Questo è il riassunto testuale della puntata di "Noncicredo" sulla plastica, andata in onda a Radio Cooperativa all'inizio di Novembre 2019.

Introduzione: cos’è la plastica?

Cari amici, bentrovati per questa puntata speciale di Noncicredo. Oggi potrete ascoltare una conferenza che ho avuto l’onore di condividere con gli amici di una associazione del veneziano. Parleremo di plastica, un argomento molto dibattuto, tanto che giornali generalisti, come Repubblica ne hanno fatto dei dossier piuttosto importanti e corposi. Del resto improvvisamente si sono svegliati tutti e molti cavalcano questi temi. Lo fanno adesso non avendo visto abbastanza lontano come chi, Radio Cooperativa compresa e Noncicredo in primissimo piano, ne parla da molti, molti anni, negli stessi termini che oggi tutti riportano con molto e colpevole ritardo.
Non sono in studio, quindi non potrò rispondere alle eventuali chiamate. Se volete contattarmi, fatelo attraverso il mio sito personale: noncicredo.org.
Possiamo cominciare.
Carissimi, prima di cominciare a parlare del tema della serata, vorrei fare una premessa importante per capire di cosa stiamo parlando.
La plastica viene associata tout court ai rifiuti, dal momento che uno dei problemi più gravi degli ultimi 50 anni è stato proprio quello di come smaltire bottiglie, confezioni, imballaggi e via dicendo.
Dunque cominciamo a vedere chi sono i responsabili dei controlli su questa questione.
Siccome è sempre rischioso rivolgersi all’oste che vende il vino per sapere se è buono, ecco che sono andato a spulciare nel sito della confcommercio, che ci regala questa informazioni.
C’è il CONAI (una sigla che sta per COnsorzio Nazionale Imballaggi), un consorzio istituito per legge nel 1997, tra produttori e utilizzatori di imballaggi, per favorire un corretto smistamento e riciclo dei contenitori da imballaggi.
Gli imballaggi possono essere fatti con materiali differenti e per ciascuno di essi esiste una specie di sotto-consorzio. Sono “sette sorelle”: COREPLA per la plastica, COMIECO per carta e cartone, COREVE per il vetro, CIAL per l’alluminio, RILEGNO per il legno, RICREA per l’acciaio. É chiaro, che, visto il tema della serata, a noi interessa soprattutto COREPLA.
Cosa fanno questi consorzi? Fondamentalmente prendono soldi, destinati alla raccolta differenziata e al riciclo dei vari imballaggi. Tutte le imprese che acquistano o rivendono merce imballata devono iscriversi al CONAI entro 30 giorni dall’inizio dell’attività riferita agli imballaggi, pagando una certa cifra che dipende dal tipo di imballaggio e dalla quantità di materia immessa sul mercato e anche dai ricavi.
C’è dunque un contributo ambientale che i vari consorzi reclamano dal mercato e questo alla fine di ripartire tra produttori e consumatori i costi per la raccolta e lo smaltimento degli imballaggi.
Chi non adempie a questo obbligo (iscrizione e pagamento) è sanzionato con multe che vanno dai 10 ai 60 mila euro.
Questo per mettere in chiaro che organi di controllo sugli imballaggi ci sono.
Va, infine, chiarito cosa intendiamo per imballaggio. Secondo la normativa italiana è tutto ciò che serve a contenere, a proteggere le merci, dalle materie prime ai prodotti finiti.
Quindi quando comprate un televisore avete un grosso imballaggio di cartone, quando aprite un barattolo di piselli avete un imballaggio più piccolo e di materiale diverso, ma sempre di un imballaggio si tratta.
Come sappiamo buona parte degli imballaggi sono fatti di plastica e così possiamo entrare nel tema specifico di questa sera.
La prima domanda che ci dobbiamo fare è: “cos’è la plastica?”.
Mi sono rivolto per poter capire un po’ meglio la faccenda ad un amico, che è qui presente, un consulente del CONAI, che ringrazio molto: Claudio Bolzonella.
Già perché la domanda è incompleta. In effetti c’è plastica e plastica, addirittura molto diversa l’una dall’altra, tutte con lo stesso nome, ma con cognomi assai differenti, come vedremo stasera.
Cominciamo dalla definizione di plastica data da COREPLA. Confesso che, a meno di non avere una laurea in chimica, si fa fatica a capirci qualcosa: si parla di polimeri, monomeri, pesi molecolari e via discorrendo. Evitiamo di farci del male e vediamo di rendere la faccenda più semplice possibile.
La plastica è un materiale creato artificialmente, che può essere malleabile e cambiare forma e può diventare duro una volta sagomato. I termini usasti per queste due tipologie sono: materie termoplastiche le prime e termoindurenti le seconde.
Sono quasi cento anni che la plastica ha invaso il nostro mondo, sostituendo altri contenitori o manufatti e inventandone di nuovi.

La lavorazione della plastica

Come si “fabbrica” la plastica? Tutto comincia da alcuni composti di carbonio e idrogeno, chiamati monomeri, che si ricavano dal petrolio e dal metano. Questi monomeri sono piccolissime particelle che si uniscono tra loro, formando lunghe catene, chiamate polimeri. Questi sono la base per una pasta molle, chiamata resina sintetica, alla quale vengono poi aggiunti coloranti e altre sostanze che servono per dare alla plastica le caratteristiche desiderate: consistenza, durezza, colore, ecc. Questa pasta viene poi ridotta in granuli, che sono inviati alle aziende produttrici di merci fatte in plastica.
É una descrizione semplicistica dei processi coinvolti, ma serve per avere un’idea generale di cosa succede.
Quello che emerge da tutto questo è che la plastica si ricava da fonti fossili.
Credo tutti sappiano che ci sono vari tipi di plastica, che sono elencati e descritti nel sito di COREPLA. Si tratta di 48 differenti soluzioni, quasi tutti Poli-qualcosa, ma ci sono anche i siliconi, le cellulose rigenerate e così via.
Le due che ci interessano sono il Politene (sigla PE) e il polipropilene (sigla PP). Noi siamo legati principalmente al PET, che ha un nome assurdo: polietilentereftalato, con cui vengono costruiti molti contenitori di cibo e bevande. La sua produzione è enorme, si parla di decine di milioni di tonnellate l’anno, che vanno principalmente in Cina, che assorbe più di metà del mercato.

