Premessa

Siamo arrivati alla quarta puntata di questa storia incredibile che si svolge tra Italia e Africa, con le navi che arrivano per depositare rifiuti tossici, che industrie, organizzazioni e amministrazioni dei paesi ricchi non vogliono tenere per sé né vogliono pagare lo smaltimento secondo le normative vigenti.
Abbiamo seguito, nelle scorse puntate camion che interravano rifiuti tossici e radioattivi ovunque, in Italia ma anche all’estero, ad esempio nei paesi dell’Est europeo grazie all’intervento di Cosa Nostra. Abbiamo seguito le rotte così strane di quelle navi che improvvisamente si inabissavano: un sacco di navi forse 40 o forse 100 che ancora oggi riempiono i fondali marini lungo le coste della Calabria e della Basilicata, e anche della Sicilia e della Puglia. Abbiamo saputo, grazie alle indagini di molte procure, grazie alle investigazioni fatte eseguire da alcune commissioni parlamentari, che dietro quegli affari c’erano potenti coperture politiche e militari. Secondo il pentito Francesco Fonti i vertici del partito socialista di Bettino Craxi avevano in mano la situazione, che però lasciavano gestire ai Servizi Segreti, usando come manovalanza gli uomini della ‘ndrangheta, specie quella della famiglia di San Luca e del clan Iamonte.
alpi01In mezzo a questo andirivieni di rifiuti compaiono anche le armi, altro grande affare italiano. E armi e rifiuti tossici viaggiano spesso assieme su quelle navi della cooperazione che dovrebbero essere cariche solo di cibo e vestiti per le popolazioni più povere e disgraziate del pianeta.
Nella nostra storia manca un anello importante, che è forse quello che più ha suscitato clamore e sdegno nel paese, o meglio in una piccola parte del paese che sapeva di essere vivo. Gli altri erano troppo impegnati a seguire le gag di Drive In e la pubblicità nascosta di Berlusconi nelle sue televisioni.
L’anello che manca riguarda una giornalista del TG3, Ilaria Alpi, e il suo operatore, Miran Hrovatin, morti ammazzati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia. Oggi voglio raccontare la loro storia.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano in Somalia da alcuni giorni per un servizio, che la stessa Ilaria aveva definito molto interessante, proprio quella mattina al suo redattore a Roma, ma non aveva voluto dire niente di più, tanto, tra pochi giorni, sarebbe stata nuovamente a casa.
Perché Ilaria e Miran hanno un ruolo speciale, nel lungo elenco dei troppi giornalisti morti ammazzati durante gli anni roventi della prima repubblica? In fondo è un omicidio come tanti altri, altri di cui non si è mai trovato il colpevole, figurarsi i mandanti. Ilaria e Miran sono l’emblema di questa situazione, sono rappresentativi di questo stato. Lo sono stati prima di quel 20 marzo del 1994 e lo sono stati dopo, quando una commissione parlamentare, presieduta in modo ignobile dall’avvocato Carlo Taormina, ha cercato in ogni modo di buttare acqua sul fuoco, di nascondere la polvere sotto il tappeto, creando un mare di sabbia per seppellire quello che molti, quasi tutti, si ostinano a considerare un altro omicidio di stato.
Leggendo i documenti, ascoltando le deposizioni, guardando le immagini e i filmati ti cresce una rabbia dentro perché ti specchi nella tua impotenza. Dunque raccontarvi questa storia senza farsi coinvolgere sarà davvero molto, molto difficile.
In queste prime puntate vi ho raccontato le storie di quegli anni sui traffici dei rifiuti tossici e delle armi. I pentiti di ‘ndranhgeta e camorra ci mostrano un mondo cinico e brutale il cui unico scopo è fare soldi. Il business gira attorno  allo smaltimento illegale di residui pericolosi delle lavorazioni italiane ed internazionali, seppellendo materiali tossici e radioattivi nelle grotte dell’Aspromonte o sotto i letti dei fiumi lucani, oppure affondando le navi dei veleni con tutto il loro carico in punti che con ogni probabilità rimarranno tombe inespugnabili data la profondità dei fondali; o, infine, esportando intere navi verso paesi poco attenti alla salute dei propri cittadini e molto più all’incasso di percentuali; soprattutto paesi africani, come la Somalia.
Ho sottolineato che un simile traffico, che coinvolge non solo aziende del Nord Italia, ma anche istituzioni nazionali ed estere, non può sfuggire ai controlli a meno che non goda di potentissime protezioni. Le relazioni che abbiamo analizzato fanno intervenire il sottobosco italiano di quegli anni, dalle logge massoniche ai servizi segreti, dai politici corrotti ai faccendieri in un intreccio di legami a doppio filo con mafia, camorra e ‘ndrangheta.
Su questo indagava Ilaria Alpi.alpi03
Vedremo, percorrendo quello che è accaduto dopo il marzo del 1994, che molti hanno cercato con forza di mettersi di traverso alla ricerca della verità mentre altri non hanno mollato mai. Non l’hanno fatto i colleghi e gli amici di RAI3, qualche magistrato più coscienzioso e coraggioso di altri e soprattutto i suoi genitori, Luciana e Giorgio, che hanno speso tutte le loro energie per non far morire la speranza di sapere cosa davvero è successo a Mogadiscio più di vent’anni fa. Il padre Giorgio se ne è andato nell’estate del 2010. Se ne è andato senza sapere la verità. La mamma è una roccia. A lei va l’affetto di tutti quelli che non vogliono dimenticare, perché Ilaria e Miran sono un simbolo e un simbolo non muore mai.
Voglio però anticipare la conclusione di ogni discorso, una conclusione amara, anzi amarissima. L’estate scorsa, all’inizio di luglio, Luciana Alpi ha presentato alla stampa un libro su Ilaria, dal titolo estremamente significativo: “Esecuzione con depistaggio di stato”, che riassume perfettamente quello che è successo e che vi racconterò tra poco.
La Procura di Roma ha appena chiuso la vicenda con una richiesta di archiviazione perché risulta impossibile risalire al movente e agli autori. Ve la leggo testualmente per capire di cosa si tratta: “La Procura di Roma è assolutamente consapevole di quanto sia deludente il fatto che oltre 20 anni di indagini, di processi e accertamenti della Commissione parlamentare di inchiesta non abbiano consentito di fare alcun modo luce sui responsabili della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E tuttavia ritiene che debba essere richiesta l’archiviazione del procedimento sia perché da un punto di vista formale, sono già scaduti i termini delle indagini per il reato di omicidio sia – e soprattutto – perché non vi è stata alcuna nuova ed ulteriore indagine che appaia idonea a conseguire risultati positivi né in relazione al delitto più grave né in ordine agli altri ipotizzati”.
Nel testo inoltre viene sottolineato come abbia avuto rilievo anche la situazione politica – di allora e di oggi – della Somalia. Condizioni negative che hanno determinato e determinano tuttora la sostanziale impossibilità di raggiungere un risultato positivo. Infine, si sottolinea “la totale inaffidabilità delle dichiarazioni rese in qualunque veste processuale, da cittadini somali anche se trasferiti all’estero”.
Insomma la verità non può uscire, perché troppe imponenti coperture hanno impedito un’indagine adeguata e perché i testimoni sentiti sono stati poco affidabili e l’unico responsabile condannato a 26 anni è ritenuto (probabilmente a ragione) semplicemente un capro espiatorio.
Ma è certo il caso di cominciare dall’inizio, perché la vicenda è lunga e contorta, come del resto abbiamo già visto nelle storie che vi ho raccontato fin qui. Facciamo un bel respiro e poi cominciamo.

Il contesto

Adesso siamo pronti a cercare di capire. Voglio farlo citando prima le molte fonti che ho seguito. Dai libri di Riccardo Bocca “Le navi della vergogna” e di Carlo Lucarelli “Navi a perdere”, alle trasmissioni televisive d’epoca firmate ancora da Carlo Lucarelli (Blu notte), da Giovanni Minoli (La storia siamo noi), il filmato illuminante e consigliatissimo di Paul Moreira “Toxic Somalia, sulla pista di Ilaria Alpi” offerto alcuni anni fa da RAI 3 ai suoi telespettatori, il film del 2003, diretto da Ferdinando Orgnani “Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni” e poi le relazioni della commissione presieduta dall’avvocato Taormina, quella sul ciclo dei rifiuti presieduta da Paolo Russo e la più recente sugli illeciti legati allo smaltimento dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella. E ancora l’infinità di articoli disponibili in rete, specialmente quelli prodotti da due riviste: L’Espresso e Famiglia Cristiana.
La quantità di documentazione è spaventosa. Chiunque sia del mestiere una sua piccola indagine l’ha condotta. A tutti loro va il merito del racconto che sta per cominciare, io sono solo il cantastorie che mette la voce, una voce emozionata e triste.
alpi02Questo racconto comincia a Mogadiscio l’11 marzo del 1994. É un venerdì quando i due giornalisti italiani arrivano in Africa con un volo militare. Ufficialmente per seguire il rientro delle truppe italiane dall’Africa. Il clima è terribile: la Somalia è scossa da una guerra civile. La capitale è divisa a metà dalla cosiddetta “linea verde” tra il territorio controllato dal generale Ali Mahdi e quello controllato dal generale Mohammed Farrah Aidid, già collaboratore dell’ex presidente Siad Barre. E proprio con Farrah Aidid, Ilaria vuole parlare. Non è semplice, come si può immaginare. I due si spostano a Balad, poco fuori da Mogadiscio, dove ci sono le truppe di pace italiane, poi vanno nel nord della nazione a Bosaso per intervistare le autorità locali, poi a Garoe, lungo la strada che porta verso Mogadiscio, dove arrivano la mattina del 20.
alpi04Prima del rientro nella capitale c’è una telefonata di Ilaria al caporedattore del TG3, Massimo Loche. É eccitata, perché ha realizzato un servizio molto importante. Deve incontrare di là a poco un collega dell’ANSA e allora trasmetterà tutto in Italia. Di cosa si tratta? Ilaria non lo dice, ma poi si viene a sapere che è riuscita ad intervistare il Sultano di Bosaso sulle navi della Cooperazione. Sono diversi mesi che la giornalista segue questa pista. É tornata da poco dalla ex-Jugoslavia dove ha cercato tracce di quelle navi per capire se davvero trasportano in Africa solo coperte, vestiti e medicinali. Ne ho parlato di sfuggita nelle scorse puntate: la cooperazione è un’attività perfetta per coprire traffici di armi e rifiuti tossici. E Bosaso è il porto a Nord del paese, che si affaccia sul golfo di Aden, poco più giù delle ultime acque del Mar Rosso. Un posto ideale per far arrivare le navi senza dare troppo nell’occhio. Questa città ha, in questa storia, un ruolo fondamentale.
Poco dopo pranzo, i due giornalisti, improvvisamente, partono dal loro albergo, il Sahafi, su un pick-up Toyota. C’è l’autista, Alì Mohamed Abdi, al suo fianco Miran. Dietro è seduta Ilaria con alle spalle, nel cassone, un uomo della scorta. Superano la linea verde ed entrano nella zona controllata da Ali Mahdi; a questo punto le informazioni si fanno frammentarie e le versioni si moltiplicano.
Dove vanno Ilaria e Miran quando abbandonano l’auto? Quanto stanno via? Entrano nell’albergo Amman per cercare il collega inglese dell’ANSA?
Come mai non sanno che tutti i corrispondenti se ne sono andati in Kenia perché qualcuno ha ventilato l’ipotesi di un rapimento? O sono entrati nell’ambasciata italiana che si trova a pochi passi dall’albergo? O sono andati a casa di Giancarlo Marocchino, uomo potente in Somalia oltre che informatore dei servizi segreti italiani? Chi li ha chiamati là? Perché?
Quante domande … tutte con la stessa risposta: non si sa.
Quello che si sa è che, quando escono per tornare in auto, una Land Rover blu con sette uomini a bordo li aspetta. Improvvisamente affianca il pick-up. L’autista tenta una fuga in retromarcia, che però non riesce. Quindi, capita l’antifona, fugge assieme all’uomo di scorta. Nella Toyota adesso ci sono solo Ilaria e Miran e il massacro può cominciare.  Scendono in sei dalla Land Rover. Miran è colpito alla tempia, Ilaria alla nuca. Muoiono là, sulla strada di Mogadiscio. Con un colpo solo, a bruciapelo. Una esecuzione in piena regola: dall’auto non viene portato via nulla, non c’è una sparatoria, nessun proiettile vagante … in quella strada sale una puzza incredibile di assassinio su commissione.
Chi ha mandato e pagato quegli assassini? Non si saprà mai.La notizia arriva in Italia creando prima incredulità, poi sdegno e orrore. Ma il massacro è appena cominciato, perché quando succede una tragedia simile, dopo il pianto e il dolore si chiede giustizia. Che oggi, a oltre vent’anni di distanza non è arrivata. E ancora risuonano le domande che tutti si fanno.
Chi è stato? Chi li ha mandati quei sette? Perché?

I dubbi

Certo, col mestiere che fanno e i luoghi che frequentano, con la situazione in Somalia, con il fatto che bastano pochi dollari per far uccidere chiunque, si potrebbe pensare ad un semplice incidente sul lavoro. Chi fa quel lavoro e lo fa con la voglia di andare fino in fondo, sempre e comunque, costi quel che costi, una eventualità simile deve metterla in conto. Ma questo è un assassinio strano, ecco che ritorna ancora e ancora questo aggettivo, un assassinio che non ha niente a che fare con banditi di strada o esaltati estremisti. Perché ci sono troppe cose che non tornano, non tornano affatto.
Cose strane, appunto. Dopo un assassinio, uno come questo per di più, tutto viene fatto per cercare di scoprire cos’è successo davvero. Invece succede tutt’altro.
Subito dopo la sparatoria arrivano sul posto alcuni giornalisti che non hanno ancora lasciato la Somalia. C’è Gabriella Simoni di Spazio Aperto e Giovanni Porzio di Panorama e poi due troupe televisive: la statunitense ABC, e quella svizzera, che riprendono tutto.
alpi06A scoprire i cadaveri e gestire la situazione è Giancarlo Marocchino. É il primo ad essere arrivato sul posto. Lui abita a due passi. Chiede istruzioni alle poche autorità militari italiane ancora presenti a Mogadiscio. La zona è pericolosa e non arriverà nessuno, gli dicono. Fa rimuovere dai suoi uomini i corpi dal pickup, li carica sulla sua auto e va verso il porto vecchio della città, dov’è ancorato l’incrociatore Garibaldi. Il pickup li segue.
E qui nasce il primo dubbio. Perché spostarli dalla Toyota, se questa è perfettamente funzionante? La posizione dei corpi, l’analisi dell’auto avrebbero potuto fornire indicazioni a chiunque avesse indagato. Ma di indagini nemmeno l’ombra: non ci sono rilievi, fotografie, sequestri, niente di niente.
Un elicottero della Garibaldi porta i cadaveri a bordo per essere esaminati da un medico che stila il certificato di morte e quindi lo stesso elicottero li trasporta all’aeroporto. Vengono presi in consegna da una ditta privata che fa servizio per le basi statunitensi. Qui i due corpi sono visionati da un altro medico e fotografati per documentare le modalità della morte. Il tutto viene messo in una busta e riconsegnato assieme ai corpi. La mattina dopo un aereo dell’aeronautica militare trasporta le bare a Roma, dove arrivano la notte seguente, alle 2 del mattino del 22 marzo. Il giorno dopo è prevista la sepoltura.
Perché tutta questa fretta? Perché nessuno si preoccupa di capire come sono andate le cose? Nemmeno a Mogadiscio? Ecco cosa ne pensa Mariangela Gritta Grainer, all’epoca membro della commissione di inchiesta sulla cooperazione. E in Italia? Succede lo stesso. L’unico magistrato che si vede è al funerale quando l’impiegato del cimitero pretende un riconoscimento ufficiale del corpo di Ilaria prima di chiudere la bara.
Nessuna indagine, nessuna autopsia; sembra che di quella morte non importi niente a nessuna delle autorità. Sono i genitori di Ilaria a sporgere una denuncia contro ignoti e solo allora il magistrato è costretto ad aprire un fascicolo di indagine.
Che fine hanno fatto nel frattempo le loro cose? Sono rimaste nelle due camere d’albergo, in disordine, come capita a chi è appena tornato e riparte improvvisamente. Ci sono i vestiti, gli strumenti di lavoro, gli appunti presi mano a mano da Ilaria, una vera e propria mania quella della giornalista romana: non c’è immagine o filmato in cui non abbia una penna in mano. Ci sono le cassette di Miran, un altro che cura in modo ossessivo il proprio lavoro. Ogni sera le cassette vengono catalogate, scrivendo sulle custodie tutti i riferimenti possibili, date, luoghi, personaggi, per trovare in un lampo quello di cui si ha bisogno.
Nelle due stanze entrano due giornalisti, due colleghi, Gabriella Simoni e Giovanni Porzio a radunare tutto questo, a impacchettarlo in valigie e borsoni. Con loro gli operatori della televisione svizzera, che filmano tutto: è tutto documentato per filo e per segno.
I blocchi di appunti di Ilaria sono cinque, più l’agenda con numeri di telefono e frequenze radio-televisive, più i foglietti sparsi che Ilaria aveva con sé quando è stata uccisa.
Le cassette di Miran sono più di 20; è il reporter Francesco Chiesa della televisione svizzera a prenderle e metterle in una borsa blu. I numeri qui sono fondamentali: dobbiamo memorizzarli e tenerli a mente: cinque blocchi e venti cassette.
Tutto il materiale giornalistico viene infilato in uno zaino e consegnato al comandante dell’aereo che partirà per l’Italia. Gli effetti personali invece vengono messi in una busta sigillata, consegnati al presidente e direttore generale della RAI arrivati nel frattempo in Somalia.
Ci sono anche i rapporti dei medici della base americana sullo stato del corpo di Ilaria dopo l’uccisione e il certificato di morte stilato dal medico della nave Garibaldi.
Viene tutto inventariato, sigillato e spedito a Luxor, in Egitto, per poi proseguire verso Roma. Ma già in Egitto le cose cominciano ad essere strane. I bagagli sono confusi, i sigilli a volte non ci sono più o sono rotti. A Roma poi non ci sono formalità, nessuna indagine, nemmeno un controllo. Le borse vengono aperte e il materiale distribuito un po’ ai funzionari RAI, un po’ alle famiglie.
E qui continuano i misteri perché manca un sacco di roba.
alpi07I blocchi di Ilaria sono solo due, quelli in cui c’è il materiale meno importante. Quello che resta è pochissimo rispetto al lavoro che la giornalista aveva documentato.
Le cassette di Miran sono appena cinque: ne mancano 15, una quantità enorme di riprese.
Mancano i documenti contenuti nella busta sigillata: manca il rapporto delle autorità americane, mancano le fotografie dei cadaveri e manca il certificato di morte.
Dove sono finite le cassette? Quando se ne sono perse le tracce? Chi le ha fatte sparire e perché?
Sono domande semplici ma che hanno risposte molto complicate e spesso non hanno nessuna risposta.
Già, perché anche capire come Ilaria e Miran sono morti è complicato. Le versioni che vengono fornite nei mesi seguenti sono molte e difficilmente coincidono. Anche l’autista, Abdi, depone durante l’inchiesta, ma la sua versione è differente da quella di altri testimoni, come l’uomo di scorta, o la signora che ha visto tutto dall’altra parte della strada. Quanti uomini sono scesi dalla Land Rover? In quanti hanno sparato? Come hanno sparato? Raffiche di mitra o solo due colpi alla testa?
Il modo in cui il commando ha eliminato Miran e Ilaria fa tutta la differenza del mondo, come quella che esiste tra una morte avvenuta per caso nel corso di una sparatoria e quella invece che sembra essere un’esecuzione a freddo, premeditata, voluta.
La giornalista Gabriella Simoni ricorda bene quello che ha visto dentro la Toyota quel 20 marzo: Un’esecuzione dice la Simoni, una tecnica da mafiosi, aggiunge Carmine Fiore, il comandante del contingente italiano in Somalia. Per loro non c’è nessun dubbio: Ilaria e Miran non sono morti per caso.

