Oggi il nostro protagonista è un uomo che ha avuto una vita fatta di mille avventure e mille sventure, Richard Nixon, 37° presidente degli Stati Uniti d’America.Ed è proprio là che ci trasferiamo, durante gli anni ’70, un periodo bello caldo per molti motivi.
Ora non è perché molti di noi credono che l’attuale presidente degli Stati Uniti starebbe meglio in un manicomio piuttosto che alla Casa Bianca, non solo per questo almeno, che mi è venuta voglia di analizzare uno dei momenti più drammatici della cosiddetta democrazia statunitense, perché quello che accade il 17 giugno 1972 non ha alcun paragone con nessun altro caso. In quella data viene scoperto lo scandalo Watergate!
Uno dice: perché mai? Sai quanti scandali sono successi e anche molto gravi. Del resto nell’articolo su Allen Dulles non ne sono certo mancati. É tutto vero, però lo scandalo Watergate è l’unico nella storia degli USA ad aver avuto come conseguenza le dimissioni di un presidente eletto.
Ora, prima di cominciare la storia, vorrei chiarire un concetto importante. Se la conseguenza è stata così catastrofica, bisogna ricomporsi un attimo, perché lo scandalo Watergate è davvero una cazzata, una cosa di poco conto, una spiata nei confronti del partito avversario, come ce ne sono state sicuramente moltissime. Ma quello scandalo ne porta alla luce un sacco di altri, smascherando una politica, quella del partito repubblicano di Richard Nixon, che definire sporca è farle un complimento.
Ed è proprio di questo che oggi voglio parlare, di come uno scandalo da quattro soldi, quello del 17 giugno, porta alla luce un sistema davvero molto, ma molto sporco.
Perché parlarne … ancora?
Quando si prepara un articolo sullo scandalo Watergate, un dubbio ti entra in testa. Perché farlo? Ci sono migliaia di documenti sul caso: articoli, analisi, libri, documentari, film. Per fortuna, le cose che dicono non sono mai molto diverse, dal momento che le fonti, alla fine, sono quelle ufficiali, quelle delle indagini dell’FBI e della commissione parlamentare americana, quelle di un giornale straordinario come il Washington Post e poche altre. Perché parlarne allora? Il motivo sta nel fatto che una moltitudine di persone si è fatta un’idea sul Watergate, semplicemente guardando un film del 1976, un film bellissimo, “Tutti gli uomini del presidente”, diretto da Alan Pekula, con due straordinari protagonisti come Robert Redford e Dustin Hoffman. Un film, tratto dal libro scritto da due giovani giornalisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward, che hanno ceduto alle insistenze di Robert Redford, che il film lo voleva realizzare ad ogni costo. Ma quel film non racconta tutto, si concentra su quello che succede “durante e dopo”, mentre quello che è davvero importante è tutto quello che succede prima. Per questo vale la pena parlarne.Semplicemente, “il Watergate” non è uno scandalo e basta; è uno scandalo che scopre altri scandali, molto più imbarazzanti, perché raccontano di una politica fatta di “lavoro sporco” che serve ad “intrafottere” ogni avversario.
“Intrafottere” è il termine che viene usato nella versione italiana del film, una traduzione che non rende a sufficienza il termine originale inglese, che è “rat facking”, fottere i ratti.
Il Watergate, in questo senso, cioè di rivelatore di altri casini americani, è anche un’occasione per il Congresso statunitense per rendersi conto che non ha tutto sotto controllo e che qualche occhiata un po’ più attenta ai propri servizi segreti è meglio darla, come ho raccontato a proposito di Allen Dulles.
Di carne al fuoco ce n’è a tonnellate, ma da qualche parte bisogna pur partire, per poi costruire una trama che non lasci fuori le cose davvero importanti.
E allora, faccio come la maggior parte di chi ha scritto sul Watergate. Parto dal famosissimo scotch, dal nastro adesivo che una guardia giurata appena assunta, Frank Wills, trova, nella notte del 17 giugno 1972, sullo scrocco di una porta del complesso edilizio Watergate.
Watergate: un complesso edilizio
Già, il Watergate: cos’è? É un insieme di palazzi, costruito da una società italiana con una larga partecipazione finanziaria del Vaticano e disegnato da un famoso architetto del ventennio fascista, ma apprezzato anche dopo: Luigi Moretti. Ci sono ristoranti, alberghi, abitazioni, uffici. Qui vivono molti dei personaggi che incontreremo nel nostro racconto: John Mitchell, già ministro della giustizia, con sua moglie Martha; la segretaria particolare del presidente in carica, Richard Nixon; Maurice Stance, responsabile finanziario per la rielezione del presidente; Bob Dole, capo del comitato repubblicano nelle elezioni del 1972; Pat Buchanan, responsabile della comunicazione per Nixon e poi c’è Anna Chennault, nata a Pechino come Chan Sheng Mai, che incontreremo presto. Tutti repubblicani ovviamente, ma, negli appartamenti del Watergate, ci sono anche politici democratici e ci arriverà, nel 1974, Ben Bradley, il direttore del Washington Post, il giornale che tanta parte ha in questa storia. Nelle vicende di questo complesso entrerà anche Michele Sindona, ma questa è tutta un’altra storia.Il Watergate si trova a un paio di km dalla Casa Bianca e dal palazzo del Congresso, si affaccia sul fiume Potomac, come una porta sull’acqua, in inglese, appunto, Water Gate. É abbastanza curioso il fatto che, nonostante gate significhi semplicemente porta, tutti gli scandali successivi abbiano usato quel suffisso, gate: ad esempio Ruby-gate, tanto per non dimenticare il nostro amato presidente Berlusconi.
La vicenda è nota. Quel nastro adesivo serve a tenere aperto il passaggio dai garage ai piani del palazzo. É l’una e mezza di notte e Wills pensa ad una dimenticanza, forse della squadra di pulizia: toglie il nastro e continua il suo giro. Torna ai garage dopo circa un’ora e nota, con stupore, che lo scotch è ancora là, nella stessa posizione, sulla stessa porta. É fresco di assunzione, non vuole sbagliare niente, pensa che qualcosa non vada e così chiama la polizia.
