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Introduzione

01 minoOggi ci occupiamo dell’assassinio di Mino Pecorelli, ammazzato il giorno prima che cominci la primavera del 1979.
Avviene alla fine di una decade, che di delitti e di sangue ne ha visti a non finire. Alcuni di questi fatti li ho raccontati qui a Noncicredo, tra tutti la prigionia e l’uccisione di Aldo Moro e quella, purtroppo troppo spesso dimenticata, della sua scorta in via Fani nel 1978.
Sono gli anni di piombo che si racchiudono, come dentro due parentesi, tra la strage di Piazza Fontana nel 1969 e quelle di Ustica e di Bologna del 1980. In mezzo ce ne sono altre, con un numero di morti più o meno importante, la bomba in piazza della Loggia a Brescia, quella sull’Italicus, le stragi di Peteano, Gioia Tauro, Questura di Milano.
Anni complicati, difficili, durante i quali la dialettica politica lascia spazio a soluzioni più estreme, quelle definite terrorismo. Terrorismo da entrambe le parti in lizza. Quella di destra e quella di sinistra: i NAR, le BR e tutti gli altri gruppi aderenti ad associazioni più o meno vicine alle estremità delle ideologie delle formazioni politiche presenti in parlamento. Questa almeno è la versione ufficiale. Ma non è solo questo, perché ci sono altri avvenimenti cruciali in quel periodo.
C’è l’affermazione criminale di un gruppo di romani, che si riuniscono in una banda, chiamata, dal quartiere di origine, Banda della Magliana, che entrerà in quasi tutte le “operazioni” (passatemi questo termine) del periodo. Banda dai forti legami con Camorra e Mafia, tanto che Pippo Calò, un importante esattore di Cosa Nostra, ha la sua sede a Roma e contatti costanti con la Banda, che spesso utilizza come manovalanza per delitti e omicidi. Dentro la banda, e in collaborazione con le organizzazioni mafiose, si muovono elementi di estrema destra, anche appartenenti ai NAR, come Massimo Carminati.
Come si vede un intreccio fitto fitto, che tuttavia non finisce qui.
Perché a fianco della malavita (come dire?) di strada, si muove quella in giacca e cravatta e addirittura quella in abito porporato. Da un lato la ricerca del potere da parte di Licio Gelli, che raccoglie nella sua loggia massonica il fior fiore di politici, industriali, militari e moltissimi nomi importanti dei servizi segreti. Dall’altra parte ci sono i banchieri che cercano facili guadagni, guadagni enormi, sfruttando l’abilità di uomini come Michele Sindona, la sete di soldi di Roberto Calvi e l’ombrello molto largo e sempre ben aperto dello IOR, la banca del papa, guidata da menti corrotte e intrallazzatrici come quella del vescovo Paul Marcinkus.
Niente (o troppo poco) di questo appare sui libri di storia. Del resto è chiaro che, se quei libri fossero riempiti con tutti i retroscena, diventerebbero dei romanzi gialli e, probabilmente, sarebbero troppo appetibili anche per gli studenti, che, così magari sarebbero assaliti, loro malgrado, dalla voglia di studiare. Ma questo non ha niente a che fare con la storia che sto per raccontare e che, pur essendo incentrato sulla figura di Pecorelli, tira in ballo quasi tutti i protagonisti citati fin qui.
Come sempre, occorre partire dall’inizio e rispondere alla prima domanda: “Chi è Carmine Pecorelli, detto Mino?
Nasce in Molise nel 1928, partecipa alla guerra di liberazione nell’esercito polacco, poi si trasferisce a Roma, dove lavora come avvocato fino ai primi anni ’60. Diventa capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo ed è proprio questo ad introdurlo nell’ambiente del giornalismo. Nel 1967 diventa giornalista a tutti gli effetti, lavorando al periodico mensile Nuovo Mondo d’Oggi, che diventa poi un settimanale. La rivista è caratterizzata da una serie di “scoop” negli ambienti del potere. Questo lavoro gli regala amicizie, ma anche molti nemici. Tanto che l’ultimo numero di Nuovo Mondo non esce mai, perché il Ministero dell’Interno fa chiudere la rivista il 2 ottobre 1968.
Allora Pecorelli apre una propria agenzia di stampa, chiamata OP, Osservatore Politico, sede in via Tacito a Roma, che segue la strada della rivista precedente, spulciando tra scandali e retroscena nei vari settori del potere pubblico e privato. Mino è molto bravo e riesce a catturare l’attenzione di politici, importanti dirigenti statali, alte sfere militari (compresi i servizi segreti), industriali, che diventano lettori assidui della pubblicazione, sempre attenti a scoprire se tra quelle pagine si parla anche di loro.02 OP Costruisce attorno a sé un gruppo di informatori in posizioni chiave dello Stato. Questo gli permette anche di avere aiuti finanziari, spesso perfino da personaggi bersagliati dai suoi articoli, come il politico democristiano Antonio Bisaglia e l’allora segretario generale della Camera, Francesco Cosentino, uomo di Andreotti e di Licio Gelli, coinvolto in numerose inchieste tra rapimenti, inciuci politici, responsabile del “piano di rinascita” di Gelli e, forse, della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Per OP lavorano anche Nicola Falde, ex capo della sezione che si occupa di ricerche economiche e industriali dei Servizi segreti italiani e Annibale Ilari, prelato romano della Sacra Rota. Per alcuni servizi, come quelli contro Camillo Crociani e Antonio Lefevre, entrambi condannati per lo scandalo Lockheed, si avvale delle informazioni che arrivano nientemeno che da Vito Miceli, direttore del SID, i servizi segreti dell’epoca, nei primi anni ’70 e coinvolto, ma poi assolto, nei complotti contro lo stato Rosa dei Venti e golpe Borghese.
Dieci anni dopo, nel 1978, Pecorelli annuncia la decisione di trasformare l’agenzia in un periodico, regolarmente venduto in edicola. Il primo numero esce due settimane dopo la strage di via Fani ai danni della scorta di Aldo Moro. OP segue tutta la prigionia di Moro, con una precisione incredibile e notizie esclusive, perfino alcune che sfuggono agli stessi inquirenti riguardanti la prigionia di Moro e i comunicati delle BR.
