Introduzione

usticaL’ultima volta abbiamo affrontato la questione della strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto del 1980. Pur essendo uno dei pochi misteri italiani formalmente chiariti, con tanto di condanne, abbiamo visto che restano moltissimi dubbi sui reali responsabili di quell’orrendo eccidio, in particolare sui mandanti e sulle motivazioni. In particolare la storia è piena zeppa di tentativi, spesso perfettamente riusciti, di depistare le indagini e ostacolare così la comprensione di quanto avvenuto. Questa tecnica è stata piuttosto comune nelle storie che trovate in questa sezione del sito. Le stragi della strategia della tensione da Piazza Fontana in poi, e fatti gravissimi come il rapimento di Aldo Moro, sono stati soggetti a depistaggi e inquinamenti di prove che hanno allontanato la verità e, come detto, lasciato nella testa di chi si avvicina a queste vicende il dubbio che non tutto sia stato detto, per coprire persone, istituzioni o azioni. Per coprire anche il comportamento di paesi stranieri ai quali allora e oggi non si vogliono attribuire responsabilità per convenienze politiche, commerciali o strategiche o, più squallidamente per il proprio quieto vivere.
La cosa più schifosa è osservare quelli che condividono la responsabilità dei morti e piangono poi lacrime di coccodrillo davanti alle telecamere. Sono servizi segreti, politici, poteri forti dello stato e non dello stato, intestatari di interessi che volano sopra le teste dei cittadini.
E noi, che ragioniamo prevalentemente con il buon senso, facciamo fatica a capire come sia possibile che, per proteggere e compiacere alleati ritenuti utili, la ragione di stato autorizzi il sacrificio di molte persone o anche di un solo cittadino.
Ebbene, oggi avremo un altro esempio di tutto questo, in quanto cercheremo di indagare e riferire sui depistaggi, sulle mezze verità, sulle prove accertate e poi smentite, sulle differenti versioni dei fatti, insomma sui dubbi enormi che un’altra strage si porta dietro. Cercherò di raccontare i mille dubbi che emergono dall’analisi delle inchieste seguite alla morte di 81 persone che da Bologna stavano dirigendosi vero Palermo, su un DC9 dell’Itavia, il 27 giugno del 1980.

La storia

Ci sono moltissimi testi che parlano di quanto accaduto ad DC9 dell’Itavia e del suo viaggio Bologna-Palermo, così tragicamente interrotto. Sono tutti degni di essere letti, anche se a volte propongono tesi completamente difformi da quelle oggi accettate come vere o quantomeno come le più probabili, perché, meglio dirlo subito, la verità su questa vicenda, semplicemente non c’è. A quasi 40 anni dall’eccidio di 81 persone nessuno è in grado di dire come sono andate davvero le cose. Non è in grado di farlo perché non può o perché non vuole, ma l’esito è esattamente lo stesso!
Personalmente ho letto diversi libri, anche se quello che alla fine ho deciso di seguire per raccontarvi questa storia incredibile è quello di Carlo Mazzei: “I segreti di Ustica”, edito da Area51 Publishing, ottenibile anche come ebook a soli 3€.
Fatte le doverose premesse, possiamo cominciare.
Anche se è probabilmente conosciuta da tutti, non possiamo non partire dai fatti, magari in sintesi, perché poi l’analisi del dopo-strage è lungo e, credo, molto interessante, anche se un tantino irritante.
dc9L’aereo DC9 parte da Bologna alle 20,08 del 27 giugno 1980 con quasi due ore di ritardo. Il volo procede regolarmente, fino all’ultimo contatto radio che avviene alle 20,59. Poi, improvvisamente, il silenzio con le conversazioni tra i piloti troncate di netto. Cinque minuti dopo la torre di controllo di Palermo chiama il volo, che non risponde. Da Roma viene chiamato più volte, rivolgendosi anche da un volo dell’Air Malta, che sta seguendo la stessa rotta. Alle 21,13 è previsto l’atterraggio, che non avviene. Alle 21,25 assume il comando delle operazioni il centro del soccorso aereo di Martina Franca, allertando il 15° stormo a Ciampino, dove stazionano gli elicotteri specializzati nel soccorso aereo. Il primo di questi decolla 20 minuti dopo perlustrando l’area presunta senza vedere nulla. L’aereo intanto viene considerato disperso. Solo con le prime luci del giorno seguente, 28 giugno, alcune decine di miglia a nord di Ustica si scoprono detriti, poi una grande chiazza di carburante. Qualche ora dopo affiorano i primi cadaveri dei passeggeri. L’aereo è precipitato in una zona del Tirreno profonda 3’700 metri. Ha inghiottito 81 persone, tutte quelle a bordo del velivolo. Verranno recuperati 38 corpi.
La procura di Palermo dispone l’esame esterno di tutti i cadaveri e l’autopsia di 7 di loro. I periti arrivano alla conclusione che causa di morte sono i traumi da caduta, ma che i passeggeri erano privi di conoscenza a causa della diminuzione improvvisa della pressione esterna, dovuta al fatto che l’aereo durante il volo si era “aperto”, questo il termine utilizzato.
Nessun corpo mostra tracce di ossido di carbonio o di acido cianidrico, il che esclude ustioni. Nei cadaveri vengono trovate tracce di residui metallici, piccole schegge o bulloni. Ma quelle schegge, secondo gli esperti, non provengono dalla rottura dell’involucro di un qualsiasi ordigno esplosivo.
Anche l’analisi della scatola nera dell’aereo non fornisce niente di particolare. Sul velivolo tutto procede con grande tranquillità e regolarità. C’è un dialogo sereno tra il comandante Domenico Gatti e il copilota. Si raccontano barzellette, poi improvvisamente tutto si ferma, come se fosse mancata improvvisamente la corrente elettrica. L’ultima frase registrata è questa: «Allora siamo a discorsi da fare... [...] Va bene i capelli sono bianchi... È logico... Eh, lunedì intendevamo trovarci ben poche volte, se no... Sporca eh! Allora sentite questa... Gua...».
E su quel “Guarda!” finisce ogni cosa.
Non è certo molto e gli inquirenti sono così costretti a indagare su diverse piste, formulando alcune ipotesi, ognuna delle quali esclude tutte le altre.

Le ipotesi delle cause

Queste ipotesi sono:
  • l’aereo è stato colpito da un missile sparato da un aereo militare;
  • c’è stata una collisione con un altro aereo, probabilmente militare;
  • l’aereo è vecchio e ha subito un cedimento strutturale;
  • è esplosa una bomba a bordo.
Come vedremo, ancora oggi, quasi 40 dopo e nonostante i tribunali abbiano stabilito che la prima è l’ipotesi verificata, nessuno è in grado di sapere con assoluta certezza cosa è davvero accaduto quel 27 giugno.
In questo articolo faremo proprio questo. Cercheremo di analizzare le varie ipotesi, proponendo la versione che le rende possibili o probabili e la versione di chi invece sostiene che sono prive di fondamento.
L’altro aspetto di tutta la faccenda è quello che è ormai diventato un tormentone delle vicende che vi ho raccontato. Si tratta dei tentativi di depistaggio di cui parlavo all’inizio di questa puntata. 
filmLa confusione sulle varie ipotesi e i dubbi che ciascuna lascia sono dovuti a ragionamenti sensati e abbastanza logici. L’abbattimento con un missile è stata per anni messa da parte perché, per oltre un decennio, nessuna conferma veniva dagli ambienti militari e osservativi (i radar, le trascrizioni delle torri di controllo, eccetera). Un’altra osservazione è che per coprire una simile possibilità le bocche da cucire erano in numero troppo grande perché non trapelasse nulla per così tanto tempo.
Inoltre sui resti dell’aereo, di cui parleremo più avanti, non vengono trovati frammenti del missile, ma solo tracce di esplosivo.
L’ipotesi della bomba o del cedimento strutturale perdono di sostanza proprio in virtù dei molti depistaggi subiti. Perché mai, in un simile caso, ci si sarebbe dovuto dare tanta pena per nascondere un mare di prove?
C’è un bel po’ di materiale da analizzare. Per farla breve: i tribunali hanno deciso che si sia trattato di un missile sparato da un aereo, “forse” della NATO. Tra i parenti delle vittime, al contrario, c’è chi è convinto che si sia trattato di una bomba. Altri ancora propendono per un urto tra un aereo straniero, probabilmente libico, e l’ala sinistra del DC9.

Il libro di Victor Ostrovky

Un bel rebus, insomma, che analizzeremo partendo da un libro pubblicato nel 1994 da un ex-agente del Mossad, i servizi segreti israeliani. Si intitola “The other side of deception” (l’altra faccia dell’imbroglio) ed è firmato da Victor Ostrovsky.
Costui non ha una reputazione bellissima, anzi alcuni commentatori gli danno molto semplicemente del bugiardo e del millantatore. Nel libro egli descrive alcune delle azioni del Mossad ed espone le sue opinioni su un grande numero di avvenimenti e di situazioni. A pagina 248 cita una conversazione che l’autore avrebbe avuto in un albergo canadese a fine gennaio 1990. Gli viene posta questa domanda: “Credi o pensi o sai se il Mossad può essere implicato in quanto è successo al volo 103 su Lockerbie?”.
Nella cittadina scozzese di cade un boing della PanAm nel dicembre del 1988. Una bomba esplode mentre l’aereo è in volo. Muoiono tutti gli occupanti, 259 persone e 11 abitanti di Lockerbie. I responsabili sono due agenti dei servizi segreti libici. Uno di loro viene condannato all’ergastolo, ma liberato nel 2009 perché ammalato di cancro in fase terminale. Morirà solo tre anni più tardi. Anche in questo caso emergono dubbi sulle prove che incastrano i libici. Un ufficiale della polizia in pensione, nel 2005, dirà che sono false e costruite ad arte dalla CIA.
Ma torniamo a Ostrovsky. Alla richiesta su Lockerby, risponde:
“Sino ad oggi, ogni volta che Israele o il Mossad è stato responsabile dell'abbattimento di un aereo, si è trattato di un incidente, ed in diretta relazione con la cosiddetta sicurezza di Stato, come l'abbattimento dell'aereo libico sul Sinai e l'aereo italiano (che si pensava trasportasse uranio) nel 1980, nel quale furono uccise ottantuno persone. In nessun modo avrebbero fatto una cosa simile".
Può anche che sia per la pessima fama dell’autore del libro, ma è un fatto che Ostrovsky non è mai stato interrogato dai giudici italiani in relazione alla strage di Ustica.
Vorrei ribadire, di nuovo, a costo di sembrare fastidioso, un concetto importante per chi segue questa vicenda. Anche se si è arrivati a conclusioni ritenute certe, ci sono una infinità di dubbi sull’episodio. In particolare vorrei citare un libro, uscito un paio di anni fa e scritto da Eugenio Baresi e intitolato “Ustica: storia e controstoria”. Baresi è un ex parlamentare di area centrodestra: proviene dalla Democrazia Cristiana per passare poi al Centro Cristiano Democratico dei vari Casini e Mastella. In questo libro, dalla prosa piuttosto arzigogolata, si difendono le idee dei famigliari delle vittime.
Seguiremo dunque da un lato le vicende così come sono state proposte alla popolazione da inchieste, processi, tribunali e magistrati e dall’altro lato dai dubbi che le persone come Eugenio Baresi mantengono intatte ancora oggi.

Il recupero dell’aereo in due fasi, ma sono le prime?

Un altro punto oscuro riguarda il ritrovamente e il recupero dell’aereo. Come già anticipato, finisce il fondo al mare e quel “in fondo” significa proprio laggiù, tre chilometri e 700 metri sotto il pelo dell’acqua, dove non tutti sono in grado di arrivare.
Ricordiamo inoltre che siamo negli anni ’80 e la tecnologia non è sviluppata come oggi. Sono quindi pochissime le aziende specializzate per questo compito, quelle cioè con attrezzatura ed esperienza all’altezza. Alla fine viene scelto l’Istituto di ricerca francese per lo sfruttamento del mare, questo il suo nome, raccolto nell’acronimo IFREMER. Le loro operazioni non vengono commentate benissimo (è un eufemismo si intende) sia perché i filmati realizzati durante il recupero non vengono consegnati in originale ma solo in copia e poi perché nasce il dubbio che quella ispezione sia davvero stata la prima là in fondo al mare. Un giudice, Rosario Priore, di cui avremo modo di parlare in seguito, scopre infatti che quella azienda è legata ai servizi segreti francesi, che, nel corso delle indagini diventano, per un certo periodo, sospettati di esserci entrati nell’abbattimento del DC9.
Le operazioni cominciano il 10 giugno del 1987, 7 anni dopo la tragedia.
ifremerPerché così tardi?
I motivi sono molteplici e si va da quelli, diciamo così, comprensibili, come le difficoltà tecniche o problemi di finanziamento ad altri molto meno condivisibili come le forti resistenze delle parti interessate e il continuo rimandare nel tempo l’inizio delle operazioni.
La IFREMER, tra l’88 e l’89, porta in superficie solo il 5% del relitto, soprattutto le parti più voluminose e quindi più facili da trovare. Poi interrompe le operazioni sostenendo di non avere finanziamenti sufficienti.
Tocca allora alla Wimpol, società di recupero inglese, che amplia la zona di ricerca e rastrella con maggiore accuratezza quella già trattata dai francesi: è il 1991 quando parte il secondo intervento. E ci sono delle sorprese. Già … gli operatori inglesi osservano sul fondo marino delle tracce, dei solchi paralleli, come se qualche mezzo meccanico di ricerca fosse stato sul luogo. E né la Wimpol, né la IFREMER possiedono simili tecnologie. Ci sono anche delle buche profonde, come se degli oggetti pesanti fossero caduti sul fondo. Ma nessun oggetto del genere viene trovato nelle due fasi di ricerca. É tutto molto strano!  
Alla fine quasi tutto il velivolo è riportato a terra, il 96% secondo i dati ufficiali. Il materiale viene portato a Pratica di Mare, all’aeroporto militare de Bernardi, uno dei più vasti d’Europa, vicino a Roma. Qui i pezzi sono ricomposti e lasciati finalmente alle indagini e alle perizie dei tecnici. Intanto sono passati 11 anni da quel tragico 27 giugno.

Uno strano serbatoio

Di cose strane in questo periodo ne succedono parecchie. Sembra di tornare a tutte le storie che vi ho raccontato in questi mesi: dall’elicottero Volpe 132 alle navi dei veleni, alla morte di Natale De Grazia, a quella di Ilaria Alpi. Ovunque c’erano cose strane, fatti misteriosi, mai chiariti. Anche nel caso dell’aereo DC9 dell’Itavia ci sono questioni che non si capiscono, altre che si capiscono benissimo, ma che le autorità interpretano in modo quanto meno fantasioso.
Vediamone alcune.
resti aereoDurante il secondo intervento nel maggio del 1992, viene ritrovato, all’estremità della zona di ricerca, un serbatoio molto danneggiato, ma completo di tutte le sue parti, che non ha nulla a che fare con l’aereo dell’ITAVIA. Si tratta di un serbatoio esterno sganciabile di un aereo militare. Viene liberato in caso di pericolo o di necessità, ad esempio in fase di atterraggio per facilitare le manovre con l’aereo. L’oggetto viene identificato dalle scritte che ha impresse sulle sue pareti. É costruito negli Stati Uniti dalla Pastushin Aviation Company e viene di solito installato su almeno quattro tipi di aerei da combattimento, in dotazione alla Marina militare. Ciò significa che l’aereo che portava quel serbatoio deve essere decollato da una portaerei. Richiesti di chiarimenti, gli Stati Uniti rispondono che dopo così tanto tempo non sono in grado di risalire al velivolo. Già questo è strano perché si tratta di materiale molto costoso e se un aereo torna alla base senza, è molto forte il dubbio che il fatto non venga segnalato.
La magistratura non è soddisfatta ed insiste, finché nel 1998 arriva una nuova informativa della Marina americana. Il serbatoio – dicono – era di un aereo inabissatosi nel 1981 ma in una zona molto lontana da quella del ritrovamento. Curioso che abbia viaggiato così a lungo e curioso anche il fatto che di quell’incidente la magistratura italiana non trovi traccia da nessuna parte.

Emergenza!

f104Nel cielo non ci sono strade segnate sulle mappe che si comprano nelle edicole. Ci sono però delle tratte, delle “aerovie”. Quella seguita dal DC9 dell’Italia si chiama “Ambra 13”, che poi diventerà “Ambra 14” con l’avvicinarsi alla Sicilia. Da quelle parti, passano due caccia dell’aviazione italiana. Sono due F104 della Lockheed: sul primo c’è un pilota in addestramente da solo, sul secondo i comandanti, molto esperti, Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Sono loro a lanciare alle 20,24 un segnale: “codice 73”. Cosa significa? É la segnalazione che c’è un’emergenza grave, che non riguarda i due F104, ma la zona che i caccia stanno attraversando. Il segnale viene ripetuto tre volte, poi i caccia virano e atterrano a Grosseto. Ma di quel segnale non si sa niente per molti anni. Forse ai due piloti è stato comunicato che avevano preso un abbaglio o, più semplicemente, che quello che avevano vista era un segreto militare e non se ne doveva parlare.
Quando nel 1990 viene incaricato dell’istruttoria il giudice Rosario Priore, quell’allarme salta fuori. Ma le indagini sono impossibili perché i due piloti sono morti in un incdente tanto tragico quanto assurdo, a Ramstein durante una esibizione delle frecce tricolori. L’allievo, quello che era sul primo caccia, di quella sera non ricorda nulla. E non è il solo, perché di quella sera sono in molti a non ricordare nulla.

Una storia possibile

In cielo quella sera ci sono altri protagonisti. Ci sono dei cacciatori, ai quali non possiamo assegnare un nome, perché viaggiano con il trasponder spento per non farsi identificare. Quanti? Non si sa: forse tre o quattro o anche di più, non lo sappiamo.
E poi c’è un altro aereo, la preda. Si tratta di un Mig di fabbricazione sovietica. Cosa ci fa un simile aereo sulla rotta “Ambra 13”? Il capo libico Gheddafi ha una flotta di quei MIG, che però sono piuttosto delicati e hanno bisogno di manutenzione, che in Libia non sono in grado di fare, per cui viaggiano verso Est, di solito in Jugoslavia, e poi tornano attraversando il cielo italiano. Lo fanno spesso anche se non dovrebbero, perché altrimenti il carburante potrebbe finire; lo fanno di notte, lo fanno anche quella sera. L’Italia, del resto, con la Libia ha affari importanti: non solo il petrolio, anche l’industria italiana accetta la moneta sonante di quel paese. E dunque non deve meravigliare di trovare un Mig sopra il Tirreno. Ma quell’area è destinata spesso ad esercitazioni dell’aviazione americana. Ecco allora il trucco: muoversi su una rotta civile, come “Ambra 13”, magari nascondendosi sotto un aereo di linea civile.
Occorre che anche il controllo sia, come dire?, “annacquato”, con qualche occhio chiuso e orecchie sorde. É quello che accade quella sera.
Il comandante del DC9, parla con il controllo di Ciampino alle 20,26 e dice:
Sì, senta: neanche Ponza funziona?”
Roma Ciampino: “Prego?”
DC-9: “Abbiamo trovato un cimitero stasera venendo... da Firenze in poi praticamente non ne abbiamo trovata una funzionante”.
Roma Ciampino: “Eh sì, in effetti è un po’ tutto fuori, compreso Ponza”.
Il Mig è guidato dal capitano Ezzedin Fadhel Khalil: della preda sappiamo il nome, ma non il carico. I cacciatori infatti sospettano che su quel Mig ci sia un passeggero importante, nientemeno che il capo libico Muhammar Gheddafi. É un buon motivo per tentare di abbatterlo.
Questa è una storia possibile, una delle tante, ma se sia quella vera non lo sappiamo.

Tracciati radar

radarIl traffico aereo viene monitorato di continuo da stazioni incaricate. Le rotte seguite vengono registrate grazie ai radar e le mappe sono custodite per essere eventualmente controllate in caso di incidenti o di casi strani, com’è appunto quello di cui stiamo parlando.
Cosa succede dunque ai tracciati radar di quella notte? Andiamo con ordine.
Dai tracciati risulta che quella sera c’è traffico sui cieli del Tirreno e non si tratta solo di aerei civili. Molti radar registrano il volo Itavia, tra questi quello di una portaerei americana e, così almeno sembra, di una portaerei francese. Ci sono poi i tracciati civili, quelli dell’aeronautica militare e, per finire, abbiamo la scatola nera del DC9. Una pacchia per gli inquirenti che possono tranquillamente controllare tutto ciò che vogliono. Ma … c’è un “ma”, perché i tracciati spariscono uno dopo l’altro.
Nastri cancellati o semplicemente “non disponibili” e nessun aiuto da parte degli enti coinvolti. Il giudice Priore parla di occultamento di prove da parte di figure politiche e militari della NATO, che ostacolano le indagini. In seguito a questo rapporto quattro generali italiani sono accusati di alto tradimento, poi prosciolti per sopraggiunta prescrizione, quindi non dichiarati innocenti, semplicemente prescritti.
A Marsala c’è il 35° Gruppo Radar dell’Aeronautica Militare. Il tracciato segnala altri due velivoli oltre al DC9. Un errore del radar per alcuni periti, la presenza di altri velivoli per altri. In ogni caso, dai registri vengono strappate le pagine del giorno dell’incidente. Il sottufficiale in servizio non sa cosa dire.
A Licola (NA), altro centro dell’Aeronautica, i tracciati non vengono registrati, finiscono solo sul registro, unica prova a disposizione. Quel registro sparisce misteriosamente.
Il registro di Grosseto riporta una piccola descrizione delle tracce, ma i tracciati sono spariti. Quanto trascritto fa riferimento a due aerei supersonici sulla rotta dell’Itavia e a due caccia in volo di intercettazione dalla Corsica.
Le tracce di Ciampino segnalano manovre di avvicinamento da arte di alcuni velivoli al DC9.
I registri e i tracciati della portaerei Saratoga, della Marina Statunitense, in rada a Napoli, sono spariti.
Viste le illazioni della stampa, l’aeronautica italiana si premura di emettere un comunicato in cui “non conferma” che dalle tracce dei centri radar si possa dedurre che ci fossero aerei militari in volo quella notte. “Non conferma” è un termine debole, rispetto, ad esempio ad “esclude”. Se davvero non c’era nulla sulle tracce, perché non mostrarle e farla finita?
C’è un velo di omertà tra i miltari presenti quella sera e rintracciati dopo anni di ricerche. Un fatto curioso si verifica nel maggio 1988, durante una trasmissione di Corrado Augias. Arriva una telefonata che dice:
“...io ero un aviere in servizio a Marsala la sera dell’evento della sciagura del DC-9. (...) gli elementi che comunico sono molto pesanti. Ad ogni modo, noi abbiamo esaminato le tracce – i dieci minuti di trasmissione di cui parlate, di registrazione che non sono stati visti nell’intero perché noi li abbiamo visti perfettamente. Soltanto che il giorno dopo, il maresciallo responsabile del servizio ci disse praticamente di farci gli affari nostri e di non avere più seguito in quella questione. Dopo dieci anni rivedendo la trasmissione, ho avuto questo fatto emotivo interiore di dover dire la verità! Anonimamente, perché cado nel nulla, la verità è questa: ci fu ordinato di starci zitti! La saluto, saluto anche l’on. Rodotà e tutti quelli che hanno cercato di dire la verità, perché non voglio rogne e non voglio fare...”.
Chissà cosa voleva dire con quella frase chiusa a metà, forse “Non voglio fare la fine di …”? Perché anche in questo campo ci sono delle belle storie misteriose, ma ne parleremo più avanti.

