renneEra la sera del 23 dicembre. In una fattoria nel Nord della Lapponia, otto renne erano riunite nella stalla del loro padrone. Erano otto femmine, tutte adottate da piccole e allevate con uno scopo ben preciso. Dovevano imparare a trainare la slitta carica di doni di uno strano individuo, di cui nessuno sapeva il nome esatto. Qualcuno lo chiamava Claus, forse derivando questo nome dal tedesco Klaus. Klaus è un diminutivo, anche se pochi lo sanno, di un nome molto importante in tanti paesi, ad esempio in Russia e in Italia, soprattutto in meridione e precisamente a Bari, in Puglia. L’origine di quel nome, infatti, è Nicola, poi tedeschi e scandinavi lo avevano storpiato, forse per la fretta di pronunciarlo. Gli americani, che non vanno mai per il sottile quando si tratta di tradizioni e storia, l’avevano fatto proprio, aggiungendovi un Santa davanti e inventando una marea di canzoni con il suo nome. In una, addirittura, si entrava nella sua vita privata, persino sentimentale quando lui chiedeva coccole di un certo tipo a sua moglie. A dire la verità le renne non avevano mai visto la signora … la signora … ecco non sapevano proprio come chiamarla, visto che nessuno conosceva il cognome del capo, il quale, del resto, teneva questa informazione segreta, anche se non se ne capiva bene il motivo.
Molti in Europa lo chiamavano Babbo Natale, ma alle renne non risultava affatto che ci fosse qualche figlio in giro; forse l’appellativo di Babbo era dovuto alla sua età, indefinita, ma molto, molto avanzata e a quella lunga e folta barba bianca che gli copriva il torace.
Le renne si erano riunite per un motivo, che potremmo definire sindacale.
Forse è superfluo dire che il luogo dove si trovavano era quanto di più selvaggio e desolante si possa immaginare. Per tutti i mesi dell’anno, uscendo dagli edifici non si vedeva che bianco, una distesa di neve che si perdeva all’orizzonte. Nessun albero, nessun rilievo, nessun avvallamento, niente di niente. Loro, le renne, ormai si erano abituate, e non ci facevano più caso, anzi non uscivano nemmeno più per guardare il paesaggio, altrimenti rischiavano di cadere in depressione e lo studio di uno psicoterapeuta era lontanissimo dalla loro abitazione.
Mentre si apprestavano ad organizzare i discorsi, ecco aprirsi la porta della stalla ed entrare una nona renna, Rudolph, che non era stata invitata, perché non era tanto amata da tutte le altre.
Il motivo di questo sentimento un pochino ostile aveva le sue radici in quanto accaduto qualche anno prima. Le otto renne erano molto amiche tra loro, del resto erano venute su insieme, avevano partecipato agli stessi giochi e condiviso tutte le fatiche di quel lavoro.
Babbo Natale, quella sera in cui bisognava trottare davvero per consegnare i regali ai bambini di tutto il mondo, era reduce da un abbondante pasto a base di baccalà, sul quale aveva bevuto molti bicchieri di vino rosso, che un ricco signore gli aveva fatto trovare davanti alla finestra della sua casa, in cambio dei doni per il figliolo. Almeno questa era la versione di Claus, mentre in realtà il ricco signore era rimasto sorpreso, la mattina dopo, della sparizione di quella cassa di vino pregiato e aveva accusato il giardiniere, la cuoca e il maggiordomo di essersela spassata. Alla fine, non riuscendo ad individuare il responsabile, li aveva licenziati tutti e tre. A Babbo Natale questa storia non era mai arrivata alle orecchie, per cui egli brindava ogni 24 dicembre con quello che riteneva essere un regalo di gratitudine e, naturalmente, senza alcun senso di colpa.
Tornando a noi, quella sera Babbo Natale non era proprio in una forma smagliante e in più era una di quelle serate di nuvole basse che non si vedeva a un metro. Così invece di dirigersi ad Est, dove la festa del natale scatta prima per via del fuso orario, era andato dritto verso Sud e le povere renne, abituate al gelido clima polare, avevano sudato sette camicie … in questo caso il sudore è letterale e non simbolico … quando erano arrivate ai tropici, dove faceva un caldo asfissiante.
Quell’avventura aveva fatto riflettere il vecchio Claus e, una volta tornato a casa con un ritardo colossale, aveva deciso di non bere più quel vino il 24 dicembre (lo avrebbe fatto a Pasqua, quando non era di turno) e aveva cercato una soluzione che gli impedisse di seguire una strada sbagliata a causa del cattivo tempo.