Il poliziotto che dovrebbe intervenire ha bevuto un po’ troppo, così la centrale si rivolge ad un gruppo di agenti sotto copertura della buoncostume, come noi li chiameremmo. Siamo, lo ricordo, negli anni ’70 e, per non farsi riconoscere sono vestiti come degli hippie o qualcosa di simile. Sono loro i più vicini al palazzo e così si muovono su una macchina blu che non ha proprio niente delle auto della polizia.
Insomma sembrano più in cerca di una dose che di delinquenti da arrestare.
Nel palazzo di fronte a quello in cui si trova Wills, c’è un palo. Si chiama Alfred Baldwin, ha una ricetrasmittente. Deve comunicare con quelli che si sono infiltrati nel palazzo, con i ladri insomma, quelli che hanno messo lo scotch sulla porta del garage.
Alfred vede arrivare l’auto, ma non dà troppo peso a quella berlina del tutto anonima. Anche quando vede scendere quei personaggi pensa a dei balordi che hanno fatto tardi e tornano a casa. Insomma non si preoccupa minimamente. Poi però questi salgono e si fermano al sesto piano, accendendo le luci. Baldwin ha un sobbalzo, chiama i ladri con la ricetrasmittente, ma è troppo tardi. I ladri sono già stati beccati!
I ladri al sesto piano
Dunque il furto avviene al sesto piano. Perché proprio quel piano? Perché è così importante? Là il partito democratico ha sistemato il suo Comitato per le elezioni. Si tratta di rinnovare il presidente, quello in carica, Richard Nixon, contro un candidato democratico che non è stato ancora designato, ma lo sarà presto. Mancano meno di cinque mesi al voto, che, come da tradizione, si tiene il martedì dopo il primo lunedì di novembre, una decisione che risale nientemeno che al 1845.Dunque il sesto piano è un luogo estremamente sensibile, perché qui entra in ballo la politica a poco tempo dalle elezioni e, quando questo avviene, occorre muoversi con cautela, con molta cautela.
E cosa trovano i poliziotti in quegli uffici? Si trovano di fronte cinque personaggi davvero strani. Non hanno calzamaglie e passamontagna, non hanno scarpe da ginnastica e corde per fuggire dai tetti, come potremmo aspettarci da dei professionisti del crimine. Sono in giacca e cravatta, tutti sui cinquant’anni e hanno con sé attrezzature da spie: macchine fotografiche, microfoni, microspie e altre diavolerie che un agente segreto si porta dietro quando va al lavoro. Insomma non hanno certo l’aspetto di ladri, questo proprio no. Infatti da quell’ufficio non manca niente. Sia come sia, vengono ammanettati e arrestati per aver violato una proprietà privata: la denuncia sarà furto con scasso.
Non sembra, a prima vista, qualcosa di troppo eccitante. In piena campagna elettorale qualche spiata ci può stare, ma quando i cinque vengono identificati, le cose si complicano davvero tanto. Sono arrivati dalla Florida. Oggi sappiamo tutto sulla squadra del Watergate, ma ci vuole tempo e un sacco di indagini da parte dell’FBI e del Post per dipanare la matassa.
I cinque uomini si chiamano Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, di origini cubane e anticastristi, Frank Sturgis, un americano che ha soggiornato a lungo a Cuba e il loro capo, James McCord Jr. La squadra si compone di altri tre membri: uno lo abbiamo già conosciuto, è il palo Alfred Baldwin, che non fa in tempo ad avvertirli del pericolo. E poi le due menti dell’intera operazione, Howard Hunt e Gordon Liddy, sistemati in una camera dell’albergo, la 214. Di costoro non aggiungo altro, perché avremo modo di conoscerli meglio più avanti. Sono tutti conservatori, aderenti al partito repubblicano, cinque con passato nella CIA, tre nell’FBI (qualcuno ha operato in entrambe le agenzie). James McCord lavora per il Comitato per la Rielezione del Presidente Richard Nixon (CRP). Ed è questa informazione che cambia le cose, cambia la prospettiva, perché l’idea che non si sia trattato di un furto, ma di un sabotaggio nei confronti del partito democratico comincia a prendere forza.Le domande che vengono alla mente sono parecchie: chi ha ordinato quell’irruzione? É organizzata dal CRP? O addirittura dalla Casa Bianca? Fino a che livelli l’amministrazione Nixon c’entra? Il presidente lo sapeva? O è più semplicemente opera della CIA? Del resto che la CIA faccia un po’ quello che vuole è risaputo. Ma perché la CIA dovrebbe stare dalla parte di Nixon?
A ben vedere quell’irruzione nel Watergate, negli uffici dei democratici, se ci si ragiona un po’, non ha alcun senso, anzi, a dirla tutta sembra davvero un’idiozia. E questo per due motivi precisi.
Il primo, che si è trattato di una mossa talmente maldestra e di basso livello che sembra impossibile imputarla a chi è abituato a organizzare colpi di stato.
Il secondo, che sembra una mossa del tutto inutile, se serve alla campagna presidenziale. In quel momento Nixon è già certo della rielezione: ha 16 punti percentuali di vantaggio sul suo avversario democratico e la tendenza è ad aumentare il divario, tanto che alla fine saranno 23.
Chi è Richard Nixon?
Dunque ci deve essere dell’altro. E c’è dell’altro, c’è un sacco di altro, ma per sapere di cosa si tratta, bisogna tornare indietro nel tempo e conoscere meglio il protagonista di questa vicenda, Richard Nixon.Nato nella ricca contea Orange in California, da una famiglia quacchera, certo non ricca, Richard, o Dick come viene chiamato, svolge diversi lavori, diventa avvocato, entra in Marina, dove scala rapidamente la gerarchia dei gradi. Lasciata la Marina nel 1945, si dedica alla politica nel partito repubblicano. Già nel 1946 è deputato. Quattro anni più tardi è senatore. Alle elezioni del 1952 il candidato repubblicano Ike Eisenhower, il generale che ha sconfitto i nazisti lo vuole al suo fianco come vicepresidente. I due vengono eletti, nonostante qualche ombra sui finanziamenti personali arrivati a Richard.
