Introduzione

Nell’ultimo articolo ho raccontato cosa è successo e cosa dovrà succedere delle scorie radioattive italiane, sparpagliate tra alcuni centri nostrani e in giro per l’Europa, in Francia, in Inghilterra e in Svezia, da dove dovranno tornare per essere conservate qui da noi. Come? Dove? Nessuno lo sa, perché il problema della costruzione di un sito nazionale, come abbiamo visto, non è praticamente ancora stato affrontato.
Allargando il discorso, proviamo a scoprire cosa è avvenuto nei decenni passati in due paesi chiave di tutta la storia mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica poi diventata Russia, mantenendo però le stesse problematiche delle repubbliche socialiste in questo campo.
Voglio premettere che i discorsi che faccio su questo tema non sono contro questo o quello stato, ma contro l’uso del nucleare, perché, secondo la mia opinione, i rischi e i guasti che produce sono enormi rispetto ai vantaggi dell’energia elettrica prodotta.
La questione è grave perché non si tratta solo di test sulle armi nucleari, ma dei “resti” di un’azione considerata civile come quella di produrre energia elettrica attraverso la fissione dell’Uranio. Ancora una volta mi preme sottolineare che questi problemi, pur con le differenze del caso, non sono stati molto diversi in ogni paese in cui il cosiddetto “nucleare civile” ha imperato, come ad esempio in Francia.
ScorieCredo sia chiaro che tutti, ma proprio tutti, anche chi vede nel nucleare la soluzione ad ogni problema energetico, non abbia dubbi su quale sia la difficoltà numero uno.
Sono quasi 70 anni che energia elettrica viene prodotta con centrali nucleari, dove i nuclei di Uranio vengono spezzati, liberando grandi quantità di energia, ma anche radiazioni che, come ben sappiamo, sono estremamente pericolose per la salute dell’uomo. La radioattività insomma è una gran brutta bestia. Quello che succede nelle centrali è che buona parte del combustibile si trasforma in altre sostanze, un po’ come quando accendiamo un fuoco con della legna e ci restano le ceneri che da qualche parte dobbiamo poi mettere. In quel caso non ci facciamo troppi problemi: le mettiamo in un sacchetto e le mandiamo in discarica o le usiamo per distribuirle attorno alle piante di fiori (non so perché si faccia questo ma ho visto molte persone comportarsi così). Con le ceneri dei reattori nucleari le cose sono un tantino differenti. Già, perché quelle ceneri sono, appunto, radioattive. Questo significa che non sono affatto inerti, ma sono, in un certo senso, vive. Esse emettono particelle e radiazioni nel tentativo di trasformarsi in qualcosa di meno instabile, in un’altra sostanza che non dia più fastidio a nessuno e se ne resti così per tutti i secoli a venire. Non c’è niente di speciale in questo: anche noi durante la nostra vita cerchiamo, se possibile, stabilità: lo facciamo con la famiglia, con il lavoro, con la salute. Il guaio di quelle sostanze radioattive riguarda i tempi di esecuzione di questo loro desiderio. Non è possibile dire con esattezza quanto ci metteranno a diventare innocue, ma un modo di valutazione è stato inventato: si chiama tempo di dimezzamento o emivita, che poi significa mezza vita e quindi il concetto è lo stesso.
Immaginate di avere 1000 particelle radioattive (è un numero insignificante rispetto alla realtà, ma è per semplificare i conti). Per diventare la metà, cioè 500 occorre che passi un tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà, cioè 250 occorre un altro tempo di dimezzamento. Per diventare la metà della metà della metà, cioè 125, occorre ancora un altro tempo di dimezzamento. E così via. Ogni volta che passa un tempo di dimezzamento le particelle ancora attive sono la metà del periodo precedente. Si può ragionevolmente pensare che dopo 10 tempi di dimezzamento il rischio collegato con la presenza delle sostanze radioattive sia sufficiente a rendere sopportabile la situazione all’uomo.
Ora non resta che da capire quali sono queste sostanze e, soprattutto, quanto grande o piccolo è il loro tempo di dimezzamento.
Da una fissione di Uranio escono diverse sostanze, tra queste il Cesio 137. Il suo tempo di dimezzamento è di circa 30 anni. Secondo quello che ho appena detto dunque la sua presenza non sarà più un grande problema dopo circa 300 anni. Deve essere chiaro cosa questo significa. Significa che per 3 secoli quelle sostanze devono essere tenute in posti assolutamente sigillati e sicuri.
