Consumare gas senza inquinare: si può?

ccs1In questi anni diventa sempre più evidente che l’abbandono delle fonti fossili sia un passaggio obbligato nella lotta all’emergenza climatica. Il fatto è che le decisioni in merito sono state prese così tardi che quella che tutti oggi chiamano transizione energetica appare sempre più come una bella favola, senza alcun supporto realistico.
In sostanza, se togliamo le attività supportate dalle fonti fossili, sostenere l’economia mondiale attuale è impresa impossibile. Se, per di più, consideriamo che enormi paesi emergenti (Cina e India su tutti) stanno crescendo come consumi interni in maniera davvero importante, si capisce che abbandonare il petrolio, il gas e, proprio nel caso dei due paesi asiatici citati, il carbone, è impossibile.
Come fare allora, per mantenere validi i principi della lotta all’emergenza climatica e, contemporaneamente, continuare ad usare, magari in misura minore rispetto a prima, le fonti fossili?
É un bel problema, la cui soluzione sembra non esistere. In effetti da un lato sappiamo che i problemi climatici sono legati alla presenza troppo massiccia di gas serra, soprattutto anidride carbonica, nell’atmosfera. Ormai si sono raggiunte le 420 parti per milione, un valore che non si osservava da migliaia di anni. La crescita della concentrazione di CO2 corrisponde alla crescita della produzione e, di conseguenza, del consumo, in ogni angolo del pianeta. Dall’altro, per mantenere un’economia come quella attuale, occorre bruciare combustibili fossili. Così, il risultato è una sempre maggiore emissione di gas serra. Insomma si tratta di due eventi incompatibili.

A tutto gas

Cerchiamo di capire come, da chi e quanto gas arriva oggi, si intende prima del conflitto in Ucraina, in Italia per il nostro consumo.
Userò i dati forniti dal Ministero dello sviluppo economico, riferiti al 2020, l’ultimo anno di cui possiedo i valori completi.
Proviamo a cominciare dall’inizio. Quanto gas ci serve per tutte le cose che abbiamo?
Nel 2020 ne abbiamo consumato circa 70 miliardi di metri cubi: 4,1 sono stati estratti in Italia, il resto proviene dall’estero. Dunque dipendiamo per il 94% dalle forniture che compriamo da altri paesi.
Non deve stupire questa cifra così alta. Non siamo un paese che abbonda di materie prime nemmeno in molti altri settori.
La maggior parte dell’importazione arriva dalla Russia, poco più del 40%. É anche vero che nel 2021 questa quota è diminuita, essendo aumentata quella proveniente dal Nord Africa, soprattutto dall’Algeria e dall’Azerbabaijan, con la messa in funzione del TAP, il gasdotto trans-adriatico.

gretaQuesto è un video postato da Greta Thunberg nella primavera scorsa sulla sua pagina Facebook. Si può essere d'accordo o meno con le sue azioni e i suoi pensieri (io lo sono), ma quanto affermato è interessante e merita di essere visto. A seguire il filmato e la traduzione di quanto Greta dice.

Oggi vi voglio raccontare una di quelle storie, storie di uomini e donne, che hanno saputo prendere quello che di buono il pianeta è ancora in grado di offrire e di aumentarne la portata, condividendolo con tutto il popolo della zona in cui queste persone, queste associazioni e queste aziende operano. É, per farla breve, in questo periodo di incertezza sanitaria causata dal Corona Virus, una boccata di aria buona, in un clima così triste.
Di azioni positive in questo senso possiamo contarne moltissime. Spesso però non arrivano alle orecchie della gente comune o perché è meglio non si sappia che ci sono modi alternativi a quello delle multinazionali di far girare l’economia o perché sono confinate in zone del mondo che non hanno lo stesso appeal degli stati che ci sono vicini. Ed è sicuramente più semplice parlare delle partite di calcio che dei vantaggi che un’idea, per geniale che sia, sa produrre.
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Funghi shiitake e flusso a cascata

Mi piacciono i funghi. Mi piace preparare con essi un buon sugo per il risotto o anche solo cucinarli come contorno o usarli per una succulenta frittata.
Dunque, al supermercato o dal verduraio mi piace comprarli. L’altro giorno, per puro caso, trovo una confezione di funghi che assomigliano come colore e forma ai porcini, ma porcini proprio non sono. Leggo sulla confezione … Shiitake e sobbalzo. È la prima volta che incontro questo prodotto in Italia. Ora, uno potrà darmi dello sciocco: sono solo funghi cosa ci sarà mai di tanto strano?Shiitake
Il fatto è che quella specie di funghi, la più diffusa nel mondo grazie alla quantità enorme venduta in Oriente, è stata resa famosissima da un libro che, proprio qui a Noncicredo, ho raccontato diverse volte. Il libro si chiama “Blue Economy”, è stato scritto da Gunter Pauli e mostra centinaia di esempi di come, imparando dalla natura sia possibile costruire processi produttivi a impatto zero. Il trucco, se così si può chiamare, è semplice: sta nei cosiddetti flussi a cascata. Troppo complicato? Cercherò di fare un esempio, proprio coi funghi di cui sopra.

Andar per boschi in una giornata di sole, gustare il fresco che l’ombra di quel luogo sa regalarci, assorbire profondamente l’odore della resina, percepire qua e là l’odore dei funghi spuntati la notte. Ascoltare il tintinnio di quel torrentello nascosto dalle larghe foglie delle piante acquatiche che indicano all’acqua il percorso da seguire. Chi mai potrebbe non provare un senso di gratitudine alla natura per tutto questo?
BoscoSe poi ci soffermiamo a pensare anche all’utilità sociale che quel che ci circonda offre, emergono altri pregi: il legname, che, responsabilmente, può essere usato per mille ragioni; il rifugio offerto a molte specie animali e vegetali, le quali tutte assieme costituiscono quella biodiversità di cui oggi cominciamo a sentire la carenza. E poi, ma solo ce pensiamo bene, tutte quelle piante sono responsabili della nostra sopravvivenza. Sono quelle che ci offrono l’ossigeno che, per loro è una schifezza da buttare, per noi è invece il solo motivo a tenerci vivi su questo pianeta.
E torna, quella stessa domanda: “Chi mai potrebbe voler male ad un bosco!”.
In questo blog ho raccontato una storia incredibile, accaduta molti anni fa (addirittura secoli fa) ma che è istruttiva di come una società che si basi su principi sbagliati possa fare una brutta fine. È la storia di Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, che non ripeterò, perché la trovate qui (link).

Questa è una storia vera, una storia storica insomma, scritta sui libri di testo … beh non quelli che ci hanno propinato a scuola, ma comunque su altri libri.
La storia riguarda un’isola, Rapa Nui, che nel dialetto del luogo significa “grande roccia”, probabilmente perché è il solo enorme scoglio circondato da migliaia di miglia di oceano. Gli spagnoli, i primi occidentali a visitarla la chiamarono Isla de Pascua e noi oggi la conosciamo come Isola di Pasqua
Rapa Nui Rapa Nui è un’isola sperduta in mezzo all’Oceano Pacifico. Oggi è territorio cileno, anche se la terra madre è distante 3600 km, un po’ come se l’Italia avesse un possedimento nell’estrema punta Nord della Norvegia o in Nigeria.
L’isola viene colonizzata attorno al 400 d. C. da una popolazione proveniente dalla Polinesia. Può sembrare incredibile il viaggio intrapreso da questi navigatori dal momento che la Polinesia si trova ad oltre 4000 km di distanza. Ma le ricerche effettuate sui reperti, sul modo di costruire le grandi zattere che potevano affrontare i pericoli del mare, sul DNA tratto dalle ossa dei cadaveri, trovate nel sottosuolo (e non solo come vedremo), le informazioni sul linguaggio, non lasciano dubbi. Negli ultimi 100 anni sono state raccolte informazioni sufficienti per essere ragionevolmente sicuri che gli abitanti di Rapa Nui sono di origine polinesiana. E così, non si sa certo per quale motivo, probabilmente perché in fuga dal loro paese, questi incredibili marinai attraversano 4 mila km di oceano per approdare all’isola più isolata del mondo. Qualcuno ha scritto che la terra più vicina a Rapa Nui è la Luna.

