PalloneUn dolce sabato di maggio di molti anni fa, dieci bambini scalmanati ricorrono, come uno sciame, un pallone di calcio marrone. É un pallone di quelli veri, di cuoio, come quelli che usano le squadre famose. Non se ne vedono tanti in mano a dei bambini. É fatto con strane figure geometriche, legate l’una all’altra da solide cuciture nere.
Giocano all’estremità di una strada polverosa, in terra battuta, anche se qua e là affiorano sassi di cui occorre stare attenti, per non sbucciarsi un ginocchio o, peggio, per non perdere la palla e rovinare l’azione.
Usano, come unica porta, il portone d’ingresso, in ferro, di un piccolo campo sportivo, scrupolosamente recintato da vecchie mura color grigio cemento, che degradano a scaloni, seguendo la pendenza della strada, che incrocia quella che i dieci calciatori in erba (si fa per dire visto che l’erba non c’è) hanno eletto a proprio terreno di gioco. Una scritta ormai vecchia e un po’ arrugginita, sormonta quel portone: “STADIO COMUNALE” c’è scritto e sembra, a ripensarci adesso a tanti anni di distanza, un goffo tentativo mal riuscito di dare importanza ad una misera struttura, ma quella scritta regala ai bambini sensazioni forti di appartenenza alla gloriosa Associazione Calcio Borgo, della quale fanno parte i loro idoli: Libero, Dalvai, Voltolina, … , che essi a turno interpretano come in una commedia dell’arte. E, mentre corrono, tutti fanno la radiocronaca di azioni improbabili, destinate quasi sempre a fallire in un groviglio di braccia e di gambe. Hanno tutti sei o sette anni e non gli importerebbe niente di sapere che i loro eroi domenicali sono in realtà quasi tutti contadini, e fanno parte di una squadra che partecipa, con scarsa fortuna, al campionato dilettantistico di terza categoria.
Lo “stadio comunale” si trova all’estrema periferia di un piccolo paese, la cui periferia opposta non è poi tanto lontana, nemmeno ad andarci a piedi. La valle, in quel punto, non si è ancora allargata e distesa, come pochi chilometri più avanti, dove la natura benigna ha sistemato due splendidi laghi, circondati da parchi ed alberghi. Forse anche per questo, per il richiamo di quei luoghi, ci sono anche macchine con targhe straniere che, ogni tanto, corrono veloci ed indifferenti lungo l’asfalto nero dello stradone, come viene chiamato da tutti, che taglia fuori Il Borgo, come il paese viene chiamato da tutti. Il Borgo, perché l’articolo è importante e non va mai dimenticato, se no, i vecchi … chi li sente?
Al Borgo, i turisti non vengono mai. É un luogo troppo comune, troppo normale, nonostante quel vecchio castello diroccato sulla cima di una collina che costeggia la strada che sale verso Telve. Attorno a questo maniero sono nate le storie più incredibili di fantasmi, di morti ammazzati, di caverne e cunicoli senza fine che portano lassù dalle case del paese, qualcuno azzarda che quei cunicoli possano addirittura arrivare fino al mare, distante più di 100 chilometri, ma non sono molti quelli che danno credito a questa boutade.
I vecchi rinforzano queste leggende e non c’è casa che non abbia il suo cunicolo, dove qualcuno era scappato ai nazisti durante l’ultima guerra. Cosa ci facesse un esercito invasore in quel posto, è sempre stato un enorme mistero.
Ai bambini, dunque, non resta che sedersi lungo lo stradone e sbirciare le targhe che sfrecciano veloci. Per loro le macchine più grosse sono tutte straniere. Con questo criterio di distinzione, ognuno di loro, torna a casa convinto di aver visto tedeschi, francesi, perfino qualche inglese.
Ma torniamo alla partita di calcio. Il pallone, quel bel pallone di cuoio, è di Matteo, la cui abitazione è proprio a ridosso dello Stadio Comunale. Dal poggiolo della casa, la domenica, può guardare tutte le partite che vuole, quando la gloriosa (questo aggettivo è d’obbligo) Associazione Calcio Borgo è di turno in casa. Per questo viene considerato un esperto da tutti i suoi piccoli amici. E poi è lui che porta il pallone, è lui il più importante di tutti.
Matteo, coinvolto nella furia agonistica di una sfida calcistica senza quartiere, caotica ma esaltante, ha trascorso là i sei anni e mezzo della sua vita, raggiungendo gli estremi del mondo, rappresentati dalla casa della nonna materna, al centro del Borgo e quella dei nonni paterni, nel comune adiacente, dove la valle è ancora più stretta e, in certe giornate d’inverno si fatica a vedere il sole perfino a mezzogiorno. Con il mezzo più veloce a disposizione, la bicicletta di papà, ci vogliono al massimo dieci minuti in un verso e quindici in quello opposto, in salita, per scoprire l’intero Universo.
Matteo adora quel mondo: il fiume tranquillo e silenzioso in fondo alla valle, dove i cugini più grandi vanno a fare il bagno; il torrente fragoroso e allegro, una delle mete preferite di molte passeggiate a raccogliere fiori, a scoprire quelle strane creature, nascoste sotto i sassi, a correre saltando da un masso all’altro.