Le inchieste

giornaleLe inchieste sulla strage di Ustica costituiscono una lunga e interminabile storia. Si comincia il 3 luglio del 1980, quando la Procura di Roma affida l’inchiesta a Giorgio Santacroce. Questi ordina immediatamente il sequestro di tutti i tracciati radar dei CRAM (i cetri radar dell’aeronautica militare).
Come visto le resistenze sono formidabili: le risposte arrivano con molto ritardo e con il contagocce e molti dati sono semplicemente scomparsi. Così Santacroce chiede aiuto ad un collega americano, John MacIdull. Utilizzando il poco materiale disponibile si arriva alla conclusione che il DC9 è stato attaccato, forse abbattuto con un missile.
Siccome la politica si deve sempre intromettere, il ministro ai trasporti, il socialista Rino Formica, nomina una commissione di esperti che conclude i suoi lavori nel 1982, dicendo: “Causa dell’incidente è stata la deflagrazione di un ordigno esplosivo. Al momento non si è in grado di affermare se l’ordigno fosse stato collocato a bordo prima della partenza ovvero provenisse dall’esterno dell’aeromobile”.
Nel 1984 viene fatta anche una simulazione: un DC-9, identico a quello caduto segue la stessa rotta ed è intercettato da un caccia. A bordo e a terra gli esperti seguono l’esperimento. Le tracce radar, confrontate con quelle di Ciampino, le sole disponibili, confermano la possibilità che l’aereo civile sia stato colpito da un missile. Siamo nel 1985 e l’aereo giace ancora in fondo al Tirreno. Cosa si aspetta a tirarlo su?
Mentre le aziende incaricate cominciano i lavori, Giuliano Amato, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dice di aver saputo che esistono foto americane del relitto. Di queste foto non se ne è mai saputo nulla, ma magari hanno a che fare con quelle famose tracce in fondo al mare e vicino al relitto di cui ho parlato prima.
Si forma anche una Commissione stragi e poi numerose commissioni di esperti.
I risultati sono sempre cotraddittori: non c’è mai unanimità di giudizio.
Il responsabile dell’inchiesta cambia, fino ad arrivare ad assegnarla al giudice Rosario Priore, un vero mastino. Che cambi qualcosa?

Il giudice Rosario Priore

Rosario Priore si mette all’opera, lavora 10 anni e nel 1999 presenta le sue conclusioni. Sono raccolte in cinquemila pagine, con centinaia di migliaia di documenti di perizie di ogni genere.
Le analisi delle varie possibilità possono essere riassunte come segue.
Che ci sia stato un cedimento strutturale viene escluso. Non è mai successo che in un simile frangente non ci fosse il tempo per un comunicato radio o per tentare un ammaraggio. La registrazione dell’ultima chiacchierata tra i piloti, interrotta così bruscamente su quel “Gua…” indica una interruzione di corrente istantanea. Nessun cedimento strutturale potrebbe essere così immediato e letale. Resta dunque una sola ipotesi: una esplosione. Si tratta ora di stabilire se questa sia stata causata da un ordigno che si trovava all’interno dell’aereo o se è arrivato dall’esterno.
prioreCominciamo con l’ipotesi della bomba a bordo.
Le commissioni che si sono susseguite hanno avuto opinioni diverse e spesso nessuna opinione al riguardo. Tuttavia alcune osservazioni possono essere fatte.
Dalle autopsie sulle vittime non emergono dati che facciano credere alla bomba.
Non si trovano tracce delle famose “fiammate” che lascia un’esplosione diretta. Sulle pareti dell’aereo non ci sono fori dall’interno verso l’esterno. Certo ci sono piccole tracce di esplosivo T4 e TNT, ma entrambi questi esplosivi sono compatibili sia con una bomba che con un missile. Inoltre non va dimenticato che l’aereo rimane anni sui fondali e altri in una base militare e non si può escludere una contaminazione di altra natura con queste sostanze.
Sui cadaveri si trovano numerosi frammenti dei vetri degli oblò. Molti di questi sono intatti. Ma un’esplosione dall’interno così violenta da provocare un simile disastro avrebbe dovuto ditruggerli e scagliarli verso l’esterno.
Dunque si è trattato di un missile?
A dire il vero ci sono anche elementi a favore dell’ipotesi della bomba: il notevole numero di schegge conficcate in profondità sui sedili e sui cuscini; e poi molti altri dettagli minimi, ricercati ed esaminati puntigliosamente tra i frammenti.
Alla fine non c’è una risposta certa e le due ipotesi restano entrambe possibili. Per dirimere la questione ci vorrebbero i tracciati radar, ma di quelli abbiamo già parlato e visto che fine hanno fatto.

Altre stranezze

Tra le cose strane di questa storia ce ne sono alcune che meritano una citazione, anche se breve.
Guglielmo Lippolis è un colonnello italiano di stanza al centro di coordinamento di Martina Franca nel 1980. Nel 1989 (chissà perché così tardi) dichiara di aver trovato tra i rottami del relitto, prima che venissero spostati a Praia a Mare, un casco americano con un nome: John Drake e di aver chiesto (non si sa a che titolo) spiegazioni al comando NATO di Bagnoli. La risposta è che effettivamente c’era un pilota con quel nome, che a seguito di una avaria, si era buttato col paracadute, ma questo avveniva prima del 27 giugno, anche se non si sapeva fornire una data precisa. Di questo incidente non si era saputo niente e poi che il comando non sappia quando un suo aereo cade in mare è davvero grossa.
Le rogatorie successive non sono servite a nulla, ma qualcosa è cambiato nelle dichiarazioni dei vertici USA: quell’incidente non c’è mai stato … e il casco è scomparso: è l’unico reperto trovato che ha fatto perdere le sue tracce.
C’è anche un’altra storia che riguarda un casco. Questa volta è verde e viene trovato sulla spiaggia di Capaci, vicino a Palermo. É il casco di un operatore di ponte di una portaerei. Tra i rottami del DC9 si recuperano due giubbotti di salvataggio di una portaerei. Dalla Sicilia viene trasferito allo Stato Maggiore dell’Aeronautica. Poi non si trova più, ma alla fine riappare in una delle casse di legno in cui sono conservati alcuni rottami di un aereo libico, un Mig, precipitato ufficialmente il 18 luglio sulla Sila, in Calabria. Perché “ufficialmente”? Cosa c’è sotto? Ecco questa è un’altra delle storie curiose legate alla vicenda di Ustica.

Il MIG libico sulla Sila

mig18 luglio 1980, Castelsilano sulla Sila calabrese. Una donna vede un aereo volare basso, superare una collina e poi sente un botto. Arrivano tutti: carabinieri, vicepretore, ufficiale sanitario. L’aereo ha un modesto principio di incendio. Là vicino il corpo di un pilota, morto. Si fanno fotografie e si redige un verbale. Il cadavere è abbastanza evidentemente di un nordafricano, ridotto malissimo. Secondo il verbale dell’ufficiale sanitario in evidente stato di decomposizione, tanto da consigliarne l’immediata sepoltura.
Ma come in decomposizione, se l’indicente è avvenuto da poche ore? E come si concilia questa affermazione con l’altra che, nello stesso verbale, recita: “La morte è avvenuta presumibilmente verso le ore 11,30 di oggi 18 luglio 1980.” E inoltre che il corpo, in stato di decomposizione, viene descritto come “fresco”.
Scherziamo vero?
Non serve essere dei geni per capire che qualcosa non va e così il Ministero della Difesa ordina l’autopsia, che viene eseguita da due illustri professionisti dell’ospedale di Crotone, i professori Rondinelli e Zurlo. La scena si ripete esattamente come giorni prima. Si parla di stato avanzatissimo di decomposizione, di larve nei tessuti, di necrosi gassosa, insomma di situazioni che lasciano pensare ad una morte avvenuta parecchi giorni prima dello schianto. Ma la conclusione è incredibile: la morte può essere fatta risalire a cinque giorni prima: il 18 luglio 1980.
I due professori sono professionisti seri e la sera ci ripensano. Il prof. Rondinelli scrive un supplemento di perizia, con le opportune modifiche, che fanno sì che la morte debba essere retrodatata di molti giorni. Il suo collega Zurlo legge e controfirma. Questo supplemento di perizia viene consegnata alla procura di Crotone. É il 24 luglio 1980.
24 ore dopo arriva un alto ufficiale dell’aeronautica che convoca i due professori, mostra loro una foto del pilota a terra morto ma che perde sangue. L’obiezione che quelle foto non hanno data resta inevasa. Di quel supplemento di perizia si perde ogni traccia.
Una commissione mista italo-libica, ma fatta tutta da militari chiude l’indagine dichiarando che il povero pilota aveva avuto un’avaria e si era diretta verso le coste italiane, dove era precipitato e morto. I suoi resti vengono portati in Libia, i rottami dell’aereo tornano in patria, meno alcune parti che finiscono in alcune casse a Pratica di Mare. Le casse dove rispunta il famoso casco verde.
Cosa c’entra questa vicenda con quella dell’aereo Itavia e degli 81 morti?
Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Credo sia chiaro che nessuno sano di mente si può bere una storiella come quella raccontata sul MIG libico, per cui le indagini, gli interrogatori, gli accertamenti minuziosi continuano, fino ad arrivare a conoscere una realtà assai diversa e sconvolgente.
Nel 1990, su Repubblica appare un articolo in cui si intervista un ex militare che aveva fatto la guardia a quel MIG sulla Sila. Il giudice Priore lo convoca per interrogarlo. Era di guardia, assieme ad altri commilitoni, a quel caccia caduto e al cadavere del pilota. Erano gli ultimi giorni di giugno. Poi il cadavere scompare. Un ufficiale lo tranquillizza dicendo che è tutto a posto. E aggiunge che su quel servizio è loro imposto il segreto massimo. Priore coinvolge altri reparti comandati allo stesso incarico. E ha numerose conferme. Qualcuno ricorda che sul luogo era arrivato anche un ufficiale della NATO e altri che parlavano inglese.
Le testimonianze crescono. Molti civili, abitanti nella zona, ricordano quell’episodio. Del resto non è che nella vita ti capiti spesso di veder cadere un aereo. C’è, in particolare, il racconto di un avvocato di Catanzaro, che ricorda perfettamente anche la data, perché – dice – il giorno dopo aveva aperto il giornale per vedere cos’era successo al MIG ed invece legge di un altro aereo precipiato in mare, un aereo civile, quello dell’Itavia. Del MIG, invece, nessuna notizia.
Un funzionario del Ministero delle Finanze, in vacanza sulla costa tirrenica ricorda che dietro quel caccia ce n’erano altri due che l’inseguivano e lanciavano “palle di fuoco” volando così bassi da fargli temere di esserne travolti. Il giorno non lo ricorda, ma è sicuramente vicino a quello della strage di Ustica, perché ricorda di aver associato, allora, i due episodi.

La storia “immaginata” dal giudice Priore

Questi sono solo alcune delle stranezze relative al MIG. Ce ne sono tante altre che vi risparmio. Messe tutte assieme portano il giudice Priore ad una conclusione ben diversa da quella che si vuol far credere. Ecco le sue parole:
disegno
Di fronte a una tale massa di prove, molte delle quali oggettive, si supera ogni ragionevole dubbio e si giunge alla certezza che l’incidente della caduta del Mig non si è verificato il giorno che s’è voluto accreditare – con una messinscena quasi perfetta – è accaduto molto tempo prima, e per più versi si può anche presumere che sia capitato in quelle medesime circostanze in cui precipitò il DC-9 Itavia. Non solo: è caduto in conseguenza di abbattimento e probabilmente anche per mancanza di carburante, perché inseguito da altri velivoli da caccia, e quindi per effetto di un vero e proprio duello aereo, un episodio di natura bellica, avvenuto sul nostro territorio, ad opera di velivoli stranieri (...) e quindi senza, o almeno così appare, che la nostra Difesa s’avvedesse di alcunché”.
Una messinscena, dice Priore. Una storia di inseguimento ad un aereo probabilmente già colpito che, finito il carburante, si schianta sui monti della Sila. Nessun testimone? Le cose non stanno proprio così. Di sicuro il pilota libico avrà comunicato alla radio quello che stava accadendo. Di sicuro i tracciati radar hanno seguito quel duello. Ma nessuno ne parla e poi c’è un fatto più grave su cui concentrarci: il DC9 dell’Itavia caduto in mare.
Passati i giorni roventi il cadavere, manenuto in qualche frigorifero, è stato riportato là, un altro aereo è stato fatto cadere sul luogo e il gioco è fatto.
Questo è quello che immagina il giudice e così va a caccia di un frigo negli aeroporti meridionali. A Gioia del Colle un banco bar dell’aeroporto è stato dismesso il 31 dicembre. É stato dichiarato fuori uso il 17 luglio 1980, il giorno prima del ritrovamento ufficiale del MIG libico. Strano, no?
Ma sono solo illazioni, per portare in tribunale una simile storia occorrono prove certe anzi più che certe.
E le prove non ci sono. Ma il nostro giudice va avanti lo stesso e si forma una sua idea su quello che è successo.
Dunque il MIG libico segue il DC9 sulla rotta “Ambra13”. Due caccia non identificabili lo scoprono e lo attaccano. É questa scena che osservano i due F104 italiani, lanciando il segnale dall’allarme. Il MIG allora si avvicina al DC9, gli va sotto la pancia, ma i due caccia non demordono e si preparano ad un attacco. É questo che devono aver visto i piloti dell’Itavia, senza però avere il tempo per una qualsiasi reazione.
A questo punto le ipotesi sono due. La prima, quella che per Priore è la più probabile, è che il MIG scatti in avanti superando il DC9 passandogli così vicino da provocare una near collision, un sovraccarico aerodinamico e molto probabilmente la rottura dell’ala sinistra, innescando così un effetto devastante. Il crollo del motore di sinistra interrompe la fornitura di energia elettrica. Così si spiega quella frase lasciata a metà; “Gua…”.
L’altra ipotesi è che uno dei caccia lanci un missile ad effetto blast, vale a dire con una esplosione vicina all’obiettivo, senza colpirlo direttamente. Il MIG riesce a sfuggire e l’effetto devastante del missile si rivolge sull’aereo civile.
veritaMentre il DC9 precipita, i tre aerei continuano la loro lotta verso le coste calabresi, volando a pelo d’acqua e sfuggendo così ai tracciati dei radar.
Certo questa storia non spiega tutti i dettagli che sono poi emersi. Manca, nel racconto il serbatoio trovato in mare, il casco di John Drake. Forse nel duello è caduto anche un aereo dei cacciatori, pilotato proprio da John Drake; forse è finito in mare assieme all’aereo civile. Forse quel caccia è stato portato via nei mesi seguenti la tragedia di Ustica e le macchine che hanno eseguito l’operazione hanno lasciato le loro tracce nella sabbia in fondo al mare.
Alla fine il giudice Priore non ha molti dubbi e nella sua conclusione scrive:
L’incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”.
Ma chi siano i cacciatori non si riesce a provarlo e il giudice deve decretare il non luogo a procedere perché gli autori dei fatti rimangono ignoti. Ma qualcuno deve pur pagare. Priore si rivolge contro i militari dell’aeronautica e contro i politici che governano in quel momento il paese.
La messa sotto accusa di un numero impressionante di militari di ogni grado e livello contiene parole durissime. Come già anticipato, quattro generali (Bartolucci, Ferri, Melillo e Tascio) vengono accusati di altro tradimento. Le accuse riguardano l’occultamento di documenti, l’omertà nelle dichiarazioni. Per capire il tono delle conclusioni dell’istruttoria, basta leggere poche righe.
“Quasi tutti gli operatori, ad ogni livello, hanno preferito risposte indecorose mostrando totale ignoranza del proprio mestiere, pur di ostacolare l’inchiesta. Che non hanno ammesso l’evidenza delle loro azioni a consolle, asserendo di non capire le minime nozioni di radaristica, azioni le cui registrazioni venivano loro mostrate e contestate. O che hanno dato spiegazioni assurde, oltre il limite del lecito e del ridicolo”.  

E i politici?

Qui le cose diventano ancora più complicate. Cossiga, presidente del consiglio, Amato, suo sottosegretario e Lello Lagorio, ministro della Difesa, all’epoca dei fatti non muovono neanche una paglia. Tutto è in mano alle commissioni, formate da elementi appartenenti all’Aeronautica militare. Questa scelta non deve scandalizzare. É logico assegnare l’incarico all’organizzazione che può farlo, avendo i mezzi e le competenze opportune. Purtroppo gli ambienti militari hanno sempre riferito ai politici che non c’era niente di strano quella sera sui cieli sopra il Tirreno. Con ogni probabilità indagatori ed indagati facevano parte della stessa famiglia e, sapete come si dice: “cane non mangia cane”.
Certo in quel periodo di cose nascoste o da nascondere ce ne sono davvero tante e quindi non sappiamo in realtà quale ruolo abbiano giocato i vertici del nostro governo. Nel 2007, Cossiga in una intervista a SkyTg24, quindi pubblica, sostiene che i Servizi segreti lo avevano informato, quando era presidente della repubblica che erano stati i francesi ad abbattere il DC9, nel tentativo di colpire un aereo libico che avrbbe trasportato Gheddafi. Lo stesso Gheddafi, al contrario, ribadirà di non essere mai stato su quell’aereo, ma che il caccia che stava andando in Yugoslavia per riparazioni era stato abbattuto da aerei della marina militare statunitense.
Insomma, come vedete, una sagra di dichiarazioni che si contraddicono l’un l’altra. Quello che è certo è che la Libia e il suo capo non stavano molto simpatici agli USA, tanto da bombardare Tripoli nel 1986 nel tentativo di eliminare Gheddafi. Si trattava, all’epoca, di una rappresaglia per l’attentato di Berlino alla discoteca “La Belle” in cui erano morti tre militari statunitensi e moltissimi altri erano rimasti feriti.

I processi

Nonostante non si possa agire contro qualcuno per il reato di strage, alcuni processi si fanno.
Quello contro i militari è una delle tante barzellette della giustizia italiana. Si apre il 28 settembre 2000 e termina nel 2004. Nessuno viene condannato o perché il fatto non sussiste o, nella maggior parte delle situazioni, per l’intervento della prescrizione dei reati. La cosa è talmente disgustosa che evito di entrare nei dettagli. Inoltre si dichiara che la caduta del DC9 e quella del MIG libico non sono da considerare in relazione. Nessuna traccia del supplemento di perizia dei professori calabresi compare in tribunale, mentre viene acquisita agli atti quella famosa foto con il sangue fresco del cadavere del pilota libico.
Cinque anni più tardi parte un nuovo processo nel quale i generali Bartolucci e Ferri vengono dichiarai innocenti (il fatto non sussiste). Nella stessa occasione la Corte nega il risarcimento all’Itavia ed esclude responsabilità a carico dei ministeri cionvolti, quello dei Trasporti e della Difesa.
La procura ricorre in appello. Nel 2007 la sentenza è la stessa: “non è possibile ricavare elementi di prova a conforto della tesi di accusa”.
Sembra finita qui, ma non è così. Questo caso così ricco di sorprese e colpi di scena ha un ultimo sussulto.
La Cassazione nel 2009 accoglie il ricorso dell’Itavia in riferimento alla responsabilità dei due ministeri. Tuttavia la Corte d’Appello di Roma rigetta la domanda di risarcimento, sostenendo che “vero è che vi è stato depistaggio, ma non vi è prova che questa attività sia stata la causa del fallimento della Compagnia Itavia.”
Una sconfitta per l’Itavia, ma questa volta c’è un elemento nuovo: per la prima volta, nella sentenza di un tribunale, si riconosce che “vi è stato depistaggio”.
E allora ecco il processo di Palermo, che si apre nel 2011 e che pone in discussione il diritto al risarcimento da parte delle vittime. Il 10 settembre 2011 la sentenza è chiarissima. Si riconosce tutto quello che abbiamo raccontato fin qui: il depistaggio e le teorie relative all’abbattimento del DC9. I ministeri dei Trasporti e della Difesa sono ritenuti responsabili della mancata sicurezza del volo, di non aver saputo controllare la rotta dell’aereo attraverso i radar e di aver ostacolato la ricerca della verità. Si decreta un risarcimento di oltre 100 milioni di euro per gli eredi delle 81 vittime.
Ricorsi e conferme si susseguono fino alla conclusione dei dibattimenti. Accade a Palermo, il 7 aprile 2015. Le motivazioni delle sentenze vengono ribadite tutte. Va risarcita l’Itavia, gli eredi delle vittime e a pagare devono essere i due ministeri sotto accusa. Il tribunale mette anche la parola fine alla querelle infinita: il DC9 – sostiene la Corte – è stato abbattuto da un missile non identificato in uno scenario di guerra”.
Mi sembra più che evidente che tutto questo abbia un sapore amaro, perché nessuno sa, almeno non ufficialmente, dall’aereo di quale nazione quel missile è partito. Ma c’è anche dell’altro che dà da pensare.
I processi civili sono proseguiti ancora. Così, ad esempio, pochi mesi fa, il 10 luglio 2017 la prima sezione civile della Corte di Appello di Palermo ha condannato il ministero della Difesa e il ministero dei Trasporti a risarcire 45 famigliari di alcune delle 81 vittime della strage di Ustica per complessivi 55 milioni di euro. 

I dubbi rimangono

Ho accennato ad un libro, “Ustica storia e controstoria” scritto da Eugenio Baresi. L’ho letto e devo dire che non mi è piaciuto l’approccio come di uno che sa tutto lui mentre gli altri sono sono degli imbecilli, quando va bene. Tuttavia, per completezza di informazione voglio citarlo ancora, perché pone una serie di dubbi sull’esito dei processi, specialmente di quelli civili. Non ho il tempo di entrare nei particolari, ma chi volesse può leggerlo: è edito da Koinè e costa 15 euro in libreria. On line potete averlo anche per meno.
C’è tuttavia una osservazione, una delle tente che Baldini fa, che mi sembra interessante e condivisibile. Il succo è questo.
Lo Stato è stato chiamato a risarcire, con varie successive sentenze l’Itavia e gli eredi del suo proprietario Davanzali, nel drattempo deceduto. C’è anche da dire che la compagnia aerea, prima del disastro di Ustica, navigava in acque molto cattive e l’episodio del DC9 è stata solo una goccia che ha fatto traboccare un vaso pieno di inadempienze, che hanno portato al fallimento.
Lo Stato è stato chiamato a risarcire i parenti delle vittime. Mettere in primo piano le vittime e i loro eredi è doveroso e giusto. Nessuno, nemmeno la verità e la giustizia, hanno sofferto quanto loro.
Lo Stato insomma, alla fine, deve tirar fuori circa mezzo miliardo di euro di sanzioni, stabilite dagli stessi tribunali che concludono essere un missile straniero la causa della strage. L’osservazione di Baldini è semplice: chi deve pagare quella cifra? Nominalmente sono i ministeri dei Trasporti e della Difesa, i quali vivono grazie alle tasse degli italiani. Ecco quindi l’assurdo: a pagare sono i cittadini itaiani che, ovviamente, non sono responsabili di nulla. Del resto i tribunali penali hanno dichiarato che le alte cariche dell’aviazione, quelli che hanno palesemente manovrato perché non si arrivasse alla verità, sono innocenti o comunque non sono punibili e quindi non possono essere loro a pagare. Allo stesso tempo non c’è un paese straniero o una organizzazione, come potrebbe essere la NATO, a cui chiedere di rendere conto non solo dell’assassinio di 81 persone, ma anche dei risarcimenti dovuti.
Come si capisce, un intreccio diabolico dal quale non si esce in nessuna maniera.
Questa è un’altra delle infinite incongruenze di questa vicenda, che, pur essendo passata al vaglio di numerose indagini, di commissioni parlamentari e di vari tribunali, alla fine resta senza colpevole. Si è cercato il come, ma manca una parola decisiva sul perché e, soprattutto sul chi. Come quasi sempre accaduto per le stragi e le morti misteriose di quegli anni. Alla faccia di 81 cittadini, tra cui 13 bambini, morti, ancora una volta senza nessun motivo.

Tutto qui?

