I documenti desecretati

Eccoci arrivati a cercare di approfondire elementi di verità su tutte le storie che vi ho raccontato fin qui. In breve sintesi abbiamo parlato delle navi che trasportavano rifiuti ed armi verso paesi stranieri. Paesi che accoglievano volentieri rifiuti anche molto pericolosi, spesso radioattivi,Documenti desecretati in cambio di forniture di armi oppure di denaro. Lo smaltimento, se possiamo usare questo termine, avveniva spesso in maniera approssimativa, a volte semplicemente gettando le merci sulle rive dei fiumi o sulle spiagge. In Somalia questo è successo e nel paese africano cercavano di capire cosa era successo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Probabilmente avevano capito molto, collegando anche l’utilizzo delle navi della cooperazione, con i loro carichi di vestiario, medicinali e cibo, per trasportare armi e rifiuti tossici. E per questo sono stati assassinati il 20 marzo del 1994. Da allora sono passati più di ventitrè anni, ma degli assassini e, soprattutto dei mandanti, ci sono solo indizi, ma nessuna certezza.
Certo voci che hanno confermato tutto quello di cui vi ho raccontato ce ne sono state parecchie. C’è quella di Giampiero Sebri, pentito di Camorra, che racconta l’organizzazione del trasporto di rifiuti pericolosi (spesso radioattivi) verso paesi stranieri, soprattutto africani.
C’è quella di Francesco Fonti che spiega per filo e per segno come molte navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi venissero inabissate nelle profonde acque internazionali non molto lontano dalle coste calabresi o siciliane. La mano d’opera, chiamiamola così, era fornita dalla ‘ndrangheta, ma l’organizzazione era vasta e prevedeva coperture ad altissimo livello, all’interno delle organizzazioni dello stato, dai Servizi segreti su su fino ai ministri dei governi Craxi.
Non sappiamo, finora, quanta verità ci sia in queste dichiarazioni e non lo sapremo neppure con la lettura delle carte desecretate (che non sono tutte, si badi bene). Ci sono segreti profondi che intaccano la sicurezza dello stato (questa è la formula usata per dire che sono cose che il popolo proprio non può sapere) che devono rimanere chiusi nei cassetti a disposizione non si sa bene di chi è si sa bene per quale scopo.
Ma le cose stanno così, nonostante sia chiarissimo che molte delle cose dette dai pentiti siano verissime, perché confermate, anni dopo, dai risultati delle ricerche. Ad esempio l’esatta ubicazione di navi affondate, trovate proprio là dove Fonti o Sebri avevano detto che si trovavano.
Ai fatti imputati era andato vicino tanto coì il capitano Natale De Grazia, che, con ogni probabilità, aveva capito tutto dell’intreccio tra poteri forti dello stato, organizzazioni statali e industrie che avevano bisogno di liberarsi di rifiuti pericolosi e la malavita organizzata. Per questo nel dicembre del 1994 veniva fatto fuori mentre andava a cercare le ultime prove di cui aveva bisogno. DI questo fatto non esiste traccia di verità, come vi ho raccontato nella puntata che ho dedicato a questo personaggio straordinario della nostra storia.
E poi ci sono misteri davvero imbarazzanti, come quello di quel porto a Nord di Mogadiscio, Ma’an, nelle cui banchine si sono scoperti decine e decine di container carichi di cosa? Da quando in qua si fa una banchina seppellendovi dentro dei container? Il fatto è reso evidente da una serie di fotografie scattate nel 1997 e depositate nella procura di Asti, che aveva la responsabilità di seguire una pista su Giorgio Comerio, uno dei nomi implicati in tutte queste vuicende e di cui parleremo anche stasera. Vengono “scoperte” e pubblicate da Greenpeace nel 2010. Perché sono rimaste 15 anni seppellite in un cassetto della procura piemontese? Possibile che nessuno degli inquirenti si sia accorto di cosa aveva per le mani?
E poi che fine hanno fatto le documentazioni abbondati prese da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e volatilizzate subito dopo la loro morte, durante il tormentato trasporto delle salme verso l’Italia? E perché Giorgio Comerio aveva nella sua abitazione una copia del certificato do moprte di Ilaria, quello stesso certidficato che nessuno era riuscito a trovare prima? E perché lo sdtesso certificato, acquisito dalle procure calabresi, quando è statao il momento di tirarlo fuori era scomparso?
Credo che ognuno di noi si sia fatto un’idea di cosa è successo, ma senza le prove non si può dire. Continuiamo a pensarlo, ah sì, che continuiamo.
Molte sono state le inchieste sia da parte delle varie procure sparse in tutta Italia, sia da parte di varie commissioni parlamentari. Ma quasi sempre sulle ricerche è calata come una mannaia la solita scure da parte dello stato che ha pensato bene di rendere segreti i documenti. Non lo dico io, ma credo sia abbastanza intuitivo pensare che lo stato sotto sotto le sue responsabilità le ha avute. Finalmente nel 2014, sotto la spinta delle grandi organizzazioni ambientaliste, con Greenpeace in prima linea, la presedente della camera Laura Boldrini ha dato il via libera alla desecretazione degli atti. Non tutti sono stati resi pubblici, ma di quella parte che abbiamo potuto leggere, vogliamo oggi dare conto a chi ci ascolta.
Prima però vediamo la situazione quando il giornalista Antonio Musella, napoletano, esperto sulle questioni che hanno investito la terra dei rifiuti, intervista il Presidente della Commissione Bicamerale sul traffico illecito dei rifiuti (commissione ecomafie), Alessandro Bratti. Questi è un deputato del Partito Democratico, esperto in questioni agrarie, presidente di quella commissione fino dal 2014.
Ascoltiamo questa intervista che è una specie di prequel di tutto quello di cui parleremo stasera.


