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Introduzione

Elicottero Agusta 109La storia che vi racconto qui è basata sulle inchieste che giornalisti coraggiosi e preparati hanno condotto, spulciando tra documenti di ogni tipo. Si tratta prevalentemente di quanto raccolto da Repubblica e l’Espresso, almeno nella prima parte della trasmissione.
Cominciamo dal quadro d’insieme.
Il 2 marzo del 1994, quattro testimoni vedono o sentono una esplosione nel cielo di Capo Ferrato (Sardegna). Come conseguenza sparisce dalla vista un elicottero: è un Agusta A-109 della Guardia di Finanza che sta sorvolando una nave mercantile a poca distanza dalla costa. L'elicottero porta il nome in codice di Volpe 132, ai comandi c'è il brigadiere Fabrizio Sedda; con lui il maresciallo Gianfranco Deriu. L'indagine della Procura di Cagliari non porta a nessuna conclusione. Una nave presente sul luogo della tragedia (il cargo "Lucina") si dilegua subito dopo l’esplosione, per riapparire mesi dopo nel porto algerino di Djendjen ed essere teatro dell'eccidio di sette marinai italiani ad opera, così si dice, di un gruppo di estremisti islamici. A un certo punto, sulla relazione interna della Gdf viene persino opposto il segreto di Stato che i magistrati, insistendo, riescono a far togliere. Il documento risulta, però di una banalità disarmante: la conclusione è che, forse, si è trattato di un incidente ma che, senza relitto, è impossibile dire di più. Perché allora il segreto di stato?
Piero Mannironi e Pier Giorgio Pinna, due giornalisti della Nuova Sardegna, cominciano a occuparsi di questa storia nel 1997. Per i primi tre anni, infatti, tutti credono al semplice incidente. Poi, a poco a poco, la Procura di Cagliari scopre, anche grazie ai familiari, i due primi testimoni oculari praticamente spariti dall'inchiesta ufficiale dei militari, gli altri due li rintracciano i cronisti della Nuova. E, per molto tempo, l'inchiesta va avanti con scoperte, frenate, minacce di archiviazione. Mannironi e Pinna si trasformano in segugi, ma sbattono contro un muro di gomma per ogni domanda, ogni richiesta. volpe132 03
Cosa potrebbe essere successo quella notte del 1994? Secondo chi ha visto tutte le carte e parlato con tutti protagonisti, il "Volpe 132" potrebbe essere stato abbattuto dalla nave che, evidentemente, non è là per una battuta di pesca. Dell’elicottero e dei due finanzieri non si trova traccia, se non pochi pezzi di metallo raccolti a mare da uno dei testimoni, che li mostra al TG3: il giorno dopo gli vengono confiscati.  In quel punto il fondale è di poche decine di metri: il relitto si dovrebbe vedere benissimo, ma potrebbe essere stato agganciato, trascinato al largo e lasciato affondare su fondali di mille e più metri. I successivi depistaggi lasciano sospettare dietro questa vicenda interessi che non si possono confessare.
Dal momento che è una vicenda davvero poco conosciuta ma che fotografa uno dei tanti periodi oscuri della storia recente del nostro paese, ho pensato di condividerla con voi.
Dunque qui si parla di un elicottero che di colpo è sparito e non se ne è saputo più niente. É anche la storia di morte, di dolore, di segreti di stato, come ce ne sono state tante altre nel recente passato di questo paese, come quelle che vi ho raccontato in questo sito.
La scena del “Volpe 132” si svolge in Sardegna, proprio di fronte a Capo Ferrato dove la sabbia è bianca e il mare di quell’azzurro che solo in Sardegna e in pochi altri posti al mondo puoi vedere. C’è un grande faro a Capo Ferrato, non siamo molto lontani da Villasimius e dai luoghi di villeggiatura del Sud dell’isola, a 70 km da Cagliari. É sera, una sera luminosissima di luna piena.
Un elicottero della Guardia di Finanza scompare dal cielo, improvvisamente. Con il velivolo scompaiono anche due finanzieri: il maresciallo Gianfranco Deriu, 41 anni e il brigadiere Fabrizio Sedda, 28 anni entrambi sardi. I loro corpi non sono più stati ritrovati. Cosa è successo?