Produzione e consumo

Un’altra bella domanda da farsi è: quanta plastica viene prodotta? e quanta ne utilizziamo?
Come certo sapete i dati forniti non sempre sono coerenti e sinceri. C’è chi minimizza e chi esagera. Per questo è bene sapere quale fonte fornisce le informazioni che leggete.
Osserviamo il grafico: siamo passati dai 15 milioni di tonnellate l’anno nel 1964 agli oltre 400 di oggi. Il dato forse più significativo è che dal 2000 ad oggi, in piena crisi climatica e quindi con la consapevolezza di quello che stava per accadere, produttori e consumatori hanno raddoppiato la produzione della plastica.
Certo: c’entra non poco l’aumento della popolazione mondiale, ma tutto questo è indicativo anche di un cambiamento nello stile di vita dei cittadini, che hanno scelto la strada del monouso, del consumo, dell’acqua in bottiglie e via discorrendo.
I produttori di plastica secondo i dati del 2016 forniti da PlasticsEurope vedono nettamente in testa l’Asia che fornisce la metà del totale. Va sottolineato che la sola Cina contribuisce per il 29%. Seguono Europa e Nord America con quote appena sotto il 20% e via via gli altri.
Per quanto riguarda i consumi, nel 2016, l’Europa ha utilizzato circa 50 milioni di tonnellate di plastica. I paesi maggiormente responsabili di questo mercato sono la Germania (24%), l’Italia (14%) e la Francia (10%).
Dal momento che parliamo di produzione e consumo, ecco un punto che tornerà più avanti nella discussione di questa sera. Non possiamo, infatti, mai dimenticare che ogni aspetto legato all’ambiente ha un contraltare nelle questioni economiche della nostra società. Tanto per fare una anticipazione di quello che dirò più avanti, se voglio aumentare la produzione, quindi il profitto e i posti di lavoro, con i metodi tradizionali, è molto probabile che aumentino anche i danni che causo all’ambiente.
E così è ovvio che l’invasione della plastica nella nostra società ne ha profondamente modificato il mercato. Secondo la stessa fonte, in Europa lavorano circa 60 mila aziende nella filiera (produzione, trasformazione, riciclo, lavori collaterali) che danno lavoro ad oltre un milione e mezzo di persone. Il giro d’affari è di circa 350 miliardi di euro, con un bilancio commerciale in attivo per circa 15 miliardi di euro. Sempre secondo la fonte dei costruttori di plastica europei, il settore ha contribuito con 30 miliardi di euro alle finanze pubbliche e al welfare. Certo, qui è l’oste che parla del suo vino, ma non ho trovato smentite a questi dati.
Per quanto riguarda i settori in cui la plastica viene utilizzata, al primo posto ci sono gli imballaggi con il 40%, poi le costruzione con il 20%, la mobilità con il 10% e il settore elettrico/elettronico con il 6%.
C’è poi l’impatto ambientale, ma di questo parlerò a parte tra non molto.
Prima di parlare di come la plastica ha rovinato l’ambiente, riflettiamo su come essa è riuscita a cambiare il mondo in cui viviamo.
Ci sono aspetti positivi e negativi, come sempre succede quando la tecnologia rivoluziona i comportamenti delle popolazioni.
Non c’è alcun dubbio che la plastica sia stata un cavallo di troia per imporre nel mondo il consumismo. In effetti, prima, era impensabile lo stile “usa e getta”. A nessuno sarebbe venuto in mente di buttare nell’immondizia piatti e bicchieri di porcellana, cosa che invece viene fatta regolarmente con quelli di plastica. Noi sappiamo, ne ho parlato qui dentro un sacco di volte, che il consumismo è alla base della situazione che viviamo, compresi i cambiamenti climatici. Non entro nella questione per ragioni di tempo.
Certo la plastica ha anche vinto scommesse importanti, ad esempio in campo medico. Pensate, è l’esempio più banale che mi viene in mente, la sicurezza delle siringhe attuali, rispetto a quella in vetro che veniva bollita e usata innumerevoli volte. Ci sono poi le lenti a contatto, le valvole cardiache. Con la plastica si realizzano strumenti piccolissimi come i microfoni per i telefonini. Sono solo pochi esempi di come la plastica ha cambiato in meglio le nostre vite.

La plastica inquina?