Un’altra sostanza che nasce nella fissione dell’Uranio è il Plutonio239. Avremo modo di parlarne più tardi. Per ora valutiamo solo il suo tempo di dimezzamento, che è di 24'200 anni. Ecco il problema cardine: chi è in grado di garantire la custodia sicura di questo materiale per 240 mila anni? 240 mila anni fa l’homo sapiens ancora non c’era: i primi esemplari probabilmente si presentarono in Africa 40 mila anni più tardi e oltre 100 mila anni più tardi in Europa e Asia. Siamo sicuri che sia ragionevole pensare che noi (nel senso di specie si intende) saremo ancora qui tra altri 240 mila anni? Se le cose vanno come stanno andando in questi ultimi decenni è estremamente probabile che un’altra specie dominante avrà preso il posto di quella umana, l’unica che non è riuscita ad adeguarsi all’ambiente che ha trovato, ma ha cercato di piegarlo ai suoi desideri, ai suoi sogni, ai suoi vizi.
Senza tirarla troppo per le lunghe e senza entrare in particolari che ho raccontato molte altre volte, sottolineo che oggi, nel 2018, nessuno al mondo ha uno straccio di soluzione a questo problema. Insomma nessuno oggi è in grado di dirci cosa possiamo fare delle scorie nucleari in modo che non rappresentino un pericolo per la salute dell’umanità.
Non hanno una soluzione nemmeno le nazioni che sulla produzione nucleare basano parte importante della loro energia come gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone, la Russia e soprattutto la Cina che sta costruendo centrali a rotta di collo, avendone in fase realizzativa o di progettazione almeno trenta.
Qui non voglio sottolineare più di tanto gli aspetti per così dire “collaterali” che la produzione di energia elettrica con la fissione comporta. Basta qualche accenno.
Già la fase di reperimento della materia prima, l’Uranio, porta problemi gravissimi specie quando le nazioni che lo fanno sono decisamente fuori controllo come il Kazakistan o quelli succubi da un lato di governi corrotti e dall’altro di multinazionali che se ne fregano si tutto, come il Niger. L’estrazione dell’Uranio dalle miniere, spesso a cielo aperto, è sempre una operazione che comporta rischi molto elevati di contaminazione del territorio e quindi delle persone che lo abitano.
Poi ci sono i costi non solo di costruzione e mantenimento delle centrali, ma quelli legati alla sicurezza, che dopo il disastro di Fukushima sono notevolmente aumentati. Infine i costi esorbitanti per demolire le centrali diventate obsolete (come ormai è il caso della maggior parte di quelle oggi funzionanti in Occidente). C’è il problema dell’acqua di raffreddamento, presa da fiumi, laghi e a volte dal mare: questa operazione poco o tanto modifica le condizioni dell’invaso e quindi le condizioni di vita degli ecosistemi presenti. Oggi, nel mondo l’energia prodotta attraverso le reazioni nucleari è una piccola parte del totale, supera solo di poco il 10%.

Energia nucleare, plutonio e MOX

Ora tuttavia i favorevoli al nucleare fanno il seguente ragionamento. Se di colpo togliessimo tutti i reattori presenti nel mondo, sarebbe necessario produrre una enorme quantità di energia con altri sistemi. Essendo oggi insufficiente la quota fornita dalle energie rinnovabili (si badi che parliamo del mondo intero non di questo o quello stato), bisognerebbe ricorrere ai combustibili fossili. É facile prevedere in questo caso un grande aumento dell’uso del carbone, per motivi soprattutto economici e legati alla grande offerta da parte di molti paesi produttori e della loro stabilità politica. Del resto non è un mistero che la Germania, dopo aver chiuso 8 reattori in seguito all’incidente di Fukushima, abbia aumentato, oltre alle rinnovabili, anche l’uso del carbone. Questo porterebbe dunque ad un aumento delle condizioni favorevoli ai cambiamenti climatici con una crescita sensibile dell’immissione di CO2 in atmosfera. Non c’è molto da sperare nel confinamento della CO2 o nell’uso del carbone pulito: siamo ancora molto lontani da soluzioni di questo genere. Ne segue che, con ogni probabilità, il futuro vedrà ancora sorgere centrali nucleari un po’ dappertutto, tranne nei paesi che potranno permettersi il lusso di investire molto denaro sulle fonti rinnovabili di energia per l’elettricità, la mobilità e il riscaldamento.
Rimane, in ogni caso, inalterato il problema delle scorie radioattive.
Prima di entrare nel racconto di quello che è successo in Russia (in quella comunista prima e quella attuale poi), serve una premessa, che potrà farci capire meglio le cose.
Nelle centrali nucleari viene usato Uranio arricchito, vale a dire quello per così dire normale, il 238, con l’aggiunta (appunto l’arricchimento) di una quota di U235, in una percentuale variabile dal 4 all’8%.