Da dove cominciare? C’è solo l’imbarazzo della scelta, ma inizieremo proprio dalle navi dei veleni, che è stato anche l’argomento di partenza dei miei racconti qui a Radio Cooperativa.
Ripercorreremo questioni già analizzate e viste, questa volta però non saranno solo chiacchiere o ipotesi non suffragate, ma si baseranno perlomeno sulle indagini condotte e sulle dichiarazioni.
É abbastanza ovvio che questa sera non potremo fare tanti discorsi nostri, perché andiamo a caccia di quello che è stato scritto e detto dai protagonisti di queste storie spesso assurde. Dunque vi leggerò alcuni brani tratti da giornali e siti che certamente sono abbastanza sconosciuti e pertanto molto più interessanti che leggere le pagine di Repubblica o del Corriere.
Torniamo alle parole del Presidente Bratta, questa volta però sui documenti desecretati e letti, relativi alle navi dei veleni.
Va detto che non necessariamente gli atti contengono la verità, quella con la V maiuscola e va anche sottolineato che un conto sono i processi e la documentazione relativa e un conto è la verità storica. Queste due non sempre coincidono, perché la prima ha un suo percorso che deve seguire procedure e normative. Ascoltiamo allora l’intervento, raccontato dallo stesso Alessandro nel suo blog personale il 14 aprile di quest’anno. La fonte è il giornale di Legambiente, La Nuova Ecologia.
“Se dovessi iniziare oggi la legislatura farei un approfondimento per capire dove in quegli anni sono stati smaltiti i rifiuti, in cambio di cosa”. È l’idea che si è fatto Alessandro Bratti, presidente della commissione di inchiesta sulle Attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, dopo aver letto i documenti sulle “navi dei veleni”, resi disponibili l’8 febbraio scorso. Anche perché uno di quei documenti, come dichiara Bratti in questa intervista, riguarda il duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio e «può avvalorare la tesi che uno dei filoni su cui indagava la giornalista era il rapporto fra traffico di armi e di rifiuti».
C’è voluto tanto ma alla fine la sua commissione ha ottenuto il declassamento dei documenti sui traffici di rifiuti. Che quadro emerge?
Uno scenario fatto di traffici di armi e navi che le trasportavano. Nella copiosa documentazione ci sono notizie già in qualche modo raccontate. Che ci fossero questi traffici è stato evidenziato in passato da varie indagini. Ci sono poi informazioni, sempre già conosciute, sull’affondamento di navi e sui punti in cui sono affondate.
Quali sono gli elementi di novità?
Tutti i documenti sono rilevanti, tanto che suscitano la curiosità degli altri paesi coinvolti. Io ho trovato di particolare interesse due documenti per gli elementi di novità che presentano. Un dossier su Giorgio Comerio, perché è del Sismi, quindi scritto da investigatori specializzati, che mette in connessione i traffici di armi, di rifiuti, personaggi come Comerio e Marocchino e addirittura l’affondamento della Moby Prince. Giorgio Comerio si conferma un personaggio pieno di luci e ombre: da un lato sembra che millanti, dall’altro ha fondato la società Odm (di cui abbiamo parlato varie volte nelle precedenti puntate), che aveva contatti con molti paesi. Emerge anche un documento, che desta preoccupazione nei paesi interessati, in cui si parla dello smaltimento di circa 200.000 fusti provenienti da Taiwan in Corea del Nord. L’altro documento che ritengo molto interessante è una nota del Sismi del luglio 2003 all’allora ministro degli Esteri Franco Frattini in cui si segnala lo sbarco sulle coste somale di due navi piene di rifiuti. La prova di un mercato che si è protratto nel tempo, anche dopo gli accordi internazionali che lo vietano.
Ha dichiarato che l’aspetto che più l’ha colpita, acquisiti i documenti, è quello relativo ai traffici di armi e di rifiuti. Che idea se n’è fatto?
Forse insistere così tanto sull’affondamento delle navi può aver nascosto o deviato l’attenzione rispetto allo scambio di rifiuti e armi, che mi sembra più interessante da approfondire. Sono sensazioni, non ho mai negato che ci siano stati affondamenti con rifiuti tossici, ma secondo me il tema vero di quegli anni sono i traffici che riguardavano paesi che davano armi in cambio di siti in cui smaltire rifiuti. Se dovessi iniziare oggi la legislatura farei un approfondimento per capire dove sono stati smaltiti quei rifiuti, in cambio di cosa, cosa è successo in quei paesi. Perché se prendevano i rifiuti chiedevano qualcosa in cambio: soldi o armi.
Ci sono elementi per andare avanti in sede giudiziaria?
Non è facile per cose di quasi trent’anni fa. Se ci sono stati, tanti reati sono andati in prescrizione. A quell’epoca anche gli accordi internazionali erano diversi e di fatto il trasporto di rifiuti da un paese all’altro era lecito. Non è facile ottenere la verità giudiziaria, ma non c’è dubbio che i fatti storici raccontati fino ad oggi abbiano un fondamento di verità.
Lei ha curato la relazione della commissione sia sul caso De Grazia che sulle “navi dei veleni”. Le relazioni dei servizi sulle navi affondate precedono di pochissimo tempo la morte del capitano. Sono emersi elementi che possono sollecitare la riapertura delle indagini?
L’elemento che poteva dare un nuovo impulso è stata la rivisitazione dell’autopsia, nella scorsa legislatura. Abbiamo scritto alla procura di Nocera Inferiore per chiedere se poteva riaprire le indagini. Mi rendo conto che riaprire un caso dopo vent’anni sia difficile. Per dimostrare che è stato un omicidio devi avere piste nuove eclatanti, come una ricostruzione con intercettazioni ambientali. L’unica novità è il licenziamento della persona che ha fatto le prime due autopsie su Natale De Grazia, Simona Del Vecchio, che è stata anche denunciata per false autopsie. Una serie di indizi portano a dire che il caso è stato archiviato troppo in fretta.
Anche qui avremo una verità storica ma non giudiziaria?
Assolutamente. E peraltro non necessariamente coincidono. La verità giudiziaria ha un suo percorso e delle sue regole. Quella storica no. Che ci siano cose che sono capitate è fuori discussione, che ci siano misteri intorno a quella morte idem. Ci sono interrogativi e misteri mai risolti anche rispetto al fatto che morto De Grazia si è di fatto disintegrato il suo pool investigativo, con motivazioni a mio parere poco giustificate.
Dopo gli ultimi sviluppi giudiziari, la procura di Roma ha riaperto le indagini sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin con l’ipotesi di depistaggio. Letti i documenti desecretati, ci sono spunti per la commissione e la magistratura?
Uno dei primi documenti declassificati con il via libera del Copasir
 riguarda un’intercettazione a Giancarlo Marocchino, che pare fosse una sorta di consulente della commissione “Ilaria Alpi” presieduta da Taormina. (Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è un organo del Parlamento della Repubblica Italiana che esercita il controllo parlamentare sull'operato dei servizi segreti italiani.) Abbiamo desecretato quelle intercettazioni perché contribuiscono a delineare la figura di Marocchino, che aldilà delle sue funzioni, si occupava anche di traffico di rifiuti. Il documento può avvalorare la tesi che uno dei filoni su cui indagava la giornalista era il rapporto fra traffico di armi e di rifiuti. Resta da capire dove andavano a finire i rifiuti, come li hanno smaltiti. Ma la Somalia non è un paese dove puoi andare a fare approfondimenti. L’abbiamo chiesto, non ci fanno andare.