I danni, al contrario, sono contenuti in una frase che in queste settimane si legge ovunque sui media di ogni genere. “La plastica inquina” e dovrebbe essere abolita.
Andiamoci piano con affermazioni così massimaliste e cerchiamo, come sempre, di ragionare.
Il problema è che la plastica è l’emblema di una operazione di marketing che ha sconvolto il mondo: l’usa e getta o il monouso se preferite. Questo si riflette, ovviamente, sulla quantità di rifiuti prodotti. Insomma: voi non buttate la pentola ogni volta che preparate il sugo, ma buttate la bottiglia di plastica da cui avete bevuto l’acqua o il contenitore dei pomodori o la vaschetta di insalata prelavata. Se il mercato offre questo, questo noi acquistiamo. Nessun moralismo, per carità, sarebbe poco carino da parte mia.
La quantità di plastica immessa sul mercato, in altre parole va smaltita. Ora, si dovrebbe chiarire, prima di tutto, cosa si intende per “inquinante”.
Se cerchiamo la definizione di questo termine, troviamo: Gli inquinanti sono sostanze che, direttamente o indirettamente, producono inquinamento costituendo un pericolo per la salute dell'uomo o per l'ambiente, provocando alterazioni delle risorse biologiche e dell'ecosistema.
La plastica è così? Non lo è, ma bisogna fare qualche distinguo.
Prendo a prestito le parole di un chimico, Marco Ortenzi, che dice:
La tossicità per l’uomo non riguarda il polimero base usato per la plastica, ma gli additivi utili a dare proprietà. Un esempio: le prese elettriche nelle nostre case. Il polimero base è la poliammide (o nylon), ma per prevenire incendi dovuti a cortocircuiti, si aggiunge un additivo antifiamma, per il 20% del peso totale, e un altro additivo, la fibra di vetro, per il 30% del peso, per dare tenacità. Come additivo antifiamma si usano le molecole poli-bromurate, che da 10 anni sono nell’occhio del ciclone perché potenzialmente molto tossiche per l’uomo.”
La tossicità non riguarda certo l’uso domestico, ma l’abbandono in ambiente di questi oggetti. Se, invece, consideriamo le classiche bottiglie in Pet, vediamo che sono composte al 99,5% dal polimero base, magari con un minimo di colorante per dare la nuance bluastra o verde delle acque minerali. Sono pertanto riciclabilissime, mentre dalle plastiche che hanno tanti additivi non si riesce a ottenere un materiale davvero puro per produrre altri oggetti: al più si ottiene un materiale un po’ misto dal basso valore aggiunto, con cui si possono magari produrre vasi da fiori o poco più. Per questo, correttamente, l’Europa chiede che entro il 2030 tutto il packaging alimentare sia riciclabile.
Torneremo tra poco su questo argomento.
Accanto alla possibilità di inquinare, c’è quella dell’essere o meno biodegradabile. La legge europea al riguardo ci dice che una sostanza è biodegradabile se viene fatta sparire per il 90% dai microrganismi presenti in natura (batteri) nel giro di sei mesi.
Vediamo qualche esempio, fornito dal NH Department of Environmental Services, il dipartimento dei servizi ambientali del Hew Hempshire negli USA. I valori sono indicativi, ma sono significativi.
  • Scarti di frutta e carota: due settimane
  • Vegetali in genere: circa 1 mese
  • Eccezioni: buccia di banana e arancia: 5/6 settimane
  • Carta: 2/3 settimane (ma dipende dal tipo: tovagliolo 2 sett, giornale 6 sett)
  • Cartoni alimenti (frutta, latte, ecc.) – fino a 3 mesi ma dipende da come sono fatti
  • Cotone: circa due mesi, ma una T-shirt quando fa caldo degrada in una settimana, mentre una corda impiega 14 mesi.
  • Lana – maglie, guanti, giacche – fino a 2 anni, ma un calzino anche 5 anni.
  • Tessuti sintetici e trattati – Nylon 30/40 anni; pelle: 50; stivale in gomma: 80 anni.
  • Legno compensato: da 1 a 3 anni, se verniciato fino a 13 anni
  • Scatole in latta: 50 anni
  • L’alluminio può arrivare a 200 anni.
  • Plastica: fino a 450 anni (bottiglia) – tazza espansa circa 50 anni; shopper vecchio: 20 anni.
  • Vetro: a seconda dei casi si decompone in uno o due milioni di anni.
  • Le batterie alcaline (pile) impiegano tempi biblici per decomporsi a causa delle sostanze chimiche che contengono e che sono altamente tossiche e resistenti: piombo, cloruro di zinco, mercurio e cadmio. Occhio dunque!!

Alla luce di tutto questo possiamo dire che il vetro inquina? Se usiamo lo stesso criterio, dobbiamo dire che inquina molto più della plastica.
Dobbiamo cercare altre strade per capire bene cosa succede e perché il mondo intero ce l’ha con la plastica.

