covid pm
Del fatto che l'inquinamento e i danni provocati dall'uomo alla natura, abbiano una importante influenza sulla diffusione del corona virus, abbiamo già scritto e detto. Qui aggiungo un documento, redatto dalla Società Italiana di Medicina Ambientale, che mostra la relazione tra la diffusione della pandemia e la presenza di inquinanti tra le polveri sottili, di cui il nostro paese, e in particolare la pianura padana, è impestata.
Ringrazio gli amici che mi hanno inviato questo materiale, che potete sfogliare cliccando su questo link
virus Pubblico qui un interessante articolo che il noto giornalista e geologo Mario Tozzi ha pubblicato il 20 marzo 2020, in piena emergenza coronavirus su Rinnovabili.it, una delle riviste online più attenta alle questioni ambientali. Io ho aggiunto le immagini (a parte la prima).

La reazione incontrollata e priva di qualsiasi fonte documentale cui appellarsi di alcuni commentatori nostrani a proposito del legame fra le pandemie e le nostre attività produttive, è il segno più forte e chiaro che le cose stanno proprio così. E che a noi non piace sentircelo dire: non bastava il clima, ci manca solo che anche Covid19 dipenda dai sapiens. Eppure la realtà sembra essere proprio questa: la pandemia in atto dipende dalle azioni scriteriate dei sapiens ai danni dell’ambiente. E non è la prima: anche altri casi recenti, come Ebola, Sars e Zirk, ma pure H1N1 e Mers hanno una radice comune. Gli scienziati partono da una semplice considerazione, che il minimo comune denominatore di tutte queste patologie è indubbiamente la trasmissione animale (zoonosi). Il 70% delle EID (Emerging Infectious Diseases, malattie infettive emergenti) deriva da un’interazione più o meno diretta fra animali selvatici, addomesticati e sapiens
Ma quali sono i fattori scatenanti e/o aggravanti? 
virus1) Le alte densità di popolazione delle aree urbane: più sapiens concentrati in areali ristretti vuol dire maggiore rischio di contagi. I nomadi cacciatori-raccoglitori di oltre 10.000 anni fa si ammalavano molto meno dei cittadini-agricoltori e non sviluppavano certo epidemie, dispersi com’erano nel territorio e con numeri inferiori. A questo va aggiunta la straordinaria rapidità dei collegamenti internazionali: qualsiasi viventi si sposti, porta con sé tutto il suo corredo microbico.
2) Sta iniziando a essere inquadrabile scientificamente proprio in questi giorni un legame diretto fra diffusione del virus e particelle di condensazione atmosferiche, in pratica l’inquinamento. Non sfuggirà certo che sia la provincia di Hubei, sia, vorrei dire soprattutto, la Pianura Padana sono regioni estremamente degradate dal punto di vista della qualità ambientale in generale e dell’aria in particolare. In Europa non c’è un’altra area così inquinata come la nostra. Una questione su cui c’è ancora da studiare, ma che non andrebbe trascurata.
3) I cambiamenti di uso del suolo e l’intensificazione degli allevamenti intensivi, specialmente in regioni cruciali per la biodiversità, sono fattori che intensificano i rapporti sapiens-fauna domestica-fauna selvatica. Di particolare gravità è la deforestazione, necessario preludio a queste attività, come dimostra il caso del virus Nipah, comparso in Malesia nel 1998, e probabilmente legato all’intensificarsi degli allevamenti intensivi di maiali al limite della foresta, dove cioè si disboscava per ottenere terreni a spese dei territori di pertinenza dei pipistrelli della frutta, portatori del virus. E sia Sars che Ebola sono da ricondursi a pipistrelli, sia cacciati che comunque conviventi con i sapiens nelle aree metropolitane, oltre che a scimmie, preda di bracconaggio e vendita illegale.
Lo spillover (il salto di specie) è sempre possibile, ma viene favorito dove ci sono attività umane che impongono grandi modifiche ambientali, per esempio impiantare allevamenti intensivi e monoculture, come le palme da olio, a spese della foresta tropicale, cioè proprio dove la fauna selvatica è più importante per numero di specie e di individui e dove, di conseguenza, i patogeni sono più presenti e importanti. 
4) Il commercio illegale della fauna selvatica è un terzo motivo di preoccupazione, e non deve essere sottovalutato. Nel caso di Covid-19 è il caso del pangolino cinese, le virusscaglie della cui “corazza” lo rendono ambito dai bracconieri. Fatte di cheratina, come le nostre unghie, secondo diverse superstizioni sarebbero una panacea per molti mali e vengono utilizzate, come le ossa di tigre e il corno di rinoceronte, dalla medicina orientale. Inoltre la carne di pangolino viene considerata da alcune comunità locali una vera e propria prelibatezza: ecco perché oggi questo mammifero, mite e innocuo, è divenuto l’animale più contrabbandato al mondo. In Cina la sottospecie è declinata del 90% dagli anni Sessanta, proprio a causa del commercio illegale. Il genoma del virus rinvenuto nei pangolini (che si suppone essersi sviluppato originariamente nei pipistrelli) è quasi identico al Coronavirus 2019-nCoV rinvenuto nelle persone infette.
Sembra quindi che il commercio illegale di animali selvatici vivi e di loro parti del corpo sia veicolo per vecchie e nuove zoonosi, aumentando il rischio di pandemie i cui contraccolpi sono sotto gli occhi di tutti. In particolare, non è la prima volta che si sospetta che l’ospite intermedio di una malattia infettiva sia un animale vivo venduto in un mercato cinese: circa 17 anni fa, la sindrome respiratoria acuta grave (Sars), è comparsa in un mercato cinese che vendeva civette delle palme. 
5) A questo dobbiamo aggiungere la caccia, spinta a livelli insostenibili, e tutta una serie di pratiche tese alla massima resa dei terreni agricoli che impoveriscono la ricchezza della vita e abbattono le difese naturali degli ecosistemi. 