I bersagli di OP sono diversi e non ci sono sconti per nessuno. In particolare, uno dei grandi nemici è Giulio Andreotti e tutta la sua corrente, tanto che il braccio destro del leader democristiano, Franco Evangelisti, cerca di convincere Pecorelli, con un assegno di 30 milioni di lire, a lasciar perdere un articolo su fondi che lo stesso Andreotti avrebbe girato ad esponenti del SID.
I metodi di Pecorelli non sono certo da educanda. La campagna contro il presidente della repubblica Giovanni Leone è di quelle che non si dimenticano. Vengono tirati in ballo non solo vicende politiche, come l’affare Lockheed, ma anche squallidi reportage sulle abitudini personali e sessuali del politico e di sua moglie. Come sappiamo, Leone si dimette, pur non risultando responsabile di quelle accuse.
E poi altri scandali pubblicati su OP sono quello dell’Italpetroli, la vicenda di Papa Luciani, delle logge massoniche e così via.
Queste osservazioni portano ad un unico risultato. Di nemici, Mino Pecorelli, ne ha in abbondanza.

Mino Pecorelli viene assassinato

La vicenda dell’assassinio di Mino Percorelli è uno degli intrighi più complessi della storia del nostro paese e, alla fine, ci sono un sacco di sospetti, ma nessuna certezza.
04 assassinioNella preparazione di questo e dei prossimi articoli sull’argomento, mi sono avvalso di numerosi testi e di articoli che sono reperibili in rete in quantità enorme. Segnalo, tuttavia, per chi volesse approfondire la questione, il testo di Mary Pace, “Mino Pecorelli il delitto irrisolto” edito da Arnaldo Curcio. Lo segnalo perché è diverso da tutti gli altri, in quanto riporta, nelle sue 300 pagine, le dichiarazioni e gli interrogatori, producendo una documentazione processuale unica e completa. É stato, per me, una guida molto preziosa.
Proverò dunque a ripercorrere la storia di questo scomodo e, per molti versi, ambiguo giornalista molisano, cominciando dalla fine, dall’ultima giornata della sua vita.
É il 20 marzo del 1979, sono le 17,30. Pecorelli è nel suo ufficio, indaffarato in una lunga conversazione con uno sconosciuto, ma che ha, evidentemente, molte cose da raccontare. É un martedì e quella sera, come ogni settimana, il giornalista deve andare a cena con Egidio Carenini, deputato democristiano. Arriva anche la compagna di Mino, Franca Mangiavacca, che, a casa, ha preparato la cena che il giornalista dovrà consumare più tardi.
Due cene sono un po’ troppe: c’è qualcosa che non torna.
Arriva anche la sorella Rosita, che dichiarerà che al suo arrivo, alle 15,30, c’è una macchina con un uomo davanti alla sede del giornale. Quando la donna se ne va, due ore più tardi, l’automobile è ancora là … e anche l’uomo.
Nemmeno Franca Mangiavacca, pur facendo capolino nell’ufficio del suo uomo, riesce a capire chi è quella persona con cui Mino sta discutendo da molto tempo. É in penombra e non riesce a riconoscerlo.
Si saprà solo in seguito che si tratta di Vincenzo Cafari, ufficialmente assicuratore, ma con contatti con i servizi segreti e con la guardia di finanza.
Per Franca è un giorno di festa: ha appena ottenuto il divorzio dal marito, ma non riesce a comunicarlo a Mino, perché quel tizio rimane nell’ufficio fino oltre l’orario di chiusura. Finalmente, alle 20,30, si può chiudere e tutti escono in strada. Il portiere non c’è più. Ognuno si dirige verso la propria meta, compresa la compagna di Mino, che ha parcheggiato l’auto un poco più in là. Pecorelli entra nella sua Citroen verde e gira la chiavetta d’accensione. É allora che vede un’ombra dalla parte del finestrino di guida. Non fa in tempo a reagire: quattro colpi di pistola mettono fine alla sua vita.
Franca Mangiavacca sta facendo manovra quando vede l’auto di Mino di traverso sulla strada e nota un uomo abbassato verso il finestrino della Citroen: indossa un impermeabile chiaro. In un attimo si allontana nella strada deserta e poco illuminata.
Franca parte verso l’auto di Mino, scende e capisce tutto. Si lancia all’inseguimento dell’uomo dall’impermeabile chiaro, ma inutilmente. Allora fa il giro dell’isolato e torna da Mino dando l’allarme.
Quando arrivano gli inquirenti, si recano subito nella sede del giornale. Le porte sono aperte, anche la cassaforte. Molto strano! I carabinieri portano via tutto e sigillano l’appartamento. Alle 3 di notte è tutto finito.
05 proiettiliA terra, vicino all’auto verde, si trovano quattro bossoli calibro 7,65, due di marca Fiocchi e altri due di marca Gevelot, molto rari da reperire sul mercato.
Durante l’inchiesta viene sentito Giuseppe Mascia (all’epoca tenente, comandante del nucleo operativo della zona). Racconta di aver sentito alla radio l’allarme, lanciato perché nella zona di via Tacito si sono sentiti 4 colpi di arma da fuoco. Anche questo è strano, perché le perizie scopriranno che quella pistola calibro 7,65 era dotata di silenziatore.
Nemmeno l’ubicazione del delitto corrisponde: perché mandare le pattuglie in via Tacito, se l’omicidio è avvenuto in via Orazio?
Se state cercando un aggettivo, che caratterizzi questa vicenda, posso suggerire “strano”. Le stranezze qui sono all’ordine del giorno, come vedremo di seguito.
Si comincia già due giorni dopo l’omicidio, con una telefonata anonima fatta al telefono di casa del procuratore di Roma, Giovanni De Matteo. L’informatore dice quello che molti già pensano: il movente per cui Mino ha perso la vita è da ricercare nella documentazione che il giornalista ha raccolto su alte personalità.
