Via Poma: Cesaroni Premessa  


omicidi20L’ultimo caso di cui ci occupiamo non è un delitto in senso classico; l’accusa più grave attribuita agli imputati è di omicidio colposo, cioè senza premeditazione. Ma i morti ci sono e sono tanti, con ogni probabilità ben più dei 19 registrati.
L’arma del delitto è il vino, opportunamente tagliato col metanolo. La vicenda emerge nel 1986 ed è la più grave sofisticazione alimentare italiana. Certo non l’unica e non solo da noi.
Tra tutte, ricordo che, all’inizio degli anni ’80, scoppia quella dell’olio di colza denaturato, che provoca in Spagna circa mille morti e 25 mila casi di danni gravi alla salute. In questo caso viene messo in commercio olio industriale raffinato, con il colore cambiato. Insomma una porcheria immane.
Qualcuno ricorderà, per restare da noi, i pompelmi avvelenati a Roma nel 1988, i panettoni finiti nel mirino dei terroristi, i mangimi alla diossina nel 1999, le bottiglie di acqua minerale siringate nei supermercati. Insomma di fatti ce ne sono stati un bel po’.
Ma il vino al metanolo ha avuto un impatto terribile sui consumatori, terrorizzati dai morti che il telegiornale continuava ad elencare, e sui produttori con un crollo delle vendite del vino.

L'omicidio di WIlma Montesi Premessa Il caso "metanolo"

Simonetta Cesaroni

Qomicidi15uesta storia è lunga e complicata. Si tratta di un altro delitto, avvenuto nell’estate del 1990, che ha appassionato a lungo gli italiani, reduci dalle “notti magiche” del campionato mondiale di calcio, che si è giocato in quei giorni nel nostro paese.
La vittima è ancora una giovane donna, di 21 anni, una bella ragazza, Simonetta Cesaroni, letteralmente massacrata da 29 pugnalate nell’ufficio dove lavorava due volte la settimana. Quell’ufficio si trova in un condominio di via Poma, a Roma, tanto che la vicenda viene subito ribattezzata dalla stampa il delitto di via Poma.
É il 7 agosto 1990, quando, accompagnata dalla sorella maggiore Paola e dal fidanzato di questa, Antonello Baroni, arriva alla stazione “Subaugusta” della metropolitana. Qui si lasciano. Simonetta procede verso il quartiere Prati, per entrare nel condominio di via Poma 2, dove si trova un ufficio della “Redi”, società che lavora per il comitato regionale degli ostelli della gioventù. Sono due mesi che ogni martedì e giovedì Simonetta è là, per registrare su un computer i dati dell’azienda.
Arriva, come sempre alle 15,30, poi alle 17,30 telefona alla collega Daniela per sapere una password, che peraltro è scritta all’interno dell’ufficio in cui si trova.
Daniela è l’ultima a sentirla.

 L'omicidio Codecà Premessa Via Poma: Cesaroni

Una morte “spettacolare”

omicidi11Anche questa storia si snoda nei primi anni ’50, questa volta a Roma, vicino alla Salaria, dove la famiglia Montesi, padre madre e due figlie, vivono una vita normale, fatta delle cose che la maggior parte degli italiani fanno giorno dopo giorno. Ma il 9 aprile del 1953, la figlia Wilma, esce di casa e da allora non si saprà più nulla di lei, fino a due giorni dopo, quando il suo cadavere viene trovato sulla spiaggia di Torvaianica.
É un delitto che, come vedremo, scuote profondamente la nazione. Al fatto, grave di per sé, si aggiunge la spettacolarizzazione dell’evento, pompato dalla stampa e diventato, non più solo il dramma di una famiglia, ma elemento di gossip di cui discutere al bar.
M. De Luca scrive nel suo libro “Storia d’Italia”:
“Da allora l’Italia non sarebbe più stata la stessa. Avrebbe conosciuto per la prima volta l’intrecciarsi spregiudicato di squassanti scontri all’interno del potere politico col procedere sussultorio di un’inchiesta di polizia e di magistratura. Si sarebbe morbosamente divisa in un crescendo di emozioni ben guidate in innocentisti e colpevolisti e sarebbe stata investita da autentiche slavine di menzogne e rivelazioni, da angeliche intransigenze e da demoniache invenzioni, in un rumoroso viluppo di intrighi capaci di far salire le tirature di molti quotidiani ma, contemporaneamente, di minarne in maniera forte irrimediabile una cospicua dose di credibilità”.
Nonostante questa prosopopea, tipica del periodo, nessuno sarà mai in grado di capirci qualcosa in questo delitto. In compenso verranno a galla comportamenti imbarazzanti di persone molto importanti, come politici e giornalisti. É così quando si pensa di avere il diritto di affermare verità (a favore o contro i protagonisti della vicenda) senza avere uno straccio di una prova, seguendo solo ideologie o simpatie per questo o quel personaggio.
Il già citato De Luca scrive a questo proposito:
Molti da quella morte però furono travolti, senza appello. Taluni invece, come Amintore Fanfani, intraprendente e irrefrenabile ministro degli Interni nell’epoca più intensa delle indagini dei carabinieri e poi successore nella Democrazia Cristiana di De Gasperi dopo lo sradicamento di Attilio Piccioni, ne trassero concreti obiettivi vantaggi di consolidamento di carriera. Altri, come Giulio Andreotti, il più esperto e ambiguo speleologo di anfratti e misteri di governo, hanno fatto spesso riferimento a quella vicenda e ai suoi segreti per insinuare o minacciare o respingere attacchi personali, usando la memoria e i dubbi della storia come arma.