La vicenda

Ad indagare sulla vicenda è la procura di Cagliari; lo fa tra mille difficoltà: quella più grande è l’apposizione del segreto di stato sull’intera storia. Il risultato? Nessuno! E così i magistrati cagliaritani si arrendono nel 2011 dopo 17 anni di lavoro, per la terza volta, chiedendo al GIP (Giudice Indagini Preliminari) di archiviare la pratica. Ma la richiesta viene respinta per riaprire una nuova fase dell’inchiesta.
Si è parlato a questo proposito anche di “Piccola Ustica sarda”. Dall’Ustica siciliana la separano il numero dei morti e sicuramente il clamore che le due vicende hanno suscitato, una, uno sdegno crescente, l’altra praticamente ignorata da tutti. Quello che lega le due storie è proprio il mistero che le circonda e quella sensazione che arrivare alla verità sembra impossibile.
Il sostituto procuratore che ha avuto in mano la pratica si chiama Guido Pani e la sua richiesta di archiviazione dei reati di “disastro aviatorio” e di “omicidio colposo plurimo” ha a che fare, come del resto avviene per l’80% dei procedimenti penali italiani, con la prescrizione che si è inghiottita tutto … ma, c’è un “ma”.
Nel 2005 il Procuratore affida una consulenza tecnica ai carabinieri del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) quello che si occupa proprio delle indagini preliminari. Oltre che ai carabinieri venne chiesta una consulenza al professor Firrao del Politecnico di Torino, con lo scopo di verificare se sui pochi resti dell’elicottero recuperati si trovassero tracce di esplosivo.
RISIl motivo di questa richiesta è da cercare nella testimonianza oculare di alcune persone che avevano visto l’elicottero venire abbattuto. Se così fosse, infatti, il reato non sarebbe più omicidio colposo, ma omicidio volontario e allora i termini di prescrizione non ci sono più perché la condanna prevista è l’ergastolo.
Una mossa con i fiocchi per avere più tempo per indagare. Ma qui cominciano le prime stranezze. I RIS chiedono una proroga di 30 giorni il 19 maggio 2005, poi il 19 giugno, il 19 luglio ed infine il 18 agosto. Poi il silenzio. Sia il RIS che il prof. Firrao spariscono dalla scena. La procura di Cagliari chiede spiegazioni, invia mail e non riceve risposta. Un fatto davvero molto molto strano. L’avvocato Carmelino Fenudi, che cura gli interessi delle famiglie dei due deceduti, fa leva proprio su questo per opporsi all’archiviazione.
C’è anche un’altra stranezza che emerge, perché uno si chiede come mai non sia stata fatta un’inchiesta sulle comunicazioni che avvengono sempre quando un velivolo è in volo. Curiosamente nel momento della caduta del Volpe 132, ci sono 45 minuti di silenzio nella trascrizione delle comunicazioni. Un fatto che dai tecnici è giudicato incredibile e inspiegabile. Un mistero insomma!
E, come in un perfetto romanzo giallo, c’è un altro fatto che rende ancora più misteriosa l’intera faccenda. Esattamente come avvenuto nella serata in cui il DC9 dell’Alitalia cadeva nel mare di Ustica, anche quella sera del 2 marzo, i radar sono tutti ciechi: nessuno vede niente. L’unico radar in funzione è quello del poligono di tiro del Salto della Quirra a Monte Codi. Ma alle 19,14 la sua registrazione si interrompe. Un minuto prima del blackout delle comunicazioni di Volpe 132.
Siccome le sorprese non finiscono mai nei thriller che si rispettano, c’è un’altra ombra, forse la più inquietante di tutte nella storia dell’elicottero della finanza. C’è una misteriosa nave porta container nella baia di Feraxi, proprio di fronte ad una delle spiagge più belle della zona di Costa Rei. Ci sono quattro testimoni; tre di loro ne parlano e la descrivono nei dettagli. I militari della finanza negano tutto: quella nave là non c’è mai stata. Ma i sardi sono gente tosta e i testimoni oculari riconoscono l’imbarcazione nella Lucina, il mercantile che alcuni mesi dopo sarà teatro di un altro fatto di sangue molto strano e poco chiaro. Avviene il 7 luglio: la nave appartiene ad una società di cui è titolare Cellino, uno dei più discussi presidenti della squadra di calcio del Cagliari e coinvolto in alcune vicende giudiziarie fin dal 1996. Su quella nave avviene una mattanza. Sette membri dell’equipaggio vengono sgozzati nel porto algerino di Djen Djen. La notizia fa il giro del mondo e desta una enorme impressione. Il governo algerino avvia un’inchiesta la cui conclusione è che responsabile della strage sarebbe un commando del GIA, un movimento di integralisti islamici. É un periodo in cui in Algeria i morti si fa davvero fatica a contarli: c’è una strage ogni giorno. Il processo è sommario e molto sbrigativo. In Italia il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, fresco di elezione, è alla vigilia del summit di Napoli. A parte le dichiarazioni di prammatica, non si capisce perché i sette marinai siano fermi da un mese nel porto in attesa di scaricare, ufficialmente, delle granaglie. La stampa italiana non va molto per il sottile e attribuisce la responsabilità a schegge fuori controllo dell’estremismo islamico. Le organizzazioni estremiste islamiche negano ogni addebito e indicano invece nel regime militare algerino il responsabile del fatto.
Ma c’è un’altra cosa strana che succede in quell’occasione ad Algeri. Dalla Lucina spariscono misteriosamente 600 tonnellate di carico e questo fa supporre che si trattasse di armi.
Per questo la Commissione parlamentare che si è occupata della vicenda Alpi – Hrovatin ha acquisito anche gli atti di questa inchiesta. Si apre dunque un triangolo tra la scomparsa dell’elicottero Volpe 132, l’eccidio di Djen Djen e l’assassinio dei due giornalisti in Somalia che tutti credono essere avvenuta perché i due erano troppo vicini a scoprire un traffico internazionale di rifiuti tossici e di armi destinate ai signori della guerra del continente nero, ma di questo ho parlato a lungo nelle recenti puntate di questa trasmissione.
Come ormai i miei ascoltatori avranno capito, in questo periodo non manca proprio niente: ci sono i servizi segreti, c’è l’organizzazione Gladio messa in piedi dalla NATO per fermare eventuali invasioni comuniste da parte dei sovietici, ci sono i massoni deviati che vogliono un paese basato su leggi, diciamo così, poco democratiche e ci sono i cittadini che restano incantati dalle peripezie semisexi dei nuovi canali televisivi delle aziende private.
Leggiamo un passaggio dell’inchiesta Alpi che si può trovare sul sito della camera dei deputati:
un testimone ha rivelato che nella rada di Feraxi, la sera del 2 marzo di sette anni fa, c'era una nave, la Lucina che avrebbe preso rapidamente il largo dopo l'incidente. Si tratterebbe quindi del mercantile che, quattro mesi dopo, si trasformò nel teatro di un'orrenda mattanza nel porto algerino di Djendjen dove i sette uomini dell'equipaggio vennero tutti sgozzati e un processo troppo sbrigativo e superficiale ha attribuito le responsabilità agli integralisti islamici del Gia. Un ex gladiatore del Sid, Nino Arconte di Cabras, ha rivelato che su quella nave si sarebbe dovuto imbarcare un ex agente segreto, un certo Tano Giacomina di Oristano e che solo un contrattempo lo salvò. Morirà poi misteriosamente a Capo Verde nel 1998”.
Strano no?
Ora mi sembra chiara una cosa. Se i testimoni insistono nelle loro deposizioni e i militari negano tutto, qualcosa non torna. Ma spulciando tra la documentazione dell’inchiesta c’è un particolare che sembra piuttosto importante.  Quale? Lo scopriremo tra poco!

