Oggi vi voglio raccontare una di quelle storie, storie di uomini e donne, che hanno saputo prendere quello che di buono il pianeta è ancora in grado di offrire e di aumentarne la portata, condividendolo con tutto il popolo della zona in cui queste persone, queste associazioni e queste aziende operano. É, per farla breve, in questo periodo di incertezza sanitaria causata dal Corona Virus, una boccata di aria buona, in un clima così triste, fatto di isolamento in casa, di uffici e negozi chiusi, di amici lontani, di coppie spezzate dalle distanze.
Di azioni positive in questo senso possiamo contarne moltissime. Spesso però non arrivano alle orecchie della gente comune o perché è meglio non si sappia che ci sono modi alternativi a quello delle multinazionali di far girare l’economia o perché sono confinate in zone del mondo che non hanno lo stesso appeal degli stati che ci sono vicini. Ed è sicuramente più semplice parlare delle partite di calcio sospese che dei vantaggi che un’idea, per geniale che sia, sa produrre.
La storia che sto per raccontarvi, si svolge in Colombia e ha come protagonista un discendente di emigranti veneti, di Belluno per la precisione. Lui si chiama Paolo Lugari e questa avventura, perché di una incredibile avventura si tratta, comincia alla fine degli anni 60.
Un giorno il giovane Paolo, in compagnia di suo padre, sta costeggiando il fiume Orinoco, un corso d’acqua molto importante, il secondo per portata dell’America Latina. Attraversa la Colombia e il Venezuela, e finisce la sua corsa nell’Oceano Atlantico un po’ più a Sud di Trinidad e Tobago. Il terreno sui quale cammina Paolo è di quelli aridi, molto acidi, privi di acqua potabile, una specie di savana. A nessuno verrebbe in mente di fermarsi proprio là.
Che ci stai a fare?
Eppure quel pazzo di Lugari chiede alle autorità locali se il terreno è in vendita e quanto costa. Ovviamente il prezzo è coerente con la qualità della terra: solo 6 dollari all’ettaro, molto meno del pane o di qualunque altra merce vi possa venire in mente. Così ne compra una bella fetta, con in testa una visione: trasformare quella landa deserta e inabitabile in un luogo da sogno, pieno di alberi e di vita, con pozzi e falde piene d’acqua e coltivazioni ovunque.
A questo punto, chiunque segue questo racconto, si aspetta che il nostro bravo Paolo si svegli tutto sudato, scuota la testa e se ne vada per la sua strada, maledicendo il caldo, la siccità, la polvere e le zanzare.
Ma non è così, si tratta di una storia vera, che ha dell’incredibile, questo sì, ma che è certificata da cima a fondo.
Dunque il visionario Paolo decide di mettersi all’opera.
Qual è la prima mossa da fare? É sicuramente quella di piantare degli alberi e lasciarli crescere. Lui sa che creare delle zone d’ombra potrebbe cambiare anche il clima in quella zona. L’ombra renderebbe il terreno più fresco e la differenza di temperatura a qualcosa potrebbe portare.
Se ci pensate è come andare a ritroso nel tempo, sovvertire completamente il ciclo della vita altrove, dove il cambiamento del clima trasforma terreni fertili in terreni desertici o quanto meno secchi e aridi. Forse ha avuto ragione Gabriel Garcia Marquez a chiamare Paolo Lugari “l’inventore del mondo” … ma torniamo alla sua storia e vediamo cos’ha combinato questo ecologista colombiano.
Chiama a raccolta un gruppo di studiosi, professori, tecnici, agronomi e li ascolta.
Il risultato finale, che oggi chiunque può ammirare, si chiama Las Gaviotas, letteralmente “i gabbiani” ed è una foresta rigogliosa, ricca di vita e di attività, che hanno davvero dell’incredibile. Lo racconterò, ma per stuzzicare la vostra curiosità, pensate che da quel deserto arido e acido, oggi escono bottiglie di acqua che vengono vendute nelle città vicine.
