un video di quello che accade "là dentro".
La registrazione ottenuta ha un effetto a dir poco devastante sull'opinione pubblica; fa il giro di tutte le televisioni e la sua visione – per riprendere un commento dell’epoca - "è come osservare il centro di un vulcano alla vigilia di un'eruzione".
Tra le altre cose nel 1989 si viene a sapere che un contenitore simile a questi era esploso, nel 1957, sugli Urali (a Majak, naturalmente). Gli americani dicono: "Lo sapevamo, birichini!" ma nessuno sa ancora che anche gli USA hanno di quei contenitori e ne hanno tanti.
Questo (ed altri problemi) spingono gli Stati Uniti a cercare una "soluzione finale". L'intento, come detto all'inizio, è quello di realizzare alcune mega-discariche.
MinieraQuella di Carlsbad si trova in una miniera di sale a 700 m di profondità, è costata 1 miliardo di dollari e può contenere un milione di bidoni. Il fatto è che negli USA ci sono circa 100 mila tonnellate di combustibile nucleare ancora sparso per il paese in depositi provvisori. Perfino l'Uranio usato da Enrico Fermi nel 1942 sta ancora aspettando una sistemazione definitiva.
Il problema è sempre lo stesso. Occorre trovare materiali che garantiscano una "tenuta" per l'eternità (ricordo che il Plutonio 239 ha un tempo di dimezzamento di 24'000 anni, come ho spiegato nell’articolo su Majak). Inoltre i siti dei depositi devono essere geologicamente stabilissimi. Se tra qualche secolo la terra si muovesse, i rifiuti potrebbero o tornare in superficie o finire in qualche falda o cadere in un canale con alte temperature. Un bel problema: si cercano alternative possibili (come quella di mandare le scorie nello spazio), ma alla fine, tra le opzioni possibili, quella delle miniere sembra comunque la migliore.
A Carlsbad, lo strato di sale è profondo un chilometro e da almeno 240 milioni di anni non si è mosso. La stessa presenza del sale indica inoltre che nelle vicinanze non scorrono fiumi sotterranei altrimenti si sarebbero notati i segni dell'erosione. Ma vi sono anche altri vantaggi: le gallerie scavate tendono a richiudersi a causa della plasticità degli strati salini. In questo modo le scorie dopo qualche decennio rimarranno sigillate e inaccessibili ai curiosi e soprattutto all'acqua.
Tutto bene? No, proprio per niente!

Cominciano i problemi

Un giorno una trivellazione fa saltare fuori acqua sotto pressione da una "sacca" contenuta tra due strati di sale. Acqua molto antica, rimasta intrappolata là da chissà quanto tempo. Ma cosa succederebbe se tra qualche secolo, quando nessuno potrà "vedere" dall'esterno la presenza della discarica, qualcuno trivellerà il terreno e salterà fuori acqua sotto pressione magari mescolata con sostanze radioattive? E se i gas sprigionati e ad alta pressione si libereranno, cosa potrà avvenire?
Così sono stati predisposti controlli preventivi usando migliaia di sensori, ma (secondo un giudice del New Mexico) nessun piano per rimuovere le scorie nel caso i test andassero male.
CarlsbadLa conclusione è che ci sono ancora troppi rischi e che quella soluzione "definitiva" non ha molto di definitivo.
Si decide quindi di soprassedere e di abbandonare il progetto. Ma l'America (non solo lei ovviamente!), si sa, è un paese straordinario, dove il rendimento degli investimenti è altrettanto importante quanto la salute delle persone. Si cercano altre strade e infine il genio americano rifà capolino. "Ma come - è la conclusione - abbiamo speso un miliardo di dollari per questo impianto e adesso lo buttiamo via così?".
Oggi a Carslbad le scorie nucleari ci sono, sono sepolte nelle miniere di sale, sulla cui stabilità geologica nessuno giura, ma ci sono solo scorie di bassa attività (ad esempio i vestiti, gli strumenti e i macchinari contaminati). Resta, ancora oggi, l’unico sito scavato in profondità. Garanzie? I tecnici assicurano che possiamo dormire sonni tranquilli per 10 mila anni. Che ci sia da fidarsi? E comunque siamo ben lontani dai tempi necessari per il confinamento delle scorie più pericolose. E in questo caso non possiamo neanche dire: non c’è che da aspettare per vedere cosa succederà. Tra 10 mila anni potrebbe anche non esserci più nessuno in superficie per un simile controllo e non è detto che la causa non possa essere una fuoriuscita di materiali radioattivi mal conservati. 