La fissione di 1 tonnellata di Uranio arricchito produce circa 40 kg di scorie radioattive, 950 kg di Uranio “depleto” (cioè usato e quindi non più arricchito) e 10 kg di Plutonio. Ora attenzione: il Plutonio in natura non esiste, occorre fabbricarlo e questo è il modo di ottenerlo, vale a dire con la fissione dell’Uranio. Un reattore nucleare dunque non produce solo energia elettrica, produce anche Plutonio.
Perché dovrebbe interessare a qualcuno se produciamo Plutonio? A cosa può mai servire una sostanza così pericolosa come quella che per decadere ha bisogno di un tempo enorme valutabile in quasi 250 mila anni?
La risposta è semplicissima: perchécon il Plutonio si fabbricano le bombe. Praticamente tutte le armi strategiche americane e sovietiche erano a base di Plutonio. Durante decenni non si è fatto altro: centri specializzati come Majak in Russia, Le Hague in Francia, Sellafield in Inghilterra, e svariati centri negli USA e altrove avevano questo preciso compito. La produzione di energia elettrica era una semplice costola di questa attività.
Ma da allora le cose sono cambiate: abbiamo assistito, dai primi anni 90 in poi, ad un progressivo smantellamento degli arsenali militari. Addirittura USA e Russia (accordo ventennale del 1993 tra Eltsin e Clinton) si sono scambiati combustibile derivato dalle bombe (400 ton) con dollari (12 mld). Perché dunque continuare a produrre Plutonio?
Il fatto è che a nessuno sfugge che il combustibile tradizionale prima o poi finirà e nemmeno il fatto che lo stoccaggio delle scorie è un problema senza soluzione, tanto più con la presenza di così tanto Plutonio che nessuno sa dove mettere al sicuro.
Ed ecco allora il trucco. Usiamo gli scarti della fissione nucleare come combustibile per altri reattori. E così alcuni stati (Francia, Gran Bretagna, Russia, Giappone, …) sono dotati di centrali con reattori che funzionano a MOX: una combinazione del Plutonio ottenuto dalla fissione e di Uranio.
Nel mondo ci sono una trentina di reattori che usano il MOX, 20 di questi sono in Francia. La preparazione del MOX è estremamente pericolosa e i centri di riprocessamento del materiale radioattivo altrettanto a rischio di incidenti: ne sanno qualcosa sia a Le Hague che a Sellafield dove non sono riusciti a far passare sotto silenzio tutti quelli che sono accaduti con fuoriuscita di sostanze radioattive. Aggiungete il fatto che per produrre MOX in quantità sufficiente a Le Hague arrivano tutti gli scarti dei 59 reattori francesi e di quelli di mezza Europa e non solo: treni e navi carichi di Plutonio, Cesio e compagnia bella in giro per le pianure francesi … una follia!
Se dal punto di vista del risparmio delle risorse si può capire questa mossa, essa appare enormemente azzardata se la si considera in relazione ai rischi. La rottura di un reattore a MOX è ben più pericolosa di quella di un reattore ad Uranio: a Fukushima è successo proprio questo!
Ma il discorso si fa anche più interessante se parliamo di prezzi e di costi.
Infatti l’impiego del MOX è giustificato proprio da evidenti ragioni economiche: meno scorie da stoccare, meno Uranio da comprare e con i prezzi che corrono …
Gli Stati Uniti hanno sempre considerato i prodotti della fissione dell’Uranio (quindi anche il Plutonio una volta messo da parte quello per fare le bombe) come scarti da stoccare, ma anche loro alcuni anni fa hanno accarezzato l’idea di percorrere la strada dei francesi. E così hanno messo in piedi un progetto a Savannah (South Carolina) finanziandolo con 5 miliardi di $ per il riprocessamento dei combustibili e la produzione di MOX. "E’ davvero un peccato lasciare tutto questo ben di dio alla Francia", devono aver pensato i vertici USA e così hanno messo in piedi il loro giocattolo. A gestire l’impresa una joint-venture americana e francese: quest’ultima parte rappresentata – ti pareva? – ancora da AREVA, la multinazionale di stato.
Il "botto" del reattore 3 a Fukushima ha guastato i piani, ma Obama e soci prima, Trump più che mai adesso sono sicuri che da loro questo non potrà mai accadere: da dove derivino certe certezze è un mistero ben più oscuro di quello dei pastorelli portoghesi di Fatima; così continueranno imperterriti a riempire di MOX il paese, trasformando i forni di alcuni reattori (ad esempio quello della nuova centrale proprio di Savannah) con concentrazioni di MOX 5 volte superiori a quelle giapponesi.