No, non è tutto qui, ci sono alcuni sviluppi successivi ed altri recenti che meritano di essere raccontati.
Cominceremo da una serie di morti, perdonate se abbiamo da riferire di così tanti cadaveri, ma la storia è la storia e chi vi parla non può inventarne una migliore, meno cruda per farvi passare una serata migliore.
Cominciamo con la storia di Mario Alberto Dettori.  Il 27 giugno il maresciallo di seconda classe Dettori si trova nella sala di controllo del centro radar di Poggio Ballone in provincia di Grosseto. L’attività è frenetica si cerca una qualsiasi traccia per capire che fine ha fatto quel DC9 dell’Itavia che non risponde più dalle 21.00 a nessuna richiesta via radio. Il compito del maresciallo è assistente controllore di difesa aerea.
La storia che sto per raccontare è raccolta da un giornalista, Fabrizio Colarieti, che si è occupato con tre pubblicazioni della faccenda Ustica, guardandola da tre punti di vista differenti. A lui va il merito di quanto riporto.
La mattina dopo Alberto è di pessimo umore. A detta della moglie Carla, si aggira in cucina borbottando “É successo un casino, qui vanno tutti in galera”.
Passano sette anni, è il 31 marzo 1987. Dettori esce di casa, accompagna la figlia a scuola, poi deve andare a prendere l’acqua, come al solito, come sempre. Non c’è motivo di dubitare che sia una giornata diversa dalle altre. Ma nel pomeriggio Alberto non torna e la moglie si preoccupa sempre più. Chiama un collega e assieme cominciano la ricerca, che si conclude in riva al fiume Ombrone, in un luogo isolato. C’è il furgone di Alberto e un corpo che pende dall’albero là vicino. Sono le 17. Arrivano i carabinieri e il medico legale, poi il corpo viene portato dall’ambulanza all’obitorio. Qui il comandante del centro di Poggio Ballone, tenente colonnello Carlo Arrivas, e il maggiore Giuseppe Foschi riconoscono nel cadavere il maresciallo Alberto Dettori.
Alle 18,15, il caso è chiuso: il fonogramma spedito dai carabinieri infatti è chiaro: non ci sono responsabilità di terzi. In termini più accessibili significa che Alberto si è suicidato. Nessun esame viene disposto, né un’autopsia, né un esame tossicologico, niente di niente.
Non solo. Il funerale è gestito dall’Aeronautica militare, fiori e tumulazione compresi. Il riconoscimento è fatto dai suoi superiori. Perché la famiglia non viene coinvolta? Eppure Alberto alla famiglia, moglie e tre figli dai 7 ai 16 anni, ci teneva parecchio. Questo lo sapevano proprio tutti.
Il caso viene ufficialmente chiuso il 13 aprile, nemmano due settimane dopo la morte, quando il procuratore della repubblica decreta di non doversi promuovere l’azione penale, poiché non ricorrono gli estremi di reato, trattandosi di suicidio alla cui produzione non ha concorso la responsabilità di terzi. Il caso Dettori, per la giustizia, è archiviato. Perché tutta questa fretta?
Quando il giudice Priore presenta la conclusione della sua istruttoria, trova tempo anche per Dettori e scrive:
Sulla sua morte restano indizi che egli fosse in servizio la sera del disastro in sala operativa, che sia stato teste di quanto avvenuto e “visto” da quel radar, che si sia o sia stata determinata in lui una mania di persecuzione per i fatti in questione, specie nel periodo di missione in Francia. Se ha visto quello che mostravano gli schermi di quel centro radar, che aveva visione privilegiata su tanta parte della rotta del DC9 e di quanto intorno ad esso s’è consumato, se ne ha compreso la portata, al punto tale da confessare a chi gli era più vicino che quella sera s’era sfiorata la guerra, ben si può comprendere quanto grave fosse il peso che su di lui incombeva. E quindi che, in uno stato di depressione, si sia impiccato. O anche, dal momento che egli stava diffondendo le sue cognizioni, reali o immaginarie, e non fosse più possibile frenarlo, che sia stato impiccato. Sui singoli fatti come sulla loro concatenazione non si raggiunge però il grado della prova.
Certo, non ci sono prove, come nella maggior parte degli eventi legati alla strage di Ustica. Tutto inutile allora? Non proprio.
Lo strano suicidio del maresciallo Dettori, entra nuovamente nella storia nel 1990. La moglie Carla, infatti, si presenta al giudice e racconta la sua versione dei fatti, riportando quello che Alberto aveva detto, come era tornato frastornato e un uomo diverso dalla missione in Francia. Priore la ascolta e ascolta tutti gli altri che raccontano fatti curiosi della vita di Alberto. I cognati, gli amici, i colleghi in Italia e in Francia. Viene alla luce una preoccupazione enorme del maresciallo per i fatti di Ustica, mezze frasi, accenni. L’atteggiamento di alcuni colleghi ai funerali sono sospetti. Si muove alla fine anche il governo italiano chiedendo alla Francia chiarimenti sulla vicenda, senza ottenere risposte adeguate.
Recentemente la procura di Grosseto, dopo l'esposto presentato dalla famiglia e l'associazione Rita Atria, ha fatto riesumare i resti e disposto accertamenti presso l'istituto di medicina legale di Siena.
"Finalmente qualcosa si muove" dice Barbara Dettori; lei ha 16 anni quando suo padre viene trovato impiccato. "Hanno scritto che fu scoperto da colleghi dell'aeronautica, ma non è vero: fu trovato da amici di famiglia che non vennero mai sentiti da nessun investigatore... ". Dopo la notte di Ustica, Dettori si era confidato con il capitano Mario Ciancarella e con Sandro Marcucci, ufficiale che aveva aderito al movimento costituito all'interno delle forze armate per "democratizzare" l'universo delle stellette.
Ciancarella e Marcucci indagano: "Mio padre disse a Ciancarella, ti do tre elementi, uno di questi era di andare a vedere a che ora quella notte fossero decollati e atterrati i due caccia dalla base di Grosseto - riprende Barbara - I piloti dei due aerei erano Nutarelli e Naldini, morti a Remstein il 28 agosto 1988, durante una esibizione delle Frecce Tricolori". Anche Marcucci muore in un incidente aereo con il suo piper il 2 febbraio del 1992 e un anno fa la procura di Massa ha disposto la riesumazione dei resti. Ciancarella viene espulso dall'aeronautica con un provvedimento firmato dall'allora presidente Sandro Pertini, ma il tribunale di Firenze lo scorso settembre dichiara falso sia il documento che la firma.
Quante stranezze, quante storie che, forse, sono legate alla vicenda di Ustica. E le morti improvvise non finiscono certo qui.
C’è una serie di morti sospette e di testimoni scomparsi che lo stesso giudice Rosario Priore definisce: «Una casistica inquietante. Troppe morti improvvise».
Vediamola questa lista che, secondo il magistrato, è di una decina di morti strane, ma forse sono di più.
3 agosto 1980 - In un incidente stradale perde la vita il colonnello Pierangelo Tedoldi che doveva assumere il comando dell’aeroporto di Grosseto.
9 maggio 1981 - Stroncato da un infarto muore il giovane capitano Maurizio Gari, capocontrollore della sala operativa della Difesa aerea a Poggio Ballone. Era di servizio la sera del disastro.
23 gennaio 1983 - In un incidente stradale perde la vita Giovanni Battista Finetti, sindaco di Grosseto. Aveva ripetutamente chiesto informazioni ai militari del centro radar di Poggio Ballone.
12 agosto 1988 - Muore in un incidente stradale il maresciallo Ugo Zammarelli. Era in servizio presso il SIOS (Servizio segreto dell’aeronautica) di Cagliari.
28 agosto 1988 - Durante una esibizione delle Frecce Tricolori a Ramstein (Germania) entrano in collisione e precipitano sulla folla i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. Quest’ultimo due giorni dopo doveva essere interrogato da Priore. La sera del 27 giugno 1980 si erano alzati in volo da Grosseto e avevano lanciato l’allarme di emergenza generale. Perché? Cosa avevano visto? I comandi dell’aeronautica militare e la Nato non lo hanno mai rivelato. Questa storia l’ho raccontata nella scorsa puntata di Noncicredo.
1° febbraio 1991 - Viene assassinato il maresciallo Antonio Muzio. Era in servizio alla torre di controllo di Lamezia Terme quando sulla Sila precipitò il misterioso Mig libico.
13 novembre 1992 - In un incidente stradale muore il maresciallo Antonio Pagliara, in servizio alla base radar di Otranto.
12 gennaio 1993 - A Bruxelles viene assassinato il generale Roberto Boemio. La sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità per la sciagura del DC 9 e per la caduta del Mig libico sulla Sila. La magistratura belga non ha mai fatto luce sull’omicidio.
21 dicembre 1995 - È trovato impiccato il maresciallo Franco Parisi. Era di turno la mattina del 18 luglio 1980 (data ufficiale della caduta del Mig libico sulla Sila) al centro radar di Otranto.  Doveva essere ascoltato come testimone da Priore. Anche questo un suicidio del tutto inspiegabile.
Certo si può dire che possono essere tutte coincidenze: le morti, il ruolo dei deceduti, i racconti di parenti e amixi. Quelle mezze frasi riportate che, soprattutto Dettori, avrebbe rilasciato del tipo “Abbiamo rischiato la terza guerra mondiale”.
Prendete dunque questo racconto per quello che è, una testimonianza ulteriore, forse legata alla caduta del DC9 dell’Itavia.

E adesso?

Vediamo adesso le novità degli ultimi anni, gli sviluppi più recenti di questa incredibile vicenda.
Cominciamo con il 2014, quando il primo ministro Matteo Renzi decide che i documenti segretati relativi alla strage di Ustica, possono essere resi pubblici. Purtroppo quello che emerge non è un granché, nel senso che si tratta di documenti che riportano le notizie che si sapevano già. Non tutto però viene portato alla luce. Ci sono ancora documenti che sono rimasti nei cassetti. Secondo i politici, tuttavia, questi sono perfettamente inutili. Ma se sono inutili, perché coprirli ancora col segreto? Sarà vero?
Poi ci sono ancora nuove rivelazioni, che vengono diramate a gran voce dalla televisione La7, nel programma condotto da Andrea Purgatori. Sono scioccanti, secondo la pubblicità dell’emittente. Un marinaio statunitense si fa vivo con verità strabilianti 37 anni dopo la strage. Perché non prima? Strano!
Ecco, comunque, la sua versione.
Brian Sandlin è un marinaio in servizio sulla portaerei Saratoga quel 27 giugno 1980. La nave sta viaggiando in mare e non è in rada a Napoli, come sostenuto dal governo degli Stati Uniti. Il marinaio è in plancia e assiste al rientro di due caccia Phantom, che erano partiti per una missione nei cieli del Mediterraneo.
Dice: “Eravamo coinvolti in una operazione NATO e affiancati da una portaerei britannica e una francese. Il capitano Flatley ci informò che durante le nostre operazioni di volo due Mig libici ci erano venuti incontro in assetto aggressivo e avevamo dovuto abbatterli. In plancia c’era un silenzio assoluto. Non era consentito parlare, non potevamo neppure berci una tazza di caffè o fumare. Gli ufficiali si comportavano in modo professionale ma parlavano poco fra loro".
Secondo Sandlin poi i radar della Saratoga funzionavano benissimo, smentendo così le dichiarazioni ufficiali che avevano sotenuto che erano spenti. Non solo, il marinaio racconta che la Saratoga aveva mollato l’ancora e aveva lasciato Napoli per una esercitazione cruciale. Si trattava di far vedere a Gheddafi che le sue minacce non spaventavano gli Usa. Giunti nella zona di operazione, furono fatti decollare decine di aerei, fra caccia e velivoli di supporto. Sandlin non poté fare a meno di notare che i Phantom tornarono scarichi. Senza i missili aria-aria che sono la loro ragion d’essere. “Lo videro tutti, qualcosa bisognava dire”, e infatti qualcosa il comandante disse. Parlando direttamente dagli altoparlanti con cui si fanno le comunicazioni a tutto l’equipaggio l’ammiraglio James H. Flatley spiegò che “due MIG libici ci erano venuti incontro in atteggiamento aggressivo e avevamo dovuto abbatterli”.
C’è un altro personaggio che entra in questa storia. Si tratta di un detenuto nelle carceri londinesi. Dopo 12 anni chiede di poter terminare la pena in Italia e quindi viene estradato. Si tratta di Franco Di Carlo, che conosce a Londra un agente segreto siriano, che gli confida un sacco di cose sulle stragi del 1980: Bologna e, appunto Ustica.
In particolare sostiene che la bomba di Bologna è una conseguenza di quella di Ustica. Infatti la sera del 27 giugno i servizi segreti di mezza Europa e la CIA vengono a sapere di un viaggio segretissimo del presidente libico Gheddafi. Un viaggio che evidentemente tanto segreto non è. Così si progetta l’eliminazione del capo libico.
Così gli americani mettono un caccia sulla scia del velivolo sul quale vola Gheddafi, e il volo Itavia avrebbe reso quell’attacco invisibile ai radar. Ma qualcosa non funziona: i libici sono avvertiti e intervengono. Così sui cieli del Tirreno si scatena una vera e propria azione di guerra. Un aereo americano viene colpito e cade in mare, un MIG viene inseguito fino in Calabria. Nel duello a rimetterci è l’aereo civile che, come ben sappiamo, cade in mare, colpito e affondato.
Lo stesso colonnello Gheddafi, anni dopo, ammetterà che Ustica aveva a che fare con un attentato alla sua persona.
E Di Carlo, interrogato dai magistrati che indagano sulla vicenda del DC9, compreso Rosario Priore, racconta questo: “Ai libici non era andato giù che i servizi italiani e alcuni politici avessero complottato con gli americani per uccidere il colonnello. Programmarono un attentato per farcela pagare. Bologna non fu scelta a caso, era la città dal quale era partito l’aereo Itavia”.
Veri o falsi che siano questi racconti, inquadrano perfettamente il periodo storico, del quale Noncicredo vi ha già raccontato molti episodi e non ci fermeremo certo qui.
Depistaggi, trattative e mentalità mafiosa esistono e sempre sono esistite nel nostro Paese, verità emerse in tutta la loro evidenza, continuano ad essere negate e, nel contempo, si attacca coloro che lottano per la legalità, per negare e insabbiare ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti.
É tutto, su questa triste vicenda, che riesce difficile perfino riassumere, per la quantità di sfaccettature che la compongono. Ci sono certo alcuni punti fermi. L’intervento di una o più potenze straniere con aerei da guerra sul nostro territorio. Una serie infinita di depistaggi e di ostacoli alle indagini portate avanti dall’Aeronautica militare. Una posizione quanto meno dubbia dei vertici politici dell’epoca, che nulla hanno fatto a suo tempo per chiarire la vicenda. E come in molte altre storie che ho raccontato qui a Noncicredo, è molto forte la sensazione che chi governava allora sapesse tutto, ma che si sia portato nella tomba anche questo grande segreto. C’è il fatto che tutti noi paghiamo economicamente per quello che è successo, probabilmente paghiamo al posto di quelle potenze straniere.
E poi c’è il fatto assodato più importante: 81 cittadini italiani ammazzati, i resti della maggior parte dei quali giacciono da qualche parte nelle profonde acque del Tirreno a poche decine di miglia da Ustica.
Ancora una volta questo giallo finisce senza colpevoli con la rabbia di chi è impotente e può solo riferire, perché i morti non tornano e neppure la fiducia dei cittadini.
Nonostante ci siano versioni differenti, questa non è stata una storia di fantasia, ma il racconto di come si sono snodati gli eventi nel corso degli anni.
Spero di avervi incuriosito al punto da voler ripercorrere in autonomia la vicenda leggendo articoli e libri che, sul tema, sono presenti in abbondanza. Buona caccia!

2 agosto 1980, ore 10,25

bologna02Come ho avuto modo di scrivere più e più volte, quello che leggete in questa sezione è quanto emerge dalle dichiarazioni, dagli interrogatori, dalla varia documentazione disponibile sui vari casi. Pretendere che sia per forza anche la verità non è possibile, dal momento che, con tutti i lati oscuri di ogni vicenda, spesso la verità riposa con protagonisti ormai defunti. Resta tuttavia l’interesse per un mondo che è stato quello del nostro paese e, per molti di noi, il mondo in cui siamo vissuti e cresciuti.
Oggi vorrei raccontarvi la storia di una strage, un odioso attentato che ha provocato molte decine di morti e moltissimi feriti, lasciando, a quasi 40 anni di distanza, una ferita nel nostro paese e nella città dove tutto questo è accaduto, Bologna.
Prima di cominciare, i Pink Floyd e l’annuncio al telegiornale di quel tragico 2 agosto del 1980.

Addio mondo crudele, addio a voi tutti, non c’è niente che possiate dirmi per farmi cambiare idea” cantano i Pink Floyd all’inizio dell’introduzione. Oggi parlerò di questo, della strage alla stazione di Bologna.
É estate e fa molto caldo. La gente parte per le vacanze. Chi dal Nord scende sulla riviera adriatica passa per Bologna. Chi dal Centro Sud sale per recarsi ai laghi o in montagna passa per Bologna. Bologna è il centro del mondo. La sala d’aspetto di seconda classe è piena. Ci sono anche molti bambini assieme alle famiglie. Ci sono ritardi come capita spesso in quel periodo dell’anno e in quegli anni.
Vicino alla porta di ingresso c’è un tavolino, alto mezzo metro. Sopra una valigia. Dentro una bomba. La bomba scoppia.
L’intera ala della stazione che contiene la sala d’aspetto, con gli uffici al secondo piano, il bar e il ristorante viene sollevata per aria e ricade giù, tirandosi dietro tutto, dalle fondamenta al tetto. Si crea un’onda d’urto che si infila nel sottopassaggio, arriva fino ai treni in attesa sui binari e dall’altra parte esce sulla piazza e si porta via come fossero giocattoli i taxi in attesa di clienti. Tutta la città di Bologna sente il boato. Si conteranno 85 morti e 200 feriti. Sono le 10,25 del 2 agosto del 1980.
La prima voce che gira è che si tratti di un incidente. Forse è scoppiata una vecchia caldaia, proprio sotto la sala d’aspetto, una sfortunata disgrazia. Ma non ci vuole molto a capire che questa è una balla. La caldaia è da tutt’altra parte e poi funziona benissimo.
I lavoratori della stazione hanno subito capito tutto: è stata una bomba. L’odore di polvere da sparo dopo il botto è molto forte, loro non hanno dubbi.
Arriva il presidente del consiglio, Francesco Cossiga che usa termini inequivocabili: “deflagrazione dolosa”. E così parte l’inchiesta.
Viene affidata al procuratore Ugo Sisti, il quale apre un fascicolo per strage. La prima parte dell’inchiesta si occupa del come. Poi servirà occuparsi del chi e infine del perché.
Nella borsa – dice la perizia – c’erano 23 kg di esplosivo: 18 di nitroglicerina e 5 di un composto che si chiama “Compound B”, formato da tritolo e T4, un esplosivo che si ricava dalle ogive dei proiettili usati dai militari. É importante ricordare questo fatto per quello che racconteremo dopo.
La posizione della bomba proprio sotto il muro portante di quell’ala non lascia spazio a molti dubbi. Chi ce l’ha messa voleva proprio fare una strage, voleva fare il massimo numero di morti.
É un periodo per niente tranquillo quello degli anni ’70 in Italia. Sono attivi vari gruppi neofascisti, sotto la guida ideologica di Franco Freda, editore padovano e implicato in numerose vicende piene di morti.
bologna03Si parte dalla strage di Piazza Fontana a Milano, per la quale i tribunali di assise hanno concluso che Freda veniva assolto per mancanza di prove. É anche vero che nel 2005 la Cassazione ha affermato che la strage di Piazza Fontana fu realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell'alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», dichiarandoli però non più processabili in quanto «irrevocabilmente assolti dalla Corte d'assise d'appello di Bari». Freda ha sempre negato tutto questo, definendo la strage milanese come “immorale”.
Ai 16 morti e 88 feriti vanno aggiunti quelli di altre stragi successive: quella di Peteano con 3 morti, quella alla questura di Milano con 4 morti, quella del treno Italicus con 12 morti e quella di piazza della Loggia a Brescia con 8 morti.
Tutto questo sangue rientra in quella che viene definita “strategia della tensione”. Il mezzo è quello di creare allarme e panico tra i cittadini e lo scopo quello di favorire un governo forte, autoritario, non democratico. Chi può mai avere interesse a questo?
Nel 1978 nelle questure italiane erano nate delle squadre specializzate nell’indagine su reati particolari, compresi quelli legati al terrorismo. Queste organizzazioni si chiamano DIGOS: esistono e sono operative ancora oggi.
Bene, tocca proprio alla DIGOS indicare agli inquirenti la strada da prendere. Loro hanno pochi dubbi: cercare i colpevoli tra gli estremisti di destra.
Vengono emessi 28 ordini di cattura, che poi diventeranno 50 e riguardano elementi dell’eversione fascista di quegli anni.
E, proprio come in tutte le storie che ho raccontato qui a Noncicredo, avvengono fatti curiosi e strani durante le indagini. Ci sono molti tentativi di depistare le indagini, di far seguire filoni diversi e alternativi a quella dell’eversione di destra nostrana.

La pista internazionale

bologna04Cominciamo con una telefonata che arriva ai magistrati e indica nei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) gli esecutori della strage. I Nar sono in quegli anni la nuova frontiera dell’estremismo nero. Molto lontani dai loro “padri politici” Ordine nuovo, Avanguardia Nazionale, ecc. e ancora più distanti dalle logiche neofasciste del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante; impugnano apertamente le armi contro lo stato, trovando addirittura dei punti di contatto con elementi della sinistra armata. Li accomunano, in particolare, la lotta contro la borghesia capitalista e l’imperialismo sia sovietico che statunitense.
I NAR sono attivi per 4 anni, fino al 1981, ma hanno sulla coscienza una serie enorme di omicidi.
Dicevo della telefonata. Viene controllata e si scopre essere la stessa che aveva attribuito a Marco Affatigato, un noto esponente dell’estrema destra, l’esplosione del DC10, precipitato a Ustica nel giugno dello stesso anno. A dire il vero Affatigato era considerato dagli estremisti neri un “infame”, una specie di spia, uno che avrebbe tradito e confessato ogni cosa. Ma la cosa più incredibile è che quelle due telefonate si rivelano entrambe false. Non solo ma provengono dall’ufficio di Firenze del SISMI, vale adire dai servizi segreti militari dell’epoca.
É questa la prima forma di depistaggio delle indagini, ma non sarà certo l’ultima, come possiamo ascoltare dalla voce del giudice istruttore di Bologna Libero Mancuso, che racconta: {mp3}storie/bologna/bolgna02{mp3} Notiamo che qui si parla di SISDE: si tratta dei servizi segreti civili, vale a dire dipendenti dal ministero dell’Interno. Negi anni ’80 i Servizi segreti sia civili che militari sono coinvolti in numerosi scandali, primo tra tutti quello della loggia massonica P2, di cui parleremo più avanti. Nel 2007 queste sigle spariscono e l’intelligence nazionale viene completamente ristrutturata.

