Introduzione

Elicottero Agusta 109La storia che vi racconto qui è basata sulle inchieste che giornalisti coraggiosi e preparati hanno condotto, spulciando tra documenti di ogni tipo. Si tratta prevalentemente di quanto raccolto da Repubblica e l’Espresso, almeno nella prima parte della trasmissione.
Cominciamo dal quadro d’insieme.
Il 2 marzo del 1994, quattro testimoni vedono o sentono una esplosione nel cielo di Capo Ferrato (Sardegna). Come conseguenza sparisce dalla vista un elicottero: è un Agusta A-109 della Guardia di Finanza che sta sorvolando una nave mercantile a poca distanza dalla costa. L'elicottero porta il nome in codice di Volpe 132, ai comandi c'è il brigadiere Fabrizio Sedda; con lui il maresciallo Gianfranco Deriu. L'indagine della Procura di Cagliari non porta a nessuna conclusione. Una nave presente sul luogo della tragedia (il cargo "Lucina") si dilegua subito dopo l’esplosione, per riapparire mesi dopo nel porto algerino di Djendjen ed essere teatro dell'eccidio di sette marinai italiani ad opera, così si dice, di un gruppo di estremisti islamici. A un certo punto, sulla relazione interna della Gdf viene persino opposto il segreto di Stato che i magistrati, insistendo, riescono a far togliere. Il documento risulta, però di una banalità disarmante: la conclusione è che, forse, si è trattato di un incidente ma che, senza relitto, è impossibile dire di più. Perché allora il segreto di stato?
Piero Mannironi e Pier Giorgio Pinna, due giornalisti della Nuova Sardegna, cominciano a occuparsi di questa storia nel 1997. Per i primi tre anni, infatti, tutti credono al semplice incidente. Poi, a poco a poco, la Procura di Cagliari scopre, anche grazie ai familiari, i due primi testimoni oculari praticamente spariti dall'inchiesta ufficiale dei militari, gli altri due li rintracciano i cronisti della Nuova. E, per molto tempo, l'inchiesta va avanti con scoperte, frenate, minacce di archiviazione. Mannironi e Pinna si trasformano in segugi, ma sbattono contro un muro di gomma per ogni domanda, ogni richiesta. volpe132 03
Cosa potrebbe essere successo quella notte del 1994? Secondo chi ha visto tutte le carte e parlato con tutti protagonisti, il "Volpe 132" potrebbe essere stato abbattuto dalla nave che, evidentemente, non è là per una battuta di pesca. Dell’elicottero e dei due finanzieri non si trova traccia, se non pochi pezzi di metallo raccolti a mare da uno dei testimoni, che li mostra al TG3: il giorno dopo gli vengono confiscati.  In quel punto il fondale è di poche decine di metri: il relitto si dovrebbe vedere benissimo, ma potrebbe essere stato agganciato, trascinato al largo e lasciato affondare su fondali di mille e più metri. I successivi depistaggi lasciano sospettare dietro questa vicenda interessi che non si possono confessare.
Dal momento che è una vicenda davvero poco conosciuta ma che fotografa uno dei tanti periodi oscuri della storia recente del nostro paese, ho pensato di condividerla con voi.
Dunque qui si parla di un elicottero che di colpo è sparito e non se ne è saputo più niente. É anche la storia di morte, di dolore, di segreti di stato, come ce ne sono state tante altre nel recente passato di questo paese, come quelle che vi ho raccontato in questo sito.
La scena del “Volpe 132” si svolge in Sardegna, proprio di fronte a Capo Ferrato dove la sabbia è bianca e il mare di quell’azzurro che solo in Sardegna e in pochi altri posti al mondo puoi vedere. C’è un grande faro a Capo Ferrato, non siamo molto lontani da Villasimius e dai luoghi di villeggiatura del Sud dell’isola, a 70 km da Cagliari. É sera, una sera luminosissima di luna piena.
Un elicottero della Guardia di Finanza scompare dal cielo, improvvisamente. Con il velivolo scompaiono anche due finanzieri: il maresciallo Gianfranco Deriu, 41 anni e il brigadiere Fabrizio Sedda, 28 anni entrambi sardi. I loro corpi non sono più stati ritrovati. Cosa è successo?

La vicenda

Ad indagare sulla vicenda è la procura di Cagliari; lo fa tra mille difficoltà: quella più grande è l’apposizione del segreto di stato sull’intera storia. Il risultato? Nessuno! E così i magistrati cagliaritani si arrendono nel 2011 dopo 17 anni di lavoro, per la terza volta, chiedendo al GIP (Giudice Indagini Preliminari) di archiviare la pratica. Ma la richiesta viene respinta per riaprire una nuova fase dell’inchiesta.
Si è parlato a questo proposito anche di “Piccola Ustica sarda”. Dall’Ustica siciliana la separano il numero dei morti e sicuramente il clamore che le due vicende hanno suscitato, una, uno sdegno crescente, l’altra praticamente ignorata da tutti. Quello che lega le due storie è proprio il mistero che le circonda e quella sensazione che arrivare alla verità sembra impossibile.
Il sostituto procuratore che ha avuto in mano la pratica si chiama Guido Pani e la sua richiesta di archiviazione dei reati di “disastro aviatorio” e di “omicidio colposo plurimo” ha a che fare, come del resto avviene per l’80% dei procedimenti penali italiani, con la prescrizione che si è inghiottita tutto … ma, c’è un “ma”.
Nel 2005 il Procuratore affida una consulenza tecnica ai carabinieri del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) quello che si occupa proprio delle indagini preliminari. Oltre che ai carabinieri venne chiesta una consulenza al professor Firrao del Politecnico di Torino, con lo scopo di verificare se sui pochi resti dell’elicottero recuperati si trovassero tracce di esplosivo.
RISIl motivo di questa richiesta è da cercare nella testimonianza oculare di alcune persone che avevano visto l’elicottero venire abbattuto. Se così fosse, infatti, il reato non sarebbe più omicidio colposo, ma omicidio volontario e allora i termini di prescrizione non ci sono più perché la condanna prevista è l’ergastolo.
Una mossa con i fiocchi per avere più tempo per indagare. Ma qui cominciano le prime stranezze. I RIS chiedono una proroga di 30 giorni il 19 maggio 2005, poi il 19 giugno, il 19 luglio ed infine il 18 agosto. Poi il silenzio. Sia il RIS che il prof. Firrao spariscono dalla scena. La procura di Cagliari chiede spiegazioni, invia mail e non riceve risposta. Un fatto davvero molto molto strano. L’avvocato Carmelino Fenudi, che cura gli interessi delle famiglie dei due deceduti, fa leva proprio su questo per opporsi all’archiviazione.
C’è anche un’altra stranezza che emerge, perché uno si chiede come mai non sia stata fatta un’inchiesta sulle comunicazioni che avvengono sempre quando un velivolo è in volo. Curiosamente nel momento della caduta del Volpe 132, ci sono 45 minuti di silenzio nella trascrizione delle comunicazioni. Un fatto che dai tecnici è giudicato incredibile e inspiegabile. Un mistero insomma!
E, come in un perfetto romanzo giallo, c’è un altro fatto che rende ancora più misteriosa l’intera faccenda. Esattamente come avvenuto nella serata in cui il DC9 dell’Alitalia cadeva nel mare di Ustica, anche quella sera del 2 marzo, i radar sono tutti ciechi: nessuno vede niente. L’unico radar in funzione è quello del poligono di tiro del Salto della Quirra a Monte Codi. Ma alle 19,14 la sua registrazione si interrompe. Un minuto prima del blackout delle comunicazioni di Volpe 132.
Siccome le sorprese non finiscono mai nei thriller che si rispettano, c’è un’altra ombra, forse la più inquietante di tutte nella storia dell’elicottero della finanza. C’è una misteriosa nave porta container nella baia di Feraxi, proprio di fronte ad una delle spiagge più belle della zona di Costa Rei. Ci sono quattro testimoni; tre di loro ne parlano e la descrivono nei dettagli. I militari della finanza negano tutto: quella nave là non c’è mai stata. Ma i sardi sono gente tosta e i testimoni oculari riconoscono l’imbarcazione nella Lucina, il mercantile che alcuni mesi dopo sarà teatro di un altro fatto di sangue molto strano e poco chiaro. Avviene il 7 luglio: la nave appartiene ad una società di cui è titolare Cellino, uno dei più discussi presidenti della squadra di calcio del Cagliari e coinvolto in alcune vicende giudiziarie fin dal 1996. Su quella nave avviene una mattanza. Sette membri dell’equipaggio vengono sgozzati nel porto algerino di Djen Djen. La notizia fa il giro del mondo e desta una enorme impressione. Il governo algerino avvia un’inchiesta la cui conclusione è che responsabile della strage sarebbe un commando del GIA, un movimento di integralisti islamici. É un periodo in cui in Algeria i morti si fa davvero fatica a contarli: c’è una strage ogni giorno. Il processo è sommario e molto sbrigativo. In Italia il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, fresco di elezione, è alla vigilia del summit di Napoli. A parte le dichiarazioni di prammatica, non si capisce perché i sette marinai siano fermi da un mese nel porto in attesa di scaricare, ufficialmente, delle granaglie. La stampa italiana non va molto per il sottile e attribuisce la responsabilità a schegge fuori controllo dell’estremismo islamico. Le organizzazioni estremiste islamiche negano ogni addebito e indicano invece nel regime militare algerino il responsabile del fatto.
Ma c’è un’altra cosa strana che succede in quell’occasione ad Algeri. Dalla Lucina spariscono misteriosamente 600 tonnellate di carico e questo fa supporre che si trattasse di armi.
Per questo la Commissione parlamentare che si è occupata della vicenda Alpi – Hrovatin ha acquisito anche gli atti di questa inchiesta. Si apre dunque un triangolo tra la scomparsa dell’elicottero Volpe 132, l’eccidio di Djen Djen e l’assassinio dei due giornalisti in Somalia che tutti credono essere avvenuta perché i due erano troppo vicini a scoprire un traffico internazionale di rifiuti tossici e di armi destinate ai signori della guerra del continente nero, ma di questo ho parlato a lungo nelle recenti puntate di questa trasmissione.
Come ormai i miei ascoltatori avranno capito, in questo periodo non manca proprio niente: ci sono i servizi segreti, c’è l’organizzazione Gladio messa in piedi dalla NATO per fermare eventuali invasioni comuniste da parte dei sovietici, ci sono i massoni deviati che vogliono un paese basato su leggi, diciamo così, poco democratiche e ci sono i cittadini che restano incantati dalle peripezie semisexi dei nuovi canali televisivi delle aziende private.
Leggiamo un passaggio dell’inchiesta Alpi che si può trovare sul sito della camera dei deputati:
un testimone ha rivelato che nella rada di Feraxi, la sera del 2 marzo di sette anni fa, c'era una nave, la Lucina che avrebbe preso rapidamente il largo dopo l'incidente. Si tratterebbe quindi del mercantile che, quattro mesi dopo, si trasformò nel teatro di un'orrenda mattanza nel porto algerino di Djendjen dove i sette uomini dell'equipaggio vennero tutti sgozzati e un processo troppo sbrigativo e superficiale ha attribuito le responsabilità agli integralisti islamici del Gia. Un ex gladiatore del Sid, Nino Arconte di Cabras, ha rivelato che su quella nave si sarebbe dovuto imbarcare un ex agente segreto, un certo Tano Giacomina di Oristano e che solo un contrattempo lo salvò. Morirà poi misteriosamente a Capo Verde nel 1998”.
Strano no?
Ora mi sembra chiara una cosa. Se i testimoni insistono nelle loro deposizioni e i militari negano tutto, qualcosa non torna. Ma spulciando tra la documentazione dell’inchiesta c’è un particolare che sembra piuttosto importante.  Quale? Lo scopriremo tra poco!

Le inchieste

Il dialogo tra la procura cagliaritana e la Finanza, come abbiamo visto, è piuttosto intenso nel 2005. Quando i magistrati vogliono sapere se quella notte del 1994 c’è una nave in zona, la risposta della Finanza è abbastanza curiosa. Fa infatti riferimento ad una direttiva della presidenza del consiglio dei ministri (sempre Berlusconi) che consente di trattare le informazioni e i documenti come classificati che poi significa che non è possibile consultarli. La nota che il comando della Finanza cita contiene la seguente frase: “... le comunicazioni dei Servizi, in linea di massima, non sono di per sé‚ direttamente utilizzabili...”
Servizi segretiEd è la seconda volta che compaiono i servizi segreti in questa storia. Ma la cosa che meno torna è questa. Se non c’erano navi quel giorno davanti alle spiagge di Costa Rei perché mai devono esserci dei documenti segreti? E di cosa parlano allora questi documenti segreti? E, naturalmente, cosa hanno a che fare i servizi segreti con la nave Lucina, l’elicottero Volpe 132, l’eccidio dei marinai in Algeria e le 600 tonnellate di carico sparite?
Il mistero si infittisce sempre più mano a mano che si va avanti.
Ho anticipato che quella sera sono presenti dei testimoni. Accanto alla procura di Cagliari anche l’amministrazione militare conduce la sua brava inchiesta, coordinata dal tenente colonnello Enrico Moraccini del Poligono interforze del Salto di Quirra, quello ricorderete che ha l’unico radar acceso fino ad un minuto prima della scomparsa dell’elicottero. Il colonnello ha dunque un duplice ruolo, perché conduce una inchiesta in cui è anche testimone. Infatti quella sera è di servizio nella sala operativa del poligono. Quando dovrà deporre alla procura militare dichiarerà “Per il ritrovamento dell'elicottero non fu trascurata alcuna indicazione testimoniale”. Questo significa che nei verbali della sua inchiesta si devono trovare le quattro deposizioni di Giovanni Utzeri, Gigi Marini, Antonio Cuccu e Giuseppe Zuncheddu. Ma le deposizioni dei primi due non ci sono; nella relazione che segue l’inchiesta non ce n’è alcuna traccia. Perché?
I testimoni sono persone normalissime, un giardiniere, un operaio in pensione, il presidente di una cooperativa e un capraro. Gente insomma che non ha alcun interesse nella vicenda e neppure ad inventarsi strane storie di elicotteri abbattuti.
Non solo. I quattro si trovano in posti differenti e quindi osservano la scena con prospettive diverse, eppure i racconti coincidono. L’elicottero ha fatto un botto (quindi è esploso in aria) e si è inabissato vicino alla nave che era là alla fonda da tre giorni. E raccontano anche della fuga precipitosa della nave subito dopo il fattaccio. Ma del velivolo non c’è traccia se non piccoli pezzi di metallo. La conclusione può essere una sola: qualcuno lo ha spostato e l’ha fatto sparire.
C’è ancora un’altra stranezza da raccontare. Uno dei testimoni fa il pecoraio. Prima che la procura sappia della sua esistenza, davanti all’ovile di Zuncheddu atterra un elicottero dei carabinieri. Un colonnello si fa raccontare quello che ha visto nei dettagli. La stranezza sta nel fatto che di questo interrogatorio e di queste indagini la procura di Cagliari non viene avvertita, come sarebbe invece logico e regolare secondo la prassi. Quella di Zuncheddu è una testimonianza chiave perché dalla sua posizione è in grado di vedere la rotta dell’elicottero. E spiega che avendo superato delle colline si trovava in quel momento molto in alto nel cielo. E certamente non in una zona d’ombra dove radio e radar non potevano rintracciarlo.
Ma cerchiamo di entrare un pochino più nei dettagli. Ormai sappiamo che la zona è quella di fronte al Poligono del Salto di Quirra ed è ovvio che i responsabili di quell’impianto siano chiamati a deporre. Così il generale Fabio Molteni, comandante del Poligono, il 4 ottobre 2004 (dieci anni dopo la scomparsa dell’elicottero) rilascia questa deposizione ai magistrati: "Il tratto di costa compreso tra Capo Ferrato e Feraxi non rientra all'interno delle aree di competenza di questo Poligono." Per capire l’importanza di questa frase bisogna sapere che in presenza di un poligono, tra l’altro così importante come quello in questione, c’è un tratto di costa e di mare che sono vietati, chiusi al traffico non autorizzato. Il generale tuttavia parla di “tratto di costa” e non di “tratto di mare” sul quale lui e il poligono non avrebbero dovuto vigilare. Spulciando le carte, i magistrati scoprono che è vero il contrario. Il tratto di mare interdetto comprende anche quello nel quale sono riaffiorati i pochi resti di Volpe 132. Un’altra contraddizione ancora.
Nel giugno del 1994 la procura di Cagliari chiede una copia della relazione finale della commissione d’inchiesta militare (quella famosa da cui sono scomparse le deposizioni di due dei testimoni). Ma la risposta arriva direttamente dall’Ufficio centrale per la sicurezza della presidenza del Consiglio dei ministri. Solo per precisione storica ricordo che da pochi mesi è diventato premier Silvio Berlusconi, succedendo in aprile a Carlo Azeglio Ciampi. La comunicazione dice che la relazione è classificata con sigla PCM-ANS 1/R, che significa che è coperta dal segreto di stato. Dunque la vicenda dell’elicottero è qualcosa che non si deve sapere, c’è qualcuno che cerca di insabbiare tutto. Il magistrato tuttavia non si lascia andare e impugna una legge del 1977, secondo cui non esistono più segreti militari o politici, ma solo segreti di stato. E la procedura di quel documento non è regolare. Cavilli grazie ai quali riesce ad ottenere e a leggere la relazione militare, dalla quale spera di ricavare informazioni importanti e scottanti sulla vicenda. Ma la sorpresa più grande deve ancora arrivare. Leggendo il documento infatti non si trova proprio niente di strano. La conclusione è che si è trattato di un incidente, niente più. Perché allora il segreto di stato? 

L’inchiesta della commissione militare

Per capire meglio questa storia, analizziamo l’inchiesta dei militari, quella sulla quale viene posto il segreto di stato. Si tratta di 29 cartelle in cui, come detto, si stabilisce che si è trattato di un incidente. Ma l’incidente da quali cause è stato prodotto? Non si sa, non si può sapere e non si potrà mai dal momento che non ci sono i resti del velivolo da esaminare.
I due elicotteristi, Deriu e Sedda, ricevono alle 14 del 2 marzo 1994 l’ordine di partire per una missione di ricognizione costiera notturna. Devono controllare le possibilità di traffici illeciti nel tratto tra Elmas - Capo Carbonara - Capo Spartivento e poi tornare a Elmas. Le due località si trovano agli estremi opposti del golfo di Cagliari, il primo ad Ovest e il secondo ad Est: meno di 100 km di costa in tutto.
Si tratta di un’operazione combinata. Significa che Volpe 132 deve cooperare con una nave, la G.63Colombina. Elicottero e nave devono avere lo stesso piano di intervento: stesso piano di volo e stesso piano di navigazione. Ma non è affatto così. Colombina deve spingersi ben oltre i confini del territorio assegnato all’elicottero, 111 km ad est di Capo Carbonara, in pieno mare aperto dunque. Ma non era una missione costiera? E come mai due mezzi che devono cooperare vengono mandati in zone differenti e distanti tra loro? Non si sa!
L’elicottero decolla alle 18,44, quando comunica alla base di Elmas che stanno per volare fino a Capo Carbonara per poi dirigersi a Sud per una breve ricognizione. Obiettivi precisi dunque, mirati e ben definiti. Un quarto d’ora dopo, alle 18,58 una nuova comunicazione. ”Stiamo lasciando la  zona in questo momento e ci portiamo verso Capo Carbonara. La quota è di mille piedi”.
L’operatore registra la chiamata e fissa un appuntamento per quando l’elicottero arriverà a Capo Carbonara. Ci vogliono pochi minuti, ma quando arriva l’ora dell’appuntamento radio, non succede più niente. E non succede più niente per quasi un’ora, fino alle 19,52 quando finalmente da Elmas arriva una richiesta: “Volpe 132, Volpe 132”. Ma i due finanzieri a quel punto sono già morti.
Perché quel buco di comunicazioni di un’ora pur essendoci un appuntamento ben preciso, concordato con la base? Come mai, visto che l’appuntamento non viene rispettato, la base non si preoccupa prima di cercare un contatto con l’elicottero? Nella relazione si parla di zone d’ombra, ma la rotta seguita dall’elicottero non incontra alcun ostacolo in grado di giustificare questa supposizione. Come sono andate davvero le cose? Non si sa!
radarCi sono altri fatti inquietanti nella relazione militare.
In essa si scrive che alle 19,07 l’equipaggio comunica alla sala operativa della Finanza di Cagliari di essere nei pressi di Capo Carbonara e di dirigersi verso Sud in base ai bersagli segnalati dal radar. Dunque ci sono obiettivi molto precisi da raggiungere. Quali? Non si sa!
E poi alle 19,15 Volpe 132 incrocia la motovedetta Colombina, quella cooperante. Il comandante dell’imbarcazione è il maresciallo Atzori, che dice di aver ricevuto una conferma via radio: “Stiamo lasciando Capo Carbonara e scendiamo a Sud, ci sentiamo ogni 5-6 miglia”.
Ma tre minuti dopo l’elicottero vira verso Est (verso Capo Ferrato) e poi sparisce dagli schermi. Sono circa le 19,20.
La Colombina torna protagonista della storia, quando arriva un ordine dato con voce distaccata, fredda e con tono burocratico: Dirigersi a sud – dice il messaggio - “alla ricerca di un elicottero del corpo” queste le esatte parole. Nessuna ansia, nessuna preoccupazione per la possibile scomparsa di due colleghi.
Parte la ricerca, ma quest’ordine arriva alla nave alle 21,10: sono passate quasi due ore dall’assenza totale di ogni notizia del Volpe 132 e del suo equipaggio. Perché questo esagerato ritardo? Non si sa!
La commissione d'inchiesta militare indica il luogo possibile della tragedia in un'area tra Capo Carbonara e Capo Ferrato. E questo è ancora più sconcertante. Come fanno a sapere dov’è caduto l’elicottero, se i due piloti Deriu e Sedda, nella loro ultima comunicazione, avevano detto di dirigersi proprio nella direzione opposta? Non si sa!
E torniamo alla stessa domanda di prima. Perché una relazione così ricca di incongruenze e così povera di logica, e che comunque non arriva ad alcuna conclusione, se non a un'ipotesi generica di incidente, deve essere oscurata? Chi e perché ha cercato di blindare con il segreto di Stato un documento nel quale in fondo c'è poco o nulla? Ormai la risposta la conoscete bene: non si sa! 

La vicenda della Lucina

La nave che da tre giorni è alla fonda nella baia di Feraxi e che sparisce subito dopo la tragedia e che ufficialmente là non c’è mai stata, ha una storia alla quale ho già accennato, ma che voglio approfondire.
Che quella nave fosse proprio la Lucina non ci sono dubbi. I testimoni oculari della tragedia non hanno avuto alcun tentennamento, anche perché era ferma in baia da tre giorni e non è la prima volta che arriva là. Non si poteva proprio non notarla.
Le osservazioni degli abitanti starebbero benissimo nella trama di un romanzo giallo. Sulla nave di giorno non si vede nessuno, di notte le luci rimangono spente, eppure la linea di galleggiamento si abbassa ogni giorno di più, come se qualcuno caricasse la nave di nascosto e al buio durante la notte.
La Lucina è uno dei punti chiave della vicenda. Tra l’altro è l’imbarcazione che si porta dietro la storia terribile dei sette marinai trucidati in Algeria. Il perché rimane un altro dei tanti misteri della nostra repubblica. In questo caso c’è anche un processo, ma un processo strano, perché dura solo due giorni si chiude con una sentenza apparsa a tutti molto politica e che addossa a presunti estremisti islamici la responsabilità della strage. Ci sono anche tentativi italiani (ad es. della procura di Trapani) di indagare sulla strage, ma con scarsissimi risultati.
La "Lucina" oggi Joanne 1L’equipaggio della Lucina è di nove uomini. Due di questi però sono in licenza. Uno, Gaetano Giacomina, di Oristano è un agente della struttura supersegreta Gladio, organizzata dalla NATO per contrastare una eventuale invasione sovietica. Gaetano, fino a poco prima della strage, è un agente infiltrato in Algeria. Morirà 4 anni più tardi a Capo Verde in uno strano incidente. La salma non è stata vista da nessuno, nessuno l’ha mai identificata, neppure il padre che per anni chiede una perizia per sapere se dentro quella bara c’è davvero suo figlio e se è stato assassinato. La magistratura di Oristano ha sempre negato l’autorizzazione a riesumare la salma per la perizia. E anche questo è un fatto strano.
La vicenda della Lucina ha un sussulto quando un ex 007 algerino dichiara che la rivendicazione degli estremisti islamici è un falso e che responsabili della strage sono i servizi segreti algerini. Secondo questa versione l’idea era venuta a Mohammed Mediane, il numero due dei servizi segreti algerini, per creare un clima di tensione subito prima del vertice G7 di Parigi e ottenere così aiuti economici per il paese nord africano, ormai sull’orlo della bancarotta. Queste rivelazioni, pubblicate dall’inglese Observer, vengono poi confermate da un altro misterioso personaggio, un certo Hakim, a Le Monde.
Il governo italiano attraverso i ministri Lamberto Dini e Beniamino Andreatta liquida la questione con un “poco credibile” e gli accusatori come “inaffidabili”. Come fanno a saperlo? A suggerire che questa fonte è poco credibile sono nientemeno che gli 007 di sua maestà la regina d’Inghilterra. Il nostro servizio segreto, il SISMI, recepisce l’informazione e fa una cosa che a nessun servizio segreto potrebbe mai venire in mente: fa un comunicato all’ANSA, in cui afferma che si tratta di “un pacco di bugie di un uomo che aveva cercato di vendere le sue informazioni a tutti i giornali inglesi”. L’Observer replicherà che a quell’uomo era stata semplicemente offerta una tazza di thè.
Il processo di primo grado per le vicende della Lucina si tiene nel 1999 ed emette le sue condanne: il carcere a vita per Draa Chabanne, più una a dieci anni e una a cinque con nove assoluzioni per i 12 presunti membri della GIA mandati a processo. La procura algerina fa ricorso ottenendo, nell’appello, la condanna a morte per Draa Chabanne. L’imputato è reo confesso, ma quando si presenta in aula si capisce perché. É pestato in modo molto evidente e dichiara che la confessione gli è stata estorta con torture atroci. Tutte le sentenze di primo grado vengono confermate nei confronti degli altri imputati responsabili. Ma il processo è accompagnato da molte situazioni stranissime. Intanto la durata: due giorni per il primo e due giorni per il secondo, un vero record. Le famiglie delle vittime sono avvertite poco prima del dibattimento, così che non solo non hanno il tempo di costituirsi parte civile, ma nemmeno di essere presenti alle udienze; lo stesso accade per i giornalisti italiani. E poi c’è il silenzio della stampa che conta in Algeria; nessuno parla del verdetto, solo alcune fonti private di informazione.
Tra le accuse anche “furto e rapina” dal momento che dalla nave sono sparite 600 tonnellate di carico non meglio identificato. Ufficialmente la Lucina trasportava semola per fare cus-cus. Riesce davvero difficile pensare che una organizzazione terroristica sia interessata a portarsi via 600 tonnellate di farina. Molti sospettano che si tratti di armi o di rifiuti tossici o di entrambe le cose. Il traffico di queste merci in quegli anni tra Europa e Africa è, come abbiamo imparato dalle precedenti puntate, all’ordine del giorno.
Ma quell’anno maledetto, il 1994, ha visto già dei fatti molto dolorosi avvenire in Africa. Tre mesi prima, il 27 marzo a Mogadiscio, Ilaria Alpi e Milan Hrovatin vengono assassinati mentre conducono una inchiesta sul traffico illecito di armi e scorie tossiche e radioattive; otto mesi prima sempre in Somalia muore Vincenzo Li Causi, agente segreto italiano, responsabile del centro di Gladio a Trapani, tra l’altro amico di Ilaria Alpi.
Storie intrecciate con quella della Lucina? Non si sa, però la magistratura siciliana cerca di scoprire qualcosa anche in questa direzione. Ma non ne ricava granché.
Il 6 luglio 1994, il giorno prima della mattanza, il vice comandante della Lucina telefona alla figlia e dice “Bambina mia, non posso più parlare con te: se metto fuori il naso dalla nave mi sparano”. La nave è ferma in porto da 27 giorni, bloccata là senza che nessuno spieghi perché.
Chi avrebbe dovuto sparare? Sembra quasi che la nave sia in ostaggio di qualcuno. E se c’è tutta questa paura, come mai la Lucina è attraccata al molo con le passerelle abbassate, mentre il protocollo di sicurezza italiano prevede di stare ad almeno 500 metri al largo?
Come mai l’ambasciata italiana ad Algeri si stupisce perché non è neppure al corrente della presenza della nave italiana nel porto di DjenDjen, contrariamente alla prassi normale?
Inquietante la testimonianza di Domenico Schiano Di Cola, fratello del macchinista. Lui aveva viaggiato altre volte sul mercantile nella rotta algerina: "In quel porto non poteva entrare neppure uno spillo. I militari controllavano tutto. E poi non mi risulta che siano state trovate tracce di effrazione o segni di lotta...".
Insomma i lettori di questo romanzo giallo non possono che pensare che le vittime conoscessero i loro carnefici.
La Lucina dunque è una fonte inesauribile di misteri, tra i quali anche la sua presenza a Feraxi quando Volpe 132 la sorvola prima di esplodere. La nave poi, a luci spente, prende il largo.
La Lucina esiste ancora, dopo essersi chiamata Pepito oggi è la Joanne I e batte bandiera panamense.