Il ruolo della ‘ndrangheta

Il prossimo pezzo riguarda il ruolo della ‘ndrangheta negli affondamenti delle navi dei veleni. Ne abbiamo parlato a lungo nelle prime puntatae, grazie soprattutto alle testimonianze già ricordate dei collaboratori di giustizia. Adesso leggerò un articolo pubblicato su NanoPress il 16 febbraio di quest’anno a firma Giulio Ragni, giornalista molto attento alle questioni ambientali. Ecco l’articolo, intitolato Navi dei veleni in Calabria, la ‘ndrangheta responsabile degli affondamenti.
Sottotitolo: Nei documenti desecretati del Sismi emerge il ruolo mafioso nello smaltimento illegale dei rifiuti tossici
Leggiamo.
L’Italia è un Paese storicamente connotato da intrighi e di misteri, ma qualche pezzo di verità ogni tanto riesce ad emergere, seppur ad anni di distanza: è quanto sta accadendo intorno alle navi dei veleni in Calabria, ovvero l’affondamento delle cosiddette navi a perdere legate allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, e che ha visto la ‘ndrangheta occupare un ruolo decisivo. È quanto emerge dalla desecretazione di alcuni documenti in mano all’allora Sismi, il servizio segreto militare oggi denominato Aise, chiesta ed ottenuta dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, una conferma di quanto associazioni ambientaliste, magistrati investigativi e semplici cittadini andavano raccontando dai primi anni Novanta del secolo scorso. Quello che era un sospetto, una convinzione non suffragata da prove, ora sappiamo che era una verità, una verità già nota da tempo a pezzi importanti dello Stato.
In un documento ufficiale della Dia, la Direzione investigativa Antimafia, sono stati registrati 637 affondamenti sospetti nei mari internazionali, di cui 52 solo nel nostro Mediterraneo, in un arco temporale compreso tra il 1995 e il 2000. Perché sospetti? Queste navi sono colate a picco in giornate con perfette condizioni meteo e mare calmo, senza lanciare allarmi, ma i dubbi si moltiplicano anche per la presenza di rotte e carichi anomali rispetto ai documenti ufficiali, e per membri di equipaggi che misteriosamente sparivano nel nulla una volta tratti in salvo: troppe le ambiguità e i punti oscuri da non suscitare l’attenzione investigativa. Ora, uno di questi documenti desecretati dalla Commissione mette in campo una lista di 90 navi affondate nel Mediterraneo tra il 1989 e il 1995 legati a ‘presunti traffici di rifiuti tossici e radioattivi‘, in cui emerge il ruolo di intermediazione decisivo dell’organizzazione mafiosa calabrese.

Casi di navi affondate


Parliamo di rifiuti tossici e radioattivi, scarti industriali, spesso in mano ad enti pubblici nostrani, ma molti anche di provenienza estera: una storia purtroppo che si ripete, e la memoria recente non può non andare alla Terra dei Fuochi in Campania e al ruolo che la camorra ha avuto nel seppellimento di tali rifiuti in discariche illegali. La ‘ndrangheta preferiva invece la via del mare, ma non sorprende più oramai il fiorente business dello smaltimento illegale dei rifiuti, che ha foraggiato per anni le mafie nostrane a tutto danno del territorio e della salute dei cittadini. Tra le navi dei veleni affondate ricordiamo alcune di quelle finite nelle carte del pool investigativo di Reggio Calabria, come la motonave Rigel, colata a picco il 21 settembre del 1987 a largo della costa di Capo Spartivento, oppure la Aso, affondata il 16 maggio del 1979 al largo di Locri, o ancora lo spiaggiamento della motonave Rosso dalle parti di Amantea, il 14 dicembre del 1990. Altre navi affondate in maniera sospette sono la Nicos 1, la Mikigan, la Four Star I, la Anni, la Alessandro I, la Marco Polo, la Korabi Durres, come emerge dall’elenco stilato da Legambiente: in tutto sono stati accertati 288 relitti nei mari calabresi, ma il traffico di rifiuti illeciti deve essere archiviato ancora come ‘presunto’, in assenza di prove incontrovertibili di rifiuti radioattivi.

La storia

La storia delle navi dei veleni in Calabria inizia negli anni Ottanta, quando i Paesi occidentali, una volta sanata la carenza legislativa nazionale ed internazionale sulla scorta delle proteste ambientaliste, sono costretti a riprendersi i rifiuti di natura industriale esportati in Africa nei decenni precedenti. Il Mediterraneo diventerà il tappeto sotto cui seppellire la nostra sporcizia ed anche molta di quella altrui, come scopriranno anni dopo i magistrati calabresi indagando sulle cosiddette navi a perdere, ovvero scafi affondati volutamente insieme al loro carico criminoso truffando in un colpo solo l’assicurazione e facendo piazza pulita di scorie tossiche e radioattive: gli anni Novanta sono quelli in cui si intensificano questi affondamenti, con la connivenza decisiva di una parte del mondo istituzionale. In quel periodo, continuando sul filo di questa cronistoria, si ricorda anche una società, la Odm, che pubblicizza e propone a diversi Paesi la possibilità di smaltire scorie nucleari attraverso dei siluri da sparare nelle profondità marine, come ricorda sempre Legambiente: quel piano avrà mai avuto effettivamente esito? È uno dei tanti interrogativi rimasti ancora senza risposta. Come lo è il pericoloso intreccio tra il traffico dei rifiuti e quello delle armi, una rotta criminale che giunge fino in Somalia, dove nel 1994 vennero uccisi la giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin che conducevano un’inchiesta sul caso. Un omicidio tutt’oggi senza colpevoli certi, dopo una lunga vicenda processuale fatta di inchieste e commissioni parlamentari. Un’altra pagina nera, un altro mistero italiano.