Yucca Mountain

Le scorie più pericolose gli Stati Uniti hanno pensato di rinchiuderle ancora più in profondità, scegliendo come sito "sicuro" le viscere di una montagna: Yucca Mountain in Nevada: ma siamo sicuri che sia un deposito sicuro?
Un conto è avere a che fare con le scorie della Svizzera, altro con quelle degli Stati Uniti. Qui si calcola che si producano ogni anno 2'300 tonnellate di materiale contaminante. Per di più ci sono conti che raramente si fanno, specialmente da parte di chi vede nel nucleare la soluzione a tutti i problemi energetici. Quando una centrale ha funzionato 40/50 anni ed è diventata obsoleta è necessario "smaltirla" proprio come si fa con le bottiglie di plastica, il vetro e la carta. Tutto quello che per così tanto tempo è stato a contatto con materiali radioattivi, lo è a sua volta. Smaltire una vite di una centrale nucleare non è affatto lo stesso che smaltire una vite dell'armadio della vostra camera da letto.
Il solo smantellamento di una centrale nucleare alla fine della sua vita operativa produce una quantità di scorie di quasi tre volte superiore a quella prodotta durante i 40 anni della sua attività.
Sistemate le scorie meno pericolose (quelle con tempi di dimezzamento fino a 30 anni) che sono, tuttavia, anche la parte più cospicua, stoccandole in siti appositi, come il Wipp di Carlsbad, si tratta ora di prendere di petto la questione delle scorie più pericolose, quelle con tempi di dimezzamento lunghissimi, come il Plutonio.
La scelta del sito è caduta all'interno di una zona molto protetta, quell'"area 51" così famosa per i misteri che attorno ad essa aleggiano, non solo per le sperimentazioni "strane" supposte, ma soprattutto per le voci circa la presenza di extraterrestri, trattenuti come ospiti dall'esercito americano.
Siamo nel Nevada, a meno di 200 km da Las Vegas, una zona davvero poco frequentata. Il caveau è in costruzione sotto il monte Yucca.
La spesa per gli studi preliminari è stata di 8 miliardi $, il budget per la realizzazione è (per ora) di 60 miliardi $.
Alla fine dei lavori, la montagna conterrà una serie di gallerie a spina di pesce, a 300 m di profondità, completamente "foderate" di un acciaio particolare (lega 22) e rivestite di titanio che ha una funzione anti-sgocciolante per impedire infiltrazioni di acqua. Il deposito è previsto per 77'000 tonnellate di materiale, proveniente da 131 depositi di 39 stati. Doveva essere attivato nel 2017. Siamo nel 2018 e non è ancora successo niente.
Le cose vanno così: nel 2002 il congresso americano approva il progetto presentato dall'amministrazione Bush, con 69 voti favorevoli e 39 contrari: tra questi ultimi quelli dei democratici e tutti quelli, conservatori o democratici poco importa, dello stato del Nevada. Perché tanto ostracismo da parte dei politici locali?
Il traffico per far arrivare i container in Nevada sarà pazzesco e già questo mette la popolazione sul chi va là. Un sondaggio ha evidenziato come il 70% dei cittadini sia nettamente contrario alla realizzazione e nelle comunità scientifiche e in quelle amministrative le perplessità sul progetto sono molto forti. In particolare si sottolinea il fatto che sigillare il monte (una volta sistemate tutte le scorie previste) non sia opportuno oggi, quando abbiamo una tecnologia probabilmente non sufficientemente progredita relativa a questo problema.
I tecnici "garantiscono" che da Yucca Mountain non ci saranno fuoriuscite di nessun genere di scorie per 10 mila anni.
Beh, 10 mila anni è un bel po' di tempo, ma non basta!
La National Academy of Sciences e il National Research Council ritengono questa grandezza temporale del tutto insufficiente perché si possa parlare di “messa in sicurezza” di materiale radioattivo che rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni. Proprio in virtù di queste osservazioni, la Corte d’Appello Federale ha recentemente stabilito che un sito destinato al seppellimento delle scorie nucleari deve dimostrare di potere accogliere in sicurezza le stesse per almeno 300.000 anni, fino al decadimento della loro radioattività. É tutto? No, ci sono ancora altri elementi da valutare.
Lo stato del Nevada ha messo in campo propri esperti e tecnici per controllare la situazione. Dalle indagini sono emerse alcune cosette simpatiche.
Si è scoperto che il "deserto" tanto deserto non è. L'umidità (19 cm acqua/anno) è ampiamente in grado, con tutti i millenni a disposizione di corrodere i contenitori delle scorie col risultato di ritrovarsi pozzi d'acqua fosforescenti e cavoli abnormi, perché irrigati con l'acqua contaminata.
Inoltre le scorie non tengono la temperatura; esse si riscaldano per via dell'energia prodotta. L'aumento di temperatura provocherà l'insorgere di vapore d'acqua e saremo da capo.
Quando una particella decade, vengono emesse radiazioni che possono in qualche modo interagire con il materiale delle pareti circostanti, frantumandoli o producendo idrogeno e favorendo così le condizioni di una esplosione e di incendi che non sarebbero proprio poca cosa.
Las VegasForti dubbi sono sorti anche sulla stabilità geologica di Yucca, una montagna di tufo di origine vulcanica, formatasi oltre 10 milioni di anni fa. A circa 150 km di distanza c'è Las Vegas, con i suoi 1,5 milioni di abitanti (compresa l'area urbana); la città non sarebbe affatto al sicuro in caso di un sisma che facesse fuoriuscire i materiali radioattivi.
Come già accennato, c'è poi il trasporto dai 39 stati coinvolti verso la Yucca Mountain delle scorie. Ci sarebbero migliaia di treni e camion per strada con il loro carico pericolosissimo.
Qualunque situazione di pericolo connessa ad eventuali incidenti, attentati terroristici, guasti dei mezzi preposti ad effettuare il trasporto, rischierebbe di creare una tragedia senza paragoni.
Arriviamo così al 2005, quando il DOE ha rilevato irregolarità ed omissioni nelle pratiche che avrebbero dovuto testimoniare la sicurezza (soprattutto geologica) di Yucca Mountain.
Tali sospetti ingenerati dal contenuto di alcune mail intercettate, hanno contribuito a creare nuove perplessità sulla reale affidabilità di un progetto che era già costato circa 8 miliardi di dollari.
A denunciare le anomalie è stato il Dipartimento dell'Energia, che ha scoperto una serie di e-mail scambiate fra i tecnici del servizio geologico che potrebbero provare l'esistenza di gravi omissioni e irregolarità nelle procedure che hanno stabilito la sicurezza del sito.
Dalle e-mail emerge che alcuni strumenti usati per misurare le condizioni interne alla montagna sono stati usati prima che fossero calibrati e alcuni dati compaiono addirittura prima che la strumentazione sia disponibile, quindi evidentemente inventati di sana pianta. Altri strumenti risultano essere stati usati per mesi interi senza venire mai calibrati. Insomma sembra credibile l'ipotesi che a Yucca Mountain siano stati creati dei dati ad arte relativi alla sicurezza, per poter procedere coi lavori.
Cosa aggiungere? Perfino gli Stati Uniti, la nazione al mondo con la più avanzata tecnologia e il più grande controllo, sono in difficoltà grave di fronte al problema del "confinamento" delle scorie radioattive. Chi potrà risolvere questo problema? Ha senso pensare alla costruzione di nuove centrali? Una volta costruite dove metteremo le scorie?
vignettaAnche se Barak Obama non è stato quel presidente verde che molti aspettavano fosse, sulla questione Yucca Mountain ha avuto una posizione netta. Non se ne fa niente. Così i lavori sono terminati e si è ricominciato a pensare a qualcosa di differente.
Poi è arrivato Donald Trump, il quale, come in quasi tutte le decisioni assunte ha semplicemente detto: “Facciamo il contrario di quello che ha fatto Obama”. Così la questione Yucca si sta riproponendo e vedremo nei prossimi anni cosa ne salterà fuori.
Una notizia curiosa di poche settimane fa è la presa di posizione dell’associazione AGA contro la riapertura dei lavori a Yucca. Per questi infatti è stato proposto dall’amministrazione federale un finanziamento di 120 milioni di dollari.
Chi è AGA? É l’associazione americana dei casinò, che si trovano là vicino, a Las Vegas e in altri centri del Nevada. La preoccupazione non è ambientalista o medica, ma economica. L’area di Las Vegas e dintorni è quella in più rapida crescita negli Stati Uniti, tanto da contare oggi più di 2 milioni di persone che vivono stabilmente nella città del Nevada. Per questo a muoversi, oltre ai cittadini, sono operatori di piccole imprese e membri del Congresso che non vedono certo di buon occhio l’ammassarsi di pericolose scorie radioattive a due passi da un centro di enorme interesse turistico. Talmente enorme che nel 2017 Las Vegas ha contato ben 42 milioni di visitatori, una cifra enorme con un indotto spaventoso, visto il tipo di attività che viene offerta e che possiamo tradurre con: lascia i tuoi soldi nelle sale da gioco.
Questa dunque è la storia, tutta ancora da scrivere, del deposito di Yucca Mountain. Aggiungo solo che l’unico serio tentativo in corso d’opera per realizzare un deposito permanente si trova in Finlandia, vicino alla centrale in costruzione di Olkiluoto. I lavori, cominciati nel 2004 dovrebbero arrivare a compimento entro il 2020.
Anche se il sito fosse davvero quello che vuole essere, non c’è da fare salti di gioia: conterrà solo le scorie finlandesi, perché una saggia legge di quel paese proibisce l’esportazione all’estero delle proprie schifezze.
Concludendo la domanda “Cosa ne facciamo delle scorie nucleari?” ha una sola risposta: “Non lo sappiamo!

Il problema

Nel nostro girovagare per gli sporchi affari del nostro paese negli ultimi decenni, abbiamo incontrato morti ammazzati, indagini deviate, ingerenze della politica e dei servizi segreti, disastri evitabili e un mucchio di altre cose sgradevoli.
ItaliaOggi prendiamo una pausa da tutto questo e ci occupiamo di una faccenda sicuramente triste, ma di tutt’altro genere. Questa sera cercheremo di capire cosa è successo alle scorie nucleari italiane dopo la chiusura delle nostre 4 centrali e dopo che un secondo referendum ha dichiarato che sul nostro suolo le centrali non le vogliamo proprio. É un argomento molto vasto che potrebbe portarci ovunque, perciò ho scelto due punti di osservazione, arbitrariamente, ma che mi sembrano interessanti e degni di essere ascoltati.
Il primo riguarda la situazione dello smantellamento del “bagaglio” nucleare italiano: le 4 vecchie centrali ma anche i centri di ricerca. Quante sono? Dove sono? Dove finiranno? Come verrà garantita la sicurezza dell’ambiente e delle persone? Ne parlerò prendendo in esame prima l’opinione dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza Ambientale, incaricata dal Governo nel 2012 di progettare la soluzione e poi raccontando brevemente la storia della Sogin, la società incaricata di realizzare tali progetti e di provvedere ad eliminare ogni rischio nucleare dal paese.
Per completezza ecco l’elenco dei siti nucleari italiani attivi. Ci sono 8 installazioni SOGIN, tre reattori ENEA per la ricerca, tre reattori ospedalieri di ricerca, 1 reattore militare di ricerca. Dunque 15 in tutto, sparsi in tutto il paese, anche se la concentrazione maggiore è in Piemonte. A questi vanno aggiunti i 9 impianti, comprese le quattro vecchie centrali, fuori produzione. E fanno 24 siti che producono o che hanno prodotto scorie radioattive.
Il secondo punto di vista è una scusa per fare un giro in una delle regioni italiane più mortificate dal malaffare, la Basilicata. Vi parlerò di Rotondella, paesino di qualche migliaio di abitanti e dell’impianto ITREC di Trisaia.
Dove è finito il materiale radioattivo e pericoloso di quel centro che nessuno ha mai trovato? Ha qualcosa a che fare con le storie incredibili che ho raccontato nelle scorse puntate di Noncicredo sulle navi dei veleni e sui traffici internazionali di schifezze e di armi?

