Chiunque abbia vissuto quegli anni, magari non in una grande città, avrà ricordi come quelli che ho io quando ero bambino. Se qualcuno ha vissuto nei paesi di campagna o di montagna, sono certo avrà una riserva di immagini nella sua testa e nel suo cuore simili a quelle che ogni tanto mi tornano in mente.
carson01Non c’era la televisione, che si vedeva solo in occasioni speciali al bar … ricordo i primi video in casa di amici verso i primi anni sessanta e la prima TV in casa solo attorno al 1964, quando l’economia di famiglia aveva preso ad andare un pochino meglio. Era tutto molto più semplice. C’era una radio in cucina, di quelle con la tela davanti, le grandi manopole ai lati e il cursore che correva avanti e indietro su quella serie di numeri strani e misteriosi. E mi vedo ancora arrampicato sulle ginocchia di mio padre ad ascoltare notizie che non capivo molto bene, ma dal silenzio che regnava in casa sospettavo che fossero davvero importanti. Si trattava del giornale radio, appuntamento obbligato con l’informazione, la sola disponibile in una famiglia dove comprare un giornale in quel periodo era un lusso e comunque si preferiva spendere quei soldi per il pane.
Dalla radio uscivano frasi pompose, piene di parole strane che non avevo mai sentito. E proprio il modo così reboante di raccontare i fatti, che oggi ci sembra ridicolo e fuori dal tempo, dava ad essi un significato più profondo e sembrava che tutte le notizie, anche quelle raccolte subito prima della sigla di chiusura della trasmissione, non potessero proprio mancare nel bagaglio culturale di ogni cittadino perbene.
Poi c’era la pubblicità, quella sempliciotta di allora, diretta, senza secondi fini se non quello di consigliarti il tal dentifricio, che magari faceva schifo e danneggiava i denti, ma che ne sapevamo noi di marketing e di strategie mediatiche?
E’ così che cominciava la corsa verso gli acquisti importanti, quelli che ti facevano sentire inserito nella società che conta e non un pezzente o, come si direbbe oggi, uno sfigato. E nascevano gli status symbol: uno dei primi la vespa o la lambretta; a casa mia sempre e solo biciclette, ma tutte col sellino per i bambini e tanti tratti di strada a piedi. Avevo però uno zio ferroviere e ogni tanto potevo fare qualche pezzo di strada ferrata (così la chiamava lui che sapeva). Era un orgoglio salire sulla littorina, una specie di regalo, come ricevere oggi l’ultima versione di una costosissima play station. Ma i desideri indotti nelle teste delle persone crescevano di anno in anno. Arrivava la cinquecento, ma anche gli elettrodomestici più costosi: il frigorifero, la lavatrice. Per la lavastoviglie si dovrà aspettare ancora un bel po’ di anni.
E per rinunciare a tutto questo occorreva essere davvero forti oppure bastava essere poveri. E tutti parlavano del boom economico come di una conquista epocale, quasi come se a guadagnarci fossimo noi poveracci, i contadini che avevo attorno, i dipendenti come mio padre e mia madre, i mezzadri e gli operai che cominciavano a trovare lavoro nelle prime fabbriche ai confini con il paese. E non servivano nemmeno i soldi; tutti firmavano cambiali e si sentivano più ricchi. E intanto si indebitavano.
E così piano piano ci si convinceva che il consumo fosse un totem da difendere, perché era lo stile di vita occidentale, quasi una barriera contro quei disgraziati che dalla Russia volevano venire a fare delle nostre chiese stalle per i cavalli dei cosacchi. Non c’è molto da ridere. In una terra radicalmente legata alla chiesa e a tutte le sue emanazioni, compresa quella politica rappresentata dalla Democrazia Cristiana (tenete presente che proprio nel mio paese abitava la famiglia di Alcide De Gasperi), il pericolo comunista era considerato il peggiore di tutti, un po’ come nell’America del maccartismo. Che male c’era ad avere un po’ di comodità? Come poteva venirti in mente di associare questo nuovo benessere con la devastazione del pianeta? Sembrava davvero assurdo.
Il negozio nel quale la mia mamma mi mandava a fare la spesa non aveva da scegliere. Tu chiedevi un chilo di pasta e non c’erano discussioni sulle marche. Ce n’era una sola, la pasta appunto. Ti veniva data dentro un cartoccio di carta blu, spessa così. La stessa dove finiva lo zucchero, i fagioli e le uova. Poi tutto si tuffava nella sporta di vimini per arrivare a destinazione.
carson02Era normale così, lo facevano tutti al mio paese. Oggi diremmo che si tratta di un atteggiamento sostenibile, virtuoso. Non si producevano rifiuti, non c’erano cassonetti. Ogni tanto passava lo “strassaro” che comprava quello che noi non usavamo più. Il ferro di attrezzi che si erano rotti e altri metalli, le stoffe di abiti rivoltati troppe volte per essere ancora usabili e altre cianfrusaglie che avevamo in casa. Mi chiedevo perché mai quell’uomo così strano con la sua bicicletta e quel grande carrello che si tirava dietro recuperasse oggetti rotti, inutili; cosa diavolo poteva farsene?
Ma era un periodo che, appena fuori casa, in un paese di campagna ai piedi delle montagne trentine, ti si apriva un mondo meraviglioso di ruscelli e torrenti pulitissimi, tanto che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di impedirti di bere quell’acqua, un mondo fatto di laghi trasparenti pieni di pesci, di foreste fresche e rigogliose che fornivano tutta la legna di cui avevamo bisogno.
Insomma una specie di cartone animato con le caprette che fanno ciao.
Mio padre, insegnante elementare, era appassionatissimo di ogni cosa che avesse un qualsiasi legame con la natura, dalle piante che studiava da botanico, agli insetti che mi insegnava a riconoscere scostando i sassi lungo il torrente, alle lunghe passeggiate in montagna che faceva con strani individui che insegnavano materie altrettanto strane all’università di Innsbruck. Partivano ben prima dell’alba quasi di nascosto alla ricerca di una pianta, magari di un’erba che però si trovava solo in cima alla Panarotta o sul versante Nord della Cima Dodici. Quando tornava mi raccontava delle stelle alpine che aveva visto in grande quantità, ma non aveva raccolto, perché stanno bene lassù, mi diceva. E mi spiegava che ogni specie ha diritto al proprio ambiente e cambiarlo è come pretendere che noi umani vivessimo nel deserto oppure tra i ghiacci del polo. Non mi diceva ancora che quell’ambiente ha bisogno di tutela, di essere difeso, forse perché allora non ce n’era poi tutto questo bisogno o forse perché neppure lui immaginava quale strada stesse per imboccare la nostra società.
