Introduzione

Puntiamo l’attenzione sul paese che più di ogni altro ha fatto della produzione di energia elettrica da fissione una bandiera, gli Stati Uniti d’America. Nonostante la percentuale di tale energia non sia paragonabile, ad esempio, a quella francese, raccontare le vicende statunitensi ha senso in quanto si tratta del paese tecnologicamente più avanzato e anche più ricco, Cina permettendo, quindi quello che più di ogni altro sembra essere in grado di risolvere i problemi collegati al cosiddetto nucleare civile.
In fondo la questione assomiglia molto da vicino alla nostra, vale a dire al fatto che nessuno oggi sa come e dove realizzare quel deposito nazionale delle scorie radioattive che permettano di tenere al sicuro cesio, plutonio, stronzio e tutto il resto delle schifezze che restano dal processo di fissione dell’Uranio.
Gli americani avevano individuato alcune aree di stoccaggio, una per i materiali meno pericolosi (si fa per dire), a Carlsbad nel New Mexico, il secondo a Hanford (stato di Washington) e il terzo in Nevada, all'interno di una montagna, l'ormai celebre Yucca Mountain. Vediamo come sono andate le cose.

Il WIPP di Carlsbad (New Mexico)

WIPP CarlsbadDurante la seconda guerra mondiale, nel 1943, ad Hanford, lungo il fiume Columbia non lontano da Seattle, il colosso chimico Du Pont costruisce una base per la produzione di Plutonio. Ci lavorano 42 mila operai, in un’area di 200 mila ettari di terreno, comprato dall'esercito sotto la guida del generale responsabile del progetto Manhattan. Le scorie dei reattori sono conservate da allora in contenitori certificati per 25 anni e tanto sono durati, poi il materiale è fuoriuscito. Le sostanze adoperate per neutralizzare il materiale radioattivo si sono decomposte in altre, altamente esplosive. Insomma, ad Hanford, sono presenti delle vere e proprie bombe nucleari pronte a far saltare tutto per aria. Il problema è grave e va risolto. Si mettono all’opera più di mille persone con un budget di più di mezzo miliardo di dollari l'anno.
L’altra area destinata a contenere le scorie si trova a Carlsbad, in New Mexico, 200 km in linea d’aria da El Paso. Qui sorge il WIPP (Waste Isolation Pilot Plant), il centro sperimentale per l’isolamento dei rifiuti.
Per avere un'idea della gravità della situazione, solo a Carlsbad si calcola che oltre 3 milioni di litri di materiale radioattivo abbiano invaso l'ambiente. E le sostanze contaminanti occupano un volume di 160 milioni di litri e sono stivate in 177 contenitori lunghi venti metri l'uno.
Nel 1990 viene interpellata la Westinghouse per una analisi. La società si rifiuta di fare qualsiasi cosa perché non si sa quali sostanze possono essere presenti e cosa potrebbe accadere infilando una sonda nei contenitori. Ci vuole un anno prima che i tecnici siano pronti per realizzare un video di quello che accade "là dentro".
La registrazione ottenuta ha un effetto a dir poco devastante sull'opinione pubblica; fa il giro di tutte le televisioni e la sua visione – per riprendere un commento dell’epoca - "è come osservare il centro di un vulcano alla vigilia di un'eruzione".
Tra le altre cose nel 1989 si viene a sapere che un contenitore simile a questi era esploso, nel 1957, sugli Urali (a Majak, naturalmente). Gli americani dicono: "Lo sapevamo, birichini!" ma nessuno sa ancora che anche gli USA hanno di quei contenitori e ne hanno tanti.
Questo (ed altri problemi) spingono gli Stati Uniti a cercare una "soluzione finale". L'intento, come detto all'inizio, è quello di realizzare alcune mega-discariche.
MinieraQuella di Carlsbad si trova in una miniera di sale a 700 m di profondità, è costata 1 miliardo di dollari e può contenere un milione di bidoni. Il fatto è che negli USA ci sono circa 100 mila tonnellate di combustibile nucleare ancora sparso per il paese in depositi provvisori. Perfino l'Uranio usato da Enrico Fermi nel 1942 sta ancora aspettando una sistemazione definitiva.
Il problema è sempre lo stesso. Occorre trovare materiali che garantiscano una "tenuta" per l'eternità (ricordo che il Plutonio 239 ha un tempo di dimezzamento di 24'000 anni, come ho spiegato nell’articolo su Majak). Inoltre i siti dei depositi devono essere geologicamente stabilissimi. Se tra qualche secolo la terra si muovesse, i rifiuti potrebbero o tornare in superficie o finire in qualche falda o cadere in un canale con alte temperature. Un bel problema: si cercano alternative possibili (come quella di mandare le scorie nello spazio), ma alla fine, tra le opzioni possibili, quella delle miniere sembra comunque la migliore.
A Carlsbad, lo strato di sale è profondo un chilometro e da almeno 240 milioni di anni non si è mosso. La stessa presenza del sale indica inoltre che nelle vicinanze non scorrono fiumi sotterranei altrimenti si sarebbero notati i segni dell'erosione. Ma vi sono anche altri vantaggi: le gallerie scavate tendono a richiudersi a causa della plasticità degli strati salini. In questo modo le scorie dopo qualche decennio rimarranno sigillate e inaccessibili ai curiosi e soprattutto all'acqua.
Tutto bene? No, proprio per niente!

Cominciano i problemi

Un giorno una trivellazione fa saltare fuori acqua sotto pressione da una "sacca" contenuta tra due strati di sale. Acqua molto antica, rimasta intrappolata là da chissà quanto tempo. Ma cosa succederebbe se tra qualche secolo, quando nessuno potrà "vedere" dall'esterno la presenza della discarica, qualcuno trivellerà il terreno e salterà fuori acqua sotto pressione magari mescolata con sostanze radioattive? E se i gas sprigionati e ad alta pressione si libereranno, cosa potrà avvenire?
Così sono stati predisposti controlli preventivi usando migliaia di sensori, ma (secondo un giudice del New Mexico) nessun piano per rimuovere le scorie nel caso i test andassero male.
CarlsbadLa conclusione è che ci sono ancora troppi rischi e che quella soluzione "definitiva" non ha molto di definitivo.
Si decide quindi di soprassedere e di abbandonare il progetto. Ma l'America (non solo lei ovviamente!), si sa, è un paese straordinario, dove il rendimento degli investimenti è altrettanto importante quanto la salute delle persone. Si cercano altre strade e infine il genio americano rifà capolino. "Ma come - è la conclusione - abbiamo speso un miliardo di dollari per questo impianto e adesso lo buttiamo via così?".
Oggi a Carslbad le scorie nucleari ci sono, sono sepolte nelle miniere di sale, sulla cui stabilità geologica nessuno giura, ma ci sono solo scorie di bassa attività (ad esempio i vestiti, gli strumenti e i macchinari contaminati). Resta, ancora oggi, l’unico sito scavato in profondità. Garanzie? I tecnici assicurano che possiamo dormire sonni tranquilli per 10 mila anni. Che ci sia da fidarsi? E comunque siamo ben lontani dai tempi necessari per il confinamento delle scorie più pericolose. E in questo caso non possiamo neanche dire: non c’è che da aspettare per vedere cosa succederà. Tra 10 mila anni potrebbe anche non esserci più nessuno in superficie per un simile controllo e non è detto che la causa non possa essere una fuoriuscita di materiali radioattivi mal conservati. 

Yucca Mountain

Le scorie più pericolose gli Stati Uniti hanno pensato di rinchiuderle ancora più in profondità, scegliendo come sito "sicuro" le viscere di una montagna: Yucca Mountain in Nevada: ma siamo sicuri che sia un deposito sicuro?
Un conto è avere a che fare con le scorie della Svizzera, altro con quelle degli Stati Uniti. Qui si calcola che si producano ogni anno 2'300 tonnellate di materiale contaminante. Per di più ci sono conti che raramente si fanno, specialmente da parte di chi vede nel nucleare la soluzione a tutti i problemi energetici. Quando una centrale ha funzionato 40/50 anni ed è diventata obsoleta è necessario "smaltirla" proprio come si fa con le bottiglie di plastica, il vetro e la carta. Tutto quello che per così tanto tempo è stato a contatto con materiali radioattivi, lo è a sua volta. Smaltire una vite di una centrale nucleare non è affatto lo stesso che smaltire una vite dell'armadio della vostra camera da letto.
Il solo smantellamento di una centrale nucleare alla fine della sua vita operativa produce una quantità di scorie di quasi tre volte superiore a quella prodotta durante i 40 anni della sua attività.
Sistemate le scorie meno pericolose (quelle con tempi di dimezzamento fino a 30 anni) che sono, tuttavia, anche la parte più cospicua, stoccandole in siti appositi, come il Wipp di Carlsbad, si tratta ora di prendere di petto la questione delle scorie più pericolose, quelle con tempi di dimezzamento lunghissimi, come il Plutonio.
La scelta del sito è caduta all'interno di una zona molto protetta, quell'"area 51" così famosa per i misteri che attorno ad essa aleggiano, non solo per le sperimentazioni "strane" supposte, ma soprattutto per le voci circa la presenza di extraterrestri, trattenuti come ospiti dall'esercito americano.
Siamo nel Nevada, a meno di 200 km da Las Vegas, una zona davvero poco frequentata. Il caveau è in costruzione sotto il monte Yucca.
La spesa per gli studi preliminari è stata di 8 miliardi $, il budget per la realizzazione è (per ora) di 60 miliardi $.
Alla fine dei lavori, la montagna conterrà una serie di gallerie a spina di pesce, a 300 m di profondità, completamente "foderate" di un acciaio particolare (lega 22) e rivestite di titanio che ha una funzione anti-sgocciolante per impedire infiltrazioni di acqua. Il deposito è previsto per 77'000 tonnellate di materiale, proveniente da 131 depositi di 39 stati. Doveva essere attivato nel 2017. Siamo nel 2018 e non è ancora successo niente.
Le cose vanno così: nel 2002 il congresso americano approva il progetto presentato dall'amministrazione Bush, con 69 voti favorevoli e 39 contrari: tra questi ultimi quelli dei democratici e tutti quelli, conservatori o democratici poco importa, dello stato del Nevada. Perché tanto ostracismo da parte dei politici locali?
Il traffico per far arrivare i container in Nevada sarà pazzesco e già questo mette la popolazione sul chi va là. Un sondaggio ha evidenziato come il 70% dei cittadini sia nettamente contrario alla realizzazione e nelle comunità scientifiche e in quelle amministrative le perplessità sul progetto sono molto forti. In particolare si sottolinea il fatto che sigillare il monte (una volta sistemate tutte le scorie previste) non sia opportuno oggi, quando abbiamo una tecnologia probabilmente non sufficientemente progredita relativa a questo problema.
I tecnici "garantiscono" che da Yucca Mountain non ci saranno fuoriuscite di nessun genere di scorie per 10 mila anni.
Beh, 10 mila anni è un bel po' di tempo, ma non basta!
La National Academy of Sciences e il National Research Council ritengono questa grandezza temporale del tutto insufficiente perché si possa parlare di “messa in sicurezza” di materiale radioattivo che rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni. Proprio in virtù di queste osservazioni, la Corte d’Appello Federale ha recentemente stabilito che un sito destinato al seppellimento delle scorie nucleari deve dimostrare di potere accogliere in sicurezza le stesse per almeno 300.000 anni, fino al decadimento della loro radioattività. É tutto? No, ci sono ancora altri elementi da valutare.
Lo stato del Nevada ha messo in campo propri esperti e tecnici per controllare la situazione. Dalle indagini sono emerse alcune cosette simpatiche.
Si è scoperto che il "deserto" tanto deserto non è. L'umidità (19 cm acqua/anno) è ampiamente in grado, con tutti i millenni a disposizione di corrodere i contenitori delle scorie col risultato di ritrovarsi pozzi d'acqua fosforescenti e cavoli abnormi, perché irrigati con l'acqua contaminata.
Inoltre le scorie non tengono la temperatura; esse si riscaldano per via dell'energia prodotta. L'aumento di temperatura provocherà l'insorgere di vapore d'acqua e saremo da capo.
Quando una particella decade, vengono emesse radiazioni che possono in qualche modo interagire con il materiale delle pareti circostanti, frantumandoli o producendo idrogeno e favorendo così le condizioni di una esplosione e di incendi che non sarebbero proprio poca cosa.
Las VegasForti dubbi sono sorti anche sulla stabilità geologica di Yucca, una montagna di tufo di origine vulcanica, formatasi oltre 10 milioni di anni fa. A circa 150 km di distanza c'è Las Vegas, con i suoi 1,5 milioni di abitanti (compresa l'area urbana); la città non sarebbe affatto al sicuro in caso di un sisma che facesse fuoriuscire i materiali radioattivi.
Come già accennato, c'è poi il trasporto dai 39 stati coinvolti verso la Yucca Mountain delle scorie. Ci sarebbero migliaia di treni e camion per strada con il loro carico pericolosissimo.
Qualunque situazione di pericolo connessa ad eventuali incidenti, attentati terroristici, guasti dei mezzi preposti ad effettuare il trasporto, rischierebbe di creare una tragedia senza paragoni.
Arriviamo così al 2005, quando il DOE ha rilevato irregolarità ed omissioni nelle pratiche che avrebbero dovuto testimoniare la sicurezza (soprattutto geologica) di Yucca Mountain.
Tali sospetti ingenerati dal contenuto di alcune mail intercettate, hanno contribuito a creare nuove perplessità sulla reale affidabilità di un progetto che era già costato circa 8 miliardi di dollari.
A denunciare le anomalie è stato il Dipartimento dell'Energia, che ha scoperto una serie di e-mail scambiate fra i tecnici del servizio geologico che potrebbero provare l'esistenza di gravi omissioni e irregolarità nelle procedure che hanno stabilito la sicurezza del sito.
Dalle e-mail emerge che alcuni strumenti usati per misurare le condizioni interne alla montagna sono stati usati prima che fossero calibrati e alcuni dati compaiono addirittura prima che la strumentazione sia disponibile, quindi evidentemente inventati di sana pianta. Altri strumenti risultano essere stati usati per mesi interi senza venire mai calibrati. Insomma sembra credibile l'ipotesi che a Yucca Mountain siano stati creati dei dati ad arte relativi alla sicurezza, per poter procedere coi lavori.
Cosa aggiungere? Perfino gli Stati Uniti, la nazione al mondo con la più avanzata tecnologia e il più grande controllo, sono in difficoltà grave di fronte al problema del "confinamento" delle scorie radioattive. Chi potrà risolvere questo problema? Ha senso pensare alla costruzione di nuove centrali? Una volta costruite dove metteremo le scorie?
vignettaAnche se Barak Obama non è stato quel presidente verde che molti aspettavano fosse, sulla questione Yucca Mountain ha avuto una posizione netta. Non se ne fa niente. Così i lavori sono terminati e si è ricominciato a pensare a qualcosa di differente.
Poi è arrivato Donald Trump, il quale, come in quasi tutte le decisioni assunte ha semplicemente detto: “Facciamo il contrario di quello che ha fatto Obama”. Così la questione Yucca si sta riproponendo e vedremo nei prossimi anni cosa ne salterà fuori.
Una notizia curiosa di poche settimane fa è la presa di posizione dell’associazione AGA contro la riapertura dei lavori a Yucca. Per questi infatti è stato proposto dall’amministrazione federale un finanziamento di 120 milioni di dollari.
Chi è AGA? É l’associazione americana dei casinò, che si trovano là vicino, a Las Vegas e in altri centri del Nevada. La preoccupazione non è ambientalista o medica, ma economica. L’area di Las Vegas e dintorni è quella in più rapida crescita negli Stati Uniti, tanto da contare oggi più di 2 milioni di persone che vivono stabilmente nella città del Nevada. Per questo a muoversi, oltre ai cittadini, sono operatori di piccole imprese e membri del Congresso che non vedono certo di buon occhio l’ammassarsi di pericolose scorie radioattive a due passi da un centro di enorme interesse turistico. Talmente enorme che nel 2017 Las Vegas ha contato ben 42 milioni di visitatori, una cifra enorme con un indotto spaventoso, visto il tipo di attività che viene offerta e che possiamo tradurre con: lascia i tuoi soldi nelle sale da gioco.
Questa dunque è la storia, tutta ancora da scrivere, del deposito di Yucca Mountain. Aggiungo solo che l’unico serio tentativo in corso d’opera per realizzare un deposito permanente si trova in Finlandia, vicino alla centrale in costruzione di Olkiluoto. I lavori, cominciati nel 2004 dovrebbero arrivare a compimento entro il 2020.
Anche se il sito fosse davvero quello che vuole essere, non c’è da fare salti di gioia: conterrà solo le scorie finlandesi, perché una saggia legge di quel paese proibisce l’esportazione all’estero delle proprie schifezze.
Concludendo la domanda “Cosa ne facciamo delle scorie nucleari?” ha una sola risposta: “Non lo sappiamo!

Introduzione

Nell’ultimo articolo ho raccontato cosa è successo e cosa dovrà succedere delle scorie radioattive italiane, sparpagliate tra alcuni centri nostrani e in giro per l’Europa, in Francia, in Inghilterra e in Svezia, da dove dovranno tornare per essere conservate qui da noi. Come? Dove? Nessuno lo sa, perché il problema della costruzione di un sito nazionale, come abbiamo visto, non è praticamente ancora stato affrontato.
Allargando il discorso, proviamo a scoprire cosa è avvenuto nei decenni passati in due paesi chiave di tutta la storia mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica poi diventata Russia, mantenendo però le stesse problematiche delle repubbliche socialiste in questo campo.
Voglio premettere che i discorsi che faccio su questo tema non sono contro questo o quello stato, ma contro l’uso del nucleare, perché, secondo la mia opinione, i rischi e i guasti che produce sono enormi rispetto ai vantaggi dell’energia elettrica prodotta.
La questione è grave perché non si tratta solo di test sulle armi nucleari, ma dei “resti” di un’azione considerata civile come quella di produrre energia elettrica attraverso la fissione dell’Uranio. Ancora una volta mi preme sottolineare che questi problemi, pur con le differenze del caso, non sono stati molto diversi in ogni paese in cui il cosiddetto “nucleare civile” ha imperato, come ad esempio in Francia.
ScorieCredo sia chiaro che tutti, ma proprio tutti, anche chi vede nel nucleare la soluzione ad ogni problema energetico, non abbia dubbi su quale sia la difficoltà numero uno.
Sono quasi 70 anni che energia elettrica viene prodotta con centrali nucleari, dove i nuclei di Uranio vengono spezzati, liberando grandi quantità di energia, ma anche radiazioni che, come ben sappiamo, sono estremamente pericolose per la salute dell’uomo. La radioattività insomma è una gran brutta bestia. Quello che succede nelle centrali è che buona parte del combustibile si trasforma in altre sostanze, un po’ come quando accendiamo un fuoco con della legna e ci restano le ceneri che da qualche parte dobbiamo poi mettere. In quel caso non ci facciamo troppi problemi: le mettiamo in un sacchetto e le mandiamo in discarica o le usiamo per distribuirle attorno alle piante di fiori (non so perché si faccia questo ma ho visto molte persone comportarsi così). Con le ceneri dei reattori nucleari le cose sono un tantino differenti. Già, perché quelle ceneri sono, appunto, radioattive. Questo significa che non sono affatto inerti, ma sono, in un certo senso, vive. Esse emettono particelle e radiazioni nel tentativo di trasformarsi in qualcosa di meno instabile, in un’altra sostanza che non dia più fastidio a nessuno e se ne resti così per tutti i secoli a venire. Non c’è niente di speciale in questo: anche noi durante la nostra vita cerchiamo, se possibile, stabilità: lo facciamo con la famiglia, con il lavoro, con la salute. Il guaio di quelle sostanze radioattive riguarda i tempi di esecuzione di questo loro desiderio. Non è possibile dire con esattezza quanto ci metteranno a diventare innocue, ma un modo di valutazione è stato inventato: si chiama tempo di dimezzamento o emivita, che poi significa mezza vita e quindi il concetto è lo stesso.
Immaginate di avere 1000 particelle radioattive (è un numero insignificante rispetto alla realtà, ma è per semplificare i conti). Per diventare la metà, cioè 500 occorre che passi un tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà, cioè 250 occorre un altro tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà della metà, cioè 125, occorre ancora un altro tempo di dimezzamento. E così via. Ogni volta che passa un tempo di dimezzamento le particelle ancora attive sono la metà del periodo precedente. Si può ragionevolmente pensare che dopo 10 tempi di dimezzamento il rischio collegato con la presenza delle sostanze radioattive sia sufficiente a rendere sopportabile la situazione all’uomo.
Ora non resta che da capire quali sono queste sostanze e, soprattutto, quanto grande o piccolo è il loro tempo di dimezzamento.
Da una fissione di Uranio escono diverse sostanze, tra queste il Cesio 137. Il suo tempo di dimezzamento è di circa 30 anni. Secondo quello che ho appena detto dunque la sua presenza non sarà più un grande problema dopo circa 300 anni. Deve essere chiaro cosa questo significa. Significa che per 3 secoli quelle sostanze devono essere tenute in posti assolutamente sigillati e sicuri.
Un’altra sostanza che nasce nella fissione dell’Uranio è il Plutonio239. Avremo modo di parlarne più tardi. Per ora valutiamo solo il suo tempo di dimezzamento, che è di 24'200 anni. Ecco il problema cardine: chi è in grado di garantire la custodia sicura di questo materiale per 240 mila anni? 240 mila anni fa l’homo sapiens ancora non c’era: i primi esemplari probabilmente si presentarono in Africa 40 mila anni più tardi e oltre 100 mila anni più tardi in Europa e Asia. Siamo sicuri che sia ragionevole pensare che noi (nel senso di specie si intende) saremo ancora qui tra altri 240 mila anni? Se le cose vanno come stanno andando in questi ultimi decenni è estremamente probabile che un’altra specie dominante avrà preso il posto di quella umana, l’unica che non è riuscita ad adeguarsi all’ambiente che ha trovato, ma ha cercato di piegarlo ai suoi desideri, ai suoi sogni, ai suoi vizi.
Senza tirarla troppo per le lunghe e senza entrare in particolari che ho raccontato molte altre volte, sottolineo che oggi, nel 2018, nessuno al mondo ha uno straccio di soluzione a questo problema. Insomma nessuno oggi è in grado di dirci cosa possiamo fare delle scorie nucleari in modo che non rappresentino un pericolo per la salute dell’umanità.
Non hanno una soluzione nemmeno le nazioni che sulla produzione nucleare basano parte importante della loro energia come gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone, la Russia e soprattutto la Cina che sta costruendo centrali a rotta di collo, avendone in fase realizzativa o di progettazione almeno trenta.
Qui non voglio sottolineare più di tanto gli aspetti per così dire “collaterali” che la produzione di energia elettrica con la fissione comporta. Basta qualche accenno.
Già la fase di reperimento della materia prima, l’Uranio, porta problemi gravissimi specie quando le nazioni che lo fanno sono decisamente fuori controllo come il Kazakistan o quelli succubi da un lato di governi corrotti e dall’altro di multinazionali che se ne fregano si tutto, come il Niger. L’estrazione dell’Uranio dalle miniere, spesso a cielo aperto, è sempre una operazione che comporta rischi molto elevati di contaminazione del territorio e quindi delle persone che lo abitano.
Poi ci sono i costi non solo di costruzione e mantenimento delle centrali, ma quelli legati alla sicurezza, che dopo il disastro di Fukushima sono notevolmente aumentati. Infine i costi esorbitanti per demolire le centrali diventate obsolete (come ormai è il caso della maggior parte di quelle oggi funzionanti in Occidente). C’è il problema dell’acqua di raffreddamento, presa da fiumi, laghi e a volte dal mare: questa operazione poco o tanto modifica le condizioni dell’invaso e quindi le condizioni di vita degli ecosistemi presenti. Oggi, nel mondo l’energia prodotta attraverso le reazioni nucleari è una piccola parte del totale, supera solo di poco il 10%.

