Introduzione

Nella prima parte di questa “storia” (che ripercorriamo super-velocemente) abbiamo visto, tra l’altro, come la Democrazia Cristiana, il partito di cui è presidente Aldo Moro, adotti la politica di non trattare con le Brigate Rosse, come a dire che un morto solo si poteva anche immolare pur di non compromettere lo stato in una trattativa con dei banditi.
Tlettera utto questo sarebbe comprensibile e forse anche condivisibile se le motivazioni profonde fossero proprio queste. Nelle lettere che scrive dal carcere a varie personalità della politica, Moro affronta più volte questo tema, affermando che uno scambio di prigionieri si potrebbe fare. E non lo dice solo perché la vita in gioco questa volta è la sua. Già in altre occasioni (ad esempio nel caso Sossi, il magistrato di destra rapito dalle Brigate Rosse e poi liberato) Moro si era dichiarato favorevole ad uno scambio di prigionieri pur di salvare la vita delle personalità rapite. Queste lettere sono dirette ai vertici della DC, segnatamente al segretario Zaccagnini e al ministro degli interni Cossiga, oltre che all’onorevole Taviani, sempre contrario ad ogni possibile trattativa.
Ma, in questo caso, non si tratta di una presa di posizione per principio, per difendere l’autorevolezza dello stato o la sua verginità. Moro è tra i pochi, assieme ad Andreotti, Cossiga e qualche altro, a conoscere tutti i segreti della politica italiana, che, a dirla tutta, non è stata certo irreprensibile fino ad allora.
Nelle lettere dal carcere, le accuse rivolte al partito per la sua condotta sono molte e precise. Leggere quel memoriale, o quel che ne rimane, facilmente reperibile in rete, è interessante ed istruttivo, altroché se lo è. E’ una lezione di storia vista da dietro le quinte.
Tra i molti segreti che Moro custodisce ci sono anche quelli che riguardano la politica internazionale, anche quelle parti che non si devono conoscere, come, ma è solo per fare un esempio, la formazione di quell’esercito segreto, voluto dagli statunitensi che da noi è chiamato “Gladio”. Gladio fa parte di una vasta operazione gestita dalla CIA, il servizio segreto americano, chiamata “Stay Behind”, che significa “Stare dietro”. L’intento è quello di creare gruppi di combattenti che, stando dietro le linee (da qui il nome), combattano il nemico, identificato nell’armata rossa, in procinto, secondo la CIA, di invadere l’Occidente. Dal momento che un simile evento non solo non si è mai verificato, ma non è neppure mai stato nei sogni dei sovietici, quelle brave persone (quelle di Gladio) hanno fatto altro, creando terrore e portando morte in modo da favorire sempre un governo forte, autoritario, insomma un governo di destra, di destra vera intendo.
Aldo Moro ha idee ben diverse. Fin dai primi anni ‘60 cerca di condividere la gestione dello stato con le forze progressiste, rappresentate all’epoca dai repubblicani, dai socialdemocratici e dai socialisti di Pietro Nenni. Occorre precisare, per i più giovani e i meno attenti, che i partiti degli anni ‘60 sono ben diversi da come si evolveranno successivamente. Insomma la figura di Pietro Nenni è qualche chilometro più in alto di quella del segretario Psi forse più famoso, Bettino Craxi.
Mberlinguer a la vera scommessa dello statista pugliese diventa, nei primi anni ‘70, quella di coinvolgere il Partito Comunista Italiano, diretto in modo estremamente illuminato da Enrico Berlinguer, nella gestione dello stato. E ci riesce, tanto che il giorno del suo rapimento deve essere anche quello del primo passo verso la realizzazione di quel compromesso storico, che vede una non belligeranza nei confronti dei comunisti italiani, che stanno abbandonando Mosca e le sue imposizioni, per adottare un comunismo autonomo, democratico, chiamato “eurocomunismo”.
Questo cambiamento, così radicale per tutti i vecchi compagni che ancora inneggiano a Stalin, non può certo far breccia nel buon cuore degli statunitensi, i quali non hanno mai avuto una grande passione per la storia, a meno che si trattasse della propria. E non hanno mai avuto un grande rispetto per la libertà, a meno che non si trattasse della propria. E non hanno mai avuto un grande feeling con la democrazia, a meno che non si trattasse della propria. A tirare le fila di questo sentimento comune del popolo americano sono, da un lato, il governo, qualunque sia il residente della casa bianca, e dall’altro la CIA. Solo Kennedy ha idee diverse e viene a Roma nel 1963 a “benedire” (passatemi questa espressione forse poco rispettosa) il tentativo di Moro di varare un centro-sinistra con Nenni come vicepresidente del consiglio. Questo è un buon motivo per venire assassinato, come del resto accade in quel di Dallas.
In effetti sulla sua morte pesano una quantità enorme di dubbi e di misteri, ai quali ho accennato nella prima parte dell’articolo su Aldo Moro.
Insomma, l’intelligence americana non ha alcun interesse che Moro venga liberato e fa il possibile perché la DC arrivi alla conclusione di non fare alcun passo nella direzione indicata da Moro di uno scambio di prigionieri. La decisione dunque è quella di lasciare che le Brigate Rosse lo facciano fuori. Se a sparare allo statista pugliese sono i brigatisti, ad armare le loro mani sono tutti quelli che non vogliono che un personaggio di tale importanza salti fuori a raccontare a tutti i fatti loro, che poi, se il popolo conosce la verità, magari si incazza e li manda tutti a lavorare.

La pista sovietica

Visto che non c’è solo la Democrazia Cristiana ad essere parte in causa nella realizzazione di quel progetto chiamato compromesso storico, anche ai vertici sovietici non va giù più di tanto che il partito dei lavoratori italiano si ammucchi con quei reazionari della DC, pappa e ciccia con gli americani, i grandi nemici della classe operaia e con la chiesa che resta, in ogni caso un covo di destrorsi. Insomma quel matrimonio non s’ha da fare, anche se scimmiottare Manzoni forse non è il massimo della raffinatezza in questo contesto.
E’ mai possibile che anche i sovietici abbiano tramato per l’uccisione, o quanto meno per la non liberazione di Aldo Moro?
Le cose sono molto meno evidenti che per gli statunitensi, ma c’è un episodio curioso da portare alla luce. Riguarda una spia di Mosca, il sui nome è Feodor Sergey Sokolov. Tutte le vicende che lo riguardano vengono alla luce 20 anni dopo il sequestro Moro, quando è possibile accedere agli atti del dossier Mitrokhin. Nel 1998 la Russia comunista non esiste più e, come accaduto per altre repubbliche dell’ex blocco socialista, ad esempio la DDR, saltano fuori documenti e fascicoli piuttosto interessanti e compromettenti.
VMitrokhin asilji Mitrokhin è un agente segreto del KGB, ma uno di quelli che vede, prima nella gestione Stalin-Berja e poi nella troppo debole destalinizzazione di Kruschev, qualcosa che non va bene. Troppe violazioni dei diritti più elementari. Quando si permette di esprimere questi suoi pensieri, viene immediatamente tolto dall’operatività e messo dietro una scrivania. E’ qui che matura la decisione di raccogliere tutto il materiale possibile su quello che il regime sovietico ha commesso. Raccoglie dati, documenti, ricavati non solo dagli archivi di stato, ma anche dalla stampa clandestina. Una serie di circostanze favorevoli, tra cui un trasloco di sede del KGB a Mosca, curato proprio da Mitrokhin, gli permette l’accesso a una quantità impressionante di documenti, circa 300 mila, in particolare quelli riguardanti gli agenti segreti dislocati all’estero. Mitrokhin, snobbato dall’ambasciata USA di Riga, dove si reca per mostrare il materiale dopo la caduta del muro, all’inizio del 1992, viene ricevuto dall’ambasciata inglese e riesce ad espatriare in un luogo segreto del Regno Unito alla fine dell’anno. Dopo le necessarie verifiche, i documenti del dossier vengono parzialmente pubblicati nel 1996. Il restante volume esce nel 2005, l’anno dopo la morte di Mitrokhin.
Ma torniamo a Sokolov e alla questione Moro. Della spia sovietica, nel dossier Mitrokhin, si legge che è un ufficiale del dipartimento V del primo direttorato principale del KGB, quello dedito alle cosiddette “azioni speciali”, cioè gli assassinii e i sequestri di persona in tempo di pace. E’ Jurij Andropov, nominato da Brezniev presidente del KGB nel 1967, a reintrodurre gli “incarichi speciali”, chiamati anche “azioni esecutive”, come strumento essenziale della politica sovietica durante la Guerra Fredda. Per compierli, vengono sempre più spesso utilizzati terroristi non russi e Andropov è convinto che anche la CIA ne stia facendo ricorso «contro i funzionari del KGB e altri cittadini sovietici all’estero». Idea quest’ultima certo non da scartare come incredibile.
Detto tra parentesi, uno di questi agenti è Ali Agca, mandato a Teheran per assassinare Khomeini, impresa fallita per la stretta sorveglianza attorno all’ayatollah.
Dunque Sokolov fa parte di questa schiera di bravi giovani. Arriva in Italia probabilmente nel 1977 come studente per seguire un corso di Storia del Risorgimento italiano. Una breve permanenza a Perugia e poi eccolo alla Sapienza, l’università di Roma. Questa data è fornita dai servizi segreti italiani, mentre, secondo il dossier, entra nel nostro paese solo nel 1981 come giornalista della TASS, l’agenzia di stampa sovietica. Va però ricordato che il dossier Mitrokhin contiene solo parte della storia, quella cui l’archivista moscovita ha potuto avere accesso.
Secondo la documentazione del SISMI, Sokolov, arriva per tenere d’occhio Moro, pedinarlo e informare i suoi superiori delle mosse dello statista. A sua volta il SISMI riferisce a Cossiga (all’epoca ministro dell’Interno) le mosse della spia sovietica, come quella di altri personaggi sospettati di appartenere a intelligence straniere non gradite.
E la cosa curiosa è che i rapporti sugli strani spostamenti di Sokolov arrivano al ministro Cossiga dopo il rapimento Moro. Eppure si sa perfettamente anche prima che la spia russa frequenta spesso le lezioni di Aldo Moro, lezioni di Diritto, che nulla hanno a che fare con l’indirizzo di studio del borsista sovietico. Ma su questa faccenda ci sono notizie ben più dirette di quelle dei resoconti del SISMI.
Etritto ntra, infatti, in scena uno dei collaboratori più stretti di Moro all’Università, Franco Tritto, il quale racconta del rapporto molto cordiale, almeno all’inizio, tra il docente e il sovietico. Questi pone domande interessanti ed intelligenti e mostra grande interesse per le lezioni seguite. Ma, col passare del tempo, le domande diventano quasi un interrogatorio e non più legate all’attività accademica, ma i luoghi frequentati da Moro, i viaggi programmati in Italia e all’estero, le abitudini e perfino la sua scorta. Insomma Tritto ha paura per il suo maestro e si convince che il proposito di Sokolov sia quello di colpirlo in qualche modo. E’ questo che riferisce nel 1999 al magistrato Rosario Priore, uno dei più attivi a cercare di capire come è avvenuta tutta la storia di Aldo Moro.
Ecco uno stralcio della lettera inviata da Tritto a Priore:
In tal contesto ebbi a rivolgere al professor Moro una domanda: ‘Non possiamo fare qualcosa per avere informazioni su questo giovane? Non potremmo avere notizie tramite ambasciata?’.
Il professore rispose testualmente: ‘Anche se volessimo, lì sono tutte spie; se lui ti pone qualche domanda cerca di essere vago e generico’.
Peraltro non mancai di far presente il mio stupore relativamente al fatto che il giovane parlasse così bene la lingua italiana e la risposta di Moro fu: ‘Di solito usano le cuffie; li tengono lì per molte ore e alla fine o impazziscono o imparano bene la lingua’”.
Anche il maresciallo Leonardi, che morirà durante il rapimento in via Fani, nota strani movimenti attorno a Moro e di questo avvisa il generale dei carabinieri Arnaldo Ferrara. Ma questi liquida quei sospetti come semplici fantasie cui non dare alcun peso. Intanto Sokolov continua ad indagare, arrivando a chiedere ad alcuni studenti chi siano gli agenti di scorta. Questo può anche non voler dire niente, ma nel clima dell’epoca un aumento della sicurezza è per lo meno da prendere in considerazione. Cossiga, che pure viene continuamente informato dagli agenti delle preoccupazioni di Moro e di Tritto, rassicura il politico, attraverso il capo della polizia Parlato, che quello che succede attorno al lui non è rilevante. Non si tratta di terrorismo, ma di volgari scippatori. Questo modo arrogante di sviare i discorsi è tipico di Cossiga.
Dopo il rapimento del 16 marzo, Tritto e il collega Matarrese vanno a denunciare Sokolov al Viminale, ricevendo ancora risposte tranquillizzanti. I servizi segreti sanno che Sokolov è solo un innocuo studente straniero in Italia con una borsa di studio. La cosa curiosa è che di quella borsa di studio a Perugia non c’è alcuna traccia: nessuno gliel’ha conferita.
La sua appartenenza ai servizi sovietici, e con un importante ruolo, viene confermato da uno dei maggior esperti di KGB, il giornalista britannico del Daily Mail, Brian Freemantle, che scrive: “Il dipartimento delle azioni esecutive, conosciuto come dipartimento V, è quello in cui vengono addestrati i sicari”.
Quando Cossiga e i suoi più stretti collaboratori vengono sentiti sulla vicenda, ecco un numero impressionante di bugie e di dichiarazioni che si contraddicono l’una con l’altra. Al Viminale conoscono perfettamente la situazione, ma nessuno muove un dito in una direzione qualsiasi.
Che poi Sokolov non si sia reso responsabile di un atto criminoso nei confronti di Moro poco importa. In presenza di un pericolo nei confronti di un così importante personaggio della politica italiana, l’attenzione è stata decisamente insufficiente.
Sokolov è a Roma durante la prima settimana del sequestro, poi va a Mosca, ufficialmente per la Pasqua ortodossa. Torna in Italia il 2 aprile e vi rimane fino a luglio. Viene costantemente pedinato dagli uomini dei nostri servizi segreti.
Tornerà nel nostro paese, come riferito dal dossier Mitrokhin, nel 1981 come giornalista della TASS e resterà qui per 4 anni. Interferisce sulle inchieste che riguardano l’attentato al papa e cerca di manipolare anche le notizie sulla vicenda Moro.
Dunque un’altra storia curiosa, questa di Sokolov, che si inserisce tra i molti misteri della vicenda di Aldo Moro.

R AF e STASI

Da un punto di vista militare, l’azione delle Brigate Rosse in via Fani è perfetta. Tuttavia il modus operandi ricorda molto da vicino quello utilizzato sei mesi prima a Colonia in Germania. In quell’occasione il capo della confindustria tedesca Hans Martin Schleyer, politico della UCD, la democrazia cristiana germanica, ed ex ufficiale delle SS, viene rapito da un gruppo armato appartene

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nte alla RAF, la Rote Armee Fraktion. Il corteo con l’auto del politico viene bloccata, la scorta, composta da 4 uomini, viene massacrata e Schleyer viene caricato su un’auto e portato via. Resterà prigioniero per 43 giorni, poi il suo corpo verrà restituito dentro il bagagliaio di un’auto nella cittadina francese di Mulhouse, in Alsazia al confine con la Germania.
La straordinaria somiglianza con la vicenda Moro è più che evidente. Questo ha fatto sospettare che ci fosse, nell’organizzazione del sequestro, la mano della RAF. Nonostante Moretti e la Faranda abbiano ripetutamente negato ogni coinvolgimento di questa organizzazione, il sospetto rimane.
In effetti il giudice Imposimato, nel suo libro che sto seguendo, riferisce che numerose sono le prove del rapporto tra BR e RAF. Documenti e oggetti tipici della RAF nei covi delle BR e viceversa. Sono alcuni pentiti come Patrizio Peci e alcuni documenti, anche successivi, a testimoniare questo legame. Ad

esempio le risoluzioni emesse durante il rapimento del generale statunitense Lee Dozier, liberato a Padova nel 1982. L’idea, o il sogno, delle Brigate Rosse, è quello di creare un fronte unico dei movimenti proletari in guerra, quelli autonomisti come l’IRA o l’ETA e quelli marxisti come, appunto la RAF. Lo scopo è quello di costituire una Terza Internazionale, con l’obiettivo di scambiarsi armi, inform azioni e consigli. Tra i contatti ci sono anche i servizi bulgari e il KGB, iniziati prima del rapimento Moro e proseguiti ancora più intensamente dopo. Ad esempio il brigatista Casimirri, usa documenti falsi, procurati da un vecchio compagno del PCI, e la copertura dell’URSS per fuggire in Nicaragua, dove si trova ancora oggi.
Una conferma importante – sostiene Imposimato - della sinergia tra gli autori dell’operazione Moro e l’Unione Sovietica.
Ora, uno dice: “Cosa c’entra l’Unione Sovietica con tutto questo?“
Beh … c’entra. Molti anni dopo i fatti del 1978 si viene a sapere che la RAF altro non è se non il braccio armato della STASI, la polizia segreta della Germania dell’Est e, a sua volta, braccio armato dell’Unione Sovietica. Questa notizia, dice Imposimato, arriva da Markus Wolf e Gunther Bohnsack, vertici all’epoca della STASI. Dunque, se i militanti della RAF hanno aiutato le BR nel sequestro Moro (magari semplicemente collaborando a progettare l’azione), non è possibile che ciò sia avvenuto senza il beneplacito dell’Unione Sovietica. Per giunta, la RAF è stata il legame con l’OLP e soprattutto con la sua ala marxista, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” di George Habbash, al servizio di Mosca.
Troppe coincidenze per pensare ad un puro e semplice caso.
In realtà i contatti tra le BR ed il vasto mondo delle organizzazioni autonomiste e terroriste mondiali sono in piedi da tempo, fin dal 1970, quando un convegno in Liguria decide di intraprendere la lotta armata contro lo Stato. Lo stesso Rapporto Mitrokhin svela che fin dal 1975 in Cecoslovacchia c’è una base operativa delle BR. E’ un centro di addestramento e un luogo dove rifornirsi di armi. La cosa grave è che il PCI è al corrente tanto che si lamenta con Mosca e con Praga. Il partito di Berlinguer invia a Praga un proprio funzionario, Salvatore Cacciapuoti, per protestare. Il resoconto di costui è che “una delle basi terroristiche delle Brigate Rosse era ubicata in Cecoslovacchia e che le agenzie di sicurezza cecoslovacche stavano cooperando con essa.STASI
In conclusione, - scrive Imposimato - il legame tra BR e RAF e tra RAF, STASI e KGB, il ruolo di Sokolov e del KGB nel comitato di crisi, i contatti con il FPLP dimostravano che i servizi segreti dell’Unione Sovietica avevano partecipato all’operazione Moro.”
La questione però non finisce qui. Mentre è comprensibile che un’organizzazione di estrema sinistra come le Brigate Rosse cerchi alleati nel mondo socialista, in particolare nei paesi del blocco sovietico e tra le organizzazioni che i loro servizi segreti gestiscono, come appunto la Rote Armee Fraktion, risulta più difficile pensare ad un legame con paesi fortemente inseriti nel mondo capitalistico occidentale.
Eppure le cose stanno così. Infatti le Brigate Rosse hanno un legame forte con i servizi segreti israeliani. Certo l’intento del Mossad è ben diverso da quello del KGB. Anche loro però vogliono creare problemi in Italia e lo fanno in chiave filo-americana, nel senso che ho spiegato nell’ultimo articolo e, brevemente, all’inizio di questo.
Il Mossad, già all’inizio della fase operativa delle BR, verso il 1971 e fino al 1973, prende contatto con Moretti e Franceschini, offrendo loro armi, finanziamenti e coperture. In cambio chiedono di intensificare l’impegno diretto a destabilizzare la situazione politica italiana. E il mezzo per farlo è indicato in “eclatanti azioni politico militari delle Brigate Rosse”. Questa frase è riportata nel documento conclusivo della Commissione parlamentare Moro del 1983.
A quale conclusione si arriva vista questa così complicata visione degli scenari internazionali, proprio mentre lo statista pugliese è prigioniero delle BR? Probabilmente c’è un interesse convergente tra Ovest (Stati Uniti e alleati) e Est (Unione Sovietica e alleati) nel contrastare il progetto di Moro, basato sul compromesso storico.
C’è una minaccia in quel progetto, una minaccia che colpisce entrambe le parti, le quali basano il loro potere proprio sulla contrapposizione dei blocchi e sulla spartizione del mondo in due imperi.

La prigionia

Come detto, subito dopo l’attacco di via Fani, il ministro degli interni Cossiga mette in piedi un “comitato di crisi”, dei quali fanno parte, tra gli altri, il sottosegretario Nicola Lettieri, il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, esperto di strategia, Steve Pieczenik, del dipartimento di Stato americano, già consigliere di Kissinger di cui vi ho raccontato nella prima parte di questa storia.
Molti membri del comitato sono iscritti alle liste della P2 di Licio Gelli. Tra questi i due capi del SISMI, Giuseppe Santovito e Pietro Musumeci.
Questo comitato impedisce di fatto alla Procura di Roma, durante i 55 giorni di prigionia, di occuparsi della vicenda Moro.
DPRIGIONE ove è stato lo statista pugliese in questo periodo? Secondo il giudice Imposimato l’unico nascondiglio, o se preferite, l’unica prigione del popolo, è quella di via Montalcini n. 8, anche se molti esperti di valore all’epoca sono convinti che quella non sia l’unica prigione, parlando di altri covi, come via Gradoli, il ghetto ebraico o via Caetani.
Ora facciamo un salto in avanti e arriviamo al 2008, quando tre finanzieri si presentano nello studio del giudice Imposimato. Vanno da lui per avere conferma di un rapporto inoltrato dal brigadiere Ladu (anch’egli presente all’incontro), nel quale sostiene di essere stato, assieme ad altri militari, dal 24 aprile all’8 maggio 1978, a Roma in via Montalcini a sorvegliare l’appartamento al civico 8. Ricordo che l’8 maggio è il giorno precedente all’esecuzione di Aldo Moro e al ritrovamento del suo corpo in via Caetani.
Perché il militare aspetta 30 anni per parlare di un fatto che sembra così importante?
Ladu risponde che aveva la consegna del silenzio e del segreto su tutto quello che hanno potuto vedere e sentire il quell’operazione. E poi, nel ‘78, è solo un ragazzo di 19 anni e il timore di ritorsioni verso la sua famiglia lo inducono a tacere, come tutti i suoi colleghi dell’epoca coinvolti nella missione.
Arrivati in via Montalcini, Ladu identifica la palazzina al numero 8 come la prigione di Moro e ricorda che osservavano i movimenti da un gabbiotto con un monitor, grazie ad una piccola telecamera fissata sul lampione di fronte all’ingresso della prigione del popolo.
Il gruppo di militari ingaggiati per questo compito è di 40 elementi. Sono tutti soldati giovanissimi, di leva, e arrivano da ogni parte d’Italia. Ladu è sardo, arriva a Napoli, dove si forma il battaglione e da qui a Roma, dove viene istruito nella caserma dei carabinieri in via Aurelia. Sanno solo di dover controllare dei palazzi nella capitale, niente di più. Vestono in borghese e hanno tutti soprannomi tratti da Topolino. Ladu, in codice, è Archimede.
Una delle stranezze che nota, quando un pulmino senza insegne militari lo porta in via Montalcini, è la presenza di persone che parlano in inglese.
I compiti dei militari sono semplici. Osservare il caseggiato al numero 8, sia dalla casupola con i monitor, che gironzolando vicino all’appartamento in coppie di due. E poi raccogliere sempre l’immondizia, che, sigillata, viene consegnata ai carabinieri.
Nell’alloggio dei militari trovano sopra i letti divise da netturbino, alcune dell’ENEL e delle tute nere con cappucci anch’essi neri. Sanno che stanno osservando una prigione in cui è tenuto un uomo importante. Solo qualcuno dei militari ha letto o visto in televisione di Moro, ma nessuno parla, nessuno chiede, perché la consegna è quella.
Nelle indagini, dopo l’uccisione del politico, si racconta di un pulmino dell’ENEL parcheggiato spesso in via Montalcini. Ladu ricorda un altro fatto importante. All’inizio dell’operazione, forse il 24 o il 25 di aprile, entrando nel caseggiato dal retro, osservano una Renault 4 rossa e una Rover con targa straniera, probabilmente tedesca e sul parabrezza una quantità di verbali di infrazioni.
Questa macchina viene usata normalmente da un uomo, che Ladu chiama “baffo”, ma che riconoscerà poi nelle foto di Mario Moretti. Quando esce ha una borsa con sé, ma quando torna è sempre senza.
Un giorno un carro attrezzi porta via la Rover, che finisce nella caserma dei carabinieri.
Obalzerani ltre a Moretti, c’è anche una bella donna che esce dal caseggiato. Ladu l’avvicina un giorno, vestito da operaio, chiedendole di riempirgli una bottiglia di acqua. Cosa che “miss”, così era stata soprannominata per la sua bellezza, fa volentieri. Miss è in realtà Barbara Balzerani, che sarà arrestata nel 1985 e uscirà in libertà vigilata 21 anni più tardi. Ha scontato definitivamente la pena nel 2011. Attualmente ha 69 anni e lavora per una cooperativa informatica.
Ma torniamo in via Montalcini nel 1978. Quello che i militari vedono nell’appartamento sono solo sagome. Di notte, con la luce accesa si vede anche una grande libreria in fondo alla stanza. E’ la parete libreria che nasconde la prigione di Aldo Moro.
Poi succedono alcune cose strane. Ai militari, il 7 maggio viene spiegato che il compito cambia. Bisogna liberare l’ostaggio e quindi far uscire tutti i condomini dal palazzo. Bisogna farlo in silenzio e in ore opportune in modo da non destare sospetti nei carcerieri. Nel frattempo vengono messi i cartelli di divieto di sosta con rimozione forzata nel tratto davanti al civico 8. Probabilmente servono per giustificare la rimozione della Rover. Nel parco antistante viene montata una tenda della croce rossa. E’ la notte tra il 7 e l’8 maggio. Poi, improvvisamente, la smobilitazione. Tutti gli osservatori, compreso Ladu, vengono portati via e rispediti alle loro caserme. Anche la tenda della croce rossa viene smontata. Cos’è successo?

Dietro front!

Il racconto di Ladu continua. Nell’appartamento sopra quello della prigione di Moro, agenti stranieri piazzano microfoni molto sensibili, in grado di captare qualsiasi rumore. Le voci e i suoni vengono raccolti da registratori. Quell’appartamento è il primo ad essere evacuato. Vi rimane uno di questi stranieri, anche di notte. Chi sono quelle persone? Si scoprirà successivamente che si tratta di investigatori stranieri di varia nazionalità, sotto la diretta gestione del SISMI. Anche Ladu e il suo commilitone, chiamato Pippo, sono andati sopra, per aiutare a portare il materiale, poi montato solo da quelli che parlano in inglese.
Sembra che tutto vada nella direzione di una irruzione. Viene perfino allestita una infermeria in un edificio adiacente per eventuali feriti tra i militari.
Ladu termina il suo racconto così:
Tutto era pronto, ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché dovevamo abbandonare la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti, perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire.”
E ancora:
L’8 maggio 1978, presso la caserma dei carabinieri, alcuni dei militari che dovevano partecipare al blitz commentavano polemicamente l’ordine di smobilitare. Era arrivata, ci venne detto, una telefonata dal ministero dell’Interno che aveva imposto di non intervenire.
Come detto in precedenza, il ministro in questione è Francesco Cossiga. Il premier è Giulio Andreotti.
C’è un altro particolare del racconto di Ladu che è molto interessante. Riguarda due bobine, registrate dai sofisticati aggeggi del servizi stranieri, che lo stesso militare trova nella spazzatura e consegna al suo superiore. Che fine hanno fatto? Perché sono state buttate via? Sono mai state ascoltate?
Una volta tornato alla caserma di Avellino, dove tutti i militari vengono radunati, un capitano dell’esercito è molto chiaro: “Dimenticati di quello che hai fatto in questi quindici giorni”.
Così fa il finanziere Ladu, almeno fino al 2008, al suo incontro con il giudice Imposimato. Costui però è in pensione e non può più usare gli strumenti di indagine che aveva un tempo. Non può, ad esempio, cercare gli altri militari coinvolti nell’operazione, chiamarli per interrogarli, verificare insomma il racconto di Ladu, che qualche perplessità lascia, specie quando si viene a sapere che lo stesso Ladu vuole scrivere un libro su questi fatti, inseguendo quindi notorietà e forse denaro.
L’ex giudice dunque deve sperare che qualcun altro prenda in mano le dichiarazioni di Ladu e avvii un’inchiesta. I finanzieri si rivolgono al procuratore di Novara, dove sono di stanza, e raccontano tutta la storia daccapo. Il procuratore è Francesco Saluzzo, ma si inserisce la procura di Roma che si prende tutti gli atti della vicenda. A farlo è il procuratore Giovanni Ferrara. Dopo due anni le carte non si spostano di un centimetro dalla sua scrivania. Quando Imposimato fa presente che si tratta di cose di rilievo, Ferrara è già diventato sottosegretario alla giustizia nel governo di Mario Monti.
Imaletti dubbi su Ladu dell’ex giudice, sembrano sciogliersi il 10 ottobre 2009, quando il finanziere gli telefona per raccontare una novità importante. La RAI sta trasmettendo le magnifiche puntate di “Blu notte” di Carlo Lucarelli. In particolare va in onda quella sulla P2. Vi appaiono il generale Vito Miceli, il capitano Antonio Labruna e il generale Gianadelio Maletti. Proprio quest’ultimo, condannato per il favoreggiamento delle azioni dei terroristi di destra in Italia, viene riconosciuto da Ladu come uno degli ufficiali che aveva gestito il gruppo dei militari incaricati delle operazioni in via Montalcini. Ladu non ha neanche un piccolo dubbio: è proprio lui, il generale Maletti, uno dei pezzi grossi dei servizi segreti italiani fino al 1975 e poi generale dei granatieri di Sardegna.
Maletti, nel 1977, diventa capo dell’organizzazione Gladio, la costola italiana dell’operazione Stay Behind, di cui ho parlato a lungo nella prima parte della storia su Moro. Sempre Maletti è quello che molto più tardi, nel 2001, dalla sua nuova patria, il Sudafrica, dirà che la CIA era coinvolta nelle stragi del terrorismo nero, a partire da quella di Piazza Fontana. Non solo, la stessa CIA finanziava i servizi italiani, ma i rapporti tra servizi italiani e CIA sono una cosa che sappiamo bene, visto che ne abbiamo parlato molte volte qui a Noncicredo.
Ma torniamo alla vicenda Moro. Il giudice Imposimato è piuttosto deluso perché sembra che a nessuno importi molto della ricerca della verità su quel clamoroso caso del 1978. Finchè, siamo nel settembre 2012, un altro militare si mette in contatto con lui, dicendo di avere delle cose molto interessanti da raccontare sulla vicenda Moro. Dice di chiamarsi Oscar Puddu e quella che segue è la sua testimonianza.
Imposimato non incontra né sente mai Puddu direttamente. Il tutto avviene via mail con domande e risposte, che cercherò di riassumere.