Un altro elicottero sparisce

E adesso, attenzione! Perché le questioni si fanno sempre più intricate e tirano dentro avvenimenti che apparentemente non hanno niente a che fare con Volpe 132, ma, appunto, solo apparentemente. Un po’ di pazienza e cercate di seguire i rivoli di questa storia.
Dal momento che stiamo raccontando questa storia di sparizioni di uomini e mezzi, non ci facciamo mancare niente. Volpe 132 ha un fratello, un fratello gemello. Anche lui si trova in Sardegna, ad Oristano.
C’è un altro processo da seguire, meno eclatante di quello della Lucina. É un contenzioso tra la società Wind Air e Siam Leasing della Banca dell’Agricoltura. Quest’ultima rivendica una rata non pagata per l’acquisto di un elicottero A-109, esattamente uguale a Volpe 132. La banca rivuole indietro l’elicottero, che è parcheggiato in un hangar nella zona industriale di Oristano. Ma quando l’ufficiale giudiziario si reca sul posto per eseguire il sequestro, dell’elicottero non c’è alcuna traccia: è scomparso nel nulla. Ora un elicottero non è un motorino che uno può rubare e mettere in cantina. É il 24 marzo 1994, tre settimane dopo i fatti di Feraxi e di Volpe 132. L’elicottero di Oristano viene trovato un mese e mezzo più tardi, a Quartu S. Elena, che si trova di fronte al golfo di Cagliari non molto lontano da Villasimius e dalla baia di Feraxi. Oristano invece è al centro della Sardegna, sulla costa occidentale. Ma l’elicottero non è completo: manca tutta l’avionica, vale a dire la strumentazione di bordo. Anche questa viene ritrovata successivamente. Entrambi i ritrovamenti avvengono grazie alla soffiata di alcuni pentiti.
Il sospetto della procura di Cagliari è che di quell’elicottero interessassero solo dei pezzi da usare magari per comprovare la sparizione di un velivolo identico, come appunto Volpe 132.
E anche se l’inchiesta che segue non porta a nulla, perché anche il processo sulla rata non pagata ha i suoi bravi misteri, permette però di alzare un po’ di polvere e vederci meglio su uno strano mondo sotterraneo che gira intorno proprio alla Wind Air, la società che aveva in carico l’elicottero di Oristano, scomparso e ritrovato vicino a Cagliari ma senza gli strumenti di bordo.
Appaiono sulla scena altri strani personaggi. C’è un americano, Clark Kendall, due ex piloti bosniaci nascosti nella zona e un ufficiale del SISMI che ha operato per anni in Sudamerica. Intanto il processo non procede affatto. Si assiste a continui rinvii e, quando ormai c’è il rischio della prescrizione, alcuni deputati sardi si rivolgono al ministro della giustizia dell’epoca, Oliviero Diliberto (era il 2000 e c’era il governo D’Alema) perché sia fatta chiarezza, ma non succede niente e il 5 aprile dello stesso anno il processo fantasma si chiude senza niente di fatto. Anche gli imputati sono fantasmi, lo è la compagnia Wind Air di cui si sa poco o niente e lo è il principale imputato, Costantino Polo, che non si è mai presentato davanti ai giudici. Certo farsi processare contumace è un diritto, ma chi è Costantino Polo? Lo si ricava dagli incartamenti delle società in cui compare come socio o amministratore.
Nato A Monte in Corsica il 19 settembre 1936. Peccato che in Corsica un comune che si chiami Monte semplicemente non esiste. Se poi si prova a saperne di più altri misteri affiorano. Polo infatti appare come intestatario o socio di numerose società, prevalentemente a responsabilità limitata e in una SaS, la Neo Immobiliare 92 di Polo & C. Sede a Roma in via del Casaletto 201. Valore delle quote 3 milioni di lire; 1500 euro. Un po’ pochino per chi ha attività che prevedono la costruzione e la vendita di immobili e che offre garanzie a terzi.
Tra gli amministratori della società c’è un altro Costantino Polo; tutti i dati coincidono tranne l’anno di nascita: un altro errore di trascrizione come quello del comune natale? Può darsi, ma seguendo questo dato si arriva ad altre tre società SRL.
La sua residenza dovrebbe essere a Roma in via Amodio 31. Dopo sei anni di permanenza nella capitale, il trasferimento a Belluno. Ma da un accertamento sulle utenze telefoniche risulta che il signor Costantino Polo non esiste né a Roma, né a Belluno.
E veniamo alla società che aveva acquistato in leasing l’elicottero di Oristano, la Wind Air. Loro si occupano di “servizi aeronautici e aeroportuali, tecnici e amministrativi”. La sede è a Roma in una palazzina di pochi appartamenti. I condomini non sanno niente di Costantino Polo né del personale della Wind Air; mai visto né sentito nessuno. La sola traccia è una targhetta.
Risulta poi ancora più strano che la corrispondenza venga regolarmente respinta e che non esista alcuna utenza telefonica registrata alla società. Alla camera di commercio non esistono i bilanci ufficiali e i relativi allegati. Ed infine la Wind Air ha una sede distaccata a Nuoro, domiciliata in una strada che non esiste.
E il processo? Ad un certo punto la parte lesa, cioè la Banca dell’Agricoltura non si presenta in aula e questo fa pensare al giudice che non abbia interesse a procedere con la querela. L’avvocato della banca lo conferma telefonicamente “Non avevamo più un interesse per andare avanti”.
Davvero interesse? O avevano avuto un’offerta che non si può rifiutare?  

Droga, GdF … e ancora Volpe 132

E passiamo ancora ad un altro processo. É il 2003; a Cagliari si procede contro Roberto Vernesoni, colonnello della finanza, accusato di traffico di droga. Sarà condannato a 7 anni in appello. Che ci frega di questi fatti? C’è un maresciallo tra gli imputati, un certo Giovanni Mei che ad un certo punto dice testualmente ... perché pare che ci sono 4 o 5 pentiti che accusano Vernesoni di aver dato della droga e fra l'altro di essere il fautore dell'abbattimento del famoso elicottero con due piloti a bordo.”
Sull’aula scende un silenzio totale, ma si va avanti. Un anno e mezzo dopo Mei viene ascoltato dalla procura di Cagliari. Ecco la sua deposizione: “Nella primavera del 1997 incontrai il maresciallo Valerio De Giorgi ... che mi chiese se fossi coinvolto nell'indagine per traffico di stupefacenti per la quale stavano parlando 4 o 5 pentiti ... Il De Giorgi aggiunse che questi stessi pentiti parlavano del fatto che il colonnello Vernesoni avrebbe avuto un ruolo attivo nell'istruire certi personaggi per abbattere l'elicottero della Finanza scomparso tempo prima.
Certo il De Giorgi smentisce di aver mai avuto quella conversazione, ma il maresciallo continua:
“... quando apparvero le prime notizie stampa relative alle dichiarazioni del pentito Zirottu, rammentai che questo individuo, qualche volta, l'avevo visto negli uffici del Goa (l'antidroga delle Fiamme gialle) per colloquiare con il colonnello Vernesoni. Reputo che fosse un confidente"
E chi diavolo è questo Zirottu? Probabilmente un collaboratore di giustizia, forse istruito per tentare un depistaggio delle indagini. Infatti nel 1997 egli si presenta al giornale La Nuova Sardegna raccontando di aver partecipato ad un traffico di armi tra Corsica e Sardegna e di aver assistito all’abbattimento dell’elicottero della finanza davanti a Villasimius. A capo dell’operazione ci sarebbe stato un certo Capobianco. Ma la sua versione è molto imprecisa. Sbaglia di venti km il luogo dell’abbattimento, rispetto a quanto sostenuto dai quattro testimoni oculari e poi questo Capobianco non lo conosce nessuno né in Sardegna, né in Corsica.
Come si può notare questa storia del velivolo abbattuto emerge nei racconti di affari sporchi che riguardano quegli anni. Ed è proprio come quando si affrontano altri argomenti, come ad esempio i fatti del DC9 di Ustica, che emergono legami con molte altre vicende piene di sangue nel nostro paese. Vicende che nessuno conosce, e che quei pochi che conoscono tengono per sé. Vicende dunque segrete, proprio come gli atti dei procedimenti sui fatti di Volpe 132.
E tuttavia, anche se è evidente che le colpevolezze degli atti tocca ai tribunali stabilirle, le impressioni che si ricavano dalle storie sono altrettanto significative e da queste si ricava quella che, una volta di più, ci siano affari molto sporchi da proteggere e che all’interno del Corpo della Finanza ci siano pesanti responsabilità per la tragedia che è costata la vita a Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda.

Ancora Indagini

Nel 2011 i carabinieri arrestano 4 persone con l’accusa di traffico di droga. C’è un’intercettazione telefonica del 18 ottobre di quell’anno, registrata nell’automobile di uno di questi, Davide Porcu, che racconta all’amico Marco Cossu “Alcuni miei amici, per paura di essere avvistati e arrestati, nella zona di Villasimius hanno abbattuto con un lanciarazzi a testata termica un elicottero della Guardia di finanza. Sono passati vent'anni”.
Si trova a pagina 26 dell’ordinanza di custodia cautelare: credo non ci siano molti dubbi sul fatto che si stia parlando proprio di Volpe 132.
Il Porcu continua liberamente il suo racconto, ignorando di essere spiato. “Bisogna procurarsi uno di quei lanciarazzi a testata termica. Li porti in campagna e li vedi ssfff buumh. A Villassimius l’avevano fatto. Hanno tirato giù uno della Guardia di finanza”, racconta Porcu all’amico che chiede: “Ma quelli in gommone?”   E Porcu aggiunge altri particolari: “Se non buttano giù l’elicottero sono cuccati tutti perché quelli mandano comunicazione e vengono, capito? E vedono quello che sta succedendo. Quelli li hanno visti arrivare da lontano e hanno detto buttalo giù prima che arrivino”. A quel punto Cossu vuole sapere chi erano i protagonisti della vicenda, ma Porcu pur dicendo di conoscerli non fa nessun nome.
E non li svela nemmeno alla magistratura. In questa vicenda, come nelle altre che ho raccontato fin qui, ci sono sempre delle cose che non tornano. Certe volte sembra impossibile che elementi che a noi oggi sembrano fondamentali non siano neppure stati presi in considerazione. Facciamo un esempio. Non credo sia difficile scoprire chi ha perorato la causa del segreto di stato sulla vicenda o sapere chi ha redatto quella perizia militare così lacunosa e palesemente falsa. Come sempre è il voler fare le cose che manca in questo paese così ricco di Pulcinella.
Il 7 luglio 2015 presso la sede della Biblioteca Autogestita Zarmu a Cagliari davanti ad un pubblico curioso ed attento viene proiettato il documentario intitolato “Il Grano e la Volpe”, che racconta l’indagine meticolosa di due giornalisti de ''La Nuova Sardegna'', Piero Mannironi e Pier Giorgio Pinna. Ripercorre in tutti i dettagli la vicenda dell’elicottero Volpe 132, così come l’ho raccontata stasera. Vorrei però condividere quanto si racconta nell’incipit dell’opera: ''in una storia è possibile che non ci sia una sola verità. Talvolta le verità si scoprono, si costruiscono e si alimentano nel corso del tempo. (…) Diventano un unico, grande quadro, una sola immagine, ma piena di crepe. Come un mosaico i cui solchi sono attraversati da misteri, coincidenze, paure, e tra le quali cerca di farsi largo la verità.
La situazione, che non appartiene solo a questa vicenda, è il fatto che i cittadini non ne sanno niente. Neppure gli stessi sardi conoscono la drammatica vicenda di Volpe 132, tanto complessa quanto circondata da un alone di colpevoli silenzi, misteri e depistaggi. E, come sempre, è l’ignoranza, la mancanza di informazione a minare la libertà di noi tutti.

Le premonizioni di Macchiavelli

volpe132 07In questi ultimi articoli l’aggettivo strano è comparso una infinità di volte. Ecco un altro caso davvero molto, molto strano, addirittura inquietante. C’è uno scrittore bolognese, Loriano Macchiavelli, che forse qualcuno ricorda come l’inventore del commissario Sarti, quello interpretato da Cavina nella serie televisiva alla fine degli anni 80 su RAI2. Ha scritto molti libri soprattutto gialli. Tra questi libri, uno ha fatto scalpore. Si intitola “Strage” e racconta in modo romanzato una delle possibili verità sulla strage alla stazione di Bologna. Per la strage Valerio Fioravanti e Francesca Mambro prendono l’ergastolo, altri personaggi più o meno noti sono condannati per depistaggio. Licio Gelli, capo della P2 prende dieci anni. Ma la conclusione processuale della vicenda non è per niente convincente e lo stesso Cossiga che di segreti ne ha portati un pacco piuttosto grande nella tomba si diceva convinto dell’innocenza dei due. Nel 1990 dieci anni dopo la strage di Bologna e cinque prima delle condanne definitive, Macchiavelli pubblica, appunto, il suo romanzo “Strage”. Uno dei personaggi presenti nella storia fa causa a Macchiavelli chiedendo un risarcimento stratosferico e così il libro, dopo solo una settimana nelle librerie, viene ritirato. Da quel giorno allo scrittore bolognese arrivano minacce, insulti, lettere minatorie e lui vivrà con il terrore di perdere una causa che lo avrebbe distrutto economicamente. Il 15 ottobre 1991 il tribunale lo assolve. Nel frattempo però la sua casa editrice, la Rizzoli, ha mandato al macero le copie e rifiuta una nuova ristampa; così “Strage” resta un romanzo mancato. Solo nel 2010, in occasione del trentesimo anniversario della bomba alla stazione, Einaudi lo ristampa. I magistrati che per anni e anni hanno cercato la verità vera, ne tessono gli elogi. Così Libero Mancuso: "... un magnifico romanzo, denso di colpi di scena e di sorprendenti intuizioni che contendono alle verità faticosamente ricostruite in tante sentenze, plausibilità, razionalità, verità...".
Curiosamente la copertina mostra due elicotteri, uno grande in primo piano e uno più piccolo sullo sfondo. Intorno a pag. 170 Macchiavelli racconta una storia agghiacciante.
La scena si svolge nelle acque siciliane. Un elicottero dei carabinieri è di perlustrazione. C’è una nave alla fonda che nella stiva, assieme al pesce, porta tre casse piene di missili terra-aria di proprietà di un capomafia. Lo scopo è usarli in un progetto eversivo che coinvolge militari, servizi segreti, eversori fascisti, massoni deviati, banchieri dalle mani poco pulite e frange deviate della Chiesa. L’elicottero si avvicina alla nave per un controllo, ma alle sue spalle compare un altro elicottero che lo abbatte. Poi si posa sul ponte della nave, preleva le casse con i missili e se ne va. La nave sparisce in pochi minuti dal teatro della tragedia e dalle indagini che seguiranno. Non esistono tracciati radar, nessuno sa niente, la nave là non c’è mai stata. La versione ufficiale che si cercherà di far passare è quella dell’incidente.
Tutto questo viene scritto 4 anni prima che a Feraxi Volpe 132 finisca in mare. Coincidenze? Premonizioni? Forse è solo una lettura della realtà fatta da una mente particolarmente attenta, che mette nero su bianco semplicemente quello che può accadere, data la situazione del nostro paese. Certo anche qui ci sono cose strane. Le minacce soprattutto, la causa intentata che ha così spaventato l’autore. E poi Rizzoli che manda al macero tutte le copie senza aspettare la sentenza del tribunale. Niente di tutto questo era avvenuto per il precedente romanzo sulla strage di Ustica (titolo Funerali dopo Ustica), in cui il Macchiavelli presenta una verità molto diversa da quella che allora era ufficiale. Forse, dice Macchiavelli, “Strage” era il romanzo giusto. Cosa significa “giusto”? Significa che ci ha preso, indovinando quello che avveniva per davvero, e non tanto sul caso Volpe 132, ma sulla visione di insieme che riguarda i poteri in Italia.
"Sì, - conclude l’autore bolognese - è quello che io penso. In questo Paese, dai rapporti deviati tra settori di politica, mafia, massoneria e Chiesa, nasce un nucleo che sprigiona una potenza inaudita ... Sono quelli che hanno davvero il potere e non hanno nessuna intenzione di farselo togliere. Di loro, soprattutto di quelli che si muovono nel mondo della politica, non sappiamo e non diciamo mai abbastanza".
É tutto. Certo qui non ci sono i quasi cento morti di Ustica e le vittime hanno certamente meno appeal dei giornalisti RAI assassinati in Somalia, ma il modus operandi, le connivenze evidenti, la verità storica, i depistaggi con l’intervento delle forze armate, della politica e di chissà quali altri poteri sono gli stessi, quelli che hanno fatto di queste storie un leit motiv degli ultimi decenni del nostro paese … purtroppo.

I documenti desecretati

Eccoci arrivati a cercare di approfondire elementi di verità su tutte le storie che vi ho raccontato fin qui. In breve sintesi abbiamo parlato delle navi che trasportavano rifiuti ed armi verso paesi stranieri. Paesi che accoglievano volentieri rifiuti anche molto pericolosi, spesso radioattivi,Documenti desecretati in cambio di forniture di armi oppure di denaro. Lo smaltimento, se possiamo usare questo termine, avveniva spesso in maniera approssimativa, a volte semplicemente gettando le merci sulle rive dei fiumi o sulle spiagge. In Somalia questo è successo e nel paese africano cercavano di capire cosa era successo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Probabilmente avevano capito molto, collegando anche l’utilizzo delle navi della cooperazione, con i loro carichi di vestiario, medicinali e cibo, per trasportare armi e rifiuti tossici. E per questo sono stati assassinati il 20 marzo del 1994. Da allora sono passati più di ventitrè anni, ma degli assassini e, soprattutto dei mandanti, ci sono solo indizi, ma nessuna certezza.
Certo voci che hanno confermato tutto quello di cui vi ho raccontato ce ne sono state parecchie. C’è quella di Giampiero Sebri, pentito di Camorra, che racconta l’organizzazione del trasporto di rifiuti pericolosi (spesso radioattivi) verso paesi stranieri, soprattutto africani.
C’è quella di Francesco Fonti che spiega per filo e per segno come molte navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi venissero inabissate nelle profonde acque internazionali non molto lontano dalle coste calabresi o siciliane. La mano d’opera, chiamiamola così, era fornita dalla ‘ndrangheta, ma l’organizzazione era vasta e prevedeva coperture ad altissimo livello, all’interno delle organizzazioni dello stato, dai Servizi segreti su su fino ai ministri dei governi Craxi.
Non sappiamo, finora, quanta verità ci sia in queste dichiarazioni e non lo sapremo neppure con la lettura delle carte desecretate (che non sono tutte, si badi bene). Ci sono segreti profondi che intaccano la sicurezza dello stato (questa è la formula usata per dire che sono cose che il popolo proprio non può sapere) che devono rimanere chiusi nei cassetti a disposizione non si sa bene di chi è si sa bene per quale scopo.
Ma le cose stanno così, nonostante sia chiarissimo che molte delle cose dette dai pentiti siano verissime, perché confermate, anni dopo, dai risultati delle ricerche. Ad esempio l’esatta ubicazione di navi affondate, trovate proprio là dove Fonti o Sebri avevano detto che si trovavano.
Ai fatti imputati era andato vicino tanto coì il capitano Natale De Grazia, che, con ogni probabilità, aveva capito tutto dell’intreccio tra poteri forti dello stato, organizzazioni statali e industrie che avevano bisogno di liberarsi di rifiuti pericolosi e la malavita organizzata. Per questo nel dicembre del 1994 veniva fatto fuori mentre andava a cercare le ultime prove di cui aveva bisogno. DI questo fatto non esiste traccia di verità, come vi ho raccontato nella puntata che ho dedicato a questo personaggio straordinario della nostra storia.
E poi ci sono misteri davvero imbarazzanti, come quello di quel porto a Nord di Mogadiscio, Ma’an, nelle cui banchine si sono scoperti decine e decine di container carichi di cosa? Da quando in qua si fa una banchina seppellendovi dentro dei container? Il fatto è reso evidente da una serie di fotografie scattate nel 1997 e depositate nella procura di Asti, che aveva la responsabilità di seguire una pista su Giorgio Comerio, uno dei nomi implicati in tutte queste vuicende e di cui parleremo anche stasera. Vengono “scoperte” e pubblicate da Greenpeace nel 2010. Perché sono rimaste 15 anni seppellite in un cassetto della procura piemontese? Possibile che nessuno degli inquirenti si sia accorto di cosa aveva per le mani?
E poi che fine hanno fatto le documentazioni abbondati prese da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e volatilizzate subito dopo la loro morte, durante il tormentato trasporto delle salme verso l’Italia? E perché Giorgio Comerio aveva nella sua abitazione una copia del certificato do moprte di Ilaria, quello stesso certidficato che nessuno era riuscito a trovare prima? E perché lo sdtesso certificato, acquisito dalle procure calabresi, quando è statao il momento di tirarlo fuori era scomparso?
Credo che ognuno di noi si sia fatto un’idea di cosa è successo, ma senza le prove non si può dire. Continuiamo a pensarlo, ah sì, che continuiamo.
Molte sono state le inchieste sia da parte delle varie procure sparse in tutta Italia, sia da parte di varie commissioni parlamentari. Ma quasi sempre sulle ricerche è calata come una mannaia la solita scure da parte dello stato che ha pensato bene di rendere segreti i documenti. Non lo dico io, ma credo sia abbastanza intuitivo pensare che lo stato sotto sotto le sue responsabilità le ha avute. Finalmente nel 2014, sotto la spinta delle grandi organizzazioni ambientaliste, con Greenpeace in prima linea, la presedente della camera Laura Boldrini ha dato il via libera alla desecretazione degli atti. Non tutti sono stati resi pubblici, ma di quella parte che abbiamo potuto leggere, vogliamo oggi dare conto a chi ci ascolta.
Prima però vediamo la situazione quando il giornalista Antonio Musella, napoletano, esperto sulle questioni che hanno investito la terra dei rifiuti, intervista il Presidente della Commissione Bicamerale sul traffico illecito dei rifiuti (commissione ecomafie), Alessandro Bratti. Questi è un deputato del Partito Democratico, esperto in questioni agrarie, presidente di quella commissione fino dal 2014.
Ascoltiamo questa intervista che è una specie di prequel di tutto quello di cui parleremo stasera.


Da dove cominciare? C’è solo l’imbarazzo della scelta, ma inizieremo proprio dalle navi dei veleni, che è stato anche l’argomento di partenza dei miei racconti qui a Radio Cooperativa.
Ripercorreremo questioni già analizzate e viste, questa volta però non saranno solo chiacchiere o ipotesi non suffragate, ma si baseranno perlomeno sulle indagini condotte e sulle dichiarazioni.
É abbastanza ovvio che questa sera non potremo fare tanti discorsi nostri, perché andiamo a caccia di quello che è stato scritto e detto dai protagonisti di queste storie spesso assurde. Dunque vi leggerò alcuni brani tratti da giornali e siti che certamente sono abbastanza sconosciuti e pertanto molto più interessanti che leggere le pagine di Repubblica o del Corriere.
Torniamo alle parole del Presidente Bratta, questa volta però sui documenti desecretati e letti, relativi alle navi dei veleni.
Va detto che non necessariamente gli atti contengono la verità, quella con la V maiuscola e va anche sottolineato che un conto sono i processi e la documentazione relativa e un conto è la verità storica. Queste due non sempre coincidono, perché la prima ha un suo percorso che deve seguire procedure e normative. Ascoltiamo allora l’intervento, raccontato dallo stesso Alessandro nel suo blog personale il 14 aprile di quest’anno. La fonte è il giornale di Legambiente, La Nuova Ecologia.
“Se dovessi iniziare oggi la legislatura farei un approfondimento per capire dove in quegli anni sono stati smaltiti i rifiuti, in cambio di cosa”. È l’idea che si è fatto Alessandro Bratti, presidente della commissione di inchiesta sulle Attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, dopo aver letto i documenti sulle “navi dei veleni”, resi disponibili l’8 febbraio scorso. Anche perché uno di quei documenti, come dichiara Bratti in questa intervista, riguarda il duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio e «può avvalorare la tesi che uno dei filoni su cui indagava la giornalista era il rapporto fra traffico di armi e di rifiuti».
C’è voluto tanto ma alla fine la sua commissione ha ottenuto il declassamento dei documenti sui traffici di rifiuti. Che quadro emerge?
Uno scenario fatto di traffici di armi e navi che le trasportavano. Nella copiosa documentazione ci sono notizie già in qualche modo raccontate. Che ci fossero questi traffici è stato evidenziato in passato da varie indagini. Ci sono poi informazioni, sempre già conosciute, sull’affondamento di navi e sui punti in cui sono affondate.
Quali sono gli elementi di novità?
Tutti i documenti sono rilevanti, tanto che suscitano la curiosità degli altri paesi coinvolti. Io ho trovato di particolare interesse due documenti per gli elementi di novità che presentano. Un dossier su Giorgio Comerio, perché è del Sismi, quindi scritto da investigatori specializzati, che mette in connessione i traffici di armi, di rifiuti, personaggi come Comerio e Marocchino e addirittura l’affondamento della Moby Prince. Giorgio Comerio si conferma un personaggio pieno di luci e ombre: da un lato sembra che millanti, dall’altro ha fondato la società Odm (di cui abbiamo parlato varie volte nelle precedenti puntate), che aveva contatti con molti paesi. Emerge anche un documento, che desta preoccupazione nei paesi interessati, in cui si parla dello smaltimento di circa 200.000 fusti provenienti da Taiwan in Corea del Nord. L’altro documento che ritengo molto interessante è una nota del Sismi del luglio 2003 all’allora ministro degli Esteri Franco Frattini in cui si segnala lo sbarco sulle coste somale di due navi piene di rifiuti. La prova di un mercato che si è protratto nel tempo, anche dopo gli accordi internazionali che lo vietano.
Ha dichiarato che l’aspetto che più l’ha colpita, acquisiti i documenti, è quello relativo ai traffici di armi e di rifiuti. Che idea se n’è fatto?
Forse insistere così tanto sull’affondamento delle navi può aver nascosto o deviato l’attenzione rispetto allo scambio di rifiuti e armi, che mi sembra più interessante da approfondire. Sono sensazioni, non ho mai negato che ci siano stati affondamenti con rifiuti tossici, ma secondo me il tema vero di quegli anni sono i traffici che riguardavano paesi che davano armi in cambio di siti in cui smaltire rifiuti. Se dovessi iniziare oggi la legislatura farei un approfondimento per capire dove sono stati smaltiti quei rifiuti, in cambio di cosa, cosa è successo in quei paesi. Perché se prendevano i rifiuti chiedevano qualcosa in cambio: soldi o armi.
Ci sono elementi per andare avanti in sede giudiziaria?
Non è facile per cose di quasi trent’anni fa. Se ci sono stati, tanti reati sono andati in prescrizione. A quell’epoca anche gli accordi internazionali erano diversi e di fatto il trasporto di rifiuti da un paese all’altro era lecito. Non è facile ottenere la verità giudiziaria, ma non c’è dubbio che i fatti storici raccontati fino ad oggi abbiano un fondamento di verità.
Lei ha curato la relazione della commissione sia sul caso De Grazia che sulle “navi dei veleni”. Le relazioni dei servizi sulle navi affondate precedono di pochissimo tempo la morte del capitano. Sono emersi elementi che possono sollecitare la riapertura delle indagini?
L’elemento che poteva dare un nuovo impulso è stata la rivisitazione dell’autopsia, nella scorsa legislatura. Abbiamo scritto alla procura di Nocera Inferiore per chiedere se poteva riaprire le indagini. Mi rendo conto che riaprire un caso dopo vent’anni sia difficile. Per dimostrare che è stato un omicidio devi avere piste nuove eclatanti, come una ricostruzione con intercettazioni ambientali. L’unica novità è il licenziamento della persona che ha fatto le prime due autopsie su Natale De Grazia, Simona Del Vecchio, che è stata anche denunciata per false autopsie. Una serie di indizi portano a dire che il caso è stato archiviato troppo in fretta.
Anche qui avremo una verità storica ma non giudiziaria?
Assolutamente. E peraltro non necessariamente coincidono. La verità giudiziaria ha un suo percorso e delle sue regole. Quella storica no. Che ci siano cose che sono capitate è fuori discussione, che ci siano misteri intorno a quella morte idem. Ci sono interrogativi e misteri mai risolti anche rispetto al fatto che morto De Grazia si è di fatto disintegrato il suo pool investigativo, con motivazioni a mio parere poco giustificate.
Dopo gli ultimi sviluppi giudiziari, la procura di Roma ha riaperto le indagini sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin con l’ipotesi di depistaggio. Letti i documenti desecretati, ci sono spunti per la commissione e la magistratura?
Uno dei primi documenti declassificati con il via libera del Copasir
 riguarda un’intercettazione a Giancarlo Marocchino, che pare fosse una sorta di consulente della commissione “Ilaria Alpi” presieduta da Taormina. (Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è un organo del Parlamento della Repubblica Italiana che esercita il controllo parlamentare sull'operato dei servizi segreti italiani.) Abbiamo desecretato quelle intercettazioni perché contribuiscono a delineare la figura di Marocchino, che aldilà delle sue funzioni, si occupava anche di traffico di rifiuti. Il documento può avvalorare la tesi che uno dei filoni su cui indagava la giornalista era il rapporto fra traffico di armi e di rifiuti. Resta da capire dove andavano a finire i rifiuti, come li hanno smaltiti. Ma la Somalia non è un paese dove puoi andare a fare approfondimenti. L’abbiamo chiesto, non ci fanno andare.