6) Varrà anche la pena di ricordare che il cambiamento climatico è un incubatore perfetto per le uova delle zanzare anofeli, che si riproducono oggi a ritmi impressionanti, colonizzando regioni che mai avevano conosciuto prima i deliri della malaria. Lo stesso accade con l’Aedes aegypti, la zanzara che trasmette dengue e febbre gialla, che, già da qualche anno, si spinge fino a oltre i 1300 metri in Costa Rica e, addirittura ai duemila in Colombia, Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda. Il legame fra global change e epidemie sembra già ora di rilievo.
Tutto questo ricade sotto la nostra responsabilità. Fermare la distruzione degli habitat naturali comporta una revisione del nostro modello di sviluppo, solo che stavolta a indicarla non sono i soliti ambientalisti, ma i medici.
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Questo articolo è il prologo ad una trasmissione di  Noncicredo su Radio Cooperativa, che andrà in onda (o che è andata in onda) martedì 10 marzo alle 20,50. La troverete, dopo quella data, nel podcast della trasmissione a questo indirizzo.
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Caldo invernoCari amici di Radio Cooperativa, ben trovati per questa nuova puntata di Noncicredo. Ormai l’inverno ha le ore contate e finalmente potremo giustificare il caldo che ci ha accompagnato negli ultimi mesi anche dal punto di vista del calendario. Tutto rientrerà, insomma, nella logica delle cose. E, tuttavia, non riusciamo a dimenticare i 16 gradi in gennaio e febbraio, le coste dell’Antartide completamente prive di ghiaccio, il polo Nord percorribile con le navi d’estate e tutte le altre "curiose" manifestazioni, che se risorgesse uno dei nostri nonni direbbe: “Cosa diavolo avete combinato per fare questo macello?”. Forse sapremmo dargli qualche indicazione, ma alla domanda “Perché non ci avete pensato prima?” non sapremmo assolutamente giustificarci.
Qualche amico, di quelli che seguono, bontà loro, questa trasmissione con costanza, mi fa notare che Noncicredo è piena zeppa di analisi, di documentazioni importanti, legate alle attività di centri di ricerca ai quali è difficile non assegnare un ruolo oggettivo e imparziale, che collega spesso il passato con un presente disastroso, che fa derivare quella che oggi siamo costretti a chiamare emergenza climatica da scelte sociali, politiche e soprattutto economiche di un passato nemmeno troppo lontano. Inoltre mi spingono, questi bravi amici, a continuare a sostenere che, pur essendo con l’acqua alla gola, molte politiche anche estremamente importanti (vedi quelle statunitensi del negazionista Trump e della sua Banda Bassotti) … molte politiche – dicevo – fanno di tutto per acuire il disagio, per far crescere i problemi, come se della sopravvivenza della razza umana non gliene fregasse nulla.

Già, la razza umana. Abbiamo perso il senso della misura, chiudiamo stati interi per un virus influenzale, che provoca qualche migliaio di morti, e non facciamo nulla o quasi per milioni di morti dovuti al cambiamento del clima: alle ondate di calore, ai fenomeni idrogeologici estremi come uragani, inondazioni, smottamenti.
Non fatemi fare la figura di quello che se ne frega del Corona virus. Trovo che sia un problema serio e vada affrontato con fermezza. Vorrei si facesse lo stesso per un problema, quello ambientale, che è decine di migliaia di volte più grave ed urgente.
Caldo invernoRiporto, con una punta di ironia mista a tristezza, le osservazioni di questi giorni, che hanno notato una sostanziale diminuzione dell’inquinamento in Cina, addirittura del 25% secondo le rilevazioni della NASA. In quel paese le attività dell’uomo sono state drasticamente ridotte: locomozione, produzione, impianti. E così ci viene la stravagante idea che, effettivamente sì … forse le attività dell’uomo hanno a che fare con i cambiamenti del clima. E ci voleva il Corona virus per accorgercene?
Dunque i miei amici si lamentano di qualcosa che questa trasmissione ha, forse e sicuramente senza volerlo, trascurato. Perché se è vero che molto poco si è fatto in generale, non possiamo passare sopra alle innovazioni importanti che si muovono in direzione opposta, che cercano cioè di adeguare la nostra vita – soprattutto di chi oggi è bambino e ragazzino – al nuovo clima che è già arrivato. Ho spiegato questa affermazione due puntate fa, analizzando un ricco dossier di Legambiente intitolato, per l’appunto, “Il clima è già cambiato”.
Adeguamento, adattamento … sono queste le parole d’ordine delle nuove strategie.
Indietro non si torna a breve … intendiamoci … quando dico a breve non mi riferisco al prossimo mese, ma a centinaia di anni, tanti ce ne vorranno (sempre che tutto venga fatto correttamente, cosa di cui dubito fortemente) per sistemare un pianeta, devastato nel giro di 50 o 60 anni da una società imbecille, arruffona, immorale, corrotta, … potete continuare voi con gli aggettivi che preferite.
E allora, oggi vediamo proprio questo, affrontando un argomento che, finora, non ha mai fatto capolino in questa trasmissione. Immagineremo un futuro così come le attuali situazioni e gli studi di importanti centri di ricerca lasciano prevedere e cercheremo poi di analizzare quali passi l’umanità ha in mente di fare o sta facendo o ha già fatto per adeguare il vivere dell’uomo alle future condizioni dell’ambiente.
Per parlare di tutto questo seguirò un corposo articolo, apparso nella sezione “Scienze” del quotidiano Repubblica il 20 febbraio 2020, quindi un articolo molto recente. Vi si parla di agricoltura e degli effetti che dovrà subire a causa dell’emergenza climatica.
Prima di cominciare, tuttavia, lasciate che vi legga un breve articolo, tratto dallo stesso numero del quotidiano milanese, scritto da Marco Tedesco. Lui è un professore ordinario alla Columbia University di New York e ricercatore per la NASA. Insomma uno che di clima e di ambiente se ne intende parecchio. Ecco cosa scrive.