É un vicepresidente diverso dai precedenti, che bastava facessero presenza alle manifestazioni. Lui invece, assieme alla moglie, intraprende viaggi per farsi conoscere e portare la filosofia americana all’estero. É rimasto famoso un dibattito a Mosca con il segretario Kruscev, di fronte ad una cucina statunitense, per questo chiamato il dibattito della cucina, in cui ciascuno dei due voleva convincere l’altro della bontà del proprio credo, il comunismo Kruscev, il capitalismo Nixon. Quel dibattito sembrava tenere aperto un contatto tra USA e URSS, anche se i tempi non erano ancora molto favorevoli. La conquista dello spazio da parte dello Sputnik e, soprattutto, il disastro degli aerei spia U2 americani, non portano vantaggi alla discussione dalla parte di Nixon. Poi lui si rifarà, nel 1969, con la conquista della Luna, ma questo è un altro discorso.
Quello che invece è solidamente ancorato nei pensieri di Nixon è l’anticomunismo. É lui a rappresentare la Casa Bianca nell’organizzazione della fallimentare spedizione, voluta da Allen Dulles, contro Cuba, terminata con il disastro della Baia dei Porci. Il suo anticomunismo si esprime appieno anche aderendo alla campagna folle di Joseph McCarthy, al quale fornisce il suo appoggio anche operativo, come avvocato, in alcune circostanze.
Quando il mandato di Eisenhower termina è quasi ovvio che sia lui a diventare il candidato repubblicano per la Casa Bianca. É il 1960.
Elezioni e presunti brogli
Dunque arriviamo alle elezioni presidenziali del 1960. L’avversario di Nixon è un rampollo di una delle famiglie più importanti e potenti del momento, i Kennedy. Sappiamo come sono andate le cose: JFK vince per una manciata di voti. A Dick la cosa non va giù, sospetta brogli, si ricontano le schede di due stati. Non dice niente in pubblico, ma sotto sotto è convinto di essere stato imbrogliato, che i suoi avversari abbiano usato mezzi poco puliti per raggiungere il risultato. Tiene queste considerazioni come una lezione da usare in futuro, perché si convince che, per vincere in politica, non occorre seguire tutte le regole, ma forzare un pochino la mano non è poi così disdicevole. Gli storici, tuttavia, assegnano il merito della vittoria di Kennedy all’abilità del suo collaboratore Arthur Schlesinger, che gli prepara discorsi fantastici, compreso quello del famoso e probabilmente decisivo dibattito televisivo, vinto a mani basse dal candidato democratico.Due anni più tardi troviamo Nixon in California, candidato governatore di quello stato. Anche qui rimedia una sconfitta, non riuscendo a superare il 47% dei voti. Amareggiato e con spese cospicue alle spalle per le due campagne, decide di ritirarsi dalla politica. Ma la cosa non dura moltissimo perché sei anni più tardi lo troviamo di nuovo candidato alla presidenza: è il 1968.
Nel frattempo si sono consumati fatti decisamente importanti e gravi: JFK è stato ammazzato a Dallas e al suo posto è diventato presidente Lyndon Johnson, che viene riconfermato nel 1964. É lui dunque il presidente in carica quando scatta la campagna elettorale di Richard Nixon. Questa volta però non vuole sbagliare niente e si prepara come si deve. Sono anni complicati negli Stati Uniti. Sono gli anni delle rivolte giovanili, che chiedono più giustizia, più opportunità, lo svecchiamento di una società fortemente ancorata al passato, la tutela di un ambiente maltrattato, la parità di dignità e di diritti civili per tutti i cittadini.
Politicamente trovano un paladino in un uomo dalle idee molto chiare su questi aspetti. É il fratello del presidente ucciso, Robert Kennedy. Vince le primarie del suo partito ed è pronto a conquistare la Casa Bianca. Gli analisti lo danno vincente. Ma anche questo Kennedy finisce male. Viene assassinato il 6 giugno 1968 a Los Angeles.
I democratici devono così ripiegare su un candidato di riserva, Hubert Humphrey, il quale, a poche settimane dal voto, ha comunque un consistente vantaggio su Nixon. Poi però succede qualcosa.
L’affare Chennault
Due temi dominano il dibattito politico: la guerra in Vietnam e i diritti civili. Johnson ha fatto passi importanti in entrambi i casi. Sta lavorando per portare ad uno stesso tavolo i vietnamiti del Nord e del Sud, avviando il primo significativo tentativo di un accordo. Ad Hanoi ha promesso di cessare i bombardamenti se i vietcong sospenderanno le azioni nel Vietnam del Sud. Riuscire in questa impresa, sarebbe un colpo di grande prestigio per l’amministrazione americana e se ne gioverebbe ampiamente il candidato democratico alla presidenza, Hubert Humphrey, l’avversario di Nixon.Ricordando quanto successo 8 anni prima e mantenendo ancora un certo rancore nei confronti di quei presunti brogli, Nixon non ci pensa due volte e fa la sua mossa. C’è una donna, cinese, vedova di un generale statunitense, che vive a Washington e ha molti contatti con la diplomazia sudvietnamita. Si chiama Anna Chennault, già corrispondente di guerra e attualmente membro della lobby cinese del partito repubblicano. É anche molto attiva nelle manifestazioni contro il comunismo. Inoltre conosce bene l’ambasciatore sudvietnamita a Washington, che presenta al comitato per l’elezione del presidente del suo partito. In questo modo, Anna diventa una specie di messaggero di Nixon a Saigon. Da lui o da lei, il presidente sudvietnamita Nguyễn Văn Thiệu riceve messaggi dal contenuto inequivocabile, del tipo: Siccome sarò io, Nixon, il prossimo presidente statunitense, lascia perdere la conferenza di Parigi, resisti ancora un po’ e poi ti aiuterò ad ottenere una pace molto più vantaggiosa.
Anche se sappiamo bene che le cose non andranno affatto così, questo è un chiaro tentativo di ostacolare la politica della Casa Bianca, una ingerenza illecita, un complotto giocato, per di più, su un evento così drammatico e coinvolgente l’intera nazione. É un fatto molto grave che rasenta il tradimento. Non è chiaro se le indicazioni siano arrivate direttamente dal futuro presidente, ma è certo che i contatti con i sud vietnamiti sono tenuti da Spiro Agnew, il futuro vice presidente americano. Il fatto di non procedere nei colloqui comporta spedizione di ragazzi americani in Oriente e, tanto per essere chiari, quell’anno, il 1968, ne muoiono 16 mila. Mentre i caduti vietnamiti e civili sono una enormità.