La versione di Oscar Puddu

Tanto per cominciare, Puddu conferma la versione di Ladu. Lui a quel gruppo di osservatori porta i viveri, ma, essendo anche esperto in elettronica, monta la telecamerina sul lampione. Come autista poi accompagna alcune volte ufficiali dei carabinieri in località segrete per incontrarsi con il responsabile dei militari alloggiati in via Montalcini.
Puddu fa parte di Gladio e del SISMI. E’ un istruttore, anche di uomini dei servizi segreti stranieri, inglesi, tedeschi dell’Ovest e dell’Est e russi del KGB. Le lingue parlate nel periodo del sequestro Moro sono due: inglese e tedesco.
E’ piuttosto strana questa presenza di uomini di schieramenti opposti (inglesi e russi, ad esempio), ma Puddu spiega che avvengono in periodi diversi, in modo da non far incontrare agenti dei due schieramenti mondiali.
L’operazione Moro è gestita da NASCO G15, dove la G sta appunto per Gladio. Gli stranieri coadiuvano con appostamenti, vivendo tra l’altro nello stesso appartamento degli italiani. I capi in testa sono Giuseppe Santovito, capo del servizio segreto militare (SISMI) e Pietro Musumeci, generale ammanicato non poco con l’eversione nera attraverso il noto criminale dei NAR e della banda della Magliana, Massimo Carminati. Entrambi i generali fanno da tramite con il ministero dell’Interno, costantemente informato di tutto.
Puddu vede, in quelle circostanze, Santovito, Musumeci e Maletti. Quest’ultimo lo conosce bene. Lo porta infatti in via Montalcini per ritirare una valigetta con due bobine trovate in un bidone della spazzatura. Ecco che di nuovo i racconti di Puddu e Ladu coincidono perfettamente.
La presenza di spie straniere che coadiuvano le forze italiane nella faccenda Moro è scritta fin da subito sulla stampa italiana. Ne dà, ad esempio, notizia il Corriere della Sera, giustificando questa collaborazione proprio per il fatto che il rapimento Moro assomiglia molto da vicino a quello dell’industriale tedesco Schleyer, avvenuto sei mesi prima, come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza.
Saranno anche Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, negli anni seguenti, a raccontare di questa collaborazione. I collaboratori sono quelli dei servizi tedeschi e lo Special Air Service inglese, che ha come copertura dell’azione in via Montalcini una fantomatica “Operazione Smeraldo”. Ecco perché le lingue parlate in quell’occasione sono l’inglese e il tedesco.
Ma nessuno racconta mai, neppure durante i procedimenti penali, che quelle forze straniere sono alloggiate nell’appartamento sopra a quello in cui si trova Moro prigioniero.
Igladio nsomma Gladio non solo è partecipe, ma addirittura organizzatore dell’intervento per liberare Moro, poi rientrato all’ultimo momento. Ne parlerà ancora Cossiga, diventato presidente della Repubblica, durante un’intervista per il settimanale Panorama.
È vero, Gladio intervenne. [Era la] famosa quinta divisione (del SISMI, n.d.a.) che era il vertice operativo e amministrativo della Stay Behind Net in Italia. Poche erano le cose che il servizio segreto militare comunicava al ministero dell’Interno.
Questa affermazione puzza di falso, in quanto la relazione riservata dei servizi segreti tedeschi che parlano della presenza dei gladiatori nella missione Moro, è stata inviata direttamente al ministro, quindi a Cossiga, il quale ammette che è stato spesso a capo Marrargiu, base di Gladio costruita dalla CIA, dove si è fatto insegnare ad usare il plastico, le armi automatiche, i kalashnikov e le UZI israeliane.
Sia Ladu che Puddu e anche, molto più tardi nel 2011, un’anonima inquilina dello stabile, raccontano di un paio di sopralluoghi effettuati all’interno dello stabile, anche di fronte alla prigione, ma fatti di notte, senza scarpe per non fare rumore, vestiti con le tute nere e i passamontagna.
E Puddu conferma tutto: la Reault 4 rossa e la Rover con targa tedesca. Non solo, aggiunge anche che quella macchina è presente il giorno dell’agguato di via Fani. Una ulteriore testimonianza della partecipazione della RAF, la Rote Armee Fraktion, alla vicenda Moro.
Lbraghetti ’intestataria dell’appartamento-prigione è una giovane 25-enne incensurata: Anna Laura Braghetti, che diventerà latitante dopo l’uccisione di Moro, partecipando ad alcune sanguinose imprese delle BR. Arrestata nel 1980, viene condannata all’ergastolo, ma nel 2002 usufruisce della liberazione condizionale. Nel 1981 sposa Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro e per lungo tempo ritenuto quello che gli spara, anche se poi sarà scagionato da questo episodio da Mario Moretti.
Durante i 55 giorni di prigionia Anna Laura Braghetti è dunque l’intestataria dell’appartamento, dove alloggia, secondo la copertura delle BR, con il fidanzato, il fantomatico “ingegner Altobelli”, che si rivelerà poi essere il brigatista Germano Maccari, condannato a 26 anni di carcere. Muore nel 2001 a Rebibbia per un aneurisma cerebrale.
La Braghetti scrive un libro sulla vicenda Moro e racconta, tra le altre cose, di aver fatto amicizia con la inquilina del piano di sopra, una donna magrolina, bruna, garbata. Quell’incontro non è casuale, è organizzato dai servizi segreti, per far credere ai brigatisti che sopra di loro abiti una famiglia tranquilla che non avrebbe dato problemi.
La storia dell’appartamento sopra quello dei brigatisti è un altro segno della bontà delle conversazioni sia di Ladu che di Puddu. Al piano sopra la prigione abita, nel 1978, una vedova, forse una certa Pennacchi, con un figlio. C’è una causa di sfratto nei suoi confronti per morosità. Ma lei non se ne vuole andare assolutamente. Poi, nella primavera del 1978, il colpo di scena. I due inquilini spariscono da quell’appartamento prima che la causa si concluda. E’ anche curioso il fatto che l’abbandono dell’appartamento, avvenuto in marzo, venga registrato solo in giugno di quell’anno. E, forse ancora più curioso, il fatto che i mesi non pagati di affitto vengano saldati tutti assieme. Un’altra testimonianza è quella dell’inquilina dell’appartamento sopra quello in cui si installano i servizi con le loro apparecchiature elettroniche. Si tratta di una professoressa, De Seta, che racconta di aver sentito più volte la sera dei “beep beep” tipici dei collegamenti radio. Ed infine, durante le indagini di Imposimato, nonostante la richiesta precisa ed esplicita, tutti gli inquilini sono chiamati a testimoniare, ma nessuno dell’appartamento 3 si presenta. Il 3 è quello sopra la prigione di Moro.
Pochi giorni prima dell’irruzione prevista, quelli di Gladio decidono di evacuare l’edificio e mandano via gli inquilini dei primi due piani. Questi vengono avvertiti con una lettera. Secondo Imposimato questo azzardo di farsi scoprire, mostra che in quel momento l’obiettivo è quello di salvare Moro, un gesto eroico per cui le tracce dell’azione possono venire alla luce senza problemi.
Solo quando si decide di non intervenire, ecco cambiare tattica: silenzio, omertà, distruzione di ogni prova. Come non capire, se per un mese si studia la strategia per liberare l’ostaggio e poi lo si lascia morire?
L’ordine di lasciar perdere porta un enorme sconcerto tra i militari di Gladio, considerando anche come sono stati usati i soldati di leva, poco più che ragazzini, mandati allo sbaraglio senza un minimo di preparazione. Ma i più sconcertati, secondo Puddu, sono gli agenti stranieri presenti. Questo dimostra come sia falso quanto raccontato da Cossiga davanti a giornalisti e magistrati, che siano i servizi stranieri a volere la morte di Moro.
Restano ovviamente alcune domande a cui rispondere. Perché il bliz, che i carabinieri del GIS sono pronti ad eseguire, con tanto di medico e ambulanza al seguito in previsione di un più che probabile conflitto a fuoco coi brigatisti, improvvisamente viene annullato? Gli uomini vengono avvertiti poco prima dell’ora X da un contatto a Forte Braschi, all’epoca il centro operativo dei servizi segreti militari. In questa caserma, durante il sequestro di Moro, arrivano più volte Andreotti e Zaccagnini. Cossiga invece manda un uomo di sua fiducia, l’onorevole Nicola Lettieri, il vice di Cossiga nel comitato di crisi. E’ ovvio quindi che il Ministro sappia tutto quello che accade a Forte Braschi e in via Montalcini.
Dal 20 marzo, per esplicita dichiarazione di Lettieri, Cossiga ha altri impegni. Ed è piuttosto strano che il ministro dell’interno, mentre il presidente del suo partito è tra la vita e a morte, abbia altro da fare.
Va aggiunto che Giovanni Ladu viene indagato per calunnia nel 2013 e che la magistratura sospetta che Ladu e Puddu siano in realtà òa stessa persona. Qui viene raccontata una storia, presa dal libro di Imposimato. Per ulteriori approfondimenti la rete è piena zeppa di informazioni. Sapere quali sono vere e quali no è un problema grande così.

Dalla camorra ad Arconte: altre stranezze

Credo sia noto che anche le grandi organizzazioni mafiose si interessano alla liberazione di Aldo Moro. Lo fa Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra, quando, latitante, offre allo Stato i propri servizi in cambio di uno sconto di pena. In quell’occasione incarica Nicolino Selis della banda della Magliana. Il covo viene presto scoperto (tra l’altro non è molto distante da quello della banda romana) e avviene così l’incontro con l’emissario di Cossiga. É sempre Lettieri a metterci la faccia. In quell’occasione consegna a Cutolo messaggi di ringraziamento di Cossiga e di Attilio Ruffini, messaggi rinvenuti quando Cutolo verrà arrestato dai carabinieri e poi misteriosamente spariti nel nulla. Ma a Cutolo arriva anche un messaggio forte di Vincenzo Casillo, altro affiliato alla camorra, che gli intima di lasciar perdere. I politici campani non vogliono entrarci. La frase lapidaria non ammette repliche: “Don Rafè, faciteve ‘e fatte vuoste”».
Anche la ‘ndrangheta calabrese partecipa alle operazioni. Il pentito Fonti, quello che ha raccontato un sacco di cose sull’organizzazione che affondava le navi dei veleni di fronte alle coste e sui traffici illeciti di rifiuti, lo spiega in una delle tante audizioni.
Fonti sostiene di aver saputo perfettamente dove si trova rinchiuso Aldo Moro nell’appartamento in via Montalcini. Il suo capo, Sebastiano Romeo, gli ordina di trovare l’indirizzo. Richiesta poi confermata dal segretario della DC Benigno Zaccagnini. Fonti si rivolge al suo contatto per i rifiuti, Pino. Ma è il Cinese della banda della Magliana ad indicargli l’appartamento. Alcuni contatti della ‘ndrangheta gli danno conferma e anche Giuseppe Sansovito, generale del SISMI e appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Insomma tutti lo sanno, mentre la nazione ascolta sbigottita i telegiornali che vomitano ore e ore di trasmissioni su Moro e le Brigate Rosse. Ma quando torna a S. Luca con l’informazione, il suo boss gli dice che i politici non hanno più interesse nella ricerca di Aldo Moro.
Sono informazioni piuttosto sorprendenti per chi crede ancora che le Brigate Rosse abbiano fatto tutto da sole. Tra l’altro, nei processi che seguiranno dopo l’arresto della maggior parte dei brigatisti, si viene a sapere che l’idea era quella di rapire Moro in un modo diverso, senza dover uccidere gli uomini della scorta. Ed erano parecchi mesi, almeno da gennaio che la colonna romana delle BR studiava il piani migliore per intervenire. Possibile che nessuno abbia subodorato niente? Possibile che i servizi segreti italiani, che sembrano sapere tutto in anticipo non siano intervenuti?
Sono domande belle e pericolose ed è qui che si inserisce la storia di un altro gladiatore, un appartenente alla struttura segreta Gladio. Il suo nome è Antonio Arconte, militare della Marina. Passa attraverso numerosi esami e addestramenti, che riguardano sì materie abbastanza logiche, come l’uso di apparecchiature radio, ma anche tattiche di guerriglia e superamento di complicati percorsi di guerra.
Poi, nel 1971, viene presentato al generale Miceli e al capitano La Bruna, i cui nomi abbiamo già incontrato. Lo ricordo: si tratta del capo e del suo vice dei servizi segreti militari italiani.
Arconte è ancora minorenne e non sa bene quello che gli sta per accadere. Non sa, ovviamente, nulla di Gladio, eppure viene inserito nell’organizzazione, passando attraverso alcune coperture. Infatti nel 1972 fa parte del Comsubin. Cos’è adesso questa nuova sigla?
Si tratta di un reparto speciale della marina, voluto da Francesco Cossiga. Andato a visitare a Londra le strutture di Scotland Yard, resta colpito dall’efficienza dello Special Air Service Regiment (quello invitato poi a sorvegliare la prigione di Moro come abbiamo visto). Sul modello di questo reparto, crea i NOCS della polizia e i GIS dei carabinieri e poi il Comsubin, il gruppo subacqueo della marina. Cossiga si vanterà varie volte di essere il padre di questi reparti e di aver finanziato coi soldi del ministero degli interni l’addestramento necessario.
Arconte dunque entra nel Comsubin e viene destinato ad una missione in Libia nel novembre del 1973. Non parte però, perché l’aereo che dovrebbe portarlo in Africa esplode in volo. Si tratta del famoso Argo 16, che era stato usato per trasportare il Libia un gruppo di terroristi arabi, accusati di aver progettato un attentato contro le linee aeree israeliane El Al. Che la bomba a bordo sia messa dal Mossad non è certo, ma molto probabile.
E’ il periodo del famoso “lodo Moro”, di cui ho scritto altre volte qui dentro. In pochissime battute, Moro aveva sottoscritto con Arafat e quindi con i palestinesi una specie di accordo di non belligeranza e questo testimoniava l’assenza o quasi di attentati nel nostro paese da un lato e dall’altro la benevolenza con la quale i terroristi venivano trattati. Questo chiarisce anche l’ostilità di Stati Uniti e Israele nei confronti di Aldo Moro.
Dunque Arconte non parte, è di stanza a Oristano fino al 1977. Riceve gli ordini direttamente dall’ufficio X di via 20 settembre 8. E’ l’ufficio in cui opera il capo di Gladio, il generale Vito Miceli e lo fa anche quando è indagato. Poi viene sostituito dal generale Gianadelio Maletti, tutti legati dall’appartenenza alla loggia P2.
Il 26 febbraio 1978, viene convocato a La Spezia, sede del comando Comsubin, e riceve un incarico. Va detto subito che Arconte è un tipo scrupoloso e conserva ogni documento che gli arriva, anche la lettera di convocazione, nella quale gli si chiede di eseguire una operazione “per le esigenze del Paese”.
Cosa deve fare? Portare una lettera a Beirut e consegnarla nelle mani dell’agente G219, dove G sta ovviamente per Gladio. Ci sono anche 5 passaporti falsi, con le intestazioni di persone incensurate e senza fotografia.
L ’agente G219 è il colonnello Mario Ferraro, che verrà suicidato alcuni anni dopo. E qui accade il patatrac. Arconte fa una cosa che non avrebbe mai dovuto fare: legge il documento. E’ del 2 marzo e così verrà chiamato: documento 2 marzo. Non sembra una cosa molto interessante; parla di Moro, ma il caso del politico democristiano non è ancora avvenuto e nessuno sa nulla di ciò che potrà accadere.
Ferraro è un tramite e consegna la lettera all’agente G216, il colonnello Stefano Giovannone, che abbiamo incontrato nei nostri racconti sulle questioni di armi e rifiuti in medio oriente.
La lettera, proveniente dal Ministero della Difesa, dice, oltre alle solite frasi di prammatica:
L’agente G219 è autorizzato ad ottenere informazioni di terzo grado e più, se utili alla condotta di operazione di ricerca contatto con gruppi del terrorismo [mediorientale] al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro.
Liberazione di Aldo Moro? Il rapimento avverrà solo 5 giorni più tardi e due settimane dopo che il documento è stato redatto. Strano, no?

Liberare Moro prima del rapimento? Strano!

ferraroDunque il documento che Arconte porta in Libano parla della liberazione di un prigioniero che prigioniero ancora non è. Come detto, è l’11 marzo 1978, mancano cinque giorni all’eccidio di via Fani e al rapimento di Aldo Moro. Perché mai si dovrebbe chiedere aiuto ai terroristi mediorientali per un fatto che ancora non è accaduto? Chi sapeva, fin dal 2 marzo, che l’onorevole Moro sarebbe stato rapito e si sarebbe dovuto fare qualcosa per liberarlo? Il Ministero della Difesa certamente, ma quale reparto nei meandri segreti di quel dicastero?
Un mistero molto, ma davvero molto misterioso.
Le domande su questo fatto sono moltissime. Intanto: quel documento è vero? O è un falso, creato apposta?
Se fosse vero, come è secondo il giudice Imposimato, la gravità di non intervenire è davvero pazzesca. Magari gli inquirenti non sanno chi, come e quando il rapimento avverrà. Del resto, a sentire Mario Moretti, era qualche anno che le BR avevano intenzione di sequestrare un politico democristiano. E, dopo aver escluso Fanfani e Andreotti, perché operazioni troppo complicate, avevano puntato proprio sul politico pugliese. Un vero arcano.
Resta anche il fatto che Arconte non avrebbe dovuto leggere quelle righe e che il documento avrebbe dovuto essere distrutto appena letto.
Ma torniamo ad Arconte. Il suo viaggio prosegue, assieme all’agente Mario Ferraro, che ha con sé l’originale del documento, verso Alessandria. Arconte, alias G71, scatta foto per documentare i traffici di armi destinati al Libano, poi proseguono per la Siria con compiti di osservazione sempre di traffici di armi. La questione Moro è lontanissima, ma le notizie arrivano anche a loro e i due, diventati nel frattempo buoni amici, cominciano a sospettare che dietro tutto questo di sia l’organizzazione internazionale Stay Behind e, in particolare, Gladio, cui loro stessi appartengono.
Arconte e Ferraro diventano così due agenti scomodi, pericolosi, pazzi e visionari. Come detto però, Arconte è uno preciso e ha documenti inoppugnabili che testimoniano il viaggio del 1978. I vertici militari e i politici dicono che quel documento è un falso. Ma dimostrarlo è la cosa più semplice del mondo. Basta interrogare i molti personaggi citati da Arconte: che gli ha commissionato il viaggio, chi l’ha imbarcato, il comandante della nave e così via. Eppure nessuna di queste semplici operazioni viene fatta. Perché?
Come detto il non intervento può essere giustificato dalla mancanza di informazioni precise sulle modalità dell’azione da parte delle BR. Del resto anche loro avevano vagliato molte ipotesi e numerosi erano i luoghi dove il sequestro poteva avvenire. Ma qualcuno, probabilmente molti, nelle istituzioni, sanno in largo anticipo, che il progetto esiste.
Incontriamo nuovamente Antonio Arconte alcuni anni più tardi, nel 1986, di ritorno dal Marocco. Si reca, come sempre all’ufficio X per fare rapporto al generale Maletti. Questi nel frattempo, accusato di aver depistato le indagini sulla strage di piazza Fontana, è fuggito in Sudafrica. Ma la sorpresa più grande per Arconte è che lui non esiste più tra i gladiatori; non fa nemmeno più parte del Ministero della Difesa. Congedato il 14 settembre 1973, si legge. Quel viaggio e le successive missioni non sono mai avvenute. L’agente G71 non è mai esistito.
Gli viene detto di sparire, ma Arconte è uno tosto e non vuole tacere. Deve resistere ad un tentativo di omicidio nel 1993 e ad accuse gravi di traffico di droga.
Resta l’amicizia con Mario Ferraro, che Arconte rivede all’EUR nel marzo 1995. In quell’occasione l’ex G219 gli consegna il documento 2 marzo originale. Quattro mesi dopo lo trovano impiccato al portasciugamani del suo bagno con la cintura dell’accappatoio. Un suicidio molto dubbio, ma a nessuno viene in mente di eseguire un’autopsia.
E’ allora che Arconte decide di venire allo scoperto e pubblica un libro, “L’ultima missione”, ricco di dati e di documenti inediti sull’attività di Gladio e sul caso Moro. arconte
Il documento 2 marzo viene bollato come falso da tutti gli interessati: servizi segreti, organi investigativi, Ministero della Marina e perfino dalla stampa, che non si sa proprio che razza di autorità possa avere se non quella di essere lo zerbino del potere.
E ovviamente da Francesco Cossiga. Lui, il capo in testa politico di Gladio, col suo fare da primo della classe, da quello che “so tutto io”, dichiara nel 2003 che quel documento è un falso, anche se prodotto da falsificatori molto abili. Ma cosa poteva saperne Cossiga che l’originale di quel documento non aveva mai visto?
Come può liquidare come non vero il timbro del ministero, la firma del capitano di vascello Remo Malusardi e il riferimento al G219, il nome in codice del capitano Ferraro? E come può aver fatto tutto questo Arconte, che nel 1978 non sa neppure dell’esistenza di Gladio?
C’è invece da dubitare e fortemente della bontà delle intenzioni di Francesco Cossiga, che di quel documento era a conoscenza fin dall’inizio, visto che all’epoca bazzicava spesso dalle parti del ministero della difesa. Ed è interessante notare che il personale importante di quel periodo era:
capo di Stato maggiore della Marina e capo dell’ufficio del personale ammiraglio Giovanni Torrisi, il suo vice, contrammiraglio Antonino Geraci, ammiraglio di squadra Marcello Celio, capitani di fregata Carlo Bertacchi, Bruno Di Fabio, capitano di corvetta Alessandro Boeris Clemen, contrammiraglio ausiliario Rubens Jannuzzi, ammiraglio di divisione ausiliario Aldo Massarini, ammiraglio squadra ausiliaria Giovanni Ciccolo, ammiraglio di squadra ausiliario Gino Birindelli. Tutti, senza esclusione alcuna appartenenti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.
Tutti, senza esclusione alcuna, appartenenti contemporaneamente alla Marina, alla Loggia di Gelli e a Stay Behind, al comando della quale ci sono in Italia il generale Vito Miceli, il ministro Cossiga e il presidente Andreotti.
Strano no?

Conclusioni

Siamo arrivati alla fine di questa storia sul caso Moro.
Qmorte uello che possiamo dire è che sembra, da quanto raccolto fin qui, che ai danni di Aldo Moro ci sia stato un vero e proprio complotto. Non c’è dubbio che tra le fila delle organizzazioni politiche, militari e segrete ci sia stata una componente che voleva davvero che Moro venisse salvato, ma, evidentemente, questa componente ha perso la propria battaglia. Agli altri, italiani e stranieri, tutto sommato, non è dispiaciuta la scomparsa di un politico così scomodo per motivi differenti, ma sempre rientranti nei propri interessi, e nulla è stato fatto per evitarlo. Certo, molte delle cose raccontate hanno un sapore di romanzo, o di un film, quei film di azione in cui i servizi segreti sono i cattivi e arrivano a distruggere propri agenti, per raggiungere uno scopo che ha sempre l’odore del mantenimento del potere.
La vicenda Moro assomiglia molto da vicino a quei film, ma, purtroppo, è un pezzo di storia, triste ed amara, della nostra nazione.
Questo non fa di Aldo Moro un politico buono in assoluto, ma, in questa vicenda, lui è solo una vittima del potere.

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NOTA: l'articolo non può essere considerato originale, ma un libero riassunto del libro di Ferdinando Imposimato "I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia".

Oggi parleremo di uno degli aspetti più controversi del rapimento di Aldo Moro nella primavera del 1978, ma prima di arrivarci facciamo il punto della situazione.
Il 1978, come anno intendo, comincia malissimo. Il 1° gennaio un aereo dell’AIR India esplode in volo non lasciando alcuno scampo ai 213 sfortunati che si trovano a bordo.
Il 7 gennaio vengono uccisi due militanti missini (un terzo lo ucciderà poco dopo la polizia durante le manifestazioni di piazza) il che innesca una sorta di faida che porterà alla morte di Franco e Iaio, militanti di sinistra e frequentatori del Leoncavallo a Milano.
Intanto continuano scelte decisamente poco democratiche (scusate l’eufemismo) da un lato da parte di Pinochet che nega ogni interferenza ONU e blocca ogni tipo di elezione per almeno altri otto anni e dall’altro in Cina, dove il partito comunista proibisce la lettura dei testi di Aristotele, Shakespeare e Charles Dickens.
É l’anno in cui la Francia continua imperterrita le prove di esplosione di ordigni nucleari a Mururoa, quello in cui la guerra tra gli irlandesi dell’IRA e gli inglesi continua a fare stragi, come nel caso delle 12 persone uccise da una bomba a Belfast.
É l’anno dei mondiali di calcio in Argentina, vergognosamente organizzati in un paese preda di una terribile e feroce dittatura, che si porterà via tra i 30 e i 40 mila oppositori o presunti tali, scomparsi nel nulla, appunto desaparecidos.
É, ancora, l’anno in cui in Vaticano cambiano molte cose. In estate muore papa Paolo VI, il milanese Montini. Al suo posto sale al soglio un veneto, il bellunese Albino Luciani, ma non vi si ferma molto, perché viene trovato morto nel suo letto dopo poco più di un mese di regno. I sospetti sulla reale causa della scomparsa rimangono, anche se per molti quella morte è più che sospetta. Al suo posto ecco il papa polacco Carol Woytila, la cui lunga reggenza sarà ricchissima di eventi positivi e negativi, dei quali ho parlato in questa trasmissione, nella puntata dedicata allo IOR.
Ci sono anche buone notizie, come quella che arriva dalla Spagna, dove quella nazione diventa ufficialmente una repubblica democratica dopo la lunghissima dittatura franchista.
E veniamo ai fatti di casa nostra.
All’inizio dell’anno il governo del paese è affidato ad un monocolore democristiano, guidato da Giulio Andreotti. É il suo terzo incarico, quello della solidarietà nazionale, quello che vede, per la prima volta, il partito comunista non opporsi alla formazione del governo, astenendosi nella votazione sulla fiducia. É anche il governo che presenta, novità assoluta per l’Italia, una donna come ministro. Si tratta dell’ex partigiana Tina Anselmi al Lavoro e Previdenza sociale.
Il parlamento è composto da una larga maggioranza democristiana, circa il 42% dei seggi, e da una altrettanto forte rappresentanza dei comunisti che raggiungono il 37%. I socialisti sono al 9%, tutti gli altri partiti sono molto deboli, a parte forse gli ex fascisti del Movimento sociale che ha il 4,5% dei voti.
Un nuovo governo viene approvato dalle camere il 16 marzo, poche ore dopo che Aldo Moro è stato rapito e la sua scorta sterminata. Il governo Andreotti IV, un nuovo monocolore, viene legittimato con un plebiscito. Anche il PCI vota a favore. La situazione drammatica svoltasi in via Fani ha giocato evidentemente un ruolo decisivo.
Dunque il 16 marzo succede qualcosa che nessuno in Italia dimenticherà più: il presidente del più forte partito italiano, la Democrazia Cristiana, viene rapito dalle Brigate Rosse, che lo terranno prigioniero per 55 giorni, prima di giustiziarlo e riconsegnare il corpo.
Il commando, molto ben addestrato, fa strage di Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, la sua scorta.
La morte di Moro avviene il 9 maggio 1978.
In questo periodo, detto del ruolo di Andreotti, quali altri personaggi sono al governo delle varie istituzioni del paese? La DC ha come segretario Benigno Zaccagnini, uomo della corrente di Aldo Moro, che uscirà distrutto come uomo e soprattutto come politico dalla vicenda del suo capo corrente.
RapimentoMinistro degli interni è Francesco Cossiga, che si dimette all’indomani della morte di Moro, sostituito dopo un breve interim di Andreotti, da Virginio Rognoni. Ministro della Difesa è Attilio Ruffini, siciliano, molto chiacchierato per via di suoi presunti collegamenti con la mafia.
Il Partito comunista italiano è nelle salde mani di Enrico Berlinguer, sicuramente il più illuminato leader che quel partito abbia avuto.
I sindacati, per così dire, di sinistra sono guidati: da Luciano Lama la CGIL; Luigi Macario, assieme a Pierre Carniti, la CISL.
Siamo sempre nel 1978 e, in estate, gli italiani sono chiamati ad abrogare con referendum il finanziamento pubblico ai partiti. La legge viene mantenuta, ma la quantità di “SI” all’abrogazione, oltre il 43%, fa capire che la fiducia dei cittadini verso i partiti sta rapidamente calando.
Lo stesso giorno in cui il corpo di Aldo Moro viene riconsegnato, in Sicilia viene ammazzato, dalla mafia di Tano Badalamenti, il giornalista Peppino Impastato.
Termina il processo ai vertici delle Brigate Rosse, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. Le condanne sono severe e ammontano, complessivamente per l’organizzazione terroristica, a più di 200 anni di carcere.
In Italia, intanto, viene approvata la legge sull’aborto.
A seguito dello scandalo Lookheed, il presidente della repubblica Giovanni Leoni si dimette. Paga con ogni probabilità colpe non sue, almeno non sui fatti di cui è accusato.
Al suo posto, e questa è la migliore notizia dell’anno, arriva al Quirinale Sandro Pertini.
Oggi vorrei raccontarvi una storia che parte proprio dalla vicenda Moro e cerca di capire se le Brigate Rosse siano davvero il nemico numero uno dello statista pugliese. Se volete che sia più esplicito: a chi e perché, tutto sommato, non dispiace affatto che Aldo Moro venga tolto di mezzo?

Moro è un pericolo! Per chi? Anzi … per chi no?