Ecco perché c’è tanto Plutonio in giro per il mondo: da un lato perché non si sa dove mettere le scorie dei reattori per così dire normali e dall’altro per riempire le bocche dei forni di quelli a MOX.

Majak, il sito più contaminato al mondo

Detto questo possiamo decisamente passare alle vicende sovietiche: incontreremo luoghi ameni come Majak, forse il territorio più inquinato del mondo, sicuramente quello in cui sono avvenute nefandezze assurde.
Voglio ribadire ancora una volta che il discorso che sto per fare riguarda il periodo socialista dell’attuale Russia, ma non è una presa di posizione contro questo sistema politico. É semplicemente il racconto di come regimi differenti (vedremo quello statunitense nel prossimo articolo) se ne freghino bellamente della natura e dei propri concittadini, quando mettono le ragioni di stato davanti ad ogni altra cosa. Niente politica dunque, solo storia.
E adesso cominciamo.
Se cercate “Majak” su Wikipedia, trovate scritto:
“Majak è una zona della città di Ozërsk che ospita un impianto per la produzione di materiale nucleare (soprattutto plutonio) destinato alla fabbricazione di bombe atomiche attraverso il riprocessamento del combustibile proveniente da reattori nucleari. Majak è situato a circa 150 km a nord-ovest della città di Čeljabinsk, negli Urali meridionali tra le cittadine di Kasli e Kyštym. L'impianto si trova nel comprensorio amministrato dalla città di Ozërsk, meglio conosciuto come Čeljabinsk-40 e successivamente come Čeljabinsk-65. Il territorio di Majak è uno dei siti esistenti maggiormente contaminati radioattivamente a seguito del rilascio nell'ambiente di radionuclidi in tre separate circostanze dal 1949 al 1967”
Non una grande presentazione, vero?
Per la cronaca: Ozërsk conta oggi oltre 80 mila abitanti, Čeljabinsk più di un milione.
La parola Majak significa “Faro” non si sa se tutta quella radioattività sia in grado di illuminare la regione o se si trattasse di un faro che illuminava la potenza sovietica nel periodo della guerra fredda.
Ad ogni modo qui si ricava plutonio dal 1948; plutonio che usato, ad esempio, per la prima bomba nucleare fatta esplodere dall’URSS in un test dell’agosto 1949.
La zona di Majak è ricca di laghi ed è attraversata dal fiume Techa, la sola risorsa idrica per gli oltre centomila abitanti che vivevano nella valle. In questo fiume le industrie per la produzione di plutonio scaricavano le proprie scorie. Nel 1951 fu registrata radioattività nel mar Artico alla foce del Techa, lontana 2000 km da Majak, e questo nonostante praticamente tutto il materiale radioattivo venisse depositato nel fiume lungo i primi 35 km dalla centrale sugli Urali.
Il governo decise allora che era il caso di intervenire e vietò lo scarico in acque destinate alle popolazioni. Si costruirono dighe e si deviarono corsi d’acqua isolando il lago di Karachai dal fiume e dall’oceano. Questo lago divenne la pattumiera di Majak. Ma almeno era isolata.
Nel 1967 ci fu un anno molto secco e il lago si ritirò, lasciando lungo le sponde un fango radioattivo che presto si seccò, si trasformò in polvere e venne portato via dal vento. Un’area di oltre duemila km quadrati ne fu investita.
Per avere un’idea di quello che accadde consideriamo le cifre seguenti.
Il rilascio totale di radionuclidi nel lago Karachai è 4 volte superiore all’attività della bomba su Hiroshima dopo 12 ore dalla esplosione e circa 11 volte più grande di quello legato al famosissimo incidente di Chernobyl del 1986.
Si è scoperto che quasi 300 mila persone sono state esposte a radiazioni; 125 mila sono state contaminate con isotopi radioattivi di alto livello (cesio, plutonio, stronzio). Ma loro non ne sapevano nulla. Un paio di volte all’anno venivano mandate a un controllo medico. Majak è diventata negli anni uno dei più grandi laboratori di ricerca sugli effetti della radioattività sugli esseri umani. Solo negli anni ’90 la verità è venuta a galla e si è percepito la pazzesca dimensione del disastro.
La zona di Majak è oggi considerata la più inquinata al mondo e il villaggio di Muslyumovo è il centro assoluto di questa disgrazia. L’acqua del fiume è radioattiva e non utilizzabile. Le persone che soffrono per la contaminazione non muoiono necessariamente in tempi brevi, però possono trasmettere geni modificati a generazioni future...
Di tanti aborti spontanei avvenuti a Muslyumovo, quasi tutti sono feti con grosse anomalie.