Gli sporcaccioni

Alla base della società in cui noi viviamo ci sono le persone. Queste sono tutte diverse una dall’altra. E non solo fisicamente: quelle belle e quelle brutte, quelle basse e quelle alte, quelle magre e quelle grasse. Anche da un punto di vista caratteriale ci distinguiamo tra noi: irosi e pacifici, sensibili e menefreghisti, e così via. Ma ci sono anche altri caratteri distintivi. C’è la cultura, ad esempio. Vorrei prestaste attenzione: non ho detto l’istruzione che è cosa molto diversa, ho detto proprio cultura, una parola che forse spaventa. La differenza, per quel che riguarda il discorso che stiamo facendo tra istruzione e cultura è nel fatto che il diploma di ragioniere, quello di Fantozzi per capirci, non insegna quali siano i comportamenti corretti da usare nelle varie circostanze che ci capitano nella vita. A questo provvede l’esperienza del quotidiano, la sensibilità, il contatto con altre realtà, altre culture, altre persone. Contribuiscono i viaggi (si badi bene non ho detto vacanze), le letture, il confronto, insomma tutto quello che fa di una vita qualcosa di degno di essere vissuto.
É questo che porta al rispetto: per gli altri, dove questo termine, altri, ingloba davvero ogni cosa: uomini e donne, esseri viventi non parlanti, dunque animali e piante. Siamo abituati a raggruppare tutto ciò con un solo termine: natura. É una parola che deriva dal latino “natus”, vale a dire ciò che è nato. La domanda è: che diritto abbiamo noi di far morire qualcosa che è nato? Sì, certo, la risposta corretta è nessuno.
Purtroppo però, per le distinzioni che ho appena fatto, qualcuno la pensa in modo differente. Pensa che, dal momento che noi siamo in cima alla catena di comando, possiamo fare ciò che vogliamo. Se mi consentite, chi la pensa così è davvero un imbecille e non ha capito niente di niente. Ve l’immaginate un’azienda in cui il padrone può decidere vita e morte dei suoi dipendenti? Dite che ce ne sono? Beh, la differenza con la natura è che, mentre quel dispotico padrone può sostituire i propri dipendenti con altri e poi con altri ancora, quando noi devastiamo un’area, ad esempio appiccando il fuoco a milioni di ettari di foreste pluviali in Indonesia, non ne abbiamo di riserva, e il danno, una volta fatto, è come i diamanti … è per sempre!
Ecco, queste persone, che danneggiano il pianeta in cui vivono, sono degli sporcaccioni. Lo sono perché riducono una schifezza la casa in cui vivono e dubito che, almeno in larga parte, facciano lo stesso nella propria cucina o nella camera dove dormono.
É, e qui torniamo sul pezzo, una questione di cultura, che è stata spazzata via da tutta una serie di armi di distrazione di massa, di cui abbiamo parlato qui dentro un sacco di volte. La televisione, la pubblicità, la follia di promettere una vita facile senza dover fare alcuna fatica (e senza rendersi conto che questa è una prerogativa della mafia) e altre cosette simili.
Cosa c’entra con la plastica? C’entra un sacco e adesso lo vediamo.
Sappiamo tutti che la nostra società è fondata sui rifiuti. Troppo radicale? Aspettate a giudicare.
Il progetto di società basato sulla produzione lineare: estraggo materia, la lavoro producendo energia, costruisco oggetti, li distribuisco nel mondo, li vendo. Punto.
La mia catena produttiva qui finisce. Gli oggetti vengono usati e poi buttati (tutto o una loro parte, ad esempio l’imballaggio) e diventano, secondo la denominazione ufficiale, dei rifiuti che vengono messi da qualche parte … vedremo poi dove adesso non ci interessa.
Il ciclo così può ricominciare da capo: materie, energia, lavorazione, eccetera.
Ogni passo di questo ciclo prevede un compenso o, se preferite, un profitto per chi gestisce la filiera. Più lineare è il sistema più profitto c’è. Più veloce è il processo, più profitto c’è. Dunque più rifiuti si producono, più profitto c’è.
Qui si potrebbe aprire una lunga discussione sui rapporti tra Ecologia ed Economia, cui magari accennerò più avanti se avremo tempo.
Noi siamo i consumatori o, se preferite un termine più adatto alla discussione, i produttori di rifiuti e quindi di profitto per i grandi capi: aziende, multinazionali, finanziari, banche, governi … già anche i governi piccoli e grandi che possiedono le azioni di società che gestiscono la filiera: un esempio per tutti è quello dell’incenerimento, i cui proventi arrivano (in molti casi) ai comuni consorziati.
La soluzione a questo problema è piegare quel processo lineare tentando di farlo diventare circolare. Basterebbe eliminare il concetto di rifiuto e farlo diventare una risorsa per un nuovo ciclo. Rifiuti ce ne sarebbero ancora, ma molti, moltissimi di meno.
É questa, in estrema sintesi, quella economia circolare di cui avrete sentito parlare o letto sui giornali. É l’obiettivo ideale a cui tendono i buoni di cuore, i saggi e quelli che vedono abbastanza lontano.
Certo questo non risolve i problemi, ce ne sono un sacco di altri. Pensate ad esempio all’enorme quantità di foreste che vengono distrutte per due motivi: creare nuovi pascoli e nuove coltivazioni di cereali, soprattutto soia e mais. Servono al mercato della carne e a quello dei combustibili. Meno carne sui piatti e un progetto serio per la mobilità sono inevitabili nel futuro. É solo un esempio, ce ne sono altri, ma noi dobbiamo tornare al tema di questa sera, alla plastica.
Se abbiamo seguito tutto il discorso, ecco la conclusione: la maggior parte dei rifiuti è fatto di plastica.
Uno dice: che problema c’è, basta che venga messa in un luogo sicuro o, meglio ancora, che venga riciclata o riutilizzata e la questione non si pone nemmeno.
Giusto, ma le cose non sono così semplici. Vediamo perché.
Il primo motivo per cui questo non succede siamo noi, noi esseri umani, intendo. Se proprio volete chiamarvi fuori, date la colpa a quelli che prima ho definito sporcaccioni.
Cominciamo con le immagini.
Siamo sulle pendici dell’Himalaya, la montagna più alta e più inaccessibile di tutte. Uno si immagina distese innevate immacolate, invece quello che si scopre è che le continue spedizioni arrivate fin lassù non ce l’hanno fatta a riportare a valle i rifiuti prodotti e così perfino l’Himalaya è diventato una discarica.
Qui potremo chiudere ogni discorso, perché è il peggio del peggio, ma c’è dell’altro.
Ecco alcune delle nostre montagne. Noi mica siamo come gli asiatici o gli africani: abbiamo una cultura ambientalista, noi non sporchiamo. Ecco allora in sequenza, un’alta via di trekking in Nepal, una spiaggia ai Caraibi, un disastro ecologico e sanitario in Africa e poi arriviamo in Italia. Palermo, Benevento, Terni, boschi vari, Como.
E noi? Siamo davvero fuori dai giochi come suggerisce il nostro governatore? Probabilmente siamo solo più furbi e delinquenti ….