LibroAnalizziamo di seguito di seguito alcune tesi, che non è detto siano vere, ma sono sicuramente possibili e riguardano il clima interno e soprattutto internazionale collegato alla vicenda Moro. Ho usato in particolare il libro del giudice Ferdinando Imposimato, quello che ha seguito da magistrato la vicenda Moro dall’eccidio di via Fani al ritrovamento del corpo, ma anche quello che, successivamente ha cercato di capire cosa davvero era successo allora. Il libro si intitola “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”, è del 2013. Ferdinando Imposimato muore nel gennaio di quest’anno a 82 anni, dopo una vita dedicata alla lotta contro mafia, camorra, terrorismo, malaffare. Ha perso un fratello, Franco, assassinato dalla Camorra nel 1983. Usciremo presto dalla vicenda Moro, per capire il clima del periodo e analizzeremo altri omicidi terribili, ma fondamentali per capirci qualcosa.
La prima considerazione da fare è questa. Come si comporta il governo italiano di fronte al rapimento di Moro? La fermezza è la scelta: non si tratta coi terroristi, neppure nel caso di un così importante ostaggio per l’intera politica italiana. Che questa sia la strada giusta da seguire è convinzione non solo in quel periodo. Ancora oggi i più pensano che una vita può essere sacrificata per il bene della democrazia. Mi verrebbe da aggiungere “basta che non sia la mia”.
Partiamo dalle Brigate Rosse. Molti si chiedono chi ci fosse dietro questa organizzazione. Il giudice Imposimato afferma, alla fine degli anni ’70 “Dietro le Brigate Rosse ci sono solo le Brigate Rosse”. Un giudizio tranciante, sicuro, proprio come gli esiti della Commissione parlamentare che si occupa in quel periodo della vicenda Moro. Ma, col passare degli anni, quando nel 1991, si possono leggere i documenti secretati, questa opinione vacilla, e per Imposimato, nel frattempo entrato in Parlamento nelle file del partito comunista, diventa un’ossessione quella di capire come sono andate per davvero le cose in quei terribili momenti.
GiornaleCosì, rispolverando tutta la documentazione, ecco emergere quello che abbiamo visto in molte delle situazioni che ho descritto qui a Noncicredo. Mancano un sacco di documenti, sono semplicemente scomparsi. Ci sono interrogatori eseguiti e mai presi in considerazione. C’è un ruolo decisamente passivo dei servizi segreti, i quali ricevono soffiate su un probabile rapimento ben prima di quel 16 marzo. E c’è molto di peggio, come scopriremo verso la fine di questo articolo. Perché nessuno si è mosso?
Durante le indagini, il 20 marzo 1979, viene ammazzato Mino Pecorelli, altra vicenda che più intricata non si può. E dalle indagini emerge che il giornalista viene ucciso anche, non solo di intende ma anche, perché sapeva troppe cose sulla vicenda Moro.
E poi il suo partito, perché Moro, durante il lungo periodo di segregazione, scrive documenti importanti anche sulla Democrazia Cristiana. Tra l’altro ecco le sue parole:
Di questi problemi terribili e angosciosi, non credo vi possiate liberare anche di fronte alla storia, con la facilità, con l’indifferenza, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze. […] Se questo crimine dovesse essere perpetrato, si aprirebbe una spirale che voi non potreste fronteggiare. Ne saresti travolti. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d’Italia.
Dunque per Moro la decisione finale spetta al partito di cui è presidente, vale a dire ai vari Andreotti, Cossiga, Zaccagnini. Ma, secondo Imposimato, ci sono altri protagonisti, la cui azione influisce non poco sull’esito finale. Di questo si occupa questo lungo articolo.

L’emissario di Jimmy Carter: Steve Pieczenik

In particolare, gli Stati Uniti sono stati dentro la faccenda in modo clamoroso.
Non voglio anticipare troppo, ma se guardiamo a quel periodo, abbiamo visto quali sono le forze in campo in Italia. Dobbiamo aggiungerne un’altra, il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un intermezzo democratico, tra il post nixoniano Ford e i mandati del cowboy Ronald Reagan.
Steve PieczenikGli Stati Uniti hanno in quel periodo (e non solo in quello) probabilmente una tra le organizzazione di intelligence più preparate al mondo. So che non serve sottolinearlo, ma quando si parla di intelligence si intendono i servizi segreti. In questo caso la CIA.
Anche la CIA, tuttavia, deve seguire delle regole. Quando viene rapito Moro, al ministero degli interni c’è Francesco Cossiga. Costui, come di prassi in queste drammatiche circostanze, mette in piedi un comitato di crisi che gestisca la situazione. Arriva anche un super esperto dagli Stati Uniti, uno psichiatra, tale Steve Pieczenik, mandato a Roma direttamente da Jimmy Carter. Eppure le regole, tra l’altro ribadite solo pochi mesi prima, sono quelle di non inviare mai personale dei servizi di informazione all’estero a meno che non ci siano di mezzo la sicurezza o il pericolo per gli USA.
Ora, quale pericolo può mai presentare il caso Moro per Washington?
In realtà i pericoli sono più d’uno. Nonostante non ce ne siano per la NATO, il politico pugliese sa ogni cosa sulle operazioni Stay Behind e sull’emanazione italiana di questa, Gladio, di cui abbiamo parlato altre volte.
A vent'anni dai fatti, nel 1998, si sviluppa una pesante polemica politica, che riguarda alcune affermazioni di Pieczenik. Secondo lui, Moro avrebbe potuto essere salvato e restituito alla vita politica, ma sarebbe stato vittima di un "complotto ad altissimo livello" avente lo scopo di evitare che lo statista fosse liberato; dunque per lo psichiatra americano non c’è alcuna intenzione di liberare Moro, ma ci sono anche una serie di fughe di notizie che sarebbero arrivate perfino alle Brigate Rosse. Tutto questo lo convince che liberare Moro è impossibile e se ne torna a casa sua.
In realtà Pieczenik sparerà successivamente altre sue verità, che faranno il rumore di grosse bombe. In particolare quella sulla decisione di abbandonare Moro al suo destino. Sarebbe avvenuta verso la quarta settimana, quando le lettere di Moro cominciano a diventare disperate e si teme che possano uscire segreti importanti non solo italiani ma anche internazionali, come già detto a proposito dell’operazione segreta Stay Behind, finanziata dalla CIA e gestita dall’interno dei Servizi segreti italiani con il nome di Gladio.
A quel punto la sorte dello statista pugliese è decisa. Ma non dalle Brigate Rosse. Per il bene comune (e cioè per la segretezza degli affari da spie) Moro deve morire. La decisione, sempre secondo Pieczenik, è di Cossiga e, aggiunge, “credo, anche di Andreotti”.
Ecco allora che diventa legittimo chiedersi “Chi ha ucciso Aldo Moro?” o, per lo meno “A chi conveniva che Aldo Moro venisse ucciso?”.
Come sempre trovare la verità in queste vicende è terribilmente complicato. Si cercano appigli, documenti, dichiarazioni, si seguono le cose strane che sono successe navigando a tentoni dentro nebbie molto fitte, aumentate dal fatto che alcuni dei massimi responsabili dell’epoca (Andreotti, Cossiga, Zaccagnini) se ne sono andati per sempre e si sono portati i loro molti e pesanti segreti nella tomba.

I “bau bau” degli USA: URSS e comunisti italiani

bau bauSeguirò adesso i ragionamenti del magistrato Imposimato in una analisi che, così almeno credo, potrà lasciare interdetto qualcuno dei lettori.
La storia e la tragedia di Aldo Moro comincia molto prima di quel 16 marzo, con l’eccidio di via Fani, almeno dieci anni prima.
Ho già tracciato in altri articoli per sommi capi la storia degli anni ’60, sottolineando il ruolo importante negli Stati Uniti di John Kennedy, il quale tenta (al di là della brutta faccenda della Baia dei Porci e dei missili sovietici a Cuba), assieme al leader russo Cruschev, un’operazione difficilissima, che all’epoca viene chiamata “distensione”. Niente di straordinario, si intende, semplicemente il fatto che, pur essendo, anche come cattolici, fermamente anticomunisti, non si può demonizzare più di tanto una rivoluzione che comunque, nelle intenzioni, lotta per la liberazione di miliardi di persone nel mondo da un dominio feudale. Oggi nessuno si scandalizza, del resto il comunismo è scomparso da quelle terre e quindi non ci sono più discussioni da fare. All’epoca tuttavia le cose sono un po’ più complicate. L’Unione Sovietica è il bau bau e i comunisti lo sono altrettanto. Negli Stati Uniti, poveri cari, lo sono ancora, anche se per cercare dei comunisti veraci la ricerca è lunga e difficoltosa. E dunque John Kennedy viene visto, nei suoi ultimi anni di vita, come un sinistrorso, uno che vuole stringere alleanze coi comunisti, uno che vuole abbattere i sani principi di quell’America che si è sempre dipinta come un baluardo della libertà. Oggi sappiamo che è proprio così: è un baluardo della libertà, ma solo della propria libertà di fare e disfare a piacimento quello che crede, poco importa di che colore è il presidente o di che partito. Ne abbiamo viste di tutti i colori e non siamo così ingenui.
Dall’altra parte dell’Oceano, da noi, gli anni ’60 sono quelli del boom economico, che riempie la pancia degli italiani (o quanto meno di una buona percentuale di loro). E così, soddisfatte le esigenze primarie, c’è più tempo per pensare anche ai propri diritti, alle disuguaglianze sociali ed economiche, a richieste di più ampio respiro nella scuola, specie nelle università gestite da inqualificabili baronie e nelle fabbriche.
La Democrazia Cristiana, partito di super-maggioranza, comincia a subodorare qualcosa e qualcuno pensa di dover evitare uno scontro troppo duro, scegliendo il male minore, che è quello di coinvolgere nella gestione dello stato i partiti che, nel parlamento, siedono vicini a quelli democristiani: repubblicani, socialdemocratici e socialisti.
NenniIl partito socialista, in particolare, è, all’epoca, ancora un partito di sinistra, guidato da una icona dell’antifascismo, un eroe della resistenza, Pietro Nenni. Dopo un primo tentativo di Amintore Fanfani è proprio Aldo Moro a varare il primo vero centrosinistra italiano. C’è dentro come vicepresidente Nenni, c’è il socialdemocratico Saragat e altri ministri dei partiti non democristiani. Una svolta, non c’è dubbio, che mette in subbuglio la piccola borghesia italiana, che vede uno scivolamento verso il Partito Comunista, già allora seconda formazione come voti e il più attivo sul territorio. La destra del partito di maggioranza farà alcune scelte clamorose, come l’elezione del Presidente Segni grazie ai voti del MSI, il partito neofascista. Il subbuglio travalica il mare perché anche agli americani, anzi alla CIA, a gran parte dell’economia e della politica la scelta di Moro sembra scellerata. Teniamo presente che l’Italia è terra di confine con il blocco socialista e presenta, come detto, un Partito Comunista forte ed agguerrito. Come si fa a non aver timore di terribili conseguenze per la NATO e per tutta la politica che la CIA ha elaborato, assieme alla DC e alla mafia, per il nostro paese?
Con questa situazione ecco che John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, arriva a Roma; incontra Moro per testimoniargli la sua fiducia in quel tentativo e dare, di fatto, la propria benedizione al centrosinistra italiano.
Ora, mettere così strettamente in relazione i due omicidi, del resto avvenuti a distanza di parecchi anni, può sembrare esagerato e, anzi, lo è di sicuro, ma ci sono, nel libro di Imposimato, alcuni passaggi che meritano attenzione.
Il lavoro di Imposimato ha attraversato vicende di grande importanza. Tra queste quella relativa all’attività di Michele Sindona, ammanicato da un lato con la mafia, dall’altro con lo IOR e il Vaticano, e ancora con i Servizi segreti italiani. Nel 1981 Imposimato sta lavorando appunto al caso Sindona e lo fa in collaborazione con l’FBI, dal momento che le accuse contro il banchiere siciliano, prevedono, oltre al sequestro e ricatto a Roma e all’omicidio Ambrosoli a Milano, anche la bancarotta fraudolenta negli Stati Uniti.
Dunque in quel periodo Imposimato entra in contatto con gli ambienti della diplomazia americana. Tra l’altro, essendo stato per anni bersaglio dei comunicati delle Brigate Rosse, è una figura anticomunista e quindi vista con favore e ammirazione dall’amministrazione di Washington. Egli partecipa spesso a rincontri, anche mondani, all’ambasciata USA. E proprio in una di queste occasioni incontra un uomo, chiamato Louis, ufficialmente addetto all’ufficio legale, ma rivelatosi successivamente un agente della CIA. I dialoghi tra i due, riferiti da Imposimato sono interessanti e inquietanti. Ad esempio, Louis dice: “La morte di Moro è stata un bene per l’Italia e gli Stati Uniti. Non era amato né da Kissinger, né dagli americani. Moro, come Kennedy, dialogava troppo con i comunisti.” A noi sembra che dare del filocomunista a John Kennedy sia una vera eresia, ma gli americani hanno altri parametri rispetto ai nostri. Tutto ciò che esce dal liberismo più integrale è sospetto di comunismo. Ancora oggi, voglio dire.
Altra frase citata di Louis: “I russi sono pericolosi in tutto il mondo. Ci hanno portato il comunismo in casa. A Cuba. Tutta l’America Latina è diventata una polveriera, piena di odio per gli americani, gli yankees! Se fosse stato rieletto Kennedy, sarebbe stato una rovina per l’America.
Certo che si tratta di affermazioni pesanti, perché a guardare bene se ne potrebbe dedurre che sia l’uccisione di Kennedy, sia quella successiva di Moro, siano state quanto meno “benedette” dall’establishment americano, dalle lobby commerciali ed economiche, dagli eserciti e, ovviamente, dai servizi segreti.
Del resto, mentre Kennedy viene osannato all’estero, in patria ha vita veramente difficile. Molte sue leggi vengono bloccate dal congresso. La battaglia per i diritti civili gli attira l’ira dei conservatori del Sud, anche quelli del suo partito. Ed è proprio una grana esplosa nel partito democratico del Texas a portarlo a Dallas quel fatidico 22 novembre del 1963.

L’omicidio di JFK: cosa c’entra? … c’entra, c’entra!

JFKDunque siamo a Dallas, il 22 novembre del 1963. Credo tutti sappiano come si sono svolti i fatti. Un uomo, Lee Osvald, con un fucile di precisione, spara i colpi che colpiscono Kennedy e lo fanno morire. Due giorni dopo, Osvald viene ammazzato da Jack Ruby, sotto lo sguardo esterrefatto di cento poliziotti e di 50 milioni di telespettatori. Ruby è condannato all’ergastolo, ma muore di cancro qualche anno dopo, nel 1967.
Questa catena di morti viene analizzata da una commissione apposita, la commissione Warren. Ma i suoi lavori si basano pesantemente su un precedente rapporto, stilato dall’FBI, diretto all’epoca dal potentissimo J. Edgar Hoover. Un dossier perfetto solo formalmente, mentre in realtà è pieno di inesattezze, di lacune, di menzogne. Non che la commissione Warren sia composta da amici stretti di Kennedy, anzi, la maggior parte di loro ha, per usare un eufemismo, qualche risentimento contro il presidente.
Il fatto che Imposimato sottolinea è che nessuno in quella commissione ha né la voglia né la forza di analizzare altre piste che non siano quelle dettate da Hoover, massone di grado superiore agli altri numerosi massoni inclusi nella commissione Warren e quindi praticamente intoccabile. Così a nessuno viene in mente di pensare ad un eventuale complotto e solo diversi anni più tardi ci si renderà conto di quanto poco professionale sia stata l’indagine e quindi il rapporto finale di Warren. Il risultato è che l’unico colpevole è Lee Osvald, ed essendo morto, il discorso si chiude là.
Ma le segrete storie dei servizi americani in quel periodo sono molte e a volte sorprendenti.
C’è, ad esempio, un accordo, ovviamente illegale, tra CIA e mafia, per uccidere Fidel Castro, con la prospettiva, sulla base dello stesso accordo, di far fuori anche Kennedy. La CIA è sempre stata contraria alle politiche kennediane.
C’è un personaggio, agente CIA e massone, che, nel 1962, arriva a Roma, prende contatto con Licio Gelli, proponendo l’unificazione della massoneria italiana. Secondo la commissione di indagine sulla P2, chiede, in cambio dei suoi servizi, una serie di impegni di carattere politico, tra cui il contrasto all’elezione di Kennedy a presidente USA del 1964.
Questa proposta viene accettata e diventa uno dei motivi per molto di quello che avverrà successivamente. CIA, massoneria, mafia, terrorismo nero, uniti per sconfiggere il comunismo. I mezzi? Attentati, stragi, omicidi individuali. Aldo Mola, il più grande studioso della massoneria al mondo, scrive:
Alla gran loggia di Francia (…) si sottoscriveva la dichiarazione resa dal fratello Warren, quello che con l’altro massone Hoover, già capo dell’FBI, concorse per seppellire l’uccisione di John Kennedy a Dallas sotto migliaia di pagine.”
 […] «Mi è stato domandato se l’appartenenza al Partito comunista comporti una condotta antimassonica: la mia risposta è sì!», disse Warren. Ciò significava che l’appartenenza alla grande fratellanza giustificava un’azione preventiva contro l’avanzata del totalitarismo dell’URSS e dei suoi alleati in Occidente, tra cui l’Italia.”
C’è anche un altro fatto curioso e strano. Il governatore del Texas, all’epoca dell’assassinio di Kennedy, è John Connally. Il suo braccio destro è Philip Guarino, un prete spretato, massone, legato alla CIA, a Cosa Nostra e al Pentagono, amico personale di due personaggi importanti dell’intera vicenda: Licio Gelli e Michele Sindona. Quest’ultimo, come ben sappiamo, legato ai vertici della mafia, in particolare Lucky Luciano, Luciano Liggio e Stefano Bontate.
Bene, Connelly aveva pregato Kennedy di cambiare il proprio itinerario, evitando il passaggio per Dallas. Una coincidenza? Una premonizione? O l’avvertimento che qualcosa di grave sarebbe successo e lui ne era informato?
Insomma nelle analisi sull’omicidio Kennedy molto è stato omesso, dimenticato o sottovalutato. Come i rapporti tra Lee Osvald e le agenzie di sicurezza, CIA e FBI, di cui Hoover è molto bene informato e mente spudoratamente quando lo nega nel rapporto. O il fatto che anche Jack Ruby aveva legami piuttosto stretti con Cosa Nostra, cosa questa dimostrata dal fatto che era stato proprio lui a portare i soldi a Cuba, per corrompere un importante funzionario e liberare così il capomafia Santo Trafficante, uno dei nemici giurati di John Kennedy. E poi c’è la lobby del petrolio che a Kennedy gliela giura senza tanti giri di parole.
Insomma il presidente nel 1963, con la prospettiva di essere rieletto l’anno successivo, è un personaggio decisamente scomodo per molte persone e per organizzazioni potentissime come la mafia, la massoneria, le lobby, i servizi segreti. E scusate se è poco.
E l’Italia? Cosa c’entra il nostro Paese con questi affari interni agli Stati Uniti? Abbiamo già visto che la lotta al comunismo in Italia è fondamentale per due motivi: la vicinanza con il blocco socialista e la presenza di un forte partito comunista, che potrebbe prendere il potere di fronte ad un cedimento dei suoi oppositori.
Così nasce una rete che coinvolge la CIA, Licio Gelli (e quindi i massoni) e la mafia. Del resto è cosa nota il legame stretto tra Gelli e Pippo Calò, di cui ho parlato nella puntata sul rapimento di Emanuela Orlandi, il cassiere della mafia siciliana, quello che teneva in riga a Roma perfino la banda della Magliana.
É Cossiga a rivelare queste trame, quando spiega che la sua adesione alla P2 era solo un modo per avere buoni rapporti con i membri del Governo degli USA, «i quali incaricarono Gelli, che io conosco bene, di organizzare la lotta al comunismo». Il potere di Licio Gelli andava ben oltre quella di un qualsiasi Venerabile Maestro. Era dentro i servizi segreti italiani e ad un livello molto elevato. É il tramite attraverso il quale la CIA e la massoneria americana influenzano le decisioni anche italiane. Questo è quello che emerge dalle conclusioni della commissione parlamentare sulla P2 diretta da Tina Anselmi
E Imposimato commenta:
Certo, la molla che spinse Gelli ad agire fu l’esigenza di contrastare l’avanzata del comunismo, la “partitocrazia”, e di colmare un «vuoto istituzionale e l’assenza di legittimazione del sistema politico e sociale». E la P2 svolse un ruolo di supplenza politica per «reagire alla incalzante minaccia dell’occupazione di settori importanti di potere da parte di un partito (il PCI) una cui consistente quota non nascondeva di mirare al ribaltamento della collocazione internazionale politico-militare dell’Italia».
La stessa minaccia che Gelli e la massoneria americana videro nelle scelte di governo di Kennedy.
Ed ecco di nuovo l’aggancio tra la situazione del ’63 con Kennedy e quella del 1978 con Aldo Moro.

L’assassinio di Bob Kennedy

Bob KennedyA metà strada tra i due omicidi eccellenti di cui ho parlato finora se ne colloca un terzo, forse meno reclamizzato dalla stampa e dalla storia, ma ugualmente importante per gli sviluppi di cui ci stiamo occupando. Mi riferisco all’assassinio di Robert Kennedy, fratello di John, ministro della giustizia, candidato democratico alle elezioni del 1968 e, con grandissima probabilità, futuro presidente americano al posto del repubblicano Richard Nixon.
Robert, Bob per tutti, cade sotto gli spari di pistola di un immigrato giordano, mandato, secondo gli inquirenti, dal sindacalista Jimmy Hoffa, per farla breve un gaglioffo disonesto che si impantanerà in relazioni con mafiosi della peggior specie. Il suo sindacato viene contrastato ferocemente dai Kennedy (tutti e tre, John, Bob ed Edward), sicché una qualche sete di vendetta può anche esistere.
Ma in quell’omicidio c’è qualcosa di molto strano. L’autopsia infatti rivela che i colpi che uccidono Bob Kennedy non sono quelli di Sirhan, che si presenta di fronte al politico con una pistola di bassa qualità, che tiene 8 colpi. I proiettili sono in tutto 13 e quelli mortali non provengono dal davanti. Chiunque, con queste semplici constatazioni, concluderebbe che qualcun altro nello staff di Bob Kennedy abbia premuto il grilletto e che parlare di complotto sia la cosa più sensata del mondo.
Chi ha, questa volta, interesse ad eliminare un altro Kennedy?
C’è la mafia, che Bob rincorre e indaga durante tutto il suo mandato di ministro della giustizia, non ricevendo peraltro alcun aiuto dal solito Hoover, capo dell’FBI, che pensa alla mafia certo non come un cancro da estirpare, neppure quando si scopre il famoso meeting di Apalachin, quando la quasi totalità dei boss mafiosi americani e siciliani si incontrano nella tenuta di Joseph Barbara, ma vengono scoperti dalla polizia e molti si essi arrestati.
Bob Kennedy, nonostante l’evidente ostilità di Hoover, prosegue la sua battaglia, potendo contare anche sul primo grande pentito della mafia, Joe Valachi. Nasce così la lista dei boss mafiosi e dei sindacalisti controllati dalla malavita.
Il 12 luglio del 1961, l’FBI, su ordine di Robert Kennedy, ferma, all’aeroporto di Chicago, Sam Giancana e la sua amante. Alcune piste indicavano proprio nel boss mafioso il mandante dell’omicidio di John Kennedy. In quella occasione Giancana minaccia di rendere pubblici alcuni segreti sul presidente JFK, ma Bob non si lascia ricattare. E la sua offensiva da risultati strepitosi: nel 1962 ci sono 127 rinvii a giudizio di mafiosi, e 74 di loro sono condannati. Dopo pochi mesi, ne rinvia a giudizio altri 350, 138 dei quali sono condannati. Mano a mano che la lotta alla mafia da risultati positivi, aumenta l’odio di Cosa Nostra americana e di quella italiana che vedono minacciati i programmi di “lavoro” concordati a Palermo e Apalachin nel 1957.
Le intercettazioni delle discussioni sono chiarissime. Si parla senza mezzi termini di eliminare Bob Kennedy una volta per tutte. Figurarsi cosa potrebbe succedere se diventasse presidente. 
Del resto il ruolo della mafia è centrale nelle scelte politiche anche di casa nostra. Nel libro di Cangini del 2010 “Fotti il potere”, Cossiga dice: «il potere mafioso, camorrista e ’ndranghetoso non ci sono estranei» e andavano «accettati», e ancora «la mafia quando diventa un fatto di infrastrutture, cessa di allarmare e di indignare.”
Insomma la politica deve adeguarsi alla situazione.

I servizi segreti, la CIA e Gladio

Ho già spiegato nell’articolo sul SIFAR di come la CIA abbia praticamente messo in piedi i servizi segreti italiani nel dopoguerra, arruolando persone giuste (anticomuniste e spesso provenienti dalle strutture del passato regime fascista) e dotando il neonato SIFAR gladiodi regole americane. Addirittura nel 1954 la CIA compra un vasto appezzamento in Sardegna, dove verrà poi costruita quella base di Capo Marrargiu, che avrebbe dovuto avere un ruolo di detenzione dei politici arrestati durante il golpe De Lorenzo del 1964.
Ho anche già raccontato del ruolo della CIA nella costituzione di Gladio, l’emanazione italiana dell’operazione Stay Behind, un insieme di gruppi clandestini che avrebbero dovuto operare alle spalle del nemico una volta che l’armata rossa avesse invaso il paese.
Ma il problema degli americani non è solo di tipo militare. Il partito dominante, la Democrazia Cristiana, è un insieme di anime così diverse, che la rendono instabile e non garantiscono una governabilità continua e indirizzata nel modo giusto, cioè con grande spirito anticomunista. La CIA individua in Aldo Moro il responsabile di questa instabilità, bollandolo con la solita superficialità tipica dei militari e degli statunitensi, come marxista. Vanno quindi messe in piedi operazioni diverse, arrivando fino all’omicidio.
La cosa forse più curiosa è che queste decisioni, così poco democratiche, vengono regolarmente registrate su tutta una serie di documenti, che negli anni ’90 potranno essere letti da tutti, a seguito della desecretazione degli stessi. Forse i servizi pensavano di essere intoccabili.
Nel 1954 uno di questi documenti prevede la costituzione di “comitati di esperti” con la presenza di un militare. La stranezza, in questo caso è che tocca agli ambasciatori americani organizzare questi comitati anche all’estero e segnatamente in Italia e Francia. É da qui che nasce l’idea, promossa da Cossiga e appoggiata da Andreotti, del comitato che gestirà il sequestro Moro, immediatamente dopo la strage di via Fani.
E poi c’è tutta la storia di Gladio, la cui nascita viene ufficializzata il 28 ottobre 1956 da un accordo tra il capo di stato maggiore della difesa, generale Aloja e la CIA, anche se la parte, diciamo così pratica, viene approvata in settembre da rappresentati del SIFAR e della CIA.
Cosa può fare Gladio? Quali sono le sue missioni?
Oltre a difendere il paese dall’invasione sovietica, gli obiettivi interni sono chiarissimi: impedire la costituzione di governi di centrosinistra e mantenere l’Italia all’interno della NATO.
L’organizzazione di Gladio è un affare serio. Oltre a reclutare centinaia di uomini, vengono creati dei formidabili depositi di armi, provenienti dagli Stati Uniti, in appositi siti segreti, chiamati NASCO, alcuni di questi addirittura all’interno delle caserme dell’esercito o dei carabinieri. Se qualcuno ha letto l’articolo su Alcamo Marina, ricorderà che proprio in quella zona era stato scoperto uno di questi depositi e quella scoperta aveva collegato la strage di Alcamo alle azioni di Gladio.
Quando il giudice istruttore Leonardo Grassi si occupa delle indagini sulla strage di Bologna e dell’Italicus, scopre che l’assassinio di leader politici in USA e all’estero è prassi abituale della CIA e delle sue emanazioni.
E, ancora una volta, ci sorprendiamo dal fatto che sia tutto diligentemente trascritto in documenti che prima o poi vengono alla luce. Ecco, per fare un esempio, una direttiva del generale Westmorland del 1970, quando è capo del personale dell’esercito americano in Italia.
“Le operazioni in questo particolare campo sono da considerarsi strettamente clandestine, dato che l’ammissione del coinvolgimento dell’Esercito USA negli affari interni dei Paesi ospiti è ristretta all’area di cooperazione contro l’insorgenza o le minacce di insorgenza. Il fatto che il coinvolgimento dell’esercito USA sia di natura più profonda non può essere ammesso in alcuna circostanza.”
Beh, ci mancherebbe altro che si venisse a sapere che l’esercito statunitense collabora a far fuori uomini politici o a fomentare disordini quando non direttamente dei colpi di stato.
C’è un libro, che trovate in rete sia sotto forma di e-book che come usato, intitolato “Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere”, scritto da un ex agente della CIA, poi politico e scrittore, Jesse Ventura, che contiene 63 documenti segreti su birichinate (passatemi l’allegro eufemismo) compiute dai servizi segreti americani.
C’è un paragrafo che sembra il vademecum del perfetto sicario che ammazza un politico importante. É come leggere l’esecuzione a Dallas di J F Kennedy.
Sempre per restare in termini di documenti redatti, eccone un altro. L’autore è Guido Giannettini, chiamato agente Z. Il documento salta fuori durante le indagini sulla strage di piazza Fontana del 1969 a Milano. Ve ne leggo un passaggio:
“La CIA non è né di destra, né di sinistra. È un’agenzia di sicurezza del governo degli Stati Uniti con una vasta organizzazione e attività colossali. I 500 milioni di dollari all’anno di bilancio l’hanno convertita in un mostro il cui controllo è sempre più arduo. Questo denaro ha unto tanto governi di sinistra quanto di destra. […] La CIA ha sempre operato in stretto contatto con il governo e l’amministrazione politica americana.”
Nello stesso rapporto ci si riferisce al presidente Johnson, subentrato a Kennedy dopo l’assassinio di questi. E si dice chiaramente che o fa quello che vuole il potere invisibile o lo si obbliga a rinunciare all’incarico. E si attacca duramente Robert Kennedy, definito, tout court, un marxista. Secondo i più autorevoli storici quel potere invisibile è rappresentato dalla massoneria. Non è così strano pensare all’assassinio di Robert Kennedy come una conseguenza di questo clima.