Passano appena 4 giorni e arriva una lettera anonima, sempre a De Matteo. In questa sono i NAR a rivendicare l’omicidio. I NAR, come abbiamo visto in altre occasioni, sono collegati alla malavita organizzata (segnatamente la banda della Magliana) e alla P2 di Licio Gelli.
Altre stranezze riguardano i protagonisti. Prima il colonnello Antonio Cornacchia, a cui sono affidate le indagini, poi Umberto Nobili, e Federico Mannucci Benincasa, entrambi con ruoli importanti nei servizi segreti, i più che probabili autori delle informazioni anonime. Cos’hanno in comune? Sono tutti affiliati alla loggia di Licio Gelli. Le indagini, che vedono un altro massone della P2 sospettato, non portano a nulla, ma servono a sondare i rapporti Pecorelli-Gelli, dal momento che negli ultimi numeri di OP, usciti prima della morte del giornalista, gli attacchi sono diretti contro Gelli e contro Andreotti per lo scandalo Italcasse, di cui parleremo a lungo nel prossimo articolo.
I legami tra Pecorelli e la gente che conta del periodo non sono mai limpidi. D’altra parte OP non naviga mai in buone acque dal punto di vista economico, per cui la rivista accetta finanziamenti da chiunque, anche dalle proprie vittime.
Il processo intentato contro Licio Gelli per l’omicidio di Pecorelli si chiude nel 1991 con l’assoluzione del Gran Maestro. Mino Pecorelli, a quel punto, è ucciso da ignoti.

Le bande e la malavita

06 maglianaIl periodo di cui stiamo parlando è quanto mai burrascoso a Roma. Sono gli anni dell’uccisione di Aldo Moro, delle Brigate Rosse e delle formazioni terroristiche di sinistra e destra. Nella Capitale domina la Banda della Magliana, arricchitasi con alcuni sequestri, non sempre finiti con la restituzione dell’ostaggio. Nel 1977 i vari gruppi di delinquenti romani si riuniscono per fare piazza pulita della concorrenza ed è qui che nasce, ufficialmente, la famigerata Banda, che fa parlare di sé ancora oggi. Poi ci sono i NAR, quelli di Giusva Fioravanti e di Francesca Mambro, condannati per la strage di Bologna del 1980. Ma il fascista che qui ci interessa è un altro: Massimo Carminati. Lui, come altri suoi camerati, capisce presto che con le azioni politiche c’è poco da guadagnare: meglio rapine, gestione di bische e spaccio di droga, che procurano denari sonanti. Così ecco che parte dei NAR confluiscono nella Banda della Magliana, all’epoca governata da Franco Giuseppucci, il libanese della serie televisiva che forse qualcuno ha visto.
07 de pedisQuando questi viene ucciso, si scatena una faida tra la banda e altri soggetti della malavita romana, ma anche all’interno del gruppo le cose non sono tranquille. Assume allora il comando Enrico De Pedis, il Dandy della serie televisiva, e lo terrà finché anche lui non verrà fatto fuori da altri componenti della banda perché non rispetta più i patti, che sono quelli di divedere tra tutti i proventi del malaffare, anche, anzi soprattutto, con le famiglie dei carcerati. De Pedis gestisce le cose come se fosse il padrone, per questo viene fatto fuori.
Ho dedicato un articolo su questo sito alle vicende della banda, in relazione al rapimento di Emanuela Orlandi e alla sepoltura di De Pedis nella chiesa di Sant’Apollinare a Roma.
La morte di Renatino, come veniva soprannominato il boss, fa vacillare alcuni dei suoi complici, i quali cominciano a collaborare con le forze dell’ordine. É dai racconti di questi che molti fatti di quegli anni vengono alla luce, perché, in un modo o nell’altro, la Banda della Magliana, è sempre presente in tutti i fatti delittuosi dagli anni 70 in poi.
C’è ancora da ricordare il legame, stretto per motivi (come dire?), “commerciali” con Pippo Calò, tesoriere della mafia a Roma, strettamente legato a Stefano Bontate da un lato e ai gruppi eversivi come i NAR dall’altro.
A proposito di collaboratori di giustizia, il primo mafioso pentito è Tommaso Buscetta, che racconterà molti fatti agli inquirenti, compreso l’omicidio di Mino Pecorelli.
Qui faccio riferimento agli interrogatori di Buscetta. Ovviamente nessuno può sapere se quanto riportato sia vero o falso.
Buscetta è latitante in Brasile, quando lo raggiunge Tano Badalamenti, capo della cosca di Cinisi. Ricordo che il boss, morto nel 2004, è stato condannato in America a 45 anni per traffico di droga e all’ergastolo in Italia per l’uccisione di Peppino Impastato, avvenuta lo stesso giorno di quella di Aldo Moro.
Dunque Tano racconta a Buscetta come sono andate le cose. I cugini Salvo sono in quel periodo associati a Bontate e Badalamenti, poi passeranno molto velocemente alla corte di Totò Riina, quando questi farà piazza pulita dei mafiosi a lui non graditi e diventerà il super-boss di Cosa Nostra. I cugini Salvo sono anche esponenti politici democristiani, molto legati ad alcuni colleghi di Roma, in particolare a Giulio Andreotti.
Secondo Buscetta, dunque, i cugini Salvo, per fare un piacere ad Andreotti, avrebbero chiesto a Bontate e Badalamenti di far fuori quel giornalista. Il pentito ricorda la frase detta da Tano: “u ficimo nuatri, io e Stefano”, lo abbiamo fatto noi, io e Stefano.
Dunque a far fuori Mino Pecorelli sono stati i due boss mafiosi. Certo non personalmente, perché – come dichiara Buscetta – “Stefano Bontate non è l’uomo che viene a Roma e spara a Pecorelli. Lo può dire ad altre 5 mila persone, ma farlo lui no.
08 buscettaSe le affermazioni di Buscetta sono vere, abbiamo, in un colpo solo, gli esecutori (i picciotti della cosca mafiosa di Silemi) e il mandante, nientemeno che Giulio Andreotti.