La cosa buffa di queste storie è che, in molti stati, ma soprattutto negli Stati Uniti, le microspie e i registratori sono sempre accesi e tutti spiano tutti. L’FBI, sollecitato da Johnson, fa un’indagine, capisce tutto quello che sta succedendo e consegna un rapporto al presidente in carica sui tentativi birichini di Richard Nixon. Ricordiamolo questo dossier, perché avremo modo di riparlarne.
Johnson lo offre a Humphrey, ma questi lo rifiuta e, probabilmente si gioca così la possibilità di venire eletto.
Del resto il popolo americano è arcistufo di quella guerra assurda, in un paese che nessuno conosce, contro avversari che, a loro direttamente, non hanno fatto nulla. Possiamo ricordare la frase di Mohammed Alì, il grande pugile nero, che dice “Non vado a combattere i vietcong. Nessuno di loro mi ha mai chiamato negro!”.
Johnson si rende conto che bisogna fare qualcosa se saltano gli incontri di Parigi e così, a poche settimane dal voto, fa una mossa clamorosa: annulla ogni tipo di bombardamento, via terra, aria, mare, sul Vietnam del Nord. É una specie di sospensione delle attività di guerra. Lo fa, questo è importante, proprio per impedire le trame nascoste di Nixon.
Come detto, il vero avversario di Nixon era stato assassinato cinque mesi prima. Questo degli avversari che “spariscono dalla scena” tornerà ad essere un tema nelle successive elezioni, come vedremo.
Non si può tuttavia dire che la vittoria repubblicana sia legata solo a questo fatto. Nixon chiama a raccolta quella “maggioranza silenziosa” che non si riconosce nei movimenti di protesta del periodo, gli hippie, i contestatori, gli oppositori alla guerra in Vietnam. Insomma lo zoccolo duro dei “cittadini perbene”, decisamente conservatori. E poi c’è “la promessa”, quella sì diventata celebre. É quella promessa, infatti, che fa cambiare l’esito annunciato di quell’elezione, ampiamente previsto a favore dei democratici. In Vietnam avremo la pace, dice Nixon, ma una pace onorevole per gli Stati Uniti, ne usciremo a testa alta. E parla di riduzione delle truppe, di finire i bombardamenti e altre cose simili. É un bello spot. Le promesse di Nixon verranno solo parzialmente adottate, ma, per fare un esempio, i bombardamenti aumenteranno e altri stati come Laos e Cambogia verranno invasi. Ma tant’è: siamo abituati a vedere promesse elettorali puntualmente disattese.
L’affare Chennault, come potremmo chiamarlo, è importante per capire il nuovo modus operandi di Nixon. Per raggiungere il risultato, il nuovo presidente non si fa scrupoli ad utilizzare mezzi poco leciti o, come di diceva all’epoca “dirty tricks”, trucchi sporchi.
La lettera canadese
Stavamo parlando della politica sporca, dei trucchi usati in campagna elettorale. Il fatto che si riesca a vincere anche così, fa nascere una specie di sensazione di onnipotenza, così da pensare che tutto è permesso, tanto non succede niente.É proprio questo che ci porta all’irruzione al Watergate del 1972, che è solo l’ultimo tassello di una serie di eventi che adesso vi racconto. Avviso subito che non lo farò in ordine cronologico, ma tutti sono importanti per mettere a fuoco quello che succede successivamente a quel 17 giugno 1972.
Dicevo dei “dirty tricks”, i trucchi sporchi. Uno degli esempi più classici è rappresentato dalla cosiddetta “lettera canadese”. Dobbiamo trasferirci alla campagna per la presidenza del 1972. I democratici devono ancora scegliere il loro rappresentante, ma ci sono tre personaggi in corsa. Il senatore Ted Kennedy dovrà ritirarsi per lo scandalo seguito al famoso incidente di Chappaquiddick. Il senatore del Sud Dakota, George McGovern, di cui parleremo e il grande favorito, il senatore del Maine, Edmund Muskie.Il fattaccio capita nel New Hampshire, uno stato in cui sono presenti molti americani di origine canadese. Il giornale locale, Manchester Union Leader, pubblica una lettera di un lettore che accusa lo staff di Muskie di aver usato termini offensivi contro i canadesi, chiamandoli con il dispregiativo “Canuck”. Muskie, secondo questa lettera, ride assieme ai suoi, confermando così una insofferenza verso i canadesi. Già che c’è quel lettore mette dei dubbi sui comportamenti della moglie di Muskie, che sarebbe un po’ troppo dedita ai beveraggi alcoolici.
Il peggio però arriva dopo. La mattina seguente c’è una tormenta di neve e il senatore si presenta alla stampa per difendersi da quelle accuse. I fiocchi di neve che lo colpiscono al viso diventano, per la stampa gossipara e chiaramente di parte, lacrime disperate per quanto accaduto. Così il candidato che aveva grandi possibilità di battere Nixon, esce di scena.
Rimane il solo George McGovern, le cui posizioni sui diritti civili e sulla guerra sono molto spostate a sinistra e quindi invise alla maggior parte del popolo americano.
Come già detto, l’America non è un paese in cui si possa attaccare un politico senza che poi ci sia un’inchiesta. La fa ancora l’FBI, che scopre che la “lettera canadese” è stata redatta dal Comitato per la Rielezione del Presidente. Secondo loro a scriverla materialmente è stato Ken Wade Clawson, il portavoce di Nixon. Un modo decisamente sporco di far fuori un avversario politico.
La fuga di notizie e i Pentagon Papers
Già … il gioco sporco … ma c’è un altro aspetto che turba la mente di Nixon. Oddio, più che turba, è una vera e propria ossessione. Si tratta della fuga di notizie che possano danneggiarlo, contro la quale mette in campo ogni forza possibile. E, avendo molto da nascondere, non è certo un aspetto secondario né sorprendente.