La plastica e il mare

Cosa succederà mai a tutta questa plastica che si estende dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno? Piano piano, arriva grazie a fiumi e torrenti, fino al mare e all’oceano. Uno dice: sai quanto tempo ci vuole? Che problemi ci sono: l’immondizia ha tutto il tempo del mondo e poi non è che arrivi per forza dalla cima dell’Everest, come abbiamo visto, sono invase le spiagge e i litorali e, purtroppo, direttamente l’acqua di mari e oceani.
Qualche esempio dobbiamo fornirlo.
Il più grande aggregato di plastica si trova nel Pacifico, tra Giappone e Hawai, si chiama “Pacific Trash Vortex”, cioè Gorgo di immondizia nel Pacifico. É un ammasso, portato qui dalle correnti marine, grande come gli Stati Uniti, più o meno 65 volte il nostro paese. La plastica che vi si raduna arriva al mare da grandi fiumi non europei. Solo il 20% è dovuta agli sporcaccioni che solcano il mare: pescherecci, navi da crociera, semplice navi e imbarcazione dei ricchi, oltre alle varie piattaforme petrolifere. Tutto il resto arriva dalla terraferma.
Le sue dimensioni sono colossali: 2500 km di diametro, 30 metri di profondità, diviso in due isole galleggianti, che contengono complessivamente circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti. É costituito per l’80% da plastica e si è cominciato a formare degli anni ’50. In questi 70 anni ha continuato a crescere e, nonostante tutte le conferenze sull’ecologia, continua ad aumentare ancora oggi.
Molti dicono che noi europei non c’entriamo niente: sono i grandi fiumi di altri continenti a provocare questo disastro.
Purtroppo anche questa volta non possiamo proprio chiamarci fuori. Infatti, non è che gli altri mari siano meno ricchi di plastica. Vediamo, come altro esempio la situazione del Mediterraneo. Credo non servano molti dati, bastano questi che sono entrambi molto recenti, della scorsa estate. (vedi due immagini)
Ora, è risaputo anche per una pubblicità di Legambiente in televisione che a farne le spese direttamente sono uccelli marini (100 mila ne muoiono all’anno a causa dell’ingestione di plastica) i rettili come le tartarughe e i pesci. Potremmo anche dire che, in fondo non è che ci importi poi tanto se un cormorano o una tartaruga muoiono soffocati a causa della nostra inciviltà.
Del resto siamo ancora dentro il conflitto natura-produzione. É notizia di questi giorni che la Regione Lombardia abbatterà circa mille cormorani per proteggere i pescatori che vanno ai laghi della cosiddetta pesca sportiva per tirare su carpe e trote rincoglionite. É un po’ come se si intervenisse contro gli uccelli a causa della loro concorrenza sleale.
Ma i problemi che la plastica in mare pone sono ben altri, più sottili e più bastardi e, cosa che ci interessa maggiormente, ci riguardano da molto vicino.
C’è una premessa da fare. Il degrado dei materiali in mare è diverso che su un prato. Inoltre teniamo presente che, a causa dei cambiamenti climatici in corso, la temperatura di mari e oceani cresce un pochino ogni anno e anche questo fa una certa differenza.
Cosa succede, allora, alla plastica quando sguazza in mezzo alle onde?
Abbiamo visto che i rifiuti, prima o poi si degradano. Certo quelli che hanno tempi lunghissimi di degrado possiamo considerarli decisamente non biodegradabili. La plastica non si degrada per niente, ma si polverizza lentamente in pezzi sempre più piccoli, fino alle dimensioni dei polimeri che la costituiscono. Sono queste piccolissime porzioni che vengono mangiate dagli animali marini, come se si trattasse di plancton. Come si vede dall’immagine, sono i piccoli crostacei e i piccoli pesci a nutrirsene. Questi sono l’inizio di una catena alimentare marina, in cima alla quale ci siamo noi. Se, dunque, di plastica si nutrono i pescetti, di plastica ci nutriamo anche noi.
Basta allora non mangiare pesce? Non è così semplice, perché nella decomposizione della plastica compaiono cose davvero poco simpatiche.
Intanto va detto che c’è rifiuto e rifiuto in mare. Ad esempio il polistirolo impiega appena un anno a decomporsi e di polistiroli tra gli imballaggi non ce n’è certo poco, anzi!
É stato effettuato qualche anno fa uno studio giapponese (prof. Saido dell’università di Chiba) che ha portato a risultati deprimenti. Risulta infatti che nella decomposizione della plastica vengono rilasciati vari tipi di “stireni”. Questi idrocarburi aromatici sono stati riconosciuti nel 2011 come cancerogeni dal Dipartimento Statunitense di salute, Programma Tossicologico Nazionale.
Viene anche rilasciato il famigerato bisfenolo A, sostanza chimica utilizzata nel packaging alimentare (bottiglie, contenitori, rivestimenti interni di lattine). Ora, io non sono un medico e quindi quello che dico lo ricavo da pubblicazioni. Tutti noi assumiamo questa sostanza col cibo fin da bambini.
Le simulazioni fatte dai ricercatori nipponici parlano chiaro: la plastica negli oceani trova un ambiente ideale per rilasciare i suoi veleni e minacciare gli organismi che ne abitano le acque. Un motivo in più, concludono gli esperti, per incentivare il riciclaggio dei materiali plastici. 
Dunque non c’è niente da fare?
Chiudiamo questa parte con una buona notizia. Sette anni fa un ragazzo olandese di 19 anni, Boyan Slat, diceva che si poteva fare una macchina per ripulire i mari dalla plastica. Sembrava una boutade, una fantasia di un ragazzo, ma oggi quel progetto è attivo, si chiama System 001/B e può intercettare detriti di plastica di qualsiasi dimensione. Il successo è di questi giorni (Ottobre 2019). Una ONG olandese, la Ocean Cleanup (letteralmente ripulire l’oceano) ha messo in pratica quell’idea e la plastica dell’isola del pacifico comincia ad essere radunata, un po’ come un gregge di pecore, sfruttando il vento, le onde e le correnti. Secondo le previsioni ci vorranno cinque anni per rimuovere metà della plastica presente davanti alla California.
Il dato forse più incoraggiante di questa impresa è che ci sono voluti dei ragazzi come Boyan come Greta Thunberg, come gli studenti appassionati che hanno messo in piedi il System 001/B, per dare concretezza ad un movimento fatto di molte parole e pochissimi fatti. Del resto è anche giusto che sia così. Noi, ormai adulti, non ci saremo quando le cose si metteranno davvero male, loro sì.

