Introduzione

puntata2 00Eccoci alla seconda puntata della nuova versione di Noncicredo, durante la quale vi racconterò alcune delle storie incredibili che il nostro paese ha attraversato, in mezzo a scandali, inquinamenti (anche di prove), soprusi e malaffare.
Per chi si fosse perso la prima puntata, può facilmente riascoltarla visitando il mio sito personale: noncicredo.org, mentre nel podcast della radio c’è un riassunto (senza le musiche e le interviste).
Abbiamo cominciato, due setimane fa, parlando della gestione, se mi passate questo termine, dei rifiuti pericolosi e tossici. Le industrie, ma, come vedremo, anche organizzazioni statali e non solo italiane, quando producono scarti nella loro lavorazione devono seguire percorsi e rispettare normative particolari, specie se quegli scarti rischiano di danneggiare l’ambiente in cui vengono sversati e i cittadini che in quelle zone abitano. Così dagli anni ’60 in poi si è andata affermando una pratica meno dispendiosa. Si contatta un’azienda, per così dire, birichina, che si occupa, zitta zitta, di mettere qua e là i rifiuti. Sotto uno stadio, nel sottosuolo di un’autostrada o del parcheggio di un aeroporto. Quando però la quantità di monnezza è eccessiva, occorre inventarsi qualcosa di più raffinato. Nasce così la tratta di rifiuti Nord-Sud, con destinazione particolare nelle regioni della Campania e della Basilicata. Sulla Basilicata avremo molte cose da dire, ma solo più avanti nella nostra storia. A dirigere il traffico interviene la camorra, poi la ‘ndrangheta, e la mafia siciliana.
Le mille discariche abusive campane, scoperte negli anni, stanno a dimostrare che questo è un vero e proprio sistema. É chiaro che gli effetti devastanti di materie particolarmente pericolose (pensate alla diossina, tanto per non fare nomi), incidono sulla produzione di ortaggi, sul mangime delle capre e delle bufale e quindi di tutti i latticini che vengono poi venduti in ogni angolo del mondo. Un crimine a largo spettro che ha come vittime l’ambiente e tutti i suoi abitanti. Ma frutta una quantità enorme di denaro, molto più, a detta di alcuni pentiti, del traffico della droga, che è tutto dire!
Ma c’è anche di peggio. Oltre a riservare questo trattamento non proprio carino al nostro paese, l’organizzazione criminale investe nella spedizione di rifiuti all’estero, in paesi in cui non è difficile ottenere un permesso o per la facilità di corrompere i governi o per la situazione locale difficile (fame, guerre in corso, guerre civili). Così nascono organizzazioni quasi legali, nel senso che i partecipanti firmano contratti veri e propri, che li obbligano a determinate azioni. In Libano, in SudAmerica, ma anche in alcuni stati dell’Est Europeo, arrivano navi, o file di camion per interrare senza troppi rischi le schifezze delle industrie del ricco occidente.
Abbiamo ricordato la scorsa puntata due di queste “imprese” a testimonianza di tutte le altre, che, secondo Greenpeace, tra il 1988 e il 1994 sarebbero state quasi cento. Leggiamo dal rapporto dell’associazione ambientalista pubblicato nel 2010:
 “Tra 1988 e il 1994 Greenpeace ha reso pubblici 94 casi (o tentativi) di trasporto di rifiuti nocivi verso l’Africa: più di 10 milioni di tonnellate di residui. Alcuni piani prevedevano la costruzione di strutture in loco per lo smaltimento dei rifiuti, inceneritori e discariche. Atri riguardavano rifiuti radioattivi, come il famigerato progetto ODM per il quale erano stati identificati almeno 16 diversi paesi africani. Ma per la maggior parte si trattava di semplici operazioni di scarico rifiuti. I container con i rifiuti venivano spediti seguendo la linea della minima resistenza e del governo più debole, finendo in aree remote come la Guinea equatoriale, il Libano, la Somalia e il Congo. Rifiuti tossici sono stati depositati su spiagge della Nigeria e di Haiti.”
Che ci fossero traffici illeciti di rifiuti tossici tra l’Italia e altri paesi del mondo è dimostrato da diverse vicende che hanno avuto documentazione ufficiale. Tra queste ne ricordo due.
La prima avviene in Libano tra il 1987 e l’88. Ne parla l’allora onorevole Riccardo Sanesi dell’area dei Verdi, il quale, nel 1995, presenta una interrogazione alla camera in cui ricorda che, durante la guerra civile in Libano, la società Jelly Wax aveva pagato la milizia per depositare i rifiuti con una cifra stimata tra i 10 e i 50 milioni di dollari (all’epoca un $ si cambia a 1300 lire e un operaio ha uno stipendio attorno alle 600 mila lire, circa 300 €). Secondo Greenpeace, Jelly Wax scarica 24 mila tonnellate di rifiuti liquidi e solidi altamente tossici. Una parte vengono interrati nelle alture di Kerswam con il concreto rischio di inquinare con il loro contenuto di metilacrilato, etilacrilato, paraffina clorurata e scorie di metalli pesanti, i corsi d'acqua e le falde sotterranee di una regione da cui proviene buona parte dell'approvvigionamento idrico del Libano. Gli altri finiscono direttamente in mare, dove l'acqua corrode i container liberando parte del contenuto, con conseguenze facilmente immaginabili.
Il governo libanese si incazza e intima al governo italiano di riportare a casa quelle schifezze. Al governo italiano tocca abbozzare, scusarsi e riprendersi il materiale. Viane inviata una nave per questo: è la Jolly Rosso, di cui comincerò stasera a raccontare la strana storia. Riporta a casa però solo 6'000 tonnellate di rifiuti, un quarto del totale.
Ma la madre di tutte queste imprese avviene in Marocco, nel Sahara occidentale: il progetto Urano si eleva su tutti gli altri, per l’audacia, ma anche per le dimensioni dell’affare. Sono coinvolti personaggi chiave della nostra storia, i cui profili abbiamo delineato la volta scorsa.

Il progetto Urano

Dunque il progetto Urano. Ripercorriamo in breve la vicenda. Giuseppe Sebri è incaricato di preparare il terreno nei luoghi di destinazione, ma è anche il pentito che spiffererà ogni cosa qualche anno più tardi. Tra gli altri protagonisti ci sono Nickolas Bizzio, un miliardario e faccendiere e Luciano Spada, che vedrà solo l’inizio di questa avventura, ma che era quello che teneva stretti rapporti con chi comandava politicamente in Italia all’epoca: i socialisti di Craxi, Martelli e De Michelis.
C’era anche Guido Garelli, messo a dirigere l’ATS, una specie di organizzazione che metteva i timbri ai permessi di scaricare i rifiuti. Garelli era uomo di secondo piano, un prestanome, un pupazzo, secondo la definizione di Giampiero Sebri.
puntata2 01E poi gli stati interessati: il Marocco e il fronte del Polisario, che aveva le sue truppe dislocate un un pezzo di Sahara, dove c’era una grande depressione, da riempire, appunto coi i rifiuti portati dall’Italia. Fronte e Marocco sono in guerra da dieci anni ed è quindi facile immaginare che non si possano proprio vedere, ma evidentemente l’affare serviva ad entrambi. Soldi? Chissa? Lo vedremo.
Va detto, a scanso di equivoci, che, almeno all’inizio, i rifiuti erano arrivati nel nostro paese dagli Stati Uniti.
Dopo varie avventure e ritardi, finalmente questo progetto parte. Ha un nome in codice: si chiama Progetto Urano e dagli interessati è visto come un’occasione per guadagnare un sacco di soldi.
Dovete avere pazienza perché queste storie hanno mille sfaccettature e non è sempre semplice proporle tutte contemporaneamente. Siamo in un periodo storico particolarmente caldo: è quello in cui si mescolano la politica craxiana, la massoneria deviata di Licio Gelli e della P2, le brigate rosse e la mafia, la banda della Magliana e gli interessi dei faccendieri, in un intreccio incredibile che ancora oggi presenta un sacco di aspetti misteriosi e di crimini irrisolti.
Per questo scopriremo solo andando avanti nel racconto cosa è accaduto anche “dietro le quinte”. Per ora ci servono tre parole chiave: rifiuti, armi, cooperazione.
Tre termini indissolubilmente legati. Le navi della cooperazione erano usate non solo per portare vestiti e cibo nei paesi poveri, come vedremo nel corso di queste trasmissioni.
Dunque, la nave del progetto Urano fa rotta per il Marocco. Arriva a destinazione e comincia a scaricare. E qui ecco il primo clamoroso colpo di scena. Come in tutti i buoni romanzi thriller, quando la soluzione è a portata di mano e la storia sta per terminare, succede qualcosa che butta tutte le carte per aria.
Dalla nave scendono fusti, contenitori pieni di rifiuti, ma poi, ecco comparire delle armi. Sono tante armi e sono destinate al Fronte del Polisario. E’ la moneta versata a chi in quel momento controlla la zona dove i rifiuti dovranno essere interrati. Credo sia chiaro che ai marocchini tutto questo non può far piacere, anzi si incazzano di brutto.  Ma come: noi ti permettiamo di fare i comodi tuoi sulla nostra terra e tu rendi i nostri nemici più potenti riempiendoli di mitragliatrici, fucili e quant’altro? E così salta tutto. Il più grande progetto sui rifiuti tossici concepito fino ad allora, il progetto Urano, salta perché i nostri faccendieri hanno voluto fare i furbi e guadagnare più del necessario. Probabilmente, senza quelle armi, non ci sarebbe stato l’OK da parte del Fronte del Polisario e quindi comunque l’affare sarebbe saltato. Questa insomma è la storia che scopre forse per la prima volta in modo molto chiaro come rifiuti ed armi siano soliti viaggiare assieme e rappresentino solo due aspetti diversi dello stesso affare. Quando racconterò la storia di Ilaria Alpi, tutto sarà ancora più evidente.
Siamo a metà degli anni ’80. Garelli viene arrestato in Italia, Spada fugge all’estero per un certo periodo, mentre i suoi uffici vengono perquisite dagli inquirenti.
E la nave? Che fine fa la nave carica di bidoni che doveva finire nel Sahara? Bisogna organizzare una nuova spedizione e mandarla in un posto più sicuro, dove non si facciano troppe domande e soprattutto non si pretendano troppe risposte. Viene scelta la Somalia.
puntata2 03Uno dice: “perché mai la Somalia? Che vantaggio ha quel paese rispetto agli altri?”
Ha un vantaggio enorme; là esiste già una organizzazione funzionante, con tutto quello che serve: agganci politici, uomini fidati, strutture e mezzi e un uomo fidatissimo di Luciano Spada a dirigere il tutto. Si chiama Giancarlo Marocchino. Anche questo è un nome importante, di quelli da tenere a mente, perché entra ed esce dalle scene di continuo e noi ne parleremo più e più volte.
Per capire che Marocchino non è uno qualsiasi, basta ricordare alcune delle frasi riportate nelle interrogazioni di Giampietro Sebri. Nel 1987 (o forse nel 88, Sebri non ricorda con precisione) a Milano Marocchino incontra Luciano Spada, per confidargli che c’è un generale da sistemare con qualche milionata e bisogna farlo di persona perché gli uomini dei servizi segreti sono inaffidabili ed esosi. Eccoli che tornano, i servizi segreti, sempre presenti nelle fasi strategiche.
Sebri incontra ancora Marocchino nel 1993. In quell’occasione c’è anche un colonnello dell’Esercito italiano. Il pentito non dice di chi si tratta, perché nel frattempo è diventato un pezzo grosso dei Servizi e fare il suo nome potrebbe rendergli la vita difficile. Marocchino è appena stato espulso dalla Somalia per traffico d’armi, ma è notevolmente arrabbiato per altri motivi. Per i soldi che non arrivano e se la prende in particolare con Pillitteri, che non avrebbe rispettato i patti e spartito il denaro come previsto.
Sei mesi dopo c’è ancora un altro incontro. Marocchino non c’è, ma c’è l’uomo dei servizi segreti che, a sentire Sebri, avrebbe detto “Chi sgarra, paga. L’importante è che ciascuno faccia bene il proprio lavoro. Abbiamo sistemato anche quella giornalista comunista". Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin sono appena stati assassinati a Mogadiscio.