Ma che freddo fa

Con questo intervento, cerco di chiarire alcune questioni riguardanti il clima che è cambiato e sta sempre più cambiando. Cercherò anche di sfatare alcune leggende, che qualcuno cavalca, usando frasi ad effetto per i poveri di spirito, abituati alle informazioni social che non si sa bene da dove arrivino.
Ho già spiegato come mai, durante il lockdown la quantità di CO2 presente in atmosfera non è diminuita, ma è anzi aumentata. Non voglio ripetere tutto il discorso, ma mi sembra piuttosto chiaro che la quantità enorme di questo gas nella nostra aria non può essere spazzato via da una riduzione delle attività inquinanti (uso questo termine forse non precisissimo per semplificare il discorso). Ridurre infatti non vuol dire affatto togliere dall’atmosfera la CO2, significa solo che ne abbiamo immessa un po’ di meno. Secondo gli esperti, se l’uomo smettesse oggi di immettere gas serra in atmosfera, ci vorranno un sacco di secoli, forse mille anni per avere l’aria pulita. E con questo credo che il discorso sia chiuso.

CarneE adesso parliamo di mangiare. No, non voglio darvi le ricette dello stufato o della torta di carote, ma di dieta e di come una dieta possa incidere sulla quantità di emissioni inviate in atmosfera. Dunque, attenzione, perché siamo tutti coinvolti, attenzione a quello che abbiamo sulla nostra tavola ogni volta che ci sediamo per un pasto.
Voglio subito dire che qui non ho alcuna intenzione di entrare nel mondo dei vegetariani e tanto meno dei vegani, i quali professano una specie di religione fatta di regole molto rigide. Niente di tutto questo. Seguitemi e capirete.
Come sempre, mi affido ad uno studio recente, condotto da un team di studiosi dell’Università Statale dell’Oregon negli Stati Uniti. Vi hanno collaborato anche scienziati e ricercatori della New York University e di Harvard, uno dei centri universitari più conosciuti e famosi degli Stati Uniti, che si trova in Massacchussets. Insomma una ricerca seria. É stata pubblicata il 7 settembre 2020 dalla rivista Nature, un altro totem dell’ambientalismo moderno.
Le credenziali per dare un’occhiata interessata a questo documento ci sono tutte. Cercherò di riassumere le tre fitte pagine, in inglese, presenti nel dossier.

Non so se qualcuno di voi ha già sentito il termine “event attribution science”. Non vi preoccupate, si tratta di un ramo della scienza piuttosto recente e molto interessante. Mi scuso se sarò un pochino pedante, ribadendo alcuni concetti che, chi mi segue, avrà letto ormai molte volte, ma qui serve proprio, per poi capire meglio di cosa sto parlando.
meteoclimaCominciamo dunque con il dire che clima e tempo (o meteo se preferite) non sono affatto la stessa cosa. Certo sono collegati o correlati come dicono quelli che sanno. Il clima descrive i modelli meteorologici per lunghi periodi di tempo e quindi riguarda anche quello che succede oltre le nuvole: le grandi correnti d’aria come “el Ninho”, che riscalda le acque degli oceani e le correnti marine come quella del golfo, che trasporta calore dal golfo del Messico fino alle regioni nordiche verso l’Artico.
Il tempo si riferisce, invece, ad eventi specifici, come giornate calde o temporali. Insomma se volete fare un picnic il prossimo weekend, dovrete preoccuparvi del meteo, del tempo, non del clima in generale, anche se, come vedremo, quest’ultimo influenza, eccome, la nostra possibilità di starcene tranquilli in mezzo ad un prato.
Questa sera parliamo di condizioni climatiche estreme. Di cosa si tratta?

Se le nostre strade sono piene di puttane è perché ci sono i puttanieri. Se la società è piena di spacciatori di droga è perché ci sono i drogati. Vale lo stesso discorso per qualunque relazione tra domanda ed offerta. Se la domanda cala, deve per forza calare anche l'offerta e quindi la produzione. Vale anche per la carne, come dice questo breve filmato di Milena Gabanelli.

Introduzione

Puntiamo l’attenzione sul paese che più di ogni altro ha fatto della produzione di energia elettrica da fissione una bandiera, gli Stati Uniti d’America. Nonostante la percentuale di tale energia non sia paragonabile, ad esempio, a quella francese, raccontare le vicende statunitensi ha senso in quanto si tratta del paese tecnologicamente più avanzato e anche più ricco, Cina permettendo, quindi quello che più di ogni altro sembra essere in grado di risolvere i problemi collegati al cosiddetto nucleare civile.
In fondo la questione assomiglia molto da vicino alla nostra, vale a dire al fatto che nessuno oggi sa come e dove realizzare quel deposito nazionale delle scorie radioattive che permettano di tenere al sicuro cesio, plutonio, stronzio e tutto il resto delle schifezze che restano dal processo di fissione dell’Uranio.
Gli americani avevano individuato alcune aree di stoccaggio, una per i materiali meno pericolosi (si fa per dire), a Carlsbad nel New Mexico, il secondo a Hanford (stato di Washington) e il terzo in Nevada, all'interno di una montagna, l'ormai celebre Yucca Mountain. Vediamo come sono andate le cose.

Documentario francese del 2015: giovani cineasti sono andati in giro per il mondo in cerca di buone pratiche che possano aiutare a salvaguardare l'ambiente e a migliorare le condizioni sociali in cui l'uomo vive.