Altri sistemi di difesa

Difenderci dalla plastica diventa quindi un obbligo. Insisto nel dire che questa è solo una delle disgrazie che ci ha regalato la società dei consumi e degli sporcaccioni, ma questo è il tema e a questo mi attengo.
La plastica si può riciclare. Ci sono alcune domande riguardo questa affermazione. La prima: è proprio vero che tutta la plastica è riciclabile?
La seconda: quanta plastica riciclabile viene riciclata davvero?
Ma la domanda zero viene prima: per riciclare la plastica occorre raccoglierla in modo corretto e differenziato: lo facciamo in modo giusto?
Cominciamo da qui.
A livello planetario la raccolta differenziata è davvero poca cosa. Nel caso della plastica si raggiunge a malapena il 15%, con paesi che sfiorano il 100% e altri in cui non si sa nemmeno cosa sia.
Lo stesso avviene in Italia, dove l’imposizione comunitaria di raccogliere in modo differenziato il 65% dei rifiuti non viene raggiunto affatto. Solo in Nord-Est con oltre il 68% è in regola. Il nord-Ovest si avvicina con il 64,5%, il centro si ferma al 55% e il Sud ad un misero 31%, ma qui andrebbero analizzate le singole regioni, perché a dronte di uno scandaloso 20% della Sicilia c’è un dignitoso 63% della Sardegna.
Purtroppo nel nostro paese si fa una gran confusione tra raccolta differenziata e riciclo che, nelle parole dei politici diventano la stessa cosa. Non è così, non lo è assolutamente.
Guardate questa frase dell’on. Realacci.
Di tutta la merce raccolta anche in maniera differenziata, solo una parte viene avviata al riciclo e l’Italia è assai meno virtuosa di come sembra. Ne parliamo tra poco.
Intanto ecco i dati del CONAI, relativi allo scorso anno, con gli obiettivi prefissati per il futuro, obiettivi il cui raggiungimento dipende da molti fattori e non solo dalla buona volontà.
La questione è molto più complessa di quanto non appaia se leggiamo superficialmente le istruzioni per la raccolta. C’è anche da dire che alcuni tipi di plastica che non potevano essere riciclati dieci anni fa, oggi possono esserlo e quindi non sappiamo cosa succederà tra altri dieci anni. Ma al momento, in generale, possiamo dire che si possono riciclare gli imballaggi non gli oggetti. E poi non possiamo mettere nei cassonetti per la plastica imballaggi sporchi di cibo (potrebbe fermentare) o di colle o oli. Lavare un vasetto di yogurth porta via un po’ di tempo ma è la cosa giusta da fare.
C’è anche l’aspetto economico da valutare. Ci sono procedimenti di recupero della plastica che sono semplicemente troppo costosi perché valga la pena di attuarli. Altri possono essere impiegati solo un numero limitato di volte: capita ad esempio al Polipropilene che più di tre volte non può essere recuperato.
Ecco dunque che l’industria del riciclo ha i suoi limiti e tutta la plastica non si può recuperare.
A proposito di riciclo ecco i risultati di un rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) del 2018 sulla destinazione finale dei rifiuti plastici.  Il 15% viene riciclata (l’Europa sale in media al 30%, l’Italia raggiunge il 41% secondo i dati COREPLA del 2016, il che significa che altri, ad esempio gli Stati Uniti con il 10%, fanno scendere di molto la media). Il 25% viene incenerito, il 60% finisce in discarica (specie nei paesi del terzo mondo) o abbandonata o, peggio che mai, bruciata all’aperto.
Non solo la plastica prodotta è troppa, ma ci sono anche troppi tipi diversi di plastica in commercio. Questo è legato al fatto che, per soddisfare i tanti requisiti voluti dai consumatori, dobbiamo usare un insieme di plastiche diverse, miscelandole e sovrapponendole. Ciò limita molto la riciclabilità. Ad esempio le bustine per le mozzarelle: sono formate da uno strato di nylon, che dà resistenza alla lacerazione, e uno strato di polietilene, che dà impermeabilità all’ossigeno e quindi conserva la mozzarella. Una volta buttato quell’involucro, io non posso riciclarlo né come nylon né come polietilene, perché non posso più separare i due strati. Quindi: il consumatore lo getta nel cassonetto della plastica, ma poi alla fine quell’involucro sarà destinato all’inceneritore e non al riciclo. Per risolvere serve ancora tanta ricerca: per questo le direttive europee fissano una data di scadenza che è il 2030".
Teniamo infine conto che in molte situazioni è meno costoso produrre plastica vergine che riciclare quella usata.
Questi sono alcuni motivi che rendono impossibile il recupero totale della plastica.
Quella che non viene differenziata o riciclata o recuperata finisce oggi, in generale, negli inceneritori. Sapete cosa penso di queste macchine infernali, che solo i poco informati si ostinano a chiamare termovalorizzatori. Anche qui ci sono rischi e problemi, perché la combustione produce polveri e sostanze difficilmente catalogabili e ceneri che vanno stoccate da qualche parte con spese non indifferenti.