I divieti di pesca o di raccogliere funghi e frutta sono disattesi; la gente li prende e li mangia nonostante tutto.
Il governo aveva promesso che, entro 30 anni, l’acqua sarebbe tornata potabile, ma, come abbiamo visto, per stare tranquilli col Plutonio ce ne vorranno almeno 240'000 prima che passi il pericolo …

Come fare soldi con le scorie radioattive

Uno dei modi di fare soldi per un paese è quello di accogliere le scorie nucleari prodotte da altri. É un po’ quello che è avvenuto e avviene ancora in Campania con i rifiuti tossico-industriali. Ma un conto è che di tale traffico se ne avvantaggi un’organizzazione criminosa come la camorra e una amministrazione connivente, ben altra se ad organizzare il tutto è direttamente lo Stato, attraverso un suo ministero.
Questo ministero, in Russia, si chiama Minatom il Ministero Atomico. Poi, come sappiamo, nel 1989, cade il muro di Berlino e il comunismo va a carte 48.
Che succede allora?
Dopo la caduta del muro e il profondo cambiamento introdotto da Gorbaciov, che elimina l’organizzazione comunista dello stato nell’ex URSS, molti cambiamenti vengono fatti. Tra questi, alcuni anni più tardi, anche la decisione di non importare più scorie radioattive dall’estero. Un brutto colpo per paesi come la Finlandia, che devono cercare un’altra pattumiera.
Il parlamento russo (la Duma) crea un proprio ministero dell’ambiente e comincia a parlare di valutazione di impatto ambientale anche per le centrali nucleari.
I tre siti più inquinati del mondo sono all’epoca (e ancora oggi) Seversk, Majak e Zheleznogorsk; la situazione è talmente grave da meritare l’attenzione degli Stati Uniti. Questo anche perché la nuova Russia viene vista dagli USA come il trionfo del capitalismo sul socialismo. Arrivano a Mosca ingenti aiuti tecnici, politici ed economici per smaltire le enormi quantità di plutonio presenti nel paese. In particolare 100 milioni di dollari vengono stanziati dietro la promessa che la Russia non userà più le proprie scorie nucleari per la produzione di plutonio.
Ma i soldi americani non bastano.
A testimoniare che il passaggio del 1989 non è affatto indolore, nel 1999 la Duma delibera, su proposta del Minatom, di accogliere nuovamente scorie radioattive dagli altri paesi, in cambio di denaro.
Si raggiunge un curioso accordo: le scorie vengono “date in prestito” per 50 anni alla Russia, in attesa che la tecnologia trovi un rimedio definitivo al problema.
Si cerca perfino di coinvolgere la popolazione, ma si scopre che la stragrande maggioranza è contraria, quindi … la Duma approva l’accordo per proprio conto, potendo comunque contare sull’88% dei voti a favore. E poi dite che la matematica non è un’opinione!
Il sito scelto come discarica nucleare del mondo è … indovinate un po? … Majak!
Del resto è un po’ come facciamo nelle nostre case. Se avete una stanza in disordine totale e avete delle cose che non sapete dove mettere, mica andrete a fare confusione nel salotto buono, no? Così, già che Majak è una pattumiera inquinata, buttiamo pure là tutte le schifezze, ancora e ancora.
Molti dei reattori oggi sono chiusi, ma Majak resta un centro per riprocessare le scorie nucleari che arrivano dalle centrali, dai reattori di ricerca e dagli armamenti (in particolare dalla flotta dei sommergibili “atomici”). Qui il plutonio viene separato dalle altre scorie. Ci sono anche stabilimenti per la produzione del combustibile MOX.
Il riciclaggio e la riconversione delle scorie radioattive sono, però, procedimenti molto costosi, che i russi non sono più in grado di sostenere.
Dunque a Majak si accumulano scorie non trattate. Si è provveduto alla costruzione di un enorme deposito, dove verranno conservate circa 50 tonnellate di Plutonio, estratto dalle testate nucleari russe. Questo deposito è stato finanziato dagli USA, ma non si sa nulla della sua realizzazione.
Sul fondo del lago Karachai sono stati calati enormi blocchi di cemento per evitare quanto avvenuto nel 1967 e cioè che il vento risollevi la polvere radioattiva e combini un altro disastro.
Il rischio che tale materiale finisca nel sistema idrico del fiume Irtysh e raggiunga l’Oceano Artico è assolutamente reale.
Dopo aver offerto Majak al mondo Occidentale come pattumiera nucleare a Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, con la prospettiva di ricevere 20 milioni di tonnellate di combustibile nucleare esaurito, per un totale di 20 miliardi di dollari, nel maggio 2002 la Russia ha deve fare marcia indietro, poiché non è in grado di soddisfare il rispetto degli standard di sicurezza. Ecco il comunicato.