Il centro, la sinistra e il compromesso storico

Eliminati i due grossi problemi a casa propria, era ora di volgere lo sguardo in Europa, dove, come spiegato prima, Aldo Moro stava agendo davvero male, con quella sua mania di aprircompromesso storicoe a sinistra il fronte politico italiano.
Siamo nel 1969 e Kissinger, ministro degli esteri USA, arriva in Italia assieme al suo presidente Nixon. Qualche anno più tardi, ricordando questa visita, dice:
“Vi erano molte ragioni per interessarsi della politica interna italiana: nel 1963 gli Stati Uniti decisero di sostenere l’apertura a sinistra il cui obiettivo si identificava in una coalizione tra i socialisti di sinistra e democristiani: la cosa, almeno così si sperava, avrebbe isolato i comunisti. Gli esiti ultimi della coalizione si rivelarono, a distanza di dieci anni (1973) diametralmente opposti a quelli sperati. Lungi dall’isolare i comunisti, l’apertura a sinistra (di Moro, n.d.a.) li fece diventare l’unico partito di opposizione vero e proprio. Distruggendo tutti i partiti democratici più piccoli, l’esperienza di centrosinistra privò il sistema politico italiano della necessaria elasticità. Da qui in poi tutte le crisi di governo avrebbero avvantaggiato i comunisti.”
In effetti il centrosinistra italiano degli anni ’60 non fa che rafforzare il PCI, portandolo, nel 1964 ad una quota del 34% dei voti e a candidarsi, pertanto come partito di governo nazionale, mentre già molte regioni sono rette da giunte comuniste.
É da qui che parte l’offensiva americana contro Moro, sempre più violenta e, decisamente, senza esclusione di colpi.
Si comincia nel 1974, una settimana prima che Aldo Moro, come ministro degli esteri, accompagni il presidente Giovanni Leone in un viaggio negli Stati Uniti. Gerald Ford, repubblicano e massone, probabilmente sotto suggerimento di Kissinger, se ne esce tranquillo dicendo che effettivamente gli americani erano intervenuti in Cile per favorire il colpo di stato di Pinochet, perché avevano fatto, testuale ciò che “gli USA fanno per difendere i loro interessi all’estero.”
Kissinger, dopo l’arrivo della delegazione italiana dice: “Ci rimproverate per il Cile. Ci rimproverereste ancora più duramente se non facessimo nulla pgiornalier impedire l’arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri Paesi dell’occidente europeo
All’epoca il governo è un centrosinistra guidato da Mariano Rumor, che sarà ministro anche sotto i governi Moro prima del rapimento di via Fani.
Le minacce diventano sempre più dirette. La moglie di Aldo, Eleonora Moro, racconta di un uomo che spaventato le riferisce questa frase: «Onorevole Moro, lei deve smettere di perseguire il suo disegno politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui o lei smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere». É appena di ritorno dagli USA, ma non rivela chi l’ha detta.
Ma c’è anche di peggio.
Nell’articolo sullo scandalo Lokheed, abbiamo visto che, per vendere una partita di caccia, l’azienda statunitense versa una forte mazzetta ad un importante politico italiano, chiamato in codice Antelope Cobler.
Per questo scandalo finiscono nel mirino della giustizia numerosi personaggi, i condannati Gui e Tanassi, ma anche Rumor, il presidente Leone e Aldo Moro, poi scagionati da ogni addebito.
Le indagini sono condotte anche da una Commissione del congresso americano, che, tra le altre cose, scopre che la CIA elargisce ai partiti anticomunisti e loro affiliati la bella cifra di 65 milioni di dollari in quindici anni. Ricordiamoci che i milioni di quegli anni sono diversi, più di 4 volte più importanti di quelli di oggi.
É Randolph Stone, braccio destro di Kissinger, massone, iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli (tessera 899) e capo della stazione CIA di Roma a lanciare l’attacco a Moro. In suo aiuto arrivano due ambasciatori: John Volpe e Luca Dainelli, il quale fornisce alla stampa la notizia che, dietro Antelope Cobler, si cela l’onorevole Aldo Moro.
Il 14 e 15 marzo 1978, alla vigilia del rapimento di Moro, il Corriere della Sera pubblica due notizie a tutta prima pagina. Mentre nella prima si dà conto di questa voce su Moro, considerandola un diversivo, che ha solo fatto perdere tempo agli inquirenti, nel secondo, quello del 15 marzo, si trova scritto:
Le ultime fasi dell’inchiesta sono state movimentate invece da un altro episodio nato da una intercettazione telefonica […] coinvolgendo in prima persona l’attuale presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. A fare il suo nome e a identificarlo in Antelope Cobler è stato un ex diplomatico, Luca Dainelli, già ambasciatore italiano in estremo oriente, successivamente dimissionario
Si tratta quindi di una pista, non più di una illazione irragionevole da buttare alle ortiche.
Dainelli conferma alla Consulta la sua versione, dicendo che l’informazione gli è arrivata da fonti sicure: un giornalista, un ambasciatore e un agente della CIA.
In realtà la notizia arriva, all’ambasciatore Volpe, direttamente dagli uffici del Segretario di Stato USA, Henry Kissinger.
Questo fatto significa la distruzione della carriera politica di Moro e, decisamente, la fine di ogni possibilità di centro sinistra o, visti i tempi, di cominciare a pensare a quel compromesso storico, che Moro e il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, stanno cercando di mettere in piedi.
Chiudo leggendo qualche riga del libro di Imposimato a proposito di queste accuse. 
“Anche io all’epoca avevo avuto il dubbio, insinuato da quelle testimonianze, che lo statista fosse realmente coinvolto nello scandalo. E questa notizia va tenuta ben presente a sostegno della tesi che esisteva uno schieramento politico-massonico e d’intelligence di vasta dimensione, che aveva interesse alla distruzione dell’immagine di Aldo Moro, in vista del sequestro che i congiurati sapevano imminente.”

Anche i sovietici si mettono in fila

Ho detto prima del rapporto tra Moro e Berlinguer. La politica di quest’ultimo, all’epoca, viene definita “Eurocomunismo” con un sempre più deciso distacco dalle scelte, molto opinabili per gli stessi comunisti italiani, di Mosca. Questo fatto non può certo far piacere ai sovietici, tenuto conto anche che il PCI è il più grande partito comunista d’Occidente. Così, durante il sequestro Moro, la Pravda, il giornale ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, scrive che «l’eurocomunismo propugnato da Berlinguer serve gli oscuri obiettivi della reazione, il discredito del regime socialista, della politica del PCUS e degli altri partiti fratelli. Di fronte a tutto questo, noi non possiamo restare indifferenti».
Ecco quindi che si apre un secondo fronte. Dopo la pista americana, che ho cercato di tratteggiare oggi, si apre un possibile nuovo fronte, quello sovietico. Ma di questa storia avremo modo di parlare nella seconda parte di questo articolo.
E, mentre il mistero si infittisce, diventa sempre più attuale, la domanda: “Chi ha ucciso Aldo Moro?

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NOTA: l'articolo non può essere considerato originale, ma un libero riassunto del libro di Ferdinando Imposimato "I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia".

Gli anni ‘60

SifarLa nostra storia comincia negli anni ’60. Sono anni difficili da valutare, perché chiunque come il sottoscritto, li abbia vissuti, ne ha un’immagine romantica, in cui gli aspetti positivi giganteggiano e ho il sospetto che la giovane età di chi li racconta non sia estranea a tanta clemenza.
Quello che si può dire è che è stato sicuramente un decennio di enormi cambiamenti, sia da un punto di vista della vita delle persone che da quello sociale e politico.
Credo non serva un lungo discorso per ricordare come tutto è cambiato anche per gli italiani, intenti a firmare cambiali per comprare la vespa o la prima cinquecento. Dall’altro lato è il periodo che vede molti giovani scender in piazza per rivendicare un ruolo da protagonisti, con una visione differente della vita rispetto a quella dei propri genitori, dei matusa (come si diceva all’ora), responsabili degli orrori della guerra, della fame e della povertà.
Erano anni in cui tutto era possibile: un mondo migliore non era una frase retorica e poetica. La stragrande maggioranza dei ragazzi ci credeva davvero e faceva progetti sul proprio futuro. Che poi siano naufragati miseramente non toglie a quelle iniziative una grande importanza.
C’era, di là dell’oceano, la generazione che partiva per il Vietnam, una guerra assurda, combattuta a 20 mila km di distanza, che si rivelerà un clamoroso flop sia da un punto di vista geopolitico che per l’enorme numero di vittime statunitensi.
In Italia a dominare la scena politica è il partito della Democrazia Cristiana. É presente ovunque ed è ammanicata, si dice, con tutti i poteri forti presenti nella nazione. Con il Vaticano perché scudo contro i senzadio comunisti ed infatti il simbolo è uno scudo con una croce. Con l’economia che sostiene con aiuti di vario genere, usando i soldi dei cittadini, i quali, ovviamente, niente sanno di tutto questo. Ma, accadrà, che legami meno ufficiali si innestino in questo partito: con la mafia ad esempio.
Le manifestazioni di piazza sono, con ogni probabilità, un segnale anche per la Democrazia Cristiana che qualche modifica va fatta e così si comincia a pensare di coinvolgere il Partito socialista italiano, guidato da un eroe della resistenza, come Pietro Nenni, che sarà per diversi anni il vice del capo del governo Aldo Moro. Insomma nasce il cosiddetto centro-sinistra. Si badi bene che, nonostante l’assonanza, quel centro-sinistra non ha nulla a che fare con quello odierno, del resto praticamente scomparso dopo le ultime elezioni politiche.
Del resto cambiamenti in quegli anni erano stati tentati anche a livello internazionale. Negli Stati Uniti la presidenza Kennedy e quella sovietica di Chruscĕv avevano dato, soprattutto dopo i fattacci della Baia dei Porci e dei conseguenti missili nucleari a Cuba, qualche speranza di rendere meno fredda la guerra tra le due superpotenze. Speranza che si potrà realizzare solo molto più tardi e in una situazione geopolitica completamente diversa. Ma i tentativi ci sono stati.
Tornando all’Italia, l’avvicinamento del potere centrale, un potere fortissimo, che si avvaleva di ogni organizzazione possibile dalla chiesa all’esercito, all’economia, non poteva essere visto di buon occhio dagli americani. Questi, subito dopo la guerra avevano addirittura preso accordi con la mafia siciliana per impedire un successo di qualunque tipo da parte dei comunisti. E vedere un uomo di sinistra come Pietro Nenni in posizioni di prestigio all’interno dell’esecutivo, fece scattare l’idea di un colpo di stato come quello del generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo nel 1964.
Del colpo di stato non se ne fa niente, ma la stessa idea di provarci rende più prudente la DC sui cambiamenti di rotta verso la sinistra.
Il tentativo di farla finita con queste manie sinistrorse è racchiuso in quello che l’Espresso definirà il caso SIFAR.
Per entrare meglio nel discorso facciamo un passo indietro.
SIfarA livello internazionale, come accennato, la guerra aveva lasciato un mondo diviso in due: da una parte le terre conquistate dall’Armata Rossa, fuse in un blocco ad indirizzo socialista, dove al “potere del proletariato”, si andava rapidamente sostituendo il “potere del partito”. Dall’altra parte la potenza militare, economica e politica degli Stati Uniti domina l’Occidente capitalista. Nonostante gli sforzi già richiamati prima, la cosiddetta distensione è davvero un piccolo sogno, perché due fatti gravi intervengono a modificare in peggio le relazioni tra i due paesi: la decennale guerra nel Vietnam, di cui si è parlato moltissimo anche in questa trasmissione e la guerra del Kippur tra un Israele sostenuto dagli USA e i paesi arabi confinanti (Egitto e Siria), sostenuti anche militarmente dall’Unione Sovietica.
A metà degli anni ’70 tutti i passi avanti fatti dieci anni prima erano stati cancellati e si dovrà arrivare, come detto, al 1989, per una diversa soluzione internazionale con la caduta emblematica del muro di Berlino e di molti governi del blocco socialista.
In Italia le cose vanno diversamente, almeno all’inizio. Cresce il benessere e con esso i consumi, soprattutto quelli legati all’acquisto di veicoli. La Vespa e la cinquecento, diventano uno status symbol irrinunciabile di un’Italia che cambia. L’aumento dei mezzi a motore modifica anche l’urbanistica, legata anche ad una marcata urbanizzazione della popolazione. Cambia anche la società, che, una volta acquisiti i beni primari, può cominciare a pensare a cose meno prosaiche, come i propri diritti civili. A questo non è estranea la scolarizzazione che cresce vertiginosamente in quegli anni. A cittadini più attenti servono mezzi di informazione migliori. Nascono L’Espresso, nel 1955, e Il Giorno l’anno seguente. Le notizie vengono raccontate con linguaggio moderno e con un piglio che prima semplicemente non esisteva.
Diverso il destino della Televisione, come era stato prima per la radio, colonizzata dai potenti boss della Democrazia Cristiana.
Politicamente c’è il secondo partito per voti, il Partito Comunista Italiano, che viene emarginato e considerato da quasi tutti il pericolo pubblico numero uno.
Nel 1960 nasce il governo Tambroni, con il sostegno dei voti dei neofascisti del MSI. Lo stesso governo consente ai missini di tenere il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Cerchiamo di non fare confusione con quello che si può pensare oggi. Siamo nel 1960 e i ricordi di una dittatura durata oltre vent’anni sono ben presenti negli italiani, molti dei quali hanno vissuto il ventennio in maniera tragica. La conseguenza è un’ondata di proteste, di manifestazioni di piazza, alle quali partecipano un po’tutti: i comunisti, i socialisti, i sindacati, ma anche parte del mondo cattolico e quindi democristiano. La polizia reagisce e a Reggio Emilia vengono uccisi cinque manifestanti. Tambroni è costretto a dimettersi. Al suo posto ecco Fanfani che l’anno dopo, siamo nel 1962, succederà a se stesso guidando un governo con l’appoggio esterno del partito socialista. É il primo vagito del centrosinistra italiano. Ancora un anno e Aldo Moro guiderà il primo governo con ministri socialisti, socialdemocratici e repubblicani, tutti avversi al PCI e quindi degni di entrare nella compagine. Oltre al già citato Pietro Nenni, ci sono ministri importanti come Saragat, reale, Giolitti, Tremelloni, Mancini ed altri. C’è anche l’immancabile Giulio Andreotti e Bernardo Mattarella, il padre dell’attuale presidente della repubblica.
Sifar
Pietro Nenni e Aldo Moro
La cosa davvero nuova però più che la formazione della compagine è il programma che viene presentato alle camere. Un programma di grande rinnovamento: riforma della scuola, con l’obbligo scolastico innalzato a quattordici anni, riforma urbanistica, riforma della pubblica amministrazione, attuazione delle regioni, secondo quanto stabilito dalla Carta Costituzionale, nazionalizzazione delle imprese elettriche e programmazione economica.
Belle prospettive, ma di queste solo due verranno portate a compimento (la scuola e la nazionalizzazione). Poi succede qualcosa. Pietro Nenni verifica che il PSI sta perdendo voti a favore del PCI, il quale nel 1964 supera il 25%. Le masse, insomma, stanno col partito comunista. Nenni è costretto ad una riflessione sul suo desiderio di creare un grande centro socialdemocratico italiano.
Dall’altra parte ci sono le destre interne alla DC, che non digeriscono bene, questo centrosinistra. Queste correnti dimostrano la loro forza quando impongono nel 1962 l’elezione a presidente della repubblica di Antonio Segni, con i voti determinanti dei fascisti del Movimento Sociale.
Anche l’industria era preoccupata, soprattutto quella media-piccola borghesia, che vedeva l’ingresso al governo del PSI come una specie di cavallo di Troia che avrebbe poi aperto la stanza dei bottoni ai comunisti del PCI.
Tutte queste reazioni, accompagnate dal benestare della CIA e del governo americano, portano nel 1964, non tanto a realizzare un colpo di stato (quello del generale De Lorenzo), quanto a cercare di persuadere Aldo Moro a liquidare i socialisti, attraverso un piano, il famoso “Piano Solo”, che avrebbe riportato l’ordine e messo fuori combattimento le opposizioni. Né il colpo di stato, né il piano solo trovarono realizzazione per il rifiuto di molti vertici democristiani a parteciparvi. Tuttavia gli stessi capi della DC si affrettarono a mettere sotto silenzio la trama golpista di De Lorenzo. I fatti emersero solo qualche anno più tardi, nel 1967, grazie a due giornalisti de L’Espresso, Eugenio Scalfari e Lino Iannuzzi, che pubblicarono i retroscena dell’intera vicenda. I fatti vennero racchiusi in una nuova dicitura: il caso SIFAR.
Tutto questo portò ad un deciso rallentamento nel progetto di centrosinistra in Italia, fermando riforme che erano impellenti ed assumendo un atteggiamento che fu tra le cause delle manifestazioni di piazza che, a partire dal 1967 e soprattutto nel ’68 e ’69 infiammarono la scena politica e sociale del nostro paese.

Le premesse

Per comprendere le situazioni di cui parleremo occorre aver ben presente il periodo di cui stiamo parlando. Dopo la guerra, nel 1949, l’Unione Sovietica dispone di armi nucleari, mentre nasce la NATO, una organizzazione tesa alla difesa degli stati occidentali da una eventuale mossa dei comunisti russi. Una delle possibilità del nemico è di usare azioni insurrezionali e di guerriglia, il che porta dritti alla necessità di creare strutture segrete per una guerra non convenzionale. Insomma un’organizzazione che stesse dietro le linee nemiche in particolare in paesi come l’Italia, perché terra di confine col blocco sovietico e perché sede di un Partito Comunista particolarmente forte e attivo. Nasce così Stay Behind, di cui ho parlato in una delle scorse puntate, che in Italia prende il nome in codice di Gladio.
Le informative degli Stati Uniti e in particolare dei dirigenti la CIA sono chiarissimi nel merito. Il Partito Comunista va fermato con ogni mezzo, legittimo e illegittimo poco importa.
A gestire questo particolare settore è l’NSC (National Security Council) massima organizzazione statunitense in tema di sicurezza nazionale.
Teniamo anche presente che l’Italia è ancora occupata dalle forze armate americane. Nel 1949 viene costituito il SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate) con una semplice circolare del ministro della difesa Randolfo Pacciardi. Il protocollo che lo regola è segreto e comporta la totale rinuncia alla sovranità italiana. Anche il personale deve essere approvato dalla CIA. Il SIFAR, in base alla dottrina statunitense, è costituito da militari di provata fede anticomunista, in gran parte provenienti dalle file degli apparati militari ed informativi dell’ex regime fascista.
La strategia di propaganda e guerra psicologica, viene elaborata il 13 novembre del 1951 dalla Commissione C del Psychological Strategy Board, un organismo che riunisce rappresentanti del Dipartimento di Stato, della Difesa e della CIA. Prevede un piano di discriminazione dei comunisti italiani, inviato al governo De Gasperi, che ha tra i vari compiti: “discriminare” le aziende con manodopera comunista, azioni per far fallire o ridurre le cooperative controllate dai comunisti, stimolare il deviazionismo nel PCI, screditare il partito comunista e distruggere la rispettabilità delle sue figure di spicco, compromettere i comunisti che rivestono cariche pubbliche, creare scandali ad hoc, ridurre il potere della stampa comunista. Inoltre il piano sollecita una riforma della legge elettorale “per tagliare la rappresentanza comunista in Parlamento”.
Le indagini che si sono svolte negli anni hanno appurato che i servizi segreti italiani sono tenuti a passare le informazioni e ricevere le istruzioni da una apposita centrale della CIA in Italia che dipende direttamente dalla presidenza degli Stati Uniti. Da un accordo SIFAR-CIA del 1952 viene poi sviluppato il piano Demagnetize per depotenziare e tentare di mettere fuori legge il PCI in Italia.
sifar05Questo piano viene sottoscritto dal direttore del SIFAR che all’epoca è il generale Umberto Broccoli. Si tratta di un piano super segreto di cui non deve venire a conoscenza nemmeno il governo italiano. Si tratta dunque di creare uno stato nello stato. A rendere operativo il piano è, nel 1955, il generale De Lorenzo, diventato capo del SIFAR, quel De Lorenzo già citato per il tentativo di golpe di nove anni dopo.
Nel 1956 nasce Gladio, come detto, la costola italiana di Stay Behind. Di questa organizzazione ho parlato più dettagliatamente nella puntata sulla strage di Alcamo Marina, che trovate integralmente nel mio sito “noncicredo.org”.
Quella del 1964 non è stata l’unica volta che si assiste al tentativo di effettuare un colpo di stato nel nostro paese. Avviene nel 1970, quando Junio Valerio Borghese occupa Viminale, Rai ed altri centri nevralgici del paese. E, anche in questa occasione, i servizi segreti sanno tutto. All’epoca si tratta del SID, guidato dal generale Vito Miceli, il quale si guarda bene dall’informarne la magistratura, lasciando i fascisti tornarsene tranquilli alle loro case come se niente fosse accaduto.
E poi c’è la Rosa dei Venti, quella del 1973, un colpo di stato in sei fasi, tra le quali un intervento militare e la fucilazione di ministri e parlamentari socialisti e comunisti, dirigenti della sinistra, vecchi comandanti partigiani. La “Rosa dei Venti”, secondo una confessione raccolta dai magistrati, era composta da venti organizzazioni fasciste e da gruppi clandestini di militari e al suo vertice c’erano ben 87 ufficiali superiori, rappresentanti tutti i corpi militari e i servizi di sicurezza italiani.
Un altro colpo di stato viene sventato, l’anno successivo, dal ministro della difesa, l’On. Giulio Andreotti che il 15 luglio destituisce una dozzina di ammiragli e generali per prevenire, appunto, un golpe previsto per il 10 agosto.
Nello stesso mese, il 23 agosto, la magistratura di Torino scopre un complotto, noto come “golpe bianco”, che fa capo a Edgardo Sogno, Randolfo Pacciardi, ex ministro della Difesa, ed altri. Il progetto ha il sostegno degli Stati Uniti e della loggia massonica P2 di Licio Gelli e l’obiettivo di forzare l’intervento dei militari a favore di una repubblica presidenziale. Tutte le inchieste relative ai tentativi di colpo di stato vengono definitivamente archiviate nell’autunno del 1978 dalla procura di Roma.
Questo elenco fa capire chiaramente come i servizi segreti italiani (e i loro partner d’oltreoceano) hanno un ruolo fondamentale nel determinare le linee politiche dei vari governi e quindi lo sviluppo stesso del paese.
A dire il vero i Servizi cambiano nome e capi. Si comincia dopo il golpe De Lorenzo. Sparisce il SIFAR e nasce il SID, guidato dall’ammiraglio Eugenio Henke. É in questo periodo che si innesca la strategia della tensione a partire dalla strage milanese della banca dell’agricoltura in piazza Fontana il 12 dicembre 1969. L’anno dopo ad Henke succede Vito Miceli, quello del tentato golpe Borghese. Sono gli anni forse più terribili, quelli dello stragismo da Peteano alla questura di Milano, dall’Italicus a piazza della Loggia a Brescia.
Poi nel 1977 finalmente la riforma. Due organismi separati: Il SISMI, affidato ai militari con compito di occuparsi dell’estero e il SISDE (Servizio informativo per la Sicurezza Democratica) affidato al corpo demilitarizzato della polizia. nascono nuove figure di controllo e di collegamento tra i Servizi e il parlamento. La riforma trova l’approvazione anche del PCI, ormai ad un passo dal partecipare alle decisioni governative.
Ma, anche questa volta, ecco uno scandalo enorme, quello della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Sono coinvolti praticamente tutti i vertici dei Servizi in una organizzazione che certo non ha molto di democratico. Per tutti gli anni ’80 uomini del SISMI sono implicati in scandali e inchieste, avendo responsabilità e coprendo con depistaggi continui inchieste su fatti gravissimi che sono costati la vita a molti cittadini italiani.
Solo negli ultimi anni sembra che questi organismi abbiano scelto la via del basso profilo e vengano guidati da figure non eclatanti, ma di sicuro spirito democratico.

L’Italia del dopo-guerra

Adesso però dobbiamo tornare indietro e cercare di capire cosa è successo negli anni che hanno portato al tentativo di colpo di stato del 1964.
Ne ho già accennato. Gli Stati Uniti sono molto preoccupati, dopo la guerra, e mandano i loro uomini migliori a supervisionare le nuove organizzazioni di difesa in ambito NATO. Così, per quasi tutto il decennio ’50 è a Roma William Colby, futuro dirigente della CIA, in quegli anni semplicemente agente segreto con incarichi speciali. É lui a fondare le operazioni Stay Behind in Scandinavia. Nello stesso periodo l’ambasciatrice USA a Roma è Claire Boothe Luce, una fanatica anticomunista, proveniente dall’ambiente del cinema e della moda, che avrà alcuni fastidi per certe sue uscite esageratamente maccarthiste e quanto mai inopportune. Il punto di riferimento italiano di questi personaggi è il ministro Fernando Tambroni, di cui ho già detto prima.
Uno degli uomini di punta nella lotta al comunismo italiano in quegli anni è Carmel Offie, membro dell’OPC, un Ufficio creato dal ministero degli esteri statunitense per la guerra psicologica, per la propaganda e il finanziamento di iniziative che destabilizzassero l’Unione Sovietica e tutti quelli che le vanno dietro, quindi anche il PCI. É lui, Offie, a patrocinare l’intervento autonomo della CIA nel nostro paese e a suggerire che a guidare il SIFAR sia il generale Giovanni De Lorenzo. É il 1955 e qui comincia un’opera imponente di schedatura dei personaggi in vista della nazione. Non solo dei politici o dei comunisti. Nei 157 mila fascicoli compilati, si trovano politici, sindacalisti, imprenditori, uomini d’affari, intellettuali, religiosi, militari. Indicazioni quasi maniacali. Per fare un esempio c’erano tutte le marche e le quantità degli alcolici utilizzati dal futuro presidente della repubblica Giuseppe Saragat. É il giornalista Renzo Trionfera dell’Europeo a scrivere i primi articoli su questa vicenda nel 1967qualche anno più tardi. Si forma di conseguenza una commissione parlamentare guidata dal generale Aldo Beolchini, che si trova di fronte ad una quantità di materiale davvero imponente. Lo stesso generale dirà in una intervista che, per l'onorevole Fanfani, ad esempio, c'erano quattro volumi, ciascuno gonfio come un doppio dizionario.
Torneremo su questi fascicoli più avanti.
Dunque migliaia di italiani vivevano in una specie di casa del grande fratello, spiati di continuo e osservati anche nelle loro abitudini quotidiane. Chi ci fosse dietro questa manovra non è mai stato chiarito. Se la responsabilità di De Lorenzo è chiara, pare che l’input di questa schedatura sia venuto dai vertici della CIA e precisamente dal capo stazione italiano Thomas Karamessines, per la già spiegata paura dell’ingresso socialista e in futuro comunista alla guida del paese.
Anche sul ruolo dei nostri politici ci sono molti dubbi. Uno dei collaboratori di De Lorenzo, il colonnello Rocca, che sarà quello che organizzerà la struttura clandestina Gladio, riferisce alla commissione Beolchini che i servizi schedavano quelle persone per rispondere alle continue richieste nientemeno che del presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Ma, ancora oggi, non è per niente chiaro il ruolo che la politica italiana abbia giocato in questa triste vicenda.
Nel 1962 il Quirinale vede il cambio della guardia. Nuovo inquilino è Antonio Segni democristiano decisamente di destra, grande sostenitore di De Lorenzo, che divenne anche per questo comandante dell’arma dei carabinieri. Il mandato di Segni dura solo due anni, dal momento che una grave malattia gli impedisce di portare a termine il mandato, ma sono due anni in cui succedono cose importanti per il paese.
C’è un balletto continuo tra chi spinge per un governo di centro sinistra (Aldo Moro su tutti) e chi fa di tutto perché le innovazioni volute da Pietro Nenni vengano chiuse in un cassetto. Tra questi anche il nuovo presidente della repubblica.
Sempre nel 1962 termina anche il mandato di De Lorenzo a capo del SIFAR, il mandato più lungo di tutti. Tuttavia egli riesce a controllare le azioni dei servizi, avendo messo suoi uomini fidatissimi nei posti chiave dell’organizzazione.    
Il generale rivoluziona, letteralmente, il corpo dei carabinieri, facendolo diventare uno dei punti di forza dell’esercito italiano. Nuovi armamenti, nuovo spirito di corpo, nuovi obiettivi, una istituzione efficiente e all’avanguardia, agguerrita e pronta a tutto.
In un periodo ricco di dubbi, il generale suggerisce al presidente Segni di varare un governo del presidente con a capo il presidente del senato Cesare Merzagora. Le sinistre sarebbero ovviamente state fuori da questo progetto.
Così De Lorenzo propone a Segni un piano, di adesso parleremo, che coinvolge solo i carabinieri e nessun’altra forza. Per questo quel piano prende il nome di Piano Solo.
A Segni il tutto va bene e si appresta a dare a Merzagora l’incarico di fare il governo, quando succede un colpo di scena. Di questo però parleremo tra poco, perché prima dobbiamo capire cosa contiene, nei fatti, la proposta di De Lorenzo, cioè il Piano Solo.
Una prima mossa da fare è quella di prelevare i personaggi politici ritenuti pericolosi, quelli per così dire di sinistra, e raggrupparli a Capo Marragiu, in Sardegna, dove c’è la sede del Centro di Addestramento Guastatori. Per trasportarli si usano aerei coi finestrini oscurati o elicotteri o, addirittura, sommergibili, che però vanno chiesti in prestito alla marina statunitense, l’unica ad averne sul territorio. Nessun massacro, per carità, una volta finita l’emergenza sarebbero tornati liberi. Gli autori di questa fase sono i Carabinieri, affiancati da gruppi di civili, tutti ex parà e repubblichini di Salò. I soldi arrivano invece dalla Confindustria e da alcuni circoli paramilitari. Non c’è dubbio dunque che si tratti di un golpe di chiaro stampo fascista, ma nel vero senso del termine, con la fattiva collaborazione della CIA.
E qui si capisce l’utilità di quelle liste che De Lorenzo, quando era a capo del SIFAR, aveva fatto così scrupolosamente redigere su migliaia di personaggi italiani.
Poi i Carabinieri assumono il controllo delle istituzioni (Camera, Senato, presidenza della repubblica, palazzo Chigi) e dei centri più importanti dei servizi pubblici: le redazioni de L’Unità (all’epoca organo ufficiale del Partito comunista italiano), le sedi della RAI e tutte le prefetture.
Come detto la CIA sapeva tutto. Nei suoi dispacci di quel periodo si fa spesso riferimento ad un possibile colpo di stato in Italia. Non solo, si indica con precisione gli incontri che De Lorenzo ha con il capo dello stato Segni e con il papabile capo del nuovo governo Cesare Merzagora. Dunque era tutto programmato.
Il 2 giugno, giorno della festa nazionale, le truppe sfilano per Roma. Sono stranamente più del solito, ma pochi giorni dopo, in occasione del 150° anniversario della fondazione dell’Arma, De Lorenzo mostra alla nazione la sua nuovissima brigata meccanizzata, dotata di imponente armamento anche pesante. Non solo: De Lorenzo impose che le truppe arrivate a Roma vi si sarebbero trattenute per altri mesi per motivi logistici. Molti importanti esponenti dei partiti di sinistra mangiano la foglia e si dileguano. Qualche giorno dopo il governo di centrosinistra Moro, per le richieste troppo innovatrici avanzate da Nenni, è costretto a dimettersi.
Sembra che tutto combaci: è l’ora della mossa di De Lorenzo.
Il dibattito politico verte tutto sull’opportunità di avere le sinistre al governo. Mentre Moro insiste in quella direzione, Segni sostiene (secondo molti minaccia) un governo autoritario, fatto di tecnici e sostenuto dai militari. Al comando ci sarebbe stato il senatore Merzagora.
Lo stesso Aldo Moro ha modo di confrontarsi con De Lorenzo per questioni di ordine pubblico e, sicuramente, viene a conoscenza di questa minaccia e delle larghe intese istituzionali che la sostengono. É qui che accade il colpo di scena. Pietro Nenni rinuncia a gran parte delle sue richieste e si viene a formare un governo di centro sinistra sì, ma “edulcorato”, come lo stesso Moro ebbe a definirlo. Nel programma delle richieste di innovazione e di riforma non c’è più alcuna traccia. Alla fine, insomma, Segni, De Lorenzo e la stessa CIA vincono la battaglia.  (105)

Le commissioni d’inchiesta: fu vero golpe?