Il ruolo della ‘ndrangheta

Il prossimo pezzo riguarda il ruolo della ‘ndrangheta negli affondamenti delle navi dei veleni. Ne abbiamo parlato a lungo nelle prime puntatae, grazie soprattutto alle testimonianze già ricordate dei collaboratori di giustizia. Adesso leggerò un articolo pubblicato su NanoPress il 16 febbraio di quest’anno a firma Giulio Ragni, giornalista molto attento alle questioni ambientali. Ecco l’articolo, intitolato Navi dei veleni in Calabria, la ‘ndrangheta responsabile degli affondamenti.
Sottotitolo: Nei documenti desecretati del Sismi emerge il ruolo mafioso nello smaltimento illegale dei rifiuti tossici
Leggiamo.
L’Italia è un Paese storicamente connotato da intrighi e di misteri, ma qualche pezzo di verità ogni tanto riesce ad emergere, seppur ad anni di distanza: è quanto sta accadendo intorno alle navi dei veleni in Calabria, ovvero l’affondamento delle cosiddette navi a perdere legate allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, e che ha visto la ‘ndrangheta occupare un ruolo decisivo. È quanto emerge dalla desecretazione di alcuni documenti in mano all’allora Sismi, il servizio segreto militare oggi denominato Aise, chiesta ed ottenuta dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, una conferma di quanto associazioni ambientaliste, magistrati investigativi e semplici cittadini andavano raccontando dai primi anni Novanta del secolo scorso. Quello che era un sospetto, una convinzione non suffragata da prove, ora sappiamo che era una verità, una verità già nota da tempo a pezzi importanti dello Stato.
In un documento ufficiale della Dia, la Direzione investigativa Antimafia, sono stati registrati 637 affondamenti sospetti nei mari internazionali, di cui 52 solo nel nostro Mediterraneo, in un arco temporale compreso tra il 1995 e il 2000. Perché sospetti? Queste navi sono colate a picco in giornate con perfette condizioni meteo e mare calmo, senza lanciare allarmi, ma i dubbi si moltiplicano anche per la presenza di rotte e carichi anomali rispetto ai documenti ufficiali, e per membri di equipaggi che misteriosamente sparivano nel nulla una volta tratti in salvo: troppe le ambiguità e i punti oscuri da non suscitare l’attenzione investigativa. Ora, uno di questi documenti desecretati dalla Commissione mette in campo una lista di 90 navi affondate nel Mediterraneo tra il 1989 e il 1995 legati a ‘presunti traffici di rifiuti tossici e radioattivi‘, in cui emerge il ruolo di intermediazione decisivo dell’organizzazione mafiosa calabrese.

Casi di navi affondate


Parliamo di rifiuti tossici e radioattivi, scarti industriali, spesso in mano ad enti pubblici nostrani, ma molti anche di provenienza estera: una storia purtroppo che si ripete, e la memoria recente non può non andare alla Terra dei Fuochi in Campania e al ruolo che la camorra ha avuto nel seppellimento di tali rifiuti in discariche illegali. La ‘ndrangheta preferiva invece la via del mare, ma non sorprende più oramai il fiorente business dello smaltimento illegale dei rifiuti, che ha foraggiato per anni le mafie nostrane a tutto danno del territorio e della salute dei cittadini. Tra le navi dei veleni affondate ricordiamo alcune di quelle finite nelle carte del pool investigativo di Reggio Calabria, come la motonave Rigel, colata a picco il 21 settembre del 1987 a largo della costa di Capo Spartivento, oppure la Aso, affondata il 16 maggio del 1979 al largo di Locri, o ancora lo spiaggiamento della motonave Rosso dalle parti di Amantea, il 14 dicembre del 1990. Altre navi affondate in maniera sospette sono la Nicos 1, la Mikigan, la Four Star I, la Anni, la Alessandro I, la Marco Polo, la Korabi Durres, come emerge dall’elenco stilato da Legambiente: in tutto sono stati accertati 288 relitti nei mari calabresi, ma il traffico di rifiuti illeciti deve essere archiviato ancora come ‘presunto’, in assenza di prove incontrovertibili di rifiuti radioattivi.

La storia

La storia delle navi dei veleni in Calabria inizia negli anni Ottanta, quando i Paesi occidentali, una volta sanata la carenza legislativa nazionale ed internazionale sulla scorta delle proteste ambientaliste, sono costretti a riprendersi i rifiuti di natura industriale esportati in Africa nei decenni precedenti. Il Mediterraneo diventerà il tappeto sotto cui seppellire la nostra sporcizia ed anche molta di quella altrui, come scopriranno anni dopo i magistrati calabresi indagando sulle cosiddette navi a perdere, ovvero scafi affondati volutamente insieme al loro carico criminoso truffando in un colpo solo l’assicurazione e facendo piazza pulita di scorie tossiche e radioattive: gli anni Novanta sono quelli in cui si intensificano questi affondamenti, con la connivenza decisiva di una parte del mondo istituzionale. In quel periodo, continuando sul filo di questa cronistoria, si ricorda anche una società, la Odm, che pubblicizza e propone a diversi Paesi la possibilità di smaltire scorie nucleari attraverso dei siluri da sparare nelle profondità marine, come ricorda sempre Legambiente: quel piano avrà mai avuto effettivamente esito? È uno dei tanti interrogativi rimasti ancora senza risposta. Come lo è il pericoloso intreccio tra il traffico dei rifiuti e quello delle armi, una rotta criminale che giunge fino in Somalia, dove nel 1994 vennero uccisi la giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin che conducevano un’inchiesta sul caso. Un omicidio tutt’oggi senza colpevoli certi, dopo una lunga vicenda processuale fatta di inchieste e commissioni parlamentari. Un’altra pagina nera, un altro mistero italiano.

Il ruolo della politica


Il legame soffocante tra organizzazioni criminali, parte del mondo politico e del tessuto imprenditoriale del nostro Paese ha prodotto alcune delle pagine più buie e drammatiche della storia d’Italia: l’esistenza delle navi dei veleni in Calabria è un fatto assodato, come lo è il coinvolgimento di un pezzo del mondo istituzionale e di servizi segreti deviati, che in base a quanto emerge dai documenti non più segreti, almeno fino a metà degli anni Novanta si sono spesi per coprire i traffici illeciti, invece di denunciarli, come ha ammesso anche lo stesso ex presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti Gaetano Pecorella. La strada per la verità giudiziaria è ancora lunga, prima di poter risalire al nome e il cognome dei colpevoli: c’è il cadavere, ma manca ancora l’arma del delitto, la prova certa e definitiva della presenza di rifiuti radioattivi. La vera questione è se ci sia la volontà di arrivare fino in fondo, oppure se la tentazione di occultare ed insabbiare prenderà ancora una volta il sopravvento.

Ilaria Alpi

Veniamo adesso al caso più clamoroso, quello dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ho dedicato un’intera puntata a raccontare non solo la storia di quel massacro, ma anche gli sviluppi delle indagini (quelle che ci furono e soprattutto quelle che non ci furono affatto), e anche il ruolo dei servizi segreti, di personaggi che lasciano, quanto meno, dei dubbi, come Giancarlo Marocchino e Giorgio Comerio, dell’ignobile farsa del presidente della commissione sul caso, Carlo Taormina, al quale va il mio totale disprezzo per il suo comportamento e non solo nel caso di Ilaria.
L’articolo che voglio condividere con voi questa volta è firmato da Francesco Romanetti de Il Mattino di Napoli ed è stato pubblicato nell’estate del 2016. Eccolo, integralmente (link).
Sulla prua c'era scritto Lynx. E Radhost, Jolly Rosso, Rigel. Oppure Cunsky. Sono i nomi delle «navi a perdere», le «navi dei veleni», che dagli scali europei portavano rifiuti tossici e radioattivi sulle coste dell'Africa. Nel marzo del 1994, pochi giorni prima di essere uccisi da un commando a Mogadiscio, forse Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, su una di quelle navi, ormeggiata nel porto somalo di Bosaso, ci erano anche saliti. Forse. In ogni caso erano andati fin lì, a Bosaso, proprio per scoprire lo sporco affare del traffico internazionale di rifiuti velenosi e di armi. Quello che da società e armatori con domicilio in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra seguiva le rotte che conducevano in Somalia. Con appoggio e complicità di mafia, camorra, ndrangheta e altre organizzazioni. E all'ombra della cooperazione internazionale. Un abbraccio perverso tra business in giacca e cravatta, economia criminale e poteri statali. I taccuini di appunti riempiti da Ilaria Alpi e le immagini girate da Hrovatin (che sono spariti) raccontavano quello che non si è mai saputo. La sentenza di assoluzione di ieri dice che Hashi Omar Hassan con questa storia non c'entra niente. Chi lo ha sostenuto fin dal primo momento (compresi i genitori di Ilaria Alpi), ha ora la conferma che Hashi - rimasto ingiustamente in carcere per 16 anni - è stato solo un capro espiatorio. E allora c'è stato depistaggio. Allora l'inviata del Tg3 e l'operatore della Rai vennero ammazzati perché avevano scoperto quello che doveva rimanere nascosto. Chi sono i mandanti? Fin dentro quali palazzi si sono annidate le complicità?
Mariangela Gritta Grainer, che sul caso Alpi-Hrovatin lavora da oltre vent'anni (ci ha scritto anche tre libri), da parlamentare del Pds ha fatto parte della commissione d'inchiesta sulla cooperazione tra Italia e Paesi in via di sviluppo. E non ha mai avuto dubbi: quella di Ilaria e Miran fu un'esecuzione (come titolava già il primo dei suoi libri). «Nel traffico dei rifiuti tossici - ricorda - erano coinvolti anche pescherecci donati dalla cooperazione alla Somalia, ai tempi di Siad Barre. Partivano per portare pesce in Italia, poi tornavano a Mogadiscio seguendo lunghe rotte che andavano dall'Irlanda all'Iran, con tappe a Beirut. E scaricavano armi e fusti velenosi. È probabile che una parte di scorie tossiche siano interrate lungo la strada tra Garoe e Bosaso. Ma naturalmente nessuno è mai andato a cercarle. Si sa invece che quando ci fu lo tsunami, che toccò anche le coste del Corno d'Africa, sulle spiagge furono trascinati bidoni di rifiuti velenosi e radioattivi. Quelli che erano stati scaricati in mare».
Ilaria Alpi aveva dunque messo il naso in un colossale giro d'affari. L'ipotesi del depistaggio, avanzata nel corso del tempo da più di un magistrato, si rafforza con la sentenza di ieri che assolve Hashi Omar Hassan. Il suo accusatore - Ali Rage Hamed, detto Jelle - disse di averlo incastrato perché gli era stato chiesto. Da chi? Disse pure di essere stato pagato. Da chi? «In ogni caso va ricordato che Jelle non ha mai messo piede in un aula di tribunale italiano e che la sua ritrattazione, poi raccolta all'estero dal magistrato, è stata resa nota solo grazie all'iniziativa della trasmissione Chi l'ha visto - sottolinea Mariangela Gritta Grainer - La verità andrebbe ora cercata nell'enorme documentazione messa insieme dalla Commissione d'inchiesta parlamentare, nelle carte della Procura di Roma, dove sono stati convogliati documenti e testimonianze sul caso Alpi-Hrovatin, inviati da una quindicina di altre Procure». E poi ci sono i circa 600 dossier (una parte prodotti dai servizi segreti italiani), desecretati per iniziativa di Laura Boldrini, che fanno riferimento a molti misteri internazionali.
I buchi neri che hanno costellato la vicenda per 22 anni sono tantissimi. Dall'autopsia non effettuata (il corpo di Ilaria Alpi fu riesumato solo nel 96), alle tre perizie basilistiche per accertare che la giornalista fu ammazzata con un colpo alla testa sparato a bruciapelo. La stessa commissione parlamentare d'inchiesta, presieduta da Carlo Taormina, si concluse con una controversa relazione di maggioranza, che optava per la «casualità» dell'agguato e che venne contestata da altre due relazioni della minoranza. La costituzione di una seconda commissione d'inchiesta naufragò malamente nel 2008. Ma quelli erano gli anni, si sarebbe poi scoperto, dell'Italia del bunga bunga e delle olgettine, che aveva altro a cui pensare che rispolverare il caso Alpi-Hrovatin. Anche le inchieste giudiziarie sono andate avanti tra avocazioni e richieste di archiviazione. Hashi Omar Hassan, venuto in Italia nel 97 per testimoniare sulle violenze dei militari italiani sulla popolazione somala, finisce in cella con l'accusa di aver fatto parte del commando. Viene assolto. Poi condannato all'ergastolo. Poi a 26 anni. Da ieri è libero. Il caso non è chiuso.
Su questo fatto possiamo approfondire ancora un po’. Sono informazioni preziose, anche se lasciano molto amaro in bocca, ma è sempre bene che chi desidera essere informato lo sia fino in fondo. Quindi scuserete se ci saranno ripetizioni di quanto già detto, ma credo ne alga la pena. Ecco un altro lunghissimo articolo, pubblicato nel marzo di quest’anno da Fogli di Notizie (vi avevo avvertito che non avremmo letto giornali famosi e diffusi ovunque) e firmato proprio da Mariangela Gritta Grainer, di cui si è parlato nel precedente pezzo. Ricordo è scritto il 17 marzo 2017 e a quella data noi dobbiamo fare riferimento.
Per chiarezza ricordo anche che, dopo l’assassinio, un solo testimone si presenta in aula. tale Ahmed Ali Rage, il quale accusa un suo comptriota, Hashi Omar Hassan di essere l’esecutore del crimine. Costui, dopo il processo di primo grado va all’estero, ma torna per il processo di secondo grado. E già questo è un fatto strano: perché mai tornare in un paese in cui è praticamente certa una condanna molto pesante, probebilmente all’ergastolo? Comunque torna e viene condannato prima all’ergastolo e poi a 26 anni: è il 1999. Solo molti anni dopo Rage farà sapere di essersi inventato tutto e di aver scelto Hassan come capro espiatorio. Il processo quindi deve essere riaperto e revisionato. La domanda che mi faccio è che tutti, ma proprio tutti i presenti a Mogadiscio quel giorno, compreso l’autista di Ilaria e la sua guardia del corpo, avevano visto che dalla jeep che li aveva bloccati erano scesi sei uomini armati per uccidere i due giornalisti. Dove sono finiti gli altri cinque? Possibile che nessun dubbio sia emerso nei giudici di quel processo? O andava bene così per mettere il cuore in pace ai genitori di Ilaria e alla famiglia di Miran, agli amici ecolleghi della RAI e a tutti quelli che avevano vissuto quella barbarie come se fosse stata fatta ai propri parenti?
Non lo so, per questo preferisco riferire quanto scrive Gritta Grainer, commentando l’accaduto del marzo di quest’anno. 
Gritta Rainer dunque racconta quanto segue. A Perugia si è conclusa la revisione del processo nei confronti di Hashi Omar Hassan condannato a 26 anni di carcere per concorso nell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.
La condanna era basata sulla testimonianza di Ahmed Ali Rage, risultata falsa. Del resto, sia nel processo di primo grado che in molti commenti illustri, il termine “capro espiatroio” ricorreva continuamente.
Le motivazioni della sentenza di Perugia (12 gennaio 2017) si concludono con due punti importanti:
... deve revocarsi la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Roma …. nei confronti di Hashi Omar Hassan, con conseguente assoluzione del predetto reato ascrittogli per non aver commesso il fatto.
 “… indipendentemente da chi fosse stato l’effettivo ‘suggeritore’ della versione dei fatti da fornire alla polizia … il soggetto Ahmed Alì Rage detto Jelle potrebbe essere stato coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata …
Attività di depistaggio che ben possono essere avvalorate dalle modalità della ‘fuga’ del teste e dalle sue mancate concrete ricerche ….
Dunque un cittadino somalo è stato in carcere per 18 anni ed era innocente.
L’errore giudiziario “perseverante” in tutti questi anni viaggia insieme al fatto che c’è chi ha depistato, costruito carte e piste false.
Rièpercorriamo per l’ennesima volta quel 20 marzo. A casa Alpi, a Roma, è un pomeriggio di domenica quando arriva una telefonata dal TG3: “Ilaria è morta” dicono. Incredulità e disperazione: l’avevano sentita poche ore prima al suo rientro a Mogadiscio da Bosaso, stava bene e non vedeva l’ora di tornare a casa.
La notizia, riportata dall’ANSA, non proviene dalle autorità italiane o dall’UNOSOM, l’ente delle nazioni Unite che aveva il compito di tutelare le operazioni umanitarie in Somalia. La notrizia arriva da Giancarlo Marocchino, l’imprenditore italiano che si recherà per primo sul luogo dell’agguato e che avrà e continua ad avere un ruolo chiave e ambiguo in questa tragica storia. Di lui parleremo più avanti.
Da subito si tenta di accreditare la tesi dell’incidentalità: un attentato dei fondamentalisti islamici, una rappresaglia contro i militari italiani, un tentativo di sequestro o un tentativo di rapina finiti male.
Ma – dice Gritta Grainer – è stata un’esecuzione: è ciò che è venuto confermandosi in tutti questi anni dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, anche dalle sentenze della magistratura che non hanno individuato i responsabili ma il movente sì. Leggiamo ad esempio nella sentenza di condanna di Hassan all’ergastolo, novembre 2000:
“...questi scopi sono da individuarsi nella eliminazione e definitiva tacitazione della Alpi e di chi collaborava professionalmente con la giornalista … L’allarme suscitato in chi era coinvolto a qualsiasi titolo nei traffici illeciti ed il nutrito timore per la divulgazione delle notizie apprese dalla Alpi, la conseguente necessità di evitare siffatta divulgazione sono le ulteriori circostanze che hanno segnato irreparabilmente il destino di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin: costituiscono l’antefatto nonché il movente dei delitti per i quali è processo.”  
Nel 2007 il pubblico ministero Franco Jonta, della procura di Roma, chiede l’archiviazione degli atti del procedimento penale. Il giudice per le indagini preliminari
Emanuele Cersosimo respinge tale richiesta con questa motivazione:
 “… la ricostruzione della vicenda più probabile e ragionevole appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici avvenuti tra l’Italia e la Somalia venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica italiana.”
 Il gip dunque dispone che si proceda alla riapertura delle indagini partendo dall’acquisire e analizzare tutto il lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a partire dalle tre relazioni finali. La relazione di maggioranza, com’è noto, conclude che non si era trattato di un’esecuzione ma di un tentativo di sequestro finito male. Per l’avvocato Taormina nessun mistero su quelle morti, nessuna indagine scottante stavano svolgendo a Bosaso Ilaria e Miran, nessun ipotetico traffico di armi e rifiuti tossici o altro avevano scoperto. Il caso è chiuso. Le due relazioni di minoranza presentate dal centrosinistra contestano questa conclusione e accusano la maggioranza di aver fatto carte false e di aver ignorato documenti e testimonianze che mostravano come si fosse trattato di un “duplice omicidio mirato preordinato e ben organizzato con dispendio di uomini e mezzi”.
Un esempio: la testimonianza del sultano di Bosaso Abdullahi Mussa Bogor che Ilaria e Miran intervistarono pochi giorni prima di essere assassinati è stata completamente ignorata dalla relazione di maggioranza.
Il sultano dice che Ilaria sapeva del sequestro della Faarax Omar davanti al porto di Bosaso; che voleva recarsi sulla nave, uno dei pescherecci donati dalla cooperazione italiana alla Somalia, che cercava conferme (ma già sapeva) su traffici di armi e di rifiuti tossici finiti in mare o interrati durante i lavori di costruzione della strada Garoe Bosaso. Termina con queste parole: “… Tutti parlavano dei traffici … del trasporto delle armi, dei rifiuti … chi diceva di aver visto … non si vedeva vivo o spariva o, in un modo o nell’altro, moriva …”
E così mentre le indagini non producono passi avanti significativi per avere verità e giustizia, “menti raffinatissime” sono state in azione fin dai primi giorni dopo l’uccisione premeditata: omissione di soccorso, sparizione dei block notes e di alcune cassette video, non effettuazione dell’autopsia, violazione dei sigilli dei bagagli, costruzione “persistente” della tesi della casualità … sempre.
Adesso la sentenza del tribunale di Perugia: Hashi è innocente, è stato un capro espiatorio costruito attraverso un’abile attività di depistaggi.
Già, ma quali depistaggi e da parte di chi? Ecco alcuni passaggi chiave.
Nell’estate del 1997 proprio mentre stanno per arrivare dalla Somalia due testimoni oculari (autista e scorta) viene tolta l’inchiesta al magistrato Giuseppe Pititto che aveva dato un impulso al lavoro di indagine (dispose finalmente la dolorosa autopsia sul corpo riesumato di Ilaria e dispose la super perizia medico balistica che concluse:”… il colpo mortale è stato sparato a distanza ravvicinata…l’aggressore, in piedi sulla strada, sparò aprendo la portiera posteriore sinistra o dal finestrino…”).
Contemporaneamente esplode il caso delle presunte violenze di militari italiani nei confronti di cittadini somali e viene reso pubblico il memoriale del maresciallo Francesco Aloi che sostiene di aver conosciuto e frequentato Ilaria quando operava in Somalia con informazioni a dir poco improbabili. Si scatena un “rumore” mediatico fortissimo, il governo nomina una commissione di cinque persone presieduta da Ettore Gallo.
Sempre contemporaneamente spunta un nuovo testimone oculare: Ahmed Ali Rage detto Jelle che “indica” all’ambasciatore Giuseppe Cassini uno dei presunti assassini del commando di fuoco: Hashi Omar Hassan!
La procura di Roma opera con grande velocità. Il 6 di agosto Cassini viene ascoltato dal procuratore capo dottor Salvatore Vecchione.
Nel mese di ottobre Ahmed Ali Rage detto Jelle arriva in Italia e viene ascoltato dalla polizia e poi dal dottor Jonta (che ha nel frattempo sostituito il dottor Pititto): fa il nome di un componente del commando: Hashi Omar Hassan; fa un racconto molto impreciso del 20 marzo, sostiene che nessuno si è avvicinato alla macchina ma che hanno sparato da lontano. Un testimone falso che indica un capro espiatorio e, cosa importante, conferma la versione della casualità.
Jelle sparisce la vigilia di Natale sempre del 1997 pochi giorni prima dell’arrivo di dodici cittadini somali che la commissione Gallo aveva fatto venire in Italia per l’inchiesta sulle presunte violenze subite. Tra questi c’è Hasci Omar Hassan che verrà arrestato, con l’accusa del duplice omicidio, appena sbarcato all’aeroporto di Ciampino. Il suo accusatore Ahmed Ali Rage è già “irreperibile”: una fuga clamorosa e improbabile per un testimone chiave sotto protezione che ogni giorno viene accompagnato dalla polizia presso l’azienda “Scomparin” dove lavora.
Non lo si cerca più, nemmeno quando telefona dall’estero nel 2004 (e anche nel 2010) per dire che è stato indotto ad accusare Hashi da una autorità italiana e che la sua testimonianza è falsa (le conversazioni sono registrate e fanno parte della documentazione a disposizione delle autorità investigative).
Sparito il testimone, si è costruito un testimone “di riserva”, Ali Mohamed Abdi l’autista di Ilaria, già arrivato anche lui tra i dodici somali. Dopo un lungo interrogatorio e una pausa di oltre due ore finalmente dirà che sì riconosce Hashi, gli è venuto in mente, faceva parte del commando ma non aveva sparato.
Dunque il corso della giustizia è stato compromesso, gli assassini e chi li copre hanno potuto contare sul fatto che le tracce si possono dissolvere, che alcuni reperti sono scomparsi o non sono più utilizzabili, che molti testimoni hanno mentito non hanno detto tutto ciò che sapevano, altri sono morti in circostanze misteriose.
La copiosa documentazione comprendente testimonianze, audizioni, informative, materiali processuali di moltissime procure che direttamente o indirettamente hanno investigato su questo caso, raccolta dalla commissione d’inchiesta, era segreta. Grazie all’iniziativa congiunta delle Presidenza della Camera e del Consiglio iniziata nel 2014 è oggi a disposizione di tutti i cittadini anche attraverso il sito:
www.archivioalpihrovatin.camera.it
Altri 61 documenti sono stati desecretati dalla commissione ecomafie: riguardano le “navi dei veleni” che entrano nel nostro caso ancora in quel 1997 quando viene ascoltato in audizione, subito segretata, il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone (rivela quando come e perché il clan dei casalesi abbia cominciato ad interessarsi di rifiuti tossici e quali collegamenti avesse con i diversi poteri e in quali settori del ciclo…). Si viene a conoscenza del collegamento con l’inchiesta della procura di Reggio Calabria, della morte per avvelenamento del capitano De Grazia, del certificato di morte trovato tra le carte di Giorgio Comerio.
La storia di Ilaria, di sua madre Luciana l’ho raccontata. Una morte voluta con ogni probabilità dalle autorità italiane per coprire le mille porcherie che andavano facendo in Somalia e non solo. Dunque con ogni probabilità un altro assassinio di stato. Forse è tempo che la procura di Roma svolga il suo compito fino in fondo, assicurandoalla giustizia esecutori, mandanti e depistatori.