Le inchieste

Il dialogo tra la procura cagliaritana e la Finanza, come abbiamo visto, è piuttosto intenso nel 2005. Quando i magistrati vogliono sapere se quella notte del 1994 c’è una nave in zona, la risposta della Finanza è abbastanza curiosa. Fa infatti riferimento ad una direttiva della presidenza del consiglio dei ministri (sempre Berlusconi) che consente di trattare le informazioni e i documenti come classificati che poi significa che non è possibile consultarli. La nota che il comando della Finanza cita contiene la seguente frase: “... le comunicazioni dei Servizi, in linea di massima, non sono di per sé‚ direttamente utilizzabili...”
Servizi segretiEd è la seconda volta che compaiono i servizi segreti in questa storia. Ma la cosa che meno torna è questa. Se non c’erano navi quel giorno davanti alle spiagge di Costa Rei perché mai devono esserci dei documenti segreti? E di cosa parlano allora questi documenti segreti? E, naturalmente, cosa hanno a che fare i servizi segreti con la nave Lucina, l’elicottero Volpe 132, l’eccidio dei marinai in Algeria e le 600 tonnellate di carico sparite?
Il mistero si infittisce sempre più mano a mano che si va avanti.
Ho anticipato che quella sera sono presenti dei testimoni. Accanto alla procura di Cagliari anche l’amministrazione militare conduce la sua brava inchiesta, coordinata dal tenente colonnello Enrico Moraccini del Poligono interforze del Salto di Quirra, quello ricorderete che ha l’unico radar acceso fino ad un minuto prima della scomparsa dell’elicottero. Il colonnello ha dunque un duplice ruolo, perché conduce una inchiesta in cui è anche testimone. Infatti quella sera è di servizio nella sala operativa del poligono. Quando dovrà deporre alla procura militare dichiarerà “Per il ritrovamento dell'elicottero non fu trascurata alcuna indicazione testimoniale”. Questo significa che nei verbali della sua inchiesta si devono trovare le quattro deposizioni di Giovanni Utzeri, Gigi Marini, Antonio Cuccu e Giuseppe Zuncheddu. Ma le deposizioni dei primi due non ci sono; nella relazione che segue l’inchiesta non ce n’è alcuna traccia. Perché?
I testimoni sono persone normalissime, un giardiniere, un operaio in pensione, il presidente di una cooperativa e un capraro. Gente insomma che non ha alcun interesse nella vicenda e neppure ad inventarsi strane storie di elicotteri abbattuti.
Non solo. I quattro si trovano in posti differenti e quindi osservano la scena con prospettive diverse, eppure i racconti coincidono. L’elicottero ha fatto un botto (quindi è esploso in aria) e si è inabissato vicino alla nave che era là alla fonda da tre giorni. E raccontano anche della fuga precipitosa della nave subito dopo il fattaccio. Ma del velivolo non c’è traccia se non piccoli pezzi di metallo. La conclusione può essere una sola: qualcuno lo ha spostato e l’ha fatto sparire.
C’è ancora un’altra stranezza da raccontare. Uno dei testimoni fa il pecoraio. Prima che la procura sappia della sua esistenza, davanti all’ovile di Zuncheddu atterra un elicottero dei carabinieri. Un colonnello si fa raccontare quello che ha visto nei dettagli. La stranezza sta nel fatto che di questo interrogatorio e di queste indagini la procura di Cagliari non viene avvertita, come sarebbe invece logico e regolare secondo la prassi. Quella di Zuncheddu è una testimonianza chiave perché dalla sua posizione è in grado di vedere la rotta dell’elicottero. E spiega che avendo superato delle colline si trovava in quel momento molto in alto nel cielo. E certamente non in una zona d’ombra dove radio e radar non potevano rintracciarlo.
Ma cerchiamo di entrare un pochino più nei dettagli. Ormai sappiamo che la zona è quella di fronte al Poligono del Salto di Quirra ed è ovvio che i responsabili di quell’impianto siano chiamati a deporre. Così il generale Fabio Molteni, comandante del Poligono, il 4 ottobre 2004 (dieci anni dopo la scomparsa dell’elicottero) rilascia questa deposizione ai magistrati: "Il tratto di costa compreso tra Capo Ferrato e Feraxi non rientra all'interno delle aree di competenza di questo Poligono." Per capire l’importanza di questa frase bisogna sapere che in presenza di un poligono, tra l’altro così importante come quello in questione, c’è un tratto di costa e di mare che sono vietati, chiusi al traffico non autorizzato. Il generale tuttavia parla di “tratto di costa” e non di “tratto di mare” sul quale lui e il poligono non avrebbero dovuto vigilare. Spulciando le carte, i magistrati scoprono che è vero il contrario. Il tratto di mare interdetto comprende anche quello nel quale sono riaffiorati i pochi resti di Volpe 132. Un’altra contraddizione ancora.
Nel giugno del 1994 la procura di Cagliari chiede una copia della relazione finale della commissione d’inchiesta militare (quella famosa da cui sono scomparse le deposizioni di due dei testimoni). Ma la risposta arriva direttamente dall’Ufficio centrale per la sicurezza della presidenza del Consiglio dei ministri. Solo per precisione storica ricordo che da pochi mesi è diventato premier Silvio Berlusconi, succedendo in aprile a Carlo Azeglio Ciampi. La comunicazione dice che la relazione è classificata con sigla PCM-ANS 1/R, che significa che è coperta dal segreto di stato. Dunque la vicenda dell’elicottero è qualcosa che non si deve sapere, c’è qualcuno che cerca di insabbiare tutto. Il magistrato tuttavia non si lascia andare e impugna una legge del 1977, secondo cui non esistono più segreti militari o politici, ma solo segreti di stato. E la procedura di quel documento non è regolare. Cavilli grazie ai quali riesce ad ottenere e a leggere la relazione militare, dalla quale spera di ricavare informazioni importanti e scottanti sulla vicenda. Ma la sorpresa più grande deve ancora arrivare. Leggendo il documento infatti non si trova proprio niente di strano. La conclusione è che si è trattato di un incidente, niente più. Perché allora il segreto di stato? 