Inchieste, autopsie e commissioni parlamentari

La morte dei due giornalisti ha in Italia un’eco enorme. Ne parlano tutti, perché è evidente che c’è qualcosa che non quadra. Anche perché il delitto avviene in un periodo, quello di Mani pulite, in cui perfino i cittadini meno informati cominciano a sospettare che la gestione dello stato non sia così limpida come credevano.
I giornalisti presenti a Mogadiscio nel 1994 non hanno dubbi sulle modalità dell’omicidio. Ma la loro opinione ha poca importanza. Contano le indagini, quelle ufficiali, che stentano a partire. alpi05
La prima questione, l’ho già detto, è stabilire come i due sono morti. Miran viene portato a Trieste, dove vive la sua famiglia, e viene fatta l’autopsia. Un solo colpo alla tempia è il risultato del medico legale.
Per Ilaria occorre aspettare il funerale. Il sostituto procuratore De Gasperis la fa esaminare dal medico di fiducia della procura di Roma, Giulio Sacchetti. Risultato: un solo colpo nella zona laterale posteriore sinistra della testa, sparato da distanza ravvicinata con un’arma corta, insomma una pistola. Il proiettile è calibro 9. Dei kalashnikov e delle sventagliate di proiettili nessuna traccia.
L’esame però è solo esterno, non si fa alcuna autopsia, perché al magistrato sembra che la situazione sia chiarissima così. Ma negli anni seguenti ci saranno decine di perizie che daranno versioni differenti e contrastanti. Qualcuno alla commissione bicamerale dirà che si è trattato di un proiettile di kalashnikov, vagante. Dunque si torna al problema se Ilaria e Miran siano stati assassinati apposta o se siano semplicemente stati sfortunati a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Nel 1996 cambia il magistrato, Giuseppe Pititto, che fa riesumare il corpo. C’è una nuova perizia balistica e un’autopsia. Risultato: il colpo sarebbe stato sparato da lontano. Otto anni dopo, nel marzo 2004, Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare che si occupa della morte dei due giornalisti, fa nuovamente riesumare il corpo e ordina nuovi esami. Risultato: colpo di kalashnikov sparato da lontano.
E poi c’è la macchina, il pikup Toyota su cui viaggiavano Ilaria e Miran. Che fine ha fatto? L’avevamo lasciata a Mogadiscio quel 20 marzo del 94. Si sono fatti rilievi su di essa? É stata sequestrata per farla avere alla polizia scientifica?
alpi08La risposta è no. Di quell’auto non si sa niente fino a che Taormina non la fa cercare, 11 anni dopo. La trova Giancarlo Marocchino, sempre lui in mezzo ad ogni avvenimento che riguardi la Somalia. La compra per conto dello Stato italiano e la fa arrivare a Roma a disposizione della commissione d’indagine. Gli esperti di balistica arrivano alla conclusione che ad uccidere i due giornalisti sia stato un unico proiettile che avrebbe attraversato il cranio di Miran, attraversato il sedile ed essere infine finito nella testa di Ilaria. Spiegazione contorta di un evento tragico, quasi incredibile ma sfortunato.
Questo non basta alla Procura di Roma, che vuole saperne di più su uno dei crimini più chiacchierati di quegli anni; vuole vedere l’auto e affidarla ai propri esperti. Il presidente Taormina nega l’autorizzazione. La procura si rivolge alla Corte Costituzionale, la quale da ragione alla Procura. É il magistrato Franco Ionta a seguire l’inchiesta. Tra le altre cose, ordina una analisi accurata delle tracce di sangue. Viene eseguita l’analisi del DNA, che porta ad una sorpresa sconcertante.
Quel sangue non è quello di Ilaria Alpi!
Non solo. Guardando i filmati del 1994 e confrontando quell’auto con quella attualmente a Roma, gli esperti di parte civile si convincono che i due veicoli sono diversi. L’auto in mano alla commissione non è quella in cui Ilaria e Miran sono stati uccisi. E allora? Perché Marocchino consegna un’automobile che non è quella richiesta? Non lo sapeva o lo ha fatto apposta?
Come si vede, in questa vicenda su molti fatti ci sono un sacco di spiegazioni che non vanno d’accordo tra loro, spesso sono opposte, ancora più spesso semplicemente non ci sono.
Sulla modalità della morte, sull’auto, sulle autopsie, ma la domanda fondamentale rimane una: perché? Perché Ilaria e Miran sono stati uccisi?
Per rispondere a questa domanda occorre farne un’altra: perché sono andati laggiù? A cercare cosa? E perché hanno passato sei giorni a Bosaso, quando bastavano poche ore per l’intervista che avevano in programma?
Si capisce qualcosa solo allargando il campo all’attività giornalistica di Ilaria di quel periodo. Da due anni lei andava e veniva dalla Somalia per capire una cosa, che si troverà scritta su uno dei blocchi rimasti: “1400 miliardi di lire. Dov’è finita questa impressionante mole di denaro?” Ilaria si riferisce ai meccanismi della cooperazione italiana.
Ma qui dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

5 Cooperazione

Dunque per capire quello che sta succedendo occorre avere una visione più generale.
alpi09Siamo negli anni ’90, quando in Italia non si parla d’altro che delle inchieste sulla politica corrotta, sui conti bancari all’estero, sulle deviazioni del finanziamento dei partiti, sul ruolo di Craxi e del suo partito e così via.
Tra le inchieste c’è anche quella sulla cooperazione internazionale, gestita dal FAI, Fondo Aiuti Italiani, diretto da Francesco Forte, sottosegretario agli esteri nei governi Craxi a metà anni ’80.
Le intenzioni sono ottime: l’Africa sta passando un momento di grande difficoltà e ogni aiuto è importante. L’Italia si occupa della Somalia solo che a volte i molti soldi stanziati finiscono in modo strano: si perdono per strada, o servono a progetti faraonici del tutto inutili come grandi strade nel deserto che nessuno percorre (una di queste parte proprio da Bosaso), forniture di flotte di pescherecci al governo locale, che poi finiscono in mano ai privati. E poi c’è il sospetto che quei denari servano a sostenere traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, a sostenere dunque l’impresa del crimine. Possibile? Craxi nega tutto, ma ci sono in piedi in quel periodo 41 inchieste della corte dei conti, dal 1994 anche una commissione parlamentare d’inchiesta e le indagini delle varie procure.
Ascoltiamo la voce di Ilaria Alpi in un servizio del 29 dicembre 1992: Ilaria a Bosaso ha un appuntamento importante, un’intervista con Abdullah Bogor Muse, il sultano di Bosaso. Lui sa tutto sulle navi, sulla cooperazione e su tutto il resto. L’intervista di Ilaria dura quasi tre ore: lo dichiara lo stesso Bogor al pubblico ministero Pititto. Ma quando si cercano le immagini nelle cassette di Miran si trovano appena 20 minuti, con tagli evidenti. E cosa dice il sultano davanti ai magistrati italiani? Le domande di Ilaria hanno uno scopo preciso. Vuole sapere se quelle famose navi, che dovevano trasportare vestiario e medicine, non erano in realtà cariche di armi e di rifiuti tossici. C’è un uomo, tale Omar Mugne Said, che si sarebbe impossessato delle navi fornite dall’Italia per farne un uso privato, probabilmente illegale. Sono queste le navi che Ilaria sospetta essere usate per gli scopi criminali. Ecco cosa risponde al riguardo Bogor. Ma il sultano non dice tutto, o almeno non lo dice in quello che è rimasto nelle cassette di Miran; ha paura e non si fida, nonostante il nuovo corso che l’Italia sta vivendo con Mani Pulite. Non fa nomi, ma si capisce che la verità è vicina, anzi vicinissima. alpi10Cosa si sapeva o cosa si è venuti a sapere su questo argomento? Perché, più di vent’anni dopo, la domanda è sempre la stessa, solo che i 1400 miliardi di Ilaria sono una stima per difetto e pare proprio che di soldi in ballo ce ne siano parecchi di più. Segreti di stato, bocche cucite, gente che sa tutto e nel frattempo è morta: niente di nuovo insomma nei segreti italiani. Chi prova ad aprire inchieste in quel periodo si trova di fronte ad un muro di gomma. Capita alla procura di Milano (pubblico ministero Gemma Gualdi nel 1994) e anche alla commissione d’inchiesta sulla cooperazione l’anno dopo, i cui lavori sono bloccati dalla caduta del governo Berlusconi per la defezione della Lega Nord dalla maggioranza che aveva vinto le elezioni. Ma se si leggono i verbali di quella commissione si trovano le parole durissime della corte dei conti che giudica gli interventi della nostra cooperazione “inutili”. Eppure, scrive la commissione, per il governo Craxi del 1984 “la Soma­lia ha rap­pre­sen­tato il prin­ci­pale desti­na­ta­rio dei finan­zia­menti della coo­pe­ra­zione ita­liana”.
Tra le indagini c’è quella della procura di Asti, che parte da Giancarlo Marocchino, sospettato di essere l’uomo forte dell’organizzazione che porta armi e rifiuti tossici in Somalia. Torneremo a parlare di Asti e della sua procura tra poco. Quello che possiamo dire fin qui è che, alla luce di questi fatti, assume ancora maggiore rilevanza la nota sul blocco di Ilaria: “1400 miliardi di lire. Dov’è finita questa impressionante mole di denaro?”. )

Giancarlo Marocchino

Chi è Giancarlo Marocchino? E quale ruolo ha avuto nell’omicidio dei due giornalisti? A detta di Carlo Taormina, Marocchino è una spia; lavora per i servizi segreti italiani. Ma è anche un imprenditore che si occupa di ogni cosa avvenga in Somalia in quel periodo. Dispone di contatti importanti e di un vero e proprio esercito. Alcune centinaia di uomini armati, ben pagati e per questo fedelissimi.
Come abbiamo visto è il primo ad arrivare sul luogo del delitto, rimuove i corpi e li porta alla Garibaldi. Agisce senza tentennamenti, come se fosse perfettamente chiaro tutto quello che c’è da fare. Non proprio il comportamento tipico di un uomo d’affari.
C’è un rapporto del colonnello della polizia investigativa somala Ali Jirow Sharmarke che accusa, seppure indirettamente, Marocchino di aver organizzato l’agguato. Ecco le sue parole rivolte al magistrato che l’interrogava: «Appena Ilaria arrivò in albergo ricevette una telefonata di Marocchino ... Disse all’autista che doveva andare subito via perché Marocchino la stava aspettando. La giornalista e il fotografo, accompagnati solo da un autista e da un guardiano, andarono a casa di Marocchino dove rimasero per circa un’ora». Parole riferite dai suoi uomini. Poi aggiunge: «Andai con otto uomini a casa del Marocchino perché volevo interrogarlo, ma lui mi impedì di farlo», perché «intorno alla sua casa vi era un centinaio di uomini armati». Questa deposizione verrà confermata anche a Giuseppe Pititto. Marocchino negherà ogni cosa, sostenendo che in Somalia in quel periodo bastavano pochi dollari per diventare delatori di qualsiasi cosa.
Prima di allora, nel 1993, il comando statunitense arresta ed espelle Marocchino dalla Somalia per traffico d’armi e altre attività illecite. La procura di Roma apre un’inchiesta, che viene però archiviata in tutta fretta. Poco dopo arriva una richiesta diretta dell’ambasciatore italiano a Mogadiscio, Mario Scialoja, che rivuole Marocchino a Mogadiscio.
Ma le inchieste non si fermano, non da sole almeno. Ci sono numerose intercettazioni e poi le parole dei collaboratori di giustizia, in primis Francesco Fonti che attribuirà a Marocchino e ai servizi segreti attività illecite nel campo della vendita illegale di armi e del traffico di rifiuti pericolosi e radioattivi. É la procura di Asti ad incriminarlo sulla base delle intercettazioni fornite da Roma, Brescia e Torre Annunziata. Ma anche in questo caso le accuse cadono e l’inchiesta viene archiviata.
C’è un altro episodio curioso che avviene pochi giorni prima di quel 20 marzo. C’è una cena a casa Marocchino per festeggiare il suo compleanno. Ci sono anche molti giornalisti, tra i quali Carmen LaSorella del TG2. Ad un certo punto Marocchino si assenta e quando torna comunica che i clan in guerra hanno deciso di rapire e uccidere dei giornalisti e invita tutti a lasciare il paese. Un aereo decollerà qualche giorno dopo per il Kenia. Per questo il contatto ANSA, che Ilaria cercava a Mogadiscio il 20 marzo, non trova.
Non voglio qui entrare nel merito di tutte le indagini che hanno riguardato questo personaggio. Quello che appare è che egli sappia molto più di quello che ha detto e che il suo ruolo nel trasporto di rifiuti tossici e soprattutto radioattivi in Somalia non sia stato per niente secondario.
Nel 1998 Luciano Tarditi, pubblico ministero di Asti, interroga Ezio Scaglione, “console onorario della Somalia” a cui il presidente ad interim Ali Mahdi affida nel 1996 la creazione di un impianto di stoccaggio dei rifiuti. Dagli atti risulta che Scaglione dica: «Si potevano smaltire rifiuti radioattivi e preciso che Giancarlo Marocchino, in una delle varie conversazioni telefoniche che io ebbi con lui personalmente, mi parlò della costruzione di un porto nella zona a nord di Mogadiscio, in località El-Ma’an, sostenendo di poter stivare nella banchina rifiuti radioattivi, annegandoli nel cemento».
Torneremo su questo punto un poco più avanti.
alpi11Non solo il porto. Anche la strada Bosaso – Garoe, finanziata dalla cooperazione italiana, è in realtà un cimitero di rifiuti tossici. Lo dicono tutti: gli abitanti della zona, i pentiti, i marinai che lavorano sulle navi, tutte le persone informate dei fatti. I giornalisti di Famiglia Cristiana guidati da Luciano Scalettari vanno tre volte in Somalia a percorre quel tratto di quasi 500 km di asfalto. E tornano con un sacco di testimonianze. Pescatori che dicono che bidoni sono stati trovati in fondo al mare da altri pescatori, poi morti di malattia. Medici (tra cui uno italiano) che confermano un aumento di tumori e di malformazioni dei neonati nella zona, del tutto anomalo rispetto al resto del paese, camionisti che ricordano di aver trasportato e scaricato dei fusti nelle cave lungo la strada in costruzione. Si fanno portare sul posto, segnano la posizione GPS, ma certo non possono scavare per controllare. Potrà farlo la magistratura o qualche organismo internazionale. Ma un conto sono i racconti e altro i fatti. Quei bidoni ci sono davvero? Basterebbe andare là e scavare.
C’è un’altra commissione d’inchiesta, questa volta sullo smaltimento illecito dei rifiuti, presieduta dall’on. Paolo Russo di Forza Italia. É un medico e vuole vederci chiaro. Chiede di acquisire tutto, nastri, filmati, documenti e posizioni GPS. Ma l’autorizzazione non arriva perché, così gli dicono, le condizioni politiche e militari in Somalia sono molto difficili. Ascoltiamo il ricordo di Paolo Russo e subito dopo il commento di Luciano Scalettari di Famiglia Cristiana. 

Giorgio Comerio

C’è un altro nome che compare nelle indagini e nelle inchieste sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, quello di Giorgio Comerio.
alpi12Lo abbiamo già incontrato, parlando delle navi dei veleni e della tragica fine del capitano Natale De Grazia. Abbiamo anche visto che oggi i servizi ritengono sia un uomo forte della fornitura di materiale radioattivo perfino del dittatore Kim della Corea del Nord. Ma a noi qui interessano i suoi legami con le vicende somale.
Dobbiamo risalire ai fatti che riguardano la Jolly Rosso, quella nave dei veleni che, per qualche strano motivo, invece di affondare come tutte le altre, finisce spiaggiata sul litorale calabrese. In quella nave si trovano dei documenti interessanti. Alcuni di questi sono appunto di Giorgio Comerio, ingegnere, esperto di navi con specializzazione nello smaltimento dei rifiuti radioattivi.
Giorgio Comerio ha avuto un sacco di accuse, inchieste giudiziarie, inchieste giornalistiche a questo riguardo. A noi non interessano, non in questo momento almeno.
Ricorderete che ho parlato dell’avventura ODM, gestita da Comerio su invito dell’OCSE, per riempire siluri di materiale radioattivo e spedirli dentro i fondali marini, lasciando tutta quella schifezza là, in fondo al mare.
Quello che ci interessa, in questo momento, è che l’ingegnere apre una sede a Lugano dell’O.D.M. e dichiara di aver trovato 12 milioni di dollari per smaltire scorie radioattive in due paesi non specificati.
É tutto abbastanza strano, eccolo di nuovo l’aggettivo. I numeri di telefono dell’azienda sono intestati ad un privato (Arcasio Camponovo) e la società non è mai stata registrata in Svizzera. É un intreccio di società più o meno reali che si occupano di questo ampio spettro di affari sporchi legati ai rifiuti tossici e radioattivi. Successivamente due altre società vengono affiliate alla ODM: una è tedesca di Brema, l’altra è la Atimex Snc di Asti.
Ecco come entra in gioco la procura di Asti, che comincia ad indagare ed effettuare intercettazioni telefoniche, comprese quelle a carico di Marocchino.
C’è una perquisizione nella casa di Comerio, dove, tra le altre cose, si rinviene il certificato di morte di Ilaria Alpi. Quello che, dopo l’invio del corpo dall’Africa in Italia era scomparso assieme a tutto il resto del materiale, i blocchi, le cassette di Miran, le rubriche telefoniche, le foto dei corpi e quant’altro.
Sono i magistrati calabresi a recuperare i documenti, come ho ricordato nella puntata sulla morte di Natale De Grazia. Ma, quando occorre tirarli fuori per depositarli presso le commissioni d’inchiesta e i tribunali, quei documenti non si trovano più, nemmeno il certificato di morte di Ilaria.
É chiaro che a questo punto, se si trattasse di un romanzo di spionaggio, ci aspetteremo una serie di colpi di scena con i buoni che sconfiggono i cattivi. Ma questo non è un romanzo. Si va avanti a dichiarazioni e controdichiarazioni. Giorgio Comerio ha un sito nel quale sono contenute tutte le sue verità. Verità che ovviamente negano ogni addebito su qualsiasi tema: le navi, i rifiuti, le armi, i documenti, Ilaria Alpi.
E a poco serve l’accusa circostanziata del pentito Francesco Fonti, che come boss della ‘ndrangheta aveva lungamente partecipato a quelle attività criminali. Le sue indicazioni sono precise. É stato proprio il traffico di rifiuti radioattivi e di armi il motivo per cui sono stati pagati i sicari somali che hanno giustiziato Ilaria e Miran.

Un colpevole?

Nessun colpevole dunque?
No, il processo riconosce un colpevole, ma anche questa è una storia strana.
Nel 1996 l’ambasciatore italiano a Mogadiscio, Giuseppe Cassini, trova un testimone: Ahmed Ali Raje. Lui sa i nomi dei sette occupanti la Land Rover blu. Ma quando il testimone arriva a Roma di nomi ne esce solo uno: Hashi Omar Hassan. Lui, Hassan, si trova a Roma, perché è un testimone di quella brutta storia delle violenze da parte delle forze armate italiane contro cittadini somali. Viene condannato in primo grado. Poi va all’estero, ma torna per l’appello. Ecco un’altra stranezza: sa che rischia l’ergastolo: perché mai dovrebbe tornare? Chi gli consiglia di farlo?
Ancora una volta i misteri si mescolano ad altri misteri. Mentre Hashi viene condannato a 26 anni di carcere, il termine “capro espiatorio” diventa sempre più insistente. Anche perché la testimonianza che lo inchioda, quella di Ali Raje, è stata raccolta a Mogadiscio da Cassini, verbalizzata dalla Digos e da Ionta a Roma nel 1997. Poi di Raje non si sa più nulla. Sparisce, non partecipa alle sedute del processo, non compare mai in aula.
Mentre Hashi sconta la sua pena e continua a professarsi innocente, nel 2002 il colpo di scena. Raje racconta infatti di essere stato pagato per raccontare il falso, accusando una persona a caso e sostenendo che l’omicidio era stato puramente casuale, un errore.
La Digos di Udine aveva svolto le indagini, fatto venire in Italia e interrogato l’autista del pikup e la guardia del corpo ed era arrivata a conclusioni completamente diverse, quelle adombrate oggi in questa trasmissione, quelle da sempre sostenute dalla famiglia Alpi. I due giornalisti sono morti per tutelare il segreto attorno al traffico di armi e rifiuti tossici. Ma l’allora procuratore capo Vecchione toglie la delega alle indagini alla Digos di Udine, per passarle al pubblico ministero Ionta. Nel 2011 viene istituito un procedimento contro Ali Raje per calunnia che potrebbe riaprire tutto il discorso. Qualche anno fa è stato sentito il generale Adriano Santini, direttore dell’AISE (i servizi segreti italiani). A sentire i presenti non ha fornito nessun elemento nuovo rispetto a quanto già in possesso della commissione Taormina. Eppure i giudici hanno preteso che l’interrogatorio avvenisse a porte chiuse. Perché?
Ancora misteri.
Nel dicembre 2014, una svolta. Laura Boldrini, presidente della Camera, avvia il procedimento per desecretare i documenti sulle vicende di quegli anni: sulle navi dei veleni, sugli interramenti dei rifiuti tossici nel nostro paese, sulle spedizioni di scorie all’estero, anche in Somalia, anche a Bosaso.
Parleremo di questi documenti in una prossima puntata.
Spero non penserete che questa azione sia nata motuproprio all’interno dei nostri parlamentari. È stata Greenpeace, con il forte sostegno del quotidiano Il Manifesto, a richiedere la de-secretazione degli atti, fornendo un elenco di quelli che proprio non possono più rimanere dentro un cassetto.
Ascoltiamo un brano musicale e poi vedremo un altro episodio di questa storia, un episodio che fa venire il voltastomaco: le conclusioni della commissione Taormina sulla morte dei due giornalisti a Mogadiscio. 

Le conclusioni della Commissione Taormina

Già: strano, misterioso, occulto, depistato sono gli aggettivi che ricorrono in questi racconti. Dei quali però sembra non avvedersene il presidente della commissione, Carlo Taormina, che firma una conclusione quanto meno sconcertante.
alpi13Non c’è niente di strano in Somalia. Anzi ci sono tanti giornalisti (immagino si riferisca a quelli dell’Espresso e di Famiglia Cristiana in primo luogo), che cercano di trarre profitto dalla diffusione di notizie sui rifiuti e le armi. Pensate un po’: si parla di notizie inventate ad arte per fare carriera, sulla pelle dei colleghi e delle popolazioni locali. Una bella visione quella di Taormina. Vengono addirittura effettuate perquisizioni nelle case di alcuni di questi giornalisti, come Maurizio Torrealta, allora al TG3. Siccome sono cose difficili da credere ascoltiamo prima Carlo Taormina sulle conclusioni della commissione e poi il giornalista perquisito. E dunque perché mai i due giornalisti sono stati uccisi a Mogadiscio secondo l’avvocato Taormina? Per caso. É toccato a loro, poteva toccare a qualcun altro. Le indagini, le armi, i rifiuti, i servizi segreti, i misteri dei documenti scomparsi non contano nulla e non c’entrano niente. I due erano là in vacanza, sono stati sfortunati. Al massimo si può pensare ad un rapimento di due giornalisti italiani, ma non loro in particolare, sarebbero andati bene due qualsiasi. Insomma un tentativo di sequestro finito male.
É facile immaginare la reazione dei colleghi, di chi aveva speso energie e denaro per indagare, di fronte a questa ignobile farsa.
Vorrei ricordare, è solo cronaca, che nello stesso tempo Taormina faceva parte della commissione Telekom Serbia, in cui esponenti della sinistra italiana (Prodi, Dini, Fassino) venivano accusati da un presunto Dossier di Ugo Marini. Nel 2003, a seguito di una indagine del quotidiano Repubblica, Taormina ammise che si era inventato tutto ed era “il puparo di questa vicenda”. Si dimise da parlamentare e finì a commentare il calcio al processo di Biscardi. Ma che bella persona! Nel 2016 aderisce al Movimento 5 stelle. Grillo, ma che cazzo di gente tiri dentro?
La commissione d’inchiesta, tuttavia, ha anche un vicepresidente. Si tratta di Raffaello De Brasi, dell’Ulivo, che assieme ai parlamentari di opposizione della commissione non votano le conclusioni di Taormina e presentano una propria contro-conclusione, che è facile trovare nei documenti della camera della 14^ legislatura. Ascoltiamolo. Le conclusioni di Taormina fanno gridare talmente tanto allo scandalo che Gianni Barbacetto, attuale giornalista de Il Fatto Quotidiano e collaboratore delle trasmissioni televisive più interessanti dal punto di vista investigativo, come Blu Notte di Carlo Lucarelli  e Anno Zero di Michele Santoro, sul settimanale Diario, esce con un articolo intitolato «Taormina connection» in cui fa un bilancio tutt’alstorie/tro che lusinghiero delle attività condotte su questo caso. Una connection che si nutre di elementi quanto meno discutibili perché, per citarne una, il presidente della commissione è stato anche l’avvocato del generale Carmine Fiore, il comandante del contingente italiano che querelò per diffamazione Luciana Alpi, la madre di Ilaria, poi assolta per aver detto che l’ufficiale era un bugiardo quando affermava che i corpi dei giornalisti erano stati recuperati dai militari. 

La mamma di Ilaria

alpi14Voglio chiudere questa vicenda con le parole della mamma di Ilaria Alpi, una donna che ha sempre lottato per sapere la verità, con suo marito finché è rimasto in vita e da sola poi. Ma Luciana non è mai sola, perché la vicenda è quella dell’Italia di quegli anni e non solo e riflette un modo di fare e di comportarsi tipico di una classe dirigente che se ne frega di ogni cosa quando c’è da mettere al sicuro un segreto imbarazzante. Questa è la storia dunque di due persone che cercavano la verità in Somalia e per questo sono state uccise. Con ogni probabilità per coprire traffici immondi gestiti nel retrobottega delle amministrazioni italiane e internazionali.
L’intreccio spaventoso di malavita, servizi segreti, politici, faccendieri, massoni è una matassa che nessuno riesce a dipanare senza provare un senso di schifo.
Ma nei romanzi polizieschi, accanto ai morti ammazzati, agli assassini e ai mandanti, spesso c’è anche un epilogo.
Il nostro esce dalle carte della procura di Asti. Sì, proprio quella che indaga, a seguito dell’affare ODM di Giorgio Comerio, sul traffico di rifiuti tossici.
Greenpeace, assieme alle altre grandi associazioni ambientaliste italiane, ha studiato l’intera vicenda fin dal 1994, nel 2010 scopre nell’archivio della città piemontese alcune fotografie. Il sito di Greenpeace Italia le pubblica nel giugno del 2010. Risalgono al 1997 e mostrano cosa c’è dentro le banchine del porto di El Ma’an vicino a Mogadiscio. Centinaia di container dal contenuto sconosciuto. (vedi articolo di Greenpeace).
Ne parlano i giornali, ad esempio l'Espresso in un articolo del 18 giugno 2010.
alpi15Le immagini sono inserite da Greenpeace in un dossier di 36 pagine che ripercorre tutta la storia dei rifiuti tossici trasportati in Africa o affondati al largo delle coste italiane. un dossier che ripercorre la storia che in queste puntate ho raccontato qui a Radio Cooperativa.
Si parla di Asti, della commissione parlamentare, della Jolly Rosso e si parla anche di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che non ci sono più, ma solo fisicamente, solo fisicamente.

