mayak00Oggi parliamo di schifezze, ma di schifezze belle grosse.
Siamo nella grande Russia, ma questa volta in un posto curioso, che per molto tempo non è stato su nessuna carta geografica, tranne quella di chi poteva gestire il potere in quella nazione. Si trova negli Urali meridionali, la catena montuosa che segna il confine tra la Russia europea e quella asiatica. Si tratta di Mayak.
Come abbiamo visto nell’articolo su Stanislav Petrov, ci sono siti che sono stati battezzati non con nomi veri e propri, ma con i loro codici postali, così la città più vicina, Ozërsk, era conosciuta come Celjabinsk-40 e più tardi come Celjabinsk-65.
Si tratta di città molto particolari, chiamate “città chiuse”, per via delle restrizioni imposte alla residenza. Insomma, solo un certo tipo di cittadini poteva abitare in quei posti. E allora, c’è da chiedersi perché e la risposta è semplice. Là abitavano solo i dipendenti di un enorme centro di produzione, situato a Mayak. La domanda si sposta: cosa diavolo ci facevano là perché tutto fosse tenuto nel segreto più profondo? É proprio di questo che ci occupiamo qui.

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Ancora sul nucleare?

Torno a parlare di nucleare, ma di un aspetto particolare e importante di questo modo di produrre energia: le scorie prodotte. I problemi legati all’utilizzo di materiale radioattivo non appartengono ad uno stato in particolare, sono problemi condivisi da tutti. Anche dall’Italia, che vedrà a breve tornare a casa propria le barre provenienti dai centri di riprocessamento in Francia e Inghilterra e non saprà dove metterle in sicurezza, dal momento che non abbiamo non solo una sede di stoccaggio adatta, ma nemmeno l’idea di come farla e dove piazzarla.
In generale chiamiamo scorie radioattive tutti i resti della reazione nucleare di fissione, che avviene nei reattori delle centrali nucleari e, per fortuna, non più a seguito di esplosione di ordigni terribili, i cui padri sono stati quelli che hanno distrutto inutilmente Hiroshima e Nagasaki, quando la guerra era ormai terminata.
Come in quasi tutte le cose, basare la propria produzione di energia elettrica sul nucleare presenta vantaggi (ad esempio in riferimento ai cambiamenti climatici), ma anche svantaggi, come sa bene la Francia di oggi, con le sue decine di reattori da cambiare perché ormai obsoleti, il che pone due problemi, entrambi serissimi: il confinamento delle scorie e una spesa pazzesca per il decomissioning, che ovviamente dovranno pagare i cittadini sulle loro future bollette elettriche.
Anche gli Stati Uniti i loro problemi li hanno avuti, come nel caso dell’incidente di Three Miles Island del 1979, per non parlare della distruzione seguita agli esperimenti sugli atolli del pacifico … ricordate Bikini? E anche loro hanno un bel pacchetto di reattori da sostituire. I due problemi principali sono dunque quello del confinamento delle scorie e la spesa da affrontare per il rinnovamento delle centrali.
Bene, in Russia (e nell’Unione Sovietica), la questione è ancora più grave, perché la gestione del sistema è stata, per usare un eufemismo, “allegra”, come vedremo tra poco.