Andiamo a mietere il grano. In Siberia

Caldo invernoImmaginate enormi distese di grano che si estendono abbondanti di fronte a noi. Non siamo in Italia o nelle grandi distese americane ma in Canada o in Siberia alla fine di questo secolo. È questo lo scenario che anticipano gli scienziati in un nuovo articolo pubblicato di recente sulla rivista PLOS One.
Fondendo le proiezioni per la temperatura e le precipitazioni di 17 modelli climatici con modelli per l’agricoltura, gli autori hanno stimato che le aree che diventeranno adatte ad una o più colture – le cosiddette frontiere agricole determinate dal clima – copriranno un’area equivalente a oltre il 30% di quelle attualmente coltivate nel mondo. Secondo lo studio, grano, patate, mais e soia sono abbastanza resistenti al freddo da riuscire a crescere nelle regioni più a nord in futuro. Mais e soia potrebbero anche essere coltivati, sebbene in modo meno esteso. Il tutto, però, non avverrà senza impatti ambientali legati alla perdita di biodiversità, il declino della qualità dell’acqua e alle emissioni di carbonio attualmente immagazzinato nel suolo. Per esempio: la trasformazione in terreno agricolo delle aree previste nello studio comporterebbe l’emissione di circa 177 miliardi di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un secolo di emissioni di CO2 attualmente prodotte dagli Stati Uniti. Un’agricoltura più intensiva minaccerebbe anche la biodiversità nell’America centrale e nelle Ande settentrionali e degraderebbe la qualità dell’acqua. “Abbiamo bisogno di cibo, ma non vogliamo impatti ambientali. Dobbiamo trovare un modo per bilanciare”, ha affermato Krishna Bahadur, dell’Universita’ di Guelph, Canada, e coautore dello studio. Il mondo dovrà produrre circa il 70% in più di cibo entro il 2050 per sostenere una popolazione di circa 9 miliardi persone, con stime per la fine del secolo che parlano di oltre 16 miliardi. A tale proposito, gli autori dello studio raccomandano l’adozione di pratiche agricole che preservano il carbonio immagazzinato nel suolo, come lasciare intatti i terreni della torba settentrionale. Altre opzioni includono il passaggio a diete più basate sui vegetali, la riduzione degli sprechi alimentari, l’adozione di tecnologie per aumentare la resa e l’uso più intensivo dei terreni coltivati esistenti, sebbene nessuna di queste strategie fornirebbe tanto cibo quanto coltivare i terreni agricoli di frontiera. (92)

Noi e loro, i ragazzi del duemila

L’articolo di Tedesco può sembrare una provocazione, eppure si fonda su dati ragionevoli, destinati, con ogni probabilità, a disegnare la nuova realtà. E i segnali ci sono tutti, solo che o non li conosciamo o ci illudiamo che siano irrilevanti. Non mi riferisco solo alla evidente migrazione di molte specie che vanno in cerca di un habitat più consono alle loro caratteristiche, spostandosi, ad esempio, verso mari più freschi e meno acidi, di quelli del Sud del Mondo, ma ad una migrazione generale, anche di abitudini e di produzione, come vedremo tra poco, esaminando il documento di Repubblica.
C’è una cosa che voglio dire prima di affrontare il discorso più generale. Noi conduttori non sappiamo chi è all’ascolto delle trasmissioni che prepariamo e diffondiamo. Non sappiamo che interessi abbiano, cosa pensino delle questioni che affrontiamo. quale sia il loro background sociale e culturale e, lasciatemelo dire, soprattutto, non sappiamo che età abbiano.
Come dite? Caldo invernoChi se ne frega dell’età? Attenzione che proprio su questo potremmo aprire un dibattito lungo così.
In questi giorni, seguendo un progetto che sfocerà in una trasmissione qui a Radio Cooperativa in Maggio, ho conosciuto un gruppetto di ragazzi e ragazze meravigliosi. Loro si occupano di questioni mafiose e già questo è straordinario, sono stati a Cinisi, vicino Palermo, dove Tano Badalamenti ha avuto la sua sede e dove un ragazzo che trasmetteva da una piccola radio locale ha avuto il coraggio di accusare lui e la sua cricca di delinquenti e l’ha fatto con l’arma più terribile che l’intelletto umano abbia prodotto: l’ironia o, per dirla con parole più aderenti al contesto, la presa per il culo.
Quel ragazzo era Peppino Impastato, ammazzato dalla mafia di Tano Badalamenti il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, il 9 maggio 1978.
Ma questo non c’entra, mi sono solo lasciato trasportare dall’ottima impressione che i ragazzi di Vicenza mi hanno fatto, era un altro il concetto legato alla loro età che volevo esprimere.
Noi "anziani" abbiamo chiaro in mente com’erano le nostre terre quando eravamo bambini e così sappiamo perfettamente cosa e quanto è andato distrutto e perduto. É quello il nostro punto di riferimento e là vorremmo che l’ambiente tornasse, ai prati verdi percorsi da ruscelli da cui si poteva bere, alle montagne perfettamente innevate, tanto da rendere del tutto inutile lo stesso concetto di neve artificiale e così via.
Loro queste cose non le hanno viste. Sono nati dentro un’epoca, quella del millennio che stiamo vivendo, in cui tutto è già cambiato. Quando parliamo di ghiacci polari ridotti al minimo, di inverni senza neve, con temperature estive perfino in Antartide, di fenomeni idrogeologici estremi che si susseguono con un ritmo vertiginoso, stiamo parlando del mondo in cui questi ragazzi sono nati e cresciuti. Loro non hanno nessuna scelta se non quella di adeguarsi a quello che hanno trovato.
Se è per questo, lo dobbiamo fare anche noi, ma noi lo facciamo col rimpianto di quelli che cominciano le frasi con “C’era una volta …” come se si trattasse di una fiaba, ma di quelle finite male, anzi malissimo.
Ecco dunque che Greta Thunberg e tutti i ragazzi della sua età che le sono andati dietro, non possono ragionare come noi, loro ragionano sul futuro e, lasciate che lo dica con molta franchezza, hanno ragione loro, hanno mille volte ragione.