La domanda che noi ci facciamo è “come diavolo ci è riuscito?”. Siamo talmente abituati ad assegnare alla moderna tecnologia i risultati straordinari che ogni giorno leggiamo sui giornali specializzati che pensiamo a quale investimenti abbia dovuto fare Lugari in apparecchiature, tecnici, scienziati e così via. Ne ho parlato anche nell’ultima puntata di questa trasmissione a proposito delle nuove tecnologie per la gestione dell’irrigazione dei terreni in difficoltà. Sono serviti satelliti, droni, sensori a terra, tecnici e scienziati. Insomma qualcosa di complesso e, cosa che non è secondaria, un bel po’ di soldi.
Bene. Niente di tutto questo.
Prima di entrare nei dettagli di questa storia, voglio sottolineare una cosa importante. Le Nazioni Unite hanno definito questo incredibile sistema, un “modello di sviluppo sostenibile”, il che esclude il ricorso a metodologie invasive dell’ambiente o che abbiano prodotto un aumento dei gas serra, anzi …
Il percorso di Lugari è citato come uno dei migliori risultati di quella Blue economy, di cui Noncicredo vi ha parlato molte volte e che pone alla base dello sviluppo processi naturali, interpretati e fatti propri dall’uomo per un qualunque tipo di produzione. Gunther Pauli, scrittore belga, ne è il riferimento principale, con i suoi libri che contengono centinaia di esempi pratici di come, in molte parti del mondo, questa metodologia abbia saputo superare problemi gravi, legati alla produzione di cibo, all’eliminazione di inquinanti e alla bonifica di zone decisamente poco salubri. Se seguirete il discorso, capirete, dall’esempio di Las Gaviotas, di cosa si tratta.
Dunque, per usare una terminologia cui ci siamo abituati, Paolo Lugari ha fatto un “copia-incolla”, prendendo come origine la natura con i suoi processi fantastici, tutti perfettamente sostenibili, tutti senza mai un solo fallimento, tutti senza produrre mai disoccupazione. Basta guardarli, studiarli, capirli e poi applicarli.

Certo che ci voleva tutta la testardaggine di un figlio delle Dolomiti e l’incosciente pazzia visionaria di un giovane ambientalista per immaginare che quel deserto potesse trasformarsi in qualcosa di diverso. La zona presa in considerazione fa parte dei Llanos, una vasta depressione che si estende tra Colombia e Venezuela ed è caratterizzata da grande siccità, terreno arido e acido: insomma una zona in cui non vorresti vivere nemmeno se fossi pagato.
Un terreno così mal ridotto non poteva che avere un prezzo molto abbordabile. Come detto si parla all’epoca (il progetto parte ufficialmente nel 1971) di circa 6 dollari all’ettaro. Non che Lugari possa permettersi molto, ma interviene un professore della più antica università colombiana e membro di quel Club di Roma, di cui tante volte ho parlato qui a Noncicredo. Il professore è Mario Calderon Rivera, umanista e grande personaggio colombiano, morto a 81 anni nel 2014. É lui a finanziare l’acquisto dei terreni, forse avendo anch’egli una visione un po’ pazza del progetto di Paolo Lugari.
Certo che, a pensarci, all’inizio c’è da farsi cadere le braccia, perché nessuna delle colture messe a dimora riesce a resistere: niente di niente. Troppo sole, niente acqua, un disastro. E per di più un terreno molto acido: qualsiasi cosa si pianti, muore.
Poi, quasi per caso, la soluzione.
Un agronomo venezuelano suggerisce a Paolo Lugari di piantare un albero particolare, un pino (Pinus caribea) che attecchisce ma quell’albero non porta nessun vantaggio: non ha un ruolo che possa far pensare alla produzione di cibo o di qualsiasi altra sostanza da destinare al commercio. Poi, però, le osservazioni fanno notare qualcosa di molto strano. Tra tutti i pini piantati, qualcuno cresce più in fretta di altri. Sono quelli alla base dei quali cresce un fungo, il Pisolithus Tinctorius.
Un caso? o forse no? Sembra che ci sia una specie di scambio di favori tra i funghi e le radici delle piante. Se cercate sul vocabolario il termine “micorriza”, troverete definizioni piuttosto complesse. La Treccani dice: “Combinazione strutturale e funzionale del micelio di un fungo con la radice di una pianta.”