Gianfranco Marocchino

Ci sono molti nomi importanti implicati nei traffici di cui abbiamo parlato. Uno di questi è Giancarlo Marocchino, uomo forte in Somalia, quello che recupera i corpi di Ilaria e Miran dopo il loro assassinio.
E, tra i documenti desecretati, il nome di Marocchino è ben presente.
Cominciamo da quello pubblicato il 17 dicembre 2015, da cui emerge che eglil i era adoperato molto per reperire una nave da utilizzare per il trasporto di merci, tra cui anche rifiuti, dall’Italia alla Somalia. Nelle deposizioni si parla di merci abbastanza curiose: cemento, motori, camion militari e gomme triturate.
Le gomme triturate, secondo Marocchino e Francesco Baldni dell’agenzia Banfin di Livorno, sono l’inizio di un possibile affare a cinque stelle, perché con quella gomma si possono fare banchine dei porti in Somalia e cominciare un business di grande interesse.
La commissione Bratti, come abbiamo sentito all’inizio, vede in Marocchino una figura decisamente ambigua e degna di ulteriori indagini. Egli si sentiva assolutamente sicuro. In una telefonata al figlio Gabriele del 1 giugno 2005, parlando del nuovo atteggiamento degli investigatori nei suoi confronti dice testualmente: «Adesso c’è il processo... e qui sono in una botte di ferro perché di fianco a me c’ho i servizi, puoi capire».
Ma nei traffici entrano tutti. Altra telefonata, il 25 maggio 2005 con Giorgio Pittaluga, che lo aiutava nella ricerca delle navi, dice “Anche se dovesse andare sotto di 500 milioni con le banche africane, facendo due o tre viaggi per la Nato, coprirebbe la spesa».
Prendiamo la cronaca dell’inizio di ottobre del 2014, riferita da molti siti italiani.
Giancarlo Marocchino, l’italiano che per il Sismi aiutava i signori della guerra somali, non è stato mai indagato, ma indicato da tutti come uno dei principali trafficanti di armi e rifiuti tossici verso la Somalia.
Quando, nel maggio scorso (2014), escono i primi documenti declassificati del Sisde sul caso Alpi su di lui, non ci pensa due volte. Chiama l’avvocato fidato di sempre e firma una corposa querela. “Mi stanno diffamando”, assicura, dopo aver letto che per una fonte dei servizi segreti italiani potrebbe essere uno dei mandanti dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Oggi (ricordo ottobre 2014) il nome di Marocchino – e del suo fedelissimo avvocato, Stefano Menicacci (nostalgico fascista, gia parlamentare MSI) torna di nuovo nella lista nera, questa volta del Sismi, il servizio segreto militare. Decine di annotazioni, rapporti, messaggi e analisi declassificati lo indicano come uno dei principali trafficanti di armi verso i signori della guerra somali. Con una propensione, dal 1993 in poi, per Aidid, il nemico giurato degli Usa, tanto da essere espulso dal Paese su richiesta del contingente statunitense.
Un incidente momentaneo, risolto con una pacca sulla spalla da parte del governo italiano che lo fa ritornare in Somalia pochi mesi dopo.
Per il Sismi Giancarlo Marocchino era in fondo utile, come spiega una delle note declassificate. “Imprenditore abile e furbo”, lo definiscono, in grado di lavorare per tutti, che “ha il suo peso e la sua utilità relazionale” districandosi con abilità nella Somalia sconvolta dalla guerra civile. Di cosa si occupava? Oltre che di logistica, la sua occupazione ufficiale, Marocchino – secondo un messaggio del centro di Torino del Sismi del 2001 – “Avrebbe ripreso a trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi”, dopo aver costruito un nuovo porto ad El Maan, cento chilometri da Mogadiscio.
Ricordo che è quello famoso delle fotografie di Greenpeace.
Di certo dopo aver fornito – secondo l’esercito Usa – armi ad Aidid negli anni ’90, all’inizio degli anni 2000 ha ripreso le attività con la Somalia grazie a stretti contatti con il figlio del generale nemico giurato dell’Onu.
È sempre il Sismi a seguirlo nei suoi contatti nel 2003 con Hussein Mohamed Farah Aidid, ex marine, tornato in Somalia dopo la morte del padre per cercare di ricompattare il clan. Nel giugno del 2003 Aidid junior arriva in Italia con un’agenda ambiziosa, portare a casa centocinquanta progetti di cooperazione. Tutto lecito, ovviamente. Il Sismi, però, si incuriosisce quando scopre i due mediatori dell’affare: l’imprenditore somalo Yusuf Ariri e l’avvocato romano Stefano Menicacci. Due nomi strettamente legati a Marocchino, che torneranno in qualche maniera anche nella lunga inchiesta sul caso Alpi. Il legale di Marocchino è poi un nome ben noto alla Dda di Palermo che si era occupata dell’intensa attività politica tra il 91 e il 92 a favore delle Leghe del sud. Il fascicolo venne archiviato su richiesta della stessa Procura, ma rimase agli atti il dubbio dei pm, che, nelle motivazioni della richiesta di archiviazione, scrivevano: “A parere del Pm sono stati acquisiti sufficienti elementi in ordine alle seguenti circostanza: all’inizio degli anni ’90 venne elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo “progetto politico”, attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva – in particolare – agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci”.
Nell’agosto del 2003, sempre secondo il Sismi, Marocchino avrebbe partecipato ad alcuni incontri con imprenditori romani “organizzati da un funzionario del Ministero degli Affari Esteri, cui gli stessi imprenditori si erano rivolti per essere supportati nelle proprie iniziative economiche in Somalia”. Durante gli incontri Marocchino avrebbe assicurato “di essere in Somalia il referente commerciale preferito dal Ministero degli Affari Esteri, di avere a disposizione un esercito personale composto da mercenari di circa 2500 uomini in grado di garantire la sicurezza delle attività imprenditoriali e di incidere sugli equilibri interni del Paese”. In quel periodo, Marocchino stava trattando l’invio di alcuni autocarri a Mogadiscio con una agenzia marittima di Livorno nel mirino del Sisde (il servizio segreto civile) per aver violato l’embargo con l’Iraq. Pochi mesi dopo, la Commissione parlamentare sull’omicidio Alpi-Hrovatin – pur conoscendo le carte del Sismi – avrebbe chiesto a Giancarlo Marocchino di “cooperare” per la ricerca della verità.
Se questa non è una presa per i fondelli … 

Giorgio Comerio

Chiudo questa puntata leggendovi stralci presi da un articolo di Davide Falcioni, giornalista freelance piuttosto scomodo se è stato rinviato a giudizio per aver raccontato di una iniziativa NoTAV. É evidente che mi limito a leggere le notizie contenute nell’articolo, lasciando al giornalista la responsabilità di quello che scrive.
É l’8 febbraio 2017.
La Commissione Parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, presieduta dall'onorevole Alessandro Bratti, ha declassificato oggi sessantuno documenti – forniti dal Sismi – sul tema della "nave dei veleni": la declassificazione era stata richiesta da Bratti lo scorso anno ed è stata possibile dopo il consenso arrivato dal DIS, il l Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica, organismo di cui si avvalgono il Presidente del Consiglio dei ministri e l’Autorità delegata per l’esercizio delle loro funzioni e per assicurare unitarietà nella programmazione della ricerca informativa, nell’analisi e nelle attività operative di AISE e AISI.
Chi è Giorgio Comerio, trafficante di rifiuti pericolosi a Taiwan
I cable saranno disponibili a partire dai prossimi giorni e contengono analisi, note e rapporti informativi dei servizi segreti militari, che arrivano fino a metà degli anni 2000, riguardanti soprattutto l’attività di contrasto dei traffici illegali di rifiuti, in particolare quelli radioattivi. Uno dei documenti declassificati – fa sapere la commissione, che lo definisce "particolarmente significativo" – è un rapporto dettagliato su Giorgio Comerio, imprenditore navale già ascoltato dalla commissione il 25 maggio 2015, al centro di alcune inchieste della magistratura negli anni passati. "Il rapporto del Sismi del 21 aprile 2004 delinea la sua figura offrendo alcuni episodi fino ad oggi inediti, particolarmente inquietanti e che richiederanno un’attività di approfondimento". Per il Servizio Informazioni e Sicurezza Militare Comerio “risulterebbe contiguo o organico ad una serie di traffici clandestini con particolare riferimento allo smaltimento di scorie nucleari e rifiuti tossici, riciclaggio di denaro, contrabbando di armi”.
Secondo quanto rivelato dalla Commissione Comerio sarebbe stato attivo a partire dal 1995 nella zona della Baia di Hungnam, grazie ad accordi stretti con il governo della Corea del Nord. Secondo il Sismi insieme ai suoi collaboratori l'uomo sarebbe stato coinvolto nello smaltimento di “200.000 cask di residui radioattivi”, per una cifra d’affari di “227 milioni di dollari”. Questo smaltimento sarebbe avvenuto – secondo il servizio segreto – nell’area di Taiwan.
Novanta navi cariche di rifiuti affondate nel Mediterraneo
Tra le carte ottenute dalla commissione parlamentare d'inchiesta ci sono poi quelle relative alle navi affondate nel Mediterraneo i cui relitti potrebbero contenere – secondo alcuni filoni d’indagine – rifiuti pericolosi o radioattivi. Un documento del Sismi datato 5 settembre 1995, indirizzato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – CESIS e al ministro della Difesa, riportava il risultato di una analisi degli affondamenti di mercantili nel Mediterraneo dal 14 aprile 1989 al 22 luglio 1995. Sono ben 90 gli affondamenti riscontrati con relative coordinate, carico, dati dell’armatore, percorso e motivi apparenti del naufragio che – dopo la declassificazione – verranno analizzati e confrontati con gli altri atti già acquisiti dalla commissione.
Traffico di rifiuti in Somalia: nel 2003 Berlusconi sapeva
Per finire ci sono notizie rilevanti sui traffici internazionali di rifiuti destinati in Somalia, anche in epoca relativamente recente. Tra i documenti declassificati, ad esempio, vi è una nota del Sismi inviata il 30 luglio 2003 alla presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli Esteri che segnala l’arrivo a Mogadiscio di due navi “cariche di rifiuti industriali e scorie tossiche”. Si tratta della dimostrazione di un traffico criminale durato ben oltre gli anni ’90. "Su questi temi, l’intreccio tra i traffici di rifiuti e di armi, stavano lavorando la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin – ha commentato oggi il presidente della commissione Alessandro Bratti – che persero la vita in un agguato il 20 marzo 1994 proprio a Mogadiscio. Pensando al loro sacrificio e ai silenzi e depistaggi ormai accertati sulla loro morte abbiamo fatto uno sforzo notevole come commissione per individuare centinaia di documenti, inviando gli interpelli al governo per la declassificazione. E’ solo un primo passo, altri documenti diverranno pubblici presto, appena termineranno le procedure”.
Giusto per la cronaca: in quella data primo ministro era Silvio Berlusconi, ministro degli esteri Franco Frattini, entrambi di Forza Italia.
Chiudiamo qui questa puntata di Noncicredo 2.0 Spero sia stata utile per capire che i segreti a volte non sono segreti per tutti. C’è sempre chi sa, ma non lo dice con la scusa di non turbare la quiete pubblica, come se la nostra vita non fosse agitata abbastanza. E poi, diciamocelo tra noi, l’impressione che si ricava da queste storie ma anche da molte altre che ci accadono ogni giorno della nostra bvita è che ad essere protetti, in un modo o nell’altro, siano sempre i lazzaroni, i delinquenti, che evidente hanno un legame più stretto del popolo con chi tira i fili.

Puntata 3: riassunto

misteriContinuiamo il racconto delle vicende dell’Italia dei decenni scorsi, che è però importante perché traccia un modo di gestire la cosa pubblica che fa rabbrividire e che a volte ci sembra si ripresenti. Leggendo infatti le cronache odierne, scopriamo, ma è solo un esempio che faccio, che la nostra regione, indicata da tutti come un esempio nella gestione dei rifiuti, è in realtà un immondezzaio di schifezze pericolose e tossiche che stanno sotto i manti stradali, i piazzali degli aeroporti e un po’ ovunque. A perpetrare questo traffico illecito e dannoso per ambiente e popolazione sono quegli imprenditori da tutti citati come un fiore all’occhiello della nostra nazione.
Per carità, non bisogna mai generalizzare, sarebbe davvero ingiusto verso i tanti che sono dei galantuomini, ma è bene sapere che questo dove viviamo non è affatto il paradiso terrestre e che, tanto per dirne una, la terra dei fuochi è nata qui, a Vicenza, da dove sono partiti i primi camion con fusti di rifiuti tossici da interrare da qualche parte. Poi la camorra ha fatto il resto. Così evitiamo di fare la figura degli imbecilli muovendo il dito verso un’unica direzione e cominciamo a pensare a noi stessi.
Ecco perché ho pensato che raccontare le storie oscure di un’Italia piena di malaffare, di coperture strategiche volute da governi e Servizi segreti, possa far capire dove viviamo e magari muovere qualche curioso a saperne di più, a leggere e studiare, non per guardare indietro, non solo almeno, ma per avere qualche straccio di strumento in più per giudicare quello che ci troviamo davanti oggi e continueremo a trovarci davanti in futuro. Punto e a capo.
Vi stavo raccontando l’incredibile storia di Francesco Fonti, affiliato alla ’ndrangheta nella famiglia di San Luca e poi pentito. Ha raccontato tutto, prima di morire nel 2012, lasciando memoriali ai procuratori antimafia, dai quali è possibile risalire ai nomi di tutti i coinvolti. Quelli che appartengono alle varie famiglie della mafia calabrese, quelli che hanno coperto il traffico illecito di rifiuti tossici e di armi, quelli che li hanno forniti, i politici e gli appartenenti ai Servizi Segreti che, chiudendo tutti e due gli occhi hanno intascato un po’ di denaro e, forse di potere.
So che avete già indovinato, ma la sua testimonianza è servita davvero a poco. Molte inchieste sono state frettolosamente chiuse, la quasi totalità dei documenti dichiarati segreti di stato e desecretati solo di recente (di questo parleremo alla fine del nostro racconto) e insomma la cosa si è protratta, segno evidente che le coperture del malaffare arrivavano in alto, molto in alto.
naviFonti ha raccontato di decine e decine di navi (secondo i suoi calcoli circa 40, anche se più avanti scopriremo che sono state più del doppio) che vengono affondate lungo le coste italiane, dove i fondali sono abbastanza profondi da evitare indagini imbarazzanti negli anni a venire. Si verificano tuttavia alcuni episodi che, diversi anni dopo (siamo nel 2009) mettono in allarme gli inquirenti, le associazioni ambientaliste e gli abitanti delle zone colpite, segnatamente la Calabria e la Basilicata.
Da un lato, infatti si assiste, ad un inspiegabile aumento di malattie come leucemie e tumori, dovute con ogni probabilità, e questo è l'altro lato, alla strana presenza di livelli molto alti di radioattività nella zona, specie lungo le coste.
Poi c’è la scomparsa della Rigel, assicurata con i Lloyds di Londra, i quali non vogliono pagare e si rivolgono alla magistratura di La Spezia, chiedendo come mai una nave che imbarca acqua non mandi un segnale di pericolo, un SOS. Sarà l’unico caso di una nave scomparsa che andrà sotto processo con condanna finale dell’armatore e delle ditte che avevano provveduto ad un carico completamente diverso da quello che era stato dichiarato. Ed infine la storia della Jolly Rosso (o se preferite della Rosso, secondo la denominazione ufficiale dopo essere stata spedita in Libano a riportare a casa una parte delle schifezze che la ditta Jelly Wax aveva fatto interrare e seppellire in mare in quel lontano stato orientale. La Rosso deve essere affondata, come tutte le altre, ma succede qualcosa, forse un errore nelle manovre di autoaffondamento, e la nave se ne va galleggiando ancora per ore, fino a inclinarsi su un fianco sulla spiaggia di Amantea, rimanendo là come uno strano e inquietante monumento.
L’equipaggio, 16 uomini più il comandante, è tratto in salvo qualche ora prima dagli elicotteri della marina militare.
puntata3 04Ma le cose più strane accadono dopo lo spiaggiamento. Perché non si riesce a trovare il buco da cui sarebbe entrata l’acqua. L’armatore, di fronte alle domande della Guardia di Finanza, sostiene che un muletto fissato male ha urtato le pareti della stiva facendo il buco, solo che non si vede perché è sotto la sabbia. In realtà un buco si trova, ma è un buco squadrato, ben definito, non un buco da carrello o da effetti delle onde marine, più un buco da cannello con fiamma ossidrica. Un buco che con ogni probabilità è servito per togliere in tutta fretta quello che non si doveva vedere. Un’operazione eseguita con la velocità del fulmine. Gli abitanti della zona hanno visto per molti giorni i camion scortati dai vigili del fuoco e dalla finanza portare i resti della Rosso in discarica: scatolette scadute, tabacco avariato, porzioni della nave. Ma hanno visto anche i camion che arrivavano di notte, stavolta senza scorta, portare “altre cose” nella discarica. C’è poi un testimone che dice di aver visto altri camion che partivano dalla Rosso e andavano fino a Foresta, una sperduta località del comune Serra D’Aiello (Cosenza) dove c’è un fiume. Un altro dice di aver visto in quei posti dei bidoni strani, gialli e molto arrugginiti. Interviene allora il nucleo operativo ecologico dei Carabinieri (NOE). Non c’è radioattività, ma ci sono migliaia di metri cubi di fanghi industriali che non appartengono alle attività locali. Troppi indizi.
E così proprio dalla Rosso cominciano le inchieste, che coinvolgono molte procure: Reggio Calabria, Paola, Catanzaro, Roma, Matera, La Spezia, Padova, Asti.
A Reggio Calabria c’è un giovane capitano di corvetta che dà impulso alle ricerche. Il suo nome è Natale De Grazia. La matassa si comincia a dipanare e vengono a galla i legami che tengono assieme tutti quegli affondamenti: la ‘ndrangheta, la massoneria, la mala politica, gli affari illeciti, le connivenze e le complicità dei servizi e di parte delle istituzioni di controllo.
Ecco: questa è la situazione come l’ho raccontata nelle due puntate precedenti, puntate che, se avete voglia potete leggere o ascoltare visitando il mio sito noncicredo.org.
Ed è qui che si inserisce la storia di un militare, coraggioso ed eroico, ma non nel senso idiota che viene usato troppo spesso dai media americani, un eroe vero, di quelli che ci ha lasciato la pelle per una giusta causa, di cui poteva tranquillamente fregarsene come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi e superiori. Lui si chiamava Natale De Grazia e questa è la sua triste storia. Prendiamo un respiro, ascoltiamo un breve brano musicale e poi ve la racconto.

Il capitano Natale de Grazia

puntata3 03Tra gli uomini che indagano sulle sparizioni delle navi c’è un capitano di corvetta di 37 anni. Si chiama Natale De Grazia. Il suo compito è quello di ricostruire le rotte di quelle navi. Da dove sono partite, dove hanno attraccato prima di sparire, seguendo rotte completamente diverse da quelle dichiarate. Ricordate? La Nicos I doveva andare in Togo ed invece è finita a Cipro, in Libano, per poi inabissarsi da qualche parte tra Grecia e Italia.
De Grazia si occupa in particolare della Rigel per i motivi già detti anche questa sera: è l’unica nave la cui vicenda entra nei documenti di un dibattimento in aula.
La procura prende possesso degli atti del processo contro gli armatori di cui ho già detto e che porteranno alla condanna per affondamento doloso mentre l’associazione a delinquere cadrà nel corso del dibattimento. Leggendo quella documentazione salta subito all’occhio che, nonostante il processo riguardi una nave soltanto, di navi affondate in maniera dolosa e sospetta ce ne sono state parecchie. Ecco la pista che De Grazia vuole seguire: quante navi? cosa trasportavano? chi ha organizzato l’affondamento?
Certo non è un gioco da ragazzini. E’ evidente che un traffico del genere non può averlo messo in piedi la banda bassotti. A La Spezia ci sono basi della NATO, della Marina Militare, c’è il centro di addestramento dei reparti speciali, ci sono fabbriche di armi. La Rigel trasporta presumibilmente uranio, comunque materiali radioattivi: non possono certo venire dal furto di qualche supermercato.
In quel periodo nel porto di La Spezia c’è una nave particolare. Si chiama Latvia, una motonave della ex Unione Sovietica, appartenuta ai servizi segreti, al KGB insomma. 
Il corpo forestale dello stato sente puzza di bruciato e, già il 26 ottobre del 1986, invita la polizia a fare un’indagine, perché quell’imbarcazione potrebbe venire usata per trasportare rifiuti tossici e perfino radioattivi.
Di chi è quella nave? Era stata acquistata da una società liberiana con sede in Monrovia, attraverso un ufficio legale di La Spezia. Monrovia è un porto sulla costa Ovest dell’Africa poco più su di dove comincia il golfo di Guinea. La stranezza tuttavia è il prezzo pagato, che risulta superiore al valore reale e questo fa supporre che potrebbe essere utilizzata come “bagnarola” per traffici illeciti.
Qualche settimana più tardi la Latvia entra di nuovo in una annotazione di polizia giudiziaria. Il brigadiere Gianni Podestà comunica alle procure di Reggio Calabria e Napoli che una fonte attendibile ha riferito che famiglie camorristiche e logge massoniche sarebbero implicate nei traffici di rifiuti radioattivi e tossici interessanti la zona di La Spezia e l’hinterland napoletano.
La Latvia, secondo questa fonte, avrebbe seguito la stessa sorte della Rigel, dovendo salpare entro 4 giorni (entro il 14 novembre 95) da La Spezia per Napoli, dove avrebbe ritirato un altro carico per poi muovere attraverso lo Stretto di Messina per Malta. Di ritorno sulle coste joniche sarebbe stata affondata.
Queste informazioni arrivano da un informatore, del quale vi ho parlato l’ultima volta. Si tratta di quel “Pinocchio” (di cui si tace il nome vero) che aveva raccontato molto di quello che succedeva a La Spezia e nel suo porto. La deferenza o la soggezione con cui Pinocchio viene trattato, lascia capire che si tratta di un personaggio di rilievo, forse un agente dei servizi segreti, più che un pentito, con grande probabilità un agente infiltrato nelle cosche del malaffare. Come vado dicendo fin dall’inizio ci sono sempre gli stessi aggettivi a seguire le vicende: “strano” è uno di questi. É tutto troppo strano: ci sono indizi dappertutto ma gli affondamenti continuano indisturbati e nessuno sa mai niente.
A Reggio Calabria lavora un piccolo pool di investigatori. Tra loro il più impegnato e anche quello con maggiore conoscenza del problema è il capitano Natale De Luca, sposato con due figli di 8 e 10 anni. É un esperto di qualunque cosa riguardi il mare: inquinamento, correnti soprattutto dello stretto di Messina, ovviamente la questione delle navi scomparse.
Ad un certo punto arriva in Calabria il pubblico ministero reggino Francesco Neri, dell’antimafia, una presenza che fa capire quanto importante la magistratura ritenga l’intera vicenda.
E la Latvia cade sotto la lente del pool e di Neri, perché si tratta di un’occasione unica e davvero grande. Contrariamente a tutti gli altri casi, qui si può monitorare la faccenda in diretta, osservare e studiare la nave, prendere contatto diretto con gli occupanti.
Per questo il 12 dicembre Natale De Grazia sale in macchina alla volta di La Spezia. Non si sa chi lo abbia deciso: non risulta da nessun documento ufficiale. Nelle indagini della commissione sulla gestione dei rifiuti questo fatto risulterà confermato dalla la deposizione di un soggetto il cui nome è stato segretato. In effetti la decisione viene presa nel più grande segreto, cercando di non farlo sapere praticamente a nessuno. Il suo comandante addirittura firma una delega in bianco perché non venga diffuso il vero obiettivo della missione, nel caso cadesse in mani sbagliate.
Partono di sera, con il buio che a dicembre arriva presto, sotto un diluvio e con una macchina certo non all’altezza per un tragitto tanto lungo, che attraversa l’intera penisola, una Tipo.
Arrivati a Nocera si fermano per la cena. Tutti mangiano le stesse cose; solo Natale ordina un limoncello. Ripartono e, dopo poco, il capitano si accascia e muore.  Non si sa perché. Nel suo corpo non vengono trovate tracce di alcool. É un mistero che getta nel dramma la famiglia, sbigottita e l’intero pool con cui lavora.
I sospetti su questo improvviso decesso si fanno ancora più fitti dopo la sua morte. Il 15 dicembre, due giorni dopo la tragica fine di Natale, l’ispettore Tassi manda un fax alla procura di Reggio Calabria. Eccone il testo:
"In data odierna è stata accertata la partenza della Motonave Latvia, avvenuta all'incirca verso la terza decina del Novembre per raggiungere il porto di Ariga (Turchia)".
C’è puzza di marcio lontano chilometri. La Commissione parlamentare che indaga sugli illeciti legati allo smaltimento dei rifiuti, presieduta dall’on Gaetano Pecorella, ne prende atto e lo scrive in un italiano giudiziario incomprensibile. Eccolo però tradotto in un linguaggio da bar dello sport.
Non possiamo che sottolineare che questa vicenda è molto particolare. Mentre si sta indagando sull’uso di navi per trasportare rifiuti tossici, c’è la possibilità di controllare una nave, la Latvia, che si sospetta essere una di quelle. Nonostante questo la polizia giudiziaria non fa alcuna verifica approfondita, nessuno interroga gli occupanti della nave, nessuno segue la nave nei suoi spostamenti.
puntata3 05In effetti, durante l’inchiesta per la morte di Natale De Grazia, il pm Francesco Neri dichiara che all’epoca dei fatti lui e un suo collega scrivono al presidente della repubblica, Luigi Scalfaro, comunicando che le indagini sulle navi possono coinvolgere la sicurezza nazionale. E siccome il SISMI non può non essere a conoscenza di questi traffici, il pm richiede tutti i documenti che riguardino il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi. L’informativa arriva puntualmente tra gli incartamenti dell’inchiesta. I servizi segreti dunque conoscono certamente l’indagine sulle navi.
Forse non serve dire che dopo la morte di Natale le indagini sulle navi dei veleni si arenano e non se ne sa più molto fino agli sviluppi più recenti.
Per chiudere il capitolo sulle indagini vi leggo la chiusura di un articolo pubblicato dal Manifesto e ripreso dal comitato Natale De Grazia, che si occupa non solo di questa vicenda, ma di tutte quelle che hanno a che fare con i rifiuti e con l’ambiente più in generale. www.comitatodegrazia.org.
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Un tragico dicembre
Natale De Grazia era sul punto di chiudere le indagini. Aveva già programmato di utilizzare le festività di fine anno per preparare un rapporto finale, con le conclusioni della lunga inchiesta. Il sei dicembre a Reggio Calabria viene sentito – per la seconda volta – il teste “alfa alfa”, ovvero Aldo Anghessa. Oscuro trafficante, fortemente sospettato di agire spesso per interessi non chiari o come agente provocatore, due giorni prima del ponte dell’immacolata depone davanti a Natale De Grazia. E introduce un nuovo nome, che sarà fondamentale per l’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, Giampiero Sebri. «È disposto a collaborare», spiega Anghessa. Sebri qualche anno più tardi – nel 1997 – deporrà a lungo davanti ai magistrati della Dda di Milano, raccontando di una organizzazione internazionale specializzata nel traffico dei rifiuti nucleari. Indicherà anche Giancarlo Marocchino e l’ufficiale del Sisde presente in Somalia nel marzo del 1994, Luca Rajola Pescarini, come personaggi coinvolti, a suo dire, nel traffico. Per quelle dichiarazioni venne condannato per calunnia, condanna penale poi revocata qualche mese fa dalla Corte di Cassazione.
Quattro giorni dopo l’interrogatorio Natale De Grazia, insieme al maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta, riceve sei deleghe dal procuratore Neri, per compiere indagini a La Spezia e a Como. Chi doveva incontrare De Grazia non lo sappiamo. Il 12 dicembre parte e a mezzanotte viene stroncato da un arresto cardiaco, in circostanze mai chiarite.

I servizi segreti

Il documento arrivato nei mesi scorsi negli uffici della commissione Pecorella che dimostrerebbe l’erogazione di fondi ai servizi segreti per la gestione dei rifiuti nucleari e di armi ha la data – secondo quanto riportato dal quotidiano Terra – dell’11 dicembre 1995, ovvero il giorno prima del viaggio di De Grazia. Il capitano di corvetta sentiva il pericolo come vicino, vicinissimo. Lo raccontava al cognato, mentre da qualche mese – dopo una perquisizione decisamente anomala a Roma – aveva il timore di entrare in contrasto con pezzi importanti dello stato. Sapeva di essere vicino alla verità, e questo lo preoccupava. Quello che probabilmente non sapeva era che quello stesso stato che gli pagava lo stipendio per bloccare i traffici criminali di rifiuti e di armi, finanziava – segretamente – chi quei traffici li copriva o, addirittura, li organizzava.
A ben vedere di misteri misteriosi questa storia è già abbastanza piena. Del resto gli anni ’80 e ’90 sono così ricchi di fatti accaduti che ancora oggi lasciano con l’amaro in bocca perché di essi non si riesce a dare una spiegazione piena e univoca. E sono fatti che si intrecciano in un groviglio incredibile. Tanto per fare un esempio, il pentito Fonti sostiene di aver saputo perfettamente dove si trovava rinchiuso Aldo Moro nell’appartamento in via Gradoli. Il suo capo, Sebastiano Romeo, gli ordina di trovare l’indirizzo. Richiesta poi confermata da Benigno Zaccagnini, allora segretario della DC. Fonti si rivolge al suo contatto per i rifiuti, Pino. Ma è il Cinese della banda della Magliana ad indicargli l’appartamento di via Gradoli. Alcuni contatti della ‘ndrangheta gli danno conferma e anche Giuseppe Sansovito, generale del SISMI e appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Ma quando torna a S. Luca con l’informazione il suo boss gli dice che i politici non hanno più interesse nella ricerca di Aldo Moro.
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Verità? Fantasie? Non lo so. Tuttavia gli intrecci tra politica, malavita organizzata, servizi segreti, massoneria deviata, perfino frange estremistiche di paesi stranieri non sono certo una novità di quel periodo. Potremmo scorrere un elenco lunghissimo di fatti non accertati come alcune stragi (quella di Bologna e di Ustica su tutte), omicidi eccellenti come quello di Pecorella, dei giornalisti De Palo e Toni in Libano e, ovviamente di Ilaria Alpi e Miran Hrovatim in Somalia. Molti protagonisti dei fatti, da Moro a Cossiga, dai generali dei servizi segreti ad Andreotti se ne sono andati per sempre e con loro una buona fetta di possibilità di arrivare alla verità vera. Cosa c’entra tutto questo con natale De Grazia? Il semplice fatto che lui è ben consapevole in quale fanghiglia si sta cacciando, eppure continua il suo lavoro e muore. Continueremo dopo una pausa musicale.f

Di cosa è morto Natale De Grazia?