Riscaldamento globale

C’è ancora un aspetto importante, anzi, decisivo, da affrontare. Tutti questi rifiuti plastici ingestibili o bruciati non fanno altro che aumentare l’effetto serra e quindi i cambiamenti climatici in corso. Lo fa la plastica negli oceani, impedendo ad essi di assorbire parte dell’anidride carbonica che così finisce in atmosfera.
Senza entrare in dettagli tecnici possiamo prendere in esame uno studio eseguito dal CIEL, il centro americano per le leggi ambientali. Il titolo del riferimento è piuttosto emblematico e dice: La plastica non muore mai e produce effetto serra come 189 centrali a carbone. IL CIEL considera i dati relativi alla produzione e allo smaltimento della plastica.
Ci sono vario studi al riguardo. Uno è quello di un gruppo di ricercatori che ha eseguito numerosi test nei pressi delle isole Hawaii, pubblicando poi i risultati sulla rivista scientifica PlosOne. Degradandosi, la plastica emette in particolare l’etilene e il metano. Quest’ultimo è un gas serra meno persistente della CO2, ma terribilmente più efficace dal momento che ogni kg di metano vale come 25 kg di CO2.
Un altro studio è eseguito dall’Università delle Hawaii. Si scopre così che il degrado non avviene solo in acqua, anzi. Gli studiosi (Sarah-Jeanne Royer, Sara Ferrón e Samuel T. Wilson i loro nomi) scoprono che la produzione di etilene in ambiente asciutto e assolato è addirittura 76 volte maggiore che in acqua marina. Il campione del mondo di questo tipo di plastica è il polietilene. Purtroppo non si tratta di una sostanza poco usata, dal momento che rappresenta il 36% di tutta la plastica prodotta nel mondo. Si trova in imballaggi, giocattoli, tubi, tappi eccetera.
Indovinate, in Europa, quali sono i litorali più invasi da plastica? Coraggio, non è lontano da qui, solo pochi km.
Sempre secondo questa ricerca, dal momento che solo il 15% della plastica mondiale viene riciclata (abbiamo visto che non sempre non si vuole, a volte non si può) il problema dei gas serra prodotti è gigantesco e lo diventerà sempre più in futuro.
Un discorso a parte meritano le microplastiche. Sono i frammenti piccolissimi, inferiori ai 5 mm, provenienti dalla degradazione. L’effetto evidente è che così la superficie coperta si moltiplica, accelerando la produzione di gas serra. Ma ci sono effetti molto più vicini a noi, come si legge in questa slide.

Le soluzioni possibili

Dunque cosa fare? Ci sono varie strade che possono essere seguite. La prima è quella di evitare di usare fonti fossili per costruire i sacchetti, imballaggi e manufatti. Esiste una ricca e diffusa filiera che porta alla cosiddetta bioplastica. Vediamo qualche esempio.
La ditta forse più conosciuta in questo campo è la Enimont, diretta da quel genio di Katia Bastioli, che si è inventata il Mater-Bi. É una specie di plastica ricavata dall’amido di mais.
Entrare nel mondo delle bioplastiche porterebbe vie ore. Basta dire che il mercato si sta sviluppando ed è passato attraverso contestazioni, processi, normative UE, resistenze del mercato e perfino l’altolà di zelanti amministratori, perché il loro impianto di recupero non funzionava con il Mater-Bi (cosa accaduta a Bolzano qualche anno fa).
Quello che ci interessa qui è sapere se queste nuove plastiche hanno un senso, se funzionano davvero e se non sono inquinanti.
Un’importante precisazione da fare, poiché c’è una certa confusione al riguardo, è che a base bio non è sinonimo di biodegradabile. Alcuni materiali bio sono biodegradabili (è per esempio il caso dell’acido polilattico, PLA), altri invece no (per esempio, il BIO-PET). La differenza tra le terminologie è, in questo caso, fondamentale. Riciclabile, biodegradabile e compostabile non sono la stessa cosa. La situazione ideale è che il materiale che usiamo sia compostabile. Così torna alla terra, sotto forma di compost organico.
Secondo i dati dell’associazione European Bioplastic, nel 2016 la bioplastica in Europa occupava l’1,7% del mercato, ma solo un quarto di questa è biodegradabile. E con meno dello 0,5% del mercato non è proprio possibile salvare il mondo.
Un altro problema delle bioplastiche, da un punto di vista imprenditoriale, riguarda i costi. In media un kg di bioplastica, ricavata da sostanze vegetali, costa il doppio o anche più di 1 kg di plastica tradizionale.
Se è vero che per avere bioplastica serve una apporto energetico minore, l’acqua da usare è fino a 5 volte maggiore, secondo gli studi più recenti.
Ci sono poi aspetti tecnici da non sottovalutare, per quanto riguarda gli imballaggi in bioplastica. Infatti solo alcune bioplastiche sono compostabili, il Mater-Bi e il PLA, derivate dal mais o comunque da cereali. E addirittura la compostabilità può dipendere dallo spessore della bioplastica. Ci sono poi problemi pratici, ad esempio per gli imballaggi flessibili, che presentano il rischio di non fare sufficiente barriera, il che comporterebbe un deterioramento dei cibi che contengono, cosa che succede ad esempio con le bottiglie d’acqua.
C’è poi l’efficacia nel combattere il climate change. Uno studio di un paio di anni fa delle Università di Toronto e Pittsbourgh, conclude così: "I polimeri derivanti dal mais prodotti con energia convenzionale sono la principale opzione di bioplastiche nel breve termine, e possono ridurre le emissioni di gas serra dell'intera industria del 25%", mentre "passare all'energia rinnovabile taglia le emissioni di gas serra del 50%-75%", con costi per il settore che la ricerca stima nel primo caso fino a 3mila dollari a tonnellata di plastica, e nel secondo fino a 85 dollari. I ricercatori consigliano di "dare la precedenza alla sostituzione di energia rispetto a quella di materia prima", che rimane comunque la strategia finale.
C’è poi l’eterna questione se il mais debba servire per fare polenta e sfamare le popolazioni o per costruire shoppers per andare al mercato. La questione è importante specie nei paesi con difficoltà di sopravvivenza. É vero che, per fare un esempio, l’amido di mais serve anche a realizzare cibi, farine, cosmetici e altro e nessuno, prima del Mater-Bi, aveva avuto niente da ridire. Tuttavia, il problema rimane, perché per fare bioplastiche servono terreni coltivabili, che si rischia siano forniti grazie ad una deforestazione selvaggia, come avvenuto per le piantagioni di palma da olio.
Ecco, queste sono alcune delle cause che fanno sì che, oggi, la quantità di bioplastica sia pochissima cosa, pochi punti percentuali. É vero che ormai tutti i sacchetti nei supermercati sono compostabili, ma i sacchetti sono solo una piccola parte dei manufatti in plastica presenti sul mercato.
Detta in termini brutali. Non sarà la bioplastica, quella attualmente disponibile, a salvare la nostra sopravvivenza su questo pianeta.
Poi, però, c’è il futuro, al quale sempre ci affidiamo con speranza. Sono attive molte ricerche per migliorare la situazione. É probabile che tra qualche decina di anni, la plastica verrà realizzata usando scarti alimentari o altri rifiuti non riciclabili, rendendo il termine “riciclo” finalmente pieno di significato.
Ma, questo, è, per l’appunto, il futuro.