FrackingParlando del gas di scisto, lo shale gas come lo chiamano gli anglofoni, ho sempre sottolineato due aspetti che ritengo essere i più importanti per capire di cosa stiamo parlando.
Il primo è il fatto che l’estrazione di questa fonte fossile non convenzionale è un modo per risolvere in parte la crisi delle risorse primarie di energia, specie in paesi, come gli USA, in cui è enormemente più forte la spinta a produrre e consumare che quella a conservare l’ambiente per le generazioni future.
Fanculo la sostenibilità dunque a favore di imprese, multinazionali e lobby varie.
Il secondo aspetto è invece quello legato agli effetti che il metodo di estrazione dello shale gas ha sull’ambiente e di conseguenza sulla salute dei cittadini. Ho spiegato molte volte come tutto questo avviene. Su questo sito trovate una meravigliosa animazione in 3D della Trial Exhibits Inc., che mostra perfettamente il funzionamento del fracking e quali danni esso possa provocare alle falde d’acqua con tutto quello che ne consegue in termini di allevamento di bestiame, coltivazione agricola, uso sanitario e personale.
Shale gasSe negli Stati Uniti la questione è stata messa da parte con una certa fretta tanto che oggi più di un terzo del gas usato nel sistema produttivo viene dai giacimenti scistici, in Europa, dove i movimenti ecologisti hanno un peso specifico maggiore o forse dove le Big Oil & co. hanno un appeal leggermente minore, ci si muove con i piedi di piombo. Alcuni stati (la Francia ad esempio) hanno bloccato anche le ricerche e il Parlamento Europeo ha ammonito i suoi membri a non muoversi nella direzione dello shale gas senza essere più che sicuri che l’ambiente non verrà danneggiato.
A dire il vero un po’ di confusione ancora esiste, perché le informazioni su questo tipo di risorsa sono frammentarie e poggiano, prevalentemente su indagini condotte da grandi compagnie petrolifere, come la BP, trascinandosi dietro un enorme puzzo di conflitto di interesse.
Il movimento statunitense, mosso dalla realizzazione nel 2010 del documentario Gasland di Josh Fox (che trovate qui con sottotitoli italiani), si va allargando ogni giorno di più ed è facile capirne il motivo quando si pensa che uno dei più grandi giacimenti, il Marcellus, si trova sotto stati come la Pennsylvania, New York, Ohio, ma soprattutto sotto una enorme falda che “abbevera” più di 20 milioni di abitanti, compresi i cittadini di New York City. E questi l’acqua del rubinetto la bevono regolarmente, in percentuali elevatissime, anche quando vanno fuori a cena.
FrackingLe preoccupazioni sono dunque legate alla propria salute, a quella del bestiame nelle fattorie, all’inquinamento dei pozzi d’acqua, all’esplosione causata dall’acqua carica di metano che esce dai rubinetti delle abitazioni.
Ma, a queste “quisquiglie” l’establishment (tutte le grandi aziende gasiere) e buona parte della politica oppongono l’esigenza di avere energia per far funzionare la macchina dei consumi, per avere sempre hamburger da McDonalds, per abbagliare Times Square con  le mille pubblicità. E poi, continuano, il prezzo del combustibile è calato, visto che il gas che estraiamo da noi non dobbiamo più comprarlo da quegli antipatici dei paesi produttori (come la Russia, il Canada, il Qatar, …). E, continuano nel loro comizio, compriamo anche meno carbone così da ridurre l’effetto serra. Peccato che il minor acquisto di carbone statunitense ne abbia fatto diminuire il prezzo così da consentire ad altri paesi di comprarne di più. Peccato che non si consideri che anche l’estrazione di shale gas provoca effetti serra, regalando all’atmosfera quantità di metano non previste. Il metano è un gas serra 70-80 volte più dannoso della CO2 per la nostra atmosfera.
Cadiamo dunque nel solito dilemma se la preservazione di un ambiente adatto a sostenerci sia più o meno importante del mantenimento di condizioni di “benessere” (nel senso usato per questo termine dalla società dei consumi) raggiunte e rispetto alle quali la maggior parte della cittadinanza dei cosiddetti paesi avanzati non ha intenzione di recedere.
Su questo aspetto si potrebbe aprire un capitolo immenso che ci coinvolge tutti. Basta un dato qualsiasi estratto da tutti quelli che fotografano la situazione. Potremmo parlare del consumo di carne che implica consumo di suolo e di acqua; o del consumo di carburante per muovere persone e oggetti con motori a scoppio (37 milioni gli autoveicoli in Italia con un rapporto di 10 a 1 tra il trasporto su gomma e su ferro delle merci); o la costruzione di centrali termoelettriche inutili (il pacchetto di produzione di energia italiano da fonti fossili è il doppio di quello che serve) e si potrebbe continuare a lungo.
Si fa dunque fatica, molta fatica, a convincere il nostro vicino che il gas di scisto è una porcheria perché non risolve affatto i problemi del mondo, anzi li acuisce e ne crea di nuovi.
Ci vorrebbe, per convincere gli scettici, un argomento economico, di quelli che dimostrino che tutti questi vantaggi che la Halliburton, La Exxon, la Total sbandierano sono dei falsi miti, delle bugie proprio come tutto l’ambaradan che hanno messo in piedi spacciando per progresso l’indebitamento economico, sociale e soprattutto ambientale che abbiamo subito negli ultimi 60 anni.
FrackingBene, oggi quell’argomento ce l’abbiamo.
A febbraio di quest’anno è uscito negli Stati Uniti uno studio molto robusto di circa 180 pagine, ricchissimo di dati, tabelle, grafici, chiamato “Drill, baby, drill”. Il che significa: “Trivella baby trivella”. E come sottotitolo: “Può il combustibile non convenzionale portarci verso un’era di abbondanza energetica?” L’autore è David Hughes, geologo, il quale ha studiato per 40 anni i problemi delle fonti non convenzionali soprattutto in Canada. Si è occupato anche del picco del petrolio e del gas, diventando come scienziato un punto di riferimento in questi ambiti.
Il documento di cui sto parlando è stato realizzato per il Post Carbon Institute. Si tratta di un’associazione che ha come scopo quello di guidare la transizione verso un mondo più resiliente, equo e sostenibile. Lo fa coinvolgendo aspetti di ogni genere: individuali, delle comunità, della produzione e politici. Il loro sito, in inglese, è www.postcarbon.org, ricchissimo di materiale e di informazioni. 
Quanto segue è un riassunto delle parti che riguardano lo shale gas. Tutte le informazioni e le immagini sono di proprietà del Post Carbon Institute.
Si comincia con un’analisi decisamente interessante, ma che qui ci porterebbe troppo lontano, sui consumi pro capite dei combustibili fossili divisi per aree geografiche e per tipo.
Quello che si capisce è che la produzione di fonti primarie fossili negli Stati Uniti è nettamente calata negli anni. Ad esempio il numero di pozzi petroliferi attivi è sceso dal 1970 ad oggi del 30%, con un andamento progressivo che non fa certo sperare in una ripresa miracolosa.
La produzione di gas, al contrario, non ha subito negli ultimi 15 anni variazioni degne di nota; essa è sempre stata insufficiente, costringendo gli States all’importazione, che tuttavia a partire dal 2006 si è progressivamente ridotta.
FrackingUn’altra osservazione interessante è la riduzione negli ultimi tempi del gas proveniente dall’oceano (è assai probabile che la disgrazia nel golfo del Messico qualche strascico l’abbia lasciato), che ormai è solo un piccola parte del combustibile proveniente dai pozzi in terraferma.
Quello che stupisce è il fatto che, mentre i pozzi crescono di numero, quasi raddoppiando, la produttività media di ogni singolo pozzo si riduce drasticamente di quasi il 40%. Questo si può tradurre dicendo che per mantenere la produzione attuale è necessario scavare nuovi pozzi in numero sempre maggiore.
Quando si comincia a discutere di shale gas ci imbattiamo nelle previsioni dell’EIA (Energy Information Administration) un reparto del ministero dell’energia statunitense che si occupa delle valutazioni su qualunque cosa abbia a che fare con l’energia. Certo che fare previsioni sullo shale gas non è semplice anche perché è comparso da poco sulla scena in modo importante. Così l’EIA offre diversi scenari possibili dipendenti dal tipo di crescita economica e dal costo del petrolio.
FrackingMa tutte le situazioni portano allo stesso risultato: la crescita nei consumi di metano per gli USA è basata sul gas di scisto!
EIA fornisce anche, a seconda degli scenari, le previsioni di quanto costerà nei prossimi anni il gas. E le valutazioni, anche quelle “peggiori” portano a valori che sono comunque inferiori a quelli sperati e valutati dai produttori di shale gas. E questa non è sicuramente una bella notizia per Halliburton e soci.
E brutte notizie arrivano anche sulle quantità necessarie a sostenere la società attuale degli Stati Uniti fino al 2040. In sostanza secondo EIA la quantità di combustibile di cui occorre disporre è davvero troppa rispetto a quella disponibile, una quantità che oggi nessuno sa dove si potrà andare a cercare.
Serve infatti l’intera produzione di gas tradizionale attualmente disponibile più quasi altrettanto da fonti che non si sa nemmeno se esistono. Più precisamente si dovrà disporre dell’intera produzione attuale più il 60% di quella potenzialmente presente nei giacimenti, ma che in questo momento non si può dire se si potrà estrarre.
I conti sono presto fatti:
  • serve tre volte il gas recuperato dai giacimenti minerali;
  • cinque volte quello disponibile oggi dai pozzi offshore;
  • il doppio delle riserve certe dell’Alaska;
  • il doppio del gas convenzionale da pozzi realizzati in terraferma.
Insomma, se davvero si vuole sostenere il ritmo attuale, servono 1 milione e 700 mila nuovi pozzi, una follia!
La prospettiva terrificante è quella di creare quasi 80 mila trivellazioni l’anno fino al 2040. E non è tutto, perché questo dato non tiene conto della riduzione della produttività (di cui parleremo tra breve).
In effetti i pozzi saranno sempre meno tradizionali e sempre più orizzontali con l’utilizzo della tecnica del fracking. Secondo l’EIA nei primi anni non ci saranno grossi problemi: nei primi 4 anni (fino al 2016) per incrementare la fornitura del 28% basterà un ritmo di crescita dei pozzi del 4%. Ma poi la quantità estratta calerà inevitabilmente (vedremo meglio più avanti come) e per avere un aumento del 10% di produttività servirà un ritmo di crescita delle trivellazioni di oltre il 70% ogni anno.
Non sempre ci fermiamo a riflettere quando ci viene detto quanto gas o petrolio rimane a disposizione di questa società energivora. Ci accontentiamo dei valori lordi. Ed è un po’ come calcolare il tempo che occorre per raggiungere in automobile un certo paese, semplicemente in base al chilometraggio, senza badare a semafori, ingorghi, code e quant’altro.
In questo modo otteniamo i valori migliori possibili, non calcoliamo quale parte di quei giacimenti ha combustibile di alta qualità, quale parte ha combustibile ad alta concentrazione, quale parte è di facile estrazione, quale parte presenta costi di estrazione abbordabili e quale no.
Se a questo aggiungiamo che i dati forniti al mondo intero provengono da BP (British Petroleum) non è che possiamo avere tutta questa fiducia.
Fracking L’immagine a fianco (a piramide) mostra la situazione che mette insieme risorse, spese necessarie per ricavare il gas (sia in termini energetici che finanziari). Più ci muoviamo verso il basso e maggiore è la quantità di combustibile presente, ma diminuisce la sua qualità essendo meno concentrato, più difficile e costoso da estrarre. La prima linea mostra il limite oltre il quale diventa antieconomico operare. E’ sicuramente vero che nuove tecnologie (e tra queste va annoverato il fracking) possono abbassare questa linea permettendo di recuperare combustibile che prima era inaccessibile, ma non si potrà mai superare la seconda barriera che rappresenta la situazione di pareggio energetico, cioè quando l’energia per ottenere il combustibile è uguale a quella che da esso si potrà poi ricavare.
Spesso, quando sentiamo dire che avremo combustibili ancora per 100, 200 o 300 anni, si tratta di boutade che non tengono in nessun conto questo tipo di osservazioni.
In effetti chiunque abbia studiato un po’ di fisica sa che il bilancio energetico ha senso se il lavoro compiuto è inferiore all’energia ricavata. Il concetto di rendimento insomma deve essere ben chiaro. A questo riguardo è anche molto interessante osservare che non tutti i combustibili “costano” allo stesso modo. Ad esempio per ricavare un barile di petrolio tradizionale basta bruciarne un ventiquattresimo, il resto è energia netta disponibile; mentre  per ottenere un barile di olio dalle sabbie bituminose bisogna spenderne mezzo. Ogni combustibile dunque è più o meno conveniente anche a seconda dell’energia necessaria per portarlo dai giacimenti sul mercato.
FrackingTenendo presenti queste osservazioni possiamo passare al gas di scisto. Che gli USA abbiano riserve più che abbondanti di questa fonte primaria è chiaro guardando l’immagine a fianco, fornita da EIA nel settembre 2011. La distribuzione è abbastanza uniforme, tanto da aver fatto gridare all’industria che l’autosufficienza sarebbe stata raggiunta ovunque. La realtà è diversa, perché non tutti i giacimenti sono uguali: ce ne sono di migliori, che riescono ad offrire gas di qualità a basso prezzo e altri che sono esattamente l’opposto.
Ma se consideriamo la storia dello shale gas, possiamo osservare che nel 2012 ha raggiunto il 40% della produzione totale di gas degli USA, anche se nel 2012 la produzione si è fermata senza ulteriormente crescere. Questo ha bilanciato comunque il calo nella produzione di combustibile convenzionale.
Se si analizza la produzione di tutti i pozzi, i sei più attivi forniscono l’88% del gas complessivo. Segno che la maggior parte delle trivellazioni sono a rendimento molto basso. E poi ci sono i “tassi di declino” che sono enormi. Nel giro di tre anni o poco più il livello di produzione scende del 90% e nuovi pozzi vanno scavati. Questo si traduce in 42 miliardi $ di investimenti annui per mantenere la produzione attuale, cifra che probabilmente non sarà coperta dalla vendita dei prodotti al prezzo attuale del gas. E, dal momento che in futuro, a meno di scoperte oggi non ipotizzabili di nuove tecniche meno dispendiose di estrazione, la situazione è destinata a peggiorare, questo imporrà un aumento dei prezzi e manderà a gambe all’aria la teoria secondo cui la bilancia energetica Usa sta migliorando di giorno in giorno.
Fracking I giacimenti “storici” e più famosi di gas di scisto sono il Barnett in Texas, dove tutta la storia è cominciata e dove è stata elaborata la tecnica del fracking. Un anno fa quasi 15 mila pozzi erano attivi, producendo 6 miliardi scarsi di metri cubi di metano al giorno. Il giacimento di Haynesville tra Texas e Louisiana è oggi il maggior produttore statunitense, mentre il Marcellus, in Pennsylvania, è al terzo posto. Questi ultimi due hanno avuto un boom improvviso negli ultimi anni (dopo il 2007).
Come tuttavia si vede dall’immagine la crescita impetuosa avvenuta dal 2000 in poi si è arrestata nell’ultimo anno in tutti i pozzi presi in considerazione.

