Introduzione

Nella prima parte di questa “storia” (che ripercorriamo super-velocemente) abbiamo visto, tra l’altro, come la Democrazia Cristiana, il partito di cui è presidente Aldo Moro, adotti la politica di non trattare con le Brigate Rosse, come a dire che un morto solo si poteva anche immolare pur di non compromettere lo stato in una trattativa con dei banditi.
Tlettera utto questo sarebbe comprensibile e forse anche condivisibile se le motivazioni profonde fossero proprio queste. Nelle lettere che scrive dal carcere a varie personalità della politica, Moro affronta più volte questo tema, affermando che uno scambio di prigionieri si potrebbe fare. E non lo dice solo perché la vita in gioco questa volta è la sua. Già in altre occasioni (ad esempio nel caso Sossi, il magistrato di destra rapito dalle Brigate Rosse e poi liberato) Moro si era dichiarato favorevole ad uno scambio di prigionieri pur di salvare la vita delle personalità rapite. Queste lettere sono dirette ai vertici della DC, segnatamente al segretario Zaccagnini e al ministro degli interni Cossiga, oltre che all’onorevole Taviani, sempre contrario ad ogni possibile trattativa.
Ma, in questo caso, non si tratta di una presa di posizione per principio, per difendere l’autorevolezza dello stato o la sua verginità. Moro è tra i pochi, assieme ad Andreotti, Cossiga e qualche altro, a conoscere tutti i segreti della politica italiana, che, a dirla tutta, non è stata certo irreprensibile fino ad allora.
Nelle lettere dal carcere, le accuse rivolte al partito per la sua condotta sono molte e precise. Leggere quel memoriale, o quel che ne rimane, facilmente reperibile in rete, è interessante ed istruttivo, altroché se lo è. E’ una lezione di storia vista da dietro le quinte.
Tra i molti segreti che Moro custodisce ci sono anche quelli che riguardano la politica internazionale, anche quelle parti che non si devono conoscere, come, ma è solo per fare un esempio, la formazione di quell’esercito segreto, voluto dagli statunitensi che da noi è chiamato “Gladio”. Gladio fa parte di una vasta operazione gestita dalla CIA, il servizio segreto americano, chiamata “Stay Behind”, che significa “Stare dietro”. L’intento è quello di creare gruppi di combattenti che, stando dietro le linee (da qui il nome), combattano il nemico, identificato nell’armata rossa, in procinto, secondo la CIA, di invadere l’Occidente. Dal momento che un simile evento non solo non si è mai verificato, ma non è neppure mai stato nei sogni dei sovietici, quelle brave persone (quelle di Gladio) hanno fatto altro, creando terrore e portando morte in modo da favorire sempre un governo forte, autoritario, insomma un governo di destra, di destra vera intendo.
Aldo Moro ha idee ben diverse. Fin dai primi anni ‘60 cerca di condividere la gestione dello stato con le forze progressiste, rappresentate all’epoca dai repubblicani, dai socialdemocratici e dai socialisti di Pietro Nenni. Occorre precisare, per i più giovani e i meno attenti, che i partiti degli anni ‘60 sono ben diversi da come si evolveranno successivamente. Insomma la figura di Pietro Nenni è qualche chilometro più in alto di quella del segretario Psi forse più famoso, Bettino Craxi.
Mberlinguer a la vera scommessa dello statista pugliese diventa, nei primi anni ‘70, quella di coinvolgere il Partito Comunista Italiano, diretto in modo estremamente illuminato da Enrico Berlinguer, nella gestione dello stato. E ci riesce, tanto che il giorno del suo rapimento deve essere anche quello del primo passo verso la realizzazione di quel compromesso storico, che vede una non belligeranza nei confronti dei comunisti italiani, che stanno abbandonando Mosca e le sue imposizioni, per adottare un comunismo autonomo, democratico, chiamato “eurocomunismo”.
Questo cambiamento, così radicale per tutti i vecchi compagni che ancora inneggiano a Stalin, non può certo far breccia nel buon cuore degli statunitensi, i quali non hanno mai avuto una grande passione per la storia, a meno che si trattasse della propria. E non hanno mai avuto un grande rispetto per la libertà, a meno che non si trattasse della propria. E non hanno mai avuto un grande feeling con la democrazia, a meno che non si trattasse della propria. A tirare le fila di questo sentimento comune del popolo americano sono, da un lato, il governo, qualunque sia il residente della casa bianca, e dall’altro la CIA. Solo Kennedy ha idee diverse e viene a Roma nel 1963 a “benedire” (passatemi questa espressione forse poco rispettosa) il tentativo di Moro di varare un centro-sinistra con Nenni come vicepresidente del consiglio. Questo è un buon motivo per venire assassinato, come del resto accade in quel di Dallas.
In effetti sulla sua morte pesano una quantità enorme di dubbi e di misteri, ai quali ho accennato nella prima parte dell’articolo su Aldo Moro.
Insomma, l’intelligence americana non ha alcun interesse che Moro venga liberato e fa il possibile perché la DC arrivi alla conclusione di non fare alcun passo nella direzione indicata da Moro di uno scambio di prigionieri. La decisione dunque è quella di lasciare che le Brigate Rosse lo facciano fuori. Se a sparare allo statista pugliese sono i brigatisti, ad armare le loro mani sono tutti quelli che non vogliono che un personaggio di tale importanza salti fuori a raccontare a tutti i fatti loro, che poi, se il popolo conosce la verità, magari si incazza e li manda tutti a lavorare.

