petrov01Cosa succede quando vivi in un regime talmente convinto di essere nel giusto che ogni piccola deviazione è considerata un tradimento? E cosa succede quando le decisioni importanti per la sopravvivenza di una nazione sono affidate a sistemi automatici, che hanno la fiducia incondizionata dei loro operatori? Cosa succede se quelle macchine perfette un giorno commettono un errore? E se da quell’errore dipende la sopravvivenza di milioni di persone?
Questi sono i temi che la storia di oggi cerca di affrontare. Lo fa ripercorrendo la vita di una sola persona, un militare sovietico, fino a qualche tempo fa del tutto sconosciuto, ma diventato poi un mito, per un’azione compiuta molti anni prima, nel 1983. Quel militare si chiamava Stanislav Evgráfovič Petróv. É morto a 77 anni il 19 maggio 2017. Cominciamo dunque dall’inizio.

Un ragazzo sovietico

Quando la seconda guerra mondiale finisce, Stanislav ha sei anni. É un ragazzino sovietico, di Vladivostok, città all’estremo oriente della grande Russia, affacciato sulle coste dell’oceano Pacifico. É un bel giorno perché può riabbracciare suo padre, uscito vivo dall’inferno del conflitto. É un aviatore, suo padre, ma la sua carriera a cui teneva tanto, deve fare i conti proprio con la guerra. Eppure ha accumulato informazioni, riviste, pubblicazioni sugli oggetti volanti: gli aerei prima e i missili poi. Stanislav li vede girare per casa e ne è incuriosito.
Un uomopetrov01 saggio suo padre, dai consigli adatti a quell’ambiente, quello dello stalinismo, quando, ogni tanto, qualche padre di famiglia scompare senza lasciare traccia. Succede anche a Vladivostok. Sono gli avversari del regime sovietico o quelli che la polizia segreta ritiene tali, a volte con giustificsistema diazioni semplicemente ridicole. Finiscono nei gulag a milioni, ma di questo nessuno sa niente, nessuno parla.
In realtà, la guerra non è affatto finita. Solo che il nemico adesso è un altro. Non più le milizie hitleriane, ma la fame, la scarsità di generi di prima necessità, la legna da ardere, la prospettiva di un domani migliore.
E il padre di Stanislav gli dà un consiglio prezioso, uno di quelli che non lo abbandoneranno mai, fino alla fine della sua esistenza. Gli dice: “Ascolta più di quanto parli”. Stanislav esegue. In silenzio osserva, osserva e impara. Ascolta i discorsi di politica senza mai intervenire, osserva i reduci tracannare vodka per dimenticare gli orrori vissuti e calmare l’ansia attuale, vede le donne usare la propaganda di partito per accendere il fuoco. Il nuovo nemico è più subdolo, è la povertà e la lotta è quella per la sopravvivenza.
É un bravo ragazzo; a scuola ama particolarmente le materie scientifiche, la matematica più di ogni altra. Gli sembra che i numeri siano oggetti sinceri, degni di rispetto, non mentono. Ma soprattutto è un grande osservatore, che è la premessa al pensiero, al ragionamento, ad acquisire un pensiero critico, che sarà tanto fondamentale quanto pericoloso una volta diventato adulto.

