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Green economy e crescita ... sono compatibili?

Finire così?Ci sono domande che a chi si occupa di ambiente e dei suoi problemi vengono fatte più o meno ogni volta che apre bocca. E si tratta di domande complicate, che spesso restano senza risposta.
Del tipo: "ma voi vi rendete conto che il sistema è in crisi e occorre sistemare l'economia, altro che l'ambiente?" oppure "non vi vergognate neanche un po' a gettare tutto quel fango sui consumi quando solo questi possono salvare la nostra società?" ed infine "siete sicuri che l'economia verde di cui sempre parlate sia compatibile con una crescita economica?".
Istintivamente mi verrebbe da risposndere andando a cercare tutte le cifre possibili su questi temi, cifre che sia l'ONU attraverso le sue pubblicazioni e organizzazioni (ad es. IPCC e DESA), sia l'UE con un'azione davvero martellante negli ultimi mesi hanno reso disponibili a chiunque.
Bene, noi "fissati" ogni anno aspettiamo con ansia la pubblicazione del documento "State of the World 2012: Moving Toward Sustainable Prosperity" del prestigioso Worldwatch Institute, che ci mette al corrente della situazione e delle prospettive. Di solito esce in gennaio, ma quest'anno a giugno in Brasile si terrà quello che viene considerato uno dei convegni decisivi per il futuro del pianeta, l'Earth Summit Rio +20 e così l'Istituto ha pensato bene di divulgare il proprio lavoro con un po' di ritardo (presentato l'11 aprile a Washington) di modo da avvicinarsi maggiormente a questa data che così resti più fresca memoria. In Italia la traduzione del rapporto uscirà nella seconda metà del mese di maggio e verrà presentato il 29 dello stesso mese a Milano. E' proprio a questa pubblicazione che lascio volentieri le risposte alle domande fatte all'inizio.
Gianfranco Bologna, il curatore della versione italiana, ha scritto un articolo interessante sul sito Greenreport.it, che voglio condividere.
Michael Renner: «Necessario aspirare a una "prosperità sostenibile"»

Fino a che punto la green economy è compatibile con la crescita economica?