Ho capito da grande che mio padre è stato in quegli anni il primo ambientalista che io ho conosciuto. Il resto della mia giovinezza, trascorso in un villaggio di montagna dove le auto non potevano circolare e il risparmio di ogni cosa era una premessa essenziale per la vita, ha completato l’opera.
Non so perché ho deciso di raccontarvi tutto questo, forse per far capire ai più giovani, ammesso che qualcuno abbia la pazienza di ascoltare questo tipo di trasmissione, che devono avere pazienza con quelli più grandi di loro. A noi capita ancora di fare confronti e i ricordi servono proprio a questo scopo. A vedere nel cosiddetto progresso i lati buoni e quelli che lo sono meno. Le comodità che indubbiamente abbiamo visto aumentare di giorno in giorno, le televisioni coi megaschermi, le automobili sempre più potenti, i supermercati con quantità di cibo da far sopravvivere mesi un’intera popolazione africana, e le mille altre cose che incontriamo ogni giorno e alle quali non facciamo più caso.
Ma anche l’inquinamento dell’aria, l’impoverimento delle fonti di acqua, lo sperpero di risorse con il solo scopo di fare più soldi. Fare soldi ha sostituito la lambretta, la lavatrice, la lavastoviglie. Fare soldi e fare in fretta a farli. Perché è questo che davvero conta: non importa dove dobbiamo passare, chi abbiamo da sopravanzare o chi dobbiamo calpestare.
E ci convincono che siamo felici. Ma lo siamo davvero?

Rachel Louise Carson

Il personaggio del quale voglio raccontarvi la storia è una donna americana. E’ morta molti anni fa, nel 1964, di cancro all’età di 56 anni, mentre era all’apice della sua attività e della sua notorietà. 16 anni più tardi sotto la presidenza di Jimmy Carter le verrà assegnata la Medaglia Presidenziale della libertà, l’onorificenza civile più alta prevista negli Stati Uniti.
carson03Il suo nome è Rachel Louise Carson. Nasce all’inizio del secolo scorso in una piccola cittadina di campagna in Pennsylvania, una regione ricca di montagne e colline, ma anche una zona con vasti giacimenti di fonti primarie di energia, tra cui quel gas di scisto di cui ho parlato tanto a lungo negli anni in cui questa trasmissione si occupava quasi esclusivamente di questioni ambientali. É qui, infatti, che venne aperto il primo pozzo di petrolio al mondo, nel lontano 1859. Ma di tutto questo la bambina Rachel non sa nulla. Lei se va per i boschi, innamorandosi di quella natura che le avrebbe riempito la vita. La sua strada viene segnata dall’indirizzo di studi che prende: biologia marina al college, per poi laurearsi alla John Hopkins University a Baltimora nel vicino Maryland, in zoologia nel 1932.
E in quella università si ferma come insegnante per molti anni, barcamenandosi in mezzo a mille problemi soprattutto economici, dovendosi curare anche della madre anziana, rimasta vedova subito dopo la sua laurea.
Questo le impedisce di proseguire i suoi studi, ma non di cominciare a scrivere testi scientifici che hanno come riferimento gli animali del mare e delle acque dolci. In soli 4 anni riesce ad essere assunta come biologa marina nel Dipartimento statunitense della Pesca, che è come un nostro ministero dedicato appunto alla pesca. Non è un periodo facile quello degli anni trenta negli USA e lo è ancora molto meno per una donna, che deve lottare contro pregiudizi maschilisti e mille difficoltà per riuscire ad imporsi e infatti, Rachel è solo la seconda donna ad ottenere quell’incarico.
carson04Nel 1937 a trent’anni, vive uno dei suoi momenti salienti. Un suo articolo viene pubblicato sul mensile di scienza Monthly Atlantic con il titolo di Undersea (Sottomarino: inteso come aggettivo, qualcosa che sta dentro all’acqua). E mentre i suoi guai economici crescono (la morte della sorella le impone di dover mantenere anche due nipoti), la sua vita professionale ha una poderosa svolta. Accade, infatti, che la casa editrice Simon&Schuster le propone di trasformare l’articolo Undersea in un libro. Ci vogliono anni e un sacco di lavoro serale per arrivare al prodotto finale. Il titolo diventa: Under the sea-wind. Viene recensito molto bene, ma non vende granché, anche perché esce nel momento più sbagliato possibile; un mese dopo l’uscita del libro, infatti, i giapponesi attaccarono a Pearl Harbor e comincia anche per gli americani la seconda guerra mondiale.
Dopo la guerra, Rachel sale nella gerarchia del ministero e trova il tempo per un secondo libro, che viene rifiutato da un sacco di riviste, prima che compaia a puntate su alcune pubblicazioni importanti del paese, tra le quali quel Nature che è considerata ancora oggi una delle riviste più prestigiose dell’ambientalismo mondiale. Poi l’università di Oxford si decide a pubblicarlo come libro con il titolo “The Sea around us” (Il mare attorno a noi). É un grande successo: rimane quasi due anni tra i best sellers del New York Times, mentre Rachel riceve due dottorati al merito.
É il 1951, il libro diventa un must, perché racconta l’importanza dell’oceano nella nostra vita e la sua autrice riesce a farci ascoltare le molteplici voci dell'oceano, i suoi sussurri e le sue grida, i suoi gemiti e il suo silenzio assoluto. E la sua forza risiede nella sua erudizione ed elaborata organizzazione dei fatti, e nella sua personale reticenza che cattura la nostra attenzione in modo pacato. Ci descrive le montagne e i canyon sommersi, il rapporto che nei secoli l'uomo ha avuto col mare, gli effetti dei venti, delle onde, fino a oltrepassare i limiti della nostra immaginazione, raccontando il modellamento delle rocce liquide che fluttuano nelle grandi maree.
Due anni più tardi il regista Irwin Allen ne trae un documentario che vince l’Oscar come miglior documentario del 1953.