FrackingE proprio del giacimento campione, Haynesville, osserviamo la curva di decadimento produttivo, che non è diversa da quella degli altri siti. In essa è stata calcolata la produttività media di tutti i pozzi presenti nei 4 anni di attività. I dati appaiono piuttosto chiari: non sono pozzi destinati a produrre per molto tempo, se nell’arco di 3 anni passano da una produzione 100 a meno di 10.
Come detto si tratta di valori medi, perché ad Haynesville ci sono alcuni pozzi che pompano decisamente tanto e, guarda caso, sono quelli che vengono regolarmente citati dalla stampa e nelle pubblicità.
Anche questa immagine è significativa. Se infatti consideriamo solo i pozzi scavati prima del 2011, osserviamo come la loro produttività è calata vistosamente. Per mantenere il livello occorrerebbe perforare 774 nuovi pozzi, con una spesa di circa 7 miliardi € l’anno, al netto di altri costi per le infrastrutture. E siccome la densità dei pozzi è ormai altissima non è che si possa pensare di continuare in questa direzione.
La conclusione di queste osservazioni (‘) è  che l’avventura del gas di scisto non ha un futuro molto roseo. Delle due l’una: o si dovrà continuare a scavare pozzi ad un ritmo forsennato o si dovranno sensibilmente alzare i prezzi del gas.
Se a questo aggiungiamo i rischi ambientali e sociali connessi con l’utilizzo del fracking, mi sembra che nessun cittadino statunitense possa essere minimamente contento.
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(‘) fonti:
Mark J. Kaiser and Yunke Yu, 2012, “LOUISIANA HAYNESVILLE SHALE—2: Economic operating envelopes characterized for Haynesville shale,” Oil and Gas Journal, January 9, 2012.
United States Geological Survey, “Variability of Distributions of Well-Scale Estimated Ultimate Recovery for Continuous (Unconventional) Oil and Gas Resources in the United States,” 2012
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Versione di Gasland con sottotitoli italiani realizzati da me.