Nel 1971 esplode uno dei grandi bubboni della politica americana, un fatto che scava un solco profondo nella credibilità dell’amministrazione e non solo in quella repubblicana, ma soprattutto un solco enorme tra Nixon e la stampa che osa attaccare la Casa Bianca, sfidando perfino l’impunità legata ad eventuali segreti di stato o motivi di sicurezza nazionale.Nel 1971 vengono pubblicati i Pentagon Papers. Vediamo di cosa si tratta.
Nel 1967 il ministro della difesa, Robert McNamara, ordina ad un gruppo di esperti, un rapporto sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella politica e nelle guerre nel SudEst asiatico, in Indocina e in Vietnam, dal 1945 fino a quel momento. Le pagine del dossier che viene redatto, e che viene subito chiamato Pentagon Papers, sono parecchie migliaia e contengono rivelazioni molto scomode e molto segrete. C’è praticamente tutto quello che è stato fatto, che è stato deciso dalla Casa Bianca, anche le azioni non concordate con il congresso e le discussioni avute con i comandanti, i generali che si sono succeduti, in particolare quelli che hanno diretto le operazioni in Vietnam. Tra le malefatte ci sono bombardamenti in Vietnam, ma anche in Cambogia e in Laos, di cui nessuno sapeva niente. E trapela quella che è una convinzione, radicata tra le autorità militari, che quella guerra contro i vietcong non porti a niente di buono e che, alla fine, non si potrà che perdere. Dunque tutti quei ragazzi americani spediti laggiù tra le risaie e la giungla sono morti per niente. Quattro amministrazioni erano perfettamente al corrente di questo orrore: Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson.
Tutti hanno mentito spudoratamente al proprio popolo: non c’è niente di peggio per i cittadini di quel paese. Tra gli analisti chiamati da McNamara, c’è anche Daniel Ellsberg, il quale fotocopia sette mila pagine di quel rapporto e le consegna al NYT, che comincia a pubblicarle nella primavera del 1971. Per chi ha fretta di conoscere nei particolari questa vicenda, suggerisco il bellissimo film di Steven Spielberg, “The Post” del 2017.
L’amministrazione Nixon salta su tutte le furie leggendo quelle pagine ed interviene energicamente. Riesce ad ottenere da un tribunale l’immediata proibizione di continuare a pubblicare stralci dei Pentagon Papers. Il NYT è bloccato, non può procedere.
Ora c’è da chiedersi come mai Nixon abbia una reazione così violenta. In fondo a rimetterci non è certo la sua amministrazione, ma le precedenti e in particolare le ultime due, con presidenti democratici.
Ma i motivi ci sono, eccome. Gli statunitensi sono ormai arrivati alla fine della sopportazione riguardo la guerra in Vietnam e la popolarità di Nixon, nel 1971, sta calando. Conoscere quelle cose così schifose avrebbe sicuramente accresciuto il malcontento e penalizzato Nixon da un punto di vista elettorale.
Inoltre, lo dicevo prima, Nixon ha il terrore della fuga di notizie e questa è una fuga di quelle colossali. Non vorrei – pensa Richard – che con questo andazzo saltassero fuori i nostri giochetti come l’affare Chennault. Ecco dunque perché Nixon è così deciso.
Ridotto in silenzio il NYT, Ellsberg non demorde e si rivolge al Washington Post, che, avendole avute da una fonte diretta e autorevole, dopo lunghe riflessioni e grazie al coraggio della sua proprietaria, Katharine Graham, comincia a pubblicare quelle storie incredibili. Nasce un nuovo conflitto giudiziario tra l’amministrazione Nixon e i due quotidiani, che arriva fino alla Corte Suprema.
La fobia per una qualunque fuga di notizie è devastante per il presidente e porta, come vedremo, a conseguenze drammatiche. In quanto ai Pentagon Papers, la Corte Suprema alla fine non può che ribadire la validità del primo emendamento della Costituzione, quello sulla libertà di espressione, compresa la stampa. Due anni più tardi, nel 1973, Ellsberg viene processato per spionaggio, ma il giudice chiude il processo senza procedere, perché l’accusa ha grossolanamente violato i diritti dell’imputato, come vedremo tra poco.
Lo scandalo dei Pentagon Papers, che verranno desecretati nel 2011, non ha un grande peso sulle vicende politiche, sull’esito elettorale delle prossime elezioni, forse perché il successivo scandalo Watergate lo fa passare in secondo piano.
Ma rimane una sgradevole sensazione alla Casa Bianca, quella di essere circondati da avvoltoi che faranno di tutto per rendere loro la vita difficile. E avere contro una stampa arrabbiata non è cosa da prendere sottogamba. E allora bisogna agire, agire prima di loro e questo è quello che avviene. Come?
Idraulici e pastori tedeschi
Viene istituita una squadra speciale, chiamata White House Plumbers, letteralmente gli idraulici della Casa Bianca, il cui compito primario è proprio quello degli idraulici: turare le falle, impedire la diffusione di materiale pericoloso per la presidenza e per la sua politica sporca. Entrano nel gruppo ex agenti segreti della CIA e dell’FBI, una squadra spregiudicata, fuori da ogni regola, ma anche ingenua I suoi membri hanno una superficialità che deriva dal fatto di essere convinti che tanto a loro non può capitare niente o forse che quello che fanno non è niente di male, di agire per il bene della nazione, visto da chi sono stati reclutati.
Già, da chi sono gestiti gli idraulici? Direttamente da Nixon? La stampa dell’epoca individua tre personaggi, che chiama “pastori tedeschi” per via dei loro cognomi, come i mandanti delle azioni degli idraulici. Sono Harry Robbins Haldeman, detto Bob, e John Ehrlichman rispettivamente capo di gabinetto e responsabile per gli affari interni. Assieme a loro c’è Henry Kissinger, che non ha bisogno di alcuna presentazione, ma è meglio chiarire subito che Kissinger non ha alcun ruolo nel Watergate, ne ha, e parecchi, in tante altre porcherie fatte dalla Casa Bianca. Ovviamente i tre pastori tedeschi non fanno nulla che non sia approvato dal presidente.Questi, però, non sono “tutti gli uomini del presidente”. C’è una gerarchia che dal grande capo scende fino ai manovali “idraulici”. Ci sono gradi intermedi, che entrano nelle torbide vicende, compresa quella del Watergate. C’è John Mitchell, che nel 1972 si dimette da ministro della giustizia per dirigere il CRP e c’è Chuck Colson, l’uomo dei lavori sporchi.