E poi, ci sono quelle montagne, dappertutto. Ne conosce anche i nomi, la cima Dodici, la cima Undici, l’Ortigara, … anche se non è in grado di associare a ciascuno di questi nomi, la vetta giusta. Li conosce perché vede ogni tanto, di domenica, partire il papà e gli zii, vestiti in modo strano, dicendo “oggi facciamo l’Ortigara”. Non gli è ancora molto chiaro il motivo di quelle partenze, né perché debbano sempre avvenire all’alba, né perché debba essere svegliato da un tenero bacio, seguito puntualmente dalla frase “non fare arrabbiare la mamma”. Di solito tornano, il papà e gli altri, proprio come erano partiti, solo molto più stanchi. Quel rito tuttavia lo affascina e non vede l’ora di potervi partecipare.
Già, Il Borgo: … attorno alle case, seminate da una mano esperta ma frettolosa, campi a perdita d’occhio, fin dove le pendici delle montagne rendono instabile qualunque equilibrio. Tutti quelli che conosce, tranne poche, ma fondamentali eccezioni, sono contadini. I discorsi che comincia ad intuire gli fanno capire che quella terra, che dà patate, sorgo, qualche frutto e un vino così leggero da essere chiamato “vin piccolo”, quella terra non arricchirà mai nessuno.
A dire la verità una fabbrica c’è: ha qualcosa a che fare con il tessile. Matteo ne vede il muro di cinta dalla finestra della sua camera, ma non gli è mai capitato di osservare, all’interno, dei movimenti o gente che vi entri o ne esca. Rimane una zona misteriosa, da aggirare per recarsi nell’unico negozio di alimentari e merci varie della zona. Per farlo bisogna passare davanti alla casa di Pompeo, che ha un gallo grosso così, attaccabrighe e cattivo. Ogni volta che viene mandato a comprare il pane, Matteo riempie le tasche di sassi e, solo dopo essersi adeguatamente armato, intraprende quella traversata così pericolosa.
La partita di calcio si sta svolgendo proprio di fianco a quelle mura, alle quali bisogna prestare grande attenzione. Lassù, proprio in cima, sono stati installati rotoli di filo spinato e incastonati pezzi di vetro appuntiti, che potrebbero rovinare il pallone. Mentre gli altri bambini non vengono minimamente sfiorati da simili pensieri, Matteo ci pensa eccome: non solo la palla è sua, ma la sta usando contro un preciso divieto dei suoi genitori. Non che non potesse giocarci, ma loro erano andati lontano, a cercare un lavoro migliore, all’estero e la proibizione di usare la palla in strada era stata categorica da parte di suo papà: troppo pericoloso, sai mai che passi una macchina anche di là?
Tra le eccezioni ad essere contadini, Matteo può contare sui propri genitori e su uno dei numerosissimi zii, che fa il ferroviere. Si chiama zio Angelo ed è decisamente il suo preferito, perché le sue storie vere, vissute sulla strada ferrata (così lui la chiama) di mezzo mondo, da Bassano al Brennero, tengono i nipoti immobili, a bocca aperta, ad ascoltare per ore. Se a ciò si aggiungono le mille presunte peripezie del periodo bellico, sul fronte francese, non si fatica a capire come a quegli stessi bambini, allevati a racconti veri, latte e polenta, le fiabe facciano un baffo.
Quando quegli stessi bambini si incontrano oggi, dopo tanti anni, con figli e nipoti propri, ogni tanto qualche brandello di racconto riaffiora e lo zio Angelo, ormai novantenne, ma in ottima salute, ritorna in quella locanda dove 60 anni prima “ho ordinato un bicchiere di rosso …, no, no, … era una birra” … la precisione dei cantastorie.
La mamma e il papà di Matteo hanno studiato da maestri. Questa, pare, sia la dizione corretta al Borgo, unici figli di famiglie assai numerose ad avere questa grande, fortunata occasione. Dopo qualche anno di gavetta sono tranquillamente di ruolo nella scuola elementare del paese, la stessa che Matteo sta frequentando con molto impegno e ottimi risultati, avendo come maestra la signora Camilla, la migliore amica di mamma.
Mentre la sfida calcistica infuria, sono, come detto, molto lontani, in Svizzera, dove sono stati chiamati per un’offerta di lavoro importante e molto vantaggiosa. Mancano ormai da diversi giorni e la proibizione di giocare col pallone in strada è stata velocemente dimenticata. La dolcissima zia Ida, che vive con loro, così buona da non saper resistere ad un sorriso dei suoi nipotini, non ha saputo, o voluto, impedire a Matteo di organizzare quella sfida.
Durante un’azione pericolosa della squadra avversaria, con il pallone che sguscia, in modo incomprensibile, tra un groviglio di gambe color polvere, più o meno sbucciate, Matteo li vede laggiù, in fondo alla strada, all’altezza del gallo di Pompeo, poco più in qua del negozio di alimentari. L’impulso di lanciarsi tra le loro braccia è grande, ma viene frenato, frenato a stento. Lui sa che, prima, c’è altro da fare. Raccatta il pallone con le mani e corre a perdifiato su per le scale di casa, per riporlo esattamente dove doveva trovarsi, accarezzando e lisciando il cuoio, nell’inutile tentativo di restituirgli un aspetto innocente.
Lo inseguono le lamentele non sempre gentili dei suoi piccoli amici.
Qualcuno rivendica con insistenza un rigore.