I protagonisti “noti”

Prima di entrare nel racconto, dobbiamo presentare alcuni personaggi chiave dell’intera storia. Anche se in alcuni casi non ce ne sarebbe bisogno, lo faccio per completezza.
Licio Gelli, capo supremo della loggia massonica P2
Francesco Pazienza, faccendiere (termine coniato per lui), consulente del SISMI, responsabile della creazione del SuperSISMI, la costola deviata dei servizi segreti militari, affiliato alla loggia P2
Giuseppe Santovito, generale e capo del SISMI e affiliato alla loggia P2
Pietro Musumeci, generale, segretario del SISMI e affiliato alla loggia P2
Giovanni Belmonte, colonnello del SISMI, affiliato alla loggia P2.
bologna05Di Licio Gelli si è scritto e detto moltissimo. Quello che sembra non opinabile è che abbia esercitato una notevole influenza su molti ambienti, per così dire, non limpidissimi della nostra Repubblica. Politici o futuri politici, militari, servizi segreti, organizzazioni varie.
Così, un mese dopo la strage, Licio Gelli incontra Elio Cioppa, un funzionario del SISDE e gli suggerisce che non sono in Italia i veri responsabili, ma in Germania, dove in quel periodo sono attive alcune cellule eversive del terrorismo nero e neonazista.
Andrea Barbieri è un giornalista di Panorama, all’epoca settimanale di notevole impatto e di denuncia, fino a che nel 1994 viene acquistato da Silvio Berlusconi che ne fa uno zerbino delle proprie attività commerciali e politiche.
Dunque nel 1980, Panorama è un giornale molto serio. Il faccendiere Francesco Pazienza porta ad Andrea Barbieri una corposa documentazione, dalla quale risulta che ad organizzare la strage della stazione di Bologna sarebbe stato nientemento che il KGB, il servizio segreto dell’Unione Sovietica.
É piuttosto scioccante, specie se si considera che siamo ancora in clima di guerra fredda e i rapporti tra Occidente e Oriente non sono da baci e abbracci.
Secondo Pazienza, in Italia il referente dell’organizzazione criminosa sarebbe Stefano Delle Chiaie, altro estremista nero, di cui avremo modo di parlare in seguito.
E dunque si mescolano sottobosco comunista ed eversione nera, in un romanzo che definire complicato è davvero un eufemismo.
Barbieri fa di mestiere il giornalista e quindi pubblica tutto. Si scopre presto da dove saltano fuori queste notizie. La talpa è il generale Santovito del SISMI, che viene indagato per fuga di notizie riservate e segrete. Curiosamente a capo della commissione di indagine viene messo il generale Musumeci, anch’egli del SISMI, e per di più compagno di loggia P2 dell’indagato. Com’è finita? Provate ad indovinare.
Ma certo: con un niente di fatto.
Questo è anche il periodo del terrorismo palestinese, quando lungo l’Italia viaggiano armi ed esplosivi destinati ad attentati in varie parti del mondo. Questa è un’altra storia, alla quale accennerò più avanti.
E anche i servizi segreti palestinesi si mettono in mezzo, suggerendo a Rita Porena, che lavora per un giornale svizzero di pubblicare pure le loro informazioni. Queste raccontano che i terroristi, che hanno causato la morte di 85 persone, sono neri, sono italiani e tedeschi e si sono addestrati nei campi militari del terrorismo internazionale in Libano.
É evidente che siamo di fronte ad una costante e pericolosa manipolazione delle notizie e dei giornalisti.
Solo negli anni seguenti si capisce lo scopo di tutta questa informazione. Occorre condizionare le scelte dei magistrati, sommergendoli sotto un mare di notizie difficili da approfondire, ma che comunque vanno vagliate e seguite. I magistrati si trovano così a perdere un sacco di tempo dovendo eseguire lunghe, faticose ed inutili ricerche. La situazione è anche esasperata dal fatto che le notizie arrivano un po’ alla volta, a distanza di tempo. E si usa la stampa e non la magistratura per mettere gli investigatori anche di fronte ai sentimenti dei cittadini, che in un momento così drammatico non possono che essere quelli della ricerca della verità seguendo tutte le piste, anche le più strane.
C’è, infine, da considerare che tra tutte le notizie false ce ne sono anche di vere. Magari non c’entrano con la strage, ma i magistrati sono costretti a seguire tutte le piste fino in fondo.

Operazione terrore sui treni

Nel 1981 la strategia del depistaggio arriva al suo massimo.
Parte dal SISMI l’operazione “terrore sui treni”. Il generale Stantovito e Francesco Pazienza emettono una serie di informative, dirette agli organi centrali di polizia, in cui si spiega per filo e per segno chi è stato a mettere la bomba alla stazione e con quali scopi.
Come responsabili vengono indicati gli esponenti più in vista di Ordine Nuovo, Franco Freda, Giovanni Ventura e Stefano Delle Chiaie. Ma questi non hanno agito da soli, bensì in collaborazione con altri gruppi eversivi francesi e tedeschi.
bologna06Le indicazioni sono straordinariamente precise: ci sono nomi e cognomi anche degli stranieri. Seguendo i suggerimenti del SISMI, i carabinieri scoprono sul treno Taranto – Milano una borsa piena di armi, proiettili e otto barattoli di esplosivo. É Compound B, lo stesso di quello usato il 2 agosto a Bologna. Ma nella borsa, guarda caso, ci sono anche giornali francesi e tedeschi e due biglietti aerei intestati proprio ai due terroristi segnalati dal SISMI.
É tutto troppo facile, troppo preciso, troppo dilettantesco: la faccenda puzza di depistaggio.
La storia va raccontata per capire che legami ci sono in quel periodo tra le frange estremiste violente, i servizi segreti e la malavita comune.
Tra le armi trovate sul treno c’è un fucile M.A.B. della Beretta, modificato artigianalmente e identico a quello sequestrato a suo tempo alla Banda della Magliana. Era stato Paolo Carminati, feroce aderente sia alla Banda romana che ai NAR, a recuperare quell’arma in una lunga storia di conflitti interni alla Banda della Magliana, che un giorno racconterò qui a Noncicredo.
Sempre tutto semplicissimo: Paolo Carminati viene accusato di aver deposto quella borsa sul treno. C’è da dire che il personaggio è entrato e uscito con grande frequenza dalle aule dei tribunali per una serie lunghissima di reati. Ha scontato molti anni in carcere, anche se spesso se l’è cavata per riduzioni di pena o soppravvenuto indulto.
Il tribunale di Bologna, nel 2000 condanna Carminati a nove anni perché colpevole dei reati di detenzione e porto di armi da guerra e di calunnia.
Ma i successivi gradi di giudizio lo assolvono con formula piena, perché il M.A.B. trovato sul treno non corrisponde affatto a quello posseduto a suo tempo dal Carminati.
Per completezza va detto che nel 2014 Paolo Carminati finisce dentro nell’inchiesta su Mafia Capitale. Nel luglio scorso è stato condannato a 20 anni di carcere per associazione a delinquere.
Ci vogliono 4 anni per arrivare a capire come sono andate le cose. A mettere quella borsa è stato un maresciallo dei carabinieri, su mandato del SISMI e precisamente del colonnello Belmonte per incarico del generale Musumeci. Nel 1990 Belmonte e Musumeci vengono condannati dalla corte d’appello di Bologna per calunnia con l’aggravante del numero di persone coinvolte. Tuttavia viene escluso il motivo eversivo e quindi la pena risulta essere di circa otto anni per entrambi. I ricorsi presentati da tutti i condannati vengono rigettati dalla Cassazione nel 1995.
In questo guazzabuglio di false piste, si inserisce anche quella di un altro criminale, Elio Ciolini, coinvolto in mille questioni sporche, tra mafia, truffe, raggiri e altre quisquiglie simili. Negli anni che stiamo analizzando è detenuto in Svizzera e viene ascoltato dal giudice bolognese Aldo Gentile. Riferisce di sapere che la strage alla stazione è stata commissionata da una loggia massonica, la Montecarlo, emanazione della P2 di Licio Gelli. Il destinatario di questo, come dire? “incarico”, è Stefano Delle Chiaie, ma gli esecutori materiali sono, secondo Ciolini, il tedesco Fiebelkorn e il francese Danet. E ritorna dunque la pista internazionale. Ma questa volta le informazioni sono ancora più dettagliate. La strage, infatti, sarebbe servita per coprire una colossale operazione finanziaria Eni-Petromin. Lo scandalo Eni-Petromin era scoppiato nel 1979 e aveva portato alle dimissioni del presidente di Eni, Mazzanti, un altro degli affiliati alla loggia P2 di Licio Gelli.
In seguito Ciolini cerca di ritrattare tutto, accusando i giudici con i quali aveva parlato, di essere loro gli inquinatori delle indagini. Nei primi anni 90, uscito dal carcere svizzero, Ciolini è stato processato e condannato per calunnia aggravata a nove anni, di cui quattro condonati.
Come si capisce, le indagini sulla strage incontrano talmente tanti ostacoli che, nel 1981, tutti i 50 indagati vengono scagionati e comincia una discussione lunghissima se sia il caso di continuare o di chiuderla lì e archiviare le indagini.
É a questo punto che si inserisce una associazione che tiene, allora e ancora oggi, viva la memoria di quel maledetto giorno di agosto: l’associazione dei parenti delle vittime. E così i processi vanno avanti.
La svolta avviene nel 1985. Ci sono nuovi mandati di cattura: per Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, accusati di un tentativo di sovvertire l’ordine democratico dello Stato, usando i neofascisti come mano d’opera per le stragi.
Chi sono questi estremisti neri?
bologna07C’è Massimiliano Fachini, esperto in esplosivi, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, sua compagna nella vita e nella lotta armata. Fioravanti è tra i fondatori dei NAR, uomo di una violenza inaudita. Ha alle spalle 8 omicidi, proprio come la Mambro. Ha ucciso avversari, passanti e uomini del suo stesso gruppo per rappresaglia o per dare una lezione o per paura che potessero parlare. É lui ad ammazzare il poliziotto Serpico a Roma, è moralmente responsabile dell’omicidio del giudice Amato. Viene arrestato a Padova mentre cerca di recuperare delle armi. Nel conflitto uccide due poliziotti di 20 anni: Enea Codotto e Luigi Maronese.
La sua faccia di ragazzino era conosciuta da tutti in Italia, grazie alla sua partecipazione in numerose serie televisive (la più famosa è La famiglia Benvenuti) e in alcuni spaghetti western. Nel 1970 diventa militante del MSI, il partito neofascista guidato da Giorgio Almirante, poi passa alcuni anni negli Stati Uniti. Tra il 75 e il 77 entra nell’Esercito, dove subirà una serie di punizioni e condanne, anche per la sottrazione di una cassa di bombe a mano che finiranno un po’ ovunque, in particolare ai NAR e alla Banda della Magliana.
I NAR nascono verso la fine del 1977 attorno alla sede del MSI di Monteverde, un quartiere di Roma. Il gruppo che lo fonda comprende Valerio e Cristiano Fioravanti, Franco Anselmi, che verrà ucciso l’anno dopo dal proprietario di un’armeria che i NAR stanno rapinando, Alessandro Alibrandi, un altro bel personaggino, ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia nel dicembre 1981. Poco dopo si aggiunge anche Francesca Mambro, militante neofascista del FUAN (il fronte giovanile del MSI) che diventerà la fidanzata e poi la moglie di Valerio Fioravanti.
Ma torniamo ai fatti della strage. Dunque qualcuno ha fatto i nomi dei due terroristi neri. Chi è stato?
Chi ha dunque accusato Fioravanti e Mambro della strage? C’è un nuovo personaggio, che entra nella nostra storia. Si tratta di Massimiliano Sparti. Lui è un elemento di minore importanza della Banda della Magliana. É quello che procura documenti falsi. Ed è lui a raccontare che Fioravanti lo raggiunge a Roma per avere documenti falsi per sé e per la Mambro. La frase incriminata detta da Giusva sarebbe stata “Hai visto che botto?”.
É quello che basta a far decollare di nuovo il processo. Ma sulla deposizione di Sparti i dubbi sono moltissimi, come vedremo tra poco.
Il problema per i due terroristi neri è che manca loro un alibi per quel 2 agosto. Dicono infatti di essere stati a Padova, assieme al camerata Gilberto Cavallini, per incontrare un misterioso “zio Otto”. Si contraddicono e nessuno crede loro.
Il fatto di usare dei soprannomi, come “zio Otto”, e di non sapere mai di chi si tratta è tipico del periodo in cui è meglio stare defilati con la testa bassa non far sapere chi si è davvero.
É solo nel 1998 che il giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, si trova tra le mani proprio quel nome, “zio Otto”. Salvini sta indagando sui legami tra terrorismo nero e apparati militari più o meno segreti, quando conosce un neofascista, Carlo Digilio, così legato ai servizi americani da far pensare che sia in realtà un agente della CIA. Lui confermerà di conoscere un neofascista dei NAR, Gilberto Cavallini e di averlo incontrato il 2 agosto 1980 a Padova.
Questo non significa che Fioravanti e Mambro fossero anch’essi a Padova. Ma nemmeno il contrario.
E così, anche se la massa enorme di informazioni che arrivano da ogni parte sono evidentemente tutte tentativi di depistare le indagini, la strada che si segue porta proprio là dove qualcuno vuole che arrivi. Già, ma chi? E perché?
C’è una domanda che tutti si fanno durante il processo ai NAR. Fioravanti e Mambro hanno la faccia degli stragisti? Sembrerebbe di no. Hanno condanne per quasi 10 ergastoli, hanno confessato tutto entrando spesso nei particolari di omicidi, esecuzioni, rapine e quant’altro. Ma la strage no, non è nel loro stile. Sono abituati a uccidere faccia a faccia, a sangue freddo. Non sono dei vigliacchi. Questo emerge dall’analisi della personalità dei due capi dei NAR. Ascoltiamoli in una delle deposizioni durante il processo. {mp3}storie/bologna/bologna03{/mp3} I magistrati però non danno loro credito. Una strage del genere, dicono, non la confessa nessuno.
Accanto a Fioravanti e Mambro altre due persone sono coinvolte nel processo. Sono Sergio Picciafuoco e Luigi Ciavardini, solo 17enne all’epoca della bomba. Il primo era presente alla stazione di Bologna: sarà infatti medicato al pronto soccorso per una ferita alla testa riportata in seguito all’esplosione.
Ciavardini invece telefona alla fidanzata a Roma dicendole di non prendere il treno il 2 agosto, ma il giorno dopo perché ci sarebbero stati problemi. Il suo processo si farà più tardi, una volta diventato maggiorenne. 

Le varie fasi dei processi

E veniamo adesso ai processi, molti e abbastanza incasinati nel loro procedere.
bologna08Quello di primo grado comincia nel marzo 1987 e si conclude con molte condanne:
Fioravanti, Mambro, Picciafuoco e Fachini prendono l’ergastolo.
Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte sono condannati a 10 anni per calunnia aggravata.
In appello le condanne per strage spariscono e quelle per i depistaggi vengono sensibilmente ridotte. Licio Gelli è dichiarato innocente.
Si arriva così in cassazione nel 1992 e qui ecco la sorpresa: quel tribunale infatti dichiara l’ultima sentenza “illogica e priva di fondamento”, come a dire che i giudici del tribunale di appello avevano avuto delle visioni o si erano bevuti troppi fiaschi di Sangiovese.
E così bisogna tornare indietro e cominciare di nuovo.
Si riparte dall’appello: Fioravanti, Mambro, Picciafuoco sono condannati all’ergastolo per strage. Fachini viene assolto.
Nel 1996 Picciafuoco viene assolto dalla corte d’assise di Firenze, con conferma l’anno successivo da parte della cassazione. Quindi restano in carcere per aver commesso quell’orrendo delitto solo Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.
Licio Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte sono condannati a 9 anni per calunnia aggravata da finalità di terrorismo.
Nel 1996 la cassazione conferma queste sentenze.
Nel 2002 Luigi Ciavardini è condannato a 30 anni per la strage di Bologna. La sua posizione, come ricordavo prima, era stata stralciata nei primi processi perché era ancora minorenne.
Tutto a posto dunque, almeno dal punto di vista della giustizia. La faccenda è chiusa. I colpevoli sono stati condannati e sono rinchiusi in carcere. Ma c’è qualcosa che non quadra, di cui non si riesce a dare conto. Mancano risposte ad alcune domande fondamentali: chi sono i mandanti? qual è il movente di questa strage? Perché i due condannati, che hanno ammesso una montagna di omicidi continuano a sostenere che di quella brutta vicenda non sono per niente responsabili? E che fine hanno fatto i Servizi segreti che hanno cercato in ogni modo di depistare le indagini? Perché lo hanno fatto? Per coprire chi o che cosa?
Ascoltiamo ancora la voce Libero Mancuso E le domande continuano. Perché mai questa dovrebbe essere una strage “speciale”, ben diversa da tutte le altre che hanno insanguinato il paese durante la strategia della tensione da Piazza Fontana in poi?
Ce ne parla Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissioni Stragi:

I dubbi sull’inchiesta: i testimoni sono credibili?

Ci sono, inutile girarci attorno, dubbi molto forti sulla reale colpevolezza dei condannati. Sono dubbi trasversali; qui non c’entra la destra o la sinistra, ma un procedimento quanto meno allegro da parte dei magistrati. Vediamo alcuni esempi.
L’impianto accusatorio è basato su due testimoni chiave: Massimiliano Sparti e Angelo Izzo.
Sparti lo abbiamo già incontrato di sfuggita. É quello che procura i documenti falsi ai due terroristi due giorni dopo la strage. In un primo momento dichiara di aver richiesto quei documenti ad un certo Ginesi, detto “Ossigeno”, poi però si ricorda che la foto della Mambro l’aveva data ad un altro falsario, Fausto De Vecchi.
De Vecchi viene allora interrogato, ma nega ogni cosa, specie di aver ricevuto fotografie femminili per quei documenti. Solo dieci anni dopo confermerà che della faccenda dei documenti di Fioravanti e Mambro aveva saputo perché glielo aveva raccontato Sparti, ma non era aveva avuto alcun ruolo nella vicenda.
Sparti non conosce la Mambro, ma afferma che la donna si era tinta i capelli per non essere riconosciuta e tuttavia quando viene fatta l’analisi dei capelli, dopo l’arresto della terrorista, non si trova alcuna traccia di tintura, che solitamente rimane in residuo per molto tempo.
Probabilmente grazie alla sua testimonianza, che incastra i due terroristi, viene lascito uscire dal carcere di Pisa dov’era rinchiuso, perché i sanitari diagnosticano un tumore terminale al pancreas. Ricoverato al San Camillo di Roma, ecco il miracolo. Di quel tumore non c’è alcuna traccia. Nel 1997, durante il processo di Bologna, i carabinieri vanno all’ospedale per prelevare la cartella clinica. Ma quella cartella non si trova più: è andata distrutta in un incendio scoppiano nel 1991, proprio nell’archivio del San Camillo. Guarda caso.
Anche in famiglia, Sparti non gode di molta credibilità. La moglie, Argene Zucchetti, la domestica e due conoscenti di famiglia, Luciana Torchia e Vincenzo Tallarico (zio della domestica) lo smentiscono ripetutamente, affermando, tra l’altro che Massimiliano nemmeno si trovava a Roma il 4 agosto 1980, ma a Vetralla, vicino a Viterbo.
Anche il figlio racconta che in punto di morte il padre gli confessa di aver inventato tutta quella storia, ma che a fare questo era stato costretto, senza però aggiungere da chi.
Nonostante tutto questo e nonostante lo Sparti cada in diverse contraddizioni durante la sua testimonianza, viene sempre ritenuto affidabile dai giudici, che tirano dritti per la loro strada. E anche questo è davvero strano.
Il secondo testimone è un delinquente pericoloso: si tratta di Angelo Izzo, uno dei due responsabili del cosiddetto massacro del Circeo. In quell’occasione due ragazze, di 17 e 19 anni, vengono rapite, drogate, stuprate ripetutamente per un giorno e mezzo e poi uccise. Una di loro, tuttavia, sopravvive e questo porta Izzo e il suo compare Andrea Ghira ad essere condannati. Entrambi fanno parte di una formazione giovanile del Movimento Sociale, dalla quale tuttavia vengono espulsi perché scoperti a rubare motorini, che nascondono nel cortile interno della sezione. Insomma due delinquenti comuni.
Durante la detenzione, Angelo Izzo manifesta più volte il desiderio di diventare un collaboratore di giustizia, sostenendo di aver ricevuto in carcere molte informazioni importanti dai detenuti di estrema destra. Per quanto riguarda la strage di Bologna, fa i nomi degli esecutori: Fioravanti e Mambro e poi Luigi Ciavardini, Massimiliano Taddeini e Nanni De Angelis. Questi ultimi due sono di Terza Posizione, altro movimento eversivo nero.
Anche il giudice Falcone aveva interrogato Izzo durante una deposizione sulla mafia; il risultato? Falcone lo aveva accusato di calunnia.
La magistratura di Bologna invece gli crede. Poco importa che De Angelis e Taddeini abbiano un alibi di ferro ed escano quindi subito di scena.
Se questi sono i testimoni chiave, credo sia più che legittimo avere dei dubbi su quanto avvenuto nel processo contro Fioravanti e Mambro. Rimane aperta la domanda: “Chi si doveva coprire?”.
Ma i depistaggi non finiscono qui. 