La guerra non finisce qui

Anche a livello generale la guerra non è finita, si è solo trasformata in qualcos’altro, qualcosa che oggi sembra perfino assurdo. Non ci sono più gli eserciti contrapposti sui campi di battaglia, sono dislocati nel paese, anzi in due enormi paesi, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America. E poi, ciascuno ha i suoi fan, che si prestano ad accogliere armamenti e battaglioni. In Italia ci sono le basi Nato, in qualcuna verranno installate delle testate nucleari, pronte all’uso. Stare da una parte o dall’altra significa accettare lo stile di vita, le regole e le leggi che sono in vigore.
É la guerra fredda, perché è silenziosa e quasi sottobanco. Vede agire le organizzazioni nascoste, i servizi segreti, lo spionaggio e il controspionaggio. Nascono apposite sezioni militari con scopi molto specifici. In una di queste, come vedremo presto, finirà anche Stanislav Petròv.
petrov04Qual è il sentimento dominante che si manifesta nei due blocchi? É il sospetto, che si manifesta in vari modi. Se in America scoppia il maccartismo, per via di un senatore pazzo che vede mostri comunisti dappertutto nella società statunitense, anche a Mosca non si scherza. Si è convinti che prima o poi gli Stati Uniti lanceranno un attacco contro le città russe, per prendere il potere su tutto il mondo. É un pensiero diffuso quello dell’invasione degli eserciti nemici in quel periodo.
In questo ambiente cresce Stanislav. Si interessa di aviazione e missilistica, è bravissimo in fisica, un ragazzo al quale lo stato guarda con estremo interesse. Scienza ed esercito, conoscenze e armamenti, cosa si vuole di più?
Arriviamo così al 1956. Stanislav compie 17 anni e viene ammesso all'Istituto Superiore di Ingegneria Radio-Tecnica di Kiev dell'Aeronautica Militare Sovietica. É un grande onore, entra in un mondo, quello dell’esercito, sicuramente privilegiato rispetto a gran parte delle masse. La sede è a Kiev, nella repubblica socialista Ucraina, dove arriva col treno, contento perché è quello che vuole: imparare tutto il possibile su quelle materie. Ed è qui, a Kiev, che il ragazzino diventa un uomo, con competenze elevate. Mantiene il suo modo d’essere, quello che il padre gli ha suggerito: riflessivo, silenzioso, perché bisogna sempre ascoltare più di quello che si dice.
Lo studio è importante, in accademia è l’ingegneria ad occupare la sua mente. Mentre i bambini guardano lo Sputnik lampeggiare nel cielo notturno con stupore, Stanislav studia la matematica che lo fa volare.
Lo studio serve anche a rendersi conto che, al di là di tutte le nozioni e le formule, che aprono la strada a strumenti sempre più straordinari, c’è l’uomo che non deve permettere che siano le macchine a prendere decisioni fondamentali per la propria vita e per quella degli altri. Ci possono sempre essere degli errori. E di errori ce ne sono stati, fin troppi. Nel 1956, al 20° congresso del PCUS, Nikita Kruscev toglie la maschera al mito di Stalin, raccontando gli orrori che hanno sostenuto la sua politica. Ma è anche l’anno in cui 150 mila militari dell’armata rossa invadono l’Ungheria, che chiede maggiore indipendenza da Mosca. Ci sono tremila morti e 250 mila sfollati da Budapest. Già, gli errori, eccoli. Se Stalin e lo stato possono commettere degli errori, altri ne possono capitare. Lo pensa il giovane Stanislav, ma tiene per sé quei pensieri così pericolosi.
Si rifugia nella scienza e in quel quadernetto di pelle, che porta da Vladivostok e che terrà con sé per tutta la vita. Vi ha raccolto tutti gli appunti che ha potuto trovare nelle riviste, nei manuali, soprattutto negli appunti del padre.

Gli studi per la guerra fredda

A cosa porteranno gli studi che sta seguendo a Kiev? Sarà uno dei tanti ragazzi, inquadrati nell’esercito, istruito e cresciuto per gestire installazioni radar, intercettare segnali stranieri, specie quelli dell’Occidente, imparare ogni cosa sui sistemi di rilevamento missilistico sovietico. La guerra fredda questo pretende da un compagno dell’URSS. La guerra fredda non è uno scherzo, bisogna essere prepararti ad ogni tipo di attacco.
Chi ha seguito le vicende di Allen Dulles e la sua direzione della CIA, sa perfettamente che avere paura di un attacco americano non è un’idea così balorda. Dunque i servizi di controllo delle mosse avversarie assumono in quel periodo una importanza assoluta.
La vita a Kiev non è facile. La guerra ha lasciato segni profondissimi nella città, la gestione comunista non è in grado di soddisfare la maggior parte delle esigenze di giovani ragazzi. Ma Stanislav non si lamenta mai: osserva, ascolta, impara. E non si limita a studiare, ma cerca di capire tutto quello che serve, ad esempio come funzionano le nuove stazioni di allerta precoce, che monitorano i lanci di missili sopra l’arco polare. Purtroppo quando incontra informazioni contrastanti o ha dei dubbi sul sistema di difesa e ne chiede spiegazioni ai suoi insegnanti o ai suoi superiori, la risposta è sempre la stessa. “Domanda irrilevante”, lo Stato non sbaglia mai. “Come Stalin?” si chiede perplesso Stanislav.

Ci sono errori ed errori

petrov01Nell’Unione Sovietica si sa poco di tutto questo, di Stalin, dell’Ungheria e di tutto il resto. La radio continua la sua programmazione tranquilla, impostata
all’ottimismo, al patriottismo, di altro non si parla. Eppure, nelle camerate dei cadetti a Kiev, i ragazzi sussurrano e discutono, perché le notizie trapelano, specie quelle che riguardano l’esercito. Stanislav non partecipa, se ne sta da parte, ascolta ma non interviene. Sa bene che il sistema ti ascolta, meglio una passeggiata notturna in cortile a guardare le luci delle antenne che si accendono e spengono: le macchine non mentono … almeno così crede quel ragazzo che non ha ancora compiuto 20 anni.
Ma le riflessioni ci sono e riguardano gli errori e le conseguenze a cui possono portare. Non è più così sicuro che lo Stato abbia sempre ragione, la sua fede vacilla, ma la sua lealtà è ferrea e non cambierà mai nel corso di tutta la sua vita. Cosa resta, se l’uomo è così imperfetto da commettere errori così gravi? Gli restano la logica e i numeri, che non possono essere manipolati. Nel buio del cortile questi pensieri restano dentro la sua testa: sono pericolosi, meglio tenerli per sé.
Dopo la laurea nel 1960, viene assegnato nei pressi di Mosca in un centro di controllo del Sistema di Allerta Rapida per gli Attacchi Missilistici a Serpukhov-15, il luogo dal quale l'Unione Sovietica osserva il cielo, in attesa del peggio. É un bunker sotterraneo, circondato da pareti in cemento e acciaio spesse due metri, responsabile di rilevare attacchi nucleari nemici. La sala è piena di luci lampeggianti, segnali in codice, uomini in divisa attenti ai loro display. Si lavora nella più assoluta segretezza e la catena di comando è breve e finisce direttamente al Cremlino. Le operazioni che si conducono riguardano prevalentemente i missili intercontinentali, quelli che il governo statunitense o la NATO potrebbero lanciare da un momento all’altro verso le postazioni sovietiche e le città della grande Russia. Là dentro ci sono solo militari, di quelli che sono stati preparati fin da ragazzi per questo scopo.
Certo capacità di analisi e di osservazione sono importanti, ma prima di tutto viene la lealtà e la fiducia cieca nei confronti dello Stato. Quello che fa è sempre fatto bene: ecco cosa ci vuole.