Epilogo

Dopo 10 anni anche le Nazioni Unite cominciano ad indagare e arrivano, alla fine, alle stesse conclusioni alle quali stava arrivando Ilaria Alpi. Il documento è in rete e non lascia proprio nessun dubbio. Il resoconto può essere riassunto così.
Una rete di malfattori organizza, ben protetta dalle amministrazioni statali, il traffico di armi e rifiuti, utilizzando quelle stesse navi della compagnia Shifco, che il governo italiano ha donato perché il popolo somalo possa pescare e sopravvivere.
I nomi del console onorario Enzo Scaglione, di Giancarlo Marocchino, di Nicolas Bizzio e dello stesso presidente somalo dell’epoca Ali Magdi compaiono nei documenti, nelle intercettazioni, nei resoconti degli agenti infiltrati. E a nulla sono serviti i resoconti dettagliati dei pentiti come Giancarlo Sebri o Francesco Fonti. La chiusura di ogni indagine è in quelle poche parole, glaciali e terribili: “non luogo a procedere”. 
Oggi le coste somale dove i container e i bidoni pieni di sostanze tossiche e radioattive sono stati abbandonati, sono tragicamente morte. Niente pesci, niente pesca, niente possibilità di sopravvivere. I bambini nati con malformazioni gravi sono in aumento, i tumori e le leucemie anche.
Ecco allora che i pescatori fanno l’unica cosa che possono fare: diventano pirati e assaltano le navi che passano al largo e, quando possono, le catturano. Certo, sono dei pirati, ma sicuramente meno grandi e sicuramente meno responsabili di tutte le industrie e le organizzazioni statali che hanno permesso che i veleni di mezzo mondo arrivassero a distruggere le vite di uomini, donne e bambini in una parte del mondo già povera e senza speranza.
La Somalia oggi non offre certo la possibilità di andare a verificare come stanno le cose. Lo scenario è quello fatto di attentati, bombe, una guerra civile senza fine.
Il paese non ha mai conosciuto un reale periodo di pace, dal momento che la sua storia è fatta di colpi di Stato, dittature, guerriglie, scontri tra fazioni e clan. A questa precarietà assoluta dal punto di vista amministrativo, si associa comprensibilmente anche una pessima qualità della vita, dettata da un tasso di mortalità molto alto soprattutto tra anziani e bambini, scarse condizioni igienico-sanitarie ed epidemie. A rendere la situazione ancora più drammatica, come se non lo fosse già abbastanza, ci sono tre anni di siccità che stanno esplodendo sotto forma di carestia.alpi16
I clan dominano la scena per questo le cose che Ilaria Alpi aveva ben chiare nei suoi pensieri, restano là.
A proposito dei pirati somali, al largo delle coste i grandi stati hanno messo le loro navi da guerra per catturarli. Molti sono già stati presi. Ma nei confronti delle grandi aziende e delle organizzazioni che hanno distrutto le coste, il mare e le vite delle persone non è mai strato mosso un dito. Che schifo!

Puntata 3: riassunto

misteriContinuiamo il racconto delle vicende dell’Italia dei decenni scorsi, che è però importante perché traccia un modo di gestire la cosa pubblica che fa rabbrividire e che a volte ci sembra si ripresenti. Leggendo infatti le cronache odierne, scopriamo, ma è solo un esempio che faccio, che la nostra regione, indicata da tutti come un esempio nella gestione dei rifiuti, è in realtà un immondezzaio di schifezze pericolose e tossiche che stanno sotto i manti stradali, i piazzali degli aeroporti e un po’ ovunque. A perpetrare questo traffico illecito e dannoso per ambiente e popolazione sono quegli imprenditori da tutti citati come un fiore all’occhiello della nostra nazione.
Per carità, non bisogna mai generalizzare, sarebbe davvero ingiusto verso i tanti che sono dei galantuomini, ma è bene sapere che questo dove viviamo non è affatto il paradiso terrestre e che, tanto per dirne una, la terra dei fuochi è nata qui, a Vicenza, da dove sono partiti i primi camion con fusti di rifiuti tossici da interrare da qualche parte. Poi la camorra ha fatto il resto. Così evitiamo di fare la figura degli imbecilli muovendo il dito verso un’unica direzione e cominciamo a pensare a noi stessi.
Ecco perché ho pensato che raccontare le storie oscure di un’Italia piena di malaffare, di coperture strategiche volute da governi e Servizi segreti, possa far capire dove viviamo e magari muovere qualche curioso a saperne di più, a leggere e studiare, non per guardare indietro, non solo almeno, ma per avere qualche straccio di strumento in più per giudicare quello che ci troviamo davanti oggi e continueremo a trovarci davanti in futuro. Punto e a capo.
Vi stavo raccontando l’incredibile storia di Francesco Fonti, affiliato alla ’ndrangheta nella famiglia di San Luca e poi pentito. Ha raccontato tutto, prima di morire nel 2012, lasciando memoriali ai procuratori antimafia, dai quali è possibile risalire ai nomi di tutti i coinvolti. Quelli che appartengono alle varie famiglie della mafia calabrese, quelli che hanno coperto il traffico illecito di rifiuti tossici e di armi, quelli che li hanno forniti, i politici e gli appartenenti ai Servizi Segreti che, chiudendo tutti e due gli occhi hanno intascato un po’ di denaro e, forse di potere.
So che avete già indovinato, ma la sua testimonianza è servita davvero a poco. Molte inchieste sono state frettolosamente chiuse, la quasi totalità dei documenti dichiarati segreti di stato e desecretati solo di recente (di questo parleremo alla fine del nostro racconto) e insomma la cosa si è protratta, segno evidente che le coperture del malaffare arrivavano in alto, molto in alto.
naviFonti ha raccontato di decine e decine di navi (secondo i suoi calcoli circa 40, anche se più avanti scopriremo che sono state più del doppio) che vengono affondate lungo le coste italiane, dove i fondali sono abbastanza profondi da evitare indagini imbarazzanti negli anni a venire. Si verificano tuttavia alcuni episodi che, diversi anni dopo (siamo nel 2009) mettono in allarme gli inquirenti, le associazioni ambientaliste e gli abitanti delle zone colpite, segnatamente la Calabria e la Basilicata.
Da un lato, infatti si assiste, ad un inspiegabile aumento di malattie come leucemie e tumori, dovute con ogni probabilità, e questo è l'altro lato, alla strana presenza di livelli molto alti di radioattività nella zona, specie lungo le coste.
Poi c’è la scomparsa della Rigel, assicurata con i Lloyds di Londra, i quali non vogliono pagare e si rivolgono alla magistratura di La Spezia, chiedendo come mai una nave che imbarca acqua non mandi un segnale di pericolo, un SOS. Sarà l’unico caso di una nave scomparsa che andrà sotto processo con condanna finale dell’armatore e delle ditte che avevano provveduto ad un carico completamente diverso da quello che era stato dichiarato. Ed infine la storia della Jolly Rosso (o se preferite della Rosso, secondo la denominazione ufficiale dopo essere stata spedita in Libano a riportare a casa una parte delle schifezze che la ditta Jelly Wax aveva fatto interrare e seppellire in mare in quel lontano stato orientale. La Rosso deve essere affondata, come tutte le altre, ma succede qualcosa, forse un errore nelle manovre di autoaffondamento, e la nave se ne va galleggiando ancora per ore, fino a inclinarsi su un fianco sulla spiaggia di Amantea, rimanendo là come uno strano e inquietante monumento.
L’equipaggio, 16 uomini più il comandante, è tratto in salvo qualche ora prima dagli elicotteri della marina militare.
puntata3 04Ma le cose più strane accadono dopo lo spiaggiamento. Perché non si riesce a trovare il buco da cui sarebbe entrata l’acqua. L’armatore, di fronte alle domande della Guardia di Finanza, sostiene che un muletto fissato male ha urtato le pareti della stiva facendo il buco, solo che non si vede perché è sotto la sabbia. In realtà un buco si trova, ma è un buco squadrato, ben definito, non un buco da carrello o da effetti delle onde marine, più un buco da cannello con fiamma ossidrica. Un buco che con ogni probabilità è servito per togliere in tutta fretta quello che non si doveva vedere. Un’operazione eseguita con la velocità del fulmine. Gli abitanti della zona hanno visto per molti giorni i camion scortati dai vigili del fuoco e dalla finanza portare i resti della Rosso in discarica: scatolette scadute, tabacco avariato, porzioni della nave. Ma hanno visto anche i camion che arrivavano di notte, stavolta senza scorta, portare “altre cose” nella discarica. C’è poi un testimone che dice di aver visto altri camion che partivano dalla Rosso e andavano fino a Foresta, una sperduta località del comune Serra D’Aiello (Cosenza) dove c’è un fiume. Un altro dice di aver visto in quei posti dei bidoni strani, gialli e molto arrugginiti. Interviene allora il nucleo operativo ecologico dei Carabinieri (NOE). Non c’è radioattività, ma ci sono migliaia di metri cubi di fanghi industriali che non appartengono alle attività locali. Troppi indizi.
E così proprio dalla Rosso cominciano le inchieste, che coinvolgono molte procure: Reggio Calabria, Paola, Catanzaro, Roma, Matera, La Spezia, Padova, Asti.
A Reggio Calabria c’è un giovane capitano di corvetta che dà impulso alle ricerche. Il suo nome è Natale De Grazia. La matassa si comincia a dipanare e vengono a galla i legami che tengono assieme tutti quegli affondamenti: la ‘ndrangheta, la massoneria, la mala politica, gli affari illeciti, le connivenze e le complicità dei servizi e di parte delle istituzioni di controllo.
Ecco: questa è la situazione come l’ho raccontata nelle due puntate precedenti, puntate che, se avete voglia potete leggere o ascoltare visitando il mio sito noncicredo.org.
Ed è qui che si inserisce la storia di un militare, coraggioso ed eroico, ma non nel senso idiota che viene usato troppo spesso dai media americani, un eroe vero, di quelli che ci ha lasciato la pelle per una giusta causa, di cui poteva tranquillamente fregarsene come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi e superiori. Lui si chiamava Natale De Grazia e questa è la sua triste storia. Prendiamo un respiro, ascoltiamo un breve brano musicale e poi ve la racconto.

Il capitano Natale de Grazia

puntata3 03Tra gli uomini che indagano sulle sparizioni delle navi c’è un capitano di corvetta di 37 anni. Si chiama Natale De Grazia. Il suo compito è quello di ricostruire le rotte di quelle navi. Da dove sono partite, dove hanno attraccato prima di sparire, seguendo rotte completamente diverse da quelle dichiarate. Ricordate? La Nicos I doveva andare in Togo ed invece è finita a Cipro, in Libano, per poi inabissarsi da qualche parte tra Grecia e Italia.
De Grazia si occupa in particolare della Rigel per i motivi già detti anche questa sera: è l’unica nave la cui vicenda entra nei documenti di un dibattimento in aula.
La procura prende possesso degli atti del processo contro gli armatori di cui ho già detto e che porteranno alla condanna per affondamento doloso mentre l’associazione a delinquere cadrà nel corso del dibattimento. Leggendo quella documentazione salta subito all’occhio che, nonostante il processo riguardi una nave soltanto, di navi affondate in maniera dolosa e sospetta ce ne sono state parecchie. Ecco la pista che De Grazia vuole seguire: quante navi? cosa trasportavano? chi ha organizzato l’affondamento?
Certo non è un gioco da ragazzini. E’ evidente che un traffico del genere non può averlo messo in piedi la banda bassotti. A La Spezia ci sono basi della NATO, della Marina Militare, c’è il centro di addestramento dei reparti speciali, ci sono fabbriche di armi. La Rigel trasporta presumibilmente uranio, comunque materiali radioattivi: non possono certo venire dal furto di qualche supermercato.
In quel periodo nel porto di La Spezia c’è una nave particolare. Si chiama Latvia, una motonave della ex Unione Sovietica, appartenuta ai servizi segreti, al KGB insomma. 
Il corpo forestale dello stato sente puzza di bruciato e, già il 26 ottobre del 1986, invita la polizia a fare un’indagine, perché quell’imbarcazione potrebbe venire usata per trasportare rifiuti tossici e perfino radioattivi.
Di chi è quella nave? Era stata acquistata da una società liberiana con sede in Monrovia, attraverso un ufficio legale di La Spezia. Monrovia è un porto sulla costa Ovest dell’Africa poco più su di dove comincia il golfo di Guinea. La stranezza tuttavia è il prezzo pagato, che risulta superiore al valore reale e questo fa supporre che potrebbe essere utilizzata come “bagnarola” per traffici illeciti.
Qualche settimana più tardi la Latvia entra di nuovo in una annotazione di polizia giudiziaria. Il brigadiere Gianni Podestà comunica alle procure di Reggio Calabria e Napoli che una fonte attendibile ha riferito che famiglie camorristiche e logge massoniche sarebbero implicate nei traffici di rifiuti radioattivi e tossici interessanti la zona di La Spezia e l’hinterland napoletano.
La Latvia, secondo questa fonte, avrebbe seguito la stessa sorte della Rigel, dovendo salpare entro 4 giorni (entro il 14 novembre 95) da La Spezia per Napoli, dove avrebbe ritirato un altro carico per poi muovere attraverso lo Stretto di Messina per Malta. Di ritorno sulle coste joniche sarebbe stata affondata.
Queste informazioni arrivano da un informatore, del quale vi ho parlato l’ultima volta. Si tratta di quel “Pinocchio” (di cui si tace il nome vero) che aveva raccontato molto di quello che succedeva a La Spezia e nel suo porto. La deferenza o la soggezione con cui Pinocchio viene trattato, lascia capire che si tratta di un personaggio di rilievo, forse un agente dei servizi segreti, più che un pentito, con grande probabilità un agente infiltrato nelle cosche del malaffare. Come vado dicendo fin dall’inizio ci sono sempre gli stessi aggettivi a seguire le vicende: “strano” è uno di questi. É tutto troppo strano: ci sono indizi dappertutto ma gli affondamenti continuano indisturbati e nessuno sa mai niente.
A Reggio Calabria lavora un piccolo pool di investigatori. Tra loro il più impegnato e anche quello con maggiore conoscenza del problema è il capitano Natale De Luca, sposato con due figli di 8 e 10 anni. É un esperto di qualunque cosa riguardi il mare: inquinamento, correnti soprattutto dello stretto di Messina, ovviamente la questione delle navi scomparse.
Ad un certo punto arriva in Calabria il pubblico ministero reggino Francesco Neri, dell’antimafia, una presenza che fa capire quanto importante la magistratura ritenga l’intera vicenda.
E la Latvia cade sotto la lente del pool e di Neri, perché si tratta di un’occasione unica e davvero grande. Contrariamente a tutti gli altri casi, qui si può monitorare la faccenda in diretta, osservare e studiare la nave, prendere contatto diretto con gli occupanti.
Per questo il 12 dicembre Natale De Grazia sale in macchina alla volta di La Spezia. Non si sa chi lo abbia deciso: non risulta da nessun documento ufficiale. Nelle indagini della commissione sulla gestione dei rifiuti questo fatto risulterà confermato dalla la deposizione di un soggetto il cui nome è stato segretato. In effetti la decisione viene presa nel più grande segreto, cercando di non farlo sapere praticamente a nessuno. Il suo comandante addirittura firma una delega in bianco perché non venga diffuso il vero obiettivo della missione, nel caso cadesse in mani sbagliate.
Partono di sera, con il buio che a dicembre arriva presto, sotto un diluvio e con una macchina certo non all’altezza per un tragitto tanto lungo, che attraversa l’intera penisola, una Tipo.
Arrivati a Nocera si fermano per la cena. Tutti mangiano le stesse cose; solo Natale ordina un limoncello. Ripartono e, dopo poco, il capitano si accascia e muore.  Non si sa perché. Nel suo corpo non vengono trovate tracce di alcool. É un mistero che getta nel dramma la famiglia, sbigottita e l’intero pool con cui lavora.
I sospetti su questo improvviso decesso si fanno ancora più fitti dopo la sua morte. Il 15 dicembre, due giorni dopo la tragica fine di Natale, l’ispettore Tassi manda un fax alla procura di Reggio Calabria. Eccone il testo:
"In data odierna è stata accertata la partenza della Motonave Latvia, avvenuta all'incirca verso la terza decina del Novembre per raggiungere il porto di Ariga (Turchia)".
C’è puzza di marcio lontano chilometri. La Commissione parlamentare che indaga sugli illeciti legati allo smaltimento dei rifiuti, presieduta dall’on Gaetano Pecorella, ne prende atto e lo scrive in un italiano giudiziario incomprensibile. Eccolo però tradotto in un linguaggio da bar dello sport.
Non possiamo che sottolineare che questa vicenda è molto particolare. Mentre si sta indagando sull’uso di navi per trasportare rifiuti tossici, c’è la possibilità di controllare una nave, la Latvia, che si sospetta essere una di quelle. Nonostante questo la polizia giudiziaria non fa alcuna verifica approfondita, nessuno interroga gli occupanti della nave, nessuno segue la nave nei suoi spostamenti.
puntata3 05In effetti, durante l’inchiesta per la morte di Natale De Grazia, il pm Francesco Neri dichiara che all’epoca dei fatti lui e un suo collega scrivono al presidente della repubblica, Luigi Scalfaro, comunicando che le indagini sulle navi possono coinvolgere la sicurezza nazionale. E siccome il SISMI non può non essere a conoscenza di questi traffici, il pm richiede tutti i documenti che riguardino il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi. L’informativa arriva puntualmente tra gli incartamenti dell’inchiesta. I servizi segreti dunque conoscono certamente l’indagine sulle navi.
Forse non serve dire che dopo la morte di Natale le indagini sulle navi dei veleni si arenano e non se ne sa più molto fino agli sviluppi più recenti.
Per chiudere il capitolo sulle indagini vi leggo la chiusura di un articolo pubblicato dal Manifesto e ripreso dal comitato Natale De Grazia, che si occupa non solo di questa vicenda, ma di tutte quelle che hanno a che fare con i rifiuti e con l’ambiente più in generale. www.comitatodegrazia.org.
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Un tragico dicembre
Natale De Grazia era sul punto di chiudere le indagini. Aveva già programmato di utilizzare le festività di fine anno per preparare un rapporto finale, con le conclusioni della lunga inchiesta. Il sei dicembre a Reggio Calabria viene sentito – per la seconda volta – il teste “alfa alfa”, ovvero Aldo Anghessa. Oscuro trafficante, fortemente sospettato di agire spesso per interessi non chiari o come agente provocatore, due giorni prima del ponte dell’immacolata depone davanti a Natale De Grazia. E introduce un nuovo nome, che sarà fondamentale per l’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, Giampiero Sebri. «È disposto a collaborare», spiega Anghessa. Sebri qualche anno più tardi – nel 1997 – deporrà a lungo davanti ai magistrati della Dda di Milano, raccontando di una organizzazione internazionale specializzata nel traffico dei rifiuti nucleari. Indicherà anche Giancarlo Marocchino e l’ufficiale del Sisde presente in Somalia nel marzo del 1994, Luca Rajola Pescarini, come personaggi coinvolti, a suo dire, nel traffico. Per quelle dichiarazioni venne condannato per calunnia, condanna penale poi revocata qualche mese fa dalla Corte di Cassazione.
Quattro giorni dopo l’interrogatorio Natale De Grazia, insieme al maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta, riceve sei deleghe dal procuratore Neri, per compiere indagini a La Spezia e a Como. Chi doveva incontrare De Grazia non lo sappiamo. Il 12 dicembre parte e a mezzanotte viene stroncato da un arresto cardiaco, in circostanze mai chiarite.

I servizi segreti

Il documento arrivato nei mesi scorsi negli uffici della commissione Pecorella che dimostrerebbe l’erogazione di fondi ai servizi segreti per la gestione dei rifiuti nucleari e di armi ha la data – secondo quanto riportato dal quotidiano Terra – dell’11 dicembre 1995, ovvero il giorno prima del viaggio di De Grazia. Il capitano di corvetta sentiva il pericolo come vicino, vicinissimo. Lo raccontava al cognato, mentre da qualche mese – dopo una perquisizione decisamente anomala a Roma – aveva il timore di entrare in contrasto con pezzi importanti dello stato. Sapeva di essere vicino alla verità, e questo lo preoccupava. Quello che probabilmente non sapeva era che quello stesso stato che gli pagava lo stipendio per bloccare i traffici criminali di rifiuti e di armi, finanziava – segretamente – chi quei traffici li copriva o, addirittura, li organizzava.
A ben vedere di misteri misteriosi questa storia è già abbastanza piena. Del resto gli anni ’80 e ’90 sono così ricchi di fatti accaduti che ancora oggi lasciano con l’amaro in bocca perché di essi non si riesce a dare una spiegazione piena e univoca. E sono fatti che si intrecciano in un groviglio incredibile. Tanto per fare un esempio, il pentito Fonti sostiene di aver saputo perfettamente dove si trovava rinchiuso Aldo Moro nell’appartamento in via Gradoli. Il suo capo, Sebastiano Romeo, gli ordina di trovare l’indirizzo. Richiesta poi confermata da Benigno Zaccagnini, allora segretario della DC. Fonti si rivolge al suo contatto per i rifiuti, Pino. Ma è il Cinese della banda della Magliana ad indicargli l’appartamento di via Gradoli. Alcuni contatti della ‘ndrangheta gli danno conferma e anche Giuseppe Sansovito, generale del SISMI e appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Ma quando torna a S. Luca con l’informazione il suo boss gli dice che i politici non hanno più interesse nella ricerca di Aldo Moro.
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Verità? Fantasie? Non lo so. Tuttavia gli intrecci tra politica, malavita organizzata, servizi segreti, massoneria deviata, perfino frange estremistiche di paesi stranieri non sono certo una novità di quel periodo. Potremmo scorrere un elenco lunghissimo di fatti non accertati come alcune stragi (quella di Bologna e di Ustica su tutte), omicidi eccellenti come quello di Pecorella, dei giornalisti De Palo e Toni in Libano e, ovviamente di Ilaria Alpi e Miran Hrovatim in Somalia. Molti protagonisti dei fatti, da Moro a Cossiga, dai generali dei servizi segreti ad Andreotti se ne sono andati per sempre e con loro una buona fetta di possibilità di arrivare alla verità vera. Cosa c’entra tutto questo con natale De Grazia? Il semplice fatto che lui è ben consapevole in quale fanghiglia si sta cacciando, eppure continua il suo lavoro e muore. Continueremo dopo una pausa musicale.f

Di cosa è morto Natale De Grazia?