Prima di proseguire potreste chiedervi come si fa ad avere informazioni così precise. Dovete fidarvi, per ora, le prove sono incontrovertibili e ne parleremo a tempo debito.
Ricordate l’affare Chennault? Nixon non se ne è dimenticato e nemmeno del fatto che Johnson aveva ordinato un’indagine all’FBI. Non che si potesse usare quel dossier contro un avversario. Nixon sa bene che, se quel documento salta fuori, i vantaggi di poter denunciare Johnson, per aver messo sotto controllo un avversario, sono molto meno rilevanti degli svantaggi di far conoscere le trame contro i tentativi di pace in Vietnam, da lui orchestrate.
Nel 1971 si viene a sapere, non si sa bene da chi e con quale affidabilità, che una copia di quel documento è, “forse”, chiusa in una cassaforte di una Istituzione di Washington, la Brookings Institution. Nixon è decisissimo, chiede con insistenza quel dossier, invitando i suoi ad appropriarsene ad ogni costo e, se necessario, a far saltare la cassaforte. Mitchell è preoccupato, teme che ci si esponga troppo. Al che il presidente tuona: “Ci vuole un figlio di puttana che faccia le cose disonorevoli. Gli dico io cosa deve fare”. Alla fine si desiste: troppo complicato arrivare a quella cassaforte e quel documento, ammesso che sia mai esistito, non è mai saltato fuori.
Ben diverso è il caso dei Pentagon Papers. Qui non ci si tira indietro di fronte a nulla. Gli “idraulici” vengono mandati nello studio dello psicanalista di Daniel Ellsberg per trovare prove di infermità mentale o altri segreti legati alla sua vita privata, così da poterlo sbugiardare. Un’irruzione in una proprietà privata, furto di documenti, di informazioni personali e quindi segrete, senza alcuna autorizzazione legale, è un grave reato.
Tutte queste vicende mettono il pepe a Nixon, che non si capacita di quello che sta succedendo. Nascono così progetti e ipotesi che chiamare allucinanti è solo un velatissimo eufemismo.
I progetti della follia
Il 5 giugno 1970 c’è una riunione nello studio ovale. Si discute il piano Houston. Tom Houston è un giovane intellettuale di 29 anni, conservatore, oppositore strenuo di ogni cosa sia vagamente di sinistra. Lui ha elaborato un piano, riassunto in 43 pagine, che viene presentato alla presenza di Nixon e del direttore dell’FBI, J. Edgard Hoover, da 40 anni a capo dei servizi. Vi si ipotizza la formazione di un ente, gestito dal direttore dell’FBI e dallo stesso Tom. Hoover è alla fine della sua carriera e non ne vuole proprio sapere, perché il contenuto di quel piano è pura follia. Si parla di operazioni segrete da attuare senza alcuna autorizzazione, di sorveglianze di telefoni, apertura di posta personale, effrazioni in abitazioni, controllo dei politici democratici, lavori sporchi di diffamazione e repressioni nei confronti dei contestatori e critici. Hoover non ci sta: alla sua età, condividere la direzione con un ragazzino fanatico è davvero troppo. Nixon, invece, non ci pensa su più di tanto e approva il piano, ma Hoover si rivolge al ministro di Giustizia, Mitchell, che lo accantona. E tuttavia, l’idea di quelle norme insane, resta nei pensieri di Nixon. Quando la ricerca dei documenti nella Brookings Institution porta alla ribalta il discorso della fuga di notizie, Nixon, rivolto a Haldeman dice “Bob, ricordi il piano Houston? Attuatelo!”Per fortuna non se ne fa nulla, ma il clima che si respira rappresenta bene quella politica dei “dirty tricks”.
Di esempi se ne potrebbero fare altri, come ad esempio quello che coinvolge la ITT Corporation, accusata di corruzione e attività di lobbyng illegale per influenzare la rielezione di Nixon. A rivelare i retroscena un giornalista, premio Pulitzer, Jack Henderson, per il quale si arriva ad ipotizzare un attentato per assassinarlo.
Tutto questo dunque rappresenta il clima politico del momento in cui avviene l’irruzione nel complesso del Watergate, da dove siamo partiti. Ed è là che adesso dobbiamo tornare.
La squadra del Watergate
La squadra dei Plumbers, degli idraulici, è gestita direttamente da tre personaggi. Il più importante è John Dean, avvocato, entrato nello staff di John Mitchell al dipartimento di giustizia, e poi stabilmente alla Casa Bianca, dove si occupa di proteggere il presidente dalle “malelingue”.Il secondo è Howard Hunt, arruolato alla Casa Bianca da Chuck Colson ...ricordate? quello dei lavori sporchi.
Su Hunt si potrebbe scrivere un libro, tanti sono gli incarichi di alto livello ricoperti prima alla CIA come uomo di fiducia di Allen Dulles, con partecipazione al colpo di stato in Guatemala e al tentativo di invasione di Cuba e poi alla Casa Bianca. E tante sono le porcherie, i sabotaggi, i depistaggi, l’organizzazione criminale di agguati agli avversari, usciti dal suo cervello.
Il terzo è Gordon Liddy, un personaggio sopra le righe, appassionato di nazismo, con un breve passato all’FBI, un tipo poco raccomandabile.
Di lui raccontano aneddoti quasi inverosimili come il fatto che se ne va in giro per gli uffici, spiegando alle segretarie come si ammazza un uomo usando solo una matita. É un esaltato, irruento quanto basta, sempre armato e molto sbrigativo.
Attorno a questi tre, girano ragazzi o reduci da esperienze CIA o FBI.
I metodi drastici che questi signori vorrebbero adottare non sono graditi al resto dell’apparato di protezione del presidente e, almeno nelle prime riunioni, gli “idraulici” non vengono presi sul serio. E allora, pensano loro, facciamo da soli, scegliamo noi quale percorso è meglio imboccare, il più adatto alle varie situazioni. Per questo non sempre è semplice stabilire i mandanti, ma loro fanno parte del gruppo della Casa bianca, e tanto basta.