Aspetti negativi del nucleare

Credo sia chiaro che anche chi vede nel nucleare la soluzione ad ogni problema energetico, capisca quale sia il problema numero uno.
mayak02Sono 75 anni che l’elettricità viene prodotta con centrali nucleari, dove i nuclei di Uranio vengono spezzati, liberando grandi quantità di energia. Quello che succede è che buona parte dell’Uranio, durante la fissione, si trasforma in altre sostanze, un po’ come quando accendiamo un fuoco con della legna e ci restano le ceneri che da qualche parte dobbiamo poi mettere. In quel caso non ci facciamo troppi problemi: le mettiamo in un sacchetto e le mandiamo in discarica, mentre qualcuno le usa per distribuirle attorno alle piante di fiori, anche se il motivo non mi è del tutto chiaro. Con le ceneri dei reattori nucleari le cose sono un tantino differenti. Già, perché quelle ceneri sono radioattive. Questo significa che non sono affatto inerti, ma sono, in un certo senso, vive. Esse emettono particelle e radiazioni nel tentativo di trasformarsi in qualcosa di meno instabile, in un’altra sostanza che non dia più fastidio a nessuno e se ne resti così per tutti i secoli a venire. Il guaio riguarda i tempi di esecuzione di questo loro desiderio. Non è possibile dire con esattezza quanto ci metteranno a diventare innocue, ma un modo di valutazione è stato inventato: si chiama tempo di dimezzamento o emivita, che poi significa mezza vita e quindi il concetto è lo stesso.
Immaginate di avere 1000 particelle radioattive (è un numero insignificante rispetto alla realtà, ma è per semplificare i conti). Per diventare la metà, cioè 500 occorre che passi un tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà, cioè 250 occorre un altro tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà della metà, cioè 125, occorre ancora un altro tempo di dimezzamento. E così via. Ogni volta che passa un tempo di dimezzamento le particelle ancora attive sono la metà del periodo precedente. Si può ragionevolmente pensare che dopo 10 tempi di dimezzamento il rischio collegato con la presenza delle sostanze radioattive sia sufficiente a rendere sopportabile la situazione all’uomo.
Ora non resta che da capire quali sono queste sostanze e, soprattutto, quanto grande o piccolo è il loro tempo di dimezzamento.
Da una fissione di Uranio escono diverse sostanze, tra queste il Cesio 137, che usiamo come esempio. Il suo tempo di dimezzamento è di circa 30 anni. Dunque la sua presenza non sarà più un grande problema dopo circa 30x10 = 300 anni. Deve essere chiaro cosa questo significa. Significa che per 3 secoli quelle sostanze devono essere tenute in posti assolutamente sigillati e sicuri.
Un’altra sostanza che nasce nella fissione dell’Uranio è il Plutonio239. Avremo modo di parlarne più tardi. Per ora valutiamo solo il suo tempo di dimezzamento, che è di 24'200 anni. Ecco il problema cardine: chi è in grado di garantire la custodia sicura di questo materiale per 240 mila anni? 240 mila anni fa l’homo sapiens ancora non c’era: i primi esemplari probabilmente si presentarono in Africa 40 mila anni più tardi e oltre 100 mila anni più tardi in Europa e Asia. Siamo sicuri che sia ragionevole pensare che noi (inteso come specie si intende) saremo in grado di mantenere al sicuro queste scorie per tutto questo tempo? Chi ci sarà allora? Cosa saprà della storia di oggi?
Senza tirarla troppo per le lunghe e senza entrare in particolari che ho raccontato molte altre volte, sottolineo che oggi, nel 2025, nessuno al mondo ha uno straccio di soluzione a questo problema, nonostante qualche tentativo sia stato fatto e altri siano in corso. Insomma nessuno oggi è in grado di dirci cosa possiamo fare delle scorie nucleari in modo che non rappresentino un pericolo per la salute dell’umanità.
Non hanno una soluzione certa nemmeno le nazioni che sulla produzione nucleare basano parte importante della loro energia come gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone, la Russia e soprattutto la Cina che sta costruendo centrali a rotta di collo.
Qui non voglio sottolineare più di tanto gli aspetti per così dire “collaterali” che la produzione di energia elettrica con la fissione comporta. Basta qualche accenno.
Già la fase di reperimento della materia prima, l’Uranio porta problemi gravissimi specie quando le nazioni che lo fanno sono decisamente fuori controllo come il Kazakistan o quelli succubi da un lato di governi corrotti e dall’altro di multinazionali che se ne fregano di tutto, come il Niger. L’estrazione dell’Uranio dalle miniere spesso a cielo aperto è sempre una operazione che comporta rischi molto elevati di contaminazione del territorio e quindi delle persone che lo abitano.
Poi ci sono i costi non solo di costruzione e mantenimento delle centrali, ma quelli legati alla sicurezza, che dopo il disastro di Fukushima sono notevolmente aumentati. Infine i costi esorbitanti per demolire le centrali diventate obsolete, come ormai è il caso della maggior parte di quelle oggi funzionanti in Occidente. C’è il problema dell’acqua di raffreddamento, presa da fiumi, laghi e a volte dal mare: questa operazione poco o tanto modifica le condizioni dell’invaso e quindi le condizioni di vita degli ecosistemi presenti. Oggi, nel mondo l’energia prodotta attraverso le reazioni nucleari è una piccola parte del totale, circa il 10%. E allora, perché essere a favore del nucleare?mayak04