Il ruolo della politica


Il legame soffocante tra organizzazioni criminali, parte del mondo politico e del tessuto imprenditoriale del nostro Paese ha prodotto alcune delle pagine più buie e drammatiche della storia d’Italia: l’esistenza delle navi dei veleni in Calabria è un fatto assodato, come lo è il coinvolgimento di un pezzo del mondo istituzionale e di servizi segreti deviati, che in base a quanto emerge dai documenti non più segreti, almeno fino a metà degli anni Novanta si sono spesi per coprire i traffici illeciti, invece di denunciarli, come ha ammesso anche lo stesso ex presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti Gaetano Pecorella. La strada per la verità giudiziaria è ancora lunga, prima di poter risalire al nome e il cognome dei colpevoli: c’è il cadavere, ma manca ancora l’arma del delitto, la prova certa e definitiva della presenza di rifiuti radioattivi. La vera questione è se ci sia la volontà di arrivare fino in fondo, oppure se la tentazione di occultare ed insabbiare prenderà ancora una volta il sopravvento.

Ilaria Alpi

Veniamo adesso al caso più clamoroso, quello dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ho dedicato un’intera puntata a raccontare non solo la storia di quel massacro, ma anche gli sviluppi delle indagini (quelle che ci furono e soprattutto quelle che non ci furono affatto), e anche il ruolo dei servizi segreti, di personaggi che lasciano, quanto meno, dei dubbi, come Giancarlo Marocchino e Giorgio Comerio, dell’ignobile farsa del presidente della commissione sul caso, Carlo Taormina, al quale va il mio totale disprezzo per il suo comportamento e non solo nel caso di Ilaria.
L’articolo che voglio condividere con voi questa volta è firmato da Francesco Romanetti de Il Mattino di Napoli ed è stato pubblicato nell’estate del 2016. Eccolo, integralmente (link).
Sulla prua c'era scritto Lynx. E Radhost, Jolly Rosso, Rigel. Oppure Cunsky. Sono i nomi delle «navi a perdere», le «navi dei veleni», che dagli scali europei portavano rifiuti tossici e radioattivi sulle coste dell'Africa. Nel marzo del 1994, pochi giorni prima di essere uccisi da un commando a Mogadiscio, forse Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, su una di quelle navi, ormeggiata nel porto somalo di Bosaso, ci erano anche saliti. Forse. In ogni caso erano andati fin lì, a Bosaso, proprio per scoprire lo sporco affare del traffico internazionale di rifiuti velenosi e di armi. Quello che da società e armatori con domicilio in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra seguiva le rotte che conducevano in Somalia. Con appoggio e complicità di mafia, camorra, ndrangheta e altre organizzazioni. E all'ombra della cooperazione internazionale. Un abbraccio perverso tra business in giacca e cravatta, economia criminale e poteri statali. I taccuini di appunti riempiti da Ilaria Alpi e le immagini girate da Hrovatin (che sono spariti) raccontavano quello che non si è mai saputo. La sentenza di assoluzione di ieri dice che Hashi Omar Hassan con questa storia non c'entra niente. Chi lo ha sostenuto fin dal primo momento (compresi i genitori di Ilaria Alpi), ha ora la conferma che Hashi - rimasto ingiustamente in carcere per 16 anni - è stato solo un capro espiatorio. E allora c'è stato depistaggio. Allora l'inviata del Tg3 e l'operatore della Rai vennero ammazzati perché avevano scoperto quello che doveva rimanere nascosto. Chi sono i mandanti? Fin dentro quali palazzi si sono annidate le complicità?
Mariangela Gritta Grainer, che sul caso Alpi-Hrovatin lavora da oltre vent'anni (ci ha scritto anche tre libri), da parlamentare del Pds ha fatto parte della commissione d'inchiesta sulla cooperazione tra Italia e Paesi in via di sviluppo. E non ha mai avuto dubbi: quella di Ilaria e Miran fu un'esecuzione (come titolava già il primo dei suoi libri). «Nel traffico dei rifiuti tossici - ricorda - erano coinvolti anche pescherecci donati dalla cooperazione alla Somalia, ai tempi di Siad Barre. Partivano per portare pesce in Italia, poi tornavano a Mogadiscio seguendo lunghe rotte che andavano dall'Irlanda all'Iran, con tappe a Beirut. E scaricavano armi e fusti velenosi. È probabile che una parte di scorie tossiche siano interrate lungo la strada tra Garoe e Bosaso. Ma naturalmente nessuno è mai andato a cercarle. Si sa invece che quando ci fu lo tsunami, che toccò anche le coste del Corno d'Africa, sulle spiagge furono trascinati bidoni di rifiuti velenosi e radioattivi. Quelli che erano stati scaricati in mare».
Ilaria Alpi aveva dunque messo il naso in un colossale giro d'affari. L'ipotesi del depistaggio, avanzata nel corso del tempo da più di un magistrato, si rafforza con la sentenza di ieri che assolve Hashi Omar Hassan. Il suo accusatore - Ali Rage Hamed, detto Jelle - disse di averlo incastrato perché gli era stato chiesto. Da chi? Disse pure di essere stato pagato. Da chi? «In ogni caso va ricordato che Jelle non ha mai messo piede in un aula di tribunale italiano e che la sua ritrattazione, poi raccolta all'estero dal magistrato, è stata resa nota solo grazie all'iniziativa della trasmissione Chi l'ha visto - sottolinea Mariangela Gritta Grainer - La verità andrebbe ora cercata nell'enorme documentazione messa insieme dalla Commissione d'inchiesta parlamentare, nelle carte della Procura di Roma, dove sono stati convogliati documenti e testimonianze sul caso Alpi-Hrovatin, inviati da una quindicina di altre Procure». E poi ci sono i circa 600 dossier (una parte prodotti dai servizi segreti italiani), desecretati per iniziativa di Laura Boldrini, che fanno riferimento a molti misteri internazionali.
I buchi neri che hanno costellato la vicenda per 22 anni sono tantissimi. Dall'autopsia non effettuata (il corpo di Ilaria Alpi fu riesumato solo nel 96), alle tre perizie basilistiche per accertare che la giornalista fu ammazzata con un colpo alla testa sparato a bruciapelo. La stessa commissione parlamentare d'inchiesta, presieduta da Carlo Taormina, si concluse con una controversa relazione di maggioranza, che optava per la «casualità» dell'agguato e che venne contestata da altre due relazioni della minoranza. La costituzione di una seconda commissione d'inchiesta naufragò malamente nel 2008. Ma quelli erano gli anni, si sarebbe poi scoperto, dell'Italia del bunga bunga e delle olgettine, che aveva altro a cui pensare che rispolverare il caso Alpi-Hrovatin. Anche le inchieste giudiziarie sono andate avanti tra avocazioni e richieste di archiviazione. Hashi Omar Hassan, venuto in Italia nel 97 per testimoniare sulle violenze dei militari italiani sulla popolazione somala, finisce in cella con l'accusa di aver fatto parte del commando. Viene assolto. Poi condannato all'ergastolo. Poi a 26 anni. Da ieri è libero. Il caso non è chiuso.