Dicevo che di tutti questi intrecci è probabilmente consapevole il capitano reggino, il cui lavoro investigativo (meno quello che aveva in testa ovviamente) è contenuto nei fascicoli dell’inchiesta giudiziaria sull’affondamento della Rigel.
Abbiamo usato l’aggettivo “strano” tante e tante volte. Va tirato fuori anche quando si decide di guardare dentro la casa di Giorgio Comerio. Comerio è uno dei nomi chiave delle inchieste sul traffico dei rifiuti, delle scorie radioattive e delle armi. É fuggito in Tunisia e ha rilasciato interviste in cui ha attaccato tutti i suoi accusatori.
Giorgio ComerioDi lui è arcinoto il progetto ODM (Oceanic Disposal Management) col quale pretendeva di eliminare le scorie radioattive delle centrali nucleari, infilandole dentro dei siluri lungi 16 m, sparati poi in mare per farli inabissare in fondali fangosi e lasciarle là. Progetto rigettato da tutte le nazioni per motivi che credo sia inutile spiegare.
La commissione ecomafie ha preteso la declassificazione dei documenti riguardanti Comerio, dai quali sembrerebbe che l’ingegnere italiano sia uno dei fornitori della Corea del Nord di materiali radioattivi. Insomma un bel personaggino.
A noi qui interessa il fatto che nei documenti trovati durante quella perquisizione si scopre che nella casa di Giorgio Comerio, Natale trova un’agenda con questa notazione “Lost the ship” (La nave è persa) il giorno 21 settembre 1987, lo stesso giorno in cui affonda la Rigel. E quel giorno nessuna altra nave risulta dispersa in mare, secondo l’Organizzazione Marittima Internazionale. De Grazia trova anche una copia del certificato di morte di Ilaria Alpi. Perché mai uno come Comerio dovrebbe tenersela in casa? Soprattutto se si considera che nessun altro, neppure i genitori di Ilaria l’anno mai avuta?
Giorgio Comerio tratta l’acquisto della Jolly Rosso, la motonave che deve affondare al largo del Golfo di S. Eufemia, ma che per un errore finisce spiaggiata sulla sabbia di Amantea. Questa storia la racconterò tra non molto con tutti i suoi risvolti misteriosi.
L’ultima parte di questo racconto riguarda ancora la morte del capitano di corvetta Natale De Grazia. Riguarda quello che è stato fatto dopo quel 13 dicembre per scoprire se davvero è deceduto per cause naturali come riporta il referto oppure no.
La diagnosi del medico legale che ne constata il decesso è arresto cardio-circolatorio. Eccolo di nuovo: “strano”! Aveva 37 anni e il suo fisico era integro e in perfetto stato.
Viene ordinata l’autopsia. A questo punto nei romanzi gialli il mistero si dirada e i colpevoli saltano fuori. Ma non è questo il caso perché l’autopsia non rivela nulla di particolare, anche se immagino che il sospetto di un avvelenamento durante quella cena sia forte in chiunque abbia seguito il racconto fino ad ora.
Vediamo come sono andate le cose.
Il primo esame viene svolto il 19 dicembre 1995, sei giorni dopo la morte del capitano. E’ il sostituto procuratore Cinzia Apicella a disporlo e la dottoressa Del Vecchio ad eseguirlo. Ed è lei che traccia la prima sentenza: morte naturale, probabilmente dovuta ad un arresto cardiaco improvviso, dovuto ad una ischemia del miocardio con conseguenti gravi turbe cardiache. Insomma una morte improvvisa tipica di persona adulta. Ma Natale De Grazia è un uomo giovane, per di più militare e come tale soggetto a frequenti visite mediche, durante le quali mai era stata riscontrata una qualsiasi patologia cardiaca.
Anche la famiglia vuole vederci chiaro e affida ad un altro medico legale, il dott. Asmundo, una verifica. Ma il risultato non cambia di molto. La causa remota supposta potrebbe essere stata un superlavoro conclusosi con un accidente cardiaco.
Proprio le riserve della famiglia portano ad una seconda perizia, svolta un anno e mezzo dopo la prima, nell’aprile del 1997, una equipe di medici, tra i quali ancora la dottoressa Del Vecchio, sono incaricati di indagare sulla presenza di agenti chimico-tossici nell’organismo del capitano. Anche in questo caso, le considerazioni medico-legali escluderanno "la presenza di sostanze tossiche di natura esogena nei campioni esaminati". Negativa risulterà anche la ricerca di arsenico nei capelli e nel fegato. La conclusione è la medesima di un anno e mezzo prima: "Si ritiene, anche alla luce delle ulteriori indagini di laboratorio eseguite che la causa della morte del Capitano De Grazia Natale sia da ricondurre ad un evento naturale tipo ‘morte improvvisa dell'adulto’, come già ci esprimemmo in merito nella precedente relazione di consulenza tecnica medico-legale affidataci".
E il discorso sembra chiuso qui.
puntata3 07Noi facciamo solo una timida domanda: come mai un secondo esame che dovrebbe controllare la bontà del precedente, viene affidato alla stessa dottoressa Del Vecchio?
Quindici anni dopo, siamo alla fine del 2012, la Commissione Parlamentare che indaga sulle attività illecite collegate al ciclo dei rifiuti, richiede una ulteriore perizia. La commissione è presieduta da Gaetano Pecorella, ex PDL poi passato al gruppo che fa riferimento a Mario Monti.
Il perito incaricato è Giovanni Arcudi, 67 anni, titolare della cattedra di Medicina legale all'università' romana di Tor Vergata e docente alla Scuola ufficiali dei carabinieri. Ovviamente non è nemmeno il caso di riesumare la salma che non darebbe ulteriori apporti, per cui si può solo ripercorrere il lavoro dei medici di allora e riesaminare i reperti istologici.
Una lunga relazione viene fornita alla commissione. Si può trovare in rete facilmente. In essa si dichiara l’impotenza del medico nei confronti di conclusioni sul presunto avvelenamento del capitano, ma si traggono alcune conclusioni davvero inquietanti.
Primo. L'indagine medico legale condotta dalla Dott.ssa Del Vecchio si è conclusa con una diagnosi di morte improvvisa dell'adulto, facendo intendere che vi fossero in quel quadro anatomico ed istopatologico elementi concreti che potevano ben sostenere detta diagnosi. Ma non c’è nulla nella relazione delle precedenti autopsie che possa validare la conclusione di una morte improvvisa dell’adulto. La conclusione della dottoressa Del Vecchio dunque non corrisponde alla verità scientifica. Diciamolo meglio: la conclusione dell’autopsia è in contrasto con quanto la stessa dottoressa scrive nelle pagine precedenti.
Secondo. Ci sono le testimonianze dei suoi compagni di viaggio. De Grazia si era addormentato subito dopo essere risalito in macchina e russava in modo strano. Ad un certo punto reclina la testa sulla spalla e per questo viene scosso. Lui reagisce sollevando il capo senza svegliarsi e senza dire niente se non un suono indefinito. Poco dopo reclina ancora la testa e non risponde più alle sollecitazioni.
E questo modo di morire, conclude il professor Arcudi, non ha nulla a che fare con una questione cardiaca: mancano infatti i segni e le reazioni (come il dolore) che normalmente accompagnano un attacco cardiaco.
Tutte le manifestazioni osservate invece si accordano bene con una progressiva crisi delle funzioni del sistema nervoso centrale. Questa può avvenire in caso di incidenti cerebrovascolari, esclusi però dalle autopsie precedenti. L’unica causa che rimane è quella tossica. Quale essa potrà essere stata, se c’è stata, ormai non lo si può più accertare.
E’ chiaro che, anche se questo referto non conclude il giallo, porta però elementi inquietanti e toglie quella sicurezza sulla morte naturale di Natale che fino ad allora era data per assodata.
Nel febbraio 2013 la commissione Pecorella arriva alla conclusione. Su questo argomento scrive:
Non è compito di questa Commissione pronunciare sentenze né sciogliere nodi di competenza dell'autorità giudiziaria, tuttavia non si può non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese.”
Già, una morte misteriosa, un caso irrisolto, come per altri morti violente: Graziella De Palo e Italo Toni, in Libano nel 1980; Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio nel 1994, Mino Pecorelli nel 1979, come Antonio Russo nel 2000, e tanti altri, troppi altri che se ne sono andati in modo misterioso avendo come unica colpa quella di cercare la verità.

C’è dell’altro?

Certo questa vicenda è uno scandalo enorme, perché coinvolge un po’ tutti e, soprattutto, perché l’affondamento delle navi procura danni alle popolazioni locali, che vedono aumentare il rischio di tumori e altre malattie, oltre che rendere il mare una vera e propria pattumiera.
Ma c’è molto altro che succede in quegli anni e che fa dell’Italia il ricettacolo delle schifezze di organizzazioni nazionali e internazionali, di aziende che trattano materiali radioattivi o comunque sostanze pericolose e tossiche.
Vorrei riprendere le deposizioni del pentito Fonti, di cui vi ho parlato a lungo all’inizio di questa puntata. Lo faccio non perché non basti quello che ho già detto, ma perché si capisca la vastità degli interessi in gioco.
Ed inoltre, ricordiamo che racconto qui solo le vicende che Fonti conosce, che sono poi quelle della ‘ndrina di San Luca. E dunque le vicende vanno moltiplicate per tutte le famiglie attive sul territorio. Insomma questo racconto è decisamente all’acqua di rose, come volume d’affari (chiamiamoli così).
puntata3 08La scorsa volta avevamo incontrato un personaggio curioso, il dottor Tommaso Candelieri dell'Enea di Rotondella. Si tratta di un comune in provincia di Matera, in Basilicata. Qui sorge uno dei centri nucleari italiani, che all’epoca era destinato alla ricerca di nuove tecnologie nucleari, in particolare alla conservazione e al ritrattamento del combustibile nucleare derivato da un ciclo torio-uranio. Oggi il centro è affidato alla SOGIN, l’azienda incaricata della dismissione di tutti i residui nucleari italiani.
Dunque il dottor Tommaso stocca in quel periodo rifiuti decisamente pericolosi, che però provengono da ogni parte e non solo dall’Italia. Arrivano, da Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti. In quel preciso momento ha l'esigenza di far sparire una certa quantità di materiale.
Nel 1992, Fonti si presenta a Candelieri chiedendo se c’è del lavoro. “Il lavoro in questo settore non manca mai” risponde il dottore dell’ENEA.
Questa volta si tratta di mille bidoni di rifiuti tossici e radioattivi. Ci sono fanghi e rifiuti ospedalieri, ossido di uranio, cesio e stronzio, il tutto contenuto in fusti che a loro volta sono sistemati in 20 container lunghi 25 metri e alti 6 di proprietà della società Merzario Marittima, che tra l'altro controllava per conto delle autorità somale l'ingresso delle navi nel porto nuovo di Mogadiscio.
Ho già sottolineato nelle precedenti puntate di fare mente locale alle dimensioni dei container. La stanza in cui siete probabilmente misura 4x4x2,70 e contiene quindi un volume circa 10 volte inferiore a quello di uno solo di quei container.
Uno dei personaggi che entrano nell’affare è il sedicente conte di Piacenza Mirko Martini.  Questo si rivelerà essere un uomo dei servizi segreti italiani, ammanicato con la CIA e intimo del presidente ad interim della Somalia Ali Mahdi, per il quale ha in ballo un grosso affare per la consegna di una notevole quantità di armi. Si tratta di 75 casse di kalashnikov, 25 casse di munizioni e 30 casse di mitragliette Uzi. Arrivano dall’Ucraina sulla nave Jadran Express a Trieste, qui caricate su camion e portate a La Spezia da Fonti, parcheggiate in un capannone dal quale devono poi proseguire per l’imbarcazione, la Mohamuud Harbi.
Nel frattempo Fonti organizza il trasporto dei rifiuti; oltre ai container ci sono i rifiuti dell’ENEA, che arrivano al porto di Livorno su 20 camion. La nave che deve portarli in Somalia è la Osman Raghe. Le due navi partono e arrivano assieme a Mogadiscio.  E’ l’inizio di febbraio 1993.
In Somalia, lo abbiamo già incontrato in precedenza, c’è Giancarlo Marocchino, factotum e uomo molto potente nel paese africano. É un amico di Mirko Martini e, come si saprà più avanti, sostenuto nelle sue azioni dai Servizi segreti italiani (come lui stesso affermerà più avanti, ma questa è storia che scopriremo leggendo le pagine desecretate tra qualche puntata).
Ricorderete che ne abbiamo parlato come il referente del gruppo Bizzio in Somalia, quello che ha denunciato il pentito Sebri facendolo condannare per calunnia.
E, mentre le armi viaggiano verso Ali Mahdi, i rifiuti vengono trasferiti in diversi punti, ma sempre nella regione attorno alla città di Bosaso, che si trova all’estremo nord del paese. Un’altra parte finisce invece a Sud, vicino al confine con il Kenia. L’operazione fila liscia e costa a Candelieri:

  • 1,2 miliardi di lire per l’organizzazione somala
  • 8,8 miliardi vanno a Fonti che li distribuisce ai suoi contatti (Martini ne prende 350 milioni, Marocchino 400). Il resto alla famiglia Romeo di San Luca.

C’è da sottolineare che questa operazione costa all’organizzatore Candelieri 10 miliardi di lire, più o meno cinque milioni di euro. Si può immaginare facilmente quanto denaro uscisse dalle casse delle società e delle amministrazioni che quei rifiuti avevano prodotto e dovevano smaltire.
Come detto, questo racconto va moltiplicato per un numero abbastanza grande. Negli anni 80 molti governi affidavano a faccendieri più o meno disonesti lo smaltimento dei rifiuti pericolosi perché non sapevano dove metterli. Uno dei personaggi ricordati da Fonti nel suo memoriale è l’ingegner Giorgio Comerio, di cui ho detto poco fa. Comerio, nella zona dei Balcani, traffica in armi di qualunque tipo. Fonti lo incontra nel Montenegro in un ristorante nel 1993. Con lui fa alcuni affari riguardanti le armi, che, grazie a lui, compra dalla tedesca Thyssen per rivenderla agli ustascia jugoslavi. Per capire chi è Comerio a Fonti vengono offerti 75 aerei russi da rivendere.  Quegli aerei sarebbero finiti poi in Liberia, passando da un faccendiere ukraino.
Gli affari con Comerio continuano.
Nel 1995 una grossa partita di niobio, materiale usato nella costruzione dei reattori nucleari, viene portato in Sierra Leone per 250 milioni di lire.
Comerio racconta a Fonti dei suoi buoni rapporti con la famiglia Iamonte di Melito Porto Salvo, che lo aveva aiutato, dagli anni 80 in poi, nell'affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi in acque internazionali davanti alla costa ionica calabrese.
In particolare Fonti riferisce il caso della nave Rigel. Leggiamo dal suo memoriale ...
“Comerio mi spiegò che affondava navi cariche di rifiuti pericolosi per ottenere un doppio guadagno, sia da parte di chi commissionava il trasporto, sia da parte dell'assicurazione che veniva frodata. Le sue parole mi sono state poi confermate dallo stesso Iamonte, il quale mi ha spiegato come Comerio gli avesse chiesto di fornirgli il personale di bordo per l'affondamento della Riegel, la nave della società May Fair Shipping di Malta, noleggiata dalla Fjord Tanker Shipping, a sua volta noleggiata a un'altra ditta di cui non ricordo il nome, mandata a picco nel settembre del 1987 davanti a Capo Spartivento. Iamonte mi disse che l'affondamento era avvenuto 25 miglia fuori dalle acque territoriali. La 'ndrangheta aveva fornito il capitano e il suo aiuto italiano, mentre il resto dell'equipaggio veniva da varie nazioni. Sempre Iamonte ha fatto partire un motoscafo dalla costa con i candelotti di dinamite per mandare a picco la Riegel, dopodiché il capitano e l'aiuto sono stati riportati sulla costa di Capo Spartivento, mentre l'equipaggio è stato prelevato dalla nave jugoslava Karpen collocata in zona, che l'ha portato in Tunisia".
Ma anche la famiglia di San Luca è attiva nel settore. Si accordano con la società di navigazione Ignazio Messina. Fonti organizza l’affondamento della Yvonne A, della Voriais Sporadais e della Cunski, da cui tutto il nostro discorso è cominciato.
Le operazioni sono semplicissime; le navi al largo della costa vengono raggiunte da motoscafi che piazzano l’esplosivo, caricano l’equipaggio e se ne vanno. Gli uomini vengono poi spediti in treno al Nord e chi s’è visto s’è visto. L’incasso è di 150 milioni per nave. Il carico della Cunski sono 120 bidoni di scorie radioattive!
Fonti fornisce l’esatta ubicazione dell’affondamento, che coincide al centimetro con il luogo in cui è stato localizzato il relitto. Già, le navi inabissate e i rifiuti. E poi le armi e tutto il resto. Sembra fin troppo facile che un simile sistema malavitoso se la cavi sempre e comunque e che le condanne riguardino solo persone coinvolte marginalmente: armatori, fornitori, guardie di controllo nei porti. Mai e poi mai saltano fuori gli esecutori o, peggio ancora, i mandanti. E quando qualcuno si avvicina abbastanza alla verità, come Natale De Grazia, farlo fuori è questione di un attimo, grazie ad una organizzazione incredibilmente estesa ed efficiente.
puntata3 09Quello che sappiamo sulla vicenda è basata, almeno per ora, sulle parole dei pentiti, in particolare di Francesco Fonti. É interessante leggere i documenti della camera dei deputati che riportano le inchieste, gli interrogatori, anche le considerazioni di esperti. Questi documenti sono pubblici; ognuno vi può accedere basta cercare all’interno dei siti delle nostre istituzioni. Perché quasi nessuno lo fa? In parte perché la gente non sa di questa possibilità, in larga parte perché se ne frega, ritenendo inutile scoprire quanto marcio sia piovuto sulla popolazione italiana e continui a piovere. L’organizzazione sociale è fatta apposta per dare concretezza alla famosa frase: ti tirano merda e dicono che piove.
Ma torniamo ai documenti. In alcuni di questi le dichiarazioni di Fonti sembrano confuse.  Ma la storia, nel suo insieme sembra reggere e non è un caso se quelle affermazioni sono state messe alla base di numerose indagini.
Io continuo ad insistere sul fatto che sto raccontando una storia e che le testimonianze dei pentiti nel fanno parte, così come la documentazione desecretata qualche anno fa, di cui parleremo a lungo in una delle prossime puntate.
Ho già raccontato molto delle dichiarazioni di Fonti, ma qualcosa da aggiungere c’è ancora. Ad esempio il fatto che le famiglie camorriste avevano le coperture necessarie, anche politiche, per non avere fastidi. In particolare la famiglia di San Luca (quella cui appartiene Fonti) aveva rapporti diretti con i Servizi Segreti. Il boss Giuseppe Nirta, fin dagli anni ’80 era in contatto con collaboratori del SISMI (il servizio segreto militare). I nomi coinvolti, secondo il pentito, sono quelli di Giorgio Giovannini e Giovanni Di Stefano. Sono questi due a chiedere alla famiglia di San Luca se erano disposti a fornire manodopera per trasportare rifiuti tossici e radioattivi in Somalia per conto di aziende italiane. Ecco dunque il giro. Le aziende non si rivolgono direttamente alla ‘ndrangheta, ma fanno intervenire le istituzioni dello stato. Secondo Fonti anche Craxi era al corrente della cosa, ma non la seguiva personalmente, lasciando mano libera ai Servizi.
Per l’affare con l’Enea di Rotondella, la famiglia Romeo (che guidava la ‘ndrina di San Luca) ha l’appoggio di Francesco Corneli, uomo vicino al Sisde (il servizio civile), che garantisce le opportune coperture al porto di Livorno e La Spezia. Nel 1993 Corneli chiede a Fonti di caricare sulla nave, in partenza da La Spezia per la Somalia, alcune casse di armi che dovevano essere consegnate a Giancarlo Marocchino.
Altre informazioni piovono su uno dei politici più discussi dell’epoca, il veneziano Gianni De Michelis. Fonti racconta di aver parlato di armi e rifiuti con l’onorevole, il quale sostiene che la ‘ndrangheta è solo un aiuto per comodità, ma che avrebbero potuto fare il tutto per proprio conto. Insomma, secondo questa versione, De Michelis muoveva le fila, mettendo direttamente in contatti Pilitteri con la famiglia di San Luca. Ancora una pausa e poi concludiamo.

I politici socialisti

E gli altri politici? Ecco cosa scrive Fonti. Aperte virgolette.
"Anche nel 1993 il business con l'Enea coinvolse Corneli. Anche questa volta ci fornì la protezione, sia al porto di La Spezia sia a quello di Livorno. Inoltre Corneli mi chiese di caricare sulla nave che partiva da La Spezia per la Somalia alcune casse di armi che dovevano essere recapitate a Giancarlo Marocchino. In seguito sono stato arrestato, ma i rapporti tra servizi segreti e la mia famiglia della 'ndrangheta sono continuati, come d'altronde sono sempre stati costanti quelli con la politica. Cito per esempio l'incontro che ebbi nel dicembre 1992 al ristorante Villa Luppis a Pasiano di Pordenone con l'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che come ho spiegato alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria già conoscevo bene. Io partii in auto da Milano con Consolato Ferraro, rappresentante della 'ndrangheta reggina per la Lombardia, e quando arrivammo ci sedemmo a tavola con De Michelis e Attilio Bressan, un imprenditore del luogo che avevo già conosciuto in precedenza ed era molto amico del ministro. De Michelis faceva lo spiritoso, diceva che senza i politici noi della mGianni De Michelisalavita non saremmo esistiti, e che se la politica avesse voluto spazzarci via lo avrebbe fatto senza problemi. Diceva così perché quell'anno c'erano stati gli omicidi di Falcone e Borsellino, ed era stata modificata la cosiddetta legge sui pentiti. Lui diceva che se anche questi pentiti avessero svelato fatti legati alla politica, sarebbe stato un boomerang, in quanto i politici si sarebbero comunque tirati fuori e si sarebbero vendicati. Inoltre parlai con De Michelis di Somalia, armi e rifiuti. Lui sosteneva che i politici avrebbero potuto trasportare qualunque cosa anche senza la collaborazione della 'ndrangheta, e che ci usavano per comodità. Io gli risposi che era vero quello che diceva, ma era vero anche che i politici si potevano sedere in Parlamento grazie ai nostri voti".
"In quell'incontro" - continua l'ex boss - "si è poi parlato di investimenti che la famiglia di San Luca voleva fare a Milano. De Michelis disse che se avevamo bisogno di comprare locali, potevamo rivolgerci a Paolo Pillitteri, e così facemmo. Fu deciso nel corso di una riunione tra vari boss che avvenne subito dopo a Milano nel ristorante 'Pierrot', in zona Ripamonti, alla quale partecipai anch'io. In quell'occasione Antonio Papalia, rappresentante della 'ndrangheta zona aspromontana in Lombardia, si offrì di presentarci Pillitteri, con cui aveva già concluso affari. La presentazione avvenne nel suo ufficio di piazza Duomo e oltre a Papalia c'eravamo io, Stefano Romeo e Giuseppe Giorgi. Grazie ai buoni uffici di Pillitteri, la famiglia di San Luca ha perfezionato l'acquisto di un bar in Galleria Vittorio Emanuele, che poi è stato sequestrato proprio perché comprato con soldi sporchi, quello di un altro bar in via Fabio Filzi e di altri locali dei quali ho sentito parlare ma che non ho seguito direttamente".
Arriviamo così al 1994, anno in cui Fonti comincia a collaborare con la giustizia, precisamente con la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria; entra quindi nella protezione testimoni, da cui esce volontariamente nel 1999.
Nel 2009 viene interrogato di nuovo e Fonti fa il nome di un esponente della Democrazia Cristiana, Riccardo Misasi, il quale sarebbe stato quello che decideva se le scorie radioattive dovevano finire in territorio italiano o straniero. Così rientra nuovamente nella protezione testimoni. L’11 marzo 2010 viene trovata nel golfo di Lamezia una nuova nave affondata: è una di quelle di cui ha raccontato Fonti.
Muore di malattia nel dicembre 2012. In questo caso non si può certo dire che si è portato i segreti di cui era a conoscenza nella tomba.