Dunque la parola d’ordine è “adeguarsi”, perché, come ho sottolineato ormai molte volte da questo microfono, il clima non sta cambiando, è già cambiato, lo ha fatto in modo rapido e brutale.
Sappiamo di chi sono le colpe, certo non delle maledizioni dei Maya o di extraterrestri brutti e cattivi, venuti a farci dei dispetti malvagi.
Di questo parla l’articolo di Repubblica che mi appresto a commentare. Va da sé che nessun intervento è possibile senza capire le cause che hanno prodotto il guasto, senza analizzare la situazione nella quale siamo finiti. Facciamo dunque tutto con calma, analizziamo come siamo messi e cosa si sta facendo, lo ripeto a scanso di equivoci, non per tornare indietro, ma per andare avanti nella situazione che si è creata, nonostante tutto e nonostante tutti.
Buon ascolto!

Oggi vi voglio raccontare una di quelle storie, storie di uomini e donne, che hanno saputo prendere quello che di buono il pianeta è ancora in grado di offrire e di aumentarne la portata, condividendolo con tutto il popolo della zona in cui queste persone, queste associazioni e queste aziende operano. É, per farla breve, in questo periodo di incertezza sanitaria causata dal Corona Virus, una boccata di aria buona, in un clima così triste, fatto di isolamento in casa, di uffici e negozi chiusi, di amici lontani, di coppie spezzate dalle distanze.
Di azioni positive in questo senso possiamo contarne moltissime. Spesso però non arrivano alle orecchie della gente comune o perché è meglio non si sappia che ci sono modi alternativi a quello delle multinazionali di far girare l’economia o perché sono confinate in zone del mondo che non hanno lo stesso appeal degli stati che ci sono vicini. Ed è sicuramente più semplice parlare delle partite di calcio sospese che dei vantaggi che un’idea, per geniale che sia, sa produrre.
La storia che sto per raccontarvi, si svolge in Colombia e ha come protagonista un discendente di emigranti veneti, di Belluno per la precisione. Lui si chiama Paolo Lugari e questa avventura, perché di una incredibile avventura si tratta, comincia alla fine degli anni 60.
Un giorno il giovane Paolo, in compagnia di suo padre, sta costeggiando il fiume Orinoco, un corso d’acqua molto importante, il secondo per portata dell’America Latina. Attraversa la Colombia e il Venezuela, e finisce la sua corsa nell’Oceano Atlantico un po’ più a Sud di Trinidad e Tobago. Il terreno sui quale cammina Paolo è di quelli aridi, molto acidi, privi di acqua potabile, una specie di savana. A nessuno verrebbe in mente di fermarsi proprio là.
Che ci stai a fare?
Eppure quel pazzo di Lugari chiede alle autorità locali se il terreno è in vendita e quanto costa. Ovviamente il prezzo è coerente con la qualità della terra: solo 6 dollari all’ettaro, molto meno del pane o di qualunque altra merce vi possa venire in mente. Così ne compra una bella fetta, con in testa una visione: trasformare quella landa deserta e inabitabile in un luogo da sogno, pieno di alberi e di vita, con pozzi e falde piene d’acqua e coltivazioni ovunque.
A questo punto, chiunque segue questo racconto, si aspetta che il nostro bravo Paolo si svegli tutto sudato, scuota la testa e se ne vada per la sua strada, maledicendo il caldo, la siccità, la polvere e le zanzare.
Ma non è così, si tratta di una storia vera, che ha dell’incredibile, questo sì, ma che è certificata da cima a fondo.
Dunque il visionario Paolo decide di mettersi all’opera.
Qual è la prima mossa da fare? É sicuramente quella di piantare degli alberi e lasciarli crescere. Lui sa che creare delle zone d’ombra potrebbe cambiare anche il clima in quella zona. L’ombra renderebbe il terreno più fresco e la differenza di temperatura a qualcosa potrebbe portare.
Se ci pensate è come andare a ritroso nel tempo, sovvertire completamente il ciclo della vita altrove, dove il cambiamento del clima trasforma terreni fertili in terreni desertici o quanto meno secchi e aridi. Forse ha avuto ragione Gabriel Garcia Marquez a chiamare Paolo Lugari “l’inventore del mondo” … ma torniamo alla sua storia e vediamo cos’ha combinato questo ecologista colombiano.
Chiama a raccolta un gruppo di studiosi, professori, tecnici, agronomi e li ascolta.
Il risultato finale, che oggi chiunque può ammirare, si chiama Las Gaviotas, letteralmente “i gabbiani” ed è una foresta rigogliosa, ricca di vita e di attività, che hanno davvero dell’incredibile. Lo racconterò, ma per stuzzicare la vostra curiosità, pensate che da quel deserto arido e acido, oggi escono bottiglie di acqua che vengono vendute nelle città vicine.
La domanda che noi ci facciamo è “come diavolo ci è riuscito?”. Siamo talmente abituati ad assegnare alla moderna tecnologia i risultati straordinari che ogni giorno leggiamo sui giornali specializzati che pensiamo a quale investimenti abbia dovuto fare Lugari in apparecchiature, tecnici, scienziati e così via. Ne ho parlato anche nell’ultima puntata di questa trasmissione a proposito delle nuove tecnologie per la gestione dell’irrigazione dei terreni in difficoltà. Sono serviti satelliti, droni, sensori a terra, tecnici e scienziati. Insomma qualcosa di complesso e, cosa che non è secondaria, un bel po’ di soldi.
Bene. Niente di tutto questo.