L'uso dell’Uranio e il Plutonio

I sostenitori del nucleare (quelli che sanno di cosa parlano, non molti politici che non hanno la più pallida idea di quello che dicono) fanno il seguente ragionamento. Se di colpo togliessimo tutti i reattori presenti nel mondo, sarebbe necessario produrre una enorme quantità di energia con altri sistemi. Essendo oggi insufficiente la quota fornita dalle energie rinnovabili (si badi che parliamo del mondo intero non di questo o quello stato), bisognerebbe ricorrere ai combustibili fossili. Le previsioni di molte fonti, anche ambientaliste, prevedono in questo caso un grande aumento dell’uso del carbone per motivi soprattutto economici e legati alla grande offerta da parte di molti paesi produttori e della loro stabilità politica. Del resto non è un mistero che la Germania, dopo aver chiuso 8 reattori in seguito all’incidente di Fukushima, abbia aumentato, oltre alle rinnovabili, anche l’uso del carbone. Questo porterebbe dunque ad un aumento delle condizioni favorevoli ai cambiamenti climatici con una crescita sensibile dell’immissione di CO2 in atmosfera, con tutte le conseguenze del caso. Ne segue che, con ogni probabilità, il futuro vedrà ancora sorgere centrali nucleari un po’ dappertutto, tranne nei paesi che potranno permettersi il lusso di investire molto denaro sulle fonti rinnovabili di energia per l’elettricità, la mobilità e il riscaldamento.
Rimane, in ogni caso, inalterato il problema delle scorie radioattive.
Prima di entrare nel racconto di quello che è successo in Russia (in quella comunista prima e quella attuale poi), serve una premessa, che potrà farci capire meglio le cose.
mayak03Nelle centrali nucleari viene usato Uranio arricchito, vale a dire quello per così dire normale, il 238 con l’aggiunta (appunto l’arricchimento) di una quota di U235, in una percentuale variabile dal 4 all’8%.
La fissione di 1 tonnellata di Uranio arricchito produce circa 40 kg di scorie radioattive, 950 kg di Uranio “depleto” (cioè usato e quindi non più arricchito) e 10 kg di Plutonio. Ora attenzione: il Plutonio in natura non esiste, occorre fabbricarlo e questo è il modo di ottenerlo, vale a dire con la fissione dell’Uranio. Un reattore nucleare dunque non produce solo energia elettrica, ma anche Plutonio.
Perché dovrebbe interessare a qualcuno se produciamo Plutonio? A cosa può mai servire una sostanza così pericolosa come quella che per decadere ha bisogno di un tempo enorme, valutabile in circa 250 mila anni?
La risposta è semplicissima: perché con il Plutonio si fabbricano le bombe. Le armi strategiche americane e sovietiche erano a base di Plutonio. Durante decenni non si è fatto altro: centri specializzati come Mayak in Russia, Le Hague in Francia, Sellafield in Inghilterra, e svariati centri negli USA e altrove avevano questo preciso compito. La produzione di energia elettrica era una semplice costola di questa attività.
Ma da allora le cose sono cambiate: abbiamo assistito dai primi anni 90 in poi ad un progressivo smantellamento degli arsenali militari. Addirittura USA e Russia (accordo ventennale del 1993 tra Eltsin e Clinton) si sono scambiati combustibile derivato dalle bombe (400 ton) con dollari (12 mld). Perché dunque continuare a produrre Plutonio?
Il fatto è che a nessuno sfugge che il combustibile tradizionale prima o poi finirà e a nessuno sfugge che lo stoccaggio delle scorie è un problema senza soluzione, tanto più con la presenza di così tanto Plutonio che nessuno sa dove mettere al sicuro.
Ed ecco allora il trucco. Usiamo gli scarti della fissione nucleare come combustibile per altri reattori. E così alcuni stati (Francia, Gran Bretagna, Russia, Giappone, …) sono dotati di centrali con reattori che funzionano a MOX: una combinazione di Uranio e del Plutonio ottenuto dalla fissione.
Giusto per fare un esempio, dei 59 reattori francesi, 20 possono funzionare anche con MOX. La preparazione del MOX è estremamente pericolosa e i centri di riprocessamento del materiale radioattivo altrettanto a rischio di incidenti: ne sanno qualcosa sia a Le Hague che a Sellafield dove non sono riusciti a far passare sotto silenzio tutti quelli che sono accaduti con fuoriuscita di sostanze radioattive. Aggiungete il fatto che per produrre MOX in quantità sufficiente a Le Hague arrivano tutti gli scarti dei 59 reattori francesi e di quelli di mezza Europa e non solo: treni e navi carichi di Plutonio, Cesio e compagnia bella in giro per le pianure francesi … una follia!mayak05
Se dal punto di vista del risparmio delle risorse si può capire questa mossa, essa appare enormemente azzardata se la si considera in relazione ai rischi. La rottura di un reattore a MOX è ben più pericolosa di quella di un reattore ad Uranio: a Fukushima è successo proprio questo!