Conclusione

Questa è la storia del boss Francesco Fonti. Come ho detto più volte, possiamo farci affidamento oppure no. Ma lui sembra essere presente sulla scena di un sacco di cose strane: i rifiuti e le armi, l’inabissamento delle navi dei veleni e l’esportazione di rifiuti pericolosi negli stati africani. Addirittura nell’affare Moro, scoprendo con facilità il luogo segreto in cui è detenuto, ma venendo poi a sapere che i politici quell’informazione non la vogliono più.
É un intreccio pazzesco, con protagonisti che non dovrebbero esserci, rappresentando spesso chi dovrebbe tutelare la popolazione.
Ancora una volta rimaniamo schifati dai connubi tra politica, amministrazioni, servizi e malavita. Ci sarebbe da dire: “speriamo che oggi non sia più così”, ma a leggere queste vicende per raccontarle in radio ci si crede sempre meno.

Ci sono rifiuti e rifiuti …

puntata1 02E dunque cominciamo. Cominciamo parlando di rifiuti, un tema che Noncicredo ha affrontato ormai molte decine di volte da ogni punto di vista. Qui però non si tratta di discutere di come gestire la filiera o di come arrivare al riciclo della quasi totalità dei rifiuti che produciamo. Qui il discorso è diverso: l’unico punto di contatto è che, come sempre, il motore di tutto quanto è il denaro. Lo vedremo bene nel corso delle puntate.
Il ragionamento che stiamo per cominciare riguarda, in particolare, i rifiuti tossici, le scorie radioattive e le armi; è molto lungo e a riassumerlo in poco spazio si rischierebbe di perdere in chiarezza e in dettagli, che qui non sono solo importanti, sono davvero essenziali per seguire tutti i rivoli delle vicende piuttosto complicate e intricate di cui vi parlerò.
In effetti, come ho avuto modo di dire tante volte da questi microfoni, è impensabile dividere i problemi e le questioni in piccole scatole separate. Non esiste il problema dei rifiuti, quello dell’energia, quello della povertà, quello dell’acqua e così via, esiste un solo problema che è la qualità della vita delle persone, che coinvolge anche la loro dignità di esseri umani. Esiste il problema della sopraffazione del ricco sul povero, del potente sul debole. Queste connessioni sono importanti e vanno capite.
La questione dei rifiuti tossici è talmente vasta che saranno necessarie diverse puntate della trasmissione per venirne a capo. All’inizio di ogni successiva trasmissione a questa farò un breve riassunto delle puntate precedenti.
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, avviso che l’argomento è piuttosto crudo. A volte sembra di essere precipitati dentro un film dell’orrore.

Un antefatto clamoroso: l’Italia scopre la Cunski

La nostra storia comincia nel settembre 2009, quando la stampa e le edizioni dei telegiornali diffondono una clamorosa notizia: “In fondo al mare, di fronte alle coste calabresi, a 500 metri di profondità è stata vista una nave di quelle sospettate di essere state affondate con il loro carico di rifiuti tossici!”.
Una bomba! Per la prima volta questo tema, già dibattuto, ma ricco solo di sospetti e di ombre, trova un appiglio reale, forse una prova.
puntata1 03In quei giorni la nazione viene a sapere che c’è almeno una nave piena di rifiuti tossici (probabilmente radioattivi) sotto le onde del mare. Si tratta della Cunski. La notizia desta una grande impressione. Come spesso accade nel nostro paese le reazioni sono poco razionali e finiscono per essere sempre le stesse; il popolo, colpevolmente ignorante e incolpevolmente disinformato, si meraviglia e discute al bar e dal parrucchiere su responsabilità e pene di morte. Ma è anche il periodo in cui va per la maggiore un’altra questione di fondamentale importanza: le escort di Berlusconi e tutti i suoi vizi privati. E poi è appena cominciato il campionato di calcio, quello che porterà al triplete dell’Inter di Mourinho, volete mettere con la Cunski?
Anche se la stragrande maggioranza degli italiani non lo sanno, la denuncia delle “navi fantasma” è, già nel 2009, vecchia di almeno vent’anni. Infatti Legambiente aveva depositato nel 1990 in Procura a Reggio Calabria un esposto su navi misteriosamente scomparse nella zona. Le indagini, come sempre, sono state lente, anche se sarebbe meglio dire che sono state rallentate, segno che qualcuno dietro tutto questo c’era. Le vicende collegate all’affare sono anche sporche di sangue: qualcuno ci ha rimesso la pelle in modo misterioso come il capitano Natale De Grazia, nel dicembre 1995 mentre indaga sulla scomparsa di una nave dei rifiuti al largo delle coste calabresi. Racconteremo anche questa storia. Se ne sono occupate commissioni monocamerali nel 1994, se ne è occupata la procura antimafia nel 1996. Se ne è occupata Greenpeace con un lungo dossier, pubblicato sul proprio sito, se ne è occupato il settimanale L’Espresso, con lunghe e minuziosi indagini e Famiglia Cristiana, con una intervista di cui parleremo e che, nell’ambito delle indagini e dell’informazione, ha fatto storia!
I fatti a cui si fa riferimento in queste inchieste e nelle indagini risalgono al periodo tra la metà degli anni 70 e gli anni 90.
Carlo Lucarelli ha scritto un libro, breve, che consiglio a tutti; si intitola “Navi a perdere” per Edizioni Ambiente nel Novembre 2008. Lucarelli ha anche realizzato una puntata della sua trasmissione “Blu notte” sull’argomento, dal titolo “Il naufragio fantasma”.
Dossier, trasmissioni televisive, articoli e inchieste giornalistiche, libri … come si fa a dire che fino ad allora, fino al 2009, nessuno ne sapeva niente?
La storia che sto per raccontarvi avrà un’appendice alla fine, quando vedremo cosa è successo nei tempi più recenti, dopo il 2010, quando molte carte tenute segrete sono state riportate alla luce. Preferisco però andare con calma e con ordine, perché questo è anche intrattenimento e un po’ di sana suspense ci vuole.
Dunque partiamo dal 16 settembre del 2009, quando al Tg3 della notte si ascolta questo servizio.

Ricchi e poveri producono rifiuti, ma li gestiscono diversamente

puntata1 04Forse potrà sembrarvi noioso, specie per quelli che hanno avuto l’avventura di seguire negli anni questa trasmissione, ma ad ogni nuovo inizio è meglio chiarire i paletti, i punti riferimento, che non sono tanti, ma sono importanti. Nel mondo in cui viviamo esistono paesi ricchi: non sono moltissimi e non sono per nulla composti esclusivamente da persone ricche. Anzi, le persone ricche dei paesi ricchi sono un numero limitato. Anche i paesi ricchi non sono tantissimi: potremmo elencarli e stando un pochino attenti potremmo anche farcela a non dimenticarne nessuno. Molto più numerosi sono i paesi poveri, dove il numero dei poveri, quelli poveri davvero, sono una fetta enorme rispetto alla popolazione complessiva. Insomma nei paesi ricchi ci sono i ricchi, pochi, un discreto numero di gente che se la cava e il resto di poveri che si barcamenano, sperando che la fine del mese arrivi il più presto possibile. Nei paesi poveri ci sono pochissimi ricchi e il resto è messo male, ma davvero male, anzi malissimo.
Ora noi siamo abituati a ragionare delle nazioni. Non ci frega una cippa se Ermete Rossi deve entrare di nascosto al fruttivendolo per rubare una pesca che la figlia non ce la fa più dalla fame. Il suo paese produce, esporta, consuma. Ermete fa parte di un paese ricco.
Io mi scuso in anticipo con tutti gli Ermete Rossi del mondo, perché la storia che racconterò coinvolge anche loro e li rende corresponsabili di crimini ai quali neppure pensano da lontano, ma se seguissimo l’evolversi delle vite di tutti gli Ermete, dovremmo vivere una vita da Matusalemme per arrivare alla fine.
Ne segue, con buona pace di tutti, che se lo stato di Ermete è uno sporcaccione, lui resta coinvolto da questo fatto. Sorry, come direbbe il principe Carlo in persona!
Dicevo dei paesi ricchi: questi consumano energia e merci, creando immondizie di ogni tipo: lo fanno per la produzione industriale, per far funzionare i propri reattori nucleari, per vivere ampiamente sopra il livello medio della vita su questo strano pianeta. Ah certo, lo fanno anche per consentire ad Ermete di vedere la sua squadra di calcio giocare in serie A. Per usare una frase molto cara ai nostri industriali dei bei vecchi tempi: la produzione di rifiuti è lo scotto che paghiamo al progresso: non vorrete mica rinunciare al progresso, vero?
Detto tutto questo, però, occorre fare una distinzione importante: non tutti i rifiuti sono uguali. Insomma se vedo uno buttare via una buccia di banana mi sento di apostrofarlo con un “maleducato”; se lo vedo buttare vie una bottiglia di plastica sono più disposto a dargli del criminale, per le ovvie ragioni che hanno a che fare con la biodegradabilità dei vari materiali e il conseguente inquinamento.
Ecco dunque il punto: ci sono rifiuti e rifiuti!
Ci sono quelli che possono essere recuperati attraverso procedimenti non troppo costosi e tornare a nuova vita, magari sotto altra forma. Il pile, che indosserete quest’inverno, potrebbe essere stato nella sua precedente vita una bottiglia di qualche strana bibita colorata.
Ci sono poi i rifiuti che finiscono nelle discariche, anche se questa è l’ultima delle opzioni suggerita dall’UE, che sottolinea: se potete, evitate questa scelta, perché fa schifo. E, aggiunge, io so che voi potete, quindi datevi da fare, se no vi multo!
Ci sono i rifiuti che finiscono negli inceneritori. L’utilità massima di questi aggeggi è di mettere a posto la coscienza dei cittadini e della quasi totalità dei politici, che sono convinti di far così sparire tutte le schifezze del mondo, come se usassero il mantello invisibile di Henry Potter o la bacchetta di Maga Magò. Ci sono voluti decenni per far capire che si tratta di un trucco o meglio di una colossale truffa e che i detriti, trasformati in qualcos’altro, ce li teniamo noi, ma è meglio non si sappia, perché quella trasformazione li fa diventare nocivi e tossici.
Shhh, dunque, altrimenti l’intero affare dell’incenerimento finisce a puttane.
puntata1 051E poi ci sono dei rifiuti definiti, pensate un po’, “pericolosi”. Sono tanti, classificati con sigle composte da sei numeri. E divisi in circa 20 categorie, ciascuna delle quali contiene decine di voci: dagli acidi solventi ai fanghi provenienti dai più vari trattamenti, dalle ceneri dell’incenerimento ai rifiuti degli ospedali, dalla produzione di gomme alle plastiche e fibre artificiali, senza dimenticare le scorie nucleari.
Potremmo cominciare un pistolotto sull’inutilità della maggior parte dei rifiuti prodotti, che significherebbe andare ad analizzare da dove vengono e come mai si riducono in quel brutto modo alla fine della loro vita. Sarebbe giusto e finiremmo con un’analisi sofisticata della società in cui viviamo, parleremmo di consumi, di Overshoot day, del significato del PIL e di molte altre questioni che rimangono aperte a interpretazioni che sono molto lontane da quelle che ci mettono nella testa i mezzi di comunicazione del potere (si badi che non ho detto dei governi, ma del potere: è importante).
Se vogliamo essere seri e scrutare l’orizzonte senza perdere di vista quello che ci succede attorno, la domanda dalle cento pistole che dobbiamo fare è una sola: visto che tutta quella schifezza l’abbiamo prodotta, adesso dove la mettiamo?
Già, dove la mettiamo! Eccola qui la sorgente dei discorsi di questa trasmissione, il vero punto di partenza, l’origine dimolti dei mali che ci hanno colpito e ancora ci colpiscono. Dove mettiamo i rifiuti pericolosi?
Uno dice: ma gli stati non si preoccupano di avere sui propri territori schifezze che potrebbero danneggiare la salute dei cittadini?
Certo che se ne preoccupano, ma, sapete come vanno le cose. Se un genitore vede un pericolo per un figlio fa di tutto per togliere di torno quel pericolo o, quanto meno, di far sì che il ragazzo ci giri più al largo possibile. Lo Stato ha un altro approccio: lo Stato fa una legge. Che poi questa sia applicata oppure no, se venga osservata oppure no, non è affar suo, non direttamente almeno. In fondo ci sono istituzioni che ne hanno la responsabilità: la magistratura, le varie forze dell’ordine, perfino i servizi segreti in talune circostanze. Ma le leggi ci vogliono e su questo credo siamo tutti d’accordo.
Ecco dunque le norme per lo smaltimento dei rifiuti speciali. Sono severe (dal momento che lo sono i danni che potrebbero provocare), specialmente da quando, da troppo poco tempo aggiungiamo noi, l’inquinamento è rientrato, in varie forme e contesti nel codice penale. Inoltre indicano i modi di procedere che sono spesso lunghi e costosi. E sono a carico delle aziende che quei rifiuti hanno prodotto. La conseguenza è questa: le aziende dovranno pagare le società che provvederanno allo smaltimento dei rifiuti, sottraendo queste cifre dai propri utili. Credo non sfugga a nessuno che, mettendosi nei panni dell’imprenditore, se si potesse evitare questo esborso sarebbe molto meglio.  

La terra dei fuochi comincia a Vicenza

Ecco allora che, in alcuni casi (che ovviamente non sono tutti ma sono tantissimi a giudicare dalle inchieste e dai ritrovamenti di discariche abusive) conviene accordarsi con “ditte non troppo limpide” per aggirare la legge e risparmiare dei soldi. Queste ditte sono generalmente gestite da delinquenti, spesso aggregate o dirette da organizzazioni criminali importanti, non infrequentemente da associazioni come la camorra, la ‘ndrangheta e la mafia.
Durante la famigerata “emergenza rifiuti” di Napoli si sono scoperte nel casertano una miriade di discariche abusive contenenti rifiuti pericolosi, provenienti quasi sempre dalle industrie del Centro-Nord. Il film “Biutiful Cauntri”, uscito in quel periodo, proponeva alcune intercettazioni tra esponenti delle industrie lombarde e camorristi mentre si accordavano sul da farsi. Trasmissioni televisive importanti (Annozero, Report, Exit) intervistavano sindaci evidentemente conniventi con la camorra e pastori che dovevano abbattere le loro capre o mucche perché il latte che producevano conteneva diossina in quantità industriale.
Non voglio tornare necessariamente su temi di cui ho parlato nella precedente versione di Noncicredo, ma qualche riferimento è importante. Occorre capire cosa c’è dietro le vicende che ci vengono raccontate e che noi commentiamo al bar come degli idioti senza sapere neppure cosa stiamo dicendo. Altrimenti facciamo la fine di quelli che credono che l’acquisto del Milan da parte di Silvio Berlusconi sia stato sono una vicenda sportiva. Scusate il riferimento, ma se ci tenete leggetevi l’eccellente libro di Giacomo Giubilini, 91° minuto (ed. Mimimumfax) che parla anche, certo non solo, di calcio.
Quando diciamo che il problema dei rifiuti riguarda il Sud, specialmente quegli sfaticati di napoletani, non facciamo che correre dietro a stereotipi che l’informazione e soprattutto la politica (ammesso che si tratti di cose differenti) hanno gonfiato a dismisura.
puntata1 05Dunque, nella recente indagine parlamentare sui rifiuti tossici nel Veneto (nel Veneto, si badi bene, non in Calabria) sono venute alla luce alcune storie davvero illuminanti. Come quella del camorrista Nunzio Petrella, residente a Thiene, dove nel 1992 viene arrestato per traffico di droga. Ai carabinieri che si presentano fa una grande risata: la droga? – dice – ma scherzate, sono i rifiuti che oggi valgono oro, altro che droga.
E così si scoprono gli altarini. I rifiuti che non si devono vedere arrivano a Petrella: sono fusti pieni di olio esausto, stoccati in parte vicino allo stadio di Vicenza e il resto ad est della città. Una parte serve per fare la pastina dei sottofondi stradali. Non è granché, alcuni fusto al giorno, roba da ridere, ma siamo anche agli albori dei traffici dei rifiuti. Un giorno a Perrella arrivano trecento quintali di monnezza da sistemare. Sono decisamente troppi per le solite procedure. I suoi capi gli ordinano di caricarli su camion e portarli in Campania. Nasce qui la vicenda della “terra dei fuochi”, con il territorio campano, la camorra campana, ma i rifiuti delle industrie venete e del Nord Italia.
La storia del pentito Perrella è raccolta in un libro, “Oltre Gomorra. I rifiuti d’Italia”. Lo cura il giornalista Paolo Coltro. É sconvolgente per chi ha sempre pensato ad un Nord pulito e rispettoso delle leggi e ad un Sud che assomiglia più al vecchio farwest di John Wayne che ad uno stato moderno.
Nunzio Perrella negli anni ’80 capisce tutto: le aziende del Nord usano il Sud come una pattumiera, ma i soldi, tanti soldi, non entrano mai nelle casse della camorra. Così impara l’arte, entra nel giro come imprenditore e poi si porta dietro tutta l’organizzazione camorristica.
Dopo l’arresto comincia a collaborare e tira fuori dal cassetto tutto quello che sa, che è tanto, tantissimo!
I sistemi per aggirare i controlli, il giro bolla, i documenti falsificati dalle discariche ufficiali dove i TIR non arrivano mai, la rete di connivenza della pubblica amministrazione centrale e periferica, i politici che fiancheggiano e vengono pagati profumatamente. Tutto documentato, nero su bianco, un terremoto!
Il sistema, per la camorra è un grande passo avanti: fare un sacco di soldi senza la necessità di ammazzare qualcuno, perché i morti ci sono stati e sono stati tanti, ma sono venuti dopo, colpiti da linfomi, leucemie e tumori al fegato, provocati dalla montagna di rifiuti tossici finiti nei corsi d’acqua e nelle campagne.
Bene, dice uno, allora tutto è finito là: il business maledetto si è arrestato.
Purtroppo no!
Nonostante alla direzione antimafia di Napoli siano stati consegnati i documenti, contenenti nomi, cognomi e ruoli, l’inchiesta sbatte contro il muro della prescrizione, come troppe altre vicende italiane di quegli anni. E così i Chianese, i Cerci, i Bidognetti, i Vassallo e tutti gli altri capobastone e mammasantissima la fanno franca e, per colmo di amara ironia, oggi gestiscono aziende che bonificano i siti che loro stessi hanno inquinato. E anche sulle bonifiche si potrebbe aprire un capitolo lunghissimo di intrecci strani, come ho fatto qualche tempo fa in una puntata di Noncicredo.
La “terra dei fuochi” è figlia di queste vicende. Forse, se l’Antimafia avesse potuto incastrare i colpevoli, oggi non ne parleremmo nemmeno.
Poi avviene di peggio. Un uomo che sa tutto sui traffici illeciti, viene abbandonato dallo Stato, viene tolto dal programma di protezione testimoni, non gli viene neppure assegnata una nuova identità.Terra fuochi Ecco allora il libro di Paolo Coltro che racconta ogni cosa, con il rammarico che la magistratura si sia fermata a catturare i pesci piccoli. Perrella dice: «In ore e ore di interrogatori ho indicato tutte le aziende coinvolte nel giro. Tutte del Nord: chi produceva, chi stoccava, chi affidava i rifiuti ai trasportatori. Nessuno li ha toccati. Erano troppo grossi? Forse è stata incapacità, forse è stata precisa volontà. Con il risultato che il sistema si è perpetuato».
E dove diavolo sono finite tutte queste schifezze? Mica per niente, tanto per sapere se ci siamo seduti sopra. Ebbene, ci siamo seduti sopra tutti quanti. Petrella vuota il sacco ad una trasmissione di RAI 2. Sotto la Valdastico Sud sono finiti centinaia di migliaia di metri cubi di resti di fonderia non trattati. Durante la costruzione arrivavano anche 80 camion per notte, provenienti da Arzignano.
Rifiuti dello stesso genere sono stati trovati sotto la Transpolesana, che incrocia la Valdastico Sud. L’impresa Mestrinaro ha “dopato” la terza corsia della A4 tra Quarto d’Altino e San Donà con 34.157 tonnellate di scarti industriali non trattati.
Stesso discorso per il parcheggio P5 dell’aeroporto Marco Polo di Venezia, lastricato con più di 4 mila tonnellate di rifiuti tossici rifilati a Save Engineering spa. Con pericolo delle persone, come certificano dai NOE di Venezia. La ditta Mestrinaro è sotto processo. La Save ha semplicemente evitato il collaudo dell’opera per contenere il danno. E queste sono solo alcune delle indicazioni.
C’è anche Fabio Fior, arrestato e condannato di recente con grande sconto della pena per aver accettato il rito abbreviato a 4 anni. Fior, componente della commissione VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) eseguiva accertamenti e collaudi, dei quali ha beneficiato la Mestrinaro. Giancarlo Galan, altro galantuomo nostrano, l’aveva raccomandato come consulente nello scandalo dei rifiuti napoletani … pensate un po’: come mettere un pedofilo a dirigere un asilo.

