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Centrale nucleare del Garigliano: misteri e misfatti: 1

Centrale del Garigliano, oggi (Questo post riassume e integra un capitolo del libro "Bidone nucleare" di Roberto Rossi, Rizzoli, 11€, la cui lettura è molto istruttiva e viene caldamente consigliata)
Una delle quattro centrali che hanno costituito il passato nucleare italiano si trovava a Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. E’ però conosciuta con il nome del fiume che forniva l’acqua per l’impianto di raffreddamento: il Garigliano. Una centrale piuttosto piccola con una potenza di 150 MW, un decimo delle centrali di terza generazione che vengono costruite oggi.
Anche se forse non è molto consueto, cominciamo dalla fine.
Nel 1978 si scopre una fessura in una caldaia per la produzione di vapore. C’è il rischio di fuoriuscita di materiale radioattivo e così ENEL decide di fermare l’impianto per consentire le riparazioni necessarie. Da quel momento la centrale del Garigliano non verrà più riavviata. Il costo della riparazione infatti viene giudicato non conveniente. Il 9 luglio 1981, 30 anni fa, si decide che l’impianto venga mandato in pensione. Nel marzo successivo la definitiva disattivazione.
Dunque sono passati trent’anni e la centrale ancora non è stata smantellata. La sua storia, poco conosciuta se non dagli abitanti della zona, è pazzesca e sintomatica di come gli affaristi del nucleare lo hanno gestito nel nostro paese, della leggerezza, superficialità, mancanza di competenze, per finire nella vera e propria delinquenza. Il nucleare italiano è stato, per oltre vent’anni, una bomba ad orologeria che non è esplosa in tutta la sua drammaticità per un puro caso, anzi per una serie di puri casi.
La prima domanda che uno si fa è come mai una centrale nucleare sia finita in quel posto, che è conosciuto fin dall’antichità come paludoso e soggetto spesso alle piene e alle tracimazioni del fiume. Una zona a rischio medio per quanto riguarda i terremoti. Se ci mettete anche il fatto che è ad elevato interesse turistico per la vicinanza di parchi e spiagge famose tra il Lazio e la Campania si fa davvero fatica a comprendere il perché della scelta.
Lo si capisce solo quando si ragiona in termini economici. Il progetto infatti viene finanziato dalla banca mondiale (allora BIRS: banca per la ricostruzione e lo sviluppo) con 40 milioni di dollari. Siamo nel 1959. Questi soldi sono un prestito fatto alla Cassa del Mezzogiorno, una specie di caverna dentro la quale sono finiti negli anni una quantità spaventosa di soldi, dei quali solo una piccolissima parte è stata spesa per le popolazioni del Sud mentre la maggior parte sono finiti nel calderone di una corruzione che attorno alla cassa è sempre stata presente. Data la finalità dell'iniziativa la centrale andava messa dove si potesse prevedere uno sviluppo industriale nel mezzogiorno e quindi l’asse Roma – Napoli era perfetta. Serviva un fiume: il Garigliano.
A quell’epoca la popolazione sapeva poco o niente degli effetti delle radiazioni, dei rischi di incidenti, dei costi del kWh, per cui non ci furono discussioni che coinvolgessero le masse. E del resto si era convinti che quelle centrali avrebbero portato un sacco di energia pulita e quasi gratuita nel paese.
Dunque i lavori partono nel 1959 con la previsione di terminare tre anni più tardi, ma le continue piene del Garigliano li rallentano e si arriva alla prima produzione di energia solo nel 1964. L’autorizzazione a funzionare, cioè la “licenza di esercizio” fu data nel 1967. Per tre anni abbiamo avuto nel paese una centrale nucleare abusiva, clandestina.
Da  un punto di vista tecnico e produttivo questo impianto è stato un totale fallimento. Nei quindici anni di produzione di energia elettrica ha prodotto appena lo 0,3% del fabbisogno nazionale e, cosa assai più grave, ha subito una serie di incidenti ben documentati. Incidenti leggeri o non eccessivamente gravi (così si pensava e si sapeva), ma i tecnici dell’impianto sono costantemente in piena attività: c'è sempre qualcosa da rimediare o sistemare.