Il successo si porta dietro anche una situazione economica decisamente migliore, tanto che nel 1952, a 45 anni, la Carson può ritirarsi dal lavoro per pensare solamente a scrivere. Ne trae un sacco di articoli e un nuovo libro: The Edge of the Sea (La riva del mare).
Poi avviene un triste fatto che cambia ancora una volta la vita di Rachel. Una delle sue nipoti muore lasciandole un bambino piccolo da accudire. Compra allora una proprietà rurale nel Maryland per avere più spazio e questo cambia la sua prospettiva e la sua vita.
Come certamente sanno tutti quelli che hanno vissuto abbastanza, in quel periodo i parassiti delle piante, ma anche mosche e zanzare vengono combattuti in un solo modo, con il DDT.
Nonostante quello che ne pensiamo oggi, il DDT ha avuto una funzione veramente notevole. Negli anni ’40 e ’50 viene usato massicciamente nelle aree colpite dalla malaria per eliminare le zanzare che la trasportano e non occorre andare molto lontano, perché la Sardegna è una regione italiana dove questa malattia provoca molti decessi.
carson05A sintetizzare questo prodotto era stato un austriaco, Othmar Zeidler nel 1873, ma dovevano passare quasi 70 anni prima che il chimico svizzero Hermann Mueller stabilisse le sue proprietà insetticide nel 1939. L’impatto sociale del DDT fu talmente grande che a Mueller venne assegnato il Nobel per la medicina.
Credo che le persone più grandi all’ascolto ricordino quella pompetta un po’ naif, un po’ antiquata, fatta di un barattolino di latta con un lungo manico metallico e una impugnatura in legno. Il suo uso era quotidiano o quasi e veniva fortemente suggerito e raccomandato da una pubblicità martellante.
Nel 1950 l’associazione che si occupa di cibo e droghe a livello mondiale (Food & drug Administration) dichiara che “con tutta probabilità i rischi potenziali del DDT sono stati sottovalutati”.
Nel 1972 il DDT venne proibito negli Stati Uniti. Solo sei anni più tardi anche in Italia. Ne parleremo più avanti. Per ora basta ricordare che nell’UE è classificato come una sostanza dai “possibili effetti cancerogeni con prove insufficienti”. La stessa agenzia internazionale per il cancro lo classifica come “limitati indizi di cancerogenicità”.
E’ interessante notare come in questo caso la messa al bando del prodotto abbia seguito quel “principio di precauzione” che invochiamo ogni volta che si parla di possibili effetti nefasti di un prodotto o di un processo, ad esempio l’incenerimento dei rifiuti.
carson06Negli anni in cui vive Rachel Carson il DDT è usato in agricoltura e in dosi molto più massicce di quelle adoperate per la salute delle persone. Va sottolineato come questo prodotto una volta depositato sul terreno ha una persistenza molto lunga dai 2 ai 15 anni. E si degrada in prodotti come il DDD e il DDE, anch’essi altamente persistenti. Nel 1970 una ricerca negli USA su un campione di persone, mostra presenza di queste sostanze nel sangue. Dieci anni dopo lo stesso campione ha livelli minori, ma ancora ben presenti delle stesse sostanze.
Se il DDT non è particolarmente tossico verso le persone, lo è molto verso le altre forme di vita. Gli studi mostrano come esso si accumuli lungo la catena alimentare … e noi siamo proprio in cima a questa catena.
Torneremo tra breve alla storia del DDT. Adesso riprendiamo il filo del discorso su Rachel Carson che abbiamo interrotto.

Primavera silenziosa

E’ proprio l’uso dei pesticidi in generale e del DDT in particolare che sposta l’attenzione di Rachel Carson dal mare alle coltivazioni e all’ambiente più in generale. Dalla metà degli anni ’40 si occupa di una battaglia che sarà la prima dell’ambientalismo, inteso come movimento d’opinione, una battaglia che cambierà completamente il modo di intendere la natura e di interpretarne le vicende.
Qui non ha importanza se davvero il DDT è quella micidiale arma mortale che viene dipinta dall’opera di Rachel e soprattutto dal movimento successivo alla pubblicazione dei suoi scritti. Quello che davvero conta è il modo nuovo di avvicinarsi alla natura.
carson08Il suo libro più importante, quello per il quale è famosa in ogni angolo del pianeta, si intitola “Primavera Silenziosa” e lei ci lavora praticamente fino alla morte.
"Più cose imparo sull'uso dei pesticidi, più divento preoccupata. – scriverà - Quello che ho scoperto era che tutto ciò che era importante per me come naturalista veniva maltrattato, e che non c'era nient'altro di più importante che io potessi fare".
Il libro parte ovviamente dalla crociata contro i pesticidi e il DDT, ma per la prima volta si esplorano i collegamenti ambientali. Un pesticida è creato e usato per eliminare un insetto, ma la sua azione non termina là perché i suoi effetti si risentono attraverso la catena alimentare. Così quello che è nato per eliminare un solo insetto finisce per avvelenare animali e uomini.
Probabilmente a noi sembrano frasi ovvie e scontate, ma negli anni 50 e 60 non lo sono affatto, come ho cercato di ricordare prima. La Carson è la prima a diffondere tra il grande pubblico questa interpretazione.
Perché un simile libro viene scritto?
Tutto comincia con una lettera che le invia la sua amica Olga Huckins, la quale possiede un santuario per uccelli, una specie di piccola riserva nella quale uccelli di ogni genere vivono liberi. Il terreno è stato abbondantemente cosparso di pesticidi da parte del governo. Molti uccelli muoiono. Olga chiede a Rachel di intervenire presso il governo, visto la sua autorità e anche il posto pubblico che aveva occupato a suo tempo. Ma la Carson decide che sarebbe molto più efficace scrivere un articolo in una rivista. Ma nessuna delle riviste scientifiche alle quali si rivolge è interessata ad una simile storia e così nasce l’idea del libro, che impegnerà Rachel per oltre 4 anni. Il libro esce nel 1962, due anni prima della morte della sua autrice.
Ci sono due aspetti della questione da sottolineare.
Il primo che, data la sua autorità professionale, Rachel Carson, può contattare e far collaborare nomi illustri nel campo della biologia, della chimica, della patologia e dell’entomologia. Insomma le tesi riportate in “Primavera silenziosa” poggiano su solide basi scientifiche.