Decommissioning e SOGIN

Tutti sanno che in Italia hanno funzionato quattro centrali nucleari; a Caorso (provincia di Piacenza), a Sessa Aurunca in Campania, a Trino Vercellese in Piemonte e nel Lazio a Montalto di Castro, anche se questa non è mai stata ultimata per via del referendum del 1987. Apro una piccola parentesi proprio su Montalto perché la storia di questa centrale è curiosa. Nel 1988 si stabilisce di non andare avanti con quest’opera, ma l’anno successivo si decide che tutte le parti dell’impianto utilizzabili vengano usate per costruire una centrale termoelettrica a olio combustibile e gas, che è oggi la centrale italiana più potente di questo tipo. L’emissione in atmosfera di CO2 è imponente e viene compensata non impiantando un bosco, ma comprando CER (crediti di emissione del Meccanismo di Sviluppo Pulito) vale a dire quei certificati che ti permettono di inquinare da noi se finanzi attività di segno opposto in altri paesi soprattutto emergenti. L’ENEL, proprietaria della centrale, ha investito in Cina in una di quelle operazioni di ripulitura del Trifluorometano, conosciuto anche con l'abbreviazione Hfc-23, un potentissimo gas serra. Questo meccanismo non è utilizzato solo da ENEL, ma da molte major energetiche internazionali ed è previsto dal protocollo di Kyoto.
La buona notizia è che oggi a Montalto di Castro sorge una grande centrale fotovoltaica. Chiusa la parentesi.
Le altre tre centrali hanno invece prodotto le loro scorie. A queste vanno aggiunte tutte quelle che in un modo o nell’altro si ottengono da attività di studio, di ricerca e di cura negli ospedali.
MoxC’è poi anche un'altra questione. Quando il combustibile delle centrali si esaurisce, cioè non è più buono per produrre energia, non viene semplicemente buttato nell’immondizia. Viene spedito in centri di riprocessamento, dove si riesce a tirarne fuori sostanze ancora utili, come ad esempio il Plutonio. A cosa serve il Plutonio? Può servire a costruire bombe oppure può essere mescolato all’Uranio per produrre combustibile particolare, il MOX, che viene utilizzato in alcuni tipi di reattori. In Francia, ad esempio, quasi metà degli impianti possono funzionare in questo modo. Anche il Giappone ha reattori a MOX. Il Plutonio è una bestia davvero brutta, perché è l’elemento radioattivo utilizzato nella produzione di energia con i tempi di decadimento più lunghi di tutti. In pratica significa che se abbiamo un po’ di Uranio sotto il letto, come voleva convincerci a fare Umberto Veronesi, dovremmo chiudere bene quella stanza e aspettare qualcosa come 250 mila anni per tornarci dentro, cosa complicata dal fatto che nel frattempo se ne sono andate 10 mila generazioni.
Questi centri di riprocessamento non sono dappertutto. Alcuni paesi ne hanno addirittura fatto un business. Ad esempio la Gran Bretagna guadagna bei soldini dall’operazione, che, meglio dirlo, è rischiosa e costosa. Infatti gli inglesi, molto pragmatici, hanno pensato: “Tanto noi di materiale radioattivo ne abbiamo comunque in casa a causa delle nostre centrali. Un po’ di più o di meno, non cambia le cose. Tanto vale guadagnarci.” Così si sono presi in carico una parte delle barre del combustibile nipponico. Un ragionamento analogo ha fatto la Francia.
Noi non abbiamo centri di riprocessamento, per cui le barre usate dalle nostre centrali devono essere spedite all’estero; buona parte sono in Francia a Le Hague nel Nord del Paese, nel centro gestito da Areva, quindi dallo Stato. Quello che resta, alla fine del processo, viene vetrificato, ma non può comunque finire sotto il letto; deve essere stoccato in profondità, o comunque in un luogo sicuro, sperando che non succeda niente per centinaia di anni. "Quello che resta", nel caso di clienti stranieri, come lo stato italiano, viene rispedito a casa loro, cosa che avverrà anche per noi nei prossimi anni: entro il 2025, secondo gli accordi. Ecco dunque un altro motivo per avere in mente dove sistemarle queste scorie, dove cioè creare un sito di contenimento nazionale per il materiale radioattivo. Questo è il punto più dolente, anche se non l’unico, dell’industria nucleare, perché oggi nessun paese al mondo, nemmeno chi ricava dal nucleare parte importante della propria energia elettrica, sa come fare a risolvere questo problemino.
Nel 2014 la questione delle scorie nostrane torna alla ribalta perché un senatore dei Cinquestelle, Vito Petrocelli, lancia un allarme. Secondo lui sarebbero stati spostati di notte, con un camion, materiali radioattivi dal centro ITREC di Rotondella (Matera) all’aeroporto NATO di Gioia del Colle in Puglia. Operazione piuttosto rischiosa in caso di un incidente lungo il tragitto.
E allora vediamola la nostra situazione. Detto di Le Hague, altro materiale radioattivo italiano è a Sellafield in Gran Bretagna (che ha avuto negli anni una serie di problemi, compreso l’eccesso di radiazioni, per cui è stata costretta a chiudere una parte dell’impianto e a lasciare a casa il personale non necessario alle indagini) e un altro po’ in Svezia.
Facendo la somma di tutto si arriva, secondo i dati ufficiali, a 90 mila metri cubi, che non sono pochi.  In mezzo a questo mucchio ci sono scorie più pericolose ed altre che lo sono meno. Si distinguono, come già detto, per il tempo di decadimento. Senza entrare in dettagli tecnici che qui non hanno molta importanza, possiamo determinare il periodo necessario affinché quelle scorie non presentino più un grave problema in 10 di questi "tempi". Così mentre ad esempio per il Cesio 137 basterà (si fa per dire) aspettare qualche secolo, per il Plutonio servirà un deposito che “tenga” per centinaia di migliaia di anni.

Un deposito praticamente eterno?

scorieitaliane03Ecco allora che il problema si sposta: come si costruisce un deposito simile? Ci hanno provato in molti e noi non possiamo che fare riferimento al paese che del nucleare ha fatto una bandiera, gli Stati Uniti. I tentativi di realizzare siti permanenti sotto le montagne del Nevada sono falliti, dopo averci speso un sacco di soldi e dopo aver scoperto varie truffe per convincere i cittadini, ma soprattutto i finanziatori, che tutto era a posto e andava bene.
Così, a quasi 70 anni dall’avvento del nucleare cosiddetto “civile”, la società che su di esso ha basato gran parte del proprio sviluppo non ha la più pallida idea di come fare a buttare l’immondizia prodotta. E questo dà la misura dell’intelligenza della specie che governa il nostro pianeta. Dubito che una qualsiasi persona razionale inizi un progetto senza valutarne l’iter e le conseguenze.
Ma torniamo a noi e ai nostri 90 mila metri cubi di scorie da sistemare. Costruire un deposito permanente non è come fare una casa. Ci vuole tempo e soprattutto occorre sapere bene come comportarsi. L’incarico di dismettere centrali e stoccare materiale radioattivo è della SOGIN, finanziata coi nostri soldi, molti dei quali, negli anni passati, sono spariti o in conti personali o in finanziamenti assurdi. Ma di questo parleremo dopo. I criteri di costruzione però sono questioni tecniche e vanno lasciate ai tecnici. Ecco perché, una volta eliminata l'Agenzia per la sicurezza nucleare, si è deciso che deve essere l’ISPRA a fornire le indicazioni opportune e sarà in base ad esse che SOGIN dovrà comunicare l’elenco delle località papabili per tanta fortuna. É facilmente prevedibile che la scelta non sarà affatto semplice, ricordandoci anche della reazione degli abitanti di Scanzano Jonico, che riuscirono ad impedire che il loro comune diventasse la zona di stoccaggio, come voluto dal governo Berlusconi di allora, con una specie di insurrezione collettiva.

ISPRA

Torniamo indietro di qualche anno: è il 2014 quando l’on. Bobba del Partito Democratico interroga il governo per sapere come procede questa faccenda. Egli si mostra giustamente preoccupato per la situazione. In effetti le scorie “italiane” (quelle attualmente sul suolo patrio) sono tenute nelle vecchie centrali e nei centri di ricerca e stoccaggio di Saluggia (Piemonte) e Casaccia (Lazio), oltre che all’ITREC di Rotondella e in piccole parti in altri centri di ricerca. Situazione che crea pericoli sia per l’ambiente che potrebbe essere contaminato che, soprattutto, per la salute delle persone che in quelle zone abitano. Sulla situazione ad esempio di Saluggia si potrebbe aprire un capitolo a parte per via della contaminazione possibile della Dora Baltea in prossimità della sua confluenza nel Po, una zona ad elevato rischio di alluvioni, con tutte le conseguenze drammatiche che si possono facilmente immaginare. E sostenere che il nostro paese non è a rischio alluvioni sembrerebbe quanto meno azzardato. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.
scorieitaliane04Per capirci qualcosa di più andiamo nel sito di ISPRA: si tratta dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Precisamente nel Dipartimento Nucleare, Rischio Tecnologico e Industriale, e già il nome mette i brividi. Qui c’è un brevissimo documento, che possiamo riassumere in due punti.
  • Il primo fa chiarezza sul fatto che il deposito sarà permanente solo per le scorie meno attive, da usare per qualche secolo. Le scorie più pericolose saranno tenute qui il tempo necessario a capire, anche a livello europeo, come fare a metterle in sicurezza.
  • Il secondo punto richiama sul fatto che in Italia non esiste un’Agenzia per la sicurezza nucleare, soppressa nel dicembre 2011 col decreto di contenimento della spesa “Salva Italia”. I compiti sono stati assegnati provvisoriamente all’ISPRA. Questa non si sogna neppure di dare indicazioni precise prima di aver sentito le Agenzie per la sicurezza nazionale di altri paesi, che hanno lo stesso problema.
C’è però un secondo documento fondamentale del 9 gennaio 2014, che riporta la relazione che l’ISPRA ha fatto di fronte a due commissioni del Senato, la 10a (Industria, Commercio, Turismo) e la 13a (Territorio, Ambiente, Beni Ambientali). La relazione è lunga (22 pagine) ma possiamo cercare di riassumerla il più possibile.
Il linguaggio è di quelli tecnici e politici che occorre tradurre in un italiano comprensibile ai più.
Si comincia ricordando lo stato dell’arte: le centrali, le scorie, quelle in Italia e quelle all’estero, e il ruolo dell’ISPRA. Ed inoltre si sottolinea come nel nostro paese ci siano già alcuni siti di stoccaggio funzionanti, approvati tecnicamente dall’ISPRA e politicamente da decreti governativi o ministeriali. Funzionano ad esempio presso alcune vecchie centrali (come quella di Garigliano) presso centri come quello di Casaccia e altri.
Se la maggior parte del nostro combustibile nucleare esausto è già stato spedito all’estero, ci sono ancora circa 30 tonnellate da riprocessare nei siti piemontesi. E poi c’è l’ITREC di Rotondella con 2 tonnellate di materiale radioattivo che dovrebbe essere restituito ai legittimi proprietari, gli Stati Uniti d’America, ma questa storia ve la racconto dopo.
scorieitaliane05smallLa relazione fa una lunga disquisizione certamente opportuna sull’iter da seguire per disattivare una centrale nucleare. Forse è superfluo dire che esistono norme internazionali e suggerimenti (che sono abbastanza vincolanti) di cui non si può non tenere conto. Sia l’agenzia internazionale IAEA (International Atomic Energy Agency) e la WENRA, (Western European Nuclear Regulators Association) una task force che si occupa di sicurezza nucleare nell’Europa occidentale, hanno messo a punto strategie da seguire in questo campo. Il fatto è che, da noi, alcune procedure sono già state scritte ed approvate, mentre in altri casi mancano completamente, come per la centrale di Latina e il sito dell’ITREC in Basilicata.
E qui arriviamo al punto cruciale. Perché, dice l’ISPRA e non si può che essere d’accordo, sono tutte belle parole, belle frasi scritte sui documenti, ma senza un sito di stoccaggio nazionale definitivo non si va da nessuna parte. La disattivazione insomma non è proprio possibile. Del resto questo è anche quello che dice la direttiva europea (la 96 del 2013) e non si può farla franca non rispettandola. A vedere bene, continua l’ISPRA, ci sono alcuni siti italiani già approvati e realizzati che non hanno nemmeno le caratteristiche minime per essere considerati idonei.
E allora cosa si può fare?