Fiducia cieca contro ragione

La responsabilità di quegli uomini è enorme, spesso più grande di loro. Il sistema è automatico, progettato per essere veloce ed efficiente. Non c’è tempo da perdere quando una lampadina si accende. Dopo 20 minuti è già troppo tardi: le contromisure devono partire in tempo e per questo l’allarme da Serpukhov-15 non può tardare.
Ma Stanislav capisce subito che la velocità di esecuzione, in quelle condizioni, non può essere sinonimo di certezza o di prudenza. E tornano i suoi pensieri sugli errori: e se il sistema automatico si sbagliasse? Si scatenerebbe una guerra nucleare per un errore.
Ma in quell’Unione Sovietica segreta, di cui nessuno sa nulla, le cose vanno così. Se sullo schermo compare la scritta "lancio", si dà per scontato che si va verso una guerra. Petrov, nel suo silenzio, con la sua abitudine ad analizzare ogni dettaglio, a riflettere e studiare, non si fida di quelle macchine, perché, in quel sistema, considerato perfetto, nota dei difetti. Non grossolani, ma pericolosi, perché possono dare dei falsi positivi. Il che significa che possono interpretare come lancio di un missile nemico, qualcosa che con i missili non ha niente a che fare. Ad esempio, i sensori possono interpretare male la luce solare riflessa dalle nuvole. Alcuni satelliti hanno una scarsa copertura orbitale. Più di una volta si chiede se il protocollo di risposta non sia troppo frettoloso o troppo dipendente dalle macchine, perché alla fine la decisione la prende l’uomo, ma le conclusioni delle analisi non sono sue … lui può solo accettarle … oppure no.
petrov01Anche queste sono considerazioni pericolose, che sarebbe meglio non fare e, se le fai, ci sono delle conseguenze.
Stanislav si mostra molto preparato, scrupoloso, non si tira mai indietro: è un modello e come tale è benvoluto dai suoi colleghi e dai superiori, anche se quella sua calma, quella prudenza, quelle mezze parole sulla presunta infallibilità del sistema qualche preoccupazione la creano. Tuttavia i suoi superiori hanno piena fiducia in lui tanto che il colonnello Sergej Avdeyev, in un rapporto privato, scriverà anni più tardi: “Il tenente colonnello Petrov dimostra un grado di logica e autocontrollo raro persino in questa divisione d'élite. Se mai arriverà il giorno in cui sarà necessario dubitare, mi fiderò di lui per mantenere la linea".
Il lavoro di Petrov non è così semplice come potrebbe sembrare. Ogni accensione di una lampadina, avvia una procedura, un protocollo definito nei dettagli dallo stato. Secondo Petrov i tempi di quel protocollo sono troppo brevi, non danno sufficiente tempo per controllare tutto, per verificare di cosa effettivamente si tratti. É il suo lavoro, tutto lo studio fatto serve per capire se il segnale che arriva rappresenta davvero l’arrivo di un missile o qualcos’altro o, addirittura, se si tratta di un falso.
Nonostante i miliardi spesi per costruire quel sistema, alla fine è un uomo, come Petrov, quello che deve decidere cosa fare.
Non una cosa semplice, specie se si considera l’epoca. Quando Stanislav arriva nel bunker le relazioni tra USA e URSS non sono certo idilliache: c’è stata la conquista di Cuba da parte di Fidel, che ha instaurato un regime comunista a due passi dalla Florida, c’è stato l’intervento di Kruscev, la crisi dei missili, che ha tenuto il mondo intero con il fiato sospeso, in attesa di vedere funghi atomici spuntare qua e là.