Non solo, Tano Badalamenti confessa a Buscetta anche il movente. Pecorelli stava per pubblicare documenti scottanti, che gli erano arrivati non si sa come, e riguardavano la vicenda di Moro e i suoi appunti. C’è anche un altro legame: quello con l’uccisione, qualche anno più tardi, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Lui era stato incaricato di far luce sulla vicenda Moro ed era stato tra quelli che avevano perquisito i covi delle BR, dove si trovavano i memoriali dello statista pugliese. Il sospetto è che proprio Dalla Chiesa sia il “messaggero” che porta a Pecorelli carte così compromettenti, forse per divulgare i rapporti segreti tra politica e mafia. Anche di questo parleremo in un prossimo articolo.
E la banda della Magliana? Cosa c’entra con l’omicidio di Pecorelli?
Come detto, le imprese della banda della Magliana saltano fuori quando diversi pentiti cominciano a raccontare quello che è successo. Uno dei discorsi che, durante i vari dibattimenti in tribunale, vengono fatti, riguardano le armi della banda.
Si tratta di un vero e proprio arsenale, che viene nascosto in un posto impensabile, uno scantinato di proprietà del Ministero della Sanità. Vi arrivano attraverso conoscenze e grazie al custode, Biagio Alesse, che viene arrestato nel 1981.
Tra i pentiti più importanti c’è Maurizio Abbatino, il cui ingresso nella banda è abbastanza curioso. É Franco Giuseppucci a rintracciarlo intimandogli di restituire una borsa di armi che gli sono state rubate da qualcuno dei suoi. Abbatino non fa una piega, recupera le armi, le restituisce e i due si accordano per formare una unica banda che domini sulla malavita romana: è il 1977.
Qui però ci interessa sapere qualcosa che riguardi il caso Pecorelli.
Dunque partiamo dal deposito di armi. Vi hanno accesso alcuni della banda, ma non tutti; alcuni possono accedervi solo se accompagnati, altri da soli. Tra questi ci sono due nomi importanti: Massimo Carminati, quello dei NAR che abbiamo già incontrato, e Danilo Abbruciati. Questi, all'interno della Banda, nonostante le strette regole autoimposte dagli stessi componenti, mantiene una certa indipendenza che rispecchia il suo spirito imprenditoriale e che lo porterà a stringere rapporti di collaborazione con politici corrotti, estremisti di destra, mafiosi del calibro di Pippo Calò, e, indirettamente, anche con faccendieri come Flavio Carboni con i quali Abbruciati investe i proventi dello spaccio della droga in operazioni immobiliari in Sardegna. Grazie al buon rapporto con Calò e con l'altro boss palermitano Stefano Bontade, Abbruciati porta in dote alla Banda, un prezioso canale di rifornimento di stupefacenti direttamente connesso a Cosa Nostra.
11 Danilo AbbruciatiAbbruciati viene ucciso nel 1982, quando partecipa al ferimento di Roberto Rosone, il direttore del Banco Ambrosiano, attentato fatto per intimidire Roberto Calvi che in quel momento deve una forte somma proprio alla mafia siciliana.
É questo legame che ci porta all’omicidio Pecorelli.
Sull’uso delle armi del deposito al ministero della sanità non c’è un grande controllo. Quelli che possono entrare le prendono, le usano e poi le riportano. Ci sono anche molte pistole e ci sono munizioni, anche di calibro 7,65 delle ditte Fiocchi e i Gevelot, che presentano le stesse identiche imperfezioni di quelli trovati vicino al cadavere di Mino Pecorelli.
Un altro pentito della banda è Antonio Mancini, molto legato a Enrico De Pedis e finito in carcere diverse volte, l’ultima a seguito di una condanna di 28 anni da scontare nella fortezza di Pianosa. Ma da lì viene presto trasferito, inaspettatamente. Racconterà che a ottenere questo risultato è il suo capo, Enrico De Pedis, che ha relazioni importanti (e probabilmente anche motivi sufficienti per essere ascoltato) al ministero di Grazia e Giustizia.
Nel 1994 diventa collaboratore di giustizia e racconta molti episodi degli anni ’70 e ’80, che hanno a che fare con il rapimento di Emanuela Orlandi, con la prigionia e l’assassinio di Aldo Moro e, ovviamente, con quello di Mino Pecorelli.
Nelle rivelazioni del pentito si legge che l’arma che ha ucciso Pecorelli gli viene mostrata dallo stesso Enrico De Pedis, il quale la conserva come un trofeo.
Per riepilogare il tutto, ecco un passaggio del testo, che si può leggere negli atti del Senato della Repubblica, stilato dalla Commissione antimafia nella 14^ legislatura tra il 2001 e il 2005. Si tratta di oltre mille fogli. A pagina 895 si legge:
«La tesi accusatoria nel processo prospettava che il delitto sarebbe stato deciso dal senatore Andreotti il quale, attraverso l’on. Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Ignazio e Antonino Salvo l’eliminazione di Pecorelli. I Salvo avrebbero attivato Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali, attraverso la mediazione di Giuseppe Calò, avrebbero incaricato Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci di organizzare il delitto che sarebbe stato eseguito da Massimo Carminati e da Michelangelo La Barbera
Abbiamo già parlato dei personaggi citati dalla commissione antimafia, tranne dell’on. Vitalone, amico intimo di Giulio Andreotti.
In effetti i nemici giurati di Pecorelli, nei suoi articoli, sono proprio loro due: l’onorevole Andreotti e i Vitalone. Vediamo come e perché.
Partiamo da Andreotti, il cui nome figura quasi come punteggiatura nel documento della commissione antimafia citato. É Pecorelli ad assegnargli il nomignolo di “Divo Giulio”, ma anche Padrino, Super Padrino per non lasciare adito a fraintendimenti su quello che pensa del senatore. Le accuse, in particolare, riguardano le frequentazioni di Andreotti con noti esponenti della mafia, come Salvo Lima, sindaco del capoluogo siciliano all’epoca del Sacco di Palermo, che devasta la città con licenze edilizie affidate a ditte gestite da Cosa Nostra. Entrerà negli atti delle commissioni parlamentari antimafia a più riprese. Durante il maxiprocesso, i boss mafiosi, con Totò Riina in testa, spingono perché la politica intervenga per ridurre le pene degli accusati. L’incarico viene affidato, secondo la commissione antimafia, proprio a Salvo Lima. Ma l’intervento non produce l’effetto desiderato e gli ergastoli fioccano. Per questa sua incapacità, viene ucciso da Cosa Nostra, anche per lanciare un avvertimento ad Andreotti, responsabile, con un decreto legge, di aver fatto tornare in carcere i mafiosi, usciti per decorrenza dei termini.