Il deposito fantasma italiano

Il governo aveva, come già detto, incaricato l’ISPRA di far sapere come si potesse scegliere un sito idoneo e quali caratteristiche dovrebbe avere il deposito.
Insisto sul fatto che stiamo parlando di un sito definitivo solo per le scorie a bassa e media attività. Per quelle ad alta attività e quindi ad elevato rischio è notte fonda.
Tra le tante caratteristiche, una risulta addirittura propedeutica. L’acqua è un elemento indispensabile per il funzionamento delle centrali a fissione in quanto serve a raffreddare il reattore durante la produzione. Ma è un elemento che non deve assolutamente esserci dalle parti di un deposito come quello di cui stiamo parlando.
Se guardiamo al resto dell’universo nucleare, notiamo come ci sia una grande differenza nei progetti per lo stoccaggio di materiali radioattivi a bassa o media attività e gli altri. Per i primi si parla di depositi in profondità, a 50-100 m sotto il suolo, mentre per gli altri si parla di depositi geologici, quindi a profondità molto maggiori, fino a circa 1000 metri. Non c’è traccia al mondo di questo tipo di depositi. Certo ci si sta lavorando, ma, a sentire i tecnici dell’ISPRA, non se ne parla per almeno altri 20 anni, quando i paesi oggi più avanti, Svezia e Finlandia, potranno forse realizzare il primo progetto.
Queste difficoltà hanno fatto cambiare rotta alle proposte dell’ISPRA, che parla di un deposito in superficie, con annesso Parco Tecnologico dove continuare la ricerca in questo settore della scienza. Seguendo tutti i criteri internazionali e analizzando i progetti dei paesi europei, si è arrivati a stabilire che serve una guida tecnica, chiamata Guida Tecnica 29. Al governo è stata consegnata nel 2015 avendo come sottotitolo “Criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività”, indirizzata ad indicare i criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. “
E allora leggiamoli questi criteri, così come riportati nella relazione dell’ISPRA al Senato.
Nella Guida Tecnica “sono definiti i ”Criteri di Esclusione” e “Criteri di Approfondimento” per la cui formulazione, con riferimento alle raccomandazioni emanate dagli organismi internazionali ed in particolare quelle formulate dalla IAEA, si è tenuto conto dei seguenti aspetti :”
A questo punto mi sono permesso di tradurre in un linguaggio meno tecnico il seguito. Magari perdiamo in precisione assoluta, ma sicuramente guadagnamo in comprensione. Ecco i punti, molti dei quali sembrano davvero ovvii.
  • Serve stabilità geologica ed idraulica. Insomma zone a rischio sismico e di alluvione sono da escludere
  • Serve una zona dove esistano barriere naturali che impediscano ai radionuclidi di finire in atmosfera
  • bisogna che il progetto del sito tenga conto delle leggi vigenti in modo assoluto. La tutela del territorio e del patrimonio artistico e naturale non può essere in discussione. Quindi niente parchi naturali o nella Cappella degli Scrovegni.
  • L’area dev’essere isolata da attività umane attuali ma anche che si possano prevedere in un lungo periodo. Insomma se in Italia avessimo un deserto, andrebbe benissimo.
  • L’area dev’essere lontana da risorse naturali del sottosuolo già sfruttate o che potranno esserlo in futuro. Lontano dunque da giacimenti di qualsiasi genere.
  • Il deposito andrà tutelato da condizioni meteorologhe estreme. Probabilmente si riferisce ancora a zone sismiche, di smottamento o analoghe.
Questi “Criteri di esclusione”, come sembra ovvio, servono ad eliminare dall’elenco le zone che non rispondono ai criteri appena descritti. Certo che rientrare nei casi visti sarà a questo punto come avere il biglietto vincente della lotteria di Capodanno. Non è da escludere che i comuni litigheranno per essere riconosciuti a rischio sismico o alluvionale. La relazione di ISPRA infatti sottolinea che, aperte virgolette:
L’applicazione dei “Criteri di Esclusione” è effettuata attraverso verifiche basate su normative, dati e conoscenze tecniche già disponibili per l’intero territorio nazionale e immediatamente fruibili, anche mediante l’utilizzo dei Sistemi Informativi Geografici.””
E conclude:
“I Criteri di Esclusione ed i Criteri di Approfondimento rappresentano i requisiti minimi da soddisfare per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività.”
C’è un’ultima annotazione nella relazione che trovo giusta e opportuna. Non possiamo infatti dimenticare che, se è vero che le centrali sono spente da un sacco di tempo, il paese continua a produrre scorie radioattive derivanti dalla ricerca scientifica e dall’attività ospedaliera e anche queste scorie sono pericolose e da qualche parte dovranno, prima o poi, essere messe.
E poi ci sono i costi da considerare. All’epoca dei fatti che sto raccontando (circa tre anni fa) si calcolava che la spesa per il decommissioning fosse compresa tra 6 e 8 miliardi di euro. Tutti a carico dei contribuenti.
Vedremo tra poco la situazione al giorno d’oggi.
L’ISPRA dunque ha fatto il suo. Da qui in avanti la palla passa al governo e alla SOGIN, cui spetta il compito di realizzarlo questo sito, entro, si dice, il 2021 al massimo. Nel 2021 tuttavia le scorie attualmente a Sellafield saranno tornate indietro da qualche anno. Chissà dove avranno soggiornato nel frattempo?