L’inchiesta della commissione militare

Per capire meglio questa storia, analizziamo l’inchiesta dei militari, quella sulla quale viene posto il segreto di stato. Si tratta di 29 cartelle in cui, come detto, si stabilisce che si è trattato di un incidente. Ma l’incidente da quali cause è stato prodotto? Non si sa, non si può sapere e non si potrà mai dal momento che non ci sono i resti del velivolo da esaminare.
I due elicotteristi, Deriu e Sedda, ricevono alle 14 del 2 marzo 1994 l’ordine di partire per una missione di ricognizione costiera notturna. Devono controllare le possibilità di traffici illeciti nel tratto tra Elmas - Capo Carbonara - Capo Spartivento e poi tornare a Elmas. Le due località si trovano agli estremi opposti del golfo di Cagliari, il primo ad Ovest e il secondo ad Est: meno di 100 km di costa in tutto.
Si tratta di un’operazione combinata. Significa che Volpe 132 deve cooperare con una nave, la G.63Colombina. Elicottero e nave devono avere lo stesso piano di intervento: stesso piano di volo e stesso piano di navigazione. Ma non è affatto così. Colombina deve spingersi ben oltre i confini del territorio assegnato all’elicottero, 111 km ad est di Capo Carbonara, in pieno mare aperto dunque. Ma non era una missione costiera? E come mai due mezzi che devono cooperare vengono mandati in zone differenti e distanti tra loro? Non si sa!
L’elicottero decolla alle 18,44, quando comunica alla base di Elmas che stanno per volare fino a Capo Carbonara per poi dirigersi a Sud per una breve ricognizione. Obiettivi precisi dunque, mirati e ben definiti. Un quarto d’ora dopo, alle 18,58 una nuova comunicazione. ”Stiamo lasciando la  zona in questo momento e ci portiamo verso Capo Carbonara. La quota è di mille piedi”.
L’operatore registra la chiamata e fissa un appuntamento per quando l’elicottero arriverà a Capo Carbonara. Ci vogliono pochi minuti, ma quando arriva l’ora dell’appuntamento radio, non succede più niente. E non succede più niente per quasi un’ora, fino alle 19,52 quando finalmente da Elmas arriva una richiesta: “Volpe 132, Volpe 132”. Ma i due finanzieri a quel punto sono già morti.
Perché quel buco di comunicazioni di un’ora pur essendoci un appuntamento ben preciso, concordato con la base? Come mai, visto che l’appuntamento non viene rispettato, la base non si preoccupa prima di cercare un contatto con l’elicottero? Nella relazione si parla di zone d’ombra, ma la rotta seguita dall’elicottero non incontra alcun ostacolo in grado di giustificare questa supposizione. Come sono andate davvero le cose? Non si sa!
radarCi sono altri fatti inquietanti nella relazione militare.
In essa si scrive che alle 19,07 l’equipaggio comunica alla sala operativa della Finanza di Cagliari di essere nei pressi di Capo Carbonara e di dirigersi verso Sud in base ai bersagli segnalati dal radar. Dunque ci sono obiettivi molto precisi da raggiungere. Quali? Non si sa!
E poi alle 19,15 Volpe 132 incrocia la motovedetta Colombina, quella cooperante. Il comandante dell’imbarcazione è il maresciallo Atzori, che dice di aver ricevuto una conferma via radio: “Stiamo lasciando Capo Carbonara e scendiamo a Sud, ci sentiamo ogni 5-6 miglia”.
Ma tre minuti dopo l’elicottero vira verso Est (verso Capo Ferrato) e poi sparisce dagli schermi. Sono circa le 19,20.
La Colombina torna protagonista della storia, quando arriva un ordine dato con voce distaccata, fredda e con tono burocratico: Dirigersi a sud – dice il messaggio - “alla ricerca di un elicottero del corpo” queste le esatte parole. Nessuna ansia, nessuna preoccupazione per la possibile scomparsa di due colleghi.
Parte la ricerca, ma quest’ordine arriva alla nave alle 21,10: sono passate quasi due ore dall’assenza totale di ogni notizia del Volpe 132 e del suo equipaggio. Perché questo esagerato ritardo? Non si sa!
La commissione d'inchiesta militare indica il luogo possibile della tragedia in un'area tra Capo Carbonara e Capo Ferrato. E questo è ancora più sconcertante. Come fanno a sapere dov’è caduto l’elicottero, se i due piloti Deriu e Sedda, nella loro ultima comunicazione, avevano detto di dirigersi proprio nella direzione opposta? Non si sa!
E torniamo alla stessa domanda di prima. Perché una relazione così ricca di incongruenze e così povera di logica, e che comunque non arriva ad alcuna conclusione, se non a un'ipotesi generica di incidente, deve essere oscurata? Chi e perché ha cercato di blindare con il segreto di Stato un documento nel quale in fondo c'è poco o nulla? Ormai la risposta la conoscete bene: non si sa! 