Energia nucleare, plutonio e MOX

Ora tuttavia i favorevoli al nucleare fanno il seguente ragionamento. Se di colpo togliessimo tutti i reattori presenti nel mondo, sarebbe necessario produrre una enorme quantità di energia con altri sistemi. Essendo oggi insufficiente la quota fornita dalle energie rinnovabili (si badi che parliamo del mondo intero non di questo o quello stato), bisognerebbe ricorrere ai combustibili fossili. É facile prevedere in questo caso un grande aumento dell’uso del carbone, per motivi soprattutto economici e legati alla grande offerta da parte di molti paesi produttori e della loro stabilità politica. Del resto non è un mistero che la Germania, dopo aver chiuso 8 reattori in seguito all’incidente di Fukushima, abbia aumentato, oltre alle rinnovabili, anche l’uso del carbone. Questo porterebbe dunque ad un aumento delle condizioni favorevoli ai cambiamenti climatici con una crescita sensibile dell’immissione di CO2 in atmosfera. Non c’è molto da sperare nel confinamento della CO2 o nell’uso del carbone pulito: siamo ancora molto lontani da soluzioni di questo genere. Ne segue che, con ogni probabilità, il futuro vedrà ancora sorgere centrali nucleari un po’ dappertutto, tranne nei paesi che potranno permettersi il lusso di investire molto denaro sulle fonti rinnovabili di energia per l’elettricità, la mobilità e il riscaldamento.
Rimane, in ogni caso, inalterato il problema delle scorie radioattive.
Prima di entrare nel racconto di quello che è successo in Russia (in quella comunista prima e quella attuale poi), serve una premessa, che potrà farci capire meglio le cose.
Nelle centrali nucleari viene usato Uranio arricchito, vale a dire quello per così dire normale, il 238, con l’aggiunta (appunto l’arricchimento) di una quota di U235, in una percentuale variabile dal 4 all’8%.
La fissione di 1 tonnellata di Uranio arricchito produce circa 40 kg di scorie radioattive, 950 kg di Uranio “depleto” (cioè usato e quindi non più arricchito) e 10 kg di Plutonio. Ora attenzione: il Plutonio in natura non esiste, occorre fabbricarlo e questo è il modo di ottenerlo, vale a dire con la fissione dell’Uranio. Un reattore nucleare dunque non produce solo energia elettrica, produce anche Plutonio.
Perché dovrebbe interessare a qualcuno se produciamo Plutonio? A cosa può mai servire una sostanza così pericolosa come quella che per decadere ha bisogno di un tempo enorme valutabile in quasi 250 mila anni?
La risposta è semplicissima: perchécon il Plutonio si fabbricano le bombe. Praticamente tutte le armi strategiche americane e sovietiche erano a base di Plutonio. Durante decenni non si è fatto altro: centri specializzati come Majak in Russia, Le Hague in Francia, Sellafield in Inghilterra, e svariati centri negli USA e altrove avevano questo preciso compito. La produzione di energia elettrica era una semplice costola di questa attività.
Ma da allora le cose sono cambiate: abbiamo assistito, dai primi anni 90 in poi, ad un progressivo smantellamento degli arsenali militari. Addirittura USA e Russia (accordo ventennale del 1993 tra Eltsin e Clinton) si sono scambiati combustibile derivato dalle bombe (400 ton) con dollari (12 mld). Perché dunque continuare a produrre Plutonio?
Il fatto è che a nessuno sfugge che il combustibile tradizionale prima o poi finirà e nemmeno il fatto che lo stoccaggio delle scorie è un problema senza soluzione, tanto più con la presenza di così tanto Plutonio che nessuno sa dove mettere al sicuro.
Ed ecco allora il trucco. Usiamo gli scarti della fissione nucleare come combustibile per altri reattori. E così alcuni stati (Francia, Gran Bretagna, Russia, Giappone, …) sono dotati di centrali con reattori che funzionano a MOX: una combinazione del Plutonio ottenuto dalla fissione e di Uranio.
Nel mondo ci sono una trentina di reattori che usano il MOX, 20 di questi sono in Francia. La preparazione del MOX è estremamente pericolosa e i centri di riprocessamento del materiale radioattivo altrettanto a rischio di incidenti: ne sanno qualcosa sia a Le Hague che a Sellafield dove non sono riusciti a far passare sotto silenzio tutti quelli che sono accaduti con fuoriuscita di sostanze radioattive. Aggiungete il fatto che per produrre MOX in quantità sufficiente a Le Hague arrivano tutti gli scarti dei 59 reattori francesi e di quelli di mezza Europa e non solo: treni e navi carichi di Plutonio, Cesio e compagnia bella in giro per le pianure francesi … una follia!
Se dal punto di vista del risparmio delle risorse si può capire questa mossa, essa appare enormemente azzardata se la si considera in relazione ai rischi. La rottura di un reattore a MOX è ben più pericolosa di quella di un reattore ad Uranio: a Fukushima è successo proprio questo!
Ma il discorso si fa anche più interessante se parliamo di prezzi e di costi.
Infatti l’impiego del MOX è giustificato proprio da evidenti ragioni economiche: meno scorie da stoccare, meno Uranio da comprare e con i prezzi che corrono …
Gli Stati Uniti hanno sempre considerato i prodotti della fissione dell’Uranio (quindi anche il Plutonio una volta messo da parte quello per fare le bombe) come scarti da stoccare, ma anche loro alcuni anni fa hanno accarezzato l’idea di percorrere la strada dei francesi. E così hanno messo in piedi un progetto a Savannah (South Carolina) finanziandolo con 5 miliardi di $ per il riprocessamento dei combustibili e la produzione di MOX. "E’ davvero un peccato lasciare tutto questo ben di dio alla Francia", devono aver pensato i vertici USA e così hanno messo in piedi il loro giocattolo. A gestire l’impresa una joint-venture americana e francese: quest’ultima parte rappresentata – ti pareva? – ancora da AREVA, la multinazionale di stato.
Il "botto" del reattore 3 a Fukushima ha guastato i piani, ma Obama e soci prima, Trump più che mai adesso sono sicuri che da loro questo non potrà mai accadere: da dove derivino certe certezze è un mistero ben più oscuro di quello dei pastorelli portoghesi di Fatima; così continueranno imperterriti a riempire di MOX il paese, trasformando i forni di alcuni reattori (ad esempio quello della nuova centrale proprio di Savannah) con concentrazioni di MOX 5 volte superiori a quelle giapponesi.
Ecco perché c’è tanto Plutonio in giro per il mondo: da un lato perché non si sa dove mettere le scorie dei reattori per così dire normali e dall’altro per riempire le bocche dei forni di quelli a MOX.

Majak, il sito più contaminato al mondo

Detto questo possiamo decisamente passare alle vicende sovietiche: incontreremo luoghi ameni come Majak, forse il territorio più inquinato del mondo, sicuramente quello in cui sono avvenute nefandezze assurde.
Voglio ribadire ancora una volta che il discorso che sto per fare riguarda il periodo socialista dell’attuale Russia, ma non è una presa di posizione contro questo sistema politico. É semplicemente il racconto di come regimi differenti (vedremo quello statunitense nel prossimo articolo) se ne freghino bellamente della natura e dei propri concittadini, quando mettono le ragioni di stato davanti ad ogni altra cosa. Niente politica dunque, solo storia.
E adesso cominciamo.
Se cercate “Majak” su Wikipedia, trovate scritto:
“Majak è una zona della città di Ozërsk che ospita un impianto per la produzione di materiale nucleare (soprattutto plutonio) destinato alla fabbricazione di bombe atomiche attraverso il riprocessamento del combustibile proveniente da reattori nucleari. Majak è situato a circa 150 km a nord-ovest della città di Čeljabinsk, negli Urali meridionali tra le cittadine di Kasli e Kyštym. L'impianto si trova nel comprensorio amministrato dalla città di Ozërsk, meglio conosciuto come Čeljabinsk-40 e successivamente come Čeljabinsk-65. Il territorio di Majak è uno dei siti esistenti maggiormente contaminati radioattivamente a seguito del rilascio nell'ambiente di radionuclidi in tre separate circostanze dal 1949 al 1967”
Non una grande presentazione, vero?
Per la cronaca: Ozërsk conta oggi oltre 80 mila abitanti, Čeljabinsk più di un milione.
La parola Majak significa “Faro” non si sa se tutta quella radioattività sia in grado di illuminare la regione o se si trattasse di un faro che illuminava la potenza sovietica nel periodo della guerra fredda.
Ad ogni modo qui si ricava plutonio dal 1948; plutonio che usato, ad esempio, per la prima bomba nucleare fatta esplodere dall’URSS in un test dell’agosto 1949.
La zona di Majak è ricca di laghi ed è attraversata dal fiume Techa, la sola risorsa idrica per gli oltre centomila abitanti che vivevano nella valle. In questo fiume le industrie per la produzione di plutonio scaricavano le proprie scorie. Nel 1951 fu registrata radioattività nel mar Artico alla foce del Techa, lontana 2000 km da Majak, e questo nonostante praticamente tutto il materiale radioattivo venisse depositato nel fiume lungo i primi 35 km dalla centrale sugli Urali.
Il governo decise allora che era il caso di intervenire e vietò lo scarico in acque destinate alle popolazioni. Si costruirono dighe e si deviarono corsi d’acqua isolando il lago di Karachai dal fiume e dall’oceano. Questo lago divenne la pattumiera di Majak. Ma almeno era isolata.
Nel 1967 ci fu un anno molto secco e il lago si ritirò, lasciando lungo le sponde un fango radioattivo che presto si seccò, si trasformò in polvere e venne portato via dal vento. Un’area di oltre duemila km quadrati ne fu investita.
Per avere un’idea di quello che accadde consideriamo le cifre seguenti.
Il rilascio totale di radionuclidi nel lago Karachai è 4 volte superiore all’attività della bomba su Hiroshima dopo 12 ore dalla esplosione e circa 11 volte più grande di quello legato al famosissimo incidente di Chernobyl del 1986.
Si è scoperto che quasi 300 mila persone sono state esposte a radiazioni; 125 mila sono state contaminate con isotopi radioattivi di alto livello (cesio, plutonio, stronzio). Ma loro non ne sapevano nulla. Un paio di volte all’anno venivano mandate a un controllo medico. Majak è diventata negli anni uno dei più grandi laboratori di ricerca sugli effetti della radioattività sugli esseri umani. Solo negli anni ’90 la verità è venuta a galla e si è percepito la pazzesca dimensione del disastro.
La zona di Majak è oggi considerata la più inquinata al mondo e il villaggio di Muslyumovo è il centro assoluto di questa disgrazia. L’acqua del fiume è radioattiva e non utilizzabile. Le persone che soffrono per la contaminazione non muoiono necessariamente in tempi brevi, però possono trasmettere geni modificati a generazioni future...
Di tanti aborti spontanei avvenuti a Muslyumovo, quasi tutti sono feti con grosse anomalie.
I divieti di pesca o di raccogliere funghi e frutta sono disattesi; la gente li prende e li mangia nonostante tutto.
Il governo aveva promesso che, entro 30 anni, l’acqua sarebbe tornata potabile, ma, come abbiamo visto, per stare tranquilli col Plutonio ce ne vorranno almeno 240'000 prima che passi il pericolo …

Come fare soldi con le scorie radioattive

Uno dei modi di fare soldi per un paese è quello di accogliere le scorie nucleari prodotte da altri. É un po’ quello che è avvenuto e avviene ancora in Campania con i rifiuti tossico-industriali. Ma un conto è che di tale traffico se ne avvantaggi un’organizzazione criminosa come la camorra e una amministrazione connivente, ben altra se ad organizzare il tutto è direttamente lo Stato, attraverso un suo ministero.
Questo ministero, in Russia, si chiama Minatom il Ministero Atomico. Poi, come sappiamo, nel 1989, cade il muro di Berlino e il comunismo va a carte 48.
Che succede allora?
Dopo la caduta del muro e il profondo cambiamento introdotto da Gorbaciov, che elimina l’organizzazione comunista dello stato nell’ex URSS, molti cambiamenti vengono fatti. Tra questi, alcuni anni più tardi, anche la decisione di non importare più scorie radioattive dall’estero. Un brutto colpo per paesi come la Finlandia, che devono cercare un’altra pattumiera.
Il parlamento russo (la Duma) crea un proprio ministero dell’ambiente e comincia a parlare di valutazione di impatto ambientale anche per le centrali nucleari.
I tre siti più inquinati del mondo sono all’epoca (e ancora oggi) Seversk, Majak e Zheleznogorsk; la situazione è talmente grave da meritare l’attenzione degli Stati Uniti. Questo anche perché la nuova Russia viene vista dagli USA come il trionfo del capitalismo sul socialismo. Arrivano a Mosca ingenti aiuti tecnici, politici ed economici per smaltire le enormi quantità di plutonio presenti nel paese. In particolare 100 milioni di dollari vengono stanziati dietro la promessa che la Russia non userà più le proprie scorie nucleari per la produzione di plutonio.
Ma i soldi americani non bastano.
A testimoniare che il passaggio del 1989 non è affatto indolore, nel 1999 la Duma delibera, su proposta del Minatom, di accogliere nuovamente scorie radioattive dagli altri paesi, in cambio di denaro.
Si raggiunge un curioso accordo: le scorie vengono “date in prestito” per 50 anni alla Russia, in attesa che la tecnologia trovi un rimedio definitivo al problema.
Si cerca perfino di coinvolgere la popolazione, ma si scopre che la stragrande maggioranza è contraria, quindi … la Duma approva l’accordo per proprio conto, potendo comunque contare sull’88% dei voti a favore. E poi dite che la matematica non è un’opinione!
Il sito scelto come discarica nucleare del mondo è … indovinate un po? … Majak!
Del resto è un po’ come facciamo nelle nostre case. Se avete una stanza in disordine totale e avete delle cose che non sapete dove mettere, mica andrete a fare confusione nel salotto buono, no? Così, già che Majak è una pattumiera inquinata, buttiamo pure là tutte le schifezze, ancora e ancora.
Molti dei reattori oggi sono chiusi, ma Majak resta un centro per riprocessare le scorie nucleari che arrivano dalle centrali, dai reattori di ricerca e dagli armamenti (in particolare dalla flotta dei sommergibili “atomici”). Qui il plutonio viene separato dalle altre scorie. Ci sono anche stabilimenti per la produzione del combustibile MOX.
Il riciclaggio e la riconversione delle scorie radioattive sono, però, procedimenti molto costosi, che i russi non sono più in grado di sostenere.
Dunque a Majak si accumulano scorie non trattate. Si è provveduto alla costruzione di un enorme deposito, dove verranno conservate circa 50 tonnellate di Plutonio, estratto dalle testate nucleari russe. Questo deposito è stato finanziato dagli USA, ma non si sa nulla della sua realizzazione.
Sul fondo del lago Karachai sono stati calati enormi blocchi di cemento per evitare quanto avvenuto nel 1967 e cioè che il vento risollevi la polvere radioattiva e combini un altro disastro.
Il rischio che tale materiale finisca nel sistema idrico del fiume Irtysh e raggiunga l’Oceano Artico è assolutamente reale.
Dopo aver offerto Majak al mondo Occidentale come pattumiera nucleare a Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, con la prospettiva di ricevere 20 milioni di tonnellate di combustibile nucleare esaurito, per un totale di 20 miliardi di dollari, nel maggio 2002 la Russia ha deve fare marcia indietro, poiché non è in grado di soddisfare il rispetto degli standard di sicurezza. Ecco il comunicato.
Le possibilità tecniche che dovrebbero garantire l’appropriata amministrazione delle scorie radioattive in accordo con le richieste normative e legislative approvate nel campo dell’uso dell’energia nucleare, della sicurezza radioattiva per la popolazione e per la protezione dell’ambiente sono assenti. Manca il necessario equipaggiamento per il trattamento e la vetrificazione delle scorie radioattive (gli esperimenti effettuati nella fornace di vetrificazione sono insoddisfacenti). Tutto ciò rappresenta una conferma dell’impossibilità di accettare il combustibile nucleare spento dai paesi stranieri per il loro riprocessamento, senza una modernizzazione generale dell’impianto di Majak.
Il Minatom sta valutando se rimodernare l'ormai obsoleto impianto di Majak.

La gente di Majak

Come già detto, nel comprensorio nucleare di Majak, le persone che vi abitano non godono di buona salute e portano geni mutati che danno origini a numerosi aborti e malformazioni. I divieti in vigore nell'area sono ignorati dagli abitanti, tutti contadini in condizioni economiche di assoluta povertà, purtroppo costretti a coltivare la terra, a pascolare e quindi ad usufruire del fiume Techa per irrigare i campi, nutrirsi e nutrire il bestiame. Le misure di sicurezza adottate in questi anni sono pressoché insignificanti dinanzi al rischio effettivo.
Ancora oggi esistono cartelli stradali che esortano chi transita in automobile a chiudere finestrini e prese d'aria durante il passaggio attraverso alcune zone ancora fortemente contaminate.
Al di là delle questioni economiche dette, in Europa non si è mai discusso di questi fatti. Del resto, cosa volete? gli Urali sono molto lontani e a noi poco importa se i contadini russi muoiono di cancro o se i loro figli sono talmente deformi da non poter neppure iniziare la vita. E poi ci sono gli aborti … sono donne, che ci importa?
Le radiazioni mica si vedono, non è come la frana che ha devastato la valle del Vajont, non ci sono migliaia di morti a terra come nel caso indiano di Bophal. Le radiazioni non si vedono e i loro effetti a volte si manifestano anni più tardi. Coprire un simile scenario, per di più con l’organizzazione sovietica è uno scherzetto.

Metamorphosen , un documentario agghiacciante su Majak

Ne ho parlato sul mio sito diversi anni fa, nel 2010, con un articolo che ripercorre in breve la storia che oggi ho raccontato, ma ho fatto molta fatica a trovare materiale attendibile da fonti serie.
Qualche anno fa è uscito un film, un documentario, che è stato presentato al 62° Trento Film Festival, uno dei più antichi festival, avendo avuto la prima nel 1952 grazie al Club Alpino Italiano. Accanto ai documentari tipicamente dedicati alla montagna, hanno man mano trovato spazio anche proiezioni sulle questioni ambientali e quella di Majak lo è davvero, altro che se lo è!
Il filmato (Metamorphosen) di un’ora e venti circa è stato girato, in bianco e nero, dal regista tedesco Sebastian Metz nel 2013 e riprende quello che si osserva girando oggi per le vie di quella disgraziata zona. (Potete vederne di seguito il trailer ufficiale).

Nonostante si incontrino persone, uomini, donne e molti bambini che conducono una vita del tutto normale, ci sono scene agghiaccianti. Mentre i ragazzi giocano, corrono, ridono e ballano, il paesaggio è immobile, quasi si percepisca l’attesa di una catastrofe imminente, che però è già avvenuta e sta avvenendo ancora adesso. Le immagini delle case contaminate, i lunghi silenzi rendo il film decisamente inquietante, come alcune affermazioni dei personaggi intervistati.
La ricostruzione di un testimone oculare dell’incidente in cui il reattore Ludmilla fu sul punto di esplodere, i racconti sulle malattie di persone e animali esposti alle crescenti radiazioni…tutto non fa che confermare ciò che le immagini suggeriscono. Oltretutto, l’impianto rimane in funzione e continua a contaminare l’area circostante. “Viviamo qui come cavie da laboratorio, vogliono vedere quanto sopravviviamo” afferma con sorprendente compostezza una coppia che abita vicino al fiume.
Lascio la chiusura al regista del film: le sue parole sono una conferma di quanto vi ho fin qui raccontato:
Nel 2011, dopo il disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, i media di tutto il mondo stimarono le conseguenze delle radiazioni rilasciate sulle persone e sull’ambiente. Esperti e scienziati fecero paragoni con il disastro di Chernonbyl del 1986. Fui sorpreso che nessuno parlasse di Majakafferma il regista. “Mi sono reso conto che, ancora oggi, uno dei peggiori disastri nucleari della storia è sconosciuto al grande pubblico. Ho pensato che questa storia dovesse essere raccontata e ho quindi deciso di farne un film”.
Riuscire a trasformare subdole, impercettibili radiazioni in qualcosa di visibile attraverso gli occhi, le facce e le voci delle persone che vivono nell’area è la vera sfida del film, girato in bianco e nero.Invece di avere un personaggio investigatore, con il suo atteggiamento scandalizzato, con molti fatti e informazioni, volevo l’attenzione su quel che per me era davvero necessario: la gente. Ho cercato di realizzare le immagini più adatte alle loro storie, delle loro esperienze e che, combinate con il suono, provocassero la sensazione di “qualcosa” che non è visibile o udibile. Volevo che il pubblico percepisse il pericolo nelle immagini, senza dover mostrare un rilevatore di radiazioni per tutto il tempo”.
Il film è reperibile in rete cercando “Metamorphosen”.