La pista sovietica

Visto che non c’è solo la Democrazia Cristiana ad essere parte in causa nella realizzazione di quel progetto chiamato compromesso storico, anche ai vertici sovietici non va giù più di tanto che il partito dei lavoratori italiano si ammucchi con quei reazionari della DC, pappa e ciccia con gli americani, i grandi nemici della classe operaia e con la chiesa che resta, in ogni caso un covo di destrorsi. Insomma quel matrimonio non s’ha da fare, anche se scimmiottare Manzoni forse non è il massimo della raffinatezza in questo contesto.
E’ mai possibile che anche i sovietici abbiano tramato per l’uccisione, o quanto meno per la non liberazione di Aldo Moro?
Le cose sono molto meno evidenti che per gli statunitensi, ma c’è un episodio curioso da portare alla luce. Riguarda una spia di Mosca, il sui nome è Feodor Sergey Sokolov. Tutte le vicende che lo riguardano vengono alla luce 20 anni dopo il sequestro Moro, quando è possibile accedere agli atti del dossier Mitrokhin. Nel 1998 la Russia comunista non esiste più e, come accaduto per altre repubbliche dell’ex blocco socialista, ad esempio la DDR, saltano fuori documenti e fascicoli piuttosto interessanti e compromettenti.
VMitrokhin asilji Mitrokhin è un agente segreto del KGB, ma uno di quelli che vede, prima nella gestione Stalin-Berja e poi nella troppo debole destalinizzazione di Kruschev, qualcosa che non va bene. Troppe violazioni dei diritti più elementari. Quando si permette di esprimere questi suoi pensieri, viene immediatamente tolto dall’operatività e messo dietro una scrivania. E’ qui che matura la decisione di raccogliere tutto il materiale possibile su quello che il regime sovietico ha commesso. Raccoglie dati, documenti, ricavati non solo dagli archivi di stato, ma anche dalla stampa clandestina. Una serie di circostanze favorevoli, tra cui un trasloco di sede del KGB a Mosca, curato proprio da Mitrokhin, gli permette l’accesso a una quantità impressionante di documenti, circa 300 mila, in particolare quelli riguardanti gli agenti segreti dislocati all’estero. Mitrokhin, snobbato dall’ambasciata USA di Riga, dove si reca per mostrare il materiale dopo la caduta del muro, all’inizio del 1992, viene ricevuto dall’ambasciata inglese e riesce ad espatriare in un luogo segreto del Regno Unito alla fine dell’anno. Dopo le necessarie verifiche, i documenti del dossier vengono parzialmente pubblicati nel 1996. Il restante volume esce nel 2005, l’anno dopo la morte di Mitrokhin.
Ma torniamo a Sokolov e alla questione Moro. Della spia sovietica, nel dossier Mitrokhin, si legge che è un ufficiale del dipartimento V del primo direttorato principale del KGB, quello dedito alle cosiddette “azioni speciali”, cioè gli assassinii e i sequestri di persona in tempo di pace. E’ Jurij Andropov, nominato da Brezniev presidente del KGB nel 1967, a reintrodurre gli “incarichi speciali”, chiamati anche “azioni esecutive”, come strumento essenziale della politica sovietica durante la Guerra Fredda. Per compierli, vengono sempre più spesso utilizzati terroristi non russi e Andropov è convinto che anche la CIA ne stia facendo ricorso «contro i funzionari del KGB e altri cittadini sovietici all’estero». Idea quest’ultima certo non da scartare come incredibile.
Detto tra parentesi, uno di questi agenti è Ali Agca, mandato a Teheran per assassinare Khomeini, impresa fallita per la stretta sorveglianza attorno all’ayatollah.
Dunque Sokolov fa parte di questa schiera di bravi giovani. Arriva in Italia probabilmente nel 1977 come studente per seguire un corso di Storia del Risorgimento italiano. Una breve permanenza a Perugia e poi eccolo alla Sapienza, l’università di Roma. Questa data è fornita dai servizi segreti italiani, mentre, secondo il dossier, entra nel nostro paese solo nel 1981 come giornalista della TASS, l’agenzia di stampa sovietica. Va però ricordato che il dossier Mitrokhin contiene solo parte della storia, quella cui l’archivista moscovita ha potuto avere accesso.
Secondo la documentazione del SISMI, Sokolov, arriva per tenere d’occhio Moro, pedinarlo e informare i suoi superiori delle mosse dello statista. A sua volta il SISMI riferisce a Cossiga (all’epoca ministro dell’Interno) le mosse della spia sovietica, come quella di altri personaggi sospettati di appartenere a intelligence straniere non gradite.
E la cosa curiosa è che i rapporti sugli strani spostamenti di Sokolov arrivano al ministro Cossiga dopo il rapimento Moro. Eppure si sa perfettamente anche prima che la spia russa frequenta spesso le lezioni di Aldo Moro, lezioni di Diritto, che nulla hanno a che fare con l’indirizzo di studio del borsista sovietico. Ma su questa faccenda ci sono notizie ben più dirette di quelle dei resoconti del SISMI.
Etritto ntra, infatti, in scena uno dei collaboratori più stretti di Moro all’Università, Franco Tritto, il quale racconta del rapporto molto cordiale, almeno all’inizio, tra il docente e il sovietico. Questi pone domande interessanti ed intelligenti e mostra grande interesse per le lezioni seguite. Ma, col passare del tempo, le domande diventano quasi un interrogatorio e non più legate all’attività accademica, ma i luoghi frequentati da Moro, i viaggi programmati in Italia e all’estero, le abitudini e perfino la sua scorta. Insomma Tritto ha paura per il suo maestro e si convince che il proposito di Sokolov sia quello di colpirlo in qualche modo. E’ questo che riferisce nel 1999 al magistrato Rosario Priore, uno dei più attivi a cercare di capire come è avvenuta tutta la storia di Aldo Moro.
Ecco uno stralcio della lettera inviata da Tritto a Priore:
In tal contesto ebbi a rivolgere al professor Moro una domanda: ‘Non possiamo fare qualcosa per avere informazioni su questo giovane? Non potremmo avere notizie tramite ambasciata?’.
Il professore rispose testualmente: ‘Anche se volessimo, lì sono tutte spie; se lui ti pone qualche domanda cerca di essere vago e generico’.
Peraltro non mancai di far presente il mio stupore relativamente al fatto che il giovane parlasse così bene la lingua italiana e la risposta di Moro fu: ‘Di solito usano le cuffie; li tengono lì per molte ore e alla fine o impazziscono o imparano bene la lingua’”.
Anche il maresciallo Leonardi, che morirà durante il rapimento in via Fani, nota strani movimenti attorno a Moro e di questo avvisa il generale dei carabinieri Arnaldo Ferrara. Ma questi liquida quei sospetti come semplici fantasie cui non dare alcun peso. Intanto Sokolov continua ad indagare, arrivando a chiedere ad alcuni studenti chi siano gli agenti di scorta. Questo può anche non voler dire niente, ma nel clima dell’epoca un aumento della sicurezza è per lo meno da prendere in considerazione. Cossiga, che pure viene continuamente informato dagli agenti delle preoccupazioni di Moro e di Tritto, rassicura il politico, attraverso il capo della polizia Parlato, che quello che succede attorno al lui non è rilevante. Non si tratta di terrorismo, ma di volgari scippatori. Questo modo arrogante di sviare i discorsi è tipico di Cossiga.
Dopo il rapimento del 16 marzo, Tritto e il collega Matarrese vanno a denunciare Sokolov al Viminale, ricevendo ancora risposte tranquillizzanti. I servizi segreti sanno che Sokolov è solo un innocuo studente straniero in Italia con una borsa di studio. La cosa curiosa è che di quella borsa di studio a Perugia non c’è alcuna traccia: nessuno gliel’ha conferita.
La sua appartenenza ai servizi sovietici, e con un importante ruolo, viene confermato da uno dei maggior esperti di KGB, il giornalista britannico del Daily Mail, Brian Freemantle, che scrive: “Il dipartimento delle azioni esecutive, conosciuto come dipartimento V, è quello in cui vengono addestrati i sicari”.
Quando Cossiga e i suoi più stretti collaboratori vengono sentiti sulla vicenda, ecco un numero impressionante di bugie e di dichiarazioni che si contraddicono l’una con l’altra. Al Viminale conoscono perfettamente la situazione, ma nessuno muove un dito in una direzione qualsiasi.
Che poi Sokolov non si sia reso responsabile di un atto criminoso nei confronti di Moro poco importa. In presenza di un pericolo nei confronti di un così importante personaggio della politica italiana, l’attenzione è stata decisamente insufficiente.
Sokolov è a Roma durante la prima settimana del sequestro, poi va a Mosca, ufficialmente per la Pasqua ortodossa. Torna in Italia il 2 aprile e vi rimane fino a luglio. Viene costantemente pedinato dagli uomini dei nostri servizi segreti.
Tornerà nel nostro paese, come riferito dal dossier Mitrokhin, nel 1981 come giornalista della TASS e resterà qui per 4 anni. Interferisce sulle inchieste che riguardano l’attentato al papa e cerca di manipolare anche le notizie sulla vicenda Moro.
Dunque un’altra storia curiosa, questa di Sokolov, che si inserisce tra i molti misteri della vicenda di Aldo Moro.