Pentiti e inquirenti

Le ultime sono affermazioni di una gravità estrema. Significa che ad ammazzare Ilaria Alpi sono stati i servizi segreti per non far trapelare notizie che potrebbero danneggiare, in qualche modo, il governo italiano.
Dobbiamo credere a Sebri? Oppure no? Sta di fatto che per queste affermazioni, Sebri si becca una condanna a tre anni di reclusione per calunnia aggravate.
Ripeto: credere a Sebri? o al tribunale che l’ha giudicato? La scelta è davvero molto difficile.
Vedete dunque come le varie vicende si intersecano e si sovrappongono.
No! Non parlerò adesso di Ilaria Alpi, perché quella vicenda è talmente grossa da meritare una storia tutta sua. Lo faremo, altro che, se lo faremo!
Quello che possiamo dire, arrivati a questo punto e capito come andavano le cose, è che i carichi diretti in Somalia sono numerosi e seguono rotte ben precise. Vanno là dove le amministrazioni o i signori della Guerra riescono a garantire un tranquillo scarico e interramento, intascando così la moneta o il carico di armi pattuito.
La “protezione” sul campo a questi trasporti è garantita dalla ‘ndrangheta calabrese, mentre cosa nostra (in particolare il clan Iamonte) si occupa dei viaggi verso l’Est europeo. I “picciotti” forniscono anche tutto il lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare.
Nel 1997, dice Sebri, la meta più frequente per i rifiuti tossici è però il Mozambico.
puntata2 06Da noi nessuno dei 60 milioni di cittadini sa nulla e continua a discutere sull’aria fritta, sulle battute dei politici, sulla questione se il PSI sia più a sinistra del PCI e su altre stronzate del genere. Lo tsunami di “Mani pulite” è ancora lontano e i delinquenti sono liberi di fare tutto ciò che vogliono, o quasi.
Del resto nessuno sembra voler fare nulla, nemmeno nel caso di un doppio assassinio come quello di Mogadiscio. Le indagini si aprono e si chiudono con la rapidità del vento; la politica non fa niente per cercare la verità e chi è rimasto coinvolto, come i parenti delle vittime, vive in un incubo doppio. Che schifo!
Tutta la lunghissima deposizione di Sebri è in rete e ricalca questo racconto che è il riassunto dell’intervista rilasciata a suo tempo a Famiglia Cristiana.
Si potrà obiettare che è solo una voce e che tutto quanto raccontato potrebbe essere falso. É vero: può essere. Però con il passare degli anni si accumulano i risultati delle varie inchieste;
  • degli inquirenti
  • dei giornali (ad esempio de L’Espresso)
  • delle associazioni ambientaliste (come Greenpeace e Legambiente)
  • di alcune commissioni parlamentari (come quella sul ciclo dei rifiuti diretta dal Verde Massimo Scalia)
e ogni volta ci sono tasselli nuovi che si aggiungono al mosaico e sembrano combaciare con quello che abbiamo appena raccontato. Non è impossibile, ma mi sembra difficile pensare che Sebri si sia inventato tutto.
Prima di passare al nostro paese ascoltiamo un altro pezzetto di TG3 sempre del 16 settembre.

Vedremo, alla fine di tutto, cosa hanno raccolto i servizi segreti sulle questioni che sto raccontandovi. Credo valga la pena avere pazienza, perché la desecretazione dei documenti, diciamo così “scomodi”, coinvolge tutti i rami di queste storie e quindi meritano di essere analizzati nel loro insieme … e allora ne ascolterete delle belle! 

Anche l’Italia è un immondezzaio

puntata2 05Provate adesso a mettervi nei panni di questi loschi faccendieri. Non è decisamente comodo fare quello che fanno. Recuperare i rifiuti, imbastire una spedizione in un paese lontano, dove occorre predisporre un’organizzazione che si occupi di tutto in loco. Bisogna individuare il posto, controllare che non ci siano conflitti su di esso, avere il beneplacito delle amministrazioni locali, controllare che gli organi di polizia e di indagine chiudano tutti e due gli occhi e così via. Dovrà pur esserci un modo più semplice per far sparire i rifiuti … o no?
Del resto, se vogliamo in quattro e quattr’otto ripulire un terrazzo dalle foglie morte non facciamo altro che buttarle di sotto. Ecco il sistema! Prendiamo le navi contenenti i rifiuti e le inabissiamo, avendo cura di trovare fondali sufficientemente profondi. In questo modo eventuali ricerche saranno molto più complicate e quasi sempre tecnicamente impossibili.
Prima di continuare ricordo a chi mi sta ascoltando che facciamo il punto della situazione senza aver ancora letto le pagine desecretate, usando quindi le informazioni che mano a mano sono emese dalle indagine e delle deposizioni dei testimoni.
Le domande che ci facciamo sono sempre le stesse: dove? quando? e soprattutto chi?
Per il dove non c’è che l’imbarazzo della scelta. Le acque del Mediterraneo vanno benissimo in molte zone, specie al largo delle regioni meridionali italiane, Calabria in testa.
Quante navi sono scomprase? A sentire le stime basate su indagini, testimonianze, ma soprattutto sulla sparizione misteriosa delle navi dovrebbero essere almeno una quarantina negli anni ’80 e ’90. Alla fine i conti ci diranno che sono state molte di più.
La storia è sempre la stessa. C’è una nave ancorata in un qualche porto italiano con un carico ben definito, un equipaggio e un comandante. Le carte sono tutte in regola: destinazione, percorso, soste e così vie. Si parte, quasi sempre con un mare che sembra una distesa d’olio. Durante il tragitto va tutto bene, nessun segnale d’allarme, nessun SOS, ma le navi a destinazione non ci arrivano mai: spariscono. Qualcuno parla di navi fantasma, qualcun altro di navi a perdere. Sta di fatto che di quelle imbarcazioni nessuno sa più nulla, a volte nemmeno del loro equipaggio.
I vantaggi, rispetto ad andare in Libano o in Venezuela, sono enormi: nessun paese straniero che si lamenti e, ciliegina sulla torta, un’assicurazione da riscuotere per la perdita disgraziata della nave.
Qualche esempio. Nell’inverno 1985 la motonave Nicos I è ancorata nel porto di La Spezia. Evidentemente le autorità subodorano qualcosa, oppure c’è una soffiata. Sta di fatto che il comandante viene fermato e il carico, dopo essere stato controllato, viene sequestrato. Il che significa, ragionando terra terra, che di sicuro non si trattava di qualche tonnellata di arance.
Bene, dite voi: giustizia è fatta!
Nemmeno per sogno. Passa poco tempo e la Nicos I parte lo stesso, non si sa perché, non si sa come, ma parte. Destinazione Togo.
Adesso fidatevi di me, oppure aprite un atlante o google maps sull’Africa. Lo vedete il Togo? É laggiù a sinistra tra il Benin e il Ghana, dove la costa occidentale del continente nero fa un’ansa a formare il golfo di Guinea. La Nicos I dunque deve puntare verso la Spagna, doppiare Gibilterra e scendere verso Sud per un bel pezzo. Invece va a Sud Est a Cipro, poi in Libano, poi in Grecia e poi non si sa: la nave sparisce nel nulla.
Un bel rompicapo!
Un anno dopo, nell’Ottobre 1986, da Carrara parte la nave italiana Mikigan (proprio così non come lo stato americano ai confini con il Canada). Secondo i documenti trasporta notevoli quantità di granulato di marmo, una sostanza usata anche per schermare la radioattività. Naufraga di fronte alle coste calabresi, in condizioni stranissime, le stesse che coinvolgeranno la prossima nave di cui vi parlerò, che è anche quella che dà il via alle indagini su questo strano fenomeno.
É il settembre 1987 quando la Rigel naufraga a 30 km da Capo Spartivento, che è il punto più a Sud della Calabria. Ci sono 18 uomini a bordo e non c’è neanche un’onda grande così. Nessun segnale di pericolo, nessuna chiamata di soccorso. “Casualmente” (questo casualmente dovete leggerlo tra molto virgolette) mentre la Rigel affonda, passa di là un’altra nave che carica i 18 uomini e li porta in Tunisia. Da quel momento di loro nessuno sa più nulla.
Insomma potrebbe sembrare un fatto come gli altri che stiamo raccontando, ma una grande differenza c’è: ed è la compagnia con cui la nave è assicurata. Infatti si tratta dei Lloyds di Londra, un gigante nel settore, che non ci sta a farsi prendere per i fondelli. In effetti la storia non regge nemmeno un po’, soprattutto perché di tempo per accorgersi che l’acqua entrava ce n’era stato parecchio e un SOS sarebbe dovuto partire. Così l’assicurazione britannica si rivolge alla procura di La Spezia, dove la società armatrice della nave ha la sua sede.
Legambiente, che, come altre grandi associazioni ambientaliste, segue con preoccupazione queste vicende denuncia il fatto pubblicamente di modo che la magistratura sia indotta ad intervenire. E così si arriva al processo, il primo e unico nella vicenda delle navi colate a picco. Nei tre gradi di giudizio si accerta quanto segue:
  • che la nave era stata affondata apposta
  • che il carico realmente presente non era quello dichiarato alla partenza
ma di dove fossero finiti carico ed equipaggio non emerge nulla: scomparsi, svaniti, volatilizzati.
Se ne occupa anche la commissione parlamentare sui rifiuti. E’ l’unico caso, dei 40 probabili, di cui è stata ricostruita in tribunale una parte di verità. L’armatore e le ditte che hanno effettuato il carico vengono condannate.
Altre navi misteriosi costellano la storia di quel periodo. Tra le tante altre possiamo ricordare la Four Star, inabissata nello Ionio meridionale nel 1988; la Anni finita nell’alto Adriatico nel 1989; la Marco Polo nel canale di Sicilia nel 1993, la Korabi Durres finita dalle parti di Reggio Calabria nel 1994, la Koraline dalle parti di Ustica nel 1995.
Tra queste curiosa è la vicenda della Korabi Durres, nave che parte il 1 marzo 1994 dal porto di Durazzo in Albania, diretta in Italia. Cerca approdo a Crotone e poi a Palermo, ma entrambe le capitanerie di porto lo impediscono perché la nave emette percentuali di radioattività troppo elevate e quindi pericolose. Il 9 marzo riparte da Palermo e il giorno dopo scompare vicino a Reggio Calabria. Che nel mare calabrese ci siano scorie radioattive a questo punto non è più solo un’illazione.
Ma, tra tutte le storie che possiamo raccontare sulle navi dei veleni, una è veramente speciale, come quella della Rigel, perché la sua vicenda ha fatto la storia delle indagini sulle navi dei veleni, perché è costata morti, e ha dato la stura alla comprensione di questi traffici loschi. É la Rosso, la vecchia Jolly Rosso; vi avevo avvertito di non dimenticare questo nome. Ne parleremo dopo una breve pausa.