Dicevo che di tutti questi intrecci è probabilmente consapevole il capitano reggino, il cui lavoro investigativo (meno quello che aveva in testa ovviamente) è contenuto nei fascicoli dell’inchiesta giudiziaria sull’affondamento della Rigel.
Abbiamo usato l’aggettivo “strano” tante e tante volte. Va tirato fuori anche quando si decide di guardare dentro la casa di Giorgio Comerio. Comerio è uno dei nomi chiave delle inchieste sul traffico dei rifiuti, delle scorie radioattive e delle armi. É fuggito in Tunisia e ha rilasciato interviste in cui ha attaccato tutti i suoi accusatori.
Giorgio ComerioDi lui è arcinoto il progetto ODM (Oceanic Disposal Management) col quale pretendeva di eliminare le scorie radioattive delle centrali nucleari, infilandole dentro dei siluri lungi 16 m, sparati poi in mare per farli inabissare in fondali fangosi e lasciarle là. Progetto rigettato da tutte le nazioni per motivi che credo sia inutile spiegare.
La commissione ecomafie ha preteso la declassificazione dei documenti riguardanti Comerio, dai quali sembrerebbe che l’ingegnere italiano sia uno dei fornitori della Corea del Nord di materiali radioattivi. Insomma un bel personaggino.
A noi qui interessa il fatto che nei documenti trovati durante quella perquisizione si scopre che nella casa di Giorgio Comerio, Natale trova un’agenda con questa notazione “Lost the ship” (La nave è persa) il giorno 21 settembre 1987, lo stesso giorno in cui affonda la Rigel. E quel giorno nessuna altra nave risulta dispersa in mare, secondo l’Organizzazione Marittima Internazionale. De Grazia trova anche una copia del certificato di morte di Ilaria Alpi. Perché mai uno come Comerio dovrebbe tenersela in casa? Soprattutto se si considera che nessun altro, neppure i genitori di Ilaria l’anno mai avuta?
Giorgio Comerio tratta l’acquisto della Jolly Rosso, la motonave che deve affondare al largo del Golfo di S. Eufemia, ma che per un errore finisce spiaggiata sulla sabbia di Amantea. Questa storia la racconterò tra non molto con tutti i suoi risvolti misteriosi.
L’ultima parte di questo racconto riguarda ancora la morte del capitano di corvetta Natale De Grazia. Riguarda quello che è stato fatto dopo quel 13 dicembre per scoprire se davvero è deceduto per cause naturali come riporta il referto oppure no.
La diagnosi del medico legale che ne constata il decesso è arresto cardio-circolatorio. Eccolo di nuovo: “strano”! Aveva 37 anni e il suo fisico era integro e in perfetto stato.
Viene ordinata l’autopsia. A questo punto nei romanzi gialli il mistero si dirada e i colpevoli saltano fuori. Ma non è questo il caso perché l’autopsia non rivela nulla di particolare, anche se immagino che il sospetto di un avvelenamento durante quella cena sia forte in chiunque abbia seguito il racconto fino ad ora.
Vediamo come sono andate le cose.
Il primo esame viene svolto il 19 dicembre 1995, sei giorni dopo la morte del capitano. E’ il sostituto procuratore Cinzia Apicella a disporlo e la dottoressa Del Vecchio ad eseguirlo. Ed è lei che traccia la prima sentenza: morte naturale, probabilmente dovuta ad un arresto cardiaco improvviso, dovuto ad una ischemia del miocardio con conseguenti gravi turbe cardiache. Insomma una morte improvvisa tipica di persona adulta. Ma Natale De Grazia è un uomo giovane, per di più militare e come tale soggetto a frequenti visite mediche, durante le quali mai era stata riscontrata una qualsiasi patologia cardiaca.
Anche la famiglia vuole vederci chiaro e affida ad un altro medico legale, il dott. Asmundo, una verifica. Ma il risultato non cambia di molto. La causa remota supposta potrebbe essere stata un superlavoro conclusosi con un accidente cardiaco.
Proprio le riserve della famiglia portano ad una seconda perizia, svolta un anno e mezzo dopo la prima, nell’aprile del 1997, una equipe di medici, tra i quali ancora la dottoressa Del Vecchio, sono incaricati di indagare sulla presenza di agenti chimico-tossici nell’organismo del capitano. Anche in questo caso, le considerazioni medico-legali escluderanno "la presenza di sostanze tossiche di natura esogena nei campioni esaminati". Negativa risulterà anche la ricerca di arsenico nei capelli e nel fegato. La conclusione è la medesima di un anno e mezzo prima: "Si ritiene, anche alla luce delle ulteriori indagini di laboratorio eseguite che la causa della morte del Capitano De Grazia Natale sia da ricondurre ad un evento naturale tipo ‘morte improvvisa dell'adulto’, come già ci esprimemmo in merito nella precedente relazione di consulenza tecnica medico-legale affidataci".
E il discorso sembra chiuso qui.
puntata3 07Noi facciamo solo una timida domanda: come mai un secondo esame che dovrebbe controllare la bontà del precedente, viene affidato alla stessa dottoressa Del Vecchio?
Quindici anni dopo, siamo alla fine del 2012, la Commissione Parlamentare che indaga sulle attività illecite collegate al ciclo dei rifiuti, richiede una ulteriore perizia. La commissione è presieduta da Gaetano Pecorella, ex PDL poi passato al gruppo che fa riferimento a Mario Monti.
Il perito incaricato è Giovanni Arcudi, 67 anni, titolare della cattedra di Medicina legale all'università' romana di Tor Vergata e docente alla Scuola ufficiali dei carabinieri. Ovviamente non è nemmeno il caso di riesumare la salma che non darebbe ulteriori apporti, per cui si può solo ripercorrere il lavoro dei medici di allora e riesaminare i reperti istologici.
Una lunga relazione viene fornita alla commissione. Si può trovare in rete facilmente. In essa si dichiara l’impotenza del medico nei confronti di conclusioni sul presunto avvelenamento del capitano, ma si traggono alcune conclusioni davvero inquietanti.
Primo. L'indagine medico legale condotta dalla Dott.ssa Del Vecchio si è conclusa con una diagnosi di morte improvvisa dell'adulto, facendo intendere che vi fossero in quel quadro anatomico ed istopatologico elementi concreti che potevano ben sostenere detta diagnosi. Ma non c’è nulla nella relazione delle precedenti autopsie che possa validare la conclusione di una morte improvvisa dell’adulto. La conclusione della dottoressa Del Vecchio dunque non corrisponde alla verità scientifica. Diciamolo meglio: la conclusione dell’autopsia è in contrasto con quanto la stessa dottoressa scrive nelle pagine precedenti.
Secondo. Ci sono le testimonianze dei suoi compagni di viaggio. De Grazia si era addormentato subito dopo essere risalito in macchina e russava in modo strano. Ad un certo punto reclina la testa sulla spalla e per questo viene scosso. Lui reagisce sollevando il capo senza svegliarsi e senza dire niente se non un suono indefinito. Poco dopo reclina ancora la testa e non risponde più alle sollecitazioni.
E questo modo di morire, conclude il professor Arcudi, non ha nulla a che fare con una questione cardiaca: mancano infatti i segni e le reazioni (come il dolore) che normalmente accompagnano un attacco cardiaco.
Tutte le manifestazioni osservate invece si accordano bene con una progressiva crisi delle funzioni del sistema nervoso centrale. Questa può avvenire in caso di incidenti cerebrovascolari, esclusi però dalle autopsie precedenti. L’unica causa che rimane è quella tossica. Quale essa potrà essere stata, se c’è stata, ormai non lo si può più accertare.
E’ chiaro che, anche se questo referto non conclude il giallo, porta però elementi inquietanti e toglie quella sicurezza sulla morte naturale di Natale che fino ad allora era data per assodata.
Nel febbraio 2013 la commissione Pecorella arriva alla conclusione. Su questo argomento scrive:
Non è compito di questa Commissione pronunciare sentenze né sciogliere nodi di competenza dell'autorità giudiziaria, tuttavia non si può non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese.”
Già, una morte misteriosa, un caso irrisolto, come per altri morti violente: Graziella De Palo e Italo Toni, in Libano nel 1980; Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio nel 1994, Mino Pecorelli nel 1979, come Antonio Russo nel 2000, e tanti altri, troppi altri che se ne sono andati in modo misterioso avendo come unica colpa quella di cercare la verità.

C’è dell’altro?

Certo questa vicenda è uno scandalo enorme, perché coinvolge un po’ tutti e, soprattutto, perché l’affondamento delle navi procura danni alle popolazioni locali, che vedono aumentare il rischio di tumori e altre malattie, oltre che rendere il mare una vera e propria pattumiera.
Ma c’è molto altro che succede in quegli anni e che fa dell’Italia il ricettacolo delle schifezze di organizzazioni nazionali e internazionali, di aziende che trattano materiali radioattivi o comunque sostanze pericolose e tossiche.
Vorrei riprendere le deposizioni del pentito Fonti, di cui vi ho parlato a lungo all’inizio di questa puntata. Lo faccio non perché non basti quello che ho già detto, ma perché si capisca la vastità degli interessi in gioco.
Ed inoltre, ricordiamo che racconto qui solo le vicende che Fonti conosce, che sono poi quelle della ‘ndrina di San Luca. E dunque le vicende vanno moltiplicate per tutte le famiglie attive sul territorio. Insomma questo racconto è decisamente all’acqua di rose, come volume d’affari (chiamiamoli così).
puntata3 08La scorsa volta avevamo incontrato un personaggio curioso, il dottor Tommaso Candelieri dell'Enea di Rotondella. Si tratta di un comune in provincia di Matera, in Basilicata. Qui sorge uno dei centri nucleari italiani, che all’epoca era destinato alla ricerca di nuove tecnologie nucleari, in particolare alla conservazione e al ritrattamento del combustibile nucleare derivato da un ciclo torio-uranio. Oggi il centro è affidato alla SOGIN, l’azienda incaricata della dismissione di tutti i residui nucleari italiani.
Dunque il dottor Tommaso stocca in quel periodo rifiuti decisamente pericolosi, che però provengono da ogni parte e non solo dall’Italia. Arrivano, da Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti. In quel preciso momento ha l'esigenza di far sparire una certa quantità di materiale.
Nel 1992, Fonti si presenta a Candelieri chiedendo se c’è del lavoro. “Il lavoro in questo settore non manca mai” risponde il dottore dell’ENEA.
Questa volta si tratta di mille bidoni di rifiuti tossici e radioattivi. Ci sono fanghi e rifiuti ospedalieri, ossido di uranio, cesio e stronzio, il tutto contenuto in fusti che a loro volta sono sistemati in 20 container lunghi 25 metri e alti 6 di proprietà della società Merzario Marittima, che tra l'altro controllava per conto delle autorità somale l'ingresso delle navi nel porto nuovo di Mogadiscio.
Ho già sottolineato nelle precedenti puntate di fare mente locale alle dimensioni dei container. La stanza in cui siete probabilmente misura 4x4x2,70 e contiene quindi un volume circa 10 volte inferiore a quello di uno solo di quei container.
Uno dei personaggi che entrano nell’affare è il sedicente conte di Piacenza Mirko Martini.  Questo si rivelerà essere un uomo dei servizi segreti italiani, ammanicato con la CIA e intimo del presidente ad interim della Somalia Ali Mahdi, per il quale ha in ballo un grosso affare per la consegna di una notevole quantità di armi. Si tratta di 75 casse di kalashnikov, 25 casse di munizioni e 30 casse di mitragliette Uzi. Arrivano dall’Ucraina sulla nave Jadran Express a Trieste, qui caricate su camion e portate a La Spezia da Fonti, parcheggiate in un capannone dal quale devono poi proseguire per l’imbarcazione, la Mohamuud Harbi.
Nel frattempo Fonti organizza il trasporto dei rifiuti; oltre ai container ci sono i rifiuti dell’ENEA, che arrivano al porto di Livorno su 20 camion. La nave che deve portarli in Somalia è la Osman Raghe. Le due navi partono e arrivano assieme a Mogadiscio.  E’ l’inizio di febbraio 1993.
In Somalia, lo abbiamo già incontrato in precedenza, c’è Giancarlo Marocchino, factotum e uomo molto potente nel paese africano. É un amico di Mirko Martini e, come si saprà più avanti, sostenuto nelle sue azioni dai Servizi segreti italiani (come lui stesso affermerà più avanti, ma questa è storia che scopriremo leggendo le pagine desecretate tra qualche puntata).
Ricorderete che ne abbiamo parlato come il referente del gruppo Bizzio in Somalia, quello che ha denunciato il pentito Sebri facendolo condannare per calunnia.
E, mentre le armi viaggiano verso Ali Mahdi, i rifiuti vengono trasferiti in diversi punti, ma sempre nella regione attorno alla città di Bosaso, che si trova all’estremo nord del paese. Un’altra parte finisce invece a Sud, vicino al confine con il Kenia. L’operazione fila liscia e costa a Candelieri:

  • 1,2 miliardi di lire per l’organizzazione somala
  • 8,8 miliardi vanno a Fonti che li distribuisce ai suoi contatti (Martini ne prende 350 milioni, Marocchino 400). Il resto alla famiglia Romeo di San Luca.

C’è da sottolineare che questa operazione costa all’organizzatore Candelieri 10 miliardi di lire, più o meno cinque milioni di euro. Si può immaginare facilmente quanto denaro uscisse dalle casse delle società e delle amministrazioni che quei rifiuti avevano prodotto e dovevano smaltire.
Come detto, questo racconto va moltiplicato per un numero abbastanza grande. Negli anni 80 molti governi affidavano a faccendieri più o meno disonesti lo smaltimento dei rifiuti pericolosi perché non sapevano dove metterli. Uno dei personaggi ricordati da Fonti nel suo memoriale è l’ingegner Giorgio Comerio, di cui ho detto poco fa. Comerio, nella zona dei Balcani, traffica in armi di qualunque tipo. Fonti lo incontra nel Montenegro in un ristorante nel 1993. Con lui fa alcuni affari riguardanti le armi, che, grazie a lui, compra dalla tedesca Thyssen per rivenderla agli ustascia jugoslavi. Per capire chi è Comerio a Fonti vengono offerti 75 aerei russi da rivendere.  Quegli aerei sarebbero finiti poi in Liberia, passando da un faccendiere ukraino.
Gli affari con Comerio continuano.
Nel 1995 una grossa partita di niobio, materiale usato nella costruzione dei reattori nucleari, viene portato in Sierra Leone per 250 milioni di lire.
Comerio racconta a Fonti dei suoi buoni rapporti con la famiglia Iamonte di Melito Porto Salvo, che lo aveva aiutato, dagli anni 80 in poi, nell'affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi in acque internazionali davanti alla costa ionica calabrese.
In particolare Fonti riferisce il caso della nave Rigel. Leggiamo dal suo memoriale ...
“Comerio mi spiegò che affondava navi cariche di rifiuti pericolosi per ottenere un doppio guadagno, sia da parte di chi commissionava il trasporto, sia da parte dell'assicurazione che veniva frodata. Le sue parole mi sono state poi confermate dallo stesso Iamonte, il quale mi ha spiegato come Comerio gli avesse chiesto di fornirgli il personale di bordo per l'affondamento della Riegel, la nave della società May Fair Shipping di Malta, noleggiata dalla Fjord Tanker Shipping, a sua volta noleggiata a un'altra ditta di cui non ricordo il nome, mandata a picco nel settembre del 1987 davanti a Capo Spartivento. Iamonte mi disse che l'affondamento era avvenuto 25 miglia fuori dalle acque territoriali. La 'ndrangheta aveva fornito il capitano e il suo aiuto italiano, mentre il resto dell'equipaggio veniva da varie nazioni. Sempre Iamonte ha fatto partire un motoscafo dalla costa con i candelotti di dinamite per mandare a picco la Riegel, dopodiché il capitano e l'aiuto sono stati riportati sulla costa di Capo Spartivento, mentre l'equipaggio è stato prelevato dalla nave jugoslava Karpen collocata in zona, che l'ha portato in Tunisia".
Ma anche la famiglia di San Luca è attiva nel settore. Si accordano con la società di navigazione Ignazio Messina. Fonti organizza l’affondamento della Yvonne A, della Voriais Sporadais e della Cunski, da cui tutto il nostro discorso è cominciato.
Le operazioni sono semplicissime; le navi al largo della costa vengono raggiunte da motoscafi che piazzano l’esplosivo, caricano l’equipaggio e se ne vanno. Gli uomini vengono poi spediti in treno al Nord e chi s’è visto s’è visto. L’incasso è di 150 milioni per nave. Il carico della Cunski sono 120 bidoni di scorie radioattive!
Fonti fornisce l’esatta ubicazione dell’affondamento, che coincide al centimetro con il luogo in cui è stato localizzato il relitto. Già, le navi inabissate e i rifiuti. E poi le armi e tutto il resto. Sembra fin troppo facile che un simile sistema malavitoso se la cavi sempre e comunque e che le condanne riguardino solo persone coinvolte marginalmente: armatori, fornitori, guardie di controllo nei porti. Mai e poi mai saltano fuori gli esecutori o, peggio ancora, i mandanti. E quando qualcuno si avvicina abbastanza alla verità, come Natale De Grazia, farlo fuori è questione di un attimo, grazie ad una organizzazione incredibilmente estesa ed efficiente.
puntata3 09Quello che sappiamo sulla vicenda è basata, almeno per ora, sulle parole dei pentiti, in particolare di Francesco Fonti. É interessante leggere i documenti della camera dei deputati che riportano le inchieste, gli interrogatori, anche le considerazioni di esperti. Questi documenti sono pubblici; ognuno vi può accedere basta cercare all’interno dei siti delle nostre istituzioni. Perché quasi nessuno lo fa? In parte perché la gente non sa di questa possibilità, in larga parte perché se ne frega, ritenendo inutile scoprire quanto marcio sia piovuto sulla popolazione italiana e continui a piovere. L’organizzazione sociale è fatta apposta per dare concretezza alla famosa frase: ti tirano merda e dicono che piove.
Ma torniamo ai documenti. In alcuni di questi le dichiarazioni di Fonti sembrano confuse.  Ma la storia, nel suo insieme sembra reggere e non è un caso se quelle affermazioni sono state messe alla base di numerose indagini.
Io continuo ad insistere sul fatto che sto raccontando una storia e che le testimonianze dei pentiti nel fanno parte, così come la documentazione desecretata qualche anno fa, di cui parleremo a lungo in una delle prossime puntate.
Ho già raccontato molto delle dichiarazioni di Fonti, ma qualcosa da aggiungere c’è ancora. Ad esempio il fatto che le famiglie camorriste avevano le coperture necessarie, anche politiche, per non avere fastidi. In particolare la famiglia di San Luca (quella cui appartiene Fonti) aveva rapporti diretti con i Servizi Segreti. Il boss Giuseppe Nirta, fin dagli anni ’80 era in contatto con collaboratori del SISMI (il servizio segreto militare). I nomi coinvolti, secondo il pentito, sono quelli di Giorgio Giovannini e Giovanni Di Stefano. Sono questi due a chiedere alla famiglia di San Luca se erano disposti a fornire manodopera per trasportare rifiuti tossici e radioattivi in Somalia per conto di aziende italiane. Ecco dunque il giro. Le aziende non si rivolgono direttamente alla ‘ndrangheta, ma fanno intervenire le istituzioni dello stato. Secondo Fonti anche Craxi era al corrente della cosa, ma non la seguiva personalmente, lasciando mano libera ai Servizi.
Per l’affare con l’Enea di Rotondella, la famiglia Romeo (che guidava la ‘ndrina di San Luca) ha l’appoggio di Francesco Corneli, uomo vicino al Sisde (il servizio civile), che garantisce le opportune coperture al porto di Livorno e La Spezia. Nel 1993 Corneli chiede a Fonti di caricare sulla nave, in partenza da La Spezia per la Somalia, alcune casse di armi che dovevano essere consegnate a Giancarlo Marocchino.
Altre informazioni piovono su uno dei politici più discussi dell’epoca, il veneziano Gianni De Michelis. Fonti racconta di aver parlato di armi e rifiuti con l’onorevole, il quale sostiene che la ‘ndrangheta è solo un aiuto per comodità, ma che avrebbero potuto fare il tutto per proprio conto. Insomma, secondo questa versione, De Michelis muoveva le fila, mettendo direttamente in contatti Pilitteri con la famiglia di San Luca. Ancora una pausa e poi concludiamo.

I politici socialisti

E gli altri politici? Ecco cosa scrive Fonti. Aperte virgolette.
"Anche nel 1993 il business con l'Enea coinvolse Corneli. Anche questa volta ci fornì la protezione, sia al porto di La Spezia sia a quello di Livorno. Inoltre Corneli mi chiese di caricare sulla nave che partiva da La Spezia per la Somalia alcune casse di armi che dovevano essere recapitate a Giancarlo Marocchino. In seguito sono stato arrestato, ma i rapporti tra servizi segreti e la mia famiglia della 'ndrangheta sono continuati, come d'altronde sono sempre stati costanti quelli con la politica. Cito per esempio l'incontro che ebbi nel dicembre 1992 al ristorante Villa Luppis a Pasiano di Pordenone con l'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che come ho spiegato alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria già conoscevo bene. Io partii in auto da Milano con Consolato Ferraro, rappresentante della 'ndrangheta reggina per la Lombardia, e quando arrivammo ci sedemmo a tavola con De Michelis e Attilio Bressan, un imprenditore del luogo che avevo già conosciuto in precedenza ed era molto amico del ministro. De Michelis faceva lo spiritoso, diceva che senza i politici noi della mGianni De Michelisalavita non saremmo esistiti, e che se la politica avesse voluto spazzarci via lo avrebbe fatto senza problemi. Diceva così perché quell'anno c'erano stati gli omicidi di Falcone e Borsellino, ed era stata modificata la cosiddetta legge sui pentiti. Lui diceva che se anche questi pentiti avessero svelato fatti legati alla politica, sarebbe stato un boomerang, in quanto i politici si sarebbero comunque tirati fuori e si sarebbero vendicati. Inoltre parlai con De Michelis di Somalia, armi e rifiuti. Lui sosteneva che i politici avrebbero potuto trasportare qualunque cosa anche senza la collaborazione della 'ndrangheta, e che ci usavano per comodità. Io gli risposi che era vero quello che diceva, ma era vero anche che i politici si potevano sedere in Parlamento grazie ai nostri voti".
"In quell'incontro" - continua l'ex boss - "si è poi parlato di investimenti che la famiglia di San Luca voleva fare a Milano. De Michelis disse che se avevamo bisogno di comprare locali, potevamo rivolgerci a Paolo Pillitteri, e così facemmo. Fu deciso nel corso di una riunione tra vari boss che avvenne subito dopo a Milano nel ristorante 'Pierrot', in zona Ripamonti, alla quale partecipai anch'io. In quell'occasione Antonio Papalia, rappresentante della 'ndrangheta zona aspromontana in Lombardia, si offrì di presentarci Pillitteri, con cui aveva già concluso affari. La presentazione avvenne nel suo ufficio di piazza Duomo e oltre a Papalia c'eravamo io, Stefano Romeo e Giuseppe Giorgi. Grazie ai buoni uffici di Pillitteri, la famiglia di San Luca ha perfezionato l'acquisto di un bar in Galleria Vittorio Emanuele, che poi è stato sequestrato proprio perché comprato con soldi sporchi, quello di un altro bar in via Fabio Filzi e di altri locali dei quali ho sentito parlare ma che non ho seguito direttamente".
Arriviamo così al 1994, anno in cui Fonti comincia a collaborare con la giustizia, precisamente con la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria; entra quindi nella protezione testimoni, da cui esce volontariamente nel 1999.
Nel 2009 viene interrogato di nuovo e Fonti fa il nome di un esponente della Democrazia Cristiana, Riccardo Misasi, il quale sarebbe stato quello che decideva se le scorie radioattive dovevano finire in territorio italiano o straniero. Così rientra nuovamente nella protezione testimoni. L’11 marzo 2010 viene trovata nel golfo di Lamezia una nuova nave affondata: è una di quelle di cui ha raccontato Fonti.
Muore di malattia nel dicembre 2012. In questo caso non si può certo dire che si è portato i segreti di cui era a conoscenza nella tomba.

Conclusione

Questa è la storia del boss Francesco Fonti. Come ho detto più volte, possiamo farci affidamento oppure no. Ma lui sembra essere presente sulla scena di un sacco di cose strane: i rifiuti e le armi, l’inabissamento delle navi dei veleni e l’esportazione di rifiuti pericolosi negli stati africani. Addirittura nell’affare Moro, scoprendo con facilità il luogo segreto in cui è detenuto, ma venendo poi a sapere che i politici quell’informazione non la vogliono più.
É un intreccio pazzesco, con protagonisti che non dovrebbero esserci, rappresentando spesso chi dovrebbe tutelare la popolazione.
Ancora una volta rimaniamo schifati dai connubi tra politica, amministrazioni, servizi e malavita. Ci sarebbe da dire: “speriamo che oggi non sia più così”, ma a leggere queste vicende per raccontarle in radio ci si crede sempre meno.

Premessa

Siamo arrivati alla quarta puntata di questa storia incredibile che si svolge tra Italia e Africa, con le navi che arrivano per depositare rifiuti tossici, che industrie, organizzazioni e amministrazioni dei paesi ricchi non vogliono tenere per sé né vogliono pagare lo smaltimento secondo le normative vigenti.
Abbiamo seguito, nelle scorse puntate camion che interravano rifiuti tossici e radioattivi ovunque, in Italia ma anche all’estero, ad esempio nei paesi dell’Est europeo grazie all’intervento di Cosa Nostra. Abbiamo seguito le rotte così strane di quelle navi che improvvisamente si inabissavano: un sacco di navi forse 40 o forse 100 che ancora oggi riempiono i fondali marini lungo le coste della Calabria e della Basilicata, e anche della Sicilia e della Puglia. Abbiamo saputo, grazie alle indagini di molte procure, grazie alle investigazioni fatte eseguire da alcune commissioni parlamentari, che dietro quegli affari c’erano potenti coperture politiche e militari. Secondo il pentito Francesco Fonti i vertici del partito socialista di Bettino Craxi avevano in mano la situazione, che però lasciavano gestire ai Servizi Segreti, usando come manovalanza gli uomini della ‘ndrangheta, specie quella della famiglia di San Luca e del clan Iamonte.
alpi01In mezzo a questo andirivieni di rifiuti compaiono anche le armi, altro grande affare italiano. E armi e rifiuti tossici viaggiano spesso assieme su quelle navi della cooperazione che dovrebbero essere cariche solo di cibo e vestiti per le popolazioni più povere e disgraziate del pianeta.
Nella nostra storia manca un anello importante, che è forse quello che più ha suscitato clamore e sdegno nel paese, o meglio in una piccola parte del paese che sapeva di essere vivo. Gli altri erano troppo impegnati a seguire le gag di Drive In e la pubblicità nascosta di Berlusconi nelle sue televisioni.
L’anello che manca riguarda una giornalista del TG3, Ilaria Alpi, e il suo operatore, Miran Hrovatin, morti ammazzati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia. Oggi voglio raccontare la loro storia.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano in Somalia da alcuni giorni per un servizio, che la stessa Ilaria aveva definito molto interessante, proprio quella mattina al suo redattore a Roma, ma non aveva voluto dire niente di più, tanto, tra pochi giorni, sarebbe stata nuovamente a casa.
Perché Ilaria e Miran hanno un ruolo speciale, nel lungo elenco dei troppi giornalisti morti ammazzati durante gli anni roventi della prima repubblica? In fondo è un omicidio come tanti altri, altri di cui non si è mai trovato il colpevole, figurarsi i mandanti. Ilaria e Miran sono l’emblema di questa situazione, sono rappresentativi di questo stato. Lo sono stati prima di quel 20 marzo del 1994 e lo sono stati dopo, quando una commissione parlamentare, presieduta in modo ignobile dall’avvocato Carlo Taormina, ha cercato in ogni modo di buttare acqua sul fuoco, di nascondere la polvere sotto il tappeto, creando un mare di sabbia per seppellire quello che molti, quasi tutti, si ostinano a considerare un altro omicidio di stato.
Leggendo i documenti, ascoltando le deposizioni, guardando le immagini e i filmati ti cresce una rabbia dentro perché ti specchi nella tua impotenza. Dunque raccontarvi questa storia senza farsi coinvolgere sarà davvero molto, molto difficile.
In queste prime puntate vi ho raccontato le storie di quegli anni sui traffici dei rifiuti tossici e delle armi. I pentiti di ‘ndranhgeta e camorra ci mostrano un mondo cinico e brutale il cui unico scopo è fare soldi. Il business gira attorno  allo smaltimento illegale di residui pericolosi delle lavorazioni italiane ed internazionali, seppellendo materiali tossici e radioattivi nelle grotte dell’Aspromonte o sotto i letti dei fiumi lucani, oppure affondando le navi dei veleni con tutto il loro carico in punti che con ogni probabilità rimarranno tombe inespugnabili data la profondità dei fondali; o, infine, esportando intere navi verso paesi poco attenti alla salute dei propri cittadini e molto più all’incasso di percentuali; soprattutto paesi africani, come la Somalia.
Ho sottolineato che un simile traffico, che coinvolge non solo aziende del Nord Italia, ma anche istituzioni nazionali ed estere, non può sfuggire ai controlli a meno che non goda di potentissime protezioni. Le relazioni che abbiamo analizzato fanno intervenire il sottobosco italiano di quegli anni, dalle logge massoniche ai servizi segreti, dai politici corrotti ai faccendieri in un intreccio di legami a doppio filo con mafia, camorra e ‘ndrangheta.
Su questo indagava Ilaria Alpi.alpi03
Vedremo, percorrendo quello che è accaduto dopo il marzo del 1994, che molti hanno cercato con forza di mettersi di traverso alla ricerca della verità mentre altri non hanno mollato mai. Non l’hanno fatto i colleghi e gli amici di RAI3, qualche magistrato più coscienzioso e coraggioso di altri e soprattutto i suoi genitori, Luciana e Giorgio, che hanno speso tutte le loro energie per non far morire la speranza di sapere cosa davvero è successo a Mogadiscio più di vent’anni fa. Il padre Giorgio se ne è andato nell’estate del 2010. Se ne è andato senza sapere la verità. La mamma è una roccia. A lei va l’affetto di tutti quelli che non vogliono dimenticare, perché Ilaria e Miran sono un simbolo e un simbolo non muore mai.
Voglio però anticipare la conclusione di ogni discorso, una conclusione amara, anzi amarissima. L’estate scorsa, all’inizio di luglio, Luciana Alpi ha presentato alla stampa un libro su Ilaria, dal titolo estremamente significativo: “Esecuzione con depistaggio di stato”, che riassume perfettamente quello che è successo e che vi racconterò tra poco.
La Procura di Roma ha appena chiuso la vicenda con una richiesta di archiviazione perché risulta impossibile risalire al movente e agli autori. Ve la leggo testualmente per capire di cosa si tratta: “La Procura di Roma è assolutamente consapevole di quanto sia deludente il fatto che oltre 20 anni di indagini, di processi e accertamenti della Commissione parlamentare di inchiesta non abbiano consentito di fare alcun modo luce sui responsabili della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E tuttavia ritiene che debba essere richiesta l’archiviazione del procedimento sia perché da un punto di vista formale, sono già scaduti i termini delle indagini per il reato di omicidio sia – e soprattutto – perché non vi è stata alcuna nuova ed ulteriore indagine che appaia idonea a conseguire risultati positivi né in relazione al delitto più grave né in ordine agli altri ipotizzati”.
Nel testo inoltre viene sottolineato come abbia avuto rilievo anche la situazione politica – di allora e di oggi – della Somalia. Condizioni negative che hanno determinato e determinano tuttora la sostanziale impossibilità di raggiungere un risultato positivo. Infine, si sottolinea “la totale inaffidabilità delle dichiarazioni rese in qualunque veste processuale, da cittadini somali anche se trasferiti all’estero”.
Insomma la verità non può uscire, perché troppe imponenti coperture hanno impedito un’indagine adeguata e perché i testimoni sentiti sono stati poco affidabili e l’unico responsabile condannato a 26 anni è ritenuto (probabilmente a ragione) semplicemente un capro espiatorio.
Ma è certo il caso di cominciare dall’inizio, perché la vicenda è lunga e contorta, come del resto abbiamo già visto nelle storie che vi ho raccontato fin qui. Facciamo un bel respiro e poi cominciamo.