Finché si arriva al 1970, quando si rischia il "botto". Succede quello che è avvenuto di recente a Fukushima. A causa delle piene e quindi delle inondazioni del fiume Garigliano i motori elettrici che regolano il sistema di raffreddamento si spengono: quello principale e anche quello secondario. Anche il terzo impianto, di riserva, non parte. Il rischio di una fusione delle barre viene scongiurato per puro caso perché si riesce all’ultimo momento a recuperare energia dalle linee esterne.
Nei successivi otto anni ci sono altri quattro incidenti importanti. In due di questi (1972 e 1976) dalla centrale esce materiale radioattivo che si mescola all’aria. Poi nel 1978 l’ultimo guasto e la chiusura come abbiamo già visto.
Bene così? Neppure per sogno: un reattore non si spegne come la abatjour vicino al letto. Ci vogliono decenni perché smetta di pulsare, perché le barre possano essere trattate. Le scorie radioattive sono sempre là e un aumento di temperatura può provocare guasti inimmaginabili. Per questo il sistema di raffreddamento dell’impianto dev’essere sempre attivo e ben controllato.
Così altri incidenti si verificano nel 1979 e nel 1980. Cominciamo dal 1979.
A raccontarla magari non fa grande impressione, lo fa se si ascoltano le voci dei protagonisti, di quelli che nella centrale c’erano quando l’acqua del fiume sale e i motori non partono perché non c’è corrente. E’ veramente una beffa pensare che una centrale che produce energia elettrica rischia di saltare per aria perché manca energia elettrica. La linea secondaria proveniente da una centrale idroelettrica là vicino non riesce a partire perché la piena del fiume ha di fatto annullato il dislivello che serve per far girare la turbina. Allora si prova con il sistema di sicurezza e si scopre che è guasto! La temperatura sale e con essa il rischio che le barre di uranio vengano fuse. Siamo a 80 km da Roma … altro che Chernobyl. Finalmente qualcuno riesce a far partire il gruppo elettrogeno e a riattivare il sistema di raffreddamento. Come in un film ad alta tensione c’è il lieto fine e si evita una catastrofe più che probabile.
C'è un sospiro di sollievo … è tutto passato, finito; le frasi sono quelle che ci si immagina di ascoltare in queste occasioni “Meno male … c’è andata bene … è tutto finito …”.
Ma non è finito un bel niente, perché qualcuno si accorge di un problema nella “sala resine”. Si tratta di un locale dove arriva l’acqua che ha raffreddato il nocciolo, un’acqua fortemente radioattiva, che deve essere in un certo senso "ripulita" prima di venire ributtata nel Garigliano. Quando esce è ancora radioattiva, ma a livello molto più basso di prima e, come al solito, entro i famosi limiti di legge. Bene, in quell’occasione qualcuno si accorge che nella sala resine c’è una falla nel pavimento, da dove è entrata l’acqua del Garigliano e dalla quale esce l’acqua radioattiva che arriva dal nocciolo del reattore.
In una delle serate passate a spiegare il nucleare ai cittadini in vista del referendum, ho incontrato una persona che era là in quegli anni e ricorda perfettamente l’ansia e le paure di quel periodo e soprattutto del periodo successivo quando questi fatti vengono finalmente alla luce.
Passa solo un anno e siamo da capo. Nel novembre 1980 il Garigliano esonda ancora e invade i locali della centrale. La drammaticità dell’incidente è nel telegramma che arriva al sindaco di Castelforte, comune confinante col sito. Lo spedisce l’ingegner Sennis del CNEN, la vecchia sigla dell’ENEA. Lo avverte che l’acqua che è entrata nella centrale è anche uscita tornando nel fiume, solo che si è portata dietro una quantità imprecisata di materiali radioattivi. Soprattutto Cesio 137, radioattivo con una emivita di 30 anni. Tradotto significa che ci vogliono 300 anni per tornare in condizioni “normali”.
Sono fatti gravi, anzi gravissimi perché influiscono sulla vita delle persone; le sostanze radioattive entrano nel ciclo alimentare ed è un disastro totale. Le specie viventi che pascolano nei campi circostanti (la zona è quella della mozzarella di bufala) o che nuotano nel fiume e nel mare (siamo alla foce del Garigliano e quindi a due passi dal mar Tirreno) sono in pericolo. C’è un’inchiesta e si individua il responsabile. E’ un ingegnere, direttore della centrale, Tommaso Vitiello, che ha usato i serbatoi senza alcun collaudo. Viene ritenuto colpevole, ma la pena è prescritta per amnistia.