Sistema di rilevamento OKO

Un clima che ha indotto il governo di Washington ad aumentare la propria dotazione di armi, di missili nucleari soprattutto. La risposta di Mosca non si fa attendere. Viene costruito con spese ingenti un sistema di rilevazione, chiamato OKO (Occhio), progettato per rilevare la partenza di un’arma nucleare dal suolo occidentale.
Ed è proprio con questo sistema, OKO, che Stanislav Petrov si trova a lavorare. In tutta l’Unione Sovietica chi conosce questo sistema di intercettazione ha una fiducia estrema nel suo buon funzionamento. É quasi una fiducia religiosa, dogmatica, come quella riservata a molte altre decisioni che vengono dal Cremlino. Pochi hanno dei dubbi, uno di questi è quel militare di Vladivostok arrivato nel bunker col suo quaderno di pelle.
Tecnicamente il sistema OKO si affida a due modalità. La prima utilizza sistemi radar terrestri, la seconda un rilevamento satellitare ad infrarossi. E sono proprio i segnali mandati dai satelliti che possono essere soggetti a falsi positivi, nel senso che riflessi della luce solare, brillamenti atmosferici o anomalie nel percorso orbitale, possono indurre in errore e far passare normali condizioni atmosferiche come l’arrivo di una testata nucleare. Il sistema dei radar terrestri è più sicuro, ma anche più lento ed è ovvio che, in quelle condizioni, un segnale dato in ritardo può diventare del tutto inutile. E poi la copertura radar è limitata, ci sono zone da cui non è possibile avere notizie. Un lavoro complicato insomma, ma che soprattutto ha bisogno di una enorme dose di competenza oltre che di buon senso. Tutte cose che, per fortuna, Stanislav Petrov possiede.

Serpukhov-15

Stanislav è nel bunker di Serpukhov-15, ma ha cambiato postazione. Ora è in quella centrale, che controlla tutte le altre, comanda quegli uomini che fissano i display in attesa di una luce che si accenda. Quando succede si rivolgono a lui perché prenda la decisione opportuna. É diventato l’uomo che alza il telefono per parlare con il Cremlino.
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Il suo modo di pensare è sempre lo stesso. Negli anni ha costruito un archivio personale delle anomalie che il sistema di rilevamento ha evidenziato, una specie di diario segreto. É anche chiaro che ci sono anomalie di vario tipo. Quanto gravi sono queste? Sono gravissime proprio per quello che si fa in quel bunker. La differenza tra una segnalazione positiva o negativa può significare guerra e una guerra nucleare, con distruzione totale.
Una volta il sistema segnala come brillio di missili sul Dakota, quello che è semplicemente un banco di nubi che riflettono la luce del sole. Non è l’unico caso, ogni tanto succede e occorre che, in quel frangente, ci sia qualcuno capace di distinguere una situazione dall’altra. Petrov lo sa benissimo e qualche volta lo dice ai suoi sottoposti: “Le macchine non pensano, calcolano. Ma, a volte, il problema non è il calcolo, ma quello che noi pensiamo al riguardo.”
Del suo lavoro a casa non parla mai, neanche con la moglie Raisa, anche se a volte qualche frase la dice, magari la sera davanti ad una tazza di tè. Raisa riferirà che una volta si sente chiedere: “Cosa succederebbe se un uomo dovesse decidere se bruciare il mondo basandosi su una luce lampeggiante?” Ma tutto termina là, non ci sono discussioni di nessun genere sull’argomento.
Gli sviluppi tecnologici proseguono, verso la fine degli anni ’70 nuovi satelliti vengono messi a disposizioni del sistema di rilevamento. Sono in grado di passare più tempo sui cieli statunitensi, ma non sono molto stabili. Questo però non si può dire. Petrov lo sa e, dall’alto della sua esperienza, non solo fa notare questo particolare così importante, ma suggerisce anche ipotesi di miglioramento, cozzando ancora una volta contro la cieca fiducia dei superiori nell’infallibilità dello stato.

Buoni e cattivi

La logica nella guerra fredda è strana. Tutte e due le potenze in gioco pensano di essere i buoni mentre l’altra parte è cattivissima e così imbecille da voler cominciare una guerra totale. Lo pensano gli americani e i sovietici. Così nel centro di Serpukhov-15 tutti sono convinti che il primo attacco partirà da Washington. In questo modo ogni manovra, esperimento nucleare, esercitazione della NATO, viene vista come preparazione per un attacco nucleare. Ovviamente lo stesso accade, a rovescio, nei centri di osservazione americani.
Stanislav Petrov, però, si è fatto un’idea diversa sulle strategie statunitensi. Non crede affatto che stiano progettando l’assalto a Mosca, piuttosto che vogliano fomentare una continua rappresaglia anticomunista. Chi ha visto il video su Alle Dulles sa che ha perfettamente ragione.
Ma anche questo rimane confinato nei pensieri di Petrov. La prudenza in una società in cui tutti sono certi non va bene. A questo va aggiunto il fatto che Petrov non si iscrive al Partito Comunista, cosa che fanno tutti gli alti ufficiali dell’esercito. Oltre a bloccare la sua possibile carriera politica, che terminerà con il grado di tenente colonnello, questo testimonia come Stanislav Petrov in quegli anni sia del tutto isolato e sopportato solo per le sue grandissime competenze nel suo lavoro.

