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Parliamo della gestione dei rifiuti, cominciando dall’inizio con un piccolo ripasso sul significato di questa strana parola.
Rifiuti 1La nostra società, dall’avvento dell’industrializzazione e quindi da circa 250 anni, ha inventato un processo produttivo, che siamo abituati a definire lineare. I passi sono, grossomodo, questi.
Si estraggono materie prime: quelle che servono per realizzare le merci, come ad esempio ferro, rame, cellulosa, eccetera; e quelle che servono per produrre l’energia necessaria alla lavorazione di queste materie prime. Quindi gas, petrolio, carbone. Facciamo attenzione, perché queste fonti primarie hanno avuto, nello sviluppo produttivo nostrano, un ruolo storico: prima il carbone, poi soppiantato dal petrolio e dal gas. Ma pensare che l’uso del carbone sia solo un ricordo delle vecchie centrali è un grave errore. Ci sono paesi che hanno il sottosuolo ricchissimo di carbone e quindi basano la produzione della loro energia su questo. Penso alla Cina e all’India, ma anche la Polonia e il Benelux hanno vasti giacimenti da sfruttare. Se molti paesi, sull’onda dell’emergenza climatica ha fatto marcia indietro in questo settore, bisogna valutare quello che avviene complessivamente nel mondo. Nei due paesi più popolosi, Cina e India, 236 GW sono in costruzione e 336 GW sono pianificati. In Europa sono state chiuse centrali per 227 GW. Come vedete, i numeri dicono che la produzione energetica da carbone non è affatto in calo, anzi. Questo per far capire come un conto sono le parole e le promesse, altra è la realtà.
Torniamo al nostro discorso iniziale. Dunque il primo passo della catena produttiva è l’estrazione di materie prime. Per fare questo occorre spendere energia e, inevitabilmente si produce inquinamento e, spesso, devastazione dei territori. Basta pensare alle miniere di ogni genere e sparse ovunque nel mondo. Adesso quei materiali arrivano nel sistema produttivo: industrie, aziende, artigiani e così via, che da quei materiali ricavano gli oggetti che finiscono sul mercato. Segue la fase di commercializzazione: pubblicità, distribuzione fino ai dettaglianti e vendita nei negozi. Anche questo ha il suo impatto ambientale: l’etere invaso da onde elettromagnetiche e le strade invase di camion che portano l’acqua del Trentino in Puglia e quella del Molise in Piemonte. Lo so che questo sembra non avere alcun senso logico, ma in realtà il senso c’è ed è ben preciso, come vedremo tra poco. Ora, gli oggetti sono arrivati a destinazione, nelle nostre case. L’aspirapolvere, il latte nella sua confezione di tetrapak, il gorgonzola racchiuso in tre strati di plastica e polistirolo e così via. Sappiamo bene che gli oggetti si rompono … quante volte avete detto “Quelli di una volta erano eterni, quelli di adesso basta guardarli che si guastano.” E non è tutto, perché basta un piccolo guasto per dover ricomprare quell’oggetto, dal momento che è sempre più difficile trovare chi aggiusta la merce oppure quel particolare è talmente caro che conviene, economicamente intendo, prendere un oggetto nuovo e magari anche nella versione più recente. Tutto questo fa parte della strategia del mercato, indurre il consumatore (è questa la parola chiave) a comprare sempre nuova merce, anche se non ne ha affatto bisogno o a sostituirla in un delirio di rinnovamento indotto da una pubblicità martellante.
E, alla fine, quegli oggetti rotti o abbandonati, da qualche parte vanno messi. Vengono eliminati e diventano, a tutti gli effetti, dei rifiuti.
Ci sono rifiuti e rifiuti. Un conto è buttare via il giornale del giorno prima, altro è buttare via un fusto di sostanza nociva o, addirittura, radioattiva. Per questo non occorre pensare per forza alle centrali nucleari. Ci sono molte attività che hanno a che fare con sostanze radioattive.
Lo sport nazionale, per moltissimi anni, è stato quello di interrare i rifiuti in apposite zone, chiamate discariche. Molte di queste sono illegali, anche in paesi, come l’Italia, dove esistono leggi precise che lo impediscono. Pensiamo a tutti i rifiuti delle industrie del Nord, del Veneto in particolare, mandate in Campania grazie alla connivenza di furfanti in cravatta con la Camorra. Là le discariche abusive sono state (forse lo sono ancora) la regola.