I fatti e le cronache

Ma seguiamo i fatti.
Wilma parte da casa alle 17 del 9 aprile per recarsi ad Ostia col treno. Il corpo viene rinvenuto a Torvaianica alle 7,30 dell’11 aprile. Sono dunque passate meno di 40 ore e il cadavere si trova ad almeno 15 km da dove la ragazza aveva detto di voler andare. É senza gonna, senza calze e reggicalze, cosa che desta curiosità perché l’intento era quello di fare un pediluvio per via di un fastidioso eczema ai piedi.
omicidi11Wilma è una ragazza normale; ha 21 anni e sta per prepararsi alle nozze col fidanzato, un poliziotto.  Nessuno ci capisce niente e così il caso rientra i quella strana dicitura “morte accidentale”, insomma una disgrazia, con le distanze spiegate dalle correnti marine che avrebbero trascinato il corpo per tutti quei chilometri.
Poi, come ormai siamo abituati a dire, ecco il colpo di scena.
Il giorno dei funerali arriva alla famiglia una lettera anonima. Il mittente sostiene che Wilma è stata uccisa da uno spasimante, che non voleva accettare il matrimonio di Wilma con un altro uomo. L’ipotesi sembra davvero incredibile per tutti quelli che hanno conosciuto Wilma come ragazza seria e leale. Ma, si sa, le persone non si conoscono mai fino in fondo e ogni sorpresa è sempre possibile.
C’è anche la questione del reggicalze, la cui sparizione è inspiegabile se il desiderio di Wilma era quello che aveva dichiarato.
Passa quasi un mese quando il giornale napoletano “Roma” scrive che Wilma sarebbe stata vista, una decina di giorni prima della morte, nei dintorni di Torvaianica in compagnia del “figlio di una nota personalità politica governativa …”. Nientemeno!
Il giorno dopo, su un giornale satirico, appare una vignetta con un piccione viaggiatore che tiene nel becco un reggicalze. La didascalia è questa: “«Dopo tutto le note personalità cui allude il “Roma” non sono poi tante e non possono nemmeno sparire senza lasciare tracce come i piccioni viaggiatori.
Una frase sibillina che, all’epoca, non sono in molti a decifrare. La politica italiana è in un momento complicato, dovendo affrontare questioni delicate di un dopo guerra da sconfitti. E non ha certo bisogno di simili illazioni.

Orge e festini sul litorale

Passano alcuni mesi e, nell’ottobre 1953, entra in campo un periodico romano che diventerà centrale nella vicenda: “Attualità”. L’articolo porta il titolo “La verità sul caso Montesi” ed è un attacco alle indagini sulla morte di Wilma, chiuse così in fretta da rendere impossibile una ricerca seria della verità.
Il direttore della rivista, Silvano Muto aveva condotto una sua personale indagine nella “Roma bene”, basandosi sul racconto di un’attrice ventitreenne, che in attesa di sfondare a cinecittà, faceva la dattilografa, Adriana Concetta Bisaccia. Aveva raccontato di aver partecipato ad un’orgia sul litorale laziale, a Capocotta. Là, con Wilma, avevano incontrato personaggi famosi, nobili e figli di politici. Wilma avrebbe assunto droga, fumando “sigarette drogate” (termine usato dalla testimone) che le avrebbero provocato un malore grave. Il corpo era stato trasportato sul luogo del ritrovamento da alcuni partecipanti al festino. Tra questi il marchese Ugo Montagna, proprietario della tenuta di Capocotta e Piero Piccioni, figlio del politico Attilio, all’epoca ministro degli Esteri, come vedremo meglio tra poco.
La magistratura non va tanto per il sottile: convoca il direttore Muto, verifica la debolezza delle sue fonti e lo denuncia per diffamazione a mezzo stampa.
Le ipotesi fatte dalla rivista cosa sono? Sono vere? False? Ipotesi assurde? O la rivista ha qualche altro informatore più attendibile?

Il processo a Muto e Anna Maria Caglio

Per i lettori meno attenti ricordo che è un periodo diverso da quello attuale e l’irreprensibilità di una carica pubblica, almeno formalmente, è un bene indispensabile in un’Italia bigotta e attaccata a doppio filo alla pseudo morale cattolica. Per questo la presenza dei giovani figli di politici importanti è quanto mai allarmante.
Il polverone sollevato dalla rivista, fa riaprire le indagini da parte della Procura di Roma. Il risultato non cambia: “Morte accidentale” era e “Morte accidentale” resta.
omicidi11Poi si apre, siamo nel gennaio 1954, comincia il processo al direttore Muto, che aveva dichiarato a suo tempo di aver scritto l’articolo sulla base di fonti incerte. Ed ecco un nuovo colpo di scena. Silvano Muto si presenta in aula con una nuova fonte, una donna affascinante, Anna Maria Moneta Caglio, 25 anni, di Milano, figlia di un notaio e segretario di una sezione della Democrazia Cristiana del capoluogo lombardo. Arrivata a Roma per fare l’attrice, incontra il marchese Ugo Montagna, 50 anni, siciliano, ben introdotto nei salotti romani che contano. Nasce una relazione sentimentale, che però dura poco. Quando Anna Maria legge l’articolo su Attualità, mette insieme tutte le informazioni raccolte durante la sua relazione col marchese, fino a convincersi che l’ex fidanzato abbia qualcosa a che fare con la morte di Wilma Montesi. La ragazza – dice – quel giorno doveva incontrare il marchese proprio nella zona dove è stata trovata morta, a Capocotta. Da allora “capocottaro” diventa un insulto nei confronti dei democristiani, insulto usato perfino da Pietro Nenni, che dirà “Capocotta sarà la Caporetto della borghesia!”.
Nell’Italia del perbenismo si scatena una pruderie incredibile: feste, orge, sesso a gogò su quelle spiagge, dimenticano un fatto essenziale. Dall’esame del corpo di Wilma si evince che la ragazza era vergine al momento del decesso. Ma questa informazione resta nascosta, anche se avrebbe potuto mettere a tacere un sacco di pessime ricostruzioni scandalistiche.
Intanto Anna Maria Caglio si spaventa per le sue stesse parole e si rivolge ad un gesuita, padre Dall’Olio, per avere qualche consiglio. Qui escono altri personaggi dal racconto della giovane donna. Nomi che fanno tremare i polsi alla politica nazionale, perché in mezzo c’è anche Pietro Piccioni, figlio del vicepresidente del consiglio e ministri degli esteri. Ricordate la vignetta col piccione? Solo un caso?
Padre Dall’Olio capisce che la cosa è più grande di lui e si rivolge a padre Virginio Rotondi, quello che in televisione è stata una delle voci di “Ascolta si fa sera”, che molti tra i più anziani ricorderanno bene, anche gli sportivi, perché si apriva subito dopo “Tutto il calcio minuto per minuto”. Attraverso altri prelati si arriva fino all’ufficio del ministro degli Interni, Amintore Fanfani.
Il ministro pone la stessa domanda che Dall’Olio aveva fatto ad Anna Maria: perché non rivolgersi alla polizia? Ma la risposta è netta: perché il marchese è grande amico del capo della polizia. La donna fa anche altri nomi: si tratta di personaggi importanti della politica e del Vaticano. Apriti cielo, questo non si può certo tollerare. Così Fanfani chiama un colonnello dei carabinieri, Umberto Pompei, e gli dice di indagare con cautela su queste nuove rivelazioni.  Il marchese Ugo Montagna ne esce come un delinquente: precedenti penali imbarazzanti, insolvenza fraudolenta, appropriazione indebita, falso in cambiali, contravvenzione al foglio di via obbligatorio, addirittura facente parte della polizia segreta fascista e confidente dei nazisti, attività dalla quale avrebbe ricavato una fortuna … non una bella immagine.
Il processo al direttore Muto non può continuare in questa situazione e viene sospeso, mentre l’inchiesta sulla morte di Wilma Montesi viene riaperta. In effetti molti dei racconti di Anna Maria trovano riscontro, primo fra tutti che il marchese Montagna e Wilma si conoscevano. Succede un casino: il capo della polizia si dimette, il processo viene trasferito a Venezia, perché il clima romano non ne consente uno svolgimento sereno. I due imputati sono Piccioni e Montagna, ma a nessuno viene contestato l’omicidio, se mai l’omesso soccorso per una ragazza magari ubriaca o svenuta, poi morta per annegamento.