Missili, silos,  mostri ovunque

Stanislav sta guardando una mappa, estesa dall’Occidente a tutta la Russia, e su fino al polo Nord. Ci sono delle bandierine che segnano dei luoghi: Malmström, Minot, Grand Forks, Vandenberg si trovano in Montana, Dakota e California, sparse dunque negli Stati Uniti. Non sono città, sono le sedi di lancio dei missili nucleari intercontinentali. E poi ci sono delle linee rosse: sono i possibili tragitti di quei missili diretti verso la Russia. Ad Est altri simboli rappresentano i Silos sovietici, le armi di difesa o di risposta.
La politica di quel periodo è contrassegnata da una sigla: MAD, che in inglese suona come Mutual Assured Distruction, cioè Distruzione mutua assicurata. É quello che tiene in piedi il fragile equilibrio tra due superpotenze che riempiono continuamente gli arsenali di testate nucleari. Uno dei detti più gettonati del periodo è che gli armamenti nucleari presenti potrebbero distruggere almeno mille volte il pianeta. E questo è il motivo per cui a nessuno sano di mente verrebbe in mente di fare la prima mossa, a meno che …
petrov01É facile pensare, oggi, che tutte quelle preoccupazioni fossero esagerate, che a nessuno converrebbe iniziare una guerra nucleare, dopo aver visto cosa è accaduto a Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Eppure lo stato di attenzione è sempre ai massimi livelli, perché qualcosa può sempre succedere.
E qualcosa sta per succedere nel 1979, quando un tecnico del NORAD, il Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America, carica accidentalmente nel sistema di rilevamento la simulazione di un lancio di missili sovietici. L’esercito statunitense pensa che sia in atto un attacco nucleare russo e solo un doppio controllo impedisce una catastrofe immane. Insomma errori ce ne possono essere anche da parte degli uomini, certo che, se anche il sistema non è perfetto, la questione diventa molto più complicata.
Un simile evento suggerirebbe di dare un po’ meno credito a quelle macchine, di rallentare la produzione di armi, invece succede il contrario. Più satelliti. Più protocolli. Maggiore pressione per una risposta immediata. La guerra fredda è così e non c’è distinzione tra i protagonisti in gioco.
Petrov vede, nella fretta di dover decidere, un’arma tanto pericolosa come i missili che potrebbe innescare. Durante una esercitazione viene ripreso dai superiori perché non dà il via libera ad una segnalazione del sistema. Secondo lui si tratta semplicemente di un errore di rilevazione, il sistema insomma è incoerente. L’accusa si smorza da sola quando si capisce che aveva ragione, ma quella era solo una prova, e se fosse stata reale? Che decisioni avrebbero preso gli alti gradi dell’esercito e della politica?
Nonostante tutto, Stanislav percorre tutta la carriera possibile, sempre guidando la sua truppa nel bunker di rilevamento missili. Cerca di insegnare ai suoi uomini la prudenza a non buttarsi a capofitto solo per aver visto una lce accendersi. Qualcuno lo ascolta convinto, altri pensano che sia troppo cauto.
La sua vita famigliare ha dei problemi. Sua moglie diabetica contrae il cancro. I turni massacranti a cui è sottoposto gli consentono poco tempo da dedicare loro, anche quando Raisa è ricoverata in ospedale.

La tensione sale, anche nel bunker

Intanto nel mondo succedono alcuni fatti importanti per la nostra storia. L’Unione Sovietica di Breznev invade l’Afghanistan. Dall’altra parte dell’oceano Ronald Reagan rafforza le dotazioni militari. Poi nel 1981 ecco l’esercitazione Able Archer, un gioco di ruolo così realistico da far pensare ai sovietici che si tratti di una copertura per un attacco vero.  Il servizio segreto russo, il KGB, lancia l’operazione RYAN, programma per rilevare un imminente attacco nucleare.
Ovviamente tutto questo trambusto ha conseguenze anche nel bunker di Petrov. Più esercitazioni, protocolli più rigidi, livelli di allerta più elevati. Ci vuole più fiducia nel sistema. Quando una nuova generazione di missili statunitensi viene schierata in Europa, l’esercito sovietico si affida in modo sempre più massiccio all’automazione del sistema OKO, con nuovi satelliti a maggiore copertura. Ma, per Petrov, i problemi sono sempre gli stessi.
petrov01Lui ha visto tutto quello che si può vedere. É stato accompagnato a visitare un Silos. Si tratta di una enorme struttura che sembra del tutto vuota, ma nel sottosuolo ecco la struttura circondata da enormi muri di cemento armato, con quelle camere di compensazione che ricordano i sottomarini, fino ad arrivare al tubo di lancio: alto come un palazzo, impressionante.
Di luoghi come questi in Unione Sovietica ce ne sono parecchi, sconosciuti, segreti. Quella visita impressiona Petrov, per il clima di sospensione, di attesa … l’attesa di un ordine che apra gli sportelli e liberi i mostri. Quell’ordine può arrivare anche da lui.
Gli ufficiali vengono accompagnati in queste visite perché abbiano chiaro, oltre all’efficienza e alla potenza dello Stato, anche il fatto che le armi, che loro possono innescare, non sono concetti astratti, ma solide realtà che rendono sicura e vincente la patria del socialismo. 
Nella primavera del 1983 c’è un’esercitazione segreta. In codice Vystrel. Viene simulato un attacco nucleare occidentale e il conseguente contrattacco sovietico. Uno degli scopi principali è di valutare la prontezza delle segnalazioni e quindi delle risposte. La sala di controllo nel bunker vede molti ufficiali subalterni eccitarsi all’accensione di questa o quella lampadina. É stato assicurato che il sistema è stato aggiornato: più veloce, automatizzato, con protocolli più ristretti. Tempi di verifica quindi sensibilmente ridotti. Ci si fida della macchina, ma Stanislav deve intervenire più volte per calmare l’entusiasmo dei suoi uomini, invitandoli a non avere fretta, a controllare i dati, alcuni dei quali risultano falsi. Usare la testa, non dare niente per scontato. Sono queste le parole che Petrov continua a ripetere.