2017: una nube tossica si aggira per l’Europa

Veniamo adesso ai giorni nostri, agli ultimi mesi del 2017.
Nel settembre scorso ci arriva la notizia, ampiamente diffusa non senza una notevole enfasi, che una nube tossica e radioattiva si aggira per l’Europa. Ci siamo tutti molto preoccupati, almeno quelli ai quali è rimasto un briciolo di cervello, perché molti di noi hanno ricordato i fantasmi del 1987, quando da Chernobyl aveva raggiunto mezzo mondo quella nube radioattiva pieni di nanocurie, che all’epoca mica sapevamo bene cosa fossero. Ma in questo caso, nessuno sa da dove venga e di che cosa si tratti nei dettagli. Poi finalmente si scopre che la sostanza pericolosa di quella nube è il Rutenio, un elemento innocuo nelle sue forme naturali, ma l’isotopo 106, ottenibile solo artificialmente, è radioattivo, ha un decadimento beta meno, il che significa che emette particelle ionizzanti e quindi in grado di modificare atomi, molecole e strutture, anche quelle del nostro organismo. Insomma non una bella cosa. Questo isotopo, uno dei prodotti del decadimento dell’Uranio 235, si ottiene dal combustibile nucleare esaurito, ha una emivita di poco più di un anno e quindi deve essere lasciato in strutture sicure per almeno una decina di anni prima di poterlo trattare.
A dire il vero l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese aveva rilevato un anno prima, nel settembre del 2016, la presenza di tracce di questo isotopo nell’aria europea, ma i livelli erano così bassi da non presentare alcun pericolo né per l’uomo né per l’ambiente e quindi la cosa viene registrata e messa in un cassetto. L’origine era stata supposta in una zona tra il Volga e gli Urali, cioè in Russia o Kazakhistan.
E veniamo al 2017, quando le tracce radioattive cominciano a farsi sentire nei rilevatori europei il 27 settembre e proprio in Italia. Si dileguano poche settimane dopo, precisamente il 13 ottobre. Nel nostro paese sono le ARPA, l’ISPRA e la protezione civile a monitorare la situazione. Va detto subito che quando parliamo di tracce, intendiamo valori molto bassi e quindi non pericolosi, ma anche che da qualche parte una falla o un incidente ci deve essere stato. Per capirci, da noi il livello della contaminazione radioattiva è stata decine di migliaia di volte più bassa di quella legata al disastro di Chernobyl. Possiamo fregarcene, trascurarne gli effetti o dobbiamo preoccuparci lo stesso?
Un pochino sì, visto che l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese afferma che nella zona di emissione i valori devono essere stati importanti o, per usare la terminologia dell’Istituto “di tutto rilievo”.
Per sicurezza vengono fatte analisi delle merci importate dalla probabile zona a campione, ma senza riscontrare nessun pericolo né reale né probabile.
Per quanto riguarda l’origine della nube, invece, il buio più totale. L’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese avanza, all’epoca, un sacco di ipotesi, escludendo tuttavia che si possa trattare di un incidente in una centrale nucleare. In quel caso infatti sarebbero arrivati anche altri nuclidi, probabilmente ben più pericolosi del rutenio.
I cittadini, scarsamente informati in generale e mediamente molto ignoranti in questioni scientifiche, giustamente temono conseguenze gravi per loro e per i loro cari, in particolare per i bambini. Nei bar si parla spesso di questo fatto, con, a volte, ipotesi fantascientifiche, sicuramente coinvolgenti ma poco documentate.
Alla fine di novembre, Mosca comincia ad ammettere qualcosa. Quella nube è stata osservata anche in Russia dicono. Ma i dati forniti da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare russo, non hanno niente a che vedere con quelli registrati dalle nostre parti. Si parla di livelli mille e più volte superiori alla norma. É un grado di contaminazione estremamente alto – conferma Rosatom – affrettandosi poi a negare ogni possibile incidente entro i confini nazionali.
Ora vi faccio un altro indovinello. Indovinate dove si sono registrati i valori massimi della contaminazione?
Bravi!
A Majak!
Greenpeace ha formalmente chiesto a Rosatom di aprire un’inchiesta e di rendere pubblici tutti i dati in suo possesso, dopo che l’agenzia russa aveva contestato alcune informazioni fornite da altre analisi. Ma la vicenda riapre con forza la discussione sulle responsabilità degli stati nel momento in cui si verificano incidenti, come quelli nucleari, che interessano anche altri paesi.
Nel 2017 si sono verificati incidenti in Francia, in Svizzera e in Slovenia, solo per parlare di quelli più vicini all’Italia.
Ora noi sappiamo che spesso gli incidenti che si verificano non incidono direttamente sull’impianto nucleare di produzione di energia. Tuttavia questi indicenti provocano comunque timore nelle persone, perché la maggior parte di loro sa che il pericolo è sempre elevatissimo, difficile da individuare. Questo, ad esempio è quanto accaduto a Flamanville, in Francia, nel novembre 2016. Nessun rischio nucleare, hanno detto tutti, solo una esplosione nella sala macchine dove non ci sono materiali radioattivi. Eppure, anche se solo per precauzione, un reattore è stato spento e questo non può che allarmare i cittadini.
Tra l’altro Flamanville è tristemente famosa per essere uno dei due luoghi (l’altro è in Finlandia) in cui sta per essere costruita una centrale EPR, la cui data di ultimazione è continuamente slittata dal 2012 per essere fissata di recente alla fine dell’anno in corso (2018). I costi dell’impianto sono nel contempo lievitati in modo quanto mai imbarazzante.
Nell’autunno di quest’anno sembra esserci stato un incidente grave in una centrale della Corea del Nord. La TV giapponese ha parlato di 200 morti e indicato la causa in uno dei test nucleari di Pyongyang. Questo test avrebbe provocato un terremoto di magnitudo 6,3, avendo come conseguenza l’indebolimento del sottosuolo e quindi l’incidente.
Insomma incidenti piccoli o medi ne succedono spesso. Qualcuno calcola che ad oggi quelli degni di nota siano stati circa 130, anche se personalmente non ho dati a conferma di questo valore.
Ma quello che conta nel nostro discorso è il fatto che quando un incidente avviene in uno Stato, gli altri paesi devono sapere cosa succede.
É un sacco di tempo che si parla di accordi internazionali su questo tema. Nel 1978 si comincia a parlare di Nuclear Safety Standards, cioè di standard della sicurezza nucleare, prendendo dentro un po’ tutti gli aspetti. L’anno dopo, il 28 marzo 1979, ecco il primo grave incidente di cui abbiamo notizia, quello della centrale statunitense di Three Miles Island. Lo spavento è forte e induce i paesi membri della IAEA a stabilire nuovi standard. Nasce così l’Incident Reporting System che avrebbe dovuto registrare e analizzare a livello internazionale tutti i malfunzionamenti degli impianti nucleari. Ma solo dopo Chernobyl, l’accordo diventa operativo.
É proprio in quell’occasione, siamo, lo ricordo, nel 1986, che diventano evidenti le conseguenze drammatiche di una informazione scorretta, sia interna che internazionale. All’epoca l’Unione Sovietica non è certo trasparente, almeno all’inizio. Va anche detto che non c’è, a quel punto, nessun obbligo di informare le autorità straniere, se non regole più o meno di buona educazione verso i vicini di casa.
Per questo nel 1986 viene stipulato un accordo che obbliga uno stato in cui avvenga un incidente nucleare a notificarlo immediatamente agli altri stati precisando la natura, il momento in cui si è verificato e la localizzazione esatta. Nel 2005, l’Unione Europea adotta la Convenzione sulla tempestiva notifica di un incidente nucleare. Da allora sono stati molti gli accordi sottoscritti, ma tutti concordano su un aspetto: è necessaria la tempestività e l’accuratezza delle informazioni che riguardano: il luogo, la natura, le cause, la probabile evoluzione delle conseguenze. Tutti dati che la Russia, nella circostanza della nube tossica, pare non abbia fornito se non dopo mesi e a seguito di pesanti pressioni.
majak

Premessa

Vi sto raccontando in queste pagine le storie che hanno riempito di mistero la nostra storia recente. Alcune di queste sono conosciutissime, come quella relativa ad Ilaria Alpi, allo scandalo Lockheed, l’incendio della Moby Prince e così via. Altre invece sono poco conosciute, spesso del tutto sconosciute al grande pubblico, perfino a quello nella cui zona le vicende si sono verificate. Un esempio è l’abbattimento dell’elicottero della Guardia di Finanza Volpe 132 e un altro esempio è il fatto di cui vi voglio parlare adesso. É conosciuto come la strage di Alcamo Marina. Ci sono stati due morti, due carabinieri, ma il caso è estremamente intricato e quindi vi consiglio di seguire tutta la puntata con attenzione. In ogni caso potrete riascoltarla con calma visitando il mio sito noncicredo.org, dove trovate tutte le puntate trasmesse negli ultimi anni da questa emittente. E adesso possiamo cominciare.
Alcamo è un paese a metà strada tra Trapani e Palermo. Si affaccia sul mar Tirreno. Oggi parleremo di un fatto avvenuto il 27 gennaio 1976 nella frazione Alcamo Marina, località balneare grazie ad una bella spiaggia sabbiosa sul golfo di Castellamare, quella in provincia di Trapani.
Nella caserma dell’arma, la Alkamar, quella notte stanno dormendo due militari, l’appuntato Salvatore Falcetta di Castelvetrano (TP) e un ragazzo di 19 anni, il carabiniere Carmine Apuzzo, di Castellamare di Stabia (NA). É una notte di temporale con tuoni e molta pioggia. Del resto siamo in pieno inverno e la località balneare è praticamente deserta di turisti.
Verso le 7 della mattina del 27 gennaio, la scorta di Giorgio Almirante, che passava di là, si accorge che qualcosa non va nella caserma. Il portoncino è stato scassinato, usando la fiamma ossidrica. Fanno intervenire i carabinieri di Alcamo, i quali, entrando, si trovano di fronte ad una scena raccapricciante. Carmine è steso nella sua branda crivellato di colpi: non si è neppure accorto di quello che stava accadendo. Salvatore invece i rumori li sente, cerca di prendere la sua pistola, ma non fa in tempo: viene assassinato come il suo collega. Dalla caserma sono sparite pistole, divise e altri oggetti.
Perché dedicare un articolo ad un fatto che con ogni probabilità nessuno ricorda, forse nemmeno conosce se non chi è rimasto coinvolto direttamente: i familiari delle vittime, quelle uccise e quelle ritenute colpevoli?
In fondo – si potrà dire - si tratta di due morti che non hanno nomi importanti e quindi passano inosservati nell’insieme delle storie che vi sto raccontando.
Ma questa vicenda è allucinante per le conseguenze che ha avuto e per il fatto che, ancora oggi a così tanti anni di distanza nessuno sa chi sia stato né il motivo di questo eccidio. Certo, si sono fatte ipotesi e qualche racconto è emerso ed è proprio di questo che voglio parlare questa sera, perché qualche colpevole è stato riconosciuti e sbattuto in galera con sentenze durissime.
Peccato che quelle persone fossero innocenti.

I fatti

alcamo2Cominciamo con il racconto formale dei fatti, quello che scrive Wikipedia, una fonte semplice, ma che può essere controllata dai diretti interessati. Poi entreremo nelle pieghe della storia e cercheremo di capire meglio.
Prima di cominciare è bene ricordare in che clima vive il paese in quel periodo a metà anni ’70. Sono anni difficili, anche e soprattutto in Sicilia: il pericolo terrorismo, le brigate rosse, la mafia, i servizi segreti “deviati” presenti in provincia. E poi d’inverno non c’è nessuno su quelle spiagge del Golfo di Castellammare proprio dove si trova la casermetta di Alkamar: un luogo ideale per interi sbarchi di sigarette di contrabbando, di droga e forse anche di armi.
Il primo sospetto cade sulle Brigate Rosse, anche se, a dire il vero, c’è una rivendicazione di un gruppo mai sentito prima. Poche ore dopo l’eccidio, infatti, il Nucleo Sicilia Armata, diffonde questo messaggio telefonico con una voce priva di inflessioni al centralinista de La Sicilia.
La giustizia della classe lavoratrice ha fatto sentire la sua presenza con la condanna eseguita alle 1.55 ad Alcamo Marina. Il popolo e i lavoratori faranno ancora giustizia di tutti servi, carabinieri in testa, che difendono lo stato borghese. Il bottone perso da uno dei componenti del nostro commando armato che ha operato ad Alcamo Marina è una traccia inutile perché l’abbiamo preso da una giacca tempo addietro a Orbetello. Carabinieri e polizia fanno meglio a difendersi e a dedicare le loro energie ad altro.  Fanno meglio a difendersi assieme ai loro padroni fascisti e americani. Sentirete ancora molto presto parlare di noi. Possiamo agire ad Alcamo, a Roma, ovunque”.
Di questo fantomatico gruppo, di evidente matrice rossa, nessuno sentirà mai più parlare, segno che il messaggio aveva una funzione di depistaggio. Ma è altrettanto certo agli inquirenti che chi telefonava era stato sulla scena del crimine o, quanto meno, ne era molto ben informato.
Del resto in quegli anni ad Alcamo erano stati ammazzati due altri personaggi pubblici: l’assessore ai lavori pubblici di Alcamo Francesco Paolo Guarrasi (ex sindaco DC) viene ucciso nel maggio del 1975 con 4 colpi di pistola, mentre scende dalla sua auto proprio sotto casa. La pistola che lo uccide è la stessa calibro 38 che soltanto un mese prima aveva ucciso ad Alcamo il consigliere comunale Antonio Piscitello. E poi di spari contro i carabinieri in piena notte ce n’erano già stati, ma senza provocare feriti. Anche in quell’occasione il responsabile non era stato trovato.
Passano solo tre giorni quando, il 30 gennaio, le Brigate Rosse emettono un comunicato, negando con fermezza di aver partecipato ai due assassinii. Nonostante questo la pista che viene seguita è sempre quella del terrorismo rosso.
Le indagini sono guidate da Giuseppe Russo, allora capitano del nucleo operativo di Palermo, braccio destro del generale Dalla Chiesa.
Mentre si cerca tra i vari gruppi e gruppuscoli dell’estremismo di sinistra, ecco il colpo di scena.

Il colpevole?

alcamo41Qualche settimana più tardi, è il 13 febbraio, ad un posto di blocco viene fermato Giuseppe Vesco, di Alcamo su una fiat 127 verde. É un tipo stravagante, tanto che in paese lo chiamano “Giuseppe il pazzo”. La targa della sua automobile è falsa. Gli manca la mano sinistra, amputata dopo che, un paio di anni prima, aveva fatto brillare un ordigno esplosivo forse trovato in un prato. Lo perquisiscono: ha addosso una pistola calibro 7,65, dello stesso tipo di quella usata per l’eccidio dei due carabinieri. Poi, salta fuori un’altra pistola: una Beretta in dotazione ai carabinieri. La conclusione è quasi immediata: è una delle armi rubate dalla casermetta: Il colpevole è stato trovato.
Giuseppe, o Pino, come molti lo chiamano, si chiude in un silenzio ostinato, rotto solo da frasi del tipo: “Mi considero un prigioniero di guerra”, giocando il ruolo del terrorista come quelli veri delle Brigate Rosse. Si dichiara colpevole, ma al processo ritratta. I giornali dell’epoca non danno risalto a questo cambiamento di strategia. Cosa è accaduto tra l’arresto e il processo?
Abbiamo la possibilità di usare due fonti. La prima è l’insieme di lettere che Pino scrive dal carcere, anche se a volte non si conosce l’identità dei destinatari. la seconda è la deposizione di un ex carabiniere, che aveva partecipato all’interrogatorio dopo il quale Vesco aveva confessato tutto.
Cominceremo ad esaminare la prima fonte. Trovare quelle lettere non è facile. Un paio di esse vengono pubblicate nel 1978 dalle riviste “Controinformazione” e “Anarchismo” e vengono poi raccolte da un’associazione, alla quale si rivolge Roberto Scurto, giornalista che tiene un blog chiamato “Liberi di informare”.
Ho già detto all’inizio che seguiamo la vicenda con le informazioni che sono state pubblicate. In ogni caso si tratta di una storia scottante, a volte cruda e pesante, in cui intervengono sevizie e torture e altre questioni poco chiare. Il racconto del carabiniere, avvenuto nel 2007, a 32 anni dai fatti, coincida in larga misura con il contenuto delle lettere non fa che confermarne la veridicità.
Dunque cominciamo.
Nella prima lettera Pino assume l’atteggiamento di un guerrigliero che fa della lotta di classe a difesa del proletariato la sua bandiera. Inneggia alla lotta armata ed è chiaro che l’eccidio di Alcamo in questa lotta armata ci starebbe benissimo. Dunque è giustificato che gli inquirenti seguano la pista del terrorismo rosso.
alcamo20Ma il ragazzo ha anche a preoccupazione che vogliano farlo passare per pazzo e rinchiudere in un manicomio, per poi eliminarlo fisicamente. Quello dell’eliminazione è un chiodo fisso come vedremo tra poco. La parte più dura degli scritti di Giuseppe è quella in cui descrive la tortura subita perché si decida a far sapere dove si trova il materiale rubato nella casermetta e a dire i nomi dei suoi complici. La descrizione è di una lucidità estrema, descrivendo non solo il male subito, ma anche gli stati d’animo che mano a mano egli ha attraversato. Immobilizzato su due casse gli viene versato con un imbuto in gola un liquido che lui, perito chimico, stabilisce essere acqua con molto sale, olio di ricino e terra. L’effetto è quello del soffocamento. Resiste un po’ ma poi deve cedere. Tra l’altro non è uno con un fisico bestiale e non ci vuole molto perché quella tortura produca i suoi effetti. Così i carabinieri riescono a trovare quello che cercano: pistole, divise e quant’altro. Poi ritornano e adesso vogliono i nomi dei complici. La tortura riprende e Pino a quel punto fa dei nomi a caso, coinvolgendo quattro amici con i quali è solito passare parte del suo tempo libero.
alcamo4Dalle lettere non si capisce bene se Giuseppe sia coinvolto o meno negli omicidi. Da un lato c’è tuttavia il ritrovamento della refurtiva, dall’altro il fatto che lui continui a dichiarare di non aver avuto niente a che fare con quel fattaccio.
Già al processo Giuseppe Vesco dichiarerà che tutte le confessioni gli sono state estorte con la tortura, il che, per la legge, rende inutile qualsiasi deposizione.
I nomi coinvolti da Pino sono: Giovanni Mandalà, fabbricante di fuochi di artificio: Vincenzo Ferrantelli, Getano Santangelo, Giuseppe Gullotta. Quattro amici, un paio ancora minorenni che di politica e di lotta armata non sanno proprio nulla. Eppure anche loro confessano. Poi al processo diranno che le loro deposizioni sano il risultato di torture pesanti subite durante gli interrogatori.
Si va verso il processo, ma Pino Vesco non fa in tempo a raccontare la sua storia. Lo trovano impiccato nella sua cella. “Suicidio” sentenziano gli inquirenti, ma come abbia fatto a fare il nodo scorsoio con una sola mano resta davvero un grande mistero. Proprio di questo scriveva alla madre: il timore di essere suicidato.
La prima sentenza è di assoluzione. Nell’attesa dell’appello, i due minorenni, Ferrantelli e Santangelo fuggono in Brasile, chiedono e ottengono asilo politico. L’appello darà sentenze durissime: ergastolo per i due rimasti in Italia, 20 anni per gli altri. Nel 1995 Santangelo tornerà in patria a disposizione della magistratura, mentre l’altro rimarrà latitante. Mandalà muore in carcere nel 1998 di malattia, mentre Gullotta sconta l’ergastolo, finché …

Io c'ero ...

Prima di continuare con la storia, passiamo alla seconda fonte, l’ex brigadiere Giuseppe Olindo, che nel 2008 si presenalcamo5ta ai magistrati per fare le dichiarazioni che tra poco ascolteremo. Quelle che ascolteremo di seguito sono le voci tratte da un documento filmato che è facilmente reperibile in rete. Si tratta, tra l’altro anche di alcune deposizioni durante il processo per la revisione della posizione dei condannati, oltre che di interviste e filmati su altri temi che toccheremo. Derivano anche da trasmissioni radiofoniche e televisive, come ad esempio Blu Notte e La storia siamo noi. Ringrazio gli autori di questi documenti che sono fondamentali se non altro per dubitare di quello che viene passato per verità e ci induce ad indagare ancora per cercare di capire, anche se spesso purtroppo non ne siamo oggettivamente capaci.
Dunque nel 2008 l’ex brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Olindo si presenta alla magistratura e racconta quanto segue.
Insomma in quella caserma vengono inflitte tremende torture e vengono condannati all’ergastolo degli innocenti; la vita di quattro ragazzi, privati della libertà e condannati ad atroci sofferenze, è rovinata per sempre. Perché i carabinieri usano tanta violenza e tanta ingiustizia? Da chi hanno l’ordine di procedere in quel modo? Perché la squadra antiterrorismo ha così fretta di chiudere il caso?
Lo stesso Olino riferisce che quando arrivano ad Alcamo, non hanno alcuna idea di come muoversi, non hanno una pista da seguire. Ma ad essi viene imposto di indagare nei gruppi dell’estrema sinistra e solo in quelli. Lo stesso Peppino Impastato si interessa della vicenda e raccoglie documentazioni importanti, ma di questo parleremo tra poco. Adesso ascoltiamo di nuovo Olindo.

Peppino Impastato

In effetti Peppino Impastato si occupava in quel periodo delle molte illegalità che avvenivano in Sicilia e quell’omicidio non era certo cosa da poco. Fa uscire un volantino molto duro nel quale sostiene che i carabinieri stavano cercando di depistare l’azione investigativa e che a lui sembrava strano questo accanisrsi contro le organizzazioni di sinistra, non prendendo neppure lontanamente in considerazione un’origine mafiosa della strage. Ascoltiamo Giovanni, il fratello di Peppino Impastato:

Che i depistaggi di cui Peppino parla ci siano stati è abbastanza evidente. I carabinieri che conducono le indagini vengono dal nucleo anti-crimine di Napoli. Li comanda il capitano Gustavo Pignero, che diventerà generale e dirigerà una sezione dei Servizi segreti militari (il SISMI). Quando il caso viene riaperto, i carabinieri che avevano partecipato alle torture e che facevano capo al colonnello Giuseppe Russo, finiti tutti sotto inchiesta, sono ormai ottentenni e si avvalgono della facoltà di non rispondere.
Resta in piedi la domanda senza risposta: chi ha guidato i depistaggi e per quale motivo? Cosa è successo realmente quella notte di gennaio ad Alcamo?

I dubbi e le nuove inchieste

Le ipotesi sono diverse, alcune coinvolgono direttamente lo stato, altre la mafia, altre ancora dei contrabbandieri di armi o di altra merce. Ma quello che emerge è che in tutta la storia ci sono tante, troppe cose che non tornano o che sono, quanto meno, molto, ma davvero molto strane.
In effetti c’è il suicidio di Pino Vesco che suona di falso lontano un miglio. C’è il ritrovamento dei corpi che fa storcere in naso. Come è possibile che le guardie del corpo di Almirante passino per caso la mattina seguente l’eccidio e si fermino in una stradina di nessun conto, vedano il portoncino divelto e scoprano i cadaveri? Come mai il tribunale condanna senza mezzi termini quattro balordi che non hanno precedenti di un delitto così atroce e, a ben vedere, effettuato con estrema efferratezza e, passatei l’espressione, mestiere.
E allora partiamo quasi dalla fine, quando succede questo:
Eh già, Gullotta, dopo aver passato 21 anni in carcere, viene riconosciuto innocente, viene liberato e il fatto di aver passato gran parte della vita dietro le sbarre viene compensato con 6 milioni e mezzo di euro. Credo non sia difficile immaginare quanto poco quel denaro abbia alleviato le sofferenze di un uomo che non aveva fatto niente e si è trovato privato del bene più prezioso che abbiamo, la propria libertà.
peppinoE questa assoluzione si porta dietro altre conseguenze importanti. Prima di entrare nel merito mi sento di fare una considerazione. É curioso che serva un riesame di questa portata per capire che le conclusioni su molti delitti, dei quali la storia del nostro paese è piena, sono state falsate. La gente lo sa, ma servono sempre prove e documentazioni per poter procedere e soprattutto ci volgiono decenni per venirne a capo, le rare volte in cui questo succede.
Ecco dunque che la sentenza Gullotta spinge il sostituo procuratore Antonino Ingroia, che lavora nella procura di Trapani, a riaprire due inchieste: quella sulla strage di Alcamo Marina e quella su Peppino Impastato, ucciso il 9 maggio 1978. E, di conseguenza, salta fuori anche una terza inchiesta, quella sul suicidio di Pino Vesco.
Secondo la procura tutto quello che è avvenuto è stato fatto con il preciso scopo di evitare che le indagini arrivassero a svelare l’esistenza e soprattutto le opere (certo non benemerite) di un esercito segreto, la struttura segreta Gladio.
Certo, Peppino è stato ucciso dalla mafia, dal clan Badalamenti. Per questo il processo ha condannato Tano Badalamenti all’ergastolo e il suo vice, Vito Palazzolo, a 30 anni. É il 2002 e Tano muore due anni più tardi.
Il corpo di Peppino viene ritrovato lo stesso giorno in cui le BR (o chi per loro) riconsegnano quello di Aldo Moro. La sentenza è immediata. Per i carabinieri si tratta di suicidio o quanto meno di un incidente mentre il giovane sta mettendo dell’esplosivo sui binari. Un’ipotesi assurda per chiunque conosca Peppino. Lui è un militante di Democrazia Proletaria e soprattutto è responsabile di una radio di denuncia contro la mafia, la radio Aut. Quello che qui interessa è che, in quell’occasione, viene eseguita una nuova perquisizione nella casa di Impastato. Si trova un dossier, con scritto sulla copertina “Giuseppe Vesco”. Questa notizia è certa, perché il ritrovamento dell’incartamento compare nel rapporto redatto dai carabinieri. Ma del dossier o di notizie sul suo contenuto non c’è alcuna traccia, da nessuna parte. Il materiale è semplicemente sparito.
E totniamo ancora e sempre alle stesse domande su chi è stato e perché. Sappiamo che sono domande che restano senza risposta. Nel caso appena esaminato è anche evidente come la mafia abbia partecipato direttamente alla strategia.
Carabinieri, Servizi segreti, mafia, probabilmente Gladio … ecco la strada indicata da Peppino.
I due carabinieri, secondo la sua ipotesi, avevano fermato quella sera un carico di armi che la mafia doveva consegnare a Gladio o viceversa. Per questo vengono fatti fuori e poi viene inscenata tutta la faccenda della casermetta ad Alcamo Marina. E c’è anche la scorta di Almirante che, per caso, passa per una stradina di nessun conto, sperduta nel nulla e scopre il portoncino divelto e tutto il resto … ma dai!