R AF e STASI

Da un punto di vista militare, l’azione delle Brigate Rosse in via Fani è perfetta. Tuttavia il modus operandi ricorda molto da vicino quello utilizzato sei mesi prima a Colonia in Germania. In quell’occasione il capo della confindustria tedesca Hans Martin Schleyer, politico della UCD, la democrazia cristiana germanica, ed ex ufficiale delle SS, viene rapito da un gruppo armato appartene

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nte alla RAF, la Rote Armee Fraktion. Il corteo con l’auto del politico viene bloccata, la scorta, composta da 4 uomini, viene massacrata e Schleyer viene caricato su un’auto e portato via. Resterà prigioniero per 43 giorni, poi il suo corpo verrà restituito dentro il bagagliaio di un’auto nella cittadina francese di Mulhouse, in Alsazia al confine con la Germania.
La straordinaria somiglianza con la vicenda Moro è più che evidente. Questo ha fatto sospettare che ci fosse, nell’organizzazione del sequestro, la mano della RAF. Nonostante Moretti e la Faranda abbiano ripetutamente negato ogni coinvolgimento di questa organizzazione, il sospetto rimane.
In effetti il giudice Imposimato, nel suo libro che sto seguendo, riferisce che numerose sono le prove del rapporto tra BR e RAF. Documenti e oggetti tipici della RAF nei covi delle BR e viceversa. Sono alcuni pentiti come Patrizio Peci e alcuni documenti, anche successivi, a testimoniare questo legame. Ad

esempio le risoluzioni emesse durante il rapimento del generale statunitense Lee Dozier, liberato a Padova nel 1982. L’idea, o il sogno, delle Brigate Rosse, è quello di creare un fronte unico dei movimenti proletari in guerra, quelli autonomisti come l’IRA o l’ETA e quelli marxisti come, appunto la RAF. Lo scopo è quello di costituire una Terza Internazionale, con l’obiettivo di scambiarsi armi, inform azioni e consigli. Tra i contatti ci sono anche i servizi bulgari e il KGB, iniziati prima del rapimento Moro e proseguiti ancora più intensamente dopo. Ad esempio il brigatista Casimirri, usa documenti falsi, procurati da un vecchio compagno del PCI, e la copertura dell’URSS per fuggire in Nicaragua, dove si trova ancora oggi.
Una conferma importante – sostiene Imposimato - della sinergia tra gli autori dell’operazione Moro e l’Unione Sovietica.
Ora, uno dice: “Cosa c’entra l’Unione Sovietica con tutto questo?“
Beh … c’entra. Molti anni dopo i fatti del 1978 si viene a sapere che la RAF altro non è se non il braccio armato della STASI, la polizia segreta della Germania dell’Est e, a sua volta, braccio armato dell’Unione Sovietica. Questa notizia, dice Imposimato, arriva da Markus Wolf e Gunther Bohnsack, vertici all’epoca della STASI. Dunque, se i militanti della RAF hanno aiutato le BR nel sequestro Moro (magari semplicemente collaborando a progettare l’azione), non è possibile che ciò sia avvenuto senza il beneplacito dell’Unione Sovietica. Per giunta, la RAF è stata il legame con l’OLP e soprattutto con la sua ala marxista, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” di George Habbash, al servizio di Mosca.
Troppe coincidenze per pensare ad un puro e semplice caso.
In realtà i contatti tra le BR ed il vasto mondo delle organizzazioni autonomiste e terroriste mondiali sono in piedi da tempo, fin dal 1970, quando un convegno in Liguria decide di intraprendere la lotta armata contro lo Stato. Lo stesso Rapporto Mitrokhin svela che fin dal 1975 in Cecoslovacchia c’è una base operativa delle BR. E’ un centro di addestramento e un luogo dove rifornirsi di armi. La cosa grave è che il PCI è al corrente tanto che si lamenta con Mosca e con Praga. Il partito di Berlinguer invia a Praga un proprio funzionario, Salvatore Cacciapuoti, per protestare. Il resoconto di costui è che “una delle basi terroristiche delle Brigate Rosse era ubicata in Cecoslovacchia e che le agenzie di sicurezza cecoslovacche stavano cooperando con essa.STASI
In conclusione, - scrive Imposimato - il legame tra BR e RAF e tra RAF, STASI e KGB, il ruolo di Sokolov e del KGB nel comitato di crisi, i contatti con il FPLP dimostravano che i servizi segreti dell’Unione Sovietica avevano partecipato all’operazione Moro.”
La questione però non finisce qui. Mentre è comprensibile che un’organizzazione di estrema sinistra come le Brigate Rosse cerchi alleati nel mondo socialista, in particolare nei paesi del blocco sovietico e tra le organizzazioni che i loro servizi segreti gestiscono, come appunto la Rote Armee Fraktion, risulta più difficile pensare ad un legame con paesi fortemente inseriti nel mondo capitalistico occidentale.
Eppure le cose stanno così. Infatti le Brigate Rosse hanno un legame forte con i servizi segreti israeliani. Certo l’intento del Mossad è ben diverso da quello del KGB. Anche loro però vogliono creare problemi in Italia e lo fanno in chiave filo-americana, nel senso che ho spiegato nell’ultimo articolo e, brevemente, all’inizio di questo.
Il Mossad, già all’inizio della fase operativa delle BR, verso il 1971 e fino al 1973, prende contatto con Moretti e Franceschini, offrendo loro armi, finanziamenti e coperture. In cambio chiedono di intensificare l’impegno diretto a destabilizzare la situazione politica italiana. E il mezzo per farlo è indicato in “eclatanti azioni politico militari delle Brigate Rosse”. Questa frase è riportata nel documento conclusivo della Commissione parlamentare Moro del 1983.
A quale conclusione si arriva vista questa così complicata visione degli scenari internazionali, proprio mentre lo statista pugliese è prigioniero delle BR? Probabilmente c’è un interesse convergente tra Ovest (Stati Uniti e alleati) e Est (Unione Sovietica e alleati) nel contrastare il progetto di Moro, basato sul compromesso storico.
C’è una minaccia in quel progetto, una minaccia che colpisce entrambe le parti, le quali basano il loro potere proprio sulla contrapposizione dei blocchi e sulla spartizione del mondo in due imperi.