La Jolly Rosso

L’abbiamo già incontrata nella prima puntata di questa trasmissione, quando il governo italiano è costretto a riportarsi a casa le schifezze che qualcuno aveva abbandonato in Libano. Si tratta di quella che allora si chiamava Jolly Rosso e che ora è ribattezzata semplicemente in “Rosso”. Perché questa nave è speciale? É una storia lunga anche questa la racconteremo tra oggi e la prissima volta.
Anche la Rosso deve fare la stessa fine di tutte le altre navi che ho citato finora, ma qualcosa non funziona, tanto da dover innescare in tutta fretta un clamoroso piapuntata2 07no di riserva. Anziché affondare nelle acque complici dei nostri mari, la Rosso si sposta ancora, mentre i 16 uomini dell’equipaggio e il comandante vengono tratti in salvo dagli elicotteri della marina militare. Si muove qualche ora, la Rosso, finché si arena su una spiaggia, vicino ad Amantea, bel comune del cosentino fondato dai bizantini ed arricchito dagli arabi. É il 14 novembre 1990.
Ora dobbiamo fare una piccola deviazione dalla nostra storia. Lasciamo per un po’ la Rosso là sulla spiaggia, ma vi torneremo presto, perché è uno dei capisaldi del nostro racconto.
Facciamo mente locale e immergiamoci in quei primi anni ’90. Sapete tutti cosa sta succedendo da noi, con la questione di Mani Pulite, il terremoto, la fine della prima repubblica e dei partiti storici, poi rinati con le stesse idee e gli stessi difetti, ma nomi differenti. Ma questa è un’altra storia.
Sono anni in cui né privati, né stati, anche importanti, si fanno scrupolo di usare il mare come una pattumiera, buttandovi dentro di tutto, soprattutto rifiuti pericolosi. Nel 1993 il governo russo, presieduto da Bors Eltsin, dichiara con tutta tranquillità di aver scaricato direttamente nel mar Artico ingenti quantità di rifiuti radioattivi liquidi e di aver seppellito nel mar di Kara (che bagna le coste settentrionali della Siberia) e nel Mar del Giappone (nell’estremo Est della Russia), nientemeno che 18 reattori nucleari. Così, semplicemente, come se avesse detto che si era mangiato una caramella di sua nipote.
I paesi importanti, compreso il nostro, avevano già emanato leggi riguardo i rifiuti tossici, solo che in molti casi (come in quello italiano) le norme erano state “adeguate” per lasciar spazio a vari tipi di interpretazioni, più libere. Insomma vale il solito detto: fatta la legge, trovato l’inganno.
Ad esempio, in Italia, non si parla di rifiuti bensì di “prodotti”. Così c’è modo di rigirarsi tra le pieghe delle normative. Nonostante questo, servono connivenze importanti, di alto livello, per portare a termine misfatti come quelli che ho descritto finora.
Ed è proprio dalla Rosso che partono tutte le inchieste sulle navi fantasma. Inchieste che coinvolgono procure sparse ovunque: Reggio Calabria, Paola, Catanzaro, Roma, Matera, La Spezia, Padova e Asti.
Qualcuno capisce troppo, come il capitano Natale De Grazia, che muore in modo stranissimo e non ancora accertato durante un trasferimento dalla sua Reggio Calabria verso La Spezia. Ma questa storia la racconterò nei particolari un’altra volta, perché De Grazia merita di essere ricordatocome si deve ad un eroe, di quelli veri, non di quelli dei telefilm americani.
E improvvisamente occorre sapere, entrare nei particolari. Chi effettua i carichi? Chi trasporta le navi sul luogo dell’inabissamento? Chi caccia i soldi? Chi sono i delinquenti e soprattutto, chi sono i mandanti?
La documentazione sui fatti è sicuramente merito degli inquirenti, ma non possiamo dimenticare tre elementi attivi nella nostra storia.
Da un lato le grandi associazioni ambientaliste, che non si sono mai fermate. Legambiente (alla quale va dato gran parte del merito di queste inchieste) costituisce nel 2007 un “Comitato per la verità sulle Navi dei Veleni”, chiedendo di finanziare una campagna di recupero delle navi affondate lungo le coste italiane. Assieme a Legambiente hanno parte attiva WWF e Greenpeace, oltre alla direzione investigativa antimafia.
Per chi volesse approfondire la questione, Legambiente ha un sito molto bello e completo dedicato all’argomento: www.Legambiente.eu
E poi ci sono alcuni giornalisti, credo si possa dire senza offesa, più coraggiosi che curiosi, come Riccardo Bocca dell’Espresso, la cui indagine sullo spiaggiamento della Rosso, è davvero inquietante.
Infine i pentiti e, in questo caso, un pentito particolare, che racconta, dalla sua storia di boss della ‘ndrangheta tutto quello che avveniva. Si chiama Francesco Fonti, è morto nel 2012, non prima di aver vuotato ripetutamente il sacco, con un memoriale che ripercorre gli intrecci tra industriali, mafiosi e politici.

Dalla Cunski alla Rosso

Ricordate? Eravamo partiti dal TG3 che annunciava il ritrovamento della Cunski laggiù negli abissi delle coste calabresi. E da là ripartiamo per raccontare una storia che ha dell’incredibile, quella della Rosso, in cui si intrecciano tutti i protagonisti della vicenda: mafiosi, faccendieri, politici, servizi segreti, pentiti, giornalisti, militari, spartendosi i ruoli di buoni e di cattivi.
Lo dico una volta ancora: gran parte del racconto è basato sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che possono essere vere oppure no. Quello che a me interessa è raccontare la storia così come è emersa. La verità non mi compete, a dire il vero dubito ci sia qualcuno a cui essa competa davvero. E allora cominciamo proprio dai fatti immediatamente seguenti il ritrovamento della Cunski.
Ho detto la volta scorsa che l’annuncio del ritrovamento è esploso come una vera e propria bomba, anche se da molto tempo i sospetti che laggiù ci fossero navi inabissate erano abbondanti tra le procure, le associazioni e, insomma, chiunque volesse davvero intendere.
In particolare la procura di Paola avrebbe voluto da tempo andare a curiosare là in fondo al mare per vedere quante navi vi erano deposte e cosa contenevano, ma i mezzi a disposizione sono molto scarsi, praticamente inesistenti per una simile opera. Certo, se la questione avesse avuto altra importanza per chi stava lassù in alto (si badi bene, molto in alto) non ci sarebbero stati problemi. Del resto il governo, negli anni ha imposto tasse e balzelli per questioni molto meno importanti di quel terrificante aumento di tumori nella regione e per quei livelli di radioattività del tutto anomali lungo le coste. In questo caso non è stato fatto un bel niente.
Solo dopo anni, la Regione Calabria presta alla procura di Paola un robot in grado di immergersi fino a 500 metri di profondità e filmare quello che incontra. Ed ecco, all’improvviso, apparire una delle navi fantasma, una di quelle presumibili 40 imbarcazioni sparite nel nulla; la Cunski. I rilievi della procura parlano di rifiuti tossici, forse radioattivi. Qualcuno sostiene di aver visto due teschi che guardano attraverso gli oblò. Vero? Falso? Che importa? La notizia fa il giro di televisioni e giornali, perfino qualche politico si spende con parole di fuoco “Quella nave va recuperata!” tuona Walter Veltroni.
Ma di quella nave nessuno sa niente. Si spulciano le indagini degli ultimi 20 anni e niente: la Cunski non esiste. Saltano fuori, invece, alcuni appunti del capitano Natale De Grazia, in cui fa riferimento a navi scomparse, rifiuti tossici e radioattivi e, pensate un po’, tutti questi elementi messi nella stessa frase!
De Grazia, come già detto, sicuramente sapeva troppo e per questo andava eliminato.
Coperture, segreti, indagini monche, morti misteriose degli inquirenti. Il quadro è completo. Resta solo una domanda ancora senza risposta: chi è stato?
É una domanda semplice, con risposte terribilmente complesse, a volte senza risposte. Già chi è stato?
É una domanda che va divisa in tre pezzi: chi sono stati gli esecutori? chi sono quelli che hanno coperto o insabbiato l’affare? e, soprattutto, chi sono i mandanti?
Le sole risposte che abbiamo, per ora (ricordate, parleremo solo alla fine dei documenti desecretati per dare più suspense alla nostra storia) risiedono nelle deposizioni dei cosiddetti collaboratori di giustizia.
Qui occorre, ancora una volta mettere in guardia chi ascolta. Intanto nessuno sa il motivo per cui un delinquente (alcuni sono assassini inveterati) improvvisamente si mette a disposizione della giustizia. Lo fa perché un rimorso gli attanaglia la gola oppure per convenienza, contando su una riduzione della pena, se non addirittura sulla libertà?
Certo le dichiarazioni sono fatte sotto giuramento, ma dubito che chi non ha battuto ciglio nello sciogliere qualche persona nell’acido si faccia scrupolo di giurare il falso.
Voglio però fare quattro osservazioni prima di cominciare.
Prima: non si capisce perché si debba dare retta a chi difende qualche politico invischiato in cose brutte (forse qualcuno ricorda i processi a Dell’Utri o a Andreotti) e rifiutare invece quelle accusatorie. Insomma, se vanno bene le prime devono andar bene anche le altre. Non voglio dare alle deposizioni un valore assoluto, le prendiamo per quello che sono.
Seconda: Ci sono troppe coincidenze. Noi che abbiamo studiato fisica non crediamo mai alle coincidenze; siamo addirittura convinti che non esistano. Ascoltate un po’. Il pentito di cui parlerò tra poco consegna la sua deposizione nelle mani del sostituto procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì, uomo di grande coraggio. Sono 49 pagine, in cui racconta la storia delle navi dei veleni, dei rifiuti, delle coperture e tutto il resto. Ma, per adesso, ci interessa la data in cui questo avviene: è il 2003. Nel memoriale sono indicate con estrema precisione i luoghi dove le navi sono state affondate. C’è anche quello della Cunski, che coincide esattamente con quello dove il robot della Regione Calabria la vede sei anni più tardi. Coincidenze? Difficile da credere!
Terza: le dichiarazioni contenute nel memoriale sono terribilmente scomode e non coinvolgono solo traffici illeciti di rifiuti e di armi, ma omicidi, come quello di Ilaria Alpi. Motivo di più per dar loro credito.
Quarta: è la sola testimonianza importante che abbiamo e dunque, almeno per ora, ci deve bastare.