Gladio ... che roba è?

gladioHo accennato a Gladio. Di cosa si tratta? Quando è nato? Come è organizzato e, soprattutto, a cosa serve? Di questo parleremo dopo una breve pausa. 
A partire dall’esplosione di una bomba nella banca dell’agricoltura in piazza Fontana a Milano nel 1969 si susseguono una serie di attentati che spesso non hanno alcuna ragione, come quello in Belgio dove un commando perfettamente addestrato fa una strage di clienti sparando senza alcuna remora anche sui bambini. Non esiste ancora una matrice di terrorismo pseudo-religioso come ai giorni nostri e non si era mai visto prima un bandito uccidere senza pensarci su dei bambini. Gli occhi degli inquirenti, di quelli che riescono a capirci qualcosa, puntano su un’organizzazione militare segreta, che ha sedi in tutta Europa e negli Stati Uniti e ci chiama “Stay behind”, che significa sostanzialmente di rimanere dietro, ma dietro a che cosa?
Dopo la seconda guerra mondiale il mondo si spacca in due: da una parte l’Occidente, guidato (il verbo è un eufemismo) dagli Stati Uniti e dall’altro il blocco orientale socialista guidato (anche questo è un eufemismo) dall’Unione Sovietica. Le due superpotenze si fronteggiano in ogni settore della vita pubblica e si armano come se stesse per cominciare una nuova guerra, la terza guerra mondiale, di cui in quel periodo si parla continuamente con grande terrore. Noi italiani viviamo nel blocco occidentale e, anzi, siamo un paese di confine e per questo da tutelare in modo particolare contro il pericolo più grande: l’invasione delle truppe comuniste che arriveranno per mangiare i nostri bambini e fare delle nostre chiese stalle per i cavalli dei cosacchi. Detta così è sertamente sarcastica, ma il fatto è che l’esercito sovietico è probabilmente il più potente in quel momento e quindi arrestarne una eventuale avanzata sarà impossibile. Ecco allora l’idea. Creare dei gruppi di specialisti che operino dietro le linee nemiche (di qui il nome Stay behind = stare dietro) e servano da appoggio per azioni da parte delle forze alleate inglesi o americane che arriveranno a salvarci come nei film americani sui cowboy. L'organizzazione di questo esercito è della NATO, l’alleanza atlantica. Ci sono mezzi enormi messi adisposizione sia come addestramento (che avviene a Sud di Londra) che come mezzi in ogni senso: trasporto, armi, e qualsiasi altra cosa. Le formazioni assumono nomi diversi a seconda della nazione. In Italia Stay Behind si chiama Gladio. Ecco un estratto da una trasmissione di History Channel di 8 anni fa.
É chiaro che qualcuno degli ascoltatori a questo punto si chiederà cosa diavolo c’entri Gladio con Alcamo Marina, gli eserciti segreti con i due carabinieri ammazzati nella casermetta siciliana. Arriveremo a rispondere anche a questa domanda: ci vuole solo un po’ di pazienza. Ci sono sicuramente indizi che lasciano pensare che non sia poi così assurdo pensare ad un coinvolgimento di Gladio. I depistaggi e le modalità con cui i carabinieri eseguono le indagini non sono quelle solite dell’arma. E poi, negli anni ’90, viene scoperto ad Alcamo un nascondiglio di armi dentro un seminterrato di una villa. Lo custodiscono due carabinieri. Siano in Sicilia, si può pensare ad un convo della mafia, ma il deposito è davvero molto particolare. La quantità di armi presenti è impressionante e anche la loro tipologia lascia perplessi gli inquirenti. Non solo: c’è anche il materiale e gli strumenti per fabbricare proiettili di vario genere. La procura si affida ad un consulente esterno, il quale certifica che la possibilità della costruzione di munizioni da guerra è la stessa che potrebbe rifornire la polizia di un intero piccolo stato. I due guardiani, Vincenzo La Colla e Fabio Bertotto, si giustificano con la loro passione per le armi e per esercitarsi al tiro, giustificazione del tutto improbabile visto il tipo di arsenale. Tra l’altro il Bertotto faceva parte (anche mentre si occupava dell’arsenale) dei Servizi segreti, come responsabile della sicurezza delle ambasciate estere.
Le armi sequestrate sono 422, tra cui un centinaio di armi da guerra, mmitra statunitensi, armi degli eserciti dell’Est europeo, duecento pezzi da assemblare, perfino una munizione per contraerea. É piuttosto ingenuo pensare a semplici collezionisti. L’indagine deve adesso scoprire a quale rete tutto questo fa riferimento. In quel periodo è procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Anche lui indaga su questi fatti ed esclulde categoricamente che quell’arsenale sia in qualche modo legato alla mafia. Quelli della mafia – dice Ingroia – non solo sono molto diversi come tipologia di armi, ma vengono protetti da profili completamente diversi di guardiani. Insomma c’è dell’altro, ci sono organizzazioni nascoste, come si evidenzierà con l’omicidio Rostagno, di cui parleremo tra poco. Che poi ci siano interazioni tra queste organizzazioni e la mafia è molto probabile ma che sia la mafia ad agire ad Alcamo è, per Ingroia, del tutto fuori discussione.

Mauro Rostagno, Li Causi, la Somalia, le armi e ancora Gladio

E adesso entra in scena un nuovo personaggio, morto ammazzato nel 1993 in Somalia in un agguato per motivi mai accertati. Si chiama Vincenzo Li Causi, trapanese di nascita, militare di carriera e appartenente ai servizi segreti militari. É un nome importante: partecipa alla liberazione del generale Dozier, sequestrato dalla BR a Padova; viene inviato in molte missioni che richiedono abilità e competenza. Insomma è uno che conta. Dal 1987 al 1990 è a capo del Centro Scorpione, una sezione di Gladio a Trapani.
Dal 1991 viene mandato più volte in Somalia. In una di queste missioni viene ammazzato nel novembre 1993. La cosa più strana è che il giorno dopo è atteso a Roma per testimoniare su Gladio e sui traffici di armi e rifiuti tossici e radioattivi provenienti da mezzo mondo e di cui abbiamo parlato a lungo nelle puntate di Noncicredo. Tutto questo pochi mesi dopo la scoperta dell’arsenale vicino ad Alcamo. Il nome di Li Causi emerge un anno più tardi quando si indaga sull’uccisione di Ilaria Alpi, di cui egli sarebbe stato un informatore che ben conosceva i traffici sui quali la giornalista romana stava conducendo da anni la sua inchiesta.
Un ex appartenente a Gladio, protetto dall’anonimato ci dice quanto segue. La sua voce è contraffatta. 
I compiti di Gladio in Sicilia non sono tuttora molto chiari. Probabilmente fungeva da collegamento con la Gladio all’estero, che operava nei Balcani, nel Nord Africa e nel Corno d’Africa. Mauro RostagnoC’è anche la questione del traffico di armi che avviene nell’aeroporto militare di Chinisia, località a Sud di Trapani. Qui si trova il giornalista torinese Mauro Rostagno, uno dei fondatori di Lotta Continua, che in Sicilia vive e lotta contro la mafia nell’ultima parte della sua breve vita. Trasmette servizi importanti contro il potere di Cosa Nostra dall’emittente Radio Tele Cine. Uno di questi lo realizza proprio a Chinisia, quando atterra un aereo militare che viene subito circondato da camion militari e molti uomini in mimetica. Torna rapidamente in studio per montare il servizio che quella sera dovrà fare un botto. In effetti quell’aereo trasportava armi da consegnare evidentemente non tanto alla mafia quanto ad una organizzazione militare.
Quelle immagini spariranno la sera del 26 settembre 1988, giorno in cui Mauro Rostagno viene ammazzato nella sua auto. Chi è stato? La pista seguita è quella della mafia. Ma i dubbi sono enormi, soprattutto a causa dei modi di procedere con le indagini e degli evidenti depistaggi che avvengono. Questa è un’altra storia che si intreccia con quelle fin qui raccontate. Molte indagini sono state fatte e molte ipotesi sono state avanzate sulla morte di Mauro: la mafia, Gladio, i servizi, la massoneria deviata.
Restiamo semplicemente agli atti più recenti, che dicono che, nel maggio 2014, la Corte d'Assise di Trapani condanna in primo grado all'ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara.
I legami tra mafia e Gladio vengono rivelati in diverse indagini, di recente è saltato fuori che l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, avrebbe potuto far parte della struttura segreta. Lo ha detto il figlio Massimo durante le rivelazioni sulla trattativa tra Mafia e Stato. Giovanni Falcone, mentre sta seguendo piste in merito all’uccisione di Pio La Torre da parte della mafia nel 1982, crede che sia importante confrontarsi con i colleghi romani, che stanno indagando su Gladio, ma si trova davanti un muro posto dal Procuratore Capo. Non si può e non si sa perché.

I pentiti di mafia

Sull’eccidio della casermetta nel tempo ci sono altre voci che intervengono.
Quella, ad esempio, di Giuseppe Ferro, un pentito della famiglia di Alcamo, che conferma che la strage non fu certo eseguita dai ragazzotti accusati e incarcerati. Nella sua testimonianza si legge: “Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati. Erano solamente delle vittime, pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto.
C’è poi Vincenzo Calcara, altro pentito di mafia di Castelvetrano, il quale racconta di essere stato compagno di cella di Pino Vesco. Quando arriva l’ordine da parte di Antonio Messina, boss di Campobello di Mazara del Vallo, di lasciare da solo il ragazzo senza una mano. “Fu ucciso da un mafioso con la complicità di due guardie carcerarie” dichiara il pentito.
É lo stesso Messina a spiegare la situazione a Calcara. Vesco deve morire perché è stato uno strumento e deve sparire. I due carabinieri sono stati ammazzati perché hanno visto cose che non dovevano vedere e è stato impedito loro di fare cose che potevano danneggiare non personaggi di cosa nostra ma anche collegati ad essa.
É dunque questa la pista: una connivenza tra mafia e Gladio (o comunque organizzazioni segrete all’interno dello stato) che nel trapanese si sono sempre incrociate e frequentate in un anomalo scambio di favori.
Ma l’invasione sovietica, come ben sappiamo, non c’è mai stata e quindi negli anni l’organizzazione Gladio viene utilizzata per scopi diversi. Tra questi un piano elaborato dalla CIA, l’intelligence statunitense, chiamato Demagnetize (Smagnetizzare). Il suo scopo è quello di togliere ossigeno e depotenziare il Partito Comunista Italiano, che negli anni ’70 comincia ad assumere l’importanza di un partito di governo. Questo coinvolge diversi movimenti di estrema destra, che diventano attivi nella strategia della tensione con numerosi attentati in tutta Italia. Abbiamo ricordato quello di Gorizia, per fare un esempio.
Ci sono stati anche tentativi di golpe, a dire il vero piuttosto velleitari, in uno dei quali interviene anche una delle famiglie mafiose di Alcamo, la famiglia Rimi. É il 1970 e il fallito attentato alle istituzioni italiane è quello di Junio Valerio Borghese, ex fascista, ex presidente del Movimento Sociale, frequentatore di Pinochet e del suo capo della polizia segreta … insomma un personaggino tutto pepe. Dopo la guerra viene condannato a due ergastoli, ma l’intervento dei servizi segreti americani fa sì che quella condanna si riduca a 12 anni, di cui nove condonati. Sfruttando l’amnistia voluta da Palmiro Togliatti viene rilasciato immediatamente. Muore nel 1974 in circostanze abbastanza strane in Spagna, dove si è rifugiato.
Nella provincia di Trapani le organizzazioni segrete sono ben radicate in quel periodo. In un ambiente in cui conta molto più la mafia dello stato, le attività sommerse sono all’ordine del giorno e può quindi accadere che due carabinieri in servizio si imbattano in un trasporto strano, in qualcosa di più grande di loro.
La presenza di Gladio nel trapanese viene certificata ufficialmente solo nel 1990, ma i vertici dell’organizzazione continueranno a ribadire la propria estraneità ai fatti di Alcamo Marina, e a tutte le nefandezze che la popolazione ha dovuto subire in quegli anni. Di questo parla Paolo Inzerilli, responsabile di Gladio dal 1974 al 1986. Ascoltiamolo.
Un altro personaggio, al quale ha accennato il giudice Casson nel suo primo intervento ha avuto una storia notevole. Si tratta di Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano, quella in cui sono rimasti uccisi tre carabinieri e feriti altri due.
Vinciguerra non si è mai tirato indietro, considerandosi un “soldato politico”, facendo rivelazioni e non chiedendo mai uno sconto di pena, anzi volendo rimanere in carcere per tutta la sua durata, ritenendolo un mezzo di protesta. Durante il processo, che vedeva come giudica Felice Casson, lo scontro è durissimo. Il giudice cerca in ogni modo di dimostrare che l’esplosivo usato nell’attentato proviene da un deposito di armi di Gladio, trovato vicino a Verona. Si tratta di C-4, il più potente esplosivo disponibile all’epoca, in dotazione alla NATO.
Nel 1984, a domanda dei giudici sulla strage alla stazione di Bologna, Vinciguerra dice:
« Con la strage di Peteano, e con tutte quelle che sono seguite, la conoscenza dei fatti potrebbe far risultare chiaro che esisteva una reale viva struttura, segreta, con le capacità di dare una direzione agli scandali... menzogne dentro gli stessi stati... esisteva in Italia una struttura parallela alle forze armate, composta da civili e militari, con una funzione anti-comunista che era organizzare una resistenza sul suolo italiano contro l'esercito russo ... una organizzazione segreta, una sovra-organizzazione con una rete di comunicazioni, armi ed esplosivi, ed uomini addestrati all'utilizzo delle stesse ... una sovra-organizzazione, la quale mancando una invasione militare sovietica, assunse il compito, per conto della NATO, di prevenire una deriva a sinistra della nazione. Questo hanno fatto, con l'assistenza di ufficiali dei servizi segreti e di forze politiche e militari
Una posizione personale, ma molto chiara, come quella che esprime a parole. Ascoltiamolo.
Ma Gladio è stato davvero il demonio responsabile di ogni nefandezza che nel paese si veniva compiendo? Adesso ascoltiamo due testimonianza. La prima, brevissima, è di Francesco Gironda, capo della rete Gladio di Milano, mentre la seconda è ancora di Felice Casson, magistrato chioggiotto e più tardi politico dell’Ulivo e poi del Partito Democratico. Ascoltiamoli, poi chiuderemo il nostro racconto.

Conclusioni

Siamo partiti da un fatto particolare, quello dell’uccisione di due carabinieri nella casermetta di Alcamo Marina e siamo finiti a parlare di strategia della tensione, di attentati come quello di Bologna che apparentemente non hanno nulla a che fare con l’inizio della nostra storia. Questo dimostra quello che in questi mesi ho sempre cercato di sottolineare e cioè che le storie sono tutte legate tra loro, perché è periodo in cui esiste una strategia ben precisa che coinvolge lo stato e le sue istituzioni, per mantenere il potere e fare profitti.
Oggi Gullotta è un uomo libero e ricco, libero perché non ha commesso quel reato infamante, così come i suoi amici, quelli sopravvissuti per lo meno. Ma non è libero dagli incubi che nessuno di noi credo possa neppure immaginare di aver passato un terzo della sua vita rinchiuso in un carcere dove non doveva stare. Rinchiuso mentre altre persone e non una sola sapevano perfettamente che era innocente.
Prima di chiudere un’ultima osservazione su Gladio.
cossigaNell’estate del 2014 viene proposta una legge intitolata: “Riconoscimento del servizio volontario civile prestato nell’organizzazione nordatlantica Stay Behind”. La firma Luca Squeri di Forza Italia. In essa si sostiene che i volontari che hanno prestato servizio all’interno di Gladio devono essere trattati come i partigiani e quindi meritano una legittimazione per aver difeso la patria dal nemico. Nessun riconoscimento in denaro, si intende, un riconoscimento sotto il profilo politico e anche militare. Quindi nessun legame con le trame nere, con brandelli impazziti dell’eversione di stato. Sotto sotto la proposta porterebbe dritto al finanziamento pubblico dell’associazione. Il fatto che, una volta capito che il patto di Varsavia non aveva intenzioni di invadere l’Occidente, questa organizzazione si sia mossa in segreto, sfruttando le risorse dei servizi segreti semplicemente per impedire l’accesso al governo del Partito Comunista Italiano è un fatto riconosciuto anche da due dei politici più dentro le questioni delle segrete stanze, come Andreotti e Cossiga.  Del resto quella di Squeri non è la prima volta di una simile richiesta strampalata. La prima in assoluto è del 2004 e porta la firma, guarda caso, di Cossiga. Iniziativa seguita, pochi mesi dopo alla Camera, da un testo identico presentato dal forzista Paolo Ricciotti. Ma Cossiga torna alla carica ancora altre volte: nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2009. Sempre nel 2009 un testo identico viene presentato a Montecitorio da Renato Farina, quello famoso per aver partecipato coi servizi segreti alla diffusione di notizie false contro Romano Prodi. Condannato per vari reati e radiato dall’ordine dei giornalisti, oggi collabora con Il Giornale e sarebbe difficile pensare il contrario.
Insomma per la destra istituzionale (Forza Italia, PDL e tutte le altre sigle berlusconiane) Gladio è una organizzazione di eroi positivi, che hanno cercato di fare il bene del nostro paese. Non mi sembra il caso di aggiungere alcun commento.
Termino qui. É stato un articolo forse più faticoso del solito, che ha cercato di raccontare una storia poco conosciuta in cui, ancora una volta, si mescolano affari loschi, mafia e reparti deviati della repubblica, ma, in questo caso, ben conosciuti e sostenuti dallo stato. Alcamo Marina in fondo non è stata nulla come tributo di sangue rispetto a molte altre tragedie di cui vi ho raccontato: penso alle bombe della strategia della tensione: piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, Bologna o alle tragedie di cui sappiamo poco o nulla perché occorre che non si sappia chi andava coperto, come nel caso dell’elicottero Volpe 132, della Moby Prince, di Ustica. Purtroppo si potrebbe continuare l’elenco.
Purtroppo ...

Il problema

Nel nostro girovagare per gli sporchi affari del nostro paese negli ultimi decenni, abbiamo incontrato morti ammazzati, indagini deviate, ingerenze della politica e dei servizi segreti, disastri evitabili e un mucchio di altre cose sgradevoli.
ItaliaOggi prendiamo una pausa da tutto questo e ci occupiamo di una faccenda sicuramente triste, ma di tutt’altro genere. Questa sera cercheremo di capire cosa è successo alle scorie nucleari italiane dopo la chiusura delle nostre 4 centrali e dopo che un secondo referendum ha dichiarato che sul nostro suolo le centrali non le vogliamo proprio. É un argomento molto vasto che potrebbe portarci ovunque, perciò ho scelto due punti di osservazione, arbitrariamente, ma che mi sembrano interessanti e degni di essere ascoltati.
Il primo riguarda la situazione dello smantellamento del “bagaglio” nucleare italiano: le 4 vecchie centrali ma anche i centri di ricerca. Quante sono? Dove sono? Dove finiranno? Come verrà garantita la sicurezza dell’ambiente e delle persone? Ne parlerò prendendo in esame prima l’opinione dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza Ambientale, incaricata dal Governo nel 2012 di progettare la soluzione e poi raccontando brevemente la storia della Sogin, la società incaricata di realizzare tali progetti e di provvedere ad eliminare ogni rischio nucleare dal paese.
Per completezza ecco l’elenco dei siti nucleari italiani attivi. Ci sono 8 installazioni SOGIN, tre reattori ENEA per la ricerca, tre reattori ospedalieri di ricerca, 1 reattore militare di ricerca. Dunque 15 in tutto, sparsi in tutto il paese, anche se la concentrazione maggiore è in Piemonte. A questi vanno aggiunti i 9 impianti, comprese le quattro vecchie centrali, fuori produzione. E fanno 24 siti che producono o che hanno prodotto scorie radioattive.
Il secondo punto di vista è una scusa per fare un giro in una delle regioni italiane più mortificate dal malaffare, la Basilicata. Vi parlerò di Rotondella, paesino di qualche migliaio di abitanti e dell’impianto ITREC di Trisaia.
Dove è finito il materiale radioattivo e pericoloso di quel centro che nessuno ha mai trovato? Ha qualcosa a che fare con le storie incredibili che ho raccontato nelle scorse puntate di Noncicredo sulle navi dei veleni e sui traffici internazionali di schifezze e di armi?