Altra frequentazione molto criticata da Pecorelli è quella con “La banda Caltagirone” (sono parole di Pecorelli), famiglia formata da tre fratelli, costruttori, protetti, sempre secondo la rivista OP, dal Divo Giulio.
12 andreotti e vitalonevitalone400Claudio Vitalone, fratello di Wilfredo, è stato un politico e magistrato, che ha attraversato mille battaglie giudiziarie, non solo professionalmente, ma anche come imputato. Dalle accuse rivoltegli è sempre stato assolto. Ma questo, nella nostra storia, non ha molta importanza. Quello che ci interessa è vedere cosa pensava e scriveva Mino Pecorelli di Vitalone. I primi interventi risalgono al 1975, quando sostiene che i due fratelli si adoperano continuamente per interferire sul corso della giustizia. Il fatto sarebbe l’intervento di Claudio per ammorbidire la situazione del fratello Wilfredo, spesso in tribunale in veste di accusato. Ecco un pezzetto dell’articolo di O.P.:
Insomma in casa Vitalone la prassi è sempre questa. Wilfredo incappa nelle maglie della giustizia? Niente paura, ecco i ripari: Wilfredo denuncia a sua volta Pinco Pallino …
Quando i magistrati competenti avranno assolto l’imputato Pinco Pallino e si tratterà di escutere contro Wilfredo, ecco accorrere Claudio con tutte le sue batterie a denunciare e intimidire i suoi colleghi che hanno osato colpirgli il congiunto.
Pecorelli è sempre sul pezzo. Non si sa come né perché, ma le sue informazioni sono sempre di prima mano. Si tratta di questioni importanti, come il materiale lasciato da Moro durante la sua prigionia, dossier segreti come Mi.Fo.Biali, documenti relativi al Golpe Borghese, informazioni sullo scandalo Italcasse e sui cosiddetti “assegni del presidente”, di cui Pecorelli ha le matrici e, come annunciato poco prima di morire, anche gli assegni … il presidente, in questo caso, è quello del Consiglio, Giulio Andreotti. Gli assegni costituiscono la tangente pagata alla politica da Italcasse.
La mattina del 20 marzo, il giorno in cui viene ucciso, Mino parla con il giudice Luciano Infelisi, autore di molte delle inchieste scottanti di quel periodo. Al magistrato dice che sta aspettando documenti che nascondono “informazioni bomba” (sono le sue parole), ma nessuno saprà mai di che documenti si tratta. Che tuttavia ci fosse grande attesa nella redazione di O.P. lo confermano anche la sua compagna Franca, la sorella Rosita e il suo collaboratore Paolo Patrizi.
Entreremo nei dettagli delle vicende citate poco fa, ma, a proposito degli assegni, nell’ottobre del 1977, Pecorelli pubblica un’agenzia dal titolo: “Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha dati?
13 Assegni presidenteDal testo, con pochi omissis, che non modificano per nulla il significato:
Questo è un primo elenco di assegni bancari per un pagamento effettuato personalmente brevi manu dal Presidente Giulio Andreotti, per un ammontare complessivo che supera i due miliardi di lire. Dall’esame dei titoli bancari risulta che, tra le firme di girata, manca quella dello statista ciociaro, che evidentemente ha cose da nascondere alla giustizia. Chiediamo formalmente alla procura di Roma e di Milano di aprire un’inchiesta volta ad accertare:
  1. la reale esistenza dei nominativi figuranti quali intestatari degli assegni sopra elencati;
  2. nel caso tale esistenza possa essere provata, il rapporto dei predetti con Giulio Andreotti …;
  3. la posizione giudiziaria del predetto Andreotti in ordine al “traditio” dei titoli in oggetto;
  4. la provenienza del denaro: cioè chi, a che titolo e a quale fine ha voluto far pervenire all’on. Andreotti assegni intestati a nominativi di copertura;
  5. il motivo per cui l’on. Andreotti non ha ritenuto opportuno girare gli assegni in questione;
  6. l’ammontare complessivo delle somme versate al Presidente del Consiglio da questo suo benefattore ignoto, per motivi da accertare.
Ecco, questo è quanto scrive Pecorelli il 14 ottobre 1977. Il suo elenco comprende 15 assegni: 14 da dieci milioni e uno da 4 milioni. Torna sull’argomento poco prima di essere ucciso. Per mettere fine a questi attacchi, il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, interviene. Siccome Pecorelli è indebitato con la tipografia Abete, versa a quest’ultima 30 milioni di lire.
Metodi poco ortodossi da parte del giornalista? Forse sì, ma da tutto questo si capisce che Pecorelli sa tante, tantissime cose e questo dà fastidio, dà fastidio a tante persone importanti e potenti.

Il dossier M.Fo.Biali

Uno dei moventi addotti per l’eliminazione di Mino Pecorelli è la pubblicazione su O.P. di larghi stralci di un dossier segreto, realizzato dal SID, il servizio segreto italiano, tra il 1974 e il 1975.
Vediamo di cosa si tratta. In quegli anni Mario Foligni si mette in testa di fondare un partito alternativo alla Democrazia Cristiana, che avrebbe, a suo dire, perduto lo spirito iniziale, quello di Don Sturzo. La nuova formazione dovrebbe chiamarsi Nuovo Partito Popolare. Foligni è uno ammanicato con il Vaticano e in particolare con lo IOR, essendo in stretto contatto con monsignor Paul Marcinkus, presidente della Banca del Vaticano.
