Introduzione

greenwash01Cominciamo questa puntata parlando di greenwashing. Dopo aver ricordato di cosa si tratta, cercheremo di capire chi e come pratica questa attività così brutta e sporca. Le informazioni e i dati si riferiscono al 2021. É chiaro che molte cose possono essere cambiate quest’anno per via della crisi energetica, anche legata alla guerra in Ucraina. Ma, di sicuro, non sono cambiate in meglio, per cui ho pensato che questa puntata potesse essere interessante anche alla vigilia del 2023.
Dunque partiamo dall’inizio: cosa si intende con greenwashing.
La traduzione letterale è “lavaggio verde”, il che però non dice molto di più sul suo significato.
Immaginate allora di essere, nessuno di senta offeso, è solo un esempio per capire, un amante della carne che capita in un convegno di vegani e non avete voglia che si sappia il vostro amore culinario. Cercherete di mettere in atto delle finzioni, delle coperture che, pur non essendo vere, facciano di voi una specie di vegano. Poi, se vi beccano al McDonalds con un hamburger doppio in mano, la vostra copertura salta e voi siete additato come un imbroglione e un truffatore.
Lo stesso avviene quando una società, un’azienda, mette in mostra atteggiamenti verdi, gentili verso l’ambiente, con pubblicità e dichiarazioni che inneggiano all’ecologia e promettono azioni tutte destinate a ridurre l’inquinamento, l’uso di materie plastiche e così via. Purtroppo capita spesso che queste azioni siano solo una facciata, dietro alla quale si nascondono comportamenti per niente virtuosi. É in questo caso che si parla di greenwashing, cioè di lavaggio verde.
Avremo modo di analizzare alcuni dei casi più eclatanti di queste truffe.

isola01L’isola che non c’è è una canzone del cantautore napoletano Edoardo Bennato. Si riferisce, come credo tutti sappiano, alla mitica e magica isola sulla quale trovano rifugio i “bambini sperduti”, guidati da Peter Pan, in perenne lotta con la ciurma di pirati di Capitan Uncino. Oggi voglio parlarvi anch’io di isole e, in un certo senso, anche queste sono “isole che non ci sono”, o, meglio, non sono più come erano una volta. L’intervento scriteriato dell’uomo le ha trasformate, rendendole spesso del tutto inadatte a sostenere ogni forma di vita. I motivi sono diversi, le epoche anche, ma, credo che la storia di questi luoghi sia non solo interessante, ma decisamente istruttiva per chi vuole capire … per gli altri temo ci sia poco da fare.
Analizzerò per voi tre situazioni eclatanti, riservandomi, alla fine, di elencarne altri che non possiamo affrontare per evidenti ragioni di tempo.

Isola di Pasqua

Cominciamo subito con il primo caso, quello di un’isola sperduta in mezzo all’Oceano Pacifico, ma sperduta davvero, perché la costa più vicina, quella del Cile, dista quasi 4 mila km. Il suo nome nella lingua locale è Rapa Nui, che significa Grande Roccia.

Premessa

carson01Ci stiamo avvicinando a grandi passi verso un inverno di cui non si vede ancora traccia nelle temperature alte della stagione. Abbiamo attraversato un’estate lunghissima e molto calda, abbiamo assistito a fenomeni disastrosi ai quali non eravamo abituati.
Forse è un’avvisaglia del fatto che i primi effetti dei cambiamenti climatici sono alle porte o forse no. Sta di fatto che l’ambiente, violentato in modo idiota e forsennato dall’uomo, si è certamente rotto le scatole e in qualche modo dovrà pur reagire.
Come molti di voi sanno, questa trasmissione si è occupata, per circa 10 anni, di questioni ambientali, cercando di fornire informazioni e di mettere sull’avviso che qualcosa di grosso stava per accadere.

C'era una volta un arcipelago meraviglioso

g809 01Questa volta voglio raccontarvi una storia abbastanza recente. É la storia di un summit che si doveva fare e non si è fatto, di un arcipelago meraviglioso che abbiamo rischiato di perdere per sempre, di soldi pubblici, quindi nostri, stanziati e che non si sa bene che fine abbiano fatto, di corruttori e corrotti, di delinquenti e truffatori, di processi e assoluzioni nel più classico stile italiano.
Ma è meglio che andiamo con ordine a cominciamo dal principio.
L’inizio di questa storia porta la data del 14 giugno 2007, quando il presidente del consiglio, Romano Prodi e il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, annunciano in pompa magna che il vertice del G8 dell’estate 2009 si terrà in Italia e che, come location è stata scelta La Maddalena, porzione paradisiaca di un’isola fantastica, la Sardegna.
In realtà questa scelta è possibile perché nell’estate del 2006, la Marina statunitense decide di abbandonare la base militare che si trova nell’arcipelago, e di farlo entro l’estate del 2008.
Ci sono alcune conseguenze di grande importanza dietro questa decisione.