Altri indiziati?

Prima di arrivare al processo ci sono alcuni presunti scoop che individuano altri colpevoli, come lo zio di Wilma, che l’avrebbe circuita. Ma questi è in realtà assieme alla sorella Wanda, dalla quale avrà in seguito due figli.
Un altro scandalo viene rilevato dal giornale Momento Sera, quando scopre il difensore di Silvano Muto entrare in un bordello assieme alla moglie, la quale, secondo il giornale, vi andava per soddisfare le proprie voglie con baldi giovanotti in presenza del marito. Una vergona enorme che tende a diminuire le simpatie per Muto e quindi per l’accusa ai due indagati.
Nonostante tutto, però, l’opinione pubblica si schiera, quasi tutta, contro gli imputati, perché essere figli di uomini di potere è, comunque, una aggravante.
A Montagna viene contestato il favoreggiamento, così come a Saverio Polito, questore di Roma, per aver chiuso troppo in fretta l’inchiesta e aver così favorito gli amici.
Altra vittima del caso è Attilio Piccioni, uomo con grandi prospettive, addirittura di diventare l’erede politico di Alcide De Gasperi. Ma è costretto a dimettersi e a chiudere con la politica. Tuttavia, come l’araba fenice, e da perfetto democristiano, risorgerà presto dalle ceneri, assumendo importanti incarichi anche di governo fino al 1968.
Suo figlio viene arrestato il 21 settembre 1954 con l’accusa di omicidio colposo e uso di sostanze stupefacenti. Ha però un alibi per quella notte, confermato dalla fidanzata di allora, la famosa attrice Alida Valli, e dopo qualche mese viene messo in libertà vigilata e successivamente scagionato del tutto. Riprenderà la sua attività di musicista e, in questa veste, firma le colonne sonore di alcuni dei film di culto come “Il caso Mattei”, “Salvatore Giuliano”, entrambi di Francesco Rosi. Lavora per il meglio dei registi italiani da Luchino Visconti a Roberto Rossellini, da Vittorio De Sica a Luigi Comencini e perfino per Tinto Brass. Muore nel 2004.
Il marchese Montagna si costituisce quando legge dell’arresto del giovane Piccioni affermando la propria estraneità ai fatti.

Conclusione

I processi riprendono nel 1957, ma non ci sono più intoppi. Tutto procede regolarmente fino all’assoluzione degli imputati per non aver commesso alcun reato.
Non ci sono colpevoli.
Così per tutti, Wilma Montesi è morta per cause naturali sul litorale laziale. É stata una disgrazia …
Per tutti, tranne per quelli che sanno come sono andate davvero le cose e quelli, con ogni probabilità, sono gli assassini.
  L'omicidio Codecà Premessa Via Poma: Cesaroni
Il caso Fenaroli Premessa L'omicidio di WIlma Montesi

L’omicidio

omicidi08La storia che sto per raccontare ci porta a Torino nel 1952, in via Villa della Regina, una strada di quelle aristocratiche, piene di villette singole, a volte decorate in stile liberty. Qui abita Erio Codecà. É un ingegnere, uno degli alti dirigenti della FIAT.
É il 16 aprile. Codecà è appena tornato da qualche giorno di riposo a Rapallo. É tornato da solo: la moglie Elena Piasescki e la figlia Gaby sono rimaste in riviera. Passa la giornata nel suo ufficio, dove ha funzioni di marketing (anche se questo termine è molto più recente dei fatti che sto raccontando). Dunque non maneggia denaro, non ha niente a che fare con la produzione o con le politiche dell’azienda, non ha alcun rapporto con i sindacati. Inoltre è un uomo tranquillo, descritto da tutti quelli che lo conoscono come mite e sempre disponibile. Una pasta d’uomo.
In passato ha diretto la fabbrica in Romania ed è là che ha conosciuto Elena, che diventa sua moglie. Durante la guerra e fino al 1950 dirige il laboratorio sperimentale della FIAT, per poi passare a direttore della S.P.A.
Quella sera, uscito dall’ufficio, torna a casa, verso le sette di sera, saluta la domestica e innaffia il giardino. Cena e, attorno alle 21, esce a fumare una sigaretta. Non c’è niente di strano in questo. Sono tutte cose che fa praticamente ogni giorno, un’abitudine. Poi, senza avvisare la domestica, prende il cane e lo porta a passeggio.
Sono passate da poco le nove, quando in strada si sente uno sparo, un solo sparo, secco a rompere il silenzio di quel quartiere residenziale.
Quasi subito, alcune persone vanno a vedere, si avvicinano alla 1100 di servizio dell’ingegnere. La portiera è socchiusa, dentro c’è il cane, un cocker, terrorizzato. Accanto all’automobile il corpo senza vita di Erio Codecà.
Accorrono in molti, vicini, infermieri di una vicina clinica delle suore domenicane. Nessuno ha sentito niente prima dello sparo. Solo Lorenzo Pacchiotti, che si trovava nella clinica, sostiene di aver visto, subito dopo lo sparo, un furgone rosso o forse un camioncino, allontanarsi in salita lungo via Villa della Regina.
Non si riesce a trovare, nemmeno immaginare, un movente che abbia senso. Poi, dopo qualche giorno spunta l’ipotesi politica. In fondo l’ingegnere avrebbe potuto rappresentare la FIAT in quel momento, certo non l’azienda più amata d’Italia. E poi lo stesso presidente dell’azienda automobilistica torinese il professor Vittorio Valletta aveva ricevuto minacce di morte, tanto da indurre la polizia a sorvegliare la sua abitazione.
La traccia politica o, se preferite usare un termine più recente, terroristica va e viene negli articoli della stampa locale, anche nel quotidiano più letto in città, “La Stampa”, decisamente su posizioni moderate rispetto ad altre pubblicazioni torinesi.
La situazione della FIAT sembra molto tranquilla. Certo, negli anni precedenti c’erano state tensioni e anche qualche episodio grave, come l’attentato dinamitardo in uno dei padiglioni di Mirafiori nel 1950. Le tensioni con i sindacati erano molto forti, ma l’abile conduzione di Valletta e l’inizio dell’apertura del mercato interno porta per tutti un miglioramento. Anche per gli operai che lavorano di più e quindi guadagnano di più, fino a quarantotto ore, con premi di produzione. Insomma una situazione che si va normalizzando in quegli anni.