La vicenda della Lucina

La nave che da tre giorni è alla fonda nella baia di Feraxi e che sparisce subito dopo la tragedia e che ufficialmente là non c’è mai stata, ha una storia alla quale ho già accennato, ma che voglio approfondire.
Che quella nave fosse proprio la Lucina non ci sono dubbi. I testimoni oculari della tragedia non hanno avuto alcun tentennamento, anche perché era ferma in baia da tre giorni e non è la prima volta che arriva là. Non si poteva proprio non notarla.
Le osservazioni degli abitanti starebbero benissimo nella trama di un romanzo giallo. Sulla nave di giorno non si vede nessuno, di notte le luci rimangono spente, eppure la linea di galleggiamento si abbassa ogni giorno di più, come se qualcuno caricasse la nave di nascosto e al buio durante la notte.
La Lucina è uno dei punti chiave della vicenda. Tra l’altro è l’imbarcazione che si porta dietro la storia terribile dei sette marinai trucidati in Algeria. Il perché rimane un altro dei tanti misteri della nostra repubblica. In questo caso c’è anche un processo, ma un processo strano, perché dura solo due giorni si chiude con una sentenza apparsa a tutti molto politica e che addossa a presunti estremisti islamici la responsabilità della strage. Ci sono anche tentativi italiani (ad es. della procura di Trapani) di indagare sulla strage, ma con scarsissimi risultati.
La "Lucina" oggi Joanne 1L’equipaggio della Lucina è di nove uomini. Due di questi però sono in licenza. Uno, Gaetano Giacomina, di Oristano è un agente della struttura supersegreta Gladio, organizzata dalla NATO per contrastare una eventuale invasione sovietica. Gaetano, fino a poco prima della strage, è un agente infiltrato in Algeria. Morirà 4 anni più tardi a Capo Verde in uno strano incidente. La salma non è stata vista da nessuno, nessuno l’ha mai identificata, neppure il padre che per anni chiede una perizia per sapere se dentro quella bara c’è davvero suo figlio e se è stato assassinato. La magistratura di Oristano ha sempre negato l’autorizzazione a riesumare la salma per la perizia. E anche questo è un fatto strano.
La vicenda della Lucina ha un sussulto quando un ex 007 algerino dichiara che la rivendicazione degli estremisti islamici è un falso e che responsabili della strage sono i servizi segreti algerini. Secondo questa versione l’idea era venuta a Mohammed Mediane, il numero due dei servizi segreti algerini, per creare un clima di tensione subito prima del vertice G7 di Parigi e ottenere così aiuti economici per il paese nord africano, ormai sull’orlo della bancarotta. Queste rivelazioni, pubblicate dall’inglese Observer, vengono poi confermate da un altro misterioso personaggio, un certo Hakim, a Le Monde.
Il governo italiano attraverso i ministri Lamberto Dini e Beniamino Andreatta liquida la questione con un “poco credibile” e gli accusatori come “inaffidabili”. Come fanno a saperlo? A suggerire che questa fonte è poco credibile sono nientemeno che gli 007 di sua maestà la regina d’Inghilterra. Il nostro servizio segreto, il SISMI, recepisce l’informazione e fa una cosa che a nessun servizio segreto potrebbe mai venire in mente: fa un comunicato all’ANSA, in cui afferma che si tratta di “un pacco di bugie di un uomo che aveva cercato di vendere le sue informazioni a tutti i giornali inglesi”. L’Observer replicherà che a quell’uomo era stata semplicemente offerta una tazza di thè.
Il processo di primo grado per le vicende della Lucina si tiene nel 1999 ed emette le sue condanne: il carcere a vita per Draa Chabanne, più una a dieci anni e una a cinque con nove assoluzioni per i 12 presunti membri della GIA mandati a processo. La procura algerina fa ricorso ottenendo, nell’appello, la condanna a morte per Draa Chabanne. L’imputato è reo confesso, ma quando si presenta in aula si capisce perché. É pestato in modo molto evidente e dichiara che la confessione gli è stata estorta con torture atroci. Tutte le sentenze di primo grado vengono confermate nei confronti degli altri imputati responsabili. Ma il processo è accompagnato da molte situazioni stranissime. Intanto la durata: due giorni per il primo e due giorni per il secondo, un vero record. Le famiglie delle vittime sono avvertite poco prima del dibattimento, così che non solo non hanno il tempo di costituirsi parte civile, ma nemmeno di essere presenti alle udienze; lo stesso accade per i giornalisti italiani. E poi c’è il silenzio della stampa che conta in Algeria; nessuno parla del verdetto, solo alcune fonti private di informazione.
Tra le accuse anche “furto e rapina” dal momento che dalla nave sono sparite 600 tonnellate di carico non meglio identificato. Ufficialmente la Lucina trasportava semola per fare cus-cus. Riesce davvero difficile pensare che una organizzazione terroristica sia interessata a portarsi via 600 tonnellate di farina. Molti sospettano che si tratti di armi o di rifiuti tossici o di entrambe le cose. Il traffico di queste merci in quegli anni tra Europa e Africa è, come abbiamo imparato dalle precedenti puntate, all’ordine del giorno.
Ma quell’anno maledetto, il 1994, ha visto già dei fatti molto dolorosi avvenire in Africa. Tre mesi prima, il 27 marzo a Mogadiscio, Ilaria Alpi e Milan Hrovatin vengono assassinati mentre conducono una inchiesta sul traffico illecito di armi e scorie tossiche e radioattive; otto mesi prima sempre in Somalia muore Vincenzo Li Causi, agente segreto italiano, responsabile del centro di Gladio a Trapani, tra l’altro amico di Ilaria Alpi.
Storie intrecciate con quella della Lucina? Non si sa, però la magistratura siciliana cerca di scoprire qualcosa anche in questa direzione. Ma non ne ricava granché.
Il 6 luglio 1994, il giorno prima della mattanza, il vice comandante della Lucina telefona alla figlia e dice “Bambina mia, non posso più parlare con te: se metto fuori il naso dalla nave mi sparano”. La nave è ferma in porto da 27 giorni, bloccata là senza che nessuno spieghi perché.
Chi avrebbe dovuto sparare? Sembra quasi che la nave sia in ostaggio di qualcuno. E se c’è tutta questa paura, come mai la Lucina è attraccata al molo con le passerelle abbassate, mentre il protocollo di sicurezza italiano prevede di stare ad almeno 500 metri al largo?
Come mai l’ambasciata italiana ad Algeri si stupisce perché non è neppure al corrente della presenza della nave italiana nel porto di DjenDjen, contrariamente alla prassi normale?
Inquietante la testimonianza di Domenico Schiano Di Cola, fratello del macchinista. Lui aveva viaggiato altre volte sul mercantile nella rotta algerina: "In quel porto non poteva entrare neppure uno spillo. I militari controllavano tutto. E poi non mi risulta che siano state trovate tracce di effrazione o segni di lotta...".
Insomma i lettori di questo romanzo giallo non possono che pensare che le vittime conoscessero i loro carnefici.
La Lucina dunque è una fonte inesauribile di misteri, tra i quali anche la sua presenza a Feraxi quando Volpe 132 la sorvola prima di esplodere. La nave poi, a luci spente, prende il largo.
La Lucina esiste ancora, dopo essersi chiamata Pepito oggi è la Joanne I e batte bandiera panamense.