É passato qualche mese dall’esercitazione e Petrov sta per entrare nella sala di controllo. Là fuori, nel mondo reale, gli Stati Uniti testano il missile MX Peacekeeper, un’arma così potente da essere in grado di distruggere decine di silos sovietici in un colpo solo. É drammaticamente sarcastico il nome dato a quell’arma. Peacekeeper significa infatti “mantenitore di pace” e mantenere la pace con armi di distruzione è un ossimoro mica da ridere. La risposta sovietica, ovviamente, è di intensificare ogni cosa che riguardi la difesa basata sul sistema OKO, il sistema che solo pochi mesi prima aveva dato segnali completamente errati, individuati per tempo da Petrov.
Poi avviene un incidente; un aereo sud coreano di linea invade lo spazio aereo sovietico, quello proibito. Un caccia abbatte l’aereo. Ci sono 269 morti, tra i quali un deputato statunitense.
Per Mosca un tragico errore dovuto alla difesa del suolo nazionale. Ma l’indignazione del mondo per quei morti cambia l’umore dei militari presenti nel bunker. La paura che quell’episodio venga preso come scusa per attaccare è forte. Tutto viene messo in stato d’allerta. É la situazione ideale per commettere un errore.

26 settembre 1983: ci siamo!

petrov01Il 26 settembre 1983 Petrov non è di turno, ma il collega si ammala e lui lo sostituisce. A mezzanotte è seduto alla sua consolle, guarda attorno quel bunker silenzioso, guarda i suoi uomini. Sono concentrati, tranquilli, silenziosi.
13 minuti dopo la mezzanotte la luce rossa sopra la postazione di Petrov comincia a lampeggiare: è l’allarme. Quella stanza calma e silenziosa si riempie di militari che corrono alle loro postazioni, un fortissimo suono d’allarme lacera l’aria, i telefoni cominciano a squillare. Ecco, pensa Petrov, stavolta ci siamo: sarà un attacco e la fine del mondo o un nuovo errore del sistema perfetto?  Più delle luci e dei suoni quello che mette addosso un’ansia tremenda è la scritta che compare sullo schermo:
"SEGNALE START-1 RICEVUTO. PROBABILE LANCIO MISSILE. ORIGINE USA."
“Probabile” non significa niente: quanto probabile? Questo è quello che devono scoprire i militari dentro quel bunker. Qui tutto è nelle mani di OKO, il sistema ritenuto super-sicuro dalle autorità sovietiche. Petrov si muove all’istante, non per dare l’allarme, ma per controllare i dati, la loro bontà. Si affida al satellite Kosmos-1382, che rileva il lancio di un solo missile intercontinentale proveniente dagli Stati Uniti continentali. Il radar di terra non conferma, non ancora. Lui e tutti i suoi uomini, sanno bene cosa si deve fare e con quale rapidità. C’è solo una piccola manciata di minuti a disposizione. Verificare sì, ma poi segnalare allo Stato Maggiore e prepararsi ad una escalation totale.
Ma Petrov non lo fa, c’è qualcosa di strano che non lo convince. Se gli Stati Uniti attaccano l’Unione Sovietica, lanciano un solo missile? Che razza di attacco è? Potrebbe essere un missile partito per sbaglio e questo farebbe tutta la differenza del mondo. Prima che possa pensare ad altro, ecco di nuovo la sirena, le luci rosse e un nuovo messaggio. Ci sono altri missili partiti dall’altra parte del mondo: un secondo, un terzo, un quarto, cinque in totale. Lo schermo cambia la scritta, questa volta dice:
“CINQUE LANCI RILEVATI. ALTA FIDUCIA”.
É sparita la probabilità, sostituita da “alta fiducia” che è come dire che questa volta la probabilità è molto elevata. OKO è piuttosto certo che si tratti di missili in arrivo e non di anomalie meteorologiche o riflessioni luminose delle nuvole.