Introduzione

ScistoScisto non è una parolaccia. Si tratta di una roccia metamorfica. Cosa significa? Si tratta di rocce che nel corso della loro vita molto molto lunga hanno subito dei cambiamenti (delle metamorfosi appunto) per cause esterne come cambiamenti di temperatura o di pressione. Ci sono tanti tipi di scisti ma tutti derivano dall’argilla che è stata appunto trasformata.
Tra questi ci sono gli scisti bituminosi, i quali, come del resto dice il loro nome, contengono percentuali significative di bitume, che può essere utilizzato al posto del petrolio o del gas per produrre energia.
Queste cose si sanno da duecento anni, ma solo nell’ultimo decennio (diciamo dal 2003 in poi) gli scisti sono entrati a far parte delle riserve energetiche di un paese. Questo è dovuto ad alcuni fattori: l’aumento del costo di estrazione del petrolio, il problema del riscaldamento globale e il fatto che prima i costi di estrazione dello scisto erano proibitivi.
Ma la cosa davvero interessante è la scoperta che lo scisto intrappola del gas naturale, chiamato gas di scisto (in inglese “shale gas”), composto in larga parte di metano. Anche questa è una notizia piuttosto vecchiotta. I tecnici lo sapevano da un sacco di tempo, ma le tecnologie per estrarre il gas dalla roccia non erano ancora pronte. Infatti queste conformazioni rocciose si trovano in profondità (diciamo ad almeno un km dal suolo) e quindi non basta una pala e un piccone per averlo a disposizione. Inoltre il gas è ancora intrappolato dentro la roccia perché non ha fatto in tempo (o non ha trovato le condizioni adatte) a scivolare via verso strati meno densi, ad esempio sabbiosi da dove possa essere estratto con i metodi tradizionali. Per questo è considerato un gas “non convenzionale”: non basta insomma fare un buco fino alla sacca che lo contiene e infilarci un tubo per estrarlo. Bisogna frantumare le rocce che lo imprigionano e quindi gli investimenti in questa direzione sono importanti e devono dare risultati al più presto.
Questa scoperta da alcuni viene considerata una vera rivoluzione energetica e la soluzione alla "crisi del petrolio", in attesa che le energie alternative possano avere rendimenti e diffusione sufficienti. Ma la cosa strana e curiosa è che di questo nessuno parla; il grande pubblico non ne sa nulla, come se ci fosse qualcosa da nascondere (ad esempio i contratti in essere) o qualcosa di misterioso (danni all''ambiente e alla salute?).
Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza su questa faccenda, cominciando dalla storia dello shale gas, del gas di scisto.

Amy Myers Jaffe: assolutamente a favore

Cominciamo da un articolo (e i relativi oltre 200 commenti) di una studiosa americana del Texas, Amy Myers Jaffe, una importante esperta di energia e di politiche energetiche. Nel maggio dello scorso anno ha visto pubblicato un suo intervento sul The Wall Street Journal di New York che parlava proprio del gas di scisto. Vediamo cosa ha scritto (la traduzione è mia, spero sia corretta).
Amy Myers JaffeC’è una rivoluzione energetica che si prepara proprio sotto i nostri piedi.
Negli ultimi dieci anni un’ondata di trivellazioni in tutto il mondo ha scoperto enormi giacimenti di gas naturale nelle rocce di scisto. Qualcuno sostiene che almeno 1021 metri cubi (cioè mille miliardi di miliardi di metri cubi) possono essere estratti solo nel Nord America (USA+Canada), una quantità sufficiente per soddisfare i bisogni della nazione nei prossimi 45 anni. L’Europa ne avrebbe circa un quinto di quello americano per se stessa.
Conoscevamo già il potenziale dello scisto, ma semplicemente non avevamo la tecnologia per ottenerne gas a prezzi abbastanza contenuti. Adesso sì: il rapporto è cambiato e questo gas sarà la risorsa rivoluzionaria del prossimo decennio.
Ho studiato i mercati energetici per 30 anni e sono convinta che il gas di scisto impedirà la nascita di nuovi monopoli, modificherà la geopolitica e rallenterà la transizione verso le energia rinnovabili.
Per capire i motivi di queste convinzioni dovete considerare che anche prima della scoperta dello scisto, il gas naturale era destinato a giocare un ruolo di primo piano nel nostro futuro. Quando le preoccupazioni ambientali sono aumentate, le nazioni si sono appoggiate più pesantemente su combustibili meno inquinanti come appunto il gas, che produce circa la metà dell’anidride carbonica rispetto al carbone. Ma la crescita del consumo di gas ha gettato,  i consumatori mondiali dalla padella alla brace, da essere ostaggi dell’OPEC ad essere ostaggi dei produttori di gas: la Russia, l’Iran e il Venezuela, che radunati in un cartello possono dettare le proprie condizioni al resto del mondo.
L’abbondante disponibilità di gas a buon mercato farà sparire tutto questo e ridurrà anche le pretese degli stati produttori di petrolio.
E questo porterà anche a cambiamenti radicali nella politica delle energie rinnovabili. Essendo infatti presente una sorgente sufficientemente pulita, le energie solare, eolica eccetera, non avranno bisogno di diventare immediatamente competitive rispetto a quelle tradizionali e dunque non avranno l’urgenza di disporre di sovvenzioni pubbliche che potranno essere destinate altrove. In questo senso possiamo pensare che le energie verdi avranno tutto il tempo per maturare e diventare efficienti per sostituire tra qualche decennio le fonti tradizionali, compreso il gas di scisto, con tecnologie a basso costo ed elevati rendimenti.
Nonostante le mie opinioni in merito ci sono molte persone (tra le quali il primo ministro russo Putin e molti analisti di Wall Street) che non sono per niente convinti che il gas di scisto possa essere una rivoluzione energetica e lo fanno con due motivazioni: una economica sostenendo che l’estrazione è troppo costosa e l’altra ambientale legata a rischi di inquinamento e contaminazione.
Cominciamo dai costi.
Già oggi nei giacimenti che si estendono tra il Texas e la Louisiana il costo di estrazione è di 0,01 $ al kWh, contro i 0,017 $/kWh degli anni ’90. E sono convinta che questo costo potrà ridursi ancora di un terzo nei prossimi 5 anni.
Per quanto riguarda i rischi ambientali il problema principale è – secondo gli ambientalisti – quello della contaminazione delle falde acquifere. Dato che i giacimenti sono molto più profondi delle sacche d’acqua, durante l’estrazione c’è il pericolo che i fluidi estratti possano infiltrarsi nelle falde. C’è sicuramente un piccolo rischio del genere, ma si tratta solo di avere regole precise nell’esecuzione delle trivellazioni e delle estrazioni, cosa che potrà far crescere di un pochino i costi, ma che certo non fermerà i produttori che si stanno già orientando ad una estrazione in sicurezza anche se le regole non sono ancora state scritte. (
NOTA: in America, perché in Europa le regole ci sono)
Ma gli scettici dimenticano una cosa molto importante e cioè che l’opinione pubblica abbraccia con velocità sorprendente cambiamenti che portino vantaggi economici ai consumatori, come del resto è avvenuto per il gas liquido negli ultimi anni. E poi non vedono il quadro d’assieme, che scuoterà il mondo intero anche da un punto di vista politico. Vediamo come.
Uno degli effetti principali del boom del gas di scisto sarà quello di offrire ai consumatori occidentali e cinesi sorgenti energetiche vicine a casa. Questo eliminerà ogni monopolio. Ricordiamo che i grandi fornitori di gas sono paesi politicamente instabili come la Russia e l’Iran, (i due detengono circa la metà delle sorgenti di gas del pianeta). E la Russia non ha mai negato il desiderio di creare un cartello dei produttori di gas come c’è quello dei produttori di petrolio. Questo pericolo svanirà completamente perché il libero mercato e la concorrenza saranno garantite dall’avere un numero molto più grande di produttori.
E poi c’è la questione del trasporto e dello stoccaggio. Si eviteranno molti viaggi di superpetroliere cariche di gas liquefatto e rigassificatori pericolosi sparsi lungo le coste dei paesi importatori. I traffici di gas liquido dovrebbero ridursi di circa il 70%.
E’ evidente che la diminuzione delle esportazioni e quindi della richiesta farà diminuire i prezzi che ad esempio la Russia ha finora imposto. Così ad esempio all’Ucraina il gas liquido russo verrà a costare il 30% in meno. La diminuita potenza economica si rifletterà anche sulla politica in generale di quei paesi come la Russia e l’Iran che non potranno più fare il bello e brutto tempo con gli altri stati. Quando per dispute interne tra Russia ed Ucraina all’Europa non venne più erogato gas nel corso di un inverno, la situazione si mostrò veramente drammatica. In Europa il 25% del gas arriva dalla Russia e ci sono stati che dipendono praticamente solo dal paese di Putin.
L’Europa è così costretta a diversificare il più possibile le proprie importazioni di gas. Lo scisto potrà essere di grande aiuto in questo. Gli stati in cui si pensa ci siano i giacimenti più grandi sono Francia, Germania, Austria, Svezia, Polonia, Romania e Ucraina.
Anche per l’Iran potrebbero esserci giorni difficili dal momento che uno dei grandi introiti di quel paese è proprio l’esportazione di gas naturale. Probabilmente una diminuzione sensibile delle entrate potrebbe far cambiare anche la politica sul nucleare. Con ogni probabilità se i governi iraniani sono ragionevoli lasceranno perdere le mire nucleari e useranno il loro gas a basso costo per produrre l’elettricità nel paese.
Anche la Cina potrebbe giovarsi sensibilmente di questa possbilità. Infatti troverebbe a casa sua enormi risorse di gas, che adesso è costretta ad importare da stati che la costringono a certi tipi di politica (l’Iran, il Sudan, Burma).

I commenti all’articolo di Amy Jaffe

No frackInsomma Amy è un’entusiasta dell’intera vicenda e non riesce a vederne alcun aspetto negativo. La disponibilità di gas un po’ dappertutto (ma non da noi guarda caso!) e a basso costo (almeno secondo i suoi calcoli) diventa quasi una panacea per molti mali arrivando addirittura a risolvere antiche questioni di tutela dei diritti degli individui in quegli stati (tra i quali c’è anche la Cina sarà meglio non dimenticarlo) che adesso non possono far altro perché presi per il collo dai produttori di gas e petrolio.
Che poi si riesca, grazie al gas di scisto, a modificare anche la politica nucleare iraniana mi sembra un tantino, ma appena un tantino azzardato.
La nostra Amy insomma appare come un classico dei politici statunitensi, che non riescono a convincere un europeo che quello che dicono non sono altro che esagerazioni.
Tuttavia c’è un punto che merita di essere approfondito.
Amy non ce l’ha (così almeno dice lei) con le energie rinnovabili ed anzi sostiene che gli stati dove le condizioni sono favorevoli (cita giustamente il Texas per l’eolico e la California per il solare) devono essere indotti a sfruttare al massimo queste tecnologie e i finanziamenti devono essere indirizzati a fare di questi stati una specie di laboratorio per avere, quando il gas di scisto comincerà ad essere carente (tra 40 anni circa) tecnologie ben collaudate, con alti rendimenti e bassi costi.
Sembra insomma un bellissimo programma … chissà se sarà realizzabile? Vedremo più avanti le stime del Dipartimento USA dell''Energia al riguardo, che ha idee completamente differenti dalla bella Amy.
L’articolo della Jaffe ha suscitato un vespaio nel sito del giornale newyorkese. La maggior parte degli interventi (oltre 200) erano molto critici con lei. Si lamentavano soprattutto del fatto che oltre 2000 parole erano state spese per decantare il gas di scisto e appena 120 per parlare dei rischi ambientali. Insomma ai lettori americani la signorina Jaffe non era piaciuta per niente.
Ma sulla posizione americana rispetto al gas di scisto si sono espressi anche personaggi importanti e conosciuti e sono davvero in pochi a pensarla come la studiosa texana; tutti avanzano riserve e dubbi sia di natura economica che, direi soprattutto, ambientale.
Tra questi vorrei citare James Howard Kunstler, saggista e scrittore, autore di uno dei libri più controversi degli ultimi anni: The geography of Nowhere (la geografia di nessun posto) del 1993 ma ancora estremamente attuale sulla società americana vista dai sobborghi delle grandi città.
Ma delle critiche che a questa nuova tecnologia vengono mosse parleremo più tardi.

Lo scisto in Europa e nel mondo

Giacimenti nel mondoInnanzitutto vediamo se ci sono giacimenti nei nostri dintorni. Una grande quantità di scisto è stata localizzata sotto un altopiano francese, nel Sud del paese, non molto lontano da Montpellier e Marsiglia. Si tratta di una zona poco abitata destinata alla coltivazione di cereali e ricchissima di pascoli: l’altopiano di Larzac. Qui si trovano le pecore che forniscono il latte per il formaggio Roquefort, dall’aspetto simile al gorgonzola, un cibo che gode della protezione di origine e di qualità francese. Ecco, proprio sotto questo altopiano ad almeno mille metri di profondità si trova una zona argillosa molto ricca di scisto e quindi adatta da un punto di vista economico ad essere sfruttata.
A muoversi per primi sono stati gli americani, e precisamente il colosso texano Schuepbach Energy, che avrebbe già ottenuto dalle autorità locali il permesso di effettuare sondaggi in 4400 kilometri quadrati nell’altopiano. Ora 4400 km² non sono uno scherzo; si tratta di un’area quadrata di 70 km di lato, come andare più o meno da Vicenza a Venezia. Del resto che gli americani siano i primi a muoversi è piuttosto normale visto che da loro i primi pozzi di gas di scisto sono stati aperti ben più di venti anni fa. Dai 50 pozzi del 1989 si è passati agli oltre 6200 pozzi attuali.
L’aumento del prezzo del petrolio e la necessità di ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera ha fatto diventare questo gas l’oro nero del futuro, come lo ha definito il Wall Street Journal.
Ora molte persone sono convinte che alla Francia di questa faccenda non importi un fico secco. Loro sono autosufficienti con tutte le centrali nucleari che hanno. Questo è quello che ci raccontano i nostri soloni e politici in televisione; beh è una colossale balla.  Le centrali nucleari producono solo energia elettrica, non fanno viaggiare le automobili o muovere i macchinari che hanno motori a scoppio. Possiamo calcolare che l’energia elettrica nell’economia di un paese come l’Italia o la Francia rappresenti circa il 20% - 25% del totale.
Bene: la Francia ottiene poco meno dell’80% della sua energia elettrica dal nucleare, vale a dire l’80 del 20-25% dell’energia totale e quindi il 16-20% del totale.
In conclusione il contributo delle centrali nucleari al fabbisogno energetico francese non supera il 20% (è il più alto al mondo – negli USA ci si ferma al 16-17%), nel mondo ad appena il 6%. Il resto deve essere prodotto in maniera tradizionale usando petrolio, carbone e gas, oltre alle energie rinnovabili. Insomma anche la Francia deve importare enormi quantità di petrolio, addirittura più di quello che importiamo noi che utilizziamo molto più gas naturale che petrolio per le nostre centrali elettriche.
Per questo il fatto di aver scoperto questi giacimenti importanti di scisto ha fatto drizzare le orecchie ai tecnici e ai politici francesi che intravedono l’opportunità di diventare indipendenti e autosufficienti dal punto di vista dell’importazione del combustibile energetico.
Molte grandi aziende si sono mobilitate e hanno investito nel settore del “nuovo oro nero”. Quando dico nuovo non intendo ovviamente il prodotto in sé, perché, come dicevo all’inizio, sono più di cento anni che si conosce il prodotto. La novità sta in due fattori: i giacimenti sparsi un po’ ovunque e il sistema di estrazione.

E l’Italia?

Da noi non risultano esserci depositi di scisto significativi. Magari un giorno ne verranno scoperti, ma per il momento non se ne sa niente. Tuttavia la nostra più grande azienda che si occupa di fonti energetiche, l’ENI, ha già messo le mani avanti e i piedi in alcune staffe importanti.
Ricordo che l’ENI è un’azienda a partecipazione statale: un terzo del capitale e delle azioni sono di proprietà del ministero del Tesoro + Cassa Depositi e Prestiti e quindi dei cittadini italiani. L’ENI ha comprato tre licenze di estrazione da un’azienda polacca, la Minsk Energy Resourses, per cominciare a sondare un’area di 2 mila km² nel bacino baltico (a Nord della Polonia verso la Scandinavia) e ha anche investito nei giacimenti americani per imparare come fare, per avere insomma le competenze per il futuro. In Canada, attraverso la controllata SAIPEM, si è aggiudicata un contratto di un miliardo di dollari canadesi (760 milioni di €) per l''estrazione di questo tipo di gas da "scisti" di sabbie bituminose.

Certo sarebbe importante avere dei dati abbastanza precisi sulla quantità di gas presente nei vari giacimenti. Le cifre più certe sono quelle americane, che sfruttano da tempo questo combustibile. Teniamo presente che sapere come estrarlo è altrettanto importante che averne.
Secondo l’EIA (Energy Information Administration) sotto il suolo USA ce ne sono 132 miliardi di m³. Si trova praticamente ovunque, ma quattro sono i giacimenti più importanti: nel Texas, in Louisiana, nell’Arkansas e in Pennsylvania. Si diceva prima che 6200 pozzi sono in azione. Gli americano attualmente ricavano il 15% del loro gas da scisti, ma l’EIA stima che entro 15 anni il 45% del fabbisogno energetico USA sarà soddisfatto dall’uso di questo gas. Per l’Europa si stimano riserve 8-9 volte inferiori, mentre la Cina ne possiede 100 miliardi di m³ soprattutto nella regione dello Scichuan dove si sta muovendo il colosso Sinopec, la più grande azienda cinese per fatturato, un gruppo petrolifero e petrolchimico, controllato per il 75 % dal governo. Anche l’Oceania, il Medio Oriente e il Nord Africa hanno circa 75 miliardi di m³ di gas di scisto. Insomma un grossissimo affare che investe tutte le zone del mondo.

Il metodo di estrazione

EstrazionePer capire quale tipo di impatto l’estrazione del gas di scisto può avere sull’ambiente è necessario capire quali operazioni si devono fare per ottenerlo. Potete vedere un'animazione in 3d, cliccando qui.
Ricapitoliamo un attimo.
I combustibili che utilizziamo sono idrocarburi (ad esempio il metano) o loro miscele come nel caso del petrolio. Sono composti soltanto di atomi di Carbonio e Idrogeno che si formano nelle rocce argillose ricche di elementi organici. Quando la situazione geologica lo permette (ad esempio col variare della pressione o della temperatura) si spostano verso rocce sabbiose o calcaree, da dove vengono poi estratti con le tecniche tradizionali. Questa migrazione impiega milioni di anni.
Il gas di scisto invece è quello che è rimasto intrappolato nella roccia sorgente argillosa e ancora non ha effettuato la migrazione verso la roccia giacimento. La tecnica usata per estrarre il gas di scisto è dunque quella di portare via il gas prima che migri verso rocce più permeabili, senza aspettare i milioni di anni che la natura impiegherebbe per questo processo.
Il sistema elaborato e migliorato nel corso dei decenni si chiama hydraulic fracturing (rottura idraulica) o semplicemente fracking. Si prende dell’acqua con additivi chimici e sabbia o altri materiali analoghi e la si pompa ad altissima pressione contro le rocce che si fratturano, liberando così il loro prezioso contenuto. Per l‘operazione dunque servono grandi quantità di acqua e nel sottosuolo finiscono sostanze che proprio dei balsami non sono. La sabbia serve per sostituirsi al gas e mantenere più o meno costante il volume delle rocce (anche se tutte frantumate), gli additivi chimici servono per modificare la viscosità dei fluidi e permettere così la risalita del gas verso la superficie.
C’è un aspetto importante che segna anche tutta la differenza tra le estrazioni americane e quelle europee. Quando si pesca in un giacimento di gas o di petrolio si fa un buco, si infila una cannuccia e si succhia su. Qua invece è necessaria una azione molto più capillare perché occorre rompere le rocce che sono stratificate e quindi occorre fare un buco verticale, molto profondo e poi muoversi orizzontalmente per km e km per sfruttare in pieno il giacimento di scisto.
E’ chiaro allora che se la zona è deserta e disabitata non ci sono grandi problemi e questa è più o meno la situazione di molti giacimenti degli USA. Ma se là sopra ci sono abitazioni e città tutto diventa terribilmente più complicato. Questo è quanto accade in Europa dove è difficile trovare ampie zone spopolate. Ciò incide anche sul prezzo del gas che nel nostro continente è più alto rispetto a quello americano.
La multinazionale texana del petrolio, la Halliburton, ha effettuato il suo primo hydraulic fracturing europeo in un pozzo in Polonia, mentre altre compagnie come Chevron, Exxon e Shell stanno investendo già in Inghilterra, Svezia e Germania. Le prossime candidate alle trivellazioni esplorative sono Olanda, Spagna e Danimarca.
L’ENI ha fatto i passi che ho ricordato prima, ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al gas russo. Se così fosse infatti il gas di scisto (visto che giacimenti italiani sembrano non essercene) dovrebbe essere importato da chi oggi ne produce molto, gli USA e non cambierebbe granché la musica. Invece di dipendere da una parte, dipenderemmo da un’altra, oltretutto enormemente più distante e con gli approvvigionamenti tutti da costruire. L’Italia insomma non ci guadagnerebbe proprio niente.