Un altro elicottero sparisce

E adesso, attenzione! Perché le questioni si fanno sempre più intricate e tirano dentro avvenimenti che apparentemente non hanno niente a che fare con Volpe 132, ma, appunto, solo apparentemente. Un po’ di pazienza e cercate di seguire i rivoli di questa storia.
Dal momento che stiamo raccontando questa storia di sparizioni di uomini e mezzi, non ci facciamo mancare niente. Volpe 132 ha un fratello, un fratello gemello. Anche lui si trova in Sardegna, ad Oristano.
C’è un altro processo da seguire, meno eclatante di quello della Lucina. É un contenzioso tra la società Wind Air e Siam Leasing della Banca dell’Agricoltura. Quest’ultima rivendica una rata non pagata per l’acquisto di un elicottero A-109, esattamente uguale a Volpe 132. La banca rivuole indietro l’elicottero, che è parcheggiato in un hangar nella zona industriale di Oristano. Ma quando l’ufficiale giudiziario si reca sul posto per eseguire il sequestro, dell’elicottero non c’è alcuna traccia: è scomparso nel nulla. Ora un elicottero non è un motorino che uno può rubare e mettere in cantina. É il 24 marzo 1994, tre settimane dopo i fatti di Feraxi e di Volpe 132. L’elicottero di Oristano viene trovato un mese e mezzo più tardi, a Quartu S. Elena, che si trova di fronte al golfo di Cagliari non molto lontano da Villasimius e dalla baia di Feraxi. Oristano invece è al centro della Sardegna, sulla costa occidentale. Ma l’elicottero non è completo: manca tutta l’avionica, vale a dire la strumentazione di bordo. Anche questa viene ritrovata successivamente. Entrambi i ritrovamenti avvengono grazie alla soffiata di alcuni pentiti.
Il sospetto della procura di Cagliari è che di quell’elicottero interessassero solo dei pezzi da usare magari per comprovare la sparizione di un velivolo identico, come appunto Volpe 132.
E anche se l’inchiesta che segue non porta a nulla, perché anche il processo sulla rata non pagata ha i suoi bravi misteri, permette però di alzare un po’ di polvere e vederci meglio su uno strano mondo sotterraneo che gira intorno proprio alla Wind Air, la società che aveva in carico l’elicottero di Oristano, scomparso e ritrovato vicino a Cagliari ma senza gli strumenti di bordo.
Appaiono sulla scena altri strani personaggi. C’è un americano, Clark Kendall, due ex piloti bosniaci nascosti nella zona e un ufficiale del SISMI che ha operato per anni in Sudamerica. Intanto il processo non procede affatto. Si assiste a continui rinvii e, quando ormai c’è il rischio della prescrizione, alcuni deputati sardi si rivolgono al ministro della giustizia dell’epoca, Oliviero Diliberto (era il 2000 e c’era il governo D’Alema) perché sia fatta chiarezza, ma non succede niente e il 5 aprile dello stesso anno il processo fantasma si chiude senza niente di fatto. Anche gli imputati sono fantasmi, lo è la compagnia Wind Air di cui si sa poco o niente e lo è il principale imputato, Costantino Polo, che non si è mai presentato davanti ai giudici. Certo farsi processare contumace è un diritto, ma chi è Costantino Polo? Lo si ricava dagli incartamenti delle società in cui compare come socio o amministratore.
Nato A Monte in Corsica il 19 settembre 1936. Peccato che in Corsica un comune che si chiami Monte semplicemente non esiste. Se poi si prova a saperne di più altri misteri affiorano. Polo infatti appare come intestatario o socio di numerose società, prevalentemente a responsabilità limitata e in una SaS, la Neo Immobiliare 92 di Polo & C. Sede a Roma in via del Casaletto 201. Valore delle quote 3 milioni di lire; 1500 euro. Un po’ pochino per chi ha attività che prevedono la costruzione e la vendita di immobili e che offre garanzie a terzi.
Tra gli amministratori della società c’è un altro Costantino Polo; tutti i dati coincidono tranne l’anno di nascita: un altro errore di trascrizione come quello del comune natale? Può darsi, ma seguendo questo dato si arriva ad altre tre società SRL.
La sua residenza dovrebbe essere a Roma in via Amodio 31. Dopo sei anni di permanenza nella capitale, il trasferimento a Belluno. Ma da un accertamento sulle utenze telefoniche risulta che il signor Costantino Polo non esiste né a Roma, né a Belluno.
E veniamo alla società che aveva acquistato in leasing l’elicottero di Oristano, la Wind Air. Loro si occupano di “servizi aeronautici e aeroportuali, tecnici e amministrativi”. La sede è a Roma in una palazzina di pochi appartamenti. I condomini non sanno niente di Costantino Polo né del personale della Wind Air; mai visto né sentito nessuno. La sola traccia è una targhetta.
Risulta poi ancora più strano che la corrispondenza venga regolarmente respinta e che non esista alcuna utenza telefonica registrata alla società. Alla camera di commercio non esistono i bilanci ufficiali e i relativi allegati. Ed infine la Wind Air ha una sede distaccata a Nuoro, domiciliata in una strada che non esiste.
E il processo? Ad un certo punto la parte lesa, cioè la Banca dell’Agricoltura non si presenta in aula e questo fa pensare al giudice che non abbia interesse a procedere con la querela. L’avvocato della banca lo conferma telefonicamente “Non avevamo più un interesse per andare avanti”.
Davvero interesse? O avevano avuto un’offerta che non si può rifiutare?  