Cosa significa? Il fungo si preoccupa di recuperare dal terreno acqua e sali che fornisce alle radici della pianta; questa cede al fungo i carboidrati che riesce ad elaborare.
Micorriza infatti è composto dalle parole greche mykos (fungo) e rhiza (radice). Si tratta di una specie di catena di montaggio che funziona alla perfezione. E questo è quello che avviene anche a Las Gaviotas tra il Pisolithus e il Pinus caribea.
Sembra una storia incredibile, per cui cerchiamo di capire meglio cosa è successo. É lo stesso Paolo Lugari a raccontare questa storia, la storia della sua piantagione di pini.
Cominciamo dai semi del pino tropicale, raccolti in due foreste: in quella Mosquitia, che si estende tra Nicaragua e Honduras e in quella Maya del Peten in Guatemala.
Ma il risultato è pessimo; le piante non attecchiscono e dopo poco muoiono. Un anno dopo Pietro Lugari torna nella foresta Mosquitia e osserva che ci sono alcune piante che sono nettamente più vigorose delle altre. Sono quelle circondate alla base da funghi. Così Pietro raccoglie non solo le sementi dei pini, ma anche le spore dei funghi, che finiscono sotto terra, assieme alle sementi delle piante. Ed ecco il miracolo fatto dalla natura: bastano pochi anni per trasformare 8 mila ettari di terreno arido in un giardino di pini.
Il risultato è molto più straordinario di come sembra e si fa fatica a credere che stiamo parlando della realtà e non di un romanzo di fantascienza. In effetti, però, l’unione simbiotica tra queste due specie (il fungo e il pino) non solo ha garantito la sopravvivenza del 92% delle sementi, ma ha addirittura cambiato le caratteristiche fisiche della regione.
Va anche tenuto presente dove ci troviamo, “nel tropico del tropico”, per usare un’espressione di Lugari, dove i raggi del sole sono a picco durante tutto l’anno e quindi dove appare difficile per le piante crescere e sopravvivere. Evidentemente il nutrimento garantito dal fungo, consente alla pianta di raggiungere in fretta la sua maturità. Il resto è una concatenazione di effetti meravigliosi.
La foresta che si è sviluppata protegge con la sua ombra una zona molto estesa, che risulta così protetta dai raggi ultravioletti del sole. Il caldo c’è e fa cadere gli aghi dei pini a terra, dove quindi si forma un tappeto di foglie, che aumenta l’umidità del terreno e trattiene anche i detriti in decomposizione. La temperatura del terreno così si abbassa e l’acqua che cade viene assorbita. É una trasformazione consequenziale e, anno dopo anno, l’arida savana dei Llanos si trasforma in una foresta, ricca di acqua potabile, con terreno fertile e, adesso sì, adatto a sostenere altre coltivazioni, altre piante.
Come accennato prima, Gunter Pauli è il giornalista belga che ha raccolto e spiegato moltissime tecniche della blue economy, tra queste anche la sorprendente vicenda di Las Gaviotas. Ecco cosa racconta Pauli al riguardo:
Una troupe giapponese arriva a Las Gaviotas per realizzare un documentario su questo fenomeno così strano e meraviglioso. Osservano delle nuvole che si muovono in cielo. Una volta giunte sopra la foresta comincia a piovere. E’ come se la natura stessa si mostrasse grata a Paolo Lugari perché quando piove nelle Llanos (e adesso piove molto più spesso di prima) l’acqua cade su Las Gaviotas. La nuvola di Fantozzi? Un miracolo per strani agganci celesti? Niente di tutto questo. Le nubi scaricano la pioggia su terreni più freschi perché il punto di condensazione dell’acqua si abbassa. E attorno alla foresta il terreno non protetto dai pini è decisamente torrido. L’idea di mettere assieme un fungo e un pino ha dunque trasformato perfino la meteorologia e, una volta tanto, il cambiamento climatico è decisamente molto vantaggioso. 