SOGIN

Questa parte della nostra storia non vuole raccontare cos’è la Sogin oggi, ma cosa ha combinato in passato, perché i ritardi accumulati e i molti soldi spesi hanno avuto sicuramente un riflesso sulla situazione attuale. Per quello che sappiamo, oggi la società che deve provvedere allo smantellamento del vecchio nucleare sta facendo il suo dovere. Questo dunque non è in discussione.
La SOGIN è una società per azioni, nata nel 1999 dall’ENEL con il compito di mettere in sicurezza le centrali nucleari e poi smantellarle. Il costo di questa azienda statale è ovviamente a carico dei cittadini. Si tratta di 400 milioni all’anno.
Nessuno ne sa niente fino al novembre 2002 quando viene nominato presidente della società Carlo Jean, generale, amico stretto di Giulio Tremonti.
Berlusconi lo nomina poi commissario delegato per la messa in sicurezza dei materiali nucleari. Il generale decide che cosa c’è da fare come commissario e poi assegna i lavori alla società di cui è presidente … altro caso italico di conflitto di interessi.
É un uomo potente, il generale, e pensa di poter fare quello che vuole.
C’è una relazione della Corte dei Conti del 2005 in cui si accusa la SOGIN di aver operato ben al di là della sua mission ... insomma di aver ampiamente pisciato fuori dal vaso. Ma i soldi non bastano. Con Jean i costi esterni passano in un anno da 25 a 45 milioni. E l’attività iniziale, quella per la messa al sicuro delle vecchie centrali nucleari, non è cresciuta di una virgola. Si sono solo aggiunti nuovi incarichi, come i siti delle scorie radioattive dei centri di ricerca e lo smantellamento dei sommergibili russi. Troppo. Anche il perscorieitaliane06sonale cresce; molti degli ingegneri che si occupavano del nucleare italiano vengono riciclati nella SOGIN, alcuni senza avere le competenze adatte. Quando Jean lascia la società il personale è una volta e mezzo quello iniziale del 1999: 760 persone e senza nessuna previsione di un ritorno italiano nel nucleare.
Aleandro Longhi dell’Ulivo scopre tra loro circa 200 nomi di amici e parenti di vari parlamentari, dirigenti importanti, fratelli di ministri ed ex ministri, capo gabinetto e un’altra serie di figure analoghe. Longhi presenta 4 interrogazioni sull’argomento: ma non ottiene risposta!
E poi ci sono le sponsorizzazioni esterne. 260 mila euro per ottenere le prestazioni della Civicom che vende prodotti di comunicazione, quando SOGIN può contare su una propria direzione e ufficio stampa molto qualificato e nutrito. Ci sono consulenze legali attribuite allo studio di Cesare Previti, o tributarie allo studio dove lavora Tremonti. C’è la partecipazione alla mostra del libro antico (270 mila euro) che si fa fatica ad inserire nel contesto nucleare della SOGIN.
Dietro questa società si muove un mondo di interessi privati, di manovre nascoste che coinvolgono anche partiti politici come la Lega Nord.
Uno dei suoi parlamentari, Massimo Polledri, uno che fa collezione di brutte figure in pubblico con frasi aberranti sulle donne, i gay e gli stranieri, scrive alla SOGIN sostenendo che bisogna che gli italiani sappiano cosa sta avvenendo a Caorso. In meno di un mese vengono stanziati 200mila euro per un opuscolo su Caorso, commissionato alla Integra Solution di Francesco Ferro, che è, guarda caso, quello che cura l’immagine di alcuni parlamentari tra i quali proprio Polledri. Semplici coincidenze? Forse sì, ma il dubbio rimane.
La Lega spinge però perché la Sogin venga commissariata. Parte un attacco furibondo contro l’allora AD della società Massimo Romano, che percepisce uno stipendio doppio rispetto al suo predecessore. La Conte dei Conti conferma: si tratta di quasi 900 mila euro lordi l’anno. Ma nel fare queste ricerche vengono alla luce consulenze sospette per 10 milioni di euro l’anno. Nel 2009 Romano se ne va e diventa consulente per energie verdi … un bel passo non c’è che dire!
Ma la SOGIN nel frattempo sta cambiando, in meglio. Nel 2009 l’attività di smantellamento è più che doppia rispetto a quella fatta nel 2008 e tre volte quella dei sette anni precedenti. Dunque la società funziona, perché mai dev’essere commissariata? Non si sa, nessuno ha mai dato una giustificazione al riguardo.
I giochi di potere dietro SOGIN sono parecchi. Se ne interessano i carabinieri con intercettazioni telefoniche da cui emergono i nomi del generale Jean, di Silvio Cao, ex consigliere SOGIN fino al 2008, e dei politici Massimo Polledri e Paolo Mancioppi, entrambi di Piacenza ed entrambi del Carroccio. Per chi si fosse perso, ricordo che Caorso è in provincia di Piacenza.
Il progetto è quello di commissariare la SOGIN, rimettendole a capo Carlo Jean e di potenziare Nucleco, una società per la gestione dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività. NUCLECO è proprietà di ENEA (40%) ed ENI (60%); nel 2004 SOGIN rileva le quote ENI e ne diventa l’azionista di maggioranza. Nel frattempo nasce tra i partiti della destra l’idea del nuovo nucleare. É una grandissima opportunità di guadagno se si è al posto giusto. Nel 2009 Polledri riesce a far commissariare nuovamente SOGIN; nel 2010 viene nominato il nuovo a.d. di Nucleco: è il suo collega ed amico Paolo Maccioppi.
Tante manovre dunque dietro l’affare nucleare che viene visto certo non come la soluzione dei problemi energetici italiani, ma come la soluzione dei problemi dei propri conti correnti.
E ce ne sono altri di affari nascosti, come quello del Cemex, che risale a qualche tempo prima. É Silvio Cao, amico del generale, al centro della faccenda. Quello che vuole fare è lanciare un nuovo modo di inertizzazione dei rifiuti nucleari più pericolosi. Abbiamo visto che all’estero si usa la vetrificazione. La cementificazione prevista da Cemex costa esattamente il doppio. Ma Cao è amico di Jean, il quale ha avuto i poteri doppi da Berlusconi. Si individua come sito adatto Saluggia, in Piemonte, dove erano confluite scorie radioattive assieme ai reattori delle centrali del Garigliano e di Trino Vercellese. 
saluggiaA parte il costo, i lavori partono solo nel 2005, quando invece avrebbero dovuto essere già finiti. Le conseguenze del ritardo sono gravissime. E non si tratta di soldi. Le scorie lasciate là potrebbero causare un inquinamento delle falde acquifere. Ci sono interrogazioni in Parlamento e così interviene la SOGIN: è il 2006 e la soluzione è presto trovata: “Raduniamo tutte le scorie italiane e mandiamole in Francia a Le Hague, dove verranno vetrificate”. Tutte le schifezze nucleari vengono ammassate nel deposito Avogadro (di proprietà della FIAT), sempre situato nell’area di Saluggia. É il 2007. Bene, quei detriti rimangono là per anni e solo nel febbraio del 2011 sono pronti i contenitori, comprati in Francia, per spedire le barre verso Le Hague. 
Dunque il progetto Cemex, dietro il quale c’è l’accoppiata Jean – Cao, non ha prodotto niente di niente, ma è stato pagato in progettazione, consulenze e annessi, ovviamente con i soldi dei contribuenti.
Il generale viene poi cacciato da Sogin, si dice per una furiosa litigata con Pecoraro Scanio, ministro dell’ambiente del governo Prodi, per la scelta inopportuna di Scanzano Jonico come luogo dove realizzare il deposito nazionale definitivo.
Gli succede Giuseppe Nucci, che si preoccupa di ridurre le spese riuscendo a portare finalmente in attivo (risicato) un bilancio che fino a quel momento era in rosso.
Ma la Corte dei Conti non è per niente contenta.
Ma come? – dice la Corte dei Conti – Una società senza alcuna concorrenza, finanziata dallo Stato per coprire le spese, come diavolo fa ad essere in rosso o ad avere un attivo appena appena decente? Il fatto è che SOGIN non lavora. Dal 2002 al 2007 ha utilizzato circa 850 milioni, ma di questi pochissimi per la sua missione, quasi tutti per la gestione. Il lavoro da eseguire in otto anni è arrivato ad appena il 9%!
Nucci arriva e promette di fare un quarantotto, di controllare tutte le procedure, le storture degli anni passati; riduce gli stipendi esagerati, le consulenze, insomma fa un po’ di pulizia. E, per fare questo ci vuole l’uomo giusto e Nucci incarica l’uomo che in tutti gli anni precedenti ha fatto il bello e brutto tempo nell’azienda: il generale Jean. Nucci però non si accontenta del ruolo e si fa nominare direttore di due progetti (esterni, uno per il nucleare e uno per il settore ambientale) … cosa ci faccia in questi progetti non si sa.
Quello che si sa è che blinda il proprio stipendio e quello di Jean per tre anni, mentre la pratica vuole che ogni anno il consiglio di amministrazione decida su questo aspetto anche in base ai risultati ottenuti. Ma non è tutto qui. Se il governo decidesse di mandarli a casa, dovrebbe comunque corrispondere una buonuscita pari a tutti i soldi che avrebbero ottenuto rimanendo al loro posto. E’ tutto molto strano anche perché una parte dello stipendio è legata agli obiettivi ottenuti. Ma se uno è fuori, come sarà possibile calcolare questa parte? Sono domande che la Corte dei Conti e la magistratura si fanno.
Prodi, alla fine del 2006 cambia i vertici SOGIN. Allora Nucci tira fuori la calcolatrice e fa le sue brave moltiplicazioni. Risultato: lo stato gli deve un milione di euro. Che incassa. Per quindici mesi di lavoro … o sarebbe meglio dire di non lavoro.