L’allora ministro della difesa, Giulio Andreotti, preoccupato per la nascita di questo nuovo partito, ordina al Generale Gian Adelio Maletti, di controllare la situazione. Maletti è il responsabile della sezione D del SID, quella incaricata di occuparsi degli affari interni al Paese. Maletti ha come capo il generale Vito Miceli, entrambi afferenti alla DC ma a due correnti diverse, anche se Miceli diventerà parlamentare nelle file del partito neofascista MSI.
Ad ogni modo Mario Foligni viene pedinato e intercettato, senza peraltro autorizzazione da parte della magistratura, il che rende illegali quelle intercettazioni, e il SID scrive un dossier sul caso. Si chiama Mi.Fo.Biali: le due prime parti, M e Fo sono le iniziali di nome e cognome del Foligni. Biali è l’anagramma di Libia e vedremo tra poco perché c’è di mezzo anche il paese nordafricano. I risultati vanno riportati direttamente al ministro, cioè ad Andreotti, cosa ammessa più tardi dallo stesso governo italiano, rispondendo ad un quesito sia alla camera che al senato.
Quello che segue è ripreso dalla sentenza di primo grado durante il processo per l’uccisione di Pecorelli.
I servizi, in un impeto di stakanovismo, allargano la loro indagine, oltre che al Foligni, anche alla guardia di finanza. I documenti arrivano a Pecorelli, che ne pubblica ampi stralci e non solo e non tanto la parte riguardante il Nuovo Partito Popolare, ma soprattutto gli episodi di corruzione ed esportazione illecita di valuta degli alti gradi della Finanza. In particolare il dito è puntato contro il comandante generale dell’arma Raffaele Giudice, di sua moglie, del suo segretario, Giuseppe Trisolini e del vicecomandante generale dell’arma Donato Lo Prete.
C’è poi una parte che riguarda un traffico di petrolio con la Libia (da cui il nome del dossier, come detto), al quale sono interessati non solo Mario Foligni, ma anche il fratello del premier di Malta, Don Mintoff, petrolieri italiani, alti prelati e, ancora una volta, il generale Raffaele Giudice.
Tanto per fare un esempio delle cose riportate nel dossier, si descrivono le indagini svolte in Svizzera, dalle quali salta fuori che c’è un legame tra il denaro usato per la corruzione e quello relativo al traffico di stupefacenti e, nientemeno, che Cosa Nostra.
Comincia qui una collaborazione tra il PM di Milano Ilda Boccassini e l’allora giudice istruttore di Palermo, Giovanni Falcone. C’è anche un clamoroso caso di riciclaggio che coinvolge il ministro della Giustizia svizzera, Elisabetta Kopp, il cui marito, avvocato Hans Kopp, risulta essere in affari nientemeno che con il capo della mafia turca, Yasar Musullulu, per riciclare circa un miliardo di dollari del 1986, che non sono certo bruscolini.
14 finanzaI nomi degli indagati entrano anche in un altro scandalo, conosciuto come “scandalo petroli”, che tra la metà degli anni ’70 e i primi ’80 investe il mondo imprenditoriale, politico e la Guardia di Finanza.
É una lunga storia, che merita di essere raccontata, anche perché coinvolge, come vedremo, direttamente O.P. e il suo direttore, Mino Pecorelli.
Nell’autunno del 1980, esce un articolo che fa scalpore. Un giornale locale, che noi conosciamo bene, la Tribuna di Treviso, scrive di una truffa all’erario di 2 mila miliardi di lire e sostiene che “il contrabbando di petrolio aveva provocato uno scarto del 20 per cento tra il petrolio effettivamente consumato e le imposte pagate, con conseguenti effetti sui dati statistici sui quali venivano impostati i, peraltro mai realizzati, piani energetici.
La beffa è che, nei primi anni 80, in Italia si riscontra un aumento dei consumi energetici, in controtendenza con gli altri paesi europei. I cittadini vengono aspramente criticati per questo, ma l’aumento è dovuto al fatto che vengono a mancare i litri di carburante arrivati illegalmente. Quindi l’aumento è solo quello della quantità legale di prodotti petroliferi.
Visto l’articolo, le indagini partono proprio dai magistrati trevigiani, nel 1978, assieme ai colleghi di altre 17 procure, tra cui Venezia, Milano e Torino. Già dai primi rilievi appare chiara una cosa. Lo scandalo, o la truffa se preferite, è possibile grazie a disposizioni legislative favorevoli, grazie a stretti legami tra politica e affari, grazie alla connivenza di alti funzionari degli organi di controllo, segnatamente la Guardia di Finanza.
Come nasce questa inchiesta? A Padova c’è un capitano della Guardia di Finanza, Antonio Ibba, del servizio segreto interno all’arma. Stende, nel 1976, un verbale che arriva, dopo qualche settimana, tra le mani del colonnello Aldo Vitali, che lo legge, si stupisce, e stila anche lui una nota interna di 10 cartelle e 186 fogli allegati. In questa c’è scritto che esiste un grossissimo giro di contrabbando di petrolio, gestito dalla “Costieri Alto Adriatico” di Marghera, protetta da un personaggio politico di alto livello. Vitali fa nomi e cognomi, tra i quali quello del petroliere Brunello, e ipotizza come il “giro” sta avvenendo. La nota arriva, nel febbraio del 1976, nelle mani di Pietro Spaccamonti, generale ispettore dell’Italia Settentrionale della Guardia di Finanza, che prende l’incartamento e lo manda al Comando Generale, vale a dire al più alto grado dell’arma.
A dirigere la GdF ci sono due personaggi: Raffaele Giudice, il capo in testa, e il capo di stato maggiore Donato Lo Prete. Risultato? Vitali viene trasferito e su di lui si apre un’inchiesta, suffragata da una relazione denigratoria su Vitali di tale Ciccone dell’Ufficio Informazioni di Padova. Si scopre presto che quella relazione è realizzata con la macchina da scrivere di Giulio Formato, amico di Ciccone, ma, soprattutto, legale dei petrolieri coinvolti nello scandalo. Per i magistrati è la prova del nove della collusione tra finanzieri e imprenditori.
Le accuse per Vitali sono di essere troppo credulone e quindi poco serio. Viene mandato a Roma e sostituito da altri militari, che sono tutti uomini fidati di Lo Prete.