Che il Garigliano sia un fiume pericoloso in quanto ad esondazioni è sotto gli occhi di tutti; che l’acqua che entra poi possa uscirne carica di radioattività anche: il CNEN impiega tre anni per installare nei depositi alcune pompe sommerse.
Si tratta di fatti gravi, anzi gravissimi eppure nessuno ne parla. Ancora oggi si fa molta fatica a rintracciare la storia dell’impianto di Sessa Aurunca. Lo fanno solo i siti di controinformazione o libri particolari come quelli usciti per dare impulso al referendum appena passato. Come questo di Roberto Rossi.
Il libro di R. RossiI verbali anche giudiziari sono incompleti. Molti dei vecchi lavoratori della centrale preferiscono non parlare. Altri non possono: sono morti, morti per cause naturali ... almeno ufficialmente.
Chi parla racconta storie davvero allucinanti. Racconta di colleghi morti di cancro a causa delle radiazioni. Racconta di esperimenti fatti nella centrale. Come quello di rivestire di Plutonio le barre di Uranio per aumentare il rendimento dell’impianto. Ma se una centrale prevede l’uso dell’Uranio non può poi funzionare a Plutonio. I filtri si deteriorano, i contenitori d’acciaio non tengono a lungo e la centrale allora si deve fermare.
E poi c’era la questione del reattore, costruito dalla General Electric. I tecnici dell’azienda, davanti al Congresso americano nel 1975, dichiarano che quel reattore è pericoloso e offre scarse garanzie di sicurezza. Per questo ne era stata abbandonata la produzione, per i troppi rischi e di conseguenza i troppi incidenti. Ma in Italia nessuno tiene conto di queste informazioni e anzi fa ben di peggio. Dal momento che fino ad allora la resa in termini di energia prodotta era stata bassa, fanno di tutto per aumentarla. Dal 1976 al 1978 il reattore funziona a pieno regime che è come guidare un’auto con l’acceleratore sempre premuto al massimo. E, senza avvertire nessuno, si decide di aggiungere il Plutonio come materiale di fissione.
Si potrà dire che sono voci di vecchi operatori della centrale. Invece no: c’è un documento del CNEN (prot. n. 24771-p. 5 del 4.11.77) in cui  si parla delle barre di Plutonio e si scopre così che il vizietto è vecchio perché tentativi erano stati fatti già nel 68, nel 70 e nel 75. E il numero di queste barre non era così piccolo: 72 su 208, il 35%.
L’acqua che raffredda l’impianto (qualunque impianto nucleare) esce sotto forma di vapore attraverso i camini. Passa attraverso filtri  particolari, che sono davvero ottimi perché sono in grado di togliere il 99,97% delle sostanze contaminanti. Ma rimane lo 0,03% che sembra niente, ma si tratta nel caso della piccola centrale del Garigliano di 36 m³ ogni ora, che fanno in un anno circa 300 mila m³ e durante l’esercizio della centrale milioni e milioni di m³. Le sostanze che entrano in atmosfera non si disperdono in un amen, molte si depositano al suolo e non necessariamente ai piedi del camino e restano attive, come abbiamo visto, per centinaia di anni. Questo è un fatto che riguarda tutte le centrali. Non servono incidenti per avere elementi radioattivi che possono provocare gravi danni alla salute degli abitanti della zona. Le sostanze che fuoriescono sono trizio, carbonio14, cesio137, cesio134, cobalto60 e iodio131. E sono sostanze che bene non fanno: il trizio si sostituisce all’idrogeno dell’acqua; il cesio si concentra nei muscoli; lo stronzio si sostituisce al calcio nelle ossa e nel midollo; il cobalto tende ad accumularsi nell’intestino e lo iodio nella tiroide. E la loro attività danneggia le cellule, modifica il DNA procurando danni irreversibili e portando alla morte.
Ma torniamo al Garigliano. Ci si chiede: possibile che di tutto questo disastro nessuno abbia mai parlato con la popolazione? Che non si siano mai fatte delle indagini epidemiologiche per capire cos’era davvero successo?