I sommergibili sovietici …

E adesso parliamo di sommergibili russi. Per farlo dobbiamo tornare al 1989, con la caduta del regime comunista e l’avvento di un personaggino come lo zar Vladimir Putin. Non è un mistero che Berlusconi, per molti anni primo ministro italiano, avesse per Vladimir un’amicizia particolare, che legava in maniera molto forte i due paesi tra loro. Ma non si può dimenticare il ruolo fondamentale di fornitore di gas della Russia al nostro paese, non solo, ma è anche un partner commerciale ed economico importante.
sottomarinoUna delle questioni di rilevanza assoluta nella nostra epoca è lo smantellamento dell’enorme eccesso di armamenti nucleari delle varie potenze. Nel 2002 in Canada c’è una riunione del G8, durante la quale si stanziano 20 miliardi di $, di cui 10 a carico degli USA, per questo obiettivo. Tra le armi da eliminare ci sono anche i famigerati sommergibili russi. Secondo le informazioni fornite dalla Russia nel periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale al 2000 ne sono stati costruiti 248, oltre a 5 incrociatori nucleari. 190 di questi sono fermi e una sessantina si trovano al confine con Finlandia e Norvegia, paesi che certo non sono felici di questa situazione.
L’Italia ovviamente partecipa al progetto e, nel luglio 2005, la convenzione è pronta per essere attuata. E’ firmata dal ministro per lo Sviluppo (allora delle attività produttive) Claudio Scajola e da SOGIN. La cifra stanziata è di 360 milioni di euro da spendere in dieci anni per rottamare alcuni sommergibili. Ma quel denaro non finisce tutto a Mosca, una parte prende la strada di aziende liguri come Fincantieri e Ansaldo.
La lista delle cose da fare era
  • smantellare sommergibili e navi ad energia nucleare;
  • riprocessare, trattare, trasportare e stoccare le scorie radioattive e il combustibile esausto;
  • creare un sistema di protezione dei siti nucleari
  • bonificare i siti contaminati da sostanze radioattive
  • creare e mantenere una infrastruttura per tutte queste operazioni
Insomma ogni cosa possibile ed immaginabile. A gestire il tutto da un lato il Ministero dello Sviluppo italiano e dall’altro il ministero per l’energia atomica russo.
A SOGIN viene assegnato, oltre al coordinamento generale (dal momento che i soldi sono italiani), anche la vigilanza. Il che non significa che devono fare la guardia ai siti, ma controllare tutte le operazioni del progetto e in particolare l’attività della Unità di Gestione Progettuale. Questa è composta di dodici persone: due contabili, cinque ingegneri italiani e cinque russi. Tutti gli italiani sono scelti da SOGIN, tutti, compresi i russi, sono pagati dallo Stato Italiano.
C’è una relazione del 2010 che ci informa che nei cinque anni passati sono stati smantellati tre sottomarini e un quarto è in lavorazione. Il primo è costato poco meno di 6 milioni, il secondo e il terzo 9 milioni e i lavori sono stati eseguiti da “imprese russe”. Qui avrebbe dovuto finire l’avventura italiana coi sommergibili di Putin, ma siccome non sapevano cosa farne dei soldi hanno finanziato nel 2009 un nuovo smantellamento per 4,6 milioni di euro.
Riassumiamo. L’accordo era di smantellare 3 sottomarini per 15 milioni, ma siccome erano avanzati dei soldi ne sono stati alla fine spesi 20 per smantellare quattro sottomarini. Siccome l’operazione serve a tutelare l’ambiente e garantire la sicurezza dei popoli, possiamo starci, ma c’è una domanda che ronza in testa: che fine hanno fatto i restanti 340 milioni di euro?
C’è una seconda fase del progetto: la messa in sicurezza delle scorie. Viene costruita una nave speciale, una “nave multifunzionale per il trasporto di contenitori per il combustibile irraggiato”: insomma una nave in grado di trasportare per mare in sicurezza delle scorie radioattive. Costa più di 70 milioni, è pronta nel 2010, la realizza Fincantieri. Ma alle spalle non c’è nessuna gara d’appalto; solo il via libera della Marina Militare. L’Italia la paga, la costruisce, la mette in acqua, ma entra nel registro navale russo: un regalo insomma allo zar Vladimir Putin. Siamo a 90 milioni, ne mancano ancora 270.
La SOGIN intanto sovrintende e piazza i suoi uomini dappertutto. Perché?
Il costo del lavoro sui sommergibili è uno scherzo rispetto a quello per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari. Intanto bisogna trovare un posto adatto. Si sceglie la penisola di Kola, vicino ad Andreeva Bay al confine con la Scandinavia. Ormai abbiamo capito come funziona: serve un impianto di riprocessamento e un luogo dove sistemare le scorie: sei capannoni in tutto. E’ una questione delicata e importante. Lo sottolinea anche Gianni Letta (il braccio desto di Berlusconi). Il progetto è quello di realizzare una struttura che permetta poi di portare là in futuro anche le barre italiane spedite a Sellafield e Le Hague.
Lo studio preliminare è piuttosto a buon mercato, appena 640 mila euro, ma la realizzazione costa tra 140 e 170 milioni. E a chi andranno mai questi denari?
A sorpresa, per le modeste dimensioni dell’azienda, vanno ad Ansaldo Nucleare, del gruppo Finmeccanica, il cui maggior azionista è all’epoca il Ministero dell’Economia e Finanze (32%). Accanto ad Ansaldo c’è la Techint per il trattamento liquidi, la russa AtomStroyExport e la SOGIN (per il deposito scorie).
La SOGIN è quella che sovrintende il progetto, che controlla l’Unità di Gestione Progettuale con cui deve contrattare la commessa (prezzi, tempi, risorse). Insomma la SOGIN è tutto, in un chiaro conflitto di interessi. Il Ministero dello Sviluppo si accorge dell’inghippo e intima ai componenti dell’Unità di Gestione di stare attenti a non farsi beccare a fare tramacci con altre aziende, l’Ansaldo prima di tutte.
Ma, sapete come si dice: il diavolo perde il pelo … Così da lì a poco arriva il commissariamento.
Nel 2009 dunque viene nominato il commissario nella persona dell’ingegner Francesco Mazzucco. Uno dice: e chi sarà mai costui? da dove salta fuori? E’ semplicissimo, è il presidente di Ansaldo Nucleare.
E qual è il compito del commissario e dei suoi collaboratori? E’ quello di preparare il terreno per il ritorno dell’Italia nel nucleare civile e di travasare i beni e i rami delle società controllate da SOGIN ad una nuova società che però deve avere caratteristiche particolari: dev’essere nel settore nucleare; deve avere una partecipazione statale di almeno il 20% e il resto delle quote divise in pacchetti piccoli piccoli … in Italia c’è una sola azienda con queste caratteristiche: la Ansaldo Nucleare, la società di cui il commissario Mazzucco è stato fino al giorno prima presidente. Ecco dunque il trucchetto: SOGIN e Ansaldo, un matrimonio perfetto. Come a dire che fungono contemporaneamente da giocatore e arbitro nella stessa partita.
Insomma un intreccio in cui controllati e controllori sono le stesse persone e in cui quindi è possibile fare qualsiasi porcheria. Se ne accorge anche Scajola che sottolinea in una nuova lettera la faccenda (agosto 2009). Nel maggio 2010 il governo si rimangia tutto: via il commissario e SOGIN torna ad essere una società a gestione ordinaria.
E i soldi corrono a fiumi: chi li caccia? e chi li controlla? 

L’Unità di gestione: soldi, soldi, soldi

L’Unità di Gestione costa 3 milioni l’anno di mantenimento: 108 mila € l’anno se ne vanno per la sede moscovita, un mega appartamento di Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia. I consulenti russi dell’Unità si fanno pagare mica male. Nel 2009 percepiscono più di 260 mila euro netti da parte dei contribuenti italiani. Già, ma per fare cosa è pagata questa Unità? Servono dei controlli e dunque vengono nominati dei controllori.
Ma lo smantellamento dei sommergibili e il riprocessamento delle barre avviene in luoghi assolutamente inaccessibili ai civili, tanto più se stranieri. A Mayak, dove avviene il riprocessamento, non ci andrebbero neppure sotto tortura, trattandosi di una delle aree più contaminate del pianeta.
I controlli semplicemente non si fanno. Ma sono pagati 2 milioni di euro l’anno. Sono i giornalisti del Corriere Sergio Rizzo e Gianantonio Stella a fornire i dati che sto elencando. Siccome quando è troppo è troppo, l’Autorità per l’energia e la Corte dei Conti chiedono a SOGIN di giustificare i quasi 5 milioni di euro spesi per la sede di Mosca, soldi che arrivano dalle bollette dell’ENEL. Ma a SOGIN nessuno si spaventa di questa ingerenza, anzi: fa ricorso al TAR. Interviene il Parlamento che ratifica l’accordo e il suo finanziamento; bastano sei giorni a Scajola per firmare la convenzione. Tutto a posto dunque, si può riprendere a spendere e spandere.
Quando ci si infila in questi conteggi ne escono sempre anche cose curiose.
A parte un mare di soldi spesi in opuscoli e DVD, nell’accordo tra Ministero e SOGIN per lo smantellamento dei sommergibili è previsto che all’azienda vengano dati 44 milioni annui per le spese (dal 2006). I soldi arrivano dal Ministero dello Sviluppo e sono versati su un conto chiamato Global Partnership. É qui che SOGIN addebita le spese, che però non vengono esaminate prima dal ministero, assieme alle spese dell’Unità di Gestione Operativa. E dovrebbe essere proprio questa unità a controllare le spese, ma i suoi uomini non dipendono dal ministero, ma dalla SOGIN. Dunque chi controlla le spese dipende da chi deve essere controllato. E c’è un altro aspetto inquietante. Il Ministero infatti, nel contratto, riconosce a SOGIN un importo aggiuntivo del 25% sui costi sostenuti.  Perché mai il Ministero dovrebbe riconoscere una quota di maggiorazione ad una società, la SOGIN, che gli appartiene?
Il dubbio di un fondo nero comincia a farsi avanti, come adombrato da alcuni parlamentari dell’Ulivo nel 2006.
Credo che possiamo chiudere qui questa storia fatta di inciuci e conflitti, di cose strane e soprattutto di soldi spesi in maniera esagerata. Che non ci importerebbe forse tanto se quei soldi non fossero tutti nostri. 