Cosa fare adesso?

E allora non resta che una strada sola: ridurre le tipologie prodotte, ridurre le quantità prodotte, ridurre il consumo di plastica, in modo drastico e molto urgente.
Abbiamo guardato il mondo, sbirciamo dentro casa nostra. In marzo il WWF rende noti i risultati di uno studio sui consumi italiani di plastica. Sono piuttosto deprimenti.
In media gli italiani impiegano solo 5 giorni a produrre 1 kg di rifiuti di plastica. Troppo se pensiamo che il 60% di questo materiale viene perso e non avviato al riciclo per i vari motivi già detti. Nei prossimi 15 anni, secondo il WWF, assisteremo ad un aumento causato dall’abbassamento dei costi di produzione. E poi c’è di mezzo anche la Cina. Ora, uno dice, cosa c’entra la Cina? Il paese orientale è uno dei maggiori importatori di plastica riciclata. Dal 2030 l’importazione sarà ridotta e occorrerà trovare posto ad ulteriori 111 milioni di tonnellate di rifiuti plastici.
Questa chiusura ha di fatto cambiato tutte le regole del gioco. I grandi esportatori di rifiuti plastici si sono rivolti altrove. Lo ha fatto anche l’Italia, che, come ci informa Greenpeace, esporta una grande quantità della plastica raccolta invece di essere riciclata. La maggior parte finisce in Austria e in altri paesi europei, ma anche in Malesia e in altri stati del Sud Est asiatico, come Thailandia e Vietnam.
Un'altra decisione di grande importanza è il provvedimento dell’Unione Europea di varare una normativa, che entrerà in vigore nel 2021. Gli stati hanno due anni per adeguarsi. Vediamo brevemente di cosa si tratta.
Dunque dal 2021 saranno banditi numerosi oggetti usa e getta: piatti, posate, cannucce, aste per palloncini, cottonfioc, bastoncini per mescolare il caffè. Per quanto riguarda le bottiglie dovranno essere fatte per almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e del 30% entro il 2030. Entro il 2029 sarà obbligatoria la raccolta differenziata del 90% delle bottiglie di plastica.
Ci sono anche altre iniziative in programma. Una, interessante, riguarda produttori di sigarette. Si vuole tassare l’industria del tabacco, per coprire i costi della raccolta dei filtri delle sigarette. Sembra impossibile, eppure questi sono una vera piaga per l’ambiente, costituendo il secondo prodotto monouso per consumo nell’Unione Europea.
Insomma, se le intenzioni verranno seguite, si tratta di una vera rivoluzione: l’UE va alla guerra contro l’inquinamento da plastica.
Si potrebbe anche pensare ad un’altra soluzione, quella di sostituire i contenitori di plastica con contenitori di vetro.
Come accennato prima ci scontriamo con i problemi produttivi. Per costruire una bottiglia da 200 ml in PET servono 0,7 litri di acqua e per una tonnellata dello stesso materiale occorrono 2 tonnellate di petrolio. A parità di massa, per il vetro servono 230 litri di acqua e 33 tonnellate di petrolio. Ci sono poi i costi, ad esempio quelli del trasporto che sono nettamente favorevoli al PET.
Tutto questo per dire che anche il vetro è un elemento che, se disperso, causa inquinamento ed effetto serra. Certo il riuso del vetro è molto più facile essendoci assai meno oggetti usa e getta di questo materiale. 

E noi, che facciamo?

Chiudo con le parole di Marco Lambertini, direttore generale di WWF Internazionale:
Questo materiale di per sé non è cattivo, nonostante ciò sono evidenti i danni alla vita marina e solo oggi stiamo iniziando a capire gli effetti sulla salute umana. Questa crisi la possiamo superare se ognuno saprà dare conto di come usa la plastica. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità condivise lungo tutta la filiera della plastica intervenendo in tutte le fasi, dalla progettazione al fine vita dei beni di consumo.
Tradotto in termini da bar dello sport: non è la plastica che inquina, ma l’uomo con i suoi comportamenti assurdi e nefasti. Su questo non c’è molto da aggiungere a tutti i dati elencati questa sera. C'è una vignetta che circola nel web. Ci sono due sportelli. Su quello di sinistra c'è scritto "persone preoccupate per il futuro dell'ambiente" e sull'altro "persone che intendono cambiare vita per tutelare l'ambiente". Davanti ad uno dei due sportelli c'è unba lunghissima fila, davanti all'altro nessuno. Credo non debba dirvi di fronte al quale staziona la lunga fila.