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Introduzione

Questa sera vi voglio raccontare una storia molto interessante che riguarda uno stato a noi molto vicino, il Vaticano. Meglio chiarire subito: non parleremo di religione, ma di cose molto più terra terra, come le finanze, le banche, le sovvenzioni a partiti stranieri e, come spesso ci capita, parleremo anche di morti ammazzati.
Le fonti, più che mai doverose in questo contesto sono alcuni libri, pubblicati negli ultimi anni, come “Vaticano SpA” di Gianluigi Nuzzi, edito da Chiarelettere; “Vaticano rosso sangue” di Vittorio di Cesare e Sandro Provvisionato, edito da Olimpia; “Mai ci fu pietà” di Angela Camuso, edito da Castelvecchi, quest’ultimo sulla storia della banda della Magliana, che ci servirà soprattutto nella prossima puntata sul Vaticano, quando parleremo del sequestro di Emanuela Orlandi. Ed inoltre tutta la letteratura che si può trovare in rete (articoli di giornali dell’epoca, dossier, interrogatori e quant’altro).
Cominciamo subito.
Visto il tema così venale, la prima domanda da farsi è se lo Stato del Vaticano sia ricco o povero. In effetti a guardarlo dall’esterno ci sono parecchie contraddizioni. Da un lato vediamo una immensa ricchezza nei paramenti, nelle opere d’arte, nelle architetture di chiese e palazzi e nei possedimenti immobiliari della Santa Sede. Dall’altro conosciamo tutti di persona diversi preti che se la passano decisamente male, e che portano avanti la loro missione in mezzo a mille difficoltà economiche.
Del resto, termini come ricco e povero sono relativi e non è sempre chiaro cosa significano. Ma quando ci si mette di mezzo la politica vanno seguiti schemi precisi per definire ogni cosa. Così il Lussemburgo e il Qatar sono ricchi perché il loro PIL pro capite (cioè il reddito medio di un cittadino) supera i 100 mila dollari l’anno. L’Italia è un paese abbastanza ricco con 38 mila $ l’anno, ma c’è chi possiede barche e ville e chi non possiede neppure un lavoro. Ecco perché parlare di ricchezza di un paese non fa necessariamente dei suoi abitanti dei nababbi.
Viceversa la Somalia, con un PIL di 500 $, è povera e basta. Non occorre raccontarlo ai somali: loro lo sanno benissimo.
E il Vaticano? Il Vaticano, nelle classifiche dei PIL non compare, non c’è proprio. Perché?
La spiegazione è molto semplice. Il Vaticano è uno stato improduttivo. Vuol dire che non produce merci e quindi non può scambiare denaro con esse. Dal momento che il PIL proprio questo misura, il Vaticano non compare nella lista perché il suo PIL non è calcolabile.
Eppure ha bisogno di un sacco di soldi per mandare avanti i propri progetti e le proprie missioni. Sono andato a curiosare nel sito della Santa Sede. Alla voce Economy si legge:
La Santa Sede è sostenuta finanziariamente da una varietà di fonti, compresi gli investimenti, il reddito immobiliare, e le donazioni da privati cattolici, diocesi e istituzioni; questi finanziano la Curia Romana (burocrazia vaticana), le missioni diplomatiche, e i media. Il bilancio dello Stato della Città del Vaticano include i Musei Vaticani e l’ufficio postale ed è sostenuta finanziariamente dalla vendita di francobolli, monete, medaglie, cimeli e oggetti turistici; da contributi per l'accesso ai musei, e dalle vendite di pubblicazioni. Inoltre, una raccolta annuale arriva dalle diocesi e da donazioni dirette, che costituiscono un fondo che non rientra nel bilancio ed è conosciuto come Obolo di San Pietro, che viene utilizzato direttamente dal Papa per la carità, in caso di catastrofe, e gli aiuti alle chiese nei paesi in via di sviluppo. Il reddito e tenore di vita dei lavoratori laici sono paragonabili a quelle degli omologhi che lavorano nella città di Roma.
Mi sembra abbastanza chiaro. Anche se qualche industria in Vaticano c’è (stamperie, produzione di monete, medaglie, francobolli, mosaici e uniformi per il personale, servizi bancari internazionali e attività finanziarie) sembra non siano abbastanza per calcolare un PIL.
Ora a noi, in questa sede non interessa molto cosa guadagna il Vaticano o cosa può spendere. Le notizie al riguardo sono piuttosto complicate da trovare in rete. Quello che è certo è che il bilancio dello stato pontificio è di gran lunga inferiore rispetto a quello, ad esempio dell’Italia. Parliamo di migliaia di volte inferiore, quindi di cifre molto basse. Questo significa forse che il tenore di vita dei cittadini vaticani è di gran lunga peggiore di quello italiano? Evidentemente no. Anzi, a leggere un rapporto della CIA (l’intelligence americana) quei cittadini se la passano più o meno come quelli italiani.
Per capire meglio come sono andate le cose occorre dare un’occhiata indietro, perché la Storia (quella con la S maiuscola) spesso costruisce fortune o miserie.
Patti lateranensi 1929Durante il Risorgimento l’Italia in via di formazione si annette lo stato pontificio (praticamente tutta l’Italia centrale), lasciando in piedi solo un piccolo territorio per permettere al papa e al suo seguito di continuare a fare il lavoro apostolico di cui si era persa traccia durante gli sfarzi del potere molto temporale e assai poco spirituale. Nel 1929 il regime fascista di Mussolini ha bisogno di tutti gli appoggi possibili ed immaginabili e così si arriva ad un accordo (i famosi patti lateranensi) che oltre a un sacco di convenzioni bilaterali (come l’aver dichiarato la religione cattolica religione di stato) contiene una parte economica: la convenzione finanziaria. Lo Stato Italiano si riconosce debitore della Chiesa per le guerre del secolo precedente e per essersi incamerato i beni ecclesiastici sparsi sul territorio nazionale e comincia per questo a versare alla Chiesa un obolo mica da ridere a titolo di indennizzo.
Così al nuovo Stato chiamato «Città del Vaticano», oltre all'esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, arriva un risarcimento di «1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire». Le cifre sono ovviamente espresse in Lire di 80 anni fa. Il Sole 24 ore pubblica una applicazione che, grazie ai calcoli dell’ISTAT permette di determinare quanto vale oggi una lira di un certo anno. In questo modo quei 2 miliardi e 750 milioni del 1929 corrispondono oggi a circa due miliardi e mezzo di euro!!! Dopo una pausa continueremo il discorso.