Le possibilità tecniche che dovrebbero garantire l’appropriata amministrazione delle scorie radioattive in accordo con le richieste normative e legislative approvate nel campo dell’uso dell’energia nucleare, della sicurezza radioattiva per la popolazione e per la protezione dell’ambiente sono assenti. Manca il necessario equipaggiamento per il trattamento e la vetrificazione delle scorie radioattive (gli esperimenti effettuati nella fornace di vetrificazione sono insoddisfacenti). Tutto ciò rappresenta una conferma dell’impossibilità di accettare il combustibile nucleare spento dai paesi stranieri per il loro riprocessamento, senza una modernizzazione generale dell’impianto di Majak.
Il Minatom sta valutando se rimodernare l'ormai obsoleto impianto di Majak.

La gente di Majak

Come già detto, nel comprensorio nucleare di Majak, le persone che vi abitano non godono di buona salute e portano geni mutati che danno origini a numerosi aborti e malformazioni. I divieti in vigore nell'area sono ignorati dagli abitanti, tutti contadini in condizioni economiche di assoluta povertà, purtroppo costretti a coltivare la terra, a pascolare e quindi ad usufruire del fiume Techa per irrigare i campi, nutrirsi e nutrire il bestiame. Le misure di sicurezza adottate in questi anni sono pressoché insignificanti dinanzi al rischio effettivo.
Ancora oggi esistono cartelli stradali che esortano chi transita in automobile a chiudere finestrini e prese d'aria durante il passaggio attraverso alcune zone ancora fortemente contaminate.
Al di là delle questioni economiche dette, in Europa non si è mai discusso di questi fatti. Del resto, cosa volete? gli Urali sono molto lontani e a noi poco importa se i contadini russi muoiono di cancro o se i loro figli sono talmente deformi da non poter neppure iniziare la vita. E poi ci sono gli aborti … sono donne, che ci importa?
Le radiazioni mica si vedono, non è come la frana che ha devastato la valle del Vajont, non ci sono migliaia di morti a terra come nel caso indiano di Bophal. Le radiazioni non si vedono e i loro effetti a volte si manifestano anni più tardi. Coprire un simile scenario, per di più con l’organizzazione sovietica è uno scherzetto.

Metamorphosen , un documentario agghiacciante su Majak

Ne ho parlato sul mio sito diversi anni fa, nel 2010, con un articolo che ripercorre in breve la storia che oggi ho raccontato, ma ho fatto molta fatica a trovare materiale attendibile da fonti serie.
Qualche anno fa è uscito un film, un documentario, che è stato presentato al 62° Trento Film Festival, uno dei più antichi festival, avendo avuto la prima nel 1952 grazie al Club Alpino Italiano. Accanto ai documentari tipicamente dedicati alla montagna, hanno man mano trovato spazio anche proiezioni sulle questioni ambientali e quella di Majak lo è davvero, altro che se lo è!
Il filmato (Metamorphosen) di un’ora e venti circa è stato girato, in bianco e nero, dal regista tedesco Sebastian Metz nel 2013 e riprende quello che si osserva girando oggi per le vie di quella disgraziata zona. (Potete vederne di seguito il trailer ufficiale).

Nonostante si incontrino persone, uomini, donne e molti bambini che conducono una vita del tutto normale, ci sono scene agghiaccianti. Mentre i ragazzi giocano, corrono, ridono e ballano, il paesaggio è immobile, quasi si percepisca l’attesa di una catastrofe imminente, che però è già avvenuta e sta avvenendo ancora adesso. Le immagini delle case contaminate, i lunghi silenzi rendo il film decisamente inquietante, come alcune affermazioni dei personaggi intervistati.
La ricostruzione di un testimone oculare dell’incidente in cui il reattore Ludmilla fu sul punto di esplodere, i racconti sulle malattie di persone e animali esposti alle crescenti radiazioni…tutto non fa che confermare ciò che le immagini suggeriscono. Oltretutto, l’impianto rimane in funzione e continua a contaminare l’area circostante. “Viviamo qui come cavie da laboratorio, vogliono vedere quanto sopravviviamo” afferma con sorprendente compostezza una coppia che abita vicino al fiume.