La pista palestinese

C’è infatti un’altra strada che si è fatta largo negli anni: la pista palestinese.
bologna09Nel 1979 ad Ortona vengono arrestate tre persone dell’autonomia operaia romana. Stanno trasportando due missili destinati in Libano. Nell’operazione finisce dentro anche Anzeh Saleh, responsabile in Italia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Abbash, una delle costole più violente dell’OLP di Yasser Arafat. Compito di Saleh è quello di organizzare il transito di armi attraverso l’Italia e sostenere così la lotta palestinese contro Israele.
La storia dei rapporti italiani con Israele da un lato e la Palestina dall’altro negli anni ’70 meriterebbe una intera puntata, e magari lo faremo qui a Noncicredo. Adesso cerchiamo solo di raccogliere le informazioni che ci servono per capire da cosa derivi questa pista palestinese nel caso della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Settembre Nero, in quegli anni, è l’organizzazione più violenta del panorama palestinese. Basta ricordare i fatti avvenuti durante le olimpiadi di Monaco di Baviera con 17 morti tra ostaggi e terroristi.
In Italia non abbiamo mai avuto problemi di questo genere. Perché? Eppure siamo sempre legati strettamente agli USA e di conseguenza a Israele.
A dire il vero qualcosa succede. Nell’agosto del 1972 saltano in aria quattro cisterne dell’oleodotto Trieste Monaco. Sempre in agosto due turiste inglesi conoscono a Roma due giovanotti arabi, con cui passano un po’ di tempo. Questi regalano loro un mangianastri. Le due turiste prendono un aereo israeliano per recarsi in Israele. Nel mangianastri c’è una carica di tritolo. Per fortuna esplode troppo presto, quando l’aereo è ancora in fase di decollo e non muore nessuno. Entrambi gli attentati vengono rivendicati da Settembre Nero.
Niente di grave, niente di irreparabile, ma sono segnali che spaventano il governo italiano, che decide che bisogna fare qualcosa. Così un colonnello dei carabinieri, uno di quelli duri, che dirige i Servizi Segreti in Medio Oriente, viene incaricato di risolvere la questione. Si tratta di Stefano Giovannone, che entrerà nella tragica storia di Italo Toni e Graziella De Palo, spariti nel nulla in Libano. Ma questa è un’altra storia che vi racconterò un’altra volta.
In quel periodo, ministro degli Esteri è Aldo Moro, il quale si accorda segretamente con i palestinesi (con Arafat e gli altri). In sostanza di può riassumere così: “Noi chiudiamo un occhio sui terroristi che sono o transitano nel nostro paese e voi lasciate in pace l’Italia e non fate attentati”.
Come si sanno queste cose?
Quando Moro viene rapito dalle Brigate Rosse, scrive alcune lettere rimaste famose. In una di queste invita esplicitamente lo Stato a trattare coi terroristi, a scambiare i prigionieri, come del resto era stato fatto a suo tempo con i palestinesi!
Ecco come lo storico Aldo Giannuli racconta questi fatti Questa scelta non può certo far felici gli americani e i rapporti si deteriorano, anche perché succedono alcune cose strane.
I due ragazzi che avevano consegnato la bomba alle turiste inglesi vengono arrestati, ma dopo qualche mese sono scarcerati e svaniscono nel nulla.
Nel 1973 due iraniani sono fermati a Fiumicino; hanno addosso pistole e bombe a mano; vengono scarcerati e svaniscono nel nulla.
Poco dopo vengono arrestati 5 membri dell’OLP che hanno in casa due lanciamissili terra-aria. Si ipotizza che vogliano abbattere un aereo israeliano. Mandati sotto processo, ai due viene concessa la libertà provvisoria. Questi due sono accompagnati dallo stesso colonnello Giovannone in Libia. Gli altri sono condannati a 5 anni dopo un processo a porte chiuse e scarcerati dietro il pagamento di una cauzione di 20 milioni di lire. Qualcuno la paga e anche di loro non si saprà più nulla.
L’accordo Moro funziona e per alcuni anni l’Italia rimane fuori dagli attentati palestinesi.
Ma gli israeliani non ci stanno.
L’aereo che porta in Libia i due terroristi liberati cade a Marghera. I membri dell’equipaggio muoiono. Il sospetto che dietro questo “incidente” ci sia il Mossad è molto forte.
C’è anche un processo, durante il quale il capo del Mossad stesso viene accusato di strage, mentre sei ufficiali del SISDE lo sono per aver depistato le indagini. Come è ovvio, vengono tutti assolti perché il fatto non sussiste. Insomma la parola d’ordine è non entrarci per niente o il meno possibile. Gli interessi di stato vengono prima di ogni altra cosa.
In Israele è al governo Golda Meir. Lei stila una lista di nomi: ci sono tutti i terroristi che hanno partecipato all’attentato di Monaco. L’ordine è inequivocabile: vanno eliminati tutti. Per farlo crea un gruppo speciale nel Mossad, il Comitato X.
bologna10Dal 72 al 79 c’è la cosiddetta “guerra degli spettri”. Il primo nome della lista viene rintracciato in Italia. E’ un poeta e traduttore, ma anche un cugino di Arafat e rappresenta l’OLP in Italia. Viene ucciso nell’androne di casa sua con 11 colpi di pistola.
Fatta questa doverosa premessa, torniamo alla strage di Bologna. Possibile che non ci sia stata nessuna avvisaglia di quello che stava per accadere?
In effetti, quando Anzeh Salesh finisce in carcere per la questione dei missili di Ortona, il capo del Fronte per la liberazione della palestina, George Abbash non la prende per niente bene. Per questo nel gennaio del 1980 l’UCIGOS (l’ufficio della polizia che si occupa della prevenzione di fatti criminosi come quello della strage) dirama questa segnalazione:
George Habbash, leader del FPLP, contrariato per l’arresto del Saleh e la conseguente dannosa pubblicità per il suo Fronte, starebbe manovrando contatti informali con ambiti diplomatici arabi per far pressioni sul governo italiano al fine di ottenerne il rilascio. Il leader del FPLP non escluderebbe il ricatto terroristico nei confronti dell’Italia pur di liberare il Saleh, anche perché quest’ultimo conoscerebbe le strutture clandestine del Fronte ed i suoi collegamenti politici occulti”.
É il timore di una minaccia e da parte di organizzazioni che non si fanno certo scrupolo di far seguire i fatti alle parole.
L’8 marzo 1980, cinque mesi prima della strage alla stazione, è la questura di Bologna a segnalare al Viminale un certo nervosismo negli ambienti della resistenza palestinese per la detenzione di Saleh. E, infine, l’11 luglio 1980, è il prefetto Gaspare De Francisci, capo dell’UCIGOS, a rinnovare l’allarme, inviando un’informativa al SISDE, il servizio segreto civile e al questore di Bari (Saleh in quel periodo era detenuto nel carcere speciale di Trani). “Fonte qualificata - scrive De Francisci - ha riferito che la condanna dell’arabo Abu Anzeh Saleh ha determinato negative reazioni negli ambienti del FPLP e non viene escluso che, da parte della stessa organizzazione, possa essere tentata una ritorsione nei confronti del nostro Paese”.
Certo che non ha senso parlare di attentato dimostratico con tutti quei morti. Si avanza allora l’ipotesi che il disastro sia dovuto alla presenza non prevista di un treno sul primo binario e che l’onda d’urto uscita dalla sala d’aspetto abbia investito il treno, sia rimbalzata indietro, facendo crollare il tetto con le conseguenze che sappiamo.
Questa pista viene seguita da due giornalisti coraggiosi, che ho già citato: Italo Toni e Gabriella De Palo. Indagano in Italia e poi vanno in Libano, dove, secondo le informazioni ufficiali chiedono proprio al Fronte di Abbash di poter visitare le postazioni palestinesi nel Sud del Libano. Partono il 2 settembre da Beirut in una macchina guidata da uomini di Abbash. Da quel momento di loro non si saprà più niente: altre due vittime della strage di Bologna?

Ustica e Bologna: stessa matrice?

Come ultima ipotesi avanzata da più parti c’è quella che collega l’esplosione del DC9 sopra Ustica con la strage alla stazione. I due episodi sono distanti soltanto 36 giorni. Non importa qui cosa sappiamo oggi di quell’episodio. Conta quello che si pensa all’epoca delle analisi sulla strage di Bologna.
bologna11L’ipotesi più rilevante è quella sostenuta, a più riprese, dall’on. Zamberletti: ad abbattere il DC9 dell’ITAVIA sono stati aerei da caccia libici, per una forma cruenta di ritorsione contro l’Italia, colpevole di essere intenzionata a sottoscrivere un accordo con Malta che in questo modo sarebbe uscita dalla sfera d’influenza di Gheddafi.
Dal momento che questo "avvertimento" non viene raccolto, il 2 agosto, alla stazione di Bologna, una bomba esplode proprio nello stesso momento in cui a Malta quell’accordo viene firmato.
Ma, in realtà, di ipotesi se ne può formulare anche un'altra. Ancora più grave. Nei cieli di Ustica, la sera del 27 giugno, avviene qualcosa di innominabile, un vero atto di guerra che coinvolge il nostro aereo civile. Protagonisti dell’abbattimento del DC9 sono velivoli che appartengono al Patto Atlantico. Per "coprire" questo tragico evento che avrebbe immense ripercussioni internazionali e rischierebbe di minare i delicati equilibri esistenti all’interno della NATO, ecco che, nell’immediatezza dell’accaduto, vengono diffuse due versioni.
La prima è quella dell’attentato, versione avvalorata dalla telefonata anonima che indica Marco Affatigato, estremista di destra - ma in realtà in stretto rapporto sia con i servizi segreti italiani, sia con quelli francesi - come presente sull’aereo con una bomba. Versione che ha poco senso di esistere, visto che Affatigato è ancora vivo ed è stato arrestato un paio di anni fa perché deve scontare diversi anni per bancarotta e truffa.
La seconda versione diventerà a lungo quella ufficiale: il cedimento strutturale. In altre parole l’aereo, vecchio, si sarebbe, praticamente, autodistrutto.
Tutte ipotesi poi smentite, ma l’affare di Ustica è un’altra storia che prima o poi racconterò quei a Noncicredo.
Per avvalorare la bomba a bordo ecco allora che, 36 giorni dopo la strage di Ustica, un’altra bomba esplode alla stazione di Bologna, ordigno quest’ultimo che viene subito indicato – e dal capo del governo in carica, Francesco Cossiga - come di chiara matrice fascista. L’equazione che si prospetta all’opinione pubblica è elementare: i fascisti stanno attaccando il sistema dei trasporti che hanno il loro nodo a Bologna. Non va infatti dimenticato che – con due, misteriose, ore di ritardo – il DC9 è decollato proprio dall’aeroporto del capoluogo emiliano.
Resta però sempre la stessa domanda: chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna?
La risposta sta in un altro episodio, che ho già raccontato, quello del ritrovamento dell’esplosivo T4 sul treno Taranto Milano. Non appena la valigia viene ritrovata, sono proprio gli agenti del SISMI a far sapere alla magistratura che l’esplosivo contenuto nella valigia è dello stesso tipo di quello impiegato per far saltare l’aereo di Ustica. E in effetti tracce di T4 militare verranno trovate sui reperti del DC9, ma molto tempo dopo.
Domanda: come facevano i servizi segreti a sapere – con largo anticipo sulle perizie - di questa coincidenza di esplosivo? Abbiamo già visto che l’esplosivo era stato messo sul treno dagli stessi agenti del SISMI.
Potranno sembrare ipotesi fantasiose: 85 morti per coprire la morte di altre 81 vittime innocenti. Ma questa è la storia dei fatti, delle cronache e come tali ve li ho offerti in questa puntata di Noncicredo.

Gelli, Pazienza e i Servizi

La nostra storia della strage alla stazione di Bologna potrebbe finire qui, senza una conclusione. Certo è che tra tutte le stragi avvenute negli anni di piombo nel nostro paese senza sentenze e colpevoli, questa che ha una conclusione giudiziaria e tanto di condannati, è probabilmente quella che lascia più dubbi di tutte. É un altro dei numerosi e imbarazzanti Misteri d’Italia.
Rileggendo le vicende di quel 1980, altre domande saltano fuori, perché i nomi che compaiono sono quelli che determineranno negli anni seguenti, fino al terremoto di Mani Pulite, la storia nascosta del nostro paese.
In particolare è abbastanza interessante cercare di capire come Gelli e Pazienza diventano, passatemi l’espressione non esattissima, i proprietari del SISMI. Cominciamo dall’inizio.

Ecco come Gelli e Pazienza s'impossessarono del SISMI

Licio Gelli è il regista nascosto che tutto ha mosso. Come accennato, qui interviene tutto un sottobosco: i gruppi neofascisti romani e veneti, uomini legati alle varie mafie come Aldo Semerari, i servizi segreti militari e civili, la banda della Magliana, che porta dritto al capo mafia Pippo Calò, responsabile della strage di Natale, quella sul rapido 904 Napoli Milano. La Banda della Magliana poi è intrecciata con camorra e ‘ndrangheta. Insomma un bel purè.
Ma torniamo all’accoppiata Gelli-Pazienza. Perché Gelli è stato così potente da tentare di determinare tutta la politica italiana?
Secondo le analisi fatte da molti magistrati dell’epoca, a proteggere il Venerabile (com’era chiamato) è nientemeno che Giulio Andreotti, per anni presidente del consiglio e ministro della difesa. Sarebbe stato lui a mettere in contatto Gelli con ambienti della NATO, consentendo così a Gelli di ottenere importanti commesse molto redditizie. Forte di queste protezioni può dunque iniziare con successo l’opera di proselitismo che porta nomi molto importanti della politica, dell’economia e della difesa ad iscriversi alla sua loggia massonica. Questo lavoro finisce nel marzo 1981 con la scoperta dei famosi elenchi degli adepti.
Francesco Pazienza fa la sua comparsa nel 1978. Secondo il professor Ferracuti, un consulente del SISDE, Pazienza viene presentato come candidato per entrare nei servizi segreti civili da Michael Ledeen, noto giornalista americano, che compare in numerose cronache giudiziarie e scandalistiche degli USA. I vertici del SISDE non ne vogliono sapere di Pazienza e così Ledeen si rivolge direttamente al ministro della difesa Giulio Andreotti. É così che Pazienza invece di finire al SISDE, entra nel SISMI del generale Santovito.
Secondo il giudice Libero Mancuso, giudice istruttore al tribunale di Bologna nel 1980, a dirigere il SISMI in quel fatidico anno erano Pazienza, Musumeci, Santovito e Gelli. 
Appena le indagini cominciano a puntare sui vari Semerari, Signorelli, Fachini che avrebbero portato al cuore della loggia P2, i quattro mettono in atto tutta la serie di depistaggi che ho raccontato stasera. Il vincolo che lega gli ambienti della P2 agli esecutori della strage è lo stesso che emerge in altri delitti, come quello di Mino Pecorelli, il giornalista assassinato a Roma nel marzo 1979.
Gelli è morto, Pazienza è libero e vive in Liguria. È stato condannato a 13 anni, ritenuto responsabile non solo del depistaggio di cui ho parlato stasera, ma anche di essere entrato nella vicenda del crack del Banco Ambrosiano e quindi di associazione a delinquere. Resta in carcere 12 anni: esce nel 2007.

Le ultime notizie

Dunque siamo di fronte ad una strage in cui si fa fatica a capire chi è stato, chi l’ha organizzata e perché. I dubbi sulle conclusioni alle quali la giustizia è arrivata sono talmente grandi da far riaprire il caso nel 2017.
Nel frattempo che ne è dei due principali condannati, Fioravanti e Mambro?
bologna15Giusva è un uomo libero dall’aprile del 2009 dopo 26 anni di carcere. Dagli anni ’90 collabora, come beneficiario di un programma di reinserimento di detenuti con “Nessuno tocchi Caino”, associazione contro la pena di morte legata al Partito Radicale.
Francesca Mambro invece è libera dal settembre 2013, avendo scontato la pena e il periodo di libertà condizionale. Anche lei lavora con il marito per l’associazione “Nessuno tocchi Caino”.
Per entrambi la documentazione della revisione parla di un sicuro ravvedimento e pentimento per i numerosi ed efferati delitti commessi. Ma, lo ribadisco, i due si sono sempre dichiarati estranei ad ogni coinvolgimento nella strage della stazione.
Dunque, nel 2017, parte un nuovo filone di inchiesta gestito dalla procura generale di Bologna, che avvia una rogatoria in Svizzera per verificare i movimenti di denaro (parliamo di diversi milioni di dollari) che prima della strage sarebbero partiti da un conto bancario, riconducibile a Licio Gelli, in favore di personaggi appartenenti ad ambienti dei Servizi Segreti, a giornalisti e a elementi della sezione veneta di Ordine Nuovo. Si parla di Carlo Maria Maggi e Maurizio Belmonte, condannati l’estate scorsa in via definitiva all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974.
L’ipotesi che si avanza è che Licio Gelli non sia stato solo responsabile dei depistaggi di cui ho parlato stasera, ma che sia stato anche il mandante o uno dei mandanti della strage. C’è un documento ritenuto importante dagli inquirenti, classificato come “Bologna Bologna – 525779 – X.S.”, che proviene dai fascicoli del processo per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
Nel frattempo mancano ormai pochi giorni per l’apertura di un nuovo processo per la strage di Bologna. Anche se sono passati quasi 40 anni, è evidente che non c’è soddisfazione su come sono finite le cose. Alla sbarra ci sarà Gilberto Cavallini, ergastolano in semilibertà, accusato di aver fornito supporto logistico a Fioravanti, Mambro e Ciavardini, vale a dire ai tre condannati per l’eccidio della stazione. Avrebbe fornito alloggio a Padova, documenti e l’auto per arrivare a Bologna.
«A Bologna - ha commentato il difensore di Cavallini - c’è questa verità ideologica. La strage è fascista e guai a chi si azzarda a dire il contrario: sarà sempre così, immagino, non cambierà».
Non so come finirà tutta questa storia e se finalmente i parenti delle vittime riusciranno a capire perché i loro cari, 85 persone innocenti, sono morti quella maledetta mattina d’agosto.
E che la strage sia da definire fascista o meno credo sia irrilevante, anche se in tutta questa vicenda il terrorismo nero e neofascista è sempre presente, anche all’interno dei servizi segreti deviati.
Quello che resta, nel rileggere tutta la storia che, ancora una volta, settori importanti dello stato pertecipano ad una gestione di potere e di interessi, che passa sopra la vita dei cittadini come un carro armato.

Introduzione

Puntiamo l’attenzione sul paese che più di ogni altro ha fatto della produzione di energia elettrica da fissione una bandiera, gli Stati Uniti d’America. Nonostante la percentuale di tale energia non sia paragonabile, ad esempio, a quella francese, raccontare le vicende statunitensi ha senso in quanto si tratta del paese tecnologicamente più avanzato e anche più ricco, Cina permettendo, quindi quello che più di ogni altro sembra essere in grado di risolvere i problemi collegati al cosiddetto nucleare civile.
In fondo la questione assomiglia molto da vicino alla nostra, vale a dire al fatto che nessuno oggi sa come e dove realizzare quel deposito nazionale delle scorie radioattive che permettano di tenere al sicuro cesio, plutonio, stronzio e tutto il resto delle schifezze che restano dal processo di fissione dell’Uranio.
Gli americani avevano individuato alcune aree di stoccaggio, una per i materiali meno pericolosi (si fa per dire), a Carlsbad nel New Mexico, il secondo a Hanford (stato di Washington) e il terzo in Nevada, all'interno di una montagna, l'ormai celebre Yucca Mountain. Vediamo come sono andate le cose.

Il WIPP di Carlsbad (New Mexico)

WIPP CarlsbadDurante la seconda guerra mondiale, nel 1943, ad Hanford, lungo il fiume Columbia non lontano da Seattle, il colosso chimico Du Pont costruisce una base per la produzione di Plutonio. Ci lavorano 42 mila operai, in un’area di 200 mila ettari di terreno, comprato dall'esercito sotto la guida del generale responsabile del progetto Manhattan. Le scorie dei reattori sono conservate da allora in contenitori certificati per 25 anni e tanto sono durati, poi il materiale è fuoriuscito. Le sostanze adoperate per neutralizzare il materiale radioattivo si sono decomposte in altre, altamente esplosive. Insomma, ad Hanford, sono presenti delle vere e proprie bombe nucleari pronte a far saltare tutto per aria. Il problema è grave e va risolto. Si mettono all’opera più di mille persone con un budget di più di mezzo miliardo di dollari l'anno.
L’altra area destinata a contenere le scorie si trova a Carlsbad, in New Mexico, 200 km in linea d’aria da El Paso. Qui sorge il WIPP (Waste Isolation Pilot Plant), il centro sperimentale per l’isolamento dei rifiuti.
Per avere un'idea della gravità della situazione, solo a Carlsbad si calcola che oltre 3 milioni di litri di materiale radioattivo abbiano invaso l'ambiente. E le sostanze contaminanti occupano un volume di 160 milioni di litri e sono stivate in 177 contenitori lunghi venti metri l'uno.
Nel 1990 viene interpellata la Westinghouse per una analisi. La società si rifiuta di fare qualsiasi cosa perché non si sa quali sostanze possono essere presenti e cosa potrebbe accadere infilando una sonda nei contenitori. Ci vuole un anno prima che i tecnici siano pronti per realizzare un video di quello che accade "là dentro".
La registrazione ottenuta ha un effetto a dir poco devastante sull'opinione pubblica; fa il giro di tutte le televisioni e la sua visione – per riprendere un commento dell’epoca - "è come osservare il centro di un vulcano alla vigilia di un'eruzione".
Tra le altre cose nel 1989 si viene a sapere che un contenitore simile a questi era esploso, nel 1957, sugli Urali (a Majak, naturalmente). Gli americani dicono: "Lo sapevamo, birichini!" ma nessuno sa ancora che anche gli USA hanno di quei contenitori e ne hanno tanti.
Questo (ed altri problemi) spingono gli Stati Uniti a cercare una "soluzione finale". L'intento, come detto all'inizio, è quello di realizzare alcune mega-discariche.
MinieraQuella di Carlsbad si trova in una miniera di sale a 700 m di profondità, è costata 1 miliardo di dollari e può contenere un milione di bidoni. Il fatto è che negli USA ci sono circa 100 mila tonnellate di combustibile nucleare ancora sparso per il paese in depositi provvisori. Perfino l'Uranio usato da Enrico Fermi nel 1942 sta ancora aspettando una sistemazione definitiva.
Il problema è sempre lo stesso. Occorre trovare materiali che garantiscano una "tenuta" per l'eternità (ricordo che il Plutonio 239 ha un tempo di dimezzamento di 24'000 anni, come ho spiegato nell’articolo su Majak). Inoltre i siti dei depositi devono essere geologicamente stabilissimi. Se tra qualche secolo la terra si muovesse, i rifiuti potrebbero o tornare in superficie o finire in qualche falda o cadere in un canale con alte temperature. Un bel problema: si cercano alternative possibili (come quella di mandare le scorie nello spazio), ma alla fine, tra le opzioni possibili, quella delle miniere sembra comunque la migliore.
A Carlsbad, lo strato di sale è profondo un chilometro e da almeno 240 milioni di anni non si è mosso. La stessa presenza del sale indica inoltre che nelle vicinanze non scorrono fiumi sotterranei altrimenti si sarebbero notati i segni dell'erosione. Ma vi sono anche altri vantaggi: le gallerie scavate tendono a richiudersi a causa della plasticità degli strati salini. In questo modo le scorie dopo qualche decennio rimarranno sigillate e inaccessibili ai curiosi e soprattutto all'acqua.
Tutto bene? No, proprio per niente!

Cominciano i problemi

Un giorno una trivellazione fa saltare fuori acqua sotto pressione da una "sacca" contenuta tra due strati di sale. Acqua molto antica, rimasta intrappolata là da chissà quanto tempo. Ma cosa succederebbe se tra qualche secolo, quando nessuno potrà "vedere" dall'esterno la presenza della discarica, qualcuno trivellerà il terreno e salterà fuori acqua sotto pressione magari mescolata con sostanze radioattive? E se i gas sprigionati e ad alta pressione si libereranno, cosa potrà avvenire?
Così sono stati predisposti controlli preventivi usando migliaia di sensori, ma (secondo un giudice del New Mexico) nessun piano per rimuovere le scorie nel caso i test andassero male.
CarlsbadLa conclusione è che ci sono ancora troppi rischi e che quella soluzione "definitiva" non ha molto di definitivo.
Si decide quindi di soprassedere e di abbandonare il progetto. Ma l'America (non solo lei ovviamente!), si sa, è un paese straordinario, dove il rendimento degli investimenti è altrettanto importante quanto la salute delle persone. Si cercano altre strade e infine il genio americano rifà capolino. "Ma come - è la conclusione - abbiamo speso un miliardo di dollari per questo impianto e adesso lo buttiamo via così?".
Oggi a Carslbad le scorie nucleari ci sono, sono sepolte nelle miniere di sale, sulla cui stabilità geologica nessuno giura, ma ci sono solo scorie di bassa attività (ad esempio i vestiti, gli strumenti e i macchinari contaminati). Resta, ancora oggi, l’unico sito scavato in profondità. Garanzie? I tecnici assicurano che possiamo dormire sonni tranquilli per 10 mila anni. Che ci sia da fidarsi? E comunque siamo ben lontani dai tempi necessari per il confinamento delle scorie più pericolose. E in questo caso non possiamo neanche dire: non c’è che da aspettare per vedere cosa succederà. Tra 10 mila anni potrebbe anche non esserci più nessuno in superficie per un simile controllo e non è detto che la causa non possa essere una fuoriuscita di materiali radioattivi mal conservati. 