Il secondo aspetto da sottolineare è il fatto che quel libro ha un risultato straordinario in quanto riesce a creare nella testa della gente un collegamento, una associazione mentale tra la mortalità nell’ambiente naturale (i pesci, gli uccelli di Olga, la flora, …) e l’uso spropositato di pesticidi vari, dei quali negli anni 70 si scoprono le implicazioni estremamente pericolose per la salute umana e da allora assolutamente vietati.
Il lettore può così rendersi conto perfettamente che l’introduzione di quantità così massicce e con una varietà così grande di prodotti industriali e di rifiuti negli ambienti terrestri e acquatici, ma anche in quelli umani, con poco o nessun interesse per la tossicità conseguente non può portare dei benefici alla società e ai suoi componenti. Ed è proprio questa, l’identificazione del progresso con il benessere dell’uomo, la tesi delle autorità e soprattutto dei proprietari della macchina economica e produttiva. É uno scontro contro la società intera, contro la sua gestione, contro le multinazionali, contro buona parte della politica militante.carson07
Ecco un breve passaggio del libro:
"Stiamo sottoponendo intere popolazioni all'esposizione di sostanze chimiche che sono state dichiarate estremamente velenose e in molti casi con effetti cumulativi. Queste esposizioni cominciano alla nascita, se non addirittura prima, e - a meno che le cose non cambino - continuerà per tutta la vita delle persone."
Siamo negli anni 50 ma se una frase del genere fosse detta oggi, che ne so, dal presidente di Legambiente o del WWF, si collocherebbe perfettamente nel modo di pensare l’ambiente oggi, anzi oggi si è andati ancora oltre.
Uno degli aspetti che emerge nella stesura di “Primavera silenziosa” e soprattutto da quelli che sono stati gli avvenimenti collaterali è un argomento del quale noi discutiamo ogni giorno e cioè il fatto che usare l’ambiente come un immondezzaio è pericoloso e dannoso, ma conviene. E conviene a quelli che queste schifezze producono e spacciano, a quelli che traggono profitti enormi dall’inquinamento di ogni genere e tipo.
E già allora la Carson si accorge dell’aria che tira per quelli che si mettono di traverso alla macchina del sistema.  
In un articolo del 1999 il Time, il prestigioso settimanale americano, scrive: “La Carson venne assalita violentemente da minacce di cause e da derisione, inclusa l’insinuazione che questa scienziata così meticolosa fosse una donna isterica non qualificata a scrivere un libro di tale portata. Un imponente contrattacco venne organizzato e guidato dalla Monsanto, Velsicol, American Cyanamid - come da tutta l'industria chimica - puntualmente supportata dal Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti come pure dai più cauti nel mondo dei mass media."
E i ragionamenti sono sempre gli stessi, come quelli di oggi, quando proponiamo di fermarci un attimo a riflettere sugli effetti nocivi delle pratiche che questa società dei consumi ha imposto a tutti. Pratiche non sostenibili, dal costo enorme e pazzesco. Oggi rispondono come allora.
carson09Robert White-Stevens è uno scienziato pagato dall’American Cyanamid, un’azienda chimica importante, sorta nel 1907 che produsse per prima il vaccino anti-polio e altre medicine legate alle profilassi oncologiche. Ma l’American Cyanamid produce anche pesticidi che fanno sicuramente guadagnare un sacco di soldi. Dunque questo scienziato, stipendiato dagli inquinatori scrive: "Se l'uomo dovesse seguire gli insegnamenti di Miss Carson, si tornerebbe al Medioevo e gli insetti e le malattie erediterebbero ancora una volta la terra".
Credo che questo ricordi qualcosa, ad esempio le frasi dei nuclearisti nostrani prima dei fatti giapponesi, di quelli che si oppongono alla diffusione delle energia rinnovabili, di quelli che ostinatamente negano l’esistenza dei cambiamenti climatici: “Voi volete farci tornare all’età della pietra”. Chissà se sanno quello che stanno dicendo o non sono semplicemente imbeccati dai vari Trump di turno.
Tornando a Primavera silenziosa, altre compagnie chimiche e altri critici attaccano i dati e le interpretazioni presenti nel libro. Altri vanno ancora più a fondo attaccando le credenziali scientifiche della Carson, perché la sua specializzazione è la biologia marina e la zoologia, non la biochimica. Alcuni la definiscono addirittura una semplice birdwatcher con molto più tempo libero che conoscenza scientifica, qualificandola come non professionale. Una parte dei suoi oppositori la accusa addirittura di essere comunista. Che, nel periodo di massima negazione della libertà, come quello che negli anni 50 colpisce un’America razzista, sessista e completamente rincoglionita dai vaneggiamenti assurdi di Maccarty, significa un sacco di problemi soprattutto nella sfera professionale.
Inoltre, molti critici affermano ripetutamente che lei stia richiedendo l'eliminazione di tutti i pesticidi, nonostante il fatto che la Carson abbia messo in chiaro che non sta sostenendo la messa al bando o il completo ritiro dei pesticidi utili, ma ne sta invece incoraggiando un uso responsabile e amministrato con cautela con la consapevolezza dell'impatto delle sostanze chimiche sull'intero ecosistema. Infatti, conclude la sua sezione sul DDT in Primavera Silenziosa con questa frase “Un consiglio pratico dovrebbe essere ‘Spruzza il meno che ti sia possibile’ piuttosto che ‘Spruzza al limite delle tue capacità’".
Ma questo ostracismo e questa difesa dei privilegi economici, alla fine si rivela un boomerang. Intanto, nonostante le pressioni, la casa editrice Houghton Mifflin non cede mai alle numerose richieste di stroncare il libro. Che anzi riceve recensioni positive da molte personalità esterne al mondo dell’agricoltura e della chimica, insomma da parte di chi è estraneo alla logica di potere e di interessi che difendono le compagnie chimiche e farmaceutiche. E così il libro, scritto in modo che tutti comprendano il messaggio che contiene, diventa presto un best seller sia negli Stati Uniti che in Europa. Sempre leggendo il Time scopriamo che effettivamente il polverone alzato dagli enti governativi e dalle società coinvolte fa un clamore tale da incuriosire i lettori che si affrettano a comprare il lavoro di Rachel Carson. "La maggior parte degli oppositori della Carson stanno velocemente tornando sulle loro posizioni. Nella loro infima campagna per portare la loro protesta ai livelli di una questione di pubbliche relazione, - scrive il settimanale americano nel 1963 - gli interessi delle aziende chimiche hanno solo aumentato la consapevolezza dell'opinione pubblica."