Decommissioning e SOGIN

Tutti sanno che in Italia hanno funzionato quattro centrali nucleari; a Caorso (provincia di Piacenza), a Sessa Aurunca in Campania, a Trino Vercellese in Piemonte e nel Lazio a Montalto di Castro, anche se questa non è mai stata ultimata per via del referendum del 1987. Apro una piccola parentesi proprio su Montalto perché la storia di questa centrale è curiosa. Nel 1988 si stabilisce di non andare avanti con quest’opera, ma l’anno successivo si decide che tutte le parti dell’impianto utilizzabili vengano usate per costruire una centrale termoelettrica a olio combustibile e gas, che è oggi la centrale italiana più potente di questo tipo. L’emissione in atmosfera di CO2 è imponente e viene compensata non impiantando un bosco, ma comprando CER (crediti di emissione del Meccanismo di Sviluppo Pulito) vale a dire quei certificati che ti permettono di inquinare da noi se finanzi attività di segno opposto in altri paesi soprattutto emergenti. L’ENEL, proprietaria della centrale, ha investito in Cina in una di quelle operazioni di ripulitura del Trifluorometano, conosciuto anche con l'abbreviazione Hfc-23, un potentissimo gas serra. Questo meccanismo non è utilizzato solo da ENEL, ma da molte major energetiche internazionali ed è previsto dal protocollo di Kyoto.
La buona notizia è che oggi a Montalto di Castro sorge una grande centrale fotovoltaica. Chiusa la parentesi.
Le altre tre centrali hanno invece prodotto le loro scorie. A queste vanno aggiunte tutte quelle che in un modo o nell’altro si ottengono da attività di studio, di ricerca e di cura negli ospedali.
MoxC’è poi anche un'altra questione. Quando il combustibile delle centrali si esaurisce, cioè non è più buono per produrre energia, non viene semplicemente buttato nell’immondizia. Viene spedito in centri di riprocessamento, dove si riesce a tirarne fuori sostanze ancora utili, come ad esempio il Plutonio. A cosa serve il Plutonio? Può servire a costruire bombe oppure può essere mescolato all’Uranio per produrre combustibile particolare, il MOX, che viene utilizzato in alcuni tipi di reattori. In Francia, ad esempio, quasi metà degli impianti possono funzionare in questo modo. Anche il Giappone ha reattori a MOX. Il Plutonio è una bestia davvero brutta, perché è l’elemento radioattivo utilizzato nella produzione di energia con i tempi di decadimento più lunghi di tutti. In pratica significa che se abbiamo un po’ di Uranio sotto il letto, come voleva convincerci a fare Umberto Veronesi, dovremmo chiudere bene quella stanza e aspettare qualcosa come 250 mila anni per tornarci dentro, cosa complicata dal fatto che nel frattempo se ne sono andate 10 mila generazioni.
Questi centri di riprocessamento non sono dappertutto. Alcuni paesi ne hanno addirittura fatto un business. Ad esempio la Gran Bretagna guadagna bei soldini dall’operazione, che, meglio dirlo, è rischiosa e costosa. Infatti gli inglesi, molto pragmatici, hanno pensato: “Tanto noi di materiale radioattivo ne abbiamo comunque in casa a causa delle nostre centrali. Un po’ di più o di meno, non cambia le cose. Tanto vale guadagnarci.” Così si sono presi in carico una parte delle barre del combustibile nipponico. Un ragionamento analogo ha fatto la Francia.
Noi non abbiamo centri di riprocessamento, per cui le barre usate dalle nostre centrali devono essere spedite all’estero; buona parte sono in Francia a Le Hague nel Nord del Paese, nel centro gestito da Areva, quindi dallo Stato. Quello che resta, alla fine del processo, viene vetrificato, ma non può comunque finire sotto il letto; deve essere stoccato in profondità, o comunque in un luogo sicuro, sperando che non succeda niente per centinaia di anni. "Quello che resta", nel caso di clienti stranieri, come lo stato italiano, viene rispedito a casa loro, cosa che avverrà anche per noi nei prossimi anni: entro il 2025, secondo gli accordi. Ecco dunque un altro motivo per avere in mente dove sistemarle queste scorie, dove cioè creare un sito di contenimento nazionale per il materiale radioattivo. Questo è il punto più dolente, anche se non l’unico, dell’industria nucleare, perché oggi nessun paese al mondo, nemmeno chi ricava dal nucleare parte importante della propria energia elettrica, sa come fare a risolvere questo problemino.
Nel 2014 la questione delle scorie nostrane torna alla ribalta perché un senatore dei Cinquestelle, Vito Petrocelli, lancia un allarme. Secondo lui sarebbero stati spostati di notte, con un camion, materiali radioattivi dal centro ITREC di Rotondella (Matera) all’aeroporto NATO di Gioia del Colle in Puglia. Operazione piuttosto rischiosa in caso di un incidente lungo il tragitto.
E allora vediamola la nostra situazione. Detto di Le Hague, altro materiale radioattivo italiano è a Sellafield in Gran Bretagna (che ha avuto negli anni una serie di problemi, compreso l’eccesso di radiazioni, per cui è stata costretta a chiudere una parte dell’impianto e a lasciare a casa il personale non necessario alle indagini) e un altro po’ in Svezia.
Facendo la somma di tutto si arriva, secondo i dati ufficiali, a 90 mila metri cubi, che non sono pochi.  In mezzo a questo mucchio ci sono scorie più pericolose ed altre che lo sono meno. Si distinguono, come già detto, per il tempo di decadimento. Senza entrare in dettagli tecnici che qui non hanno molta importanza, possiamo determinare il periodo necessario affinché quelle scorie non presentino più un grave problema in 10 di questi "tempi". Così mentre ad esempio per il Cesio 137 basterà (si fa per dire) aspettare qualche secolo, per il Plutonio servirà un deposito che “tenga” per centinaia di migliaia di anni.

Un deposito praticamente eterno?

scorieitaliane03Ecco allora che il problema si sposta: come si costruisce un deposito simile? Ci hanno provato in molti e noi non possiamo che fare riferimento al paese che del nucleare ha fatto una bandiera, gli Stati Uniti. I tentativi di realizzare siti permanenti sotto le montagne del Nevada sono falliti, dopo averci speso un sacco di soldi e dopo aver scoperto varie truffe per convincere i cittadini, ma soprattutto i finanziatori, che tutto era a posto e andava bene.
Così, a quasi 70 anni dall’avvento del nucleare cosiddetto “civile”, la società che su di esso ha basato gran parte del proprio sviluppo non ha la più pallida idea di come fare a buttare l’immondizia prodotta. E questo dà la misura dell’intelligenza della specie che governa il nostro pianeta. Dubito che una qualsiasi persona razionale inizi un progetto senza valutarne l’iter e le conseguenze.
Ma torniamo a noi e ai nostri 90 mila metri cubi di scorie da sistemare. Costruire un deposito permanente non è come fare una casa. Ci vuole tempo e soprattutto occorre sapere bene come comportarsi. L’incarico di dismettere centrali e stoccare materiale radioattivo è della SOGIN, finanziata coi nostri soldi, molti dei quali, negli anni passati, sono spariti o in conti personali o in finanziamenti assurdi. Ma di questo parleremo dopo. I criteri di costruzione però sono questioni tecniche e vanno lasciate ai tecnici. Ecco perché, una volta eliminata l'Agenzia per la sicurezza nucleare, si è deciso che deve essere l’ISPRA a fornire le indicazioni opportune e sarà in base ad esse che SOGIN dovrà comunicare l’elenco delle località papabili per tanta fortuna. É facilmente prevedibile che la scelta non sarà affatto semplice, ricordandoci anche della reazione degli abitanti di Scanzano Jonico, che riuscirono ad impedire che il loro comune diventasse la zona di stoccaggio, come voluto dal governo Berlusconi di allora, con una specie di insurrezione collettiva.

ISPRA

Torniamo indietro di qualche anno: è il 2014 quando l’on. Bobba del Partito Democratico interroga il governo per sapere come procede questa faccenda. Egli si mostra giustamente preoccupato per la situazione. In effetti le scorie “italiane” (quelle attualmente sul suolo patrio) sono tenute nelle vecchie centrali e nei centri di ricerca e stoccaggio di Saluggia (Piemonte) e Casaccia (Lazio), oltre che all’ITREC di Rotondella e in piccole parti in altri centri di ricerca. Situazione che crea pericoli sia per l’ambiente che potrebbe essere contaminato che, soprattutto, per la salute delle persone che in quelle zone abitano. Sulla situazione ad esempio di Saluggia si potrebbe aprire un capitolo a parte per via della contaminazione possibile della Dora Baltea in prossimità della sua confluenza nel Po, una zona ad elevato rischio di alluvioni, con tutte le conseguenze drammatiche che si possono facilmente immaginare. E sostenere che il nostro paese non è a rischio alluvioni sembrerebbe quanto meno azzardato. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.
scorieitaliane04Per capirci qualcosa di più andiamo nel sito di ISPRA: si tratta dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Precisamente nel Dipartimento Nucleare, Rischio Tecnologico e Industriale, e già il nome mette i brividi. Qui c’è un brevissimo documento, che possiamo riassumere in due punti.
  • Il primo fa chiarezza sul fatto che il deposito sarà permanente solo per le scorie meno attive, da usare per qualche secolo. Le scorie più pericolose saranno tenute qui il tempo necessario a capire, anche a livello europeo, come fare a metterle in sicurezza.
  • Il secondo punto richiama sul fatto che in Italia non esiste un’Agenzia per la sicurezza nucleare, soppressa nel dicembre 2011 col decreto di contenimento della spesa “Salva Italia”. I compiti sono stati assegnati provvisoriamente all’ISPRA. Questa non si sogna neppure di dare indicazioni precise prima di aver sentito le Agenzie per la sicurezza nazionale di altri paesi, che hanno lo stesso problema.
C’è però un secondo documento fondamentale del 9 gennaio 2014, che riporta la relazione che l’ISPRA ha fatto di fronte a due commissioni del Senato, la 10a (Industria, Commercio, Turismo) e la 13a (Territorio, Ambiente, Beni Ambientali). La relazione è lunga (22 pagine) ma possiamo cercare di riassumerla il più possibile.
Il linguaggio è di quelli tecnici e politici che occorre tradurre in un italiano comprensibile ai più.
Si comincia ricordando lo stato dell’arte: le centrali, le scorie, quelle in Italia e quelle all’estero, e il ruolo dell’ISPRA. Ed inoltre si sottolinea come nel nostro paese ci siano già alcuni siti di stoccaggio funzionanti, approvati tecnicamente dall’ISPRA e politicamente da decreti governativi o ministeriali. Funzionano ad esempio presso alcune vecchie centrali (come quella di Garigliano) presso centri come quello di Casaccia e altri.
Se la maggior parte del nostro combustibile nucleare esausto è già stato spedito all’estero, ci sono ancora circa 30 tonnellate da riprocessare nei siti piemontesi. E poi c’è l’ITREC di Rotondella con 2 tonnellate di materiale radioattivo che dovrebbe essere restituito ai legittimi proprietari, gli Stati Uniti d’America, ma questa storia ve la racconto dopo.
scorieitaliane05smallLa relazione fa una lunga disquisizione certamente opportuna sull’iter da seguire per disattivare una centrale nucleare. Forse è superfluo dire che esistono norme internazionali e suggerimenti (che sono abbastanza vincolanti) di cui non si può non tenere conto. Sia l’agenzia internazionale IAEA (International Atomic Energy Agency) e la WENRA, (Western European Nuclear Regulators Association) una task force che si occupa di sicurezza nucleare nell’Europa occidentale, hanno messo a punto strategie da seguire in questo campo. Il fatto è che, da noi, alcune procedure sono già state scritte ed approvate, mentre in altri casi mancano completamente, come per la centrale di Latina e il sito dell’ITREC in Basilicata.
E qui arriviamo al punto cruciale. Perché, dice l’ISPRA e non si può che essere d’accordo, sono tutte belle parole, belle frasi scritte sui documenti, ma senza un sito di stoccaggio nazionale definitivo non si va da nessuna parte. La disattivazione insomma non è proprio possibile. Del resto questo è anche quello che dice la direttiva europea (la 96 del 2013) e non si può farla franca non rispettandola. A vedere bene, continua l’ISPRA, ci sono alcuni siti italiani già approvati e realizzati che non hanno nemmeno le caratteristiche minime per essere considerati idonei.
E allora cosa si può fare?

Il deposito fantasma italiano

Il governo aveva, come già detto, incaricato l’ISPRA di far sapere come si potesse scegliere un sito idoneo e quali caratteristiche dovrebbe avere il deposito.
Insisto sul fatto che stiamo parlando di un sito definitivo solo per le scorie a bassa e media attività. Per quelle ad alta attività e quindi ad elevato rischio è notte fonda.
Tra le tante caratteristiche, una risulta addirittura propedeutica. L’acqua è un elemento indispensabile per il funzionamento delle centrali a fissione in quanto serve a raffreddare il reattore durante la produzione. Ma è un elemento che non deve assolutamente esserci dalle parti di un deposito come quello di cui stiamo parlando.
Se guardiamo al resto dell’universo nucleare, notiamo come ci sia una grande differenza nei progetti per lo stoccaggio di materiali radioattivi a bassa o media attività e gli altri. Per i primi si parla di depositi in profondità, a 50-100 m sotto il suolo, mentre per gli altri si parla di depositi geologici, quindi a profondità molto maggiori, fino a circa 1000 metri. Non c’è traccia al mondo di questo tipo di depositi. Certo ci si sta lavorando, ma, a sentire i tecnici dell’ISPRA, non se ne parla per almeno altri 20 anni, quando i paesi oggi più avanti, Svezia e Finlandia, potranno forse realizzare il primo progetto.
Queste difficoltà hanno fatto cambiare rotta alle proposte dell’ISPRA, che parla di un deposito in superficie, con annesso Parco Tecnologico dove continuare la ricerca in questo settore della scienza. Seguendo tutti i criteri internazionali e analizzando i progetti dei paesi europei, si è arrivati a stabilire che serve una guida tecnica, chiamata Guida Tecnica 29. Al governo è stata consegnata nel 2015 avendo come sottotitolo “Criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività”, indirizzata ad indicare i criteri per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. “
E allora leggiamoli questi criteri, così come riportati nella relazione dell’ISPRA al Senato.
Nella Guida Tecnica “sono definiti i ”Criteri di Esclusione” e “Criteri di Approfondimento” per la cui formulazione, con riferimento alle raccomandazioni emanate dagli organismi internazionali ed in particolare quelle formulate dalla IAEA, si è tenuto conto dei seguenti aspetti :”
A questo punto mi sono permesso di tradurre in un linguaggio meno tecnico il seguito. Magari perdiamo in precisione assoluta, ma sicuramente guadagnamo in comprensione. Ecco i punti, molti dei quali sembrano davvero ovvii.
  • Serve stabilità geologica ed idraulica. Insomma zone a rischio sismico e di alluvione sono da escludere
  • Serve una zona dove esistano barriere naturali che impediscano ai radionuclidi di finire in atmosfera
  • bisogna che il progetto del sito tenga conto delle leggi vigenti in modo assoluto. La tutela del territorio e del patrimonio artistico e naturale non può essere in discussione. Quindi niente parchi naturali o nella Cappella degli Scrovegni.
  • L’area dev’essere isolata da attività umane attuali ma anche che si possano prevedere in un lungo periodo. Insomma se in Italia avessimo un deserto, andrebbe benissimo.
  • L’area dev’essere lontana da risorse naturali del sottosuolo già sfruttate o che potranno esserlo in futuro. Lontano dunque da giacimenti di qualsiasi genere.
  • Il deposito andrà tutelato da condizioni meteorologhe estreme. Probabilmente si riferisce ancora a zone sismiche, di smottamento o analoghe.
Questi “Criteri di esclusione”, come sembra ovvio, servono ad eliminare dall’elenco le zone che non rispondono ai criteri appena descritti. Certo che rientrare nei casi visti sarà a questo punto come avere il biglietto vincente della lotteria di Capodanno. Non è da escludere che i comuni litigheranno per essere riconosciuti a rischio sismico o alluvionale. La relazione di ISPRA infatti sottolinea che, aperte virgolette:
L’applicazione dei “Criteri di Esclusione” è effettuata attraverso verifiche basate su normative, dati e conoscenze tecniche già disponibili per l’intero territorio nazionale e immediatamente fruibili, anche mediante l’utilizzo dei Sistemi Informativi Geografici.””
E conclude:
“I Criteri di Esclusione ed i Criteri di Approfondimento rappresentano i requisiti minimi da soddisfare per la localizzazione di un deposito superficiale di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività.”
C’è un’ultima annotazione nella relazione che trovo giusta e opportuna. Non possiamo infatti dimenticare che, se è vero che le centrali sono spente da un sacco di tempo, il paese continua a produrre scorie radioattive derivanti dalla ricerca scientifica e dall’attività ospedaliera e anche queste scorie sono pericolose e da qualche parte dovranno, prima o poi, essere messe.
E poi ci sono i costi da considerare. All’epoca dei fatti che sto raccontando (circa tre anni fa) si calcolava che la spesa per il decommissioning fosse compresa tra 6 e 8 miliardi di euro. Tutti a carico dei contribuenti.
Vedremo tra poco la situazione al giorno d’oggi.
L’ISPRA dunque ha fatto il suo. Da qui in avanti la palla passa al governo e alla SOGIN, cui spetta il compito di realizzarlo questo sito, entro, si dice, il 2021 al massimo. Nel 2021 tuttavia le scorie attualmente a Sellafield saranno tornate indietro da qualche anno. Chissà dove avranno soggiornato nel frattempo?

SOGIN

Questa parte della nostra storia non vuole raccontare cos’è la Sogin oggi, ma cosa ha combinato in passato, perché i ritardi accumulati e i molti soldi spesi hanno avuto sicuramente un riflesso sulla situazione attuale. Per quello che sappiamo, oggi la società che deve provvedere allo smantellamento del vecchio nucleare sta facendo il suo dovere. Questo dunque non è in discussione.
La SOGIN è una società per azioni, nata nel 1999 dall’ENEL con il compito di mettere in sicurezza le centrali nucleari e poi smantellarle. Il costo di questa azienda statale è ovviamente a carico dei cittadini. Si tratta di 400 milioni all’anno.
Nessuno ne sa niente fino al novembre 2002 quando viene nominato presidente della società Carlo Jean, generale, amico stretto di Giulio Tremonti.
Berlusconi lo nomina poi commissario delegato per la messa in sicurezza dei materiali nucleari. Il generale decide che cosa c’è da fare come commissario e poi assegna i lavori alla società di cui è presidente … altro caso italico di conflitto di interessi.
É un uomo potente, il generale, e pensa di poter fare quello che vuole.
C’è una relazione della Corte dei Conti del 2005 in cui si accusa la SOGIN di aver operato ben al di là della sua mission ... insomma di aver ampiamente pisciato fuori dal vaso. Ma i soldi non bastano. Con Jean i costi esterni passano in un anno da 25 a 45 milioni. E l’attività iniziale, quella per la messa al sicuro delle vecchie centrali nucleari, non è cresciuta di una virgola. Si sono solo aggiunti nuovi incarichi, come i siti delle scorie radioattive dei centri di ricerca e lo smantellamento dei sommergibili russi. Troppo. Anche il perscorieitaliane06sonale cresce; molti degli ingegneri che si occupavano del nucleare italiano vengono riciclati nella SOGIN, alcuni senza avere le competenze adatte. Quando Jean lascia la società il personale è una volta e mezzo quello iniziale del 1999: 760 persone e senza nessuna previsione di un ritorno italiano nel nucleare.
Aleandro Longhi dell’Ulivo scopre tra loro circa 200 nomi di amici e parenti di vari parlamentari, dirigenti importanti, fratelli di ministri ed ex ministri, capo gabinetto e un’altra serie di figure analoghe. Longhi presenta 4 interrogazioni sull’argomento: ma non ottiene risposta!
E poi ci sono le sponsorizzazioni esterne. 260 mila euro per ottenere le prestazioni della Civicom che vende prodotti di comunicazione, quando SOGIN può contare su una propria direzione e ufficio stampa molto qualificato e nutrito. Ci sono consulenze legali attribuite allo studio di Cesare Previti, o tributarie allo studio dove lavora Tremonti. C’è la partecipazione alla mostra del libro antico (270 mila euro) che si fa fatica ad inserire nel contesto nucleare della SOGIN.
Dietro questa società si muove un mondo di interessi privati, di manovre nascoste che coinvolgono anche partiti politici come la Lega Nord.
Uno dei suoi parlamentari, Massimo Polledri, uno che fa collezione di brutte figure in pubblico con frasi aberranti sulle donne, i gay e gli stranieri, scrive alla SOGIN sostenendo che bisogna che gli italiani sappiano cosa sta avvenendo a Caorso. In meno di un mese vengono stanziati 200mila euro per un opuscolo su Caorso, commissionato alla Integra Solution di Francesco Ferro, che è, guarda caso, quello che cura l’immagine di alcuni parlamentari tra i quali proprio Polledri. Semplici coincidenze? Forse sì, ma il dubbio rimane.
La Lega spinge però perché la Sogin venga commissariata. Parte un attacco furibondo contro l’allora AD della società Massimo Romano, che percepisce uno stipendio doppio rispetto al suo predecessore. La Conte dei Conti conferma: si tratta di quasi 900 mila euro lordi l’anno. Ma nel fare queste ricerche vengono alla luce consulenze sospette per 10 milioni di euro l’anno. Nel 2009 Romano se ne va e diventa consulente per energie verdi … un bel passo non c’è che dire!
Ma la SOGIN nel frattempo sta cambiando, in meglio. Nel 2009 l’attività di smantellamento è più che doppia rispetto a quella fatta nel 2008 e tre volte quella dei sette anni precedenti. Dunque la società funziona, perché mai dev’essere commissariata? Non si sa, nessuno ha mai dato una giustificazione al riguardo.
I giochi di potere dietro SOGIN sono parecchi. Se ne interessano i carabinieri con intercettazioni telefoniche da cui emergono i nomi del generale Jean, di Silvio Cao, ex consigliere SOGIN fino al 2008, e dei politici Massimo Polledri e Paolo Mancioppi, entrambi di Piacenza ed entrambi del Carroccio. Per chi si fosse perso, ricordo che Caorso è in provincia di Piacenza.
Il progetto è quello di commissariare la SOGIN, rimettendole a capo Carlo Jean e di potenziare Nucleco, una società per la gestione dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività. NUCLECO è proprietà di ENEA (40%) ed ENI (60%); nel 2004 SOGIN rileva le quote ENI e ne diventa l’azionista di maggioranza. Nel frattempo nasce tra i partiti della destra l’idea del nuovo nucleare. É una grandissima opportunità di guadagno se si è al posto giusto. Nel 2009 Polledri riesce a far commissariare nuovamente SOGIN; nel 2010 viene nominato il nuovo a.d. di Nucleco: è il suo collega ed amico Paolo Maccioppi.
Tante manovre dunque dietro l’affare nucleare che viene visto certo non come la soluzione dei problemi energetici italiani, ma come la soluzione dei problemi dei propri conti correnti.
E ce ne sono altri di affari nascosti, come quello del Cemex, che risale a qualche tempo prima. É Silvio Cao, amico del generale, al centro della faccenda. Quello che vuole fare è lanciare un nuovo modo di inertizzazione dei rifiuti nucleari più pericolosi. Abbiamo visto che all’estero si usa la vetrificazione. La cementificazione prevista da Cemex costa esattamente il doppio. Ma Cao è amico di Jean, il quale ha avuto i poteri doppi da Berlusconi. Si individua come sito adatto Saluggia, in Piemonte, dove erano confluite scorie radioattive assieme ai reattori delle centrali del Garigliano e di Trino Vercellese. 
saluggiaA parte il costo, i lavori partono solo nel 2005, quando invece avrebbero dovuto essere già finiti. Le conseguenze del ritardo sono gravissime. E non si tratta di soldi. Le scorie lasciate là potrebbero causare un inquinamento delle falde acquifere. Ci sono interrogazioni in Parlamento e così interviene la SOGIN: è il 2006 e la soluzione è presto trovata: “Raduniamo tutte le scorie italiane e mandiamole in Francia a Le Hague, dove verranno vetrificate”. Tutte le schifezze nucleari vengono ammassate nel deposito Avogadro (di proprietà della FIAT), sempre situato nell’area di Saluggia. É il 2007. Bene, quei detriti rimangono là per anni e solo nel febbraio del 2011 sono pronti i contenitori, comprati in Francia, per spedire le barre verso Le Hague. 
Dunque il progetto Cemex, dietro il quale c’è l’accoppiata Jean – Cao, non ha prodotto niente di niente, ma è stato pagato in progettazione, consulenze e annessi, ovviamente con i soldi dei contribuenti.
Il generale viene poi cacciato da Sogin, si dice per una furiosa litigata con Pecoraro Scanio, ministro dell’ambiente del governo Prodi, per la scelta inopportuna di Scanzano Jonico come luogo dove realizzare il deposito nazionale definitivo.
Gli succede Giuseppe Nucci, che si preoccupa di ridurre le spese riuscendo a portare finalmente in attivo (risicato) un bilancio che fino a quel momento era in rosso.
Ma la Corte dei Conti non è per niente contenta.
Ma come? – dice la Corte dei Conti – Una società senza alcuna concorrenza, finanziata dallo Stato per coprire le spese, come diavolo fa ad essere in rosso o ad avere un attivo appena appena decente? Il fatto è che SOGIN non lavora. Dal 2002 al 2007 ha utilizzato circa 850 milioni, ma di questi pochissimi per la sua missione, quasi tutti per la gestione. Il lavoro da eseguire in otto anni è arrivato ad appena il 9%!
Nucci arriva e promette di fare un quarantotto, di controllare tutte le procedure, le storture degli anni passati; riduce gli stipendi esagerati, le consulenze, insomma fa un po’ di pulizia. E, per fare questo ci vuole l’uomo giusto e Nucci incarica l’uomo che in tutti gli anni precedenti ha fatto il bello e brutto tempo nell’azienda: il generale Jean. Nucci però non si accontenta del ruolo e si fa nominare direttore di due progetti (esterni, uno per il nucleare e uno per il settore ambientale) … cosa ci faccia in questi progetti non si sa.
Quello che si sa è che blinda il proprio stipendio e quello di Jean per tre anni, mentre la pratica vuole che ogni anno il consiglio di amministrazione decida su questo aspetto anche in base ai risultati ottenuti. Ma non è tutto qui. Se il governo decidesse di mandarli a casa, dovrebbe comunque corrispondere una buonuscita pari a tutti i soldi che avrebbero ottenuto rimanendo al loro posto. E’ tutto molto strano anche perché una parte dello stipendio è legata agli obiettivi ottenuti. Ma se uno è fuori, come sarà possibile calcolare questa parte? Sono domande che la Corte dei Conti e la magistratura si fanno.
Prodi, alla fine del 2006 cambia i vertici SOGIN. Allora Nucci tira fuori la calcolatrice e fa le sue brave moltiplicazioni. Risultato: lo stato gli deve un milione di euro. Che incassa. Per quindici mesi di lavoro … o sarebbe meglio dire di non lavoro.