Poi si sono inventati, siamo negli anni ’60, gli inceneritori di rifiuti. Grandi impianti che bruciano milioni di tonnellate all’anno di rifiuti di ogni genere. A qualcuno è poi venuto in mente di utilizzare tutto quel fuoco per produrre energia. Così gli inceneritori sono diventati strumenti di produzione, gestiti da società per azioni, che da noi appartengono spesso ai comuni consorziati. Per fare un esempio, Padova possiede il 5% delle azioni di Hera, una utility che gestisce l’impianto di San Lazzaro nella zona Est della città. Sulla questione degli inceneritori si sono scatenate guerre di informazione. Chi sostiene che è la soluzione finale di ogni problema e chi invece dice che si tratta di un modo per inquinare di più, dal momento che ogni combustione si porta dietro problemi di questo tipo. Non c’è dubbio che problemi ce ne sono, basta pensare alle ceneri prodotte (un sacco di cenere) che vanno stoccate da qualche parte in sicurezza, operazioni mai semplici da realizzare e, sottolineo, sempre piuttosto costose.
Ma c’è un altro approccio da considerare a proposito degli inceneritori. Questi in effetti producono energia. La domanda corretta però è “quanta energia?”. In questi casi è doveroso fare un bilancio energetico. Facciamo un esempio. Nell’inceneritore finisce una bottiglia di plastica … non fate quella faccia, solo il 15% della plastica mondiale viene riciclata, tutto il resto, l’85%, viene o bruciata o dispersa o interrata.
Dunque la nostra bottiglia viene bruciata e produce una certa quantità di energia elettrica. Ma quella bottiglia poi non c’è più e va ricostruita, estraendo materia prima, procedendo al sistema produttivo che ho descritto prima. Secondo gli esperti il “guadagno” (scrivo questa parola tra virgolette) è appena del 10%. Cerchiamo di chiarire: questo significa che viene perduto il 90% dell’energia. Dunque l’operazione di recuperare energia dai rifiuti per questa strada è fallimentare.
Non entro nei dettagli di chi ci guadagna e chi ci perde, perché il discorso sarebbe molto complicato e lungo.
Torniamo al punto. Il sistema produttivo lineare dunque si ferma ai rifiuti. A questo punto si torna da capo con l’estrazione di materie prime e via discorrendo.
Se ci chiediamo come mai la società, quella che abbiamo sempre chiamato società dei consumi, abbia scelto questa strada, la risposta è molto semplice. Chi gestisce la filiera sa perfettamente che, per ognuno di questi passaggi, ricava un profitto. Ne segue che più volte il processo si ripete, più grande è il profitto. Più rapidamente gli oggetti si rompono e diventano rifiuti, più grande è il profitto. 
Rinunciare a questo modello di produzione è dunque una sconfitta economica per i potenti, che sono le multinazionali dell’energia, e tutti quelli che cacciano i soldi per far funzionare la macchina del consumo.
Questo è il motivo per il quale la Terra è invasa dai rifiuti, che non sappiamo più dove mettere. Come si capisce facilmente una soluzione logica non c’è. Ci sono solo palliativi, come, appunto, gli inceneritori. Esiste allora una soluzione?
A dire il vero la soluzione esiste, ma non viene mai presa in considerazione seriamente. É quella di buttare a mare il processo produttivo lineare e farlo diventare circolare. É questo il senso di quella “economia circolare” di cui tanto si parla negli ultimi tempi.
Per poter anche solo pensare di raggiungere un simile risultato, il primo passo da fare è – scusate il gioco di parole – un passo indietro. Occorre cioè allontanarsi da quel consumismo eccessivo che è il motore di tutto il disastro ambientale che ci sta davanti. Occorre essere, in una sola parola, più virtuosi. Evitare gli sprechi di materie prime, cercare soluzioni alternative a quelle della industrializzazione, puntare su forme biodegradabili delle merci, implementare nel sistema l’uso delle fonti rinnovabili di energia. Tutte cose dette e ridette.
Ma le parole non servono a nulla senza l’azione che ne consegue.
Possiamo guardare la situazione da due punti di vista: quello dei consumatori (o dei cittadini se preferite il buonismo) e quello dei padroni del vapore. Questi sono quelli che decidono, quindi sono quelli che assumono politicamente le scelte e rendono operativi gli indirizzi. Ma questi sono anche quelli che hanno in mano il potere economico, che poi è quello vero, e quindi multinazionali, grandi aziende, grandi gruppi e così via. Ed infine sono quelli che possiedono il potere finanziario, quelli che maneggiano il denaro, anche il nostro, e possono decidere di investirlo in modo virtuoso oppure no: parlo di banche, assicurazioni, società di investimento.
Ma, da qualunque parte la guardiamo, la situazione si chiarisce solo cambiando le carte in tavola. Cambiando le regole, innanzitutto, e cambiando i paradigmi di una società che ha fatto del profitto il proprio totem.
I rifiuti, perché di questi abbiamo cominciato a parlare, sono una delle chiavi possibili per aprire la porta del rinnovamento. Anche se sono l’ultimo tassello di un processo produttivo, sono, in realtà, la prima questione da affrontare e risolvere.