Il Vaticano e lo Stato Italiano

Nel 1948 i Patti lateranensi finiscono dentro la Costituzione. Nel 1984 Craxi li modifica, cambiando alcune cose (ad es. la religione di stato) e introducendone di nuove, come l’8 per mille con il quale viene attualmente finanziata la Santa Sede da parte dei cittadini italiani che pagano le tasse e non destinano diversamente il loro contributo. A molti questi patti lateranensi non piacciono affatto e vorrebbero cancellarli perché non si capisce come uno stato straniero, qual è a tutti gli effetti il Vaticano, debba avere dei privilegi rispetto agli altri. E siccome i rapporti tra gli stati sono di natura politica e non religiosa vorrebbero poter decidere come popolo se questi privilegi sono o non sono legittimi. Beh, questo non si può fare, perché nessun referendum può intervenire sui patti lateranensi in quanto sono un trattato internazionale che la nostra costituzione esclude dal referendum. Una breve pausa e riprendiamo. 
Lo Stato Vaticano nasce all’indomani della firma dei patti lateranensi, nel 1929, appena Mussolini esce dalla Santa Sede. Il papa di allora, Pio XI, vara subito sei leggi, tra le quali la più importante è la prima, quella chiamata “fondamentale” che stabilisce che la Santa Sede è una Monarchia assoluta e il Sommo Pontefice ne è il re.
Dal punto di vista economico per il nuovo stato Pontificio, dimenticate le terre e le tasse da far pagare ai propri sudditi, i bilanci vaticani partono proprio dal gruzzoletto raggranellato dall’Italia fascista. Ma certo non solo. Una organizzazione così vasta distribuita in tutti i continenti e nella maggior parte degli stati del mondo deve avere dei costi davvero enormi. Ed in effetti i soldi circolano grazie agli investimenti internazionali, mobili e immobili, agli oboli dei fedeli e alle rimesse delle quasi 5 mila diocesi sparse per il mondo.
ior 03Sulla quantità di denaro che affluisce alla Santa Sede le informazioni non sono concordi. Molti sostengono che i proventi di tutte le sue operazioni economiche e finanziarie sono molto elevate. Inoltre va tenuto presente che tutto il patrimonio immobiliare della Chiesa sul territorio italiano gode di privilegi fiscali davvero notevoli. Inoltre c’è un occhio di riguardo di molti imprenditori verso la Santa Sede.
Da un punto di vista organizzativo il bilancio dello stato è gestito da un Ente Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e viene controllato dalla Prefettura per gli affari economici; questa controlla anche i bilanci dell’Istituto per le Opere di religione, il famoso o famigerato IOR, conosciuto anche come Banca Vaticana.
Lo IOR non è affatto la banca centrale del Vaticano (una specie di Banca d’Italia della Santa Sede). E’ una banca normale con il suo CdA (formato di tutti cardinali) che risponde direttamente al Papa. Insomma in caso di un buco o di malversazioni il responsabile ultimo è papa Francesco in questo momento.
A noi non interessa qui cosa fa e com’è lo IOR oggi, perché la nostra storia si sviluppa nei decenni passati del secolo scorso. Da allora e soprattutto negli ultimi anni è stato rimodernato e dotato di regole che cercano di impedire illeciti e casi clamorosi come quelli di cui parleremo tra poco. Lo statuto del 1990 prevede che lo IOR debba custodire i “beni mobili e immobili affidati alla banca e destinati a opere di religione e carità”. Altri scopi non sono, oggi, consentiti.
C’è una sola sede non lontana dall’abitazione del papa in Vaticano. L’istituto è gestito da professionisti bancari e guidato da un presidente che non deve per forza essere un religioso (oggi è l’economista francese Jean Babtiste de Franssu). Anche il direttore non è religioso. Si tratta di Gian Franco Mammì, entrato nello IOR nel 1992 come cassiere.
Il presidente riferisce ad un collegio di sei cardinali, nominati direttamente dal papa per 5 anni. Un centinaio sono i dipendenti della banca. Il bilancio è rimasto segreto fino al 2013, quando per la prima volta si è saputo quanti soldi l’istituto vaticano gestisce. Parliamo (i dati sono del 2016) di un patrimonio di oltre 6 miliardi di euro con un utile netto (sempre per il 2016) di 36 milioni di euro. I suoi clienti sono in calo rispetto al passato, ma rimangono comunque circa 15 mila. Gli interessi bancari sono piuttosto elevati, se confrontati con quelli miseri che le banche italiane riservano a noi. Si va da 4 al 12% e, non esistendo tasse all’interno dello Stato vaticano, si tratta di soldi netti. Una utile precisazione è che non ci sono azionisti cui corrispondere i dividendi. É il collegio cardinalizio a stabilire come spendere gli utili di gestione.
Questo oggi. Ma adesso è tempo di fare un salto nel passato, partendo dall’istituzione stessa dello IOR. 
Nel 1887 papa Leone 13° fonda l’Amministrazione delle Opere Religione, come sua banca personale. Nel 1942 questa istituzione viene rifondata da Pio 12° con un nuovo statuto e chiamata, appunto Istituto Opere Religiose, IOR.
É sempre all’interno dei Patti Lateranensi del 1929 che si stabilisce che gli utili dello IOR non saranno mai soggetti a tassazione da parte dell’amministrazione italiana. Come abbiamo visto questo entra a far parte della Costituzione della Repubblica Italiana nel 1947.
Il primo personaggio che incontriamo nella nostra storia si chiama Massimiliano Spada, dirige lo IOR negli anni ’50 ed ha il compito di aumentare le finanze vaticane, ma anche di far diventare l’istituto l’arbitro ideale in tutte le operazioni che riguardano lo Stato Italiano e le società private.
Il salto di qualità avviene quando Monsignor Amleto Todini presenta a Spada un suo lontano parente, un siciliano di Patti, un banchiere che si sta facendo strada nel mondo dell’economia e, soprattutto, degli affari. Si chiama Michele Sindona.