Yucca Mountain

Le scorie più pericolose gli Stati Uniti hanno pensato di rinchiuderle ancora più in profondità, scegliendo come sito "sicuro" le viscere di una montagna: Yucca Mountain in Nevada: ma siamo sicuri che sia un deposito sicuro?
Un conto è avere a che fare con le scorie della Svizzera, altro con quelle degli Stati Uniti. Qui si calcola che si producano ogni anno 2'300 tonnellate di materiale contaminante. Per di più ci sono conti che raramente si fanno, specialmente da parte di chi vede nel nucleare la soluzione a tutti i problemi energetici. Quando una centrale ha funzionato 40/50 anni ed è diventata obsoleta è necessario "smaltirla" proprio come si fa con le bottiglie di plastica, il vetro e la carta. Tutto quello che per così tanto tempo è stato a contatto con materiali radioattivi, lo è a sua volta. Smaltire una vite di una centrale nucleare non è affatto lo stesso che smaltire una vite dell'armadio della vostra camera da letto.
Il solo smantellamento di una centrale nucleare alla fine della sua vita operativa produce una quantità di scorie di quasi tre volte superiore a quella prodotta durante i 40 anni della sua attività.
Sistemate le scorie meno pericolose (quelle con tempi di dimezzamento fino a 30 anni) che sono, tuttavia, anche la parte più cospicua, stoccandole in siti appositi, come il Wipp di Carlsbad, si tratta ora di prendere di petto la questione delle scorie più pericolose, quelle con tempi di dimezzamento lunghissimi, come il Plutonio.
La scelta del sito è caduta all'interno di una zona molto protetta, quell'"area 51" così famosa per i misteri che attorno ad essa aleggiano, non solo per le sperimentazioni "strane" supposte, ma soprattutto per le voci circa la presenza di extraterrestri, trattenuti come ospiti dall'esercito americano.
Siamo nel Nevada, a meno di 200 km da Las Vegas, una zona davvero poco frequentata. Il caveau è in costruzione sotto il monte Yucca.
La spesa per gli studi preliminari è stata di 8 miliardi $, il budget per la realizzazione è (per ora) di 60 miliardi $.
Alla fine dei lavori, la montagna conterrà una serie di gallerie a spina di pesce, a 300 m di profondità, completamente "foderate" di un acciaio particolare (lega 22) e rivestite di titanio che ha una funzione anti-sgocciolante per impedire infiltrazioni di acqua. Il deposito è previsto per 77'000 tonnellate di materiale, proveniente da 131 depositi di 39 stati. Doveva essere attivato nel 2017. Siamo nel 2018 e non è ancora successo niente.
Le cose vanno così: nel 2002 il congresso americano approva il progetto presentato dall'amministrazione Bush, con 69 voti favorevoli e 39 contrari: tra questi ultimi quelli dei democratici e tutti quelli, conservatori o democratici poco importa, dello stato del Nevada. Perché tanto ostracismo da parte dei politici locali?
Il traffico per far arrivare i container in Nevada sarà pazzesco e già questo mette la popolazione sul chi va là. Un sondaggio ha evidenziato come il 70% dei cittadini sia nettamente contrario alla realizzazione e nelle comunità scientifiche e in quelle amministrative le perplessità sul progetto sono molto forti. In particolare si sottolinea il fatto che sigillare il monte (una volta sistemate tutte le scorie previste) non sia opportuno oggi, quando abbiamo una tecnologia probabilmente non sufficientemente progredita relativa a questo problema.
I tecnici "garantiscono" che da Yucca Mountain non ci saranno fuoriuscite di nessun genere di scorie per 10 mila anni.
Beh, 10 mila anni è un bel po' di tempo, ma non basta!
La National Academy of Sciences e il National Research Council ritengono questa grandezza temporale del tutto insufficiente perché si possa parlare di “messa in sicurezza” di materiale radioattivo che rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni. Proprio in virtù di queste osservazioni, la Corte d’Appello Federale ha recentemente stabilito che un sito destinato al seppellimento delle scorie nucleari deve dimostrare di potere accogliere in sicurezza le stesse per almeno 300.000 anni, fino al decadimento della loro radioattività. É tutto? No, ci sono ancora altri elementi da valutare.
Lo stato del Nevada ha messo in campo propri esperti e tecnici per controllare la situazione. Dalle indagini sono emerse alcune cosette simpatiche.
Si è scoperto che il "deserto" tanto deserto non è. L'umidità (19 cm acqua/anno) è ampiamente in grado, con tutti i millenni a disposizione di corrodere i contenitori delle scorie col risultato di ritrovarsi pozzi d'acqua fosforescenti e cavoli abnormi, perché irrigati con l'acqua contaminata.
Inoltre le scorie non tengono la temperatura; esse si riscaldano per via dell'energia prodotta. L'aumento di temperatura provocherà l'insorgere di vapore d'acqua e saremo da capo.
Quando una particella decade, vengono emesse radiazioni che possono in qualche modo interagire con il materiale delle pareti circostanti, frantumandoli o producendo idrogeno e favorendo così le condizioni di una esplosione e di incendi che non sarebbero proprio poca cosa.
Las VegasForti dubbi sono sorti anche sulla stabilità geologica di Yucca, una montagna di tufo di origine vulcanica, formatasi oltre 10 milioni di anni fa. A circa 150 km di distanza c'è Las Vegas, con i suoi 1,5 milioni di abitanti (compresa l'area urbana); la città non sarebbe affatto al sicuro in caso di un sisma che facesse fuoriuscire i materiali radioattivi.
Come già accennato, c'è poi il trasporto dai 39 stati coinvolti verso la Yucca Mountain delle scorie. Ci sarebbero migliaia di treni e camion per strada con il loro carico pericolosissimo.
Qualunque situazione di pericolo connessa ad eventuali incidenti, attentati terroristici, guasti dei mezzi preposti ad effettuare il trasporto, rischierebbe di creare una tragedia senza paragoni.
Arriviamo così al 2005, quando il DOE ha rilevato irregolarità ed omissioni nelle pratiche che avrebbero dovuto testimoniare la sicurezza (soprattutto geologica) di Yucca Mountain.
Tali sospetti ingenerati dal contenuto di alcune mail intercettate, hanno contribuito a creare nuove perplessità sulla reale affidabilità di un progetto che era già costato circa 8 miliardi di dollari.
A denunciare le anomalie è stato il Dipartimento dell'Energia, che ha scoperto una serie di e-mail scambiate fra i tecnici del servizio geologico che potrebbero provare l'esistenza di gravi omissioni e irregolarità nelle procedure che hanno stabilito la sicurezza del sito.
Dalle e-mail emerge che alcuni strumenti usati per misurare le condizioni interne alla montagna sono stati usati prima che fossero calibrati e alcuni dati compaiono addirittura prima che la strumentazione sia disponibile, quindi evidentemente inventati di sana pianta. Altri strumenti risultano essere stati usati per mesi interi senza venire mai calibrati. Insomma sembra credibile l'ipotesi che a Yucca Mountain siano stati creati dei dati ad arte relativi alla sicurezza, per poter procedere coi lavori.
Cosa aggiungere? Perfino gli Stati Uniti, la nazione al mondo con la più avanzata tecnologia e il più grande controllo, sono in difficoltà grave di fronte al problema del "confinamento" delle scorie radioattive. Chi potrà risolvere questo problema? Ha senso pensare alla costruzione di nuove centrali? Una volta costruite dove metteremo le scorie?
vignettaAnche se Barak Obama non è stato quel presidente verde che molti aspettavano fosse, sulla questione Yucca Mountain ha avuto una posizione netta. Non se ne fa niente. Così i lavori sono terminati e si è ricominciato a pensare a qualcosa di differente.
Poi è arrivato Donald Trump, il quale, come in quasi tutte le decisioni assunte ha semplicemente detto: “Facciamo il contrario di quello che ha fatto Obama”. Così la questione Yucca si sta riproponendo e vedremo nei prossimi anni cosa ne salterà fuori.
Una notizia curiosa di poche settimane fa è la presa di posizione dell’associazione AGA contro la riapertura dei lavori a Yucca. Per questi infatti è stato proposto dall’amministrazione federale un finanziamento di 120 milioni di dollari.
Chi è AGA? É l’associazione americana dei casinò, che si trovano là vicino, a Las Vegas e in altri centri del Nevada. La preoccupazione non è ambientalista o medica, ma economica. L’area di Las Vegas e dintorni è quella in più rapida crescita negli Stati Uniti, tanto da contare oggi più di 2 milioni di persone che vivono stabilmente nella città del Nevada. Per questo a muoversi, oltre ai cittadini, sono operatori di piccole imprese e membri del Congresso che non vedono certo di buon occhio l’ammassarsi di pericolose scorie radioattive a due passi da un centro di enorme interesse turistico. Talmente enorme che nel 2017 Las Vegas ha contato ben 42 milioni di visitatori, una cifra enorme con un indotto spaventoso, visto il tipo di attività che viene offerta e che possiamo tradurre con: lascia i tuoi soldi nelle sale da gioco.
Questa dunque è la storia, tutta ancora da scrivere, del deposito di Yucca Mountain. Aggiungo solo che l’unico serio tentativo in corso d’opera per realizzare un deposito permanente si trova in Finlandia, vicino alla centrale in costruzione di Olkiluoto. I lavori, cominciati nel 2004 dovrebbero arrivare a compimento entro il 2020.
Anche se il sito fosse davvero quello che vuole essere, non c’è da fare salti di gioia: conterrà solo le scorie finlandesi, perché una saggia legge di quel paese proibisce l’esportazione all’estero delle proprie schifezze.
Concludendo la domanda “Cosa ne facciamo delle scorie nucleari?” ha una sola risposta: “Non lo sappiamo!

Armiamoci per garantire la pace

bikini000Parliamo di Bikini ... no, non del costume da bagno che ha fatto sognare generazioni intere di qualche decennio fa; Bikini è il nome di un piccolo atollo del Pacifico che fa parte delle isole Marshall.
La sua storia sarebbe del tutto irrilevante se non fosse stata per molti anni sotto la giurisdizione degli Stati Uniti, se non fosse un luogo speciale, a detta degli esperti, particolarmente adatto a sperimentazioni militari, se non fosse che le vicende che lo hanno coinvolto sono state tra le più drammatiche dell’ultimo secolo.
Ma cominciamo dall’inizio.
Come tutti sanno, le prime esplosioni nucleari avvengono in Giappone, nei primi giorni d’agosto del 1945, quando due cittadine nipponiche, Hiroshima e Nagasaki, sono spazzate via da due ordigni che oggi ci sembrano quasi dei piccoli petardi, se pensiamo all’enorme potenza realizzata dalle cosiddette superpotenze negli anni successivi. Assieme alle case scompaiono circa centomila cittadini inermi, che non hanno avuto neppure il tempo di dire “oh” e lasciamo da parte tutto quello che è avvenuto dopo, grazie alla ricaduta radioattiva e ai danni permanenti e terrificanti che le radiazioni producono.
Finita la guerra combattuta sui campi di battaglia, ne è cominciata un’altra. A noi hanno raccontato che era per arginare un pericolo incredibile, il comunismo, che avrebbe invaso le chiese, arrostito i parroci e, questo era la cosa più sicura di tutte, divorato quantità enormi di bambini, che sembravano essere il piatto nazionale di quei militari che arrivavano da Mosca e dintorni. Solo più tardi abbiamo scoperto che in realtà quei figli di cosacchi preferiscono il borsh, una minestra a base di legumi e verdure, innaffiata magari con qualche buon bicchiere di vodka. I più ricchi mangiano caviale, ma nessun testo di cucina russa cita una ricetta con i bambini come ingrediente fondamentale.
Ad ogni modo, la tensione diventa ogni giorno più grande e ai nostril bambini si racconta che da un giorno all’altro da “quella porta” (non ho mai capito quale, ma da “quella porta”) sarebbe entrato un esercito di satanassi indiavolati contro i quali neppure Dio può mettere in campo difese sufficienti. Ed allora cosa si può fare se non armarci per difenderci? É così che i missili nucleari si moltiplicano a dismisura, fino ad ottenere un arsenale che, dall’Occidente avrebbe potuto distruggere la vita sul pianeta qualche migliaio di volte. Certo, a chi è più giovane deve sembrare un’assurdità, perché non ha senso uccidere il nemico tremila volte, ne basta una, toh, al massimo due. Ma tant’è questo è quello che succede in quegli anni.
bikini00Ora, noi siamo al di qua della cortina di ferro …
Qui serve un altro chiarimento. La cortina di ferro non è qualcosa di fisicamente esistente se non in alcuni casi molto particolari come ad esempio il muro che sarebbe stato costruito a Berlino nel 1961 e chiamato propriamente “Barriera di protezione antifascista”. La cortina di ferro – dicevo – è una linea che divide in due l’Europa, quella Occidentale invasa quasi di soppiatto e senza dare troppo nell’occhio dagli USA, e quella orientale, invasa dando nell’occhio eccome dall’allora Unione Sovietica.
Dalle nostre parti questa cortina passa grossomodo per l’Adriatico e quindi noi siamo il confine della parte occidentale, la prima nazione da invadere se i figli dei cosacchi avessero terminato le loro porzioni di cavoli e fagioli per prepararsi il borsh.
Ma torniamo in tema. Dunque un arsenale impressionante viene realizzato dai vincitori della seconda guerra mondiale: Francia e soprattutto USA da questa parte, URSS dall’altra. Entrambi sono in grado di ridurre il pianeta intero ad un ammasso di piccoli ciotoli con i quali al massimo si potrebbe giocare a scalone.
Teniamo anche presente che gli studi sull’energia nucleare (quella violenta delle bombe) erano stati condotti durante la guerra (Oppenheimer, Fermi, lo stesso Einstein ne erano stati protagonisti assieme a tanti altri).
Non c’era stato troppo tempo per fare delle prove, data l’urgenza di far fuori qualche migliaio di musi gialli, come John Wayne, un simbolo dell’America maccartista, continua a chiamarli nei film anche 20 anni dopo. Un esperimento sulle bombe al Plutonio è condotto nell’estate del ’45 nel Nuovo Messico, mentre la prima “prova” di bomba all’Uranio è quella che cadde su Hiroshima il successivo 6 agosto. A Nagasaki va anche meglio (certo non per gli abitanti giapponesi) perché viene usata una bomba uguale a quella già sperimentata nel New Mexico, quindi con la consapevolezza di quello che sarebbe avvenuto. Anche in questo caso non sappiamo con precisione quanti muoiono all’istante: la cifra è compresa tra 100 mila e 200 mila, tutti civili … un atto di terrorismo militare per far arrendere l’impero del sol levante.

I “test atomici”

In queste condizioni, con pochissima esperienza, non è che se ne sappia tantissimo sulla potenza e sugli effetti di questi ordigni e così, finita la guerra, diventa necessario continuare e anzi intensificare gli esperimenti. Ora però non ci sono più nemici da abbattere e quindi scuse pronte per sganciare bombe un po’ dappertutto. Bisogna trovare dei posti adatti per eseguire i test. Magari scoprendo come avrebbero distrutto la natura e quali reazioni avrebbero prodotto sulle cose e sulle persone: un piano diabolico sta per andare in scena.
Prima di continuare voglio sottolineare che l’avversità che sentite non è contro gli americani, ma contro l’uso di queste armi assurde. Di quelle esplose in Occidente si viene a sapere, in tempi successivi, quasi tutto; degli esperimenti sovietici non si sa nulla all’epoca e quindi non ci si può scandalizzare allo stesso modo, ma che le cose non siano affatto differenti è molto più che un semplice sospetto. Dunque il racconto che segue potrebbe essere probabilmente replicato per esplosioni dall’altra parte della cortina di ferro.
bikini02Eccoci dunque di fronte ai cosiddetti “test atomici”: sulla distinzione tra atomici e nucleari si potrebbe aprire un capitolo: dirò semplicemente che il termine atomico non è corretto perché l’energia in gioco deriva da reazioni che avvengono nel nucleo: si deve dunque parlare di energia nucleare, bombe nucleari e, appunto, test nucleari.
Per quasi vent’anni, non si sa se per incuria e negligenza o per semplice ignoranza, le esplosioni di questi ordigni sempre più potenti e sofisticati avvengono in condizioni non protette senza alcun riguardo per l’ambiente e, cosa assai più grave, senza preoccuparsi delle conseguenze che le popolazioni locali e i militari addetti all’esperimento possono subire.
Fare esplodere una bomba nucleare a terra o nell’atmosfera non è uno scherzo. Tra le conseguenze c’è anche il fallout radioattivo, vale a dire la “nube” di materiale radioattivo che il vento trasporta anche a distanze molto grandi e per tempi decisamente lunghi. Del resto, trattandosi di armi di distruzione, bisogna pur capire cosa avrebbe subito il nemico, facendo esplodere la bomba un po’ dappertutto: a terra, a livello del mare, e a varie altezze in atmosfera.
E nessuno protesta? No, a dire il vero dal 1963 in poi si susseguono vari tentativi di ostacolare i test, imponendo che le esplosioni avvengano solo sotto terra; riducendo, 10 anni più tardi, la potenza dei test e firmando un trattato di messa al bando delle sperimentazioni nel 1996, ma mai entrato in vigore perché non ratificato da cinque paesi: Cina, Egitto, Iran, Israele e Stati Uniti, mentre tre non hanno mai firmato il trattato: Corea del Nord, India e Pakistan.
Secondo i dati disponibili in rete, gli ultimi test sarebbero stati eseguiti nel 2006 e nel 2009 entrambi dalla Corea del Nord, che ha ripreso la sua attività recentemente con i missili di cui le cronache hanno parlato

Crossroads: la follia al potere

Un gruppo di test viene progettato, come detto, nell’atollo di Bikini. Qui vivono 167 persone che sono semplicemente prelavate e spostate in un altro atollo disabitato, Rongerik, distante poco più di 200 km.
bikini03Il motivo degli esperimenti viene spiegato da Lewis Strauss, una settimana dopo l’esplosione di Nagasaki. Cosa succederà alle nostre navi nel caso vengano attaccate da bombe nucleari? L’esperimento dunque consiste nel far esplodere uno o più ordigni in mezzo ad una flotta, per poi andare a vedere come quelle navi escono dall’inferno. In effetti l’intera flotta verrà distrutta e affondata o comunque resa inservibile sia per i danni subiti che per essere diventata radioattiva, così da non poter neppure essere avvicinata.
Tocca alla Marina progettare e controllare il test e qui le invidie esplodono, come in ogni racconto sui conflitti di interessi degni di questo nome.
Deve intervenire il presidente Truman per istituire una commissione civile di revisione che coordini e prenda le decisioni più imparziali possibili sull’operazione, nome in codice “Crossroads”,  anche “per convincere il pubblico che si tratta di una prova utile e condotta con obiettività”.
Il 24 gennaio 1946 l’ammiraglio Blandy, a capo dell’intera operazione, decide che Bikini va benissimo, perché presenta tutte le caratteristiche migliori per la sicurezza dell’esperimento, in particolare perché tutte quelle isole del pacifico sono poste dal presidente Truman sotto la giurisdizione degli Stati Uniti a seguito della vittoria contro il Giappone.
Quattro giorni dopo gli abitanti dell’isola vengono informati. C’è molta retorica, tipicamente statunitense, attorno a questa vicenda. Si cerca di far passare per eroici patrioti i 167 disgraziati che devono lasciare le loro case. Faccio molta fatica a pensare che sia andata come è stata poi raccontata dal commodoro Wyatt, secondo il quale i bikiniani erano felici di contribuire al successo del test. Credo piuttosto che lo abbiano mandato a quel paese senza mezzi termini e siano stati costretti al trasloco, non potendo fare altrimenti.

Bikini

Si sistemano quindi le navi bersaglio: 95 di varie dimensioni e caratteristiche: corazzate, portaerei, cacciatorpedinieri, otto sommergibili e varie altre tipologie di imbarcazioni più piccole. Le bombe sono due, entrambe al Plutonio, identiche a quelle esplose su Nagasaki e trasportate dallo stesso bombardiere.
Il primo luglio venne sganciata la prima bomba: il suo nome è Able.
L’effetto della prima esplosione, avvenuta a 160 m da terra è però molto deludente. Solo poche navi vengono affondate e la stampa critica subito gli esecutori, ma quando si scopre un difetto nello stabilizzatore di coda dell’ordigno, l’equipaggio viene scagionato.
Sulle navi più grandi erano stati sistemati aerei, carburante ed esplosivi per rendere più realistico il tutto. C’erano perfino degli animali a bordo: svariate mucche, 146 maiali, 176 capbikini05re, 57 cavie, 109 topi e 3030 topolini distribuiti in 22 navi. Il 35% di loro muore o per l’onda d’urto o per le radiazioni. Altri sono poi sacrificati in laboratorio per studiarne le reazioni.
Tre settimane più tardi, il 24 luglio, è il turno del test Baker. Questa volta la bomba viene ancorata sotto una nave da sbarco, la LMS-60. Nessun pezzettino di questa imbarcazione verrà trovato dopo l’esplosione: la LMS-60 viene semplicemente vaporizzata dalla sfera incandescente. La detonazione avviene 27 m sotto il livello del mare. Gli effetti sono devastanti per la flotta bersaglio e stupefacenti per gli osservatori. Ogni rivista che parli di Bikini mostra una sfera enorme di acqua nebulizzata e sabbia in espansione, alta fino a 2 km e larga 700 m. Si tratta del fenomeno conosciuto come singolarità di Prandtl-Glauert.
Ora, non essendo militari, di cosa avviene alle navi bersaglio ci importa relativamente. Ci interessa di più vedere cosa succede dopo, a causa delle radiazioni prodotte. La Baker produce in tutto, meno di 1 kg di prodotti di fissione. Potrebbe sembrare una cosa da niente, ma, dal punto di vista della sua radioattività, è come se venissero liberate diverse centinaia di tonnellate di radio. La maggior parte delle polveri radioattive ricadono nella laguna, affondano e restano là o vengono portate in giro dalle correnti marine. L’analisi mostra che il resto della nube radioattiva ha contaminato tutte le navi, perfino quelle che si trovano a parecchi km di distanza. Purtroppo all’epoca non si conoscono ancora bene gli effetti nocivi delle radiazioni e nei primi sei giorni dopo Baker, quasi 5 mila uomini vengono mandati sulle navi per grattare via con spazzole, acqua e lisciva la radioattività, un’operazione folle, estremamente pericolosa e del tutto inutile.
Alla fine la contaminazione è talmente elevata che il terzo test previsto viene annullato per mancanza di bersagli utilizzabili.
bikini08Quella della decontaminazione delle navi è una storia lunga e dolorosa. Portate in acque non contaminate si cerca di recuperare quello che si può, ma alla fine si riesce a rottamare solo otto navi anziché affondarle. Il fatto grave è che l’affondamento non avviene solo a Bikini, ma anche alle Hawaii e davanti alle coste della California, vicino alle isole Farallones, dove è stato prodotto un grave inquinamento radioattivo. In quelle zone l’incidenza di tumore al seno è la più elevata di tutti gli Stati Uniti.
Un anno dopo, le autorità militari emettono un rapporto ufficiale sugli effetti prodotti dalle esplosioni.
La rivista Life commenta questo rapporto, riassumendolo in modo terribile con queste frasi: "Se tutte le navi nell'atollo delle Bikini fossero state complete dei loro equipaggi, la bomba Baker avrebbe ucciso 35.000 marinai. Se questo tipo di bomba atomica fosse stato sganciato a sud della New York's Battery (punta di Manhattan) in presenza di un vento costante da sud, sarebbero morte 2 milioni di persone."
Ma, a parte Life, il rapporto dei militari passa quasi del tutto inosservato, nel totale disinteresse dell’opinione pubblica.
Abbiamo parlato di oggetti, le navi, e di animali: e gli uomini?