Ma il discorso si fa interessante se parliamo di prezzi e di costi.
Infatti l’impiego del MOX è giustificato proprio da evidenti ragioni economiche: meno scorie da stoccare, meno Uranio da comprare e con i prezzi che corrono …
Gli Stati Uniti hanno sempre considerato i prodotti della fissione dell’Uranio, Plutonio compreso, come scarti da stoccare, ma anche loro alcuni anni fa hanno accarezzato l’idea di percorrere la strada dei francesi. E così hanno messo in piedi un progetto a Savannah (South Carolina) finanziandolo con 5 miliardi di $ per il riprocessamento dei combustibili e la produzione di MOX. "E’ davvero un peccato lasciare tutto questo ben di dio alla Francia", devono aver pensato i vertici USA e così hanno messo in piedi il loro giocattolo. A gestire l’impresa una joint-venture americana e francese: quest’ultima parte rappresentata – ti pareva? – ancora da AREVA, la multinazionale di stato.
Il "botto" del reattore 3 a Fukushima ha guastato i piani, ma Obama e soci prima, Trump poi, si sono detti sicuri che da loro questo non potrà mai accadere: da dove derivino certe certezze è un mistero ben più oscuro di quello dei pastorelli portoghesi di Fatima; così continueranno imperterriti a riempire di MOX il paese, trasformando i forni di alcuni reattori (ad esempio quello della nuova centrale proprio di Savannah) con concentrazioni di MOX 5 volte superiori a quelle giapponesi.
Ecco perché c’è tanto Plutonio in giro per il mondo: da un lato perché non si sa dove mettere le scorie dei reattori per così dire normali e dall’altro per riempire le bocche dei forni di quelli a MOX.

Andiamo a Mayak

Detto questo possiamo decisamente passare alle vicende sovietiche: incontreremo luoghi ameni come Mayak, forse il territorio più contaminato del mondo, sicuramente quello in cui sono avvenute nefandezze assurde.
Voglio ribadire ancora una volta che il discorso che sto per fare riguarda soprattutto il periodo socialista dell’attuale Russia, ma non è una presa di posizione solo contro questo sistema politico. É semplicemente il racconto di come regimi differenti se ne freghino bellamente della natura e dei propri concittadini quando mettono le ragioni di stato davanti ad ogni altra cosa. Niente politica dunque, solo storia.
Non è che Wikipedia sia una fonte di documentazione delle migliori, tuttavia possiamo usarla per le notizie spicciole e poco importanti come questa. Dunque, se cercate su Wikipedia Mayak, trovate scritto questo:
“Mayak è una zona della città di Ozërsk che ospita un impianto per la produzione di materiale nucleare (soprattutto plutonio) destinato alla fabbricazione di bombe atomiche attraverso il riprocessamento del combustibile proveniente da reattori nucleari. Mayak è situato a circa 150 km a nord-ovest della città di Čeljabinsk, negli Urali meridionali tra le cittadine di Kasli e Kyštym. L'impianto si trova nel comprensorio amministrato dalla città di Ozërsk, meglio conosciuto come Čeljabinsk-40 e successivamente come Čeljabinsk-65. Il territorio di Mayak è uno dei siti esistenti maggiormente contaminati radioattivamente a seguito del rilascio nell'ambiente di radionuclidi in tre separate circostanze dal 1949 al 1967”.
Non una grande presentazione, vero?mayak06
Per la cronaca: Ozërsk conta oggi oltre 80 mila abitanti, Čeljabinsk più di un milione.
La parola Mayak significa “Faro” non si sa se perché tutta quella radioattività è in grado di illuminare la regione o se si trattasse di un faro che illuminava la potenza sovietica nel periodo della guerra fredda.
Cominciamo con un po’ di dati per inquadrare la situazione. Il progetto sovietico per la costruzione della bomba nucleare è affidato da Josip Stalin al suo braccio destro Lavrentij Beria, capo della polizia segreta. É lui a dirigere l’impianto di Mayak tra il 1945 e il 1948. Lo scopo è il medesimo del progetto Manhattan degli Stat Uniti. Costruire la bomba che metta l’Unione Sovietica sullo stesso piano degli Stati Uniti. Qui lavorano all’epoca 40 mila tra prigionieri di guerra e molti di quelli confinati da Stalin nei Gulag. Sono loro a costruire la fabbrica e la città, la città chiusa di Ozërsk, ovvero Chelyabinsk-40. La produzione comincia nel 1948 e alimenta la prima esplosione nucleare sovietica, in Kazakistan, nell’estate del 1949. Poi, durante la guerra fredda, vengono realizzati altri 10 reattori. Quattro di questi sono adibiti alla produzione di Plutonio. Alla fine, da Mayak escono 31 tonnellate di Plutonio, ben oltre il 20% della produzione complessiva sovietica.
Nel 1990 cessa la produzione di Plutonio ad uso militare. Nel 2025, ci sono ancora 2 reattori funzionanti a Mayak. Producono soprattutto Trizio e Plutonio 238 che viene usato per molti programmi spaziali e generatori termoelettrici.