Prima di entrare nei dettagli di questa storia, voglio sottolineare una cosa importante. Le Nazioni Unite hanno definito questo incredibile sistema, un “modello di sviluppo sostenibile”, il che esclude il ricorso a metodologie invasive dell’ambiente o che abbiano prodotto un aumento dei gas serra, anzi …
Il percorso di Lugari è citato come uno dei migliori risultati di quella Blue economy, di cui Noncicredo vi ha parlato molte volte e che pone alla base dello sviluppo processi naturali, interpretati e fatti propri dall’uomo per un qualunque tipo di produzione. Gunther Pauli, scrittore belga, ne è il riferimento principale, con i suoi libri che contengono centinaia di esempi pratici di come, in molte parti del mondo, questa metodologia abbia saputo superare problemi gravi, legati alla produzione di cibo, all’eliminazione di inquinanti e alla bonifica di zone decisamente poco salubri. Se seguirete il discorso, capirete, dall’esempio di Las Gaviotas, di cosa si tratta.
Dunque, per usare una terminologia cui ci siamo abituati, Paolo Lugari ha fatto un “copia-incolla”, prendendo come origine la natura con i suoi processi fantastici, tutti perfettamente sostenibili, tutti senza mai un solo fallimento, tutti senza produrre mai disoccupazione. Basta guardarli, studiarli, capirli e poi applicarli.

Certo che ci voleva tutta la testardaggine di un figlio delle Dolomiti e l’incosciente pazzia visionaria di un giovane ambientalista per immaginare che quel deserto potesse trasformarsi in qualcosa di diverso. La zona presa in considerazione fa parte dei Llanos, una vasta depressione che si estende tra Colombia e Venezuela ed è caratterizzata da grande siccità, terreno arido e acido: insomma una zona in cui non vorresti vivere nemmeno se fossi pagato.
Un terreno così mal ridotto non poteva che avere un prezzo molto abbordabile. Come detto si parla all’epoca (il progetto parte ufficialmente nel 1971) di circa 6 dollari all’ettaro. Non che Lugari possa permettersi molto, ma interviene un professore della più antica università colombiana e membro di quel Club di Roma, di cui tante volte ho parlato qui a Noncicredo. Il professore è Mario Calderon Rivera, umanista e grande personaggio colombiano, morto a 81 anni nel 2014. É lui a finanziare l’acquisto dei terreni, forse avendo anch’egli una visione un po’ pazza del progetto di Paolo Lugari.
Certo che, a pensarci, all’inizio c’è da farsi cadere le braccia, perché nessuna delle colture messe a dimora riesce a resistere: niente di niente. Troppo sole, niente acqua, un disastro. E per di più un terreno molto acido: qualsiasi cosa si pianti, muore.
Poi, quasi per caso, la soluzione.
Un agronomo venezuelano suggerisce a Paolo Lugari di piantare un albero particolare, un pino (Pinus caribea) che attecchisce ma quell’albero non porta nessun vantaggio: non ha un ruolo che possa far pensare alla produzione di cibo o di qualsiasi altra sostanza da destinare al commercio. Poi, però, le osservazioni fanno notare qualcosa di molto strano. Tra tutti i pini piantati, qualcuno cresce più in fretta di altri. Sono quelli alla base dei quali cresce un fungo, il Pisolithus Tinctorius.
Un caso? o forse no? Sembra che ci sia una specie di scambio di favori tra i funghi e le radici delle piante. Se cercate sul vocabolario il termine “micorriza”, troverete definizioni piuttosto complesse. La Treccani dice: “Combinazione strutturale e funzionale del micelio di un fungo con la radice di una pianta.”
Cosa significa? Il fungo si preoccupa di recuperare dal terreno acqua e sali che fornisce alle radici della pianta; questa cede al fungo i carboidrati che riesce ad elaborare.
Micorriza infatti è composto dalle parole greche mykos (fungo) e rhiza (radice). Si tratta di una specie di catena di montaggio che funziona alla perfezione. E questo è quello che avviene anche a Las Gaviotas tra il Pisolithus e il Pinus caribea.
Sembra una storia incredibile, per cui cerchiamo di capire meglio cosa è successo. É lo stesso Paolo Lugari a raccontare questa storia, la storia della sua piantagione di pini.
Cominciamo dai semi del pino tropicale, raccolti in due foreste: in quella Mosquitia, che si estende tra Nicaragua e Honduras e in quella Maya del Peten in Guatemala.
Ma il risultato è pessimo; le piante non attecchiscono e dopo poco muoiono. Un anno dopo Pietro Lugari torna nella foresta Mosquitia e osserva che ci sono alcune piante che sono nettamente più vigorose delle altre. Sono quelle circondate alla base da funghi. Così Pietro raccoglie non solo le sementi dei pini, ma anche le spore dei funghi, che finiscono sotto terra, assieme alle sementi delle piante. Ed ecco il miracolo fatto dalla natura: bastano pochi anni per trasformare 8 mila ettari di terreno arido in un giardino di pini.
Il risultato è molto più straordinario di come sembra e si fa fatica a credere che stiamo parlando della realtà e non di un romanzo di fantascienza. In effetti, però, l’unione simbiotica tra queste due specie (il fungo e il pino) non solo ha garantito la sopravvivenza del 92% delle sementi, ma ha addirittura cambiato le caratteristiche fisiche della regione.
Va anche tenuto presente dove ci troviamo, “nel tropico del tropico”, per usare un’espressione di Lugari, dove i raggi del sole sono a picco durante tutto l’anno e quindi dove appare difficile per le piante crescere e sopravvivere. Evidentemente il nutrimento garantito dal fungo, consente alla pianta di raggiungere in fretta la sua maturità. Il resto è una concatenazione di effetti meravigliosi.
La foresta che si è sviluppata protegge con la sua ombra una zona molto estesa, che risulta così protetta dai raggi ultravioletti del sole. Il caldo c’è e fa cadere gli aghi dei pini a terra, dove quindi si forma un tappeto di foglie, che aumenta l’umidità del terreno e trattiene anche i detriti in decomposizione. La temperatura del terreno così si abbassa e l’acqua che cade viene assorbita. É una trasformazione consequenziale e, anno dopo anno, l’arida savana dei Llanos si trasforma in una foresta, ricca di acqua potabile, con terreno fertile e, adesso sì, adatto a sostenere altre coltivazioni, altre piante.