Il contesto

Adesso siamo pronti a cercare di capire. Voglio farlo citando prima le molte fonti che ho seguito. Dai libri di Riccardo Bocca “Le navi della vergogna” e di Carlo Lucarelli “Navi a perdere”, alle trasmissioni televisive d’epoca firmate ancora da Carlo Lucarelli (Blu notte), da Giovanni Minoli (La storia siamo noi), il filmato illuminante e consigliatissimo di Paul Moreira “Toxic Somalia, sulla pista di Ilaria Alpi” offerto alcuni anni fa da RAI 3 ai suoi telespettatori, il film del 2003, diretto da Ferdinando Orgnani “Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni” e poi le relazioni della commissione presieduta dall’avvocato Taormina, quella sul ciclo dei rifiuti presieduta da Paolo Russo e la più recente sugli illeciti legati allo smaltimento dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella. E ancora l’infinità di articoli disponibili in rete, specialmente quelli prodotti da due riviste: L’Espresso e Famiglia Cristiana.
La quantità di documentazione è spaventosa. Chiunque sia del mestiere una sua piccola indagine l’ha condotta. A tutti loro va il merito del racconto che sta per cominciare, io sono solo il cantastorie che mette la voce, una voce emozionata e triste.
alpi02Questo racconto comincia a Mogadiscio l’11 marzo del 1994. É un venerdì quando i due giornalisti italiani arrivano in Africa con un volo militare. Ufficialmente per seguire il rientro delle truppe italiane dall’Africa. Il clima è terribile: la Somalia è scossa da una guerra civile. La capitale è divisa a metà dalla cosiddetta “linea verde” tra il territorio controllato dal generale Ali Mahdi e quello controllato dal generale Mohammed Farrah Aidid, già collaboratore dell’ex presidente Siad Barre. E proprio con Farrah Aidid, Ilaria vuole parlare. Non è semplice, come si può immaginare. I due si spostano a Balad, poco fuori da Mogadiscio, dove ci sono le truppe di pace italiane, poi vanno nel nord della nazione a Bosaso per intervistare le autorità locali, poi a Garoe, lungo la strada che porta verso Mogadiscio, dove arrivano la mattina del 20.
alpi04Prima del rientro nella capitale c’è una telefonata di Ilaria al caporedattore del TG3, Massimo Loche. É eccitata, perché ha realizzato un servizio molto importante. Deve incontrare di là a poco un collega dell’ANSA e allora trasmetterà tutto in Italia. Di cosa si tratta? Ilaria non lo dice, ma poi si viene a sapere che è riuscita ad intervistare il Sultano di Bosaso sulle navi della Cooperazione. Sono diversi mesi che la giornalista segue questa pista. É tornata da poco dalla ex-Jugoslavia dove ha cercato tracce di quelle navi per capire se davvero trasportano in Africa solo coperte, vestiti e medicinali. Ne ho parlato di sfuggita nelle scorse puntate: la cooperazione è un’attività perfetta per coprire traffici di armi e rifiuti tossici. E Bosaso è il porto a Nord del paese, che si affaccia sul golfo di Aden, poco più giù delle ultime acque del Mar Rosso. Un posto ideale per far arrivare le navi senza dare troppo nell’occhio. Questa città ha, in questa storia, un ruolo fondamentale.
Poco dopo pranzo, i due giornalisti, improvvisamente, partono dal loro albergo, il Sahafi, su un pick-up Toyota. C’è l’autista, Alì Mohamed Abdi, al suo fianco Miran. Dietro è seduta Ilaria con alle spalle, nel cassone, un uomo della scorta. Superano la linea verde ed entrano nella zona controllata da Ali Mahdi; a questo punto le informazioni si fanno frammentarie e le versioni si moltiplicano.
Dove vanno Ilaria e Miran quando abbandonano l’auto? Quanto stanno via? Entrano nell’albergo Amman per cercare il collega inglese dell’ANSA?
Come mai non sanno che tutti i corrispondenti se ne sono andati in Kenia perché qualcuno ha ventilato l’ipotesi di un rapimento? O sono entrati nell’ambasciata italiana che si trova a pochi passi dall’albergo? O sono andati a casa di Giancarlo Marocchino, uomo potente in Somalia oltre che informatore dei servizi segreti italiani? Chi li ha chiamati là? Perché?
Quante domande … tutte con la stessa risposta: non si sa.
Quello che si sa è che, quando escono per tornare in auto, una Land Rover blu con sette uomini a bordo li aspetta. Improvvisamente affianca il pick-up. L’autista tenta una fuga in retromarcia, che però non riesce. Quindi, capita l’antifona, fugge assieme all’uomo di scorta. Nella Toyota adesso ci sono solo Ilaria e Miran e il massacro può cominciare.  Scendono in sei dalla Land Rover. Miran è colpito alla tempia, Ilaria alla nuca. Muoiono là, sulla strada di Mogadiscio. Con un colpo solo, a bruciapelo. Una esecuzione in piena regola: dall’auto non viene portato via nulla, non c’è una sparatoria, nessun proiettile vagante … in quella strada sale una puzza incredibile di assassinio su commissione.
Chi ha mandato e pagato quegli assassini? Non si saprà mai.La notizia arriva in Italia creando prima incredulità, poi sdegno e orrore. Ma il massacro è appena cominciato, perché quando succede una tragedia simile, dopo il pianto e il dolore si chiede giustizia. Che oggi, a oltre vent’anni di distanza non è arrivata. E ancora risuonano le domande che tutti si fanno.
Chi è stato? Chi li ha mandati quei sette? Perché?

I dubbi

Certo, col mestiere che fanno e i luoghi che frequentano, con la situazione in Somalia, con il fatto che bastano pochi dollari per far uccidere chiunque, si potrebbe pensare ad un semplice incidente sul lavoro. Chi fa quel lavoro e lo fa con la voglia di andare fino in fondo, sempre e comunque, costi quel che costi, una eventualità simile deve metterla in conto. Ma questo è un assassinio strano, ecco che ritorna ancora e ancora questo aggettivo, un assassinio che non ha niente a che fare con banditi di strada o esaltati estremisti. Perché ci sono troppe cose che non tornano, non tornano affatto.
Cose strane, appunto. Dopo un assassinio, uno come questo per di più, tutto viene fatto per cercare di scoprire cos’è successo davvero. Invece succede tutt’altro.
Subito dopo la sparatoria arrivano sul posto alcuni giornalisti che non hanno ancora lasciato la Somalia. C’è Gabriella Simoni di Spazio Aperto e Giovanni Porzio di Panorama e poi due troupe televisive: la statunitense ABC, e quella svizzera, che riprendono tutto.
alpi06A scoprire i cadaveri e gestire la situazione è Giancarlo Marocchino. É il primo ad essere arrivato sul posto. Lui abita a due passi. Chiede istruzioni alle poche autorità militari italiane ancora presenti a Mogadiscio. La zona è pericolosa e non arriverà nessuno, gli dicono. Fa rimuovere dai suoi uomini i corpi dal pickup, li carica sulla sua auto e va verso il porto vecchio della città, dov’è ancorato l’incrociatore Garibaldi. Il pickup li segue.
E qui nasce il primo dubbio. Perché spostarli dalla Toyota, se questa è perfettamente funzionante? La posizione dei corpi, l’analisi dell’auto avrebbero potuto fornire indicazioni a chiunque avesse indagato. Ma di indagini nemmeno l’ombra: non ci sono rilievi, fotografie, sequestri, niente di niente.
Un elicottero della Garibaldi porta i cadaveri a bordo per essere esaminati da un medico che stila il certificato di morte e quindi lo stesso elicottero li trasporta all’aeroporto. Vengono presi in consegna da una ditta privata che fa servizio per le basi statunitensi. Qui i due corpi sono visionati da un altro medico e fotografati per documentare le modalità della morte. Il tutto viene messo in una busta e riconsegnato assieme ai corpi. La mattina dopo un aereo dell’aeronautica militare trasporta le bare a Roma, dove arrivano la notte seguente, alle 2 del mattino del 22 marzo. Il giorno dopo è prevista la sepoltura.
Perché tutta questa fretta? Perché nessuno si preoccupa di capire come sono andate le cose? Nemmeno a Mogadiscio? Ecco cosa ne pensa Mariangela Gritta Grainer, all’epoca membro della commissione di inchiesta sulla cooperazione.
E in Italia? Succede lo stesso. L’unico magistrato che si vede è al funerale quando l’impiegato del cimitero pretende un riconoscimento ufficiale del corpo di Ilaria prima di chiudere la bara.
Nessuna indagine, nessuna autopsia; sembra che di quella morte non importi niente a nessuna delle autorità. Sono i genitori di Ilaria a sporgere una denuncia contro ignoti e solo allora il magistrato è costretto ad aprire un fascicolo di indagine.
Che fine hanno fatto nel frattempo le loro cose? Sono rimaste nelle due camere d’albergo, in disordine, come capita a chi è appena tornato e riparte improvvisamente. Ci sono i vestiti, gli strumenti di lavoro, gli appunti presi mano a mano da Ilaria, una vera e propria mania quella della giornalista romana: non c’è immagine o filmato in cui non abbia una penna in mano. Ci sono le cassette di Miran, un altro che cura in modo ossessivo il proprio lavoro. Ogni sera le cassette vengono catalogate, scrivendo sulle custodie tutti i riferimenti possibili, date, luoghi, personaggi, per trovare in un lampo quello di cui si ha bisogno.
Nelle due stanze entrano due giornalisti, due colleghi, Gabriella Simoni e Giovanni Porzio a radunare tutto questo, a impacchettarlo in valigie e borsoni. Con loro gli operatori della televisione svizzera, che filmano tutto: è tutto documentato per filo e per segno.
I blocchi di appunti di Ilaria sono cinque, più l’agenda con numeri di telefono e frequenze radio-televisive, più i foglietti sparsi che Ilaria aveva con sé quando è stata uccisa.
Le cassette di Miran sono più di 20; è il reporter Francesco Chiesa della televisione svizzera a prenderle e metterle in una borsa blu. I numeri qui sono fondamentali: dobbiamo memorizzarli e tenerli a mente: cinque blocchi e venti cassette.
Tutto il materiale giornalistico viene infilato in uno zaino e consegnato al comandante dell’aereo che partirà per l’Italia. Gli effetti personali invece vengono messi in una busta sigillata, consegnati al presidente e direttore generale della RAI arrivati nel frattempo in Somalia.
Ci sono anche i rapporti dei medici della base americana sullo stato del corpo di Ilaria dopo l’uccisione e il certificato di morte stilato dal medico della nave Garibaldi.
Viene tutto inventariato, sigillato e spedito a Luxor, in Egitto, per poi proseguire verso Roma. Ma già in Egitto le cose cominciano ad essere strane. I bagagli sono confusi, i sigilli a volte non ci sono più o sono rotti. A Roma poi non ci sono formalità, nessuna indagine, nemmeno un controllo. Le borse vengono aperte e il materiale distribuito un po’ ai funzionari RAI, un po’ alle famiglie.
E qui continuano i misteri perché manca un sacco di roba.
alpi07I blocchi di Ilaria sono solo due, quelli in cui c’è il materiale meno importante. Quello che resta è pochissimo rispetto al lavoro che la giornalista aveva documentato.
Le cassette di Miran sono appena cinque: ne mancano 15, una quantità enorme di riprese.
Mancano i documenti contenuti nella busta sigillata: manca il rapporto delle autorità americane, mancano le fotografie dei cadaveri e manca il certificato di morte.
Dove sono finite le cassette? Quando se ne sono perse le tracce? Chi le ha fatte sparire e perché?
Sono domande semplici ma che hanno risposte molto complicate e spesso non hanno nessuna risposta.
Già, perché anche capire come Ilaria e Miran sono morti è complicato. Le versioni che vengono fornite nei mesi seguenti sono molte e difficilmente coincidono. Anche l’autista, Abdi, depone durante l’inchiesta, ma la sua versione è differente da quella di altri testimoni, come l’uomo di scorta, o la signora che ha visto tutto dall’altra parte della strada. Quanti uomini sono scesi dalla Land Rover? In quanti hanno sparato? Come hanno sparato? Raffiche di mitra o solo due colpi alla testa?
Il modo in cui il commando ha eliminato Miran e Ilaria fa tutta la differenza del mondo, come quella che esiste tra una morte avvenuta per caso nel corso di una sparatoria e quella invece che sembra essere un’esecuzione a freddo, premeditata, voluta.
La giornalista Gabriella Simoni ricorda bene quello che ha visto dentro la Toyota quel 20 marzo:
Un’esecuzione dice la Simoni, una tecnica da mafiosi, aggiunge Carmine Fiore, il comandante del contingente italiano in Somalia. Per loro non c’è nessun dubbio: Ilaria e Miran non sono morti per caso.

Inchieste, autopsie e commissioni parlamentari

La morte dei due giornalisti ha in Italia un’eco enorme. Ne parlano tutti, perché è evidente che c’è qualcosa che non quadra. Anche perché il delitto avviene in un periodo, quello di Mani pulite, in cui perfino i cittadini meno informati cominciano a sospettare che la gestione dello stato non sia così limpida come credevano.
I giornalisti presenti a Mogadiscio nel 1994 non hanno dubbi sulle modalità dell’omicidio. Ma la loro opinione ha poca importanza. Contano le indagini, quelle ufficiali, che stentano a partire. alpi05
La prima questione, l’ho già detto, è stabilire come i due sono morti. Miran viene portato a Trieste, dove vive la sua famiglia, e viene fatta l’autopsia. Un solo colpo alla tempia è il risultato del medico legale.
Per Ilaria occorre aspettare il funerale. Il sostituto procuratore De Gasperis la fa esaminare dal medico di fiducia della procura di Roma, Giulio Sacchetti. Risultato: un solo colpo nella zona laterale posteriore sinistra della testa, sparato da distanza ravvicinata con un’arma corta, insomma una pistola. Il proiettile è calibro 9. Dei kalashnikov e delle sventagliate di proiettili nessuna traccia.
L’esame però è solo esterno, non si fa alcuna autopsia, perché al magistrato sembra che la situazione sia chiarissima così. Ma negli anni seguenti ci saranno decine di perizie che daranno versioni differenti e contrastanti. Qualcuno alla commissione bicamerale dirà che si è trattato di un proiettile di kalashnikov, vagante. Dunque si torna al problema se Ilaria e Miran siano stati assassinati apposta o se siano semplicemente stati sfortunati a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Nel 1996 cambia il magistrato, Giuseppe Pititto, che fa riesumare il corpo. C’è una nuova perizia balistica e un’autopsia. Risultato: il colpo sarebbe stato sparato da lontano. Otto anni dopo, nel marzo 2004, Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare che si occupa della morte dei due giornalisti, fa nuovamente riesumare il corpo e ordina nuovi esami. Risultato: colpo di kalashnikov sparato da lontano.
E poi c’è la macchina, il pikup Toyota su cui viaggiavano Ilaria e Miran. Che fine ha fatto? L’avevamo lasciata a Mogadiscio quel 20 marzo del 94. Si sono fatti rilievi su di essa? É stata sequestrata per farla avere alla polizia scientifica?
alpi08La risposta è no. Di quell’auto non si sa niente fino a che Taormina non la fa cercare, 11 anni dopo. La trova Giancarlo Marocchino, sempre lui in mezzo ad ogni avvenimento che riguardi la Somalia. La compra per conto dello Stato italiano e la fa arrivare a Roma a disposizione della commissione d’indagine. Gli esperti di balistica arrivano alla conclusione che ad uccidere i due giornalisti sia stato un unico proiettile che avrebbe attraversato il cranio di Miran, attraversato il sedile ed essere infine finito nella testa di Ilaria. Spiegazione contorta di un evento tragico, quasi incredibile ma sfortunato.
Questo non basta alla Procura di Roma, che vuole saperne di più su uno dei crimini più chiacchierati di quegli anni; vuole vedere l’auto e affidarla ai propri esperti. Il presidente Taormina nega l’autorizzazione. La procura si rivolge alla Corte Costituzionale, la quale da ragione alla Procura. É il magistrato Franco Ionta a seguire l’inchiesta. Tra le altre cose, ordina una analisi accurata delle tracce di sangue. Viene eseguita l’analisi del DNA, che porta ad una sorpresa sconcertante.
Quel sangue non è quello di Ilaria Alpi!
Non solo. Guardando i filmati del 1994 e confrontando quell’auto con quella attualmente a Roma, gli esperti di parte civile si convincono che i due veicoli sono diversi. L’auto in mano alla commissione non è quella in cui Ilaria e Miran sono stati uccisi. E allora? Perché Marocchino consegna un’automobile che non è quella richiesta? Non lo sapeva o lo ha fatto apposta?
Come si vede, in questa vicenda su molti fatti ci sono un sacco di spiegazioni che non vanno d’accordo tra loro, spesso sono opposte, ancora più spesso semplicemente non ci sono.
Sulla modalità della morte, sull’auto, sulle autopsie, ma la domanda fondamentale rimane una: perché? Perché Ilaria e Miran sono stati uccisi?
Per rispondere a questa domanda occorre farne un’altra: perché sono andati laggiù? A cercare cosa? E perché hanno passato sei giorni a Bosaso, quando bastavano poche ore per l’intervista che avevano in programma?
Si capisce qualcosa solo allargando il campo all’attività giornalistica di Ilaria di quel periodo. Da due anni lei andava e veniva dalla Somalia per capire una cosa, che si troverà scritta su uno dei blocchi rimasti: “1400 miliardi di lire. Dov’è finita questa impressionante mole di denaro?” Ilaria si riferisce ai meccanismi della cooperazione italiana.
Ma qui dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

5 Cooperazione

Dunque per capire quello che sta succedendo occorre avere una visione più generale.
alpi09Siamo negli anni ’90, quando in Italia non si parla d’altro che delle inchieste sulla politica corrotta, sui conti bancari all’estero, sulle deviazioni del finanziamento dei partiti, sul ruolo di Craxi e del suo partito e così via.
Tra le inchieste c’è anche quella sulla cooperazione internazionale, gestita dal FAI, Fondo Aiuti Italiani, diretto da Francesco Forte, sottosegretario agli esteri nei governi Craxi a metà anni ’80.
Le intenzioni sono ottime: l’Africa sta passando un momento di grande difficoltà e ogni aiuto è importante. L’Italia si occupa della Somalia solo che a volte i molti soldi stanziati finiscono in modo strano: si perdono per strada, o servono a progetti faraonici del tutto inutili come grandi strade nel deserto che nessuno percorre (una di queste parte proprio da Bosaso), forniture di flotte di pescherecci al governo locale, che poi finiscono in mano ai privati. E poi c’è il sospetto che quei denari servano a sostenere traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, a sostenere dunque l’impresa del crimine. Possibile? Craxi nega tutto, ma ci sono in piedi in quel periodo 41 inchieste della corte dei conti, dal 1994 anche una commissione parlamentare d’inchiesta e le indagini delle varie procure.
Ascoltiamo la voce di Ilaria Alpi in un servizio del 29 dicembre 1992:
Ilaria a Bosaso ha un appuntamento importante, un’intervista con Abdullah Bogor Muse, il sultano di Bosaso. Lui sa tutto sulle navi, sulla cooperazione e su tutto il resto. L’intervista di Ilaria dura quasi tre ore: lo dichiara lo stesso Bogor al pubblico ministero Pititto. Ma quando si cercano le immagini nelle cassette di Miran si trovano appena 20 minuti, con tagli evidenti. E cosa dice il sultano davanti ai magistrati italiani?
Le domande di Ilaria hanno uno scopo preciso. Vuole sapere se quelle famose navi, che dovevano trasportare vestiario e medicine, non erano in realtà cariche di armi e di rifiuti tossici. C’è un uomo, tale Omar Mugne Said, che si sarebbe impossessato delle navi fornite dall’Italia per farne un uso privato, probabilmente illegale. Sono queste le navi che Ilaria sospetta essere usate per gli scopi criminali. Ecco cosa risponde al riguardo Bogor.
Ma il sultano non dice tutto, o almeno non lo dice in quello che è rimasto nelle cassette di Miran; ha paura e non si fida, nonostante il nuovo corso che l’Italia sta vivendo con Mani Pulite. Non fa nomi, ma si capisce che la verità è vicina, anzi vicinissima.
alpi10Cosa si sapeva o cosa si è venuti a sapere su questo argomento? Perché, più di vent’anni dopo, la domanda è sempre la stessa, solo che i 1400 miliardi di Ilaria sono una stima per difetto e pare proprio che di soldi in ballo ce ne siano parecchi di più. Segreti di stato, bocche cucite, gente che sa tutto e nel frattempo è morta: niente di nuovo insomma nei segreti italiani. Chi prova ad aprire inchieste in quel periodo si trova di fronte ad un muro di gomma. Capita alla procura di Milano (pubblico ministero Gemma Gualdi nel 1994) e anche alla commissione d’inchiesta sulla cooperazione l’anno dopo, i cui lavori sono bloccati dalla caduta del governo Berlusconi per la defezione della Lega Nord dalla maggioranza che aveva vinto le elezioni. Ma se si leggono i verbali di quella commissione si trovano le parole durissime della corte dei conti che giudica gli interventi della nostra cooperazione “inutili”. Eppure, scrive la commissione, per il governo Craxi del 1984 “la Soma­lia ha rap­pre­sen­tato il prin­ci­pale desti­na­ta­rio dei finan­zia­menti della coo­pe­ra­zione ita­liana”.
Tra le indagini c’è quella della procura di Asti, che parte da Giancarlo Marocchino, sospettato di essere l’uomo forte dell’organizzazione che porta armi e rifiuti tossici in Somalia. Torneremo a parlare di Asti e della sua procura tra poco. Quello che possiamo dire fin qui è che, alla luce di questi fatti, assume ancora maggiore rilevanza la nota sul blocco di Ilaria: “1400 miliardi di lire. Dov’è finita questa impressionante mole di denaro?”. )

Giancarlo Marocchino

Chi è Giancarlo Marocchino? E quale ruolo ha avuto nell’omicidio dei due giornalisti? A detta di Carlo Taormina, Marocchino è una spia; lavora per i servizi segreti italiani. Ma è anche un imprenditore che si occupa di ogni cosa avvenga in Somalia in quel periodo. Dispone di contatti importanti e di un vero e proprio esercito. Alcune centinaia di uomini armati, ben pagati e per questo fedelissimi.
Come abbiamo visto è il primo ad arrivare sul luogo del delitto, rimuove i corpi e li porta alla Garibaldi. Agisce senza tentennamenti, come se fosse perfettamente chiaro tutto quello che c’è da fare. Non proprio il comportamento tipico di un uomo d’affari.
C’è un rapporto del colonnello della polizia investigativa somala Ali Jirow Sharmarke che accusa, seppure indirettamente, Marocchino di aver organizzato l’agguato. Ecco le sue parole rivolte al magistrato che l’interrogava: «Appena Ilaria arrivò in albergo ricevette una telefonata di Marocchino ... Disse all’autista che doveva andare subito via perché Marocchino la stava aspettando. La giornalista e il fotografo, accompagnati solo da un autista e da un guardiano, andarono a casa di Marocchino dove rimasero per circa un’ora». Parole riferite dai suoi uomini. Poi aggiunge: «Andai con otto uomini a casa del Marocchino perché volevo interrogarlo, ma lui mi impedì di farlo», perché «intorno alla sua casa vi era un centinaio di uomini armati». Questa deposizione verrà confermata anche a Giuseppe Pititto. Marocchino negherà ogni cosa, sostenendo che in Somalia in quel periodo bastavano pochi dollari per diventare delatori di qualsiasi cosa.
Prima di allora, nel 1993, il comando statunitense arresta ed espelle Marocchino dalla Somalia per traffico d’armi e altre attività illecite. La procura di Roma apre un’inchiesta, che viene però archiviata in tutta fretta. Poco dopo arriva una richiesta diretta dell’ambasciatore italiano a Mogadiscio, Mario Scialoja, che rivuole Marocchino a Mogadiscio.
Ma le inchieste non si fermano, non da sole almeno. Ci sono numerose intercettazioni e poi le parole dei collaboratori di giustizia, in primis Francesco Fonti che attribuirà a Marocchino e ai servizi segreti attività illecite nel campo della vendita illegale di armi e del traffico di rifiuti pericolosi e radioattivi. É la procura di Asti ad incriminarlo sulla base delle intercettazioni fornite da Roma, Brescia e Torre Annunziata. Ma anche in questo caso le accuse cadono e l’inchiesta viene archiviata.
C’è un altro episodio curioso che avviene pochi giorni prima di quel 20 marzo. C’è una cena a casa Marocchino per festeggiare il suo compleanno. Ci sono anche molti giornalisti, tra i quali Carmen LaSorella del TG2. Ad un certo punto Marocchino si assenta e quando torna comunica che i clan in guerra hanno deciso di rapire e uccidere dei giornalisti e invita tutti a lasciare il paese. Un aereo decollerà qualche giorno dopo per il Kenia. Per questo il contatto ANSA, che Ilaria cercava a Mogadiscio il 20 marzo, non trova.
Non voglio qui entrare nel merito di tutte le indagini che hanno riguardato questo personaggio. Quello che appare è che egli sappia molto più di quello che ha detto e che il suo ruolo nel trasporto di rifiuti tossici e soprattutto radioattivi in Somalia non sia stato per niente secondario.
Nel 1998 Luciano Tarditi, pubblico ministero di Asti, interroga Ezio Scaglione, “console onorario della Somalia” a cui il presidente ad interim Ali Mahdi affida nel 1996 la creazione di un impianto di stoccaggio dei rifiuti. Dagli atti risulta che Scaglione dica: «Si potevano smaltire rifiuti radioattivi e preciso che Giancarlo Marocchino, in una delle varie conversazioni telefoniche che io ebbi con lui personalmente, mi parlò della costruzione di un porto nella zona a nord di Mogadiscio, in località El-Ma’an, sostenendo di poter stivare nella banchina rifiuti radioattivi, annegandoli nel cemento».
Torneremo su questo punto un poco più avanti.
alpi11Non solo il porto. Anche la strada Bosaso – Garoe, finanziata dalla cooperazione italiana, è in realtà un cimitero di rifiuti tossici. Lo dicono tutti: gli abitanti della zona, i pentiti, i marinai che lavorano sulle navi, tutte le persone informate dei fatti. I giornalisti di Famiglia Cristiana guidati da Luciano Scalettari vanno tre volte in Somalia a percorre quel tratto di quasi 500 km di asfalto. E tornano con un sacco di testimonianze. Pescatori che dicono che bidoni sono stati trovati in fondo al mare da altri pescatori, poi morti di malattia. Medici (tra cui uno italiano) che confermano un aumento di tumori e di malformazioni dei neonati nella zona, del tutto anomalo rispetto al resto del paese, camionisti che ricordano di aver trasportato e scaricato dei fusti nelle cave lungo la strada in costruzione. Si fanno portare sul posto, segnano la posizione GPS, ma certo non possono scavare per controllare. Potrà farlo la magistratura o qualche organismo internazionale. Ma un conto sono i racconti e altro i fatti. Quei bidoni ci sono davvero? Basterebbe andare là e scavare.
C’è un’altra commissione d’inchiesta, questa volta sullo smaltimento illecito dei rifiuti, presieduta dall’on. Paolo Russo di Forza Italia. É un medico e vuole vederci chiaro. Chiede di acquisire tutto, nastri, filmati, documenti e posizioni GPS. Ma l’autorizzazione non arriva perché, così gli dicono, le condizioni politiche e militari in Somalia sono molto difficili. Ascoltiamo il ricordo di Paolo Russo e subito dopo il commento di Luciano Scalettari di Famiglia Cristiana. 

Giorgio Comerio

C’è un altro nome che compare nelle indagini e nelle inchieste sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, quello di Giorgio Comerio.
alpi12Lo abbiamo già incontrato, parlando delle navi dei veleni e della tragica fine del capitano Natale De Grazia. Abbiamo anche visto che oggi i servizi ritengono sia un uomo forte della fornitura di materiale radioattivo perfino del dittatore Kim della Corea del Nord. Ma a noi qui interessano i suoi legami con le vicende somale.
Dobbiamo risalire ai fatti che riguardano la Jolly Rosso, quella nave dei veleni che, per qualche strano motivo, invece di affondare come tutte le altre, finisce spiaggiata sul litorale calabrese. In quella nave si trovano dei documenti interessanti. Alcuni di questi sono appunto di Giorgio Comerio, ingegnere, esperto di navi con specializzazione nello smaltimento dei rifiuti radioattivi.
Giorgio Comerio ha avuto un sacco di accuse, inchieste giudiziarie, inchieste giornalistiche a questo riguardo. A noi non interessano, non in questo momento almeno.
Ricorderete che ho parlato dell’avventura ODM, gestita da Comerio su invito dell’OCSE, per riempire siluri di materiale radioattivo e spedirli dentro i fondali marini, lasciando tutta quella schifezza là, in fondo al mare.
Quello che ci interessa, in questo momento, è che l’ingegnere apre una sede a Lugano dell’O.D.M. e dichiara di aver trovato 12 milioni di dollari per smaltire scorie radioattive in due paesi non specificati.
É tutto abbastanza strano, eccolo di nuovo l’aggettivo. I numeri di telefono dell’azienda sono intestati ad un privato (Arcasio Camponovo) e la società non è mai stata registrata in Svizzera. É un intreccio di società più o meno reali che si occupano di questo ampio spettro di affari sporchi legati ai rifiuti tossici e radioattivi. Successivamente due altre società vengono affiliate alla ODM: una è tedesca di Brema, l’altra è la Atimex Snc di Asti.
Ecco come entra in gioco la procura di Asti, che comincia ad indagare ed effettuare intercettazioni telefoniche, comprese quelle a carico di Marocchino.
C’è una perquisizione nella casa di Comerio, dove, tra le altre cose, si rinviene il certificato di morte di Ilaria Alpi. Quello che, dopo l’invio del corpo dall’Africa in Italia era scomparso assieme a tutto il resto del materiale, i blocchi, le cassette di Miran, le rubriche telefoniche, le foto dei corpi e quant’altro.
Sono i magistrati calabresi a recuperare i documenti, come ho ricordato nella puntata sulla morte di Natale De Grazia. Ma, quando occorre tirarli fuori per depositarli presso le commissioni d’inchiesta e i tribunali, quei documenti non si trovano più, nemmeno il certificato di morte di Ilaria.
É chiaro che a questo punto, se si trattasse di un romanzo di spionaggio, ci aspetteremo una serie di colpi di scena con i buoni che sconfiggono i cattivi. Ma questo non è un romanzo. Si va avanti a dichiarazioni e controdichiarazioni. Giorgio Comerio ha un sito nel quale sono contenute tutte le sue verità. Verità che ovviamente negano ogni addebito su qualsiasi tema: le navi, i rifiuti, le armi, i documenti, Ilaria Alpi.
E a poco serve l’accusa circostanziata del pentito Francesco Fonti, che come boss della ‘ndrangheta aveva lungamente partecipato a quelle attività criminali. Le sue indicazioni sono precise. É stato proprio il traffico di rifiuti radioattivi e di armi il motivo per cui sono stati pagati i sicari somali che hanno giustiziato Ilaria e Miran.