Cosa fare se i rifiuti da smaltire sono troppi

Per chi segue le vicende ambientali queste sono probabilmente notizie che ha già immagazzinato, digerito, magari a malincuore.
Quando parliamo di terra dei fuochi, sulla quale si è anche molto speculato politicamente, ci riferiamo soprattutto a discariche abusive anche con eccessi che arrivano ad inghiottire interi camion con tutto il loro carico di prodotti tossici.
Ma come fare se la merce da smaltire è tantissima o se si tratta di veleni pazzeschi o, peggio ancora, di scorie radioattive? Ci vuole un’idea nuova. Ed è proprio qui che nasce la nostra prima storia, che comincia negli anni passati, quegli anni ’70, durante i quali gli italiani non pensavano certo all’inquinamento dei terreni e delle falde, figurarsi allo sversamento di rifiuti tossici in paesi stranieri.
E già, perché una delle soluzioni adottate per il nostro problema della monnezza, è quello di portarla nei paesi poveri, in quei paesi martoriati dalla guerra o dalla fame. Nel primo caso il permesso di scaricare di tutto sul proprio territorio è dato in cambio di una bella fornitura di armi, nel secondo in cambio di generi alimentari che garantiscano la sopravvivenza della popolazione. Il Mediterraneo è stato attraversato per decenni da navi cariche di veleni dirette verso il miglior offerente.
C’è anche da dire che in quel periodo (e fino alla metà degli anni ’90) non c’è una legislazione internazionale che impedisca questa specie di asta al ribasso nel mercato dei rifiuti tossici, per la quale è stato coniato anche un termine preciso: dumping ambientale. Un po’ come se la comunità internazionale dicesse: “Volete inquinare le vostre terre? Sono fatti vostri, non ci seccate!” E siccome gli affari, la politica e la morale occupano sempre stanze diverse e piuttosto lontane tra loro, il problema, semplicemente, non esiste.
Certo, ci sono le associazioni ambientaliste e quelle a tutela dei cittadini (ma ricordiamoci che siamo in anni in cui la loro voce è flebile flebile e poco accreditata dai mezzi di comunicazione). Così Legambiente ci ricorda che portare i propri scarti altrove non è affatto una pratica nascosta, perché importanti aziende pubbliche, come Montedison, Enichem, Eni trasportano regolarmente rifiuti in Nigeria, Libano, Sierra Leone, Mozambico, Somalia, Eritrea, nei paesi dell’America latina o nell’Est europeo come la Romania e la Polonia.
puntata1 09Fantasie? Terrorismo ecologico? Manie di grandezza dei dirigenti di Legambiente?
Per niente, Ascoltate cosa succede alla fine degli anni 90.
Siamo nel 1998 quando l’ACNA di Cengio (provincia di Savona) ha scaricato 400 tonnellate di rifiuti tossici nel Danubio, già proprio in quello della canzone il bel Danubio blu!
Uno dice: chi se ne frega: è in Ungheria, l’azienda è privata, mettete dentro il responsabile. Il fatto è che l’ACNA è una ex affiliata del gruppo ENICHEM, che a sua volta è una emanazione dell’ENI, gruppo statale. E la faccenda del Danubio non è la prima che dà fastidio. Del fatto che l’ACNA sia una industria inquinatrice se ne accorgono i cittadini della valle dove si trova lo stabilimento, i quali protestano nel 1956 contro l’azienda, ma come unico risultato vengono arrestati in più di 50. I problemi di inquinamento sono presenti in tutta la storia dell’azienda, la quale può ricattare la gente con il mantenimento del posto di lavoro e trovare spesso i sindacati e il Governo schierati dalla propria parte. Insomma niente di nuovo sotto il sole!
Tanto per capire che non sto raccontando favole, la Commissione parlamentare sui rifiuti diretta dal verde Massimo Scalia, stabilisce, nel 2000, che l’ACNA è responsabile dello sversamento nella discarica di Pianura (NA) di almeno ottocentomila tonnellate di fanghi pericolosi e tossici. (Il testo è agli atti nel sito della camera dei deputati).
Ma di questo nessuno ha mai parlato durante l’emergenza rifiuti di Napoli. Ne parla Repubblica nel 2008.
Per la questione danubiana, l’allora presidente di ACNA se la cava dicendo che, in fondo, loro hanno pienamente rispettato le leggi internazionali, leggi che, come visto, ancora non sono state messe a punto.
Certo si tratta di un episodio, ma non isolato. Già parecchi anni prima, nel 1987, 15 mila fusti e 20 container di scarti pericolosi delle industrie italiane vengono scaricati in Libano.
Prima di proseguire vorrei che faceste mente locale a quello di cui stiamo parlando. Qui non si tratta dello stupidotto che butta il toner della stampante nel bidone della carta (non fatelo comunque, per favore!). Un container ha dimensioni enormi e contiene da 35m³ (quelli più piccoli) a 70 m³ (quelli più grandi). 20 container dunque possono coprire un’area immensa, senza contare i 20 mila bidoni li accompagnano.
Questa volta però, qualcosa va storto. Il governo libanese, probabilmente avvertito da qualcuno, scopre la cosa e si incazza come una bestia. All’Italia arriva una lettera, sapete come si dice in questi casi, educata ma ferma. Insomma un cazziatone, che intima di riportarsi a casa quelle schifezze. Il governo italiano abbozza, si scusa, e manda una nave per caricare il materiale e riportarlo in patria. É il 1988: quella nave riporta a casa novemila fusti di rifiuti, il resto non si sa. La nave viene ancorata a La Spezia, in disarmo, poi cambia nome, ma quello originale è Jolly Rosso. Ricordatevelo: è una delle chiavi decisive delle nostre storie.
Un altro esempio?
Il 26 aprile 1988 arriva a Livorno la nave Zanoobia riportandosi a casa le scorie tossiche che la società Jelly Wax e la nave Lynx avevano cercato di scaricare in Venezuela. Questa società, Jolly Wax, è specializzata nello smaltimento (diciamo così) dei rifiuti tossici. Ne vengono scoperte 1200 tonnellate in Libano nel 1988 e l’Italia fa ancora una volta una figuraccia. Già perché nessuno crede che queste aziende possano agire indisturbate, senza un appoggio. Appoggio che, come vedremo, verrà sicuramente dalle varie mafie, ma anche da istituzioni importanti, come i servizi segreti e da poteri occulti come la massoneria deviata.
Le operazioni di rimpatrio di cui parliamo sono pagate dallo stato, quindi dai cittadini. Nel caso della Zanoobia si spendono 200 miliardi delle vecchie lire, ma stranamente nessuno finisce sotto processo e tanto meno viene condannato per questo.
C’è un caso clamoroso in Nigeria, con 2600 tonnellate di fanghi tossici esportati. Intervengono organismi internazionali delle Nazioni Unite a intimare il rimpatrio all’Italia: in quel caso viene usata la nave Karen B.
Ancora, nel 1997 in Mozambico finiscono 600 mila tonnellate di scorie industriali, soprattutto solventi, seppellite nel deserto. Il tutto gestito da un’azienda appositamente costituita in Irlanda. Dunque più che di casi si tratta di un vizio o, se preferite, di una strategia.
E poi c’è la madre di tutte le malefatte sui rifiuti tossici, il cosiddetto progetto Urano.
Questo merita di essere raccontato nei dettagli.

Il progetto Urano: gli attori

Abbiamo dunque capito, più o meno, come funzionano le cose. Se hai un’azienda, anche birichina, magari associata a qualche organizzazione mafiosa, che si occupa di rifiuti tossici e radioattivi, hai un mercato sicuro, basta trovare i canali giusti, il posto giusto e le persone giuste da oliare.
Gli affari migliori si fanno con i paesi del terzo mondo, meglio se poverissimi, meglio ancora se in uno stato di guerra o comunque di guerra civile o di guerriglia interna. Sono le condizioni in cui le famose mazzette garantiscono gli effetti migliori.
Dunque nel 1987 parte l’organizzazione del progetto Urano, quello che avrebbe dovuto spianare la strada ad un traffico enorme e non solo di rifiuti. In effetti, come vedremo tra poco, ci sarà di mezzo anche un grosso traffico di armi, così grosso da coinvolgere perfino la stampa che conta, come i giornalisti del TG3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatim, che proprio seguendo queste piste troveranno la morte. Ma questa è un’altra storia tristissima, che racconteremo un’altra volta nei minimi dettagli.
Cominciamo dalle fonti.
puntata1 06Le informazioni che si hanno su tutti questi traffici derivano in larga misura dalle inchieste e dalle indagini delle procure calabresi, in particolare quella di Paola, eseguite in condizioni estremamente difficili per via delle insufficienti risorse economiche e tecniche disponibili. E poi, ancora di più, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti. Uno di quelli che parla è Giampiero Sebri, che vuota il sacco nel 1997 e racconta una delle tante storie incredibili dell’Italia degli anni 70-80. Sulle sue dichiarazioni parte una indagine a Torino, condotta dal PM Romanelli su un vasto traffico internazionale di rifiuti pericolosi e di armi. Vengono riempite una quantità spaventosa di verbali, ma nel 2005 quell’inchiesta viene archiviata. Questo semplicemente per dire il clima nel quale le procure lavorano, un clima difficile, pesante, e certe volte vanno a sbattere contro un muro di gomma invalicabile.
Il progetto Urano viene concepito nel 1987 e ha come luogo di seppellimento di rifiuti tossici e anche radioattivi provenienti da tutto il mondo, una depressione naturale nel Sahara. Ci sono addirittura dei protocolli di intesa tra noti faccendieri dell’epoca che, come detto, non trafficano solo in rifiuti ma anche in armi.
Lo scenario in cui tutto questo accade è, visto oggi, un puttanaio. É quello in cui si mescolano la politica craxiana (primo ministro dal 83 all’87), la massoneria deviata di Licio Gelli e della P2, le brigate rosse e la mafia, la banda della Magliana e gli interessi dei faccendieri, in un intreccio incredibile che ancora oggi presenta un sacco di aspetti misteriosi e di crimini irrisolti.
Giampiero Sebri è l’uomo del momento, quello giusto: conosce uomini d’affari perfettamente integrati nella società, con case a Montecarlo, uffici in Italia e in Svizzera, società in Irlanda e conti bancari un po’ ovunque. Gente per la quale trattare armi, rifiuti, o qualsiasi altra cosa non è mai un problema: in ogni caso si tratta semplicemente di affari.
Purtroppo questi affari – per i più poveri tra i poveri – si traducono in malattie, guerre, morte. Sebri, con le sue dichiarazioni, getta luce sulla ragnatela che lega politici, massoni, mafiosi, imprenditori, servizi segreti. Connessioni individuate anche dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti.  E getta luce anche sull’omicidio Alpi-Hrovatim.
Il giornale che si attiva, inviando tre giornalisti a parlare con Sebri è di quelli che non ti aspetteresti mai. Si tratta di Famiglia Cristiana, che ascolta il pentito e ne raccoglie racconti da film dell’orrore, agghiaccianti.
E Sebri fa nomi e cognomi. Tra questi Nickolas Bizzio, un miliardario italo-americano, con residenza a Montecarlo, massone, molto vicino a Casa Savoia, insomma uno che le conoscenze importanti le ha. Apre attività un po’ ovunque. Una di queste, la SPI (Società Progettazioni Integrate, una srl) si occupa anche di rifiuti e del loro smaltimento.
Sebri entra nell’affare nel 1984 come uomo di Luciano Spada. Spada non è un politico in senso stretto, ma uno che conta molto, se si permette di ingiuriare in riunione lo stesso Pillitteri (già sindaco di Milano) e dare del tossico a Martelli (il secondo in ordine di importanza dopo Craxi nel PSI).
La deposizione di Sebri è raccolta anche nel dossier della commissione che si è occupata (con una chiusura indegna del suo presidente Carlo Taormina, ma questa è una storia che racconteremo a parte) dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatim e può essere consultata senza problemi nel sito della camera dei deputati.
E qui, come prima per Famiglia Cristiana, Sebri ricostruisce l’intera faccenda delle navi e del mercato dei rifiuti tossici che doveva avere grandi coperture politiche internazionali ed economiche per essere portata a termine.
Ma torniamo al progetto Urano.
I rifiuti sono per lo più di provenienza americana. Il compito di Sebri è quello di preparare il terreno presso le autorità. Ha già soggiornato a lungo in Puerto Rico e ad Haiti dove ha costruito la sua rete di conoscenze, indispensabili per facilitare l’arrivo dei rifiuti nocivi e delle armi.
A pensarci non c’è nulla di sorprendente se, dopo il primo carico arrivato ad Haiti con moltissime armi, c’è un colpo di stato contro Lesly Manigat, da poco eletto presidente.
Non sempre Sebri segue di persona le spedizioni, ma qualcuna di queste gli resta impressa. Ad esempio a Porto Rico, gli viene mostrata una quantità enorme di bidoni pieni di rifiuti tossici lasciati lungo la costa, in un’insenatura. Il terreno è coperto per centinaia di metri da fusti di grosse dimensioni, di colore grigio scuro, buttati qua e là alla rinfusa. Molti bidoni sono aperti, ne escono pietre di colore bluastro, miste a materiale fosforescente, sembrano cristalli luminosi. I bidoni sono stati scaricati dai camion lungo una scarpata. Molti sono rotolati fino alla battigia.  Ecco il suo racconto a Famiglia Cristiana.
«La scena era raccapricciante: da quei 15 container squarciatisi cadendo giù dalla collina, non lontano dalla capitale Port au Prince, erano uscite decine di fusti. Alcuni erano stati aperti, forse a picconate. Ne era colato un liquame scuro, dall’odore nauseante, un odore così forte che si sentiva fino a 300 metri di distanza. L’avvocato che mi aveva accompagnato sul luogo disse che lo scarico era avvenuto sette giorni prima. Ma purtroppo non avevo ancora visto tutto».
E continua:
«Tornammo a Port au Prince e andammo all’ospedale. C’era una folla di persone in attesa, soprattutto donne e bambini. Si lamentavano. I bambini avevano la faccia e le braccia piene di grosse croste e bolle, simili a quelle provocate dalle ustioni. Alcune donne perdevano sangue, come se stessero abortendo. La scena era straziante. L’avvocato mi fissò, irato: "Guarda che io sono haitiano, questo spettacolo non lo dovevo vedere, non era nei patti". Solo in seguito Bizzio mi spiegò che gli accordi erano diversi. I rifiuti, infatti, dovevano essere interrati e coperti da colate di cemento. Una parte dei rifiuti, invece, era stata buttata in mare e un’altra scaricata senza nessuna precauzione. La nave, inoltre, trasportava anche un carico di armi. Ricordo il nome dell’imbarcazione: Vulcano»
Facciamo un respiro prima di concludere questa prima parte.

Il progetto Urano non parte: perché?

Quando Spada muore nel 1989, Sebri continua il proprio lavoro, appoggiandosi a Bizzio, il miliardario italo-americano. Bizzio si vantava di essere stato il primo a sversare schifezze nel continente africano, precisamente in Guinea.
E poi ci sono i rifiuti sversati in mare lungo la costa Las Terrenas in Repubblica Domenicana. Secondo Sebri si tratta addirittura di parecchie navi con gravi conseguenze sulla pesca. Non sfugge nessun continente, nemmeno la vecchia Europa.
In Inghilterra vengono seppelliti rifiuti molto pericolosi nelle miniere abbandonate del Nord. Spada cita, inoltre, il caso di rifiuti americani trasportati via nave in Italia e da qui fatti proseguire via terra fino al confine tra Polonia e Russia, dove vengono interrati.
Insomma, ovunque ci sia produzione, la questione dei rifiuti pericolosi viene risolta alla stessa maniera, che certo non è quella delle normative vigenti. Ma io ho cominciato ad attirarvi in questo discorso con un grande progetto ed è arrivato adesso il tempo di parlarne.
Il "Progetto Urano", prevede l’invio di ingenti quantità di rifiuti – principalmente americani – in un immenso cratere naturale che si trova nel Sahara spagnolo. 
Questo progetto deve riempire di soldi le ditte coinvolte nel traffico.
puntata1 07E chi sono questi attori? C’è il gruppo di Bizio e Spada (ricordo che Urano nasce nell’87 due anni prima della morte di Spada), una società genovese, la Odino Valperga, un colosso nel settore delle spedizioni, che attualmente non esiste più. C’è di mezzo anche Guido Garelli, un faccendiere rappresentante dell’organizzazione ATS, di cui parleremo sucessivamente). Secondo Spada c’è di mezzo anche il governo italiano, secondo lui ai massimi livelli, anche se questo fatto non verrà mai accertato. Quello che, comunque, è certo è che Spada intrattiene rapporti familiari e quotidiani con i socialisti che contano: oltre che con Craxi e Pillitteri, anche con Margherita Boniver, Francesco Forte, Claudio Martelli e De Michelis.
Da tutto questo emerge che Luciano Spada è in quel momento la mano armata del partito al potere negli affari legati a rifiuti e alla cooperazione.
Cosa c’entra la cooperazione? C’entra, ma non è ancora venuto il momento di parlarne; lo faremo a tempo debito.
Per ora, accontentiamoci di dire che le navi cariche che partivano per la cooperazione con i paesi poveri non sempre trasportavano alimenti, medicinali e vestiti.
Oltre a questi personaggi entrano nel giro i proprietari dei territori dove quella famosa buca da riempire nel Sahara si trova. É un periodo particolare anche in Marocco, diviso tra il governo ufficiale e il fronte del Polisario, che rivendica l’autonomia proprio sulle terre dove il progetto Urano deve realizzarsi. É dal 1979 che i due contendenti sono costantemente in guerra tra loro e solo il miraggio di dividersi un buon gruzzolo di dollari poteva portarli allo stesso tavolo.
Viene così costituita una società che prende il nome di ATS (Amministrazione Territoriale del Sahara)
É una specie di ministero con il compito di elargire i permessi per lo smaltimento dei rifiuti nel Sahara. Nessuno però vuole mettersi a capo di una simile struttura. Serve un pupazzo (la definizione è di Sebri). La scelta cade su Guido Garelli.
Lasciate che vi legga uno delle tante bibliografie che trovate nella rete di questo signore.
Dietro la sigla dell’Ats si nascondevano uffici commerciali, apparentemente velati di normalità, a Gibilterra, l’enclave britannica che si affaccia sull’accesso al Mediterraneo. Poteva fare di tutto: agire come mercante, banchiere, mediatore di commodities, armatore, poteva altresì importare, esportare, vendere, comprare e scambiare. Guido Garelli era molto più di un semplice trafficante: il progetto che la società di copertura di Gibilterra aveva disegnato era immenso, il più grande deposito di rifiuti pericolosi del mondo, nel cuore del Sahara, nella terra teatro della guerriglia saharawi. Garelli aveva in dote un compito ben preciso consistente nel: studiare il mercato; creare gli agganci giusti; capire come funzionava quel business che avrebbe potuto finanziare l’indipendenza del suo paese adottivo, scacciando l’esercito marocchino che dagli anni Settanta occupava la striscia del Sahara occidentale, stretto tra la Mauritania e il Marocco.
Nonostante tutti questi preparativi e l’importanza delle persone coinvolte, il progetto Urano fa fatica a decollare. Il periodo di pianificazione è lunghissimo. Per risolvere l’impasse viene chiamato quello che Bizio chiama un “altissimo personaggio del SISDE”, vale a dire dei Servizi segreti civili, all’epoca separati da quelli militari. A Parigi c’è una riunione in cui ci sono tutti e finalmente l’accordo viene raggiunto. A Lugano si firmano i documenti. Tutto è pronto e la prima nave, carica di rifiuti, parte per il Sahara.
Ma quando si comincia a scaricare, ecco il clamoroso colpo di scena che cambia tutto. Tutto si ferma, sospeso per aria, perché? Cosa diavolo è successo?
Concedemelo: i colpi di scena in queste storie sono il sale del racconto e quindi qui ci fermiamo.

Introduzione

puntata2 00Eccoci alla seconda puntata della nuova versione di Noncicredo, durante la quale vi racconterò alcune delle storie incredibili che il nostro paese ha attraversato, in mezzo a scandali, inquinamenti (anche di prove), soprusi e malaffare.
Per chi si fosse perso la prima puntata, può facilmente riascoltarla visitando il mio sito personale: noncicredo.org, mentre nel podcast della radio c’è un riassunto (senza le musiche e le interviste).
Abbiamo cominciato, due setimane fa, parlando della gestione, se mi passate questo termine, dei rifiuti pericolosi e tossici. Le industrie, ma, come vedremo, anche organizzazioni statali e non solo italiane, quando producono scarti nella loro lavorazione devono seguire percorsi e rispettare normative particolari, specie se quegli scarti rischiano di danneggiare l’ambiente in cui vengono sversati e i cittadini che in quelle zone abitano. Così dagli anni ’60 in poi si è andata affermando una pratica meno dispendiosa. Si contatta un’azienda, per così dire, birichina, che si occupa, zitta zitta, di mettere qua e là i rifiuti. Sotto uno stadio, nel sottosuolo di un’autostrada o del parcheggio di un aeroporto. Quando però la quantità di monnezza è eccessiva, occorre inventarsi qualcosa di più raffinato. Nasce così la tratta di rifiuti Nord-Sud, con destinazione particolare nelle regioni della Campania e della Basilicata. Sulla Basilicata avremo molte cose da dire, ma solo più avanti nella nostra storia. A dirigere il traffico interviene la camorra, poi la ‘ndrangheta, e la mafia siciliana.
Le mille discariche abusive campane, scoperte negli anni, stanno a dimostrare che questo è un vero e proprio sistema. É chiaro che gli effetti devastanti di materie particolarmente pericolose (pensate alla diossina, tanto per non fare nomi), incidono sulla produzione di ortaggi, sul mangime delle capre e delle bufale e quindi di tutti i latticini che vengono poi venduti in ogni angolo del mondo. Un crimine a largo spettro che ha come vittime l’ambiente e tutti i suoi abitanti. Ma frutta una quantità enorme di denaro, molto più, a detta di alcuni pentiti, del traffico della droga, che è tutto dire!
Ma c’è anche di peggio. Oltre a riservare questo trattamento non proprio carino al nostro paese, l’organizzazione criminale investe nella spedizione di rifiuti all’estero, in paesi in cui non è difficile ottenere un permesso o per la facilità di corrompere i governi o per la situazione locale difficile (fame, guerre in corso, guerre civili). Così nascono organizzazioni quasi legali, nel senso che i partecipanti firmano contratti veri e propri, che li obbligano a determinate azioni. In Libano, in SudAmerica, ma anche in alcuni stati dell’Est Europeo, arrivano navi, o file di camion per interrare senza troppi rischi le schifezze delle industrie del ricco occidente.
Abbiamo ricordato la scorsa puntata due di queste “imprese” a testimonianza di tutte le altre, che, secondo Greenpeace, tra il 1988 e il 1994 sarebbero state quasi cento. Leggiamo dal rapporto dell’associazione ambientalista pubblicato nel 2010:
 “Tra 1988 e il 1994 Greenpeace ha reso pubblici 94 casi (o tentativi) di trasporto di rifiuti nocivi verso l’Africa: più di 10 milioni di tonnellate di residui. Alcuni piani prevedevano la costruzione di strutture in loco per lo smaltimento dei rifiuti, inceneritori e discariche. Atri riguardavano rifiuti radioattivi, come il famigerato progetto ODM per il quale erano stati identificati almeno 16 diversi paesi africani. Ma per la maggior parte si trattava di semplici operazioni di scarico rifiuti. I container con i rifiuti venivano spediti seguendo la linea della minima resistenza e del governo più debole, finendo in aree remote come la Guinea equatoriale, il Libano, la Somalia e il Congo. Rifiuti tossici sono stati depositati su spiagge della Nigeria e di Haiti.”
Che ci fossero traffici illeciti di rifiuti tossici tra l’Italia e altri paesi del mondo è dimostrato da diverse vicende che hanno avuto documentazione ufficiale. Tra queste ne ricordo due.
La prima avviene in Libano tra il 1987 e l’88. Ne parla l’allora onorevole Riccardo Sanesi dell’area dei Verdi, il quale, nel 1995, presenta una interrogazione alla camera in cui ricorda che, durante la guerra civile in Libano, la società Jelly Wax aveva pagato la milizia per depositare i rifiuti con una cifra stimata tra i 10 e i 50 milioni di dollari (all’epoca un $ si cambia a 1300 lire e un operaio ha uno stipendio attorno alle 600 mila lire, circa 300 €). Secondo Greenpeace, Jelly Wax scarica 24 mila tonnellate di rifiuti liquidi e solidi altamente tossici. Una parte vengono interrati nelle alture di Kerswam con il concreto rischio di inquinare con il loro contenuto di metilacrilato, etilacrilato, paraffina clorurata e scorie di metalli pesanti, i corsi d'acqua e le falde sotterranee di una regione da cui proviene buona parte dell'approvvigionamento idrico del Libano. Gli altri finiscono direttamente in mare, dove l'acqua corrode i container liberando parte del contenuto, con conseguenze facilmente immaginabili.
Il governo libanese si incazza e intima al governo italiano di riportare a casa quelle schifezze. Al governo italiano tocca abbozzare, scusarsi e riprendersi il materiale. Viane inviata una nave per questo: è la Jolly Rosso, di cui comincerò stasera a raccontare la strana storia. Riporta a casa però solo 6'000 tonnellate di rifiuti, un quarto del totale.
Ma la madre di tutte queste imprese avviene in Marocco, nel Sahara occidentale: il progetto Urano si eleva su tutti gli altri, per l’audacia, ma anche per le dimensioni dell’affare. Sono coinvolti personaggi chiave della nostra storia, i cui profili abbiamo delineato la volta scorsa.