Rifiuti e ‘ndrangheta

puntata2 08Per capire un po’ meglio il guazzabuglio di informazioni in cui ci stiamo cacciando, occorre fare un passo indietro per vedere come e quando la malavita organizzata entra nell’affare nave dei veleni. Seguiremo le vicende della ‘ndrangheta che sono quelle su cui si hanno più informazioni, anche perché sono le coste calabresi la destinazione preferita degli inabissamenti.
Sappiamo che la ‘ndrangheta è organizzata per famiglie e per zone di controllo. A San Luca, sulle falde meridionali dell’Aspromonte, comanda Giuseppe Nirta, mammasantissima, cioè capo supremo dell’organizzazione, arrestato nel 2008 e attualmente detenuto.
La sua posizione di boss dei boss, lo mette in contatto a Roma con personaggi importanti dei servizi segreti, della massoneria e della politica, elementi che si mescolano spesso assieme per combinare affari di ogni genere.
Nirta ha un parente, un secondo cugino, che si chiama Francesco Fonti, al quale consente una rapida carriera facendogli fare prima lo sgherro (estorsioni), poi il corriere della droga. É a lui che il boss confida più volte che l’affare dei rifiuti pericolosi avrebbe portato tanti soldi nelle casse della famiglia. E sarà proprio Francesco Fonti a rivelare qualche anno dopo quello che accadeva a questo riguardo.
Secondo le informazioni fornite soprattutto dai pentiti, Nirta avrebbe avuto l’incarico di sistemare i rifiuti direttamente dal ministro della difesa, Lelio Lagorio, socialista. Li avrebbe dovuti interrare in qualche cava dell’Aspromonte o in qualche anfratto in mare.
Il mondo delle mafie è pericoloso e non è che puoi prendere una iniziativa così importante senza avvertire nessuno. Sarebbe uno sgarro e correrebbe sangue a fiumi.
Quindi viene avvertita la Camorra campana e Cosa Nostra in Sicilia. Solo dopo questa cortesia, Nirta riunisce tutte le famiglie della ‘ndrangheta: Natale Iamonte di Melito Porto Salvo, Giuseppe Morabito di Africo, Giuseppino Barbaro di Platì, Domenico Alvaro di Sanipoli e Salvatore Aquino di Gioiosa Marina.
E’ presente anche Francesco Fonti, che diventerà presto il referente di Nirta in questa impresa.
C’è un po’ di confusione per spartire incarichi e proventi. Alla fine si fa alla romana: ognuno per sé senza interferire con gli altri. L’area scelta per gli interramenti è la Basilicata, una regione sfortunata che entrerà spesso come disgraziata vittima nelle storie che racconteremo. Ma qui la scelta è la più logica, dal momento che quella zona non interessa nessuna famiglia per tenervi i sequestrati o i depositi di armi e droga. É, in un certo senso, terra franca e quindi fruibile da parte di tutte le famiglie.
Anche la mafia turca viene avvisata per gli stretti rapporti con la ‘ndrangheta nel traffico di eroina. A San Luca intanto cambia il boss: nell’alleanza con la ‘ndrina Romeo, a Giuseppe Nirta succede Sebastiano Romeo.
‘Ndrina è sinonimo di cosca è, più o meno, quello che la “famiglia” è per Cosa nostra. Di solito comanda su un territorio ben definito e fa riferimento ad un comune calabrese.
Nel 1983 Fonti viene mandato a Roma, dove incontra Paolo De Stefano, potente boss di Reggio Calabria con agganci politici di primo livello. La nazione scelta per esportare i rifiuti è la Somalia. A Fonti si chiede, come prima mossa, di prendere contatti con i vertici del partito socialista.
Ma gli affari non decollano. Fonti si ritrova in Emilia a gestire il traffico di droga della ‘ndrangheta, un incarico evidentemente di minore importanza.
Finché un giorno di tre anni dopo …
Fonti viene richiamato in Calabria da Domenico Musitano. Costui è, in quel momento, a capo della potente ‘ndrina di Platì e chiede a Fonti di avviare la prima operazione di smaltimento di rifiuti pericolosi. Ecco il racconto testuale di Fonti:
“... mi disse che c'erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi, chiedendo se io e la mia famiglia potessimo interessarci per le varie fasi di trasporto e collocazione. Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato, e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato dal dottor Tommaso Candelieri dell'Enea di Rotondella, il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti, e che in quel preciso momento aveva l'esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell'Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell'operazione. Per questo incontrai a Milano, in piazzale Loreto, Giuseppe Romeo, fratello di Sebastiano, il quale scese poi in Calabria per riferire. Dopo una settimana, ritornò a Milano e mi diede il via libera".
Ma le sorprese, quando si parla di mafie, sono all’ordine del giorno. Nel 1986 il boss di Platì viene ammazzato e l’affare si ferma e viene rimandato di qualche mese. Si riparte nel gennaio del 1987.
La nave scelta è la Lynx; le compagnie coinvolte hanno origini svizzere, indonesiane, maltesi e poi c’è l’onnipresente Jelly Wax. Ma su quella nave, 600 bidoni non ci stanno. 100 devono essere smaltiti in altro modo e da qualche altra parte. Così partono 40 camion: 7 arrivano in Basilicata, a Pisticci, dove i bidoni vengono sepolti lungo il fiume Vella. Il resto del carico arriva a Livorno e finisce sulla Lynx.
Ovviamente i documenti sono falsi così come la destinazione del viaggio, indicata in Gibuti (in fondo al Mar Rosso) mentre invece si attracca a Mogadiscio. Qui, con mezzi raccattati sul posto, i bidoni vengono seppelliti alla bene e meglio. Dei 660 milioni concordati, 500 finiscono nelle casse della famiglia di San Luca.
Le attività di Fonti si allargano via via perché in questo mondo dei rifiuti incontra personaggi sempre più potenti che riescono a gestire non solo gli scarti delle industrie, ma anche scorie radioattive e armi, tante armi.
I nomi che escono dalle pagine dei verbali sono spesso noti alla magistratura: come il conte Mirko Martini, Giancarlo Marocchino, Giorgio Comerio, che offrirà a Fonti 75 aerei russi da rivendere. Aerei finiti poi in Liberia, passando da un faccendiere ukraino.
Ed è proprio il sodalizio con Comerio che porta alle navi sparite nei mari calabresi, compresa la Rigel.

I servizi segreti

In una riunione congiunta delle famiglie, Fonti viene a sapere che almeno trenta navi dei rifiuti sono state affondate. Se una simile quantità di sparizioni misteriose non è mai arrivata sulle prime pagine dei media significa solo una cosa. Che c’è una copertura davvero molto potente. E questa copertura non può che arrivare dai politici (segnatamente da esponenti dell’allora PSI che occupano i posti chiave nel governo) e dai servizi segreti.
Come detto sono anni agitati nel nostro paese e i servizi segreti entrano frequentemente nelle chiacchiere della gente. In particolare c’è Stefano Giovannone, uno degli alti gradi del SISMI. All’epoca esistevano due tipi di Servizi, uno civile, il SISDE e uno militare, apopunto il SISMI.
Giovannone entra in molte storie di quegli anni: nell’affare Gladio, in alcune lettere scritte da Aldo Moro durante il sequestro da parte delle BR e soprattutto nella morte dei due giornalisti Gabriella De Palo e Italo Toni, avvenuta in circostanze misteriose e ancora non chiarite in Libano nel 1984. Al riguardo viene incriminato per depistaggio delle indagini ma muore due anni dopo.
Abbiamo già accennato al fatto che Fonti diventa collaboratore di giustizia nel 1994 e che nel 2003 consegna al procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì un memoriale di 49 pagine. Nel 2005 rilascia un’intervista all’Espresso in cui racconta tutte le vicende sulle navi a perdere. Nel 2009 si crede di aver individuato una di queste navi, la Cunski, nel luogo indicato da Fonti. Le ricerche non danno alcun esito. Un anno dopo una nuova nave viene scoperta al largo di Lamezia. Del suo contenuto però non si sa nulla.
Francesco Fonti muore nel dicembre 2012. Le sue verità, le sue accuse, vere o false, rimangono in ogni caso una storia emblematica di quell’epoca. 
Tutto qua dunque? Solo aria fritta? Mania di protagonismo di un ex delinquente? O una verità suggerita, che copre altre verità? Non lo sappiamo, ma il racconto non è finito, anzi il mistero più misterioso deve ancora venire.
puntata2 09E ci sono altri colpi di scena, che rendono piccante il nostro racconto. Uno di questi avviene il 13 maggio del 1995.
Facciamo la conoscenza con Rino Martini, all’epoca colonnello della forestale, la cui deposizione alla commissione sul ciclo dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella è estremamente interessante ed ovviamente disponibile in rete, nel sito della camera dei deputati. Ecco come si presenta Rino Martini.
Credo di aver iniziato l’attività ancora prima che venisse istituito il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri negli anni ‘80. A quell’epoca non c’erano strutture investigative che disponessero di dati sul traffico illecito dei rifiuti, anche perché in quel periodo esisteva solamente la rotta nord-sud con smaltimenti nelle discariche campane, in particolare Di.fra.bi. diPianura e di Montagna Spaccata gestita da altri gruppi campani. Di questo notevole traffico di rifiuti una parte veniva illecitamente smaltita al nord, in impianti autorizzati, ad esempio depuratori piuttosto che inceneritori. Un caso emblematico era stato quello della Petrol Dragon che era riuscita a stoccare in ex depositi petroliferi migliaia di tonnellate che poi sono state oggetto di bonifica da parte delle varie regioni, soprattutto Piemonte e Lombardia. Per riuscire a scardinare questi sistemi è stato necessario parecchio tempo, perché all’epoca non c’era ancora attenzione da parte della politica, né consapevolezza da parte dell’opinione pubblica del vero problema, per cui si erano verificati casi di inquinamento delle falde utilizzate per l’approvvigionamento idropotabile a Casale Monferrato piuttosto che in alcuni siti bergamaschi. Nel 1995, ci imbattiamo in un ex petroliere dello scandalo dei petroli, Ripamonti Elio, che viene fermato a Chiasso. Fra i suoi documenti trasportava anche un progetto per l’affondamento di materiale radioattivo attraverso il sistema ODM.

Del sistema ODM, inventato da Giorgio Comerio, avremo ancora modo di parlare, per ora basta sapere che serviva a lanciare nei fondali marini le scorie radioattive delle centrali nucleari.
Bene, il 13 maggio 1995 si presenta agli uomini della forestale, comandati da Martini, una non meglio specificata “fonte confidenziale”. É disponibile a parlare, ma il suo nome deve restare segreto. E salta fuori un nuovo personaggio, un imprenditore di La Spezia, a capo della mega discarica di Pitelli. Si chiama Orazio Duvia.
Apro una parentesi. Questa discarica è stata sequestrata e l’azienda titolare accusata di disastro ambientale. La Sistemi Ambientali Srl, autorizzata a smaltire rifiuti speciali ma non tossici, riusciva a ricevere materiale pericoloso in modo apparentemente regolare attraverso la sistematica falsificazione di bolle e analisi chimiche. Nella discarica sono stati trovati quantità ingenti di rifiuti tossici, tra cui anche diossine e amianto. Nel 2011 il Consiglio Comunale della Spezia approva un ordine del giorno in cui impegna l'amministrazione comunale a predisporre, con la Regione Liguria e la Provincia della Spezia, un progetto di risanamento del sito per restituire alla comunità un territorio fruibile. Il comune chiede 7 milioni di euro per il risarcimento del danno provocato dalla discarica di Pitelli, chiesti 1,5 milioni di euro per il risarcimento, da Legambiente.
Chiusa parentesi.
Il confidente usa un nome d’arte ironico, Pinocchio e spiega i legami di Duvia con quel mondo che ho cercato di descrivere fin qui in cui traffici di rifiuti e di armi si mescolano.
Alla fine della sua lunga deposizione parla di una nave, affondata al largo delle coste ioniche – a capo Spartivento – la Rigel. Un cargo che, secondo “Pinocchio”, era pieno di «materiale nucleare (uranio arricchito)».
Vedete: i nomi ritornano e ritornano, ancora la Rigel, la prima delle navi che ha portato a sapere qualcosa di tutta questa faccenda.
La testimonianza di Pinocchio è fondamentale. È la prima volta che nell’inchiesta allora condotta dalle Procure di Reggio Calabria – con Francesco Neri – e di Matera – con Nicola Maria Pace – appare la pista della nave Rigel. Quel verbale è un vero punto di svolta. Ecco, è qui che interviene la storia del capitano Natale De Grazia. Cosa succede allora? Questo lo sapremo la prossima volta.