I sommergibili sovietici …

E adesso parliamo di sommergibili russi. Per farlo dobbiamo tornare al 1989, con la caduta del regime comunista e l’avvento di un personaggino come lo zar Vladimir Putin. Non è un mistero che Berlusconi, per molti anni primo ministro italiano, avesse per Vladimir un’amicizia particolare, che legava in maniera molto forte i due paesi tra loro. Ma non si può dimenticare il ruolo fondamentale di fornitore di gas della Russia al nostro paese, non solo, ma è anche un partner commerciale ed economico importante.
sottomarinoUna delle questioni di rilevanza assoluta nella nostra epoca è lo smantellamento dell’enorme eccesso di armamenti nucleari delle varie potenze. Nel 2002 in Canada c’è una riunione del G8, durante la quale si stanziano 20 miliardi di $, di cui 10 a carico degli USA, per questo obiettivo. Tra le armi da eliminare ci sono anche i famigerati sommergibili russi. Secondo le informazioni fornite dalla Russia nel periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale al 2000 ne sono stati costruiti 248, oltre a 5 incrociatori nucleari. 190 di questi sono fermi e una sessantina si trovano al confine con Finlandia e Norvegia, paesi che certo non sono felici di questa situazione.
L’Italia ovviamente partecipa al progetto e, nel luglio 2005, la convenzione è pronta per essere attuata. E’ firmata dal ministro per lo Sviluppo (allora delle attività produttive) Claudio Scajola e da SOGIN. La cifra stanziata è di 360 milioni di euro da spendere in dieci anni per rottamare alcuni sommergibili. Ma quel denaro non finisce tutto a Mosca, una parte prende la strada di aziende liguri come Fincantieri e Ansaldo.
La lista delle cose da fare era
  • smantellare sommergibili e navi ad energia nucleare;
  • riprocessare, trattare, trasportare e stoccare le scorie radioattive e il combustibile esausto;
  • creare un sistema di protezione dei siti nucleari
  • bonificare i siti contaminati da sostanze radioattive
  • creare e mantenere una infrastruttura per tutte queste operazioni
Insomma ogni cosa possibile ed immaginabile. A gestire il tutto da un lato il Ministero dello Sviluppo italiano e dall’altro il ministero per l’energia atomica russo.
A SOGIN viene assegnato, oltre al coordinamento generale (dal momento che i soldi sono italiani), anche la vigilanza. Il che non significa che devono fare la guardia ai siti, ma controllare tutte le operazioni del progetto e in particolare l’attività della Unità di Gestione Progettuale. Questa è composta di dodici persone: due contabili, cinque ingegneri italiani e cinque russi. Tutti gli italiani sono scelti da SOGIN, tutti, compresi i russi, sono pagati dallo Stato Italiano.
C’è una relazione del 2010 che ci informa che nei cinque anni passati sono stati smantellati tre sottomarini e un quarto è in lavorazione. Il primo è costato poco meno di 6 milioni, il secondo e il terzo 9 milioni e i lavori sono stati eseguiti da “imprese russe”. Qui avrebbe dovuto finire l’avventura italiana coi sommergibili di Putin, ma siccome non sapevano cosa farne dei soldi hanno finanziato nel 2009 un nuovo smantellamento per 4,6 milioni di euro.
Riassumiamo. L’accordo era di smantellare 3 sottomarini per 15 milioni, ma siccome erano avanzati dei soldi ne sono stati alla fine spesi 20 per smantellare quattro sottomarini. Siccome l’operazione serve a tutelare l’ambiente e garantire la sicurezza dei popoli, possiamo starci, ma c’è una domanda che ronza in testa: che fine hanno fatto i restanti 340 milioni di euro?
C’è una seconda fase del progetto: la messa in sicurezza delle scorie. Viene costruita una nave speciale, una “nave multifunzionale per il trasporto di contenitori per il combustibile irraggiato”: insomma una nave in grado di trasportare per mare in sicurezza delle scorie radioattive. Costa più di 70 milioni, è pronta nel 2010, la realizza Fincantieri. Ma alle spalle non c’è nessuna gara d’appalto; solo il via libera della Marina Militare. L’Italia la paga, la costruisce, la mette in acqua, ma entra nel registro navale russo: un regalo insomma allo zar Vladimir Putin. Siamo a 90 milioni, ne mancano ancora 270.
La SOGIN intanto sovrintende e piazza i suoi uomini dappertutto. Perché?
Il costo del lavoro sui sommergibili è uno scherzo rispetto a quello per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari. Intanto bisogna trovare un posto adatto. Si sceglie la penisola di Kola, vicino ad Andreeva Bay al confine con la Scandinavia. Ormai abbiamo capito come funziona: serve un impianto di riprocessamento e un luogo dove sistemare le scorie: sei capannoni in tutto. E’ una questione delicata e importante. Lo sottolinea anche Gianni Letta (il braccio desto di Berlusconi). Il progetto è quello di realizzare una struttura che permetta poi di portare là in futuro anche le barre italiane spedite a Sellafield e Le Hague.
Lo studio preliminare è piuttosto a buon mercato, appena 640 mila euro, ma la realizzazione costa tra 140 e 170 milioni. E a chi andranno mai questi denari?
A sorpresa, per le modeste dimensioni dell’azienda, vanno ad Ansaldo Nucleare, del gruppo Finmeccanica, il cui maggior azionista è all’epoca il Ministero dell’Economia e Finanze (32%). Accanto ad Ansaldo c’è la Techint per il trattamento liquidi, la russa AtomStroyExport e la SOGIN (per il deposito scorie).
La SOGIN è quella che sovrintende il progetto, che controlla l’Unità di Gestione Progettuale con cui deve contrattare la commessa (prezzi, tempi, risorse). Insomma la SOGIN è tutto, in un chiaro conflitto di interessi. Il Ministero dello Sviluppo si accorge dell’inghippo e intima ai componenti dell’Unità di Gestione di stare attenti a non farsi beccare a fare tramacci con altre aziende, l’Ansaldo prima di tutte.
Ma, sapete come si dice: il diavolo perde il pelo … Così da lì a poco arriva il commissariamento.
Nel 2009 dunque viene nominato il commissario nella persona dell’ingegner Francesco Mazzucco. Uno dice: e chi sarà mai costui? da dove salta fuori? E’ semplicissimo, è il presidente di Ansaldo Nucleare.
E qual è il compito del commissario e dei suoi collaboratori? E’ quello di preparare il terreno per il ritorno dell’Italia nel nucleare civile e di travasare i beni e i rami delle società controllate da SOGIN ad una nuova società che però deve avere caratteristiche particolari: dev’essere nel settore nucleare; deve avere una partecipazione statale di almeno il 20% e il resto delle quote divise in pacchetti piccoli piccoli … in Italia c’è una sola azienda con queste caratteristiche: la Ansaldo Nucleare, la società di cui il commissario Mazzucco è stato fino al giorno prima presidente. Ecco dunque il trucchetto: SOGIN e Ansaldo, un matrimonio perfetto. Come a dire che fungono contemporaneamente da giocatore e arbitro nella stessa partita.
Insomma un intreccio in cui controllati e controllori sono le stesse persone e in cui quindi è possibile fare qualsiasi porcheria. Se ne accorge anche Scajola che sottolinea in una nuova lettera la faccenda (agosto 2009). Nel maggio 2010 il governo si rimangia tutto: via il commissario e SOGIN torna ad essere una società a gestione ordinaria.
E i soldi corrono a fiumi: chi li caccia? e chi li controlla? 

L’Unità di gestione: soldi, soldi, soldi

L’Unità di Gestione costa 3 milioni l’anno di mantenimento: 108 mila € l’anno se ne vanno per la sede moscovita, un mega appartamento di Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia. I consulenti russi dell’Unità si fanno pagare mica male. Nel 2009 percepiscono più di 260 mila euro netti da parte dei contribuenti italiani. Già, ma per fare cosa è pagata questa Unità? Servono dei controlli e dunque vengono nominati dei controllori.
Ma lo smantellamento dei sommergibili e il riprocessamento delle barre avviene in luoghi assolutamente inaccessibili ai civili, tanto più se stranieri. A Mayak, dove avviene il riprocessamento, non ci andrebbero neppure sotto tortura, trattandosi di una delle aree più contaminate del pianeta.
I controlli semplicemente non si fanno. Ma sono pagati 2 milioni di euro l’anno. Sono i giornalisti del Corriere Sergio Rizzo e Gianantonio Stella a fornire i dati che sto elencando. Siccome quando è troppo è troppo, l’Autorità per l’energia e la Corte dei Conti chiedono a SOGIN di giustificare i quasi 5 milioni di euro spesi per la sede di Mosca, soldi che arrivano dalle bollette dell’ENEL. Ma a SOGIN nessuno si spaventa di questa ingerenza, anzi: fa ricorso al TAR. Interviene il Parlamento che ratifica l’accordo e il suo finanziamento; bastano sei giorni a Scajola per firmare la convenzione. Tutto a posto dunque, si può riprendere a spendere e spandere.
Quando ci si infila in questi conteggi ne escono sempre anche cose curiose.
A parte un mare di soldi spesi in opuscoli e DVD, nell’accordo tra Ministero e SOGIN per lo smantellamento dei sommergibili è previsto che all’azienda vengano dati 44 milioni annui per le spese (dal 2006). I soldi arrivano dal Ministero dello Sviluppo e sono versati su un conto chiamato Global Partnership. É qui che SOGIN addebita le spese, che però non vengono esaminate prima dal ministero, assieme alle spese dell’Unità di Gestione Operativa. E dovrebbe essere proprio questa unità a controllare le spese, ma i suoi uomini non dipendono dal ministero, ma dalla SOGIN. Dunque chi controlla le spese dipende da chi deve essere controllato. E c’è un altro aspetto inquietante. Il Ministero infatti, nel contratto, riconosce a SOGIN un importo aggiuntivo del 25% sui costi sostenuti.  Perché mai il Ministero dovrebbe riconoscere una quota di maggiorazione ad una società, la SOGIN, che gli appartiene?
Il dubbio di un fondo nero comincia a farsi avanti, come adombrato da alcuni parlamentari dell’Ulivo nel 2006.
Credo che possiamo chiudere qui questa storia fatta di inciuci e conflitti, di cose strane e soprattutto di soldi spesi in maniera esagerata. Che non ci importerebbe forse tanto se quei soldi non fossero tutti nostri. 

E oggi?

Nel maggio dello scorso anno i nuovi vertici di SOGIN, il presidente Marco Ricotti e l’amministratore delegato Luca Desiata, si sono presentati di fronte alla commissione che indaga sulle attività illecite collegate al ciclo dei rifiuti, per riferire sullo stato dell’arte dell’attività della società.
Al 31 gennaio 2016 solo il 25% del decommissioning era stato completato, con una spesa di quasi 600 milioni di euro. La SOGIN valuta che le operazioni potranno concludersi non prima del 2035, con una spesa di circa 6 miliardi e mezzo di euro. resta intatto il problema del famoso e famigerato deposito nazionale delle scorie, di cui non si sa proprio nulla, nemmeno il luogo dove dovrebbe sorgere. Nel frattempo i rifiuti nucleari continuano ad aumentare ad un ritmo di circa 500 m³ l’anno. E non solo nessuno sa quali potrebbero essere i siti possibili, ma non è stato nemmeno avviato l’iter per creare l’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, che dovrebbe sostituire ISPRA per gli incarichi in questo settore.
A settembre scorso si è tenuto a Vienna un incontro dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, durante la quale SOGIN ha ricevuto un sacco di complimenti, venendo indicata come un’eccellenza in questo campo.
Ma, dalla stessa riunione, sono arrivate anche notizie meno confortanti. Si è infatti stimato il costo del decommissioning, appurante che esso sarà più caro di quanto previsto: 7,2 miliardi di euro, 400 milioni in più, che, ovviamente, ricadranno sulle bollette degli italiani.
Nel frattempo SOGIN dovrebbe consegnare al Ministero dell’Ambiente la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, inizialmente prevista per la fine del 2017, ma poi spostata a prima delle elezioni, anche se sembra ovvio che fornire la lista dei comuni interessati da un possibile deposito di scorie radioattive non sarà certo un incentivo a votare per chi gestisce l’intera faccenda.
Dunque questo documento resta nei cassetti della SOGIN. Nessuno ne sa nulla.
Arriviamo così ai nostri giorni, i primi di questo mese di gennaio, quando la Francia ha fatto le pulci all’Italia, mettendo in dubbio la capacità del nostro paese di iniziare i lavori del deposito nazionale entro il 2021.
La Francia si era impegnata nel 2006 a ritirare 235 tonnellate di scorie radioattive, analogamente a quanto aveva fatto tre anni prima l’Inghilterra.
Come spiegato stasera, il vantaggio è per entrami. I francesi recuperano materiale fissile ancora utilizzabile, noi ci liberiamo di un ingombro estremamente fastidioso. Ma l’accordo è temporaneo. A partire dal gennaio 2019 le scorie cominceranno a rientrare e sarà necessario allora avere le idee chiare su dove metterle e come custodirle. Bene che vada le operazioni di rientro termineranno nel 2024.
Vista la situazione di stallo, non si può certo dare torto alle preoccupazioni dei francesi. 

Rotondella e l’ITREC …

L’ultima parte della trasmissione la dedico alla Basilicata, partendo da Rotondella dove è presente il centro ITREC. Questa sigla sta per Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile. Qui arrivavano materiali radioattivi usati in un ciclo sperimentale uranio-thorio per confrontare la convenienza di questo ciclo rispetto a quello tradizionale dell’uranio-plutonio. Una buona cosa perché si cerca di escludere il Plutonio, che tanti problemi da, come abbiamo visto anche prima. itrecE’ il CNEN (Comitato nazionale energia nucleare) poi diventato ENEA a volere l’impianto che si realizza tra il 1965 e il 1970. Uno dei primi incarichi deriva dagli accordi con l’USAEC, l’agenzia per l’energia atomica statunitense (anche questa fatta fuori poi nel 1974 perché il Congresso statunitense si rese conto che non era all’altezza del suo compito). Dalla centrale sperimentale di Elk River (Minnesota) arrivano, nel 1973, 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-thorio, sui quali i tecnici cominciano i loro studi ed esperimenti. Di questi 20 vengono ritrattati. Si arriva così al 1987, quando il nucleare italiano è bloccato dal referendum e così pure l’attività dell’ITREC. Restano 64 barre molto pericolose.
Passano 16 anni prima che la SOGIN assuma la gestione dell’impianto, che va smantellato e reso sicuro. A cominciare da quei 64 elementi da riprocessare e vetrificare, come avviene per quelli di ogni altra centrale nucleare dismessa. Purtroppo nessun centro di riprocessamento sa come rendere inerte quel tipo di combustibile.
SOGIN (che almeno stavolta non ha responsabilità dirette) non sa cosa fare. Il combustibile non si può riutilizzare e quindi va stoccato in qualche modo ed è proprio questo “in qualche modo” che rende l’operazione senza futuro. Le 64 barre non sono neanche italiane e si potrebbero rispedire al mittente. Ma, nel frattempo, la centrale di Elk River è stata chiusa e il governo di Washington non ne vuole sapere di riprendersi un così grazioso giocattolo. E non c’è neppure la possibilità di un risarcimento, del pagamento di un qualche affitto, perché il vecchio contratto non lo prevede. Un bel casino, insomma, ma solo uno dei tanti che riguardano la Basilicata, regione che con il vecchio nucleare italiano ha un conto aperto lungo così.
Sui misteri nucleari della Basilicata si apre un'inchiesta. E' archiviata nel 2009. Ha, secondo il giudice, una “indiscutibile e oggettiva gravità sotto il profilo della sicurezza pubblica in generale” insomma la situazione in Basilicata fa paura, tanta paura. Ma l’inchiesta viene chiusa lo stesso!
Il tutto nasce per caso, nel 1994, quando un magistrato, Nicola Pace, vede una foto di un siloi, un tipico silos del 6° secolo a.C., con dentro un bidone di scorie radioattive. Decide allora di scoprire dove diavolo si trovi quel bidone e se ce ne sono altri in giro per la regione.
Dei bidoni nessuna traccia, ma altre cosette saltano fuori.
Pace infatti comincia a mettere il naso nei registri di entrata ed uscita dall’impianto di Rotondella, l’unico che potrebbe aver avuto a che fare con quelle scorie. Ma lì non c’è traccia di Plutonio e anche il bilancio dell’uranio non quadra. Strano …
E poi c’è il racconto della gente del luogo che assicura che c’è stato un gran movimento dentro l’ITREC con camion che andavano e venivano e per di più là dentro ci sono materiali che con il lavoro del centro non hanno molto a che fare.
Durante le indagini si trova di tutto, come quattordici container di materiali radioattivi di provenienza ospedaliera e un sacco di altro materiale non nucleare regolarmente registrato. Il sospetto del magistrato è che ci sia una doppia contabilità, solo che i libri contabili di Rotondella non ci sono più.
Nelle ultime puntate vi ho parlato a lungo delle navi dei veleni e del ruolo che questo centro ha avuto come deposito di scorie radioattive che venivano poi caricate sulle navi in partenza per le coste africane o per essere affondate al largo nel mare Jonio.  
Nel 1995, l’ingegner Giglio, che all'epoca svolgeva attività di sorveglianza per la radioprotezione degli impianti dell’ENEA, mette a verbale che “la registrazione delle scorie nucleari di Rotondella era falsificata per consentire la fuoriuscita di materiale radioattivo a scopi militari”. Anche la CIA emette un rapporto nel 2004, secondo cui una parte del combustibile nucleare iracheno è uscito da Rotondella. Secondo i servizi americani responsabile di questa “fuga” è la Techint, una delle aziende usate da SOGIN nell’affare dei sommergibili russi e che si occupa proprio del decommissioning di Rotondella. E proprio la Techint aveva subito alcuni attentati attribuiti al Mossad, il servizio segreto israeliano, come ritorsione per l’approvvigionamento all’Iraq. Del resto che Saddam, con il beneplacito USA che aveva il problema di frenare l’Iran degli Imam, si rifornisse a Rotondella è una storia che molti altri autori hanno confermato. C’è una prima inchiesta in cui finiscono imputati i responsabili del centro, tra cui quel Claudio Cao, amico del generale Jean che abbiamo già incontrato. Ci sono due condanne, ma del plutonio nessuna traccia!
Per cercare il Plutonio si apre una nuova inchiesta (a Potenza) alla fine del 1998. Finiscono sotto inchiesta i vertici dell'ENEA di Rotondella, ma 6 anni più tardi a questi si aggiungono nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Tra loro Francesco Fonti, il pentito di cui ho parlato nelle puntate sulle navi dei veleni. Fonti era stato in carcere con Guido Garelli, il quale racconta storie che vengono verificate e si scopre così che la Basilicata è un centro di affari internazionali più o meno loschi che riguardano materiale nucleare e che sono monitorati e seguiti dal Mossad, dal Sismi e dalla CIA.
Ma ci sono altri testimoni importanti.
C’è la giornalista Patrizia Volpin, che aveva denunciato nel 1997 un traffico di rifiuti illeciti e poi si era rifugiata in India. La Volpin viene sentita al telefono e dice quello che tutti noi abbiamo letto nella storia italiana degli ultimi anni. Che c’è un traffico di rifiuti radioattivi verso l’Africa proveniente da tutta Europa e dall’America. Che c’è stato un accordo tra Italia e Somalia per spostare di 10 milioni di m³ di scorie non definite. Che dall’Italia arrivano armi ai paesi stranieri in misura molto maggiore al consentito; che la mafia calabrese e pugliese si occupa di interrare nella ex-Jugoslavia i bidoni di rifiuti tossici; che sulla strada tra Mogadiscio e Bosaso 10 cm di bitume coprono migliaia di fusti di sostanze radioattive. Che Ilaria Alpi è morta per questo e che il Sismi non è certo estraneo alla sua morte. Questo racconta Patrizia Volpin, giornalista, dall’India. Rimane là perché è gravemente malata e perché ha paura di tornare. Non sa niente dei bidoni lucani, ma suggerisce due nomi.
Il primo è Carlo Alberto Sartor, padovano, tecnico informatico. Un giorno gli capita una storia da film. Arrivano dei personaggi che dicono di essere carabinieri dei ROS, lo portano in un capannone anonimo con una macchina anonima e gli dicono di decriptare alcuni dischetti, nei quali Sartor vede movimenti di svariate migliaia di miliardi di lire, frutto di operazioni anonime e non rintracciabili. Sartor, che era stato messo in guardia dalla Volpin, subisce infine un pestaggio che lo porta in ospedale con un trauma cranico. Finisce sotto processo per calunnia perché riconosce in un colonnello dei servizi segreti uno degli individui da cui era stato rapito. Ma lui non sa niente di Rotondella e della Basilicata. Sa solo che tutto quel casino glielo hanno provocato i servizi segreti italiani.
E poi c’è Mohammed Aden Sheikh, un medico somalo, già ministro per la sanità nel suo paese prima dell’arrivo di Siad Barre. É lui che testimonia di aver appreso da altri cittadini somali dei traffici illeciti di scorie radioattive tra la Somalia ed altri paesi. E’ lui ad indicare Giancarlo Marocchino ed Enzo Scaglione come coinvolti nell’affare. Questi nomi li aveva fatti anche Fonti nella questione delle navi dei veleni. Ma la verità non può venire a galla perché i fatti sono coperti da segreto di stato.
Marocchino è un uomo di grande potere in Somalia. E’ quello che ha costruito il porto di El Ma’an, le cui banchine non sono fatte solo di pietre e cemento. Le testimonianze di questi fatti sono racchiuse anche nelle fotografie del 1997, che Greenpeace ha pubblicato nella primavera del 2010. Si vedono le banchine in costruzione con i container che spuntano dal molo in mezzo al cemento. Se le foto sono così vecchie perché prima non se ne è saputo nulla? Dove si trovavano così ben nascoste?
Non erano affatto nascoste, ma incluse negli atti investigativi della procura di Asti, solo che non interessavano nessuno. E’ grazie alla "curiosità" di Greenpeace che oggi ne possiamo parlare.
Le foto mostrano cosa c’è dentro quelle banchine. Ci sono i container usati per portare i rifiuti nello stato africano, una marea di container. E non solo quelle banchine sono fatte con i rifiuti europei e americani. La strada che da Garoe va verso Bosaso è indicata da tutti come il sito dei rifiuti tossici che vi venivano interrati prima di realizzare la pavimentazione. "Curiosamente" le ultime riprese di Miran Hrovatim sono lunghe immagini proprio di quella strada. Miram Hrovatim è il reporter che accompagna Ilaria Alpi nell’ultimo reportage della sua vita.