Il fatto, così come l’ho presentato è molto grave. Significa che pochi anni dopo la fine del regime fascista i rigurgiti di tornare ad una forma non democratica di governo erano ancora molti e ben radicati in una pare delle nostre istituzioni.
Ma, all’epoca, nel 1964, nessuno sapeva niente. Non il popolo, il quale quasi mai si rende conto di quello che avviene, non la magistratura e nemmeno la stampa, la quale spesso è l’unica sentinella vigile a meno che non si tratti di stampa di regime e ce n’è molta ancora oggi.
A denunciare per primo il Piano Solo è Ferruccio Parri, partigiano, primo presidente del governo di unità nazionale, una icona dell’antifascismo. Ma il ministro della difesa, Tremelloni, dichiara che i fascicoli del SIFAR sono già andati al macero da un pezzo. Una bugia, smentita, alla metà febbraio 1967 da un articolo dell’Europeo, che pubblica l’intero dossier con il coinvolgimento dell’ormai ex presidente della repubblica Antonio Segni. Uno scandalo colossale che fa partire una serie di inchieste giornalistiche sui fatti di quell’estate 1964. Tra queste la più puntuale arriva da l’Espresso, dove due giornalisti, entrambi oggi ultranovantenni, Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, rivelano le trame golpiste del generale De Lorenzo, nel frattempo promosso (dal ministro della Difesa Giulio Andreotti, a capo di stato maggiore. I due finiscono sotto processo, denunciati dal generale golpista, ma di questo parleremo tra poco. Tutto questo subbuglio ha come aspetto rilevante la costituzione di una serie di commissioni parlamentari d’inchiesta su quello che ormai tutti chiamano lo “scandalo SIFAR”.
La prima di queste commissioni, ne ho accennato, è diretta dal generale Beolchini. Occorre avere presente gli obiettivi.
Primo: perché il generale aveva ordinato di indagare su così tante personalità?
Secondo: l’iniziativa del generale può essere considerata un vero colpo di stato?
La commissione lavora alacremente e arriva a conclusioni importanti: si prende atto dell’esistenza dei dossier e ci si chiede a cosa servissero. Ci si domanda perché il SIFAR dipendesse ancora da De Lorenzo, il cui incarico era terminato anni prima. Va tenuto presente cos’era all’epoca il parlamento italiano. La Democrazia Cristiana godeva di una larghissima maggioranza relativa di oltre il 42% dei seggi sia alla Camera che in Senato. Se si sommano i loro alleati di governo si arriva a oltre il 61%. Insomma i parlamentari del governo potevano fare e disfare quello che volevano e come volevano.
In effetti, come lo stesso generale Beolchini dirà nel 1974, la sua relazione non era mai stata pubblicata integralmente; su 37 testimoni interrogati erano stati allegati solamente 32 documenti e nessuno di essi giunse in Parlamento.
Vale la pensa rileggere un brevissimo passaggio della relazione sui fascicoli del SIFAR. Beolchini scrive che a De Lorenzo andava addebita la colpa “di aver dato una decisa svolta all’indirizzo operativo del SIFAR, spingendo indagini su personalità civili e militari che nulla avevano a che fare con la sicurezza interna o con il controspionaggio e creando le premesse per la proliferazione dei fascicoli e delle pratiche.”
Insomma la difesa dello stato non c’entrava proprio per niente. De Lorenzo aveva ben altre mire.
Dopo la commissione Beolchini arriva quella diretta dal vicecomandante dell’Arma dei Carabinieri, generale Giorgio Manes. In realtà questi non doveva indagare sul suo capo, ma scoprire chi dei carabinieri aveva passato informazioni a L’Espresso, chi era, insomma, la talpa.
Ma Manes, forse tirato dentro una vicenda così torbida, scopre ben altro. Che un gruppo di potere si era stabilito all’interno dell’arma, che agiva all’ombra di qualche protettore politico. Tra questi, guarda caso, ecco spuntare il nome di Francesco Cossiga. Costui smentì in Parlamento e, ovviamente, i suoi soci gli credettero.
Ma il generale Manes aveva idee ben diverse. Era convinto fermamente che De Lorenzo aveva progettato un vero e proprio colpo di stato. Questa sua posizione lo isola completamente e riceve l’accusa di aver superato e non di poco il mandato che gli era stato dato. Muore poco dopo a Montecitorio per infarto, dopo aver bevuto un caffè e poco prima di deporre presso la commissione parlamentare sul golpe. Un caso? Forse sì … o forse no. 
Abbiamo lasciato da parte la questione dei due giornalisti. Bene essi vengono processati e condannati a 14 e 15 mesi di reclusione con la condizionale, nonostante il Pubblico Ministero ne avesse chiesto il proscioglimento perché avevano solo esercitato il loro diritto di cronaca.
In questo processo saltano fuori tutte le magagne del caso. Si chiede la lettura del rapporto Manes, ma una telefonata di Aldo Moro blocca l’intero processo e requisisce il rapporto. Questo torna in aula più avanti, ma è coperto dal segreto di stato e oscurato da ben 72 omissis, cosa piuttosto strana perché, come chiarirà Jannuzzi diverso tempo dopo, i punti incriminati non erano più di tre o quattro.
Anche il processo d’appello ai due giornalisti ebbe qualche sorpresa. Salta fuori infatti un nastro nel quale è presente una conversazione tra De Lorenzo e il capo di gabinetto del ministero della difesa, in cui si afferma la volontà del governo di insabbiare l’inchiesta sul SIFAR. Interviene il SID (il neonato nuovo Servizio Segreto) che lo requisisce prima che si possa ascoltare in aula. Verrà consegnato alla commissione parlamentare d’inchiesta sul piano Solo.
I due giornalisti vengono nuovamente condannati ed evitano il carcere perché sono eletti in Parlamento uno nelle file del partito Radicale e l’altro nel Partito Socialista.
Curiosamente la loro elezione consente di ottenere una nuova commissione di inchiesta, questa volta presieduta dal senatore democristiano Giuseppe Alessi.  Riuscirà questa nuova commissione a capire come sono andate le cose? Lo scopriremo tra poco.

Altre commissioni

Per evitare questa nuova indagine, il governo forma una commissione di tre generali che, in pochi mesi di riunioni stabilisce che “non ci fu tentativo di colpo di stato”, ma ammette che De Lorenzo in quel 1964 aveva messo in atto misure illegali tese ad assumere il controllo delle grandi città, confermando il reclutamento di squadre fiancheggiatrici formate da civili.
La commissione Alessi non ha maggior fortuna della precedente. Appena richiesto il nastro uscito nel processo contro i giornalisti, il ministero della difesa sequestra tutto e restituisce il materiale quasi un anno dopo con il divieto assoluto di audizione perché coperto dal segreto di stato. É il 14 dicembre 1969. Il giorno dopo la commissione chiude i battenti e Alessi prepara la sua relazione. Altre di minoranza vengono predisposte da PCI, PSIUP e dalla Sinistra Indipendente.
Nessun colpo di stato, ma un eccessivo zelo del generale, pericoloso perché si rischiava di far tornare l’Italia nella situazione del 1960, quella del governo Tambroni e dei morti di Reggio Emilia.
Una delle decisioni importanti della relazione Alessi è la decisione della Camera dei deputati, di distruggere i fascicoli SIFAR, quelli con tutte le schedature stilate dai Servizi Segreti.
Su questo punto occorre una precisazione. La domanda “Quei fascicoli sono poi stati distrutti?” ha come risposta “Non si sa”. Vediamo come sono andate le cose.
Siamo nel 1971. Incaricato della distruzione del materiale è il ministro della difesa, Giulio Andreotti. Dopo tre anni, nel 1974, niente è ancora stato fatto. E allora l’incarico passa al tenente colonnello Antonio Viezzer, direttore dell'archivio del SID, il quale, essendo uno stretto collaboratore di Licio Gelli, dirottò i fascicoli verso gli archivi di quest'ultimo. Questa è una versione. Ce ne sono altre, che tuttavia portano sempre al Venerabile maestro della P2. I fascicoli per così dire più pericolosi riguardano l'ambasciatore Francesco Malfatti, l'ex Ministro della difesa Roberto Tremelloni, il più volte Presidente del Consiglio Amintore Fanfani, il politico fiorentino Giorgio La Pira e l'ex Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Nel 1988 vengono distrutti 497 fascicoli illegittimi (sono parole dell’allora ministro della difesa il liberale Valerio Zanone), un numero insignificante rispetto ai 157 mila di cui si parlava all’inizio. Per quanto riguarda le copie presunte effettuate prima della distruzione e, secondo qualcuno, portate da Gelli in Uruguay, le cose stanno come sempre nella nebbia più fitta. Quella della fine dei fascicoli del SIFAR è un altro mistero della nostra repubblica che non ha per ora alcuna spiegazione.
Ma la questione non muore qui.
Si arriva al 1988 quando una commissione parlamentare, chiamata commissione stragi, si occupa di tutto il marcio che il sottobosco politico, militare, economico, ha regalato a piene mani al nostro paese. Tra i vari temi, anche la questione SIFAR e il piano Solo.
La novità è che, dal 1990 non ci sono più documenti secretati e quindi è possibile accede ad atti che le precedenti indagini non avevano avuto a disposizione. Purtroppo tra tutti gli incartamenti ne manca uno fondamentale: l’elenco delle persone che avrebbero dovuto essere rischiuse nella base militare in Sardegna.
Le conclusioni tengono conto di alcuni passaggi agghiaccianti dei documenti esaminati. Ad esempio:
L’occupazione dei giornali avrebbe dovuto protrarsi “per il tempo strettamente necessario a rendere inefficienti tutte le macchine tipografiche, onde rendere impossibile la stampa dei giornali”.
I commissari hanno chiaro che non poteva trattarsi di un piano all’interno delle normali regole democratiche e nemmeno di un paino predisposto per eventuali insurrezioni contro lo stato. Perché allora coinvolgere solo l’Arma dei carabinieri? Perché prevedere l’occupazione di ogni centro di potere, di informazione, di attività politica? Certo, la conclusione sarebbe semplice: si tratta del progetto di un colpo di stato. Ma anche questa commissione non arriva a tanto e conclude:
appare improduttivo indugiare sulla “realtà” di un progetto golpista da parte del generale De Lorenzo ovvero se non vi sia stato nulla di tutto ciò ma soltanto un improvvido attivismo del generale, un maldestro eccesso di zelo la cui importanza sarebbe stata a torto enfatizzata negli anni successivi
Traduciamo in italiano: è inutile domandarsi se si trattò di una minaccia reale ma soltanto di un eccesso di zelo del generale. E male ha fatto chi ha, negli anni seguenti, enfatizzato la cosa. Insomma alla fine la colpa è di Scalfari e Jannuzzi e di quelli che quel tentativo lo hanno preso maledettamente sul serio.
Chiudo questo argomento con le parole di Aldo Moro. Le scrive mentre è prigioniero delle Brigate Rosse. Questo almeno è quando emerge dai suoi scritti arrivati a noi, perché anche sulle carte di Moro ci sarebbe da discutere a lungo e magari lo faremo in una puntata di Noncicredo. Ecco il testo:
Nel 1964 si era determinato uno stato di notevole tensione per la recente costituzione del centrosinistra […], per la crisi economica che per ragioni cicliche e per i concorrenti fatti politici si andava manifestando. Il Presidente Segni […] era fortemente preoccupato. Era contrario alla politica di centrosinistra. Non aveva particolare fiducia nella mia persona che avrebbe volentieri cambiato alla direzione del governo. […] Fu allora che avvenne l’incontro con il generale De Lorenzo […]. Per quanto io so il generale De Lorenzo evocò uno dei piani di contingenza, come poi fu appurato nell’apposita Commissione parlamentare di inchiesta, con l’intento soprattutto di rassicurare il Capo dello Stato e di pervenire alla soluzione della crisi”. “Il tentativo di colpo di Stato nel ’64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare […] ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centrosinistra, ai primi momenti del suo svolgimento
Concludo con una mia osservazione. Il fatto che l’elenco dei personaggi da rapire non sia stato reso pubblico mai, nemmeno quando il resto della documentazione è stata desecretata non lascia spazio a molte ipotesi. La sola che, personalmente, mi viene in mente è che quell’elenco conteneva dei nomi talmente importanti nella vita politica e sociale del paese, che sarebbero essi stessi stata prova più che sufficiente che il tentativo di De Lorenzo non era certo un gioco di ruolo o un piano di difesa delle istituzioni. Con quei nomi nell’elenco non poteva che trattarsi di un tentativo di colpo di stato. Il fatto che il governo italiano per molti anni abbia nascosto la verità lo rende, una volta di più responsabile di quanto è accaduto.
E a noi rimane ancora un altro mistero di fronte al quale, come ormai abbiamo imparato, non abbiamo risposte, solo sospetti.

Il ruolo dei giornali

Resta un ultimo aspetto da considerare: il ruolo dei giornali all’epoca dei fatti. Ne ho già parlato, ma è interessante notare che, mentre l’Espresso e successivamente Repubblica dedicano pagine di fuoco e titoli cubitali alle loro inchieste, il resto della stampa non prende nemmeno in considerazione un evento che, secondo molti, era davvero epocale. Ho letto da qualche parte che il Tempo, giornale di Roma schierato a destra dedicò solo due trafiletti in tutto il tempo durante il quale le notizie venivano sbattute in prima pagina dal giornale di Scalfari.
Nel 2004 il giornalista Paolo Mieli esce con dichiarazioni che adesso riporterò. É direttore del Corriere della Sera, perfettamente allineato alla ideologia berlusconiana, decisamente di destra, nonostante una gioventù passata tra movimenti e giornali decisamente di sinistra (tra i quali anche l’Espresso).
Mieli dunque sostiene in quell’occasione che:
1) I moti di piazza del ‘60 contro Tambroni furono una interferenza dei comunisti, che volevano a tutti i costi favorire la nascita del centrosinistra.
2) le proteste stradaiole - pur lecite costituzionalmente - sono sempre foriere di guai poiché sovvertono lo svolgersi ordinato della democrazia parlamentare.
3) Il famoso "golpe" del generale De Lorenzo, appoggiato ai servizi di sicurezza e al Comando generale dell'Arma dei carabinieri, non fu affatto un "golpe", non sovvertì le istituzioni, non provocò né moti di piazza né sedizione di corpi militari.
4) La campagna di stampa che rivelò il preteso "golpe" e ne drammatizzò gli effetti politici fu una forzatura se non addirittura una montatura.
5) Da quella montatura scaturirono conseguenze nefaste e addirittura la motivazione alla nascita del terrorismo brigatista il quale, con la scusa di contrastare un golpismo della destra sempre latente, decise di prendere le armi ed entrare in clandestinità. Si deve pertanto anche alla montatura d’un golpismo inesistente la fosca stagione degli anni di piombo e le vittime che essa seminò sul suo cammino.
Dunque gli articoli di Scalfari e Iannuzzi, secondo Mieli, sarebbero responsabili della nascita delle Brigate Rosse e di tutti gli altri gruppi armati. Tesi difficile da digerire. Ecco come risponde Eugenio Scalfari. Tra virgolette: l’articolo è del 31 gennaio 2004.
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Tralascio "l'idea" di Mieli sul governo Tambroni e sulla caduta provocata da moti di piazza patrocinati dal Pci. Lo tralascio per brevità non senza però osservare che i comunisti non furono affatto contenti della nascita del centrosinistra. Temevano infatti - e dal loro punto di vista non sbagliavano - che l'arrivo del partito di Nenni al governo avrebbe ancor più approfondito il solco tra il Psi e il Pci avvicinando i socialisti ai socialdemocratici di Saragat e alla Dc e aumentando la ghettizzazione politica del Partito comunista. Cade dunque la tesi che sta alla base dei ragionamenti di Mieli e cioè che i moti anti-tambroniani fossero patrocinati dal Pci per favorire la nascita del centrosinistra, mentre è certamente vero che a Porta San Paolo, a Genova, a Bologna, a Modena, a Reggio, i giovani comunisti scesero in piazza insieme ai socialisti, ai repubblicani, ai cattolici di sinistra, ai radicali, come è sempre accaduto in Italia tutte le volte che l’antifascismo è ridiventato un valore fondante e repubblicano minacciato e da difendere.
>>> É stato un "golpe" il tentativo del generale De Lorenzo? Caro Paolo si tratta di intendersi sulla parola. Se per "golpe" si vuol definire una sedizione di corpi armati che rovesci con la forza le istituzioni legittime, allora De Lorenzo non fece nessun golpe poiché le istituzioni non furono rovesciate. De Lorenzo in realtà dette il suo nome e la sua opera ad un confronto, certamente temibile per le fragili strutture democratiche del nostro Paese. Utilizzò ai fini del complotto il Sifar guidato dal suo pupillo generale Allavena e il Comando generale dei carabinieri con la sola eccezione del vicecomandante, generale Manes, il quale fu ostracizzato e tenuto all’oscuro dei piani predisposti e, quando ne ebbe sentore, li denunciò pubblicamente. Le predisposizioni, attivate con lo stimolo costante dell’allora Capo dello Stato Antonio Segni, sfociarono nel famoso "Piano Solo" che prevedeva l’enucleazione di centinaia di comunisti, socialisti, sindacalisti, democratici, il loro trasporto in Sardegna, la requisizione di navi e aerei per la bisogna, l’occupazione dei principali palazzi pubblici a cominciare dalla televisione. Quando sull’Espresso rivelammo queste circostanze (era il maggio del 1967) ne seguì un processo clamoroso a metà del quale - e dopo avere ascoltato come testimoni tutti i componenti dello Stato maggiore dell’Arma e i comandanti delle divisioni - il pubblico ministero Occorsio chiese l’assoluzione dei giornalisti dell’Espresso e la remissione degli atti alla Procura per procedere contro il querelante. La richiesta non fu accolta, il governo Moro (il terzo o il quarto del centrosinistra) oppose il segreto di Stato, i giornalisti furono condannati. Ho viva memoria di come i grandi giornali e in particolare il Corriere della Sera seguirono quel processo e la sua conclusione, relegandolo in spazi marginali e parlandone, appunto, come una montatura giornalistica. All’epoca Repubblica non era ancora nata e la pelle dei grandi quotidiani nazionali aveva lo spessore di quella dei rinoceronti. Seguì un’inchiesta parlamentare; lo Stato maggiore dell’Arma che aveva negato tutto davanti ai giudici sotto giuramento, ammise tutto dinanzi alla Commissione d’inchiesta parlamentare, certo comunque dell’impunità e infatti gli fu data. Questa è la storia. La provano gli atti di giustizia e i documenti parlamentari.
>>> Il risultato politico di quel complotto di De Lorenzo fu molto chiaro. Era in atto tra il maggio e il giugno del ‘64 una grave crisi politica ed economica; il business italiano, già colpito dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica, tremava al pensiero che i socialisti volessero attuare la nazionalizzazione dei suoli edificabili, che avrebbe spezzato la speculazione sulle aree ed avrebbe impresso un corso diverso allo sviluppo delle città, delle coste, insomma del Paese. Si verificò in quei mesi un esodo di capitali verso la Svizzera e altri luoghi di riparo che non ha precedenti nella nostra storia. In queste condizioni fu deciso, nel business e nei palazzi del potere a cominciare dal Quirinale, che bisognava dare una svolta netta alla politica italiana. De Lorenzo predispose e si tenne pronto. Anche Moro sapeva e con lui tutti i capi dorotei della Dc. Con la consueta abilità Moro decise di piegare i socialisti per arginare il complotto e le sue conseguenze. Nenni fu convocato e messo al corrente. Da vecchio "politicien" misurò le forze e cedette. Nel comitato centrale del suo partito spiegò la sua decisione confessando che aveva sentito il «rumore delle sciabole». A me lo confermò personalmente quando, essendo io stato eletto deputato, lo sollecitai a schierare il gruppo parlamentare socialista contro le conclusioni perdonatorie della Commissione d’inchiesta. «Se lo facessi - mi disse - il governo cadrebbe. Dovetti cedere allora, non posso impuntarmi oggi». Ora, caro Mieli, se tu non hai ricordi e documenti che diano una versione diversa di questi fatti, non mi pare che ci siano alternative. E se non ci sono alternative in punto di fatto, resta dunque assodato che la fine del centrosinistra riformatore avvenne sotto il ricatto di una minaccia militare appoggiata da consistenti forze politiche. Come vuoi chiamare un fatto di questo genere? Un fatto sicuramente eversivo, un’interferenza infinitamente più grave e fuori dalla Costituzione di fronte alle proteste stradaiole dei ragazzi con la maglietta a righe contro il governo Tambroni. Quanto al terrorismo, farlo discendere dalla nostra campagna di stampa del ‘67 mi sembra un esercizio che nessun acrobata potrebbe portare a termine. Forse ti sei dimenticato che prima degli omicidi delle Br c’erano state le stragi di Piazza Fontana e di Brescia. Una persona della mia età può avere la memoria debole, ma tu no, non ancora. (Eugenio Scalfari).
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Questa vicenda è un’altra delle tante che riempiono di mistero il passato recente della nostra repubblica. Certo sono passati tanti anni e probabilmente a molti non importa di sapere qual è stata la storia del paese ai suoi albori. Ma la Storia è proprio questo: cercare di capire cosa è successo e perché, perché da quelle scelte, quelle di Segni, di Moro e dello stesso Pietro Nenni, nasce un paese diverso da quello che avremmo potuto avere, forse con meno vandalismo sul territorio, forse con meno morti, forse con più giustizia.
Forse.

Era il 9 ottobre 1963

(vai al file audio: clicca qui)

vajont01Cari amici, oggi non è una giornata qualsiasi, oggi è il 9 ottobre e sono passati 55 anni da quell’immane tragedia che è avvenuta nei comuni di Longarone, Erto e Casso, che conosciamo come la sciagura del Vajont.
Voglio cominciare con i termini della questione.
Se andate in rete e cercate Vajont, ad esempio su Wikipedia, trovate scritto: “Disastro del Vajont”. Ora, che sia stato un disastro non c’è dubbio: si contano migliaia di morti e alcuni paesi sono stati letteralmente spazzati via, sommersi dal fango. Ma non è che il tutto sia accaduto per una sfiga pazzesca, qualcosa che è capitato senza che nessuno avesse potuto farci niente, un brutto scherzo del destino o, peggio, una punizione divina. Per questo parlare di disgrazia mi sembra francamente fuori luogo.
Come vedremo stasera, e come sicuramente i più sanno, non si è trattato di questo. Assai prima della tragedia molti, moltissimi, sapevano come la storia sarebbe andata a finire. E allora lasciatemi usare il termine strage, la strage del Vajont, anche se ci rammarichiamo di non aver potuto, per una serie di motivi, punire adeguatamente i molti colpevoli che se la sono cavata.
Ripercorrere tutta la storia, tutte le sfaccettature di questa vicenda in una puntata è impossibile. Analizzeremo allora alcuni aspetti, scusandoci se altri verranno ignorati. Concluderò con quello che è successo dopo la strage, quando una nuova strage è avvenuta, questa volta fatta di carte bollate, tribunali, decisioni strane e oscuri e perfidi personaggi che, tanto per cambiare, hanno imbrogliato i superstiti, rintronati e certamente poco lucidi per il dolore che stringeva i loro cuori.
Moltissima documentazione è stata prodotta. Dal pezzo teatrale di Paolini del 1993, al film di Martinelli all’inizio di questo Millennio, agli articoli dell’epoca di Tina Merlin e alle mille pubblicazioni cartacee e a quelle che si trovano in rete. ingrazio anche il mio amico Enzo per il materiale e i suggerimenti che ha voluto regalarmi.
Prima di cominciare un ricordo personale. Alla fine degli anni ’90 con due classi della mia scuola e alcuni colleghi volenterosi, abbiamo sviluppato un progetto per analizzare da diversi punti di vista quello che era successo quel giorno alle 22,39. Ne era uscito un CD, frutto di questo lavoro ma anche di diverse “gite” a Longarone, Erto e Casso, dove avevamo potuto capire meglio cosa la gente del posto pensava e avevamo anche intervistato qualcuno dei superstiti. Una esperienza molto istruttiva, soprattutto per i ragazzi, segnati, tutti, nonostante la giovanissima età, da quella esperienza.

Marco Paolini, 1993

La puntata si divide in tre parti. Innanzitutto vediamo cosa è accaduto quel 9 ottobre del 1963. Non lo farò io, lo lascio fare a Marco Paolini, che nel 1993 realizza una drammatica ricostruzione dei fatti. Lui ci racconta con grande enfasi i minuti cruciali di quella tragica sera.
Poi vedremo perché, da chi e come il progetto nasce. Infine qualche appunto su quello che è accaduto dopo, quando mescolerò fatti storici e ben documentati a impressioni personali, frutto delle mie numerose visite ai centri di quella valle.
Cominciamo con Paolini. Consiglio di seguire con attenzione.

La SADE

La vicenda del Vajont parte da lontano, da molto lontano. Siamo nel 1929 e lungo i dorsali delle montagne della valle, due persone camminano, commentano, si fermano, guardano, tastano il terreno, si interrogano sulla sponda opposta. Cosa diavolo fanno? E, soprattutto, chi sono? e chi ce li ha mandati?
Si tratta di Carlo Semenza e Giorgio Dal Piaz.
Il primo è un ingegnere nato a Milano, ma adottato a Padova, dove si laurea. Subito dopo si presenta alla società SADE, di cui avremo modo di parlare tra poco, offrendo la propria maestria nella “progettazione di impianti idroelettrici per produrre corrente elettrica” ... insomma per la costruzione di dighe. Nel 1929 ha 36 anni.
vajont03Giorgio Dal Piaz ha invece 54 anni, nativo di Feltre, anche compie gli studi a Padova. É un geologo, uno di quelli che vanno per la maggiore, uno che, insomma, quando parla, sa bene quello che dice. Avrà un ruolo decisivo nel massacro del 63, anche se non potrà vedere quel cataclisma, morendo un anno prima, nel 1962, per le ferite riportate in un incidente d’auto dalle parti di Vittorio Veneto.
Facciamo mente locale. Siamo nel periodo del primo dopoguerra. Le strade si stanno riaprendo anche in montagna, proprio là dove i due passeggiano e discutono. La nazione ha bisogno di rinascere, sotto l’impeto della novità rappresentata dal fascismo autoctono di Benito Mussolini. Serve energia, ne serve tanta e occorre provvedere in fretta.
Occorre aggiungere che siamo in un periodo in cui le risorse presenti sul territorio vengono valorizzate al massimo. Il nostro paese, assolutamente povero di materie prime, soprattutto di fonti fossili per produrre energia elettrica, si affida a quello che ha. Con due enormi catene montuose come Alpi e Appennini e una miriade di laghi e di fiumi, la scelta dell’idroelettrico non è solo intelligente, ma anche obbligata.
Per avere corrente elettrica per questa via occorre sfruttare i cosiddetti “salti d’acqua”. Potrebbero essere grandi cascate, valli con dirupi importanti. Oppure basta creare un invaso sufficientemente esteso, dove fermare l’acqua del fiume e farla scendere attraverso dei tubi a valle, dove la turbina di una centrale fa il resto.
La costruzione di dighe è un’attività molto particolare. Serve un architetto, un ingegnere, un geologo per capire dove è meglio collocare le spalle di quella costruzione di modo che non ci sia poi pericolo per la gente che vive sotto la diga.
Ci sono, nel periodo che stiamo esaminando, circa 600 strutture adibite alla produzione idroelettrica di energia. Di questi 300 circa sono pubblici, vale a dire di proprietà dello stato e delle aziende che allo stato riferiscono in primis l’ENEL, altre 300 circa sono private. Solo più avanti si provvederà ad unificare sotto un solo padrone tutti gli impianti idroelettrici e in generale le centrali elettriche italiane.
I nostri due protagonisti, Semenza e Dal Piaz torneranno a passeggiare sulle pendici dei monti anni più tardi, dopo il fascismo, nel 1956. Ma non saranno più soli e non avranno un ruolo di esploratori. Saranno là con la SADE, la Società Adriatica Di Elettricità, un’azienda privata veneziana.
Ci arrivano da padroni, perché nel frattempo le cose si sono mosse e si sono mosse nella direzione voluta proprio dalla SADE. Ma andiamo con ordine.
vajont04Vediamo intanto di chi è la SADE. Viene fondata nel 1905 da Giuseppe Volpi, poi dichiarato nobile dal Re con il titolo di Conte di Misurata, per meriti speciali acquisiti durante la campagna d’Africa. L’azienda negli anni si ingrandisce inglobando altre società e diventando un punto di riferimento importante in diversi ambiti, tra i quali quello che qui ci interessa, la costruzione e l'esercizio di impianti per la generazione, trasmissione e la distribuzione di energia elettrica in Italia e all'estero, come recita testualmente il documento di fondazione.
Soffermiamoci un momento sul conte: Volpi non è certo uno sprovveduto, anzi! Sua è l’idea di avviare i lavori per la realizzazione di porto Marghera sulla laguna di Venezia, con la costruzione della centrale termoelettrica. Ma si occupa anche di questioni meno tecniche, come l’istituzione della mostra del cinema di Venezia, tanto che ancora oggi (Volpi muore nel 1947) il premio destinato al miglior attore e alla migliore attrice della manifestazione si chiama Coppa Volpi.
Un simile personaggio facciamo fatica a pensarlo lontano dai centri del potere nazionale. Infatti nel 1922 si iscrive al partito fascista (cosa del resto abbastanza comune all’epoca) e un anno dopo è già Ministro delle Finanze. Ed è proprio in questo ruolo che riesce a promuovere una legge. Ora noi siamo stato abituati nel corso della nostra vita recente ad avere a che fare con conflitti di interessi piuttosto evidenti, ma evidentemente essi hanno un’origine lontana. Nel 1943 dunque il Ministro delle finanze non ché proprietario di una delle più grandi società italiane nella costruzione di impianti idroelettrici, fa approvare una legge secondo cui lo stato finanzierà al 50% le compagnie che costruiranno nuovi impianti idroelettrici. Nientemeno!