Su questo fatto possiamo approfondire ancora un po’. Sono informazioni preziose, anche se lasciano molto amaro in bocca, ma è sempre bene che chi desidera essere informato lo sia fino in fondo. Quindi scuserete se ci saranno ripetizioni di quanto già detto, ma credo ne alga la pena. Ecco un altro lunghissimo articolo, pubblicato nel marzo di quest’anno da Fogli di Notizie (vi avevo avvertito che non avremmo letto giornali famosi e diffusi ovunque) e firmato proprio da Mariangela Gritta Grainer, di cui si è parlato nel precedente pezzo. Ricordo è scritto il 17 marzo 2017 e a quella data noi dobbiamo fare riferimento.
Per chiarezza ricordo anche che, dopo l’assassinio, un solo testimone si presenta in aula. tale Ahmed Ali Rage, il quale accusa un suo comptriota, Hashi Omar Hassan di essere l’esecutore del crimine. Costui, dopo il processo di primo grado va all’estero, ma torna per il processo di secondo grado. E già questo è un fatto strano: perché mai tornare in un paese in cui è praticamente certa una condanna molto pesante, probebilmente all’ergastolo? Comunque torna e viene condannato prima all’ergastolo e poi a 26 anni: è il 1999. Solo molti anni dopo Rage farà sapere di essersi inventato tutto e di aver scelto Hassan come capro espiatorio. Il processo quindi deve essere riaperto e revisionato. La domanda che mi faccio è che tutti, ma proprio tutti i presenti a Mogadiscio quel giorno, compreso l’autista di Ilaria e la sua guardia del corpo, avevano visto che dalla jeep che li aveva bloccati erano scesi sei uomini armati per uccidere i due giornalisti. Dove sono finiti gli altri cinque? Possibile che nessun dubbio sia emerso nei giudici di quel processo? O andava bene così per mettere il cuore in pace ai genitori di Ilaria e alla famiglia di Miran, agli amici ecolleghi della RAI e a tutti quelli che avevano vissuto quella barbarie come se fosse stata fatta ai propri parenti?
Non lo so, per questo preferisco riferire quanto scrive Gritta Grainer, commentando l’accaduto del marzo di quest’anno. 
Gritta Rainer dunque racconta quanto segue. A Perugia si è conclusa la revisione del processo nei confronti di Hashi Omar Hassan condannato a 26 anni di carcere per concorso nell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 a Mogadiscio.
La condanna era basata sulla testimonianza di Ahmed Ali Rage, risultata falsa. Del resto, sia nel processo di primo grado che in molti commenti illustri, il termine “capro espiatroio” ricorreva continuamente.
Le motivazioni della sentenza di Perugia (12 gennaio 2017) si concludono con due punti importanti:
... deve revocarsi la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Roma …. nei confronti di Hashi Omar Hassan, con conseguente assoluzione del predetto reato ascrittogli per non aver commesso il fatto.
 “… indipendentemente da chi fosse stato l’effettivo ‘suggeritore’ della versione dei fatti da fornire alla polizia … il soggetto Ahmed Alì Rage detto Jelle potrebbe essere stato coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata …
Attività di depistaggio che ben possono essere avvalorate dalle modalità della ‘fuga’ del teste e dalle sue mancate concrete ricerche ….
Dunque un cittadino somalo è stato in carcere per 18 anni ed era innocente.
L’errore giudiziario “perseverante” in tutti questi anni viaggia insieme al fatto che c’è chi ha depistato, costruito carte e piste false.
Rièpercorriamo per l’ennesima volta quel 20 marzo. A casa Alpi, a Roma, è un pomeriggio di domenica quando arriva una telefonata dal TG3: “Ilaria è morta” dicono. Incredulità e disperazione: l’avevano sentita poche ore prima al suo rientro a Mogadiscio da Bosaso, stava bene e non vedeva l’ora di tornare a casa.
La notizia, riportata dall’ANSA, non proviene dalle autorità italiane o dall’UNOSOM, l’ente delle nazioni Unite che aveva il compito di tutelare le operazioni umanitarie in Somalia. La notrizia arriva da Giancarlo Marocchino, l’imprenditore italiano che si recherà per primo sul luogo dell’agguato e che avrà e continua ad avere un ruolo chiave e ambiguo in questa tragica storia. Di lui parleremo più avanti.
Da subito si tenta di accreditare la tesi dell’incidentalità: un attentato dei fondamentalisti islamici, una rappresaglia contro i militari italiani, un tentativo di sequestro o un tentativo di rapina finiti male.
Ma – dice Gritta Grainer – è stata un’esecuzione: è ciò che è venuto confermandosi in tutti questi anni dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, anche dalle sentenze della magistratura che non hanno individuato i responsabili ma il movente sì. Leggiamo ad esempio nella sentenza di condanna di Hassan all’ergastolo, novembre 2000:
“...questi scopi sono da individuarsi nella eliminazione e definitiva tacitazione della Alpi e di chi collaborava professionalmente con la giornalista … L’allarme suscitato in chi era coinvolto a qualsiasi titolo nei traffici illeciti ed il nutrito timore per la divulgazione delle notizie apprese dalla Alpi, la conseguente necessità di evitare siffatta divulgazione sono le ulteriori circostanze che hanno segnato irreparabilmente il destino di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin: costituiscono l’antefatto nonché il movente dei delitti per i quali è processo.”  
Nel 2007 il pubblico ministero Franco Jonta, della procura di Roma, chiede l’archiviazione degli atti del procedimento penale. Il giudice per le indagini preliminari
Emanuele Cersosimo respinge tale richiesta con questa motivazione:
 “… la ricostruzione della vicenda più probabile e ragionevole appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici avvenuti tra l’Italia e la Somalia venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica italiana.”
 Il gip dunque dispone che si proceda alla riapertura delle indagini partendo dall’acquisire e analizzare tutto il lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a partire dalle tre relazioni finali. La relazione di maggioranza, com’è noto, conclude che non si era trattato di un’esecuzione ma di un tentativo di sequestro finito male. Per l’avvocato Taormina nessun mistero su quelle morti, nessuna indagine scottante stavano svolgendo a Bosaso Ilaria e Miran, nessun ipotetico traffico di armi e rifiuti tossici o altro avevano scoperto. Il caso è chiuso. Le due relazioni di minoranza presentate dal centrosinistra contestano questa conclusione e accusano la maggioranza di aver fatto carte false e di aver ignorato documenti e testimonianze che mostravano come si fosse trattato di un “duplice omicidio mirato preordinato e ben organizzato con dispendio di uomini e mezzi”.