Scanzano Jonico

Proviamo a riassumere: c’è un probabile, ma non accertato traffico di rifiuti radioattivi che passa per la Basilicata. Probabile perché non ci sono tracce, solo coincidenze. C’è il fatto che a Rotondella c’è un centro nucleare che non produce nulla; c’è il fatto che i bidoni radioattivi in Somalia arrivano e ci sono, ma nessuno è stato trovato sepolto in Basilicata e poi c’è Scanzano Jonico.
scanzanoNel 2003 questo Scanzano Jonico viene scelto come sede del deposito nazionale dei rifiuti nucleari. Lo scelgono il padrone di SOGIN, Carlo Jean e l’ex sindaco di Scanzano Mario Altieri, poi arrestato per brogli elettorali. Come tutti sanno, i cittadini insorgono e il decreto viene immediatamente ritirato.
La domanda è: perché Scanzano e perché tutta quella fretta di indicare il paese lucano come il più adatto? Perché i carabinieri non hanno svolto le verifiche previste per la tutela ambientale?
Ho raccontato, nelle puntate sull’intervento delle mafie nei traffici dei rifiuti pericolosi, che una parte dei bidoni vengono interrati in Basilicata, terra che alla ‘ndrangheta non interessa, perché sulla nave in partenza per la Somalia non ci stanno tutti. E Fonti racconta quanti (100 quella volta) e dove sono stati seppelliti.
La ricerca non è complicatissima, dal momento che la temperatura del terreno che contiene attività radioattiva è più caldo di quello circostante. Basterà usare aerei opportunamente attrezzati. Ma non si trova nulla: che Fonti sia un bugiardo?
In realtà, leggendo il verbale di archiviazione, si scopre che quei voli non sono mai stati effettuati. Perché? Perché i soldi destinati a quell’indagine sono dirottati a risolvere l’emergenza rifiuti napoletana (siamo nel 2008) e perché la Basilicata è stata semplicemente esclusa dalla lista delle regioni che di quel tipo di fondi possono disporre tra il 2007 e il 2013.
I magistrati non si arrendono e si rivolgono a chiunque possa fare qualcosa, le amministrazioni locali, l’ARPA, ma nessuno si prende la briga di fare un passo che sia uno.
C’è ancora un’altra storia curiosa. Eugenio Tabet è un professore, esperto in materia nucleare, uno di quelli che partecipano alla commissione incaricata di stilare un elenco dei siti dove piazzare il famoso deposito nazionale delle scorie. E succede una cosa piuttosto strana. Alla SOGIN viene dato l’incarico di individuare il posto del sito PRIMA che la commissione termini i suoi lavori. E ancora più strano è che la SOGIN individui con una rapidità sorprendente Scanzano Jonico come il luogo più indicato.
Ci sono altre intercettazioni che svelano particolari da orrore. Ci sono due personaggi minori in questa storia che si chiamano Agostino Massi e Gaetano Trezza, entrambi ex dipendenti dell’ENEA. Dopo le dichiarazioni molto soft agli inquirenti vengono beccati più volte a chiacchierare tra loro, parlando dei bidoni radioattivi che erano stati sepolti sotto la mensa del sito. Rendendosi conto che c’è un’indagine che potrebbe coinvolgerli, i due a loro volta si incontrano con altri protagonisti e parlano di fustini prelevati dalla Trisaia e portati a Casaccia e di qualcosa da nascondere con questi traslochi di materiale estremamente pericoloso.
Nonostante tutte queste indagini e un mare di indizi nessuna prova conferma la presenza di materiale radioattivo sepolto da qualche parte in Basilicata. E l’indagine piano piano si arena fino alla sua definitiva chiusura il 27 ottobre 2009.
E’ interessante leggere il verbale dell’archiviazione:
E’ oggettivamente quasi impossibile ricostruire cosa i vari organi, i tecnici e i soggetti titolari della politica del nucleare abbiano fatto all’interno del centro Trisaia nel corso degli anni, considerando che le lavorazioni nel campo nucleare sono state dal principio un po’ pionieristiche, le misure di sicurezza utilizzate erano spartane e le conseguenza degli errori dell’uomo erano imprevedibili.”
E conclude:
coloro che virtualmente potevano essere a conoscenza di fatti e circostanze a suffragio dell’ipotesi investigativa non hanno inteso fornire alcun contributo o per timore di ritorsioni da parte di alcuno o perché le loro conoscenze erano e sono solo millantate”.
Ma le scorie restano e con loro i pericoli di contaminazione.

Premessa

In questi ultimi mesi abbiamo esplorato alcune vicende tristi e sanguinose dell’Italia degli anni che vanno dal ’70 alla fine della prima repubblica. Ho raccontato la storia dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, le vicende delle navi dei veleni, del capitano di corvetta Natale De Grazia, dell’abbattimento dell’elicottero della finanza Volpe 132, dello scandalo Lockheed, storie con le quali si potrebbe riempire un contenitore molto, molto grande.
Pensate alle stragi, da quella di piazza Fontana del 1969 in poi, agli assassini impuniti di giornalisti e comunicatori, come Mauro Rostagno, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Pippo Impastato e la lettura della lista potrebbe scorrere come un fiume. E poi personaggi dello stato come il generale Della Chiesa, i magistrati Borsellino e Falcone e tantissimi altri. Una ecatombe, come se vivere nel nostro paese da protagonisti, fosse una guerra. Una guerra tra chi vuole cercare e far conoscere la verità e quelli che vogliono impedirlo.
Questi ultimi sono più forti e lo sono tanto più quanto più la gente resta spettatrice disinteressata, inerte, svogliata, succube. Perché versare una lacrima durante il telegiornale che annuncia un’altra strage, un altro dramma, altre vittime innocenti, non basta, non è sufficiente: adesso vogliamo sapere chi è stato, chi è il mostro che sta dietro a tutto questo. Per farlo dobbiamo prepararci meglio ed essere consapevoli che meno cose sappiamo, più grande è il vantaggio che concediamo ai nostri nemici.
Cos’hanno in comune tutte queste vicende con così tanti morti ammazzati? Una cosa ce l’hanno: che non sappiamo chi è stato. Certo in alcuni casi basta dire “è stata la mafia”, “colpa della camorra” ma quasi mai si conosce il volto di chi ha deciso, che spesso è personaggio al di fuori di queste organizzazioni. Leggendo le documentazioni si scoprono indagini monche, insabbiamenti, protezioni internazionali, prove distrutte o rese inutilizzabili, ma si capisce subito che la verità è diversa, molto diversa da quella ufficiale.
É il caso del traghetto Moby Prince, che nel 1991 va a fuoco. Ci sono 140 morti, un superstite e nessun responsabile.
Uno dice: cosa c’entra la Moby Prince con Ilaria Alpi? Il mar Tirreno con la Somalia? Livorno con Mogadiscio? Magari niente, forse qualcosa. Seguiamo la storia e proviamo a capirne di più.
La Moby Prince parte da Livorno verso le 10 di sera del 10 aprile 1991, poco dopo sfonda la pancia della petroliera AGIP-Abruzzo che trasporta grandi quantità di petrolio. L’impatto fa sviluppare un incendio che si propaga molto velocemente. Muoiono 140 delle 141 persone a bordo, mentre l’equipaggio della petroliera si salva.
Il luogo dell’incidente è a non più di 10 miglia dal porto, per cui ci si aspetta un arrivo molto rapido dei soccorsi. Ma questo non avviene.
Come sempre succede, la notizia getta tutti nello sconforto e la gente si chiede cosa diavolo sia successo. Come è possibile, in un tempo in cui la tecnologia è così avanzata, che due navi si scontrino in mare. Il ministro Carlo Vizzini, che viveva i suoi ultimi giorni da ministro della Marina Mercantile per poi passare alle Poste e Telecomunicazioni, dichiara in televisione che si è trattato di un errore umano. Il comandante del porto di Livorno parla della presenza di una fitta nebbia. Qualcuno sostiene che forse l’equipaggio era distratto perché stava guardando in televisione le ultime fasi della partita di calcio Barcellona – Juventus.
Il TG1 apre proprio così il suo notiziario: è colpa dell’equipaggio che, invece di preoccuparsi della nave, si fa i fatti suoi.
Ma ci sono domande alle quali non può bastare una risposta così ovvia. Possibile che tutto l’equipaggio, fatto di 80 persone, fosse davanti al televisore? Come è possibile non vedere una petroliera che è come non vedere un palazzo di cinque piani? E poi: quella notte, la nebbia c’era davvero?
Credo che quasi tutti conoscano i fatti come sono stati raccontati. La versione ufficiale è stata riportata da ogni mezzo di stampa. Cerchiamo di riassumerla di seguito.
Questa parte è un riassunto (con alcune integrazioni) di quanto riportato da Wikipedia, e rappresenta quindi una ricostruzione controllata della vicenda.
L’incendio si sviluppa perché la prua del traghetto perfora uno dei serbatoi della petroliera, che contiene 2700 tonnellate di petrolio. Una parte di queste, forse 300, investono la Moby Prince e le scintille prodotte dallo sfregamento delle lamiere fanno divampare le fiamme. Alle 22,25, il marconista lancia il “Mayday” dal suo portatile perché in quel momento non si trova in sala radio.
L’incendio è all’esterno della nave, che è provvista di paratie tagliafuoco per impedire al fuoco di propagarsi. Secondo gli esperti ci vuole circa mezz’ora perché le fiamme raggiungano il salone “De Lux” dove si trova la maggior parte delle vittime.
Nonostante l’incendio il traghetto ha i motori accesi e si muove in circolo per alcuni km. La sua sagoma in fiamme viene rilevata alle 23,35 oltre un’ora dopo la segnalazione di aiuto e solo dopo che l’SOS è ripetutamente emesso dall’Agip Abruzzo. 

La prima versione

Quello che si viene a sapere è allucinante. Il personale del traghetto fa accomodare tutti nel salone De Lux, quello più protetto. Ma l’incendio, arrivato al salone, lo salta e diventa un cerchio di fuoco attorno alle persone chiuse là dentro. Non c’è più possibilità di fuga. Sembrava il sistema migliore; e poi - pensano tutti - il porto è a poche miglia e i soccorsi arriveranno in un baleno.
Moby PrinceQuesto purtroppo non avviene, anzi. Gli esami tossicologici sulle vittime mostrano un elevato contenuto di Ossido di Carbonio (CO) nel sangue, segno che non tutti muoiono a causa delle fiamme in pochi minuti. Molti sono uccisi dal gas e ci sono volute ore per farlo. Il sistema di aria condizionata, rimasto acceso fino al giorno dopo, ha perfino dato una mano facendo arrivare i gas nocivi dappertutto. Le salme vengono recuperate un po’ in tutte le zone della nave, anche se, come detto, la maggior parte, 60, nel salone De Lux.
Tutte le indagini e tutte le commissioni di inchiesta che si sono succedute dopo il disastro hanno messo come causa prima l’errore umano. Anzi gli errori umani, come il mantenimento di una velocità troppo elevata alla navigazione e per di più con un portello aperto; il mal funzionamento di alcuni apparati di sicurezza a bordo della nave, l’aver fatto scendere troppo presto il pilota del porto, responsabile dell’uscita dell’imbarcazione dal porto di Livorno ed altre questioni ancora.
La storia della partita di calcio è stata rigettata ben presto in base alla testimonianza dell’unico superstite, il mozzo Alessio Bertrand, il quale avrà, come vedremo alla fine un ruolo decisivo nella ricostruzione dei fatti.
Tra le varie ipotesi, sostenute anche dalla stampa, ad esempio che il timone fosse avariato, è rimasta in piedi solo quella che il sistema automatico antincendio, il cosiddetto impianto Sprinklers, non fosse stato attivato, contro le disposizioni nazionali ed internazionali di navigazione. La sua attivazione avrebbe consentito agli occupanti un tempo maggiore di sopravvivenza e ai soccorsi la possibilità di arrivare prima che sia inutile. Purché fossero partiti in tempo, cosa che non è avvenuta.
E poi c’è il discorso della nebbia. Qui le versioni sono contrastanti, anche se questa sembra essere una posizione condivisa dalle varie inchieste. Ma sul fatto permangono fortissimi dubbi. C’è un filmato del TG1 che mostra un tempo buono, c’è la deposizione di Giuseppe Gentile, capitano della Guardia di Finanza, che esce alle 22,35 dal porto toscano e dichiara in tribunale che “in quel momento c'era bellissimo tempo, il mare calmissimo e una visibilità meravigliosa”.
Le imbarcazioni coinvolte tuttavia sono due. Dove si trovava l’Agip Abruzzo e cosa ci faceva là alla fonda davanti al porto? Nella sentenza di primo grado (ottobre 1998) si afferma che si trovava in una posizione in cui non poteva proprio stare, perché dentro il triangolo di mare riservato alle imbarcazioni che lasciano il porto di Livorno.
Quando il marconista del Moby Prince lancia il suo segnale, l’SOS non viene registrato a terra; non si sente bene, è molto disturbato. C’è un improvviso calo di volume nelle comunicazioni con la capitaneria del porto. Non si sa perché. Ascoltate, ve lo faccio sentire due volte:

E poi c’è l’azione del comandante della petroliera, Renato Superina (morto nel 2011), che chiama aiuto gridando di essere stato investito da una “bettolina” e quindi di dare precedenza al soccorso alla propria nave. La bettolina è una imbarcazione piccola con pochissime persone a bordo.
I primi ad arrivare sono due ormeggiatori, Mauro Valli e Walter Mattei, che raccolgono Bertrand, il quale li invita a soccorrere gli altri perché – dice - a bordo ci sono ancora persone vive. Valli e Mattei via radio chiamano soccorsi immediati. Sono le 23,35: l’incendio divampa da 70 minuti.
Nel frattempo arriva una motovedetta della Capitaneria del Porto, carica Bertrand e lo porta a riva per l’aggravarsi delle sue condizioni. Stranamente i due ormeggiatori a questo punto riferiscono che Bertrand avrebbe detto: “non c’è più nessuno da salvare; tutti morti bruciati”. Perché hanno cambiato versione?
Alle 3,30 il primo marinaio dei soccorsi sale sul Moby Prince per agganciare un cavo di traino.  Dopo di lui passeranno molte ore prima che altre persone mettano piede sul traghetto.
Da varie perizie si scopre quello che si sospettava: molti passeggeri sono morti per l’ossido di carbonio. In particolare si rinviene una cinepresa in una custodia di plastica ancora integra, segno che in quella stanza la temperatura non aveva raggiunto valori eccessivi. La lentezza dei soccorsi, insomma, è responsabile di un buon numero di quelle vittime.

I processi

Come sempre succede di fronte ad una simile tragedia, con tutti quei corpi e per di più morti in un modo così atroce, si formano comitati dei parenti delle vittime, non uno solo, ma diversi perché diverse sono le esigenze, le premesse e le richieste. E naturalmente si avviano le indagini. La prima ad occuparsene, per questioni territoriali è la procura di Livorno che individua 4 possibili imputati: il terzo ufficiale della petroliera, Valentino Rolla, accusato di omicidio colposo plurimo e incendio doloso; Angelo Cedro della Capitaneria di porto e l’ufficiale di guardia Lorenzo Ceccacci ed infine Gianluigi Spartano che non avrebbe trasmesso la richiesta di soccorso; tutti e tre sono accusati di omicidio colposo perché i soccorsi non sono arrivati in tempo. Grazie ai risultati di due commissioni di inchiesta vengono scagionati il comandante della petroliera Renato Superina e l’armatore della Navarma (proprietario del Moby Prince).
Ci vogliono due anni per la sentenza di primo grado, che viene letta in un clima di tensione altissima con l’aula strapiena di forze dell’ordine. Imputati tutti assolti “perché il fatto non sussiste”. Si va in appello e qui la vicenda si conclude all’italiana: nel frattempo è sopravvenuta la prescrizione del reato e tanti saluti al secchio. É il 1999, sono passati 8 anni dal disastro.
Nel frattempo c’è un processo parallelo, contro due tecnici, che si autoaccusano di aver manomesso le prove, orientando il timone su “Automatico” invece che su “Manuale”. Sarebbe una prova che il personale stava facendo altro che governare la nave e seguire la rotta. L’operazione però non riesce perché la leva, ormai bruciata, si sbriciola e quindi i tecnici addetti alle perizie non cadono nel tranello. Con questa motivazione i due vengono assolti perché, nonostante tutto, non hanno danneggiato le indagini. É appena il caso di sottolineare che questo tentativo di addossare la colpa al comandante del traghetto una qualche ragione la deve pur avere. E la cosa più logica è pensare che in questo modo si cerchi di coprire qualcun altro.
L’interpretazione del presidente del tribunale di Firenze, viene poi confermata fino in Cassazione e il caso si chiude.
Si riapre però nel 2006. Questa volta sono i famigliari delle vittime a farne richiesta, in particolare i figli del comandante del traghetto, Ugo Chessa. Sostengono che, guardando i tracciati radar, le immagini satellitari o altro materiale simile, probabilmente si riuscirebbe ad avere maggiori informazioni su quanto accaduto quella notte. E si rivolgono al presidente della Repubblica perché inoltri quella loro richiesta al presidente degli Stati Uniti, Barak Obama.
Uno dice: “Cosa c’entrano gli Stati Uniti?”.
In effetti c’entrano, perché quella notte, in quella zona di mare, stazionano navi da guerra statunitensi e sarebbe carino sapere cos’hanno combinato quella sera e se per caso sono in qualche modo coinvolte nel disastro del Moby Prince.
É questo il senso dell’interrogazione parlamentare dell’on. Realacci. Ma c’è dell’altro, perché sono gli anni in cui tra i porti italiani e i paesi stranieri, in particolare l’Africa, c’è un grande via vai di navi che non devono essere viste, navi che portano armi e rifiuti tossici, con ogni probabilità coperte da amministrazioni compiacenti o almeno da parte di esse, come abbiamo visto nelle recenti puntate di Noncicredo.
É a questo punto che cominciano a succedere cose strane.
agipabruzzoNel novembre del 2006 si trovano alcune bobine di immagini nella Procura di Livorno. Dov’erano durante il processo?
Un anno più tardi un consulente per le intercettazioni telefoniche, Fabio Piselli, raccoglie dati utili anche per la tragedia del Moby Prince. Contatta il giudice Carlo Palermo per organizzare l’ascolto di un possibile testimone. Viene aggredito da quattro energumeni incappucciati, chiuso in macchina alla quale poi danno fuoco. Piselli se la cava per miracolo. Viene aperto un fascicolo contro ignoti per tentato omicidio.
Nel corso del 2009 nuove indagini vengono portate avanti, ma nel 2010 si procede all’archiviazione del caso. Il testo di questo atto è quanto mai interessante.
Tutta la responsabilità è addossata al personale di bordo e quindi al comandante Chessa, che sarebbe andato troppo veloce, avrebbe incontrato improvvisamente un banco di nebbia, dentro il quale si annidava la petroliera, avrebbe acceso le luci peggiorando la visibilità. Il personale era decisamente troppo rilassato come mostra la mancata attivazione di sistemi di sicurezza (il portellone aperto, il sistema antincendio disattivato).
E chiude così:
“Occorre tornare al quesito di base: comprendere fino in fondo come sia possibile che personale di bordo ritenuto preparato, al comando di una nave dotata degli impianti per la sicurezza della navigazione secondo le regole in vigore all'epoca, possa avere così gravemente errato nella conduzione della nave; e come sia possibile che una collisione con una petroliera alla fonda, avvenuta a così poca distanza dal porto di Livorno abbia potuto avere così tragiche conseguenze."
Nel 1998 il relitto del Moby Prince, da allora sotto sequestro, è quasi affondato. Recuperato è stato mandato in Turchia per essere smantellato.
Tutto chiaro dunque? Non proprio, perché ci sono altre ipotesi che sono state prese in considerazioni e altri dubbi che ancora attanagliano le menti dei famigliari delle vittime. 

I dubbi

Quello che segue è l’analisi dei dubbi, così come sono stati redatti nella richiesta di riapertura del caso. L’intero documento di 125 pagine si trova facilmente in rete.
Come già anticipato i dubbi sull’episodio sono sorti fin dall’istante successivo all’incendio.
La storia della nebbia non regge neanche un minuto: nessuno l’ha vista, nemmeno il comandante dell’Agip Napoli, gemella della petroliera incendiata che comunica alla capitaneria:
Non capite quello che sta succedendo”, dice, sottolineando la gravità della situazione. Lui è a un miglio e mezzo, due km e mezzo e ci vede benissimo. Altro che nebbia.
Poi c’è l’ipotesi dell’attentato, di un ordigno collocato all’interno del traghetto. L’esplosione avrebbe fatto deviare l’imbarcazione che così finisce addosso alla petroliera. Questa pista viene abbandonata quando il mozzo superstite testimonia che nessuna esplosione era avvenuta prima dell’impatto.
Che ci sia un gran traffico nella rada davanti al porto è un’ipotesi che viene inizialmente presa in considerazione: per questo si chiede di poter accedere alle informazioni della marina militare statunitense e della NATO. Ma questa possibilità viene esclusa categoricamente dal comandante la base Nato di Verona, generale Lucio Inneco.
Anche se nei processi la presenza di altre imbarcazioni quella sera nella rada di Livorno non è mai stata chiarita, è assolutamente certo che di navi ce n’erano un bel po’. Anche navi da guerra americane.
C’era sicuramente la Theresa. Nel gennaio 2008 si scopre una traccia audio registrata alle 22,45 della notte della tragedia che dice con un marcato accento greco:
Questa è Theresa, questa è Theresa per la Nave Uno ancorata a Livorno, me ne vado, me ne vado, passo e chiudo”.
Uno dice: “Niente di strano, una nave in un porto”. Giusto, ma nei registri del porto di Livorno di quella notte non risulta essere mai stata presente una nave di nome Theresa e non si è neppure mai saputo chi fosse quella “Nave Uno” a cui Theresa comunicava l’uscita dal porto in tutta fretta. Torneremo più avanti su questo punto.
Siccome là vicino c’è la base americana/NATO Camp Darby, la presenza anche di molte navi da guerra non suscita più stupore di tanto. Ma allora come mai quella notte molte navi erano là sotto falso nome o con nomi di copertura? E come mai le eventuali operazioni militari non erano state autorizzate dalla prefettura, come previsto dalla legge italiana?
Se a questo aggiungiamo che nel periodo in questione il traffico di armi e rifiuti andava alla grandissima, beh di dubbi sul reale svolgimento dei fatti che hanno portato alla morte di 140 persone, ce ne sono un bel po’.
Concentriamoci adesso sulla situazione del porto. Ci sono due documenti che meritano una sottolineatura. Il primo è il brogliaccio del porto, vale a dire una specie di istantanea, una fotografia delle navi presenti quella sera. Il secondo è, invece, una lettera arrivata il 15 marzo da New York e firmata dal colonnello Harpole comandante del dipartimento che gestisce il traffico militare statunitense.
Ecco il testo:
A chi di competenza,
Si notifica che le sottoindicate navi trasportano materiali di proprietà del Governo degli Stati Uniti destinato alla base USA/NATO di Camp Darby. Le navi sono sotto il diretto controllo del Dipartimento di Difesa USA (militarizzate) pertanto esenti da qualsiasi tassa o visita di controllo a bordo:
  • CAPE BRETON bandiera USA
  • EFDIN YUNIOR bandiera greca
  • GALLANT II bandiera panamense.”
In parole povere è una dichiarazione del tipo: “Quelle tre sono navi da guerra statunitensi, lasciatele in pace e non ficcateci il naso”.
Sono reduci dalla guerra del golfo, appena terminata, e riportano a casa armi e munizioni non usate in Iraq. Ma scorrendo il brogliaccio si scopre che di navi “militarizzate” in rada quella sera del 10 aprile ce ne sono di più, almeno altre 4, come dirà la Digos di Livorno. Tutte interessate a contenere, trasportare o caricare e scaricare armi e munizioni, quindi carichi pericolosi, ma non soggetti ad alcun controllo da parte delle autorità italiane.
Teniamo presente il nome della nave Galland II, ne riparleremo.
Come già detto questo fatto non è strano, vista la vicinanza della base NATO, è strano che tutto questo non sia mai emerso durante il processo, anche se il tenente della Finanza Giuseppe Gentile, il primo ad arrivare sul luogo del disastro, lo aveva dichiarato già il giorno dopo la tragedia, e ribadito in fase processuale un mese dopo, dicendo, tra le altre cose, che quella sera c’era una giornata chiarissima, senza nebbia e con il mare calmissimo; che c'erano alla fonda quattro navi, mentre a nord c'era una nave grossa illuminata che era quella che stava facendo il carico di armi.
Questo fatto è di per sé grave, perché le attività di movimentazione di armi sono vietate di notte e nelle prossimità di navi civili.
E poi, come detto, c’è la nave Theresa. La sua rotta è rilevata dal radar e registrata. Arriva a Livorno con una velocità troppo elevata, tanto da essere segnalata da diverse imbarcazioni che ne incrociano la rotta. Non c’è nessuna nave attesa a quell’ora. Theresa deve raggiungere un punto della rada perché ha un appuntamento con un’altra nave ancorata nel porto, la “Ship One”. L’incendio è un imprevisto e Theresa deve filarsela in tutta fretta. Non presta aiuto, non chiede nemmeno informazioni, comunica solo alla Nave Uno che se ne va.
Di questa imbarcazione non si saprà niente per molti anni. Chi sia la Nave Uno nemmeno. Cosa doveva fare questa nave così indisciplinata da meritare ben due richiami da parte di comandanti di altre imbarcazioni che erano in rotta di collisione con lei? E quale era la missione così segreta da portare a termine? Non lo sappiamo.
Così come non sappiamo chi fosse e da dove provenisse l’elicottero che volteggiava sopra il luogo dell’incidente, osservato da vari testimoni, ma che non era partito da nessuna base italiana e nemmeno dalla base NATO di Camp Darby.
Così come non sapremo mai se vicino alla petroliera c’era la bettolina che l’equipaggio aspettava per fare rifornimento di carburante e della quale parla il comandante dell’Agip Abruzzo, Renato Superina, salvo poi rifiutarsi di testimoniare durante il processo.
Navi diverse dalle due protagoniste vengono viste in quella zona anche da altri testimoni: ad esempio dai due ormeggiatori Mattei e Valle mentre si recano sul luogo dell’incendio. E lo stesso riferisce un giornalista de L’Unità, Luigi Malventi, citando due fonti che rimangono anonime.
Altre stranezze arrivano dalle dichiarazioni di due ufficiali che alloggiano al porto. Loro vedono prima le fiamme in lontananza e solo più tardi arrivare il traghetto Moby Prince, come se l’incendio fosse scoppiato prima dell’impatto.