E oggi?

Nel maggio dello scorso anno i nuovi vertici di SOGIN, il presidente Marco Ricotti e l’amministratore delegato Luca Desiata, si sono presentati di fronte alla commissione che indaga sulle attività illecite collegate al ciclo dei rifiuti, per riferire sullo stato dell’arte dell’attività della società.
Al 31 gennaio 2016 solo il 25% del decommissioning era stato completato, con una spesa di quasi 600 milioni di euro. La SOGIN valuta che le operazioni potranno concludersi non prima del 2035, con una spesa di circa 6 miliardi e mezzo di euro. resta intatto il problema del famoso e famigerato deposito nazionale delle scorie, di cui non si sa proprio nulla, nemmeno il luogo dove dovrebbe sorgere. Nel frattempo i rifiuti nucleari continuano ad aumentare ad un ritmo di circa 500 m³ l’anno. E non solo nessuno sa quali potrebbero essere i siti possibili, ma non è stato nemmeno avviato l’iter per creare l’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, che dovrebbe sostituire ISPRA per gli incarichi in questo settore.
A settembre scorso si è tenuto a Vienna un incontro dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, durante la quale SOGIN ha ricevuto un sacco di complimenti, venendo indicata come un’eccellenza in questo campo.
Ma, dalla stessa riunione, sono arrivate anche notizie meno confortanti. Si è infatti stimato il costo del decommissioning, appurante che esso sarà più caro di quanto previsto: 7,2 miliardi di euro, 400 milioni in più, che, ovviamente, ricadranno sulle bollette degli italiani.
Nel frattempo SOGIN dovrebbe consegnare al Ministero dell’Ambiente la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, inizialmente prevista per la fine del 2017, ma poi spostata a prima delle elezioni, anche se sembra ovvio che fornire la lista dei comuni interessati da un possibile deposito di scorie radioattive non sarà certo un incentivo a votare per chi gestisce l’intera faccenda.
Dunque questo documento resta nei cassetti della SOGIN. Nessuno ne sa nulla.
Arriviamo così ai nostri giorni, i primi di questo mese di gennaio, quando la Francia ha fatto le pulci all’Italia, mettendo in dubbio la capacità del nostro paese di iniziare i lavori del deposito nazionale entro il 2021.
La Francia si era impegnata nel 2006 a ritirare 235 tonnellate di scorie radioattive, analogamente a quanto aveva fatto tre anni prima l’Inghilterra.
Come spiegato stasera, il vantaggio è per entrami. I francesi recuperano materiale fissile ancora utilizzabile, noi ci liberiamo di un ingombro estremamente fastidioso. Ma l’accordo è temporaneo. A partire dal gennaio 2019 le scorie cominceranno a rientrare e sarà necessario allora avere le idee chiare su dove metterle e come custodirle. Bene che vada le operazioni di rientro termineranno nel 2024.
Vista la situazione di stallo, non si può certo dare torto alle preoccupazioni dei francesi. 

Rotondella e l’ITREC …

L’ultima parte della trasmissione la dedico alla Basilicata, partendo da Rotondella dove è presente il centro ITREC. Questa sigla sta per Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile. Qui arrivavano materiali radioattivi usati in un ciclo sperimentale uranio-thorio per confrontare la convenienza di questo ciclo rispetto a quello tradizionale dell’uranio-plutonio. Una buona cosa perché si cerca di escludere il Plutonio, che tanti problemi da, come abbiamo visto anche prima. itrecE’ il CNEN (Comitato nazionale energia nucleare) poi diventato ENEA a volere l’impianto che si realizza tra il 1965 e il 1970. Uno dei primi incarichi deriva dagli accordi con l’USAEC, l’agenzia per l’energia atomica statunitense (anche questa fatta fuori poi nel 1974 perché il Congresso statunitense si rese conto che non era all’altezza del suo compito). Dalla centrale sperimentale di Elk River (Minnesota) arrivano, nel 1973, 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-thorio, sui quali i tecnici cominciano i loro studi ed esperimenti. Di questi 20 vengono ritrattati. Si arriva così al 1987, quando il nucleare italiano è bloccato dal referendum e così pure l’attività dell’ITREC. Restano 64 barre molto pericolose.
Passano 16 anni prima che la SOGIN assuma la gestione dell’impianto, che va smantellato e reso sicuro. A cominciare da quei 64 elementi da riprocessare e vetrificare, come avviene per quelli di ogni altra centrale nucleare dismessa. Purtroppo nessun centro di riprocessamento sa come rendere inerte quel tipo di combustibile.
SOGIN (che almeno stavolta non ha responsabilità dirette) non sa cosa fare. Il combustibile non si può riutilizzare e quindi va stoccato in qualche modo ed è proprio questo “in qualche modo” che rende l’operazione senza futuro. Le 64 barre non sono neanche italiane e si potrebbero rispedire al mittente. Ma, nel frattempo, la centrale di Elk River è stata chiusa e il governo di Washington non ne vuole sapere di riprendersi un così grazioso giocattolo. E non c’è neppure la possibilità di un risarcimento, del pagamento di un qualche affitto, perché il vecchio contratto non lo prevede. Un bel casino, insomma, ma solo uno dei tanti che riguardano la Basilicata, regione che con il vecchio nucleare italiano ha un conto aperto lungo così.
Sui misteri nucleari della Basilicata si apre un'inchiesta. E' archiviata nel 2009. Ha, secondo il giudice, una “indiscutibile e oggettiva gravità sotto il profilo della sicurezza pubblica in generale” insomma la situazione in Basilicata fa paura, tanta paura. Ma l’inchiesta viene chiusa lo stesso!
Il tutto nasce per caso, nel 1994, quando un magistrato, Nicola Pace, vede una foto di un siloi, un tipico silos del 6° secolo a.C., con dentro un bidone di scorie radioattive. Decide allora di scoprire dove diavolo si trovi quel bidone e se ce ne sono altri in giro per la regione.
Dei bidoni nessuna traccia, ma altre cosette saltano fuori.
Pace infatti comincia a mettere il naso nei registri di entrata ed uscita dall’impianto di Rotondella, l’unico che potrebbe aver avuto a che fare con quelle scorie. Ma lì non c’è traccia di Plutonio e anche il bilancio dell’uranio non quadra. Strano …
E poi c’è il racconto della gente del luogo che assicura che c’è stato un gran movimento dentro l’ITREC con camion che andavano e venivano e per di più là dentro ci sono materiali che con il lavoro del centro non hanno molto a che fare.
Durante le indagini si trova di tutto, come quattordici container di materiali radioattivi di provenienza ospedaliera e un sacco di altro materiale non nucleare regolarmente registrato. Il sospetto del magistrato è che ci sia una doppia contabilità, solo che i libri contabili di Rotondella non ci sono più.
Nelle ultime puntate vi ho parlato a lungo delle navi dei veleni e del ruolo che questo centro ha avuto come deposito di scorie radioattive che venivano poi caricate sulle navi in partenza per le coste africane o per essere affondate al largo nel mare Jonio.  
Nel 1995, l’ingegner Giglio, che all'epoca svolgeva attività di sorveglianza per la radioprotezione degli impianti dell’ENEA, mette a verbale che “la registrazione delle scorie nucleari di Rotondella era falsificata per consentire la fuoriuscita di materiale radioattivo a scopi militari”. Anche la CIA emette un rapporto nel 2004, secondo cui una parte del combustibile nucleare iracheno è uscito da Rotondella. Secondo i servizi americani responsabile di questa “fuga” è la Techint, una delle aziende usate da SOGIN nell’affare dei sommergibili russi e che si occupa proprio del decommissioning di Rotondella. E proprio la Techint aveva subito alcuni attentati attribuiti al Mossad, il servizio segreto israeliano, come ritorsione per l’approvvigionamento all’Iraq. Del resto che Saddam, con il beneplacito USA che aveva il problema di frenare l’Iran degli Imam, si rifornisse a Rotondella è una storia che molti altri autori hanno confermato. C’è una prima inchiesta in cui finiscono imputati i responsabili del centro, tra cui quel Claudio Cao, amico del generale Jean che abbiamo già incontrato. Ci sono due condanne, ma del plutonio nessuna traccia!
Per cercare il Plutonio si apre una nuova inchiesta (a Potenza) alla fine del 1998. Finiscono sotto inchiesta i vertici dell'ENEA di Rotondella, ma 6 anni più tardi a questi si aggiungono nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Tra loro Francesco Fonti, il pentito di cui ho parlato nelle puntate sulle navi dei veleni. Fonti era stato in carcere con Guido Garelli, il quale racconta storie che vengono verificate e si scopre così che la Basilicata è un centro di affari internazionali più o meno loschi che riguardano materiale nucleare e che sono monitorati e seguiti dal Mossad, dal Sismi e dalla CIA.
Ma ci sono altri testimoni importanti.
C’è la giornalista Patrizia Volpin, che aveva denunciato nel 1997 un traffico di rifiuti illeciti e poi si era rifugiata in India. La Volpin viene sentita al telefono e dice quello che tutti noi abbiamo letto nella storia italiana degli ultimi anni. Che c’è un traffico di rifiuti radioattivi verso l’Africa proveniente da tutta Europa e dall’America. Che c’è stato un accordo tra Italia e Somalia per spostare di 10 milioni di m³ di scorie non definite. Che dall’Italia arrivano armi ai paesi stranieri in misura molto maggiore al consentito; che la mafia calabrese e pugliese si occupa di interrare nella ex-Jugoslavia i bidoni di rifiuti tossici; che sulla strada tra Mogadiscio e Bosaso 10 cm di bitume coprono migliaia di fusti di sostanze radioattive. Che Ilaria Alpi è morta per questo e che il Sismi non è certo estraneo alla sua morte. Questo racconta Patrizia Volpin, giornalista, dall’India. Rimane là perché è gravemente malata e perché ha paura di tornare. Non sa niente dei bidoni lucani, ma suggerisce due nomi.
Il primo è Carlo Alberto Sartor, padovano, tecnico informatico. Un giorno gli capita una storia da film. Arrivano dei personaggi che dicono di essere carabinieri dei ROS, lo portano in un capannone anonimo con una macchina anonima e gli dicono di decriptare alcuni dischetti, nei quali Sartor vede movimenti di svariate migliaia di miliardi di lire, frutto di operazioni anonime e non rintracciabili. Sartor, che era stato messo in guardia dalla Volpin, subisce infine un pestaggio che lo porta in ospedale con un trauma cranico. Finisce sotto processo per calunnia perché riconosce in un colonnello dei servizi segreti uno degli individui da cui era stato rapito. Ma lui non sa niente di Rotondella e della Basilicata. Sa solo che tutto quel casino glielo hanno provocato i servizi segreti italiani.
E poi c’è Mohammed Aden Sheikh, un medico somalo, già ministro per la sanità nel suo paese prima dell’arrivo di Siad Barre. É lui che testimonia di aver appreso da altri cittadini somali dei traffici illeciti di scorie radioattive tra la Somalia ed altri paesi. E’ lui ad indicare Giancarlo Marocchino ed Enzo Scaglione come coinvolti nell’affare. Questi nomi li aveva fatti anche Fonti nella questione delle navi dei veleni. Ma la verità non può venire a galla perché i fatti sono coperti da segreto di stato.
Marocchino è un uomo di grande potere in Somalia. E’ quello che ha costruito il porto di El Ma’an, le cui banchine non sono fatte solo di pietre e cemento. Le testimonianze di questi fatti sono racchiuse anche nelle fotografie del 1997, che Greenpeace ha pubblicato nella primavera del 2010. Si vedono le banchine in costruzione con i container che spuntano dal molo in mezzo al cemento. Se le foto sono così vecchie perché prima non se ne è saputo nulla? Dove si trovavano così ben nascoste?
Non erano affatto nascoste, ma incluse negli atti investigativi della procura di Asti, solo che non interessavano nessuno. E’ grazie alla "curiosità" di Greenpeace che oggi ne possiamo parlare.
Le foto mostrano cosa c’è dentro quelle banchine. Ci sono i container usati per portare i rifiuti nello stato africano, una marea di container. E non solo quelle banchine sono fatte con i rifiuti europei e americani. La strada che da Garoe va verso Bosaso è indicata da tutti come il sito dei rifiuti tossici che vi venivano interrati prima di realizzare la pavimentazione. "Curiosamente" le ultime riprese di Miran Hrovatim sono lunghe immagini proprio di quella strada. Miram Hrovatim è il reporter che accompagna Ilaria Alpi nell’ultimo reportage della sua vita.