Le persone e Bravo

Alle persone va un pochino meglio che agli animali nelle stive delle navi del test Baker. Certo che all’epoca non ci sono scudi protettivi o tute speciali, per cui la sicurezza consiste nel controllare il livello di radiazione assorbita da ciascuno grazie ad un dosimetro badge e nel monitorare e stabilire i tempi di permanenza sulle navi dopo l’esplosione. Si stabilisce che 0,1 roentgen al giorno sono un limite sopportabile per quei militari. Purtroppo l’85% del contenuto della nube è costituito da particelle di Plutonio non fissionato, che decade emettendo particelle alfa, le quali non vengono, all’epoca, rilevate né dal badge né dal contatore geiger.
Nel 1996 il governo finanzia uno studio sulla mortalità dei veterani dell’operazione, scoprendo che l’incidenza dei decessi è stata del 5% superiore a quella di chi a Bikini non c’era.
Ancora peggio va agli abitanti dell’isola, come detto trasferiti preventivamente a Rongerik, dove però non riescono a procurarsi il cibo e devono essere accuditi dall’amministrazione USA. Comincia così una diaspora per cui i 4000 discendenti degli abitanti di Bikini vivono oggi in svariate isole del Pacifico e in paesi stranieri.
Ma il racconto non è completo se non si aggiunge quello che avviene dieci anni dopo Crossroads. Tra il 1954 e il 1958 altre 21 bombe nucleari vengono fatte esplodere nella laguna di Bikini, con una potenza complessiva circa 3 mila volte superiore a quella di Baker.
bikini06La più sporca di queste manovre ha luogo il 1 marzo 1954, quando una bomba termonucleare da 15 Megatoni provoca un fallout che colpisce gli isolani. Si tratta del più grande esperimento termonucleare mai eseguito dagli Stati Uniti.
Solo per completezza ricordo che una bomba termonucleare non usa la fissione di nuclei pesanti come il Plutonio o l’Uranio, ma la fusione di nuclei leggeri, come l’idrogeno da cui il nome di “bomba H”. Insomma funziona come una piccola stella e sprigiona quantità enormi di energia anche rispetto alle bombe a fissione.
Anche questa storia merita di essere raccontata.
E' bene non dimenticare che siamo in piena guerra fredda, con il terrore che i comunisti sovietici, mangiatori di bambini, sbarchino a Hollywood per fare una strage. Quello che è sicuramente vero è che la scienza russa, in forte competizione con quella americana, ha operato un sorpasso nella realizzazione delle armi nucleari creando per prima la bomba termonucleare.
A questo punto occorre far presto: mettere a punto la propria bomba e sperimentarla subito. Bisogna far vedere che anche da questa parte si dispone di una potenza distruttiva almeno pari a quella sovietica. Nasce così il nuovo progetto che porta nel 1954 a sganciare nel cielo delle Marshall un nuovo ordigno, chiamato con sottile e perfido sarcasmo “Bravo”.
C’è un peschereccio nei paraggi, il Lucky Dragon 5, che viene investito dalle ceneri radioattive. I 23 dell’equipaggio ci convivono non avendo assolutamente idea di cosa sia quella polvere bianca. La storia di questi sfortunati è raccontata nel Museo della Mutazione Atomica. Uno muore nel giro di sei mesi di cancro, gli altri finiscono in ospedale per periodi molto lunghi.
Poi c’è un altro guaio. Già dieci anni prima, l’atollo di Bikini era stato scelto per la costanza dei venti e quindi la possibilità di prevedere il tragitto della nube radioattiva. Ma in quel giorno vale la legge di Murphy: il vento gira di colpo verso Sud-Est, spostando le nubi dritte verso Rongerik.
Lo spettacolo, se così si può dire, viene descritto nel 1957 da un articolo apparso sul Saturday Evening Post a firma John C. Clark. Un boato e un lampo di fuoco nel cielo, chiarissimo nonostante i 200 km di distanza. Dopo alcune ore cominciano a cadere sull’isola fiocchi grigi. “Sarà neve”, pensano i nativi e i bambini ci giocano pure, mentre le colture vengono invase da queste ceneri radioattive di corallo. Alcuni militari, chiusi nella locale stazione meteorologica, si rendono invece conto di essere in trappola. E proprio così titola l’articolo: “Eravamo intrappolati dal fallout radioattivo”.
bikini07Eppure quel cambio di direzione del vento è preannunciato la sera prima dai meteorologi e alcune navi passano non lontano dall’isola, ma nessuno si preoccupa delle persone che vi si trovano.
Evidentemente la situazione non è simpatica neppure per mandarci dei dottori, che più di altri sanno cosa significa frequentare quegli ambienti. Così passa un po’ di tempo prima che qualche camice bianco si avvicini alle popolazioni. Sono muniti di contatori Geiger che ticchettano come impazziti, ma non si fa poi molto. Qualche abitante viene impacchettato e trasportato in ospedali molto grandi e molto attrezzati a Chicago. Dopo averli esaminati per bene vengono rimandati a casa loro.
Oggi sappiamo che gli effetti delle radiazioni sono una lunga storia, nel senso che i loro effetti si possono sentire anche a grande distanza di tempo. E così in quella zona compaiono tumori di ogni genere, la cui frequenza aumenta sempre più in modo decisamente anomalo. Colpita in modo particolare la tiroide, ma ci sono anche molti aborti e nascite di bambini deformi (che è poi quello che le bombe di Hiroshima e Nagasaki hanno lasciato in eredità al popolo giapponese).
I livelli di radioattività misurati nei corpi degli abitanti, ma anche sui vestiti e sul cibo risultano inaccettabili e perfino tracce di Plutonio nelle urine, anche se i laboratori di analisi Bookheaven di New York etichettano questi risultati come “radioattivamente non significanti”. Non so voi, se in una simile situazione sareste tranquilli e sereni.
Si arriva così al 1975, quando gli abitanti fanno causa al governo americano per costringerlo a intervenire per capire quale sia la situazione. Il via libera del governo avviene nel dicembre del 1975, ma per altri tre anni nulla si muove per questioni burocratiche, almeno così si dice.

Cosa fa il governo per gli abitanti?

Quello che si fa, nel 1978, è di spostare tutti gli abitanti da Rongerik verso altre isole. In questo modo la vicenda degli uomini esposti alle radiazioni delle bombe su Bikini viene risolta, perché non c’è più nessuno sul quale fare delle verifiche.
Nel 1984 il periodo di protettorato statunitense termina e viene fondata la repubblica delle isole Marshall. In un commovente quanto assurdo discorso, l’allora presidente Ronald Reagan augura ai superstiti un periodo lunghissimo di prosperità, felicità, rispetto dei diritti umani e democrazia. A me continua a sembrare una clamorosa presa per il sedere! 
bikini09Ma torniamo alle vicende delle isole del pacifico.
Solo nel 1986 il governo delle isole Marshall intenta una causa agli Stati Uniti ed ottiene dal Nuclear Claims Tribunal degli USA il diritto ad un risarcimento di oltre mezzo miliardo di dollari. In realtà di risarcimenti si è parlato a lungo con cifre anche più elevate di questa (fino a due miliardi), ma di moneta sonante si è visto molto poco.
Voglio chiudere con poche righe di un articolo scritto nel 2004 da Stefano Liberti del Manifesto, al quale rimando non avendo avuto la possibilità di controllare personalmente i documenti citati.
«Il vento aveva soffiato dalla parte sbagliata e l'esplosione era stata di cinque volte più potente del previsto», hanno detto i responsabili americani agli isolani attoniti e impauriti che si accingevano a lasciare le proprie case. Ma la spiegazione dell'errore di calcolo non sembra del tutto convincente. «I militari americani sapevano che il vento quella mattina stava soffiando verso gli altri atolli, ma hanno deciso di procedere lo stesso», racconta Jack Niedenthal, 46enne della Pennsylvania che si è trasferito sulle Marshall, ha sposato una bikinese e da anni si batte per far conoscere questa vicenda dimenticata. «Non a caso tutte le barche nell'area con personale statunitense a bordo ricevettero l'ordine di tenere gli uomini al riparo». Niedenthal non lo dice esplicitamente, ma sono in molti a credere plausibile un'orribile ipotesi: gli abitanti degli atolli vicini a Bikini sarebbero stati usati come cavie da laboratorio, esposti scientemente alle conseguenze delle radiazioni «a scopo sperimentale». Un sospetto che si è rafforzato negli ultimi anni, quando, durante l'amministrazione Clinton, sono stati declassificati decine di documenti che alludevano a un certo progetto 4.1, lanciato proprio nel 1953 per studiare gli effetti di un'esplosione nucleare sull'organismo umano.

Cosa resta a Bikini di questa esperienza?

E oggi? Com’è oggi l’atollo di Bikini?
Ecco, questa è una storia istruttiva e interessante. Ho sempre detto in questa trasmissione che nessun evento creato dall’uomo potrà mai distruggere l’ambiente o il pianeta, come si ostinano a dire in molti. Quello che l’umanità sta facendo è cambiare le condizioni per la nostra sopravvivenza sul pianeta. In altri termini ci troveremo, come genere umano intendo, a vivere in una situazione difficile che non ci piacerà per niente, piena di difficoltà climatiche, di scarsità di risorse primarie (come l’acqua e il cibo). Per racchiudere il tutto in una immagine noi stiamo tagliando il ramo sul quale siamo seduti.
La Terra non avrà alcun problema a riprendersi alla grande, non appena questo piccolo fastidio che è l’homo sapiens avrà finito il suo percorso e sarà scomparso come altri milioni di specie prima di lui.
É quanto sta avvenendo a Bikini. L’esplosione Bravo del 1954 e le altre 22 che vi ho raccontato oggi hanno creato un cratere sotterraneo largo 2 km facendo di colpo sparire ogni traccia di vita vegetale e animale. Oggi quel cratere pullula di vita. Una ricerca australiana ha individuato 183 specie diverse di corallo. Il 65% della biodiversità biologica delle profondità marine di prima dei test, è oggi nuovamente presente. Ovviamente manca la specie umana che ancora non si può avventurare in un territorio devastato dalle bombe e ancora colpito in maniera pesante dalle radiazioni ionizzanti. Tutto bene dunque? Aspettate a gioire e seguite l’ultima parte di questa puntata.

Nessun problema dunque? No, non è così …

300 km a Ovest di Bikini c’è l’atollo Enewetak, dove si trova l’isola Runit. Cosa c’entra adesso quest’altra isola con la nostra storia?
bikini10Qui c’è un deposito di scorie radioattive, che gli abitanti dell’arcipelago chiamano semplicemente “The Dome”, “La cupola”. É una discarica in cui sono rinchiuse le scorie dei test nucleari statunitensi degli anni ’40 e ’50.
Questa vicenda è poco conosciuta. É stata riportata alla luce da un recente reportage australiano (alla fine di dicembre 2017) di Mark Willacy, intitolato “A poison in our island”, letteralmente “Un veleno sulla nostra isola”. Si vedono i bambini e gli abitanti di questo paradiso terrestre, circondati da una natura lussureggiante e da un mare che lascia senza fiato. Cantano, i bimbi, una canzone tradizionale, che racconta della nuova situazione “Non abbiamo più paura delle bombe; fiori e palme ondeggianti, questo è il mio tempo, questa è la mia terra!”.
Certo, questi bimbi sono nati molti anni dopo l’ultima bomba, ma l’eco di quegli esperimenti è ancora nella loro testa e nella loro cultura. E i bambini non vanno molto per il sottile; loro, quella discarica, non la chiamano “The dome”, la chiamano “The tomb”, la tomba.
The tomb è una enorme struttura che assomiglia ad un disco volante, sprofondato nella sabbia dell’isola deserta tra l’Oceano e la laguna interna. Là dentro ci sono 85 mila metri cubi di scorie radioattive. Dalla bonifica degli anni ’70 tutto quello che faceva ticchettare un contatore Geiger è stato buttato in un cratere, creato da uno degli esperimenti. Poi il tutto è stato sigillato con un tappo in cemento.
Tranquilli?
Mica tanto: il tappo è spesso solo mezzo metro e questa non è neppure la notizia peggiore.
Ho raccontato decine e decine di volte le conseguenze dei cambiamenti climatici. Bene, uno di questi riguarda proprio gli atolli: l’innalzamento del livello del mare infatti ha già costretto alcune popolazioni in giro per il mondo a sloggiare e cercare casa altrove.
E a Runit Island le cose non vanno diversamente. Già nel 2013 il Dipartimento dell’Energia USA fa sapere che i materiali radioattivi si stanno disgregando per via dell’acqua che penetra nella cupola.
Secondo l’ex sindaco di Bikini «Quella cupola è il legame tra l’era nucleare e l’era del cambiamento climatico. Se ci saranno davvero delle fuoriuscite sarà un evento molto devastante. Non stiamo parlando solo delle Isole Marshall, stiamo parlando dell’intero Pacifico».
bikini11All’epoca degli esperimenti, il governo di Washington non si faceva scrupoli di vaporizzare atolli e di spostare intere popolazioni, e intanto accantonava fondi per costruire il deposito. Inizialmente il progetto prevedeva di rivestire il fondo della voragine di Runit con cemento, ma poi non se ne fece nulla.
Perché?
É semplice, perché costava troppo. Sì, lo so che a sentire queste cose uno si incazza di brutto. Ma come, spendete miliardi per far saltare per aria isole e per distruggere le vostre navi e poi lesinate su una questione così fondamentale?
Beh, cosa volete che vi dica? É andata proprio così.
Così il fondo del “deposito” è permeabile, nessun lavoro è stato fatto per metterlo in sicurezza e quindi l’acqua del mare è entrata là dentro, all’interno della cupola.
Per questo Runit Island è diventato territorio tabù. Nessuno si avventura là; la paura delle radiazioni è troppo forte.
Quello che sembra un paradiso è in realtà un inferno; lo è anche da un punto di vista sociale. Perché la vita degli abitanti, sostenuta un tempo da pesca e coltura delle palme, è cambiata, drasticamente. La preoccupazione per la contaminazione radioattiva della catena alimentare marina ha modificato radicalmente la dieta tradizionale. Il ministero statunitense dell’Energia ha addirittura vietato le esportazioni di pesce da quell’isola. Così a Enewetak si mangia cibo confezionato e importato. L’unico negozio di alimentari ha gli scaffali pieni di barrette di cioccolato, lecca-lecca e patatine. L’obesità e il diabete sono la naturale conseguenza di tutto questo.
Attorno alla cupola non ci sono cartelli segnaletici o avvisi di pericolo, niente di niente. La cupola, l’isola e gli abitanti sono lasciati semplicemente al loro destino.
bikini12

Introduzione

Nell’ultimo articolo ho raccontato cosa è successo e cosa dovrà succedere delle scorie radioattive italiane, sparpagliate tra alcuni centri nostrani e in giro per l’Europa, in Francia, in Inghilterra e in Svezia, da dove dovranno tornare per essere conservate qui da noi. Come? Dove? Nessuno lo sa, perché il problema della costruzione di un sito nazionale, come abbiamo visto, non è praticamente ancora stato affrontato.
Allargando il discorso, proviamo a scoprire cosa è avvenuto nei decenni passati in due paesi chiave di tutta la storia mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica poi diventata Russia, mantenendo però le stesse problematiche delle repubbliche socialiste in questo campo.
Voglio premettere che i discorsi che faccio su questo tema non sono contro questo o quello stato, ma contro l’uso del nucleare, perché, secondo la mia opinione, i rischi e i guasti che produce sono enormi rispetto ai vantaggi dell’energia elettrica prodotta.
La questione è grave perché non si tratta solo di test sulle armi nucleari, ma dei “resti” di un’azione considerata civile come quella di produrre energia elettrica attraverso la fissione dell’Uranio. Ancora una volta mi preme sottolineare che questi problemi, pur con le differenze del caso, non sono stati molto diversi in ogni paese in cui il cosiddetto “nucleare civile” ha imperato, come ad esempio in Francia.
ScorieCredo sia chiaro che tutti, ma proprio tutti, anche chi vede nel nucleare la soluzione ad ogni problema energetico, non abbia dubbi su quale sia la difficoltà numero uno.
Sono quasi 70 anni che energia elettrica viene prodotta con centrali nucleari, dove i nuclei di Uranio vengono spezzati, liberando grandi quantità di energia, ma anche radiazioni che, come ben sappiamo, sono estremamente pericolose per la salute dell’uomo. La radioattività insomma è una gran brutta bestia. Quello che succede nelle centrali è che buona parte del combustibile si trasforma in altre sostanze, un po’ come quando accendiamo un fuoco con della legna e ci restano le ceneri che da qualche parte dobbiamo poi mettere. In quel caso non ci facciamo troppi problemi: le mettiamo in un sacchetto e le mandiamo in discarica o le usiamo per distribuirle attorno alle piante di fiori (non so perché si faccia questo ma ho visto molte persone comportarsi così). Con le ceneri dei reattori nucleari le cose sono un tantino differenti. Già, perché quelle ceneri sono, appunto, radioattive. Questo significa che non sono affatto inerti, ma sono, in un certo senso, vive. Esse emettono particelle e radiazioni nel tentativo di trasformarsi in qualcosa di meno instabile, in un’altra sostanza che non dia più fastidio a nessuno e se ne resti così per tutti i secoli a venire. Non c’è niente di speciale in questo: anche noi durante la nostra vita cerchiamo, se possibile, stabilità: lo facciamo con la famiglia, con il lavoro, con la salute. Il guaio di quelle sostanze radioattive riguarda i tempi di esecuzione di questo loro desiderio. Non è possibile dire con esattezza quanto ci metteranno a diventare innocue, ma un modo di valutazione è stato inventato: si chiama tempo di dimezzamento o emivita, che poi significa mezza vita e quindi il concetto è lo stesso.
Immaginate di avere 1000 particelle radioattive (è un numero insignificante rispetto alla realtà, ma è per semplificare i conti). Per diventare la metà, cioè 500 occorre che passi un tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà, cioè 250 occorre un altro tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà della metà, cioè 125, occorre ancora un altro tempo di dimezzamento. E così via. Ogni volta che passa un tempo di dimezzamento le particelle ancora attive sono la metà del periodo precedente. Si può ragionevolmente pensare che dopo 10 tempi di dimezzamento il rischio collegato con la presenza delle sostanze radioattive sia sufficiente a rendere sopportabile la situazione all’uomo.
Ora non resta che da capire quali sono queste sostanze e, soprattutto, quanto grande o piccolo è il loro tempo di dimezzamento.
Da una fissione di Uranio escono diverse sostanze, tra queste il Cesio 137. Il suo tempo di dimezzamento è di circa 30 anni. Secondo quello che ho appena detto dunque la sua presenza non sarà più un grande problema dopo circa 300 anni. Deve essere chiaro cosa questo significa. Significa che per 3 secoli quelle sostanze devono essere tenute in posti assolutamente sigillati e sicuri.
Un’altra sostanza che nasce nella fissione dell’Uranio è il Plutonio239. Avremo modo di parlarne più tardi. Per ora valutiamo solo il suo tempo di dimezzamento, che è di 24'200 anni. Ecco il problema cardine: chi è in grado di garantire la custodia sicura di questo materiale per 240 mila anni? 240 mila anni fa l’homo sapiens ancora non c’era: i primi esemplari probabilmente si presentarono in Africa 40 mila anni più tardi e oltre 100 mila anni più tardi in Europa e Asia. Siamo sicuri che sia ragionevole pensare che noi (nel senso di specie si intende) saremo ancora qui tra altri 240 mila anni? Se le cose vanno come stanno andando in questi ultimi decenni è estremamente probabile che un’altra specie dominante avrà preso il posto di quella umana, l’unica che non è riuscita ad adeguarsi all’ambiente che ha trovato, ma ha cercato di piegarlo ai suoi desideri, ai suoi sogni, ai suoi vizi.
Senza tirarla troppo per le lunghe e senza entrare in particolari che ho raccontato molte altre volte, sottolineo che oggi, nel 2018, nessuno al mondo ha uno straccio di soluzione a questo problema. Insomma nessuno oggi è in grado di dirci cosa possiamo fare delle scorie nucleari in modo che non rappresentino un pericolo per la salute dell’umanità.
Non hanno una soluzione nemmeno le nazioni che sulla produzione nucleare basano parte importante della loro energia come gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone, la Russia e soprattutto la Cina che sta costruendo centrali a rotta di collo, avendone in fase realizzativa o di progettazione almeno trenta.
Qui non voglio sottolineare più di tanto gli aspetti per così dire “collaterali” che la produzione di energia elettrica con la fissione comporta. Basta qualche accenno.
Già la fase di reperimento della materia prima, l’Uranio, porta problemi gravissimi specie quando le nazioni che lo fanno sono decisamente fuori controllo come il Kazakistan o quelli succubi da un lato di governi corrotti e dall’altro di multinazionali che se ne fregano si tutto, come il Niger. L’estrazione dell’Uranio dalle miniere, spesso a cielo aperto, è sempre una operazione che comporta rischi molto elevati di contaminazione del territorio e quindi delle persone che lo abitano.
Poi ci sono i costi non solo di costruzione e mantenimento delle centrali, ma quelli legati alla sicurezza, che dopo il disastro di Fukushima sono notevolmente aumentati. Infine i costi esorbitanti per demolire le centrali diventate obsolete (come ormai è il caso della maggior parte di quelle oggi funzionanti in Occidente). C’è il problema dell’acqua di raffreddamento, presa da fiumi, laghi e a volte dal mare: questa operazione poco o tanto modifica le condizioni dell’invaso e quindi le condizioni di vita degli ecosistemi presenti. Oggi, nel mondo l’energia prodotta attraverso le reazioni nucleari è una piccola parte del totale, supera solo di poco il 10%.

Energia nucleare, plutonio e MOX

Ora tuttavia i favorevoli al nucleare fanno il seguente ragionamento. Se di colpo togliessimo tutti i reattori presenti nel mondo, sarebbe necessario produrre una enorme quantità di energia con altri sistemi. Essendo oggi insufficiente la quota fornita dalle energie rinnovabili (si badi che parliamo del mondo intero non di questo o quello stato), bisognerebbe ricorrere ai combustibili fossili. É facile prevedere in questo caso un grande aumento dell’uso del carbone, per motivi soprattutto economici e legati alla grande offerta da parte di molti paesi produttori e della loro stabilità politica. Del resto non è un mistero che la Germania, dopo aver chiuso 8 reattori in seguito all’incidente di Fukushima, abbia aumentato, oltre alle rinnovabili, anche l’uso del carbone. Questo porterebbe dunque ad un aumento delle condizioni favorevoli ai cambiamenti climatici con una crescita sensibile dell’immissione di CO2 in atmosfera. Non c’è molto da sperare nel confinamento della CO2 o nell’uso del carbone pulito: siamo ancora molto lontani da soluzioni di questo genere. Ne segue che, con ogni probabilità, il futuro vedrà ancora sorgere centrali nucleari un po’ dappertutto, tranne nei paesi che potranno permettersi il lusso di investire molto denaro sulle fonti rinnovabili di energia per l’elettricità, la mobilità e il riscaldamento.
Rimane, in ogni caso, inalterato il problema delle scorie radioattive.
Prima di entrare nel racconto di quello che è successo in Russia (in quella comunista prima e quella attuale poi), serve una premessa, che potrà farci capire meglio le cose.
Nelle centrali nucleari viene usato Uranio arricchito, vale a dire quello per così dire normale, il 238, con l’aggiunta (appunto l’arricchimento) di una quota di U235, in una percentuale variabile dal 4 all’8%.
La fissione di 1 tonnellata di Uranio arricchito produce circa 40 kg di scorie radioattive, 950 kg di Uranio “depleto” (cioè usato e quindi non più arricchito) e 10 kg di Plutonio. Ora attenzione: il Plutonio in natura non esiste, occorre fabbricarlo e questo è il modo di ottenerlo, vale a dire con la fissione dell’Uranio. Un reattore nucleare dunque non produce solo energia elettrica, produce anche Plutonio.
Perché dovrebbe interessare a qualcuno se produciamo Plutonio? A cosa può mai servire una sostanza così pericolosa come quella che per decadere ha bisogno di un tempo enorme valutabile in quasi 250 mila anni?
La risposta è semplicissima: perchécon il Plutonio si fabbricano le bombe. Praticamente tutte le armi strategiche americane e sovietiche erano a base di Plutonio. Durante decenni non si è fatto altro: centri specializzati come Majak in Russia, Le Hague in Francia, Sellafield in Inghilterra, e svariati centri negli USA e altrove avevano questo preciso compito. La produzione di energia elettrica era una semplice costola di questa attività.
Ma da allora le cose sono cambiate: abbiamo assistito, dai primi anni 90 in poi, ad un progressivo smantellamento degli arsenali militari. Addirittura USA e Russia (accordo ventennale del 1993 tra Eltsin e Clinton) si sono scambiati combustibile derivato dalle bombe (400 ton) con dollari (12 mld). Perché dunque continuare a produrre Plutonio?
Il fatto è che a nessuno sfugge che il combustibile tradizionale prima o poi finirà e nemmeno il fatto che lo stoccaggio delle scorie è un problema senza soluzione, tanto più con la presenza di così tanto Plutonio che nessuno sa dove mettere al sicuro.
Ed ecco allora il trucco. Usiamo gli scarti della fissione nucleare come combustibile per altri reattori. E così alcuni stati (Francia, Gran Bretagna, Russia, Giappone, …) sono dotati di centrali con reattori che funzionano a MOX: una combinazione del Plutonio ottenuto dalla fissione e di Uranio.
Nel mondo ci sono una trentina di reattori che usano il MOX, 20 di questi sono in Francia. La preparazione del MOX è estremamente pericolosa e i centri di riprocessamento del materiale radioattivo altrettanto a rischio di incidenti: ne sanno qualcosa sia a Le Hague che a Sellafield dove non sono riusciti a far passare sotto silenzio tutti quelli che sono accaduti con fuoriuscita di sostanze radioattive. Aggiungete il fatto che per produrre MOX in quantità sufficiente a Le Hague arrivano tutti gli scarti dei 59 reattori francesi e di quelli di mezza Europa e non solo: treni e navi carichi di Plutonio, Cesio e compagnia bella in giro per le pianure francesi … una follia!
Se dal punto di vista del risparmio delle risorse si può capire questa mossa, essa appare enormemente azzardata se la si considera in relazione ai rischi. La rottura di un reattore a MOX è ben più pericolosa di quella di un reattore ad Uranio: a Fukushima è successo proprio questo!
Ma il discorso si fa anche più interessante se parliamo di prezzi e di costi.
Infatti l’impiego del MOX è giustificato proprio da evidenti ragioni economiche: meno scorie da stoccare, meno Uranio da comprare e con i prezzi che corrono …
Gli Stati Uniti hanno sempre considerato i prodotti della fissione dell’Uranio (quindi anche il Plutonio una volta messo da parte quello per fare le bombe) come scarti da stoccare, ma anche loro alcuni anni fa hanno accarezzato l’idea di percorrere la strada dei francesi. E così hanno messo in piedi un progetto a Savannah (South Carolina) finanziandolo con 5 miliardi di $ per il riprocessamento dei combustibili e la produzione di MOX. "E’ davvero un peccato lasciare tutto questo ben di dio alla Francia", devono aver pensato i vertici USA e così hanno messo in piedi il loro giocattolo. A gestire l’impresa una joint-venture americana e francese: quest’ultima parte rappresentata – ti pareva? – ancora da AREVA, la multinazionale di stato.
Il "botto" del reattore 3 a Fukushima ha guastato i piani, ma Obama e soci prima, Trump più che mai adesso sono sicuri che da loro questo non potrà mai accadere: da dove derivino certe certezze è un mistero ben più oscuro di quello dei pastorelli portoghesi di Fatima; così continueranno imperterriti a riempire di MOX il paese, trasformando i forni di alcuni reattori (ad esempio quello della nuova centrale proprio di Savannah) con concentrazioni di MOX 5 volte superiori a quelle giapponesi.
Ecco perché c’è tanto Plutonio in giro per il mondo: da un lato perché non si sa dove mettere le scorie dei reattori per così dire normali e dall’altro per riempire le bocche dei forni di quelli a MOX.