La Fiat

Ma, a giudicare, da quello che succede dopo l’uccisione di Codecà, l’odio arde sotto la cenere. Compaiono infatti scritte minacciose nei reparti: “E uno! Attenzione al due!”
Dunque la pista politica viene seguita con grande attenzione, dal momento che non ci sono altri appigli. La rapina viene esclusa, nonostante in zona ci siano stati in quel periodo alcuni furti.
omicidi09Anche la posizione del cadavere non lascia dubbi. Il corpo messo perpendicolarmente all’auto è disteso sulla schiena, I piedi sono a pochi centimetri dalla portiera. Il colpo (uno solo) è sparato da vicino, penetra sotto l’ascella destra. Un colpo mortale.
Inoltre tra l’uscita di casa e il colpo di pistola passano forse tre minuti, giusto il tempo di legare il cane in macchina. L’assassino lo stava aspettando. L’unico a vederlo è il cane, che però non può raccontarlo.
Si avviano le indagini, dirette verso alcuni operai scalmanati (definizione dell’epoca) che vorrebbero impiantare il modello moscovita anche a Mirafiori.
La FIAT offre una taglia: 40 milioni di lire, una cifra notevole per il periodo. Gli inquirenti vengono sommersi da lettere anonime, da indicazioni quasi sempre fumose e contraddittorie. I possibili assassini diventano una folla e le indagini si fanno sempre più farraginose.
Poi il colpo di scena.

Giuseppe Faletto, ex partigiano, indiziato perfetto

Arrivano due amici del presunto colpevole, o almeno di quello che loro dichiarano essere l’assassino. Secondo loro a sparare sarebbe stato un certo Giuseppe Faletto, ex partigiano, comunista, che dopo la guerra ha continuato la sua personale lotta fatta di violenza contro il padrone. Faletto ha 33 anni, proviene dal Canavese, la campagna attorno a Torino e sembra che gli stessi partigiani lo abbiano allontanato perché troppo violento.
Il giornalista Giorgio Bocca, scrive di lui:
La guerra civile, a cui resistono solo le coscienze più forti, trascina nel suo baratro il Faletto rivelandone gli istinti criminali, se si preferisce, le tare psichiche. Faletto va coi partigiani garibaldini e dirà poi di essere un partigiano. La verità è che i partigiani lo cacciano, quasi subito, dalle loro formazioni e che un tribunale presieduto, dicono i comunisti, da Osvaldo Negarville lo condanna a morte per i crimini che ha compiuto fra la popolazione del Canavese.
É innegabile che Faletto costituisca il perfetto identikit dell’assassino di un rappresentante della “classe padrona”. Ideali comunisti, violento, denunce a non finire e perfino una condanna a 24 anni, poi ridotta a tre dalla Cassazione, perché le azioni compiute vengono ritenute atti politici e non semplici delitti.
Lo stesso Faletto si sarebbe vantato con i due amici di essere stato lui a far fuori il Codecà. La cosa strana però è che la testimonianza dei due arriva tre anni dopo l’omicidio. C’è, nei testimoni, un odio particolare nei confronti di Faletto, astio che si manifesta quando viene preparata una trappola. I due invitano il sospettato a cena per farlo parlare, mentre nella stanza a fianco i carabinieri registrano ogni cosa. I due propongono al malcapitato addirittura di uccidere il presidente della FIAT Vittorio Valletta, in cambio di venti milioni di lire. Ma Faletto non si sbilancia. Così occorre un nuovo incontro, durante il quale il Faletto dice: “Se ammazzo uno lo faccio per l’ideale, i soldi vengono dopo …”.