Il progetto Urano

Dunque il progetto Urano. Ripercorriamo in breve la vicenda. Giuseppe Sebri è incaricato di preparare il terreno nei luoghi di destinazione, ma è anche il pentito che spiffererà ogni cosa qualche anno più tardi. Tra gli altri protagonisti ci sono Nickolas Bizzio, un miliardario e faccendiere e Luciano Spada, che vedrà solo l’inizio di questa avventura, ma che era quello che teneva stretti rapporti con chi comandava politicamente in Italia all’epoca: i socialisti di Craxi, Martelli e De Michelis.
C’era anche Guido Garelli, messo a dirigere l’ATS, una specie di organizzazione che metteva i timbri ai permessi di scaricare i rifiuti. Garelli era uomo di secondo piano, un prestanome, un pupazzo, secondo la definizione di Giampiero Sebri.
puntata2 01E poi gli stati interessati: il Marocco e il fronte del Polisario, che aveva le sue truppe dislocate un un pezzo di Sahara, dove c’era una grande depressione, da riempire, appunto coi i rifiuti portati dall’Italia. Fronte e Marocco sono in guerra da dieci anni ed è quindi facile immaginare che non si possano proprio vedere, ma evidentemente l’affare serviva ad entrambi. Soldi? Chissa? Lo vedremo.
Va detto, a scanso di equivoci, che, almeno all’inizio, i rifiuti erano arrivati nel nostro paese dagli Stati Uniti.
Dopo varie avventure e ritardi, finalmente questo progetto parte. Ha un nome in codice: si chiama Progetto Urano e dagli interessati è visto come un’occasione per guadagnare un sacco di soldi.
Dovete avere pazienza perché queste storie hanno mille sfaccettature e non è sempre semplice proporle tutte contemporaneamente. Siamo in un periodo storico particolarmente caldo: è quello in cui si mescolano la politica craxiana, la massoneria deviata di Licio Gelli e della P2, le brigate rosse e la mafia, la banda della Magliana e gli interessi dei faccendieri, in un intreccio incredibile che ancora oggi presenta un sacco di aspetti misteriosi e di crimini irrisolti.
Per questo scopriremo solo andando avanti nel racconto cosa è accaduto anche “dietro le quinte”. Per ora ci servono tre parole chiave: rifiuti, armi, cooperazione.
Tre termini indissolubilmente legati. Le navi della cooperazione erano usate non solo per portare vestiti e cibo nei paesi poveri, come vedremo nel corso di queste trasmissioni.
Dunque, la nave del progetto Urano fa rotta per il Marocco. Arriva a destinazione e comincia a scaricare. E qui ecco il primo clamoroso colpo di scena. Come in tutti i buoni romanzi thriller, quando la soluzione è a portata di mano e la storia sta per terminare, succede qualcosa che butta tutte le carte per aria.
Dalla nave scendono fusti, contenitori pieni di rifiuti, ma poi, ecco comparire delle armi. Sono tante armi e sono destinate al Fronte del Polisario. E’ la moneta versata a chi in quel momento controlla la zona dove i rifiuti dovranno essere interrati. Credo sia chiaro che ai marocchini tutto questo non può far piacere, anzi si incazzano di brutto.  Ma come: noi ti permettiamo di fare i comodi tuoi sulla nostra terra e tu rendi i nostri nemici più potenti riempiendoli di mitragliatrici, fucili e quant’altro? E così salta tutto. Il più grande progetto sui rifiuti tossici concepito fino ad allora, il progetto Urano, salta perché i nostri faccendieri hanno voluto fare i furbi e guadagnare più del necessario. Probabilmente, senza quelle armi, non ci sarebbe stato l’OK da parte del Fronte del Polisario e quindi comunque l’affare sarebbe saltato. Questa insomma è la storia che scopre forse per la prima volta in modo molto chiaro come rifiuti ed armi siano soliti viaggiare assieme e rappresentino solo due aspetti diversi dello stesso affare. Quando racconterò la storia di Ilaria Alpi, tutto sarà ancora più evidente.
Siamo a metà degli anni ’80. Garelli viene arrestato in Italia, Spada fugge all’estero per un certo periodo, mentre i suoi uffici vengono perquisite dagli inquirenti.
E la nave? Che fine fa la nave carica di bidoni che doveva finire nel Sahara? Bisogna organizzare una nuova spedizione e mandarla in un posto più sicuro, dove non si facciano troppe domande e soprattutto non si pretendano troppe risposte. Viene scelta la Somalia.
puntata2 03Uno dice: “perché mai la Somalia? Che vantaggio ha quel paese rispetto agli altri?”
Ha un vantaggio enorme; là esiste già una organizzazione funzionante, con tutto quello che serve: agganci politici, uomini fidati, strutture e mezzi e un uomo fidatissimo di Luciano Spada a dirigere il tutto. Si chiama Giancarlo Marocchino. Anche questo è un nome importante, di quelli da tenere a mente, perché entra ed esce dalle scene di continuo e noi ne parleremo più e più volte.
Per capire che Marocchino non è uno qualsiasi, basta ricordare alcune delle frasi riportate nelle interrogazioni di Giampietro Sebri. Nel 1987 (o forse nel 88, Sebri non ricorda con precisione) a Milano Marocchino incontra Luciano Spada, per confidargli che c’è un generale da sistemare con qualche milionata e bisogna farlo di persona perché gli uomini dei servizi segreti sono inaffidabili ed esosi. Eccoli che tornano, i servizi segreti, sempre presenti nelle fasi strategiche.
Sebri incontra ancora Marocchino nel 1993. In quell’occasione c’è anche un colonnello dell’Esercito italiano. Il pentito non dice di chi si tratta, perché nel frattempo è diventato un pezzo grosso dei Servizi e fare il suo nome potrebbe rendergli la vita difficile. Marocchino è appena stato espulso dalla Somalia per traffico d’armi, ma è notevolmente arrabbiato per altri motivi. Per i soldi che non arrivano e se la prende in particolare con Pillitteri, che non avrebbe rispettato i patti e spartito il denaro come previsto.
Sei mesi dopo c’è ancora un altro incontro. Marocchino non c’è, ma c’è l’uomo dei servizi segreti che, a sentire Sebri, avrebbe detto “Chi sgarra, paga. L’importante è che ciascuno faccia bene il proprio lavoro. Abbiamo sistemato anche quella giornalista comunista". Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin sono appena stati assassinati a Mogadiscio.

Pentiti e inquirenti

Le ultime sono affermazioni di una gravità estrema. Significa che ad ammazzare Ilaria Alpi sono stati i servizi segreti per non far trapelare notizie che potrebbero danneggiare, in qualche modo, il governo italiano.
Dobbiamo credere a Sebri? Oppure no? Sta di fatto che per queste affermazioni, Sebri si becca una condanna a tre anni di reclusione per calunnia aggravate.
Ripeto: credere a Sebri? o al tribunale che l’ha giudicato? La scelta è davvero molto difficile.
Vedete dunque come le varie vicende si intersecano e si sovrappongono.
No! Non parlerò adesso di Ilaria Alpi, perché quella vicenda è talmente grossa da meritare una storia tutta sua. Lo faremo, altro che, se lo faremo!
Quello che possiamo dire, arrivati a questo punto e capito come andavano le cose, è che i carichi diretti in Somalia sono numerosi e seguono rotte ben precise. Vanno là dove le amministrazioni o i signori della Guerra riescono a garantire un tranquillo scarico e interramento, intascando così la moneta o il carico di armi pattuito.
La “protezione” sul campo a questi trasporti è garantita dalla ‘ndrangheta calabrese, mentre cosa nostra (in particolare il clan Iamonte) si occupa dei viaggi verso l’Est europeo. I “picciotti” forniscono anche tutto il lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare.
Nel 1997, dice Sebri, la meta più frequente per i rifiuti tossici è però il Mozambico.
puntata2 06Da noi nessuno dei 60 milioni di cittadini sa nulla e continua a discutere sull’aria fritta, sulle battute dei politici, sulla questione se il PSI sia più a sinistra del PCI e su altre stronzate del genere. Lo tsunami di “Mani pulite” è ancora lontano e i delinquenti sono liberi di fare tutto ciò che vogliono, o quasi.
Del resto nessuno sembra voler fare nulla, nemmeno nel caso di un doppio assassinio come quello di Mogadiscio. Le indagini si aprono e si chiudono con la rapidità del vento; la politica non fa niente per cercare la verità e chi è rimasto coinvolto, come i parenti delle vittime, vive in un incubo doppio. Che schifo!
Tutta la lunghissima deposizione di Sebri è in rete e ricalca questo racconto che è il riassunto dell’intervista rilasciata a suo tempo a Famiglia Cristiana.
Si potrà obiettare che è solo una voce e che tutto quanto raccontato potrebbe essere falso. É vero: può essere. Però con il passare degli anni si accumulano i risultati delle varie inchieste;
  • degli inquirenti
  • dei giornali (ad esempio de L’Espresso)
  • delle associazioni ambientaliste (come Greenpeace e Legambiente)
  • di alcune commissioni parlamentari (come quella sul ciclo dei rifiuti diretta dal Verde Massimo Scalia)
e ogni volta ci sono tasselli nuovi che si aggiungono al mosaico e sembrano combaciare con quello che abbiamo appena raccontato. Non è impossibile, ma mi sembra difficile pensare che Sebri si sia inventato tutto.
Prima di passare al nostro paese ascoltiamo un altro pezzetto di TG3 sempre del 16 settembre.

Vedremo, alla fine di tutto, cosa hanno raccolto i servizi segreti sulle questioni che sto raccontandovi. Credo valga la pena avere pazienza, perché la desecretazione dei documenti, diciamo così “scomodi”, coinvolge tutti i rami di queste storie e quindi meritano di essere analizzati nel loro insieme … e allora ne ascolterete delle belle! 

Anche l’Italia è un immondezzaio

puntata2 05Provate adesso a mettervi nei panni di questi loschi faccendieri. Non è decisamente comodo fare quello che fanno. Recuperare i rifiuti, imbastire una spedizione in un paese lontano, dove occorre predisporre un’organizzazione che si occupi di tutto in loco. Bisogna individuare il posto, controllare che non ci siano conflitti su di esso, avere il beneplacito delle amministrazioni locali, controllare che gli organi di polizia e di indagine chiudano tutti e due gli occhi e così via. Dovrà pur esserci un modo più semplice per far sparire i rifiuti … o no?
Del resto, se vogliamo in quattro e quattr’otto ripulire un terrazzo dalle foglie morte non facciamo altro che buttarle di sotto. Ecco il sistema! Prendiamo le navi contenenti i rifiuti e le inabissiamo, avendo cura di trovare fondali sufficientemente profondi. In questo modo eventuali ricerche saranno molto più complicate e quasi sempre tecnicamente impossibili.
Prima di continuare ricordo a chi mi sta ascoltando che facciamo il punto della situazione senza aver ancora letto le pagine desecretate, usando quindi le informazioni che mano a mano sono emese dalle indagine e delle deposizioni dei testimoni.
Le domande che ci facciamo sono sempre le stesse: dove? quando? e soprattutto chi?
Per il dove non c’è che l’imbarazzo della scelta. Le acque del Mediterraneo vanno benissimo in molte zone, specie al largo delle regioni meridionali italiane, Calabria in testa.
Quante navi sono scomprase? A sentire le stime basate su indagini, testimonianze, ma soprattutto sulla sparizione misteriosa delle navi dovrebbero essere almeno una quarantina negli anni ’80 e ’90. Alla fine i conti ci diranno che sono state molte di più.
La storia è sempre la stessa. C’è una nave ancorata in un qualche porto italiano con un carico ben definito, un equipaggio e un comandante. Le carte sono tutte in regola: destinazione, percorso, soste e così vie. Si parte, quasi sempre con un mare che sembra una distesa d’olio. Durante il tragitto va tutto bene, nessun segnale d’allarme, nessun SOS, ma le navi a destinazione non ci arrivano mai: spariscono. Qualcuno parla di navi fantasma, qualcun altro di navi a perdere. Sta di fatto che di quelle imbarcazioni nessuno sa più nulla, a volte nemmeno del loro equipaggio.
I vantaggi, rispetto ad andare in Libano o in Venezuela, sono enormi: nessun paese straniero che si lamenti e, ciliegina sulla torta, un’assicurazione da riscuotere per la perdita disgraziata della nave.
Qualche esempio. Nell’inverno 1985 la motonave Nicos I è ancorata nel porto di La Spezia. Evidentemente le autorità subodorano qualcosa, oppure c’è una soffiata. Sta di fatto che il comandante viene fermato e il carico, dopo essere stato controllato, viene sequestrato. Il che significa, ragionando terra terra, che di sicuro non si trattava di qualche tonnellata di arance.
Bene, dite voi: giustizia è fatta!
Nemmeno per sogno. Passa poco tempo e la Nicos I parte lo stesso, non si sa perché, non si sa come, ma parte. Destinazione Togo.
Adesso fidatevi di me, oppure aprite un atlante o google maps sull’Africa. Lo vedete il Togo? É laggiù a sinistra tra il Benin e il Ghana, dove la costa occidentale del continente nero fa un’ansa a formare il golfo di Guinea. La Nicos I dunque deve puntare verso la Spagna, doppiare Gibilterra e scendere verso Sud per un bel pezzo. Invece va a Sud Est a Cipro, poi in Libano, poi in Grecia e poi non si sa: la nave sparisce nel nulla.
Un bel rompicapo!
Un anno dopo, nell’Ottobre 1986, da Carrara parte la nave italiana Mikigan (proprio così non come lo stato americano ai confini con il Canada). Secondo i documenti trasporta notevoli quantità di granulato di marmo, una sostanza usata anche per schermare la radioattività. Naufraga di fronte alle coste calabresi, in condizioni stranissime, le stesse che coinvolgeranno la prossima nave di cui vi parlerò, che è anche quella che dà il via alle indagini su questo strano fenomeno.
É il settembre 1987 quando la Rigel naufraga a 30 km da Capo Spartivento, che è il punto più a Sud della Calabria. Ci sono 18 uomini a bordo e non c’è neanche un’onda grande così. Nessun segnale di pericolo, nessuna chiamata di soccorso. “Casualmente” (questo casualmente dovete leggerlo tra molto virgolette) mentre la Rigel affonda, passa di là un’altra nave che carica i 18 uomini e li porta in Tunisia. Da quel momento di loro nessuno sa più nulla.
Insomma potrebbe sembrare un fatto come gli altri che stiamo raccontando, ma una grande differenza c’è: ed è la compagnia con cui la nave è assicurata. Infatti si tratta dei Lloyds di Londra, un gigante nel settore, che non ci sta a farsi prendere per i fondelli. In effetti la storia non regge nemmeno un po’, soprattutto perché di tempo per accorgersi che l’acqua entrava ce n’era stato parecchio e un SOS sarebbe dovuto partire. Così l’assicurazione britannica si rivolge alla procura di La Spezia, dove la società armatrice della nave ha la sua sede.
Legambiente, che, come altre grandi associazioni ambientaliste, segue con preoccupazione queste vicende denuncia il fatto pubblicamente di modo che la magistratura sia indotta ad intervenire. E così si arriva al processo, il primo e unico nella vicenda delle navi colate a picco. Nei tre gradi di giudizio si accerta quanto segue:
  • che la nave era stata affondata apposta
  • che il carico realmente presente non era quello dichiarato alla partenza
ma di dove fossero finiti carico ed equipaggio non emerge nulla: scomparsi, svaniti, volatilizzati.
Se ne occupa anche la commissione parlamentare sui rifiuti. E’ l’unico caso, dei 40 probabili, di cui è stata ricostruita in tribunale una parte di verità. L’armatore e le ditte che hanno effettuato il carico vengono condannate.
Altre navi misteriosi costellano la storia di quel periodo. Tra le tante altre possiamo ricordare la Four Star, inabissata nello Ionio meridionale nel 1988; la Anni finita nell’alto Adriatico nel 1989; la Marco Polo nel canale di Sicilia nel 1993, la Korabi Durres finita dalle parti di Reggio Calabria nel 1994, la Koraline dalle parti di Ustica nel 1995.
Tra queste curiosa è la vicenda della Korabi Durres, nave che parte il 1 marzo 1994 dal porto di Durazzo in Albania, diretta in Italia. Cerca approdo a Crotone e poi a Palermo, ma entrambe le capitanerie di porto lo impediscono perché la nave emette percentuali di radioattività troppo elevate e quindi pericolose. Il 9 marzo riparte da Palermo e il giorno dopo scompare vicino a Reggio Calabria. Che nel mare calabrese ci siano scorie radioattive a questo punto non è più solo un’illazione.
Ma, tra tutte le storie che possiamo raccontare sulle navi dei veleni, una è veramente speciale, come quella della Rigel, perché la sua vicenda ha fatto la storia delle indagini sulle navi dei veleni, perché è costata morti, e ha dato la stura alla comprensione di questi traffici loschi. É la Rosso, la vecchia Jolly Rosso; vi avevo avvertito di non dimenticare questo nome. Ne parleremo dopo una breve pausa.

La Jolly Rosso

L’abbiamo già incontrata nella prima puntata di questa trasmissione, quando il governo italiano è costretto a riportarsi a casa le schifezze che qualcuno aveva abbandonato in Libano. Si tratta di quella che allora si chiamava Jolly Rosso e che ora è ribattezzata semplicemente in “Rosso”. Perché questa nave è speciale? É una storia lunga anche questa la racconteremo tra oggi e la prissima volta.
Anche la Rosso deve fare la stessa fine di tutte le altre navi che ho citato finora, ma qualcosa non funziona, tanto da dover innescare in tutta fretta un clamoroso piapuntata2 07no di riserva. Anziché affondare nelle acque complici dei nostri mari, la Rosso si sposta ancora, mentre i 16 uomini dell’equipaggio e il comandante vengono tratti in salvo dagli elicotteri della marina militare. Si muove qualche ora, la Rosso, finché si arena su una spiaggia, vicino ad Amantea, bel comune del cosentino fondato dai bizantini ed arricchito dagli arabi. É il 14 novembre 1990.
Ora dobbiamo fare una piccola deviazione dalla nostra storia. Lasciamo per un po’ la Rosso là sulla spiaggia, ma vi torneremo presto, perché è uno dei capisaldi del nostro racconto.
Facciamo mente locale e immergiamoci in quei primi anni ’90. Sapete tutti cosa sta succedendo da noi, con la questione di Mani Pulite, il terremoto, la fine della prima repubblica e dei partiti storici, poi rinati con le stesse idee e gli stessi difetti, ma nomi differenti. Ma questa è un’altra storia.
Sono anni in cui né privati, né stati, anche importanti, si fanno scrupolo di usare il mare come una pattumiera, buttandovi dentro di tutto, soprattutto rifiuti pericolosi. Nel 1993 il governo russo, presieduto da Bors Eltsin, dichiara con tutta tranquillità di aver scaricato direttamente nel mar Artico ingenti quantità di rifiuti radioattivi liquidi e di aver seppellito nel mar di Kara (che bagna le coste settentrionali della Siberia) e nel Mar del Giappone (nell’estremo Est della Russia), nientemeno che 18 reattori nucleari. Così, semplicemente, come se avesse detto che si era mangiato una caramella di sua nipote.
I paesi importanti, compreso il nostro, avevano già emanato leggi riguardo i rifiuti tossici, solo che in molti casi (come in quello italiano) le norme erano state “adeguate” per lasciar spazio a vari tipi di interpretazioni, più libere. Insomma vale il solito detto: fatta la legge, trovato l’inganno.
Ad esempio, in Italia, non si parla di rifiuti bensì di “prodotti”. Così c’è modo di rigirarsi tra le pieghe delle normative. Nonostante questo, servono connivenze importanti, di alto livello, per portare a termine misfatti come quelli che ho descritto finora.
Ed è proprio dalla Rosso che partono tutte le inchieste sulle navi fantasma. Inchieste che coinvolgono procure sparse ovunque: Reggio Calabria, Paola, Catanzaro, Roma, Matera, La Spezia, Padova e Asti.
Qualcuno capisce troppo, come il capitano Natale De Grazia, che muore in modo stranissimo e non ancora accertato durante un trasferimento dalla sua Reggio Calabria verso La Spezia. Ma questa storia la racconterò nei particolari un’altra volta, perché De Grazia merita di essere ricordatocome si deve ad un eroe, di quelli veri, non di quelli dei telefilm americani.
E improvvisamente occorre sapere, entrare nei particolari. Chi effettua i carichi? Chi trasporta le navi sul luogo dell’inabissamento? Chi caccia i soldi? Chi sono i delinquenti e soprattutto, chi sono i mandanti?
La documentazione sui fatti è sicuramente merito degli inquirenti, ma non possiamo dimenticare tre elementi attivi nella nostra storia.
Da un lato le grandi associazioni ambientaliste, che non si sono mai fermate. Legambiente (alla quale va dato gran parte del merito di queste inchieste) costituisce nel 2007 un “Comitato per la verità sulle Navi dei Veleni”, chiedendo di finanziare una campagna di recupero delle navi affondate lungo le coste italiane. Assieme a Legambiente hanno parte attiva WWF e Greenpeace, oltre alla direzione investigativa antimafia.
Per chi volesse approfondire la questione, Legambiente ha un sito molto bello e completo dedicato all’argomento: www.Legambiente.eu
E poi ci sono alcuni giornalisti, credo si possa dire senza offesa, più coraggiosi che curiosi, come Riccardo Bocca dell’Espresso, la cui indagine sullo spiaggiamento della Rosso, è davvero inquietante.
Infine i pentiti e, in questo caso, un pentito particolare, che racconta, dalla sua storia di boss della ‘ndrangheta tutto quello che avveniva. Si chiama Francesco Fonti, è morto nel 2012, non prima di aver vuotato ripetutamente il sacco, con un memoriale che ripercorre gli intrecci tra industriali, mafiosi e politici.