Una decisione difficile, definitiva

Bisogna muoversi in fretta, tutti là dentro aspettano che il loro superiore chiami il Cremlino, ma Petrov resta calmissimo, non è convinto, perché quella cosa non ha alcuna logica. Se ci attaccassero davvero non manderebbero solo cinque missili, li manderebbero tutti, pensa a voce alta, interrompendo il panico crescente dei suoi colleghi. Poi chiama il supervisore di turno e dà un ordine: “Tutti i canali di verifica vengano reindirizzati tramite radar a terra”. L'operatore esita e prova a giustificare la sua fretta: "Ma … il protocollo, compagno colonnello." “E lo sto cambiando», risponde Petrov. A mezzanotte e diciassette comincia il conto alla rovescia. Il protocollo prevede che adesso lui abbia solo 60 secondi per dare una risposta finale su quello che quell’allarme rappresenta. Petrov sa perfettamente che non seguire il protocollo significa per lui andare incontro a fastidi, forse al licenziamento, forse a qualcosa di più grave. Ma non gliene importa nulla. Controlla ogni cosa possibile. Ci sono i cinque indicatori di lancio sulla mappa degli Stati Uniti che lampeggiano. Ma non c’è alcuna conferma radar, non ci sono dati sismici di nessun genere, che il lancio di un missile inevitabilmente si porta dietro. Nessun segno di un vero attacco.
Tutto nel sistema gli dice che la guerra è iniziata. Ma tutto dentro di lui gli dice che non è così.
Si volta e prende il telefono.
Alza la cornetta, la linea è collegata direttamente con la sala operativa del Comando.
Driiiiin driiiin
Dall’altra parte, risponde chi è abituato a comandare. Chiede il rapporto. Con voce ferma e fredda, Stanislav Petrov dice: “É un falso allarme, malfunzionamento del satellite. Nessun lancio confermato. Non intensificate la situazione. Non procedete”. Deve ripeterlo una seconda volta, per conferma.
Nella sala del bunker cala il silenzio, vicino a lui qualcuno chiede “Ne sei sicuro?
La risposta è chiara: “No – dice Petrov – ma preferirei avere torto ed essere vivo, che avere ragione ed essere morto”.
Ora si tratta semplicemente di aspettare. O entro un quarto d’ora o poco più ci saranno esplosioni o non succederà niente. Torto e ragione si verificheranno così.
I minuti passano con una lentezza esasperante, venti minuti sembrano durare ore. Se si fosse sbagliato, se non avesse dato fiducia ad un sistema automatico che l’intera Unione Sovietica dava per perfetto, avrebbe condannato intere città e le loro popolazioni alla distruzione: Mosca, Leningrado, la sua Vladivostok.
Ma non ci sono esplosioni, non ci sono scosse sismiche, nessuna conferma radar … poi le luci sugli schermi, come si erano accese d’improvviso, d’improvviso si spengono, tutte e cinque. Non è successo niente. É stato un allineamento cosmico raro. Il sole ha ingannato tutti i sensori ad infrarossi, facendo sì che interpretassero la luce solare riflessa dalle nuvole come il lancio di missili.
Petrov, con la sua decisione, ha evitato lo scoppio della terza guerra mondiale.

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E poi ... non succede niente!

Tutto questo dura un quarto d’ora. A Mezzanotte e 25 Petrov richiama il comando annunciando che il sistema OKO è tornato stabile e che non ci sono stati lanci.
La scelta giusta non ha conseguenze, né in un senso né in un altro. Non ci sono rimproveri ma nemmeno ringraziamenti, se non a mezza bocca da qualche suo sottoposto che ha vissuto in diretta l’intera scena.
Redigere il verbale non è solo una noia, in questo caso occorre stare attenti. Non si può accusare di nuovo il sistema OKO e i suoi religiosi fedeli, non vanno fatte valutazioni personali. Lo scritto è neutro, freddo, ma lui sa bene che, qualsiasi cosa possa scrivere, qualcuno leggerà tra le righe e capirà ogni cosa.
Il giorno dopo viene convocato al quartier generale della Difesa Aerea a Mosca. In una piccola stanza ci sono cinque uomini: tre ufficiali di alto grado e due civili, agenti segreti del KGB.
Racconta per filo e per segno quello che è avvenuto in quel quarto d’ora. Gli viene chiesto perché mai aveva deviato dal protocollo e lui, senza esitazione spiega che era convinto che fosse un errore e che aveva bisogno di ulteriori conferme. “E se ti fossi sbagliato?” gli chiede un generale. “Allora non sarei qui”, risponde Petrov.
Se ne va e non succede niente di niente. Quell’episodio nel bunker di Serpukhov-15 è come non fosse mai avvenuto.
Nessuno parla, nemmeno lui, abituato alla riservatezza più assoluta, perfino a casa, non importa, lui è fatto così.
Stanislav Petrov ha fatto due cose distinte ed opposte: sicuramente ha salvato milioni, forse miliardi di persone, ma non ha rispettato le regole del regime. Cosa è più importante? Per noi sicuramente la prima cosa, per altri ….

Una magra pensione, poi succede qualcosa ...  finalmente ...