Come accennato prima, Gunter Pauli è il giornalista belga che ha raccolto e spiegato moltissime tecniche della blue economy, tra queste anche la sorprendente vicenda di Las Gaviotas. Ecco cosa racconta Pauli al riguardo:
Una troupe giapponese arriva a Las Gaviotas per realizzare un documentario su questo fenomeno così strano e meraviglioso. Osservano delle nuvole che si muovono in cielo. Una volta giunte sopra la foresta comincia a piovere. E’ come se la natura stessa si mostrasse grata a Paolo Lugari perché quando piove nelle Llanos (e adesso piove molto più spesso di prima) l’acqua cade su Las Gaviotas. La nuvola di Fantozzi? Un miracolo per strani agganci celesti? Niente di tutto questo. Le nubi scaricano la pioggia su terreni più freschi perché il punto di condensazione dell’acqua si abbassa. E attorno alla foresta il terreno non protetto dai pini è decisamente torrido. L’idea di mettere assieme un fungo e un pino ha dunque trasformato perfino la meteorologia e, una volta tanto, il cambiamento climatico è decisamente molto vantaggioso. 
Gunter Pauli ha fondato un’associazione, chiamata ZERI, che sta per Zero Emission Research and Initiatives, (cioè Ricerca e Iniziative a Zero Emissioni) ed è una rete internazionale di 3000 tecnologi ed economisti, che intendono sviluppare nuovi processi produttivi, in cui gli scarti di un processo possono essere utilizzati come materie prime per un altro, in modo da ridurre drasticamente, se non evitare completamente, la produzione di scarti da eliminare in modo improduttivo e dannoso per l'ambiente.  Lo slogan è: "L'obiettivo è lo zero: zero incidenti, zero sprechi, emissioni zero”. La sua filosofia non è quella che vede il progresso e la scienza come mali da estirpare, ma quella di incorporare nel progresso sia il rispetto per l'ambiente, sia le tecniche usate dalla natura stessa, di fatto rendendo il processo produttivo parte di un ecosistema. E questa, in fondo, è la base di quella economia circolare di cui sentiamo parlare sempre più spesso.
L’idea geniale di Lugari è un esempio dei più classici di questa filosofia: usare i processi e i segreti della natura (proprio come la micorriza) per produrre benessere, di quello vero, a partire dalla lotta alla fame, alla malnutrizione, alla desolazione delle popolazioni locali. Lugari e Las Gaviotas entrano dunque di diritto e con grande merito nella Blue Economy. Lo ripeto: Lugari si è avvalso della consulenza di scienziati, specialisti, tecnici, che hanno dato una grande mano nella progettazione di questo fantastico sogno, come la maggior parte dei processi realizzati all’interno della Blue economy.
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A Las Gaviotas, dal 1971, si procede per gradi, si fanno passi in avanti, magari piccoli ma sempre decisivi. L’energia che viene usata è poca, ma sufficiente. Si tratta di energia eolica, ottenuta da impianti che sarebbe meglio chiamare mulini invece che pale e, ovviamente, energia solare.
Una volta capito che la strada è quella giusta e che le prospettive potrebbero essere buone, ecco la domanda chiave: “Cosa ne facciamo di tutto questo ben di dio?
Sapete, come si dice: l’appetito vien mangiando e anche gli obiettivi di Lugari diventano sempre più ambiziosi, mano a mano che nuovi risultati vengono ottenuti.
Le risposte a questa semplice domanda vengono mano a mano, quasi in un concatenarsi di cause ed effetti. É perfino difficile stare dietro a tutto quello che è accaduto in quel lembo di terra. La cosa migliore da fare per capire cos’è nato nel deserto dei Llanos è collegarsi con il sito della fondazione, in spagnolo. L’indirizzo è centrolasgaviotas.org. La prima volta che vi sono entrato ho fatto fatica a credere a quello che vedevo: una foresta tropicale meravigliosa, piena zeppa di attività delle persone che vi vivono stabilmente.
Partiamo dagli alberi. Sono usati per estrarre la resina, che poi viene trasformata in loco in colofonia, una materia prima ricercata, che serve per produrre cosmetici, profumi, vernici. La quantità estratta dai pini è piuttosto elevata: circa 3 kg l’anno per 10 anni. Poi quelle piante vengono lasciate riposare per alcuni anni, quando la produzione può riprendere. Nel frattempo altre piante forniscono la resina, a rotazione.
C’è una fabbrica, targata ZERI, alimentata da pannelli solari, piccoli impianti eolici e una centrale a biomasse che usa il legname che non viene utilizzato per altri scopi, preso dalla foresta di Las Gaviotas, dunque a chilometro zero.
Una parte dell’area è riservata a vivaio. Là i pini vengono seminati e fatti crescere per circa un anno con la tecnica della micorriza, descritta prima. A quel punto vengono trasportati, a migliaia, nelle aree dove la foresta cresce ancora. Le foto aeree, presenti nel sito, mostrano le varie zone, quelle con alberi ancora giovani e quelle con alberi già maturi e pronti per entrare in produzione. É uno spettacolo incredibile.
Nel frattempo una pista di atterraggio per aerei è stata realizzata in mezzo alla foresta.
  • La merce prodotta a Las Gaviotas, che lascia davvero senza parole, è rappresentata dalle bottiglie di acqua. Sembra una boutade, una balla colossale, visto le condizioni di partenza del terreno. Eppure è tutto vero. L’aumento della piovosità, dovuto al raffreddamento del terreno causato dalla presenza degli alberi, ha rifornito le falde sotterranee, protette dall’ombra della foresta. Dunque in quella zona dei Llanos, si produce, incredibilmente, acqua in bottiglia, l’acqua “Las Gaviotas”, che ci assicurano essere di ottima qualità. Non viene solo bevuta dagli abitanti, ma anche venduta nelle città vicine, perfino nella capitale Bogotà, a 500 km di distanza.