 

Ci sono rifiuti e rifiuti …

puntata1 02E dunque cominciamo. Cominciamo parlando di rifiuti, un tema che Noncicredo ha affrontato ormai molte decine di volte da ogni punto di vista. Qui però non si tratta di discutere di come gestire la filiera o di come arrivare al riciclo della quasi totalità dei rifiuti che produciamo. Qui il discorso è diverso: l’unico punto di contatto è che, come sempre, il motore di tutto quanto è il denaro. Lo vedremo bene nel corso delle puntate.
Il ragionamento che stiamo per cominciare riguarda, in particolare, i rifiuti tossici, le scorie radioattive e le armi; è molto lungo e a riassumerlo in poco spazio si rischierebbe di perdere in chiarezza e in dettagli, che qui non sono solo importanti, sono davvero essenziali per seguire tutti i rivoli delle vicende piuttosto complicate e intricate di cui vi parlerò.
In effetti, come ho avuto modo di dire tante volte da questi microfoni, è impensabile dividere i problemi e le questioni in piccole scatole separate. Non esiste il problema dei rifiuti, quello dell’energia, quello della povertà, quello dell’acqua e così via, esiste un solo problema che è la qualità della vita delle persone, che coinvolge anche la loro dignità di esseri umani. Esiste il problema della sopraffazione del ricco sul povero, del potente sul debole. Queste connessioni sono importanti e vanno capite.
La questione dei rifiuti tossici è talmente vasta che saranno necessarie diverse puntate della trasmissione per venirne a capo. All’inizio di ogni successiva trasmissione a questa farò un breve riassunto delle puntate precedenti.
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, avviso che l’argomento è piuttosto crudo. A volte sembra di essere precipitati dentro un film dell’orrore.

Un antefatto clamoroso: l’Italia scopre la Cunski

La nostra storia comincia nel settembre 2009, quando la stampa e le edizioni dei telegiornali diffondono una clamorosa notizia: “In fondo al mare, di fronte alle coste calabresi, a 500 metri di profondità è stata vista una nave di quelle sospettate di essere state affondate con il loro carico di rifiuti tossici!”.
Una bomba! Per la prima volta questo tema, già dibattuto, ma ricco solo di sospetti e di ombre, trova un appiglio reale, forse una prova.
puntata1 03In quei giorni la nazione viene a sapere che c’è almeno una nave piena di rifiuti tossici (probabilmente radioattivi) sotto le onde del mare. Si tratta della Cunski. La notizia desta una grande impressione. Come spesso accade nel nostro paese le reazioni sono poco razionali e finiscono per essere sempre le stesse; il popolo, colpevolmente ignorante e incolpevolmente disinformato, si meraviglia e discute al bar e dal parrucchiere su responsabilità e pene di morte. Ma è anche il periodo in cui va per la maggiore un’altra questione di fondamentale importanza: le escort di Berlusconi e tutti i suoi vizi privati. E poi è appena cominciato il campionato di calcio, quello che porterà al triplete dell’Inter di Mourinho, volete mettere con la Cunski?
Anche se la stragrande maggioranza degli italiani non lo sanno, la denuncia delle “navi fantasma” è, già nel 2009, vecchia di almeno vent’anni. Infatti Legambiente aveva depositato nel 1990 in Procura a Reggio Calabria un esposto su navi misteriosamente scomparse nella zona. Le indagini, come sempre, sono state lente, anche se sarebbe meglio dire che sono state rallentate, segno che qualcuno dietro tutto questo c’era. Le vicende collegate all’affare sono anche sporche di sangue: qualcuno ci ha rimesso la pelle in modo misterioso come il capitano Natale De Grazia, nel dicembre 1995 mentre indaga sulla scomparsa di una nave dei rifiuti al largo delle coste calabresi. Racconteremo anche questa storia. Se ne sono occupate commissioni monocamerali nel 1994, se ne è occupata la procura antimafia nel 1996. Se ne è occupata Greenpeace con un lungo dossier, pubblicato sul proprio sito, se ne è occupato il settimanale L’Espresso, con lunghe e minuziosi indagini e Famiglia Cristiana, con una intervista di cui parleremo e che, nell’ambito delle indagini e dell’informazione, ha fatto storia!
I fatti a cui si fa riferimento in queste inchieste e nelle indagini risalgono al periodo tra la metà degli anni 70 e gli anni 90.
Carlo Lucarelli ha scritto un libro, breve, che consiglio a tutti; si intitola “Navi a perdere” per Edizioni Ambiente nel Novembre 2008. Lucarelli ha anche realizzato una puntata della sua trasmissione “Blu notte” sull’argomento, dal titolo “Il naufragio fantasma”.
Dossier, trasmissioni televisive, articoli e inchieste giornalistiche, libri … come si fa a dire che fino ad allora, fino al 2009, nessuno ne sapeva niente?
La storia che sto per raccontarvi avrà un’appendice alla fine, quando vedremo cosa è successo nei tempi più recenti, dopo il 2010, quando molte carte tenute segrete sono state riportate alla luce. Preferisco però andare con calma e con ordine, perché questo è anche intrattenimento e un po’ di sana suspense ci vuole.
Dunque partiamo dal 16 settembre del 2009, quando al Tg3 della notte si ascolta questo servizio.

Ricchi e poveri producono rifiuti, ma li gestiscono diversamente

puntata1 04Forse potrà sembrarvi noioso, specie per quelli che hanno avuto l’avventura di seguire negli anni questa trasmissione, ma ad ogni nuovo inizio è meglio chiarire i paletti, i punti riferimento, che non sono tanti, ma sono importanti. Nel mondo in cui viviamo esistono paesi ricchi: non sono moltissimi e non sono per nulla composti esclusivamente da persone ricche. Anzi, le persone ricche dei paesi ricchi sono un numero limitato. Anche i paesi ricchi non sono tantissimi: potremmo elencarli e stando un pochino attenti potremmo anche farcela a non dimenticarne nessuno. Molto più numerosi sono i paesi poveri, dove il numero dei poveri, quelli poveri davvero, sono una fetta enorme rispetto alla popolazione complessiva. Insomma nei paesi ricchi ci sono i ricchi, pochi, un discreto numero di gente che se la cava e il resto di poveri che si barcamenano, sperando che la fine del mese arrivi il più presto possibile. Nei paesi poveri ci sono pochissimi ricchi e il resto è messo male, ma davvero male, anzi malissimo.
Ora noi siamo abituati a ragionare delle nazioni. Non ci frega una cippa se Ermete Rossi deve entrare di nascosto al fruttivendolo per rubare una pesca che la figlia non ce la fa più dalla fame. Il suo paese produce, esporta, consuma. Ermete fa parte di un paese ricco.
Io mi scuso in anticipo con tutti gli Ermete Rossi del mondo, perché la storia che racconterò coinvolge anche loro e li rende corresponsabili di crimini ai quali neppure pensano da lontano, ma se seguissimo l’evolversi delle vite di tutti gli Ermete, dovremmo vivere una vita da Matusalemme per arrivare alla fine.
Ne segue, con buona pace di tutti, che se lo stato di Ermete è uno sporcaccione, lui resta coinvolto da questo fatto. Sorry, come direbbe il principe Carlo in persona!
Dicevo dei paesi ricchi: questi consumano energia e merci, creando immondizie di ogni tipo: lo fanno per la produzione industriale, per far funzionare i propri reattori nucleari, per vivere ampiamente sopra il livello medio della vita su questo strano pianeta. Ah certo, lo fanno anche per consentire ad Ermete di vedere la sua squadra di calcio giocare in serie A. Per usare una frase molto cara ai nostri industriali dei bei vecchi tempi: la produzione di rifiuti è lo scotto che paghiamo al progresso: non vorrete mica rinunciare al progresso, vero?
Detto tutto questo, però, occorre fare una distinzione importante: non tutti i rifiuti sono uguali. Insomma se vedo uno buttare via una buccia di banana mi sento di apostrofarlo con un “maleducato”; se lo vedo buttare vie una bottiglia di plastica sono più disposto a dargli del criminale, per le ovvie ragioni che hanno a che fare con la biodegradabilità dei vari materiali e il conseguente inquinamento.
Ecco dunque il punto: ci sono rifiuti e rifiuti!
Ci sono quelli che possono essere recuperati attraverso procedimenti non troppo costosi e tornare a nuova vita, magari sotto altra forma. Il pile, che indosserete quest’inverno, potrebbe essere stato nella sua precedente vita una bottiglia di qualche strana bibita colorata.
Ci sono poi i rifiuti che finiscono nelle discariche, anche se questa è l’ultima delle opzioni suggerita dall’UE, che sottolinea: se potete, evitate questa scelta, perché fa schifo. E, aggiunge, io so che voi potete, quindi datevi da fare, se no vi multo!
Ci sono i rifiuti che finiscono negli inceneritori. L’utilità massima di questi aggeggi è di mettere a posto la coscienza dei cittadini e della quasi totalità dei politici, che sono convinti di far così sparire tutte le schifezze del mondo, come se usassero il mantello invisibile di Henry Potter o la bacchetta di Maga Magò. Ci sono voluti decenni per far capire che si tratta di un trucco o meglio di una colossale truffa e che i detriti, trasformati in qualcos’altro, ce li teniamo noi, ma è meglio non si sappia, perché quella trasformazione li fa diventare nocivi e tossici.
Shhh, dunque, altrimenti l’intero affare dell’incenerimento finisce a puttane.
puntata1 051E poi ci sono dei rifiuti definiti, pensate un po’, “pericolosi”. Sono tanti, classificati con sigle composte da sei numeri. E divisi in circa 20 categorie, ciascuna delle quali contiene decine di voci: dagli acidi solventi ai fanghi provenienti dai più vari trattamenti, dalle ceneri dell’incenerimento ai rifiuti degli ospedali, dalla produzione di gomme alle plastiche e fibre artificiali, senza dimenticare le scorie nucleari.
Potremmo cominciare un pistolotto sull’inutilità della maggior parte dei rifiuti prodotti, che significherebbe andare ad analizzare da dove vengono e come mai si riducono in quel brutto modo alla fine della loro vita. Sarebbe giusto e finiremmo con un’analisi sofisticata della società in cui viviamo, parleremmo di consumi, di Overshoot day, del significato del PIL e di molte altre questioni che rimangono aperte a interpretazioni che sono molto lontane da quelle che ci mettono nella testa i mezzi di comunicazione del potere (si badi che non ho detto dei governi, ma del potere: è importante).
Se vogliamo essere seri e scrutare l’orizzonte senza perdere di vista quello che ci succede attorno, la domanda dalle cento pistole che dobbiamo fare è una sola: visto che tutta quella schifezza l’abbiamo prodotta, adesso dove la mettiamo?
Già, dove la mettiamo! Eccola qui la sorgente dei discorsi di questa trasmissione, il vero punto di partenza, l’origine dimolti dei mali che ci hanno colpito e ancora ci colpiscono. Dove mettiamo i rifiuti pericolosi?
Uno dice: ma gli stati non si preoccupano di avere sui propri territori schifezze che potrebbero danneggiare la salute dei cittadini?
Certo che se ne preoccupano, ma, sapete come vanno le cose. Se un genitore vede un pericolo per un figlio fa di tutto per togliere di torno quel pericolo o, quanto meno, di far sì che il ragazzo ci giri più al largo possibile. Lo Stato ha un altro approccio: lo Stato fa una legge. Che poi questa sia applicata oppure no, se venga osservata oppure no, non è affar suo, non direttamente almeno. In fondo ci sono istituzioni che ne hanno la responsabilità: la magistratura, le varie forze dell’ordine, perfino i servizi segreti in talune circostanze. Ma le leggi ci vogliono e su questo credo siamo tutti d’accordo.
Ecco dunque le norme per lo smaltimento dei rifiuti speciali. Sono severe (dal momento che lo sono i danni che potrebbero provocare), specialmente da quando, da troppo poco tempo aggiungiamo noi, l’inquinamento è rientrato, in varie forme e contesti nel codice penale. Inoltre indicano i modi di procedere che sono spesso lunghi e costosi. E sono a carico delle aziende che quei rifiuti hanno prodotto. La conseguenza è questa: le aziende dovranno pagare le società che provvederanno allo smaltimento dei rifiuti, sottraendo queste cifre dai propri utili. Credo non sfugga a nessuno che, mettendosi nei panni dell’imprenditore, se si potesse evitare questo esborso sarebbe molto meglio.  