L'anteprima di "State of the World 2012" [ 13 aprile 2012 ]
Gianfranco Bologna
Ai temi della necessaria conversione alla sostenibilità delle nostre società e quindi, in sostanza, agli argomenti che sono oggetto della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile che avrà luogo a Rio de Janeiro nel prossimo giugno, è dedicato quest'anno l'avvincente rapporto annuale "State of the World 2012: Moving Toward Sustainable Prosperity" del prestigioso Worldwatch Institute che presenta la consueta capacità di sistematizzazione e divulgazione di una materia articolata e complessa (vedasi www.worldwatch.org).
Il rapporto 2012 ci offre un quadro ampio e puntuale dello stato della situazione globale e locale della sfida della sostenibilità, in tutti gli ambiti delle nostre attività, dai nostri sistemi di insediamento ai trasporti, dall'uso dell'energia allo sviluppo urbano, dall'economia alla gestione della biodiversità ecc.
Il rapporto è stato presentato a Washington l'11 aprile scorso e, per la prima volta da quando viene pubblicato annualmente dal 1984, non è stato pubblicato a gennaio, per avvicinarlo di più alla data della Conferenza ONU di Rio di giugno.
L'edizione italiana uscirà intorno alla seconda metà di maggio e sarà presentato il 29 maggio prossimo presso il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, con la partecipazione di uno dei due direttori dello State di quest'anno, Michael Renner (Nella foto durante una presentazione di alcuni anni fa), una delle figure storiche del Worldwatch Institute.
Il rapporto di quest'anno è il venticinquesimo che curo per l'edizione italiana e posso confermare come questa affascinante avventura intellettuale con gli amici del Worldwatch mi ha dato veramente tanto, umanamente e intellettualmente.  Bisogna essere grati, ancora una volta, alle Edizioni Ambiente (che pubblicano lo State dal 1988) per la loro importantissima azione culturale nel nostro paese sulla diffusione dei temi della sostenibilità, centrali per il futuro di noi tutti.
La recente conferenza scientifica di Londra "Planet Under Pressure" (vedasi www.planetunderpressure2012.net) della quale ho già più volte parlato nelle pagine di questa rubrica,  ha fortemente esplicitato come la straordinaria inedita situazione in cui ci troviamo, ci ha confermato con grande chiarezza e documentazione, che viviamo in un'epoca dominata dal nostro intervento, in un nuovo periodo della storia geologica della Terra, definito Antropocene. Ci ha anche dimostrato quanto sia fondamentale la conoscenza scientifica per guidare le politiche innovative che dovranno essere intraprese verso la sostenibilità, tanto che lo stesso International Council for Science (ICSU) che ha organizzato la Conferenza, ha avviato un ambizioso programma di ricerca internazionale sulla Global Sustainability che riunisce i più grandi esperti del mondo su questi temi e che si chiama Future Earth (vedasi www.icsu.org/future-earth/home). 
Gli autorevoli studiosi di queste problematiche al fine di ridurre i rischi di potenziali disastri ambientali globali, richiedono anche, un grande "momento istituzionale internazionale" comparabile, per scala ed importanza, alla riforma della "governance" internazionale che si è avuta dopo la Seconda Guerra Mondiale.
L'incremento della frequenza dei disastri naturali e l'incidenza delle grandi problematiche della sicurezza energetica, alimentare ed idrica e della perdita di biodiversità sono tutti elementi che evidenziano quanto le scienze del sistema Terra e della sostenibilità globale stanno dimostrando circa il sorpasso di quelli che sono stati brillantemente definiti i "confini planetari" e l'avvicinamento ai pericolosi Tipping Points, i punti critici, le soglie, sorpassate le quali diventa quasi impossibile per la nostra specie gestire gli effetti a cascata che ne derivano.
E' diventato pertanto indispensabile un sistema internazionale di "governance" ambientale che possa cercare di evitare che si raggiungono livelli di instabilità globale (vedasi  www.earthsystemgovernance.org) e la Conferenza di Rio dovrebbe fornire risposte adeguate alla sfida. 
Il rapporto "State of the World 2012" tocca numerosi temi centrali per il nostro futuro, in particolare sulla Green Economy che costituisce anche uno dei temi centrali sui quali si concentrerà il vertice ONU di Rio.
Michael Renner, nel primo capitolo dello State 2012 intitolato "Green Economy per tutti",  ricorda come in tempi di crisi economica si fa presto a considerare le esigenze ambientali come un lusso che non possiamo permetterci. Istintivamente la reazione subitanea è quella che cerca di rimettere in moto l'economia con qualsiasi mezzo. In realtà si sta sempre più prendendo coscienza del fatto che gli obiettivi di ambiente e sviluppo non siano necessariamente in conflitto. È possibile, e sarebbe opportuno, conciliarli. Quando i governi reagirono all'insorgere della crisi economica globale alla fine del 2008, destinarono piccole quote di finanziamento a una serie di programmi "verdi". A livello globale, il 15% circa dei pacchetti di incentivi economici statali sono stati destinati a sostegno delle energie rinnovabili e di altre tecnologie energetiche a basso consumo di carbonio, all'efficienza energetica nell'edilizia, a veicoli a basso impatto ambientale e a iniziative per la gestione dei rifiuti e la depurazione delle acque.
Sulla scia della crisi dal 2008 sono emerse nuove idee, soprattutto da parte del Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) come il Global Green New Deal. Nel Regno Unito, la New Economics Foundation ha pubblicato un rapporto pionieristico proprio sul Global Green New Deal ed ha poi approfondito l'estrema necessità di modificare l'impostazione economica attuale con altri rapporti dedicati a quella che la New Economics Foundation ha definito The Great Transition (la grande transizione). L'Unep stesso ha poi anche commissionato importanti rapporti su green job e green economy dei quali abbiamo avuto modo di parlare in diverse occasioni nelle pagine di questa rubrica, preparando il terreno per la Conferenza di Rio +20.
Sebbene il termine "green economy" stia prendendo sempre più piede, il suo significato è ancora dibattuto tra i governi, imprese e associazioni della società civile. L'Unep definisce genericamente la green economy come un'economia che porta a «un migliorato benessere umano e all'equità sociale, riducendo anche sensibilmente i rischi ambientali e le scarsità ecologiche . Più semplicemente, una green economy è un'economia, a basso tenore di carbonio, fa un uso efficiente delle risorse e promuove l'inclusione sociale». L'Unep sostiene che «la green economy non rallenta la crescita, anzi, ha il potenziale di stimolare la crescita e creare nuovi posti di lavoro, rappresenta una strategia vitale per la lotta alla povertà».
Fino a che punto una green economy sia compatibile con la crescita economica è però ancora discutibile. Sviluppare tecnologie che utilizzino le risorse in maniera più efficiente e a basso tenore di carbonio è indubbiamente importante e contribuisce ad affrontare alcune delle problematiche ambientali che affliggono l'umanità. Però, poiché l'efficienza rende i consumi meno costosi, potrebbe semplicemente far aumentare la domanda, una conseguenza ben nota che gli economisti definiscono "effetto rimbalzo" (il paradosso di Jevons di cui numerose volte abbiamo parlato nelle pagine di questa rubrica). Riuscire a effettuare una svolta nell'ambito della sostenibilità significherà svincolare la performance economica dall'impiego delle materie prime e dell'energia.
La transizione verso una green economy comporterà sia cambiamenti sociali, politici e culturali sia lo sviluppo di nuove tecnologie. Mark Halle dell'Istituto internazionale per lo sviluppo sostenibile (IISD) afferma che la green economy «non significa ritinteggiare l'economia tradizionale di verde, bensì significa una forma di organizzazione economica e una riorganizzazione delle priorità sostanzialmente diversa da quella che ha dominato il pensiero economico nei paesi più ricchi negli ultimi decenni».
Michael Renner tiene a ricordare che essendo presenti circostanze ed esigenze molto diverse, i paesi emergenti, in via di sviluppo e quelli industrializzati hanno idee differenti sulle implicazioni della green economy e di come ottenerla. Di fatto, alcuni osservatori nelle economie emergenti e in via di sviluppo temono che i precetti della green economy possano essere usati per giustificare misure che arresteranno le loro aspirazioni allo sviluppo. Le nazioni del G77 lanciano un monito: «la green economy non dovrebbe portare a condizionamenti, parametri o standard in grado di generare restrizioni ingiustificate o unilaterali in campo commerciale, finanziario e di assistenza allo sviluppo o altre forme di assistenza internazionale, che conducono a un ‘protezionismo verde'».
Tali timori costituiranno una questione spinosa alla Conferenza di Rio. Occorrerà specificare le modalità con cui, in diverse parti del mondo, si potranno trarre benefici da un'economia più verde e impegnarsi per una maggior equità nella distribuzione di risorse e ricchezza.
Renner ricorda che bisognerebbe aspirare a una "prosperità sostenibile" per tutti, frutto di un processo di sviluppo sostenibile che permetta a tutti gli esseri umani di soddisfare i propri bisogni di base, riconoscendo loro dignità e con buone opportunità per condurre una vita appagante e felice, il tutto senza negare ad altri, nel presente e nel futuro, pari trattamento.
 

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