  • Per rifornire i camion che vanno e vengono, sono state piantate delle palme che forniscono l’olio con cui si produce un bio-combustile in un impianto appositamente costruito in loco. Il tutto in un ambiente perfettamente sterile, così da garantire una qualità elevatissima del prodotto. E qui non si tratta di aver sostituito foresta con palme da olio: il biodiesel è assolutamente a zero emissioni.
Ci sono varie curiosità attorno a questa impresa. Ad esempio quella che l’azienda che imbottiglia l’acqua sorge dove, fino ai primi anni ’90, era attivo un ospedale molto particolare. In quanto veniva raffrescato con tecniche naturali, basate anche sulla realizzazione di gallerie sotterranee come fanno le termiti per le proprie costruzioni (questo delle termiti è un altro capitolo delle iniziative fantastiche documentate da ZERI all’interno della Blue Economy). Poi la politica sanitaria colombiana ha portato, per questioni burocratiche, alla chiusura della struttura medica. Ma le sale sterili sono rimaste, solo che adesso servono ad altro.
E già che c’erano, in questa specie di isola che non c’è, dove evidentemente i sogni sono costretti a diventare realtà, hanno cominciato a produrre tecnologie verdi per sostenersi. Specchi solari per riscaldare l’acqua prodotti nei laboratori di Las Gaviotas sono oggi in bella mostra nelle città colombiane. E poi pompe idrauliche, e impianti eolici nelle colline a nord di Bogotà. Interi quartieri di Bogotà, Medellin, Calì scaldano l'acqua o la pompano dalle falde con tecnologia "made in Las Gavoitas".
Pescicolura e allevamento di capre completano il cerchio.
Tutto questo consente, oltre che di tutelare l'ambiente, di produrre in modo completamente sostenibile, assorbire CO2 come quella prodotta da un paio di nazioni industrializzate dell'Europa, ridurre la deforestazione e le aree di siccità, procurare da bere e mangiare a centinaia di migliaia di persone (così è stimato l'indotto colombiano), aver indicato una strada per iniziative simili che si stanno già sviluppando in altre aree del mondo. Oltre a tutto questo (che basterebbe e avanzerebbe di per sè) ... consente di stipendiare gli abitanti-lavoratori di Las Gaviotas (ad esempio quelli che estraggono la resina dai pini) con paghe di circa 300 $ al mese, oltre al vitto e all’alloggio. Poco? É più del doppio di quello che prende un operaio nella capitale colombiana.
Ah sì ... adesso i terreni valgono 3000 volte più di quando sono stati acquistati, ma non sono in vendita.
Questa terra fiabesca si estende oggi su 12 mila ettari, come l’intera provincia di Rovigo, conta quasi 10 milioni di pini e, meraviglia delle meraviglie, ha visto nascere 250 specie autoctone, tipiche dei tropici umidi, che, ovviamente all’inizio non c’erano. Questo fa crescere la biodiversità oltre che il volume delle biomasse.
Ci vivono e lavorano dalle 300 alle 400 persone; nessun motore a scoppio, ma 250 biciclette a disposizione della popolazione. Un sogno!
Paolo Lugari, il guru, fa il modesto sostenendo che tutto il merito è della natura e dice: “Ciò che abbiamo fatto a Las Gaviotas è consentire alla diversità di fare il suo corso e produrre i suoi effetti: nulla di più. E dicendo diversità, intendo quella biologica ma anche quella culturale”.
Già … perché anche l’uomo e la sua cultura primordiale fanno parte della natura, solo che molti, con l’andare del tempo, l’hanno dimenticato

 
Ci sono persone che danno fastidio.
fastidioSono quelle che ti si siedono vicine durante la proiezione di un film e lo commentano.
Sono quelle che alle due di notte lasciano la televisione accesa a tutto volume.
Sono quelle che sanno tutto loro e gli altri sono solo dei poveracci che non capiscono niente.
Sono quelle che a loro è capitato tutto quello che è capitato a te, anzi di più, quelle che hanno un ego di fronte al quale la piazza più grande d’Europa è uno stanzino.
E molte altre ancora.
Il problema, tuttavia, non è questo, perché fa tutta la differenza del mondo “a chi” costoro danno fastidio. Se, semplicemente te ne puoi andare non c’è problema. Se puoi rompere il rapporto, non c’è problema.
Poi ci sono quelli che danno fastidio al sistema. Con sistema intendo un po’ tutto quello che usa il verbo “comandare”. Quindi la politica ai vari livelli, quindi le società importanti che devono fare soldi non importa chi c’è da schiacciare. Questi danno fastidio davvero, perché la difesa dei propri diritti non sta bene a quelli che, eliminando proprio quei diritti, possono avvantaggiarsene. Diventare, cioè. più potenti o più ricchi o tutte e due le cose assieme.
Tra questi individui, cioè quelli che danno fastidio ai potenti, ce ne sono molti che difendono l’ambiente. Non mi riferisco a chi lo fa come missione o in generale che tiene conferenze sull’effetto serra, lo scioglimento dei ghiacci polari e così via. Mi riferisco a chi difende il proprio ambiente, inteso come habitat, come luogo dove risiede con la sua famiglia, la sua tribù, il suo popolo.
Sono gli indios a cui non sta affatto bene che le loro foreste vengano distrutte per piantarci la soia o farci pascolare le mandrie di mucche. Queste azioni modificano il loro stile di vita e con esso, spesso, la possibilità di sopravvivere come hanno sempre fatto. Sono i peones che non capiscono perché si debba far passare l’autostrada proprio sui terreni che servono per produrre il loro cibo, sono i munduruku che non vogliono che il loro paradiso terrestre venga distrutto da un mostruoso monumento alla modernità come la diga di Cleudivaldo.
Come finiscono queste storie? Non finiscono mai bene per i ragazzi, gli uomini e le donne che fronteggiano il progresso che avanza. Il progresso è portato là, usando i bulldozer delle grandi multinazionali, quelle dell’energia, dei mangimi, dell’acqua privata, della carne in scatola.