Un colpevole?

Nessun colpevole dunque?
No, il processo riconosce un colpevole, ma anche questa è una storia strana.
Nel 1996 l’ambasciatore italiano a Mogadiscio, Giuseppe Cassini, trova un testimone: Ahmed Ali Raje. Lui sa i nomi dei sette occupanti la Land Rover blu. Ma quando il testimone arriva a Roma di nomi ne esce solo uno: Hashi Omar Hassan. Lui, Hassan, si trova a Roma, perché è un testimone di quella brutta storia delle violenze da parte delle forze armate italiane contro cittadini somali. Viene condannato in primo grado. Poi va all’estero, ma torna per l’appello. Ecco un’altra stranezza: sa che rischia l’ergastolo: perché mai dovrebbe tornare? Chi gli consiglia di farlo?
Ancora una volta i misteri si mescolano ad altri misteri. Mentre Hashi viene condannato a 26 anni di carcere, il termine “capro espiatorio” diventa sempre più insistente. Anche perché la testimonianza che lo inchioda, quella di Ali Raje, è stata raccolta a Mogadiscio da Cassini, verbalizzata dalla Digos e da Ionta a Roma nel 1997. Poi di Raje non si sa più nulla. Sparisce, non partecipa alle sedute del processo, non compare mai in aula.
Mentre Hashi sconta la sua pena e continua a professarsi innocente, nel 2002 il colpo di scena. Raje racconta infatti di essere stato pagato per raccontare il falso, accusando una persona a caso e sostenendo che l’omicidio era stato puramente casuale, un errore.
La Digos di Udine aveva svolto le indagini, fatto venire in Italia e interrogato l’autista del pikup e la guardia del corpo ed era arrivata a conclusioni completamente diverse, quelle adombrate oggi in questa trasmissione, quelle da sempre sostenute dalla famiglia Alpi. I due giornalisti sono morti per tutelare il segreto attorno al traffico di armi e rifiuti tossici. Ma l’allora procuratore capo Vecchione toglie la delega alle indagini alla Digos di Udine, per passarle al pubblico ministero Ionta. Nel 2011 viene istituito un procedimento contro Ali Raje per calunnia che potrebbe riaprire tutto il discorso. Qualche anno fa è stato sentito il generale Adriano Santini, direttore dell’AISE (i servizi segreti italiani). A sentire i presenti non ha fornito nessun elemento nuovo rispetto a quanto già in possesso della commissione Taormina. Eppure i giudici hanno preteso che l’interrogatorio avvenisse a porte chiuse. Perché?
Ancora misteri.
Nel dicembre 2014, una svolta. Laura Boldrini, presidente della Camera, avvia il procedimento per desecretare i documenti sulle vicende di quegli anni: sulle navi dei veleni, sugli interramenti dei rifiuti tossici nel nostro paese, sulle spedizioni di scorie all’estero, anche in Somalia, anche a Bosaso.
Parleremo di questi documenti in una prossima puntata.
Spero non penserete che questa azione sia nata motuproprio all’interno dei nostri parlamentari. È stata Greenpeace, con il forte sostegno del quotidiano Il Manifesto, a richiedere la de-secretazione degli atti, fornendo un elenco di quelli che proprio non possono più rimanere dentro un cassetto.
Ascoltiamo un brano musicale e poi vedremo un altro episodio di questa storia, un episodio che fa venire il voltastomaco: le conclusioni della commissione Taormina sulla morte dei due giornalisti a Mogadiscio. 

Le conclusioni della Commissione Taormina

Già: strano, misterioso, occulto, depistato sono gli aggettivi che ricorrono in questi racconti. Dei quali però sembra non avvedersene il presidente della commissione, Carlo Taormina, che firma una conclusione quanto meno sconcertante.
alpi13Non c’è niente di strano in Somalia. Anzi ci sono tanti giornalisti (immagino si riferisca a quelli dell’Espresso e di Famiglia Cristiana in primo luogo), che cercano di trarre profitto dalla diffusione di notizie sui rifiuti e le armi. Pensate un po’: si parla di notizie inventate ad arte per fare carriera, sulla pelle dei colleghi e delle popolazioni locali. Una bella visione quella di Taormina. Vengono addirittura effettuate perquisizioni nelle case di alcuni di questi giornalisti, come Maurizio Torrealta, allora al TG3. Siccome sono cose difficili da credere ascoltiamo prima Carlo Taormina sulle conclusioni della commissione e poi il giornalista perquisito.
E dunque perché mai i due giornalisti sono stati uccisi a Mogadiscio secondo l’avvocato Taormina? Per caso. É toccato a loro, poteva toccare a qualcun altro. Le indagini, le armi, i rifiuti, i servizi segreti, i misteri dei documenti scomparsi non contano nulla e non c’entrano niente. I due erano là in vacanza, sono stati sfortunati. Al massimo si può pensare ad un rapimento di due giornalisti italiani, ma non loro in particolare, sarebbero andati bene due qualsiasi. Insomma un tentativo di sequestro finito male.
É facile immaginare la reazione dei colleghi, di chi aveva speso energie e denaro per indagare, di fronte a questa ignobile farsa.
Vorrei ricordare, è solo cronaca, che nello stesso tempo Taormina faceva parte della commissione Telekom Serbia, in cui esponenti della sinistra italiana (Prodi, Dini, Fassino) venivano accusati da un presunto Dossier di Ugo Marini. Nel 2003, a seguito di una indagine del quotidiano Repubblica, Taormina ammise che si era inventato tutto ed era “il puparo di questa vicenda”. Si dimise da parlamentare e finì a commentare il calcio al processo di Biscardi. Ma che bella persona! Nel 2016 aderisce al Movimento 5 stelle. Grillo, ma che cazzo di gente tiri dentro?
La commissione d’inchiesta, tuttavia, ha anche un vicepresidente. Si tratta di Raffaello De Brasi, dell’Ulivo, che assieme ai parlamentari di opposizione della commissione non votano le conclusioni di Taormina e presentano una propria contro-conclusione, che è facile trovare nei documenti della camera della 14^ legislatura. Ascoltiamolo.
Le conclusioni di Taormina fanno gridare talmente tanto allo scandalo che Gianni Barbacetto, attuale giornalista de Il Fatto Quotidiano e collaboratore delle trasmissioni televisive più interessanti dal punto di vista investigativo, come Blu Notte di Carlo Lucarelli  e Anno Zero di Michele Santoro, sul settimanale Diario, esce con un articolo intitolato «Taormina connection» in cui fa un bilancio tutt’alstorie/tro che lusinghiero delle attività condotte su questo caso. Una connection che si nutre di elementi quanto meno discutibili perché, per citarne una, il presidente della commissione è stato anche l’avvocato del generale Carmine Fiore, il comandante del contingente italiano che querelò per diffamazione Luciana Alpi, la madre di Ilaria, poi assolta per aver detto che l’ufficiale era un bugiardo quando affermava che i corpi dei giornalisti erano stati recuperati dai militari. 

La mamma di Ilaria

alpi14Voglio chiudere questa vicenda con le parole della mamma di Ilaria Alpi, una donna che ha sempre lottato per sapere la verità, con suo marito finché è rimasto in vita e da sola poi. Ma Luciana non è mai sola, perché la vicenda è quella dell’Italia di quegli anni e non solo e riflette un modo di fare e di comportarsi tipico di una classe dirigente che se ne frega di ogni cosa quando c’è da mettere al sicuro un segreto imbarazzante.
Questa è la storia dunque di due persone che cercavano la verità in Somalia e per questo sono state uccise. Con ogni probabilità per coprire traffici immondi gestiti nel retrobottega delle amministrazioni italiane e internazionali.
L’intreccio spaventoso di malavita, servizi segreti, politici, faccendieri, massoni è una matassa che nessuno riesce a dipanare senza provare un senso di schifo.
Ma nei romanzi polizieschi, accanto ai morti ammazzati, agli assassini e ai mandanti, spesso c’è anche un epilogo.
Il nostro esce dalle carte della procura di Asti. Sì, proprio quella che indaga, a seguito dell’affare ODM di Giorgio Comerio, sul traffico di rifiuti tossici.
Greenpeace, assieme alle altre grandi associazioni ambientaliste italiane, ha studiato l’intera vicenda fin dal 1994, nel 2010 scopre nell’archivio della città piemontese alcune fotografie. Il sito di Greenpeace Italia le pubblica nel giugno del 2010. Risalgono al 1997 e mostrano cosa c’è dentro le banchine del porto di El Ma’an vicino a Mogadiscio. Centinaia di container dal contenuto sconosciuto. (vedi articolo di Greenpeace).
Ne parlano i giornali, ad esempio l'Espresso in un articolo del 18 giugno 2010.
alpi15Le immagini sono inserite da Greenpeace in un dossier di 36 pagine che ripercorre tutta la storia dei rifiuti tossici trasportati in Africa o affondati al largo delle coste italiane. un dossier che ripercorre la storia che in queste puntate ho raccontato qui a Radio Cooperativa.
Si parla di Asti, della commissione parlamentare, della Jolly Rosso e si parla anche di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che non ci sono più, ma solo fisicamente, solo fisicamente.

Epilogo

Dopo 10 anni anche le Nazioni Unite cominciano ad indagare e arrivano, alla fine, alle stesse conclusioni alle quali stava arrivando Ilaria Alpi. Il documento è in rete e non lascia proprio nessun dubbio. Il resoconto può essere riassunto così.
Una rete di malfattori organizza, ben protetta dalle amministrazioni statali, il traffico di armi e rifiuti, utilizzando quelle stesse navi della compagnia Shifco, che il governo italiano ha donato perché il popolo somalo possa pescare e sopravvivere.
I nomi del console onorario Enzo Scaglione, di Giancarlo Marocchino, di Nicolas Bizzio e dello stesso presidente somalo dell’epoca Ali Magdi compaiono nei documenti, nelle intercettazioni, nei resoconti degli agenti infiltrati. E a nulla sono serviti i resoconti dettagliati dei pentiti come Giancarlo Sebri o Francesco Fonti. La chiusura di ogni indagine è in quelle poche parole, glaciali e terribili: “non luogo a procedere”. 
Oggi le coste somale dove i container e i bidoni pieni di sostanze tossiche e radioattive sono stati abbandonati, sono tragicamente morte. Niente pesci, niente pesca, niente possibilità di sopravvivere. I bambini nati con malformazioni gravi sono in aumento, i tumori e le leucemie anche.
Ecco allora che i pescatori fanno l’unica cosa che possono fare: diventano pirati e assaltano le navi che passano al largo e, quando possono, le catturano. Certo, sono dei pirati, ma sicuramente meno grandi e sicuramente meno responsabili di tutte le industrie e le organizzazioni statali che hanno permesso che i veleni di mezzo mondo arrivassero a distruggere le vite di uomini, donne e bambini in una parte del mondo già povera e senza speranza.
La Somalia oggi non offre certo la possibilità di andare a verificare come stanno le cose. Lo scenario è quello fatto di attentati, bombe, una guerra civile senza fine.
Il paese non ha mai conosciuto un reale periodo di pace, dal momento che la sua storia è fatta di colpi di Stato, dittature, guerriglie, scontri tra fazioni e clan. A questa precarietà assoluta dal punto di vista amministrativo, si associa comprensibilmente anche una pessima qualità della vita, dettata da un tasso di mortalità molto alto soprattutto tra anziani e bambini, scarse condizioni igienico-sanitarie ed epidemie. A rendere la situazione ancora più drammatica, come se non lo fosse già abbastanza, ci sono tre anni di siccità che stanno esplodendo sotto forma di carestia.alpi16
I clan dominano la scena per questo le cose che Ilaria Alpi aveva ben chiare nei suoi pensieri, restano là.
A proposito dei pirati somali, al largo delle coste i grandi stati hanno messo le loro navi da guerra per catturarli. Molti sono già stati presi. Ma nei confronti delle grandi aziende e delle organizzazioni che hanno distrutto le coste, il mare e le vite delle persone non è mai strato mosso un dito. Che schifo!

Introduzione

puntata2 00Eccoci alla seconda puntata della nuova versione di Noncicredo, durante la quale vi racconterò alcune delle storie incredibili che il nostro paese ha attraversato, in mezzo a scandali, inquinamenti (anche di prove), soprusi e malaffare.
Per chi si fosse perso la prima puntata, può facilmente riascoltarla visitando il mio sito personale: noncicredo.org, mentre nel podcast della radio c’è un riassunto (senza le musiche e le interviste).
Abbiamo cominciato, due setimane fa, parlando della gestione, se mi passate questo termine, dei rifiuti pericolosi e tossici. Le industrie, ma, come vedremo, anche organizzazioni statali e non solo italiane, quando producono scarti nella loro lavorazione devono seguire percorsi e rispettare normative particolari, specie se quegli scarti rischiano di danneggiare l’ambiente in cui vengono sversati e i cittadini che in quelle zone abitano. Così dagli anni ’60 in poi si è andata affermando una pratica meno dispendiosa. Si contatta un’azienda, per così dire, birichina, che si occupa, zitta zitta, di mettere qua e là i rifiuti. Sotto uno stadio, nel sottosuolo di un’autostrada o del parcheggio di un aeroporto. Quando però la quantità di monnezza è eccessiva, occorre inventarsi qualcosa di più raffinato. Nasce così la tratta di rifiuti Nord-Sud, con destinazione particolare nelle regioni della Campania e della Basilicata. Sulla Basilicata avremo molte cose da dire, ma solo più avanti nella nostra storia. A dirigere il traffico interviene la camorra, poi la ‘ndrangheta, e la mafia siciliana.
Le mille discariche abusive campane, scoperte negli anni, stanno a dimostrare che questo è un vero e proprio sistema. É chiaro che gli effetti devastanti di materie particolarmente pericolose (pensate alla diossina, tanto per non fare nomi), incidono sulla produzione di ortaggi, sul mangime delle capre e delle bufale e quindi di tutti i latticini che vengono poi venduti in ogni angolo del mondo. Un crimine a largo spettro che ha come vittime l’ambiente e tutti i suoi abitanti. Ma frutta una quantità enorme di denaro, molto più, a detta di alcuni pentiti, del traffico della droga, che è tutto dire!
Ma c’è anche di peggio. Oltre a riservare questo trattamento non proprio carino al nostro paese, l’organizzazione criminale investe nella spedizione di rifiuti all’estero, in paesi in cui non è difficile ottenere un permesso o per la facilità di corrompere i governi o per la situazione locale difficile (fame, guerre in corso, guerre civili). Così nascono organizzazioni quasi legali, nel senso che i partecipanti firmano contratti veri e propri, che li obbligano a determinate azioni. In Libano, in SudAmerica, ma anche in alcuni stati dell’Est Europeo, arrivano navi, o file di camion per interrare senza troppi rischi le schifezze delle industrie del ricco occidente.
Abbiamo ricordato la scorsa puntata due di queste “imprese” a testimonianza di tutte le altre, che, secondo Greenpeace, tra il 1988 e il 1994 sarebbero state quasi cento. Leggiamo dal rapporto dell’associazione ambientalista pubblicato nel 2010:
 “Tra 1988 e il 1994 Greenpeace ha reso pubblici 94 casi (o tentativi) di trasporto di rifiuti nocivi verso l’Africa: più di 10 milioni di tonnellate di residui. Alcuni piani prevedevano la costruzione di strutture in loco per lo smaltimento dei rifiuti, inceneritori e discariche. Atri riguardavano rifiuti radioattivi, come il famigerato progetto ODM per il quale erano stati identificati almeno 16 diversi paesi africani. Ma per la maggior parte si trattava di semplici operazioni di scarico rifiuti. I container con i rifiuti venivano spediti seguendo la linea della minima resistenza e del governo più debole, finendo in aree remote come la Guinea equatoriale, il Libano, la Somalia e il Congo. Rifiuti tossici sono stati depositati su spiagge della Nigeria e di Haiti.”
Che ci fossero traffici illeciti di rifiuti tossici tra l’Italia e altri paesi del mondo è dimostrato da diverse vicende che hanno avuto documentazione ufficiale. Tra queste ne ricordo due.
La prima avviene in Libano tra il 1987 e l’88. Ne parla l’allora onorevole Riccardo Sanesi dell’area dei Verdi, il quale, nel 1995, presenta una interrogazione alla camera in cui ricorda che, durante la guerra civile in Libano, la società Jelly Wax aveva pagato la milizia per depositare i rifiuti con una cifra stimata tra i 10 e i 50 milioni di dollari (all’epoca un $ si cambia a 1300 lire e un operaio ha uno stipendio attorno alle 600 mila lire, circa 300 €). Secondo Greenpeace, Jelly Wax scarica 24 mila tonnellate di rifiuti liquidi e solidi altamente tossici. Una parte vengono interrati nelle alture di Kerswam con il concreto rischio di inquinare con il loro contenuto di metilacrilato, etilacrilato, paraffina clorurata e scorie di metalli pesanti, i corsi d'acqua e le falde sotterranee di una regione da cui proviene buona parte dell'approvvigionamento idrico del Libano. Gli altri finiscono direttamente in mare, dove l'acqua corrode i container liberando parte del contenuto, con conseguenze facilmente immaginabili.
Il governo libanese si incazza e intima al governo italiano di riportare a casa quelle schifezze. Al governo italiano tocca abbozzare, scusarsi e riprendersi il materiale. Viane inviata una nave per questo: è la Jolly Rosso, di cui comincerò stasera a raccontare la strana storia. Riporta a casa però solo 6'000 tonnellate di rifiuti, un quarto del totale.
Ma la madre di tutte queste imprese avviene in Marocco, nel Sahara occidentale: il progetto Urano si eleva su tutti gli altri, per l’audacia, ma anche per le dimensioni dell’affare. Sono coinvolti personaggi chiave della nostra storia, i cui profili abbiamo delineato la volta scorsa.

Il progetto Urano

Dunque il progetto Urano. Ripercorriamo in breve la vicenda. Giuseppe Sebri è incaricato di preparare il terreno nei luoghi di destinazione, ma è anche il pentito che spiffererà ogni cosa qualche anno più tardi. Tra gli altri protagonisti ci sono Nickolas Bizzio, un miliardario e faccendiere e Luciano Spada, che vedrà solo l’inizio di questa avventura, ma che era quello che teneva stretti rapporti con chi comandava politicamente in Italia all’epoca: i socialisti di Craxi, Martelli e De Michelis.
C’era anche Guido Garelli, messo a dirigere l’ATS, una specie di organizzazione che metteva i timbri ai permessi di scaricare i rifiuti. Garelli era uomo di secondo piano, un prestanome, un pupazzo, secondo la definizione di Giampiero Sebri.
puntata2 01E poi gli stati interessati: il Marocco e il fronte del Polisario, che aveva le sue truppe dislocate un un pezzo di Sahara, dove c’era una grande depressione, da riempire, appunto coi i rifiuti portati dall’Italia. Fronte e Marocco sono in guerra da dieci anni ed è quindi facile immaginare che non si possano proprio vedere, ma evidentemente l’affare serviva ad entrambi. Soldi? Chissa? Lo vedremo.
Va detto, a scanso di equivoci, che, almeno all’inizio, i rifiuti erano arrivati nel nostro paese dagli Stati Uniti.
Dopo varie avventure e ritardi, finalmente questo progetto parte. Ha un nome in codice: si chiama Progetto Urano e dagli interessati è visto come un’occasione per guadagnare un sacco di soldi.
Dovete avere pazienza perché queste storie hanno mille sfaccettature e non è sempre semplice proporle tutte contemporaneamente. Siamo in un periodo storico particolarmente caldo: è quello in cui si mescolano la politica craxiana, la massoneria deviata di Licio Gelli e della P2, le brigate rosse e la mafia, la banda della Magliana e gli interessi dei faccendieri, in un intreccio incredibile che ancora oggi presenta un sacco di aspetti misteriosi e di crimini irrisolti.
Per questo scopriremo solo andando avanti nel racconto cosa è accaduto anche “dietro le quinte”. Per ora ci servono tre parole chiave: rifiuti, armi, cooperazione.
Tre termini indissolubilmente legati. Le navi della cooperazione erano usate non solo per portare vestiti e cibo nei paesi poveri, come vedremo nel corso di queste trasmissioni.
Dunque, la nave del progetto Urano fa rotta per il Marocco. Arriva a destinazione e comincia a scaricare. E qui ecco il primo clamoroso colpo di scena. Come in tutti i buoni romanzi thriller, quando la soluzione è a portata di mano e la storia sta per terminare, succede qualcosa che butta tutte le carte per aria.
Dalla nave scendono fusti, contenitori pieni di rifiuti, ma poi, ecco comparire delle armi. Sono tante armi e sono destinate al Fronte del Polisario. E’ la moneta versata a chi in quel momento controlla la zona dove i rifiuti dovranno essere interrati. Credo sia chiaro che ai marocchini tutto questo non può far piacere, anzi si incazzano di brutto.  Ma come: noi ti permettiamo di fare i comodi tuoi sulla nostra terra e tu rendi i nostri nemici più potenti riempiendoli di mitragliatrici, fucili e quant’altro? E così salta tutto. Il più grande progetto sui rifiuti tossici concepito fino ad allora, il progetto Urano, salta perché i nostri faccendieri hanno voluto fare i furbi e guadagnare più del necessario. Probabilmente, senza quelle armi, non ci sarebbe stato l’OK da parte del Fronte del Polisario e quindi comunque l’affare sarebbe saltato. Questa insomma è la storia che scopre forse per la prima volta in modo molto chiaro come rifiuti ed armi siano soliti viaggiare assieme e rappresentino solo due aspetti diversi dello stesso affare. Quando racconterò la storia di Ilaria Alpi, tutto sarà ancora più evidente.
Siamo a metà degli anni ’80. Garelli viene arrestato in Italia, Spada fugge all’estero per un certo periodo, mentre i suoi uffici vengono perquisite dagli inquirenti.
E la nave? Che fine fa la nave carica di bidoni che doveva finire nel Sahara? Bisogna organizzare una nuova spedizione e mandarla in un posto più sicuro, dove non si facciano troppe domande e soprattutto non si pretendano troppe risposte. Viene scelta la Somalia.
puntata2 03Uno dice: “perché mai la Somalia? Che vantaggio ha quel paese rispetto agli altri?”
Ha un vantaggio enorme; là esiste già una organizzazione funzionante, con tutto quello che serve: agganci politici, uomini fidati, strutture e mezzi e un uomo fidatissimo di Luciano Spada a dirigere il tutto. Si chiama Giancarlo Marocchino. Anche questo è un nome importante, di quelli da tenere a mente, perché entra ed esce dalle scene di continuo e noi ne parleremo più e più volte.
Per capire che Marocchino non è uno qualsiasi, basta ricordare alcune delle frasi riportate nelle interrogazioni di Giampietro Sebri. Nel 1987 (o forse nel 88, Sebri non ricorda con precisione) a Milano Marocchino incontra Luciano Spada, per confidargli che c’è un generale da sistemare con qualche milionata e bisogna farlo di persona perché gli uomini dei servizi segreti sono inaffidabili ed esosi. Eccoli che tornano, i servizi segreti, sempre presenti nelle fasi strategiche.
Sebri incontra ancora Marocchino nel 1993. In quell’occasione c’è anche un colonnello dell’Esercito italiano. Il pentito non dice di chi si tratta, perché nel frattempo è diventato un pezzo grosso dei Servizi e fare il suo nome potrebbe rendergli la vita difficile. Marocchino è appena stato espulso dalla Somalia per traffico d’armi, ma è notevolmente arrabbiato per altri motivi. Per i soldi che non arrivano e se la prende in particolare con Pillitteri, che non avrebbe rispettato i patti e spartito il denaro come previsto.
Sei mesi dopo c’è ancora un altro incontro. Marocchino non c’è, ma c’è l’uomo dei servizi segreti che, a sentire Sebri, avrebbe detto “Chi sgarra, paga. L’importante è che ciascuno faccia bene il proprio lavoro. Abbiamo sistemato anche quella giornalista comunista". Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin sono appena stati assassinati a Mogadiscio.

Pentiti e inquirenti

Le ultime sono affermazioni di una gravità estrema. Significa che ad ammazzare Ilaria Alpi sono stati i servizi segreti per non far trapelare notizie che potrebbero danneggiare, in qualche modo, il governo italiano.
Dobbiamo credere a Sebri? Oppure no? Sta di fatto che per queste affermazioni, Sebri si becca una condanna a tre anni di reclusione per calunnia aggravate.
Ripeto: credere a Sebri? o al tribunale che l’ha giudicato? La scelta è davvero molto difficile.
Vedete dunque come le varie vicende si intersecano e si sovrappongono.
No! Non parlerò adesso di Ilaria Alpi, perché quella vicenda è talmente grossa da meritare una storia tutta sua. Lo faremo, altro che, se lo faremo!
Quello che possiamo dire, arrivati a questo punto e capito come andavano le cose, è che i carichi diretti in Somalia sono numerosi e seguono rotte ben precise. Vanno là dove le amministrazioni o i signori della Guerra riescono a garantire un tranquillo scarico e interramento, intascando così la moneta o il carico di armi pattuito.
La “protezione” sul campo a questi trasporti è garantita dalla ‘ndrangheta calabrese, mentre cosa nostra (in particolare il clan Iamonte) si occupa dei viaggi verso l’Est europeo. I “picciotti” forniscono anche tutto il lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare.
Nel 1997, dice Sebri, la meta più frequente per i rifiuti tossici è però il Mozambico.
puntata2 06Da noi nessuno dei 60 milioni di cittadini sa nulla e continua a discutere sull’aria fritta, sulle battute dei politici, sulla questione se il PSI sia più a sinistra del PCI e su altre stronzate del genere. Lo tsunami di “Mani pulite” è ancora lontano e i delinquenti sono liberi di fare tutto ciò che vogliono, o quasi.
Del resto nessuno sembra voler fare nulla, nemmeno nel caso di un doppio assassinio come quello di Mogadiscio. Le indagini si aprono e si chiudono con la rapidità del vento; la politica non fa niente per cercare la verità e chi è rimasto coinvolto, come i parenti delle vittime, vive in un incubo doppio. Che schifo!
Tutta la lunghissima deposizione di Sebri è in rete e ricalca questo racconto che è il riassunto dell’intervista rilasciata a suo tempo a Famiglia Cristiana.
Si potrà obiettare che è solo una voce e che tutto quanto raccontato potrebbe essere falso. É vero: può essere. Però con il passare degli anni si accumulano i risultati delle varie inchieste;
  • degli inquirenti
  • dei giornali (ad esempio de L’Espresso)
  • delle associazioni ambientaliste (come Greenpeace e Legambiente)
  • di alcune commissioni parlamentari (come quella sul ciclo dei rifiuti diretta dal Verde Massimo Scalia)
e ogni volta ci sono tasselli nuovi che si aggiungono al mosaico e sembrano combaciare con quello che abbiamo appena raccontato. Non è impossibile, ma mi sembra difficile pensare che Sebri si sia inventato tutto.
Prima di passare al nostro paese ascoltiamo un altro pezzetto di TG3 sempre del 16 settembre.

Vedremo, alla fine di tutto, cosa hanno raccolto i servizi segreti sulle questioni che sto raccontandovi. Credo valga la pena avere pazienza, perché la desecretazione dei documenti, diciamo così “scomodi”, coinvolge tutti i rami di queste storie e quindi meritano di essere analizzati nel loro insieme … e allora ne ascolterete delle belle! 