Il colpo di grazia di questa donna al sistema dei pesticidi arriva nell’aprile 1963, durante un dibattito televisivo in cui Rachel letteralmente straccia un portavoce di un’azienda chimica che difende i prodotti di questa. In quell’occasione la levatura della Carson, la sua preparazione scientifica e il suo livello morale ed umano invadono tutte le case degli americani. E la questione dei pesticidi diventa finalmente una questione pubblica.
Rachel Carson viene onorata con molti premi e invitata a centinaia di dibattiti e apparizioni televisive. Ma ormai è tardi. Il cancro al seno, che l’ha colpita a metà della scrittura di Primavera silenziosa, non le permette più una vita normale. Una delle ultime apparizioni avviene quando testimonia di fronte alla commissione consultiva scientifica del presidente Kennedy, il quale pubblica il 15 maggio del 1963 una relazione in cui appoggia largamente le tesi scientifiche di Rachel.
Quando muore, il 14 aprile del 1964, il DDT e altri pesticidi sono ancora utilizzati. Come detto sarebbero stati messi al bando solo qualche anno più tardi. Il merito di questo cambiamento è facilmente attribuibile proprio a Rachel Carson.
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L'influenza della Carson

Ho già detto che l’opera della Carson non deve essere considerata la summa del sapere sui pesticidi. Del resto sono passati più di 50 anni da allora e le conoscenze in generale sono decisamente aumentate. Per questo io credo che della scienziata e scrittrice americana debba essere sottolineato l’approccio ai problemi dell’ambiente ben più che i risultati tecnici.
Fino ad allora infatti l’ambiente era qualcosa che con i problemi generali della società e dell’uomo entrava solo localmente. Nel senso che gli effetti di operazioni inquinanti venivano considerate solo come derivati direttamente dalla causa e nello stesso luogo in cui il danno veniva provocato. Con Rachel cambia proprio l’impostazione dell’analisi. Se inquini l’ambiente tu non inquini il prato o il fiume in cui metti le tue porcherie, perché l’erba e l’acqua alimenteranno animali che produrranno latte o bistecche e il tuo inquinamento locale salirà su-su lungo la catena alimentare fino a danneggiare uomini e bambini.
E’ per questo, soprattutto, che Primavera Silenziosa rimane un testo fondamentale per l’intero movimento ambientalista e viene ancora considerata un’opera così importante.
Oggi non si è proprio sicuri del tutto che il DDT sia la causa dei mali che la Carson descrive nella sua o pera e molte specie che allora erano sull’orlo dell’estinzione (come ad esempio il pellicano bruno, l’aquila calva o il falco pellegrino) si sono riprese. C’è qualcuno che accusa addirittura la Carson di essere la responsabile di “milioni di morti” e di averne uccisi più di Hitler. Lo fa ad esempio Michael Crichton, lo scrittore conservatore autore del libro Jurassic Park ed inventore della serie TV “E.R. Medici in prima linea”. Ma in realtà la proibizione all’uso di DDT è solo una conseguenza del nuovo spirito ambientalista che pervade gli USA dopo il 1962 e che ritroviamo ad esempio nella filosofia hippy di quei tempi e nei testi di moltissime canzoni della beat generation, quella che faceva riferimento a mostri sacri come Joan Baez, Bob Dylan, John Lennon, tanto per citarne qualcuno. Come anticipato, negli USA la proibizione all’uso del DDT avviene solo nel 1972, quando la malaria è completamente debellata. Negli stati africani il pesticida si continua ad utilizzare in quelle zone dove la malaria è endemica e rappresenta una malattia molto grave per la popolazione. Tuttavia l’efficacia del prodotto è andata diminuendo nel tempo. In Primavera Silenziosa Rachel Carson predice con estrema precisione che le zanzare avrebbero sviluppato resistenza all’insetticida, cosa che è puntualmente ed inesorabilmente accaduta.
Restano dunque frasi senza molto senso quelle accuse di avere le mani sporche di sangue. In realtà proprio il movimento ambientalista che dai lavori della Carson ha preso origine si è battuto in centinaia di battaglie per sottrarre vittime alle industrie, quelle chimiche in particolare, contro le quali forse sarebbe stato meglio che Crichton indirizzasse il suo odio, e così avrebbe fatto un po’ meno la figura dell’idiota.
Lo ripeto ancora perché sia chiarissimo. Il merito primo ed indiscutibile di questa donna è stato quello di essere stata la prima a descrivere scopi e sinistre conseguenze di una società chimica, mostrando a tutti la possibilità che, attraverso erbicidi, pesticidi e altro, stavamo avvelenando non solo i parassiti, o non solo parassiti e uccellini e qualche lavoratore dei campi, ma tutto e tutti, per un lungo periodo a venire.
E se la pericolosità delle sostanze chimiche individuate dalla Carson è diminuita abbastanza da far apparire il suo libro non più attuale, anche questa è una misura del suo successo. Un’altra è il livello molto maggiore di cultura ambientalista delle persone che guardano alla natura con più rispetto, base necessaria di qualunque movimento ambientalista.
Vorrei adesso approfondire ancora la questione della messa al bando del DDT negli Stati Uniti; quello negli altri paesi come l’Italia è una semplice conseguenza di questa decisione.
Nel 1962 esce dunque il libro della Carson. La sua enorme diffusione negli USA provoca, verso la fine degli anni ’60, una grande pressione che spinge perché si tolga di torno questa sostanza. All’inizio del 1971 viene ordinato al direttore dell’EPA (il più importante ente per la protezione ambientale) William Ruckelshaus di avviare le pratiche per togliere dal mercato il DDT. Ma sei mesi dopo l’EPA risponde che non se ne fa nulla, perché sono stati condotti degli studi da tecnici della stessa EPA, secondo i quali il DDt non rappresenta alcun pericolo per l’ambiente e le persone. Ma dal momento che questi tecnici dipendono e vengono pagati dal Ministero dell’Agricoltura si configura un conflitto di interessi e il procedimento riparte da zero. A questo punto l’associazione ascolta entrambe le parti, in una inchiesta durata sette mesi e ancora una volta la conclusione è la stessa. Non ci sono insomma evidenze scientifiche sufficienti per bandire il DDT. Vorrei far presente, anche se probabilmente non servirebbe, che non si tratta qui solo di una misura a tutela dell’ambiente, perché in gioco ci sono interessi economici colossali di aziende di grande spessore negli Stati Uniti.