Un esempio: la testimonianza del sultano di Bosaso Abdullahi Mussa Bogor che Ilaria e Miran intervistarono pochi giorni prima di essere assassinati è stata completamente ignorata dalla relazione di maggioranza.
Il sultano dice che Ilaria sapeva del sequestro della Faarax Omar davanti al porto di Bosaso; che voleva recarsi sulla nave, uno dei pescherecci donati dalla cooperazione italiana alla Somalia, che cercava conferme (ma già sapeva) su traffici di armi e di rifiuti tossici finiti in mare o interrati durante i lavori di costruzione della strada Garoe Bosaso. Termina con queste parole: “… Tutti parlavano dei traffici … del trasporto delle armi, dei rifiuti … chi diceva di aver visto … non si vedeva vivo o spariva o, in un modo o nell’altro, moriva …”
E così mentre le indagini non producono passi avanti significativi per avere verità e giustizia, “menti raffinatissime” sono state in azione fin dai primi giorni dopo l’uccisione premeditata: omissione di soccorso, sparizione dei block notes e di alcune cassette video, non effettuazione dell’autopsia, violazione dei sigilli dei bagagli, costruzione “persistente” della tesi della casualità … sempre.
Adesso la sentenza del tribunale di Perugia: Hashi è innocente, è stato un capro espiatorio costruito attraverso un’abile attività di depistaggi.
Già, ma quali depistaggi e da parte di chi? Ecco alcuni passaggi chiave.
Nell’estate del 1997 proprio mentre stanno per arrivare dalla Somalia due testimoni oculari (autista e scorta) viene tolta l’inchiesta al magistrato Giuseppe Pititto che aveva dato un impulso al lavoro di indagine (dispose finalmente la dolorosa autopsia sul corpo riesumato di Ilaria e dispose la super perizia medico balistica che concluse:”… il colpo mortale è stato sparato a distanza ravvicinata…l’aggressore, in piedi sulla strada, sparò aprendo la portiera posteriore sinistra o dal finestrino…”).
Contemporaneamente esplode il caso delle presunte violenze di militari italiani nei confronti di cittadini somali e viene reso pubblico il memoriale del maresciallo Francesco Aloi che sostiene di aver conosciuto e frequentato Ilaria quando operava in Somalia con informazioni a dir poco improbabili. Si scatena un “rumore” mediatico fortissimo, il governo nomina una commissione di cinque persone presieduta da Ettore Gallo.
Sempre contemporaneamente spunta un nuovo testimone oculare: Ahmed Ali Rage detto Jelle che “indica” all’ambasciatore Giuseppe Cassini uno dei presunti assassini del commando di fuoco: Hashi Omar Hassan!
La procura di Roma opera con grande velocità. Il 6 di agosto Cassini viene ascoltato dal procuratore capo dottor Salvatore Vecchione.
Nel mese di ottobre Ahmed Ali Rage detto Jelle arriva in Italia e viene ascoltato dalla polizia e poi dal dottor Jonta (che ha nel frattempo sostituito il dottor Pititto): fa il nome di un componente del commando: Hashi Omar Hassan; fa un racconto molto impreciso del 20 marzo, sostiene che nessuno si è avvicinato alla macchina ma che hanno sparato da lontano. Un testimone falso che indica un capro espiatorio e, cosa importante, conferma la versione della casualità.
Jelle sparisce la vigilia di Natale sempre del 1997 pochi giorni prima dell’arrivo di dodici cittadini somali che la commissione Gallo aveva fatto venire in Italia per l’inchiesta sulle presunte violenze subite. Tra questi c’è Hasci Omar Hassan che verrà arrestato, con l’accusa del duplice omicidio, appena sbarcato all’aeroporto di Ciampino. Il suo accusatore Ahmed Ali Rage è già “irreperibile”: una fuga clamorosa e improbabile per un testimone chiave sotto protezione che ogni giorno viene accompagnato dalla polizia presso l’azienda “Scomparin” dove lavora.
Non lo si cerca più, nemmeno quando telefona dall’estero nel 2004 (e anche nel 2010) per dire che è stato indotto ad accusare Hashi da una autorità italiana e che la sua testimonianza è falsa (le conversazioni sono registrate e fanno parte della documentazione a disposizione delle autorità investigative).
Sparito il testimone, si è costruito un testimone “di riserva”, Ali Mohamed Abdi l’autista di Ilaria, già arrivato anche lui tra i dodici somali. Dopo un lungo interrogatorio e una pausa di oltre due ore finalmente dirà che sì riconosce Hashi, gli è venuto in mente, faceva parte del commando ma non aveva sparato.
Dunque il corso della giustizia è stato compromesso, gli assassini e chi li copre hanno potuto contare sul fatto che le tracce si possono dissolvere, che alcuni reperti sono scomparsi o non sono più utilizzabili, che molti testimoni hanno mentito non hanno detto tutto ciò che sapevano, altri sono morti in circostanze misteriose.
La copiosa documentazione comprendente testimonianze, audizioni, informative, materiali processuali di moltissime procure che direttamente o indirettamente hanno investigato su questo caso, raccolta dalla commissione d’inchiesta, era segreta. Grazie all’iniziativa congiunta delle Presidenza della Camera e del Consiglio iniziata nel 2014 è oggi a disposizione di tutti i cittadini anche attraverso il sito:
www.archivioalpihrovatin.camera.it
Altri 61 documenti sono stati desecretati dalla commissione ecomafie: riguardano le “navi dei veleni” che entrano nel nostro caso ancora in quel 1997 quando viene ascoltato in audizione, subito segretata, il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone (rivela quando come e perché il clan dei casalesi abbia cominciato ad interessarsi di rifiuti tossici e quali collegamenti avesse con i diversi poteri e in quali settori del ciclo…). Si viene a conoscenza del collegamento con l’inchiesta della procura di Reggio Calabria, della morte per avvelenamento del capitano De Grazia, del certificato di morte trovato tra le carte di Giorgio Comerio.
La storia di Ilaria, di sua madre Luciana l’ho raccontata. Una morte voluta con ogni probabilità dalle autorità italiane per coprire le mille porcherie che andavano facendo in Somalia e non solo. Dunque con ogni probabilità un altro assassinio di stato. Forse è tempo che la procura di Roma svolga il suo compito fino in fondo, assicurandoalla giustizia esecutori, mandanti e depistatori.