Gunter Pauli ha fondato un’associazione, chiamata ZERI, che sta per Zero Emission Research and Initiatives, (cioè Ricerca e Iniziative a Zero Emissioni) ed è una rete internazionale di 3000 tecnologi ed economisti, che intendono sviluppare nuovi processi produttivi, in cui gli scarti di un processo possono essere utilizzati come materie prime per un altro, in modo da ridurre drasticamente, se non evitare completamente, la produzione di scarti da eliminare in modo improduttivo e dannoso per l'ambiente.  Lo slogan è: "L'obiettivo è lo zero: zero incidenti, zero sprechi, emissioni zero”. La sua filosofia non è quella che vede il progresso e la scienza come mali da estirpare, ma quella di incorporare nel progresso sia il rispetto per l'ambiente, sia le tecniche usate dalla natura stessa, di fatto rendendo il processo produttivo parte di un ecosistema. E questa, in fondo, è la base di quella economia circolare di cui sentiamo parlare sempre più spesso.
L’idea geniale di Lugari è un esempio dei più classici di questa filosofia: usare i processi e i segreti della natura (proprio come la micorriza) per produrre benessere, di quello vero, a partire dalla lotta alla fame, alla malnutrizione, alla desolazione delle popolazioni locali. Lugari e Las Gaviotas entrano dunque di diritto e con grande merito nella Blue Economy. Lo ripeto: Lugari si è avvalso della consulenza di scienziati, specialisti, tecnici, che hanno dato una grande mano nella progettazione di questo fantastico sogno, come la maggior parte dei processi realizzati all’interno della Blue economy.
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A Las Gaviotas, dal 1971, si procede per gradi, si fanno passi in avanti, magari piccoli ma sempre decisivi. L’energia che viene usata è poca, ma sufficiente. Si tratta di energia eolica, ottenuta da impianti che sarebbe meglio chiamare mulini invece che pale e, ovviamente, energia solare.
Una volta capito che la strada è quella giusta e che le prospettive potrebbero essere buone, ecco la domanda chiave: “Cosa ne facciamo di tutto questo ben di dio?
Sapete, come si dice: l’appetito vien mangiando e anche gli obiettivi di Lugari diventano sempre più ambiziosi, mano a mano che nuovi risultati vengono ottenuti.
Le risposte a questa semplice domanda vengono mano a mano, quasi in un concatenarsi di cause ed effetti. É perfino difficile stare dietro a tutto quello che è accaduto in quel lembo di terra. La cosa migliore da fare per capire cos’è nato nel deserto dei Llanos è collegarsi con il sito della fondazione, in spagnolo. L’indirizzo è centrolasgaviotas.org. La prima volta che vi sono entrato ho fatto fatica a credere a quello che vedevo: una foresta tropicale meravigliosa, piena zeppa di attività delle persone che vi vivono stabilmente.
Partiamo dagli alberi. Sono usati per estrarre la resina, che poi viene trasformata in loco in colofonia, una materia prima ricercata, che serve per produrre cosmetici, profumi, vernici. La quantità estratta dai pini è piuttosto elevata: circa 3 kg l’anno per 10 anni. Poi quelle piante vengono lasciate riposare per alcuni anni, quando la produzione può riprendere. Nel frattempo altre piante forniscono la resina, a rotazione.
C’è una fabbrica, targata ZERI, alimentata da pannelli solari, piccoli impianti eolici e una centrale a biomasse che usa il legname che non viene utilizzato per altri scopi, preso dalla foresta di Las Gaviotas, dunque a chilometro zero.
Una parte dell’area è riservata a vivaio. Là i pini vengono seminati e fatti crescere per circa un anno con la tecnica della micorriza, descritta prima. A quel punto vengono trasportati, a migliaia, nelle aree dove la foresta cresce ancora. Le foto aeree, presenti nel sito, mostrano le varie zone, quelle con alberi ancora giovani e quelle con alberi già maturi e pronti per entrare in produzione. É uno spettacolo incredibile.
Nel frattempo una pista di atterraggio per aerei è stata realizzata in mezzo alla foresta.