L’obiettivo è molto semplice: eliminare del tutto i rifiuti. Cerco di spiegarmi meglio: è il concetto di rifiuto che deve sparire. Non possiamo permetterci più di estrarre dal sottosuolo elementi che poi, nel processo commerciale, diventano produttori di carbonio che finisce in atmosfera e nei mari e negli oceani. Non si può più, perché la misura è colma. E non è colma da oggi. Sono decenni che ne parliamo e non abbiamo di fronte nessuno che ascolti con un minimo di attenzione. L’effetto serra ha raggiunto valori inimmaginabili, che hanno provocato un cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. I pochi a non vederlo, non è che non lo abbiano notato, ma il passo indietro, di cui parlavo, lede i loro interessi economici, finanziari, di potere e quindi fanno finta che siano tutte balle per poter continuare a scavare miniere, insozzare l’aria con le ciminiere delle loro fabbriche e così via.
E come si fa ad eliminare i rifiuti, nel senso che ho appena spiegato? In linea di principio è piuttosto semplice: basta tornare al vecchio sistema, in cui gli oggetti rotti si riparavano, in cui i contenitori erano fatti in modo non invasivo per la natura, in cui si riutilizzavano mille volte le borse per la spesa, in cui non esisteva la TARI e solo raramente veniva buttato via qualcosa. L’usa e getta, o il monouso se preferite, ha fatto cambiare tutto.
Per ovviare a questo inconveniente si sono prese due strade. La prima è quella di sostituire gli oggetti inquinanti con altri che lo siano di meno. Tutto l’universo cosiddetto “bio” si nutre di questo. Siamo arrivati a proibire, in Europa almeno, l’uso degli shopper di plastica e li abbiamo sostituiti con altri sacchetti derivati da vegetali (mais, zucchero, patate eccetera). É una cosa buona, da un lato. Dall’altro, se pensiamo a paesi in cui avere un piatto di mais a tavola ogni giorno è un lusso, è una disgrazia, perché toglie cibo per incartare il formaggio o per far andare il motore di una Mitsubishi.
L’altra strada è quella del riciclo e quindi del recupero delle materie prime da riutilizzare per un secondo ciclo di produzione e poi per un terzo e così via. Qui i problemi sono di varia natura. Innanzi tutto ci sono materiali che non sono riciclabili, perla loro natura, per la difficoltà dell’operazione o per i costi, che sono maggiori di quelli necessari per recuperare nuove materie prime. Quest’ultimo punto è fondamentale per capire gli equilibri del nostro mondo. La scelta tra ecologia ed economia è spesso la causa dell’inazione nell’affrontare le questioni ambientali. Se pensiamo al climate change, il motivo per cui, pur sapendo da così tanti anni che il nostro modello di società porterà verso un’estinzione programmata di buona parte della razza umana, è proprio di natura economica. Ci sono da salvare i guadagni dei potenti, ma anche i posti di lavoro e quindi la sopravvivenza dei più deboli, operai, impiegati, artigiani, commercianti. Questo equilibrio è stato sempre usato come un freno sul quale non si può discutere. In realtà esso nasconde una totale mancanza di programmazione, perché nessuno ha mai nemmeno pensato di travolgere la società per ottenere tutto e subito. Il cambiamento va fatto, sarebbe meglio dire andava fatto, per passi successivi, sostituendo progressivamente al vecchio sistema quello nuovo. 
In questo nuovo modo di pensare le cose i rifiuti non sono più gli scarti di una catena produttiva, ma le risorse per quella successiva. E, se non si possono eliminare i rifiuti, per i morivi appena elencati, si possono drasticamente ridurre.
I numeri, a proposito dei rifiuti sono davvero impietosi, se analizziamo cosa succede al pianeta.
Permettetemi di aprire una piccola parentesi a questo riguardo. Chiunque pensi che quanto accade in Cina o in Indonesia o nell’America latina, non sia un nostro problema o non sa bene come vanno le cose o è davvero molto ingenuo. La frase “guardare a casa nostra” è corretta solo se si considera casa nostra l’intero pianeta. I disastri ambientali continui che registriamo in questi anni sono la conseguenza di guasti enormi creati ovunque: dall’abbattimento delle foreste pluviali in Indonesia, in Gabon e in Amazzonia, all’immissione sempre maggiore, nonostante tutti gli avvertimenti, di CO2 in atmosfera, dalla creazione di centinaia di nuove centrali a carbone, al mantenimento in alcune zone del mondo di gigantesche discariche, dai roghi di rifiuti on po’ ovunque anche non lontano da casa nostra allo smaltimento truffaldino di rifiuti tossici e nocivi.
Questo è il nostro mondo, noi ci viviamo in mezzo e non fare niente è davvero da incoscienti.