Così cominciò una ricerca di qualcosa di magico e miracoloso, che trovò proprio nella renna Rudolph. Non si sa bene chi avesse assegnato quel nome maschile ad una renna che era, decisamente, una femmina. Ma tant’è … quel nome è rimasto e pertanto lei si chiamava Rudolph per tutti. Al di là di queste chiacchiere da bar, la nuova renna aveva una caratteristica molto speciale. Aveva un enorme naso rosso che si accendeva come la luce di un faro e fungeva, nei viaggi con la slitta, da fanale, ma un fanale davvero eccezionale, che permetteva di vedere chiaramente a grandi distanze, anche attraverso la nebbia.
Alle altre renne faceva piacere avere una nuova compagna con quel po’ po’ di gadget … usavano questo termine perché lo avevano sentito mentre guardavano un vecchio film americano su un improbabile ispettore, distribuito dalla Disney.
Le otto renne, Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Dunder e Blitzen, lavoravano a coppie nel traino della slitta, ma si scambiavano i posti volentieri, perché non accadesse che due di loro fossero sempre le ultime, che stare dietro tutti quei sederi sotto sforzo non era proprio la cosa più bella e igienica del mondo.
Rudolph, invece, appena arrivata, senza nemmeno essere presentata al gruppo, era stata messa in testa e il suo compito non era affatto quello di tirare la slitta, ma solo di fare luce. Era comprensibile la posizione, ma non si capiva perché mai non potesse anche contribuire alla spinta per muovere quel veicolo così pesante e ingombrante.
Insomma, alle otto renne, sembrò che Rudolph fosse la “cocca” di Claus, il quale aveva per lei un occhio di riguardo e la trattava come una principessa. Da qui era nato un sentimento non proprio di odio, ma Rudolph veniva appena sopportata e, in ogni caso, esclusa dalle riunioni che le renne tenevano ogni tanto per discutere dei loro problemi.
E dunque, alla fine, in quella stalla erano in nove, anche se otto soltanto avevano diritto di voto.
Dasher era stata nominata presidente dell’assemblea, mentre Cupid fungeva da segretario e prendeva appunti quando qualcuno interveniva.
Avevano saputo, grazie ad un elfo che lavorava ai regali, ma che aveva un cugino che abitava più a Sud, che in un paesino finlandese a circa 50 km dalla loro abitazione era successo qualcosa di strano. Il nome di quella località era Rovaniemi e il cugino dell’elfo aveva parlato di un Villaggio di Babbo Natale organizzatissimo, con tanto di Claus, evidentemente falso, di elfi, evidentemente falsi, e perfino di renne, che avevano i loro stessi nomi, ma, per fortuna, non sapevano volare né trainare il pesante fardello dei regali.
Era evidente che qualcuno voleva rubare loro l’identità, voleva far credere a tutti gli abitanti del pianeta che il vero Babbo Natale era quello di Rovaniemi e non il loro padrone.
Ad un certo punto a Blitzen venne un’idea. Uscì di corsa dalla stalla e poco dopo tornò con un tablet nuovo di zecca.
- Dove l’hai preso?
chiese molto preoccupata Cupid, che non sapeva se doveva inserire anche quel fatto nel suo rapporto.
- Dal sacco dei regali, ce ne sono tantissimi, perché moltissimi bambini desiderano questo regalo, quest’anno.
E così, nella magia di quella notte, le otto renne e anche Rudolph, poterono vedere cosa succedeva a Rovaniemi. Rimasero sconvolte quando la pagina lentamente si aprì.
Là, ogni cosa era stata costruita con estrema cura: la casa di Babbo Natale, bellissima e sontuosa, che non aveva niente di simile alla vecchia casa di campagna dove si trovavano e poi l’ufficio postale pieno di elfi finti, che si vedeva lontano un miglio che quelle orecchie appuntite erano false. Qui arrivavano ogni giorno migliaia di letterine, che i bambini spedivano chiedendo regali e promettendo di essere buoni almeno fino a capodanno. E ancora una costruzione molto grande, una specie di museo, dove si potevano seguire percorsi tematici che comprendevano le tradizioni natalizie finlandesi e anche quelle più caratteristiche del resto del mondo.
C’erano anche promozioni su viaggi provenienti da ogni parte del mondo verso quello che pubblicizzavano come “l’incontro con il vero Babbo Natale”. E quel “vero” era messo tra virgolette, come a dire: non lasciatevi ingannare da altri villaggi simili, perché soltanto noi, qui in Finlandia, abbiamo il solo e autentico Babbo Natale.
Avevano poi costruito alberghi e negozi di souvenir. Insomma avevano trasformato il natale, cui loro tenevano così tanto, in un mercato, un mercato che loro giudicavano davvero squallido.