La prigionia

Come detto, subito dopo l’attacco di via Fani, il ministro degli interni Cossiga mette in piedi un “comitato di crisi”, dei quali fanno parte, tra gli altri, il sottosegretario Nicola Lettieri, il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, esperto di strategia, Steve Pieczenik, del dipartimento di Stato americano, già consigliere di Kissinger di cui vi ho raccontato nella prima parte di questa storia.
Molti membri del comitato sono iscritti alle liste della P2 di Licio Gelli. Tra questi i due capi del SISMI, Giuseppe Santovito e Pietro Musumeci.
Questo comitato impedisce di fatto alla Procura di Roma, durante i 55 giorni di prigionia, di occuparsi della vicenda Moro.
DPRIGIONE ove è stato lo statista pugliese in questo periodo? Secondo il giudice Imposimato l’unico nascondiglio, o se preferite, l’unica prigione del popolo, è quella di via Montalcini n. 8, anche se molti esperti di valore all’epoca sono convinti che quella non sia l’unica prigione, parlando di altri covi, come via Gradoli, il ghetto ebraico o via Caetani.
Ora facciamo un salto in avanti e arriviamo al 2008, quando tre finanzieri si presentano nello studio del giudice Imposimato. Vanno da lui per avere conferma di un rapporto inoltrato dal brigadiere Ladu (anch’egli presente all’incontro), nel quale sostiene di essere stato, assieme ad altri militari, dal 24 aprile all’8 maggio 1978, a Roma in via Montalcini a sorvegliare l’appartamento al civico 8. Ricordo che l’8 maggio è il giorno precedente all’esecuzione di Aldo Moro e al ritrovamento del suo corpo in via Caetani.
Perché il militare aspetta 30 anni per parlare di un fatto che sembra così importante?
Ladu risponde che aveva la consegna del silenzio e del segreto su tutto quello che hanno potuto vedere e sentire il quell’operazione. E poi, nel ‘78, è solo un ragazzo di 19 anni e il timore di ritorsioni verso la sua famiglia lo inducono a tacere, come tutti i suoi colleghi dell’epoca coinvolti nella missione.
Arrivati in via Montalcini, Ladu identifica la palazzina al numero 8 come la prigione di Moro e ricorda che osservavano i movimenti da un gabbiotto con un monitor, grazie ad una piccola telecamera fissata sul lampione di fronte all’ingresso della prigione del popolo.
Il gruppo di militari ingaggiati per questo compito è di 40 elementi. Sono tutti soldati giovanissimi, di leva, e arrivano da ogni parte d’Italia. Ladu è sardo, arriva a Napoli, dove si forma il battaglione e da qui a Roma, dove viene istruito nella caserma dei carabinieri in via Aurelia. Sanno solo di dover controllare dei palazzi nella capitale, niente di più. Vestono in borghese e hanno tutti soprannomi tratti da Topolino. Ladu, in codice, è Archimede.
Una delle stranezze che nota, quando un pulmino senza insegne militari lo porta in via Montalcini, è la presenza di persone che parlano in inglese.
I compiti dei militari sono semplici. Osservare il caseggiato al numero 8, sia dalla casupola con i monitor, che gironzolando vicino all’appartamento in coppie di due. E poi raccogliere sempre l’immondizia, che, sigillata, viene consegnata ai carabinieri.
Nell’alloggio dei militari trovano sopra i letti divise da netturbino, alcune dell’ENEL e delle tute nere con cappucci anch’essi neri. Sanno che stanno osservando una prigione in cui è tenuto un uomo importante. Solo qualcuno dei militari ha letto o visto in televisione di Moro, ma nessuno parla, nessuno chiede, perché la consegna è quella.
Nelle indagini, dopo l’uccisione del politico, si racconta di un pulmino dell’ENEL parcheggiato spesso in via Montalcini. Ladu ricorda un altro fatto importante. All’inizio dell’operazione, forse il 24 o il 25 di aprile, entrando nel caseggiato dal retro, osservano una Renault 4 rossa e una Rover con targa straniera, probabilmente tedesca e sul parabrezza una quantità di verbali di infrazioni.
Questa macchina viene usata normalmente da un uomo, che Ladu chiama “baffo”, ma che riconoscerà poi nelle foto di Mario Moretti. Quando esce ha una borsa con sé, ma quando torna è sempre senza.
Un giorno un carro attrezzi porta via la Rover, che finisce nella caserma dei carabinieri.
Obalzerani ltre a Moretti, c’è anche una bella donna che esce dal caseggiato. Ladu l’avvicina un giorno, vestito da operaio, chiedendole di riempirgli una bottiglia di acqua. Cosa che “miss”, così era stata soprannominata per la sua bellezza, fa volentieri. Miss è in realtà Barbara Balzerani, che sarà arrestata nel 1985 e uscirà in libertà vigilata 21 anni più tardi. Ha scontato definitivamente la pena nel 2011. Attualmente ha 69 anni e lavora per una cooperativa informatica.
Ma torniamo in via Montalcini nel 1978. Quello che i militari vedono nell’appartamento sono solo sagome. Di notte, con la luce accesa si vede anche una grande libreria in fondo alla stanza. E’ la parete libreria che nasconde la prigione di Aldo Moro.
Poi succedono alcune cose strane. Ai militari, il 7 maggio viene spiegato che il compito cambia. Bisogna liberare l’ostaggio e quindi far uscire tutti i condomini dal palazzo. Bisogna farlo in silenzio e in ore opportune in modo da non destare sospetti nei carcerieri. Nel frattempo vengono messi i cartelli di divieto di sosta con rimozione forzata nel tratto davanti al civico 8. Probabilmente servono per giustificare la rimozione della Rover. Nel parco antistante viene montata una tenda della croce rossa. E’ la notte tra il 7 e l’8 maggio. Poi, improvvisamente, la smobilitazione. Tutti gli osservatori, compreso Ladu, vengono portati via e rispediti alle loro caserme. Anche la tenda della croce rossa viene smontata. Cos’è successo?

Dietro front!