Sono Hunt e Liddy a organizzare l’effrazione nello studio dello psicanalista di Ellsberg, dove spediscono tre cubani ex CIA, gli stessi che si ritroveranno negli uffici del Watergate quel 17 giugno. L’operazione non produce alcun risultato utile, ma già il fatto di non essere stati smascherati viene considerato un successo.
Così si arriva alle attività da organizzare per la rielezione del presidente. Liddy presenta un piano, che chiamare da maniaci è davvero poco. Con una serie di pannelli mostra la sua strategia, fatta di sequestri e avvelenamenti di oppositori, uso di sicari, sabotaggi dei candidati democratici, uso di prostitute per ricattarli, sorveglianze con ogni mezzo, oltre a cose meno eclatanti come irruzioni nelle convention e durante le riprese delle tribune televisive. Una follia, che, ovviamente, viene scartata. Liddy insiste, presentando un piano alternativo, leggermente meno violento. Mitchell e il suo vice Jeb Magruder non vedono l’ora di liberarsi di Liddy, mentre Nixon continua a chiedere risultati contro i propri avversari.
Ed eccoci così arrivati al 17 giugno 1972. Gli “idraulici” entrano in scena e si fanno subito beccare. Quella non è la prima volta che i cinque penetrano al sesto piano del Watergate. C’erano già stati per piazzare microfoni e microspie, ma poi si accorgono che non funzionano bene e devono tornare a sistemarli.
Cosa cercano? Materiale compromettente, non tanto da usare contro il partito democratico, quanto quello che il partito democratico potrebbe usare contro Nixon in campagna elettorale. L’arrivo della polizia chiude anche questa possibilità.
Le indagini e “gola profonda”
Nel nome Washington D.C., la sigla D.C. significa District of Columbia, che è un’entità federale autonoma, non appartiene a nessuno stato, ospita semplicemente la capitale e il governo degli Stati Uniti. Per questo le indagini sull’effrazione al Watergate non sono affidate alla polizia, ma direttamente all’FBI.Chi cerca con più insistenza prove del collegamento tra l’amministrazione e i cinque arrestati sono, però, i due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein. La perquisizione dei cinque fa saltare fuori la chiave di una stanza d’albergo, dove si trovano soldi e un taccuino, sul quale compare il nome di Howard Hunt, responsabile della sicurezza nel CRP. Non serve molto altro per stabilire un legame tra i cinque nel Watergate e la Casa Bianca. L’intreccio si fa sempre più stretto. É Mitchell, capo del Comitato, a dichiarare che quell’episodio non ha nulla a che fare con il presidente e con le elezioni, è solo un furto, un “furto di terz’ordine”, senza troppa importanza. La vita politica cambia in fretta e la questione sembra sgonfiarsi, se non fosse per quei due mastini del Post, che riescono a scoprire, siamo al 1° agosto, che Mitchell ha versato 25 mila $ ad uno dei cinque arrestati. Mitchell è la pista da seguire e bisogna anche seguire i soldi. Il
Post scopre che Mitchell ha controllato un fondo segreto, che serve per finanziare azioni di spionaggio e sabotaggio contro il partito democratico. Piano piano saltano fuori tutti gli episodi raccontati finora. Come fa il giornale ad avere informazioni così precise? Ha una fonte segreta, che più tardi verrà soprannominata “Gola Profonda”, scimmiottando il titolo di un film hard uscito in quel periodo. La sua identità verrà svelata solo nel 2005. Si tratta di Mark Felt, vicedirettore FBI. Perché lo fa? Probabilmente è arrabbiato perché sperava di essere lui il successore di Hoover, morto nel maggio di quell’anno, mentre l’amministrazione sceglie Patrick Gray, che si fida a tal punto di Felt da raccontargli ogni svolgimento delle indagini. In questo modo i due giornalisti del Post riescono a stare sempre un passo avanti e a scoprire tutto quello che qui ho raccontato.Felt ha anche disprezzo per quei ladri da pochi soldi, tanto che pronuncia la famosa frase, ripresa nel film di Alan Pakula, “Questa non è gente molto intelligente, le cose stanno sfuggendo loro di mano”.
Ma la tenacia di Bernstein e Woodward non è tutto, perché in quei mesi succedono un sacco di cose strane.
Dimissioni improvvise e confessioni
Dieci giorni dopo l’irruzione, Gordon Liddy si dimette dal CRP. Passano un paio di settimane e si dimette anche Mitchell. Se vi mettete nei panni dell’opinione pubblica, converrete che c’è di che rimanere frastornati. Un ex ministro che prima giura di non entrarci per niente e che poi improvvisamente si dimette ... strano no?É un guazzabuglio incredibile in cui entrano mille vicende parallele, perché adesso tutti si muovono per cercare la verità. Lo fanno l’FBI, il Post, il giudice che processa i ladri e i loro protettori, una commissione del congresso, il gruppo dei deputati che vogliono l’impeachment di Nixon. E ovviamente si muove anche il presidente, come potrebbe non farlo? Arrivati a quel punto, è costretto a nominare Archibald Cox procuratore speciale per il Watergate. Mentre le indagini procedono in tutte queste varie direzioni, la Casa Bianca affida la propria tutela a John Dean, il quale si dà un gran da fare, convincendo, con abbondanti donazioni, gli arrestati a non parlare, a dichiararsi colpevoli che poi li tireranno fuori. Dean arriva a prelevare documenti dall’ufficio di Hunt e consegnarli al direttore Gray, documenti che il nuovo direttore FBI pensa bene di bruciare in giardino e per questo dopo appena un anno si deve dimettere. I depistaggi si muovono su ogni fronte. Ai servizi segreti vengono raccontate frottole difficili da credere, cercando di distogliere l’attenzione della CIA e dell’FBI da quel caso.
Si cerca di convincere l’FBI che sia stata una mossa della CIA quella di penetrare nel Watergate. Difficile credere che un’organizzazione simile possa aver prodotto un episodio così inefficiente.
In questa storia, però, i colpi di scena non sono finiti qui. James McCord, il capo dei cinque ladri, mentre le sentenze del tribunale che li giudica, sono già pronte, ha paura di una condanna, pensa alla sua famiglia, non si fida delle rassicurazioni della Casa Bianca. Sa troppe cose per pensare che si possa farla franca e così vuota il sacco, facendo i nomi di chi sapeva e aveva mentito: John Mitchell, John Dean e Jeb Magruder.