Majak, il sito più contaminato al mondo

Detto questo possiamo decisamente passare alle vicende sovietiche: incontreremo luoghi ameni come Majak, forse il territorio più inquinato del mondo, sicuramente quello in cui sono avvenute nefandezze assurde.
Voglio ribadire ancora una volta che il discorso che sto per fare riguarda il periodo socialista dell’attuale Russia, ma non è una presa di posizione contro questo sistema politico. É semplicemente il racconto di come regimi differenti (vedremo quello statunitense nel prossimo articolo) se ne freghino bellamente della natura e dei propri concittadini, quando mettono le ragioni di stato davanti ad ogni altra cosa. Niente politica dunque, solo storia.
E adesso cominciamo.
Se cercate “Majak” su Wikipedia, trovate scritto:
“Majak è una zona della città di Ozërsk che ospita un impianto per la produzione di materiale nucleare (soprattutto plutonio) destinato alla fabbricazione di bombe atomiche attraverso il riprocessamento del combustibile proveniente da reattori nucleari. Majak è situato a circa 150 km a nord-ovest della città di Čeljabinsk, negli Urali meridionali tra le cittadine di Kasli e Kyštym. L'impianto si trova nel comprensorio amministrato dalla città di Ozërsk, meglio conosciuto come Čeljabinsk-40 e successivamente come Čeljabinsk-65. Il territorio di Majak è uno dei siti esistenti maggiormente contaminati radioattivamente a seguito del rilascio nell'ambiente di radionuclidi in tre separate circostanze dal 1949 al 1967”
Non una grande presentazione, vero?
Per la cronaca: Ozërsk conta oggi oltre 80 mila abitanti, Čeljabinsk più di un milione.
La parola Majak significa “Faro” non si sa se tutta quella radioattività sia in grado di illuminare la regione o se si trattasse di un faro che illuminava la potenza sovietica nel periodo della guerra fredda.
Ad ogni modo qui si ricava plutonio dal 1948; plutonio che usato, ad esempio, per la prima bomba nucleare fatta esplodere dall’URSS in un test dell’agosto 1949.
La zona di Majak è ricca di laghi ed è attraversata dal fiume Techa, la sola risorsa idrica per gli oltre centomila abitanti che vivevano nella valle. In questo fiume le industrie per la produzione di plutonio scaricavano le proprie scorie. Nel 1951 fu registrata radioattività nel mar Artico alla foce del Techa, lontana 2000 km da Majak, e questo nonostante praticamente tutto il materiale radioattivo venisse depositato nel fiume lungo i primi 35 km dalla centrale sugli Urali.
Il governo decise allora che era il caso di intervenire e vietò lo scarico in acque destinate alle popolazioni. Si costruirono dighe e si deviarono corsi d’acqua isolando il lago di Karachai dal fiume e dall’oceano. Questo lago divenne la pattumiera di Majak. Ma almeno era isolata.
Nel 1967 ci fu un anno molto secco e il lago si ritirò, lasciando lungo le sponde un fango radioattivo che presto si seccò, si trasformò in polvere e venne portato via dal vento. Un’area di oltre duemila km quadrati ne fu investita.
Per avere un’idea di quello che accadde consideriamo le cifre seguenti.
Il rilascio totale di radionuclidi nel lago Karachai è 4 volte superiore all’attività della bomba su Hiroshima dopo 12 ore dalla esplosione e circa 11 volte più grande di quello legato al famosissimo incidente di Chernobyl del 1986.
Si è scoperto che quasi 300 mila persone sono state esposte a radiazioni; 125 mila sono state contaminate con isotopi radioattivi di alto livello (cesio, plutonio, stronzio). Ma loro non ne sapevano nulla. Un paio di volte all’anno venivano mandate a un controllo medico. Majak è diventata negli anni uno dei più grandi laboratori di ricerca sugli effetti della radioattività sugli esseri umani. Solo negli anni ’90 la verità è venuta a galla e si è percepito la pazzesca dimensione del disastro.
La zona di Majak è oggi considerata la più inquinata al mondo e il villaggio di Muslyumovo è il centro assoluto di questa disgrazia. L’acqua del fiume è radioattiva e non utilizzabile. Le persone che soffrono per la contaminazione non muoiono necessariamente in tempi brevi, però possono trasmettere geni modificati a generazioni future...
Di tanti aborti spontanei avvenuti a Muslyumovo, quasi tutti sono feti con grosse anomalie.
I divieti di pesca o di raccogliere funghi e frutta sono disattesi; la gente li prende e li mangia nonostante tutto.
Il governo aveva promesso che, entro 30 anni, l’acqua sarebbe tornata potabile, ma, come abbiamo visto, per stare tranquilli col Plutonio ce ne vorranno almeno 240'000 prima che passi il pericolo …

Come fare soldi con le scorie radioattive

Uno dei modi di fare soldi per un paese è quello di accogliere le scorie nucleari prodotte da altri. É un po’ quello che è avvenuto e avviene ancora in Campania con i rifiuti tossico-industriali. Ma un conto è che di tale traffico se ne avvantaggi un’organizzazione criminosa come la camorra e una amministrazione connivente, ben altra se ad organizzare il tutto è direttamente lo Stato, attraverso un suo ministero.
Questo ministero, in Russia, si chiama Minatom il Ministero Atomico. Poi, come sappiamo, nel 1989, cade il muro di Berlino e il comunismo va a carte 48.
Che succede allora?
Dopo la caduta del muro e il profondo cambiamento introdotto da Gorbaciov, che elimina l’organizzazione comunista dello stato nell’ex URSS, molti cambiamenti vengono fatti. Tra questi, alcuni anni più tardi, anche la decisione di non importare più scorie radioattive dall’estero. Un brutto colpo per paesi come la Finlandia, che devono cercare un’altra pattumiera.
Il parlamento russo (la Duma) crea un proprio ministero dell’ambiente e comincia a parlare di valutazione di impatto ambientale anche per le centrali nucleari.
I tre siti più inquinati del mondo sono all’epoca (e ancora oggi) Seversk, Majak e Zheleznogorsk; la situazione è talmente grave da meritare l’attenzione degli Stati Uniti. Questo anche perché la nuova Russia viene vista dagli USA come il trionfo del capitalismo sul socialismo. Arrivano a Mosca ingenti aiuti tecnici, politici ed economici per smaltire le enormi quantità di plutonio presenti nel paese. In particolare 100 milioni di dollari vengono stanziati dietro la promessa che la Russia non userà più le proprie scorie nucleari per la produzione di plutonio.
Ma i soldi americani non bastano.
A testimoniare che il passaggio del 1989 non è affatto indolore, nel 1999 la Duma delibera, su proposta del Minatom, di accogliere nuovamente scorie radioattive dagli altri paesi, in cambio di denaro.
Si raggiunge un curioso accordo: le scorie vengono “date in prestito” per 50 anni alla Russia, in attesa che la tecnologia trovi un rimedio definitivo al problema.
Si cerca perfino di coinvolgere la popolazione, ma si scopre che la stragrande maggioranza è contraria, quindi … la Duma approva l’accordo per proprio conto, potendo comunque contare sull’88% dei voti a favore. E poi dite che la matematica non è un’opinione!
Il sito scelto come discarica nucleare del mondo è … indovinate un po? … Majak!
Del resto è un po’ come facciamo nelle nostre case. Se avete una stanza in disordine totale e avete delle cose che non sapete dove mettere, mica andrete a fare confusione nel salotto buono, no? Così, già che Majak è una pattumiera inquinata, buttiamo pure là tutte le schifezze, ancora e ancora.
Molti dei reattori oggi sono chiusi, ma Majak resta un centro per riprocessare le scorie nucleari che arrivano dalle centrali, dai reattori di ricerca e dagli armamenti (in particolare dalla flotta dei sommergibili “atomici”). Qui il plutonio viene separato dalle altre scorie. Ci sono anche stabilimenti per la produzione del combustibile MOX.
Il riciclaggio e la riconversione delle scorie radioattive sono, però, procedimenti molto costosi, che i russi non sono più in grado di sostenere.
Dunque a Majak si accumulano scorie non trattate. Si è provveduto alla costruzione di un enorme deposito, dove verranno conservate circa 50 tonnellate di Plutonio, estratto dalle testate nucleari russe. Questo deposito è stato finanziato dagli USA, ma non si sa nulla della sua realizzazione.
Sul fondo del lago Karachai sono stati calati enormi blocchi di cemento per evitare quanto avvenuto nel 1967 e cioè che il vento risollevi la polvere radioattiva e combini un altro disastro.
Il rischio che tale materiale finisca nel sistema idrico del fiume Irtysh e raggiunga l’Oceano Artico è assolutamente reale.
Dopo aver offerto Majak al mondo Occidentale come pattumiera nucleare a Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, con la prospettiva di ricevere 20 milioni di tonnellate di combustibile nucleare esaurito, per un totale di 20 miliardi di dollari, nel maggio 2002 la Russia ha deve fare marcia indietro, poiché non è in grado di soddisfare il rispetto degli standard di sicurezza. Ecco il comunicato.
Le possibilità tecniche che dovrebbero garantire l’appropriata amministrazione delle scorie radioattive in accordo con le richieste normative e legislative approvate nel campo dell’uso dell’energia nucleare, della sicurezza radioattiva per la popolazione e per la protezione dell’ambiente sono assenti. Manca il necessario equipaggiamento per il trattamento e la vetrificazione delle scorie radioattive (gli esperimenti effettuati nella fornace di vetrificazione sono insoddisfacenti). Tutto ciò rappresenta una conferma dell’impossibilità di accettare il combustibile nucleare spento dai paesi stranieri per il loro riprocessamento, senza una modernizzazione generale dell’impianto di Majak.
Il Minatom sta valutando se rimodernare l'ormai obsoleto impianto di Majak.

La gente di Majak

Come già detto, nel comprensorio nucleare di Majak, le persone che vi abitano non godono di buona salute e portano geni mutati che danno origini a numerosi aborti e malformazioni. I divieti in vigore nell'area sono ignorati dagli abitanti, tutti contadini in condizioni economiche di assoluta povertà, purtroppo costretti a coltivare la terra, a pascolare e quindi ad usufruire del fiume Techa per irrigare i campi, nutrirsi e nutrire il bestiame. Le misure di sicurezza adottate in questi anni sono pressoché insignificanti dinanzi al rischio effettivo.
Ancora oggi esistono cartelli stradali che esortano chi transita in automobile a chiudere finestrini e prese d'aria durante il passaggio attraverso alcune zone ancora fortemente contaminate.
Al di là delle questioni economiche dette, in Europa non si è mai discusso di questi fatti. Del resto, cosa volete? gli Urali sono molto lontani e a noi poco importa se i contadini russi muoiono di cancro o se i loro figli sono talmente deformi da non poter neppure iniziare la vita. E poi ci sono gli aborti … sono donne, che ci importa?
Le radiazioni mica si vedono, non è come la frana che ha devastato la valle del Vajont, non ci sono migliaia di morti a terra come nel caso indiano di Bophal. Le radiazioni non si vedono e i loro effetti a volte si manifestano anni più tardi. Coprire un simile scenario, per di più con l’organizzazione sovietica è uno scherzetto.

Metamorphosen , un documentario agghiacciante su Majak

Ne ho parlato sul mio sito diversi anni fa, nel 2010, con un articolo che ripercorre in breve la storia che oggi ho raccontato, ma ho fatto molta fatica a trovare materiale attendibile da fonti serie.
Qualche anno fa è uscito un film, un documentario, che è stato presentato al 62° Trento Film Festival, uno dei più antichi festival, avendo avuto la prima nel 1952 grazie al Club Alpino Italiano. Accanto ai documentari tipicamente dedicati alla montagna, hanno man mano trovato spazio anche proiezioni sulle questioni ambientali e quella di Majak lo è davvero, altro che se lo è!
Il filmato (Metamorphosen) di un’ora e venti circa è stato girato, in bianco e nero, dal regista tedesco Sebastian Metz nel 2013 e riprende quello che si osserva girando oggi per le vie di quella disgraziata zona. (Potete vederne di seguito il trailer ufficiale).

Nonostante si incontrino persone, uomini, donne e molti bambini che conducono una vita del tutto normale, ci sono scene agghiaccianti. Mentre i ragazzi giocano, corrono, ridono e ballano, il paesaggio è immobile, quasi si percepisca l’attesa di una catastrofe imminente, che però è già avvenuta e sta avvenendo ancora adesso. Le immagini delle case contaminate, i lunghi silenzi rendo il film decisamente inquietante, come alcune affermazioni dei personaggi intervistati.
La ricostruzione di un testimone oculare dell’incidente in cui il reattore Ludmilla fu sul punto di esplodere, i racconti sulle malattie di persone e animali esposti alle crescenti radiazioni…tutto non fa che confermare ciò che le immagini suggeriscono. Oltretutto, l’impianto rimane in funzione e continua a contaminare l’area circostante. “Viviamo qui come cavie da laboratorio, vogliono vedere quanto sopravviviamo” afferma con sorprendente compostezza una coppia che abita vicino al fiume.
Lascio la chiusura al regista del film: le sue parole sono una conferma di quanto vi ho fin qui raccontato:
Nel 2011, dopo il disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, i media di tutto il mondo stimarono le conseguenze delle radiazioni rilasciate sulle persone e sull’ambiente. Esperti e scienziati fecero paragoni con il disastro di Chernonbyl del 1986. Fui sorpreso che nessuno parlasse di Majakafferma il regista. “Mi sono reso conto che, ancora oggi, uno dei peggiori disastri nucleari della storia è sconosciuto al grande pubblico. Ho pensato che questa storia dovesse essere raccontata e ho quindi deciso di farne un film”.
Riuscire a trasformare subdole, impercettibili radiazioni in qualcosa di visibile attraverso gli occhi, le facce e le voci delle persone che vivono nell’area è la vera sfida del film, girato in bianco e nero.Invece di avere un personaggio investigatore, con il suo atteggiamento scandalizzato, con molti fatti e informazioni, volevo l’attenzione su quel che per me era davvero necessario: la gente. Ho cercato di realizzare le immagini più adatte alle loro storie, delle loro esperienze e che, combinate con il suono, provocassero la sensazione di “qualcosa” che non è visibile o udibile. Volevo che il pubblico percepisse il pericolo nelle immagini, senza dover mostrare un rilevatore di radiazioni per tutto il tempo”.
Il film è reperibile in rete cercando “Metamorphosen”.

2017: una nube tossica si aggira per l’Europa

Veniamo adesso ai giorni nostri, agli ultimi mesi del 2017.
Nel settembre scorso ci arriva la notizia, ampiamente diffusa non senza una notevole enfasi, che una nube tossica e radioattiva si aggira per l’Europa. Ci siamo tutti molto preoccupati, almeno quelli ai quali è rimasto un briciolo di cervello, perché molti di noi hanno ricordato i fantasmi del 1987, quando da Chernobyl aveva raggiunto mezzo mondo quella nube radioattiva pieni di nanocurie, che all’epoca mica sapevamo bene cosa fossero. Ma in questo caso, nessuno sa da dove venga e di che cosa si tratti nei dettagli. Poi finalmente si scopre che la sostanza pericolosa di quella nube è il Rutenio, un elemento innocuo nelle sue forme naturali, ma l’isotopo 106, ottenibile solo artificialmente, è radioattivo, ha un decadimento beta meno, il che significa che emette particelle ionizzanti e quindi in grado di modificare atomi, molecole e strutture, anche quelle del nostro organismo. Insomma non una bella cosa. Questo isotopo, uno dei prodotti del decadimento dell’Uranio 235, si ottiene dal combustibile nucleare esaurito, ha una emivita di poco più di un anno e quindi deve essere lasciato in strutture sicure per almeno una decina di anni prima di poterlo trattare.
A dire il vero l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese aveva rilevato un anno prima, nel settembre del 2016, la presenza di tracce di questo isotopo nell’aria europea, ma i livelli erano così bassi da non presentare alcun pericolo né per l’uomo né per l’ambiente e quindi la cosa viene registrata e messa in un cassetto. L’origine era stata supposta in una zona tra il Volga e gli Urali, cioè in Russia o Kazakhistan.
E veniamo al 2017, quando le tracce radioattive cominciano a farsi sentire nei rilevatori europei il 27 settembre e proprio in Italia. Si dileguano poche settimane dopo, precisamente il 13 ottobre. Nel nostro paese sono le ARPA, l’ISPRA e la protezione civile a monitorare la situazione. Va detto subito che quando parliamo di tracce, intendiamo valori molto bassi e quindi non pericolosi, ma anche che da qualche parte una falla o un incidente ci deve essere stato. Per capirci, da noi il livello della contaminazione radioattiva è stata decine di migliaia di volte più bassa di quella legata al disastro di Chernobyl. Possiamo fregarcene, trascurarne gli effetti o dobbiamo preoccuparci lo stesso?
Un pochino sì, visto che l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese afferma che nella zona di emissione i valori devono essere stati importanti o, per usare la terminologia dell’Istituto “di tutto rilievo”.
Per sicurezza vengono fatte analisi delle merci importate dalla probabile zona a campione, ma senza riscontrare nessun pericolo né reale né probabile.
Per quanto riguarda l’origine della nube, invece, il buio più totale. L’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese avanza, all’epoca, un sacco di ipotesi, escludendo tuttavia che si possa trattare di un incidente in una centrale nucleare. In quel caso infatti sarebbero arrivati anche altri nuclidi, probabilmente ben più pericolosi del rutenio.
I cittadini, scarsamente informati in generale e mediamente molto ignoranti in questioni scientifiche, giustamente temono conseguenze gravi per loro e per i loro cari, in particolare per i bambini. Nei bar si parla spesso di questo fatto, con, a volte, ipotesi fantascientifiche, sicuramente coinvolgenti ma poco documentate.
Alla fine di novembre, Mosca comincia ad ammettere qualcosa. Quella nube è stata osservata anche in Russia dicono. Ma i dati forniti da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare russo, non hanno niente a che vedere con quelli registrati dalle nostre parti. Si parla di livelli mille e più volte superiori alla norma. É un grado di contaminazione estremamente alto – conferma Rosatom – affrettandosi poi a negare ogni possibile incidente entro i confini nazionali.
Ora vi faccio un altro indovinello. Indovinate dove si sono registrati i valori massimi della contaminazione?
Bravi!
A Majak!
Greenpeace ha formalmente chiesto a Rosatom di aprire un’inchiesta e di rendere pubblici tutti i dati in suo possesso, dopo che l’agenzia russa aveva contestato alcune informazioni fornite da altre analisi. Ma la vicenda riapre con forza la discussione sulle responsabilità degli stati nel momento in cui si verificano incidenti, come quelli nucleari, che interessano anche altri paesi.
Nel 2017 si sono verificati incidenti in Francia, in Svizzera e in Slovenia, solo per parlare di quelli più vicini all’Italia.
Ora noi sappiamo che spesso gli incidenti che si verificano non incidono direttamente sull’impianto nucleare di produzione di energia. Tuttavia questi indicenti provocano comunque timore nelle persone, perché la maggior parte di loro sa che il pericolo è sempre elevatissimo, difficile da individuare. Questo, ad esempio è quanto accaduto a Flamanville, in Francia, nel novembre 2016. Nessun rischio nucleare, hanno detto tutti, solo una esplosione nella sala macchine dove non ci sono materiali radioattivi. Eppure, anche se solo per precauzione, un reattore è stato spento e questo non può che allarmare i cittadini.
Tra l’altro Flamanville è tristemente famosa per essere uno dei due luoghi (l’altro è in Finlandia) in cui sta per essere costruita una centrale EPR, la cui data di ultimazione è continuamente slittata dal 2012 per essere fissata di recente alla fine dell’anno in corso (2018). I costi dell’impianto sono nel contempo lievitati in modo quanto mai imbarazzante.
Nell’autunno di quest’anno sembra esserci stato un incidente grave in una centrale della Corea del Nord. La TV giapponese ha parlato di 200 morti e indicato la causa in uno dei test nucleari di Pyongyang. Questo test avrebbe provocato un terremoto di magnitudo 6,3, avendo come conseguenza l’indebolimento del sottosuolo e quindi l’incidente.
Insomma incidenti piccoli o medi ne succedono spesso. Qualcuno calcola che ad oggi quelli degni di nota siano stati circa 130, anche se personalmente non ho dati a conferma di questo valore.
Ma quello che conta nel nostro discorso è il fatto che quando un incidente avviene in uno Stato, gli altri paesi devono sapere cosa succede.
É un sacco di tempo che si parla di accordi internazionali su questo tema. Nel 1978 si comincia a parlare di Nuclear Safety Standards, cioè di standard della sicurezza nucleare, prendendo dentro un po’ tutti gli aspetti. L’anno dopo, il 28 marzo 1979, ecco il primo grave incidente di cui abbiamo notizia, quello della centrale statunitense di Three Miles Island. Lo spavento è forte e induce i paesi membri della IAEA a stabilire nuovi standard. Nasce così l’Incident Reporting System che avrebbe dovuto registrare e analizzare a livello internazionale tutti i malfunzionamenti degli impianti nucleari. Ma solo dopo Chernobyl, l’accordo diventa operativo.
É proprio in quell’occasione, siamo, lo ricordo, nel 1986, che diventano evidenti le conseguenze drammatiche di una informazione scorretta, sia interna che internazionale. All’epoca l’Unione Sovietica non è certo trasparente, almeno all’inizio. Va anche detto che non c’è, a quel punto, nessun obbligo di informare le autorità straniere, se non regole più o meno di buona educazione verso i vicini di casa.
Per questo nel 1986 viene stipulato un accordo che obbliga uno stato in cui avvenga un incidente nucleare a notificarlo immediatamente agli altri stati precisando la natura, il momento in cui si è verificato e la localizzazione esatta. Nel 2005, l’Unione Europea adotta la Convenzione sulla tempestiva notifica di un incidente nucleare. Da allora sono stati molti gli accordi sottoscritti, ma tutti concordano su un aspetto: è necessaria la tempestività e l’accuratezza delle informazioni che riguardano: il luogo, la natura, le cause, la probabile evoluzione delle conseguenze. Tutti dati che la Russia, nella circostanza della nube tossica, pare non abbia fornito se non dopo mesi e a seguito di pesanti pressioni.
majak