Il racconto di Ladu continua. Nell’appartamento sopra quello della prigione di Moro, agenti stranieri piazzano microfoni molto sensibili, in grado di captare qualsiasi rumore. Le voci e i suoni vengono raccolti da registratori. Quell’appartamento è il primo ad essere evacuato. Vi rimane uno di questi stranieri, anche di notte. Chi sono quelle persone? Si scoprirà successivamente che si tratta di investigatori stranieri di varia nazionalità, sotto la diretta gestione del SISMI. Anche Ladu e il suo commilitone, chiamato Pippo, sono andati sopra, per aiutare a portare il materiale, poi montato solo da quelli che parlano in inglese.
Sembra che tutto vada nella direzione di una irruzione. Viene perfino allestita una infermeria in un edificio adiacente per eventuali feriti tra i militari.
Ladu termina il suo racconto così:
Tutto era pronto, ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché dovevamo abbandonare la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti, perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire.”
E ancora:
L’8 maggio 1978, presso la caserma dei carabinieri, alcuni dei militari che dovevano partecipare al blitz commentavano polemicamente l’ordine di smobilitare. Era arrivata, ci venne detto, una telefonata dal ministero dell’Interno che aveva imposto di non intervenire.
Come detto in precedenza, il ministro in questione è Francesco Cossiga. Il premier è Giulio Andreotti.
C’è un altro particolare del racconto di Ladu che è molto interessante. Riguarda due bobine, registrate dai sofisticati aggeggi del servizi stranieri, che lo stesso militare trova nella spazzatura e consegna al suo superiore. Che fine hanno fatto? Perché sono state buttate via? Sono mai state ascoltate?
Una volta tornato alla caserma di Avellino, dove tutti i militari vengono radunati, un capitano dell’esercito è molto chiaro: “Dimenticati di quello che hai fatto in questi quindici giorni”.
Così fa il finanziere Ladu, almeno fino al 2008, al suo incontro con il giudice Imposimato. Costui però è in pensione e non può più usare gli strumenti di indagine che aveva un tempo. Non può, ad esempio, cercare gli altri militari coinvolti nell’operazione, chiamarli per interrogarli, verificare insomma il racconto di Ladu, che qualche perplessità lascia, specie quando si viene a sapere che lo stesso Ladu vuole scrivere un libro su questi fatti, inseguendo quindi notorietà e forse denaro.
L’ex giudice dunque deve sperare che qualcun altro prenda in mano le dichiarazioni di Ladu e avvii un’inchiesta. I finanzieri si rivolgono al procuratore di Novara, dove sono di stanza, e raccontano tutta la storia daccapo. Il procuratore è Francesco Saluzzo, ma si inserisce la procura di Roma che si prende tutti gli atti della vicenda. A farlo è il procuratore Giovanni Ferrara. Dopo due anni le carte non si spostano di un centimetro dalla sua scrivania. Quando Imposimato fa presente che si tratta di cose di rilievo, Ferrara è già diventato sottosegretario alla giustizia nel governo di Mario Monti.
Imaletti dubbi su Ladu dell’ex giudice, sembrano sciogliersi il 10 ottobre 2009, quando il finanziere gli telefona per raccontare una novità importante. La RAI sta trasmettendo le magnifiche puntate di “Blu notte” di Carlo Lucarelli. In particolare va in onda quella sulla P2. Vi appaiono il generale Vito Miceli, il capitano Antonio Labruna e il generale Gianadelio Maletti. Proprio quest’ultimo, condannato per il favoreggiamento delle azioni dei terroristi di destra in Italia, viene riconosciuto da Ladu come uno degli ufficiali che aveva gestito il gruppo dei militari incaricati delle operazioni in via Montalcini. Ladu non ha neanche un piccolo dubbio: è proprio lui, il generale Maletti, uno dei pezzi grossi dei servizi segreti italiani fino al 1975 e poi generale dei granatieri di Sardegna.
Maletti, nel 1977, diventa capo dell’organizzazione Gladio, la costola italiana dell’operazione Stay Behind, di cui ho parlato a lungo nella prima parte della storia su Moro. Sempre Maletti è quello che molto più tardi, nel 2001, dalla sua nuova patria, il Sudafrica, dirà che la CIA era coinvolta nelle stragi del terrorismo nero, a partire da quella di Piazza Fontana. Non solo, la stessa CIA finanziava i servizi italiani, ma i rapporti tra servizi italiani e CIA sono una cosa che sappiamo bene, visto che ne abbiamo parlato molte volte qui a Noncicredo.
Ma torniamo alla vicenda Moro. Il giudice Imposimato è piuttosto deluso perché sembra che a nessuno importi molto della ricerca della verità su quel clamoroso caso del 1978. Finchè, siamo nel settembre 2012, un altro militare si mette in contatto con lui, dicendo di avere delle cose molto interessanti da raccontare sulla vicenda Moro. Dice di chiamarsi Oscar Puddu e quella che segue è la sua testimonianza.
Imposimato non incontra né sente mai Puddu direttamente. Il tutto avviene via mail con domande e risposte, che cercherò di riassumere.