Scanzano Jonico

Proviamo a riassumere: c’è un probabile, ma non accertato traffico di rifiuti radioattivi che passa per la Basilicata. Probabile perché non ci sono tracce, solo coincidenze. C’è il fatto che a Rotondella c’è un centro nucleare che non produce nulla; c’è il fatto che i bidoni radioattivi in Somalia arrivano e ci sono, ma nessuno è stato trovato sepolto in Basilicata e poi c’è Scanzano Jonico.
scanzanoNel 2003 questo Scanzano Jonico viene scelto come sede del deposito nazionale dei rifiuti nucleari. Lo scelgono il padrone di SOGIN, Carlo Jean e l’ex sindaco di Scanzano Mario Altieri, poi arrestato per brogli elettorali. Come tutti sanno, i cittadini insorgono e il decreto viene immediatamente ritirato.
La domanda è: perché Scanzano e perché tutta quella fretta di indicare il paese lucano come il più adatto? Perché i carabinieri non hanno svolto le verifiche previste per la tutela ambientale?
Ho raccontato, nelle puntate sull’intervento delle mafie nei traffici dei rifiuti pericolosi, che una parte dei bidoni vengono interrati in Basilicata, terra che alla ‘ndrangheta non interessa, perché sulla nave in partenza per la Somalia non ci stanno tutti. E Fonti racconta quanti (100 quella volta) e dove sono stati seppelliti.
La ricerca non è complicatissima, dal momento che la temperatura del terreno che contiene attività radioattiva è più caldo di quello circostante. Basterà usare aerei opportunamente attrezzati. Ma non si trova nulla: che Fonti sia un bugiardo?
In realtà, leggendo il verbale di archiviazione, si scopre che quei voli non sono mai stati effettuati. Perché? Perché i soldi destinati a quell’indagine sono dirottati a risolvere l’emergenza rifiuti napoletana (siamo nel 2008) e perché la Basilicata è stata semplicemente esclusa dalla lista delle regioni che di quel tipo di fondi possono disporre tra il 2007 e il 2013.
I magistrati non si arrendono e si rivolgono a chiunque possa fare qualcosa, le amministrazioni locali, l’ARPA, ma nessuno si prende la briga di fare un passo che sia uno.
C’è ancora un’altra storia curiosa. Eugenio Tabet è un professore, esperto in materia nucleare, uno di quelli che partecipano alla commissione incaricata di stilare un elenco dei siti dove piazzare il famoso deposito nazionale delle scorie. E succede una cosa piuttosto strana. Alla SOGIN viene dato l’incarico di individuare il posto del sito PRIMA che la commissione termini i suoi lavori. E ancora più strano è che la SOGIN individui con una rapidità sorprendente Scanzano Jonico come il luogo più indicato.
Ci sono altre intercettazioni che svelano particolari da orrore. Ci sono due personaggi minori in questa storia che si chiamano Agostino Massi e Gaetano Trezza, entrambi ex dipendenti dell’ENEA. Dopo le dichiarazioni molto soft agli inquirenti vengono beccati più volte a chiacchierare tra loro, parlando dei bidoni radioattivi che erano stati sepolti sotto la mensa del sito. Rendendosi conto che c’è un’indagine che potrebbe coinvolgerli, i due a loro volta si incontrano con altri protagonisti e parlano di fustini prelevati dalla Trisaia e portati a Casaccia e di qualcosa da nascondere con questi traslochi di materiale estremamente pericoloso.
Nonostante tutte queste indagini e un mare di indizi nessuna prova conferma la presenza di materiale radioattivo sepolto da qualche parte in Basilicata. E l’indagine piano piano si arena fino alla sua definitiva chiusura il 27 ottobre 2009.
E’ interessante leggere il verbale dell’archiviazione:
E’ oggettivamente quasi impossibile ricostruire cosa i vari organi, i tecnici e i soggetti titolari della politica del nucleare abbiano fatto all’interno del centro Trisaia nel corso degli anni, considerando che le lavorazioni nel campo nucleare sono state dal principio un po’ pionieristiche, le misure di sicurezza utilizzate erano spartane e le conseguenza degli errori dell’uomo erano imprevedibili.”
E conclude:
coloro che virtualmente potevano essere a conoscenza di fatti e circostanze a suffragio dell’ipotesi investigativa non hanno inteso fornire alcun contributo o per timore di ritorsioni da parte di alcuno o perché le loro conoscenze erano e sono solo millantate”.
Ma le scorie restano e con loro i pericoli di contaminazione.