Anche l’Italia è un immondezzaio

puntata2 05Provate adesso a mettervi nei panni di questi loschi faccendieri. Non è decisamente comodo fare quello che fanno. Recuperare i rifiuti, imbastire una spedizione in un paese lontano, dove occorre predisporre un’organizzazione che si occupi di tutto in loco. Bisogna individuare il posto, controllare che non ci siano conflitti su di esso, avere il beneplacito delle amministrazioni locali, controllare che gli organi di polizia e di indagine chiudano tutti e due gli occhi e così via. Dovrà pur esserci un modo più semplice per far sparire i rifiuti … o no?
Del resto, se vogliamo in quattro e quattr’otto ripulire un terrazzo dalle foglie morte non facciamo altro che buttarle di sotto. Ecco il sistema! Prendiamo le navi contenenti i rifiuti e le inabissiamo, avendo cura di trovare fondali sufficientemente profondi. In questo modo eventuali ricerche saranno molto più complicate e quasi sempre tecnicamente impossibili.
Prima di continuare ricordo a chi mi sta ascoltando che facciamo il punto della situazione senza aver ancora letto le pagine desecretate, usando quindi le informazioni che mano a mano sono emese dalle indagine e delle deposizioni dei testimoni.
Le domande che ci facciamo sono sempre le stesse: dove? quando? e soprattutto chi?
Per il dove non c’è che l’imbarazzo della scelta. Le acque del Mediterraneo vanno benissimo in molte zone, specie al largo delle regioni meridionali italiane, Calabria in testa.
Quante navi sono scomprase? A sentire le stime basate su indagini, testimonianze, ma soprattutto sulla sparizione misteriosa delle navi dovrebbero essere almeno una quarantina negli anni ’80 e ’90. Alla fine i conti ci diranno che sono state molte di più.
La storia è sempre la stessa. C’è una nave ancorata in un qualche porto italiano con un carico ben definito, un equipaggio e un comandante. Le carte sono tutte in regola: destinazione, percorso, soste e così vie. Si parte, quasi sempre con un mare che sembra una distesa d’olio. Durante il tragitto va tutto bene, nessun segnale d’allarme, nessun SOS, ma le navi a destinazione non ci arrivano mai: spariscono. Qualcuno parla di navi fantasma, qualcun altro di navi a perdere. Sta di fatto che di quelle imbarcazioni nessuno sa più nulla, a volte nemmeno del loro equipaggio.
I vantaggi, rispetto ad andare in Libano o in Venezuela, sono enormi: nessun paese straniero che si lamenti e, ciliegina sulla torta, un’assicurazione da riscuotere per la perdita disgraziata della nave.
Qualche esempio. Nell’inverno 1985 la motonave Nicos I è ancorata nel porto di La Spezia. Evidentemente le autorità subodorano qualcosa, oppure c’è una soffiata. Sta di fatto che il comandante viene fermato e il carico, dopo essere stato controllato, viene sequestrato. Il che significa, ragionando terra terra, che di sicuro non si trattava di qualche tonnellata di arance.
Bene, dite voi: giustizia è fatta!
Nemmeno per sogno. Passa poco tempo e la Nicos I parte lo stesso, non si sa perché, non si sa come, ma parte. Destinazione Togo.
Adesso fidatevi di me, oppure aprite un atlante o google maps sull’Africa. Lo vedete il Togo? É laggiù a sinistra tra il Benin e il Ghana, dove la costa occidentale del continente nero fa un’ansa a formare il golfo di Guinea. La Nicos I dunque deve puntare verso la Spagna, doppiare Gibilterra e scendere verso Sud per un bel pezzo. Invece va a Sud Est a Cipro, poi in Libano, poi in Grecia e poi non si sa: la nave sparisce nel nulla.
Un bel rompicapo!
Un anno dopo, nell’Ottobre 1986, da Carrara parte la nave italiana Mikigan (proprio così non come lo stato americano ai confini con il Canada). Secondo i documenti trasporta notevoli quantità di granulato di marmo, una sostanza usata anche per schermare la radioattività. Naufraga di fronte alle coste calabresi, in condizioni stranissime, le stesse che coinvolgeranno la prossima nave di cui vi parlerò, che è anche quella che dà il via alle indagini su questo strano fenomeno.
É il settembre 1987 quando la Rigel naufraga a 30 km da Capo Spartivento, che è il punto più a Sud della Calabria. Ci sono 18 uomini a bordo e non c’è neanche un’onda grande così. Nessun segnale di pericolo, nessuna chiamata di soccorso. “Casualmente” (questo casualmente dovete leggerlo tra molto virgolette) mentre la Rigel affonda, passa di là un’altra nave che carica i 18 uomini e li porta in Tunisia. Da quel momento di loro nessuno sa più nulla.
Insomma potrebbe sembrare un fatto come gli altri che stiamo raccontando, ma una grande differenza c’è: ed è la compagnia con cui la nave è assicurata. Infatti si tratta dei Lloyds di Londra, un gigante nel settore, che non ci sta a farsi prendere per i fondelli. In effetti la storia non regge nemmeno un po’, soprattutto perché di tempo per accorgersi che l’acqua entrava ce n’era stato parecchio e un SOS sarebbe dovuto partire. Così l’assicurazione britannica si rivolge alla procura di La Spezia, dove la società armatrice della nave ha la sua sede.
Legambiente, che, come altre grandi associazioni ambientaliste, segue con preoccupazione queste vicende denuncia il fatto pubblicamente di modo che la magistratura sia indotta ad intervenire. E così si arriva al processo, il primo e unico nella vicenda delle navi colate a picco. Nei tre gradi di giudizio si accerta quanto segue:
  • che la nave era stata affondata apposta
  • che il carico realmente presente non era quello dichiarato alla partenza
ma di dove fossero finiti carico ed equipaggio non emerge nulla: scomparsi, svaniti, volatilizzati.
Se ne occupa anche la commissione parlamentare sui rifiuti. E’ l’unico caso, dei 40 probabili, di cui è stata ricostruita in tribunale una parte di verità. L’armatore e le ditte che hanno effettuato il carico vengono condannate.
Altre navi misteriosi costellano la storia di quel periodo. Tra le tante altre possiamo ricordare la Four Star, inabissata nello Ionio meridionale nel 1988; la Anni finita nell’alto Adriatico nel 1989; la Marco Polo nel canale di Sicilia nel 1993, la Korabi Durres finita dalle parti di Reggio Calabria nel 1994, la Koraline dalle parti di Ustica nel 1995.
Tra queste curiosa è la vicenda della Korabi Durres, nave che parte il 1 marzo 1994 dal porto di Durazzo in Albania, diretta in Italia. Cerca approdo a Crotone e poi a Palermo, ma entrambe le capitanerie di porto lo impediscono perché la nave emette percentuali di radioattività troppo elevate e quindi pericolose. Il 9 marzo riparte da Palermo e il giorno dopo scompare vicino a Reggio Calabria. Che nel mare calabrese ci siano scorie radioattive a questo punto non è più solo un’illazione.
Ma, tra tutte le storie che possiamo raccontare sulle navi dei veleni, una è veramente speciale, come quella della Rigel, perché la sua vicenda ha fatto la storia delle indagini sulle navi dei veleni, perché è costata morti, e ha dato la stura alla comprensione di questi traffici loschi. É la Rosso, la vecchia Jolly Rosso; vi avevo avvertito di non dimenticare questo nome. Ne parleremo dopo una breve pausa.

La Jolly Rosso

L’abbiamo già incontrata nella prima puntata di questa trasmissione, quando il governo italiano è costretto a riportarsi a casa le schifezze che qualcuno aveva abbandonato in Libano. Si tratta di quella che allora si chiamava Jolly Rosso e che ora è ribattezzata semplicemente in “Rosso”. Perché questa nave è speciale? É una storia lunga anche questa la racconteremo tra oggi e la prissima volta.
Anche la Rosso deve fare la stessa fine di tutte le altre navi che ho citato finora, ma qualcosa non funziona, tanto da dover innescare in tutta fretta un clamoroso piapuntata2 07no di riserva. Anziché affondare nelle acque complici dei nostri mari, la Rosso si sposta ancora, mentre i 16 uomini dell’equipaggio e il comandante vengono tratti in salvo dagli elicotteri della marina militare. Si muove qualche ora, la Rosso, finché si arena su una spiaggia, vicino ad Amantea, bel comune del cosentino fondato dai bizantini ed arricchito dagli arabi. É il 14 novembre 1990.
Ora dobbiamo fare una piccola deviazione dalla nostra storia. Lasciamo per un po’ la Rosso là sulla spiaggia, ma vi torneremo presto, perché è uno dei capisaldi del nostro racconto.
Facciamo mente locale e immergiamoci in quei primi anni ’90. Sapete tutti cosa sta succedendo da noi, con la questione di Mani Pulite, il terremoto, la fine della prima repubblica e dei partiti storici, poi rinati con le stesse idee e gli stessi difetti, ma nomi differenti. Ma questa è un’altra storia.
Sono anni in cui né privati, né stati, anche importanti, si fanno scrupolo di usare il mare come una pattumiera, buttandovi dentro di tutto, soprattutto rifiuti pericolosi. Nel 1993 il governo russo, presieduto da Bors Eltsin, dichiara con tutta tranquillità di aver scaricato direttamente nel mar Artico ingenti quantità di rifiuti radioattivi liquidi e di aver seppellito nel mar di Kara (che bagna le coste settentrionali della Siberia) e nel Mar del Giappone (nell’estremo Est della Russia), nientemeno che 18 reattori nucleari. Così, semplicemente, come se avesse detto che si era mangiato una caramella di sua nipote.
I paesi importanti, compreso il nostro, avevano già emanato leggi riguardo i rifiuti tossici, solo che in molti casi (come in quello italiano) le norme erano state “adeguate” per lasciar spazio a vari tipi di interpretazioni, più libere. Insomma vale il solito detto: fatta la legge, trovato l’inganno.
Ad esempio, in Italia, non si parla di rifiuti bensì di “prodotti”. Così c’è modo di rigirarsi tra le pieghe delle normative. Nonostante questo, servono connivenze importanti, di alto livello, per portare a termine misfatti come quelli che ho descritto finora.
Ed è proprio dalla Rosso che partono tutte le inchieste sulle navi fantasma. Inchieste che coinvolgono procure sparse ovunque: Reggio Calabria, Paola, Catanzaro, Roma, Matera, La Spezia, Padova e Asti.
Qualcuno capisce troppo, come il capitano Natale De Grazia, che muore in modo stranissimo e non ancora accertato durante un trasferimento dalla sua Reggio Calabria verso La Spezia. Ma questa storia la racconterò nei particolari un’altra volta, perché De Grazia merita di essere ricordatocome si deve ad un eroe, di quelli veri, non di quelli dei telefilm americani.
E improvvisamente occorre sapere, entrare nei particolari. Chi effettua i carichi? Chi trasporta le navi sul luogo dell’inabissamento? Chi caccia i soldi? Chi sono i delinquenti e soprattutto, chi sono i mandanti?
La documentazione sui fatti è sicuramente merito degli inquirenti, ma non possiamo dimenticare tre elementi attivi nella nostra storia.
Da un lato le grandi associazioni ambientaliste, che non si sono mai fermate. Legambiente (alla quale va dato gran parte del merito di queste inchieste) costituisce nel 2007 un “Comitato per la verità sulle Navi dei Veleni”, chiedendo di finanziare una campagna di recupero delle navi affondate lungo le coste italiane. Assieme a Legambiente hanno parte attiva WWF e Greenpeace, oltre alla direzione investigativa antimafia.
Per chi volesse approfondire la questione, Legambiente ha un sito molto bello e completo dedicato all’argomento: www.Legambiente.eu
E poi ci sono alcuni giornalisti, credo si possa dire senza offesa, più coraggiosi che curiosi, come Riccardo Bocca dell’Espresso, la cui indagine sullo spiaggiamento della Rosso, è davvero inquietante.
Infine i pentiti e, in questo caso, un pentito particolare, che racconta, dalla sua storia di boss della ‘ndrangheta tutto quello che avveniva. Si chiama Francesco Fonti, è morto nel 2012, non prima di aver vuotato ripetutamente il sacco, con un memoriale che ripercorre gli intrecci tra industriali, mafiosi e politici.

Dalla Cunski alla Rosso

Ricordate? Eravamo partiti dal TG3 che annunciava il ritrovamento della Cunski laggiù negli abissi delle coste calabresi. E da là ripartiamo per raccontare una storia che ha dell’incredibile, quella della Rosso, in cui si intrecciano tutti i protagonisti della vicenda: mafiosi, faccendieri, politici, servizi segreti, pentiti, giornalisti, militari, spartendosi i ruoli di buoni e di cattivi.
Lo dico una volta ancora: gran parte del racconto è basato sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che possono essere vere oppure no. Quello che a me interessa è raccontare la storia così come è emersa. La verità non mi compete, a dire il vero dubito ci sia qualcuno a cui essa competa davvero. E allora cominciamo proprio dai fatti immediatamente seguenti il ritrovamento della Cunski.
Ho detto la volta scorsa che l’annuncio del ritrovamento è esploso come una vera e propria bomba, anche se da molto tempo i sospetti che laggiù ci fossero navi inabissate erano abbondanti tra le procure, le associazioni e, insomma, chiunque volesse davvero intendere.
In particolare la procura di Paola avrebbe voluto da tempo andare a curiosare là in fondo al mare per vedere quante navi vi erano deposte e cosa contenevano, ma i mezzi a disposizione sono molto scarsi, praticamente inesistenti per una simile opera. Certo, se la questione avesse avuto altra importanza per chi stava lassù in alto (si badi bene, molto in alto) non ci sarebbero stati problemi. Del resto il governo, negli anni ha imposto tasse e balzelli per questioni molto meno importanti di quel terrificante aumento di tumori nella regione e per quei livelli di radioattività del tutto anomali lungo le coste. In questo caso non è stato fatto un bel niente.
Solo dopo anni, la Regione Calabria presta alla procura di Paola un robot in grado di immergersi fino a 500 metri di profondità e filmare quello che incontra. Ed ecco, all’improvviso, apparire una delle navi fantasma, una di quelle presumibili 40 imbarcazioni sparite nel nulla; la Cunski. I rilievi della procura parlano di rifiuti tossici, forse radioattivi. Qualcuno sostiene di aver visto due teschi che guardano attraverso gli oblò. Vero? Falso? Che importa? La notizia fa il giro di televisioni e giornali, perfino qualche politico si spende con parole di fuoco “Quella nave va recuperata!” tuona Walter Veltroni.
Ma di quella nave nessuno sa niente. Si spulciano le indagini degli ultimi 20 anni e niente: la Cunski non esiste. Saltano fuori, invece, alcuni appunti del capitano Natale De Grazia, in cui fa riferimento a navi scomparse, rifiuti tossici e radioattivi e, pensate un po’, tutti questi elementi messi nella stessa frase!
De Grazia, come già detto, sicuramente sapeva troppo e per questo andava eliminato.
Coperture, segreti, indagini monche, morti misteriose degli inquirenti. Il quadro è completo. Resta solo una domanda ancora senza risposta: chi è stato?
É una domanda semplice, con risposte terribilmente complesse, a volte senza risposte. Già chi è stato?
É una domanda che va divisa in tre pezzi: chi sono stati gli esecutori? chi sono quelli che hanno coperto o insabbiato l’affare? e, soprattutto, chi sono i mandanti?
Le sole risposte che abbiamo, per ora (ricordate, parleremo solo alla fine dei documenti desecretati per dare più suspense alla nostra storia) risiedono nelle deposizioni dei cosiddetti collaboratori di giustizia.
Qui occorre, ancora una volta mettere in guardia chi ascolta. Intanto nessuno sa il motivo per cui un delinquente (alcuni sono assassini inveterati) improvvisamente si mette a disposizione della giustizia. Lo fa perché un rimorso gli attanaglia la gola oppure per convenienza, contando su una riduzione della pena, se non addirittura sulla libertà?
Certo le dichiarazioni sono fatte sotto giuramento, ma dubito che chi non ha battuto ciglio nello sciogliere qualche persona nell’acido si faccia scrupolo di giurare il falso.
Voglio però fare quattro osservazioni prima di cominciare.
Prima: non si capisce perché si debba dare retta a chi difende qualche politico invischiato in cose brutte (forse qualcuno ricorda i processi a Dell’Utri o a Andreotti) e rifiutare invece quelle accusatorie. Insomma, se vanno bene le prime devono andar bene anche le altre. Non voglio dare alle deposizioni un valore assoluto, le prendiamo per quello che sono.
Seconda: Ci sono troppe coincidenze. Noi che abbiamo studiato fisica non crediamo mai alle coincidenze; siamo addirittura convinti che non esistano. Ascoltate un po’. Il pentito di cui parlerò tra poco consegna la sua deposizione nelle mani del sostituto procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì, uomo di grande coraggio. Sono 49 pagine, in cui racconta la storia delle navi dei veleni, dei rifiuti, delle coperture e tutto il resto. Ma, per adesso, ci interessa la data in cui questo avviene: è il 2003. Nel memoriale sono indicate con estrema precisione i luoghi dove le navi sono state affondate. C’è anche quello della Cunski, che coincide esattamente con quello dove il robot della Regione Calabria la vede sei anni più tardi. Coincidenze? Difficile da credere!
Terza: le dichiarazioni contenute nel memoriale sono terribilmente scomode e non coinvolgono solo traffici illeciti di rifiuti e di armi, ma omicidi, come quello di Ilaria Alpi. Motivo di più per dar loro credito.
Quarta: è la sola testimonianza importante che abbiamo e dunque, almeno per ora, ci deve bastare.

Rifiuti e ‘ndrangheta

puntata2 08Per capire un po’ meglio il guazzabuglio di informazioni in cui ci stiamo cacciando, occorre fare un passo indietro per vedere come e quando la malavita organizzata entra nell’affare nave dei veleni. Seguiremo le vicende della ‘ndrangheta che sono quelle su cui si hanno più informazioni, anche perché sono le coste calabresi la destinazione preferita degli inabissamenti.
Sappiamo che la ‘ndrangheta è organizzata per famiglie e per zone di controllo. A San Luca, sulle falde meridionali dell’Aspromonte, comanda Giuseppe Nirta, mammasantissima, cioè capo supremo dell’organizzazione, arrestato nel 2008 e attualmente detenuto.
La sua posizione di boss dei boss, lo mette in contatto a Roma con personaggi importanti dei servizi segreti, della massoneria e della politica, elementi che si mescolano spesso assieme per combinare affari di ogni genere.
Nirta ha un parente, un secondo cugino, che si chiama Francesco Fonti, al quale consente una rapida carriera facendogli fare prima lo sgherro (estorsioni), poi il corriere della droga. É a lui che il boss confida più volte che l’affare dei rifiuti pericolosi avrebbe portato tanti soldi nelle casse della famiglia. E sarà proprio Francesco Fonti a rivelare qualche anno dopo quello che accadeva a questo riguardo.
Secondo le informazioni fornite soprattutto dai pentiti, Nirta avrebbe avuto l’incarico di sistemare i rifiuti direttamente dal ministro della difesa, Lelio Lagorio, socialista. Li avrebbe dovuti interrare in qualche cava dell’Aspromonte o in qualche anfratto in mare.
Il mondo delle mafie è pericoloso e non è che puoi prendere una iniziativa così importante senza avvertire nessuno. Sarebbe uno sgarro e correrebbe sangue a fiumi.
Quindi viene avvertita la Camorra campana e Cosa Nostra in Sicilia. Solo dopo questa cortesia, Nirta riunisce tutte le famiglie della ‘ndrangheta: Natale Iamonte di Melito Porto Salvo, Giuseppe Morabito di Africo, Giuseppino Barbaro di Platì, Domenico Alvaro di Sanipoli e Salvatore Aquino di Gioiosa Marina.
E’ presente anche Francesco Fonti, che diventerà presto il referente di Nirta in questa impresa.
C’è un po’ di confusione per spartire incarichi e proventi. Alla fine si fa alla romana: ognuno per sé senza interferire con gli altri. L’area scelta per gli interramenti è la Basilicata, una regione sfortunata che entrerà spesso come disgraziata vittima nelle storie che racconteremo. Ma qui la scelta è la più logica, dal momento che quella zona non interessa nessuna famiglia per tenervi i sequestrati o i depositi di armi e droga. É, in un certo senso, terra franca e quindi fruibile da parte di tutte le famiglie.
Anche la mafia turca viene avvisata per gli stretti rapporti con la ‘ndrangheta nel traffico di eroina. A San Luca intanto cambia il boss: nell’alleanza con la ‘ndrina Romeo, a Giuseppe Nirta succede Sebastiano Romeo.
‘Ndrina è sinonimo di cosca è, più o meno, quello che la “famiglia” è per Cosa nostra. Di solito comanda su un territorio ben definito e fa riferimento ad un comune calabrese.
Nel 1983 Fonti viene mandato a Roma, dove incontra Paolo De Stefano, potente boss di Reggio Calabria con agganci politici di primo livello. La nazione scelta per esportare i rifiuti è la Somalia. A Fonti si chiede, come prima mossa, di prendere contatti con i vertici del partito socialista.
Ma gli affari non decollano. Fonti si ritrova in Emilia a gestire il traffico di droga della ‘ndrangheta, un incarico evidentemente di minore importanza.
Finché un giorno di tre anni dopo …
Fonti viene richiamato in Calabria da Domenico Musitano. Costui è, in quel momento, a capo della potente ‘ndrina di Platì e chiede a Fonti di avviare la prima operazione di smaltimento di rifiuti pericolosi. Ecco il racconto testuale di Fonti:
“... mi disse che c'erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi, chiedendo se io e la mia famiglia potessimo interessarci per le varie fasi di trasporto e collocazione. Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato, e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato dal dottor Tommaso Candelieri dell'Enea di Rotondella, il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti, e che in quel preciso momento aveva l'esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell'Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell'operazione. Per questo incontrai a Milano, in piazzale Loreto, Giuseppe Romeo, fratello di Sebastiano, il quale scese poi in Calabria per riferire. Dopo una settimana, ritornò a Milano e mi diede il via libera".
Ma le sorprese, quando si parla di mafie, sono all’ordine del giorno. Nel 1986 il boss di Platì viene ammazzato e l’affare si ferma e viene rimandato di qualche mese. Si riparte nel gennaio del 1987.
La nave scelta è la Lynx; le compagnie coinvolte hanno origini svizzere, indonesiane, maltesi e poi c’è l’onnipresente Jelly Wax. Ma su quella nave, 600 bidoni non ci stanno. 100 devono essere smaltiti in altro modo e da qualche altra parte. Così partono 40 camion: 7 arrivano in Basilicata, a Pisticci, dove i bidoni vengono sepolti lungo il fiume Vella. Il resto del carico arriva a Livorno e finisce sulla Lynx.
Ovviamente i documenti sono falsi così come la destinazione del viaggio, indicata in Gibuti (in fondo al Mar Rosso) mentre invece si attracca a Mogadiscio. Qui, con mezzi raccattati sul posto, i bidoni vengono seppelliti alla bene e meglio. Dei 660 milioni concordati, 500 finiscono nelle casse della famiglia di San Luca.
Le attività di Fonti si allargano via via perché in questo mondo dei rifiuti incontra personaggi sempre più potenti che riescono a gestire non solo gli scarti delle industrie, ma anche scorie radioattive e armi, tante armi.
I nomi che escono dalle pagine dei verbali sono spesso noti alla magistratura: come il conte Mirko Martini, Giancarlo Marocchino, Giorgio Comerio, che offrirà a Fonti 75 aerei russi da rivendere. Aerei finiti poi in Liberia, passando da un faccendiere ukraino.
Ed è proprio il sodalizio con Comerio che porta alle navi sparite nei mari calabresi, compresa la Rigel.

I servizi segreti

In una riunione congiunta delle famiglie, Fonti viene a sapere che almeno trenta navi dei rifiuti sono state affondate. Se una simile quantità di sparizioni misteriose non è mai arrivata sulle prime pagine dei media significa solo una cosa. Che c’è una copertura davvero molto potente. E questa copertura non può che arrivare dai politici (segnatamente da esponenti dell’allora PSI che occupano i posti chiave nel governo) e dai servizi segreti.
Come detto sono anni agitati nel nostro paese e i servizi segreti entrano frequentemente nelle chiacchiere della gente. In particolare c’è Stefano Giovannone, uno degli alti gradi del SISMI. All’epoca esistevano due tipi di Servizi, uno civile, il SISDE e uno militare, apopunto il SISMI.
Giovannone entra in molte storie di quegli anni: nell’affare Gladio, in alcune lettere scritte da Aldo Moro durante il sequestro da parte delle BR e soprattutto nella morte dei due giornalisti Gabriella De Palo e Italo Toni, avvenuta in circostanze misteriose e ancora non chiarite in Libano nel 1984. Al riguardo viene incriminato per depistaggio delle indagini ma muore due anni dopo.
Abbiamo già accennato al fatto che Fonti diventa collaboratore di giustizia nel 1994 e che nel 2003 consegna al procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì un memoriale di 49 pagine. Nel 2005 rilascia un’intervista all’Espresso in cui racconta tutte le vicende sulle navi a perdere. Nel 2009 si crede di aver individuato una di queste navi, la Cunski, nel luogo indicato da Fonti. Le ricerche non danno alcun esito. Un anno dopo una nuova nave viene scoperta al largo di Lamezia. Del suo contenuto però non si sa nulla.
Francesco Fonti muore nel dicembre 2012. Le sue verità, le sue accuse, vere o false, rimangono in ogni caso una storia emblematica di quell’epoca. 
Tutto qua dunque? Solo aria fritta? Mania di protagonismo di un ex delinquente? O una verità suggerita, che copre altre verità? Non lo sappiamo, ma il racconto non è finito, anzi il mistero più misterioso deve ancora venire.
puntata2 09E ci sono altri colpi di scena, che rendono piccante il nostro racconto. Uno di questi avviene il 13 maggio del 1995.
Facciamo la conoscenza con Rino Martini, all’epoca colonnello della forestale, la cui deposizione alla commissione sul ciclo dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella è estremamente interessante ed ovviamente disponibile in rete, nel sito della camera dei deputati. Ecco come si presenta Rino Martini.
Credo di aver iniziato l’attività ancora prima che venisse istituito il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri negli anni ‘80. A quell’epoca non c’erano strutture investigative che disponessero di dati sul traffico illecito dei rifiuti, anche perché in quel periodo esisteva solamente la rotta nord-sud con smaltimenti nelle discariche campane, in particolare Di.fra.bi. diPianura e di Montagna Spaccata gestita da altri gruppi campani. Di questo notevole traffico di rifiuti una parte veniva illecitamente smaltita al nord, in impianti autorizzati, ad esempio depuratori piuttosto che inceneritori. Un caso emblematico era stato quello della Petrol Dragon che era riuscita a stoccare in ex depositi petroliferi migliaia di tonnellate che poi sono state oggetto di bonifica da parte delle varie regioni, soprattutto Piemonte e Lombardia. Per riuscire a scardinare questi sistemi è stato necessario parecchio tempo, perché all’epoca non c’era ancora attenzione da parte della politica, né consapevolezza da parte dell’opinione pubblica del vero problema, per cui si erano verificati casi di inquinamento delle falde utilizzate per l’approvvigionamento idropotabile a Casale Monferrato piuttosto che in alcuni siti bergamaschi. Nel 1995, ci imbattiamo in un ex petroliere dello scandalo dei petroli, Ripamonti Elio, che viene fermato a Chiasso. Fra i suoi documenti trasportava anche un progetto per l’affondamento di materiale radioattivo attraverso il sistema ODM.

Del sistema ODM, inventato da Giorgio Comerio, avremo ancora modo di parlare, per ora basta sapere che serviva a lanciare nei fondali marini le scorie radioattive delle centrali nucleari.
Bene, il 13 maggio 1995 si presenta agli uomini della forestale, comandati da Martini, una non meglio specificata “fonte confidenziale”. É disponibile a parlare, ma il suo nome deve restare segreto. E salta fuori un nuovo personaggio, un imprenditore di La Spezia, a capo della mega discarica di Pitelli. Si chiama Orazio Duvia.
Apro una parentesi. Questa discarica è stata sequestrata e l’azienda titolare accusata di disastro ambientale. La Sistemi Ambientali Srl, autorizzata a smaltire rifiuti speciali ma non tossici, riusciva a ricevere materiale pericoloso in modo apparentemente regolare attraverso la sistematica falsificazione di bolle e analisi chimiche. Nella discarica sono stati trovati quantità ingenti di rifiuti tossici, tra cui anche diossine e amianto. Nel 2011 il Consiglio Comunale della Spezia approva un ordine del giorno in cui impegna l'amministrazione comunale a predisporre, con la Regione Liguria e la Provincia della Spezia, un progetto di risanamento del sito per restituire alla comunità un territorio fruibile. Il comune chiede 7 milioni di euro per il risarcimento del danno provocato dalla discarica di Pitelli, chiesti 1,5 milioni di euro per il risarcimento, da Legambiente.
Chiusa parentesi.
Il confidente usa un nome d’arte ironico, Pinocchio e spiega i legami di Duvia con quel mondo che ho cercato di descrivere fin qui in cui traffici di rifiuti e di armi si mescolano.
Alla fine della sua lunga deposizione parla di una nave, affondata al largo delle coste ioniche – a capo Spartivento – la Rigel. Un cargo che, secondo “Pinocchio”, era pieno di «materiale nucleare (uranio arricchito)».
Vedete: i nomi ritornano e ritornano, ancora la Rigel, la prima delle navi che ha portato a sapere qualcosa di tutta questa faccenda.
La testimonianza di Pinocchio è fondamentale. È la prima volta che nell’inchiesta allora condotta dalle Procure di Reggio Calabria – con Francesco Neri – e di Matera – con Nicola Maria Pace – appare la pista della nave Rigel. Quel verbale è un vero punto di svolta. Ecco, è qui che interviene la storia del capitano Natale De Grazia. Cosa succede allora? Questo lo sapremo la prossima volta.