La versione di Oscar Puddu

Tanto per cominciare, Puddu conferma la versione di Ladu. Lui a quel gruppo di osservatori porta i viveri, ma, essendo anche esperto in elettronica, monta la telecamerina sul lampione. Come autista poi accompagna alcune volte ufficiali dei carabinieri in località segrete per incontrarsi con il responsabile dei militari alloggiati in via Montalcini.
Puddu fa parte di Gladio e del SISMI. E’ un istruttore, anche di uomini dei servizi segreti stranieri, inglesi, tedeschi dell’Ovest e dell’Est e russi del KGB. Le lingue parlate nel periodo del sequestro Moro sono due: inglese e tedesco.
E’ piuttosto strana questa presenza di uomini di schieramenti opposti (inglesi e russi, ad esempio), ma Puddu spiega che avvengono in periodi diversi, in modo da non far incontrare agenti dei due schieramenti mondiali.
L’operazione Moro è gestita da NASCO G15, dove la G sta appunto per Gladio. Gli stranieri coadiuvano con appostamenti, vivendo tra l’altro nello stesso appartamento degli italiani. I capi in testa sono Giuseppe Santovito, capo del servizio segreto militare (SISMI) e Pietro Musumeci, generale ammanicato non poco con l’eversione nera attraverso il noto criminale dei NAR e della banda della Magliana, Massimo Carminati. Entrambi i generali fanno da tramite con il ministero dell’Interno, costantemente informato di tutto.
Puddu vede, in quelle circostanze, Santovito, Musumeci e Maletti. Quest’ultimo lo conosce bene. Lo porta infatti in via Montalcini per ritirare una valigetta con due bobine trovate in un bidone della spazzatura. Ecco che di nuovo i racconti di Puddu e Ladu coincidono perfettamente.
La presenza di spie straniere che coadiuvano le forze italiane nella faccenda Moro è scritta fin da subito sulla stampa italiana. Ne dà, ad esempio, notizia il Corriere della Sera, giustificando questa collaborazione proprio per il fatto che il rapimento Moro assomiglia molto da vicino a quello dell’industriale tedesco Schleyer, avvenuto sei mesi prima, come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza.
Saranno anche Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, negli anni seguenti, a raccontare di questa collaborazione. I collaboratori sono quelli dei servizi tedeschi e lo Special Air Service inglese, che ha come copertura dell’azione in via Montalcini una fantomatica “Operazione Smeraldo”. Ecco perché le lingue parlate in quell’occasione sono l’inglese e il tedesco.
Ma nessuno racconta mai, neppure durante i procedimenti penali, che quelle forze straniere sono alloggiate nell’appartamento sopra a quello in cui si trova Moro prigioniero.
Igladio nsomma Gladio non solo è partecipe, ma addirittura organizzatore dell’intervento per liberare Moro, poi rientrato all’ultimo momento. Ne parlerà ancora Cossiga, diventato presidente della Repubblica, durante un’intervista per il settimanale Panorama.
È vero, Gladio intervenne. [Era la] famosa quinta divisione (del SISMI, n.d.a.) che era il vertice operativo e amministrativo della Stay Behind Net in Italia. Poche erano le cose che il servizio segreto militare comunicava al ministero dell’Interno.
Questa affermazione puzza di falso, in quanto la relazione riservata dei servizi segreti tedeschi che parlano della presenza dei gladiatori nella missione Moro, è stata inviata direttamente al ministro, quindi a Cossiga, il quale ammette che è stato spesso a capo Marrargiu, base di Gladio costruita dalla CIA, dove si è fatto insegnare ad usare il plastico, le armi automatiche, i kalashnikov e le UZI israeliane.
Sia Ladu che Puddu e anche, molto più tardi nel 2011, un’anonima inquilina dello stabile, raccontano di un paio di sopralluoghi effettuati all’interno dello stabile, anche di fronte alla prigione, ma fatti di notte, senza scarpe per non fare rumore, vestiti con le tute nere e i passamontagna.
E Puddu conferma tutto: la Reault 4 rossa e la Rover con targa tedesca. Non solo, aggiunge anche che quella macchina è presente il giorno dell’agguato di via Fani. Una ulteriore testimonianza della partecipazione della RAF, la Rote Armee Fraktion, alla vicenda Moro.
Lbraghetti ’intestataria dell’appartamento-prigione è una giovane 25-enne incensurata: Anna Laura Braghetti, che diventerà latitante dopo l’uccisione di Moro, partecipando ad alcune sanguinose imprese delle BR. Arrestata nel 1980, viene condannata all’ergastolo, ma nel 2002 usufruisce della liberazione condizionale. Nel 1981 sposa Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro e per lungo tempo ritenuto quello che gli spara, anche se poi sarà scagionato da questo episodio da Mario Moretti.
Durante i 55 giorni di prigionia Anna Laura Braghetti è dunque l’intestataria dell’appartamento, dove alloggia, secondo la copertura delle BR, con il fidanzato, il fantomatico “ingegner Altobelli”, che si rivelerà poi essere il brigatista Germano Maccari, condannato a 26 anni di carcere. Muore nel 2001 a Rebibbia per un aneurisma cerebrale.
La Braghetti scrive un libro sulla vicenda Moro e racconta, tra le altre cose, di aver fatto amicizia con la inquilina del piano di sopra, una donna magrolina, bruna, garbata. Quell’incontro non è casuale, è organizzato dai servizi segreti, per far credere ai brigatisti che sopra di loro abiti una famiglia tranquilla che non avrebbe dato problemi.
La storia dell’appartamento sopra quello dei brigatisti è un altro segno della bontà delle conversazioni sia di Ladu che di Puddu. Al piano sopra la prigione abita, nel 1978, una vedova, forse una certa Pennacchi, con un figlio. C’è una causa di sfratto nei suoi confronti per morosità. Ma lei non se ne vuole andare assolutamente. Poi, nella primavera del 1978, il colpo di scena. I due inquilini spariscono da quell’appartamento prima che la causa si concluda. E’ anche curioso il fatto che l’abbandono dell’appartamento, avvenuto in marzo, venga registrato solo in giugno di quell’anno. E, forse ancora più curioso, il fatto che i mesi non pagati di affitto vengano saldati tutti assieme. Un’altra testimonianza è quella dell’inquilina dell’appartamento sopra quello in cui si installano i servizi con le loro apparecchiature elettroniche. Si tratta di una professoressa, De Seta, che racconta di aver sentito più volte la sera dei “beep beep” tipici dei collegamenti radio. Ed infine, durante le indagini di Imposimato, nonostante la richiesta precisa ed esplicita, tutti gli inquilini sono chiamati a testimoniare, ma nessuno dell’appartamento 3 si presenta. Il 3 è quello sopra la prigione di Moro.
Pochi giorni prima dell’irruzione prevista, quelli di Gladio decidono di evacuare l’edificio e mandano via gli inquilini dei primi due piani. Questi vengono avvertiti con una lettera. Secondo Imposimato questo azzardo di farsi scoprire, mostra che in quel momento l’obiettivo è quello di salvare Moro, un gesto eroico per cui le tracce dell’azione possono venire alla luce senza problemi.
Solo quando si decide di non intervenire, ecco cambiare tattica: silenzio, omertà, distruzione di ogni prova. Come non capire, se per un mese si studia la strategia per liberare l’ostaggio e poi lo si lascia morire?
L’ordine di lasciar perdere porta un enorme sconcerto tra i militari di Gladio, considerando anche come sono stati usati i soldati di leva, poco più che ragazzini, mandati allo sbaraglio senza un minimo di preparazione. Ma i più sconcertati, secondo Puddu, sono gli agenti stranieri presenti. Questo dimostra come sia falso quanto raccontato da Cossiga davanti a giornalisti e magistrati, che siano i servizi stranieri a volere la morte di Moro.
Restano ovviamente alcune domande a cui rispondere. Perché il bliz, che i carabinieri del GIS sono pronti ad eseguire, con tanto di medico e ambulanza al seguito in previsione di un più che probabile conflitto a fuoco coi brigatisti, improvvisamente viene annullato? Gli uomini vengono avvertiti poco prima dell’ora X da un contatto a Forte Braschi, all’epoca il centro operativo dei servizi segreti militari. In questa caserma, durante il sequestro di Moro, arrivano più volte Andreotti e Zaccagnini. Cossiga invece manda un uomo di sua fiducia, l’onorevole Nicola Lettieri, il vice di Cossiga nel comitato di crisi. E’ ovvio quindi che il Ministro sappia tutto quello che accade a Forte Braschi e in via Montalcini.
Dal 20 marzo, per esplicita dichiarazione di Lettieri, Cossiga ha altri impegni. Ed è piuttosto strano che il ministro dell’interno, mentre il presidente del suo partito è tra la vita e a morte, abbia altro da fare.
Va aggiunto che Giovanni Ladu viene indagato per calunnia nel 2013 e che la magistratura sospetta che Ladu e Puddu siano in realtà òa stessa persona. Qui viene raccontata una storia, presa dal libro di Imposimato. Per ulteriori approfondimenti la rete è piena zeppa di informazioni. Sapere quali sono vere e quali no è un problema grande così.