Lascio la chiusura al regista del film: le sue parole sono una conferma di quanto vi ho fin qui raccontato:
Nel 2011, dopo il disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, i media di tutto il mondo stimarono le conseguenze delle radiazioni rilasciate sulle persone e sull’ambiente. Esperti e scienziati fecero paragoni con il disastro di Chernonbyl del 1986. Fui sorpreso che nessuno parlasse di Majakafferma il regista. “Mi sono reso conto che, ancora oggi, uno dei peggiori disastri nucleari della storia è sconosciuto al grande pubblico. Ho pensato che questa storia dovesse essere raccontata e ho quindi deciso di farne un film”.
Riuscire a trasformare subdole, impercettibili radiazioni in qualcosa di visibile attraverso gli occhi, le facce e le voci delle persone che vivono nell’area è la vera sfida del film, girato in bianco e nero.Invece di avere un personaggio investigatore, con il suo atteggiamento scandalizzato, con molti fatti e informazioni, volevo l’attenzione su quel che per me era davvero necessario: la gente. Ho cercato di realizzare le immagini più adatte alle loro storie, delle loro esperienze e che, combinate con il suono, provocassero la sensazione di “qualcosa” che non è visibile o udibile. Volevo che il pubblico percepisse il pericolo nelle immagini, senza dover mostrare un rilevatore di radiazioni per tutto il tempo”.
Il film è reperibile in rete cercando “Metamorphosen”.

2017: una nube tossica si aggira per l’Europa

Veniamo adesso ai giorni nostri, agli ultimi mesi del 2017.
Nel settembre scorso ci arriva la notizia, ampiamente diffusa non senza una notevole enfasi, che una nube tossica e radioattiva si aggira per l’Europa. Ci siamo tutti molto preoccupati, almeno quelli ai quali è rimasto un briciolo di cervello, perché molti di noi hanno ricordato i fantasmi del 1987, quando da Chernobyl aveva raggiunto mezzo mondo quella nube radioattiva pieni di nanocurie, che all’epoca mica sapevamo bene cosa fossero. Ma in questo caso, nessuno sa da dove venga e di che cosa si tratti nei dettagli. Poi finalmente si scopre che la sostanza pericolosa di quella nube è il Rutenio, un elemento innocuo nelle sue forme naturali, ma l’isotopo 106, ottenibile solo artificialmente, è radioattivo, ha un decadimento beta meno, il che significa che emette particelle ionizzanti e quindi in grado di modificare atomi, molecole e strutture, anche quelle del nostro organismo. Insomma non una bella cosa. Questo isotopo, uno dei prodotti del decadimento dell’Uranio 235, si ottiene dal combustibile nucleare esaurito, ha una emivita di poco più di un anno e quindi deve essere lasciato in strutture sicure per almeno una decina di anni prima di poterlo trattare.
A dire il vero l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese aveva rilevato un anno prima, nel settembre del 2016, la presenza di tracce di questo isotopo nell’aria europea, ma i livelli erano così bassi da non presentare alcun pericolo né per l’uomo né per l’ambiente e quindi la cosa viene registrata e messa in un cassetto. L’origine era stata supposta in una zona tra il Volga e gli Urali, cioè in Russia o Kazakhistan.
E veniamo al 2017, quando le tracce radioattive cominciano a farsi sentire nei rilevatori europei il 27 settembre e proprio in Italia. Si dileguano poche settimane dopo, precisamente il 13 ottobre. Nel nostro paese sono le ARPA, l’ISPRA e la protezione civile a monitorare la situazione. Va detto subito che quando parliamo di tracce, intendiamo valori molto bassi e quindi non pericolosi, ma anche che da qualche parte una falla o un incidente ci deve essere stato. Per capirci, da noi il livello della contaminazione radioattiva è stata decine di migliaia di volte più bassa di quella legata al disastro di Chernobyl. Possiamo fregarcene, trascurarne gli effetti o dobbiamo preoccuparci lo stesso?
Un pochino sì, visto che l’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese afferma che nella zona di emissione i valori devono essere stati importanti o, per usare la terminologia dell’Istituto “di tutto rilievo”.
Per sicurezza vengono fatte analisi delle merci importate dalla probabile zona a campione, ma senza riscontrare nessun pericolo né reale né probabile.
Per quanto riguarda l’origine della nube, invece, il buio più totale. L’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare francese avanza, all’epoca, un sacco di ipotesi, escludendo tuttavia che si possa trattare di un incidente in una centrale nucleare. In quel caso infatti sarebbero arrivati anche altri nuclidi, probabilmente ben più pericolosi del rutenio.
I cittadini, scarsamente informati in generale e mediamente molto ignoranti in questioni scientifiche, giustamente temono conseguenze gravi per loro e per i loro cari, in particolare per i bambini. Nei bar si parla spesso di questo fatto, con, a volte, ipotesi fantascientifiche, sicuramente coinvolgenti ma poco documentate.