Il fiume Techa e il lago Karachai contaminati

Adesso, immaginiamo di dare un’occhiata attorno a Mayak nel primo dopoguerra: la zona è ricca di laghi ed è attraversata dal fiume Techa. In questo fiume le industrie per la produzione di plutonio scaricano le proprie scorie. Nel 1951 si registra radioattività nel mar Artico alla foce del Techa, lontana 2000 km da Mayak, e questo nonostante praticamente tutto il materiale radioattivo venga depositato nel fiume lungo i primi 35 km dalla centrale sugli Urali.
Le cifre sono spaventose: dal 1949 al 1956, il complesso di Mayak scarica circa 76 milioni di metri cubi di acque reflue radioattive nel fiume. A quel tempo, ben quaranta villaggi, con una popolazione complessiva di circa 28.000 residenti, si affacciano sul fiume. Per 24 di questi, il Techa costituisce un'importante fonte d'acqua; 23 di essi vengono infine evacuati. Negli ultimi 45 anni, circa mezzo milione di persone nella regione sono state irradiate in uno o più incidenti, esponendole a radiazioni fino a 20 volte superiori a quelle subite dalle vittime del disastro di Chernobyl.
Ad un certo punto, vista la situazione, il governo decide che è il caso di intervenire e vieta lo scarico in acque destinate alle popolazioni. Si costruirono dighe e si deviano corsi d’acqua, isolando il lago di Karachai. Questo lago diventa così la pattumiera di Mayak. Ma almeno è isolata, questo almeno è quello che si spera. Poi però …
Il 1967 è un anno molto asciutto e il lago si ritira, lasciando lungo le sponde un fango radioattivo che presto si secca, si trasforma in polvere, che viene portata via dal vento.
In questo modo un’area di oltre duemila km quadrati viene contaminata.
mayak06Qui è inutile usare termini tecnici o valutazioni in unità di misura che probabilmente non dicono molto. Ma i paragoni si possono fare. Il rilascio totale di radionuclidi nel lago Karachai è 4 volte superiore all’attività della bomba su Hiroshima dopo 12 ore dall’esplosione e circa 11 volte più grande di quello legato all’incidente di Chernobyl del 1986.
Si scopre che quasi 300 mila persone sono state esposte a radiazioni; 125 mila sono contaminate con isotopi radioattivi di alto livello (cesio, plutonio, stronzio). Ma loro non ne sanno nulla. Un paio di volte all’anno vengono mandate a un controllo medico. Tutto qui.
Mayak diventa negli anni uno dei più grandi laboratori di ricerca sugli effetti della radioattività sugli esseri umani. Solo negli anni ’90 la verità viene a galla e si comincia a percepire la pazzesca dimensione del disastro.
La zona di Mayak è oggi considerata la più contaminata al mondo e il villaggio di Muslyumovo è il centro assoluto di questa disgrazia. L’acqua del fiume è radioattiva e non utilizzabile. Le persone che soffrono per la contaminazione non muoiono necessariamente in tempi brevi, però possono trasmettere geni modificati a generazioni future ...
Di tanti aborti spontanei avvenuti a Muslyumovo, quasi tutti sono feti con grosse anomalie.
I divieti di pesca o di raccogliere funghi e frutta sono disattesi; la gente li prende e li mangia nonostante tutto. La fame e l’ignoranza saltano di pari passo ogni precauzione. Il governo promette che entro 30 anni l’acqua tornerà potabile, ma, come abbiamo visto, per stare tranquilli col Plutonio ce ne vorranno almeno 240'000 prima che passi il pericolo …

Acquistare anche le scorie di altri paesi

E poi bisogna pensare agli affari, ai soldi, che non bastano mai. I governanti russi mettono questo prima dei loro disgraziati concittadini laggiù negli Urali.
Uno dei modi di fare soldi per un paese è quello di accogliere le scorie nucleari prodotte da altri. É un po’ quello che è avvenuto in Campania con i rifiuti tossico-industriali. Ma un conto è che di tale traffico se ne avvantaggi un’organizzazione criminosa come la camorra e una amministrazione connivente, ben altra se ad organizzare il tutto è direttamente lo Stato, attraverso un suo ministero.
Questo ministero, in Russia, si chiama Minatom il Ministero Atomico. Poi, come sappiamo, nel 1989, cade il muro di Berlino e il comunismo va a carte 48. Che succede allora?

La nuova Russia: cambia qualcosa?