Gianfranco Marocchino

Ci sono molti nomi importanti implicati nei traffici di cui abbiamo parlato. Uno di questi è Giancarlo Marocchino, uomo forte in Somalia, quello che recupera i corpi di Ilaria e Miran dopo il loro assassinio.
E, tra i documenti desecretati, il nome di Marocchino è ben presente.
Cominciamo da quello pubblicato il 17 dicembre 2015, da cui emerge che eglil i era adoperato molto per reperire una nave da utilizzare per il trasporto di merci, tra cui anche rifiuti, dall’Italia alla Somalia. Nelle deposizioni si parla di merci abbastanza curiose: cemento, motori, camion militari e gomme triturate.
Le gomme triturate, secondo Marocchino e Francesco Baldni dell’agenzia Banfin di Livorno, sono l’inizio di un possibile affare a cinque stelle, perché con quella gomma si possono fare banchine dei porti in Somalia e cominciare un business di grande interesse.
La commissione Bratti, come abbiamo sentito all’inizio, vede in Marocchino una figura decisamente ambigua e degna di ulteriori indagini. Egli si sentiva assolutamente sicuro. In una telefonata al figlio Gabriele del 1 giugno 2005, parlando del nuovo atteggiamento degli investigatori nei suoi confronti dice testualmente: «Adesso c’è il processo... e qui sono in una botte di ferro perché di fianco a me c’ho i servizi, puoi capire».
Ma nei traffici entrano tutti. Altra telefonata, il 25 maggio 2005 con Giorgio Pittaluga, che lo aiutava nella ricerca delle navi, dice “Anche se dovesse andare sotto di 500 milioni con le banche africane, facendo due o tre viaggi per la Nato, coprirebbe la spesa».
Prendiamo la cronaca dell’inizio di ottobre del 2014, riferita da molti siti italiani.
Giancarlo Marocchino, l’italiano che per il Sismi aiutava i signori della guerra somali, non è stato mai indagato, ma indicato da tutti come uno dei principali trafficanti di armi e rifiuti tossici verso la Somalia.
Quando, nel maggio scorso (2014), escono i primi documenti declassificati del Sisde sul caso Alpi su di lui, non ci pensa due volte. Chiama l’avvocato fidato di sempre e firma una corposa querela. “Mi stanno diffamando”, assicura, dopo aver letto che per una fonte dei servizi segreti italiani potrebbe essere uno dei mandanti dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Oggi (ricordo ottobre 2014) il nome di Marocchino – e del suo fedelissimo avvocato, Stefano Menicacci (nostalgico fascista, gia parlamentare MSI) torna di nuovo nella lista nera, questa volta del Sismi, il servizio segreto militare. Decine di annotazioni, rapporti, messaggi e analisi declassificati lo indicano come uno dei principali trafficanti di armi verso i signori della guerra somali. Con una propensione, dal 1993 in poi, per Aidid, il nemico giurato degli Usa, tanto da essere espulso dal Paese su richiesta del contingente statunitense.
Un incidente momentaneo, risolto con una pacca sulla spalla da parte del governo italiano che lo fa ritornare in Somalia pochi mesi dopo.
Per il Sismi Giancarlo Marocchino era in fondo utile, come spiega una delle note declassificate. “Imprenditore abile e furbo”, lo definiscono, in grado di lavorare per tutti, che “ha il suo peso e la sua utilità relazionale” districandosi con abilità nella Somalia sconvolta dalla guerra civile. Di cosa si occupava? Oltre che di logistica, la sua occupazione ufficiale, Marocchino – secondo un messaggio del centro di Torino del Sismi del 2001 – “Avrebbe ripreso a trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi”, dopo aver costruito un nuovo porto ad El Maan, cento chilometri da Mogadiscio.
Ricordo che è quello famoso delle fotografie di Greenpeace.
Di certo dopo aver fornito – secondo l’esercito Usa – armi ad Aidid negli anni ’90, all’inizio degli anni 2000 ha ripreso le attività con la Somalia grazie a stretti contatti con il figlio del generale nemico giurato dell’Onu.
È sempre il Sismi a seguirlo nei suoi contatti nel 2003 con Hussein Mohamed Farah Aidid, ex marine, tornato in Somalia dopo la morte del padre per cercare di ricompattare il clan. Nel giugno del 2003 Aidid junior arriva in Italia con un’agenda ambiziosa, portare a casa centocinquanta progetti di cooperazione. Tutto lecito, ovviamente. Il Sismi, però, si incuriosisce quando scopre i due mediatori dell’affare: l’imprenditore somalo Yusuf Ariri e l’avvocato romano Stefano Menicacci. Due nomi strettamente legati a Marocchino, che torneranno in qualche maniera anche nella lunga inchiesta sul caso Alpi. Il legale di Marocchino è poi un nome ben noto alla Dda di Palermo che si era occupata dell’intensa attività politica tra il 91 e il 92 a favore delle Leghe del sud. Il fascicolo venne archiviato su richiesta della stessa Procura, ma rimase agli atti il dubbio dei pm, che, nelle motivazioni della richiesta di archiviazione, scrivevano: “A parere del Pm sono stati acquisiti sufficienti elementi in ordine alle seguenti circostanza: all’inizio degli anni ’90 venne elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo “progetto politico”, attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva – in particolare – agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci”.
Nell’agosto del 2003, sempre secondo il Sismi, Marocchino avrebbe partecipato ad alcuni incontri con imprenditori romani “organizzati da un funzionario del Ministero degli Affari Esteri, cui gli stessi imprenditori si erano rivolti per essere supportati nelle proprie iniziative economiche in Somalia”. Durante gli incontri Marocchino avrebbe assicurato “di essere in Somalia il referente commerciale preferito dal Ministero degli Affari Esteri, di avere a disposizione un esercito personale composto da mercenari di circa 2500 uomini in grado di garantire la sicurezza delle attività imprenditoriali e di incidere sugli equilibri interni del Paese”. In quel periodo, Marocchino stava trattando l’invio di alcuni autocarri a Mogadiscio con una agenzia marittima di Livorno nel mirino del Sisde (il servizio segreto civile) per aver violato l’embargo con l’Iraq. Pochi mesi dopo, la Commissione parlamentare sull’omicidio Alpi-Hrovatin – pur conoscendo le carte del Sismi – avrebbe chiesto a Giancarlo Marocchino di “cooperare” per la ricerca della verità.
Se questa non è una presa per i fondelli … 