La terra dei fuochi comincia a Vicenza

Ecco allora che, in alcuni casi (che ovviamente non sono tutti ma sono tantissimi a giudicare dalle inchieste e dai ritrovamenti di discariche abusive) conviene accordarsi con “ditte non troppo limpide” per aggirare la legge e risparmiare dei soldi. Queste ditte sono generalmente gestite da delinquenti, spesso aggregate o dirette da organizzazioni criminali importanti, non infrequentemente da associazioni come la camorra, la ‘ndrangheta e la mafia.
Durante la famigerata “emergenza rifiuti” di Napoli si sono scoperte nel casertano una miriade di discariche abusive contenenti rifiuti pericolosi, provenienti quasi sempre dalle industrie del Centro-Nord. Il film “Biutiful Cauntri”, uscito in quel periodo, proponeva alcune intercettazioni tra esponenti delle industrie lombarde e camorristi mentre si accordavano sul da farsi. Trasmissioni televisive importanti (Annozero, Report, Exit) intervistavano sindaci evidentemente conniventi con la camorra e pastori che dovevano abbattere le loro capre o mucche perché il latte che producevano conteneva diossina in quantità industriale.
Non voglio tornare necessariamente su temi di cui ho parlato nella precedente versione di Noncicredo, ma qualche riferimento è importante. Occorre capire cosa c’è dietro le vicende che ci vengono raccontate e che noi commentiamo al bar come degli idioti senza sapere neppure cosa stiamo dicendo. Altrimenti facciamo la fine di quelli che credono che l’acquisto del Milan da parte di Silvio Berlusconi sia stato sono una vicenda sportiva. Scusate il riferimento, ma se ci tenete leggetevi l’eccellente libro di Giacomo Giubilini, 91° minuto (ed. Mimimumfax) che parla anche, certo non solo, di calcio.
Quando diciamo che il problema dei rifiuti riguarda il Sud, specialmente quegli sfaticati di napoletani, non facciamo che correre dietro a stereotipi che l’informazione e soprattutto la politica (ammesso che si tratti di cose differenti) hanno gonfiato a dismisura.
puntata1 05Dunque, nella recente indagine parlamentare sui rifiuti tossici nel Veneto (nel Veneto, si badi bene, non in Calabria) sono venute alla luce alcune storie davvero illuminanti. Come quella del camorrista Nunzio Petrella, residente a Thiene, dove nel 1992 viene arrestato per traffico di droga. Ai carabinieri che si presentano fa una grande risata: la droga? – dice – ma scherzate, sono i rifiuti che oggi valgono oro, altro che droga.
E così si scoprono gli altarini. I rifiuti che non si devono vedere arrivano a Petrella: sono fusti pieni di olio esausto, stoccati in parte vicino allo stadio di Vicenza e il resto ad est della città. Una parte serve per fare la pastina dei sottofondi stradali. Non è granché, alcuni fusto al giorno, roba da ridere, ma siamo anche agli albori dei traffici dei rifiuti. Un giorno a Perrella arrivano trecento quintali di monnezza da sistemare. Sono decisamente troppi per le solite procedure. I suoi capi gli ordinano di caricarli su camion e portarli in Campania. Nasce qui la vicenda della “terra dei fuochi”, con il territorio campano, la camorra campana, ma i rifiuti delle industrie venete e del Nord Italia.
La storia del pentito Perrella è raccolta in un libro, “Oltre Gomorra. I rifiuti d’Italia”. Lo cura il giornalista Paolo Coltro. É sconvolgente per chi ha sempre pensato ad un Nord pulito e rispettoso delle leggi e ad un Sud che assomiglia più al vecchio farwest di John Wayne che ad uno stato moderno.
Nunzio Perrella negli anni ’80 capisce tutto: le aziende del Nord usano il Sud come una pattumiera, ma i soldi, tanti soldi, non entrano mai nelle casse della camorra. Così impara l’arte, entra nel giro come imprenditore e poi si porta dietro tutta l’organizzazione camorristica.
Dopo l’arresto comincia a collaborare e tira fuori dal cassetto tutto quello che sa, che è tanto, tantissimo!
I sistemi per aggirare i controlli, il giro bolla, i documenti falsificati dalle discariche ufficiali dove i TIR non arrivano mai, la rete di connivenza della pubblica amministrazione centrale e periferica, i politici che fiancheggiano e vengono pagati profumatamente. Tutto documentato, nero su bianco, un terremoto!
Il sistema, per la camorra è un grande passo avanti: fare un sacco di soldi senza la necessità di ammazzare qualcuno, perché i morti ci sono stati e sono stati tanti, ma sono venuti dopo, colpiti da linfomi, leucemie e tumori al fegato, provocati dalla montagna di rifiuti tossici finiti nei corsi d’acqua e nelle campagne.
Bene, dice uno, allora tutto è finito là: il business maledetto si è arrestato.
Purtroppo no!
Nonostante alla direzione antimafia di Napoli siano stati consegnati i documenti, contenenti nomi, cognomi e ruoli, l’inchiesta sbatte contro il muro della prescrizione, come troppe altre vicende italiane di quegli anni. E così i Chianese, i Cerci, i Bidognetti, i Vassallo e tutti gli altri capobastone e mammasantissima la fanno franca e, per colmo di amara ironia, oggi gestiscono aziende che bonificano i siti che loro stessi hanno inquinato. E anche sulle bonifiche si potrebbe aprire un capitolo lunghissimo di intrecci strani, come ho fatto qualche tempo fa in una puntata di Noncicredo.
La “terra dei fuochi” è figlia di queste vicende. Forse, se l’Antimafia avesse potuto incastrare i colpevoli, oggi non ne parleremmo nemmeno.
Poi avviene di peggio. Un uomo che sa tutto sui traffici illeciti, viene abbandonato dallo Stato, viene tolto dal programma di protezione testimoni, non gli viene neppure assegnata una nuova identità.Terra fuochi Ecco allora il libro di Paolo Coltro che racconta ogni cosa, con il rammarico che la magistratura si sia fermata a catturare i pesci piccoli. Perrella dice: «In ore e ore di interrogatori ho indicato tutte le aziende coinvolte nel giro. Tutte del Nord: chi produceva, chi stoccava, chi affidava i rifiuti ai trasportatori. Nessuno li ha toccati. Erano troppo grossi? Forse è stata incapacità, forse è stata precisa volontà. Con il risultato che il sistema si è perpetuato».
E dove diavolo sono finite tutte queste schifezze? Mica per niente, tanto per sapere se ci siamo seduti sopra. Ebbene, ci siamo seduti sopra tutti quanti. Petrella vuota il sacco ad una trasmissione di RAI 2. Sotto la Valdastico Sud sono finiti centinaia di migliaia di metri cubi di resti di fonderia non trattati. Durante la costruzione arrivavano anche 80 camion per notte, provenienti da Arzignano.
Rifiuti dello stesso genere sono stati trovati sotto la Transpolesana, che incrocia la Valdastico Sud. L’impresa Mestrinaro ha “dopato” la terza corsia della A4 tra Quarto d’Altino e San Donà con 34.157 tonnellate di scarti industriali non trattati.
Stesso discorso per il parcheggio P5 dell’aeroporto Marco Polo di Venezia, lastricato con più di 4 mila tonnellate di rifiuti tossici rifilati a Save Engineering spa. Con pericolo delle persone, come certificano dai NOE di Venezia. La ditta Mestrinaro è sotto processo. La Save ha semplicemente evitato il collaudo dell’opera per contenere il danno. E queste sono solo alcune delle indicazioni.
C’è anche Fabio Fior, arrestato e condannato di recente con grande sconto della pena per aver accettato il rito abbreviato a 4 anni. Fior, componente della commissione VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) eseguiva accertamenti e collaudi, dei quali ha beneficiato la Mestrinaro. Giancarlo Galan, altro galantuomo nostrano, l’aveva raccomandato come consulente nello scandalo dei rifiuti napoletani … pensate un po’: come mettere un pedofilo a dirigere un asilo.