Droga, GdF … e ancora Volpe 132

E passiamo ancora ad un altro processo. É il 2003; a Cagliari si procede contro Roberto Vernesoni, colonnello della finanza, accusato di traffico di droga. Sarà condannato a 7 anni in appello. Che ci frega di questi fatti? C’è un maresciallo tra gli imputati, un certo Giovanni Mei che ad un certo punto dice testualmente ... perché pare che ci sono 4 o 5 pentiti che accusano Vernesoni di aver dato della droga e fra l'altro di essere il fautore dell'abbattimento del famoso elicottero con due piloti a bordo.”
Sull’aula scende un silenzio totale, ma si va avanti. Un anno e mezzo dopo Mei viene ascoltato dalla procura di Cagliari. Ecco la sua deposizione: “Nella primavera del 1997 incontrai il maresciallo Valerio De Giorgi ... che mi chiese se fossi coinvolto nell'indagine per traffico di stupefacenti per la quale stavano parlando 4 o 5 pentiti ... Il De Giorgi aggiunse che questi stessi pentiti parlavano del fatto che il colonnello Vernesoni avrebbe avuto un ruolo attivo nell'istruire certi personaggi per abbattere l'elicottero della Finanza scomparso tempo prima.
Certo il De Giorgi smentisce di aver mai avuto quella conversazione, ma il maresciallo continua:
“... quando apparvero le prime notizie stampa relative alle dichiarazioni del pentito Zirottu, rammentai che questo individuo, qualche volta, l'avevo visto negli uffici del Goa (l'antidroga delle Fiamme gialle) per colloquiare con il colonnello Vernesoni. Reputo che fosse un confidente"
E chi diavolo è questo Zirottu? Probabilmente un collaboratore di giustizia, forse istruito per tentare un depistaggio delle indagini. Infatti nel 1997 egli si presenta al giornale La Nuova Sardegna raccontando di aver partecipato ad un traffico di armi tra Corsica e Sardegna e di aver assistito all’abbattimento dell’elicottero della finanza davanti a Villasimius. A capo dell’operazione ci sarebbe stato un certo Capobianco. Ma la sua versione è molto imprecisa. Sbaglia di venti km il luogo dell’abbattimento, rispetto a quanto sostenuto dai quattro testimoni oculari e poi questo Capobianco non lo conosce nessuno né in Sardegna, né in Corsica.
Come si può notare questa storia del velivolo abbattuto emerge nei racconti di affari sporchi che riguardano quegli anni. Ed è proprio come quando si affrontano altri argomenti, come ad esempio i fatti del DC9 di Ustica, che emergono legami con molte altre vicende piene di sangue nel nostro paese. Vicende che nessuno conosce, e che quei pochi che conoscono tengono per sé. Vicende dunque segrete, proprio come gli atti dei procedimenti sui fatti di Volpe 132.
E tuttavia, anche se è evidente che le colpevolezze degli atti tocca ai tribunali stabilirle, le impressioni che si ricavano dalle storie sono altrettanto significative e da queste si ricava quella che, una volta di più, ci siano affari molto sporchi da proteggere e che all’interno del Corpo della Finanza ci siano pesanti responsabilità per la tragedia che è costata la vita a Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda.

Ancora Indagini

Nel 2011 i carabinieri arrestano 4 persone con l’accusa di traffico di droga. C’è un’intercettazione telefonica del 18 ottobre di quell’anno, registrata nell’automobile di uno di questi, Davide Porcu, che racconta all’amico Marco Cossu “Alcuni miei amici, per paura di essere avvistati e arrestati, nella zona di Villasimius hanno abbattuto con un lanciarazzi a testata termica un elicottero della Guardia di finanza. Sono passati vent'anni”.
Si trova a pagina 26 dell’ordinanza di custodia cautelare: credo non ci siano molti dubbi sul fatto che si stia parlando proprio di Volpe 132.
Il Porcu continua liberamente il suo racconto, ignorando di essere spiato. “Bisogna procurarsi uno di quei lanciarazzi a testata termica. Li porti in campagna e li vedi ssfff buumh. A Villassimius l’avevano fatto. Hanno tirato giù uno della Guardia di finanza”, racconta Porcu all’amico che chiede: “Ma quelli in gommone?”   E Porcu aggiunge altri particolari: “Se non buttano giù l’elicottero sono cuccati tutti perché quelli mandano comunicazione e vengono, capito? E vedono quello che sta succedendo. Quelli li hanno visti arrivare da lontano e hanno detto buttalo giù prima che arrivino”. A quel punto Cossu vuole sapere chi erano i protagonisti della vicenda, ma Porcu pur dicendo di conoscerli non fa nessun nome.
E non li svela nemmeno alla magistratura. In questa vicenda, come nelle altre che ho raccontato fin qui, ci sono sempre delle cose che non tornano. Certe volte sembra impossibile che elementi che a noi oggi sembrano fondamentali non siano neppure stati presi in considerazione. Facciamo un esempio. Non credo sia difficile scoprire chi ha perorato la causa del segreto di stato sulla vicenda o sapere chi ha redatto quella perizia militare così lacunosa e palesemente falsa. Come sempre è il voler fare le cose che manca in questo paese così ricco di Pulcinella.
Il 7 luglio 2015 presso la sede della Biblioteca Autogestita Zarmu a Cagliari davanti ad un pubblico curioso ed attento viene proiettato il documentario intitolato “Il Grano e la Volpe”, che racconta l’indagine meticolosa di due giornalisti de ''La Nuova Sardegna'', Piero Mannironi e Pier Giorgio Pinna. Ripercorre in tutti i dettagli la vicenda dell’elicottero Volpe 132, così come l’ho raccontata stasera. Vorrei però condividere quanto si racconta nell’incipit dell’opera: ''in una storia è possibile che non ci sia una sola verità. Talvolta le verità si scoprono, si costruiscono e si alimentano nel corso del tempo. (…) Diventano un unico, grande quadro, una sola immagine, ma piena di crepe. Come un mosaico i cui solchi sono attraversati da misteri, coincidenze, paure, e tra le quali cerca di farsi largo la verità.
La situazione, che non appartiene solo a questa vicenda, è il fatto che i cittadini non ne sanno niente. Neppure gli stessi sardi conoscono la drammatica vicenda di Volpe 132, tanto complessa quanto circondata da un alone di colpevoli silenzi, misteri e depistaggi. E, come sempre, è l’ignoranza, la mancanza di informazione a minare la libertà di noi tutti.