Si guardarono l’una con l’altra, con sguardi che erano di avvilimento ma anche di rabbia. Si doveva fare qualcosa, si doveva salvare il vero natale. Si accordarono subito di non dire niente al loro padrone: ne sarebbe morto … questa è una frase riuscita male, perché Claus era immortale e loro stesse, da quando erano arrivate alla fattoria, non erano più invecchiate nemmeno di un giorno. Ma è chiaro quel che si vuol dire: forse al povero vecchio sarebbe venuto un attacco di cuore e, di sicuro, si sarebbe arrabbiato moltissimo. Meglio lasciarlo in pace e cercare di risolvere da sole quella brutta faccenda.
Non avevano molto tempo. Ventiquattro ore dopo sarebbero dovute partire per il giro attorno al mondo, anche se alcuni paesi sarebbero stati saltati, quelli in cui la festività del 25 dicembre non era riconosciuta, per motivi politici o religiosi, non sapevano bene.
In ogni caso il tempo stringeva. Siccome Babbo Natale era solito riposare durante tutto il giorno 24 dicembre, perché quella notte sarebbe stata davvero molto faticosa per lui e siccome gli elfi avevano ormai preparato tutto, compresa la grande slitta piena dei doni, pensarono di fare un salto a Rovaniemi, nel tentativo di sistemare le cose.
Erano molto agguerrite, e, mentre lucidavano, appuntivano e affilavano le corna, avevano negli occhi uno sguardo che non lasciava presagire niente di buono per chi si fosse messo loro di traverso.
Partirono all’alba, dopo aver riposato qualche ora, facendo il minimo rumore possibile e, ovviamente, lasciando a casa Rudolph, la quale, peraltro, non ci aveva capito niente di tutto quel trambusto e pensava che le renne uscissero per uno dei soliti allenamenti, ai quali lei, che fungeva solo da faro, non partecipava.
Era buio pesto, perché lassù, vicino al circolo polare artico, d’inverno le giornate sono brevissime e le notti sembrano non finire mai. Così, già da dieci chilometri di distanza si cominciava a vedere in lontananza quel chiarore tipico di una città illuminata.
Poi … Vixen fu la prima a vederla. La tabella che indicava l’ingresso a Rovaniemi era un inno al più sfrenato e vomitevole consumismo. Il nome del paese era circondato di luci multicolori che lampeggiavano e si rincorrevano, cambiando completamente la scena ad ogni giro. Sotto quel nome un invito molto esplicito ad entrare in paese per comprare ogni cosa e, ciò che fece arrabbiare di più la renna, l’indicazione che quel giorno era il black Friday e c’erano riduzioni, offerte e sconti molto convenienti.
Quella tabella, dopo il passaggio delle renne, non era più illuminata e un largo squarcio si era portato via tutte le promesse di risparmio ai clienti.
C’era un sacco di gente in giro, arrivata un po’ da ogni dove. Era pieno di giapponesi che fotografano ogni cosa con i loro flash. Contrariamente a tutti gli altri, cercavano del pollo fritto, che avrebbero consumato a cena, secondo la loro tradizione natalizia.
A sinistra un negozio di souvenir, vendeva, tra le tante chincaglierie inutili, anche delle piccole statue di Babbo Natale e, lo videro con enorme stupore, delle vere renne che trainano la slitta. Così c’era scritto con un bianco fatto di neve sul vetro della finestra.
Le otto renne affacciarono i musi verso quelle statuine.
- Non ci somigliano per niente!
disse Vixen e tutte la altre annuirono. Come si permettevano di spacciare animali di poco conto per le splendide renne di babbo Natale?
Occorre puntualizzare che nessuno si stupiva di veder girare per strada delle renne in quel periodo, perché era proprio il loro habitat naturale, o meglio l’habitat costruito dalle aziende per convincere tutti che stavano davvero nel regno magico del natale.
Così entrarono tutte e otto in un bar. La giornata era cominciata da poco e la colazione sarebbe stata servita di lì a poco. La gente cominciava ad entrare, stropicciandosi le mani nel tentativo di scaldarle un po’ e sbattendo i piedi a terra, per liberare le scarpe dalla neve, che vi era rimasta attaccata.
I più ordinavano un cappuccino, una bevanda di origine italiana fatta con caffè e latte e una spolverata di cacao, che rendeva decisamente più dolce e gradevole il tutto. Il barman, un omone di due metri dalla lunga barba nera, ma molto affabile e gentile, quando versava il latte faceva un movimento col polso e sulla tazza compariva miracolosamente una piccola bianca cometa. Uno spettacolo.
Le otto renne cominciavano a perdere quel furore che le aveva fatte partire dalla fattoria, ansiose di spaccare tutto.
In effetti quel luogo di ristoro era pieno di gente felice, che non voleva altro che stare in compagnia dei propri cari e degli amici e spendere un po’ di soldi per comprare oggetti, che, una volta tornati a casa, avrebbero riposto in un cassetto o, nella peggiore delle ipotesi, buttato nella spazzatura.
Alle renne cominciò a venire un sospetto. Che ci siano due tipi di natale? Quello che noi celebriamo con sofferenza, sopportando le manie di quel vecchio brontolone e la supponenza di Rudolph e quello che stiamo vedendo adesso, fatto di allegria e divertimento? Era solo un pensiero, che, però, attraversò la mente di tutte e otto le renne. Si guardarono attonite. Bisognava parlare con qualcuno che avesse le idee chiare al riguardo.
Uscite in strada, si trovarono proprio di fronte ad un edificio un po’ più grande degli altri. Era bianco, con una serie di traverse color crema che ne disegnavano la parete di fronte. Ed era addobbato in un modo incredibile di luci e colori, che si accendevano a turno, proprio come la tabella che avevano distrutto, ma molto, molto più in grande.
Una targa di marmo decorata con fronde d’alloro recitava: Municipio di Rovaniemi. In realtà si trattava di una succursale, perché la vera città di Rovaniemi si trovava alcuni chilometri più a Sud, contava circa 65 mila abitanti e aveva un sindaco dalle chiare origini italiane, anzi venete. Mauri Gardin, infatti, ricordava chiaramente una seconda linea della più gloriosa squadra di rugby di Padova, il Petrarca dei cinque scudetti.
Nel Municipio era presente il delegato del sindaco, che ricevette volentieri le otto renne, per discutere con loro la situazione.
E così spiegò come erano andate le cose. Alcune multinazionali avevano investito una quantità enorme di soldi per realizzare tutto quello che avevano visto, pagando profumatamente gli attori che impersonavano i vari personaggi presenti nel villaggio.
- Anche le renne?
domandò con vivo interesse Blixen, mentre le altre annuivano per dar forza a quella richiesta.
- Certo, anche le renne. A loro spetta, inoltre, vitto e alloggio in una stalla supermoderna con tutti i confort possibili, televisore con collegamento satellitare, frigo bar e vasca iacuzzi.
Un lampo passò negli occhi delle otto amiche.
- Noi siamo le vere renne di Babbo Natale – dissero quasi in coro – pensa che ci sia un eventuale ingaggio anche per noi?

Le ore erano passate e Babbo Natale, stiracchiando le braccia e allungando la spina dorsale, cercava di togliersi di dosso quella pigrizia che sempre lo prendeva alla fine di una bella dormita.
Si fece il caffè, mangiò sei o sette pasticcini, e, dopo una doccia veloce, si vestì di tutto punto e scese verso la stalla per organizzare il viaggio di quella notte.
Ad accoglierlo trovò solo Rudolph, con un’aria spaesata e palesemente in difficoltà nel tentativo di spiegare come mai fosse rimasta da sola nella fattoria. Non sapeva dove fossero andate le altre renne, ma erano decisamente arrabbiate con qualcuno e volevano fare piazza pulita di non aveva capito bene cosa.
Se non erano tornate poteva solo voler dire che avevano avuto la peggio e chissà com’erano ridotte. Non che a Rudolph importasse più di tanto di quelle smorfiose, che l’avevano sempre trattata come un’estranea.
Nella stalla era rimasto il tablet che Blitzen aveva usato per scoprire cosa ci fosse in quel villaggio a Rovaniemi. Passando accanto a quello schermo, Claus sentì un suono, un doppio biiip, che proveniva proprio da là dentro.
Guardò con curiosità quel coso che lui portava in giro per il mondo ma non sapeva come usare. Era una mail, un messaggio, firmato dalle otto renne che diceva:

- Siamo spiacenti di doverle comunicare che siamo state assunte come renne vere nel villaggio del vero Babbo Natale. Spero non ce ne voglia, ma siamo stanche di sgobbare gratis. Firmato: Comitato Renne Riunite.

Babbo Natale non sapeva come reagire; era paralizzato da quella notizia, arrivata per giunta a pochi minuti dalla partenza del giro dei regali. Come fare adesso? Preso dalla disperazione si convinse che l’unica strada percorribile era quella che, quell’anno, ai doni per i bambini avrebbero dovuto pensarci i genitori.
E fu così che andò da quel momento in poi.
Quella sera, Claus aprì una di quelle famose bottiglie di vino rosso, che pensava regalato e, lentamente, sorseggiando quel ben di dio, la bevve tutta, alla luce del nasone rosso di Rudolph.