Il presidente dell’EPA vuole allora fare un ultimo controllo centrato sulle relazioni che chiedono il bando e conclude che, in ogni caso, nel dubbio si sarebbe dovuto applicare il principio di precauzione. La frase esatta usata nella sentenza finale è la seguente:
Il pesticida è un segnale che l'uomo sta esponendosi a una sostanza che a lungo termine potrebbe produrre seri effetti sulla sua salute.”
Ai nostri tempi il DDT è ancora usato in quelle nazioni (soprattutto ai tropici) dove la malaria diffusa dalle zanzare ed il tifo, provocano un numero di morti molto superiore a quello da inquinamento di DDT e li provocano oggi, dunque sono morti sicure da evitare a tutti i costi. Ma la somministrazione è radicalmente cambiata, basta pensare che l’intera quantità di DDT usato in Guyana, uno stato che è due terzi dell’Italia, è uguale a quanto se ne irrorava nei decenni della Carson in una singola stagione su un campo di 4 km² coltivato a cotone. Una quantità 54 mila volte minore.
Nel 2001 è stata ratificata la convenzione di Stoccolma, che proibisce l’uso del DDT e di altri inquinanti persistenti. E’ stata firmata da quasi 100 nazioni e trova l’appoggio dei grandi movimenti ambientalisti. Ma l’eliminazione completa del DDT in quelle nazioni infestate dalla malaria non è praticabile, perché si tratta quasi sempre di nazioni povere che non possono sostenere l’alto costo degli insetticidi alternativi. Questi stati dunque possono chiedere un’esenzione all’OMS che la concede per tre anni e può rinnovarla.
Potrà sembrare strano che questo scenario di fantapolitica non sia dentro un film. Qualcuno magari si chiede se davvero la malaria è una malattia così grave da richiedere deroghe all’uso di uno dei grandi inquinanti.
I colpiti da malaria sono circa mezzo miliardo all’anno e l’OMS calcola che ci siano da uno a due milioni di morti all’anno per questa causa. La maggior parte delle vittime sono bambini africani con meno di 5 anni di età.
Ci sono naturalmente problemi e situazioni particolari nei paesi che fanno uso del DDT. Così ad esempio in Vietnam, dove il DDT è bandito da ormai 25 anni, si assiste ad un costante calo di casi di malaria. Ma lo stesso avviene anche in Thailandia (anche meglio del Vietnam) che invece usa questo insetticida. Lo stesso è avvenuto in Mozambico, in Ecuador, nello Swaziland.
C’è tuttavia una questione di cui soffre ad esempio l’Uganda, che ha di recente ripristinato l’uso del DDT in agricoltura. Infatti il paese africano rischia l’embargo dei propri prodotti agricoli in Europa.
La lotta tra chi vuole bandire del tutto il prodotto e quelli che premono per reintrodurlo è aperta e, come si vede, le motivazioni sono di vario genere, dalla tutela ambientale a quella della salute umana, fino a quella del profitto e dell’economia.

Il movimento ambientalista: gli hippy

carson12Bene, adesso possiamo allargarci un pochino e cominciare a parlare di ambientalismo in generale, specie dei primi movimenti cosiddetti “ecologici”, anche se per molti questo termine è usato a sproposito. In effetti ecologia deriva da ecosfera, che è l’area attorno alla terra in cui avvengono i processi vitali e coincide praticamente con la biosfera, cioè la sfera della vita. I movimenti ambientalisti hanno adottato questo termine soprattutto negli anni ’60 e ‘70, con un significato diverso. Essi intendevano comprendere nell’ecologia tutte le azioni che tendono a proteggere, difendere, migliorare l’ambiente. Si tratta quindi non di uno studio di qualcosa di preesistente, ma della interazione degli uomini e dei loro comportamenti con la natura, con l’ambiente. Per questo è meglio parlare di ambientalismo che di ecologismo. Il primo è un attivismo, il secondo una scienza.
Detto questo però non possiamo fermarci alle parole. Di cosa si occupa? In questa interazione uomo-natura entrano in gioco un mucchio di aspetti: la conservazione della Natura e degli equilibri ambientali, l'inquinamento, la protezione della fauna selvatica, gli ecosistemi e le aree protette, la politica di gestione dei rifiuti, la produzione agricola biologica, la gestione delle risorse energetiche (con particolare interesse alle fonti alternative di energia e alle rinnovabili),  ideali di sviluppo (sviluppo sostenibile o decrescita), i mutamenti climatici, la pace.
Abbiamo accompagnato Rachel Carson nel suo viaggio. Uno dei risultati davvero importanti della sua opera (non solo Primavera silenziosa) è la spinta a varare leggi e norme a tutela dell’ambiente, norme che prima non esistevano. Se guardate a come è ridotto oggi l’ambiente in cui viviamo nonostante questa legislazione, pensate cosa sarebbe successo senza.
Anche se molti aspetti dell’ambientalismo, come ad esempio la protezione degli animali, erano stati introdotti nella società già dal secolo precedente, possiamo pensare che i movimenti ambientalisti organizzati nascano negli anni ’60 del ‘900. Ne troviamo traccia abbondante in tutto il movimento giovanile di quel periodo e nelle sue manifestazioni sia artistiche che di costume. Ci sarebbe da scrivere un libro su questo punto e quindi mi limiterò a due sole situazioni. Si tratta di situazioni profondamente diverse e per questo le ho scelte. In effetti si fa un po’ fatica a mettere fianco a fianco ragazzotti svagati e persi nel fumo con diplomatici, uomini d’affari, politici e premi Nobel. Vediamo comunque cosa succede.
La prima situazione riguarda il movimento hippy, la seconda il club di Roma. Cominciamo con i primi.