Le condanne sono severe, ma il giudice lascia aperta una porta a sconti per eventuali collaborazioni con la giustizia. Dean e Magruder, capita l’antifona, cominciano a parlare ed è soprattutto dalle deposizioni di Dean che emerge non tanto e non solo l’effrazione al Watergate, quanto il marcio che è stato raccontato fin qui.
I “nastri” e il cerchio si chiude
Le udienze della commissione del congresso, che si occupa del caso, vengono trasmesse in diretta in televisione, uno spettacolo seguitissimo dal popolo americano. A volte gli interrogati non sono famosi e l’audience cala. É così quando sale al banco dei testimoni Alexander Butterfield, un assistente di secondo piano di Nixon. Non ci si aspetta niente, tanto che i senatori non sono nemmeno presenti, ci pensa lo staff della commissione ad interrogarlo. Ma questo è il momento cruciale di tutta la vicenda. Lui è di una precisione assoluta, consulta i suoi appunti estremamente aggiornati. Come fa a sapere tutto quello? Non è che ci siano state registrazioni alla Casa Bianca? Sembra una domanda quasi senza senso, e invece ....“Speravo non me l’avreste chiesto” dice Alexander, perché il sistema di registrazione, non solo nello studio ovale, ma anche in altre sale dell’edificio, c’è davvero e l’ha organizzato proprio lui, su esplicita richiesta di Nixon. Le telecamere sono in funzione dal 1971 e i nastri ci sono tutti. Alla fine si raccoglieranno quasi 3500 ore di discussioni, confidenze, ordini ai massimi livelli del governo. La presenza di questi nastri cambia tutta la storia: è dunque possibile avere prove certe in un senso o nell’altro. Nixon si rifiuta di consegnare il materiale, facendo riferimento alla sicurezza nazionale. Tra i più ostinati a voler ascoltare quelle registrazioni c’è Archibald Cox, il procuratore speciale nominato da Nixon. Il presidente non ci vede più e chiama il ministro di giustizia chiedendogli di estromettere Cox. Lui si rifiuta e si dimette. La richiesta viene fatta allora al suo vice, il quale si rifiuta e a sua volta si dimette. Il terzo alla fine accetta. La stampa decreta quello il “massacro del sabato sera”. É un momento di svolta: Nixon perde consensi anche all’interno del suo partito.
Ci vuole un anno perché la Corte Suprema obblighi la Casa Bianca a consegnare i nastri. Ci sono tentativi di evitarlo piuttosto ridicoli, come la cancellazione delle imprecazioni e un buco di oltre 18 minuti in uno dei nastri più interessanti. “É stata la segretaria a premere il pulsante sbagliato” è la scusa, ma quella scusa risulta un tentativo davvero meschino e goffo di evitare ulteriori aggravanti.
Dall’ascolto delle registrazioni salta fuori tutto, anche la conversazione avuta da Nixon con il suo staff per evitare lo scandalo, dopo l’irruzione al Watergate, un nastro che viene subito chiamato “pistola fumante”.
Il cerchio ormai si chiude del tutto e, mentre sono ormai pronte le firme per richiedere l’impeachment, Nixon si dimette. É il 9 agosto 1974. Sono passati più di due anni dall’irruzione nel Watergate. Non era mai accaduto.
Cosa succede “dopo”?
Ora dovrei concludere e, visto quanto detto fin qui, si potrebbe pensare ad un giudizio estremamente negativo sul politico Richard Nixon. Tuttavia è sempre bene guardare le cose nel loro complesso, perché durante i suoi anni di presidenza, di cose buone ne sono state fatte e non poche. Rimane comunque l’immagine di un presidente dalle scelte e posizioni piuttosto altalenanti.Nonostante il suo innato anticomunismo è il primo presidente a cercare rapporti non solo commerciali con URSS e Cina. Non possiamo non ricordare i negoziati con l'Unione Sovietica volti alla limitazione delle armi strategiche, da cui sono scaturiti accordi come SALT I, che hanno segnato un passo importante verso la riduzione degli armamenti nucleari. E ancora l’abolizione della leva obbligatoria. D’altro canto è sotto la sua presidenza che viene organizzato il golpe cileno con la morte di Salvador Allende, che porta a 17 anni di dittatura terribile da parte di Pinochet.
Anche la politica interna è variabile, passando da scelte persino progressiste sulla protezione dell'ambiente, sulle condizioni di lavoro, sulla regolamentazione dell'economia, sui diritti delle minoranze. E come contraltare una certa indulgenza sul razzismo negli stati del sud, usata per fini elettorali.
Insomma, il politico Nixon si è mosso in direzioni diverse, talvolta contrastanti, ma questo non è certo raro nei capi di stato e di governo, per cui darne un giudizio complessivo riesce molto complicato e difficile.
Eppure, nonostante le molte azioni che ha messo in campo, il ricordo di quest’uomo è indissolubilmente legato ad uno scandalo da quattro soldi.
L’intervista di Frost
A Nixon succede Gerald Ford, il quale, come primo pensiero, perdona il suo predecessore, eliminando così ogni questione processuale. In cambio, Nixon, dovrebbe scusarsi col popolo americano, ammettendo le sue colpe, cosa che non avviene mai, ma il perdono di Ford arriva lo stesso.Nessun processo dunque. Nel 1977 il giornalista britannico David Frost realizza una serie di interviste all’ex presidente, in cui parla anche della questione Watergate e della politica sporca di quegli anni. Viene realizzato un film per la TV, che, per molti americani, costituisce il vero e unico processo a Richard Nixon.
I protagonisti di questa storia sono tutti morti, tranne John Dean, che ha 87 anni. Nixon muore a New York, il 22 aprile 1994, all’età di 81 anni.
Nel film sull’intervista di Frost, realizzato da Ron Howard nel 2008, l’attore che rappresenta il presidente dice: “Se una cosa la fa il presidente, significa che non è illegale.”
Non so se questo sia stato veramente detto da Nixon, ma è una frase che fotografa perfettamente la sua politica negli anni qui analizzati.