Nel 1980, poco dopo la seconda esondazione del fiume, il prof. Mauro Cristaldi scrisse una lettera ai sindaci dei comuni confinanti con il sito nucleare. In questa lettera si raccomandava di non raccogliere prodotti provenienti dalle colture sommerse, di non lasciar pascolare il bestiame nelle aree invase dalle acque, di non irrigare le coltivazioni con quelle acque e di non pescare o usare specie ittiche provenienti dal tratto di mare di fronte alla foce del Garigliano. Non so se questa voce sia stata ascoltata. Sta di fatto che qualche giorno dopo morirono 25 bufale e un sacco di grossi pesci nel tratto di mare segnalato dal professor Cristaldi.
Qualche anno più tardi un’altra indagine statistica venne condotta dal prof. Pettenutti che sfociò in una pubblicazione dal titolo molto significativo: “La mostruosità nucleare: indagine sulla centrale del Garigliano”. La statistica riguardava le mucche olandesi, allevate da tre aziende dello stesso tipo, ma a distanze diverse dalla centrale (due vicine e una a 40 km). I risultati furono terrificanti: il livello di nascite con mostruosità nei pressi della centrale era 33 volte più elevato che a 40 km di distanza!
Si potrà dire: sono bestie, che ci frega?
Purtroppo ci frega eccome. Segnala la presenza di sostanze in grado di modificare il DNA e quindi che agiscono esattamente come i radionuclidi di cui abbiamo appena parlato.
Altre inchieste seguirono. Quella dell’ENEA del 1980 rivelò la presenza di cobalto60 e Cesio137 non solo vicino alla centrale ma anche in una vasta zona di mare. I valori dagli anni 60 erano più che raddoppiati, ma nessun controllo aggiuntivo venne fatto.
Chiudiamo con i dati ISTAT sull’incidenza di leucemie e tumori nella zona del Garigliano. Dal 1972 al 1978 l’incidenza di queste malattie in Italia era del 7%: nell’area della centrale del 44%. A nessuno venne in mente di dire qualcosa al riguardo.
Nel 1999 la centrale diventa di proprietà della SOGIN, l’azienda italiana incaricata di bonificare tutti i siti e di cui abbiamo tessuto le malefatte in varie circostanze. I materiali da mettere in sicurezza sono circa 2600 m³, raccolti in quasi 3500 fusti, oltre a 1200 m³ di rifiuti a bassa radioattività, chiusi in buste di plastica e sepolti attorno alla centrale (sic!) – i dati sono della SOGIN, 2008. Nel 2006 si decide di costruire un deposito, chiamato D1, per accogliere le scorie. La decisione ha saltato ogni controllo da parte delle amministrazioni locali, grazie ai poteri straordinari concessi da Berlusconi al presidente della SOGIN, Carlo Jean, il quale durante il suo "pontificato" nella società ne ha combinate di tutti i colori. Certo che mettere le scorie in un posto a rischio sismico e di inondazioni non denota un particolare acume. Nel D1 tuttavia andranno i rifiuti di media attività (1100 m³); altri 600 in un edificio recuperato sempre nell’area della centrale. Restano 2100 m³: dove verranno messi? Probabilmente nel deposito di Avogadro, presso il centro di Saluggia in Piemonte dove nel passato nucleare italiano venivano riprocessate le barre esauste fino al 1984.
Ma tutte le scorie – assicurano a Sogin – andranno poi a finire nel deposito nazionale che ne accoglierà 80mila m³: ma dove e come questo deposito sarà realizzato non si sa, semplicemente perché nessuno sa come farlo.
E così i tempi si allungano e la data di fine lavori prevista per il 2016 è già stata spostata da Sogin al 2022. Il mantenimento di questa società che ha fatto pochissimo per non dire nulla fino al 2008, grazie ad una gestione - come dire? - “poco chiara”, costa tanti soldi. Solo per Sessa Aurunca sono stati spesi finora 450 milioni di euro. Li abbiamo pagati tutti noi, grazie a quella voce, A2, che trovate nella vostra bolletta della luce.
Già la nostra bolletta così cara rispetto ai francesi; il fatto è che con essa finanziamo la SOGIN, i petrolieri e gli inceneritori (A3) e un bel po’ di altre cosucce. Evviva!
 
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