Il movimento hippy è abbastanza controverso. Le tendenze assolutamente fuori dagli schemi convenzionali dell’epoca sono bollate dai benpensanti e dalla stampa soprattutto per due motivi: la libertà sessuale che professa e l’uso di droghe per esplorare tutte le esperienze del mondo. Naturalmente a nessuno frega niente della libertà sessuale dei maschi (che poi non si capisce come si potesse realizzare senza quella delle ragazze). Fregava molto invece il comportamento libero delle ragazze; la cosa era considerata inaudita da un’America bigotta, puritana ed ipocrita. E per di più con l’uso di sostanze stupefacenti, in particolare acidi come l’LSD e la marijuana. É per questo che lo stato della California, la roccaforte degli hippies, dichiara nel 1966 l’LSD “sostanza controllata”, mettendo di fatto la droga fuori legge.
Ma il movimento dei figli dei fiori non è solo questo. Se da un lato è vero che c’è dell’esagerazione e dell’esaltazione nei loro comportamenti, la filosofia e lo spirito hippy va ben oltre, come mostrano molti episodi della storia di quegli anni.
La voglia di stare assieme e di conoscere si esplica nelle comuni e nei viaggi (quelli veri, non indotti da droghe), come il mito di ogni hippy che si rispettasse di raggiungere l’India via terra con l’autostop e pochissimi soldi al seguito. E si traduce anche nei grandi raduni musicali con alcuni dei massimi esponenti della storia della musica che rendono quasi immortale il movimento hippy ovunque nel mondo.
Possiamo ricordare il raduno a Manhattan (10 mila con Lou Reed) e quello di 20 mila hippies a San Francisco al Golden Gate Park.
Poi, nel 1969, il gigantesco e davvero mitico raduno a Bethel (New York) conosciuto come Festival di Woodstock, dove per tre giorni ininterrottamente, giorno e notte, suonano gruppi e artisti di fama assoluta, tra i quali Janis Joplin, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, Carlos Santana, The Who e Jimi Hendrix. Mezzo milione di persone assistono all’evento in condizioni spesso disagiate perché nessuno poteva prevedere un simile afflusso. Ma non c’è un solo incidente. Poco dopo si tiene un altro di questi mega-raduni, vicino a S. Francisco in California con la presenza dei Rolling Stones. Ha un impatto minore anche se vi parteciparono 300 mila persone. Qui sì, c’è anche un morto, accoltellato proprio durante il concerto degli Stones.
Uno si può chiedere: “Va bene, ma cosa c’entra l’ambientalismo con tutto questo?” All’interno della filosofia hippy una parte importante riguarda proprio la natura. Certamente la coscienza del movimento non ha molto a che fare con Rachel Carson. Probabilmente pochissimi di loro ha letto Primavera Silenziosa, ma che la natura non vada toccata e modificata fa parte del loro modo di vedere e sentire la vita. C’è un episodio che avviene a Berkley, sempre in California. L’Università locale ha progettato di demolire tutti gli edifici attorno al campus su una superficie di quasi 3 ettari, per costruirvi un grande parcheggio e dei campi da gioco. Sotto la guida del movimento hippy, migliaia di cittadini di ogni genere e grado, cominciano a piantare alberi, fiori, erba, arbusti, qualsiasi cosa sia riconducibile alla vita vegetale per trasformare quel terreno in un parco. Interviene il governatore dello stato, Ronald Reagan, futuro tragico presidente degli Stati Uniti, che fa occupare la città dalla guardia nazionale per due settimane. Una specie di atto di guerra. Al quale i figli dei fiori rispondono con mille atti di disobbedienza civile, piantando fiori ovunque ci sia la possibilità di farlo, negli spazi vuoti di tutta Berkeley. E nasce proprio qui, così e per questo motivo, il “Flower Power” con lo slogan “Let a Thousand Parks bloom” (Fai nascere un migliaio di parchi).
Il movimento hippy si espande in tutto il mondo, confondendosi con quel movimento studentesco e giovanile che lotta su temi più profondi come la guerra (in Corea prima e in Vietnam poi), i diritti civili dei neri e delle donne, che vengono ancora discriminati pesantemente nella cosiddetta patria delle libertà. Gli anni ’60 e ’70 hanno in America la configurazione di una vera e propria rivoluzione. Personaggi come Martin Luther King, Malcom X, Betty Friedan, Kate Millet sono testimoni di questo periodo.
In Italia il movimento hippy non ha un grandissimo seguito, anche perché arriva mentre cresce il movimento studentesco che affronta temi più stringenti e politici che porteranno al ’68 e alle lotte successive. Il movimento americano, da questo punto di vista, ha notevole confusione in testa e una vera e propria linea politica non viene mai scritta. Restano, da noi, brandelli di canzoni come il “mettete dei fiori nei vostri cannoni” dei Giganti, che certo non avevano la forza evocativa di un assolo di Jimi Hendrix o di una canzone di Janis Joplin.
Dal movimento hippy escono, tuttavia, indicazioni per una vita che può essere alternativa, senza incidere così pesantemente sull’ambiente. In Nuova Zelanda, ad esempio, nasce un forte movimento che comincia a vivere usando energie alternative. Il concetto di sostenibilità nasce proprio da qui. Nambassa è il nome associato ad una serie di manifestazioni musicali, artistiche e alternative, incentrate sulla pace, amore (secondo il vecchio slogan “fate l’amore non fate la guerra”) ed uno stile di vita “ecologico”. Contemporaneamente avvengono incontri di studio e lavoro sulla medicina olistica e alternativa, sui cibi non alterabili e, appunto, sulle energie pulite e sostenibili. 