Petrov non è nessuno in Russia. Va in pensione a 45 anni, una pensione misera che non gli consente che di sopravvivere. Non possiede niente, se non una vecchia radio sgangherata che mette sul davanzale della finestra. Non si lamenta mai, comincia a scrivere, ma non di quella notte, scrive di sicurezza, di questioni tecniche e lo fa per sé, annotando i suoi pensieri su quel quadernetto in pelle portato molti anni prima da Vladivostok.
Poi succede qualcosa di grosso: il regime comunista si sbriciola. Nel 1991 la grande Russia si frantuma. Al suo posto nasce il caos. Collasso economico, confusione politica, ascesa di pochi ricchissimi oligarchi è il contraltare di poveri, che però sono molti, moltissimi. Le lunghe file davanti ai negozi, una pensione diventata inutile per l’inflazione arrivata alle stelle. Del suo gesto eroico non si dice nulla e lui stesso sembra dimenticarlo.
Poi, un giorno, succede qualcosa di inaspettato. Un generale che aveva comandato il sistema di difesa missilistico nei primi anni ’80, scrive le sue memorie e racconta per filo e per segno di quella notte tragica coi cinque missili che si pensava fossero partiti dagli Stati Uniti. Non fa il nome di Stanislav, ma non ci vuole molto che la stampa arrivi a bussare alla sua porta. Di colpo quel gesto riscrive la storia della guerra fredda.
Così arrivano gli encomi e i premi, da parte di associazioni pacifiste e per il disarmo e poi anche da parte dell’ONU, con la motivazione di “aver impedito una potenziale guerra nucleare” … letteralmente”!

Stanislav Petrov entra nei libri di storia

Nel 2004, un ricercatore della casa Bianca sfoglia una rivista e vi trova la storia incredibile di Petrov, raccontata dal generale Yuri Votintsev. Ed è così che, finalmente, Stanislav Petrov entra nella storia, entra nei libri di testo, diventa un simbolo, migliora leggermente anche la sua situazione economica e può comprarsi una radio nuova.
Per riassumere possiamo usare una frase di Scott Sagan, professore dell’Università di Stanford, uno dei grandi esperti in sicurezza strategica, il quale dice: Petrov non ha salvato il mondo per caso. Lo ha fatto scegliendo il dubbio anziché la dottrina, riconoscendo che l'infallibilità tecnologica è un mito”.
Questo è solo l’inizio, perché di Petrov poi hanno parlato tutti.
Nel 2014 è stato presentato il documentario di Peter Anthony “The Man Who Saved the World” (L’uomo che ha salvato il mondo), che ha ricevuto elogi nei festival di tutto il mondo.
Nelle aule e nelle sale conferenze, gli studenti hanno studiato l'evento come parte della storia della Guerra Fredda.
Nella Silicon Valley, gli esperti di etica dell'intelligenza artificiale hanno citato Petrov nei dibattiti sull'autonomia delle macchine e sull'insostituibilità del giudizioumano.
petrov12Negli Stati Uniti la sua storia ha un effetto a catena. L'ex Segretario alla Difesa William Perry, da tempo sostenitore della riforma nucleare, inizia a citare la decisione di Petrov nei discorsi in cui chiede un cambiamento di politica che avrebbe aumentato il tempo tra l'ordine di rilevamento e quello di lancio.
A Ginevra, i delegati hanno fatto riferimento alla storia di Petrov durante le discussioni della Commissione per il disarmo delle Nazioni Unite.
A Tokyo, nel 2012, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki hanno tenuto una veglia a lume di candela in suo onore.
Perfino durante i briefing della NATO, il caso di Petrov diventa parte integrante dell'educazione alla pianificazione di emergenza, un fantasma nella dottrina, che ricorda agli ufficiali che i dati senza discrezione sono come una pistola carica puntata contro la Terra.

E a Mosca?
Silenzio.
Il governo russo non ha ancora fornito alcun riconoscimento ufficiale.
Ma Petrov non ne ha più bisogno. É diventato una lezione che il mondo ha iniziato a imparare.
Stanislav Petrov diventa famoso, ma la sua vita personale non cambia. Rimane nella sua piccola casa e rilascia a fatica qualche rara intervista. L’ultima ad una ONG svedese, quando dice: “Osserva attentamente. Rifletti attentamente. Non fidarti mai di una macchina più di un uomo".
Sono le sue ultime parole pubbliche. Muore il 19 maggio 2017.
A Ginevra c’è un centro di pace, che a lui ha dedicato una targa. C’è scritto: “In memoria dell’uomo che scelse di non porre fine al mondo”. É una frase semplice, come lui. Sono sicuro che gli sarebbe piaciuta.

Fonti:
Wayne Gombar: Stanislav Petrov: The Man Who Saved The World...: An Unofficial Biography, 2025
Matthew Rivers: Stanislav Petrov: The Man Who Saved the World, 2023
J Falan: The Petrov decision
Documentario: The man who saved the world- https://www.youtube.com/watch?v=az0xQ4mkwxo
Film: The Man Who Saved the World, 2014 regia Peter Anthony