Dalla camorra ad Arconte: altre stranezze

Credo sia noto che anche le grandi organizzazioni mafiose si interessano alla liberazione di Aldo Moro. Lo fa Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra, quando, latitante, offre allo Stato i propri servizi in cambio di uno sconto di pena. In quell’occasione incarica Nicolino Selis della banda della Magliana. Il covo viene presto scoperto (tra l’altro non è molto distante da quello della banda romana) e avviene così l’incontro con l’emissario di Cossiga. É sempre Lettieri a metterci la faccia. In quell’occasione consegna a Cutolo messaggi di ringraziamento di Cossiga e di Attilio Ruffini, messaggi rinvenuti quando Cutolo verrà arrestato dai carabinieri e poi misteriosamente spariti nel nulla. Ma a Cutolo arriva anche un messaggio forte di Vincenzo Casillo, altro affiliato alla camorra, che gli intima di lasciar perdere. I politici campani non vogliono entrarci. La frase lapidaria non ammette repliche: “Don Rafè, faciteve ‘e fatte vuoste”».
Anche la ‘ndrangheta calabrese partecipa alle operazioni. Il pentito Fonti, quello che ha raccontato un sacco di cose sull’organizzazione che affondava le navi dei veleni di fronte alle coste e sui traffici illeciti di rifiuti, lo spiega in una delle tante audizioni.
Fonti sostiene di aver saputo perfettamente dove si trova rinchiuso Aldo Moro nell’appartamento in via Montalcini. Il suo capo, Sebastiano Romeo, gli ordina di trovare l’indirizzo. Richiesta poi confermata dal segretario della DC Benigno Zaccagnini. Fonti si rivolge al suo contatto per i rifiuti, Pino. Ma è il Cinese della banda della Magliana ad indicargli l’appartamento. Alcuni contatti della ‘ndrangheta gli danno conferma e anche Giuseppe Sansovito, generale del SISMI e appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Insomma tutti lo sanno, mentre la nazione ascolta sbigottita i telegiornali che vomitano ore e ore di trasmissioni su Moro e le Brigate Rosse. Ma quando torna a S. Luca con l’informazione, il suo boss gli dice che i politici non hanno più interesse nella ricerca di Aldo Moro.
Sono informazioni piuttosto sorprendenti per chi crede ancora che le Brigate Rosse abbiano fatto tutto da sole. Tra l’altro, nei processi che seguiranno dopo l’arresto della maggior parte dei brigatisti, si viene a sapere che l’idea era quella di rapire Moro in un modo diverso, senza dover uccidere gli uomini della scorta. Ed erano parecchi mesi, almeno da gennaio che la colonna romana delle BR studiava il piani migliore per intervenire. Possibile che nessuno abbia subodorato niente? Possibile che i servizi segreti italiani, che sembrano sapere tutto in anticipo non siano intervenuti?
Sono domande belle e pericolose ed è qui che si inserisce la storia di un altro gladiatore, un appartenente alla struttura segreta Gladio. Il suo nome è Antonio Arconte, militare della Marina. Passa attraverso numerosi esami e addestramenti, che riguardano sì materie abbastanza logiche, come l’uso di apparecchiature radio, ma anche tattiche di guerriglia e superamento di complicati percorsi di guerra.
Poi, nel 1971, viene presentato al generale Miceli e al capitano La Bruna, i cui nomi abbiamo già incontrato. Lo ricordo: si tratta del capo e del suo vice dei servizi segreti militari italiani.
Arconte è ancora minorenne e non sa bene quello che gli sta per accadere. Non sa, ovviamente, nulla di Gladio, eppure viene inserito nell’organizzazione, passando attraverso alcune coperture. Infatti nel 1972 fa parte del Comsubin. Cos’è adesso questa nuova sigla?
Si tratta di un reparto speciale della marina, voluto da Francesco Cossiga. Andato a visitare a Londra le strutture di Scotland Yard, resta colpito dall’efficienza dello Special Air Service Regiment (quello invitato poi a sorvegliare la prigione di Moro come abbiamo visto). Sul modello di questo reparto, crea i NOCS della polizia e i GIS dei carabinieri e poi il Comsubin, il gruppo subacqueo della marina. Cossiga si vanterà varie volte di essere il padre di questi reparti e di aver finanziato coi soldi del ministero degli interni l’addestramento necessario.
Arconte dunque entra nel Comsubin e viene destinato ad una missione in Libia nel novembre del 1973. Non parte però, perché l’aereo che dovrebbe portarlo in Africa esplode in volo. Si tratta del famoso Argo 16, che era stato usato per trasportare il Libia un gruppo di terroristi arabi, accusati di aver progettato un attentato contro le linee aeree israeliane El Al. Che la bomba a bordo sia messa dal Mossad non è certo, ma molto probabile.
E’ il periodo del famoso “lodo Moro”, di cui ho scritto altre volte qui dentro. In pochissime battute, Moro aveva sottoscritto con Arafat e quindi con i palestinesi una specie di accordo di non belligeranza e questo testimoniava l’assenza o quasi di attentati nel nostro paese da un lato e dall’altro la benevolenza con la quale i terroristi venivano trattati. Questo chiarisce anche l’ostilità di Stati Uniti e Israele nei confronti di Aldo Moro.
Dunque Arconte non parte, è di stanza a Oristano fino al 1977. Riceve gli ordini direttamente dall’ufficio X di via 20 settembre 8. E’ l’ufficio in cui opera il capo di Gladio, il generale Vito Miceli e lo fa anche quando è indagato. Poi viene sostituito dal generale Gianadelio Maletti, tutti legati dall’appartenenza alla loggia P2.
Il 26 febbraio 1978, viene convocato a La Spezia, sede del comando Comsubin, e riceve un incarico. Va detto subito che Arconte è un tipo scrupoloso e conserva ogni documento che gli arriva, anche la lettera di convocazione, nella quale gli si chiede di eseguire una operazione “per le esigenze del Paese”.
Cosa deve fare? Portare una lettera a Beirut e consegnarla nelle mani dell’agente G219, dove G sta ovviamente per Gladio. Ci sono anche 5 passaporti falsi, con le intestazioni di persone incensurate e senza fotografia.
L ’agente G219 è il colonnello Mario Ferraro, che verrà suicidato alcuni anni dopo. E qui accade il patatrac. Arconte fa una cosa che non avrebbe mai dovuto fare: legge il documento. E’ del 2 marzo e così verrà chiamato: documento 2 marzo. Non sembra una cosa molto interessante; parla di Moro, ma il caso del politico democristiano non è ancora avvenuto e nessuno sa nulla di ciò che potrà accadere.
Ferraro è un tramite e consegna la lettera all’agente G216, il colonnello Stefano Giovannone, che abbiamo incontrato nei nostri racconti sulle questioni di armi e rifiuti in medio oriente.
La lettera, proveniente dal Ministero della Difesa, dice, oltre alle solite frasi di prammatica:
L’agente G219 è autorizzato ad ottenere informazioni di terzo grado e più, se utili alla condotta di operazione di ricerca contatto con gruppi del terrorismo [mediorientale] al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro.
Liberazione di Aldo Moro? Il rapimento avverrà solo 5 giorni più tardi e due settimane dopo che il documento è stato redatto. Strano, no?