Michele Sindona

Prima che Sindona arrivi dentro il Vaticano, c’è un altro personaggio di cui dobbiamo, anche se brevemente, parlare. Si tratta Ernesto Moizzi. A Sindona lo presenta Franco Marinotti, il capo in testa della SNIA Viscosa, all’epoca la più grande industrie tessile italiana. Moizzi vende a Sindona un’azienda messa proprio male. le acciaierie Vanzetti SpA. Il banchiere siciliano capisce subito che quello che non va non è la produzione siderurgica della fabbrica, ma la gestione pessima da parte del management. In due anni mette a posto i conti, la riporta a fare profitti notevoli e la mette in vendita. Viene acquistata dalla più grande società di acciai speciali, la Crucible Steel of America. É uno dei primi passi di Sindona verso la costruzione di un impero economico e finanziario straordinario.ior 04
Fin qui tuttavia non si parla di banche e banchieri. E adesso ci arriviamo. Moizzi è anche proprietario di un piccolo istituto di credito, la Banca Privata Finanziaria. Come può una simile piccolezza entrare nelle grazie di un colosso come lo IOR? In realtà la Banca Privata gode di due enormi vantaggi. Il primo è che possiede una speciale autorizzazione governativa di operare anche nel settore della mediazione finanziaria, come le banche svizzere per capirci. Il secondo è la sua clientela, costituita da personaggi di primissimo piano nel panorama della produzione nazionale: parliamo delle famiglie Falk (quelli delle barche), Pirelli, Marinotti, Juker (quelli del cotonificio). Insomma la Banca Privata è un boccone ghiotto per chiunque. E così Moizzi si rivolge a Sindona, chiedendogli di vendere le azioni allo IOR. E così Sindona si rivolge a Massimiliano Spada e lo convince a lanciarsi nell’operazione. Spada alla fine ci sta e, per finanziare l’operazione usa un conto fiduciario presso il Credito Lombardo. Compra l’intero pacchetto, ma riserva a Sindona e Marinotti il 40%. Perché? Probabilmente per coprirsi le spalle con un banchiere dal grande avvenire e con uno dei membri influenti di Confindustria, che potrà agevolare l’allargamento della clientela a personaggi di spicco dell’economia italiana.
Ed ecco l’inghippo. Lo IOR in quel momento ha un presidente religioso, monsignor Alberto Di Jorio, che diventerà cardinale di là a poco con Giovanni 23°. Costui, sentendosi escluso dall’affare Banca Privata, intima a Spada di vendere la banca.
Questo avviene e il compratore è una holding, la Fasco A.G., sede nel Lichtenstein, di proprietà, guarda caso, di Michele Sindona.
La Banca Privata adesso è di Sindona all’80% e di Marinotti al 20%. Quando ne viene venduto il 49% delle azioni a due istituti finanziari, uno inglese e l’altro americano, i due avranno introiti favolosi e Sindona manterrà comunque il controllo con il suo 51% del pacchetto azionario.
Ecco dunque che il potere economico di Sindona diventa sempre più grande. Nel 1961 è proprietario di svariate banche e di una infinità di società grandi e piccole, nelle quali fa convogliare gli investimenti di importanti operatori mondiali: la Bank of America, la Nestlè, la Paribas, la banca belga dei Rotschild, giusto per fare qualche nome.
Nel 1964 controlla circa 50 milioni di dollari dell’epoca solo nel settore immobiliare e arrivano profitti da ogni settore industriale e produttivo.
L’ufficio tributario di Sindona, uno dei più prestigiosi della nazione, si trova a Milano Ed è qui che nasce un’amicizia molto forte tra il banchiere siciliano e l’arcivescovo della città, monsignor Giovanbattista Montini, che dal 1963 e fino al 1978 sarà papa Paolo 6°.
Nel 1968 le strade di Sindona e delle finanze vaticane tornano ad incrociarsi.
Perché?
Perché le cose per lo IOR non vanno affatto bene. Da un lato il parlamento italiano ha appena votato il ripristino della tassazione sui dividenti posseduti dal Vaticano e dall’altro per via di una serie di investimenti sbagliati. Per ironia, come scrive Nick Tosches, in una fabbrica d’armi e in un’azienda farmaceutica che produce contraccettivi orali.
Ma gli investimenti maggiori sono concentrati in due giganti dell’economia italiana: le Condotte d’Acqua e la SGI, Società Generale Immobiliare, entrambe in notevole difficoltà e bisognose di una ricapitalizzazione, quindi di nuovi investimenti. Il Vaticano pensa di abbandonare il controllo di entrambe le società.
Nel frattempo Spada, che non è più nello IOR, sostituito da Luigi Mennini, lavora come consigliere di amministrazione in diverse banche di Sindona. All’APSA c’è monsignor Sergio Guerri, al quale Paolo 6° si rivolge perché contatti, attraverso Spada, il vecchio amico Michele Sindona.
ior05Ed ecco il miracolo, termine che oggi possiamo usare visto che parliamo della Santa Sede. Sindona e la Hambros Bank di Londra rilevano i pacchetti del Vaticano e controllano di fatto le due società. Spendono in tutto 50 milioni di dollari. Convocato da Paolo 6° Sindona viene indicato come “uomo mandato da Dio”, ma il banchiere di Patti è abile e si accorge subito che qualcosa non torna. I bilanci presentati dal Vaticano delle due società acquisite sono falsati e la situazione è molto peggiore di quello che sembra. Poi, come sempre, nel giro di pochi anni Sindona rimette in piedi le aziende inserendole nuovamente nel mercato, ma quello sgarbo del Vaticano, non lo dimenticherà.
E non lo dimentica certo nel 1971, quando viene chiamato nuovamente in Vaticano. Questa volta non si tratta di salvare nessuno e neppure di fare un piacere ad un vecchio amico. No. Questa volta si tratta di fare affari insieme.
Alla riunione assieme a Sindona, partecipano il nuovo direttore generale del Banco Ambrosiano e il neo presidente dello IOR: sono Roberto Calvi e Paul Marcinkus.
E qui comincia un’altra storia.