Dalla Cunski alla Rosso

Ricordate? Eravamo partiti dal TG3 che annunciava il ritrovamento della Cunski laggiù negli abissi delle coste calabresi. E da là ripartiamo per raccontare una storia che ha dell’incredibile, quella della Rosso, in cui si intrecciano tutti i protagonisti della vicenda: mafiosi, faccendieri, politici, servizi segreti, pentiti, giornalisti, militari, spartendosi i ruoli di buoni e di cattivi.
Lo dico una volta ancora: gran parte del racconto è basato sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che possono essere vere oppure no. Quello che a me interessa è raccontare la storia così come è emersa. La verità non mi compete, a dire il vero dubito ci sia qualcuno a cui essa competa davvero. E allora cominciamo proprio dai fatti immediatamente seguenti il ritrovamento della Cunski.
Ho detto la volta scorsa che l’annuncio del ritrovamento è esploso come una vera e propria bomba, anche se da molto tempo i sospetti che laggiù ci fossero navi inabissate erano abbondanti tra le procure, le associazioni e, insomma, chiunque volesse davvero intendere.
In particolare la procura di Paola avrebbe voluto da tempo andare a curiosare là in fondo al mare per vedere quante navi vi erano deposte e cosa contenevano, ma i mezzi a disposizione sono molto scarsi, praticamente inesistenti per una simile opera. Certo, se la questione avesse avuto altra importanza per chi stava lassù in alto (si badi bene, molto in alto) non ci sarebbero stati problemi. Del resto il governo, negli anni ha imposto tasse e balzelli per questioni molto meno importanti di quel terrificante aumento di tumori nella regione e per quei livelli di radioattività del tutto anomali lungo le coste. In questo caso non è stato fatto un bel niente.
Solo dopo anni, la Regione Calabria presta alla procura di Paola un robot in grado di immergersi fino a 500 metri di profondità e filmare quello che incontra. Ed ecco, all’improvviso, apparire una delle navi fantasma, una di quelle presumibili 40 imbarcazioni sparite nel nulla; la Cunski. I rilievi della procura parlano di rifiuti tossici, forse radioattivi. Qualcuno sostiene di aver visto due teschi che guardano attraverso gli oblò. Vero? Falso? Che importa? La notizia fa il giro di televisioni e giornali, perfino qualche politico si spende con parole di fuoco “Quella nave va recuperata!” tuona Walter Veltroni.
Ma di quella nave nessuno sa niente. Si spulciano le indagini degli ultimi 20 anni e niente: la Cunski non esiste. Saltano fuori, invece, alcuni appunti del capitano Natale De Grazia, in cui fa riferimento a navi scomparse, rifiuti tossici e radioattivi e, pensate un po’, tutti questi elementi messi nella stessa frase!
De Grazia, come già detto, sicuramente sapeva troppo e per questo andava eliminato.
Coperture, segreti, indagini monche, morti misteriose degli inquirenti. Il quadro è completo. Resta solo una domanda ancora senza risposta: chi è stato?
É una domanda semplice, con risposte terribilmente complesse, a volte senza risposte. Già chi è stato?
É una domanda che va divisa in tre pezzi: chi sono stati gli esecutori? chi sono quelli che hanno coperto o insabbiato l’affare? e, soprattutto, chi sono i mandanti?
Le sole risposte che abbiamo, per ora (ricordate, parleremo solo alla fine dei documenti desecretati per dare più suspense alla nostra storia) risiedono nelle deposizioni dei cosiddetti collaboratori di giustizia.
Qui occorre, ancora una volta mettere in guardia chi ascolta. Intanto nessuno sa il motivo per cui un delinquente (alcuni sono assassini inveterati) improvvisamente si mette a disposizione della giustizia. Lo fa perché un rimorso gli attanaglia la gola oppure per convenienza, contando su una riduzione della pena, se non addirittura sulla libertà?
Certo le dichiarazioni sono fatte sotto giuramento, ma dubito che chi non ha battuto ciglio nello sciogliere qualche persona nell’acido si faccia scrupolo di giurare il falso.
Voglio però fare quattro osservazioni prima di cominciare.
Prima: non si capisce perché si debba dare retta a chi difende qualche politico invischiato in cose brutte (forse qualcuno ricorda i processi a Dell’Utri o a Andreotti) e rifiutare invece quelle accusatorie. Insomma, se vanno bene le prime devono andar bene anche le altre. Non voglio dare alle deposizioni un valore assoluto, le prendiamo per quello che sono.
Seconda: Ci sono troppe coincidenze. Noi che abbiamo studiato fisica non crediamo mai alle coincidenze; siamo addirittura convinti che non esistano. Ascoltate un po’. Il pentito di cui parlerò tra poco consegna la sua deposizione nelle mani del sostituto procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì, uomo di grande coraggio. Sono 49 pagine, in cui racconta la storia delle navi dei veleni, dei rifiuti, delle coperture e tutto il resto. Ma, per adesso, ci interessa la data in cui questo avviene: è il 2003. Nel memoriale sono indicate con estrema precisione i luoghi dove le navi sono state affondate. C’è anche quello della Cunski, che coincide esattamente con quello dove il robot della Regione Calabria la vede sei anni più tardi. Coincidenze? Difficile da credere!
Terza: le dichiarazioni contenute nel memoriale sono terribilmente scomode e non coinvolgono solo traffici illeciti di rifiuti e di armi, ma omicidi, come quello di Ilaria Alpi. Motivo di più per dar loro credito.
Quarta: è la sola testimonianza importante che abbiamo e dunque, almeno per ora, ci deve bastare.

Rifiuti e ‘ndrangheta

puntata2 08Per capire un po’ meglio il guazzabuglio di informazioni in cui ci stiamo cacciando, occorre fare un passo indietro per vedere come e quando la malavita organizzata entra nell’affare nave dei veleni. Seguiremo le vicende della ‘ndrangheta che sono quelle su cui si hanno più informazioni, anche perché sono le coste calabresi la destinazione preferita degli inabissamenti.
Sappiamo che la ‘ndrangheta è organizzata per famiglie e per zone di controllo. A San Luca, sulle falde meridionali dell’Aspromonte, comanda Giuseppe Nirta, mammasantissima, cioè capo supremo dell’organizzazione, arrestato nel 2008 e attualmente detenuto.
La sua posizione di boss dei boss, lo mette in contatto a Roma con personaggi importanti dei servizi segreti, della massoneria e della politica, elementi che si mescolano spesso assieme per combinare affari di ogni genere.
Nirta ha un parente, un secondo cugino, che si chiama Francesco Fonti, al quale consente una rapida carriera facendogli fare prima lo sgherro (estorsioni), poi il corriere della droga. É a lui che il boss confida più volte che l’affare dei rifiuti pericolosi avrebbe portato tanti soldi nelle casse della famiglia. E sarà proprio Francesco Fonti a rivelare qualche anno dopo quello che accadeva a questo riguardo.
Secondo le informazioni fornite soprattutto dai pentiti, Nirta avrebbe avuto l’incarico di sistemare i rifiuti direttamente dal ministro della difesa, Lelio Lagorio, socialista. Li avrebbe dovuti interrare in qualche cava dell’Aspromonte o in qualche anfratto in mare.
Il mondo delle mafie è pericoloso e non è che puoi prendere una iniziativa così importante senza avvertire nessuno. Sarebbe uno sgarro e correrebbe sangue a fiumi.
Quindi viene avvertita la Camorra campana e Cosa Nostra in Sicilia. Solo dopo questa cortesia, Nirta riunisce tutte le famiglie della ‘ndrangheta: Natale Iamonte di Melito Porto Salvo, Giuseppe Morabito di Africo, Giuseppino Barbaro di Platì, Domenico Alvaro di Sanipoli e Salvatore Aquino di Gioiosa Marina.
E’ presente anche Francesco Fonti, che diventerà presto il referente di Nirta in questa impresa.
C’è un po’ di confusione per spartire incarichi e proventi. Alla fine si fa alla romana: ognuno per sé senza interferire con gli altri. L’area scelta per gli interramenti è la Basilicata, una regione sfortunata che entrerà spesso come disgraziata vittima nelle storie che racconteremo. Ma qui la scelta è la più logica, dal momento che quella zona non interessa nessuna famiglia per tenervi i sequestrati o i depositi di armi e droga. É, in un certo senso, terra franca e quindi fruibile da parte di tutte le famiglie.
Anche la mafia turca viene avvisata per gli stretti rapporti con la ‘ndrangheta nel traffico di eroina. A San Luca intanto cambia il boss: nell’alleanza con la ‘ndrina Romeo, a Giuseppe Nirta succede Sebastiano Romeo.
‘Ndrina è sinonimo di cosca è, più o meno, quello che la “famiglia” è per Cosa nostra. Di solito comanda su un territorio ben definito e fa riferimento ad un comune calabrese.
Nel 1983 Fonti viene mandato a Roma, dove incontra Paolo De Stefano, potente boss di Reggio Calabria con agganci politici di primo livello. La nazione scelta per esportare i rifiuti è la Somalia. A Fonti si chiede, come prima mossa, di prendere contatti con i vertici del partito socialista.
Ma gli affari non decollano. Fonti si ritrova in Emilia a gestire il traffico di droga della ‘ndrangheta, un incarico evidentemente di minore importanza.
Finché un giorno di tre anni dopo …
Fonti viene richiamato in Calabria da Domenico Musitano. Costui è, in quel momento, a capo della potente ‘ndrina di Platì e chiede a Fonti di avviare la prima operazione di smaltimento di rifiuti pericolosi. Ecco il racconto testuale di Fonti:
“... mi disse che c'erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi, chiedendo se io e la mia famiglia potessimo interessarci per le varie fasi di trasporto e collocazione. Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato, e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato dal dottor Tommaso Candelieri dell'Enea di Rotondella, il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti, e che in quel preciso momento aveva l'esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell'Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell'operazione. Per questo incontrai a Milano, in piazzale Loreto, Giuseppe Romeo, fratello di Sebastiano, il quale scese poi in Calabria per riferire. Dopo una settimana, ritornò a Milano e mi diede il via libera".
Ma le sorprese, quando si parla di mafie, sono all’ordine del giorno. Nel 1986 il boss di Platì viene ammazzato e l’affare si ferma e viene rimandato di qualche mese. Si riparte nel gennaio del 1987.
La nave scelta è la Lynx; le compagnie coinvolte hanno origini svizzere, indonesiane, maltesi e poi c’è l’onnipresente Jelly Wax. Ma su quella nave, 600 bidoni non ci stanno. 100 devono essere smaltiti in altro modo e da qualche altra parte. Così partono 40 camion: 7 arrivano in Basilicata, a Pisticci, dove i bidoni vengono sepolti lungo il fiume Vella. Il resto del carico arriva a Livorno e finisce sulla Lynx.
Ovviamente i documenti sono falsi così come la destinazione del viaggio, indicata in Gibuti (in fondo al Mar Rosso) mentre invece si attracca a Mogadiscio. Qui, con mezzi raccattati sul posto, i bidoni vengono seppelliti alla bene e meglio. Dei 660 milioni concordati, 500 finiscono nelle casse della famiglia di San Luca.
Le attività di Fonti si allargano via via perché in questo mondo dei rifiuti incontra personaggi sempre più potenti che riescono a gestire non solo gli scarti delle industrie, ma anche scorie radioattive e armi, tante armi.
I nomi che escono dalle pagine dei verbali sono spesso noti alla magistratura: come il conte Mirko Martini, Giancarlo Marocchino, Giorgio Comerio, che offrirà a Fonti 75 aerei russi da rivendere. Aerei finiti poi in Liberia, passando da un faccendiere ukraino.
Ed è proprio il sodalizio con Comerio che porta alle navi sparite nei mari calabresi, compresa la Rigel.

I servizi segreti

In una riunione congiunta delle famiglie, Fonti viene a sapere che almeno trenta navi dei rifiuti sono state affondate. Se una simile quantità di sparizioni misteriose non è mai arrivata sulle prime pagine dei media significa solo una cosa. Che c’è una copertura davvero molto potente. E questa copertura non può che arrivare dai politici (segnatamente da esponenti dell’allora PSI che occupano i posti chiave nel governo) e dai servizi segreti.
Come detto sono anni agitati nel nostro paese e i servizi segreti entrano frequentemente nelle chiacchiere della gente. In particolare c’è Stefano Giovannone, uno degli alti gradi del SISMI. All’epoca esistevano due tipi di Servizi, uno civile, il SISDE e uno militare, apopunto il SISMI.
Giovannone entra in molte storie di quegli anni: nell’affare Gladio, in alcune lettere scritte da Aldo Moro durante il sequestro da parte delle BR e soprattutto nella morte dei due giornalisti Gabriella De Palo e Italo Toni, avvenuta in circostanze misteriose e ancora non chiarite in Libano nel 1984. Al riguardo viene incriminato per depistaggio delle indagini ma muore due anni dopo.
Abbiamo già accennato al fatto che Fonti diventa collaboratore di giustizia nel 1994 e che nel 2003 consegna al procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì un memoriale di 49 pagine. Nel 2005 rilascia un’intervista all’Espresso in cui racconta tutte le vicende sulle navi a perdere. Nel 2009 si crede di aver individuato una di queste navi, la Cunski, nel luogo indicato da Fonti. Le ricerche non danno alcun esito. Un anno dopo una nuova nave viene scoperta al largo di Lamezia. Del suo contenuto però non si sa nulla.
Francesco Fonti muore nel dicembre 2012. Le sue verità, le sue accuse, vere o false, rimangono in ogni caso una storia emblematica di quell’epoca. 
Tutto qua dunque? Solo aria fritta? Mania di protagonismo di un ex delinquente? O una verità suggerita, che copre altre verità? Non lo sappiamo, ma il racconto non è finito, anzi il mistero più misterioso deve ancora venire.
puntata2 09E ci sono altri colpi di scena, che rendono piccante il nostro racconto. Uno di questi avviene il 13 maggio del 1995.
Facciamo la conoscenza con Rino Martini, all’epoca colonnello della forestale, la cui deposizione alla commissione sul ciclo dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella è estremamente interessante ed ovviamente disponibile in rete, nel sito della camera dei deputati. Ecco come si presenta Rino Martini.
Credo di aver iniziato l’attività ancora prima che venisse istituito il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri negli anni ‘80. A quell’epoca non c’erano strutture investigative che disponessero di dati sul traffico illecito dei rifiuti, anche perché in quel periodo esisteva solamente la rotta nord-sud con smaltimenti nelle discariche campane, in particolare Di.fra.bi. diPianura e di Montagna Spaccata gestita da altri gruppi campani. Di questo notevole traffico di rifiuti una parte veniva illecitamente smaltita al nord, in impianti autorizzati, ad esempio depuratori piuttosto che inceneritori. Un caso emblematico era stato quello della Petrol Dragon che era riuscita a stoccare in ex depositi petroliferi migliaia di tonnellate che poi sono state oggetto di bonifica da parte delle varie regioni, soprattutto Piemonte e Lombardia. Per riuscire a scardinare questi sistemi è stato necessario parecchio tempo, perché all’epoca non c’era ancora attenzione da parte della politica, né consapevolezza da parte dell’opinione pubblica del vero problema, per cui si erano verificati casi di inquinamento delle falde utilizzate per l’approvvigionamento idropotabile a Casale Monferrato piuttosto che in alcuni siti bergamaschi. Nel 1995, ci imbattiamo in un ex petroliere dello scandalo dei petroli, Ripamonti Elio, che viene fermato a Chiasso. Fra i suoi documenti trasportava anche un progetto per l’affondamento di materiale radioattivo attraverso il sistema ODM.

Del sistema ODM, inventato da Giorgio Comerio, avremo ancora modo di parlare, per ora basta sapere che serviva a lanciare nei fondali marini le scorie radioattive delle centrali nucleari.
Bene, il 13 maggio 1995 si presenta agli uomini della forestale, comandati da Martini, una non meglio specificata “fonte confidenziale”. É disponibile a parlare, ma il suo nome deve restare segreto. E salta fuori un nuovo personaggio, un imprenditore di La Spezia, a capo della mega discarica di Pitelli. Si chiama Orazio Duvia.
Apro una parentesi. Questa discarica è stata sequestrata e l’azienda titolare accusata di disastro ambientale. La Sistemi Ambientali Srl, autorizzata a smaltire rifiuti speciali ma non tossici, riusciva a ricevere materiale pericoloso in modo apparentemente regolare attraverso la sistematica falsificazione di bolle e analisi chimiche. Nella discarica sono stati trovati quantità ingenti di rifiuti tossici, tra cui anche diossine e amianto. Nel 2011 il Consiglio Comunale della Spezia approva un ordine del giorno in cui impegna l'amministrazione comunale a predisporre, con la Regione Liguria e la Provincia della Spezia, un progetto di risanamento del sito per restituire alla comunità un territorio fruibile. Il comune chiede 7 milioni di euro per il risarcimento del danno provocato dalla discarica di Pitelli, chiesti 1,5 milioni di euro per il risarcimento, da Legambiente.
Chiusa parentesi.
Il confidente usa un nome d’arte ironico, Pinocchio e spiega i legami di Duvia con quel mondo che ho cercato di descrivere fin qui in cui traffici di rifiuti e di armi si mescolano.
Alla fine della sua lunga deposizione parla di una nave, affondata al largo delle coste ioniche – a capo Spartivento – la Rigel. Un cargo che, secondo “Pinocchio”, era pieno di «materiale nucleare (uranio arricchito)».
Vedete: i nomi ritornano e ritornano, ancora la Rigel, la prima delle navi che ha portato a sapere qualcosa di tutta questa faccenda.
La testimonianza di Pinocchio è fondamentale. È la prima volta che nell’inchiesta allora condotta dalle Procure di Reggio Calabria – con Francesco Neri – e di Matera – con Nicola Maria Pace – appare la pista della nave Rigel. Quel verbale è un vero punto di svolta. Ecco, è qui che interviene la storia del capitano Natale De Grazia. Cosa succede allora? Questo lo sapremo la prossima volta.

 

Pronti ... via!

Carissimi amici, eccoci pronti per cominciare una nuova fase di questa trasmissione. Il suo titolo risulterà nei prossimi mesi ancora più significativo di prima, quando trattavamo esclusivamente questioni ambientali, cercando di far capire che tutti i problemi che abbiamo con l’ambiente sono figli di una strategia di sviluppo ben precisa. Questa strategia comporta l’esigenza da parte di pochi di diventare ricchi o potenti o tutte e due le cose assieme. Non è un mistero, non lo è per niente, che le scelte che vengono fatte sono dettate sempre e comunque da questi due motori. Pensate a quanto accade negli Stati Uniti, dove un presidente (si badi bene, regolarmente eletto), va contro le indicazioni del mondo intero per soddisfare i suoi grandi elettori, le lobby del carbone, del petrolio, del gas, delle armi e via discorrendo. A me sembra piuttosto evidente questo legame tra politica, economia, malaffare e danni al territorio e alle persone che lo abitano. Abbiamo una quantità infinita di esempi da citare. L’ho fatto in questi 10 anni a proposito di tutti gli argomenti che abbiamo affrontato assieme e mi sembra superfluo ritornarci sopra.
Da oggi, se avrete voglia di seguire questa trasmissione, vorrei raccontarvi alcune storie del recente passato del nostro paese. Sono fatti accaduti trenta anni fa, a volte più, a volte meno, tutti significativi proprio di questo stretto legame tra gli “affari che riguardano i cittadini” e le amministrazioni dello stato. In questo termine, amministrazioni, metto un po’ tutto: la politica (locale e nazionale), le forze dell’ordine, gli alleati militari, i servizi segreti, i potenti uomini dell’economia e della finanza, le varie mafie sparse nella penisola. Insomma c’è materiale per costruire un romanzo giallo, che affonda però nella realtà vera ed è molto più intricato e misterioso di quelli usciti dalle penne di Agata Christie o Georges Simenon.
OrwellVedremo, andando avanti con le puntate, che questioni apparentemente lontane tra loro nello spazio e anche nel tempo, fanno parte dello stesso filone, con protagonisti analoghi (talvolta proprio gli stessi), il che ci fa supporre che le storie che racconterò entrino in una specie di strategia con qualche occulto e segreto manovratore di burattini. Forse tutto questo richiama le pagine magistralmente scritte da quel grande precursore che è stato George Orwell. Un precursore, un veggente? O, più semplicemente, Orwell sapeva guardare a fondo nelle cose, vedendovi aspetti che alla maggior parte degli altri sfuggivano?
La questione, adesso, è: “da dove partiamo?”.
In effetti messo di fronte al foglio bianco, nel tentativo di stilare una scaletta per queste nuove trasmissioni, devo dire che un po’ mi sono sentito in imbarazzo per la quantità enorme di materiale disponibile, ma anche per il desiderio di dare un senso compiuto agli interventi; per far uscire un filo conduttore univoco, sensato, logico.
La prima cosa che salta agli occhi quando si affronta questo lavoro è che si tratta quasi sempre di casi irrisolti, senza colpevoli o, quando ci sono, lasciano forti dubbi che si tratti di capri espiatori e comunque mancano sempre i mandanti.
Insomma qui non si tratta di un romanzo giallo, nel quale alla fine chi indaga è sempre in grado di punire i responsabili. Ve l’immaginate l’ispettore Hercule Poirot che alla fine dice: “Non ci ho capito una mazza, i colpevoli non ci sono!”. Nessuno leggerebbe più i romanzi di Agata Christie sul grande indagatore belga (non è francese, si arrabbia molto se vi sbagliate!).
Nei romanzi, tuttavia, non c’è nessuno che abbia interesse che non si sappia, o se c’è alla fine viene inesorabilmente sconfitto. Le cose cominciano ad essere un pochino differenti nei film, nei Thriller, come si dice oggi, dove la suspense può essere creata in modo magistrale usando immagini, luci e musica. Ecco: qui, soprattutto negli ultimi anni, capita che i film finiscano con un nulla di fatto. Vale a dire con il potente di turno (sia esso una persona, un gruppo o un governo), che elimina qualsiasi possibilità di conoscere la verità. Ma i cineasti sono astuti e lasciano comunque percepire allo spettatore che “quelli lì sono colpevoli, anche se la storia non lo dice”.
Le storie che vi racconterò sono fatte proprio così. Anche noi abbiamo il sentore, la sensazione, la convinzione che “quelli lì sono colpevoli!” anche se non abbiamo le prove provate di quello che stiamo pensando. Ma, a dirla tutta, è ben difficile che le cose siano andate in modo diverso e quindi nel nostro intimo pensiamo di avere la risposta alle domande, alle moltissime domande che ci facciamo.
Ci sono parole che ascolterete frequentemente in queste puntate, parole come “strano” “misterioso” “inspiegabile”.
La maggior parte delle informazioni di queste puntate derivano da documenti ufficiali, consultabili da chiunque, soprattutto nei siti specializzati o in quelli ufficiali, ad esempio quello della camera dei deputati. Certo, a volte, si tratta di deposizioni di personaggi che camminano molto al limite della legalità: spie, faccendieri e soprattutto pentiti o, come sarebbe più corretto chiamarli, collaboratori di giustizia. Non possiamo quindi essere sicuri che le loro verità siano semplicemente la verità. Ma io vi racconto solo delle storie, che non hanno alcun valore legale. Spero siano di vostro gradimento, perché sono estremamente interessanti e, alla fine, qualcosa ci insegnano. Vi auguro di gradirle e, comunque, un buon ascolto.