Il progetto “Grande Vajont”

E andiamo avanti. Quale motivo porta la SADE ad investire nella costruzione della diga del Vajont? Sembra ormai assodato che le intenzioni fossero di costruire l’impianto per poi venderlo all’ENEL. Del resto c’erano avvisaglie che prima o poi si sarebbe arrivati alla nazionalizzazione dell’energia elettrica e quindi tanto valeva sfruttare tutti gli appigli (come la legge del ’43) e fare soldi con la vendita alla concorrenza dei proprio impianti.
Ma c’è anche un altro motivo, questa volta tecnico.
La SADE, come già detto, è un colosso nel settore e, a partire dagli anni ’30 si era data da fare mica poco nelle dolomiti, costruendo dighe nel cuore di quei monti.
Nell’alto Cordevole, con i serbatoi di Fedaia e Alleghe erano state costruite le centrali di Malga Ciapela e di Saviner, entrambe frazioni di Rocca Pietore, ai piedi della Marmolada. E poi nel medio Cordevole, con le centrali di Cencenighe, Agordo e La Stanga, quest’ultima frazione di Sedico Bribano.
E ancora nel Cordevole – Mis – Piave, con le centrali di Sospirolo, Bivasi (una frazione di Santa Giustina vicino Belluno), Busche, Quero tutte lungo il Piave. Ed infine il serbatoio del Mis, splendido fiume che scorre tra rocce e dirupi, con le centrali di Fadalto e di Nove.
E poi c’era un ultimo impianto che si riforniva dal torrente Cellina in territorio friulano.
Insomma, la SADE ne aveva di centrali e di invasi. Ne aveva sette, con annesse centrali importanti, perché, messe tutte assieme avrebbero potuto fornire un quindicesimo della corrente totale nazionale, insomma qualcosa di grosso, di molto grosso!
Tutto bene dunque? Perché mai aggiungere a questo popò di impianti un ulteriore nella valle friulana del Vajont?
Il problema è il fiume Piave, che non ha una portata regolare nel corso dell’anno e quindi risulta poco adatto (proprio da un punto di vista tecnico) a rifornire le centrali della SADE. Ecco il motivo del bacino, in una valle abbastanza stretta, con un torrente che abbia acqua tutto l’anno e che non sia molto abitata. La valle a Nord di Longarone, che si inoltra risalendo il torrente Vajont.
C’è anche un’altra osservazione importante da fare. Gli invasi legati a queste centrali di SADE hanno una capienza complessiva di 68 milioni di metri cubi d’acqua, che sembra una cifra enorme, ma, secondo il primo progetto Vajont, nel lago artificiale ce ne staranno 58 milioni di metri cubi d’acqua, quasi tanti quanti tutti gli altri messi assieme. Vedremo poi che questo valore aumenterà sensibilmente.
vajont05Il bacino del Vajont è destinato a diventare una specie di banca, perché qui devono confluire le acque trattenute altrove. Vengono infatti incanalate dalla diga di Pieve di Cadore sul Piave, da quella di Pontesei (sul torrente Maè) e da quella di Valle di Cadore (sul fiume Boite) tramite una serie spettacolare di condutture in cemento armato.
É in questo sistema di vasi comunicanti che si realizzano quei “salti d’acqua” che permettono a piccole centrali elettriche di produrre energia. Ad esempio la centrale di Colomber, ai piedi della diga del Vajont, e quella di Castellavazzo. Le acque scaricate dalla centrale di Soverzene venivano invece portate al lago di Santa Croce e ai successivi con altre centrali.
L’impianto aveva anche lo scopo di regolare le acque del fiume Piave, aggiungendone nei periodi di secca. Insomma un’opera grandiosa, grandiosa davvero.
Tenete presente che l’energia elettrica è una merce che si vende e dunque più ne produci e più guadagni. Tanto per chiarire che la SADE non è serto stata un’opera pia.
Ma la faccenda non finisce qui, perché un torrentello come il Vajont non poteva fornire così tanta acqua. Così l’ingegnosa grande opera allargava i suoi fronti e prevedeva che tutti gli altri invasi dolomitici portassero l’acqua a monte della nuova grande diga che avrebbe chiuso la valle del Vajont, su cui si affacciano i paesini di Erto e, più in alto sulle sponde della montagna, di Casso.
Un mega progetto insomma, e il nome datogli è indicativo. Infatti nel 1940, viene presentato al ministero dei lavori pubblici il progetto “Grande Vajont”.

Permessi, acquisizioni, espropri

Ora mettiamoci per un momento nei panni degli amministratori centrali, quelli del ministero. Il 1940 non è un anno semplice per il nostro paese. Siamo in guerra e le priorità sembrano ben altre rispetto a quelle di valutare con calma e perizia un progetto civile, per quanto importante potesse essere.
Quando arriva l’8 settembre del 1943, con l’armistizio firmato tra Badoglio e gli alleati, del Grande Vajont non se ne è occupato ancora nessuno.
La SADE tuttavia non è una società da quattro soldi. Qualcuno ha paragonato questa azienda alla FIAT come impatto politico e sociale, ciascuna ovviamente nel suo settore industriale.
E così il mese dopo, il 13 ottobre 1943, la società veneziana riesce a convocare la IV commissione dei lavori pubblici, con lo scopo di approvare il famoso progetto. A dire il vero la commissione non è completa, addirittura manca il numero legale, essendo presenti in 13 sui 36 che dovrebbero esserci. Ma il progetto viene approvato ugualmente: tutti i timbri sono a posto e la decisione consentirà di partire con i lavori.
E il conte di Misurata? É contento? Certamente sì, anche se nel frattempo, con un tempismo eccezionale, da ministro di Mussolini, è diventato un antifascista emigrato in Svizzera. Questo voltafaccia è curioso. Del resto Volpi, massone e dunque formalmente contrario al fascismo, era stato governatore coloniale della Tripolitania dove aveva assistito ai massacri perpetrati dal generale e criminale di guerra Rodolfo Graziani. Ma torniamo alla diga.
vajont06Il 1943 è l’anno in cui comincia l’acquisizione dei terreni per costruire la diga e permettere la formazione del lago artificiale. La SADE si presenta a Erto e Casso, dove gli abitanti fanno la conoscenza con un termine che sarà di casa lassù: esproprio. Vanno anche in Comune, dove, senza tanti giri di parole, fanno notare che avendo vinto l’appalto, tanto lassù mica sanno in che modo, la vendita dei terreni è obbligatoria. Ricordiamo che siamo in un piccolo paesino di montagna, poco abituato ad avere a che fare con le strutture statali. Tra l’altro negli anni seguenti verrà costruita una caserma dei carabinieri, che darà ancora più il senso della presenza dello stato lungo i pendii delle montagne. Ma il Comune di Erto-Casso fa un po’ di confusione e vende, oltre ai terreni demaniali, anche qualcosa che non gli appartiene.
Infatti cento cittadini si accorgono che è stato venduto dal comune un pezzo di bosco comune, il che significa che sono loro i proprietari di quel pezzo di terra; si rivolgono al sindaco e pretendono di essere pagati. Ma il comune i soldi non li ha per accontentare tutta quella brava gente. La soluzione può essere una sola: chiedere un prestito alla SADE. Ed ecco che l’amministrazione pubblica della valle diventa improvvisamente debitrice dell’azienda privata.
Facciamo adesso un salto in avanti nel tempo. Dopo aver ottenuto tutto il terreno necessario, viene aperto il cantiere nel luglio del 1957 ed iniziano i lavori. É un grande cantiere, che dà lavoro a 400 operai, a molta gente della valle, ai contadini che vedono nella costruzione della diga la possibilità di uno stipendio fisso, perché anche una volta finiti i lavori ci sarà da controllare, adeguare, sistemare, controllare. Insomma ci sarà ancora lavoro e nelle condizioni in cui sono non si può certo buttarlo via. E poi, dai … una diga; sai quante ce ne sono, quante sono state costruite? Sono opere buone, che servono al Paese (nel senso dell’Italia) per avere energia e pensare a risollevarsi da quel brutto periodo passato tra fez e moschetti. Serve ad avviare il boom economico che verrà nei prossimi anni ’60.
vajont07Un’opera buona per tutti, per il paese e i paesani.
Ma … c’è un ma anche in questa storia. A Belluno c’è una giornalista, di quelle toste, che non guardano in faccia a nessuno. Una giornalista che comincia a scrivere pezzi nei quali sostiene che le cose non sono chiare, che non si capisce bene come stanno procedendo le cose. Mette insomma una pulce nell’orecchio dei suoi lettori. Ora, nella valle del Vajont non è che molti leggano il giornale: hanno altro da fare, devono sopravvivere. Se poi il giornale è l’organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, capite bene che le copie vendute tra Erto e Casso non saranno certo state moltissime. Ad ogni modo va segnalata la presenza di questa “rompicoglioni” (il termine non è mio era usato da quelli della SADE). Il suo nome è Tina Merlin e diventerà presto uno dei personaggi chiave dell’intera vicenda del dramma del Vajont.
Nel frattempo i carabinieri sono arrivati ad Erto e uno dei loro primi compiti è quello di presentarsi alle famiglie per l’esecuzione degli espropri dei terreni. Non che ci sia niente di male in questo: il problema non sono certo quei pochi militari che in fondo non fanno che obbedire ad ordini che arrivano dall’alto … molto dall’alto come vedremo tra poco.
Ma la gente non vuole vendere, sia per un attaccamento alla propria terra, ma anche perché la SADE pretende che quei terreni vengano via a prezzi da saldo, tre, perfino quattro volte più bassi di quelli effettivi di mercato.
Chi ha visto il film di Martinelli sul Vajont, avrà apprezzato questo aspetto, uno di quelli descritti meglio dalla pellicola.

La Cate si ribella, poi cede

Succede qualcosa di straordinario: i cittadini si riuniscono in un comitato per contrastare queste acquisizioni. A dirigerlo come presidente è il medico del paese, che è anche il marito del sindaco. Nel 1956 c’è una giunta di sinistra, guidata dal sindaco Caterina Filippin, per tutti semplicemente la Cate. É nipote di Domenica Filippin, morta sotto le torture della Gendarmeria tedesca. La Cate è socialista, gestisce il negozio di alimentari con annessi bar e tabacchi. La sua energia, tipica di quelle donne di montagna, la fa ammirare e amare da tutti i suoi concittadini. Non solo, lei possiede parecchi terreni, forse quelli più fertili della valle. “Se lei ne ha di più da tutelare, siamo a posto anche noi!” pensano tutti. Ed in effetti la cosa funziona, perché la SADE si vede costretta ad aumentare le proprie offerte, di fronte a questo muro dei paesani.
Poi però succede qualcosa. Qualcosa di brutto per i contadini di Erto e Casso. La Cate, l’emblema della resistenza, vende tutti i suoi terreni, dopo una trattativa privata che le permette di spuntare un incasso decisamente più alto di quello proposto dall’azienda del conte di Misurata.
É un colpo basso che rende la SADE decisamente più forte. Adesso l’azienda non contratta più. Questo è il prezzo, prendere o lasciare.
Come lasciare? Il terreno è mio se lo prendi me lo rubi!
Già, ma l’azienda ribatte: io ti metto i soldi in banca e mi prendo i tuoi terreni, poi, se vuoi, puoi dimostrare che sono tuoi. Tu prendi un avvocato, di rechi da un notaio e alla fine avrai speso molti più soldi di quelli che ti avevo offerto. Insomma i poveri diavoli sono sempre tartassati e le vendite forzate proseguono finché tutto il terreno necessario alla costruzione dell’opera non finisce nelle salde mani della società veneziana.

La variante: nasce il “mostro”

Sono passati molti anni da quando il progetto originario era stato approvato. Ora viene chiesta una variante, ma non una variante da poco. Si chiede di poter realizzare una diga più alta, molto più alta, di oltre 61 m, il che porterebbe l’opera ad avere una altezza di oltre 261 metri in altezza, mentre la capacità del lago che si formerà arriva al valore davvero impressionante di circa 150 milioni di metri cubi d’acqua. Sarà una vera meraviglia, la più alta diga a doppio arco del mondo di quel periodo (ancora oggi tra le prime dieci), un gioiello largo 190 metri, spessore alla base di 22 metri, mentre in cima sarà larga solo 3,40 metri. Un biglietto da visita straordinario per esportare l’immagine folgorante dell’ingegneria e del lavoro italiano.
vajont08Il progetto porta le firme di due personaggi che abbiamo conosciuto fin dall’inizio di questa storia: l’ingegner Semenza e il geologo Dal Piaz. Carlo Semenza ne ha fatta di strada. L’avevamo lasciato giovane trentenne sui terreni della valle, lo ritroviamo nella stessa zona, come direttore della divisione idraulica della SADE. Anche Dal Piaz, allora semplice funzionario del magistrato delle acque di Venezia, poi è diventato un professorone, titolare della cattedra di Geologia all’Università di Padova, ormai in pensione con i suoi 85 anni ed è legato al suo amico Semenza, al quale vuole evidentemente dare una mano. Ma Dal Piaz è un grande geologo e ha qualche perplessità sull’aumento dell’altezza della diga. Chiede così di rivedere il vecchio progetto, lo firma e lo rimanda a Semenza. Questo lo presenta al ministero, con la firma quindi del 1 aprile 1957. Il ministero non capisce evidentemente molto di quei piani e approva tutto, vecchio progetto e nuovo progetto, compreso l’ampliamento dell’opera. Del resto a Roma pensano che solo adesso, dopo il nulla osta possano cominciare i lavori. Questi però sono già iniziati da almeno un anno e mezzo e la ditta costruttrice è ormai a metà strada nella realizzazione dell’impianto. Insomma la diga non viene modificata successivamente all’inizio dei lavori: la variante è presente fin dall’inizio, alla faccia delle autorizzazioni postume del ministero.
Una volta saputo dell’ampiamento il ministro chiede almeno una perizia geologica supplementare, che lo faccia stare tranquillo, nonostante i 150 milioni di metri cubi di acqua, quasi cento milioni in più rispetto a quanto previsto all’inizio.
La SADE risponde: “Tranquilli, ve la faremo avere”. Usare il verbo al futuro è giusto, perché una simile perizia non è mai uscita dalla valle e quindi non è mai arrivata a Roma.

La difesa a tutti i costi della diga

Ma l’aumento di capienza rende necessario espropriare altri terreni, altri 400 per la precisione. Come contentino agli abitanti più incazzati che perplessi, viene costruita una passerella che collega i due lati della valle, in modo da consentire agli abitanti di Erto e Casso di arrivare sui boschi e sui campi presenti sulle pendici del monte Toc, la montagna che guarda la valle del Vajont da Sud.
vajont09Questa specie di circonvallazione non viene approvata da nessuno, quindi è abusiva, se non che una legge dell’epoca consente di costruire qualsiasi cosa serva al cantiere, purché si tratti di un’opera provvisoria. E su questo termine provvisorio potremmo discutere a lungo, visto che non definisce nessuna durata di tempo. Ma agli abitanti la questione della temporaneità non viene affatto raccontata. Così quella circonvallazione può essere letta come un futuro sviluppo per il traffico e quindi come qualcosa di positivo. Ma che bravi quelli della SADE.
Interviene qui un nuovo personaggio, Renzo Desidera, ingegnere capo del genio civile di Belluno. Lui non ci vede chiaro in tutta questa storia e blocca i lavori. Ora noi sappiamo delle lungaggini burocratiche del nostro paese. Quante volte abbiamo dovuto aspettare mesi perché una pratica venisse espletata? Bene, questa volta le cose vanno molto diversamente. Passano appena 24 ore e arriva un ordine da parte del ministero dei lavori pubblici, retto in quel periodo dal democristiano Giuseppe Togni in un governo monocolore eletto coi voti delle destre, missini compresi. L’ordine rimuove Desidera dall’incarico, lo sostituisce con un certo Violino, che non si permetterà mai di interferire con la SADE. In questo modo non c’è più controllo e allora, ecco ‘altra grande trovata di Togni: costituisce una commissione parlamentare, chiamata pomposamente “Commissione di collaudo”. Il compito evidentemente è quello di verificare che sia tutto in regola, tutto a posto, e di non rompere le scatole a quella magnifica opera che serve tanto al paese. Nominata nel 1958, passa un anno prima che si rechi per la prima volta nella valle del Vajont. Ne fanno parte, e questo è il lato più becero della faccenda, due ingegneri e un geologo. Gli ingegneri sono proprio quelli che avevano approvato la variante della diga, il geologo è Francesco Penta, un bravissimo professionista. Ma è sempre quello che aveva firmato le autorizzazioni a procedere per tutti gli impianti precedenti a quello del Vajont, tutti quelli della SADE intendo. Insomma la commissione è legata all’azienda veneziana mani e piedi e la possibilità o la voglia di andare a fare le pulci alla diga del Vajont sono pari a zero!
La storia della commissione di controllo è allucinante. Il tempo trascorso è stato speso tra Venezia e Cortina, a fare gite, prendere il fresco e organizzare cene con i vertici della SADE, altro che controllo!
E arriviamo al 1959. Uno può pensare che il dramma avvenuto 4 anni più tardi sia stata una evenienza improvvisa, che nessuno se ne sia accorto prima. Cerchiamo di saperne di più. Dunque nel 1959 accade qualcosa di particolare, ma non al Vajont, un poco più in là, a Pontesei, dove c’è un’altra diga della stessa SADE, realizzata da Semenza con l’approvazione geologica di Penta. In quell’anno si osservano strani fenomeni: macchie gialle sulla superficie dell’acqua e gli alberi che si inclinano e si aprono delle fessure nel terreno. E non è certo un bel segno: significa che uno dei fianchi dell’invaso sta scivolando verso l’acqua. Cosa fare? La soluzione che viene in mente all’istante è quella di togliere l’acqua dal lago un po’ alla volta. Ma questo non aiuta granché, perché mano a mano che l’acqua diminuisce, la frana accelera. Insomma un cane che sui morde la coda, ma un cane pericoloso non solo per quel sito. Cosa sarebbe successo al Vajont se fosse franato un pezzo di monte a pochi chilometri di distanza?
vajont10La SADE interviene, mostrando anche un notevole senso dell’umorismo, anche se si tratta di umorismo nero. Istituisce una sorveglianza 24 ore al giorno per monitorare quello che sta succedendo. Ma la forza destinata a questo immane lavoro è composta da numero persone … una. Un poveraccio, tra l’altro anche zoppo, costretto a guardare la diga, il lago, i boschi, la frana. Si tratta di Arcangelo Tiziani, che prende servizio la domenica delle Palme, il 22 marzo 1959. É anche il giorno che la frana si stacca e viene giù. Tre milioni di metri cubi di terra si staccano dal monte Castellin e dallo Spitz, raggiungono l’acqua riempiendo parzialmente il lago. Nonostante il livello, per gli svasamenti, sia sceso di 13 metri, l’onda è alta 20 metri, scavalca la diga e si porta via il povero Arcangelo, il cui corpo non sarà più trovato. Nemmeno ci fosse stato l’intero esercito si sarebbe potuto fare qualcosa. La frana ha un fronte di 500 metri e non impiega più di tre minuti a precipitare nel lago.
É un avvertimento, perché quelle montagne non sono così diverse tra loro. Se succedesse un fatto simile con la diga del Vajont cosa potrebbe accadere? Gli avvertimenti dunque ci sono, sono inequivocabili e solo un fesso o un delinquente potrebbe non vederli o trascurarli.
136 famiglie si riuniscono in un comitato. Sono tutti molto preoccupati. Del resto anche i nomi hanno la loro storia. Vajont significa “che viene giù” e Toc deriva da Patoc e significa “marcio”. La sponda sud dell’invaso è quindi chiusa dal monte “marcio”. Chi non sarebbe preoccupato?
C’è una riunione durante la quale la gente vuole spiegazioni anche tecniche. Il morto di Pontesei fa muovere i giornalisti. Arriva Tina Merlin dell’Unità e arrivano anche i giornalisti del Gazzettino, all’epoca unico giornale locale a grande tiratura. Ma il Gazzettino non scriverà mai niente che possa fare ombra alla costruzione del colosso della SADE. Perché? É molto semplice. Perché il proprietario di quella testata era stato proprio il proprietario della SADE, Giuseppe Volpi, conte di Misurata.

Leopold Mueller

Segue un periodo fatto di perizie tecniche, sulle quali sorvoliamo anche per ragioni di tempo.
Le prime avvisaglie che qualcosa non va sono legate alla promessa passerella, che non viene realizzata perché, come sostengono i tecnici incaricati dalla SADE, i punti di appoggio si sgretolano e questo rende poco sicura la passerella. Si sgretola? E il resto? E la montagna? Tranquillizzata la popolazione, l’azienda è comunque in ansia e si rende conto che è ora di fare dei rilievi geologici seri, per i quali occorre chiamare professionisti di altissimo livello, possibilmente non pagati dalla SADE.
vajont11L’incaricato è un luminare assoluto: si chiama Leopold Müller e dirige una scuola geologica all’avanguardia a Salisburgo. Arriva, lavora due anni e nel 1961 emette la sua sentenza. C’è una frana sul Toc e più alto è il livello dell’acqua nel lago, più questa sarà spinta dentro le fessure fungendo da lubrificante. Così quella frana scenderà a valle. La sua sentenza è terribile:
«A mio parere non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve essere quindi considerato di circa 200 milioni di metri cubi.»
La frana c’è ed è enorme, larga circa 2 km, profonda un centinaio di metri, costituita da circa 200 milioni di metri cubi di terra, 70 volte più grande di quella di Pontesei. La linea di demarcazione ha la forma di una “M”, che ancora oggi è possibile osservare dalla diga del Vajont.
Una conferma della versione di Müller arriva da Edoardo Semenza, il figlio del progettista dell’impianto, il quale verifica la presenza della paleofrana da 200 milioni di metri cubi, tenuta su con lo sputo e a rischio di cadere proprio a causa dell’acqua. Edoardo avverte la SADE: più alto sarà il livello dell’acqua e prima il Toc cadrà nel lago. Lui è sicuro di questo e lo dice e lo ridice.
Ma il vecchio Dal Piaz non è per niente d’accordo e non lo è anche un geofisico, Pietro Caloi, che esplora la valle, sale sul Toc e manda una relazione che è l’esatto contrario di quella di Müller. La frana - dice - è una piccola cosa e non ci sarà nessun problema, La costruzione può proseguire tranquillamente.
Avendo investito un sacco di soldi, è chiaro che la SADE scegli e quest’ultima versione, quella, diciamo così, più ottimistica.
I lavori finiscono e, adesso, prima di vendere l’opera all’ENEL, bisogna fare i collaudi. I collaudi sono una storia nella storia. Nel 1961 ecco il primo, a 650 msm e si verifica una frana. SADE pensa allora bene di creare una galleria di by-pass, la cui costruzione dura quasi un anno, durante il quale la quota dell’acqua viene mantenuta tra 590 e 600 msm. Terminata la galleria, ecco il secondo collaudo, effettuato con estrema cautela, controllando i movimenti della frana. Nella primavera del 1962, la terra del Toc riprende a muoversi e a novembre, con l’acqua a quota 700, scende a 1,5 cm al giorno. Si decide allora un nuovo svaso, che termina a marzo del 1963, con il lago a quota 650. La frana si ferma.
Intanto avviene la nazionalizzazione e ENEL diventa proprietaria e responsabile della diga. Il livello dell’acqua viene fatto risalire fino a raggiungere la quota di 700 msm. Quella necessaria per il collaudo è di 715 msm, ma ecco che a 700 m la frana riprende la sua discesa, più veloce dell’altra volta, 2 cm al giorno. Una relazione di uno dei responsabili del collaudo, Augusto Ghetti, direttore dell’istituto di idraulica dell’Università di Padova, pagato ovviamente da SADE/ENEL stabilisce che il livello di sicurezza per evitare che la frana scenda è di 700 msm. Cosa curiosa visto che già a 650 m c’erano stati problemi. Comunque si comincia a togliere l’acqua fino a ritornare a 700 m. E’ il 9 ottobre 1963. E’ la fine. La strage del Vajont è ormai un fatto compiuto.

Il dopo Vajont

vajont12 Abbiamo visto la storia della diga e quella di quella terribile giornata di ottobre, ma purtroppo si è trattato solo dell’inizio delle disavventure dei cittadini di Longarone e di Erto. Certo ci sono i duemila morti, ma ci sono anche i sopravvissuti, disperati per l’immane tragedia che li ha colpiti. Cos’è successo dopo il Vajont?
Il 9 ottobre del 2001 veniva proiettato, in anteprima e praticamente dentro la diga, il film di Martinelli. Noi, e parlo di me e dei miei studenti e colleghi di allora, avevamo appena finito di lavorare ad un progetto integrato sulla vicenda, come ho già avuto modo di dire all’inizio. Eravamo andati più volte a Longarone ed Erto ad incontrare qualcuno dei superstiti, che ci avevano raccontato questa storia pazzesca che abbiamo ascoltato fin qui e poi la storia del dopo Vajont, come loro l’avevano percepita.
Quella sera del 2001 sono presenti un sacco di autorità. Ci sono i sindaci, le personalità del luogo, un sacco di giornalisti (anche quelli del Gazzettino). La cosa che fa più impressione è che questi non sanno praticamente niente di quello che è realmente accaduto in quella valle. Ricordo che qualcuno di loro pensava ancora che il problema fosse stato nella costruzione della diga, che invece si erge bellissima e praticamente intatta sopra le loro teste. Solo qualcuno ha la convinzione che la causa di quella strage sia da ricercare nella gestione politica di un affare che si doveva fare a tutti i costi, poco importava il prezzo che c’era da pagare.
  Ma quella sera, a vedere il film, ci sono soprattutto i cittadini di Erto e Casso, quelli di Longarone e delle altre frazioni coinvolte nel 1963. Sono lì, più che per vedere il film, per gridare il loro sdegno verso uno stato che, prima ha contribuito a causare la morte di duemila persone, poi ha abbandonato i fortunati superstiti ed infine li ha imbrogliati, come vedremo tra poco. Superstite è un termine diffuso, nel quale vengono comprese anche quelle persone che il 9 ottobre ’63 non c’erano lassù, ma che hanno perso quello che avevano: terre, animali, persone care.vajont13I superstiti dunque, quella sera del film, offuscano completamente la prima, il regista, i politici, l’ineffabile rappresentante dell’ENEL, Chicco Testa, e tutti gli altri. Non c’è spazio per altro che per le loro voci.
Sono stato, prima della serata del film, diverse volte ad assemblee di quella gente, ascoltando le stesse parole, lo stesso sdegno, la stessa rabbia di quella sera del 2001. Le ho sentite nella sala comunale di Longarone, nei raduni all’aperto, perfino nei bar e nelle osterie. Quella gente si lamenta dei quattro soldi arrivati a famiglie che hanno perso tutto, parla di donazioni mai arrivate a destinazione, ma finite chissà dove anche nel resto del paese. Raccontano di bambini orfani truffati dai genitori adottivi, ricordano le 600 vittime alle quali non è stato riconosciuto nessun danno sfruttando, come vedremo tra poco, alcuni cavilli legali.
Perfino il recupero delle salme è incomplete. Si sono fermati a quota 1466 e ce ne sono ancora 451 di cui nessuno sa nulla. Alcuni cadaveri sono stati ripescati nel Piave a decine di km di distanza da Longarone. Qualcuno ricorda anche le casseforti delle banche, che la ditta incaricata di recuperarle non ha trovato: scomparse. Pazienza, uno dice. Pazienza un corno, perché là dentro ci sono documenti importanti: polizze assicurative, pensioni dei morti mai pagate agli eredi, certificati di proprietà di terreni, negozi, attività. Non solo i morti dunque, sono affogate nel fango.
I giornalisti presenti quella sera ascoltano esterrefatti, a bocca aperta. Me la ricordo come fosse adesso quella sera al Vajont, mi ricordo le facce di quei giornalisti. Eppure un bravo giornalista basta che vada su a Erto e si fermi a bere un caffè in un bar, per sentire tutto quello che è uscito dalle bocche dei superstiti quella sera: tutti sanno come sono andate le cose, basta ascoltare.
vajont13La stampa se ne è fregata alla grande: nessuno che abbia vigilato prima sui morti e poi che abbia vigilato sui diritti dei vivi; nessuno che abbia indagato su quelli che si sono arricchiti con il Vajont, pur non avendo mai abitato da quelle parti. I giornalisti non sanno niente, perché certe cose è meglio non dirle, è meglio che la gente non sappia, perché la proprietà del giornale non vuole, perché occorre dire chiaro e tondo che lo Stato è corresponsabile di questo assassinio di massa.
Ma generalizzare è sempre poco serio. Perché delle eccezioni ci sono state. Prima tra tutti Tina Merlin, che sull’Unità, ha scritto prima, durante e dopo quel maledetto giorno con lucidità e coraggio, perché non era facile a quei tempi essere comunisti e in prima linea in una regione che più bianca non si può.
Nelle mie visite a Erto ho conosciuto un’altra giornalista brava e coraggiosa, Lucia Vastano. All’epoca lavorava per Narcomafie, un giornale fantastico, ma decisamente poco conosciuto. É stata lassù, ha chiesto, studiato, ha parlato con la gente, ha partecipato a quelle assemblee. Io c’ero, posso testimoniarlo. Poi ha pubblicato alcuni libri sul Vajont. Uno del 2008 con un titolo che dice tutto: “Vajont, l'onda lunga: quarantacinque anni di truffe e soprusi contro chi sopravvisse alla notte più crudele della Repubblica” e uno più recente, del 2014, dal titolo “I palloncini del Vajont, storia di una diga cattiva”. Quest’ultimo è il racconto che i nonni fanno ai loro nipotini, spiegando loro come era bella quella valle prima che il monte Toc scendesse nel lago.
vajont15Ma è nel 1963 che la stampa dà il meglio di sé. Ci sono frasi scritte sulle prime pagine dei giornali dell’11 ottobre che, oggi, fanno rabbrividire. E sono frasi di penne famose: Indro Montanelli parla di tragedie di ogni genere che vanno affrontate con coraggio e senza creare odio interno; Dino Buzzati, con una prosopopea degna di miglior causa, dopo aver magnificato la diga, scrive sul Corriere, cito tra virgolette “ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande e asciutta di quella della scienza”. Giorgio Bocca, un giornalista di punta dell’epoca, una specie di Marco Travaglio, scrive: “nessuno ha colpa, nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita gli uomini non ci hanno messo le mani tutto è stato fatto dalla natura che non è buona o cattiva è indifferente.”
Insomma la stampa diventa il pompiere della situazione. E quei pochi che si azzardano a spiegare come sono andate davvero le cose, vengono tacciati di sciacallaggio, accusati di speculare sui morti. la Democrazia Cristiana il 19 ottobre fa appendere cartelli ovunque accusando il Partito Comunista di sciacallaggio per via degli articoli di Tina Merlin. Lo setto partito aveva un settimanale, chiamato “La discussione” che scrive testualmente: “quella notte nella valle del Vajont si è compiuto un misterioso disegno d'amore” che in quanto a misterioso è davvero molto misterioso.
Ad occuparsi di mettere le cose nei giusti binari dell’informazione è la stampa estera che con gli articoli del New York Times, dell’Herald Tribune, di Le Monde e così via racconta la verità in modo inequivocabile. Ma sono tempi in cui non c’è internet, pochi parlano l’inglese, quasi nessuno compra giornali stranieri.
Un’altra storia è quella del cronista della RAI, Bruno Ambrosi, inviato per un servizio a Longarone, che si ferma più di un mese per dare una mano ai soccorritori, scavando corpi di bambini, recuperando ossa, scavando nel fango. É presente anche al processo di Belluno, assieme al collega Santalmassi deve fare un pezzo sul pubblico ministero Mario Fabbri. Nello studio di questi prepara le lampade e i microfoni. É tutto pronto per l’intervista quando entra il procuratore capo Fabio Mandarino e si porta via il PM. Quando Fabbri torna, comunica ad Ambrosi che l’intervista non si può fare, perché altrimenti avrebbe rischiato un’accusa di furto. Il furto della corrente elettrica che alimentava le lampade. Guardate che queste sono cose successe davvero, non fanno parte di un film di fantascienza.
L’intervista verrà comunque realizzata qualche giorno dopo nella stanza d’albergo del giornalista, oscurando tutte le finestre perché la forte luce delle lampade non insospettisse qualcuno. Pensate un po’.
Ambrosi porta tutto a Roma. É un pezzo decisamente importante, fatto benissimo, addirittura eccellente a sentire le parole del suo direttore Willy De Luca, ma lo stesso dice ad Ambrosi che quell’ottimo lavoro finirà in un cassetto che non si riaprirà più. Perché mai? É lo stesso De Luca a rispondere.
La magistratura usciva piuttosto male da quel servizio. E qui cito ancora “Il procuratore di Roma, Spagnolo ha fior di inchieste sulla RAI nel suo cassetto: se non mandiamo il servizio, viene chiuso il cassetto se va in onda, apre il cassetto: chiaro?
Basterebbe questo per capire come sono andate le cose nell’immediato dopo Vajont.