Rapporto sui limiti dello sviluppo

C’è un altro libro, un altro documento fondamentale di quel periodo, una pubblicazione un pochino sottovalutata, ma che dovrebbe essere letto in tutti i corsi di formazione dei giovani. Il suo titolo in inglese è “The Limits to Growth” che coglie il senso del lavoro meglio della traduzione italiana “Rapporto sui limiti dello sviluppo”. Dovrebbe essere Rapporto sui limiti della crescita. Il lavoro viene commissionato dal Club di Roma, di cui vi parlerò tra breve, al MIT, l’istituto tecnologico del Massachussets, una delle università più prestigiose del mondo. La sua autrice principale è Donella Meadows. Viene pubblicato nel 1972. Quello che c’è scritto è una previsione impietosa e drammatica degli effetti della crescita della popolazione mondiale sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.carson13 Il club di Roma è una di quelle associazioni “non-governative e non-profit” che si farebbe meglio a ricordare ogni tanto. Viene fondata nel 1968 da due personaggi molto diversi tra loro: un industriale legato alla FIAT, Aurelio Peccei, e uno scienziato scozzese residente a Parigi, Alexander King. Peccei, morto nel 1984, ha avuto una vita di grandi successi in campo industriale, ma la sua militanza antifascista durante la guerra, che lo portò veramente ad un passo dalla fucilazione, e soprattutto gli anni di lavoro in Argentina, dove incontra tutti i problemi dei popoli dei paesi in via di sviluppo, fanno nascere in lui una sensibilità rara in dirigenti di tale importanza. Tanto per capire egli è, tra le altre cose, uno dei fondatori dell’Alitalia. Dopo aver inventato la Italconsult (che raggruppa famose aziende italiane come FIAT, Innocenti, Montecatini con lo scopo di fornire consulenza economica ai paesi in via di sviluppo) e dopo aver salvato dal fallimento la Olivetti nel 1964, collabora anche con altre organizzazioni, ad esempio la ADELA, un consorzio internazionale di banchieri di supporto allo sviluppo economico dell'America del Sud. E proprio in occasione del discorso inaugurale di ADELA, nel 1965, nasce l’idea di costituire il club di Roma.
Il club raccoglie l’adesione di nomi illustri nel campo della scienza e della politica internazionale. Tra questi premi Nobel, diplomatici, industriali, esponenti della società civile. Un piccolo gruppo che si riunisce in una silenziosa villa a Roma, precisamente all’accademia dei Lincei alla Farnesina. Lo scopo non è tanto quello di farsi una chiacchierata, quanto di valutare il futuro del mondo a fronte del consumo illimitato di risorse da parte di una società che diventa sempre più dipendente da queste.
Come primo compito ognuno degli intervenuti si impegna a dedicare l’anno successivo al tentativo di sensibilizzare i responsabili delle decisioni su temi cruciali (sia in campo politico che economico e produttivo) e sui pericoli che un simile sviluppo avrebbe comportato.
L’approccio al problema globale del club è davvero originale e sicuramente nessuno fino ad allora ha osato mettere in campo tante perplessità su termini come sviluppo, crescita, consumo. Nel 1972, come detto, esce il lavoro commissionato dal club al MIT. Un gruppo di scienziati di questa università esplora i diversi scenari possibili usando tecniche di previsione elaborate al computer (siamo agli albori dell’informatica). Lo scopo è quello di scoprire se è possibile conciliare il cosiddetto progresso sostenibile con i vincoli ambientali necessari per salvare l’ambiente.
Non abbiamo il tempo di entrare nei particolari del rapporto, che peraltro viene rinnovato altre due volte nel 1992 e nel 2004.
In estrema sintesi i risultati degli scienziati americani sono due:
  1. Se l'attuale tasso di crescita della popolazione, dell'industrializzazione, dell'inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.
  2. È possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.
Possiamo tradurre con un linguaggio molto terra terra che, se si continua così, non ce ne sarà abbastanza per sostenere la vita sul pianeta. Il più recente aggiornamento del rapporto introduce due concetti, che si sono affermati solo dopo gli anni ’70 e precisamente l’esigenza di uno sviluppo sostenibile e la misura dell’impatto dell’uomo sulla Terra mediante l’impronta ecologica, temi dei quali abbiamo discusso molte volte in questa trasmissione.
E’ curioso e drammatico insieme notare come questo modo di interpretare i fatti nel 1972 fosse di gran lunga profetico della situazione che si è puntualmente verificata e di cui noi siamo testimoni. Ma ancora una volta il potere e l’economia se ne sono altamente fregati triturando risorse e futuro. Se si leggono i recenti rapporti sullo stato del pianeta, fornito da varie organizzazioni (tra cui l’ONU) si trovano numerose coincidenze con queste conclusioni “vecchie di quasi 50 anni”.
Gli effetti che la pubblicazione del rapporto ha nei settori politico, economico e scientifico si possono paragonare ad una sorta di Big Bang. In un colpo solo il Club di Roma mette in cima all’agenda internazionale una contraddizione che oggi è sotto gli occhi di tutti. Quella tra il pretendere una crescita illimitata e senza limiti nei consumi di risorse e il fatto assodato che le risorse sono finite a cominciare da quella che è il motore di tutto, il petrolio. Con anticipazioni del pensiero moderno che si rifà alla sostenibilità e alla decrescita di Serge Latouche.
Tra l’altro proprio l’anno successivo all’uscita del rapporto si verifica la prima crisi petrolifera. Nel 1973, mentre da noi cominciano le prime domeniche a piedi, è chiaro a tutti che basare lo sviluppo solo sul petrolio è una follia.
Nel 1992 viene pubblicato un primo aggiornamento del Rapporto, col titolo Beyond the Limits (oltre i limiti), nel quale si sostiene che sono già stati superati i limiti della "capacità di carico" del pianeta.
carson14Un secondo aggiornamento, dal titolo “Limiti alla crescita: aggiornamento dopo 30 anni” è pubblicato il primo giugno 2004. In questa versione, Donella Meadows, Jorgen Randers e Dennis Meadows aggiornano e integrano la versione originale, spostando l'accento dall'esaurimento delle risorse alla degradazione dell'ambiente.
Il testo del MIT è tradotto in 30 lingue e venduto in circa 12 milioni di copie nel mondo. Ha subito attacchi da vari fronti, compreso quello del complottismo.
Il Club di Roma esiste ancora oggi, è una organizzazione più forte, numerosa e ben strutturata che continua a fornire spunti di discussione sulle questioni globali nel tentativo di aumentare il senso di responsabilità dei potenti della Terra in particolare a proposito del delicato rapporto tra umani e sviluppo economico da un lato e la fragilità del pianeta dall’altro.
Rachel Carson dedica la sua opera Primavera silenziosa ad un altro personaggio straordinario di quegli anni, il medico Albert Schweitzer, un missionario, che passa la sua intera vita tra i lebbrosi e i malati del Gabon in quella Lambarenè dove oggi esiste un reparto specializzato proprio nella cura della malaria.
Schweitzer, Nobel per la pace nel 1952, scrive: "L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra".
Occorre dire, con amarezza, che, a questo proposito, è sulla strada buona.