Cosa fare se i rifiuti da smaltire sono troppi

Per chi segue le vicende ambientali queste sono probabilmente notizie che ha già immagazzinato, digerito, magari a malincuore.
Quando parliamo di terra dei fuochi, sulla quale si è anche molto speculato politicamente, ci riferiamo soprattutto a discariche abusive anche con eccessi che arrivano ad inghiottire interi camion con tutto il loro carico di prodotti tossici.
Ma come fare se la merce da smaltire è tantissima o se si tratta di veleni pazzeschi o, peggio ancora, di scorie radioattive? Ci vuole un’idea nuova. Ed è proprio qui che nasce la nostra prima storia, che comincia negli anni passati, quegli anni ’70, durante i quali gli italiani non pensavano certo all’inquinamento dei terreni e delle falde, figurarsi allo sversamento di rifiuti tossici in paesi stranieri.
E già, perché una delle soluzioni adottate per il nostro problema della monnezza, è quello di portarla nei paesi poveri, in quei paesi martoriati dalla guerra o dalla fame. Nel primo caso il permesso di scaricare di tutto sul proprio territorio è dato in cambio di una bella fornitura di armi, nel secondo in cambio di generi alimentari che garantiscano la sopravvivenza della popolazione. Il Mediterraneo è stato attraversato per decenni da navi cariche di veleni dirette verso il miglior offerente.
C’è anche da dire che in quel periodo (e fino alla metà degli anni ’90) non c’è una legislazione internazionale che impedisca questa specie di asta al ribasso nel mercato dei rifiuti tossici, per la quale è stato coniato anche un termine preciso: dumping ambientale. Un po’ come se la comunità internazionale dicesse: “Volete inquinare le vostre terre? Sono fatti vostri, non ci seccate!” E siccome gli affari, la politica e la morale occupano sempre stanze diverse e piuttosto lontane tra loro, il problema, semplicemente, non esiste.
Certo, ci sono le associazioni ambientaliste e quelle a tutela dei cittadini (ma ricordiamoci che siamo in anni in cui la loro voce è flebile flebile e poco accreditata dai mezzi di comunicazione). Così Legambiente ci ricorda che portare i propri scarti altrove non è affatto una pratica nascosta, perché importanti aziende pubbliche, come Montedison, Enichem, Eni trasportano regolarmente rifiuti in Nigeria, Libano, Sierra Leone, Mozambico, Somalia, Eritrea, nei paesi dell’America latina o nell’Est europeo come la Romania e la Polonia.
puntata1 09Fantasie? Terrorismo ecologico? Manie di grandezza dei dirigenti di Legambiente?
Per niente, Ascoltate cosa succede alla fine degli anni 90.
Siamo nel 1998 quando l’ACNA di Cengio (provincia di Savona) ha scaricato 400 tonnellate di rifiuti tossici nel Danubio, già proprio in quello della canzone il bel Danubio blu!
Uno dice: chi se ne frega: è in Ungheria, l’azienda è privata, mettete dentro il responsabile. Il fatto è che l’ACNA è una ex affiliata del gruppo ENICHEM, che a sua volta è una emanazione dell’ENI, gruppo statale. E la faccenda del Danubio non è la prima che dà fastidio. Del fatto che l’ACNA sia una industria inquinatrice se ne accorgono i cittadini della valle dove si trova lo stabilimento, i quali protestano nel 1956 contro l’azienda, ma come unico risultato vengono arrestati in più di 50. I problemi di inquinamento sono presenti in tutta la storia dell’azienda, la quale può ricattare la gente con il mantenimento del posto di lavoro e trovare spesso i sindacati e il Governo schierati dalla propria parte. Insomma niente di nuovo sotto il sole!
Tanto per capire che non sto raccontando favole, la Commissione parlamentare sui rifiuti diretta dal verde Massimo Scalia, stabilisce, nel 2000, che l’ACNA è responsabile dello sversamento nella discarica di Pianura (NA) di almeno ottocentomila tonnellate di fanghi pericolosi e tossici. (Il testo è agli atti nel sito della camera dei deputati).
Ma di questo nessuno ha mai parlato durante l’emergenza rifiuti di Napoli. Ne parla Repubblica nel 2008.
Per la questione danubiana, l’allora presidente di ACNA se la cava dicendo che, in fondo, loro hanno pienamente rispettato le leggi internazionali, leggi che, come visto, ancora non sono state messe a punto.
Certo si tratta di un episodio, ma non isolato. Già parecchi anni prima, nel 1987, 15 mila fusti e 20 container di scarti pericolosi delle industrie italiane vengono scaricati in Libano.
Prima di proseguire vorrei che faceste mente locale a quello di cui stiamo parlando. Qui non si tratta dello stupidotto che butta il toner della stampante nel bidone della carta (non fatelo comunque, per favore!). Un container ha dimensioni enormi e contiene da 35m³ (quelli più piccoli) a 70 m³ (quelli più grandi). 20 container dunque possono coprire un’area immensa, senza contare i 20 mila bidoni li accompagnano.
Questa volta però, qualcosa va storto. Il governo libanese, probabilmente avvertito da qualcuno, scopre la cosa e si incazza come una bestia. All’Italia arriva una lettera, sapete come si dice in questi casi, educata ma ferma. Insomma un cazziatone, che intima di riportarsi a casa quelle schifezze. Il governo italiano abbozza, si scusa, e manda una nave per caricare il materiale e riportarlo in patria. É il 1988: quella nave riporta a casa novemila fusti di rifiuti, il resto non si sa. La nave viene ancorata a La Spezia, in disarmo, poi cambia nome, ma quello originale è Jolly Rosso. Ricordatevelo: è una delle chiavi decisive delle nostre storie.
Un altro esempio?
Il 26 aprile 1988 arriva a Livorno la nave Zanoobia riportandosi a casa le scorie tossiche che la società Jelly Wax e la nave Lynx avevano cercato di scaricare in Venezuela. Questa società, Jolly Wax, è specializzata nello smaltimento (diciamo così) dei rifiuti tossici. Ne vengono scoperte 1200 tonnellate in Libano nel 1988 e l’Italia fa ancora una volta una figuraccia. Già perché nessuno crede che queste aziende possano agire indisturbate, senza un appoggio. Appoggio che, come vedremo, verrà sicuramente dalle varie mafie, ma anche da istituzioni importanti, come i servizi segreti e da poteri occulti come la massoneria deviata.
Le operazioni di rimpatrio di cui parliamo sono pagate dallo stato, quindi dai cittadini. Nel caso della Zanoobia si spendono 200 miliardi delle vecchie lire, ma stranamente nessuno finisce sotto processo e tanto meno viene condannato per questo.
C’è un caso clamoroso in Nigeria, con 2600 tonnellate di fanghi tossici esportati. Intervengono organismi internazionali delle Nazioni Unite a intimare il rimpatrio all’Italia: in quel caso viene usata la nave Karen B.
Ancora, nel 1997 in Mozambico finiscono 600 mila tonnellate di scorie industriali, soprattutto solventi, seppellite nel deserto. Il tutto gestito da un’azienda appositamente costituita in Irlanda. Dunque più che di casi si tratta di un vizio o, se preferite, di una strategia.
E poi c’è la madre di tutte le malefatte sui rifiuti tossici, il cosiddetto progetto Urano.
Questo merita di essere raccontato nei dettagli.

Il progetto Urano: gli attori

Abbiamo dunque capito, più o meno, come funzionano le cose. Se hai un’azienda, anche birichina, magari associata a qualche organizzazione mafiosa, che si occupa di rifiuti tossici e radioattivi, hai un mercato sicuro, basta trovare i canali giusti, il posto giusto e le persone giuste da oliare.
Gli affari migliori si fanno con i paesi del terzo mondo, meglio se poverissimi, meglio ancora se in uno stato di guerra o comunque di guerra civile o di guerriglia interna. Sono le condizioni in cui le famose mazzette garantiscono gli effetti migliori.
Dunque nel 1987 parte l’organizzazione del progetto Urano, quello che avrebbe dovuto spianare la strada ad un traffico enorme e non solo di rifiuti. In effetti, come vedremo tra poco, ci sarà di mezzo anche un grosso traffico di armi, così grosso da coinvolgere perfino la stampa che conta, come i giornalisti del TG3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatim, che proprio seguendo queste piste troveranno la morte. Ma questa è un’altra storia tristissima, che racconteremo un’altra volta nei minimi dettagli.
Cominciamo dalle fonti.
puntata1 06Le informazioni che si hanno su tutti questi traffici derivano in larga misura dalle inchieste e dalle indagini delle procure calabresi, in particolare quella di Paola, eseguite in condizioni estremamente difficili per via delle insufficienti risorse economiche e tecniche disponibili. E poi, ancora di più, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti. Uno di quelli che parla è Giampiero Sebri, che vuota il sacco nel 1997 e racconta una delle tante storie incredibili dell’Italia degli anni 70-80. Sulle sue dichiarazioni parte una indagine a Torino, condotta dal PM Romanelli su un vasto traffico internazionale di rifiuti pericolosi e di armi. Vengono riempite una quantità spaventosa di verbali, ma nel 2005 quell’inchiesta viene archiviata. Questo semplicemente per dire il clima nel quale le procure lavorano, un clima difficile, pesante, e certe volte vanno a sbattere contro un muro di gomma invalicabile.
Il progetto Urano viene concepito nel 1987 e ha come luogo di seppellimento di rifiuti tossici e anche radioattivi provenienti da tutto il mondo, una depressione naturale nel Sahara. Ci sono addirittura dei protocolli di intesa tra noti faccendieri dell’epoca che, come detto, non trafficano solo in rifiuti ma anche in armi.
Lo scenario in cui tutto questo accade è, visto oggi, un puttanaio. É quello in cui si mescolano la politica craxiana (primo ministro dal 83 all’87), la massoneria deviata di Licio Gelli e della P2, le brigate rosse e la mafia, la banda della Magliana e gli interessi dei faccendieri, in un intreccio incredibile che ancora oggi presenta un sacco di aspetti misteriosi e di crimini irrisolti.
Giampiero Sebri è l’uomo del momento, quello giusto: conosce uomini d’affari perfettamente integrati nella società, con case a Montecarlo, uffici in Italia e in Svizzera, società in Irlanda e conti bancari un po’ ovunque. Gente per la quale trattare armi, rifiuti, o qualsiasi altra cosa non è mai un problema: in ogni caso si tratta semplicemente di affari.
Purtroppo questi affari – per i più poveri tra i poveri – si traducono in malattie, guerre, morte. Sebri, con le sue dichiarazioni, getta luce sulla ragnatela che lega politici, massoni, mafiosi, imprenditori, servizi segreti. Connessioni individuate anche dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti.  E getta luce anche sull’omicidio Alpi-Hrovatim.
Il giornale che si attiva, inviando tre giornalisti a parlare con Sebri è di quelli che non ti aspetteresti mai. Si tratta di Famiglia Cristiana, che ascolta il pentito e ne raccoglie racconti da film dell’orrore, agghiaccianti.
E Sebri fa nomi e cognomi. Tra questi Nickolas Bizzio, un miliardario italo-americano, con residenza a Montecarlo, massone, molto vicino a Casa Savoia, insomma uno che le conoscenze importanti le ha. Apre attività un po’ ovunque. Una di queste, la SPI (Società Progettazioni Integrate, una srl) si occupa anche di rifiuti e del loro smaltimento.
Sebri entra nell’affare nel 1984 come uomo di Luciano Spada. Spada non è un politico in senso stretto, ma uno che conta molto, se si permette di ingiuriare in riunione lo stesso Pillitteri (già sindaco di Milano) e dare del tossico a Martelli (il secondo in ordine di importanza dopo Craxi nel PSI).
La deposizione di Sebri è raccolta anche nel dossier della commissione che si è occupata (con una chiusura indegna del suo presidente Carlo Taormina, ma questa è una storia che racconteremo a parte) dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatim e può essere consultata senza problemi nel sito della camera dei deputati.
E qui, come prima per Famiglia Cristiana, Sebri ricostruisce l’intera faccenda delle navi e del mercato dei rifiuti tossici che doveva avere grandi coperture politiche internazionali ed economiche per essere portata a termine.
Ma torniamo al progetto Urano.
I rifiuti sono per lo più di provenienza americana. Il compito di Sebri è quello di preparare il terreno presso le autorità. Ha già soggiornato a lungo in Puerto Rico e ad Haiti dove ha costruito la sua rete di conoscenze, indispensabili per facilitare l’arrivo dei rifiuti nocivi e delle armi.
A pensarci non c’è nulla di sorprendente se, dopo il primo carico arrivato ad Haiti con moltissime armi, c’è un colpo di stato contro Lesly Manigat, da poco eletto presidente.
Non sempre Sebri segue di persona le spedizioni, ma qualcuna di queste gli resta impressa. Ad esempio a Porto Rico, gli viene mostrata una quantità enorme di bidoni pieni di rifiuti tossici lasciati lungo la costa, in un’insenatura. Il terreno è coperto per centinaia di metri da fusti di grosse dimensioni, di colore grigio scuro, buttati qua e là alla rinfusa. Molti bidoni sono aperti, ne escono pietre di colore bluastro, miste a materiale fosforescente, sembrano cristalli luminosi. I bidoni sono stati scaricati dai camion lungo una scarpata. Molti sono rotolati fino alla battigia.  Ecco il suo racconto a Famiglia Cristiana.
«La scena era raccapricciante: da quei 15 container squarciatisi cadendo giù dalla collina, non lontano dalla capitale Port au Prince, erano uscite decine di fusti. Alcuni erano stati aperti, forse a picconate. Ne era colato un liquame scuro, dall’odore nauseante, un odore così forte che si sentiva fino a 300 metri di distanza. L’avvocato che mi aveva accompagnato sul luogo disse che lo scarico era avvenuto sette giorni prima. Ma purtroppo non avevo ancora visto tutto».
E continua:
«Tornammo a Port au Prince e andammo all’ospedale. C’era una folla di persone in attesa, soprattutto donne e bambini. Si lamentavano. I bambini avevano la faccia e le braccia piene di grosse croste e bolle, simili a quelle provocate dalle ustioni. Alcune donne perdevano sangue, come se stessero abortendo. La scena era straziante. L’avvocato mi fissò, irato: "Guarda che io sono haitiano, questo spettacolo non lo dovevo vedere, non era nei patti". Solo in seguito Bizzio mi spiegò che gli accordi erano diversi. I rifiuti, infatti, dovevano essere interrati e coperti da colate di cemento. Una parte dei rifiuti, invece, era stata buttata in mare e un’altra scaricata senza nessuna precauzione. La nave, inoltre, trasportava anche un carico di armi. Ricordo il nome dell’imbarcazione: Vulcano»
Facciamo un respiro prima di concludere questa prima parte.