Calvi, Marcinkus e lo IOR

ior06Cominciamo a conoscere Paul Marcinkus: lo facciamo riprendendo un brano del libro “Il mistero Sindona” uscito nel 1986 edito da SugarCo e firmato dallo scrittore statunitense Nick Tosches.
Figlio di un pulitore di finestre, nasce in Illinois nel 1922. Nel 1947 viene ordinato sacerdote, tre anni dopo è a Roma per studiare diritto canonico all’Università Gregoriana. La sua carriera passa attraverso missioni diplomatiche in Bolivia e Canada. Nel 1964 diventa guardia del corpo del papa per la sua corporatura molto robusta. Nel 1965 è l’interprete dell’incontro a New York tra Paolo 6° e Lyndon Johnson. Poi entra nei ranghi dello IOR, di cui diventa presidente nel 1971. Calvi lo aveva conosciuto diversi mesi prima e gli era stato presentato da Michele Sindona.
Ma le cose vanno malissimo. Marcinkus non capisce un fico di finanza e si rivolge ad un suo concittadino, che ne combina di tutti i colori, rischiando di finire nelle mire del fisco americano. Per questo chiama Sindona, il quale capisce tutto: ha di fronte un uomo estremamente ambizioso, ma decisamente sprovveduto in quanto a qualità amministrative.
Anni dopo, dal carcere, Sindona parla con Harmon della Commissione d’indagine sul crimine organizzato, spiegandogli quanto sia facile esportare illegalmente qualunque cifra dall’Italia all’estero. E aggiunge.
La banca del papa, lo IOR, si era prestata a molti servizi come questi e fin dai tempi della sua fondazione. generalmente forniva i servizi ad altre banche, i cui clienti privilegiati ceravano, attraverso i canali vaticani, maggiore sicurezza e massima segretezza. Lo IOR apriva un conto corrente con l’istituto di credito italiano che voleva esportare lire in nero. Il cliente della banca depositava i soldi liquidi sul conto e lo IOR provvedeva ad accreditarglieli all’estero. La commissione dello IOR era poco più alta del normale. La Banca d’Italia ed altre autorità non hanno mai interferito, perché convinte che la Santa Sede, messa alle strette, avrebbe risposto che come governo di uno stato sovrano non era obbligata a fornire informazioni all’Italia. So queste cose – continua Sindona – perché lo IOR agiva in questa veste anche per miei clienti delle mie banche.
Marcinkus, una volta capito il meccanismo, si convinse che si trattava di un delitto perfetto. Ma quando l’Italia dichiarò l’esportazione illecita di capitali un reato penale e non più civile, avvisai Marcinkus da New York di sospendere immediatamente i trasferimenti illegali di valuta. Ne andava di mezzo non solo lo IOR ma anche il buon nome del papato.
Ma Marcinkus, convinto di essere al di fuori del raggio di azione della legge, continuò ad inseguire profitti, che presentava al papa come esempio della sua competenza e del suo valore e che avrebbero finito con l’ottenergli la berretta rossa (diventare cardinale NdT). Fu un errore fatale. Lo IOR alla fine perse la stima che si era creato grazie a uomini come Spada. Marcinkus perdette ogni speranza di diventare cardinale.
Marcinkus, aggiungo io, rimane in Vaticano fino al 1997, quando a 75 si ritira da ogni carica, torna negli Stati Uniti, dove muore a 84 anni a Sun City in Arizona. 
Calvi, Marcinkus e Sindona (in stretto ordine alfabetico) aprono a Nassau, alle Bahamas, un sistema di riciclaggio della valuta. C’è di mezzo il Banco Ambrosiano, quello controllato da Calvi, certo, ma in cui hanno azioni anche Sindona e lo IOR di Marcinkus.
Credo sia noto come finisce l’epopea di Sindona. Nel 1972 acquisisce il controllo della Franklin National Bank di Long Island (stato di New York) con manovre abbastanza oscure che vedono intervenire i massoni della P2, l’amministrazione Nixon e i repubblicani. Solo due anni più tardi l’amministrazione rileva perdite pesanti, i clienti ritirano i loro soldi e mandano in crisi la banca. Sindona è costretto a chiedere un prestito di un miliardo di dollari alla Federal Reserve Bank, la banca centrale degli States. Due anni dopo la Franklin viene dichiarata insolvente per bancarotta fraudolenta, con forti perdite di capitali per speculazioni in valuta straniera e una cattiva politica di gestione dei prestiti. Nel 1979 gli amministratori della banca vengono processati presso la Corte Federale a New York, e condannati. In Italia intanto Giorgio Ambrosoli, che si sta occupando del collasso finanziario di Sindona, muore in un omicidio il cui mandante è lo stesso Sindona. Il banchiere di Patti deve scontare 25 anni nelle carceri degli Stati Uniti, ma viene stradato in Italia per assistere al processo per omicidio. Viene rinchiuso a Voghera. Le condanne fioccano: 12 anni per frode finanziaria e poi l’ergastolo per l’omicidio Ambrosoli. Muore nel 1986, ingerendo un caffè con del cianuro di potassio. Non è chiaro se sia stato avvelenato o se si lui stesso abbia preparato la bevanda, forse per farsi estradare negli Stati Uniti, in quanto c’era un accordo tra Italia e USA che in caso di percolo per la sua vita, Sindona sarebbe tornato negli States.
Ma questa è una storia che è una conseguenza di quello di cui stiamo parlando, per cui adesso torniamo, buoni buoni, a seguire le vicende dello IOR.
Siamo adesso nel 1981, quando l’amministratore delegato dello IOR Luigi Mennini viene arrestato perché coinvolto nel crack di Sindona. Ma il peggio deve venire, perché nel maggio di quell’anno, solo una settimana dopo l’attentato di Alì Agca a papa Woytila, viene arrestato Roberto Calvi. In Vaticano serpeggia il terrore, specie quando Calvi affida un biglietto alla moglie da recapitare in Vaticano. C’è Scritto: “Questo processo si chiama IOR.” Le operazioni illecite, secondo il banchiere milanese, sono state fatte per conto del Vaticano. É così che, in assenza del papa, ancora in convalescenza, si incontrano in Vaticano i vertici del Banco Ambrosiano e dello IOR.
Il direttore del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone, presente all’incontro racconta:
In quel colloquio, monsignor Marcinkus disse che non c’erano problemi, ma che bisognava attendere la scarcerazione di Calvi per poter parlare con lui. … In quell’incontro non venero pronunciati nomi di società, né si parlò di cifre. Monsignor Marcinkus fece solo gli auguri per un pronto rientro del presidente (cioè di Calvi) e parlò di collaborazione che andava proseguita con la dovuta chiarezza e riservatezza.
Quando si arriva al processo, il Vaticano gioca duro con Calvi. Al figlio Carlo arriva prima una telefonata di Marcinkus di riferire al padre di stare zitto e non svelare nessun segreto e di continuare a credere nella Provvidenza (non è una battuta, sono le parole del prelato). Poi arriva da Carlo Francesco Pazienza, che abbiamo già incontrato, come uno dei protagonisti della vicenda riguardante le stragi del 1980. Gli dice che bisogna andare a New York per incontrare monsignor Giovanni Cheli, rappresentate del Vaticano all’ONU. A Manhattan lo aspetta un noto mafioso, amico di Sindone e di Licio Gelli e un prete, che poi verrà arrestato per contrabbando di opere d’arte. All’ONU arrivano Carlo, Pazienza, il prete e il mafioso. Cheli, in termini diplomatici, ribadisce quello che Marcinkus aveva anticipato al telefono. Ma, è il caso di dire, questa volta, da ben altro pulpito.
Cosa poteva rivelare di tanto pericoloso Calvi durante il processo? Lo scopriamo tra poco.