Il processo

Sono queste parole a costituire la linea portante dell’accusa, quando si apre il processo. Ma Faletto nega ogni cosa: quelle parole le ha dette così, tanto per vantarsi. Non avrebbe mai e poi mai portato a termine quella missione.
Passano decine di testimoni a rafforzare l’idea di un uomo spietato, che ha ammesso numerose uccisioni durante la guerra, sempre con l’odio di classe a giustificarle, sentendosi un po’ come un giustiziere del popolo nella lotta di classe, peraltro spinta in modo forte dalla stampa comunista del periodo.
omicidi08La cosa strana, a giudicare dagli atti del processo, è che, durante il dibattimento, non emergono mai rapporti precedenti alla morte di Codecà con i due testimoni, che sono decisivi sia per le confessioni rese che per il ruolo giocato nell’incastrare Faletto.
É una situazione stranissima. Faletto confessa nove omicidi avvenuti durante la guerra di Resistenza, ma non può essere condannato per quelli, che sono ormai stati tutti amnistiati. SI dichiara innocente per l’ultimo delitto, quello di Codecà. Ed, in effetti, il tribunale dove ammettere che non ci sono prove sufficienti a carico di Faletti e così lo dichiara innocente.
Per il delitto Codecà non ci sono altri indiziati. Alla FIAT e nelle altre industrie italiane qualche decennio dopo i manager avranno paura di diventare bersaglio di altre formazioni come le Brigate Rosse.
Dunque Faletti è il solo ad aver avuto, per così dire, l’onore delle cronache su questo caso. Ma, anche nella mente degli inquirenti, restano aperto altre domande: è proprio lui il vero responsabile della morte dell’ingegnere? E, in questo caso, ha agito completamente da solo? É vero che il movente è quello della lotta di classe esasperata? É vero che non c’è nessun mandante sopra di lui?
Sono tutte domande legittime, che aspettano una risposta, sempre che ce ne sia una.
In quel periodo ci sono altri morti ammazzati (un giornalista e perfino un parroco). La FIAT in quel momento è in grande crescita commerciale, grazie all’ottimo lavoro di Valletta. Non è che le minacce di morte al presidente e l’assassinio di Codecà rientrino in un piano per destabilizzare l’azienda torinese?
Per quel che sappiamo, questo delitto potrebbe rientrare in quel clima di scontri di potere, che ha sempre fatto molte vittime, quando si intrecciano economia, industria, politica ed eversione.
Resta la domanda finale: “Il caso Codecà è chiuso davvero?
Una domanda che resta senza alcuna risposta.
Il caso Fenaroli Premessa L'omicidio di WIlma Montesi
Premessa Premessa Il delitto Codecà