  • La merce prodotta a Las Gaviotas, che lascia davvero senza parole, è rappresentata dalle bottiglie di acqua. Sembra una boutade, una balla colossale, visto le condizioni di partenza del terreno. Eppure è tutto vero. L’aumento della piovosità, dovuto al raffreddamento del terreno causato dalla presenza degli alberi, ha rifornito le falde sotterranee, protette dall’ombra della foresta. Dunque in quella zona dei Llanos, si produce, incredibilmente, acqua in bottiglia, l’acqua “Las Gaviotas”, che ci assicurano essere di ottima qualità. Non viene solo bevuta dagli abitanti, ma anche venduta nelle città vicine, perfino nella capitale Bogotà, a 500 km di distanza.
  • Per rifornire i camion che vanno e vengono, sono state piantate delle palme che forniscono l’olio con cui si produce un bio-combustile in un impianto appositamente costruito in loco. Il tutto in un ambiente perfettamente sterile, così da garantire una qualità elevatissima del prodotto. E qui non si tratta di aver sostituito foresta con palme da olio: il biodiesel è assolutamente a zero emissioni.
Ci sono varie curiosità attorno a questa impresa. Ad esempio quella che l’azienda che imbottiglia l’acqua sorge dove, fino ai primi anni ’90, era attivo un ospedale molto particolare. In quanto veniva raffrescato con tecniche naturali, basate anche sulla realizzazione di gallerie sotterranee come fanno le termiti per le proprie costruzioni (questo delle termiti è un altro capitolo delle iniziative fantastiche documentate da ZERI all’interno della Blue Economy). Poi la politica sanitaria colombiana ha portato, per questioni burocratiche, alla chiusura della struttura medica. Ma le sale sterili sono rimaste, solo che adesso servono ad altro.
E già che c’erano, in questa specie di isola che non c’è, dove evidentemente i sogni sono costretti a diventare realtà, hanno cominciato a produrre tecnologie verdi per sostenersi. Specchi solari per riscaldare l’acqua prodotti nei laboratori di Las Gaviotas sono oggi in bella mostra nelle città colombiane. E poi pompe idrauliche, e impianti eolici nelle colline a nord di Bogotà. Interi quartieri di Bogotà, Medellin, Calì scaldano l'acqua o la pompano dalle falde con tecnologia "made in Las Gavoitas".
Pescicolura e allevamento di capre completano il cerchio.
Tutto questo consente, oltre che di tutelare l'ambiente, di produrre in modo completamente sostenibile, assorbire CO2 come quella prodotta da un paio di nazioni industrializzate dell'Europa, ridurre la deforestazione e le aree di siccità, procurare da bere e mangiare a centinaia di migliaia di persone (così è stimato l'indotto colombiano), aver indicato una strada per iniziative simili che si stanno già sviluppando in altre aree del mondo. Oltre a tutto questo (che basterebbe e avanzerebbe di per sè) ... consente di stipendiare gli abitanti-lavoratori di Las Gaviotas (ad esempio quelli che estraggono la resina dai pini) con paghe di circa 300 $ al mese, oltre al vitto e all’alloggio. Poco? É più del doppio di quello che prende un operaio nella capitale colombiana.
Ah sì ... adesso i terreni valgono 3000 volte più di quando sono stati acquistati, ma non sono in vendita.
Questa terra fiabesca si estende oggi su 12 mila ettari, come l’intera provincia di Rovigo, conta quasi 10 milioni di pini e, meraviglia delle meraviglie, ha visto nascere 250 specie autoctone, tipiche dei tropici umidi, che, ovviamente all’inizio non c’erano. Questo fa crescere la biodiversità oltre che il volume delle biomasse.
Ci vivono e lavorano dalle 300 alle 400 persone; nessun motore a scoppio, ma 250 biciclette a disposizione della popolazione. Un sogno!
Paolo Lugari, il guru, fa il modesto sostenendo che tutto il merito è della natura e dice: “Ciò che abbiamo fatto a Las Gaviotas è consentire alla diversità di fare il suo corso e produrre i suoi effetti: nulla di più. E dicendo diversità, intendo quella biologica ma anche quella culturale”.
Già … perché anche l’uomo e la sua cultura primordiale fanno parte della natura, solo che molti, con l’andare del tempo, l’hanno dimenticato