Poi però, ormai siamo abituati a questo, c’è un colpo di scena. Accade su un’autostrada non lontano da Venezia.
Un’autobotte piena di gasolio viene fermata e si scopre che è senza bolla di accompagnamento. É della Brunello Lubrificanti, l’azienda citata nel documento di Vitali. L’indagine comincia: a Vicenza la Brunello ha un deposito e si scopre il legame delittuoso tra la Brunello e la Costieri Alto Adriatico. Ma i documenti raccolti arrivano praticamente illeggibili alla magistratura. La stampa carica a testa bassa: si tratta di pochi milioni di evasione, roba da ridere, altro che i duemila miliardi di quel credulone di Vitali.
Poi i carabinieri di Vimercate fermano due individui sospetti. Uno di questi, tale Bormida, ha con sé dei moduli H ter. Si tratta dei moduli di accompagnamento della merce trasportata. Ma la merce non c’è e Bormida non sa spiegare a cosa si riferiscano quegli H-ter. Viene avvertita la guardia di finanza, ma, ancora una volta, le indagini non portano a niente. Strano no?
Passa un anno e, alla fine, il pretore di Monza, archivia tutti i procedimenti, ma le indagini continuano lo stesso finché si scopre, tra le società, legate a Bormida, la “Isomar” del petroliere Chiabotti ed è qui che salta fuori il contrabbando. Viene aperto un procedimento, detto Isomar 1, che si conclude con la condanna dei principali imputati.
Ci sarà anche un altro processo, Isomar 2, con il coinvolgimento di altre aziende e la condanna degli imputati con sentenza definitiva nel 1984. 
Intanto a Treviso, nel 1978, … ma questo lo racconto dopo un intervallo musicale.

Lo scandalo petroli

Il petroliere Gianni Savoia ha partecipato alla truffa, ma essendo stato estromesso dal giro grosso, si presenta al giudice di Treviso nel 1978, denunciando la ditta Brunello come quella da cui partire per scoprire il traffico illecito. Nello stesso periodo due sottufficiali della Guardia di Finanza subiscono un tentativo di corruzione durante una verifica. É il punto di svolta: le verifiche portano gli inquirenti all’indirizzo del deposito carburante della Brunello, ma vi trovano solo un prato con l’erba alta un metro. Il 9 settembre 1978, il Brunello viene arrestato con l’accusa di contrabbando. I legami cominciano a diventare chiari: la guardia di finanza c’entra ai suoi massimi livelli. Il 29 dicembre, il giudice di Treviso emette una comunicazione giudiziaria nei confronti di Lino Ausiello, il colonnello che è stato messo da Lo Prete al posto di Vitali. Ausiello è un furbastro e avverte Brunello dei controlli in modo da far trovare tutto in ordine. Usa anche uno stratagemma: invia alla Guardia di Finanza una lettera anonima con la denuncia di traffici illeciti da parte della Brunello; si incarica lui stesso dell’indagine e quindi sequestra i registri dell’azienda, evitando in tal modo ogni ulteriore controllo. É l’inizio di un domino di aziende implicate e di alti gradi della finanza conniventi. La faccenda comincia a diventare interessante per il magistrato Felice Napolitano di Treviso. Convoca i comandanti di zona del Veneto, i quali dicono che, sì, c’è un vecchio rapporto di un certo Vitali chiuso in un cassetto. Viene interrogato Vitali, che racconta tutto quello che due anni prima aveva scoperto. Finalmente il suo rapporto viene letto con attenzione e diventa una parte decisiva dell’inchiesta.
15 giudiceIntanto Raffaele Giudice va in pensione e lo sostituisce Donato Lo Prete. Ma, l’inchiesta Isomar 2 ha portato alla luce diversi pagamenti ai vertici della GdF. Comincia una nuova istruttoria, chiamata Giudice 1, che si conclude con la condanna dei due generali Giudice e Lo Prete.
Da Giudice 1 il groviglio piano piano si dipana: viene spiccato un mandato di cattura per Bruno Musselli, proprietario della “Costieri Alto Adriatico”. Musselli è irreperibile.
Finalmente anche la stampa si rende conto della situazione e racconta non solo della truffa, ma dei moltissimi interventi per insabbiare le cose o per depistare le indagini.
Alla fine del 1979, il giudice Napolitano accusa i due generali Lo Prete e Giudice di interesse privato e favoreggiamento. Il primo ha inoltre rapporti d’affari proprio con il latitante in Svizzera, Musselli. Sul libro paga di questi figurano molti nomi illustri. Lui è titolare di una finanziaria, che controlla almeno trenta società di vari settori industriali: petrolifero, immobiliare, metalmeccanico, tessile. Tra queste la Bitumoil, che rifornisce il giro del petrolio di contrabbando. Tra l’altro Musselli diventa console del Cile, quindi ha passaporto diplomatico che gli consente di viaggiare senza troppi intoppi.
Dai controlli saltano fuori anche versamenti cospicui di denaro ai politici. Si comincia con Sereno Freato, che è il capo della segreteria di Aldo Moro, che riceve decine di milioni da Musselli. E soldi arrivano anche ad esponenti socialisti, decine di milioni per Di Vagno e Magnani Noya, oltre a Tommaso Pesce, vicesegretario della federazione socialista di Milano.
La faccenda esplode proprio indagando sugli intrallazzi di Musselli. Saltano fuori legami con mezzo mondo, tra cui anche i vertici della guardia di finanza.
L’indagine passa a Venezia, per competenza territoriale e qui cominciano i guai, perché gli accusati sono potenti e intentano un vero e proprio contro-processo, fondato su una quantità di lettere anonime che minimizzano il contrabbando e denunciano i magistrati come sovversivi e agenti per motivi politici e non inerenti alla giustizia. La Procura di Venezia chiede alla Cassazione di scegliere un luogo idoneo per il processo. Viene così scelta Modena, dove il giudice istruttore proscioglie da ogni addebito i magistrati di Treviso e Venezia, indicati negli esposti dei difensori dei contrabbandieri.