Il caso Fenaroli

Il primo caso di cui ci occupiamo, avviene nel 1958 a Roma.
omicidi04La mattina dell’11 settembre (che sembra una data destinata a fatti di sangue eclatanti) verso le 8,30, la domestica di casa Fenaroli suona alla porta dell’appartamento signorile, di via Monaci 21, vicino a piazza Bologna. Lo occupano il geometra Giovanni Fenaroli, originario di Como e la moglie Maria Martirano, che invece proviene dalla provincia di Lecce. La donna ha 47 anni.
Un vicino di casa aiuta la domestica ed entrare nell’appartamento dove trova Maria distesa a terra, morta, strangolata. Le prime indagini notano che mancano gioielli di valore e si pensa quindi ad una rapina finita male. Il marito è a Milano a cena con degli amici, che gli forniscono pertanto un alibi di ferro. La donna era molto guardinga e difficilmente avrebbe fatto entrare di notte qualcuno che non conosceva. Si scopre che quel qualcuno è arrivato verso le 23,20, mentre la morte risale all’incirca all’una di notte. Nel posacenere ci sono molte sigarette, il che testimonia di una permanenza lunga dell’ospite e probabile assassino in compagnia di Maria.
In questi casi, pensare a una responsabilità del marito non è certo peccato. Nonostante l’alibi milanese, si scopre che la sua azienda versa in cattive acque e che, poco prima e senza dire nulla alla moglie, il geometra aveva acceso una polizza sulla vita di entrambi. Il coniuge avrebbe incassato 150 milioni di lire, che, in quel periodo, sono una cifra molto importante.
Nonostante questo e nonostante la richiesta di arresto da parte della polizia, la magistratura non procede nei confronti di Fenaroli, perché non ci sono prove a giustificare l’atto.
Poi però succede qualcosa. Il segretario dell’imprenditore, tale Egidio Sacchi, lo incastra per bene, riportando agli inquirenti alcuni fatti. Intanto che il Fenaroli gli avrebbe confidato il desiderio di uccidere la moglie. Poi che gli aveva fatto prenotare un volo Alitalia Milano-Roma per un certo Rossi. Poi la sera, in presenza del segretario, aveva telefonato alla moglie dicendo che la sera sarebbe passata una persona di sua fiducia, di nome Raoul, per ritirare dei documenti e quindi di lasciarlo entrare.
La polizia impiega un attimo a riconoscere in Raoul, Raoul Ghiani, operaio elettrotecnico milanese di 27 anni. E qui la storia si infittisce di retroscena.
L’imprenditore comasco aveva un’amante, sorella di tale Carlo Inzolia, di cui Ghiani era molto amico. Era stato proprio Inzolia, soprannominato da allora “il terzo uomo”, a mettere in contatto il mandante con Ghiani, che diventa il più probabile esecutore del delitto. Le prove raccolte sono schiaccianti, anche se i tempi sono un pochino stretti. Raoul esce dal lavoro alle 18,30 ed è di nuovo a Milano alle 9 della mattina seguente per eseguire una riparazione che è registrata come fatta proprio da lui.
L’ipotesi della polizia è che, appena terminato il suo turno, Ghiani sia stato prelevato da Fenaroli, portato di corsa con la sua spider a Linate e spedito a Roma.
Una ricostruzione tutta da ridere, perché vari periti rifanno il percorso e nemmeno una volta riescono ad andare dall’azienda Vembi, dove Raoul lavora, a Linate in tempo per prendere l’aereo. Inoltre non c’è modo di tornare a Milano di notte, se non con un treno che però arriva in stazione alle 11.
Insomma le cose non tornano per niente, le prove non sono prove e nemmeno indizi. Cominciare un processo in queste condizioni sembra improponibile.
Poi ecco un altro colpo di scena. A dicembre di quell’anno salta fuori dal nulla un supertestimone, che si presenta in questura, raccontando di aver viaggiato quella notte sulla Freccia del sud, assieme ad un elettrotecnico, un giovane simpatico, che riconosce in Raoul Ghiani.
omicidi05C’è da aggiungere che le informazioni che escono sul delitto creano un clima di attesa e di curiosità davvero enorme nel paese intero. Una cosa che i plastici di Bruno Vespa un pochino ricordano. Anche le grandi star, Anna Magnani e Vittorio De Sica, seguono le vicende e non mancano di commentarle. Un clima che pretende che la faccenda abbia un finale certo. Come sempre accade in questi casi, la popolazione è divisa tra innocentisti e colpevolisti. É quello che succede anche oggi, anzi, oggi, con risvolti ancora più coinvolgenti, proprio per quello che ho detto all’inizio sul ruolo dei media e sull’esigenza di soffocare i problemi veri della nostra generazione con il sangue dei poveracci morti ammazzati, spesso anche se si tratta di piccoli bambini indifesi.
Ce n’è abbastanza per mandare sotto processo i due indagati. Una parte della stampa non esita a schierarsi, anche con toni decisamente poco oggettivi. Ecco un breve stralcio di un articolo dell’epoca.
«Fenaroli e Ghiani sono due colpevoli perfetti, la stampa li ha già condannati, il pubblico non li ama: Fenaroli è piccolo, torvo, sfuggente, e ha l’aria di un odioso traffichino. Ghiani si difende abulicamente, come farebbe un colpevole».
Di contro, la Martirano era descritta come una donna ancora assai piacente, caduta vittima di uno squallido complotto coniugale. Insomma il diavolo e l’acqua santa.
Il 10 giugno 1961, il giornalista RAI Lello Bersani, abbandonato il suo grande amore, il cinema, in diretta comunicava al paese che giustizia era fatta. Fenaroli e Ghiani prendono l’ergastolo per uxoricidio, rapina e tentata truffa. Due anni dopo la pena viene riconfermata in appello. Si aggiungono 14 anni per “il terzo uomo” Carlo Inzolia.
L’atteggiamento dei due durante il processo è l’opposto. Fenaroli sembra rassegnato al suo destino, mentre Ghiani, alla lettura della sentenza salta addosso a Fenaroli, urlando “Non voglio morire in un ergastolo … Sono innocente e nessuno mi crede”.
E non gli crede neppure la Cassazione, che conferma le pene e mette il punto a tutto il discorso. Ma Ghiani continua a reclamare la propria estraneità ai fatti di quella tragica notte.
Fin qui la cronaca del processo, adesso però cerchiamo di capire cosa manca a questa vicenda.
Già, perché ci sono un sacco di buchi nella ricostruzione della vicenda. Nel processo di primo grado, il difensore di Ghiani ne evidenzia ben 33, che, a guardare bene, sono enormemente di più delle prove a disposizione della corte.
Nel 1975 i difensori di Ghiani tentano di riaprire il processo, Fenaroli muore di cancro in carcere, Inzolia è uscito di prigione. I famosi supertestimoni, sono semplicemente spariti. Il segretario di Fenaroli, Egidio Sacchi finisce in Argentina in cerca dell’anonimato. Sulla scena rimane il solo Ghiani, che continua imperterrito a reclamare la propria innocenza.
Vediamo alcune delle incongruenze. Ho già detto dei tempi tecnici necessari a percorrere il tratto Vembi – Linate, superiori a quelli necessari per prendere l’aereo per Roma.
Poi la loquacità di Raoul con diverse persone sul treno, cosa che stride con la necessità di non farsi notare dopo un omicidio. E poi, di tutte quelle persone, una sola si ricorda di lui e si presenta senza motivo a testimoniare con ritardo di alcuni mesi. Anche la questione della polizza stona, perché i 150 milioni non vengono dati in caso di morte violenta.
Un anno e mezzo dopo il delitto, saltano fuori i gioielli, trovati alla Vembi, ricordate? è l’azienda in cui lavora Ghiani. Solo un fesso patentato può nascondere la refurtiva dove di sicuro verrà eseguita una minuziosa perquisizione.  Il fatto è che fino ad allora altre perquisizioni erano state eseguite minuziosamente e non era saltato fuori proprio nulla. Sembra che qualcuno abbia messo successivamente i gioielli alla Vembi.
Un altro mistero riguarda il famoso signor Rossi sul viaggio Milano-Roma. Tre giorni dopo l’arresto di Ghiani un poliziotto si presenta all’Alitalia per avere la lista passeggeri di quel volo. C’è il signor Rossi, solo che si tratta dell’ingegnere Wolfango Rossi e il suo posto era stato prenotato, udite udite, proprio da Sacchi, il quale, oltre a lavorare per Fenaroli, lavorava, occasionalmente, anche per l’ingegner Rossi.
Ma la domanda più importante è: “Perché questo documento così importante non compare mai fra gli atti del processo?”.
Tre settimane dopo l’omicidio di Maria Martirano, un incidente stradale si porta via l’ingegner Rossi. Fatalità? O la chiusura di una trama, ordita da Sacchi, ripeto, scappato in Argentina, per incastrare Ghiani e quindi Fenaroli. Perché? e per conto di chi? 

L’inchiesta de L’Espresso

Le novità più grosse vengono lette dagli italiani nel 1995, quando un giornalista de L’Espresso pubblica un libro intitolato “Non aprire agli assassini”, un chiaro riferimento alle modalità con cui Maria Martirano è stata uccisa. Quel giornalista è Antonio Padellaro, fino al 2018 presidente della casa editrice che pubblica Il Fatto Quotidiano, di cui è stato direttore prima di Marco Travaglio. L’Espresso è in quegli anni una sorta di sentinella di quello che succede nel paese. Lo è anche oggi con le sue inchieste su fatti incresciosi ai danni dei cittadini.
Cosa scrive, di tanto sconvolgente, Padellaro nel suo libro?
Lui costruisce un ponte tra il delitto Fenaroli e altre due storie che salgono alle cronache in quegli anni: lo scandalo Italcasse e la vicenda del SIFAR, il primo servizio segreto del nostro paese.
Italcasse era una banca istituita dalle Casse di Risparmio nel 1921, con lo scopo di investire la liquidità in eccesso raccolta dal sistema delle Casse di Risparmio.
Nel 1977 scoppia uno scandalo clamoroso, perché un’ispezione della Banca d’Italia scopre una serie di irregolarità nella concessione dei fidi bancari, ma quel che è più grave scopre un giro di fondi non dichiarati ai partiti politici, cioè di fondi neri, cosa assolutamente vietata dalla legge. Questo tipo di reato sarà al centro qualche anno più tardi di quel terremoto che è stato Mani pulite e Tangentopoli, che dissolve la prima repubblica e dà il via alla seconda. (vedi qui)
Il legame tra gli scandali politico-economici del periodo e l’omicidio di Maria Martirano non è una novità. Già all’epoca dei processi, il Candido, una pubblicazione satirica di destra, ne aveva fatto cenno con un articolo del giornalista Giorgio Pisanò, che sarebbe diventato senatore nelle file del partito neofascista Movimento Sociale dal 1991 fino alla sua morte nel 1997.
Secondo Pisanò, Fenaroli, d’accordo con la moglie, ricattava l’Italcasse con la quale era in affari, essendo venuto in possesso di documenti compromettenti per la finanziaria, l’ENI e il partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana. C’erano grossi nomi in ballo, anzi grossissimi, fino al presidente della repubblica Giovanni Gronchi.
Quello che sia Pisanò che Padellaro adombrano è questo. In casa dei Fenaroli ci sono carte scottati e pericolose per le alte cariche dello stato. Viene così incaricato il SIFAR di recuperale, sottraendole ai due disgraziati. Maria resiste alla consegna e per questo viene uccisa. Poi si costruisce una impalcatura che incastri il marito e un disgraziato qualsiasi da far comparire come assassino.
Anche questa è certamente solo una interpretazione dei fatti, ma le vicende descritte da Padellaro son così ben circostanziate da rendere plausibile una riapertura delle indagini e, successivamente, una revisione del processo.
Cerchiamo di seguire la strada di Padellaro.
La sua fonte sarebbe un ex funzionario del SIFAR, il tenente colonnello Enrico De Grossi. Vorrei che a raccontare questa storia sia il diretto interessato, Antonio Padellaro, di cui riporto un articolo, apparso su Repubblica il 16 ottobre 1996, un anno dopo la pubblicazione del libro.