Liberare Moro prima del rapimento? Strano!

ferraroDunque il documento che Arconte porta in Libano parla della liberazione di un prigioniero che prigioniero ancora non è. Come detto, è l’11 marzo 1978, mancano cinque giorni all’eccidio di via Fani e al rapimento di Aldo Moro. Perché mai si dovrebbe chiedere aiuto ai terroristi mediorientali per un fatto che ancora non è accaduto? Chi sapeva, fin dal 2 marzo, che l’onorevole Moro sarebbe stato rapito e si sarebbe dovuto fare qualcosa per liberarlo? Il Ministero della Difesa certamente, ma quale reparto nei meandri segreti di quel dicastero?
Un mistero molto, ma davvero molto misterioso.
Le domande su questo fatto sono moltissime. Intanto: quel documento è vero? O è un falso, creato apposta?
Se fosse vero, come è secondo il giudice Imposimato, la gravità di non intervenire è davvero pazzesca. Magari gli inquirenti non sanno chi, come e quando il rapimento avverrà. Del resto, a sentire Mario Moretti, era qualche anno che le BR avevano intenzione di sequestrare un politico democristiano. E, dopo aver escluso Fanfani e Andreotti, perché operazioni troppo complicate, avevano puntato proprio sul politico pugliese. Un vero arcano.
Resta anche il fatto che Arconte non avrebbe dovuto leggere quelle righe e che il documento avrebbe dovuto essere distrutto appena letto.
Ma torniamo ad Arconte. Il suo viaggio prosegue, assieme all’agente Mario Ferraro, che ha con sé l’originale del documento, verso Alessandria. Arconte, alias G71, scatta foto per documentare i traffici di armi destinati al Libano, poi proseguono per la Siria con compiti di osservazione sempre di traffici di armi. La questione Moro è lontanissima, ma le notizie arrivano anche a loro e i due, diventati nel frattempo buoni amici, cominciano a sospettare che dietro tutto questo di sia l’organizzazione internazionale Stay Behind e, in particolare, Gladio, cui loro stessi appartengono.
Arconte e Ferraro diventano così due agenti scomodi, pericolosi, pazzi e visionari. Come detto però, Arconte è uno preciso e ha documenti inoppugnabili che testimoniano il viaggio del 1978. I vertici militari e i politici dicono che quel documento è un falso. Ma dimostrarlo è la cosa più semplice del mondo. Basta interrogare i molti personaggi citati da Arconte: che gli ha commissionato il viaggio, chi l’ha imbarcato, il comandante della nave e così via. Eppure nessuna di queste semplici operazioni viene fatta. Perché?
Come detto il non intervento può essere giustificato dalla mancanza di informazioni precise sulle modalità dell’azione da parte delle BR. Del resto anche loro avevano vagliato molte ipotesi e numerosi erano i luoghi dove il sequestro poteva avvenire. Ma qualcuno, probabilmente molti, nelle istituzioni, sanno in largo anticipo, che il progetto esiste.
Incontriamo nuovamente Antonio Arconte alcuni anni più tardi, nel 1986, di ritorno dal Marocco. Si reca, come sempre all’ufficio X per fare rapporto al generale Maletti. Questi nel frattempo, accusato di aver depistato le indagini sulla strage di piazza Fontana, è fuggito in Sudafrica. Ma la sorpresa più grande per Arconte è che lui non esiste più tra i gladiatori; non fa nemmeno più parte del Ministero della Difesa. Congedato il 14 settembre 1973, si legge. Quel viaggio e le successive missioni non sono mai avvenute. L’agente G71 non è mai esistito.
Gli viene detto di sparire, ma Arconte è uno tosto e non vuole tacere. Deve resistere ad un tentativo di omicidio nel 1993 e ad accuse gravi di traffico di droga.
Resta l’amicizia con Mario Ferraro, che Arconte rivede all’EUR nel marzo 1995. In quell’occasione l’ex G219 gli consegna il documento 2 marzo originale. Quattro mesi dopo lo trovano impiccato al portasciugamani del suo bagno con la cintura dell’accappatoio. Un suicidio molto dubbio, ma a nessuno viene in mente di eseguire un’autopsia.
E’ allora che Arconte decide di venire allo scoperto e pubblica un libro, “L’ultima missione”, ricco di dati e di documenti inediti sull’attività di Gladio e sul caso Moro. arconte
Il documento 2 marzo viene bollato come falso da tutti gli interessati: servizi segreti, organi investigativi, Ministero della Marina e perfino dalla stampa, che non si sa proprio che razza di autorità possa avere se non quella di essere lo zerbino del potere.
E ovviamente da Francesco Cossiga. Lui, il capo in testa politico di Gladio, col suo fare da primo della classe, da quello che “so tutto io”, dichiara nel 2003 che quel documento è un falso, anche se prodotto da falsificatori molto abili. Ma cosa poteva saperne Cossiga che l’originale di quel documento non aveva mai visto?
Come può liquidare come non vero il timbro del ministero, la firma del capitano di vascello Remo Malusardi e il riferimento al G219, il nome in codice del capitano Ferraro? E come può aver fatto tutto questo Arconte, che nel 1978 non sa neppure dell’esistenza di Gladio?
C’è invece da dubitare e fortemente della bontà delle intenzioni di Francesco Cossiga, che di quel documento era a conoscenza fin dall’inizio, visto che all’epoca bazzicava spesso dalle parti del ministero della difesa. Ed è interessante notare che il personale importante di quel periodo era:
capo di Stato maggiore della Marina e capo dell’ufficio del personale ammiraglio Giovanni Torrisi, il suo vice, contrammiraglio Antonino Geraci, ammiraglio di squadra Marcello Celio, capitani di fregata Carlo Bertacchi, Bruno Di Fabio, capitano di corvetta Alessandro Boeris Clemen, contrammiraglio ausiliario Rubens Jannuzzi, ammiraglio di divisione ausiliario Aldo Massarini, ammiraglio squadra ausiliaria Giovanni Ciccolo, ammiraglio di squadra ausiliario Gino Birindelli. Tutti, senza esclusione alcuna appartenenti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.
Tutti, senza esclusione alcuna, appartenenti contemporaneamente alla Marina, alla Loggia di Gelli e a Stay Behind, al comando della quale ci sono in Italia il generale Vito Miceli, il ministro Cossiga e il presidente Andreotti.
Strano no?

Conclusioni

Siamo arrivati alla fine di questa storia sul caso Moro.
Qmorte uello che possiamo dire è che sembra, da quanto raccolto fin qui, che ai danni di Aldo Moro ci sia stato un vero e proprio complotto. Non c’è dubbio che tra le fila delle organizzazioni politiche, militari e segrete ci sia stata una componente che voleva davvero che Moro venisse salvato, ma, evidentemente, questa componente ha perso la propria battaglia. Agli altri, italiani e stranieri, tutto sommato, non è dispiaciuta la scomparsa di un politico così scomodo per motivi differenti, ma sempre rientranti nei propri interessi, e nulla è stato fatto per evitarlo. Certo, molte delle cose raccontate hanno un sapore di romanzo, o di un film, quei film di azione in cui i servizi segreti sono i cattivi e arrivano a distruggere propri agenti, per raggiungere uno scopo che ha sempre l’odore del mantenimento del potere.
La vicenda Moro assomiglia molto da vicino a quei film, ma, purtroppo, è un pezzo di storia, triste ed amara, della nostra nazione.
Questo non fa di Aldo Moro un politico buono in assoluto, ma, in questa vicenda, lui è solo una vittima del potere.

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NOTA: l'articolo non può essere considerato originale, ma un libero riassunto del libro di Ferdinando Imposimato "I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia".