L'ho scritto io

Brevi racconti semiseri ... così, per passare il tempo.
rhonAgnese stava lavando le pentole e mettendo via le stoviglie, che aveva usato per l’arrosto di cappone. Per la festa invernale del giorno dopo aveva pensato di seguire la tradizione, perfino lei che era vegetariana. Di solito, in tavola arrivavano grandi portate di minestrone dell’orto … del suo orto, si intende. Mai usati quei prodotti industriali che promettevano una riuscita fantastica in appena cinque minuti. Cinque minuti! Scherziamo? Il minestrone di Agnese bolliva pian piano, faceva glu glu glu, un po’ come un tacchino, lanciando sulla superficie piccole bolle, che era un piacere guardarle.
Era appena suonata la campana di mezzogiorno. Dodici rintocchi dal campanile della chiesa. Il suono di quel richiamo religioso era piuttosto fastidioso. Doveva esserci qualcosa che non andava nella campana, magari una piccola crepa. Si accorse di pensare che il parroco, prima o poi, sarebbe passato a chiedere sovvenzioni per questo. E non erano tempi felici. Una pestilenza improvvisa, forse arrivata dall’Oriente, aveva messo al tappeto l’economia, anche per i ritardi e le incertezze con le quali i governanti erano intervenuti. Che dire poi dell’intero apparato politico: litigare potrà essere una consuetudine della democrazia, ma litigare sui morti … questo proprio no, non si doveva fare.

rhonLa valle di Rohn si snodava nella regione di Gussov, circondata da rigogliosi e verdissimi boschi di conifere, nei quali primeggiavano gli abeti bianchi dalle chiome scure, nascondendo qua e là gruppi di pini dai rami ricurvi. Il primo tratto, scosceso, si insinuava nella terra bruna, quasi mosso da un desiderio irrefrenabile di raggiungere presto la pianura. Poi, con la pazienza tipica della montagna, il dislivello si attenuava, progressivamente, lentamente, fino a spianare, allargando i suoi fianchi in un dolce, fertile pianoro.
Fino a qui allungava la sua ombra il grande monte Brassim, che si scorgeva sulla sinistra guardando il sole nascente. Le sue rocce rosate sembravano un indice rivolto al cielo, come un ammonimento che sottolineava la sua superiorità assoluta.
Dalla parte opposta colline sempre più alte sembravano rincorrersi, facendo a gara a quale fosse la più rotondeggiante: una lunga sequenza di cupole silenziose a perdita d’occhio.
Laggiù, proprio sul fondo, il torrente Rhon riempiva di freschezza, di suoni e di allegria la valle, saltando da un sasso all’altro, inanellando una curva dopo l’altra, diventando poi più tranquillo e allargandosi, alla fine, nel placido lago Taruk. A guardarlo da lassù, a quasi 2500 metri d’altitudine, sembrava impossibile che quella sottile striscia d’argento potesse formare, al termine della sua corsa, una tanto grande distesa d’acqua.
Gli abitanti della valle erano tutti animali. I daini, gli scoiattoli, gli orsi dei boschi, gli uccelli multicolori dell’aria e molti, molti altri conducevano le loro esistenze regolate solo dalle leggi e dai tempi della natura. Nessun uomo viveva lungo le rive del torrente, nessuna casa vi era mai stata costruita. I suoni della valle erano scanditi dal ritmo inesorabile del giorno e della notte, senza alcuna sorpresa possibile.

ghostDopo aver ascoltato una favola di Raffaella Passiatore intitolata “Ghost writer”, in cui Dio cercava un poveraccio che scrivesse, dopo la Bibbia, un altro libro più adatto ai tempi attuali, ho voluto approfondire la questione. Ecco come.

Tutto questo parlare di ghost writer mi ha fatto venir voglia di andare a controllare se la vostra storia regge. Ma cosa sono questi Ghost, questi fantasmi e, se sono solo fantasmi, esistono per davvero? O sono una delle solite invenzioni della concorrenza o delle multinazionali o del Vaticano, che avrà chiamato per quello immagino, figurarsi se chiama per una scomunica.
Mi sono documentato e, senza arrivare ai testi scritti in ebraico antico, ho trovato che questi fantasmi ci sono per davvero e non hanno nemmeno un lenzuolo bianco addosso. Sono proprio come noi. Quindi non li puoi distinguere. É per questo che, quando leggi un libro può venirti il dubbio che il nome scritto sulla prima pagina non sia poi quello di chi si è inventato tutte quelle frasi e le ha messe in fila, rendendo la lettura estremamente piacevole.
Oddio, questo non è sempre vero, perché ci sono anche quelli che hanno le idee di una storia o, più semplicemente, di quello che dovranno dire in pubblico, ma non sono poi capaci di tradurle in un linguaggio accattivante. Succede quando quelle persone non hanno tempo, o non hanno la preparazione o non hanno talento.
C’era una volta un politico molto importante e famoso in tutto il mondo. Così famoso che, quando parlava alla radio o in televisione, tutto il paese si fermava, perché bisognava ascoltare quello che avrebbe detto.
Dalle sue parole, infatti, dipendeva il destino delle famiglie, delle aziende piccole e grandi, delle attività private, dei ristoranti e delle piste da sci.

renneEra la sera del 23 dicembre. In una fattoria nel Nord della Lapponia, otto renne erano riunite nella stalla del loro padrone. Erano otto femmine, tutte adottate da piccole e allevate con uno scopo ben preciso. Dovevano imparare a trainare la slitta carica di doni di uno strano individuo, di cui nessuno sapeva il nome esatto. Qualcuno lo chiamava Claus, forse derivando questo nome dal tedesco Klaus. Klaus è un diminutivo, anche se pochi lo sanno, di un nome molto importante in tanti paesi, ad esempio in Russia e in Italia, soprattutto in meridione e precisamente a Bari, in Puglia. L’origine di quel nome, infatti, è Nicola, poi tedeschi e scandinavi lo avevano storpiato, forse per la fretta di pronunciarlo. Gli americani, che non vanno mai per il sottile quando si tratta di tradizioni e storia, l’avevano fatto proprio, aggiungendovi un Santa davanti e inventando una marea di canzoni con il suo nome. In una, addirittura, si entrava nella sua vita privata, persino sentimentale quando lui chiedeva coccole di un certo tipo a sua moglie. A dire la verità le renne non avevano mai visto la signora … la signora … ecco non sapevano proprio come chiamarla, visto che nessuno conosceva il cognome del capo, il quale, del resto, teneva questa informazione segreta, anche se non se ne capiva bene il motivo.
Molti in Europa lo chiamavano Babbo Natale, ma alle renne non risultava affatto che ci fosse qualche figlio in giro; forse l’appellativo di Babbo era dovuto alla sua età, indefinita, ma molto, molto avanzata e a quella lunga e folta barba bianca che gli copriva il torace.
Le renne si erano riunite per un motivo, che potremmo definire sindacale.