Articolo di Antonio Padellaro

omicidi04PRIMO: quando, nel 1958, Maria Martirano venne uccisa ero poco più di un ragazzo e, in seguito, quel vecchio delitto non suscitò in me particolari curiosità.
SECONDO: ho sempre apprezzato le controinchieste del giornalismo civile sui cosiddetti misteri italiani; ma come tutti ho dovuto anche constatare che, purtroppo, non sono quasi mai servite a fare giustizia.
TERZO: la tesi che fa risalire alla responsabilità dei servizi segreti, deviati o no, tutti i guai di questo Paese non mi ha mai convinto. Quando perciò, nell'inverno del ‘94, ricevetti all'"Espresso" la lettera in cui il tenente colonnello a riposo, Enrico De Grossi, prometteva rivelazioni sul ruolo avuto dai servizi segreti nel caso Fenaroli fui tentato di cestinarla. Di ordinarie storie di spioni i giornali ne avevano a iosa. E andare a rimestare nei vecchi intrighi dell'Italia che fu non aveva davvero molto senso. Per puro scrupolo professionale decisi comunque di ascoltare De Grossi poiché esisteva un piccolo ragionevole dubbio che egli non fosse uno dei tanti mitomani che affliggono i giornali con i loro memoriali. Un ragionevole dubbio che cominciò a germogliare quando appresi che De Grossi aveva lavorato per il Sifar e che sul caso Fenaroli aveva avuto modo di raccogliere informazioni riservate e di prima mano. Un dubbio che si rafforzò quando constatai che, negli stessi anni, un battagliero giornalista di destra, Giorgio Pisanò, era giunto con una lunga inchiesta sul settimanale "Il Candido" alle stesse conclusioni di De Grossi, sia pure per strade diverse. E, cioè, che all'origine dell'assassinio di Maria Martirano c'era, molto probabilmente, una storia di fondi neri maturata nell' Italia politico-affaristica di quegli anni. NON si era trattato, insomma, del classico delitto all' americana (il costruttore fallito Fenaroli che incarica il killer Ghiani di sopprimergli la moglie per incassare un cospicuo premio d'assicurazione) come era stato stabilito nei tre gradi di processo. Una storia dunque polverosa ma non priva di fascino. Ma perché scriverci sopra un libro? Perché, prima di tutto, era un modo per descrivere l'Italia di oggi attraverso l'Italia di ieri. A ben guardare, infatti, nella vecchia foto di gruppo del caso Fenaroli spiccano le eterne figure della nostra tragedia nazionale: industriali bancarottieri, banchieri maneggioni, poliziotti, magistrati e agenti dei servizi manovrati da chissà chi. Con il contorno, neanche a dirlo, di politici corrotti e ricattati. Mi sembrava poi non del tutto irreale l'ipotesi che già nell'Italia degli anni Cinquanta operasse una sorta di super-agenzia omicidi. Qualcosa di diverso dalla mafia e dalle altre organizzazioni criminali che ammazzano per scopi esclusivamente inerenti alla propria ragione sociale. Qualcosa che avesse l'affidabilità, i mezzi e l'efficienza per sopprimere chicchessia contando su una sostanziale impunità. Qualcosa che avesse a che fare con lo Stato e che avesse ritenuto di liquidare la pratica Martirano nel modo più rapido. Di quante di queste morti "strane" è costellata, del resto, la storia italiana? UN libro, poi, perché sono un giornalista e raccontare è il mio mestiere. Possibilmente senza tesi precostituite, bensì cercando di esporre i fatti nella loro oggettività. Un libro, infine, perché alla luce delle contro-indagini di De Grossi e Pisanò, e riesaminando con occhio diverso le prove processuali, è possibile che Raoul Ghiani sia stato condannato ingiustamente. Quel ragionevole dubbio, appunto, che ho raccontato in "Non aprite agli assassini" e a cui Ghiani affida ora le sue speranze di riabilitazione