Il progetto Urano non parte: perché?

Quando Spada muore nel 1989, Sebri continua il proprio lavoro, appoggiandosi a Bizzio, il miliardario italo-americano. Bizzio si vantava di essere stato il primo a sversare schifezze nel continente africano, precisamente in Guinea.
E poi ci sono i rifiuti sversati in mare lungo la costa Las Terrenas in Repubblica Domenicana. Secondo Sebri si tratta addirittura di parecchie navi con gravi conseguenze sulla pesca. Non sfugge nessun continente, nemmeno la vecchia Europa.
In Inghilterra vengono seppelliti rifiuti molto pericolosi nelle miniere abbandonate del Nord. Spada cita, inoltre, il caso di rifiuti americani trasportati via nave in Italia e da qui fatti proseguire via terra fino al confine tra Polonia e Russia, dove vengono interrati.
Insomma, ovunque ci sia produzione, la questione dei rifiuti pericolosi viene risolta alla stessa maniera, che certo non è quella delle normative vigenti. Ma io ho cominciato ad attirarvi in questo discorso con un grande progetto ed è arrivato adesso il tempo di parlarne.
Il "Progetto Urano", prevede l’invio di ingenti quantità di rifiuti – principalmente americani – in un immenso cratere naturale che si trova nel Sahara spagnolo. 
Questo progetto deve riempire di soldi le ditte coinvolte nel traffico.
puntata1 07E chi sono questi attori? C’è il gruppo di Bizio e Spada (ricordo che Urano nasce nell’87 due anni prima della morte di Spada), una società genovese, la Odino Valperga, un colosso nel settore delle spedizioni, che attualmente non esiste più. C’è di mezzo anche Guido Garelli, un faccendiere rappresentante dell’organizzazione ATS, di cui parleremo sucessivamente). Secondo Spada c’è di mezzo anche il governo italiano, secondo lui ai massimi livelli, anche se questo fatto non verrà mai accertato. Quello che, comunque, è certo è che Spada intrattiene rapporti familiari e quotidiani con i socialisti che contano: oltre che con Craxi e Pillitteri, anche con Margherita Boniver, Francesco Forte, Claudio Martelli e De Michelis.
Da tutto questo emerge che Luciano Spada è in quel momento la mano armata del partito al potere negli affari legati a rifiuti e alla cooperazione.
Cosa c’entra la cooperazione? C’entra, ma non è ancora venuto il momento di parlarne; lo faremo a tempo debito.
Per ora, accontentiamoci di dire che le navi cariche che partivano per la cooperazione con i paesi poveri non sempre trasportavano alimenti, medicinali e vestiti.
Oltre a questi personaggi entrano nel giro i proprietari dei territori dove quella famosa buca da riempire nel Sahara si trova. É un periodo particolare anche in Marocco, diviso tra il governo ufficiale e il fronte del Polisario, che rivendica l’autonomia proprio sulle terre dove il progetto Urano deve realizzarsi. É dal 1979 che i due contendenti sono costantemente in guerra tra loro e solo il miraggio di dividersi un buon gruzzolo di dollari poteva portarli allo stesso tavolo.
Viene così costituita una società che prende il nome di ATS (Amministrazione Territoriale del Sahara)
É una specie di ministero con il compito di elargire i permessi per lo smaltimento dei rifiuti nel Sahara. Nessuno però vuole mettersi a capo di una simile struttura. Serve un pupazzo (la definizione è di Sebri). La scelta cade su Guido Garelli.
Lasciate che vi legga uno delle tante bibliografie che trovate nella rete di questo signore.
Dietro la sigla dell’Ats si nascondevano uffici commerciali, apparentemente velati di normalità, a Gibilterra, l’enclave britannica che si affaccia sull’accesso al Mediterraneo. Poteva fare di tutto: agire come mercante, banchiere, mediatore di commodities, armatore, poteva altresì importare, esportare, vendere, comprare e scambiare. Guido Garelli era molto più di un semplice trafficante: il progetto che la società di copertura di Gibilterra aveva disegnato era immenso, il più grande deposito di rifiuti pericolosi del mondo, nel cuore del Sahara, nella terra teatro della guerriglia saharawi. Garelli aveva in dote un compito ben preciso consistente nel: studiare il mercato; creare gli agganci giusti; capire come funzionava quel business che avrebbe potuto finanziare l’indipendenza del suo paese adottivo, scacciando l’esercito marocchino che dagli anni Settanta occupava la striscia del Sahara occidentale, stretto tra la Mauritania e il Marocco.
Nonostante tutti questi preparativi e l’importanza delle persone coinvolte, il progetto Urano fa fatica a decollare. Il periodo di pianificazione è lunghissimo. Per risolvere l’impasse viene chiamato quello che Bizio chiama un “altissimo personaggio del SISDE”, vale a dire dei Servizi segreti civili, all’epoca separati da quelli militari. A Parigi c’è una riunione in cui ci sono tutti e finalmente l’accordo viene raggiunto. A Lugano si firmano i documenti. Tutto è pronto e la prima nave, carica di rifiuti, parte per il Sahara.
Ma quando si comincia a scaricare, ecco il clamoroso colpo di scena che cambia tutto. Tutto si ferma, sospeso per aria, perché? Cosa diavolo è successo?
Concedemelo: i colpi di scena in queste storie sono il sale del racconto e quindi qui ci fermiamo.

Pronti ... via!

Carissimi amici, eccoci pronti per cominciare una nuova fase di questa trasmissione. Il suo titolo risulterà nei prossimi mesi ancora più significativo di prima, quando trattavamo esclusivamente questioni ambientali, cercando di far capire che tutti i problemi che abbiamo con l’ambiente sono figli di una strategia di sviluppo ben precisa. Questa strategia comporta l’esigenza da parte di pochi di diventare ricchi o potenti o tutte e due le cose assieme. Non è un mistero, non lo è per niente, che le scelte che vengono fatte sono dettate sempre e comunque da questi due motori. Pensate a quanto accade negli Stati Uniti, dove un presidente (si badi bene, regolarmente eletto), va contro le indicazioni del mondo intero per soddisfare i suoi grandi elettori, le lobby del carbone, del petrolio, del gas, delle armi e via discorrendo. A me sembra piuttosto evidente questo legame tra politica, economia, malaffare e danni al territorio e alle persone che lo abitano. Abbiamo una quantità infinita di esempi da citare. L’ho fatto in questi 10 anni a proposito di tutti gli argomenti che abbiamo affrontato assieme e mi sembra superfluo ritornarci sopra.
Da oggi, se avrete voglia di seguire questa trasmissione, vorrei raccontarvi alcune storie del recente passato del nostro paese. Sono fatti accaduti trenta anni fa, a volte più, a volte meno, tutti significativi proprio di questo stretto legame tra gli “affari che riguardano i cittadini” e le amministrazioni dello stato. In questo termine, amministrazioni, metto un po’ tutto: la politica (locale e nazionale), le forze dell’ordine, gli alleati militari, i servizi segreti, i potenti uomini dell’economia e della finanza, le varie mafie sparse nella penisola. Insomma c’è materiale per costruire un romanzo giallo, che affonda però nella realtà vera ed è molto più intricato e misterioso di quelli usciti dalle penne di Agata Christie o Georges Simenon.
OrwellVedremo, andando avanti con le puntate, che questioni apparentemente lontane tra loro nello spazio e anche nel tempo, fanno parte dello stesso filone, con protagonisti analoghi (talvolta proprio gli stessi), il che ci fa supporre che le storie che racconterò entrino in una specie di strategia con qualche occulto e segreto manovratore di burattini. Forse tutto questo richiama le pagine magistralmente scritte da quel grande precursore che è stato George Orwell. Un precursore, un veggente? O, più semplicemente, Orwell sapeva guardare a fondo nelle cose, vedendovi aspetti che alla maggior parte degli altri sfuggivano?
La questione, adesso, è: “da dove partiamo?”.
In effetti messo di fronte al foglio bianco, nel tentativo di stilare una scaletta per queste nuove trasmissioni, devo dire che un po’ mi sono sentito in imbarazzo per la quantità enorme di materiale disponibile, ma anche per il desiderio di dare un senso compiuto agli interventi; per far uscire un filo conduttore univoco, sensato, logico.
La prima cosa che salta agli occhi quando si affronta questo lavoro è che si tratta quasi sempre di casi irrisolti, senza colpevoli o, quando ci sono, lasciano forti dubbi che si tratti di capri espiatori e comunque mancano sempre i mandanti.
Insomma qui non si tratta di un romanzo giallo, nel quale alla fine chi indaga è sempre in grado di punire i responsabili. Ve l’immaginate l’ispettore Hercule Poirot che alla fine dice: “Non ci ho capito una mazza, i colpevoli non ci sono!”. Nessuno leggerebbe più i romanzi di Agata Christie sul grande indagatore belga (non è francese, si arrabbia molto se vi sbagliate!).
Nei romanzi, tuttavia, non c’è nessuno che abbia interesse che non si sappia, o se c’è alla fine viene inesorabilmente sconfitto. Le cose cominciano ad essere un pochino differenti nei film, nei Thriller, come si dice oggi, dove la suspense può essere creata in modo magistrale usando immagini, luci e musica. Ecco: qui, soprattutto negli ultimi anni, capita che i film finiscano con un nulla di fatto. Vale a dire con il potente di turno (sia esso una persona, un gruppo o un governo), che elimina qualsiasi possibilità di conoscere la verità. Ma i cineasti sono astuti e lasciano comunque percepire allo spettatore che “quelli lì sono colpevoli, anche se la storia non lo dice”.
Le storie che vi racconterò sono fatte proprio così. Anche noi abbiamo il sentore, la sensazione, la convinzione che “quelli lì sono colpevoli!” anche se non abbiamo le prove provate di quello che stiamo pensando. Ma, a dirla tutta, è ben difficile che le cose siano andate in modo diverso e quindi nel nostro intimo pensiamo di avere la risposta alle domande, alle moltissime domande che ci facciamo.
Ci sono parole che ascolterete frequentemente in queste puntate, parole come “strano” “misterioso” “inspiegabile”.
La maggior parte delle informazioni di queste puntate derivano da documenti ufficiali, consultabili da chiunque, soprattutto nei siti specializzati o in quelli ufficiali, ad esempio quello della camera dei deputati. Certo, a volte, si tratta di deposizioni di personaggi che camminano molto al limite della legalità: spie, faccendieri e soprattutto pentiti o, come sarebbe più corretto chiamarli, collaboratori di giustizia. Non possiamo quindi essere sicuri che le loro verità siano semplicemente la verità. Ma io vi racconto solo delle storie, che non hanno alcun valore legale. Spero siano di vostro gradimento, perché sono estremamente interessanti e, alla fine, qualcosa ci insegnano. Vi auguro di gradirle e, comunque, un buon ascolto.