I politici si scatenano in una ridda di dichiarazioni e conferenze stampa per difendere l’onore dei propri parlamentari e addossando la colpa a tutti gli altri. Una scena impietosa e vergognosa, purtroppo non infrequente nel nostro parlamento.
Alla fine del 1980 il ministro dell’interno, Reviglio, nomina una commissione, fatta tuttavia apposta per mettere in sordina le responsabilità politiche. Pochi giorni dopo, lo stesso ministro consegna a ciascun parlamentare copia del rapporto Vitali, che, finalmente ha la soddisfazione di poter dire “io lo avevo detto e scritto”.
Ora, chi ha seguito fin qui questa puntata potrebbe essere spaesato e farsi la domanda: “Cosa c’entra tutta questa lunga storia dello scandalo petroli con Mino Pecorelli?”. Beh … vedrete che c’entra, c’entra eccome!
16 reviglioIntanto, la famosa commissione Reviglio continua la sua opera. Con calma, molta, anzi troppa calma, ostacolata continuamente dal suo stesso presidente, il democristiano Remo Segnana. La sua azione è quella tipica dell’insabbiatore, allungando a dismisura i tempi di consegna dei risultati. Ma non finisce qui, perché nell’ottobre 1980, l’Espresso pubblica un dossier, che raccoglie tutte le informazioni che abbiamo ascoltato fin qui. Interviene Domenico Sica, procuratore della Repubblica di Roma, il quale firma un ordine di perquisizione del giornale e perfino delle abitazioni dei giornalisti firmatari dell’inchiesta, P. Calderoni e G. Modolo. Questo fatto, anche alla luce di quello che accadrà negli anni seguenti appare come qualcosa di estremamente grave, che limita la libertà di informazione dell’opinione pubblica. Ma i giornali riportano il fatto come notizia di secondaria importanza.
A proposito di stampa, torniamo adesso a Mino Pecorelli. Cominciano infatti a circolare voci di un coinvolgimento nello scandalo, della sua rivista. Già all’inizio dell’indagine Isomir, Pecorelli annuncia l’esistenza di un traffico illecito di prodotti petroliferi. Proprio quando si prepara ad attaccare con la solita ferocia il coinvolgimento di certi politici nello scandalo petroli, avendo già preparato una copertina dedicata ad Andreotti, Mino cambia atteggiamento. Va a cena con Vitalone, uomo della corrente del Divo Giulio e con il generale Danilo Lo Prete. Della raffica di notizie, anticipata dal giornalista si perde ogni traccia. Pochi giorni dopo viene ammazzato. Di quella cena parleremo nel prossimo articolo.
C’è anche un’altra anomalia. In quegli anni Bisaglia è ministro dell’Industria e potrebbe essere accusato se non altro di non essersi accorto di nulla. Ma Bisaglia non appare mai su O.P. Il motivo, già accennato, è che lo stesso politico è uno dei finanziatori della rivista di Pecorelli, come si rileva da una lettera che la sorella consegna ai magistrati dopo la morte del fratello. Bisaglia allora si dimette da Ministro alla fine del 1980. É il solo politico a pagare, in qualche modo, lo scandalo dei petroli.

Conclusioni?

La vicenda che ho raccontato è molto complessa e articolata e coinvolge moltissimi nomi noti della finanza, dell’imprenditoria, oltre ai politici corrotti.
Prima di chiudere, un accenno alle condanne comminate. C’è da dire che i tre gradi di giudizio portano a risultati molti simili, pur con qualche differenza che sottolineerò.
A Torino, è il 30 aprile 1987, vengono condannati gran parte dei petrolieri e dei finanzieri, ma non c’è stata nessuna regia degli uomini politici coinvolti e quando, come nel caso di Freato, si accerta il crimine di frode, i termini di prescrizione sono scaduti e tanti saluti. La sentenza di appello riduce la pena per Lo Prete e Musselli, mentre Freato viene assolto con formula piena. Cosa è successo? Come mai da così tante indagini non saltano fuori tutti i nomi coinvolti? Lo si capisce leggendo la motivazione della sentenza, che dice, in sostanza, che non ci sono prove per accertare la consegna delle tangenti nelle mani di personaggi vicini alla DC, al PRI, al PSI, al PSDI. I giudici quindi non possono condannare in assenza di prove certe.
La corte di Cassazione confermerà le decisioni della corte d’appello di Torino.
Giorgio Galli, uno dei più eminenti politologi italiani, oggi novantenne, scrive:
"A questo punto, ovviamente non volendo criminalizzare alcuno, (...) è forse configurabile questa ipotesi: se il ruolo dominante e determinante di un gruppo sociale si misura dalla capacità di controllo di un sistema e di una situazione tale da consentirgli di superare crisi che travolgono altri vertici (dai generali, agli alti magistrati, ai grandi finanzieri) quello che accadde in Italia nel 1977-1982 ci dice che questo gruppo dominante e determinante in Italia è il ceto politico di governo. Qui è la cuspide della piramide. Se altrove si dice che i governi passano, ma la polizia resta, in Italia si può dire che i falsi burattinai passano, ma i veri burattinai restano".
Resta da chiedersi se queste vicende, la M.Fo.Biali e lo scandalo dei petroli possano essere il movente per l’assassinio di Mino Pecorelli. La stessa compagna del giornalista, Marta Mangiavacca sostiene che il dossier in possesso di O.P. le avrebbe salvato la vita. Tuttavia questo può essere vero solo se le informazioni sono ancora tenute nascoste, minacciando di pubblicarle. In realtà nei due casi la rivista di Pecorelli aveva già pubblicato tutto quello che si poteva sapere sulla vicenda di Mario Foligni, nel secondo era disponibile il dossier Vitali. Dunque difficilmente la mano che ha ucciso Mino Pecorelli si è mossa per evitare la pubblicazione di queste notizie.
E allora, perché? E, se non è per questo, chi ha avuto un interesse così grande da assassinare un giornalista tanto conosciuto nella capitale.
Ci sono altre vicende di cui Pecorelli si è occupato, a partire dal memoriale di Moro e poi lo scandalo Italcasse e tante altre vicende.
Ne parleremo prossimamente.