Banco Ambrosiano e IOR

ior07In effetti, per quanto si è saputo negli anni più recenti, la trama che coinvolgeva Calvi, Marcinkus e soci era di quelle da film dell’orrore. Si tratta di una rete per riciclare i soldi della mafia siciliana, nella quale oltre ai nomi già citati figurano esponenti politici siciliani, padrini, e numerosi iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.
L'allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta impone lo scioglimento del Banco Ambrosiano e la sua liquidazione coatta. É storico il suo discorso in Parlamento, quando riferisce pubblicamente delle responsabilità della banca vaticana e dei suoi dirigenti, fra cui Marcinkus. Secondo i suoi calcoli, il Vaticano è coinvolto nello scandalo per una somma di circa 1.500 miliardi di lire. Nel 1987 Marcinkus venne indagato, assieme ad altri due dirigenti dello IOR, per concorso in bancarotta fraudolenta e venne emesso un mandato di cattura dalla magistratura italiana in rapporto al crack dell'Ambrosiano, ma dopo pochi mesi la Corte di cassazione prima, e quella Costituzionale poi, annullarono il mandato in base all'articolo 11 dei Patti lateranensi, facendo venir meno anche la conseguente richiesta di estradizione.
Ma torniamo a Calvi e al suo processo. Questo può provocare un terremoto anche in Vaticano dal momento che sporchi e loschi traffici erano fino ad allora avvenuti con il beneplacito di alcuni settori dell’amministrazione della Santa Sede. Si tratta di coinvolgimento in società fantasma nei paradisi fiscali di Panama o del Lussemburgo. E poi c’è il banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Ma è proprio suo? Chi governa quella banca per davvero? Quello che emerge durante il dibattito e grazie alle deposizioni di collaboratori di Calvi è che il pacchetto di controllo della banca lombarda è nelle salde mani dello IOR da un bel pezzo. E poi quel finanziamento di ben 150 milioni di dollari alla Cisalpine con sede a Nassau: quella, come abbiamo già visto, costituita apposta per riciclare valuta. E, guarda caso, nel consiglio di amministrazione di questa banca figura anche Paul Marcinkus.
Ci sono anche dichiarazioni al veleno di Roberto Calvi, come quella in cui riferisce di un incontro con Marcinkus. Ecco le sue parole:
Io gli ho detto sul muso a Marcinkus. ‘Guardi che se per caso risulta da qualche contabile che gira per New York che lei manda dei soldi oper conto di Woytila a Solidarnosc, qui in Vaticano tra poco non c’è più pietra su pietra’. E quando ho visto che lui non diceva niente sono andato avanti … Allora Marcinkus ha cambiato discorso …”
Parleremo tra poco di Solidarnosc.
Calvi viene ritenuto colpevole di frode valutaria, condannato a 4 anni e 15 miliardi di lire di multa. Gli viene però concessa la libertà provvisoria in attesa dell’appello.
E qui comincia il gioco del ricatto tra i due protagonisti di questa vicenda: Marcinkus e Calvi. Alla fine si arriva ad un accordo. Calvi firma un documento con il quale libera lo IOR e Marcinkus da responsabilità inerenti l’indebitamento delle società panamensi verso il Banco Ambrosiano. In cambio lo IOR consegna a Calvi alcune lettere a garanzia della situazione debitoria di quelle stesse società. É un modo per assicurare al banchiere lombardo i capitali necessari a salvare il suo impero finanziario. In particolare c’è la dichiarazione che quelle società sono effettivamente controllate dallo IOR.
Ma Calvi non si arrende e si rivolge all’OPUS DEI, chiedendo di rilevare una quota del 10% del banco ambrosiano per un miliardo e duecento milioni di lire e di estromettere Marcinkus dalla presidenza dello IOR. L’Opus Dei ci pensa, ma alla fine rifiuta. La domanda è: perché questa decisione tenendo conto che Marcinkus è odiato in quanto ha in mano un potere finanziario in competizione con l’Opus Dei?
C’è un nuovo personaggio che compare nella nostra storia, il cardinale Agostino Casaroli, una carriera con una lunga sfilza di incarichi della massima importanza. In quel momento è Segretario di Stato vaticano, che sarebbe come dire Ministro degli Esteri. Lui è molto preoccupato di quello che il papa Woytila sta facendo. E cioè della sua politica a favore di Solidarnosc e contro la dirigenza comunista polacca. Allarmato dalla possibilità che l’Opus Dei arrivi a dirigere lo IOR interviene e blocca tutto.
I soldi a Solidarnosc arrivano dallo IOR attraverso il Banco Ambrosiano. La preoccupazione di Casaroli riguarda i difficili equilibri instaurati da una parte con il duro regime di Jaruzeski e dall’altro con la chiesa polacca. Il rischio di una guerra civile e, peggio ancora, di un intervento armato dell’Unione Sovietica, spaventa non poco il cardinale.
Intanto un papa ancora convalescente promuove monsignor Marcinkus che, dopo l’arresto di Calvi, acquista sempre più potere. Perché?
ior08Perché in lui, come capo dello IOR, convergono gli interessi del papato e quello della massoneria. Lo spiegherà bene Licio Gelli, come racconta lo scrittore massone Pier Carpi, in una famosa intervista a Enzo Biagi:
Gelli sosteneva che aveva versato nelle casse del Vaticano quasi 50 milioni di dollari per la causa polacca. Diceva: “La Polonia, come in tutti i paesi a dittatura comunista, la Chiesa e la massoneria debbono essere unite come non mai, poiché entrambe sono perseguitate.” I soldi erano arrivati allo IOR attraverso il Banco Ambrosiano.
Licio Gelli in quegli anni è un burattinaio che muove molti fili e ha molte cose da raccontare. A proposito della vicenda che stiamo seguendo, dice:
Nel settembre 1980 Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc, e aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro.”
Mentre il potere di Marcinkus cresce, quello di Calvi diminuisce. Nel Banco Ambrosiano entra anche Carlo De Benedetti rilevando un 2% delle quote. Ma De Benedetti cerca subito di capire quali legami siano in corso tra la banca di Calvi, lo IOR e la P2. Lo fa chiedendo direttamente a Calvi, il quale svicola e, in pratica, non risponde. Così l’imprenditore torinese si rivolge alle alte sfere del Vaticano, precisamente al cardinale Silvestrini della Segreteria di Stato. Quando De Benedetti si chiede come faccia il Vaticano ad affidare le proprie risorse ad un ladro, questo il termine preciso usato per definire Calvi, il cardinale si stringe nelle spalle e dice trattarsi semplicemente di “una pecorella smarrita”. Visto il clima, De Benedetti rivende la sue quote a Calvi ed esce precipitosamente dal Banco.
Dirà qualche anno dopo di aver capito proprio nel colloquio con Silvestrini che Marcinkus doveva avere un rapporto assolutamente particolare con papa Woytila. E capisce anche che il legame è rafforzato proprio dall’azione dello IOR a favore dei dissidenti polacchi.