La scomparsa dell’Unione Sovietica, nel 1991, dopo il crollo del muro di Berlino del 1989, porta a molti cambiamenti.
Tra questi, anche la decisione di non importare più scorie radioattive dall’estero. É un brutto colpo per paesi come la Finlandia, che devono cercarsi un’altra pattumiera.
Il parlamento russo (la Duma) crea un proprio ministero dell’ambiente e comincia a parlare di valutazione di impatto ambientale anche per le centrali nucleari.
I tre siti più inquinati del mondo sono Seversk, Mayak e Zheleznogorsk; la situazione è talmente grave da meritare l’attenzione degli Stati Uniti. Questo anche perché la nuova Russia viene vista dagli USA come il trionfo del capitalismo sul socialismo e trattarli come nuovi fratellini adottati, a Washington non sembra vero. Arrivano a Mosca ingenti aiuti tecnici, politici ed economici per smaltire le enormi quantità di plutonio presenti nel paese. In particolare 100 milioni di dollari vengono stanziati dietro la promessa che la Russia non avrebbe più usato le proprie scorie nucleari per la produzione di plutonio.
Ma i soldi americani non sono sufficienti.
Per incrementare le entrate, nel 1999, la Duma delibera, su proposta del Minatom, di accogliere nuovamente scorie radioattive dagli altri paesi, in cambio di denaro.
Si raggiunge un curioso accordo: le scorie vengono “date in prestito” per 50 anni alla Russia, in attesa che la tecnologia trovi un rimedio definitivo al problema.
Si cerca di coinvolgere la popolazione, ma si scopre che la stragrande maggioranza è contraria, quindi … la Duma approva l’accordo per proprio conto, potendo comunque contare sull’88% dei voti a favore. Come si vede, dal punto di vista delle decisioni politiche, la caduta del comunismo non è servita a niente.
Il sito scelto come discarica nucleare del mondo è … indovinate un po’? …già, proprio Mayak!
Del resto è un po’ come facciamo nelle nostre case. Se avete una stanza in disordine totale e avete delle cose che non sapete dove mettere mica andrete a fare confusione nel salotto buono, no? Così, già che Mayak è una pattumiera schifosa, buttiamo pure là altre schifezze, ancora e ancora.
Molti dei reattori oggi sono chiusi, ma Mayak resta un centro per riprocessare le scorie nucleari che arrivano dalle centrali, dai reattori di ricerca e dagli armamenti (in particolare dalla flotta “atomica”). Come già detto due reattori sono ancora in funzione e abbiamo già visto che servono per separare il plutonio dalle altre scorie. Viene prodotto anche trizio e ci sono anche stabilimenti per la produzione del combustibile MOX.
Con l’arrivo di sempre più merce da riconvertire l’impianto non ce la fa più. La tragica conseguenza è che a Mayak si accumulano scorie non trattate. L’unica cosa che si può fare è costruire un enorme deposito, dove devono essere conservate 50 tonnellate di Plutonio, estratto dalle testate nucleari russe. Questo deposito è finanziato dagli USA, è attualmente in costruzione, ma non si sa di preciso quando sarà pronto. E, visti i precedenti, non si sa per niente quale grado di sicurezza potrà avere.
Sul fondo del lago Karachai sono stati calati dieci mila enormi blocchi di cemento per evitare quanto avvenuto nel 1967 e cioè che il vento risollevi la polvere radioattiva e combini un altro disastro. Ma il lago si sta lentamente prosciugando e, oggi, parlare di lago è completamente fuori luogo.
Il rischio che tale materiale finisca nel sistema idrico del fiume Irtysh e raggiunga l’Oceano Artico è assolutamente reale.
Secondo una relazione del Worldwatch Institute di Washington sui rifiuti nucleari, il Karačaj è il punto più inquinato della Terra.
Dopo aver offerto Mayak come pattumiera nucleare a Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, con la prospettiva di ricevere 20 milioni di tonnellate di combustibile nucleare esaurito, per un totale di 20 miliardi di dollari, nel maggio 2002 la Russia ha dovuto fare marcia indietro, poiché non più in grado di soddisfare il rispetto degli standard di sicurezza. Ecco il comunicato.

“Le possibilità tecniche che dovrebbero garantire l’appropriata amministrazione delle scorie radioattive in accordo con le richieste normative e legislative approvate nel campo dell’uso dell’energia nucleare, della sicurezza radioattiva per la popolazione e per la protezione dell’ambiente sono assenti. Manca il necessario equipaggiamento per il trattamento e la vetrificazione delle scorie radioattive (gli esperimenti effettuati nella fornace di vetrificazione sono insoddisfacenti). Tutto ciò rappresenta una conferma dell’impossibilità di accettare il combustibile nucleare spento dai paesi stranieri per il loro riprocessamento, senza una modernizzazione generale dell’impianto di Mayak”.
Il Minatom sta valutando se rimodernare l'ormai obsoleto impianto di Mayak.
Come già detto, nel comprensorio nucleare di Mayak le persone che vi abitano non godono di buona salute e portano geni mutati che danno origini a numerosi aborti e malformazioni. I divieti in vigore nell'area sono ignorati dagli abitanti, tutti contadini in condizioni economiche di assoluta povertà, purtroppo costretti a coltivare terra, far pascolare gli animali in campi inquinati, usufruire del fiume Techa per irrigare i campi, nutrirsi e abbeverare il bestiame. Le misure di sicurezza adottate in questi anni sono pressoché insignificanti dinanzi al rischio effettivo.
Ancora oggi esistono cartelli stradali che esortano chi transita in automobile a chiudere finestrini e prese d'aria durante il passaggio attraverso alcune zone ancora fortemente contaminate.
Al di là delle questioni economiche, in Europa non si è mai discusso di questi fatti. Del resto, cosa volete? Gli Urali sono molto lontani e a noi poco importa se i contadini russi muoiono di cancro o se i loro figli sono talmente deformi da non poter neppure iniziare la vita. E poi ci sono gli aborti … sono donne, che ci importa?
Le radiazioni mica si vedono, non è come la frana che ha devastato la valle del Vajont, non ci sono migliaia di morti a terra come nel caso indiano di Bophal. Le radiazioni non si vedono e i loro effetti a volte si manifestano anni più tardi. Coprire un simile scenario, per di più con l’organizzazione sovietica è uno scherzetto.