Alla fine di novembre, Mosca comincia ad ammettere qualcosa. Quella nube è stata osservata anche in Russia dicono. Ma i dati forniti da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare russo, non hanno niente a che vedere con quelli registrati dalle nostre parti. Si parla di livelli mille e più volte superiori alla norma. É un grado di contaminazione estremamente alto – conferma Rosatom – affrettandosi poi a negare ogni possibile incidente entro i confini nazionali.
Ora vi faccio un altro indovinello. Indovinate dove si sono registrati i valori massimi della contaminazione?
Bravi!
A Majak!
Greenpeace ha formalmente chiesto a Rosatom di aprire un’inchiesta e di rendere pubblici tutti i dati in suo possesso, dopo che l’agenzia russa aveva contestato alcune informazioni fornite da altre analisi. Ma la vicenda riapre con forza la discussione sulle responsabilità degli stati nel momento in cui si verificano incidenti, come quelli nucleari, che interessano anche altri paesi.
Nel 2017 si sono verificati incidenti in Francia, in Svizzera e in Slovenia, solo per parlare di quelli più vicini all’Italia.
Ora noi sappiamo che spesso gli incidenti che si verificano non incidono direttamente sull’impianto nucleare di produzione di energia. Tuttavia questi indicenti provocano comunque timore nelle persone, perché la maggior parte di loro sa che il pericolo è sempre elevatissimo, difficile da individuare. Questo, ad esempio è quanto accaduto a Flamanville, in Francia, nel novembre 2016. Nessun rischio nucleare, hanno detto tutti, solo una esplosione nella sala macchine dove non ci sono materiali radioattivi. Eppure, anche se solo per precauzione, un reattore è stato spento e questo non può che allarmare i cittadini.
Tra l’altro Flamanville è tristemente famosa per essere uno dei due luoghi (l’altro è in Finlandia) in cui sta per essere costruita una centrale EPR, la cui data di ultimazione è continuamente slittata dal 2012 per essere fissata di recente alla fine dell’anno in corso (2018). I costi dell’impianto sono nel contempo lievitati in modo quanto mai imbarazzante.
Nell’autunno di quest’anno sembra esserci stato un incidente grave in una centrale della Corea del Nord. La TV giapponese ha parlato di 200 morti e indicato la causa in uno dei test nucleari di Pyongyang. Questo test avrebbe provocato un terremoto di magnitudo 6,3, avendo come conseguenza l’indebolimento del sottosuolo e quindi l’incidente.
Insomma incidenti piccoli o medi ne succedono spesso. Qualcuno calcola che ad oggi quelli degni di nota siano stati circa 130, anche se personalmente non ho dati a conferma di questo valore.
Ma quello che conta nel nostro discorso è il fatto che quando un incidente avviene in uno Stato, gli altri paesi devono sapere cosa succede.
É un sacco di tempo che si parla di accordi internazionali su questo tema. Nel 1978 si comincia a parlare di Nuclear Safety Standards, cioè di standard della sicurezza nucleare, prendendo dentro un po’ tutti gli aspetti. L’anno dopo, il 28 marzo 1979, ecco il primo grave incidente di cui abbiamo notizia, quello della centrale statunitense di Three Miles Island. Lo spavento è forte e induce i paesi membri della IAEA a stabilire nuovi standard. Nasce così l’Incident Reporting System che avrebbe dovuto registrare e analizzare a livello internazionale tutti i malfunzionamenti degli impianti nucleari. Ma solo dopo Chernobyl, l’accordo diventa operativo.
É proprio in quell’occasione, siamo, lo ricordo, nel 1986, che diventano evidenti le conseguenze drammatiche di una informazione scorretta, sia interna che internazionale. All’epoca l’Unione Sovietica non è certo trasparente, almeno all’inizio. Va anche detto che non c’è, a quel punto, nessun obbligo di informare le autorità straniere, se non regole più o meno di buona educazione verso i vicini di casa.
Per questo nel 1986 viene stipulato un accordo che obbliga uno stato in cui avvenga un incidente nucleare a notificarlo immediatamente agli altri stati precisando la natura, il momento in cui si è verificato e la localizzazione esatta. Nel 2005, l’Unione Europea adotta la Convenzione sulla tempestiva notifica di un incidente nucleare. Da allora sono stati molti gli accordi sottoscritti, ma tutti concordano su un aspetto: è necessaria la tempestività e l’accuratezza delle informazioni che riguardano: il luogo, la natura, le cause, la probabile evoluzione delle conseguenze. Tutti dati che la Russia, nella circostanza della nube tossica, pare non abbia fornito se non dopo mesi e a seguito di pesanti pressioni.
majak