La morte di Calvi

Credo tutti sappiano come è stato trovato il cadavere di Roberto Calvi. La mattina del 18 giugno 1982 un impiegato delle poste, camminando lungo il Tamigi, vede un corpo penzolare dalle arcate del Blackfriars Bridge, il ponte dei frati neri, in centro a Londra, non distante dalla cattedrale Saint Paul e da Covent Garden.
Suicidio, come si affretta a dire la stampa e l’inchiesta britannica? Difficile, se non impossibile. Un altro mistero da svelare. Ma andiamo con ordine.
Un paio di mesi prima, il 27 aprile il ragioniere Roberto Rosone esce dall’agenzia 18 del Banco Ambrosiano. Lo aspetta un omone barbuto, cappotto di cammello, vestito grigio e, sotto, una pistola calibro 7,65. C’è un “clic” di arma inceppata, poi uno sparo. Rosone si accascia ma non è morto è solo ferito ad un gluteo. L’omone non spara di nuovo, nessun colpo di grazia. Si allontana, sale su una moto guidata da un complice, che parte a tutta velocità. Ma intanto sono usciti in strada l’autista di Rosone e una guardia giurata. Dalla moto partono dei colpi per coprire la fuga. L’autista cade a terra colpito all’addome. La guardia spara 4 colpi. Uno colpisce l’omone alla nuca. Cade a terra. Morto.
L’omone si chiama Danilo Abbruciati, un professionista come vedremo tra poco, uno che non può aver sbagliato mira. Si è dunque trattato di un avvertimento, ma per chi?
Roberto Rosone, il ragioniere colpito, è vicepresidente e direttore generale del Banco Ambrosiano, il braccio destro di Roberto Calvi. Ecco a chi è diretto l’avvertimento.
Già, ma da parte di chi? Per scoprirlo dobbiamo conoscere meglio Danilo Abbruciati. Nonostante salga alle cronache con la formazione della prima Banda della Magliana, era già stato denunciato nel 1971 per aver picchiato e sequestrato la moglie. Nel ’76 finisce dentro per sequestro e omicidio. Ci rimane tre anni. Quando esce è senza contatti e allora si avvicina alla componente dei testaccini della Banda romana, quella diretta da Renatino De Pedis, diventandone uno dei capi. Seguire le vicende della banda della Magliana è quanto mai interessante per capire che razza di intrecci legassero tra loro la malavita organizzata, le correnti mafiose, i servizi segreti e la politica del periodo. Ma non è il tema di questa puntata di Noncicredo. Dunque Abbruciati. Uno degli affari sporchi della banda è quello dell’eroina. Dopo qualche tempo a fornire la “roba” ci pensa la mafia siciliana, quella di Stefano Bontade e di Pippo Calò. Anche la storia di questi due super-boss sarebbe interessante da raccontare, magari lo faremo in una puntata futura. Calò vive a Roma e ha bisogno di un piccolo esercito di gente senza paura e senza scrupoli. Gli serve per azioni intimidatorie e per omicidi. In quel periodo i morti di mafia non si contano, sia nelle lotte intestine tra famiglie, sia per fare piazza pulita di ogni concorrenza nei traffici illeciti. I testaccini sono l’ideale: Danilo Abbruciati diventa così il collegamento tra la banda e la mafia di Pippo Calò. Ad alcuni membri della Magliana questo non piace per niente; di Danilo non si fidano, ma il fiume di denaro che in questo modo fluisce riesce a convincere molti che, in fondo, che male c’è.
ior09La conclusione è che Danilo Abbruciati lavora per Pippo Calò e l’aver sparato a Roberto Rosone è solo un piacere fatto al capo mafia.
Questo è un punto che dobbiamo tenere a mente per quello che segue.
Dunque Calvi viene trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri. Essendo stato così ammanicato con il Vaticano, ti aspetti da parte delle autorità dello stato un qualche accenno di cordoglio. Invece niente di niente.
Prima di lasciare l’Italia, il banchiere aveva detto alla moglie: “Se mi succede qualcosa, papa Woytila dovrà dare le dimissioni”. Una frase molto pesante, che nasconde la conoscenza di segreti del tutto innominabili, anche se, probabilmente, sono quelli di cui abbiamo sin qui detto: le società finanziarie all’estero, i paradisi fiscali, le sovvenzioni a Solidarnosc e, con ogni probabilità, un’azione di riciclaggio del denaro proveniente dalla mafia, che abbiamo appena visto da che giro d’affari proviene.
Marcinkus sparisce dalla scena giudiziaria, nonostante gli arrivi una convocazione da parte del giudice che indaga su un prestito fatto a suo tempo dallo IOR e nonostante una comunicazione giudiziaria, che in termini attuali corrisponde ad un avviso di garanzia.
Il problema sul quale indaga la magistratura di Milano è un prestito di 50 miliardi delle vecchie lire all’Italmobiliare, ma indicizzato al franco svizzero, vale a dire che è con questa valuta che si devono fare i conti. E con la rivalutazione fortissima del Franco in quel periodo, nel giro di pochi anni il Vaticano si viene a trovare con un credito di oltre 110 miliardi, più del doppio. Sui tratta di una manovra speculativa.
Ecco perché il Vaticano tiene la testa bassa e la bocca cucita. Meglio starsene buoni … come dicono a Napoli: ha da passà a nuttata. L’unico interesse dello Stato pontificio è che sullo scandalo IOR-Banco Ambrosiano sia messa una grossa pietra al più presto, una pietra tombale visto che c’è di mezzo un cadavere: quello Roberto Calvi.

Perizie

Il corpo viene staccato dalle arcate e portato dalla polizia fluviale al Guys Hospital, dipartimento di medicina forense. Il referto del medico legale è chiarissima: si tratta di suicidio per impiccagione. Ma l’esame del corpo non è sufficiente: occorre vedere il contesto, vale a dire capire come diavolo ha fatto Calvi ad impiccarsi lassù.
La successiva indagine si compie davanti al Coroner, che noi traduciamo abitualmente con medico legal, anche se la figura inglese ha compiti più specifici di indagine giudiziaria. Dunque l’indagine si svolge davanti al Coroner e ad una giuria. Qui il verdetto rimane aperto: non si riesce a capire se Calvi si è suicidato o se è stato assassinato. Il caso passa allora alla magistratura italiana.
Che sia un suicidio o no fa una grande differenza. Non solo perché è sempre bene conoscere la verità su fatti del genere, ma fa una grande differenza per la vedova Clara, la quale fa causa alle Generali, che non vogliono pagare l’assicurazione.
É dunque un tribunale civile, quello di Milano, a ritenere fondata l’ipotesi dell’assassinio.
Addosso a Calvi si trovano parecchi soldi in varie valute, tra le altre diecimila dollari, circa 25 mila euro di oggi, due orologi, il passaporto con nome falso. Ma quello che incuriosisce gli investigatori sono cinque pezzi di materiale edile da cinque chili infilati nei pantaloni e nella giacca, come zavorra.
Si arriva al 1997, quindici anni dopo la morte di Calvi, ad avanzare ipotesi concrete su questi fatti. Lo fa il GIP Mario Almerighi al processo contro gli imputati, sospettati del crimine, Flavio Carboni e, guarda chi si rivede, Pippo Calò. Parleremo tra poco di questi due personaggi. Per ora ci concentriamo sulle osservazioni del magistrato.
Le analisi riguardano anche la marea che entra ed esce dal Tamigi. Secondo l’Autorità del Porto di Londra, il livello massimo in città si raggiunge alle 23,30 di quella notte. Questo significa che al momento del decesso di Calvi (avvenuto secondo le perizie attorno alle 2) le acque avrebbero dovuto raggiunge le ascelle di Calvi. Ne segue che solo due modi avrebbero potuto portarlo fin là. Il primo è la discesa dall’alto dell’impalcatura, cosa incredibile con quella zavorra addosso (che tra l’altro sarebbe probabilmente caduta almeno quella che aveva dentro i pantaloni). Il secondo modo è usando una imbarcazione. Ma allora si sarebbe dovuto trovare il natante oppure Calvi quella notte non era solo lungo il Tamigi. Analizzando i pantaloni portati dal banchiere si scopre che sono insudiciati a livello delle natiche, come tipicamente accade a chi viaggia su una imbarcazione destinata al trasporto fluviale.
La seconda perizia del 1998 stabilisce un’altra cosa importante. Dalle analisi più avanzate per l’epoca si stabilisce che le mani di Calvi non sono mai entrate in contatto con i mattoni che portava addosso e che le stesse mani non hanno mai toccato nessuna parte della struttura alla quale è stato appeso.
É sufficiente questo per concludere che Roberto Calvi, quella notte a Londra, è stato suicidato. Si tratta dunque di un omicidio. Adesso bisogna trovare i colpevoli.
Prima del 18 giugno, Calvi dà segni di temere quello che può capitare a lui e alla sua famiglia. In maggio fa allontanare la moglie Clara dall’Italia e pochi giorni prima di andare a Londra manda la figlia Anna in giro per l’Europa fino alla meta definitiva di Washington. Se analizziamo il modo in cui Calvi esce dall’Italia, capiamo quanto fosse preoccupato di far perdere le sue tracce. Il 9 giugno prende l’aereo da Milano per Roma. Qui incontra Flavio Carboni, col quale organizza la sua fuga.
Chi è Flavio Carboni?
É un faccendiere implicato in molte vicende oscure di questo periodo. Secondo il pentito della Banda della Magliana, Antonio Mancini, costituiva un anello di raccordo tra la stessa Banda, la mafia di Pippo Calò, gli esponenti della loggia P2, i servizi segreti deviati e alcuni politici e imprenditori influenti dell’epoca.
Era, carboni, quello che gestiva per conto di Cosa nostra gli investimenti di denaro sporco, utilizzando proprio il Banco Ambrosiano e lo IOR. In effetti l’unica condanna inflittagli riguarda il crack del Banco Ambrosiano: almeno sulla carta, perché grazie ad un paio di indulti se la cava con poco o niente.
Più recentemente finisce sotto inchiesta per la questione dell’energia eolica in Sardegna e per la costituzione della società segreta P3. Ma questa è un’altra storia che qui non ci interessa.
Dunque il 9 giugno 1982 organizza la fuga di Calvi. Costui va a Venezia, di qui a Trieste e ancora in Jugoslavia. Poi in Austria, a Klagenfurt. Il 14 giugno incontra Carboni al confine con la Svizzera, vanno ad Innsbruck nel Tirolo e da qui con un aereo verso Londra. Il 16 giugno Carboni raggiunge Calvi a Londra, partendo da Amsterdam.
Perché tutti questi spostamenti così complicati? Per far perdere le tracce? Per paura di essere seguiti? E, in questo caso, da chi?
Per capirci qualcosa dobbiamo seguire i processi che vengono svolti negli anni ’90 sul caso Calvi.
Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, la ricostruzione è più o meno questa. Calvi, attraverso il Banco Ambrosiano, riciclava molto denaro delle famiglia mafiose più importanti, quella dei Corleonesi in primo piano, ma anche della Camorra, che in quel periodo sta facendo una guerra spietata tra cutoliano e anticutoliani che provocherà oltre 1200 morti.
Sono i soldi ricavati soprattutto dal traffico della droga. A Roma, come detto, gestisce il tutto Pippo Calò, in accordo con la potente Banda della Magliana. Quando il Banco Ambrosiano fa crack, quei soldi spariscono, nei rivoli degli investimenti di Calvi, ritenuto l’unico responsabile di tanta perdita. Va quindi punito, con la morte.