Faremo giustizia … e poi?

vajont16C’è ancora un episodio che voglio raccontare e riguarda l’allora primo ministro e futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone, che di professione non politica fa l’avvocato. Ebbene, quando arriva a Longarone come primo ministro, promette, tra le lacrime, che giustizia sarà fatta in breve tempo. Poco dopo cade il governo e Leone si trova ad essere uno degli avvocati difensori dell’ENEL nella causa sulla strage.
Ovviamente un processo c’è: si svolge a L’Aquila e questo crea non pochi disagi agli abitanti e ai testimoni bellunesi che hanno un lungo viaggio da affrontare. Finisce tutto in cassazione nel 1971 con due sentenze di colpevolezza: Alberico Biadene, il vice direttore del ramo tecnico della SADE, prende cinque anni di cui tre condonati; Francesco Sensi, ingegnere capo della commissione di collaudo, prende tre anni e 8 mesi, di cui tre anni condonati. Dunque sono puniti, molto leggermente, da un lato gli esecutori e dall’altro i controllori, cioè lo stato, anch’esso responsabile in qualche modo di quel massacro. Gli altri imputati o sono già morti o vengono assolti.
Una bella differenza con i 21 anni chiesti dall’accusa!
Ma il comune di Longarone non ci sta e fa causa al proprietario della SADE, che nel frattempo è diventata la Montedison, perché, pochi mesi prima della frana, la SADE passa all’ENEL. Nel 1982 il tribunale di Firenze accoglie l’istanza e condanna Montedison ed ENEL al pagamento dei danni. Ma è il tribunale civile e penale di Belluno, nel 1997, 34 anni dopo la strage, a dire l‘ultima parola. Montedison viene condannata a pagare al comune di Longarone 22 miliardi, grossomodo 10 milioni di euro. Ma questi soldi non vanno ai singoli cittadini, bensì all’amministrazione, che sicuramente li può usare per migliorare le condizioni di tutti, ma Alberto, Giovanni, Marta non vedono una lira. E tuttavia è chiaro che anche ai singoli individui tocca una indennità per le perdite subite.
Su questo punto occorre tornare al 1968, quando girano per la valle strani individui che si fermano a parlare con la gente. Dicono loro che non avranno una lira e che è meglio se accettano quello che offrono loro. Meglio soldi subito anche se pochi che aspettare anni e anni per averne un po’ di più. Teniamo conto del clima di quella gente, ancora stravolta da una tragedia così incredibile. Alla fine molti accettano. Ma come si calcola il risarcimento per un morto?
C’è un vero e proprio prezziario, una lista di cifre in lire, che ho cercato di tradurre alla buona con il controvalore di oggi: coniuge 25 mila euro, un figlio unico 17 mila euro, al figlio minorenne per la perdita di un genitore 12mila euro, al fratello convivente 7 mila euro, al fratello non convivente 5 mila, al nipote, nonno, zio anche se convivente niente di niente. Le transazioni sono tutte legali: nessuno può avanzare contestazioni.
Ci sono situazioni limite, come quella di Vincenzo Tesa, che ha perso 7 familiari e viene rimborsato con 6 milioni, più o meno 40 mila euro attuali, una cifra ridicola soprattutto pensando che sono andate perdute, oltre agli affetti, la casa, i terreni, gli animali, lo stesso senso della vita.
Chi sono quei personaggi che girano tra Longarone ed Erto? Ho già accennato al fatto che la SADE è stata ceduta all’ENEL e quindi alla Mvajont17ontedison. Loro capiscono subito che di là a poco sarebbero fioccate richieste di risarcimento a centinaia e così cercano di anticipare una botta sicura, offrendo transazioni molto basse. Così la Montedison assolda un pool di avvocati, che in quel periodo fanno solo questo: girano di casa in casa proponendo soldi, pochi soldi, per pagare i morti.
E poi quella povera gente semplice ha di fronte una delle più grandi aziende dello Stato e lo Stato stesso: come si fa a pensare di far causa a questi colossi? Meglio accettare quello che offrono. Il 94% degli aventi diritto prende i soldi e scompare dalla scena dei ricorrenti.
Possiamo mai giudicarli con quello che sappiamo oggi? La maggior parte ha appena cominciato a ricostruire, a crearsi una nuova vita, a fare mutui per una casa e così via. I soldi servono subito, anche per mangiare, per tirare avanti.
Solo pochi, un centinaio, resiste, aspettando i processi e i rimborsi. Sono quelli che hanno una situazione economica meno disastrata o quelli che hanno alle spalle una organizzazione, un partito, un’associazione, la parrocchia. Qualcuno dovrà attendere 40 anni per avere un po’ di più di quello che gli avvocati della Montedison gli propongono. Altri non avranno nulla perché nel frattempo sono morti o perché la loro documentazione è incompleta o ha qualche di vizio di forma.

La storia più sporca: le licenze

L’ultima questione che voglio trattare questa sera è quella delle licenze. All’indomani del 9 ottobre, riprendere a vivere non è facile. Oltre a tutto il resto, gli abitanti hanno perso anche i loro punti di riferimento, il medico, il parroco, i carabinieri. A quelli di Erto le cose vanno anche peggio: gli tolgono perfino il paese. Vengono sparpagliati qua e là. Personalmente sono stato a visitare Vajont, dove sono finiti quelli che poi tornano indietro, occupano le vecchie case, rubano la corrente all’ENEL per rimettere in piedi la comunità. Bene, Vajont è un paesino in fondo al fiume Livenza, lontanissimo dalle montagne. La sua vista mi ha messo una grande tristezza addosso, pensando alle montagne, ai boschi, alle valli, che gli ertani erano abituati a guardare ogni mattina appena svegli.
I tre soggetti chiamati in causa dalla tragedia sono Montedison, ENEL e lo Stato. Partiamo da quest’ultimo.
Il Vajont è una grandissima opportunità, perché lassù è stata fatta tabula rasa, quindi è possibile pianificare tutto da capo, senza vincoli o piani regolatori da rispettare. Nel 1964 viene fatta una legge, la numero 357, chiamata poi Legge Vajont. Le intenzioni non sono però quelle di venire incontro ai sopravvissuti, ma quello di impegnarsi in “uno sviluppo capitalistico, in primo luogo industriale in un quadro programmatico secondo una programmazione comprensoriale dentro un disegno che puntava decisamente alla realizzazione della realtà economica e sociale e non ultimo culturale del bellunese.
Questa frase non è mia, è di Vincenza D’Alberto, un ricercatore, citato nel libro di Ferruccio Vendramini sul Vajont.
La legge 357 stanzia 300 milioni di lire per Erto. Italo Filippin, sindaco del paese, racconta che ne sono arrivati solo 12, il 4%. Perché?
vajont18Il trucco e l’inganno stanno nella parola comprensorio. Quanto grande è un comprensorio? Si potrebbe ragionevolmente pensare alle zone colpite, ma lo Stato ha altre idee al riguardo e nel comprensorio finiscono, com’è ovvio, le province di Belluno e di Udine, ma anche quelle di Trento, di Bolzano, di Gorizia, di Vicenza, di Treviso, di Venezia, di Trieste. Perché mai?
Perché qui possono arrivare i benefici della legge e i finanziamenti molto vantaggiosi dello Stato.
Ma, anche se sembra impossibile, c’è di peggio. Chi possedeva una licenza commerciale nell’ottobre 1963, aveva diritto ad un contributo del 20% a fondo perduto e al finanziamento del restante 80% ad un tasso molto agevolato. Inoltre non doveva pagare tasse per 10 anni. Tenete presente che è un periodo con una inflazione pazzesca e avere tassi agevolati è una vera manna.
La legge però è ancora più buona. Le licenze possono essere vendute ad altri e questi godono degli stessi vantaggi purché aprano la loro attività all’interno del comprensorio, vale a dire in quasi tutto il triveneto.
Le licenze riguardano attività di poco conto: barbieri, falegnami, gelatai, venditori ambulanti. Ecco allora una nuova ondata di personaggi invadere la valle: sono commercialisti e avvocati, questa volta mandati da imprenditori. Si presentano nelle case dei “commercianti” e offrono pochi soldi per acquistare la loro licenza. Parliamo di 50 o 100 mila lire dell’epoca. In alcuni casi si arriva ad un milione, valori ridicoli se pensate che gli imprenditori pagavano gli avvocati 5 milioni per ogni licenza che riuscivano ad arraffare.
I valligiani non sanno a cosa stanno rinunciando, probabilmente quasi nessuno sa di quella legge del 1964, del comprensorio e di tutto il resto. Le transazioni sono tutte documentate, scritte nero su bianco e pubbliche. Voglio fare qualche esempio perché si capisca cosa è successo.

  • Giacomo Solari, commerciante di legname di Longarone, vende la licenza alle Industrie Meccaniche di Alano di Piave, che a Sud di Feltre aprono una fonderia, che ottiene un miliardo e 125 milioni di lire per la riattivazione;
  • Fedele Olivotto è il calzolaio del paese e vende la licenza alla “Tegola Inglese”, aperta nel 1966 a Trichiana, vicino a Belluno, che riceve 200 milioni di finanziamento;
  • Agostino e Leonardo De Mas hanno una segheria e vendono la licenza alle “Cartiere di Verona”, che aprono a Santa Giustina a Sud di Belluno, ricevendo una sovvenzione di 3 miliardi;
  • Quella più conosciuta riguarda gli eredi del calzolaio Marco Celso, morto il 9 ottobre. Vendono la licenza alla Zanussi, fabbrica di compressori, che ottiene 3 miliardi per riattivare il centro di Mel, vicino a Belluno.
Sono solo pochi esempi dei moltissimi che si potrebbero fare e che sono tutti documentati.
Quello che si deduce è che lo scopo della legge è proprio quello di favorire lo sviluppo industriale in una zona rurale, che è rimasta forse un pochivajont19no indietro rispetto al resto del Nord Italia e il Vajont è un'occasione troppo ghiotta per non approfittarne. Le emergenze ai bisogni della gente sono soltanto un fastidio. Tutto questo avviene all'ombra di una legge dello stato. Possiamo essere schifati fino al vomito, ma non c'è nessun illecito, è tutto perfettamente in regola.
Ma non tutto fila liscio. Nonostante l’ampia libertà d’azione offerta dalla legge, qualcuno vuole fare il furbo e prendere una scorciatoia. É, ancora una volta, Tina Merlin, a raccontare i fatti.
Nel 1980 si celebra un processo contro 14 individui. A Erto c’è un geometra, Arturo Zambon, che raccoglie e dà il via libere alle pratiche sulle licenze: non è dunque un problema intercettarle. A Pordenone il commercialista Aldo Romanet (che sarà coinvolto anche nel caso Roberto Calvi) istruisce le pratiche e le invia al notaio Diomede Fortuna, che a sua volta le legalizza. Da qui con tutti i timbri a posto vengono spedite alla commissione provinciale di Udine, dove un altro componente della banda, il segretario Pier Luigi Manfredi le sottoponeva con una insolita velocità all’approvazione della commissione, il cui presidente Vinicio Tumente, il quale non trova niente di strano in tutto questo, anche perché quelli che presentavano le pratiche sono tutti suoi buoni amici.
Ma le licenze sono tutte false. Le nuove industria sono in realtà villaggi turistici e condomini. E Tina Merlin scrive che si tratta di una organizzazione di stampo mafioso, che ha addentellati fin dentro il ministero dei lavori pubblici. Questo finte attività rastrellano molti miliardi di lire di allora allo Stato, denaro che poi viene inviato in conti correnti dalle intestazioni più fantasiose in banche svizzere. In quel periodo portare capitali all’estero è un grave reato.
Il processo porta a pene molto lievi, probabilmente anche perché i giudici si rendono conto che dietro questi personaggi c’è qualcosa di molto più grosso e con ogni probabilità inattaccabile. Un testimone svizzero non si presenta al processo, dicendo che è stato minacciato di morte se lo avesse fatto.
Come si vede il Vajont è sì una frana che spazza via paesi e vite, ma è anche lo specchio di uno stato brutto sporco e cattivo che ha reso quella tragedia ancora più tragica con le porcherie combinate nel cosiddetto dopo – Vajont.
Chiudo con un ricordo personale: nelle giornate che ho passato ad Erto, ho incontrato i pochi superstiti rimasti. Già allora, vent’anni fa, dicevano che potevano starci dentro una corriera. Ricordo benissimo che, travolti dai ricordi, ti guardavano con occhi lucidi, ma ti dicevano con voce ferma “io non li perdonerò mai”.

Introduzione

Questa sera vi voglio raccontare una storia molto interessante che riguarda uno stato a noi molto vicino, il Vaticano. Meglio chiarire subito: non parleremo di religione, ma di cose molto più terra terra, come le finanze, le banche, le sovvenzioni a partiti stranieri e, come spesso ci capita, parleremo anche di morti ammazzati.
Le fonti, più che mai doverose in questo contesto sono alcuni libri, pubblicati negli ultimi anni, come “Vaticano SpA” di Gianluigi Nuzzi, edito da Chiarelettere; “Vaticano rosso sangue” di Vittorio di Cesare e Sandro Provvisionato, edito da Olimpia; “Mai ci fu pietà” di Angela Camuso, edito da Castelvecchi, quest’ultimo sulla storia della banda della Magliana, che ci servirà soprattutto nella prossima puntata sul Vaticano, quando parleremo del sequestro di Emanuela Orlandi. Ed inoltre tutta la letteratura che si può trovare in rete (articoli di giornali dell’epoca, dossier, interrogatori e quant’altro).
Cominciamo subito.
Visto il tema così venale, la prima domanda da farsi è se lo Stato del Vaticano sia ricco o povero. In effetti a guardarlo dall’esterno ci sono parecchie contraddizioni. Da un lato vediamo una immensa ricchezza nei paramenti, nelle opere d’arte, nelle architetture di chiese e palazzi e nei possedimenti immobiliari della Santa Sede. Dall’altro conosciamo tutti di persona diversi preti che se la passano decisamente male, e che portano avanti la loro missione in mezzo a mille difficoltà economiche.
Del resto, termini come ricco e povero sono relativi e non è sempre chiaro cosa significano. Ma quando ci si mette di mezzo la politica vanno seguiti schemi precisi per definire ogni cosa. Così il Lussemburgo e il Qatar sono ricchi perché il loro PIL pro capite (cioè il reddito medio di un cittadino) supera i 100 mila dollari l’anno. L’Italia è un paese abbastanza ricco con 38 mila $ l’anno, ma c’è chi possiede barche e ville e chi non possiede neppure un lavoro. Ecco perché parlare di ricchezza di un paese non fa necessariamente dei suoi abitanti dei nababbi.
Viceversa la Somalia, con un PIL di 500 $, è povera e basta. Non occorre raccontarlo ai somali: loro lo sanno benissimo.
E il Vaticano? Il Vaticano, nelle classifiche dei PIL non compare, non c’è proprio. Perché?
La spiegazione è molto semplice. Il Vaticano è uno stato improduttivo. Vuol dire che non produce merci e quindi non può scambiare denaro con esse. Dal momento che il PIL proprio questo misura, il Vaticano non compare nella lista perché il suo PIL non è calcolabile.
Eppure ha bisogno di un sacco di soldi per mandare avanti i propri progetti e le proprie missioni. Sono andato a curiosare nel sito della Santa Sede. Alla voce Economy si legge:
La Santa Sede è sostenuta finanziariamente da una varietà di fonti, compresi gli investimenti, il reddito immobiliare, e le donazioni da privati cattolici, diocesi e istituzioni; questi finanziano la Curia Romana (burocrazia vaticana), le missioni diplomatiche, e i media. Il bilancio dello Stato della Città del Vaticano include i Musei Vaticani e l’ufficio postale ed è sostenuta finanziariamente dalla vendita di francobolli, monete, medaglie, cimeli e oggetti turistici; da contributi per l'accesso ai musei, e dalle vendite di pubblicazioni. Inoltre, una raccolta annuale arriva dalle diocesi e da donazioni dirette, che costituiscono un fondo che non rientra nel bilancio ed è conosciuto come Obolo di San Pietro, che viene utilizzato direttamente dal Papa per la carità, in caso di catastrofe, e gli aiuti alle chiese nei paesi in via di sviluppo. Il reddito e tenore di vita dei lavoratori laici sono paragonabili a quelle degli omologhi che lavorano nella città di Roma.
Mi sembra abbastanza chiaro. Anche se qualche industria in Vaticano c’è (stamperie, produzione di monete, medaglie, francobolli, mosaici e uniformi per il personale, servizi bancari internazionali e attività finanziarie) sembra non siano abbastanza per calcolare un PIL.
Ora a noi, in questa sede non interessa molto cosa guadagna il Vaticano o cosa può spendere. Le notizie al riguardo sono piuttosto complicate da trovare in rete. Quello che è certo è che il bilancio dello stato pontificio è di gran lunga inferiore rispetto a quello, ad esempio dell’Italia. Parliamo di migliaia di volte inferiore, quindi di cifre molto basse. Questo significa forse che il tenore di vita dei cittadini vaticani è di gran lunga peggiore di quello italiano? Evidentemente no. Anzi, a leggere un rapporto della CIA (l’intelligence americana) quei cittadini se la passano più o meno come quelli italiani.
Per capire meglio come sono andate le cose occorre dare un’occhiata indietro, perché la Storia (quella con la S maiuscola) spesso costruisce fortune o miserie.
Patti lateranensi 1929Durante il Risorgimento l’Italia in via di formazione si annette lo stato pontificio (praticamente tutta l’Italia centrale), lasciando in piedi solo un piccolo territorio per permettere al papa e al suo seguito di continuare a fare il lavoro apostolico di cui si era persa traccia durante gli sfarzi del potere molto temporale e assai poco spirituale. Nel 1929 il regime fascista di Mussolini ha bisogno di tutti gli appoggi possibili ed immaginabili e così si arriva ad un accordo (i famosi patti lateranensi) che oltre a un sacco di convenzioni bilaterali (come l’aver dichiarato la religione cattolica religione di stato) contiene una parte economica: la convenzione finanziaria. Lo Stato Italiano si riconosce debitore della Chiesa per le guerre del secolo precedente e per essersi incamerato i beni ecclesiastici sparsi sul territorio nazionale e comincia per questo a versare alla Chiesa un obolo mica da ridere a titolo di indennizzo.
Così al nuovo Stato chiamato «Città del Vaticano», oltre all'esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, arriva un risarcimento di «1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire». Le cifre sono ovviamente espresse in Lire di 80 anni fa. Il Sole 24 ore pubblica una applicazione che, grazie ai calcoli dell’ISTAT permette di determinare quanto vale oggi una lira di un certo anno. In questo modo quei 2 miliardi e 750 milioni del 1929 corrispondono oggi a circa due miliardi e mezzo di euro!!! Dopo una pausa continueremo il discorso.

Il Vaticano e lo Stato Italiano

Nel 1948 i Patti lateranensi finiscono dentro la Costituzione. Nel 1984 Craxi li modifica, cambiando alcune cose (ad es. la religione di stato) e introducendone di nuove, come l’8 per mille con il quale viene attualmente finanziata la Santa Sede da parte dei cittadini italiani che pagano le tasse e non destinano diversamente il loro contributo. A molti questi patti lateranensi non piacciono affatto e vorrebbero cancellarli perché non si capisce come uno stato straniero, qual è a tutti gli effetti il Vaticano, debba avere dei privilegi rispetto agli altri. E siccome i rapporti tra gli stati sono di natura politica e non religiosa vorrebbero poter decidere come popolo se questi privilegi sono o non sono legittimi. Beh, questo non si può fare, perché nessun referendum può intervenire sui patti lateranensi in quanto sono un trattato internazionale che la nostra costituzione esclude dal referendum. Una breve pausa e riprendiamo. 
Lo Stato Vaticano nasce all’indomani della firma dei patti lateranensi, nel 1929, appena Mussolini esce dalla Santa Sede. Il papa di allora, Pio XI, vara subito sei leggi, tra le quali la più importante è la prima, quella chiamata “fondamentale” che stabilisce che la Santa Sede è una Monarchia assoluta e il Sommo Pontefice ne è il re.
Dal punto di vista economico per il nuovo stato Pontificio, dimenticate le terre e le tasse da far pagare ai propri sudditi, i bilanci vaticani partono proprio dal gruzzoletto raggranellato dall’Italia fascista. Ma certo non solo. Una organizzazione così vasta distribuita in tutti i continenti e nella maggior parte degli stati del mondo deve avere dei costi davvero enormi. Ed in effetti i soldi circolano grazie agli investimenti internazionali, mobili e immobili, agli oboli dei fedeli e alle rimesse delle quasi 5 mila diocesi sparse per il mondo.
ior 03Sulla quantità di denaro che affluisce alla Santa Sede le informazioni non sono concordi. Molti sostengono che i proventi di tutte le sue operazioni economiche e finanziarie sono molto elevate. Inoltre va tenuto presente che tutto il patrimonio immobiliare della Chiesa sul territorio italiano gode di privilegi fiscali davvero notevoli. Inoltre c’è un occhio di riguardo di molti imprenditori verso la Santa Sede.
Da un punto di vista organizzativo il bilancio dello stato è gestito da un Ente Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e viene controllato dalla Prefettura per gli affari economici; questa controlla anche i bilanci dell’Istituto per le Opere di religione, il famoso o famigerato IOR, conosciuto anche come Banca Vaticana.
Lo IOR non è affatto la banca centrale del Vaticano (una specie di Banca d’Italia della Santa Sede). E’ una banca normale con il suo CdA (formato di tutti cardinali) che risponde direttamente al Papa. Insomma in caso di un buco o di malversazioni il responsabile ultimo è papa Francesco in questo momento.
A noi non interessa qui cosa fa e com’è lo IOR oggi, perché la nostra storia si sviluppa nei decenni passati del secolo scorso. Da allora e soprattutto negli ultimi anni è stato rimodernato e dotato di regole che cercano di impedire illeciti e casi clamorosi come quelli di cui parleremo tra poco. Lo statuto del 1990 prevede che lo IOR debba custodire i “beni mobili e immobili affidati alla banca e destinati a opere di religione e carità”. Altri scopi non sono, oggi, consentiti.
C’è una sola sede non lontana dall’abitazione del papa in Vaticano. L’istituto è gestito da professionisti bancari e guidato da un presidente che non deve per forza essere un religioso (oggi è l’economista francese Jean Babtiste de Franssu). Anche il direttore non è religioso. Si tratta di Gian Franco Mammì, entrato nello IOR nel 1992 come cassiere.
Il presidente riferisce ad un collegio di sei cardinali, nominati direttamente dal papa per 5 anni. Un centinaio sono i dipendenti della banca. Il bilancio è rimasto segreto fino al 2013, quando per la prima volta si è saputo quanti soldi l’istituto vaticano gestisce. Parliamo (i dati sono del 2016) di un patrimonio di oltre 6 miliardi di euro con un utile netto (sempre per il 2016) di 36 milioni di euro. I suoi clienti sono in calo rispetto al passato, ma rimangono comunque circa 15 mila. Gli interessi bancari sono piuttosto elevati, se confrontati con quelli miseri che le banche italiane riservano a noi. Si va da 4 al 12% e, non esistendo tasse all’interno dello Stato vaticano, si tratta di soldi netti. Una utile precisazione è che non ci sono azionisti cui corrispondere i dividendi. É il collegio cardinalizio a stabilire come spendere gli utili di gestione.
Questo oggi. Ma adesso è tempo di fare un salto nel passato, partendo dall’istituzione stessa dello IOR. 
Nel 1887 papa Leone 13° fonda l’Amministrazione delle Opere Religione, come sua banca personale. Nel 1942 questa istituzione viene rifondata da Pio 12° con un nuovo statuto e chiamata, appunto Istituto Opere Religiose, IOR.
É sempre all’interno dei Patti Lateranensi del 1929 che si stabilisce che gli utili dello IOR non saranno mai soggetti a tassazione da parte dell’amministrazione italiana. Come abbiamo visto questo entra a far parte della Costituzione della Repubblica Italiana nel 1947.
Il primo personaggio che incontriamo nella nostra storia si chiama Massimiliano Spada, dirige lo IOR negli anni ’50 ed ha il compito di aumentare le finanze vaticane, ma anche di far diventare l’istituto l’arbitro ideale in tutte le operazioni che riguardano lo Stato Italiano e le società private.
Il salto di qualità avviene quando Monsignor Amleto Todini presenta a Spada un suo lontano parente, un siciliano di Patti, un banchiere che si sta facendo strada nel mondo dell’economia e, soprattutto, degli affari. Si chiama Michele Sindona.

Michele Sindona

Prima che Sindona arrivi dentro il Vaticano, c’è un altro personaggio di cui dobbiamo, anche se brevemente, parlare. Si tratta Ernesto Moizzi. A Sindona lo presenta Franco Marinotti, il capo in testa della SNIA Viscosa, all’epoca la più grande industrie tessile italiana. Moizzi vende a Sindona un’azienda messa proprio male. le acciaierie Vanzetti SpA. Il banchiere siciliano capisce subito che quello che non va non è la produzione siderurgica della fabbrica, ma la gestione pessima da parte del management. In due anni mette a posto i conti, la riporta a fare profitti notevoli e la mette in vendita. Viene acquistata dalla più grande società di acciai speciali, la Crucible Steel of America. É uno dei primi passi di Sindona verso la costruzione di un impero economico e finanziario straordinario.ior 04
Fin qui tuttavia non si parla di banche e banchieri. E adesso ci arriviamo. Moizzi è anche proprietario di un piccolo istituto di credito, la Banca Privata Finanziaria. Come può una simile piccolezza entrare nelle grazie di un colosso come lo IOR? In realtà la Banca Privata gode di due enormi vantaggi. Il primo è che possiede una speciale autorizzazione governativa di operare anche nel settore della mediazione finanziaria, come le banche svizzere per capirci. Il secondo è la sua clientela, costituita da personaggi di primissimo piano nel panorama della produzione nazionale: parliamo delle famiglie Falk (quelli delle barche), Pirelli, Marinotti, Juker (quelli del cotonificio). Insomma la Banca Privata è un boccone ghiotto per chiunque. E così Moizzi si rivolge a Sindona, chiedendogli di vendere le azioni allo IOR. E così Sindona si rivolge a Massimiliano Spada e lo convince a lanciarsi nell’operazione. Spada alla fine ci sta e, per finanziare l’operazione usa un conto fiduciario presso il Credito Lombardo. Compra l’intero pacchetto, ma riserva a Sindona e Marinotti il 40%. Perché? Probabilmente per coprirsi le spalle con un banchiere dal grande avvenire e con uno dei membri influenti di Confindustria, che potrà agevolare l’allargamento della clientela a personaggi di spicco dell’economia italiana.
Ed ecco l’inghippo. Lo IOR in quel momento ha un presidente religioso, monsignor Alberto Di Jorio, che diventerà cardinale di là a poco con Giovanni 23°. Costui, sentendosi escluso dall’affare Banca Privata, intima a Spada di vendere la banca.
Questo avviene e il compratore è una holding, la Fasco A.G., sede nel Lichtenstein, di proprietà, guarda caso, di Michele Sindona.
La Banca Privata adesso è di Sindona all’80% e di Marinotti al 20%. Quando ne viene venduto il 49% delle azioni a due istituti finanziari, uno inglese e l’altro americano, i due avranno introiti favolosi e Sindona manterrà comunque il controllo con il suo 51% del pacchetto azionario.
Ecco dunque che il potere economico di Sindona diventa sempre più grande. Nel 1961 è proprietario di svariate banche e di una infinità di società grandi e piccole, nelle quali fa convogliare gli investimenti di importanti operatori mondiali: la Bank of America, la Nestlè, la Paribas, la banca belga dei Rotschild, giusto per fare qualche nome.
Nel 1964 controlla circa 50 milioni di dollari dell’epoca solo nel settore immobiliare e arrivano profitti da ogni settore industriale e produttivo.
L’ufficio tributario di Sindona, uno dei più prestigiosi della nazione, si trova a Milano Ed è qui che nasce un’amicizia molto forte tra il banchiere siciliano e l’arcivescovo della città, monsignor Giovanbattista Montini, che dal 1963 e fino al 1978 sarà papa Paolo 6°.
Nel 1968 le strade di Sindona e delle finanze vaticane tornano ad incrociarsi.
Perché?
Perché le cose per lo IOR non vanno affatto bene. Da un lato il parlamento italiano ha appena votato il ripristino della tassazione sui dividenti posseduti dal Vaticano e dall’altro per via di una serie di investimenti sbagliati. Per ironia, come scrive Nick Tosches, in una fabbrica d’armi e in un’azienda farmaceutica che produce contraccettivi orali.
Ma gli investimenti maggiori sono concentrati in due giganti dell’economia italiana: le Condotte d’Acqua e la SGI, Società Generale Immobiliare, entrambe in notevole difficoltà e bisognose di una ricapitalizzazione, quindi di nuovi investimenti. Il Vaticano pensa di abbandonare il controllo di entrambe le società.
Nel frattempo Spada, che non è più nello IOR, sostituito da Luigi Mennini, lavora come consigliere di amministrazione in diverse banche di Sindona. All’APSA c’è monsignor Sergio Guerri, al quale Paolo 6° si rivolge perché contatti, attraverso Spada, il vecchio amico Michele Sindona.
ior05Ed ecco il miracolo, termine che oggi possiamo usare visto che parliamo della Santa Sede. Sindona e la Hambros Bank di Londra rilevano i pacchetti del Vaticano e controllano di fatto le due società. Spendono in tutto 50 milioni di dollari. Convocato da Paolo 6° Sindona viene indicato come “uomo mandato da Dio”, ma il banchiere di Patti è abile e si accorge subito che qualcosa non torna. I bilanci presentati dal Vaticano delle due società acquisite sono falsati e la situazione è molto peggiore di quello che sembra. Poi, come sempre, nel giro di pochi anni Sindona rimette in piedi le aziende inserendole nuovamente nel mercato, ma quello sgarbo del Vaticano, non lo dimenticherà.
E non lo dimentica certo nel 1971, quando viene chiamato nuovamente in Vaticano. Questa volta non si tratta di salvare nessuno e neppure di fare un piacere ad un vecchio amico. No. Questa volta si tratta di fare affari insieme.
Alla riunione assieme a Sindona, partecipano il nuovo direttore generale del Banco Ambrosiano e il neo presidente dello IOR: sono Roberto Calvi e Paul Marcinkus.
E qui comincia un’altra storia.

Calvi, Marcinkus e lo IOR

ior06Cominciamo a conoscere Paul Marcinkus: lo facciamo riprendendo un brano del libro “Il mistero Sindona” uscito nel 1986 edito da SugarCo e firmato dallo scrittore statunitense Nick Tosches.
Figlio di un pulitore di finestre, nasce in Illinois nel 1922. Nel 1947 viene ordinato sacerdote, tre anni dopo è a Roma per studiare diritto canonico all’Università Gregoriana. La sua carriera passa attraverso missioni diplomatiche in Bolivia e Canada. Nel 1964 diventa guardia del corpo del papa per la sua corporatura molto robusta. Nel 1965 è l’interprete dell’incontro a New York tra Paolo 6° e Lyndon Johnson. Poi entra nei ranghi dello IOR, di cui diventa presidente nel 1971. Calvi lo aveva conosciuto diversi mesi prima e gli era stato presentato da Michele Sindona.
Ma le cose vanno malissimo. Marcinkus non capisce un fico di finanza e si rivolge ad un suo concittadino, che ne combina di tutti i colori, rischiando di finire nelle mire del fisco americano. Per questo chiama Sindona, il quale capisce tutto: ha di fronte un uomo estremamente ambizioso, ma decisamente sprovveduto in quanto a qualità amministrative.
Anni dopo, dal carcere, Sindona parla con Harmon della Commissione d’indagine sul crimine organizzato, spiegandogli quanto sia facile esportare illegalmente qualunque cifra dall’Italia all’estero. E aggiunge.
La banca del papa, lo IOR, si era prestata a molti servizi come questi e fin dai tempi della sua fondazione. generalmente forniva i servizi ad altre banche, i cui clienti privilegiati ceravano, attraverso i canali vaticani, maggiore sicurezza e massima segretezza. Lo IOR apriva un conto corrente con l’istituto di credito italiano che voleva esportare lire in nero. Il cliente della banca depositava i soldi liquidi sul conto e lo IOR provvedeva ad accreditarglieli all’estero. La commissione dello IOR era poco più alta del normale. La Banca d’Italia ed altre autorità non hanno mai interferito, perché convinte che la Santa Sede, messa alle strette, avrebbe risposto che come governo di uno stato sovrano non era obbligata a fornire informazioni all’Italia. So queste cose – continua Sindona – perché lo IOR agiva in questa veste anche per miei clienti delle mie banche.
Marcinkus, una volta capito il meccanismo, si convinse che si trattava di un delitto perfetto. Ma quando l’Italia dichiarò l’esportazione illecita di capitali un reato penale e non più civile, avvisai Marcinkus da New York di sospendere immediatamente i trasferimenti illegali di valuta. Ne andava di mezzo non solo lo IOR ma anche il buon nome del papato.
Ma Marcinkus, convinto di essere al di fuori del raggio di azione della legge, continuò ad inseguire profitti, che presentava al papa come esempio della sua competenza e del suo valore e che avrebbero finito con l’ottenergli la berretta rossa (diventare cardinale NdT). Fu un errore fatale. Lo IOR alla fine perse la stima che si era creato grazie a uomini come Spada. Marcinkus perdette ogni speranza di diventare cardinale.
Marcinkus, aggiungo io, rimane in Vaticano fino al 1997, quando a 75 si ritira da ogni carica, torna negli Stati Uniti, dove muore a 84 anni a Sun City in Arizona. 
Calvi, Marcinkus e Sindona (in stretto ordine alfabetico) aprono a Nassau, alle Bahamas, un sistema di riciclaggio della valuta. C’è di mezzo il Banco Ambrosiano, quello controllato da Calvi, certo, ma in cui hanno azioni anche Sindona e lo IOR di Marcinkus.
Credo sia noto come finisce l’epopea di Sindona. Nel 1972 acquisisce il controllo della Franklin National Bank di Long Island (stato di New York) con manovre abbastanza oscure che vedono intervenire i massoni della P2, l’amministrazione Nixon e i repubblicani. Solo due anni più tardi l’amministrazione rileva perdite pesanti, i clienti ritirano i loro soldi e mandano in crisi la banca. Sindona è costretto a chiedere un prestito di un miliardo di dollari alla Federal Reserve Bank, la banca centrale degli States. Due anni dopo la Franklin viene dichiarata insolvente per bancarotta fraudolenta, con forti perdite di capitali per speculazioni in valuta straniera e una cattiva politica di gestione dei prestiti. Nel 1979 gli amministratori della banca vengono processati presso la Corte Federale a New York, e condannati. In Italia intanto Giorgio Ambrosoli, che si sta occupando del collasso finanziario di Sindona, muore in un omicidio il cui mandante è lo stesso Sindona. Il banchiere di Patti deve scontare 25 anni nelle carceri degli Stati Uniti, ma viene stradato in Italia per assistere al processo per omicidio. Viene rinchiuso a Voghera. Le condanne fioccano: 12 anni per frode finanziaria e poi l’ergastolo per l’omicidio Ambrosoli. Muore nel 1986, ingerendo un caffè con del cianuro di potassio. Non è chiaro se sia stato avvelenato o se si lui stesso abbia preparato la bevanda, forse per farsi estradare negli Stati Uniti, in quanto c’era un accordo tra Italia e USA che in caso di percolo per la sua vita, Sindona sarebbe tornato negli States.
Ma questa è una storia che è una conseguenza di quello di cui stiamo parlando, per cui adesso torniamo, buoni buoni, a seguire le vicende dello IOR.
Siamo adesso nel 1981, quando l’amministratore delegato dello IOR Luigi Mennini viene arrestato perché coinvolto nel crack di Sindona. Ma il peggio deve venire, perché nel maggio di quell’anno, solo una settimana dopo l’attentato di Alì Agca a papa Woytila, viene arrestato Roberto Calvi. In Vaticano serpeggia il terrore, specie quando Calvi affida un biglietto alla moglie da recapitare in Vaticano. C’è Scritto: “Questo processo si chiama IOR.” Le operazioni illecite, secondo il banchiere milanese, sono state fatte per conto del Vaticano. É così che, in assenza del papa, ancora in convalescenza, si incontrano in Vaticano i vertici del Banco Ambrosiano e dello IOR.
Il direttore del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone, presente all’incontro racconta:
In quel colloquio, monsignor Marcinkus disse che non c’erano problemi, ma che bisognava attendere la scarcerazione di Calvi per poter parlare con lui. … In quell’incontro non venero pronunciati nomi di società, né si parlò di cifre. Monsignor Marcinkus fece solo gli auguri per un pronto rientro del presidente (cioè di Calvi) e parlò di collaborazione che andava proseguita con la dovuta chiarezza e riservatezza.
Quando si arriva al processo, il Vaticano gioca duro con Calvi. Al figlio Carlo arriva prima una telefonata di Marcinkus di riferire al padre di stare zitto e non svelare nessun segreto e di continuare a credere nella Provvidenza (non è una battuta, sono le parole del prelato). Poi arriva da Carlo Francesco Pazienza, che abbiamo già incontrato, come uno dei protagonisti della vicenda riguardante le stragi del 1980. Gli dice che bisogna andare a New York per incontrare monsignor Giovanni Cheli, rappresentate del Vaticano all’ONU. A Manhattan lo aspetta un noto mafioso, amico di Sindone e di Licio Gelli e un prete, che poi verrà arrestato per contrabbando di opere d’arte. All’ONU arrivano Carlo, Pazienza, il prete e il mafioso. Cheli, in termini diplomatici, ribadisce quello che Marcinkus aveva anticipato al telefono. Ma, è il caso di dire, questa volta, da ben altro pulpito.
Cosa poteva rivelare di tanto pericoloso Calvi durante il processo? Lo scopriamo tra poco.

Banco Ambrosiano e IOR

ior07In effetti, per quanto si è saputo negli anni più recenti, la trama che coinvolgeva Calvi, Marcinkus e soci era di quelle da film dell’orrore. Si tratta di una rete per riciclare i soldi della mafia siciliana, nella quale oltre ai nomi già citati figurano esponenti politici siciliani, padrini, e numerosi iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.
L'allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta impone lo scioglimento del Banco Ambrosiano e la sua liquidazione coatta. É storico il suo discorso in Parlamento, quando riferisce pubblicamente delle responsabilità della banca vaticana e dei suoi dirigenti, fra cui Marcinkus. Secondo i suoi calcoli, il Vaticano è coinvolto nello scandalo per una somma di circa 1.500 miliardi di lire. Nel 1987 Marcinkus venne indagato, assieme ad altri due dirigenti dello IOR, per concorso in bancarotta fraudolenta e venne emesso un mandato di cattura dalla magistratura italiana in rapporto al crack dell'Ambrosiano, ma dopo pochi mesi la Corte di cassazione prima, e quella Costituzionale poi, annullarono il mandato in base all'articolo 11 dei Patti lateranensi, facendo venir meno anche la conseguente richiesta di estradizione.
Ma torniamo a Calvi e al suo processo. Questo può provocare un terremoto anche in Vaticano dal momento che sporchi e loschi traffici erano fino ad allora avvenuti con il beneplacito di alcuni settori dell’amministrazione della Santa Sede. Si tratta di coinvolgimento in società fantasma nei paradisi fiscali di Panama o del Lussemburgo. E poi c’è il banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Ma è proprio suo? Chi governa quella banca per davvero? Quello che emerge durante il dibattito e grazie alle deposizioni di collaboratori di Calvi è che il pacchetto di controllo della banca lombarda è nelle salde mani dello IOR da un bel pezzo. E poi quel finanziamento di ben 150 milioni di dollari alla Cisalpine con sede a Nassau: quella, come abbiamo già visto, costituita apposta per riciclare valuta. E, guarda caso, nel consiglio di amministrazione di questa banca figura anche Paul Marcinkus.
Ci sono anche dichiarazioni al veleno di Roberto Calvi, come quella in cui riferisce di un incontro con Marcinkus. Ecco le sue parole:
Io gli ho detto sul muso a Marcinkus. ‘Guardi che se per caso risulta da qualche contabile che gira per New York che lei manda dei soldi oper conto di Woytila a Solidarnosc, qui in Vaticano tra poco non c’è più pietra su pietra’. E quando ho visto che lui non diceva niente sono andato avanti … Allora Marcinkus ha cambiato discorso …”
Parleremo tra poco di Solidarnosc.
Calvi viene ritenuto colpevole di frode valutaria, condannato a 4 anni e 15 miliardi di lire di multa. Gli viene però concessa la libertà provvisoria in attesa dell’appello.
E qui comincia il gioco del ricatto tra i due protagonisti di questa vicenda: Marcinkus e Calvi. Alla fine si arriva ad un accordo. Calvi firma un documento con il quale libera lo IOR e Marcinkus da responsabilità inerenti l’indebitamento delle società panamensi verso il Banco Ambrosiano. In cambio lo IOR consegna a Calvi alcune lettere a garanzia della situazione debitoria di quelle stesse società. É un modo per assicurare al banchiere lombardo i capitali necessari a salvare il suo impero finanziario. In particolare c’è la dichiarazione che quelle società sono effettivamente controllate dallo IOR.
Ma Calvi non si arrende e si rivolge all’OPUS DEI, chiedendo di rilevare una quota del 10% del banco ambrosiano per un miliardo e duecento milioni di lire e di estromettere Marcinkus dalla presidenza dello IOR. L’Opus Dei ci pensa, ma alla fine rifiuta. La domanda è: perché questa decisione tenendo conto che Marcinkus è odiato in quanto ha in mano un potere finanziario in competizione con l’Opus Dei?
C’è un nuovo personaggio che compare nella nostra storia, il cardinale Agostino Casaroli, una carriera con una lunga sfilza di incarichi della massima importanza. In quel momento è Segretario di Stato vaticano, che sarebbe come dire Ministro degli Esteri. Lui è molto preoccupato di quello che il papa Woytila sta facendo. E cioè della sua politica a favore di Solidarnosc e contro la dirigenza comunista polacca. Allarmato dalla possibilità che l’Opus Dei arrivi a dirigere lo IOR interviene e blocca tutto.
I soldi a Solidarnosc arrivano dallo IOR attraverso il Banco Ambrosiano. La preoccupazione di Casaroli riguarda i difficili equilibri instaurati da una parte con il duro regime di Jaruzeski e dall’altro con la chiesa polacca. Il rischio di una guerra civile e, peggio ancora, di un intervento armato dell’Unione Sovietica, spaventa non poco il cardinale.
Intanto un papa ancora convalescente promuove monsignor Marcinkus che, dopo l’arresto di Calvi, acquista sempre più potere. Perché?
ior08Perché in lui, come capo dello IOR, convergono gli interessi del papato e quello della massoneria. Lo spiegherà bene Licio Gelli, come racconta lo scrittore massone Pier Carpi, in una famosa intervista a Enzo Biagi:
Gelli sosteneva che aveva versato nelle casse del Vaticano quasi 50 milioni di dollari per la causa polacca. Diceva: “La Polonia, come in tutti i paesi a dittatura comunista, la Chiesa e la massoneria debbono essere unite come non mai, poiché entrambe sono perseguitate.” I soldi erano arrivati allo IOR attraverso il Banco Ambrosiano.
Licio Gelli in quegli anni è un burattinaio che muove molti fili e ha molte cose da raccontare. A proposito della vicenda che stiamo seguendo, dice:
Nel settembre 1980 Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc, e aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro.”
Mentre il potere di Marcinkus cresce, quello di Calvi diminuisce. Nel Banco Ambrosiano entra anche Carlo De Benedetti rilevando un 2% delle quote. Ma De Benedetti cerca subito di capire quali legami siano in corso tra la banca di Calvi, lo IOR e la P2. Lo fa chiedendo direttamente a Calvi, il quale svicola e, in pratica, non risponde. Così l’imprenditore torinese si rivolge alle alte sfere del Vaticano, precisamente al cardinale Silvestrini della Segreteria di Stato. Quando De Benedetti si chiede come faccia il Vaticano ad affidare le proprie risorse ad un ladro, questo il termine preciso usato per definire Calvi, il cardinale si stringe nelle spalle e dice trattarsi semplicemente di “una pecorella smarrita”. Visto il clima, De Benedetti rivende la sue quote a Calvi ed esce precipitosamente dal Banco.
Dirà qualche anno dopo di aver capito proprio nel colloquio con Silvestrini che Marcinkus doveva avere un rapporto assolutamente particolare con papa Woytila. E capisce anche che il legame è rafforzato proprio dall’azione dello IOR a favore dei dissidenti polacchi.

La morte di Calvi

Credo tutti sappiano come è stato trovato il cadavere di Roberto Calvi. La mattina del 18 giugno 1982 un impiegato delle poste, camminando lungo il Tamigi, vede un corpo penzolare dalle arcate del Blackfriars Bridge, il ponte dei frati neri, in centro a Londra, non distante dalla cattedrale Saint Paul e da Covent Garden.
Suicidio, come si affretta a dire la stampa e l’inchiesta britannica? Difficile, se non impossibile. Un altro mistero da svelare. Ma andiamo con ordine.
Un paio di mesi prima, il 27 aprile il ragioniere Roberto Rosone esce dall’agenzia 18 del Banco Ambrosiano. Lo aspetta un omone barbuto, cappotto di cammello, vestito grigio e, sotto, una pistola calibro 7,65. C’è un “clic” di arma inceppata, poi uno sparo. Rosone si accascia ma non è morto è solo ferito ad un gluteo. L’omone non spara di nuovo, nessun colpo di grazia. Si allontana, sale su una moto guidata da un complice, che parte a tutta velocità. Ma intanto sono usciti in strada l’autista di Rosone e una guardia giurata. Dalla moto partono dei colpi per coprire la fuga. L’autista cade a terra colpito all’addome. La guardia spara 4 colpi. Uno colpisce l’omone alla nuca. Cade a terra. Morto.
L’omone si chiama Danilo Abbruciati, un professionista come vedremo tra poco, uno che non può aver sbagliato mira. Si è dunque trattato di un avvertimento, ma per chi?
Roberto Rosone, il ragioniere colpito, è vicepresidente e direttore generale del Banco Ambrosiano, il braccio destro di Roberto Calvi. Ecco a chi è diretto l’avvertimento.
Già, ma da parte di chi? Per scoprirlo dobbiamo conoscere meglio Danilo Abbruciati. Nonostante salga alle cronache con la formazione della prima Banda della Magliana, era già stato denunciato nel 1971 per aver picchiato e sequestrato la moglie. Nel ’76 finisce dentro per sequestro e omicidio. Ci rimane tre anni. Quando esce è senza contatti e allora si avvicina alla componente dei testaccini della Banda romana, quella diretta da Renatino De Pedis, diventandone uno dei capi. Seguire le vicende della banda della Magliana è quanto mai interessante per capire che razza di intrecci legassero tra loro la malavita organizzata, le correnti mafiose, i servizi segreti e la politica del periodo. Ma non è il tema di questa puntata di Noncicredo. Dunque Abbruciati. Uno degli affari sporchi della banda è quello dell’eroina. Dopo qualche tempo a fornire la “roba” ci pensa la mafia siciliana, quella di Stefano Bontade e di Pippo Calò. Anche la storia di questi due super-boss sarebbe interessante da raccontare, magari lo faremo in una puntata futura. Calò vive a Roma e ha bisogno di un piccolo esercito di gente senza paura e senza scrupoli. Gli serve per azioni intimidatorie e per omicidi. In quel periodo i morti di mafia non si contano, sia nelle lotte intestine tra famiglie, sia per fare piazza pulita di ogni concorrenza nei traffici illeciti. I testaccini sono l’ideale: Danilo Abbruciati diventa così il collegamento tra la banda e la mafia di Pippo Calò. Ad alcuni membri della Magliana questo non piace per niente; di Danilo non si fidano, ma il fiume di denaro che in questo modo fluisce riesce a convincere molti che, in fondo, che male c’è.
ior09La conclusione è che Danilo Abbruciati lavora per Pippo Calò e l’aver sparato a Roberto Rosone è solo un piacere fatto al capo mafia.
Questo è un punto che dobbiamo tenere a mente per quello che segue.
Dunque Calvi viene trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri. Essendo stato così ammanicato con il Vaticano, ti aspetti da parte delle autorità dello stato un qualche accenno di cordoglio. Invece niente di niente.
Prima di lasciare l’Italia, il banchiere aveva detto alla moglie: “Se mi succede qualcosa, papa Woytila dovrà dare le dimissioni”. Una frase molto pesante, che nasconde la conoscenza di segreti del tutto innominabili, anche se, probabilmente, sono quelli di cui abbiamo sin qui detto: le società finanziarie all’estero, i paradisi fiscali, le sovvenzioni a Solidarnosc e, con ogni probabilità, un’azione di riciclaggio del denaro proveniente dalla mafia, che abbiamo appena visto da che giro d’affari proviene.
Marcinkus sparisce dalla scena giudiziaria, nonostante gli arrivi una convocazione da parte del giudice che indaga su un prestito fatto a suo tempo dallo IOR e nonostante una comunicazione giudiziaria, che in termini attuali corrisponde ad un avviso di garanzia.
Il problema sul quale indaga la magistratura di Milano è un prestito di 50 miliardi delle vecchie lire all’Italmobiliare, ma indicizzato al franco svizzero, vale a dire che è con questa valuta che si devono fare i conti. E con la rivalutazione fortissima del Franco in quel periodo, nel giro di pochi anni il Vaticano si viene a trovare con un credito di oltre 110 miliardi, più del doppio. Sui tratta di una manovra speculativa.
Ecco perché il Vaticano tiene la testa bassa e la bocca cucita. Meglio starsene buoni … come dicono a Napoli: ha da passà a nuttata. L’unico interesse dello Stato pontificio è che sullo scandalo IOR-Banco Ambrosiano sia messa una grossa pietra al più presto, una pietra tombale visto che c’è di mezzo un cadavere: quello Roberto Calvi.

Perizie

Il corpo viene staccato dalle arcate e portato dalla polizia fluviale al Guys Hospital, dipartimento di medicina forense. Il referto del medico legale è chiarissima: si tratta di suicidio per impiccagione. Ma l’esame del corpo non è sufficiente: occorre vedere il contesto, vale a dire capire come diavolo ha fatto Calvi ad impiccarsi lassù.
La successiva indagine si compie davanti al Coroner, che noi traduciamo abitualmente con medico legal, anche se la figura inglese ha compiti più specifici di indagine giudiziaria. Dunque l’indagine si svolge davanti al Coroner e ad una giuria. Qui il verdetto rimane aperto: non si riesce a capire se Calvi si è suicidato o se è stato assassinato. Il caso passa allora alla magistratura italiana.
Che sia un suicidio o no fa una grande differenza. Non solo perché è sempre bene conoscere la verità su fatti del genere, ma fa una grande differenza per la vedova Clara, la quale fa causa alle Generali, che non vogliono pagare l’assicurazione.
É dunque un tribunale civile, quello di Milano, a ritenere fondata l’ipotesi dell’assassinio.
Addosso a Calvi si trovano parecchi soldi in varie valute, tra le altre diecimila dollari, circa 25 mila euro di oggi, due orologi, il passaporto con nome falso. Ma quello che incuriosisce gli investigatori sono cinque pezzi di materiale edile da cinque chili infilati nei pantaloni e nella giacca, come zavorra.
Si arriva al 1997, quindici anni dopo la morte di Calvi, ad avanzare ipotesi concrete su questi fatti. Lo fa il GIP Mario Almerighi al processo contro gli imputati, sospettati del crimine, Flavio Carboni e, guarda chi si rivede, Pippo Calò. Parleremo tra poco di questi due personaggi. Per ora ci concentriamo sulle osservazioni del magistrato.
Le analisi riguardano anche la marea che entra ed esce dal Tamigi. Secondo l’Autorità del Porto di Londra, il livello massimo in città si raggiunge alle 23,30 di quella notte. Questo significa che al momento del decesso di Calvi (avvenuto secondo le perizie attorno alle 2) le acque avrebbero dovuto raggiunge le ascelle di Calvi. Ne segue che solo due modi avrebbero potuto portarlo fin là. Il primo è la discesa dall’alto dell’impalcatura, cosa incredibile con quella zavorra addosso (che tra l’altro sarebbe probabilmente caduta almeno quella che aveva dentro i pantaloni). Il secondo modo è usando una imbarcazione. Ma allora si sarebbe dovuto trovare il natante oppure Calvi quella notte non era solo lungo il Tamigi. Analizzando i pantaloni portati dal banchiere si scopre che sono insudiciati a livello delle natiche, come tipicamente accade a chi viaggia su una imbarcazione destinata al trasporto fluviale.
La seconda perizia del 1998 stabilisce un’altra cosa importante. Dalle analisi più avanzate per l’epoca si stabilisce che le mani di Calvi non sono mai entrate in contatto con i mattoni che portava addosso e che le stesse mani non hanno mai toccato nessuna parte della struttura alla quale è stato appeso.
É sufficiente questo per concludere che Roberto Calvi, quella notte a Londra, è stato suicidato. Si tratta dunque di un omicidio. Adesso bisogna trovare i colpevoli.
Prima del 18 giugno, Calvi dà segni di temere quello che può capitare a lui e alla sua famiglia. In maggio fa allontanare la moglie Clara dall’Italia e pochi giorni prima di andare a Londra manda la figlia Anna in giro per l’Europa fino alla meta definitiva di Washington. Se analizziamo il modo in cui Calvi esce dall’Italia, capiamo quanto fosse preoccupato di far perdere le sue tracce. Il 9 giugno prende l’aereo da Milano per Roma. Qui incontra Flavio Carboni, col quale organizza la sua fuga.
Chi è Flavio Carboni?
É un faccendiere implicato in molte vicende oscure di questo periodo. Secondo il pentito della Banda della Magliana, Antonio Mancini, costituiva un anello di raccordo tra la stessa Banda, la mafia di Pippo Calò, gli esponenti della loggia P2, i servizi segreti deviati e alcuni politici e imprenditori influenti dell’epoca.
Era, carboni, quello che gestiva per conto di Cosa nostra gli investimenti di denaro sporco, utilizzando proprio il Banco Ambrosiano e lo IOR. In effetti l’unica condanna inflittagli riguarda il crack del Banco Ambrosiano: almeno sulla carta, perché grazie ad un paio di indulti se la cava con poco o niente.
Più recentemente finisce sotto inchiesta per la questione dell’energia eolica in Sardegna e per la costituzione della società segreta P3. Ma questa è un’altra storia che qui non ci interessa.
Dunque il 9 giugno 1982 organizza la fuga di Calvi. Costui va a Venezia, di qui a Trieste e ancora in Jugoslavia. Poi in Austria, a Klagenfurt. Il 14 giugno incontra Carboni al confine con la Svizzera, vanno ad Innsbruck nel Tirolo e da qui con un aereo verso Londra. Il 16 giugno Carboni raggiunge Calvi a Londra, partendo da Amsterdam.
Perché tutti questi spostamenti così complicati? Per far perdere le tracce? Per paura di essere seguiti? E, in questo caso, da chi?
Per capirci qualcosa dobbiamo seguire i processi che vengono svolti negli anni ’90 sul caso Calvi.
Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, la ricostruzione è più o meno questa. Calvi, attraverso il Banco Ambrosiano, riciclava molto denaro delle famiglia mafiose più importanti, quella dei Corleonesi in primo piano, ma anche della Camorra, che in quel periodo sta facendo una guerra spietata tra cutoliano e anticutoliani che provocherà oltre 1200 morti.
Sono i soldi ricavati soprattutto dal traffico della droga. A Roma, come detto, gestisce il tutto Pippo Calò, in accordo con la potente Banda della Magliana. Quando il Banco Ambrosiano fa crack, quei soldi spariscono, nei rivoli degli investimenti di Calvi, ritenuto l’unico responsabile di tanta perdita. Va quindi punito, con la morte.

I processi

Secondo le versioni fornite dai pentiti a decretare la sentenza sono Pippo Calò, Flavio Carboni e Ernesto Diotallevi, uno dei boss della banda della Magliana.
ior10Saranno proprio loro a finire sotto processo.  Assieme a loro finiscono sotto processo anche il contrabbandiere Silvano Vittor e la fidanzata di Carboni, Manuela Kleinszig, ben presto ritenuta dalla stessa accusa innocente.
Nel 2007 la sentenza. Tutti gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove. Decisione condivisa tre anni più tardi dalla corte d’appello.
É un finale abbastanza convenzionale per i delitti commessi dalla mafia, ma nel dispositivo del tribunale si leggono frasi che portano ad un finale non scritto, perché, secondo i giudici, la tesi del suicidio “è impossibile e assurda”. Risulta però provato che Cosa nostra utilizzava “il Banco ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio”.
Nelle motivazioni della sentenza della corte di appello si legge: “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso”.
Ritorna ancora la stessa domanda: “Da chi?”.
Il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia accusa Francesco di Carlo, affiliato ai Corleonesi. Quando diventerà collaboratore di giustizia, negherà di aver partecipato alla messa in scena del ponte dei frati neri. Dirà che Pippo Calò lo aveva effettivamente contattato per assassinare Calvi, ma lui era troppo lontano per essere contattato in quel momento. Quando successivamente chiama Calò, il boss gli dice che ormai è tutto risolto con “i napoletani”. Dunque, secondo questa voce gli esecutori dell’omicidio sarebbero stati Vincenzo Casillo e Sergio Vaccari. Il primo, cutoliano, ma anche legato ai corleonesi, verrà ammazzato nel 1983 facendo esplodere la sua auto piena di tritolo. Il secondo viene trovato orrendamente pugnalato e torturato nel suo appartamento di Londra nel settembre del 1982. Certo si tratta di criminali contro i quali la, passatemi l’espressione, concorrenza può essere feroce e quindi il motivo dei due omicidi potrebbe non avere nulla a che fare con Calvi … appunto … potrebbe.
Ecco dunque la storia che stasera ho cercato di raccontare nel modo più semplice possibile, anche se gli intrecci, come sempre, sono incasinati e di molti di essi ho semplicemente accennato, perché gli anni ’70 e ’80 in Italia sono pieni zeppi di incastri tra malavita (pensiamo ad esempio alla Banda della Magliana), cosche mafiose e famiglie camorriste, servizi segreti, organizzazioni eversive soprattutto neofasciste, logge massoniche come la P2 di Licio Gelli, politici corrotti e conniventi come Giulio Andreotti (riconosciuto colpevole di collusione con la mafia, ma prosciolto perché prescritto), faccendieri e, con ogni probabilità, imprenditori in rampa di lancio.
Chiudo questa puntata di Noncicredo con le motivazioni che nel 2016 il giudice romano Simonetta D’Alessandro archivia il procedimento che vede coinvolti Gelli, Carboni e Pazienza. Leggiamo:
Lo sforzo della pubblica accusa consegna comunque un’ipotesi storica dell’assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Il Banco ambrosiano riciclava denaro mafioso e al contempo finanziava segretamente, in chiave anticomunista, “nel quadro di una più ampia strategia del Vaticano”, il sindacato polacco Solidarnosc e i regimi totalitari sudamericani. Dunque né Calò né Marcinkus “potevano accettare il rischio” che Calvi, ormai alle strette, fallito e inseguito da un mandato di cattura, rivelasse agli inquirenti “quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare denari mafiosi in quelle direzioni, e l’attività di riciclaggio che attraverso il Banco veniva espletata”. Tra gli altri possibili moventi, emersi durante i lunghi anni di indagini, l’impossibilità da parte di Calvi di restituire un’ingente somma di denaro ai mafiosi. “Le rogatorie avviate verso lo Stato della Città del Vaticano hanno avuto esiti pressoché inutili”. Per questo non è stato possibile ricostruire il ruolo esatto di Marcinkus e soprattutto i flussi finanziari che legavano il Banco Ambrosiano allo Ior.
C’è ancora un ultimo documento, pubblicato nel libro “Poteri forti” di Ferruccio Pinotti, edito dalla BUR nel 2005. Si tratta di una lettera che Calvi scrive a papa Woytila il 5 giugno del 1982, due settimane prima di morire. Dice:
« Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona...; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest...; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l'espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato... »
I segreti e gli interessi economici legati alla mancata restituzione da parte dello IOR del denaro ricevuto dal Banco Ambrosiano e connessi alle operazioni finanziarie che lo IOR realizzava per conto di propri clienti italiani desiderosi di esportare valuta aggirando le norme bancarie sarebbero quindi all'origine della decisione di uccidere Roberto Calvi, che, disperato e temendo di finire in carcere, avrebbe potuto rivelare quanto sapeva ai magistrati.
ior11Per quanto riguarda la Chiesa, in questa vicenda si fa molta fatica a trovare concetti come “perdono”, “carità cristiana” e tutte le altre belle parole della filosofia cattolica, che restano lontane e suonano come un’imbarazzante ipocrisia quando si tratta di tutelare i propri interessi economici e politici.
E c’è anche un ultimo concetto, espresso molto duramente in “Vaticano SpA”: Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dallo IOR, parte un nuovo e sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire. L'artefice è monsignor Donato de Bonis. Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici di primo piano, compreso Omissis, nome in codice che sta per Giulio Andreotti. Titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca vaticana, ma anche il denaro lasciato dai fedeli per le messe è stato trasferito in conti personali. Lo Ior ha funzionato come una banca nella banca. Una vera e propria "lavanderia" nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato Vaticano. Tutto in nome di dio.