Altre stranezze

A ben vedere altre stranezze sono rintracciabili nelle prove e nelle testimonianze. Un’altra domanda cruciale è: “perché quasi tutti i corpi sono stati rinvenuti nel salone De Lux?” Sulla nave bruciata si trova un filmato girato da uno degli sfortunati clienti, il signor Canu.
La pellicola, sopravvissuta alle fiamme, ma stranamente “tagliata”, mostra gli avventori del bar, gli inservienti e un nutrito numero di persone che sta guardando la partita in televisione. Come mai nessun corpo è stato trovato qui? Quello che sembra è che il personale di bordo abbia avviato tutti nel salone De Lux e che quindi il botto e l’incendio non siano stati qualcosa di improvviso e imprevedibile. Sul fatto che il nastro fosse tagliato e ricomposto artigianalmente non c’è mai stata una spiegazione decente.
Il marconista non è al suo posto di lavoro, ma sul ponte principale dove viene rinvenuto il cadavere. Da qui viene inviato il “Mayday” con un apparecchio portatile. Perché aveva abbandonato la sua postazione?
Fino alle 22,23 tutto era normale e le conversazioni tra porto e nave non avevano niente di preoccupante o sospetto. Il grido d’aiuto arriva due minuti dopo: cos’è successo in quei due minuti?
Profeta Brandimarte, uno dei consulenti delle parti civili, offre la sua conclusione, che, è bene sottolinearlo, rimane un’ipotesi, ma un’ipotesi che spiegherebbe alcuni dei fatti strani che riempiono di dubbi quella tragedia. Eccola.
A bordo del traghetto, la sera del 10 aprile ’91, avviene qualcosa che rende impossibile proseguire la navigazione secondo l’itinerario previsto ma che non comporta un immediato pericolo di vita, “qualcosa” che precede di almeno due minuti la collisione. “Questo è il mio pensiero da marittimo, da navigante, comunque mi metto nei panni del comandante: la prima operazione da fare è quella di mettere in sicurezza i passeggeri. Quindi, avrà certamente fatto convogliare i passeggeri nel salone de Lux e questo comporta, comunque, un certo tempo, non lungo, ma diciamo sufficiente a convogliare questi passeggeri nel salone, a seguito dell’evento straordinario che si è avuto in quel momento. Devo anche dire e pensare che il Comandante avesse necessità di sapere cosa fosse realmente successo. Per cui diciamo: mettere in sicurezza i passeggeri, capire cosa poteva essere successo, quindi dare anche degli ordini agli ufficiali che erano con lui e prepararsi ad effettuare un possibile e prossimo rientro in porto. Questo lo dico perché non è pensabile, con una qualsiasi emergenza poco dopo la partenza, di proseguire il viaggio e arrivare fino a destinazione. Questa era la situazione. Diciamo anche che il Comandante non aveva l’obbligo di informare le autorità marittime o chicchessia nell’immediatezza dell’evento, anche perché – torno a dire – doveva capire cosa era successo, doveva manovrare, doveva mettere i passeggeri in sicurezza. Lo avrebbe certamente fatto se ne avesse avuto la possibilità, se avesse potuto concludere questa emergenza.”
moby chessaE del resto il comandante Chessa, nonostante le conclusioni del tribunale che abbiamo sentito prima, è ritenuto uno dei migliori, con grande esperienza.
Ma c’è di più.
Quando il chimico della Criminalpol sale a bordo per fare i rilievi del caso, trova tracce di almeno sette sostanze, cinque tipiche di composizioni esplosive ad uso “civile”, denominate Gelatine-Dinamiti, due presenti soprattutto in esplosivi militari e in plastici da demolizione (SEMTEX H). Sei di queste sostanze sono esplosivi ad alto potenziale sia singolarmente che in miscela. Le tracce di questi esplosivi vengono trovate nel locale motore dell’elica di prua, anche se, essendo in quantità molto piccole, non è possibile capire se fossero contenute in un ordigno. Ma la domanda resta: come mai c’erano sostanze esplosive su un traghetto passeggeri?
Adesso ci trasferiamo sulla Agip Abruzzo, perché anche qui ci sono dei bei misteri da svelare. Cominciamo dalla sua posizione in mare. Dove si trovava? La risposta data dalle inchieste è “Non si sa”. La posizione è importante, perché all’uscita del porto esiste un cono di transito all’interno del quale nessuna nave può sostare, specie se trasporta materiali pericolosi come il petrolio. Le indicazioni su dove si trova la nave vengono dal comandante Superina, che dice
La posizione è proprio all’interno di quel cono, dove la petroliera non poteva assolutamente stare.
Ma l’inchiesta vuole conferme e manda, due giorni dopo, una nave militare a controllare. Questa è comica: controllare cosa? Dopo l’incendio le registrazioni delle comunicazioni provenienti dall’Agip Abruzzo fanno capire che la nave si è mossa uscendo dal cono. Da quel momento in poi la confusione su questo punto è massima, fino alla conclusione che stabilire dove si trovasse al momento dell’incendio non è proprio possibile.
Curiosamente il comandante dell’Agip Napoli, che conferma la posizione dentro il cono della nave gemella, al processo non si presenta mai, perché “impegnato in attività lavorative”.
C’è un altro aspetto inquietante nell’intera vicenda. Le comunicazioni radio del comandante la petroliera forniscono la prova che la nave era ancorata all’interno del famoso cono riservato, con la prua diretta a Sud. Ascoltate infatti cosa dice:
Stiamo suonando, solo che abbiamo la prua a Sud per questo non sentite” dice ai soccorritori che chiedono di farsi sentire perché il fumo dell’incendio rende difficile avvistare l’imbarcazione.
Ma se la prua è a Sud, significa che la cisterna colpita dal Moby Prince, che stava uscendo da Livorno, è rivolta verso il mare aperto. Come diavolo ha fatto il traghetto a colpire un punto della petroliera che si trovava dall’altra parte della stessa rispetto alla sua direzione di navigazione?
Rimane il giornale di bordo, dal quale è sicuramente possibile risalire ai dati. Ma, quando il comandante Superina scende dalla petroliera, lo dimentica a bordo. Due giorni dopo un incendio sviluppatosi sulla petroliera lo distrugge.  Un’altra delle mille stranezze del caso.
Nel porto di Livorno in quei giorni c’è una nave molto particolare: un peschereccio, il “21 October”. Quello che ha di particolare è che si tratta dell’ammiraglia di una flotta di pescherecci di proprietà della Scifco. Già, proprio quella che il governo italiano aveva regalato alla Somalia per pescare e poi vendere il pesce nell’ambito della Cooperazione internazionale. Nella puntata su Ilaria Alpi avevamo incontrato questa flottiglia: è quella su cui indagava Ilaria prima nella ex Jugoslavia e poi a Bosaso, perché sospettata di non avere niente a che fare col pesce, ma con rifiuti tossici e armi. La nave è ferma per riparazioni, come le accade spesso e per periodi straordinariamente lunghi, qui a Livorno, dopo aver toccato i porti di Tripoli, Beirut, e altri in Iran, che non sembrano essere proprio dei paradisi per i pescatori. Quella sera la 21 October fa il pieno e anche questo è curioso: perché mai una imbarcazione in riparazione dovrebbe rifornirsi di carburante? Ci sono testimoni che giurano di aver notato che quella notte del 10 aprile, la 21 October al molo dove era stata attraccata, non c’è più. Strano …

Altre anomalie

Il traffico di navi in una certa zona di mare è controllato, proprio come quello degli aerei, da una serie di radar. Ci sono quelli del porto, quelli delle singole imbarcazioni, quelle di altre strutture circostanti la zona.
Livorno poi non è una città qualsiasi: ci sono basi militari, accademie, bersagli sensibili e dunque il monitoraggio è formidabile. Eppure quella sera succede qualcosa di veramente sorprendente. C’è “qualcosa” che produce forti disturbi elettromagnetici, tanto che i radar di soccorso vanno in tilt mentre si avvicinano alla zona dov’è ancorata l’Agip Abruzzo. Lo abbiamo visto all’inizio ascoltando il Mayday della Moby Prince. Ancora più curioso è il fatto che queste anomalie riguardino solo i mezzi di soccorso, mentre da terra tutto è regolarissimo.
Attorno alla città toscana c’è il centro radar di Poggio Ballone, poi La Spezia, e ancora il centro Mari-tele-radar al porto labronico dotato delle attrezzature più sofisticate. E poi c’è l’aeroporto di Pisa.
C’è anche un aereo della linea Roma - Pisa che transita a quell’ora sopra Livorno, vede l’incendio e lo comunica alla torre di controllo di Pisa, da dove parte verso Radio Livorno un messaggio informativo, che resta impresso sul nastro: sono le 22.41’41”. Sono passati meno di 20 minuti dall’incendio. Ce ne vorranno altri 55 perché i soccorsi si muovano. Perché?
Perché la Commissione non chiede l’acquisizione di tutti i tracciati radar disponibili riguardanti l’area del porto di Livorno di quella sera?  Perché nessuna stazione di avvistamento fornisce questo materiale alla Capitaneria di Porto di Livorno?
Ma di quell’area, a quell’ora non si trovano tracce. Un oscuramento dei dati sorprendente. Ci sono le registrazioni di tutto quello che è accaduto prima, i tracciati delle navi, alcune con la stessa rotta della Moby Prince, ma non di quello che succede in un certo punto della rada ad una certa ora: le 22,25, l’ora della collisione, l’ora in cui si perdono le tracce della nave Theresa, l’ora in cui poco più a Nord avvengono le operazioni di carico e scarico di armi e munizioni.
All’interno del salone De Lux sono chiuse decine di persone, la maggior parte con cellulari. Nessuna chiamata risulta essere uscita, per informare, chiedere aiuto … come è possibile? Forse i cellulari non erano utilizzabili per qualche interferenza esterna? Come mai gli ispettori e i responsabili dell’armatore non riescono a comunicare con il telefono della Moby Prince?
Cosa è successo? La risposta è sempre la stessa: non si sa!
A questo punto, pensare ad un occultamento elettromagnetico volontario e premeditato è molto meno fantasioso di quanto si possa pensare.
Dieci anni dopo si scopre uno scatolone contenente immagini satellitari del luogo dell’incidente, provenienti dalla Spagna e dalla Germania. Perché non sono mai citate nel procedimento?
La risposta è “Perché non potevamo fare degli ingrandimenti utili”. Magari non nel 1991, ma nel 1997 la tecnica di ingrandimento di quelle immagini era superiore. E comunque non ci si è nemmeno provato. Nessuno le ha mai usate.
Ed infine c’è la testimonianza di Bertrand, il solo sopravvissuto, che cambia da una volta all’altra anche a proposito della nebbia che prima non c’è assolutamente, ma alla fine finisce, soprattutto per colpa sua, nelle conclusioni del processo.
Sulla base di tutte queste e di altre osservazioni analoghe, le associazioni dei famigliari delle vittime chiedono e ottengono la riapertura del caso nel 2006. Ma tutto finisce 4 anni dopo con la chiusura delle indagini.
Nessun mistero dunque dietro i 140 morti davanti a Livorno, solo un tragico, fatale incidente e niente più.
E tuttavia rimangono i dubbi, ancora oggi, rimangono le incongruenze, rimane il fatto che non si sa nulla di quello che realmente avviene quella notte. Rimane il fatto che molti non hanno parlato, altri hanno parlato in modo diverso in tempi diversi. Rimane, insomma il mistero.
Cosa è accaduto dopo il 2010?
C’è un resoconto di SKY TG 24 andato in onda il 10 aprile 2013. Già perché di queste stranezze anche la stampa se ne occupa solo in occasione degli anniversari, come per Ilaria Alpi, come per Piazza Fontana, come per le stragi, i morti ammazzati, le verità nascoste.
In quel breve reportage viene intervistato Fabio Piselli. Lui non ha alcun dubbio. Ascoltiamolo. 

Aggiungo solo che proprio in quel periodo si dimostra finalmente che la Gallant II, di cui parla Piselli, è la famosa nave Theresa, che si allontana in tutta fretta dal luogo del disastro, scomparendo nel nulla.
Un po’ più avanti nel tempo, nel 2013, per vedere quali novità emergono dal desiderio, tanto sbandierato dalla politica, di svuotare l’armadio dagli scheletri della prima repubblica?
I famigliari delle vittime non si sono mai arresi, hanno continuato a dare battaglia, a chiedere con fermezza che i processi vengano rifatti o per lo meno che si formi una commissione d’inchiesta parlamentare sul caso. Ci sono troppi buchi nelle spiegazioni per potervi credere.
Se ne rendono conto anche alcuni parlamentari di SEL che chiedono ai ministri Cancellieri (Giustizia) e Mauro (Difesa) del governo Letta che intenzioni hanno. La risposta arriva, ma ci mette un po’: otto mesi, ed è una risposta disarmante. Sono quindici righe, depositate nella cassetta personale del deputato Piras a Montecitorio, in cui si riprendono le conclusioni, vecchie come il cucco, delle procure che all’epoca avevano indagato.
La Cancellieri (ricordate? quella che ha disgustato la nazione con il suo ipocrita singulto di pianto pronunciando la parola “sacrifici”) molto semplicemente dice: “Il caso è archiviato, discorso chiuso!”. Mauro nemmeno risponde: evidentemente è troppo occupato a comprare gli F35.
C’è una levata di scudi generale di chiunque si interessi a vicende come questa. La frase “mi vergogno di essere un cittadino italiano” è la più morbida che si ascolta.
Si arriva così all’inizio del 2014, quando i 19 capigruppo dei partiti presenti in parlamento sono soggetti ad un “mail bombing” cioè all’invio massiccio di e-mail che chiedono tutte una commissione d’inchiesta, ricordando le anomalie del caso: i tempi di sopravvivenza anomali, la presenza delle navi da guerra, la vicenda di Theresa, i documenti scomparsi, i filmati tagliati e tutto il resto di cui abbiamo parlato oggi. É il popolo, indirizzato dalle associazioni, a chiedere con migliaia di mail di sapere cos’altro si vuole nascondere, chi si vuole coprire.
Investita da lettere durissime, il ministro Cancellieri decide finalmente di dare udienza ai rappresentanti dell’associazione delle vittime. Viene fissata la data: il 31 gennaio 2014. Una settimana prima c’è un altro incontro, con alcuni parlamentari: il solito Piras di SEL e alcuni rappresentanti del Movimento 5 stelle, con in testa Sara Paglini. Loro sosterranno la formazione di una commissione sul caso in parlamento, dicono, e predisporranno un disegno di legge che serva allo scopo. Un altro parlamentare che si è sempre interessato della vicenda Moby Prince è il senatore del PD Luigi Manconi, non presente all’incontro. Lui non ha molta fiducia nelle commissioni parlamentari, del resto visti i precedenti come dargli torto?
moby filmIl 31, finalmente l’incontro. Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby Prince, consegna il dossier raccolto, con tutte le anomalie, i dubbi, le mancanze delle indagini condotte. E finalmente la Cancellieri cede, non si sa se per ragioni di opportunità o se convinta dal fatto di aver letto finalmente qualche carta sulla tragedia del 1991. Garantisce che farà di tutto per arrivare ad una nuova inchiesta della magistratura oppure ad una commissione parlamentare. Ci vuole una proposta di legge che è già stata presentata. Ci vorrà anche un po’ di tempo, ma di quello ne è già passato tanto, decenni, e i 140 morti non hanno più fretta, l’avevano mentre aspettavano i soccorsi, che però non sono arrivati in tempo.
Nel frattempo, 2013, è uscito un film-documentario di Lucibello, intitolato “140, la strage dimenticata”.
Giovanni Minoli ha dedicato alla vicenda una indagine nell’ambito del suo programma “La storia siamo noi”. É il 2005 quando dichiara:
«Quest’indagine giornalistica alla fine lascia grande angoscia. Emergono grosse novità rispetto alla ‘verità ufficiale.  Il Moby Prince è un’altra Ustica, di cui non erano conosciuti, finora, i contorni inquietanti.
Finisce qui la storia di Moby Prince. Mi auguro che l’ultimo capitolo sia ancora da scrivere, che si riesca in qualche modo a recuperare l’unica cosa ancora disponibile per quei 140 poveri disgraziati: la verità.
Siamo di fronte ad una nuova inquietante tragedia senza risposta. Quando si ficca il naso in queste vicende si esce sempre con un senso di nausea che si mescola con la tristezza del cittadino impotente di fronte allo Stato e alle forze occulte che hanno regolato e probabilmente ancora regolano la nostra vita di cittadini.
Ma non bisogna mollare, non bisogna mollare mai. 

E oggi?

Siamo agli inizi del 2018: come stanno oggi le cose? Cos’è successo nel frattempo? La commissione si è effettivamente formata al Senato e qualche novità è emersa. Certo, l’episodio è ormai lontano più di un quarto di secolo, ma quei 140 morti meritano, se non altro che si sappia com’è andata veramente.
La prima osservazione da fare è che l’unico sopravvissuto, l’allora mozzo, Bertrand ha confermato ancora una volta quello che disse ai primi soccorritori. E cioè che c’era altra gente da salvare e bisognava far presto. L’ha ribadito in ogni modo, anche se una delle versioni accreditate, purtroppo anche presso la magistratura, era l’esatto contrario e cioè che, ormai, non c’era più niente da fare. La sua versione è confermata dalle registrazioni che i due soccorritori inviano alla Capitaneria del Porto: “Il naufrago dice che c’è ancora gente viva da salvare” ma la Capitaneria non risponde e i soccorsi non partono mai. Lo stesso Bertrand viene recuperato tre quarti d’ora dopo la collisione.
La commissione del senato ha tirato fuori molti dei dubbi che ho cercato di elencare stasera. E altri ancora. Intanto viene scartata l’ipotesi dell’errore umano. Poi i timoni della Moby Prince erano girati a 30°, manovra che si fa per evitare un ostacolo. Quale ostacolo? E ancora, perché il capitano della Agip Abruzzo parla di una collisione con una bettolina, quando si vede arrivare contro una barca enorme come è il traghetto? E perché quella nave, la Agip Abruzzo, non è stata adeguatamente controllata? Anzi è stata smantellata sei mesi dopo il rogo? Nei giorni precedenti aveva compiuto un viaggio dal porto di Sidi Kerir, in Egitto, a quello di Livorno a tempo di record e senza apparenti ragioni, una traversata a tutta velocità per arrivare all’ancora davanti a Livorno due giorni prima del previsto. Poi le caratteristiche del carico: nessuno né magistratura, né avvocati, né Capitaneria ha mai analizzato quanto greggio nelle cisterne dell’Agip Abruzzo e di che qualità fosse. Tutti si sono fidati di un’autocertificazione, quella del comando della petroliera e dell’armatore, la Snam.
E poi c’è la teoria della morte veloce, sopravvenuta al massimo in mezz’ora per tutti le 140 vittime, ma, come già detto, questo fatto non regge neanche un po’. Qualcuno ha avuto una lunga agonia.
Questo fatto è di una gravità estrema, perché in quelle lunghe ore in cui il traghetto brucia e, con ogni probabilità, si potrebbe ancora salvare qualcuno, i soccorsi non fanno assolutamente niente. A dirigere l’opera c’è l’ammiraglio Sergio Albanese. Lui rimane in silenzio per svariate ore, a bordo di una motovedetta e alla commissione Senato si giustifica dicendo che ormai sembrava logico che fossero tutti morti, perché nessuno si buttava in mare, segno che non c’erano passaggi per farlo e quindi neppure passaggi per salire. Una giustificazione che poteva essere data solo da un imbecille o da un connivente. I passeggeri, in ciabatte, calzoncini e canottiera, non avevano certo tute antincendio, calzature adatte e respiratore come i soccorritori, che però sono stati tenuti lontani dal fuoco. Perché?
Insomma la Commissione ha stravolto tutte le deduzioni della Procura.
É ancora al lavoro, l’ultima riunione si è tenuta pochi giorni fa, durante le festività natalizie. C’è da sperare che con la sopravvenuta fine della legislatura non finisca anche il prezioso lavoro dei senatori per venire a capo di una vicenda tanto misteriosa e così intricata.
La storia della Moby Prince è solo una delle tante che costellano la nostra storia recente di fatti incresciosi, misteriosi e che lasciano, quasi sempre, i cittadini con un palmo di naso, attoniti di fronte alla domanda “Chi è stato?”. Una domanda che, come abbiamo ormai imparato dalle tante vicende che vi ho raccontato, ha sempre la stessa risposta: “Non si sa!”.
io