Spesso le storie finiscono male, molto male, perché ci scappa il morto e, quasi sempre il morto è ammazzato, ucciso dagli interessi e dall’ignoranza.
fastidioPochi giorni fa (il 24 febbraio) l’ultimo fatto di sangue avviene in Costa Rica, considerato un paese modello, senza esercito, con leggi di tutela ambientale straordinarie, eppure …
Si chiamava Yehry Rivera, freddato da alcuni colpi di pistola, dopo essere stato bastonato e lapidato da un gruppo di assassini. Secondo le testimonianze (che non possiamo però controllare) un gruppo di poliziotti avrebbe assistito alla scena senza intervenire.
Lo riferisce il Guardian, giornale inglese che spesso si occupa di questioni che con l’ambiente e la sua tutela hanno a che fare.
Perché Rivera è stato ucciso? Per il solito motivo: difendeva la sua terra, la piana di Terraca, percorsa da un grande fiume, sul quale la solita azienda, supportata dalle autorità locali, ha deciso di costruire una diga. Per questi lavori servono 6 mila ettari e lo spostamento di 1100 persone, le famiglie che Rivera rappresentava.
Di uomini e donne coraggiosi come Rivera ce ne sono un sacco. La lotta, laggiù nelle foreste e tra gli autoctoni, non è certo come scrivere su un blog o raccontare in una piccola radio questi fatti orribili. Noi al massimo rischiamo di essere estromessi, di non poterlo più fare (anche se i giornalisti russi potrebbero obiettare non poco su questo punto). Loro rischiano di morire.
Come dite? Che è solo un caso e non bisogna generalizzare? Provate a seguirmi e lo vedremo.
É un caso che si sia cercato di uccidere con colpi di pistola il 29-enne Mainor Ortiz Delgado, difensore di una popolazione indigena di 10'000 anime, i Bribri, che vivono di agricoltura, caccia e pesca nelle loro foreste?
fastidioE che dire di Raúl Hernández  e Homero Gomez, assassinati in Messico, per aver difeso delle … farfalle? Proteggevano il loro santuario di “El Rosario”, un’area dove migrano ogni anno, in autunno, milioni di farfalle monarca, provenienti dal Nord America. Poi, alla fine dell’inverno ripartono. Il santuario è in una zona favorevole per queste farfalle, che, da specie in via di estinzione, si stanno riprendendo e aumentando di numero. Che fastidio può dare un’area destinata ad uno scopo così leggiadro?
La minaccia esterna è quella di una specie di consorzio di banditi, che hanno bisogno di spazio e terreno dove coltivare ben altro che l’amore per la natura. Si parla con insistenza di enormi piantagioni di marijuana, che sostituiscono gli alberi della foresta.
Le cose stanno così e noi veniamo a sapere, solo qualche volta, che un ambientalista è stato ucciso o è stata uccisa. I loro nomi sono del tutto sconosciuti, tranne in pochissimi casi, come quello di Berta Càceres, che ha scatenato indignazione perfino nell’Europa che se ne frega di quanto accade nelle lontane zone del terzo mondo.
La scorsa estate, la rivista forse più conosciuta al mondo, che si occupa di ambientalismo, Nature, ha cercato di fare il punto della situazione e ha contato i morti assassinati perché difendevano l’ambiente.
Negli ultimi 15 anni il bilancio è spaventoso: 1613 vite perdute in 20 paesi diversi tra il 2002 e il 2018. Delitti avvenuti là dove più alto è il tasso di corruzione e illegalità e, per contro, più basso, il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, figuriamoci di quelli dell’ambiente. Ogni anno la vita di centinaia di persone svanisce o viene messa in grave pericolo solo per l'amore verso la natura e per aver capito che continuare a violentare l’ambiente è un pazzesco modo di finire anche le nostre vite, un suidcidio di massa, un'eutanasia.
L’organizzazione Non Governativa “Global Witness” ha contato 207 morti nel 2017 e 164 l’anno successivo.
É sicuramente dura leggere di queste cose, ma, per fortuna, c’è un movimento ecologista globale che combatte in prima linea. Sono donne e uomini coraggiosi: sfidano il potere per proteggere la terra in cui sono nati, angoli di mondo bellissimi e fragili, animali a rischio di estinzione, fiumi, foreste e campi che fanno gola ad affaristi senza scrupoli.
Meriterebbero tutti di essere nominati ed elogiati. Lo facciamo per alcuni di loro.
Ricordiamo Salomè, che in Ecuador, difende la foresta amazzonica e il diritto delle donne a vivere libere dal pericicolo delle violenze sessuali, soprattutto domestiche.
Ricordiamo Marivic Danyan, nelle Filippine, che difende un’isola dalle piantagioni intensive di caffè.
Kandi Mosset, nel Nord Dakota, tutela gli indigeni dai cambiamenti climatici e dalle ingiustizie ambientali, nella civilissima patria della libertà … degli altri.
fastidioTuğba Günal e Birhan Erkutlu, sono una coppia turca, che vive presso una sorgente che il governo del despota Erdogan voleva usare per una centrale idroelettrica. La battaglia, una volta tanto, è finita a favore dell’ambiente e quella sorgente, oggi, è dichiarata area da tutelare. (leggi qui la loro storia)
Izela Gonzalez Diaz è un’infermiera messicana, diventata attivista. Non difende l’ambiente in qualche foresta incontaminata, ma dall’ufficio di Alianza Sierra Madre, l’associazione che ha fondato per dare assistenza giuridica ai territori minacciati dalle coltivazioni intensive nel Messico del Nord. La sua attività non piace ai potenti locali, vive sotto scorta. «Ho subito più intimidazioni da uomini in giacca e cravatta che dai criminali. Do fastidio», dice. «Non sono un’indigena, non difendo la terra in cui vivo, lo faccio perché è la cosa giusta».
Potremmo continuare a lungo, ma quest’ultima frase chiude bene il discorso, perché dietro la tutela del bene comune non deve esserci necessariamente qualcosa di personale da difendere. Lo si fa, come dice Izela, semplicemente perché è giusto farlo.

(fonti: Corriere della Sera, The Guardian, www.nature.com, Wikipedia)