Un incidente in particolare

Prima di venire al presente, qualche ulteriore notizia su quanto successo negli anni a Maiak.
Cominciamo con il 1957, quando nel quartiere di Kystym, a due chilometri dal centro di produzione di Mayak, si verifica un incidente nucleare, classificato come livello 6 sui 7 previsti dalla scala INES, una delle scale usate per gli incidenti nucleari e radiologici, volute dalla AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica. Solo i due gravissimi eventi di Chernobyl e il più recente di Fukushima hanno superato questo valore.
Ovviamente non se ne è saputo niente, per tutti i motivi detti fin qui. Fin quando, nel 1976, uno srittore sovietico, tale Zores Medvedev, lo denuncia in un suo scritto. Ma bisogna aspettare fino al 1990 per conoscere i dettagli della vicenda.
Il problema è sempre lo stesso, quello del confinamento delle scorie. Le cisterne con tutto il loro carico radioattivo si scaldano, in quanto la radioattività emette energia e quindi serve un sistema di raffreddamento costante, per evitare qualche guaio.
Il 29 settembre di quell’anno, il 1957, il Sistema di raffreddamento ad acqua si guasta e l’aumento della temperature finisce per fare esplodere la cisterna. Si tratta di una esplosione per così dire normale, cioè non nucleare, ma che frantuma la cisterna. Questa ha una capienza di 300 m3 e contiene da 70 a 80 tonnellate di scorie nucleari in fase liquida. L’esplosione fa evaporare i liquidi e libera nell’atmosfera circostante un sacco di radionuclidi, cioè sostanze radioattive di vario tipo: Cerio 188, Zirconio 95, Stronzio 90, Rutenio 106 e il già menzionato Cesio 137.
Complessivamente una quantità enorme per aver riguardato solo una delle tante cisterne presenti in zona. Cosa fare adesso? I responsabili dell’impianto, supportati dai vertici politici, decidono che è meglio aspettare che piova, di modo che l’acqua depositi a terra tutta la polvere radioattiva. Del resto, senza questa mossa, era molto difficile intervenire proprio per l’enorme quantità di materiale fuoriuscito.
Del resto non si può fare niente su quello che una polvere fa per aria, soggetta a correnti, venti, cambi di temperatua e di pressione. Così finisce che un’area di 23 mila km2 rimane contaminata soprattutto da stronzio 90. Questo ha una emivita (ricordate? è il tempo necessario perché metà dei nuclei decadano). Ripeto: lo stronzio ha un’emivita di poco meno di 30 anni e quindi ne servono all’incirca trecento per essere tranquilli. Nel frattempo però, tutti quei nuclei che decadono, emettono onde elettromagnetiche, che certo non fanno bene alla pelle e alla salute delle persone.
La superficie coinvolta è grande come tutta la Lombardia. Vi vivono quasi trecento mila persone, colpite da una dose di radioattività complessiva pari a 2500 Sievert. Per  l’OSM ne bastano 6 per portare a morte una persona.
Le 10 mila persone più colpite sono state trasferite altrove.
Per mantenere sotto silenzio l’incidente, fino al 1992, quindi durante l’intero regime sovietico, agli stranieri è stato impedito ogni accesso in quella zona.
Oggi, il goverso sostiene che non c’è più pericolo nella zona di Mayak per le persone, anche se i livelli di radioattività permangono preoccupanti.

Metamorphosen

mayak08Dalle ultime considerazioni si capisce come recuperare informazioni attendibili su Mayak non sia proprio semplicissimo. Poi però succede qualcosa di inaspettato.
Nel 2017 esce un film documentario proprio su Mayak. Viene presentato al 62° Film Festival di Trento, uno dei più antichi, avendo avuto la prima nel 1952 grazie al Club Alpino Italiano. Accanto a documentari tipicamente dedicati alla montagna, hanno man mano trovato spazio anche proiezioni sulle questioni ambientali e quella di Mayak lo è davvero, altro che se lo è!
Il filmato dura un’ora e venti ed è stato girato, in bianco e nero, dal regista tedesco Sebastian Metz nel 2013. Cosa mostra? Quello che si può osservare girando allora, ripeto 2013, per le vie di quella disgraziata zona.
Si incontrano persone, uomini, donne e molti bambini, che all’apparenza conducono una vita del tutto normale. Ma le scene che si susseguono sono agghiaccianti. Mentre i ragazzi giocano, corrono, ridono, ballano, il paesaggio è immobile, quasi si percepisca l’attesa di una catastrofe che sta per arrivare. É una sensazione, perché quella catastrofe, in realtà, è già avvenuta e quello che vediamo sono solo i suoi segni, il retaggio di quanto drammaticamente accaduto.
Ci sono quelle case, contaminate da anni di radiazioni radioattive e il film sottolinea questo dramma con lunghi silenzi che rendono le scene inquietanti. Poi ci sono le interviste alla gente che vive in quel silenzio, interviste che non sono meno inquietanti. C’è un po’ di tutto: la ricostruzione di un testimone oculare dell’incidente in cui il reattore Ludmilla fu sul punto di esplodere, i racconti sulle malattie di persone e animali esposti alle crescenti radiazioni … tutto non fa che confermare ciò che le immagini suggeriscono.
Una situazione nella quale è facile drammatizzare anche oltre quello che drammatico è già. Una coppia arriva a dire:
 “Viviamo qui come cavie da laboratorio, vogliono vedere quanto sopravviviamo”. Lo dice con una compostezza sorprendente, quasi che ormai non ci sia nulla che possa cambiare la situazione, loro stanno vicino al fiume, uno dei fiumi più contaminati al mondo.
La chiusura di questa puntata su Mayak la lascio al regista tedesco del filmato. Le sue parole sono una conferma di quanto vi ho fin qui raccontato:
Nel 2011, dopo il disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, i media di tutto il mondo stimarono le conseguenze delle radiazioni rilasciate sulle persone e sull’ambiente. Esperti e scienziati fecero paragoni con il disastro di Chernobyl del 1986. Fui sorpreso che nessuno parlasse di Mayak. Mi sono reso conto che, ancora oggi, uno dei peggiori disastri nucleari della storia è sconosciuto al grande pubblico. Ho pensato che questa storia dovesse essere raccontata e ho quindi deciso di farne un film”.
Come già detto le radiazioni non si vedono, se ne riscontrano solo gli effetti, che però diventano tangibili solo più tardi, magari ad anni di distanza. Ecco, la difficoltà che il regista Metz incontra sta proprio in questo. Rendere visibili quelle subdole, impercettibili radiazioni in qualcosa che si possa vedere. E allora lo fa attraverso gli occhi, le facce e le voci delle persone che vivono nell’area. Non si sa se sia più ardua la loro sfida di abitare là o quella del regista di ottenere il risultato voluto attraverso le scene del film. E dice ancora:
 “Invece di avere un personaggio investigatore, con il suo atteggiamento scandalizzato, con molti fatti e informazioni, volevo l’attenzione su quel che per me era davvero necessario: la gente. Ho cercato di realizzare le immagini più adatte alle loro storie, delle loro esperienze e che, combinate con il suono, provocassero la sensazione di “qualcosa” che non è visibile o udibile. Volevo che il pubblico percepisse il pericolo nelle immagini, senza dover mostrare un rilevatore di radiazioni per tutto il tempo”.
Il film è reperibile in rete cercando “Metamorphosen”. Se ne avete occasione guardatelo.