I processi

Secondo le versioni fornite dai pentiti a decretare la sentenza sono Pippo Calò, Flavio Carboni e Ernesto Diotallevi, uno dei boss della banda della Magliana.
ior10Saranno proprio loro a finire sotto processo.  Assieme a loro finiscono sotto processo anche il contrabbandiere Silvano Vittor e la fidanzata di Carboni, Manuela Kleinszig, ben presto ritenuta dalla stessa accusa innocente.
Nel 2007 la sentenza. Tutti gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove. Decisione condivisa tre anni più tardi dalla corte d’appello.
É un finale abbastanza convenzionale per i delitti commessi dalla mafia, ma nel dispositivo del tribunale si leggono frasi che portano ad un finale non scritto, perché, secondo i giudici, la tesi del suicidio “è impossibile e assurda”. Risulta però provato che Cosa nostra utilizzava “il Banco ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio”.
Nelle motivazioni della sentenza della corte di appello si legge: “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso”.
Ritorna ancora la stessa domanda: “Da chi?”.
Il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia accusa Francesco di Carlo, affiliato ai Corleonesi. Quando diventerà collaboratore di giustizia, negherà di aver partecipato alla messa in scena del ponte dei frati neri. Dirà che Pippo Calò lo aveva effettivamente contattato per assassinare Calvi, ma lui era troppo lontano per essere contattato in quel momento. Quando successivamente chiama Calò, il boss gli dice che ormai è tutto risolto con “i napoletani”. Dunque, secondo questa voce gli esecutori dell’omicidio sarebbero stati Vincenzo Casillo e Sergio Vaccari. Il primo, cutoliano, ma anche legato ai corleonesi, verrà ammazzato nel 1983 facendo esplodere la sua auto piena di tritolo. Il secondo viene trovato orrendamente pugnalato e torturato nel suo appartamento di Londra nel settembre del 1982. Certo si tratta di criminali contro i quali la, passatemi l’espressione, concorrenza può essere feroce e quindi il motivo dei due omicidi potrebbe non avere nulla a che fare con Calvi … appunto … potrebbe.
Ecco dunque la storia che stasera ho cercato di raccontare nel modo più semplice possibile, anche se gli intrecci, come sempre, sono incasinati e di molti di essi ho semplicemente accennato, perché gli anni ’70 e ’80 in Italia sono pieni zeppi di incastri tra malavita (pensiamo ad esempio alla Banda della Magliana), cosche mafiose e famiglie camorriste, servizi segreti, organizzazioni eversive soprattutto neofasciste, logge massoniche come la P2 di Licio Gelli, politici corrotti e conniventi come Giulio Andreotti (riconosciuto colpevole di collusione con la mafia, ma prosciolto perché prescritto), faccendieri e, con ogni probabilità, imprenditori in rampa di lancio.
Chiudo questa puntata di Noncicredo con le motivazioni che nel 2016 il giudice romano Simonetta D’Alessandro archivia il procedimento che vede coinvolti Gelli, Carboni e Pazienza. Leggiamo:
Lo sforzo della pubblica accusa consegna comunque un’ipotesi storica dell’assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Il Banco ambrosiano riciclava denaro mafioso e al contempo finanziava segretamente, in chiave anticomunista, “nel quadro di una più ampia strategia del Vaticano”, il sindacato polacco Solidarnosc e i regimi totalitari sudamericani. Dunque né Calò né Marcinkus “potevano accettare il rischio” che Calvi, ormai alle strette, fallito e inseguito da un mandato di cattura, rivelasse agli inquirenti “quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare denari mafiosi in quelle direzioni, e l’attività di riciclaggio che attraverso il Banco veniva espletata”. Tra gli altri possibili moventi, emersi durante i lunghi anni di indagini, l’impossibilità da parte di Calvi di restituire un’ingente somma di denaro ai mafiosi. “Le rogatorie avviate verso lo Stato della Città del Vaticano hanno avuto esiti pressoché inutili”. Per questo non è stato possibile ricostruire il ruolo esatto di Marcinkus e soprattutto i flussi finanziari che legavano il Banco Ambrosiano allo Ior.
C’è ancora un ultimo documento, pubblicato nel libro “Poteri forti” di Ferruccio Pinotti, edito dalla BUR nel 2005. Si tratta di una lettera che Calvi scrive a papa Woytila il 5 giugno del 1982, due settimane prima di morire. Dice:
« Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona...; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest...; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l'espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato... »
I segreti e gli interessi economici legati alla mancata restituzione da parte dello IOR del denaro ricevuto dal Banco Ambrosiano e connessi alle operazioni finanziarie che lo IOR realizzava per conto di propri clienti italiani desiderosi di esportare valuta aggirando le norme bancarie sarebbero quindi all'origine della decisione di uccidere Roberto Calvi, che, disperato e temendo di finire in carcere, avrebbe potuto rivelare quanto sapeva ai magistrati.
ior11Per quanto riguarda la Chiesa, in questa vicenda si fa molta fatica a trovare concetti come “perdono”, “carità cristiana” e tutte le altre belle parole della filosofia cattolica, che restano lontane e suonano come un’imbarazzante ipocrisia quando si tratta di tutelare i propri interessi economici e politici.
E c’è anche un ultimo concetto, espresso molto duramente in “Vaticano SpA”: Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dallo IOR, parte un nuovo e sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire. L'artefice è monsignor Donato de Bonis. Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici di primo piano, compreso Omissis, nome in codice che sta per Giulio Andreotti. Titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca vaticana, ma anche il denaro lasciato dai fedeli per le messe è stato trasferito in conti personali. Lo Ior ha funzionato come una banca nella banca. Una vera e propria "lavanderia" nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato Vaticano. Tutto in nome di dio.