Il racconto del colonnello De Grossi

E cosa racconta di tanto sconvolgente il colonnello De Grossi?
L’ex agente segreto rivela che Fenaroli ha messo le mani su un tabulato trafugato presso lo studio di un sottosegretario al quale si era rivolto per concludere alcuni affari. In quelle carte c’è la prova di tangenti pagate dall’Eni di Enrico Mattei all’allora Capo dello Stato, Giovanni Gronchi. L’imprenditore decide di ricattarlo, contatta il suo entourage e gli propone uno scambio: 500 milioni di lire in cambio di quei documenti e del suo silenzio. L’accordo sembra vicino quando subentra anche la moglie di Fenaroli, che è a conoscenza della vicenda e che chiede al Presidente della Repubblica altrettanti soldi. A questo punto Gronchi chiede aiuto a Giovanni De Lorenzo, quello del piano Solo. La soluzione evidentemente è drastica. Per il colonnello De Grossi la signora Martiroli è stata uccisa da due uomini dei servizi segreti, giunti in casa sua per simulare una contrattazione in cambio delle carte che peraltro la vittima non aveva. Uno l’ha immobilizzata alle spalle mentre l’altro l’ha soffocata premendole una mano sulla bocca e l’altra sul collo. Se la donna fosse stata strangolata da un uomo solo le sarebbero rimaste impresse sulla nuca, ma la scientifica non le aveva rinvenute. A questo punto acquista un senso anche la testimonianza fornita la sera del delitto da un meccanico, scartata però dagli investigatori. L’uomo aveva visto due signori scendere da una 1100 (auto in uso al Sifar) ed entrare nel palazzo di via Monaci. Forse i due agenti segreti. De Grossi, che non è un mitomane e ha alle spalle un eccellente stato di servizio, lancia un sasso che nessuno raccoglie. La sua verità fa paura. E se le cose fossero andate davvero così, il primo a temere che potesse emergere questa spy-story sarebbe stato Giovanni Fenaroli, che si è sempre proclamato innocente ma che non ha mai suggerito questa pista. Forse avrà pensato che sarebbe stato meglio l’ergastolo che le “attenzioni” dei servizi segreti.

I dubbi svaniscono ai processi

La ricostruzione con il complotto al centro della scena, poggia sui dubbi che ho cercato di evidenziare. Ma nel 1975, quando i processi arrivano alla conclusione, questo scenario non esiste e non è nemmeno lontanamente immaginabile.
Solo nel 1981, a Ghiani viene concessa la semilibertà che gli permette di stare qualche ora al giorno fuori dal carcere di Firenze dove è rinchiuso. Un privilegio non abituale per un ergastolano, ma la sua ottima condotta e ragioni di malattia fanno sì che Raoul possa riprendere a fare l’elettrotecnico in uno stabilimento tessile di Prato.
Tre anni più tardi, all’inizio del 1984, il presidente Sandro Pertini gli concede la grazia. Ghiani prende casa a Firenze con la sua compagna. Il suo unico desiderio è quello di essere lasciato in pace, di dimenticare tutto, nonostante la sua costante e continua, quasi cocciuta affermazione di non essere responsabile di quell’omicidio, di essere assolutamente innocente. omicidi05Ma poi legge il libro di Padellaro, apprende delle inchieste di Pisanò e la voglia di rifarsi delle ingiustizie subite torna prepotente alla ribalta.
Anche lui era stato contattato, in carcere, da De Grossi, che gli aveva raccontato la sua tesi. Ma non aveva uno straccio di prova, di documentazione. La sola speranza è la riapertura del processo. Così, nel 1996, a 38 anni dal delitto, Ghiani presenta formale esposto alla Procura di Roma per chiedere la riapertura del caso.
Lo fa perché nemmeno la pubblicazione del libro di Padellaro produce nessun effetto ed è passato già più di un anno.
Non produce nessun effetto neppure la richiesta di Ghiani.
In questa storia ci sono alcuni elementi da sottolineare. Intanto che, ancora oggi, se cercate in rete notizie su Ghiani o sul delitto, trovate molta cronaca sui fatti fino al 1996, ma niente di quel che succede dopo.
Un’altra cosa che salta all’occhio è che, lo ripeto, ancora oggi, la stampa si divide tra innocentisti e colpevolisti. Ci sono articoli di fuoco contro questo “teatrino” (termine usato in un articolo e non mio) in cui confluiscono trame segrete, finanziamenti illeciti e servizi segreti.
A me, personalmente, non stupirebbe neanche un po’ che le trame ci siano state per davvero, anche se non ho alcun elemento per stare da una parte o dall’altra, cosa che evidentemente non ha nessuno, vista la situazione. Tuttavia dopo quello che in questo sito ho raccontato sui servizi segreti, i colpi di stato, gli assassinii e le stragi, coperte, se non eseguite direttamente per proteggere questo o quel politico o questo o quell’affare, dopo tutto questo non avrei nessuna vergogna a credere che il SIFAR potesse ammazzare una povera donna per salvare uomini dello stato in grave crisi di onestà.
Certo è che questo, come altri delitti, lasciano aperta la porta ad ogni possibile soluzione. Che poi un tribunale condanni degli innocenti non è cosa così strabiliante, soprattutto in un paese dove il clima di attesa di giustizia per uno dei delitti più pubblicizzati nella storia della repubblica viene esasperato e da tutte le parti ci sono pressioni forti di fare in fretta.
Lasciate che vi legga le prime righe di un articolo di un quotidiano romano che ricorda quel giorno del 1961, quando la corte emette la sentenza di primo grado.
Immaginate 20 mila persone assiepate fino alle 5 di mattina in una piazza di Roma, tra venditori di bibite e panini e una tribuna per le personalità occupata spesso da divi come Vittorio Gassman o Anna Magnani. Tutto questo non per assistere a una finale dei mondiali di calcio, o all’elezione di un novo pontefice, ma per attendere il verdetto del processo al geometra Fenaroli, al fido Raoul Ghiani e a tale Inzolia, tutti coinvolti a vario titolo nel delitto di Maria Martirano, uccisa a 49 anni in casa sua a Roma, via Ernesto Monaci 21, la sera del 10 settembre 1958.
E’ l’alba del 12 giugno 1961 quando i giudici leggono il verdetto, poche ore prima anche la giovanissima Rai-Tv attraverso un altrettanto fresco Lello Bersani aveva ritratto la tensione di quell’attesa, dividendo il pubblico tra innocentisti e colpevolisti.
Forse qualcuno ha visto il bel film di Dino Risi “Il vedovo” con una doppia sontuosa interpretazione di Alberto Sordi e Franca Valeri. Bene il soggetto è ispirato proprio al delitto di via dei Monaci, in cui perde la vita la signora Maria Martirano, e a seguito del quale finiscono in carcere il marito e Raoul Ghiani, ritenuti colpevoli … forse.

Premessa Premessa Il delitto Codecà