Riassunto

vajont08Benvenuti, cari amici, a “Non sono stato io”. Oggi continuiamo il discorso, incominciato nell’ultima puntata sulla vicenda del Vajont.
Come si fa in tutte le trasmissioni serie, facciamo il punto della situazione.
Il progetto di costruire una diga alla fine della valle del Vajont, nasce durante il ventennio fascista, quando l’Italia autarchica voluta da Mussolini ha bisogno di energia per affrontare una crescita e, più tardi la preparazione ad una guerra. Essendo povera di ricorse da estrarre, asl nostro paese non resta che incrementare l’idroelettrico. Con due importanti catene di monti non è difficile trovare dei “salti d’acqua” naturali o artificiali da sfruttare. Ci sono, all’epoca circa 600 dighe, di cui la metà appartenenti a società private. Una di queste è la SADE, Società Adriatica Di Elettricità, di proprietà di Giuseppe Volpi, che nel solo tratto dolomitico veneto possiede sette invasi con altrettante centrali. Il progetto prevede la costruzione di una nuova diga che sopperisca ai problemi di portata incostante del Piave e che sappia raccogliere anche le acque provenienti da altri bacini che si trovino ad altezze superiori. Il torrente Vajont sembra fatto apposta. Volpi è, durante il periodo fascista, Ministro per i Lavori Pubblici e riesce a far approvare una legge, in chiaro conflitto di interesse, grazie alla quale lo Stato finanzierà al 50% le aziende che costruiranno nuovi impianti idroelettrici. A fondo perduto, si intende.
Nel 1940 il progetto viene approvato illegalmente da una commissione composta da appena un terzo di chi doveva esserci, ma è l’anno dell’entrata in guerra e i problemi sono assai diversi che preoccuparsi del comportamento di una commissione ministeriale.

Presentazione

Ci sono disastri e disastri. Ci sono quelli naturali, a volte imprevedibili e quelli provocati dall’uomo.
Tra questi rientra anche una delle più gravi tragedie italiane del Novecento, avvenuta in una valle veneta, quella del Piave, il fiume sacro alla Patria.
É mercoledì 9 ottobre 1963, un mercoledì di coppa dei campioni con i bar di Longarone pieni di tifosi che seguono la partita tra i Rangers di Glasgow e la fantastica squadra del Real Madrid di Puskas e Di Stefano. La partita finisce 6 a 0, ma nessuno di quegli avventori conoscerà il risultato finale. All’inizio del secondo tempo la luce se ne va, pochi minuti dopo se ne vanno anche le loro vite.
Cosa succede? Cos’è quel rumore che sembra quello di un temporale amplificato cento volte? Cos’è quella polvere che arriva? Da dove viene? Da quella valle che si inerpica in Friuli … oddio! La diga … la diga del Vajont!
Un monte è caduto in un lago e a Longarone arriva un’onda, altissima, terribile. Non è solo acqua, è fango che cammina, c’è terra, rade tutto al suolo, si porta via case, boschi, negozi, bar, e la vita dei poveri abitanti. Scappano, quelli che possono, quelli che riescono a reagire, scappano verso l’alto, lungo i prati che salgono ai lati del paese, sperando di riuscire a stare più su di quell’onda. Cosa diavolo è successo?

Il libro di Elena Baù

stroppari01La storia che vi voglio raccontare si svolge in provincia di Vicenza, a Tezze sul Brenta, in una frazione di poche migliaia di abitanti: Stroppari.
Parecchi anni fa, il 14 febbraio del 2015 avevo avuto come ospiti della mia trasmissione a Radio Cooperativa, Elena Baù, giovane scrittrice, che aveva appena dato alle stampe un libro intitolato “Il paese che brillò tra le luci del cromo”. Racconta la storia della frazione in cui è nata e all’epoca viveva Elena, Stroppari.
Prima di entrare nei dettagli, due parole sul libro.
É un bel libro, da leggere per diversi motivi. Anzitutto perché la vicenda si svolge dalle nostre parti. Lo fa appoggiandosi ai documenti emersi dalle indagini e dai processi. Il secondo motivo è perché si tratta di un romanzo, scritto con garbo e con grazia, che riporta nella nostra vita, personaggi che abbiamo visto nei bar, personaggi che discutono di tutto e di niente, ciascuno dal proprio punto di vista, ciascuno con le proprie certezze. I loro nomi storpiati, Cooperativa, Quajoto, Merican e gli altri avventori del bar di Stroppari, sono il quadro, quasi l’emblema della nostra società.
La storia è quella che vi racconterò tra poco. In una regione agricola, dove i contadini lottano giorno dopo giorno copn la troppa o troppo poca acqua, con la grandine, con il caldo che arriva troppo tardi o troppo presto, si assiste improvvisamente ad una trasformazione globale. Arrivano le fabbriche, che garantiscono uno stipendio non solo fisso, ma decisamente superiore a quanto si incassa dalla coltivazione dei campi.