L’ambiente la salute

E veniamo all’ultimo punto. Che tipo di ripercussioni sull’ambiente può avere questo nuovo metodo di sfruttamento del pianeta?
Proviamo a cominciare dall’inizio.
Queste tossine possono Innanzi tutto per eseguire la trivellazione servono enormi quantità di acqua per spaccare le rocce. In un periodo in cui questo liquido sta diventando sempre più prezioso non è il massimo. Ma non è questo il problema più grave.
Ricordiamo che la produzione di combustibile deve preservare il pianeta e quindi anche non inquinare e rendere inutilizzabili le risorse primarie (cibo e acqua). Ho sempre sostenuto che le fonti rinnovabili a biomasse (ad esempio il mais per ottenere bio combustibile) vanno bene solo se non riducono la produzione di cibo. Col mais si deve prima fare la polenta e solo dopo, se si può, carburante per i motori.
Lo stesso discorso vale per il gas di scisto. Va tutto bene, purché l''ambiente e la salute delle persone venga salvaguardata, altrimenti bisogna rinunciare.
Come ho spiegato, l’estrazione prevede la frammentazione delle rocce usando composti chimici.
Il rischio di questo procedimento è quello dell’inquinamento delle falde acquifere. Se prendiamo ad esempio l’altopiano francese di Larzac, non solo il paesaggio e le pecore sono da tutelare, ma soprattutto le ricche e preziose falde di acqua presenti nel sottosuolo.
Negli USA molti cittadini sono mobilitati in tal senso anche perché si tratta del paese con la massima concentrazione di pozzi che utilizzano il fracking. C''è una potentissima organizzazione ambientalista in USA, Sierra Club, che ha scoperto che i cittadini della Pennsylvania che protestavano venivano schedati dall''azienda che si doveva occupare della sicurezza del territorio. In queste diatribe non si sa mai dove sta la verità, ma il fatto che il governatore di quello stato abbia stracciato il contratto con l''azienda in questione la dice lunga e lascia davvero pochi dubbi su come stanno le cose. La questione è piuttosto seria perché la tecnologia del fracking è ormai applicata un po'' ovunque e migliaia di americani si sono rivolti all''EPA (Environmental Protection Agency) perché conduca una inchiesta sui rischi ambientali e sanitari. In particolare Sierra Club lamenta il fatto che non si conoscano gli additivi chimici che vengono sparati nel terreno per la frammentazione delle rocce e che le operazioni siano eseguite in un deserto di normative che tutelino ambiente e salute, cosa del resto abbastanza tipica dell''amministrazione americana.
Recentemente il governatore di New York, David Patterson, ha bloccato ogni attività estrattiva per sei mesi. Intanto verranno verificate le condizioni delle falde acquifere. Alla Cornell University (Ithaca, stato di N.Y.) hanno effettuato una ricerca (pubblicata in rete e quindi facilmente reperibile) dalla quale si dimostra che durante le operazioni di estrazione ci sono fughe di gas metano, che è anche lui un gas serra, ma 72 volte più potente della CO2 e quindi molto peggiore delle emissioni create dalla combustione di petrolio o carbone.
Abbiamo già detto della enorme quantità di acqua necessaria per il fracking, ma non è tutto, perché quell’acqua poi risale in superficie assieme al gas, inquinata dagli additivi chimici usati nell’operazione e quell’acqua inquina i terreni e giù giù fino alle falde. Insomma alla fine di ogni estrazione bisognerebbe bonificare il sito, cosa che non avviene affatto.
Anche l''Epa (l''Agenzia per la sicurezza ambientale americana) ha affermato che questa tecnica di estrazione può inquinare le falde acquifere, e per questo ha messo sotto controllo le attività della Exxon Mobil.

Gasland

Quest''anno in occasione del festival del cinema di Roma è stato presentato, fuori concorso, il documentario «Gasland» di Josh Fox, nel quale il reIl film "Gasland"gista denuncia, tramite un documentario di 107 minuti e girato in un anno e mezzo tra «Texas e Colorado, Utah e Wyoming, con una telecamera e una serie di recipienti per raccogliere l''acqua. Le falde acquifere, infatti, sono talmente inquinate che chi avvicina un accendino all''acqua che scorre dal rubinetto di casa, nei pressi delle stazioni di perforazione, vede il liquido infiammarsi quasi fosse alcool puro...» (tratto dalla recensione su MYmovies). Il documentario raccoglie testimonianze, immagini, e mette in evidenza i danni che le infiltrazioni dei gas nelle falde, dovute all''estrazione tramite fracking, hanno provocato alle popolazioni americane.
Infatti la mancanza di una severa normativa ambientale e tecnica da parte del governo americano verso le compagnie petrolifere porta a scelte sbagliate, e l''attuale legislazione americana consente oltre che di sfruttare il territorio anche di utilizzare qualsiasi tipo di additivo chimico senza dover comunicare nulla al governo (come invece è richiesto dalle norme ambientali in Italia e in Europa).
Esistono diversi siti di appoggio al film Gasland e una pagina su Facebook. Youtube offre il promo del documentario oltre ad altri commenti e considerazioni dei lettori. Si viene così ad apprendere che tuttp è cominciato quando al regista Josh Fox è stato chiesto di affittare i suoi terreni per la perforazione: allora si è imbarcato in una vera e propria odissea attraverso il Paese, scoprendo una scia di segreti, bugie, e contaminazioni.
Il filmato con sottotitoli in italiano è disponibile su questo sito, qui.

Conclusione

Concludo questo intervento con le previsioni che il Dipartimento dell’Energia americano ha stilato per i prossimi anni in quanto a fonti energetiche. Il documento uscirà nel prossimo mese di marzo, ma ne sono stati pubblicati alcuni estratti dai quali si può ben capire che aria tira.
L’ente americano prevede che entro il 2035 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (escluso l’idroelettrico) è prevista attorno al 3%, un valore molto basso perfino più basso delle stime già fatte nel 2010. Una delle cause più importanti di questa diminuzione è proprio nell’uso del gas di scisto. Contrariamente quindi al pensiero di Amy Jaffe lo scotto da pagare tocca proprio le rinnovabili che, in ogni caso, devono rappresentare le soluzioni future per tutti i motivi che ben conosciamo e che qui non occorre ripetere. Tra questi il contenimento dell’effetto serra, che l’estrazione di gas dagli scisti rischia di far aumentare come abbiamo visto.
Tra le altre previsioni fatte dall’ente americano c’è il prezzo del petrolio. Grazie alle grandi riserve di gas di scisto infatti la domanda di petrolio dovrebbe diminuire garantendo così prezzi “ragionevoli” vale a dire attorno a 125 $/barile nel 2035, sicuramente più alti di oggi, ma ancora sostenibili.
Tra le previsioni dell’ente è anche la mancanza quasi totale di biocarburanti nel futuro degli USA. Questo sarebbe dovuto alla mancanza di tecniche abbastanza efficaci per produrli. I combustibili liquidi da biomasse costituiranno solo il 3% del totale.
Si tratta solo di previsioni che tra l’altro non combaciano per niente con quello che sta avvenendo negli Stati Uniti. La recente chiusura di molte centrali a carbone, la limitazione della produzione di nucleare e il boom di alcune forme di fonti rinnovabili, soprattutto eolico e solare negli stati del Sud (Texas e California). Questo fa sperare che le previsioni del Dipartimento siano frutto o di un eccessivo entusiasmo di fronte al nuovo gas o di una serata troppo allegra passata in qualche bar.