Le premonizioni di Macchiavelli

volpe132 07In questi ultimi articoli l’aggettivo strano è comparso una infinità di volte. Ecco un altro caso davvero molto, molto strano, addirittura inquietante. C’è uno scrittore bolognese, Loriano Macchiavelli, che forse qualcuno ricorda come l’inventore del commissario Sarti, quello interpretato da Cavina nella serie televisiva alla fine degli anni 80 su RAI2. Ha scritto molti libri soprattutto gialli. Tra questi libri, uno ha fatto scalpore. Si intitola “Strage” e racconta in modo romanzato una delle possibili verità sulla strage alla stazione di Bologna. Per la strage Valerio Fioravanti e Francesca Mambro prendono l’ergastolo, altri personaggi più o meno noti sono condannati per depistaggio. Licio Gelli, capo della P2 prende dieci anni. Ma la conclusione processuale della vicenda non è per niente convincente e lo stesso Cossiga che di segreti ne ha portati un pacco piuttosto grande nella tomba si diceva convinto dell’innocenza dei due. Nel 1990 dieci anni dopo la strage di Bologna e cinque prima delle condanne definitive, Macchiavelli pubblica, appunto, il suo romanzo “Strage”. Uno dei personaggi presenti nella storia fa causa a Macchiavelli chiedendo un risarcimento stratosferico e così il libro, dopo solo una settimana nelle librerie, viene ritirato. Da quel giorno allo scrittore bolognese arrivano minacce, insulti, lettere minatorie e lui vivrà con il terrore di perdere una causa che lo avrebbe distrutto economicamente. Il 15 ottobre 1991 il tribunale lo assolve. Nel frattempo però la sua casa editrice, la Rizzoli, ha mandato al macero le copie e rifiuta una nuova ristampa; così “Strage” resta un romanzo mancato. Solo nel 2010, in occasione del trentesimo anniversario della bomba alla stazione, Einaudi lo ristampa. I magistrati che per anni e anni hanno cercato la verità vera, ne tessono gli elogi. Così Libero Mancuso: "... un magnifico romanzo, denso di colpi di scena e di sorprendenti intuizioni che contendono alle verità faticosamente ricostruite in tante sentenze, plausibilità, razionalità, verità...".
Curiosamente la copertina mostra due elicotteri, uno grande in primo piano e uno più piccolo sullo sfondo. Intorno a pag. 170 Macchiavelli racconta una storia agghiacciante.
La scena si svolge nelle acque siciliane. Un elicottero dei carabinieri è di perlustrazione. C’è una nave alla fonda che nella stiva, assieme al pesce, porta tre casse piene di missili terra-aria di proprietà di un capomafia. Lo scopo è usarli in un progetto eversivo che coinvolge militari, servizi segreti, eversori fascisti, massoni deviati, banchieri dalle mani poco pulite e frange deviate della Chiesa. L’elicottero si avvicina alla nave per un controllo, ma alle sue spalle compare un altro elicottero che lo abbatte. Poi si posa sul ponte della nave, preleva le casse con i missili e se ne va. La nave sparisce in pochi minuti dal teatro della tragedia e dalle indagini che seguiranno. Non esistono tracciati radar, nessuno sa niente, la nave là non c’è mai stata. La versione ufficiale che si cercherà di far passare è quella dell’incidente.
Tutto questo viene scritto 4 anni prima che a Feraxi Volpe 132 finisca in mare. Coincidenze? Premonizioni? Forse è solo una lettura della realtà fatta da una mente particolarmente attenta, che mette nero su bianco semplicemente quello che può accadere, data la situazione del nostro paese. Certo anche qui ci sono cose strane. Le minacce soprattutto, la causa intentata che ha così spaventato l’autore. E poi Rizzoli che manda al macero tutte le copie senza aspettare la sentenza del tribunale. Niente di tutto questo era avvenuto per il precedente romanzo sulla strage di Ustica (titolo Funerali dopo Ustica), in cui il Macchiavelli presenta una verità molto diversa da quella che allora era ufficiale. Forse, dice Macchiavelli, “Strage” era il romanzo giusto. Cosa significa “giusto”? Significa che ci ha preso, indovinando quello che avveniva per davvero, e non tanto sul caso Volpe 132, ma sulla visione di insieme che riguarda i poteri in Italia.
"Sì, - conclude l’autore bolognese - è quello che io penso. In questo Paese, dai rapporti deviati tra settori di politica, mafia, massoneria e Chiesa, nasce un nucleo che sprigiona una potenza inaudita ... Sono quelli che hanno davvero il potere e non hanno nessuna intenzione di farselo togliere. Di loro, soprattutto di quelli che si muovono nel mondo della politica, non sappiamo e non diciamo mai abbastanza".
É tutto. Certo qui non ci sono i quasi cento morti di Ustica e le vittime hanno certamente meno appeal dei giornalisti RAI assassinati in Somalia, ma il modus operandi, le connivenze evidenti, la verità storica, i depistaggi con l’intervento delle forze armate, della politica e di chissà quali altri poteri sono gli stessi, quelli che hanno fatto di queste storie un leit motiv degli ultimi decenni del nostro paese … purtroppo.