Una nube tossica che arriva da …

Veniamo adesso agli ultimi mesi dell’anno 2017.
In settembre di quell’anno, arriva la notizia, ampiamente diffusa non senza una notevole enfasi, che una nube tossica e radioattiva si aggira per l’Europa. Ci siamo tutti molto preoccupati, almeno quelli ai quali è rimasto un briciolo di cervello, perché molti di noi hanno ricordato i fantasmi del 1987, quando da Chernobyl aveva raggiunto mezzo mondo quella nube radioattiva piena di nanocurie, che all’epoca mica sapevamo bene cosa fossero. Ma, questa volta, nessuno sapeva da dove venisse e di che cosa si trattasse nei dettagli. Poi finalmente si scopre che la sostanza pericolosa di quella nube è il Rutenio, un elemento innocuo nelle sue forme naturali, ma l’isotopo 106, ottenibile solo artificialmente, è radioattivo, il che significa che emette particelle ionizzanti e quindi è in grado di modificare atomi, molecole e strutture, anche del nostro organismo. Insomma non una bella cosa. Questo isotopo, uno dei prodotti del decadimento dell’Uranio 235, si ottiene dal combustibile nucleare esaurito, ha una emivita di poco più di un anno e quindi deve essere lasciato in strutture sicure per almeno una decina di anni prima di poterlo trattare.
A dire il vero, l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese aveva rilevato già nel settembre del 2016 la presenza di tracce di questo isotopo nell’aria europea, ma i livelli erano così bassi da non presentare alcun pericolo né per l’uomo né per l’ambiente e quindi la cosa, una volta registrata, viene archiviata.
L’origine si supponga sia in una zona tra il Volga e gli Urali, cioè in Russia o Kazakhistan.
E veniamo al 2017, quando le tracce radioattive cominciano a farsi sentire nei rilevatori europei. Accade il 27 settembre e proprio in Italia. Si sono dileguate poche settimane dopo, precisamente il 13 ottobre. Nel nostro paese sono le ARPA, l’ISPRA e la protezione civile a monitorare la situazione. Va detto subito che quando parliamo di tracce, intendiamo valori molto bassi e quindi non pericolosi, ma anche che da qualche parte una falla o un incidente ci deve essere stato. Per capirci, da noi il livello della contaminazione radioattiva è stata decine di migliaia di volte più bassa di quella legata al disastro di Chernobyl. Possiamo fregarcene, trascurarne gli effetti o dobbiamo preoccuparci lo stesso? Il rapporto dell’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese dice che, nella zona di emissione, i valori devono essere stati importanti o, per usare la terminologia dell’Istituto, “di tutto rilievo”.
Per sicurezza sono state fatte analisi delle merci importate dalla probabile zona a campione, ma senza riscontrare nessun pericolo né reale né probabile.
Per quanto riguarda l’origine della nube, invece, il buio più totale. L’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese ha avanzato all’epoca un sacco di ipotesi, escludendo tuttavia che si possa trattare di un incidente in una centrale nucleare. In quel caso infatti sarebbero arrivati anche altri nuclidi, probabilmente ben più pericolosi del rutenio.
I cittadini, scarsamente informati in generale e mediamente molto ignoranti in questioni scientifiche, hanno giustamente temuto conseguenze gravi per loro e per i loro cari, in particolare per i bambini. Nei bar si parlava spesso di questo fatto, con, a volte, ipotesi fantascientifiche, sicuramente coinvolgenti ma poco documentate.
Alla fine di novembre Mosca comincia ad ammettere qualcosa. Quella nube è stata osservata anche in Russia dicono. Ma i dati forniti da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare russo, non hanno niente a che vedere con quelli registrati dalle nostre parti. Si parla di livelli mille e più volte superiori alla norma. É un grado di contaminazione estremamente alto – conferma Rosatom – affrettandosi poi a negare ogni possibile incidente entro i confini nazionali.
Ora vi faccio un altro indovinello. Indovinate dove si sono registrati i valori massimi della contaminazione?
Bravi!
A Mayak!
Greenpeace ha formalmente chiesto a Rosatom di aprire un’inchiesta e di rendere pubblici tutti i dati in suo possesso, dopo che l’agenzia russa aveva contestato alcune informazioni fornite da altre analisi. Ma la vicenda ha riaperto la discussione sulle responsabilità degli stati nel momento in cui si verificano incidenti, come quelli nucleari, che interessano anche altri paesi.
Nel 2017 si sono verificati incidenti in Francia, in Svizzera e in Slovenia, solo per parlare di quelli più vicini all’Italia.
Ora noi sappiamo che spesso gli incidenti che si verificano non incidono direttamente sull’impianto nucleare di produzione di energia. Tuttavia questi indicenti provocano comunque timore nelle persone, perché la maggior parte di loro sa che il pericolo è sempre elevato e difficile da individuare. Questo, ad esempio è quanto accaduto a Flamanville, in Francia, nel novembre 2016. Nessun rischio nucleare, hanno detto tutti, solo una esplosione nella sala macchine, dove non ci sono materiali radioattivi. Eppure, anche se solo per precauzione, un reattore è stato spento e questo non può che allarmare i cittadini.
Insomma incidenti piccoli o medi ne succedono spesso. Qualcuno calcola che ad oggi quelli degni di nota siano stati circa 130, anche se personalmente non ho dati a conferma di questo valore.
Ma quello che conta, nel nostro discorso, è il fatto che quando un incidente avviene in uno Stato, gli altri paesi devono sapere cosa è successo.
É un sacco di tempo che si parla di accordi internazionali su questo tema. Nel 1978 si comincia a parlare di Nuclear Safety Standards, cioè di standard della sicurezza nucleare, prendendo dentro un po’ tutti gli aspetti della sicurezza. L’anno dopo, il 28 marzo 1979, ecco il primo grave incidente di cui abbiamo notizia, quello della centrale statunitense di Three Miles Island. Lo spavento è forte e induce i paesi membri della IAEA, l’Agenzia internazionale per l'energia atomica, a stabilire nuovi standard. Nasce così l’Incident Reporting System, un sistema di segnalazioni che avrebbe dovuto registrare e analizzare a livello internazionale tutti i malfunzionamenti degli impianti nucleari. Ma solo dopo Chernobyl, l’accordo diventa operativo.
É proprio in quell’occasione, siamo, lo ricordo, nel 1986, che diventano evidenti le conseguenze drammatiche di una informazione scorretta, sia interna che internazionale. All’epoca l’Unione Sovietica non è stata certo trasparente, almeno all’inizio. Va anche detto che non c’è, a quel punto, nessun obbligo di informare le autorità straniere, se non regole di buona educazione verso i vicini di casa e il buon senso.
Per questo nel 1986 viene stipulato un accordo che obbliga uno stato in cui avvenga un incidente nucleare a notificarlo immediatamente agli altri stati precisando la natura, il momento in cui si è verificato e la localizzazione esatta. Nel 2005, l’Unione Europea ha adottato la Convenzione sulla tempestiva notifica di un incidente nucleare. Da allora sono stati molti gli accordi sottoscritti, ma tutti concordano su un aspetto: è necessaria la tempestività e l’accuratezza delle informazioni che riguardano: il luogo, la natura, le cause, la probabile evoluzione delle conseguenze.
Cerchiamo però di sapere qualcosa di più su quella nube tossica. al rutenio 106.
Le dosi riscontrate nella nube del 2017 non presentano un pericolo per gli esseri umani. Essendo però un prodotto sintetico di qualche processo, diventa importante capire dove quella nube è nata e perché. Su quel fatto regna il mistero più fitto perché nessun paese denuncia un qualche incidente che possa aver originato la nube. Se ne viene a sapere ogni cosa solo due anni più tardi, quando una delle più importanti riviste scientifiche degli Stati Uniti compare un articolo che svela l’arcano. L’origine, scrivono i ricercatori, è l’esplosione di un reattore in una centrale nucleare, un po’ come avvenuto 30 anni prima a Chernobyl. L’origine è ancora una volta in Russia, nella zona degli Urali meridionali, e precisamente a Mayak.
Ci sono, ovviamente, le smentite di rito, tanto che un anno dopo si arriva a concludere che non è possibile stabilire il luogo preciso dell’incidente. Da allora 70 ricercatori internazionali si mettono al lavoro, spulciando dati di vario genere. La conclusione è che il fattaccio è avvenuto proprio a Mayak. Uno degli autori dello studio, il prof. Georg Stainhauser dell’università di Hannover, ha spiegato che la presenza nella nube di solo Rutenio-106 indica che il rilascio radioattivo sia avvenuto da un impianto di ritrattamento nucleare e che si sia trattato di un rilascio impulsivo che si è concluso velocemente, al contrario di quanto accaduto con i disastri di Chernobyl e Fukushima, dove il rilascio si è protratto per giorni.
Ad oggi non c’è certezza che il guaio sia nato proprio nel complesso nucleare di Mayak, perché nessuno si è preso la briga di convalidare le conclusioni dei ricercatori. Non lo ha fatto la Russia, la quale tuttavia, sia prima che dopo la caduta del comunismo si è gruardata bene dal diffondere tutti gli elementi in suo possesso per chiarire le varie vicende. É accaduto nel 1986 con Chernobyl e l’8 dicembre 2019 a Nyonoska, dove un’esplosione durante un test missilistico ha causato la morte di cinque persone.
Insomma è ben difficile negare che l’impianto di Mayak di problemi ne ha creati un bel po’.