Giorgio Comerio

Chiudo questa puntata leggendovi stralci presi da un articolo di Davide Falcioni, giornalista freelance piuttosto scomodo se è stato rinviato a giudizio per aver raccontato di una iniziativa NoTAV. É evidente che mi limito a leggere le notizie contenute nell’articolo, lasciando al giornalista la responsabilità di quello che scrive.
É l’8 febbraio 2017.
La Commissione Parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, presieduta dall'onorevole Alessandro Bratti, ha declassificato oggi sessantuno documenti – forniti dal Sismi – sul tema della "nave dei veleni": la declassificazione era stata richiesta da Bratti lo scorso anno ed è stata possibile dopo il consenso arrivato dal DIS, il l Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica, organismo di cui si avvalgono il Presidente del Consiglio dei ministri e l’Autorità delegata per l’esercizio delle loro funzioni e per assicurare unitarietà nella programmazione della ricerca informativa, nell’analisi e nelle attività operative di AISE e AISI.
Chi è Giorgio Comerio, trafficante di rifiuti pericolosi a Taiwan
I cable saranno disponibili a partire dai prossimi giorni e contengono analisi, note e rapporti informativi dei servizi segreti militari, che arrivano fino a metà degli anni 2000, riguardanti soprattutto l’attività di contrasto dei traffici illegali di rifiuti, in particolare quelli radioattivi. Uno dei documenti declassificati – fa sapere la commissione, che lo definisce "particolarmente significativo" – è un rapporto dettagliato su Giorgio Comerio, imprenditore navale già ascoltato dalla commissione il 25 maggio 2015, al centro di alcune inchieste della magistratura negli anni passati. "Il rapporto del Sismi del 21 aprile 2004 delinea la sua figura offrendo alcuni episodi fino ad oggi inediti, particolarmente inquietanti e che richiederanno un’attività di approfondimento". Per il Servizio Informazioni e Sicurezza Militare Comerio “risulterebbe contiguo o organico ad una serie di traffici clandestini con particolare riferimento allo smaltimento di scorie nucleari e rifiuti tossici, riciclaggio di denaro, contrabbando di armi”.
Secondo quanto rivelato dalla Commissione Comerio sarebbe stato attivo a partire dal 1995 nella zona della Baia di Hungnam, grazie ad accordi stretti con il governo della Corea del Nord. Secondo il Sismi insieme ai suoi collaboratori l'uomo sarebbe stato coinvolto nello smaltimento di “200.000 cask di residui radioattivi”, per una cifra d’affari di “227 milioni di dollari”. Questo smaltimento sarebbe avvenuto – secondo il servizio segreto – nell’area di Taiwan.
Novanta navi cariche di rifiuti affondate nel Mediterraneo
Tra le carte ottenute dalla commissione parlamentare d'inchiesta ci sono poi quelle relative alle navi affondate nel Mediterraneo i cui relitti potrebbero contenere – secondo alcuni filoni d’indagine – rifiuti pericolosi o radioattivi. Un documento del Sismi datato 5 settembre 1995, indirizzato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – CESIS e al ministro della Difesa, riportava il risultato di una analisi degli affondamenti di mercantili nel Mediterraneo dal 14 aprile 1989 al 22 luglio 1995. Sono ben 90 gli affondamenti riscontrati con relative coordinate, carico, dati dell’armatore, percorso e motivi apparenti del naufragio che – dopo la declassificazione – verranno analizzati e confrontati con gli altri atti già acquisiti dalla commissione.
Traffico di rifiuti in Somalia: nel 2003 Berlusconi sapeva
Per finire ci sono notizie rilevanti sui traffici internazionali di rifiuti destinati in Somalia, anche in epoca relativamente recente. Tra i documenti declassificati, ad esempio, vi è una nota del Sismi inviata il 30 luglio 2003 alla presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli Esteri che segnala l’arrivo a Mogadiscio di due navi “cariche di rifiuti industriali e scorie tossiche”. Si tratta della dimostrazione di un traffico criminale durato ben oltre gli anni ’90. "Su questi temi, l’intreccio tra i traffici di rifiuti e di armi, stavano lavorando la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin – ha commentato oggi il presidente della commissione Alessandro Bratti – che persero la vita in un agguato il 20 marzo 1994 proprio a Mogadiscio. Pensando al loro sacrificio e ai silenzi e depistaggi ormai accertati sulla loro morte abbiamo fatto uno sforzo notevole come commissione per individuare centinaia di documenti, inviando gli interpelli al governo per la declassificazione. E’ solo un primo passo, altri documenti diverranno pubblici presto, appena termineranno le procedure”.
Giusto per la cronaca: in quella data primo ministro era Silvio Berlusconi, ministro degli esteri Franco Frattini, entrambi di Forza Italia.
Chiudiamo qui questa puntata di Noncicredo 2.0 Spero sia stata utile per capire che i segreti a volte non sono segreti per tutti. C’è sempre chi sa, ma non lo dice con la scusa di non turbare la quiete pubblica, come se la nostra vita non fosse agitata abbastanza. E poi, diciamocelo tra noi, l’impressione che si ricava da queste storie ma anche da molte altre che ci accadono ogni giorno della nostra bvita è che ad essere protetti, in un modo o nell’altro, siano sempre i lazzaroni, i delinquenti, che evidente hanno un legame più stretto del popolo con chi tira i fili.